Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Chi è senza porcata


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Il Melonellum, approvato definitivamente dalla Camera, è una porcata perché trasforma una mini-minoranza (42% dei voti, cioè 26-27% degli elettori) in una super-maggioranza (55% dei seggi); perché i capilista bloccati decisi dai capi-partito lasciano poche decine di seggi ai candidati scelti dagli elettori con le preferenze; e perché il numero abnorme di firme da raccogliere in ogni circoscrizione (non più […]


Come la giri e la volti, senza Vannacci l’armata branca-meloni perde Palazzo Chigi


(ANSA) – “Con lo Stabilicum oggi il centrodestra potrebbe vincere solo se include Futuro Nazionale con Vannacci in coalizione, il centrodestra conquisterebbe la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento.

Senza, la maggioranza andrebbe al campo largo”. È quanto emerge dall’ultima simulazione di Youtrend, che ha tradotto in seggi gli attuali rapporti di forza tra le forze politiche in due scenari alternativi: Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, dentro o fuori dal centrodestra.

“Nell’esito oggi più probabile con Futuro Nazionale in coalizione – sottolinea l’istituto demoscopico – il centrodestra otterrebbe 223 seggi su 400 alla Camera e 114 su 205 al Senato, superando in entrambi i rami la soglia della maggioranza assoluta (rispettivamente 201 e 103 seggi).

Il campo largo si fermerebbe a 162 deputati e 80 senatori, Azione otterrebbe 12 deputati e 3 senatori, mentre 3 seggi per ramo andrebbero ad altre liste. Completano il Senato i 5 senatori a vita”.

“Se Futuro Nazionale corresse da solo, il quadro si ribalterebbe. Il campo largo conquisterebbe 221 seggi alla Camera e 112 al Senato, ottenendo così la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.

Il centrodestra scenderebbe a 139 deputati e 70 senatori, Futuro Nazionale ne otterrebbe 26 alla Camera e 12 al Senato, Azione 11 e 3, le altre liste 3 e 3.

Il confronto tra i due scenari mostra il peso del premio di maggioranza previsto dallo Stabilicum. Divisi, centrodestra e Futuro Nazionale sommerebbero 165 deputati e 82 senatori: 58 deputati e 32 senatori in meno rispetto a quelli che otterrebbero correndo insieme. Un margine che basta a spostare la maggioranza da una coalizione all’altra e che rende la collocazione di Vannacci uno dei fattori decisivi della prossima legislatura.


Gli italiani soffrono, il Paese affonda, ma loro brindano…


(Giancarlo Selmi) – Guardate la foto: è compiaciuta, è felice. Oggi è un giorno felice. Ovviamente lo è per tutto il popolo italiano, o forse no? Avrei voluto essere in Parlamento, insieme a quei patrioti in festa. Perché oggi, finalmente, il governo ha risolto tutti i problemi di questo martoriato Paese. E, quindi, sono felici, è felice. Gli italiani forse lo sono un po’ meno?

Ha trovato una soluzione strutturale al costo dell’energia?

Ha restituito a stipendi e pensioni il potere d’acquisto divorato dall’inflazione?

Ha riconosciuto diritti e tutele ai 4,4 milioni di caregiver conviventi?

Ha approvato il salario minimo?

Ha investito nella sanità pubblica, eliminato le liste d’attesa e potenziato i pronto soccorso?

Ha tassato gli enormi profitti di banche, assicurazioni, industrie belliche, farmaceutiche e multinazionali della rete?

Ha restituito dignità al lavoro, rafforzato i controlli contro le morti sul lavoro e limitato il subappalto selvaggio?

Ha aumentato le pensioni minime, garantito cure e riabilitazioni ai disabili, combattuto corruzione e mafie?

Ha investito nella scuola restituendole l’antica qualità?

Ha approvato una legge fiscale finalmente e definitivamente progressiva che faccia pagare di più a chi più guadagna?

Ha aiutato i giovani ad avere una casa e gli studenti meno abbienti a trovare un alloggio?

Ha dichiarato l’avversione dell’Italia alla guerra?

Ha interrotto la complicità con Israele?

Ha mandato ufficialmente affanculo Trump?

E cento altre cose che sono assolutamente necessarie per fare diventare questo Paese una cosa migliore rispetto alla robaccia che è diventato?

No. Nulla di tutto questo. E allora perché festeggiano? Perché lei è tanto felice? Ve lo dico io: perché hanno approvato una legge truffa. Una nuova legge elettorale. Una legge che permetterà a molti di loro di continuare a occupare il Parlamento. Una nuova legge elettorale che permetterà a molti di loro di continuare a succhiarci il sangue.

Di aprire ristoranti con mafiosi e potere nascondere le chat. Di truffare l’INPS senza andare in galera, decidere chi viene eletto, proteggere amici e interessi, sottrarsi alle proprie responsabilità e garantirsi una pensione che l’85% degli italiani, nei prossimi anni, non vedrà neppure dipinta in un quadro.

Gli italiani soffrono, il Paese affonda, ma loro brindano e lei sorride felice. Non hanno risolto nessuno dei problemi degli italiani, però hanno risolto il problema della propria rielezione. Potevamo forse aspettarci qualcosa di meglio da una scadente compagnia di guitti e ballerine? Se non uno squallido e scalcinato show?


Il programma del campo largo? Tutti ne parlano ma nessuno l’ha visto. E intanto Renzi occhieggia a Forza Italia


Sostegno armato all’Ucraina: per Conte non se ne parla proprio, Schlein viaggia sui consueti sentieri degli equilibrismi dialettici alla Veltroni

Il programma del campo largo? Tutti ne parlano ma nessuno l’ha visto. E intanto Renzi occhieggia a Forza Italia

(Renzo Parodi – ilfattoquotidiano.it) – Ultime notizie dal campo di Agramante del fronte progressista, definirlo alleanza suonerebbe una nota stonata.

La segretaria dl Pd Elly Schlein ha infarcito la sua relazione alla direzione del partito di una frase-cult: “Il programma si scrive con tutta l’alleanza, sapendo bene che bisogna essere inclusivi, ma che non è che uno vale uno in quella discussione. Perché a noi non ci ha regalato niente nessuno, se siamo saldamento il primo partito dell’opposizione ce lo siamo guadagnati col sudore e con l’impegno, a convincere le persone una per una che ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze, alle europee alle regionali e alle comunali. Generosi sì, ingenui no”.

