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La memoria corta di Tajani: quando Giorgia Meloni voleva “fare grande l’Occidente” sulle orme di Trump


Tajani assicura che la premier “non è mai stata MAGA”, ma l’archivio dice l’opposto: tra comizi americani, endorsement della famiglia Trump e slogan nello Studio Ovale, la storia smentisce il tentativo di cancellare anni di piena sintonia trumpiana.

(di Francesca Moriero – fanpage.it) – “Neanche Meloni è mai stata una MAGA, per carità. Siamo conservatori, io sono berlusconiano”. Bastano poche parole pronunciate dal vicepremier Antonio Tajani all’indomani dello scossone elettorale d’Oltreoceano per riscrivere con un colpo di spugna anni di strategia politica, convegni oltreoceano e prese di posizione pubbliche. Un paradosso non da poco, se si considera che lo stesso titolare della Farnesina, solo pochi mesi prima a Washington, si era fatto immortalare con il celebre cappellino rosso “Make America Great Again”, per poi difendersi in Aula al Senato rivendicando che “era un regalo” e che di quel berretto non si vergognava affatto.

La sortita del leader di Forza Italia suona insomma come un tentativo di amnesia programmata. Archiviata la luna di miele e incassata l’imprevedibilità del trumpismo, la maggioranza tenta di rifarsi una credibilità atlantista moderata, dipingendo la premier come una conservatrice istituzionale immune al contagio del sovranismo a stelle e strisce. A smentire l’operazione non sono però soltanto le interpretazioni delle opposizioni, ma l’archivio sonoro, visivo e cartaceo della stessa Giorgia Meloni.

La corte di Bannon ad Atreju (2018)
La fascinazione per il mondo che gravitava attorno al miliardario newyorkese parte da lontano. Nel settembre 2018, l’ospite d’onore della kermesse di Fratelli d’Italia, Atreju, è Steve Bannon, l’ideologo supremo della vittoria trumpiana del 2016 e demiurgo dell’universo MAGA.

Dal palco romano, Bannon incorona Fratelli d’Italia come la declinazione italiana dell'”America First” (“Voi siete l’Italia First”). La risposta della presidente di FdI è un’apertura inequivocabile: l’annuncio pubblico dell’intenzione di aderire formalmente a The Movement, la rete internazionale dei populisti e sovranisti ideata dal guru trumpiano per scardinare gli assetti dell’Unione Europea.

Il pellegrinaggio americano: dal Prayer Breakfast a CPAC (2020-2022)
Nel febbraio 2020, Meloni vola a Washington come unica leader politica italiana invitata al National Prayer Breakfast, alla presenza di Donald Trump, per poi proseguire la sua missione politica presenziando alla Conservative Political Action Conference (CPAC), la roccaforte assoluta del trumpismo radicale. In quel frangente, la rivendicazione è orgogliosa: “La ricetta di Trump è quella giusta: meno tasse, meno burocrazia, difesa dei confini e delle identità. Un modello per la nostra Italia”.

Due anni più tardi, nel febbraio 2022, Meloni è ad Orlando, in Florida, per salire direttamente sul palco del CPAC. Con un intervento in inglese dai toni apocalittici contro le “élite globaliste” e la “dittatura del politicamente corretto”, arringa la platea di fedelissimi del tycoon scandendo le parole d’ordine della destra nazionalista: identità cristiana, sovranità nazionale e attacco al progressismo. Non una conferenza accademica di conservatori moderati, ma l’avamposto più acceso della propaganda MAGA.

Lo scudo dopo Capitol Hill e la “censura orwelliana” (2021)
Anche nei passaggi più critici della parabola trumpiana, la sintonia non è mai venuta meno. All’indomani dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, mentre le cancellerie europee condannavano senza appello i fatti di Washington, Meloni scelse di focalizzare la propria battaglia politica altrove. Quando le piattaforme social sospesero i profili del presidente uscente, la leader di Fratelli d’Italia si schierò invece apertamente contro l’oligarchia delle “Big Tech” e la “censura orwelliana” subita da Trump, sposando in pieno la retorica vittimistica del movimento MAGA contro l’establishment e i media tradizionali.

