Come dimenticare il totale asservimento sul genocidio, la patetica presenza al Board of peace di Tajani, il silenzio sul Venezuela aggredito, il voto di astensione su Cuba, la guerra con l’Iran?

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Sbianchettare, cancellare, oscurare, far dimenticare; questo l’ordine partito dalla destra verso il polo RaiSet che, a reti quasi unificate, sta cercando di cancellare video, foto, immagini che possano ricordare gli amorosi sensi che, da sempre, hanno unito Trump, Netanyahu, Meloni, Tajani, Salvini. Del resto ci sarà una ragione se i Bannon, i Musk, i Rubio siano stati accolti con deferenza e cortigianeria.
Basterebbe far rivedere il video di Meloni che auspica il premio Nobel per la pace per il signore delle guerre, finanziato e sostenuto dai mercanti d’armi e dei sistemi di spionaggio e controllo. Come dimenticare il totale asservimento sul genocidio, la patetica presenza al Board of peace di Tajani, con tanto di cappellino Maga tra le mani…? E il silenzio sul Venezuela aggredito? Il voto di astensione su Cuba? La guerra con l’Iran? E il silenzio furbo e opportunista di queste ore? E le aggressioni verso Onu e Corte penale internazionale?
Landini, tempo fa, parlò di cortigianeria, lei insorse gagliarda, qualcuno nel centrosinistra scosse la testa, sarà il caso ora di chiedere scusa al segretario della Cgil, che aveva sbagliato ma per difetto.
Il polo RaiSet, in testa Telemeloni, non solo vuole “sbianchettare” la memoria collettiva, ma ha anche il compito di schiacciare sui pochi violenti, chi marcia per la pace, contro il riarmo, per Gaza, in difesa della scuola e della sanità pubblica, esattamente come accaduto prima del voto negli Stati Uniti. Pur di fermare gli oppositori giocheranno la carta della legge elettorale truffa e del manganello mediatico, senza escludere provocazioni ancora più eclatanti, secondo la tradizione dei neofascisti italiani e non solo.
Guai a sottovalutarli; sapranno gli oppositori superare divisioni e gelosie e dar vita ad una alleanza per la Costituzione capace di dare risposte radicali a domande sociali altrettanto radicali?
Il campo largo allunga sul centrodestra. È quanto emerge dalla Supermedia Youtrend/Agi sulle intenzioni di voto degli italiani

I dati della Supermedia di questa settimana sono molto stabili, con una eccezione, quello di M5s, che sale di un punto netto, variazione dovuta interamente a un sondaggio Ipsos, senza il quale il Movimento sarebbe in linea con le scorse settimane.
Si interrompe invece, dopo diverse settimane, il calo di Futuro Nazionale, attestatosi appena sotto il 7%. Questa settimana non compaiono, per insufficienza di dati, LiberalDemocratici e Sud chiama Nord.
Intanto l’Associazione Schierarsi ha commissionato un sondaggio a Ipsos Doxa per valutare la forza dell’Associazione e delle sue proposte. Di Battista, secondo fonti dell’Associazione, è conosciuto dall’85% degli italiani. Il 41% di chi lo conosce e si esprime al riguardo dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia, un valore che supera il 50% al Sud, nelle periferie delle grandi città e tra le fasce economiche più in difficoltà. Il partito di Di Battista pescherebbe soprattutto dal mondo dell’astensione e otterrebbe il potenziale maggiore al Sud e nelle periferie delle grandi città. Una lista di Di Battista nelle intenzioni di voto è stimata al di sopra del 3,0%, con un potenziale complessivo che sfiora il 13%.
FdI 27,9 (=)
Pd 20,2 (-0,1)
M5S 13,1 (+1,0)
Forza Italia 7,0 (-0,3)
Futuro nazionale 6,9 (+0,1)
Avs 6,3 (-0,2)
Lega 5,7 (+0,1)
Azione 3,2 (-0,1)
Italia Viva 2,3 (-0,1)
+Europa 1,5 (+0,1)
Noi Moderati 1,0 (-0,1)
Campo largo 45,0 (+0,7)
Centrodestra 42,5 (-0,4)
Futuro Nazionale 6,9 (+0,1)
Centro 3,2 (-0,8)
NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (22 ottobre 2026).
NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 22 ottobre al 4 novembre, è stata effettuata il giorno 5 novembre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati.
I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Eumetra (data di pubblicazione: 29 ottobre), Ipsos (31 ottobre), Only Numbers (23, 27 e 31 ottobre), SWG (26 ottobre e 2 novembre) e Youtrend (30 ottobre).
Innalzamento della soglia della flat tax per gli autonomi da 85 a 100.000 euro e riduzione della tassa sui canoni di locazione: oscenità fiscali

(Mario Pomini – ilfattoquotidiano.it) – C’era da aspettarsi che la legge di bilancio di quest’anno pre-elettorale fosse pirotecnica, caotica, piena di tante piccole misure sparse in tutte le direzioni, una specie di flipper che manda la pallina fiscale da tutte le parti. La realtà ha superato ogni previsione. Non solo il fisco italiano è diventato sempre più iniquo, complesso e barocco, ma ci sono delle misure che potremmo definire chiaramente oscene, intendendo con questo che offendono il comune senso del pudore, sempre fiscale.
Questo fisco vergognoso che piace alle destre ha un suo strumento principe di scassinamento, il cacciavite della flat tax, cioè l’imposta con aliquota bassa e proporzionale, che, poveretta, non ne ha nessuna colpa. Come al solito non è lo strumento, ma il modo con cui viene usato che offende la moralità fiscale. Tra le new entry del fisco osceno, ne prendiamo due, particolarmente significative.
La prima misura, forse anche in ordine di importanza, è l’innalzamento della soglia della flat tax per i lavoratori autonomi da 85.000 a 100.000 euro. Il costo stimato per l’erario è di 500 milioni di euro. Non è chiaro quanti siano i contribuenti interessati, ma l’anno prossimo questi abbonati alla ruota della fortuna del fisco invece di pagare un’aliquota del 43% sul reddito, tutto il reddito, pagheranno solo il 15%. Quindi la riduzione secca è di un terzo, decine di migliaia di euro.
La flat tax degli autonomi così ha concluso la sua gloriosa corsa, guidata da Salvini, verso l’ingiustizia fiscale, diventando una specie di creatura mostruosa. Vale la pena di ricordare, per decenza, che venne introdotta dal governo Prodi nel 2008, e dunque dai progressisti, per agevolare i contribuenti minimi con 30.000 euro di reddito e aliquota al 20%. Poi la materia venne sistemata dal solito Renzi, ancora i progressisti, con l’aliquota abbassata al 15% e il reddito elevato, ma non di molto. Insomma la tassa piatta aveva il lodevole e condivisibile scopo di aiutare i piccoli lavoratori autonomi, magari nella fase iniziale.
Successivamente la soglia fu portata nel 2016 a 65.000 euro da Conte, con un balzo abbastanza problematico perché si regalavano circa 700 euro al mese di sconto fiscale. Nel 2023 fu alzata ancora, dopo un confronto con l’Europa, a 85.000 euro da Meloni. Negli anni la perdita di gettito per l’erario è stata stimata in diversi miliardi di privilegio fiscale, compensati dai tagli. Ora si arriva a quota centomila, non certo per agevolare il famoso ceto medio ma solo per onorare una strampalata promessa fatta in campagna elettorale nel 2022. Pensare che ci sono persone in Italia che guadagnano fino a 100.000 euro e che pagano solo il 15% di tasse è un vero colpo di stato fiscale che tutti noi dovremmo contrastare, anche con i forconi e le proteste in piazza se necessario.
La seconda misura, una delle tante peraltro, del nuovo catalogo delle oscenità fiscali delle destre, ancora targata flat tax, è la riduzione proposta sulla tassa sui canoni di locazione. Oggi ci sono due aliquote, del 10% e del 21% per i proprietari di case, che in Italia superano i tre milioni. Con la nuova legge diventeranno quattro, aggiungendosi anche l’aliquota del 5% e addirittura dell’1%, una aliquota baby che non si era mai vista. Bell’esempio di coerenza per chi doveva semplificare il fisco. I proprietari di case che viaggiavano con l’aliquota al 10% la vedranno dimezzata. Naturalmente la scontistica della premier vale solo per i nuovi contratti, pre cui immagino ci sarà una corsa alla scadenza anticipata dei vecchi.
L’ultima aliquota, questa miseria dell’1% della quale lo stato si accontenta, vale per i proprietari che affittano ai giovani sotto i 35 anni che diventeranno allora un ambito terreno di caccia. Immagino che qui, nella mia città sede di università e con molti turn-over annuali, appariranno molti avvisi con la scritta affittasi appartamento, ma solo sotto i 35 anni. Riscuotendo un misero 1%, lo stato vedrà sbucare molti appartamenti prima sfitti a favore dei giovani? La teoria economica dice che è molto improbabile e che i soldi del risparmio fiscale li intascheranno volentieri i proprietari.
Questa non è una misura per i giovani, che pagheranno affitti esorbitanti come prima e avranno le difficoltà di sempre, ma un regaletto ai proprietari che credo nemmeno si aspettassero questa manna fiscale.