Senonché al momento il programma (promesso entro settembre) è il Sarchiapone del campo largo. Ne parlano tutti ma nessun l’ha ancora visto. I 5 Stelle almeno hanno definito il loro programma, sulla base della consultazione allargata condotta a settembre fra 17mila militanti: il fulcro (e il nodo che minaccia di strangolare l’accordo futuro) sta nella arcinota questione del sostegno armato all’Ucraina. Per Conte non se ne parla proprio, Schlein viaggia sui consueti sentieri degli equilibrismi dialettici alla Veltroni. “Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ucraino, che subisce un’aggressione criminale da parte della Russia e siamo convinti che l’Europa debba rendere più chiaro il proprio impegno per una soluzione diplomatica e negoziale ed esercitare un’iniziativa che fin qui è mancata, perché per costruire la pace non possiamo aspettare che cada l’ultimo fucile. L’Unione deve nominare adesso un negoziatore unico europeo e non lasciare alle ambigue telefonate tra Trump e Putin una discussione che riguarda il futuro degli interessi di sicurezza ucraini ed europei… Ma sono fiduciosa che troveremo un punto di sintesi all’altezza della responsabilità che abbiamo e del quadro europeo in cui ci muoviamo e in cui tutti condividiamo l’ambizione di portare una svolta”.

La minoranza Dem del partito, che vagheggia di defenestrala, non ha partecipato al voto sulla relazione della segretaria. Il motivo? Sentite Guerini: “Sulla costruzione del programma e sull’individuazione del percorso che ci poterà alle primarie ci sono punti che abbiamo posti e che devono essere ancora chiariti”. Appuntamento all’assemblea generale del 18 ottobre per lo showdown, ci si augura conclusivo. Il mandato di Schlein scade a marzo 2027, la proroga causa elezioni sembra scontata ma mai dire mai…

Gli attacchi concentrici di Gori, Sensi e degli altri esponenti dei sedicenti “rifomisti” si erano concentrati sul partito di Conte: il Pd continuerà ad armare l’Ucraina, Conte se ne faccia una ragione, se vuole costruire con noi l’alleanza. La minaccia è diretta più a Schlein che a Conte. Sottinteso: la segretaria non si pieghi alle ragioni del M5S. Il leader dei 5 Stelle ha subito rilanciato le primarie, ipotesi che inquieta il Pd, che pure l’aveva sposata. In alternativa, il federatore che al partito democratico però non piace affatto. I papabili Ruffini e Gabrielli hanno dato vita ad un nuovo progetto civico: Più Uno. Tabacci fornirà le firme necessarie per correre alle elezioni. Obiettivo dichiarato: allargare l’opposizione a Meloni all’area moderata e riformista fino a Matteo Renzi. Il quale imbastisce un finto duello in casa Fedez con Vannacci. L’ex Rottamatore si è autonominato Kraken, il nostro mitologico nascosto sul fondo del mare.,

Alla Leopolda attacca a testa bassa il M5S: ”L’Ucraina non si vende, si difende. A chi dice solo no alla armi dico che le armi servono. Noi rivendichiamo lo sforzo diplomatico ma se non mandiamo le armi l’Ucraina non c’è più. Su certi temi noi non abbiamo paura di nessuno”. Qualora non fosse chiaro da che parte stia, Renzi ha precisato: “In un mondo di Francesca Albanese io sono fiero di essere sempre dalla parte di Liliana Segre, che significa essere dalla parte di me stesso”.

Ovviamente Renzi ammicca pure lui al centro e garrulo si allarga al punto di invitare quelli di Forza Italia ad aggiungersi all’allegra compagnia riformista: “Lasciate il partito e venite con noi. Non potete stare con chi nega l’Europa. Le porte sono aperte. Sono certo che qualche segnale arriverà a breve”. Può essere, nel frattempo però dal leader di Fi Tajani arriva un netto fin de non recevoir: “Il centro è uno solo, Forza Italia. Siamo il centro di gravità permanente della politica italiana”. Roberto Occhiuto, presidente della Calabria, ci mette il carico da undici: “Renzi, Boschi, Calenda, Marattin li vorrei nel centrodestra”. Nel caso decidessero il saltafosso, i quattro dovrebbero fare pochissima strada…


Esercitazione Nato in Italia, la Difesa: “Non saranno usate armi reali”. Ma l’Alleanza conferma: “Sarà nucleare”


Il ministero della Difesa spiega che l’operazione “rientra nell’ambito della cornice di difesa strategica integrata” e “non è legata a specifiche crisi o agli sviluppi internazionali”

Esercitazione Nato in Italia, la Difesa: “Non saranno usate armi reali”. Ma l’Alleanza conferma: “Sarà nucleare”

L’esercitazione annuale della Nato “Steadfast Noon“, che quest’anno si svolgerà in Italia dal 13 al 20 ottobre, avrà natura “nucleare“. Lo ha confermato la responsabile della politica nucleare dell’Alleanza atlantica, Nassima Barrows, rispondendo all’Ansa dopo che alcuni parlamentari – tra cui Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e sinistra – hanno annunciato interrogazioni. Mercoledì, annunciando l’esercitazione, l’Aeronautica militare italiana ha specificato che nelle operazioni “non è previsto l’impiego di alcun armamento reale“. Nel comunicato però non si fa alcun riferimento alla natura nucleare delle operazioni. E la dirigente della Nato, incalzata su questo dai cronisti, lancia una stoccata al nostro governo: “Vorrei sottolineare che abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l’Italia sulla comunicazione e ritengo comunque che vi sia piena sintonia sul fatto che Steadfast Noon sia un’esercitazione nucleare”, risponde.

“Le attività sono esclusivamente finalizzate a verificare procedure, coordinamento e standard di sicurezza tra le forze alleate. Pianificata da tempo, Steadfast Noon si svolge secondo la programmazione ordinaria e di routine dell’Alleanza e non è legata a specifiche crisi o agli sviluppi internazionali del momento”, si legge nel comunicato del ministero della Difesa. Il dicastero di Guido Crosetto spiega che l’esercitazione “rientra nell’ambito della cornice di difesa strategica integrata della Nato, cui l’Italia partecipa in quanto Paese membro dell’Alleanza fin dal 1949″, e serve “a mantenere la preparazione delle capacità e delle procedure che contribuiscono alla deterrenza e alla difesa dell’Alleanza”. Il nostro Paese, viene ricordato, l’ha già ospitata sei volte: nel 2010, nel 2013, nel 2014, nel 2018, nel 2021 e nel 2023.


Trump-Putin, un’alleanza a tutto gas! 


(AGI) – Alti funzionari russi e statunitensi, tra cui l’inviato speciale Usa Jared Kushner, hanno tenuto colloqui per coinvolgere un investitore statunitense nei gasdotti Nord Stream – che rifornivano la Germania di gas prima dell’invasione russa dell’Ucraina – secondo quanto riferito a Reuters da cinque persone a conoscenza della situazione.