Il marchio di famiglia: la prefazione di Don Jr. e lo spot su Truth
A certificare che il filo diretto con il cerchio magico del tycoon non appartenesse solo a un passato remoto è arrivata anche la consacrazione editoriale negli Stati Uniti. L’edizione americana dell’autobiografia di Meloni (“I Am Giorgia”) è uscita infatti con la prefazione ufficiale firmata da Donald Trump Jr., l’erede ideologico dell’universo MAGA. Un’operazione benedetta dallo stesso Trump senior, che sul suo social Truth ha promosso il libro definendo Meloni una fonte d’ispirazione per tutti, incassando la pronta replica della premier: “Molto gentile, amico mio!”.

“Make the West Great Again”: lo slogan alla Casa Bianca
L’abbraccio simbolico non è terminato con l’arrivo a Palazzo Chigi, né si è limitato alle fasi di costruzione del consenso dall’opposizione. Il punto di saldatura lessicale e concettuale più esplicito si è consumato nello Studio Ovale. Il 17 aprile 2025, seduta a fianco di un restaurato Trump, Giorgia Meloni non si è limitata alla grammatica diplomatica dei bilaterali di Stato. Davanti alle telecamere internazionali ha fatto suo il mantra trumpiano, riadattandolo in chiave geopolitica con una formula studiata ad arte: “The goal for me is to make the West great again, and I think we can do it together”, “Fare di nuovo grande l’Occidente”: una trasposizione fedele del marchio politico del presidente USA, pensata per accreditare se stessa come il ponte naturale tra il movimento MAGA e il Vecchio Continente.

L’abbaglio del Nobel per la Pace (2026)
Ma il paradosso più stridente si è consumato sul terreno delle relazioni internazionali e del conflitto ucraino. Mentre Trump minacciava il disimpegno dalla NATO, flirtava con Vladimir Putin e teorizzava accordi sulla pelle di Kiev forzando le concessioni territoriali, da Roma arrivava la consacrazione diplomatica definitiva. Intervenendo in conferenza stampa a inizio 2026, Meloni si spingeva a dichiarare pubblicamente: “Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina”. Una cambiale in bianco consegnata al leader MAGA, assecondata persino dallo stesso Tajani, mentre l’amministrazione repubblicana ridisegnava la mappa della sicurezza europea a colpi di ricatti bilaterali.

Insomma, che oggi tra Palazzo Chigi e la Farnesina si preferisca aggiustare il tiro e rifugiarsi in un atlantismo più prudente e convenzionale fa parte del gioco: tra l’ombra dei dazi per l’export e gli scossoni della diplomazia reale, certe sintonie del passato finiscono per pesare. È la fisiologia del governare, ed è anche comprensibile.

Però tra la legittima cautela di oggi e il sostenere che Meloni “non è mai stata MAGA” c’è di mezzo un oceano di comizi, slogan condivisi e trasferte d’archivio. Si può benissimo spiegare che il quadro geopolitico è mutato e che il ruolo istituzionale impone altre priorità; fingere che quella lunga stagione di affinità elettive non sia mai esistita, invece, è un esercizio che fatica a reggere di fronte a una traccia documentale che è semplicemente lì, sotto gli occhi di tutti.


La Commissione UE rilancia l’allarmismo: “Dobbiamo essere pronti alla guerra”


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «La fantascienza è realtà, bisogna essere pronti al peggio, anche a un conflitto in Europa». Con queste parole la commissaria alle crisi Hadja Lahbib è tornata a lanciare l’allarme bellico, mettendo in guardia i propri cittadini. Lo ha fatto a poche ore dall’attacco informatico che ha colpito sistemi di refrigerazione dei supermercati europei, Italia compresa. L’UE è al momento in una «zona grigia», ha detto Lahbib: «Non siamo in guerra ma nemmeno in pace». Sulla scia di questi ammonimenti, la commissaria ha diffuso nuove indicazioni per preparare i cittadini alle emergenze, riprendendo l’impostazione di quelle presentate lo scorso anno attraverso un video che ricalcava il format social What’s in my bag. La retorica bellica verso cui l’Europa ha virato negli ultimi anni fa da sfondo ai piani di riarmo annunciati. L’UE punta a spendere entro il 2030 una cifra pari a 800 miliardi di dollari in armamenti, mentre latita dai tavoli negoziali, restando ai margini della diplomazia mondiale.