Se alcune categorie, sempre le solite peraltro, vengono viziate con nuovi privilegi fiscali, i soldi da qualche parte si devono recuperare. Ecco che ritroviamo i tradizionali e sostanziosi tagli, come ampiamente previsto. Intanto vengono ridotte le pensioni per la seconda volta. Nel biennio 23-24 il taglio è stato di sette miliardi e ora si ripete per pagare le varie flat tax. Comunque non tutti i pensionati devono lamentarsi perché i più anziani (più di 5 milioni) potranno curarsi con un succoso voucher da 300 euro da spendere dai privati. Non sarebbe stato meglio lasciare le cose come sono, senza togliere e senza dare? In teoria sì, ma c’è la sanità privata che scalpita, mentre quella pubblica può attendere. Altro articolo del catalogo del fisco osceno è il taglio diretto alla scuola con la soppressione di migliaia di cattedre. Inverno demografico o semplicemente inverno dell’intelligenza?
In definitiva, siamo di fronte alla finanziaria più oscena di sempre? A prima vista pare di sì, vedremo se il Parlamento respingerà un fisco governativo così depravato. Privilegi, favoritismi, privatizzazioni, tagli, tutto sembra scorrere senza senso nella grande cloaca diventata indecorosa, ma molto lucrativa per alcuni, in cui la premier Meloni ha trasformato il fisco italiano. Speriamo che gli altri soliti noti, cioè lavoratori dipendenti e pensionati, si sveglino e che le prossime elezioni funzionino da necessario depuratore per eliminare tutta l’immondizia fiscale accumulata in appena cinque anni.
Non riesco nemmeno a immaginare quali nuove oscenità fiscali potrà proporci ogni anno un ipotetico governo Meloni II, perché ci sono dei bei nuvoloni sopra la nostra testa e le grandinate economiche sono già cominciate. La politica dovrebbe essere un utile ombrello per tutti noi cittadini, ma no di certo con il governo della signora Meloni o affini.

( di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Salvini non sapeva. L’ha detto martedì a Milano, tra le motociclette dell’Eicma, a chi gli chiedeva dei tagli alla scuola, quasi settemila posti tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario, messi nero su bianco nell’articolo 66 della legge di bilancio. «Io non ne sapevo niente, e sono segretario del partito», ha risposto, convinto di portare un’attenuante e consegnando una prova. Il partito è il suo, e leghisti sono tanto il ministro dell’Economia che il taglio l’ha firmato quanto il ministro dell’Istruzione che lo subisce. Una settimana prima i capi della maggioranza posavano sorridenti alla conferenza stampa sulla manovra, uno di loro un po’ meno, e non era Salvini.
Il coro è arrivato puntuale. Bonelli ha osservato che allora il vicepremier dormiva durante i consigli dei ministri, il Pd ha parlato di uno che cade dalle nuvole, i Cinque Stelle di una pantomima ridicola e hanno chiesto chi si dimetta. Ma la scena si capisce meglio con quella di tre giorni prima. Sabato, a Roma, davanti ai cronisti e agli stessi tagli, Salvini aveva spiegato che Valditara «ha fatto miracoli in questi quattro anni», che lui stava seguendo la manovra per le parti del suo ministero e che avrebbe guardato quelle degli altri a ricognizione finita. Sabato difendeva il collega dal taglio, martedì ne ignorava l’esistenza. Poi è toccato a Valditara scoprirsi sorpreso e promettere che in Parlamento avrebbe lavorato per eliminare la misura del tutto, cioè per cancellare con i voti della maggioranza una norma scritta dalla maggioranza. Meloni, raccontano i giornali, si è infuriata per la fuga in avanti.
Negli stessi giorni, dall’altra parte dell’Atlantico, un altro uomo scopriva di non sapere. Trump ha commentato le elezioni di metà mandato al telefono con Fox, dicendosi un po’ sorpreso, perché i repubblicani gli sembravano destinati a fare meglio. La colpa, ha spiegato, è in parte dell’Iran, o meglio della benzina, quindi dell’Ucraina (sì, è un po’ confuso): gli americani approvano quello che fa laggiù, ma non erano pronti a pagarlo alla pompa. Il voto non è un colpo contro di lui, che si è appena lasciato alle spalle i due anni migliori nella storia della presidenza, e naturalmente lo accetta, perché non dovrebbe? Il giorno dopo parlava della sala da ballo della Casa Bianca, poi se l’è presa con i suoi per la sconfitta e ha messo in rete un cappellino con la scritta Veto. Vance sostiene che si è perso per la guerra, e Trump trova che abbia ragione, senza ricordare che la guerra è cosa sua.
L’Italia ha letto questo voto con ammirevole zelo. Meloni ha rinviato il discorso sull’America a quando fosse finita la festa delle Forze armate (oggi è il 6, sono passati due giorni). Tajani ha giurato di non essere mai stato trumpiano, lui che a febbraio posava a Washington col cappellino rosso tra le mani. Salvini, ospite di una televisione di San Marino, ha offerto la sua diagnosi senza un’esitazione. I repubblicani avevano votato Trump per la stabilità e per la fine delle guerre, «e invece i conflitti sono aumentati», e a pesare è stato il carovita. Un’analisi che non fa una piega e che somiglia a quella di molti commentatori che dopo la sorpresa del risultato (e ignorando quanto aveva scritto fino a pochi giorni fa) hanno ripreso l’attività di stiramento del risultato pro domo idee proprie (“hanno vinto i moderati”, “no, i socialisti”, “no, il campo largo all’americana”, “non hanno vinto ma ha perso Trump”).
Il meccanismo è lo stesso. Quando la realtà non entra nel quadro, il quadro resta dov’è e la realtà viene trattata da straniera, arrivata per sbaglio, di cui si prende atto con cortesia sperando che la gente sia distratta e che così l’efficacia della propria narrazione riparta al più presto. Così si governa facendo l’opposizione, e per farla bene si comincia dal proprio governo. Trump presiede e si lamenta del potere, Salvini il potere lo esercita e chiede al Parlamento di aggiustargli il lavoro. Tutti e due ripetono con fermezza frasi che nessuno più crede, i due anni migliori della storia, i miracoli di Valditara, mentre il ministro dei miracoli annuncia che toglierà il taglio. E le ripetono a voce sempre più alta, come si alza la radio in macchina quando il motore comincia a fare un rumore strano. Chi commenta sui giornali sta aggrappato alle sue idee e neanche una rivoluzione farebbe destare alcuni di questi soloni dalla loro comoda poltrona fatta di certezze incrollabili mai dimostratesi realistiche.
Nel frattempo. Eh, nel frattempo… Per correggere la manovra in Parlamento ci sono centoventi milioni. Li vogliono la Lega per la Quota 64, Fratelli d’Italia per il condono, Forza Italia per i pensionati, e il taglio alla scuola ne vale ottantaquattro il primo anno. Qualcuno dovrà decidere che cosa fare, mentre il futuro di un Paese si consuma nel cinismo di un gioco delle tre carte. Intanto gli studenti affollano le piazze da settimane urlando la propria rabbia, e la Cgil ha fissato lo sciopero generale per il 20 novembre, alzando il muro della dignità operaia e civile contro l’indifferenza dei palazzi. Loro, a differenza di chi governa voltandosi dall’altra parte, non hanno il privilegio dell’amnesia: sentono il peso vivo di ogni promessa tradita, la polvere delle aule sguarnite e l’urgenza di un domani che nessuno ha il diritto di scippare.

(Antonio Cantaro – lafionda.org) – Tra incostituzionalità e a-costituzionalità. Lo (in)stabilicum riporta in auge interrogativi da tempo rimossi. Cosa è una legge elettorale? Uno “strumento” per trasformare i voti in seggi. Quando una legge elettorale è una “buona” legge? Quando veicola valori sostantivi del regime democratico. Quando una legge elettorale è una “cattiva” legge? Quando smarrisce il suo essere un mezzo per valori che “trascendono” il gioco degli odierni “professionisti della politica”.
Verità “incontrovertibili” sino a quando abbiamo camminato sulle spalle dei giganti, sia che fossero strenui difensori di un sistema elettorale proporzionale sia che fossero apostoli delle “magnifiche e progressive sorti” di sistemi elettorali di tipo maggioritario. Queste incontrovertibili verità della vituperata Prima Repubblica le abbiamo, nella Seconda e nella Terza Repubblica – nel tempo dei professionisti del nulla –, riposte in un cassetto e dimenticate. È tempo, a futura memoria si intende, di riportarle in vita.