Alle discussioni hanno partecipato Kirill Dmitriev, stretto consigliere del presidente russo Vladimir Putin, e Kushner, genero del presidente Usa Donald Trump, hanno affermato le fonti. Kushner, che sta cercando di mediare una tregua tra Russia e Ucraina, considera le relazioni commerciali un elemento centrale per il ripristino della pace.

Un accordo di questo tipo consentirebbe agli investitori statunitensi di trarre profitto dai flussi energetici verso l’Europa una volta terminata la guerra.

Dmitriev e Kushner si sono incontrati a Mosca e a New York nelle ultime settimane. Sebbene non sia chiaro in che misura abbiano discusso del Nord Stream in tali occasioni, l’argomento rimane all’ordine del giorno, hanno riferito a Reuters due delle fonti.

“Qualsiasi accordo dovra’ essere negoziato dalla Russia con la Dfc (US International Development Finance Corporation) e con il dipartimento del Tesoro, e dovra’ andare a vantaggio dei contribuenti e delle aziende statunitensi”, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca interpellato in merito alle discussioni sui gasdotti. Non ci sono state “discussioni recenti sul Nord Stream”, ha precisato il funzionario a Reuters.

Dmitriev, che si e’ fatto promotore della ripresa delle vendite di gas russo alla Germania, ha incontrato il mese scorso rappresentanti dei dipartimenti dell’Energia e del Tesoro Usa per discutere di potenziali iniziative energetiche congiunte tra Stati Uniti e Russia.

Rimane incerto il livello di interesse di Washington nel perseguire la riattivazione dei flussi di gas russo verso la Germania, il maggiore consumatore di energia in Europa.

Un funzionario statunitense ha affermato che, dati gli ostacoli esistenti, un accordo appare improbabile nel medio termine. I gasdotti Nord Stream sono soggetti a sanzioni da parte di Stati Uniti e Ue, il che rende illegale qualsiasi riavvio delle operazioni. Trump potrebbe revocare o allentare le sanzioni Usa, ma l’operazione diventerebbe piu’ complessa qualora i Democratici dovessero ottenere il controllo del Congresso nelle elezioni di meta’ mandato del mese prossimo.

Una portavoce del ministero tedesco dell’Economia e dell’Energia ha dichiarato che il Nord Stream e il gas russo sono soggetti a sanzioni in Europa e che la Germania ha individuato fonti di approvvigionamento alternative. Ha inoltre precisato che un’eventuale riapertura dei gasdotti richiederebbe l’approvazione del governo, un’ipotesi che non e’ auspicata.

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Germania acquistava dalla Russia oltre la meta’ del proprio gas attraverso i due gasdotti Nord Stream. Questi erano stati messi fuori servizio dopo che Mosca aveva drasticamente ridotto le forniture all’Europa, per poi essere distrutti da una serie di esplosioni sottomarine nel settembre 2022. A luglio, la procura tedesca ha accusa le autorita’ ucraine di aver commissionato il sabotaggio di Nord Stream nel 2022.


Donald Trump torna a chiedere il Nobel per la Pace


“Mai nessuno nella storia di questo premio lo ha meritato quanto me”. Alla vigilia della nomina del vincitore, il presidente degli Stati Uniti rivendica di aver posto fine a otto guerre e di aver salvato milioni di vite. Tra i favoriti, per i media, c’è il primo ministro canadese Mark Carney

(Lavinia Ceci – lespresso.it) – “Avrei dovuto riceverlo già quattro o cinque volte”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump torna a chiedere il Nobel per la Pace: “Nessuno nella storia del premio l’ha meritato più di me” ha detto dallo Studio Ovale in occasione di un comizio elettorale, ricordando come anno scorso María Corina Machado glielo ha consegnato: “Un riconoscimento del suo impegno per la libertà del Venezuela”.

Le prime “candidature” al premio si collocano tra il 2016 e il 2018, dapprima da parte di un cittadino statunitense che avrebbe nominato Trump come portavoce dell’idea della “pace attraverso la forza”, racconta Politico. Nel 2018 poi, sulla scia del vertice di Singapore, quando il presidente Usa discusse di denuclearizzazione con il nordcoreano Kim Jong-un, il Miami Herald riporta che 18 deputati repubblicani statunitensi e due parlamentari norvegesi – a cui si aggiunse il presidente sudcoreano dell’epoca, Moon Jae-in – avanzarono la candidatura ufficiale.

Il 2020 apre una nuova fase, con la mediazione in Medio Oriente e la firma degli Accordi di Abramo: nel settembre di quell’anno il parlamentare norvegese di destra Christian Tybring-Gjedde nominò Trump lodandone il lavoro nella costruzione di un dialogo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. La frustrazione per il mancato riconoscimento iniziò a palesarsi durante i comizi elettorali a ridosso delle elezioni, vinte poi dall’avversario Biden: Trump si paragonava polemicamente al predecessore Barack Obama, che vinse il Nobel per la Pace nel 2009, all’inizio del suo primo mandato.

La rielezione alla Casa Bianca del 2024 riapre la partita. A inizio anno la deputata repubblicana Claudia Tenney presentò una nuova candidatura per gli Accordi di Abramo, che nell’ottobre del 2025 si impose all’attenzione pubblica dopo la mediazione della tregua temporanea a Gaza del 10 ottobre. Il Comitato, però, assegnò il Nobel alla leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, che dopo averlo ricevuto lo consegnò simbolicamente a Trump per l’impegno mostrato verso la libertà del Paese: “Sappiamo che possiamo contare su di lui”, avrebbe detto Machado.

“Ho posto fine a otto guerre, grandi, e salvato milioni e milioni di vite umane”, afferma oggi Trump, aggiungendo che di essere prossimo a concluderne una nona, quella in Iran: “Ho salvato il mondo dalla distruzione globale, perché l’Iran non avrà mai l’arma nucleare”. Sono settimane che annuncia di non essere più disposto a negoziare con il Paese, eppure il presidente conferma che la guerra è prossima alla fine. Prima delle elezioni del midterm, previste per il 3 novembre, il Pentagono ha già predisposto una nuova serie di raid aerei contro siti energetici e obiettivi militari iraniani.

Nel frattempo, Associated Press inserisce in cima alla lista del cento favoriti di quest’anno il primo ministro canadese Mark Carney, che ha intensificato la sua attività diplomatica e promosso le relazioni tra il Canada e altri partner internazionali. Anche il Times lo ha inserito nella sua lista delle cento persone più influenti del 2026.