Le dichiarazioni di Lahbib arrivano sulla scia degli ultimi episodi di cronaca che hanno trovato ampio spazio sulle prime pagine dei quotidiani europei. Nei primi due giorni di novembre, sono stati segnalati attacchi informatici ai sistemi di refrigerazione dei supermercati in diversi Paesi europei, Italia compresa. Due settimane prima, in Francia, la filiera del freddo era stata oggetto di un attacco analogo: diversi impianti frigoriferi della grande distribuzione erano stati manipolati da remoto e impostati in modalità sbrinamento, con temperature che avevano raggiunto anche i 50 °C. Fin dalle prime ore successive agli episodi, l’UE aveva parlato di «un tentativo deliberato di interrompere la nostra catena di approvvigionamento alimentare e di minare la fiducia dei consumatori in essa». Ora il caso torna al centro del dibattito, riportando l’attenzione sul tema della cosiddetta «guerra ibrida».

Il 3 novembre gli attacchi ai sistemi di refrigerazione dei supermercati sono proseguiti, mentre le indagini nei Paesi coinvolti sono andate avanti. Sulla scorta delle dichiarazioni allarmistiche, la Commissione ha convocato due riunioni di coordinamento con gli Stati colpiti dal sabotaggio informatico: alla prima hanno partecipato la task force interistituzionale dell’UE, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cybersicurezza (ENISA), Europol e gli organi competenti dell’esecutivo; la seconda ha coinvolto EU-CyCLONe, la rete europea di collegamento per le organizzazioni di gestione delle crisi informatiche. Parallelamente, la Commissione ha diffuso nuove indicazioni per preparare i cittadini alle situazioni di emergenza: «Quando si verifica una calamità, le prime ore possono fare la differenza. Ogni europeo dovrebbe sapere cosa fare, come proteggere la propria famiglia e come aiutare gli altri», ha affermato Lahbib.

L’impostazione delle nuove raccomandazioni riprende quella delle indicazioni elaborate nel marzo del 2025 e presentate dalla stessa commissaria attraverso un video che ricalcava il format social What’s in my bag («Cosa c’è nella mia borsa»). Nel filmato, Lahbib mostrava il contenuto del proprio kit di sopravvivenza, illustrandone gli elementi con un linguaggio e uno stile tipici dei contenuti di intrattenimento. Le nuove linee guida mirano ad «aiutare le persone e le comunità a prepararsi alle emergenze, incluse le prime 72 ore di una crisi». Tra le indicazioni figura la preparazione di un kit di emergenza contenente beni di prima necessità che consenta ai cittadini di essere autosufficienti per almeno tre giorni. Sono inoltre previsti programmi di «educazione alla preparazione» e iniziative per la «comunicazione dei rischi e delle minacce». La Commissione ha infine annunciato l’istituzione della prima Giornata europea della preparazione, in programma nell’ottobre del 2027.

Insomma: di fronte ai recenti fatti di cronaca, l’esecutivo comunitario ha risposto diffondendo nuove indicazioni che mirano a rendere i cittadini familiari con un contesto di crisi permanente e a normalizzare l’ipotesi di un potenziale conflitto. Una strategia che, sul piano comunicativo, sembra procedere di pari passo con il piano di riarmo europeo, che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030 attraverso due strumenti principali: il primo prevede la mobilitazione di una cifra fino a 650 miliardi di euro mediante l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che consentirebbe agli Stati membri di aumentare la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli del Patto di stabilità; il secondo è il fondo SAFE, che prevede la raccolta sui mercati finanziari di un massimo di 150 miliardi di euro, da mettere a disposizione degli Stati membri sotto forma di prestiti.