Un “mezzo” per “trasformare” i voti in seggi
Per ogni buon manuale di scienza politica e di diritto pubblico questa è la prima “incontrovertibile ed evidente verità”. Un sistema elettorale è un mezzo, una tecnica, per trasformare in seggi tutti i voti che il corpo elettorale esprime. Tutti. E tutti significa che non ogni mezzo va bene, che non ogni mezzo è un buon mezzo. Il mezzo per trasformare i voti in seggi non può essere un mezzo qualsiasi: la pluralità dei voti deve tradursi nel pluralismo delle rappresentanze politiche. “Traduco”: sono “vietate” le formule elettorali che, anche solo potenzialmente, permettono a una sola lista o coalizione di liste di conquistare tutti, o quasi, i seggi in competizione. L’organo collegiale eletto deve essere adeguatamente rappresentativo, tanto sotto il profilo politico quanto sotto il profilo territoriale. Non una “tecnica” qualsiasi va, dunque, bene. Il mezzo deve strutturalmente contenere in sé il cogente vincolo che gli eletti non possano essere espressione di una sola parte: le minoranze dei voti espressi devono essere rappresentate. Se questo cogente criterio non fosse rispettato, un redivivo Montesquieu resusciterebbe dal suo vocabolario la “vetusta” parola dispotismo.
Un mezzo per un fine. Libertà politica e uguaglianza democratica
Una legge elettorale antidispotica è già qualcosa, una garanzia minima di decenza, ma non è ancora un mezzo per un fine. Abbiamo dimenticato che “all’inizio era il verbo”, il principio di tutti i principi: “una testa, un voto”. Il suffragio universale non è solo una conseguenza del regime democratico, una promessa che il legislatore e le corti sono autorizzati a “bilanciare” con altri valori. È molto di più: è la premessa senza la quale non c’è democrazia. Il voto è fondativo. Il voto, recita ancora l’articolo 48 della Costituzione italiana, è personale ed eguale, libero e segreto. Qualità che devono conformare qualsivoglia sistema elettorale. Qualità poste a presidio di due “valori” indisponibili: la libertà politica e l’uguaglianza democratica. Libertà politica: «è un uomo uguale a me che diritto ha di comandarmi?», scrive Hans Kelsen nelle prime pagine di un dimenticato saggio contenuto nella raccolta di scritti su La democrazia. Democrazia ideale, certo. Democrazia ideale che periodicamente rivive il giorno in cui padroni e servi si recano alle urne, un giorno in cui anche il più subalterno dei servi si sente libero. Il suo voto non risponde al comando di nessun padrone e avrà, nel momento dello spoglio, lo stesso valore – uguaglianza democratica – di quello del padrone. Sarà contato, non pesato. Per questo, anche se Rousseau ci ricorda che la democrazia reale, la democrazia di ogni giorno, non cancella la distinzione e la distanza tra governanti e governati, il servo dipinge egualmente di tinte sacre il rito del voto, confida che la composizione degli eletti porterà traccia dei “superiori” valori della libertà politica e dell’uguaglianza democratica.
Leggi elettorali “orfane”, senza fini
La Costituzione della Repubblica lo sa. Non è, a dispetto dell’odierna vulgata, indifferente ai fini del sistema elettorale. Per la Costituzione repubblicana una legge elettorale “orfana” dei valori sostantivi della libertà politica e dell’uguaglianza democratica è una “cattiva legge”. Il voto deve essere eguale non solo “in entrata”, al momento del conteggio, ma anche “in uscita”, al momento della sua “trasformazione” in seggi. Il voto degli elettori, anche quello di una limitata minoranza di essi, deve tradursi in una rappresentanza visibile, riconoscibile, presente nella democrazia reale. Se così non fosse, l’elettore avrebbe semplicemente partecipato a un sondaggio social alla fine del quale si decretano vincitori e vinti, come in un qualsivoglia gioco da tavolo. Scrive Hans Kelsen, il teorico del relativismo dei valori e della democrazia come procedura: «la maggioranza presuppone, per definizione, l’esistenza di una minoranza e, in conseguenza, il diritto della maggioranza presuppone il diritto all’esistenza di una minoranza». Aggiungo io: il diritto a esistere politicamente, non il “diritto” a una mera testimonianza; alla tutela delle minoranze “culturali” provvedono i diritti e le libertà fondamentali, all’esistenza delle minoranze politiche il diritto elettorale, il diritto parlamentare, lo statuto dell’opposizione, quando ancora esisteva un’opposizione.
Giustizia nella rappresentanza. Proporzionale e maggioritario
Nella democrazia reale, nel suo funzionamento quotidiano, i valori sostantivi della libertà politica e dell’uguaglianza democratica continuano a vivere nella forma della giustizia nella rappresentanza. Le minoranze devono cedere alla maggioranza, ma non vanno annullate: devono restare, anche dopo il conteggio dei voti, visibili e presenti. Per i proporzionalisti la “giustizia nella rappresentanza” può pienamente realizzarsi solo tramite formule elettorali che ripartiscono gli eletti in rapporto percentuale ai voti ottenuti da ciascuna lista (le assemblee parlamentari “specchio del Paese”). Per i fautori del principio maggioritario anche formule elettorali che prevedono che chi prende più voti conquisti l’intera “posta in gioco” (un seggio o più seggi) garantiscono egualmente, di fatto, una certa dose di “giustizia nella rappresentanza” e garantiscono, altresì, la governabilità nella misura in cui favoriscono l’individuazione di una coalizione vincente e di una maggioranza chiara.
Costituzione e legge elettorale
La Carta del 1948, benché tutt’altro che indifferente rispetto ai valori sostantivi della libertà politica, dell’uguaglianza democratica e della giustizia nella rappresentanza che deve avere qualsivoglia legge elettorale, non prende posizione espressa rispetto alla secolare disputa tra i fautori delle formule elettorali proporzionali e i fautori delle formule elettorali maggioritarie. Il favor per il proporzionalismo è storicamente presupposto, non normativamente imposto ai poteri costituiti. La giurisprudenza costituzionale, a fronte di un susseguirsi di leggi che, a partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, hanno variamente combinato principio proporzionale e principio maggioritario dando vita a sistemi cosiddetti misti, ha sostanzialmente avallato l’idea di un’assoluta neutralità della Costituzione rispetto a qualsivoglia specifica formula elettorale. A questo esito è pervenuta attingendo ai principi di proporzionalità e ragionevole bilanciamento tra i contrapposti valori della rappresentatività e della governabilità, abdicando di fatto al compito di assumere a parametro delle sue decisioni – di accoglimento o di rigetto che fossero – i valori sostantivi e non bilanciabili di libertà politica, uguaglianza democratica, giustizia nella rappresentanza.
Lo (in)stabilicum. Incostituzionalità e a-costituzionalità
La Corte lo farà anche con riferimento agli annunciati ricorsi sulla legittimità costituzionale del cosiddetto stabilicum, la legge n. 180 del 2026? Non mi avventuro in previsioni. Al momento mi limito ad apprezzare il sensibile sforzo dei ricorrenti di motivare analiticamente le ripetute violazioni del diritto di elettorato attivo e passivo contenute nella nuova legge elettorale: i potenziali vizi di legittimità costituzionale con riferimento al premio di governabilità, per la sproporzione tra voti e seggi che esso può determinare (primo motivo di ricorso); con riferimento alle modalità di distribuzione del premio mediante liste circoscrizionali (secondo motivo di ricorso); con riferimento al riparto sovra-collegiale dei seggi e al successivo riversamento nei collegi plurinominali (terzo motivo di ricorso); con riferimento all’attribuzione del premio al Senato su base nazionale e al suo condizionamento al risultato dell’elezione della Camera (quarto motivo di ricorso); con riferimento al capolista bloccato e al regime delle pluricandidature (quinto motivo di ricorso); con riferimento alla soppressione del limite di genere per i capilista e alla disciplina della tripla preferenza (sesto motivo di ricorso); con riferimento all’obbligo di indicare la persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri, a pena di ricusazione delle liste (settimo motivo di ricorso); con riferimento all’aumento del numero di sottoscrizioni richieste alle formazioni prive della rappresentanza parlamentare prevista dalla legge (ottavo motivo di ricorso). Ma è inutile nascondersi che i ricorrenti si muovono entro il canovaccio a rime obbligate tracciato dalla Corte nella sua precedente giurisprudenza: quel “ragionevole” bilanciamento tra ipotetici ed equi-ordinati valori della rappresentanza e della governabilità che può anche produrre qualche pronuncia di incostituzionalità, ma non può mettere a tema la vocazione a-costituzionale dello (in)stabilicum: la legalizzazione di un opportunistico premio per la maggioranza che ha poco a che spartire con un legittimo, a certe condizioni, premio per la governabilità. Certo, rimettere la “Chiesa al centro del villaggio” non è compito dei giuristi e dei giudici della Corte. Tuttavia, essere consapevoli che questa è la portata della sfida è già un primo passo.
Per il commissario Ue Kubilius l’Europa spende troppo poco in armi. Intanto il governo Meloni segna un altro record: 40 miliardi nel 2027

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Mentre in giro per l’Europa si aprono tavoli, ad excludendum di chi come Giorgia Meloni ha reiteratamente scommesso sulla vittoria militare dell’Ucraina contro la Russia, al solo pronunciare la parola pace, alla quale perfino Volodymyr Zelensky si sta ormai progressivamente rassegnando, il commissario europeo alla Difesa, tal Andrius Kubilius, è stato colto da un improvviso attacco di panico.