Giorgia, abbiamo un problema!


(ANSA) – ROMA, 08 OTT – “Fratelli d’Italia sale al 27,0% (+0,5 punti rispetto al 24 settembre), mentre il Partito Democratico scende al 20,4% (-0,7). Il Movimento 5 Stelle è al 13,5% (+0,3), Futuro Nazionale si conferma quarta forza al 7,8% (-0,3), davanti a Forza Italia al 7,4% (+0,1).

La Lega scende al 4,8% (-0,3) e Noi Moderati è stabile all’1,0%. Il blocco di governo (FdI, FI, Lega, NM) si colloca al 40,2%, che sale al 48,0% sommando Futuro Nazionale. Alleanza Verdi-Sinistra è al 5,8% (-0,1). L’area giallorossa (PD, M5S, AVS) si attesta al 39,7%, che sale al 43,7% includendo Italia Viva e +Europa:

un livello superiore al blocco di governo, ma inferiore all’insieme di centrodestra e Futuro Nazionale. Nell’area centrista Azione è al 3,3% (-0,1), Italia Viva al 2,5% (+0,3), +Europa all’1,5% (-0,1), Ora! all’1,2% (+0,1) e il Partito Liberaldemocratico all’1,1% (=). L’area degli astenuti e indecisi sale al 35,1% (+1,0)”. È quanto emerge dal sondaggio di Youtrend per Sky TG24. Lo si legge in una nota.

“Il giudizio sull’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è positivo per il 35% degli italiani (+2 rispetto al 24 settembre) e negativo per il 61% (+2), mentre chi non si esprime scende al 4% (-4). Il saldo resta negativo di 26 punti, invariato: il calo degli indecisi si distribuisce in modo uniforme fra i due fronti.

La frattura politica è netta: tra gli elettori di centrodestra il 94% dà un giudizio positivo, mentre nel Campo Largo i negativi arrivano al 93% e fra gli elettori dell’area centrista al 91%. Più diviso l’elettorato di Futuro Nazionale (54% positivi, 46% negativi), che si distingue dal resto dell’area di destra. Fra indecisi e astenuti prevalgono i giudizi negativi (67%)”, conclude la nota.

Nota metodologica: Sondaggio svolto con metodologia CAWI tra il 5 e il 6 ottobre 2026 su un campione di 805 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagati per quote di genere ed età incrociate, stratificate per titolo di studio e ripartizione ISTAT di residenza. Il margine d’errore è del +/- 3,5% con un intervallo di confidenza del 95%.


I sovranisti del loro deretano e l’insurrezione


(Tommaso Merlo) – Questo governo becero non ha mosso un dito neanche per fermare un genocidio ma tira fuori gli artigli per cambiare le regole del gioco elettorale in modo da ottenere più poltrone e continuare a godersi l’alta società. E questo nonostante l’Italia sia sull’orlo del baratro per colpa della loro inettitudine e dell’assenza di qualsivoglia idea su come uscirne. Stessa storia del tentativo di sottomettere la Magistratura per poter sguazzare nelle zone grige riservate ai potenti in santa pace poi finita col boomerang referendario sul loro nasino all’insù. I celebri sovranisti del proprio onorevole deretano. Sono decenni che la politica italiota non riesce nemmeno a mettersi d’accordo su come contare i voti e come rapportarsi in modo sano con gli altri poteri democratici e queste destre cafone non potevano certo esimersi dal provare a manomettere il sistema. Non capiscono come sia il buon esempio l’essenza di una buona leadership. E dato che nella vita contano i fatti e non le chiacchiere, il disgusto dei cittadini verso lorsignori è pienamente meritato. Politicanti dalla lingua biforcuta, dalla faccia di tolla e dal cuore di pietra che sprecano tempo ed energie per capricci di casta invece di farsi in quattro per alleviare le sofferenze di una popolazione sempre più povera, esasperata e allo sbando. Lavoro per cui i politicanti sono profumatamente pagati, risolvere i problemi concreti preferibilmente facendo meno chiasso possibile. Davvero, lo spreco di risorse pubbliche più indigesto in paesi come l’Italia è quello per mantenere l’abnorme carrozzone politico che invece di fungere da soluzione ai mali che ci affliggono, rappresenta il problema principale. Perché non solo non combina una mazza, ma impedisce alle forze sane e capaci di provarci. Ci vorrebbe una insurrezione generale di tutte le persone perbene che chiedono semplicemente una politica degna. E potremmo essere vicini ad una svolta. Con la pancia vuota e le palle piene anche la pecora più menefreghista e mansueta si mette a dare cornate. Scarseggia il gasolio che è la linfa del lunapark occidentale e sta diventando un lusso anche una mediocre sopravvivenza. Altro che sogni di gloria consumistica, pezze al culo e rischio di finire in mezzo ad una strada. Il tutto grazie agli illuminati statisti di Washington e Bruxelles che hanno scatenato la guerra nientepopodimeno che contro le nostre principali fonti energetiche. Drogati di arroganza e preportenza pensavamo che l’Impero occidentale prevalesse facilmente anche questa volta a suon di bombe intelligenti e menzogne a grappolo. Ed invece eccoci qui, alle porte di quello che gli analisti definiscono un cataclisma economico. Anche se le guerre finissero oggi, ci vorranno anni per tornare alla normalità. E la pace è lontana. Sia Russia che Iran non hanno nessuna intenzione di trattare con gentaglia che si rimangia la parola il giorno dopo o addirittura ammazza i negoziatori. Mosca vuole risolvere le reali cause del conflitto sul campo di battaglia e anche l’Iran è determinato a combattere per la sopravvivenza fino alla fine. Mentre la Nato rutta senza uno straccio di prova contro la Russia pare che Trump voglia dare fondo agli arsenali e alla pazienza dei suoi generali che da mesi suggeriscono di fare le valige. Nessuno sa cosa abbiano in mano i sionisti per ricattare il presidente americano ma stando ai fatti deve essere qualcosa di davvero immondo. Secondo alcune gole profonde la demenza senile di Trump è degenerata al punto che potrebbe ricorrere all’atomica mentre i tre neuroni sani che gli rimangono hanno capito che l’invasione di terra è un suicidio. Nel frattempo l’Iran controlla lo Stretto e si gode lo spettacolo dei sondaggi di Trump che precipitano e dei costi del lunapark occidentale che decollano. Rischiamo un cataclisma economico che potrebbe però rivelarsi una grande opportunità di cambiamento radicale. Questo governo becero che non ha mosso un dito per fermare un genocidio non poteva che inchinarsi servilmente ai padroni dell’impero. I famosi sovranisti del proprio deretano e del paese altrui. Ma con la pancia vuota e le palle piene anche la pecora più menefreghista e mansueta si mette a dare cornate. Già, ci vorrebbe una insurrezione generale di tutte le persone perbene per ottenere perlomeno una politica degna che scelga la pace e si faccia in quattro per fare il suo lavoro e cioè risolvere i problemi dei cittadini.


Nuovo post vittimista di Meloni: stavolta s’indigna col Pd di Pontedera. “Mi chiamano ‘ciociara’, ne sono orgogliosa”


Nel giorno del voto decisivo sulla legge elettorale, la premiercondanna sui social le parole di un consigliere dem della cittadina pisana, difendendo appassionatamente la Ciociaria

Nuovo post vittimista di Meloni: stavolta s’indigna col Pd di Pontedera. “Mi chiamano ‘ciociara’, ne sono orgogliosa”

(ilfattoquotidiano.it) – “Sono orgogliosa di essere definita ciociara“. Mentre il mondo è in guerra, l’inflazione galoppa e la legge elettorale da lei imposta passa in Parlamento in un clima da caserma, Giorgia Meloni sui social si occupa del Consiglio comunale di Pontedera. La premier dedica l’ennesimo post vittimista alle parole di un consigliere del Pd nel centro toscano, “tal Floriano Della Bella“, che durante una seduta la avrebbe definita “ciociara, nella maniera più dispregiativa”. E per questo”, spiega, “è stato richiamato dal presidente dell’aula, altro esponente del Pd, che aggiunge: “Per favore, usi termini consoni al suo ruolo”. Quindi”, affonda la presidente del Consiglio, “per questi signori essere “ciociari” è una vergogna e se lo dici a qualcuno equivale a insultarlo. Non solo: è addirittura un termine che non va pronunciato in un luogo istituzionale. Mi spiace per loro, ma io non la penso così. E sono orgogliosa di essere definita ciociara. Perché la Ciociaria è uno dei territori più belli, antichi e straordinari della nostra Italia”, arringa.

Segue un’appassionata descrizione della regione storica del basso Lazio, “terra di papi e condottieri, di santi e artisti, di letterati e poeti. Cicerone, Caio Mario, Bonifacio VIII, San Tommaso d’Aquino, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Nino Manfredi e tanti altri uomini e donne che nel corso del tempo hanno fatto la nostra storia”. Poi la stoccata finale ai facinorosi del Pd di Pontedera: “Si riempiono la bocca di popolo, rispetto e coesione. Ma poi insultano, in un colpo solo, quasi mezzo milione di italiani definendoli inferiori, ignoranti, cittadini di serie B. Ma ad essere ignoranti sono solo loro. Viva la Ciociaria!”, conclude. Una momentanea passione per l’Italia di provincia confermata da un appuntamento in programma giovedì pomeriggio, quando, come risulta dalla sua agenda, la premier presenzierà “all’inaugurazione e presentazione dei lavori di riqualificazione di Palazzo Saladini Pilastri, ad Ascoli Piceno“.

Il “caso” denunciato dalla premier, ovviamente, scatena i colonnelli di FdI nel Lazio. “Esprimo la mia piena solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per le parole che, come ha denunciato, le sono state rivolte dall’esponente del Partito democratico Floriano Della Bella durante una seduta del Consiglio comunale di Pontedera. Definirla “ciociara” precisando di intendere il termine nella sua accezione più dispregiativa significa offendere, insieme a lei, un’intera comunità“, accusa il governatore regionale Francesco Rocca. E non può mancare il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida: “La distorsione del termine “ciociara” in senso peggiorativo offende la storia e la cultura. Di fronte a una simile denigrazione, una donna può legittimamente difendere questo termine e questa definizione, così come va tutelata ogni identità culturale della nostra splendida Italia. Il Partito democratico porga le sue scuse, prima ancora che alla Presidente del Consiglio, agli abitanti della Ciociaria residenti in Italia e ai tanti sparsi nel mondo”.


Legge elettorale: via libera definitivo


(repubblica.it) – La nuova legge elettorale viene approvata in via definitiva (con 227 voti favorevoli, 164 contrari e nessun astenuto) con voto segreto dalla Camera tra gli applausi del centrodestra e le proteste delle opposizioni. Che mostrano in aula cartelli contro la riforma: “No all’Imbroglio”, “Legge Truffa”, “Con Meloni Gasolio a 3 euro”, “Con Meloni salari al palo”, “Con Meloni – sanità e + armi”. Prima in dichiarazione di voto si sono iscritti a parlare tutti i leader del centrosinistra, da Elly Schlein (Pd) a Giuseppe Conte (M5s), da Angelo Bonelli (Avs) a Riccardo Magi (+Eu). Ieri la Camera ha approvato la terza fiducia posta dal governo sui primi tre articoli della legge. Vigilia al Med9 in Croazia per la premier Giorgia Meloni. “Sono tranquilla come sempre”, assicura mentre le opposizioni continuano ad attaccare: “Avete paura della vostra stessa maggioranza e degli italiani” e chiedono il voto manuale con le palline per evitare che i deputati di maggioranza siano controllati.


In Europa il governo italiano ha votato NO alla tassa sugli extraprofitti dei petrolieri


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Appena due settimane fa, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivendicava gli sforzi del governo italiano nelle sedi europee per chiedere alle istituzioni comunitarie un intervento sugli extraprofitti dei colossi del petrolio. «Spero che anche il resto d’Europa si svegli», diceva, mentre Bruxelles puntualizzava all’Italia che avrebbe potuto intervenire autonomamente, sfruttando i propri strumenti nazionali. Dopo lo scaricabarile istituzionale, il governo ha svelato le carte: gli eurodeputati di Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato contro un emendamento alla relazione del Parlamento europeo sull’approccio dell’UE alle imposte societarie, che chiedeva alla Commissione di «presentare senza indugio una proposta per tassare gli extraprofitti consolidati delle grandi compagnie petrolifere e del gas», con l’obiettivo di sostenere le famiglie europee. L’emendamento è stato respinto. Se FDI e FI hanno votato contro, i deputati della Lega si sono astenuti. Intanto, Meloni torna a parlare di accise mobili, affermando che il governo è pronto a riattivare il meccanismo che aveva promesso sarebbe scattato giorni fa.