“Per mantenere la pace nel continente europeo dobbiamo dissuadere la Russia”, è il ragionamento dell’irriducibile lituano. Che, per centrare l’obiettivo, ha già la soluzione pronta: “Spendere e produrre più della Russia” anche per “sostituire le risorse per la difesa che gli americani sposteranno dall’Europa all’Indo-Pacifico”. Kubilius, che a Bruxelles fa pendant con la collega estone Kaja Kallas, l’alto (e intransigente) rappresentante Ue per gli Affari esteri che solo l’anno scorso apprese con stupore della presenza di Russia e Cina nell’elenco delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, ha spiegato che, “calcolata in termini di parità di potere d’acquisto”, la spesa stanziata da Mosca per la difesa “equivarrebbe a 500-550 miliardi di euro”. Vale a dire, ad “un importo pari o superiore alla spesa complessiva per la difesa che gli Stati membri dell’Unione europea si preparano a sostenere il prossimo anno”.
Ovviamente, il commissario ha evitato di citare anche l’impietoso confronto tra le spese nominali. Diversamente avrebbe dovuto ammettere che già oggi i 27 Paesi Ue sborsano in armi tra i 400 e i 500 miliardi l’anno contro i 150-180 della Russia. Una cifra compresa, a spanne, tra il doppio e il triplo di quella impegnata dal Cremlino per il mantenimento della propria macchina bellica. Ma niente paura, in Italia possiamo dormire sonni tranquilli. Secondo l’Osservatorio Milex, infatti, ci siamo già portati avanti con il lavoro. Dopo quello di durata, il governo Meloni stabilirà a breve un altro record proprio sulla spesa militare che il prossimo anno toccherà i 40 miliardi. E pazienza se non c’è un euro per scuola e sanità. Vuoi mettere un bel riarmo al cubo? Anzi, al Kubilius.

Sabato 31 ottobre nella suggestiva location della “Casa di Bacco” a Guardia Sanframondi si è svolto il 5° appuntamento di “GustaGuardia” che è stato caratterizzato dalla presentazione del libro “La Scuola Filosofica Sannita” di Giancristiano Desiderio e reso indimenticabile dalla magia di Magic Victor. Oltre all’autore vi è stata la partecipazione di Raffaele Di Lonardo, sindaco di Guardia Sanframondi, e dell’editore Salvatore D’Onofrio.
Quest’ultimo appuntamento di “GustaGuardia” sarà ricordato come il punto di avvio di una concertazione territoriale ispirata dal libro di Giancristiano Desiderio che abbiamo chiamato “La Strada dei Filosofi” -ha dichiarato Fiorenza Ceniccola, amministratrice della Casa di Bacco e vicesindaco di Guardia Sanframondi- e che vuol essere un’ itinerario turistico-culturale che invita a ripercorrere i luoghi vissuti e amati dai filosofi che hanno segnato profondamente l’universo culturale del Sannio.
Il progetto nelle prossime settimane sarà sottoposta all’attenzione dei sindaci coinvolti nell’itinerario per arrivare quanto prima alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa da portare all’attenzione del Ministro alla Cultura, del Presidente della regione Campania, degli assessori del Turismo, dei Beni culturali, dell’Agricoltura e dell’Ambiente.
Inoltre, sarà sottoposto all’attenzione del Direttore dell’Anas Campania per chiedere di denominare ufficialmente la SS 265 Fondo Valle Isclero come La Strada dei Filosofi. Per farla breve, la Strada dei Filosofi attraversa la cosiddetta Vigna del Sannio, unendo i luoghi vissuti dai nostri grandi filosofi, in un circuito turistico-culturale che induce il visitatore a intrattenersi per godere delle ricchezze artistiche, monumentali, naturalistiche e apprezzarne la tradizione enogastronomica. In pochi chilometri si può vivere l’emozione di rivedere luoghi vissuti dai filosofi o descritti nelle loro opere, ma si possono anche scoprire autentici tesori, che in quest’area sono contenuti: un percorso unico fatto di castelli, palazzi, musei, paesaggi naturalistici mozzafiato, dal costone tufaceo di Sant’Agata de Goti alla piccola Cappella Sistina di Guardia Sanframondi fino ad arrivare all’Arco Traiano di Benevento. Una proposta di concertazione territoriale che può svolgere un ruolo strategico per la ripartenza del Sannio”.
La Casa di Bacco

(Tommaso Merlo) – Avremo presto anche noi qualche Abdul El-Sayed, il primo musulmano ad entrare tra i 100 senatori di un paese di 340 milioni di persone. L’islamofobia furibonda di Trump non è servita a nulla come del resto i milioni di Elon Musk, le trame della lobby sionista e le moine del mainstream. Come successo con Mandami a New York, ha vinto il candidato migliore con idee migliori e tutto il resto è finito in secondo piano. Abdul è l’emblema di una nuova società frutto dei flussi migratori desiderosa di costruire un nuovo mondo. Figli e nipoti di immigrati, le nuove classi proletarie che hanno lavorato sodo per offrire ai loro figli le opportunità che loro non hanno avuto. Tipo mangiare regolarmente e bene, tipo studiare, tipo lavorare senza piegare la schiena e magari lanciarsi pure in politica come Abdul. La reazione del trumpismo al loquace e brillante medico di origini egiziane è stata davvero brutale, le nuove destre suprematiste fanno fatica ad accettare gli immigrati anche se rilegati in qualche settore usurante, figuriamoci vederli nei palazzi del potere a giocarsela alla pari. Non cioè usati come in passato in qualche spot, ma protagonisti. Per fermare Abdul hanno puntato sulla religione, la nuova frontiera razzista delle destre. Lo hanno additato addirittura come terrorista e solo in quanto musulmano, quello che fanno da decenni i sionisti in Palestina e che casualmente sta diventando di moda un pò ovunque. Spregiudicato bigottismo politico che per brama di potere si spinge a calpestare perfino il cristianesimo che non sa neanche cosa sia. Come Trump, un messia del demonio narcisistico idolatrato da orde di fascio evangelici ed invasati sionisti intenti ad insanguinare il mondo in nome di chissà chi. Abdul si è difeso dicendo di essere orgogliosamente americano, è cioè un cittadino di un paese laico e fondato sul pluralismo religioso. Un paradosso, discendenti di immigrati che difendono i valori occidentali mentre destre becere li calpestano speculando su odio e paura per raccattare voti. La risposta elettorale degli americani a certe meschine cacce all’uomo è stata chiara, basta cazzate e fermate piuttosto il carovita, dateci assistenza sanitaria e smettete di buttar via miliardi per i deliri sionisti. Il programma di Abdul. Quanto alla finta sinistra americana e soprattutto a quella vera, quelli come Abdul El-Sayed li candidano eccome e queste elezioni hanno sfornato anche sindaci e governatori. Accettano cioè l’esistenza di una nuova società e semplicemente ne assecondano l’espressione culturale e quindi politica. Perché sacrosanto e naturale ma anche perché in realtà non ci sono alternative. Che piaccia o meno la storia non ha la retromarcia e il compito della politica è gestire la realtà e non rigettarla. Ma come insegna Abdul tra i tanti, la via non è quella della società multiculturale. E cioè di più culture differenti che convivono all’interno degli stessi confini nazionali, la via è quella dell’integrazione democratica. A livello personale esistono culture infinite e tutte ovviamente rispettabili, ma a livello collettivo e quindi civile e politico, la cultura di un paese deve essere una e condivisa. Una cultura collante della società e quindi di quel paese. A prescindere cioè dalle origini o quant’altro, tutti i cittadini devono riconoscersi nella Costituzione che quel paese si è dato, nei suoi valori fondanti, nelle regole di convivenza civile e nei diritti e doveri che quella società ha maturato nel corso della sua evoluzione. Abdul è più americano di Trump e a differenza del presidente conosce la costituzione americana e ne incarna con fierezza i principi di uguaglianza ed universalità e partecipa a pieno diritto al gioco democratico. A livello personale ha origini egiziane, ha la pelle più scura, è musulmano e spesso mangia pollo e cuscus come lo cucinava sua nonna, ma questi sono tutti aspetti personali che non incido sulla sua dimensione di cittadino e di americano. Se non in modo positivo, in quanto portatori di una diversità che è sempre una risorsa in quanto arricchente. È questa la via per prevenire ghetti e muri anche mentali e quindi politicanti che ci speculano sopra alimentando conflitti per qualche poltrona. Tutti unici come persone, tutti uniti come cittadini. Oggi di un paese e domani del mondo. E come dimostra Abdul, l’immigrazione nei limiti attuali non è un problema ma una risorsa e se si vuole evitare che il fenomeno superi i livelli di guardia, bisognerà fare in modo che in futuro i vari nonni e genitori dei vari Abdul sparsi per il pianeta, abbiano una vita decente nei loro paesi. Smettendola di fare guerre e investendo piuttosto nella giustizia sciale anche globale. Una sfida epocale in cui talaltro gli immigrati e i loro discenti possono giocare un ruolo strategico. Già, la vittoria di Abdul è davvero emblematica e riguarda anche noi. A destra rigurgiti di sovranismo bianco in modalità islamofobica, dall’altra una società nuova desiderosa di costruire un mondo nuovo.
Un organismo fondamentale per il contrasto della corruzione diventa oggetto di occupazione partitica. E intanto Forza Italia rilancia la separazione delle carriere

(Alberto Iannuzzi – ilfattoquotidiano.it) – C’è qualcosa che non convince nella insistenza con cui Forza Italia, attraverso Enrico Costa, e l’Unione delle Camere Penali tornano a rilanciare la separazione delle carriere dei magistrati, nonostante la netta bocciatura referendaria della riforma. Il 53,8% degli italiani ha votato No. Non si tratta di un dettaglio statistico, ma di una precisa manifestazione di volontà del popolo italiano – al quale, secondo l’art. 1 della Costituzione, appartiene la sovranità – che dovrebbe indurre la maggioranza quantomeno ad una riflessione.
Perché tanta ostinazione? E soprattutto, quale interesse si cela dietro una battaglia che sembra essere diventata una questione identitaria per il partito di Tajani?
Per comprenderlo occorre andare oltre il caso della mancata convalida dell’arresto di Youssef Siher da parte del gip di Milano, dal momento che l’argomento dell’appiattimento del giudice sulle richieste della Procura, che era il principale cavallo di battaglia della proposta di separare le carriere, si è rivelato ancora una volta infondato. Per cercare di capire, bisognerebbe guardare a vicende ben più significative, come ad esempio il caso Almasri, ma anche alcune dichiarazioni fatte dallo stesso Tajani durante la campagna referendaria, circa il rapporto tra potere politico, polizia giudiziaria e direzione delle indagini.
Il problema è molto più profondo di una controversia sull’organizzazione della magistratura. Riguarda il rapporto tra potere esecutivo e potere giudiziario, i limiti dell’autorità politica e, soprattutto, l’autonomia di chi è chiamato ad esercitare il controllo di legalità sull’operato delle istituzioni.
In uno Stato di diritto, i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. La giurisdizione è un potere diffuso, esercitato da giudici indipendenti, che non rispondono al governo né alla maggioranza parlamentare di turno. Non sono funzionari della sicurezza, ausiliari dell’esecutivo o strumenti per garantire la stabilità politica.
Il pubblico ministero deve poter indagare senza condizionamenti, anche quando le indagini potrebbero toccare interessi del governo, ovviamente nel rigoroso rispetto delle condizioni di legge. E il giudice deve poter decidere senza preoccuparsi che il proprio provvedimento sia gradito o sgradito a chi governa.
È proprio questa indipendenza a rendere possibile il controllo di legalità sull’esercizio del potere. Ma è anche questo controllo che può diventare scomodo per qualsiasi maggioranza politica.
La separazione delle carriere, presentata come una semplice riforma organizzativa e come una battaglia per la presunta terzietà del giudice, rischia di inserirsi in un disegno più ampio: indebolire l’unità e l’autonomia della magistratura, modificando gli equilibri costituzionali e rendendo più fragile la sua capacità di resistere alle pressioni della politica.
Non si tratta di sostenere che ogni magistrato abbia sempre ragione, né di negare la necessità di correggere inefficienze e abusi. La magistratura deve essere criticabile, come ogni istituzione democratica. Ma una cosa è pretendere responsabilità e trasparenza, altra cosa è voler condizionare l’esercizio della giurisdizione.
La pretesa che l’attività giudiziaria si orienti verso gli obiettivi del governo, che le indagini non ostacolino l’azione dell’esecutivo e che i provvedimenti giudiziari siano compatibili con gli interessi della maggioranza è semplicemente incompatibile con i principi fondamentali della Costituzione.
Pertanto, desta non poche preoccupazioni per la tenuta del principio dell’equilibrio tra poteri dello Stato la nomina avvenuta giovedì sera, con decreto legge, di un esponente del partito della Lega, Nuccio Altieri, al vertice dell’Anac, l’autorità anticorruzione. Il messaggio è chiaro: un organismo fondamentale per la legalità e il contrasto della corruzione diventa oggetto di occupazione partitica, dimostrando ancora una volta l’intolleranza del governo verso il controllo pubblico, dopo lo smantellamento dei poteri della Corte dei Conti e dei vari strumenti di indagine contro i reati dei colletti bianchi.
Il problema è sempre lo stesso: l’indipendenza delle istituzioni diventa un valore da difendere soltanto quando non intralcia gli interessi della politica. Da una parte si pretende di ridimensionare il peso e l’autonomia della magistratura, accusando i magistrati di invadere il campo politico; dall’altra si guarda alle autorità indipendenti come a caselle da riempire secondo gli equilibri della maggioranza.
È una contraddizione enorme, che rivela una preoccupante idea del potere: istituzioni autonome quando conviene, fedeltà politica quando serve. Altro che riforme per i cittadini: il rischio è trasformare ogni presidio di garanzia in una dependance dei partiti.
Ma la Costituzione non è un ostacolo da aggirare quando il suo equilibrio non piace a chi governa. E la magistratura indipendente non è un problema da risolvere: è una garanzia da difendere. Perché in democrazia il Governo governa, il Parlamento legifera e la magistratura applica la legge. Nessuno dei tre poteri può pretendere di avere il dominio sugli altri.
ORA LE RISORSE DEVONO ARRIVARE ALLE IMPRESE E AI TERRITORI

«Oltre un miliardo di euro per il settore primario rappresenta un’opportunità concreta. Il Sannio, la Campania e il Mezzogiorno devono essere protagonisti di questa nuova fase di sviluppo».
Sant’Agata de’ Goti, 6 novembre 2026 – «L’approvazione definitiva del disegno di legge ColtivaItalia rappresenta un segnale importante di attenzione verso un settore che costituisce una delle colonne portanti dell’economia nazionale. Investire nell’agricoltura significa investire nel lavoro, nella sicurezza alimentare, nella tutela del paesaggio e nel futuro delle nostre comunità».
Lo dichiara Evangelista Campagnuolo, presidente del Movimento Civico Avanti Insieme, commentando il via libera definitivo al provvedimento che destina oltre 1,18 miliardi di euro al rafforzamento del comparto agricolo italiano.
«Accolgo positivamente un intervento che punta a sostenere le filiere produttive, valorizzare l’olivicoltura, rafforzare gli allevamenti e favorire l’ingresso dei giovani e delle donne nel mondo agricolo. È significativo che su un tema così strategico il Parlamento abbia trovato una convergenza senza voti contrari».
IL SANNIO E IL MEZZOGIORNO DEVONO ESSERE PROTAGONISTI
«Penso soprattutto alle nostre aree interne, alla Valle Caudina, al Sannio e alle tante realtà agricole della Campania, dove il lavoro della terra rappresenta non soltanto un’attività economica, ma un patrimonio di competenze, tradizioni e identità.
Le risorse destinate al Piano Olivicolo Nazionale assumono particolare importanza per territori come i nostri, caratterizzati da una storica vocazione olivicola. Occorre sostenere il rinnovamento degli impianti, l’ammodernamento dei frantoi, la qualità delle produzioni e la capacità delle aziende di competere sui mercati».
Campagnuolo richiama inoltre l’attenzione sulle difficoltà quotidiane degli operatori agricoli.
«Chi lavora la terra conosce bene il peso dei costi di produzione, dell’energia, dei carburanti, degli adempimenti burocratici e delle incertezze climatiche. Per questo è fondamentale che le misure approvate si traducano in strumenti accessibili, procedure semplici e tempi certi.
Un finanziamento è realmente utile quando raggiunge l’impresa agricola, non quando resta fermo tra le procedure amministrative.»
GIOVANI, DONNE E RICAMBIO GENERAZIONALE
«Particolarmente significativo è il sostegno all’imprenditoria agricola giovanile e femminile. Dobbiamo creare le condizioni affinché un giovane possa scegliere di restare nel proprio territorio, avviare un’azienda, recuperare terreni abbandonati e costruire il proprio futuro attraverso l’agricoltura.
Il contrasto allo spopolamento delle aree interne passa anche da qui: dalla possibilità concreta di trasformare la terra in lavoro, reddito e opportunità».
ORA ATTUAZIONE RAPIDA E ATTENZIONE ALLE PICCOLE IMPRESE
«Il passaggio parlamentare è importante, ma la vera sfida comincia adesso. Servono provvedimenti attuativi tempestivi, informazioni chiare e un’assistenza efficace alle aziende, soprattutto a quelle di piccole dimensioni che costituiscono una parte fondamentale del nostro tessuto produttivo.
Auspico una collaborazione concreta tra Ministero, Regione Campania, enti locali, associazioni agricole e organismi competenti, affinché le opportunità previste da ColtivaItalia possano essere conosciute e utilizzate anche dalle imprese delle aree interne».
L’AGRICOLTURA NON È SOLTANTO ECONOMIA: È PRESIDIO DEL TERRITORIO
«Un terreno coltivato significa produzione, ma anche manutenzione del paesaggio, contrasto all’abbandono e salvaguardia delle comunità rurali.
Per questo considero ColtivaItalia un’opportunità da accompagnare con responsabilità, competenza e attenzione ai bisogni reali degli agricoltori.