Il tema della tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere è arrivato sui tavoli comunitari lo scorso agosto. Verso la fine del mese ha iniziato a circolare una lettera firmata da sei Paesi dell’UE e indirizzata alla Commissione, nella quale veniva evidenziato il «bisogno di un approccio congiunto che garantisca che coloro che traggono profitto dalla crisi facciano la loro parte nel ridurre l’onere per il pubblico in generale». Il contenuto della richiesta è stato confermato sin da subito dalla vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli: «Bene la richiesta dei Paesi europei, tra cui l’Italia, di una tassazione comunitaria degli extraprofitti per permetterci di arginare i prezzi della benzina. Il governo Meloni è in prima fila per sostenere gli italiani anche su questo fronte e lo fa con ogni mezzo necessario».

In appena due giorni, i portavoce dell’esecutivo europeo hanno rispedito la richiesta al mittente, dando il via allo scaricabarile istituzionale: «Tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale», dichiaravano il 25 agosto. Il governo italiano non ha mai risposto a tali dichiarazioni. Nel frattempo, tuttavia, è tornato più volte sulla questione, presentando la presunta battaglia per l’introduzione della misura come una priorità. A farne un tema centrale è stato soprattutto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, esponente della Lega, partito che, messo davanti alla possibilità di intervenire sul tema, ha preferito astenersi. Di preciso, l’emendamento interveniva sulla relazione dell’Eurocamera relativa all’approccio dell’UE alla politica in materia di imposte societarie. Se approvato, avrebbe formalizzato una richiesta alla Commissione per l’introduzione di una misura di tassazione degli extraprofitti delle compagnie petrolifere.

Intanto Meloni torna a parlare  di accise mobili: ieri, incalzata dai giornalisti, ha dichiarato che il governo sarebbe «pronto a intervenire di nuovo» per calmierare i prezzi del carburante, in particolare proprio «con il meccanismo delle accise mobili». Si tratta di un intervento che prevede l’utilizzo dell’extragettito fiscale derivante dall’IVA sui carburanti per ridurne il costo: detto in maniera semplice, quando aumenta il prezzo del carburante, aumenta anche l’IVA incassata dallo Stato, generando un gettito aggiuntivo che può essere utilizzato per ridurre il prezzo alla pompa. Meloni, tuttavia, non ha assicurato che la misura entrerà in vigore: «Al mese di settembre abbiamo circa 170 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo», ha spiegato. «Ci stiamo interrogando se sia più efficace spenderli in questo momento, in cui comunque ci sono misure di contenimento, o tenerli come provvista quando dovessero terminare quelle misure. Dipende anche dalla tenuta del cap», ossia il tetto sui prezzi introdotto dalle compagnie petrolifere.

Le stesse compagnie petrolifere intervenute con misure di contenimento dei prezzi hanno criticato gli indugi dell’esecutivo sulle accise mobili: a inizio settembre il governo aveva infatti dichiarato che la misura sarebbe dovuta scattare con la scadenza dei tagli sulle accise, il 6 ottobre. Nel frattempo sono arrivati i tetti su gasolio e benzina di Eni, Q8, Total e IP, mentre Meloni ha rinviato la decisione: nessun decreto è stato emanato per introdurre il meccanismo. Eni ha dichiarato di non avere intenzione di farsi carico del rialzo delle accise e ha ridotto il proprio sconto sui carburanti. Non si tratta, insomma, solo della tassa sugli extraprofitti: nei mesi scorsi il governo Meloni ha annunciato più volte interventi sul caro carburanti che non hanno poi trovato attuazione, dimostrandosi forte a parole, ma debole nei fatti. Nel frattempo, i prezzi alla pompa restano sopra i 2 euro al litro, aumentando il peso del caro carburanti sulle tasche degli italiani.


Le piazze degli altri


Perché la sinistra italiana sogna la Francia e governa la pace sociale

(Giuseppe Libutti e Angelica Cavone – lafionda.org) – Ogni volta che la Francia torna a riempire le proprie piazze, una parte della sinistra italiana volge lo sguardo oltralpe e si domanda perché qui nulla di simile accada. Le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni, i porti e le raffinerie fermi, l’intersindacale compatta di fronte all’Eliseo. Da noi la Fornero, il Jobs Act, l’austerità e ora la questione abitativa sono trascorsi senza una risposta di pari intensità.

La domanda è legittima, ma poggia su un equivoco. La piazza non è un evento, è l’esito ultimo di un processo. Il malcontento si fa organizzazione, l’organizzazione elabora una rivendicazione, la rivendicazione diventa sciopero e mobilitazione, e soltanto allora pressione politica. In Francia questa catena ha tenuto. In Italia si è spezzata. E chi oggi rimpiange le piazze francesi ha concorso prima a spezzarla, poi a impedire che venisse ricomposta.

La tenuta francese ha ragioni anzitutto strutturali. Lo Stato è accentrato e le decisioni hanno un titolare riconoscibile. I gilet gialli nacquero da un’accisa sul carburante e trovarono subito il proprio interlocutore nel governo che l’aveva voluta. I sindacati, esigui nel numero, conservano una vocazione conflittuale che, quando si fa unitaria, arresta il Paese.

La frattura italiana viene da lontano. Dopo la sconfitta alla FIAT del 1980 il sindacato ha progressivamente spostato il proprio baricentro dal conflitto alla concertazione, tutelando chi già godeva di garanzie mentre ai margini cresceva un lavoro frammentato che non vi si riconosceva. La sinistra di governo, con il pacchetto Treu del 1997, ha contribuito a generare proprio le figure più refrattarie all’organizzazione, e ha assunto il vincolo esterno come orizzonte, sottraendo le scelte economiche alla contestazione in nome della necessità. Ma il passaggio decisivo è stato la dissoluzione, dal PCI al PD, di quella trama di sezioni, Case del popolo, cooperative e associazioni che Gramsci avrebbe chiamato casematte, e che per decenni aveva trasformato il disagio in organizzazione.

Con il declino della fabbrica, il conflitto ha cambiato terreno. Disperso nella logistica e nella catena degli appalti, il lavoro ha smesso di essere il luogo in cui ci si riconosce e ci si organizza, e le contraddizioni si sono spostate là dove la vita materiale si concentra, cioè nelle città. La casa, gli affitti, il verde, gli spazi pubblici, il diritto stesso a restare in un quartiere sono diventati le nuove linee di frattura. Era qui che le casematte superstiti avrebbero potuto ricomporre ciò che la fabbrica non teneva più insieme. Ma tante città sono anche il luogo in cui il centrosinistra governa, e quella trama, anziché farsi strumento di organizzazione del conflitto, è diventata strumento di governo del consenso.

Il modello urbano adottato negli ultimi vent’anni lo ha reso quasi inevitabile. Turismo, grandi eventi, rigenerazione affidata ai capitali privati. Una città pensata anzitutto per attrarre investimenti tende ad avere bisogno di quiete, e la quiete si governa oggi non soltanto attraverso la repressione, ma sempre più attraverso l’inclusione. I patti di collaborazione stabiliscono chi può agire su uno spazio e a quali condizioni, concedendo legittimità a chi si assume gratuitamente l’onere della cura. Poli civici, laboratori di quartiere, consulte e tavoli accolgono le istanze, le registrano, le differiscono. Una partecipazione ampia nelle forme ed esile negli effetti. L’assetto regge perché una parte consistente dei movimenti e della società civile organizzata vi ha trovato collocazione. Spazi sociali regolarizzati, associazioni che vivono di bandi, cooperative con servizi esternalizzati, attivisti approdati nelle liste e negli staff delle giunte. Talvolta è integrazione compiuta, più spesso timore delle conseguenze. Un rapporto conflittuale può costare uno spazio, un finanziamento, una convenzione, un posto ai tavoli che contano, talvolta una denuncia. La prudenza reiterata si sedimenta in abitudine, nessuno rinuncia al conflitto, ma ogni volta esiste una ragione plausibile per rinviarlo.

A esporsi restano i comitati spontanei e i cittadini privi di appartenenze, trattati proprio per questo come una questione di ordine pubblico. A Bologna il presidio del Parco Don Bosco è stato sgomberato all’alba del 3 aprile 2024 per abbattere gli alberi destinati alle nuove scuole Besta, e al Pilastro quelli del parco Mitilini-Moneta sono caduti per il Museo Futura sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine. A Reggio Emilia il Bosco Ospizio, cresciuto spontaneamente in un quartiere popolare, cede il passo a un supermercato Conad in forza di una convenzione con il Comune, e i cittadini che hanno tentato di fermare i lavori sono stati denunciati. Un’amministrazione progressista e una grande cooperativa sorte nel medesimo alveo politico, e in mezzo un quartiere che non ha trovato ascolto. È quanto rimane delle casematte quando cessano di organizzare e cominciano ad amministrare.

A Roma le proporzioni crescono. L’inceneritore di Santa Palomba è stato deciso con i poteri commissariali del Giubileo, e il cantiere è partito nel maggio 2026 dopo che il TAR ha respinto i ricorsi dei comitati. Lo stadio di Pietralata segue la stessa logica. Agli ex Mercati Generali di Ostiense la convenzione con il fondo statunitense Hines, che prevede fra l’altro uno studentato privato da duemila posti, è stata firmata nel novembre 2025, i tavoli con residenti e comitati inaugurati a gennaio. Il confronto è giunto a decisione presa. E il Rialto Sant’Ambrogio, spazio sociale chiuso nel 2015 da una giunta di centrosinistra, è stato concesso in pieno genocidio a Gaza, gratuitamente e senza bando, per trent’anni rinnovabili per altri venti, a un liceo paritario privato i cui lavori saranno finanziati anche da capitali sui quali Roma Capitale non ha effettuato un’istruttoria. Lo spazio che ospitava il conflitto è stato prima svuotato, poi riassegnato in silenzio.

In ognuno di questi casi è mancata una rete organizzata disposta a stare con i comitati anche contro un’amministrazione affine. Quella rete esiste ancora, ma è troppo intrecciata con chi governa per concedersi una simile libertà.

Ne risente il lessico della mobilitazione. L’antifascismo, sottratto al terreno della casa, del salario, del diritto a restare nella propria città, rischia di ridursi a contrassegno di appartenenza. L’opposizione al liberismo smarrisce credibilità in bocca a chi governa con project financing, partenariati pubblico-privato, fondi immobiliari e valorizzazione del patrimonio pubblico. Le parole conservano la loro verità, ma non muovono chi ne ha visto praticare il contrario.

Il malcontento, intanto, ha cambiato corso. Una parte si è ritirata nell’astensione, un’altra ha trovato nel voto antisistema lo sbocco che un tempo avrebbe trovato nell’organizzazione. Un’altra ancora vive in conflitti reali ma dispersi, come le vertenze della logistica, costruite dal basso da lavoratori, anche in gran parte stranieri, fuori dai sindacati confederali e spesso contro di essi. Un anno fa gli scioperi e le manifestazioni per Gaza hanno mostrato che la disponibilità a mobilitarsi sussiste quando una causa giunge priva di mediazioni. Ma senza una rete radicata e autonoma, l’onda si ritira lasciando ben poco.

La domanda andrebbe dunque rovesciata. Non perché l’Italia non conosca le piazze francesi, ma perché le si desideri senza volerne ricostruire le premesse. Un’organizzazione radicata dove la vita materiale si è fatta più ardua, capace di parlare a chi lavora fuori dai perimetri tutelati, autonoma dalle istituzioni anche quando si dichiarano amiche, disposta a pagare il prezzo del conflitto. Finché partiti, sindacati, movimenti e società civile organizzata inseguiranno la mobilitazione di massa preservando la propria posizione nel sistema che la rende improbabile, la Francia resterà uno spettacolo da contemplare, non un esempio da seguire.


Bocchino inviava le mail a Lavitola, Ranucci attacca: “Tentò di condizionare Report”


L’ex parlamentare, secondo Libero, avrebbe inoltrato al faccendiere uno scambio di mail relativo a un’inchiesta del 2021 sulla centrale di Presenzano. Il giornalista: “Fatto grave se è vero”. La replica: “Mai cercato di condizionare nessuno”

Bocchino inviava le mail a Lavitola, Ranucci attacca: “Tentò di condizionare Report”

(di Andrea Ossino – repubblica.it) – Valter Lavitola era il “pescivendolo di fiducia”. Così Italo Bocchino aveva definito l’ex faccendiere finito in carcere con l’accusa di aver fatto piazzare una bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci. Ma tra i due, oggi, emerge un rapporto che va al di là di orate, dentici e calamari. Lavitola leggeva le mail personali di Bocchino. Le riceveva e le inoltrava. O almeno questo è accaduto in un caso. Riguarda un’inchiesta di Report: “Se è vero Bocchino tentava di condizionare Report attraverso il condizionamento di Lavitola”, scrive adesso sui social Ranucci. È il nuovo capitolo di una storia nella quale le persone si incrociano, i rapporti si sovrappongono e le versioni finiscono per entrare in conflitto.

La centrale di Presenzano

Il punto di partenza è un articolo pubblicato ieri da Libero, il quotidiano edito dal parlamentare della Lega Antonio Angelucci. La vicenda risale al novembre 2021, quando Report, allora condotto da Ranucci, si occupa della centrale turbogas di Presenzano. La redazione cerca di intervistare Alfonso Gallo, titolare della Geko spa di Roma, società attiva nella filiera energetica.