Il Mezzogiorno non chiede privilegi. Chiede gli strumenti per valorizzare ciò che possiede: terra, qualità, competenze e capacità di lavorare.
La politica deve sostenere chi produce, chi investe e chi sceglie di costruire il proprio futuro nei nostri territori.
Quando cresce l’agricoltura, cresce l’intero Paese. E quando il Sud agricolo viene messo nelle condizioni di competere, a beneficiarne è tutta l’Italia».
Molti profili proPal vivono di claque, evitano la complessità e rilanciano una narrazione senza chiaroscuri. E dietro l’etichetta c’è chi si rifà una verginità, alle spalle dei poveri palestinesi

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Oggi non parlo di fascisti, ma di persone che fanno professione di fede antifascista. Persone con cui, in teoria, si potrebbe avere molto in comune e con cui, invece, spesso è sorprendentemente difficile dialogare.
Questa riflessione nasce scorrendo i profili su Substack, molti dei quali sventolano fin dalla foto una bandiera palestinese e un payoff che non lascia spazio a interpretazioni. Ammetto che devo quasi mordermi la lingua – metaforicamente, se non altro – per evitare di rispondere, di entrare a gamba tesa su gran parte delle loro posture plastiche e, se mi si consente, preordinate.
Ovviamente evito di farlo sotto i loro profili, dove il confronto sarebbe quantomeno impari e lo shitstorm o l’irrisione sarebbero dietro la porta. L’unico compromesso che mi concedo è uno sfogo sul mio profilo. Esatto: me la canto e me la suono.
Se non si era capito, parlo della questione palestinese, come la si chiamava ai miei tempi. Trovo difficile non notare come molti utenti di area progressista abbiano costruito attorno al proprio profilo una sorta di conventicola chiusa del consenso: una comunità che non ammette repliche, non concede aperture di credito e non tollera un confronto costruttivo e aperto. Ovviamente, si nutre di like e ingrassa dei commenti rapiti dei follower. Tutto, in questi profili, ruota attorno a posizioni ideologiche assunte come verità a priori.
Sì, potrei citare diversi profili, alcuni anche molto seguiti, ma il punto non è fare nomi. Non mi interessa criminalizzare nessuno. Quello che a me interessa è analizzare quella postura.
In certi ambienti non è consentito parlare di Israele senza snocciolare ogni volta un preciso rosario: il “genocidio” di Gaza, il sionismo come ideologia totalizzante, l’intero popolo israeliano descritto come incarnazione contemporanea del nazismo. Con quest’ultimo passaggio che, va detto, spesso rimane implicito.
In questi contesti, non basta condannare i crimini di guerra di Netanyahu, del suo governo e le atrocità commesse durante il massacro di Gaza. Per chi si definisce orgogliosamente “propal” non è sufficiente.
Niente di nuovo, per carità. Negli anni Novanta, quando mi sono formato politicamente, esistevano già le teste calde che non ammettevano né il confronto né, figuriamoci, la sintesi. Per questo, nessuno con un po’ di sale in zucca avrebbe affidato loro l’ultima parola su questioni complesse. Erano considerati fanatici, estremisti, “compagni che sbagliano”, la frangia più intransigente del movimento.
Si sapeva, però, che esprimevano un disagio politico reale. E spesso si perdonava loro una certa dose di idealismo, oltre che di postura ideologica.
Oggi, la verità è che il massacro di Gaza, perpetrato dal governo Netanyahu, non lascia scampo a molte sfumature. Così, nell’era della polarizzazione, la marea si è ingrossata e il confine tra il sostegno alla causa palestinese e il rischio di trasformarsi in ostilità verso gli israeliani in quanto tali, è diventato sottilissimo.
Non solo. Ad assumere un nuovo significato è proprio il termine Propal. Essere propal è diventato un contenitore simbolico in cui confluiscono rabbia, frustrazione e smarrimento. Una bandiera sotto la quale molti cercano di dare un senso al proprio disagio e di sentirsi protagonisti di una battaglia che concentra in sé tutto il dolore del mondo. Quello altrui, ma spesso anche il proprio.
Si finisce così per aderire a una causa giusta che, in alcuni casi, smette di essere sottoposta a qualsiasi verifica critica.
Una domanda, per esempio, diventa quasi impronunciabile: perché la causa palestinese sì, mentre quella ucraina, quella del Darfur o le tante altre guerre dimenticate del pianeta suscitano una mobilitazione infinitamente minore?
Duole dirlo, ma in certi ambienti la patente di propal sembra passare per una semplificazione piuttosto stucchevole: basta sventolare una bandiera palestinese e dichiararsi propal per ottenere il lasciapassare morale di un mondo che preferisce riconoscere soltanto se stesso e chi la pensa allo stesso modo.
Così “propal”, accanto al suo significato originario e del tutto legittimo, quello di sostenitore di uno Stato palestinese, ne assume un altro, quasi per osmosi: antifascista. Ma anche antagonista, contro il sistema e, spesso, contro tutto e tutti.
E pazienza se, nel frattempo, quella stessa causa finisce troppo spesso per chiudere un occhio davanti ai terroristi di Hamas, arrivando talvolta a sfiorare la giustificazione del massacro del 7 ottobre 2023, quando persero la vita per mano dei terroristi più di 1200 persone. Una giustificazione che qualcuno ancora accompagna con un’alzata di spalle, come a dire: se la sono cercata.
La giovinezza, certo, si accompagna perfettamente alla rivoluzione. Chi, della mia generazione, non è cresciuto con il mito del Che Guevara? Da giovani è necessario un po’ di sano idealismo.
Ma oggi ? Siamo sicuri di aver scelto bene i nostri miti ? Oggi non mi sentirei mai di votarmi ad una giusta causa, neppure per sbaglio, senza prendere le distanze nette da tagliagole come Sinwar, Deif o Haniyeh. Senza se e senza ma.
C’è di più. Quell’idealismo non è più solo una questione anagrafica, dei giovani profili antagonisti per definizione. Perché a sostenerlo troviamo spesso comunicatori che si votano a rivoluzioni romantiche: professori, scrittori, intellettuali, guru, buoni e cattivi maestri, rivoluzionari all’acqua di rose. Sarebbe una buona notizia, se non ne nascondesse un’altra. Quale?
A causa del comportamento criminale di un governo che ha ucciso decine di migliaia di palestinesi, alcuni di loro hanno colto l’occasione per rilanciare narrazioni prive di chiaroscuri, incassando consenso con una lettura del mondo ridotta a bianco e nero. Insomma, per farla breve, alle spalle dei poveri palestinesi, ma anche di alcuni giovani propal che ci credono davvero, alcuni si sono rifatti una verginità. Un modo di stare pubblicamente al mondo che è moralmente ineccepibile e che, oltretutto, paga sui social, almeno in termini di follower.
Non mi va nemmeno di concludere con l’ormai inevitabile invito ad “accogliere la complessità”.
Mi limito a una considerazione più semplice. Così come sarebbe assurdo giudicare tutti gli arabi attraverso Hamas, consiglierei a questi divulgatori di evitare di mettere all’indice tutti gli israeliani con classificazioni sommarie. Semplicemente perché esistono israeliani che contestano Netanyahu, ne denunciano le nefandezze e lo detestano profondamente. Ne abbiamo avuto un segnale alle ultime elezioni. Ecco, piuttosto che soffiare sul fuoco contro tutti gli israeliani, bisognerà parlare con loro: almeno con quelli lucidi e democratici, con chi, dall’altra parte, continua a difendere la dignità della convivenza.
Perché, quando questo disastro sarà finito e si tornerà a discutere seriamente di diritti, sicurezza e convivenza, saranno palestinesi e israeliani a dover costruire insieme un futuro diverso.
Un futuro che, piaccia o no, continua a chiamarsi due popoli e due Stati.
L’alternativa è nota: odio, vendetta e guerra senza fine. Ossia quello che abbiamo avuto negli ultimi 80 anni.
Ora, e concludo, se il movimento Propal vuole davvero genuinamente smarcarsi dal rischio di fare, anche involontariamente, il gioco di Netanyahu e Trump, forse questo è il momento giusto per dimostrarlo, proprio ora che entrambi i dinosauri appaiono più vulnerabili sul piano politico. Non sfruttare quella debolezza per rilanciare una prospettiva che tenga conto della complessità sarebbe l’ennesima occasione perduta.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Ci mancavano i «combattenti per lo Stato maschile» che vogliono annientarci perché il nostro «regime femminista» sta dando troppo spago alle donne. Non bastavano le incognite del clima, della tecnologia e della demografia. Dobbiamo preoccuparci anche di un sedicente gruppuscolo di reazionari al cui confronto Vannacci sembra un attivista del Gay Pride.