Gallo, preoccupato per l’intervista, si rivolge a Bocchino. I due si conoscono da trent’anni. Bocchino gli consiglia di non rilasciare l’intervista e inoltra la richiesta ricevuta dalla società a una giornalista, addetta stampa, perché possa assistere l’imprenditore. Il passaggio che cambia la storia arriva qualche mese dopo.

Lo scambio di mail

Secondo la ricostruzione di Libero, Bocchino avrebbe infatti inviato a Lavitola lo scambio di mail tra la redazione di Report e Gallo. È questo il dettaglio sul quale si concentra oggi Ranucci. Perché Lavitola, sostiene il conduttore, non sarebbe rimasto estraneo alla vicenda.

“Il Direttore Editoriale del Secolo d’Italia, organo di stampa di FdI, secondo Libero avrebbe cercato di condizionare un’inchiesta di Report”, scrive Ranucci. E aggiunge: “Fatto grave se è vero. Cioè Bocchino tentava di condizionare Report attraverso il condizionamento di Lavitola”.

È un ribaltamento della storia che da mesi ruota attorno a Lavitola e Ranucci. Finora il conduttore di Report veniva accusato di subire il “fascino” di Lavitola, intenzionato a condizionare la trasmissione. Adesso Ranucci indica un possibile passaggio precedente: Bocchino avrebbe fornito a Lavitola il materiale necessario per intervenire sulla vicenda.

Bocchino respinge tutto. “Non ho mai cercato di condizionare nessuno – dice a Repubblica –. Le parole di Ranucci denotano una scarsa serenità”.

Restano però due elementi sui quali la ricostruzione consente, almeno per ora, di fare chiarezza.

Il primo riguarda la mail. Lavitola non la inoltra a Ranucci. La invia a una persona che nel suo telefono è registrata con il nome “Magotony”. Il secondo riguarda l’intervista: Gallo alla fine non verrà ascoltato da Report.

La spiegazione è che nel frattempo erano emersi altri elementi. Nuove prove che, secondo Report, non confermavano le ipotesi giornalistiche iniziali sul ruolo della Geko nella vicenda della centrale di Presenzano. Come dire: “Aveva perso rilevanza”.

È qui che la storia torna al punto di partenza, ai tavoli del ristorante Cefalù di Lavitola, dove sia Bocchino che Ranucci sedevano, certe volte allo stesso tavolo. E il faccendiere “stava alla cassa, serviva ai tavoli, salutava”, come ha ricordato Bocchino.


Il trilaterale in mensa tra Conte e i leader di Avs: le primarie nel menu


Pranzo alla Camera per il capo del M5s con Fratoianni e Bonelli. Sul tavolo la scelta del candidato premier e i tempi per i gazebo

Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Giuseppe Conte

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Tavoli separati a Montecitorio. Quello sul programma latita, ancora non si sa se si farà e quando, in compenso i leader del cosiddetto campo largo continuano a incontrarsi, ma a gruppi di due, mai tutti insieme appassionatamente come quel primo giorno in trattoria. Era il 16 giugno, a un tiro di schioppo da Campo de’ Fiori: sono trascorsi quattro mesi, e da allora le condizioni atmosferiche nell’alleanza anziché migliorare segnalano bufera. Complice un dibattito sulle primarie — sì, no, forse — che sta surriscaldando il clima.

La settimana scorsa è toccato a Elly Schlein e Giuseppe Conte ritrovarsi in un luogo segreto per decidere di affidare ai gazebo la scelta del candidato premier — anche se qui le versioni divergono — senza però indicare né le regole né la data, su cui restano parecchie discordanze. Ieri ad attovagliarsi al ristorante della Camera sono stati il medesimo Conte e i due leader di Avs: prima il capo cinquestelle si è intrattenuto a lungo su un divanetto con Angelo Bonelli, poi insieme sono andati a pranzo e hanno invitato Nicola Fratoianni a unirsi al loro desco. Non la segretaria del Pd che nel frattempo, scortata dalla capogruppo Chiara Braga, aveva quasi finito ed è subito scappata via, inseguita da un principio di influenza — spiega lo staff — che la tormenta da un po’.

Nel menù, oltre ai piatti stampati su cartoncino color latte, le difficoltà di una coalizione che non riesce a fare progressi, rimasta impantanata nella lotta per la leadership. A dispetto delle smentite di rito: «Non abbiamo parlato di politica», chiarisce l’ex premier. Si è trattato solo di «un proficuo scambio di vedute», confermano gli altri due commensali. «Nulla di programmato, ci siamo incrociati, siamo andati a mangiare e abbiamo discusso di legge elettorale», precisa Bonelli.

Per tanti, un’improbabile excusatio. È noto che proprio i rossoverdi siano i più ostili alle primarie: le considerano «divisive», rischiano di seminare «scorie difficili da smaltire», perciò da evitare a ogni costo. Conoscono il malumore strisciante in un pezzo di Pd: «Se Elly non le vincesse, per il nostro partito sarebbe un disastro», gli ha confessato più d’un collega. Hanno apprezzato l’offerta di Conte alla segretaria dem — «Facciamo entrambi un passo indietro e individuiamo una figura terza, di garanzia, che vada bene a tutta la coalizione» — respinta però con perdite. Ecco perché non intendono mollare. Convinti che l’intervento anti-gazebo dell’avvocato possa ancora fare breccia al Nazareno.

Sempre che sia vero quanto raccontato. A sentire Schlein non si direbbe. Ai suoi lo ha confidato, un po’ spazientita: «Non è andata come riferisce Giuseppe, lui mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie e io ho risposto di sì, non ha mai ipotizzato un nostro passo indietro né un terzo nome». Due argomenti che non sarebbero stati neppure sfiorati. Per poi ritrovarseli spiattellati su Repubblica, lasciando un retrogusto davvero amaro.

Di certo c’è che tra le fila democratiche l’attivismo del capo del Movimento non è passato inosservato: «Si è messo in testa di fare il regista, vuol dare le carte», sibila un deputato di lungo corso, «non ha capito il messaggio “uno non vale uno” recapitato da Elly in direzione». I più maliziosi vedono nel pranzo a tre una saldatura 5S-Avs per spingere Conte alle primarie, se si faranno. Ma «non sarà il gioco delle sedie a dotarci di un programma convincente e di un profilo di governo», attacca il senatore Filippo Sensi: «Diamoci una mossa». Non al tavolo di un ristorante, ma a quello di coalizione, che ancora non c’è.