Sempre che non recitino una parte, si tratta di persone che considerano Barbablù un progressista e sognano di regnare su un harem di donne sottomesse, nella speranza di trovarne qualcuna che se li fili almeno lì. Di moderno, purtroppo, hanno solo quella capacità di smanettare sui computer che consente loro di seminare il panico negli aeroporti di mezza Europa, con allarmi-bomba conditi da messaggi inneggianti a un mondo patriarcale che per fortuna non tornerà mai più. Qualcuno sospetta che siano al soldo di Putin, ma il punto non è nemmeno sapere chi ci sia dietro. Il punto è sapere che cosa ci sia davanti. Come ci attrezzeremo a vivere camminando sul filo dell’allarmismo, tra annunci di attentati e blackout assortiti, circondati da Pierini che urlano continuamente «al lupo» per indurci col tempo ad abbassare le difese, anche quelle emotive, così da farci diventare sempre più cinici e confusi, dunque più malleabili. In attesa di contromisure, qui all’interno del «regime femminista» si cerca comunque di resistere: respinti i «combattenti per lo Stato maschile», ci prepariamo all’imminente urto con i templari.

(di Domenico Affinito e Milena Gabanelli – corriere.it) – Sono passati oltre due anni dall’elezione di Roberto Vannacci al Parlamento Europeo. All’inizio di febbraio di quest’anno l’ex generale di divisione dell’esercito italiano, ha lasciato la Lega e lanciato il suo partito «Futuro Nazionale» per andare alla conquista del Parlamento italiano alle prossime elezioni del 2027. In questi due anni, come europarlamentare, cosa ha fatto concretamente a Bruxelles?
La presenza di Vannacci in aula al Parlamento europeo è alta. Ha preso parte a 103 sedute plenarie su 104 e 6093 votazioni con appello nominale su 6158 (dato di metà ottobre su mpscore.eu). Ma il lavoro di un parlamentare si misura soprattutto sull’attività che svolge all’interno delle commissioni di cui è membro. È in queste sedi, infatti, che si prepara il grosso del lavoro legislativo e politico prima di approdare in aula. L’ex generale è membro di quattro commissioni permanenti, due le ha abbandonate il 3 febbraio con l’uscita dalla Lega: quella per gli Affari Esteri (Afet) e quella per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Envi). È invece rimasto membro della commissione Sicurezza e Difesa (Sede), incentrata sulla costruzione di una unione europea di difesa, vigila sulla strategia industriale al fine di creare un mercato unico della difesa, minacce all’integrità territoriale, collaborazione tra Ue e Nato. In due anni ha partecipato solo a 9 riunioni su 24. Mentre a quella per le libertà civili, giustizia e affari interni (Libe), che si occupa di difesa dello stato di diritto nella Ue, protezione delle minoranze, lotta alle discriminazioni, asilo e migrazione, è andato ancora meno: 7 volte su 28 (mpscore.eu).
(…) l’ex generale ha controfirmato decine di proposte di risoluzione, ma ne ha presentate solo cinque in prima persona (qui), quattro su cinque a tema migrazioni.
Anche la sua partecipazione attiva ai lavori non è particolarmente elevata: dall’elezione l’ex generale ha controfirmato decine di proposte di risoluzione, ma ne ha presentate solo cinque in prima persona (qui), quattro su cinque a tema migrazioni. La prima, il 23 settembre 2024: chiede all’Unione europea di rivedere gli orientamenti politici in materia migratoria e alla Commissione di presentare un piano d’azione di contrasto. La seconda il 22 novembre è immediatamente successiva all’elezione di Trump, e chiede nuovamente l’abolizione delle politiche migratorie dell’Ue e la ridefinizione delle politiche climatiche in linea con la nuova amministrazione statunitense. Il 12 giugno 2025 chiede alla Commissione di elaborare un piano d’azione per contrastare le infiltrazioni islamiste in Europa. Il 23 settembre propone una risoluzione di condanna degli omicidi della rifugiata ucraina Iryna Zarutska e dell’attivista politico statunitense Charlie Kirk. Infine, il 27 novembre 2025, chiede al Parlamento il divieto di qualsiasi forma di applicazione della sharia nella Ue. Sebbene la sharia non sia nemmeno lontanamente contemplata nelle leggi nazionali e nella Costituzione, esorta gli Stati membri a sciogliere gli organismi di mediazione informale e a confiscare i beni correlati.
Il suo rapporto con i lobbisti, che ogni parlamentare europeo ha l’obbligo di rendicontare, è invece decisamente attivo. Ci sono riunioni a cui partecipano solo gli staff dei deputati e altre a cui i deputati vanno personalmente. Si tratta di incontri di varia natura: ragioni istituzionali (perché si è relatore per il proprio gruppo di un progetto di legge), ragioni collegate alle commissioni di cui si è membri e altre liberamente scelte. Su queste ultime abbiamo fatto un confronto tra i capidelegazione, cioè i referenti dei vari partiti italiani all’interno del Parlamento Europeo. La scheda di Carlo Fidanza (FdI) è aggiornata ad ottobre: su 68 incontri, il 28% non è direttamente attinente alle sue competenze in Parlamento (compagnie assicurative, produttori di armi, aziende farmaceutiche, un circuito di carte di credito). La scheda aggiornata di Nicola Zingaretti (Pd) registra 110 incontri e l’8% fuori dal perimetro delle commissioni di cui è membro (principalmente aziende vinicole italiane). La rendicontazione di Paolo Borchia (Lega) è aggiornata, ma scarna: solo 10 incontri, di cui uno fuori perimetro con una società di consulenza per le relazioni pubbliche. Idem per Fulvio Martusciello (Forza Italia): solo 4, tutte attinenti alle commissioni di cui fa parte, ma l’aggiornamento è fermo a marzo e, soprattutto, è finito nell’inchiesta della magistratura belga sulle presunte attività di lobbying illecite dell’azienda cinese Huawei nelle istituzioni europee, e il Parlamento gli ha revocato l’immunità. Pasquale Tridico (M5S) ha registrato 74 incontri fino a luglio, il 9% fuori dall’ambito diretto.
(…) Vannacci dichiara 37 incontri, al netto di quelli a cui ha partecipato come relatore ombra, di cui il 54% fuori dall’ambito diretto delle commissioni di cui fa parte (…)
Vannacci dichiara 37 incontri, al netto di quelli a cui ha partecipato come relatore ombra, di cui il 54% fuori dall’ambito diretto delle commissioni di cui fa parte: Federacciai (10/9/24), Terna (18/9/2024), Assomela (30/1/2025), Assarmatori (25/3/2025), Enel (20/9/2025), Manifattura Sigaro Toscano (25/11/25). È chiaro che le competenze di un parlamentare europeo sono ampie e può incontrare qualunque portatore di interessi, purché lo dichiari. Ma come facciamo a essere sicuri che poi agisca liberamente e non seguendo le indicazioni dei lobbisti? La certezza non c’è, perché non ci sono resoconti degli incontri, ma si può provare a ricostruire a ritroso, andando a vedere le interrogazioni: lo strumento, scritto o orale, che i deputati usano per fare pressioni sulla Commissione su fatti specifici.
Fidanza ha presentato 9 interrogazioni, da solo o come primo firmatario. Nessuna queste appare collegata agli incontri che ha avuto. Lo stesse vale per Zingaretti, che ne ha presentate 11. Tra le 18 di Tridico ce n’è una anti-lobbista: quella di richiesta di maggiore tassazione delle grandi piattaforme digitali. Le 11 di Martusciello non sembrano collegate allo scarno resoconto dei suoi incontri, ma il capodelegazione di Forza Italia è accusato dalla magistratura belga di far parte di un gruppo di 15 deputati che, dietro regali di modesto valore (smartphone, devices e biglietti per partite di calcio) o trasferimenti di alcune migliaia di euro, avrebbero favorito l’azienda cinese Huawei.
Borchia ne ha presentate 28, di cui due a favore di una filiera, con le quali contesta le sanzioni dell’Autorità italiana della Concorrenza a numerose imprese che operano nel nostro Paese nel settore della ghisa, e contro l’aumento delle accise sui prodotti contenenti nicotina.
Vannacci ne presenta 18 come primo o unico firmatario e ne controfirma altre 41. Ed è riscontrabile una certa continuità tra la sua attività politica, i suoi incontri con i lobbisti e i finanziatori di Futuro Nazionale.
Vannacci ha incontrato tre volte Fuels Europe (18/9/24, 27/11/24 e 17/6/26), l’associazione di multinazionali del petrolio e del gas tra cui membri c’è la russa Lukoil che, nonostante le sanzioni, continua in parte a operare in Europa nel settore lubrificanti con impianti di miscelazione in Finlandia, Austria e Romania; e carburanti con impianti di raffinazione e reti di stazioni di servizio in Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia, Paesi Bassi. Ebbene, il 31 ottobre 2024 critica la risoluzione del Parlamento di sospendere il memorandum d’intesa con l’Azerbaigian per il raddoppio della fornitura del gas se continua la repressione contro giornalisti e oppositori politici (qui); il 22 gennaio 2025 attacca la Commissione chiedendo conferma dell’esistenza di contratti e finanziamenti destinati a gruppi ambientalisti a favore del Green Deal (qui); l’11 settembre 2025 chiede alla Commissione come valuta il fatto che l’Ucraina acquisti gas russo con finanziamenti europei, mentre viene chiesto agli Stati membri di non acquistarlo (qui); il 16 dicembre 2025 attacca il piano di transizione ecologica REPowerEU perché ha «puntato principalmente sull’abbandono delle forniture russe, senza però garantire un adeguato rafforzamento della capacità interna» (qui).
Il 17 luglio 2024 il suo staff incontra l’associazione dei costruttori europei di automobili, di cui fa parte Stellantis. Il 12 novembre 2024 Vannacci firma con altri un’interrogazione che parte dalle dichiarazioni di Stellantis e finisce col chiedere la riduzione delle sanzioni previste per i costruttori sulle quote tra vetture elettriche ed endotermiche prodotte (qui).
Il 20 febbraio 2025 incontra l’Unic, l’associazione delle concerie italiane, per gli impatti del regolamento Ue (115/2023) sulla riduzione della deforestazione e le emissioni di gas serra, e il 21 maggio presenta un’interrogazione per chiedere la revisione del regolamento stesso (qui).
Il 30 aprile 2025 incontra Federchimica sulle priorità del sistema dell’industria chimica (rientra nella tematica che riguarda la Commissione di cui in quel momento fa ancora parte) e il 29 gennaio 2026 firma, insieme ad altri, una risoluzione che mette in dubbio l’affidabilità scientifica su cui si basa il quadro normativo UE in materia di microplastiche e il loro effetto sulla salute umana (qui). Il 26 febbraio 2026 incontra Confimpresaitalia, di cui fanno parte anche i balneari, e il 27 luglio 2026 chiede alla Commissione l’immediata archiviazione della procedura d’infrazione aperta contro l’Italia per il non rispetto della normativa europea sulle Concessioni balneari (qui).
Dal mondo industriale, d’altronde, arrivano diversi finanziamenti a Futuro Nazionale. In sette mesi, dal 5 marzo di quest’anno a inizio ottobre, il partito ha raccolto 567.786 euro tra donazioni, servizi, comodati e altri contributi: il 64%, cioè 366 mila euro, arriva dal mondo delle imprese. Immobiliari, alimentari, edilizie e soprattutto petrolifere (qui).

(di Domenico Gallo – ilfattoquotidiano.it) – Bruxelles lancia l’allerta: “Prepariamoci alla guerra”. Così titola a piena pagina Repubblica il 4 novembre, rilanciando le dichiarazioni della commissaria europea per la gestione delle crisi, Hadja Lahbib. Il presupposto, che viene servito ai lettori come una verità rivelata, è che l’Unione europea è sotto attacco per la guerra ibrida condotta dalla malvagia Russia che scongela i frigoriferi e lancia allarmi bomba sugli aerei (rivelatisi falsi). La guerra ibrida può trasformarsi in una vera e propria guerra guerreggiata perché la Russia, come ha sentenziato il Parlamento europeo, costituisce la più grave minaccia per la pace che ci sia stata nella storia e ha intenzione di attaccare i paesi europei o, quantomeno, di destabilizzarli. Infatti, a differenza dagli Stati Uniti, si infiltra nei processi elettorali in corso per condizionarli, crea disordini di piazza sfruttando il malcontento dei giovani, è causa della siccità e anche delle alluvioni e di altri disastri naturali. Qualunque disastro o incidente possa capitare nella Ue la conclusione è ovvia: “Ha stato Putin”.
Non è facile convincere l’opinione pubblica che siamo sotto attacco per una minaccia che non esiste. Occorre un martellamento continuo. Non basta lo schieramento massiccio dei media mainstream. Occorre preparare l’opinione pubblica ad accettare l’idea che la guerra con la Russia incombe nel nostro cielo come i temporali. Così il governo inglese distribuisce a tutte le famiglie un opuscolo dove si esorta a fare le provviste essenziali per sopravvivere per 72 ore. Si parla del rischio di disastri naturali e la guerra viene assimilata a quelli con più alta probabilità di incidenza. Infatti la commissaria Lahbib cita gli incendi devastanti in Portogallo, la pandemia di Covid-19 e include il rischio di guerra imminente fra gli eventi a cui non si può sfuggire come gli eventi della natura. Già il 26 marzo 2025 la stessa commissaria aveva presentato una borsa di sopravvivenza per affrontare le prime 72 ore di una situazione di emergenza in caso di conflitto armato. Repubblica ci informa che l’esecutivo comunitario ha diramato il 3 novembre le direttive per prepararsi alle emergenze (la guerra) e ha indicato una sorta di kit di sopravvivenza per le prime 72 ore. In questo contesto la commissaria Lahbib suggerisce anche di tenere pronto uno zainetto per l’evacuazione rapida con acqua potabile, cibo e medicinali. Sulla base di tutti questi avvertimenti si spaccia lo scoppio della guerra con la Russia come un evento del tutto naturale al quale non c’è rimedio, per cui dobbiamo prepararci ad affrontarlo.
Senonché la guerra non è un disastro della natura, è un disastro della politica. È la politica che prepara, organizza e produce la guerra; non c’è niente di inevitabile, questo clima prebellico è frutto di scelte politiche sciagurate che hanno rovesciato la stagione del disarmo, della fine del confronto militare, della collaborazione e della fiducia reciproca, introdotta da Gorbaciov nell’indimenticabile 1989, per trasformarla nel suo contrario. Dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e la scomparsa dell’Urss, la Russia è stata scelta come il nuovo nemico da contrastare secondo una profezia che si autoavvera. Per rendere la minaccia più concreta e la guerra più vicina i Paesi più volenterosi, Francia, Germania e Gran Bretagna stanno organizzando una forza militare congiunta che ha iniziato le sue esercitazioni in Polonia, destinata a operare in Ucraina per “garantire la pace” dopo il cessate il fuoco. Purtroppo, non si tratta di un viatico per la pace ma di un elemento che ostacola la conclusione della guerra poiché la Russia percepisce come pericolosa per la sua sicurezza la presenza di forze militari ostili nel teatro ucraino. Come se non bastasse, il Parlamento europeo ha votato una demenziale risoluzione con la quale chiede di inviare una missione navale europea nel Mar Nero per sfidare apertamente la presenza militare russa. C’è da sperare che il cessate il fuoco intervenga prima che questo progetto sia attuato, altrimenti un incidente fra i mezzi aeronavali accenderebbe la miccia di un incendio indomabile, come accadde a Sarajevo nel 1914.
Ma torniamo all’Italia, l’indottrinamento del popolo italiano alla guerra è fallito miseramente e ha determinato la nascita di un movimento di giovani che si ribellano al futuro imbandito sulla loro tavola. In questi giorni i partiti che dovranno formare l’Alleanza per la Costituzione stanno discutendo del programma da presentare agli elettori. La questione cruciale è quale futuro prospettare al popolo italiano. Se non sconfessiamo radicalmente la prospettiva che considera la guerra con la Russia possibile o inevitabile, allora le elezioni saranno perdute prima ancora del loro svolgimento.

(di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it) – Da martedì notte, quando hanno iniziato a prendere forma i risultati delle elezioni americane di midterm, c’è uno strano vento nei media (non solo) italiani: no, non è il vento della storia, è più l’insieme di decine e decine di sospiri di sollievo. Oltre al condivisibile conforto per lo schiaffone arrivato al puzzone della Casa Bianca, nel sospiro del commentatore comm’il faut c’è di più, è la soddisfazione di poter ritirare fuori tutto il bric-à-brac delle buone cose di pessimo gusto: il trumpismo è finito, il sovranismo non si sente tanto bene, si torni al business as usual, serve moderazione, adelante ma con juicio. “L’estremismo, alla lunga, non paga”, ci spiega su Repubblica Yascha Mounk, politologo della Johns Hopkins University: d’altra parte negli Usa hanno vinto “i moderati nell’80% dei casi”. “Io penso stia iniziando il declino non solo di Trump, ma di quella miscela vincente che negli ultimi 10-15 anni ha saldato nazionalismo e riscatto economico”, dice Paolo Gentiloni, che quella “miscela” l’ha vista, se non causata, da Palazzo Chigi, ministeri e Commissione Ue. Non può mancare la lezione per l’Italia: a Marcello Sorgi (La Stampa) l’ex seminarista texano Talarico ricorda tanto Sergio Mattarella (sic), che non abbraccia “argomenti estremi”, “consapevole di aver sempre una parte dei cittadini che lo ascoltano e al momento opportuno sanno manifestarsi come maggioranza” (sic). Titolo: “Il ritorno a uno spirito moderato”. Lo spirito moderato è un po’ l’animale guida di quelli che scambiano il sintomo con la malattia e il realismo con la realtà: Trump, come altri puzzoni, è un sintomo, un capitalismo che non crea benessere condiviso e produce debito anche nei periodi di crescita è la malattia. Negli Usa e fuori la concentrazione di capitali e potere – compreso quello dei nuovi oligarchi – proseguirà anche dopo la sconfitta di Trump e così sarà finché non troveremo una soluzione “radicale” o finiremo contro il muro (o in una guerra). La realtà è smoderata, l’elettorato si adegua: vota persino un cialtrone arancione pur di non tornare nel salotto di Nonna Speranza dove vivono i moderati, pragmatici che stoicamente accettano la violenza che non subiscono.