Solo il 22% dei giovani britannici è disposto a imbracciare le armi per difendere il proprio Paese


(ANSA) – I giovani britannici sono ben poco disposti a imbracciare le armi per il proprio Paese in caso di guerra, nonostante i tanti appelli da parte del governo e dei vertici delle forze armate per prepararsi a un eventuale conflitto.

Solo il 22% degli under 35 nel Regno Unito considera importante essere pronto “a servire nelle forze armate in caso di necessità”, contro il 43% degli over 55. È quanto emerge dall’ultima edizione del British Social Attitudes Survey (Bsa), una vasta indagine sugli orientamenti sociali e politici, condotta ogni anno dal 1983.

L’autrice del rapporto, Sophia Gaston, ha affermato che i risultati sono “preoccupanti” per l’esecutivo laburista di Andy Burnham, che anche di recente aveva invitato la popolazione alla prontezza davanti alla prospettiva di una guerra, di eventi naturali estremi o di attacchi informatici.

Gaston ha indicato tra le possibili cause un minore senso di appartenenza nazionale dei più giovani. Il sondaggio contiene anche le indicazioni su tutta la popolazione britannica senza distinzione d’età rispetto ai Paesi che vengono percepiti come una minaccia per la stabilità a livello globale: l’89% ha indicato la Russia, il 78% Israele, seguito dall’Iran (75%) e dalla Cina (62%). Intanto la quota di chi considera gli Stati Uniti come una seria minaccia internazionale è più che raddoppiata, dal 36% del 2024, quando c’era Joe Biden alla Casa Bianca, fino al 74% della primavera di quest’anno con la presidenza di Donald Trump.


La grande fuga dal Sud


(ANSA) – Il Mezzogiorno rischia di perdere quasi 7,4 milioni di abitanti entro il 2080, passando dagli attuali 19,7 milioni a 12,3 milioni. È la stima contenuta nel rapporto “Sud Vivo. La sfida demografica come risorsa nazionale”, promosso dalla Fondazione con il Sud e curato da Francesco Izzo e Fabrizio Minnella, che fotografa le criticità demografiche ed economiche dell’area, ma evidenzia anche esperienze e potenzialità di sviluppo.

Tra il 2001 e il 2023 il Sud ha già perso circa 730mila residenti, mentre oltre 220mila giovani sono emigrati all’estero tra il 2011 e il 2024. Il rapporto segnala tuttavia indicatori positivi: negli ultimi anni il Mezzogiorno ha registrato una crescita cumulata del 9,5%, superiore alla media nazionale.

La quota di imprese ad alta crescita supera quella italiana in tutte le regioni meridionali. Sono inoltre quasi 50mila le organizzazioni del Terzo settore iscritte al Runts, il registro unico nazionale del terzo settore e circa 3.500 le startup innovative presenti nell’area.

Tra le risorse individuate figurano anche l’accoglienza e l’economia sociale. Nel Mezzogiorno si concentra il 65% dei progetti e il 55% dei posti del sistema accoglienza integrazione SAI.

Il rapporto documenta diverse esperienze di rigenerazione territoriale, dalla rinascita del Rione Sanità a Napoli, con oltre 130 giovani coinvolti nelle attività culturali e turistiche, a CasaPaese a Cicala, in Calabria, fino a Beehive a Trapani, che ha contribuito alla creazione di 56 posti di lavoro qualificato e al rientro di 26 siciliani.

Restano significative le disuguaglianze. Nel 2025 il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni è pari al 41% nel Mezzogiorno, contro il 58% della media nazionale. Pesano inoltre salari più bassi, precarietà lavorativa e carenze nei servizi pubblici, fattori che continuano ad alimentare la partenza dei giovani qualificati.

La campagna Sud Vivo, promossa con circa 200 partner, individua quattro direttrici per contrastare lo spopolamento: nascere, restare, tornare e arrivare. L’obiettivo è creare condizioni favorevoli alla permanenza e all’attrazione di nuovi abitanti attraverso lavoro dignitoso, servizi, accoglienza e valorizzazione delle competenze.

Per la Fondazione con il Sud, la rigenerazione demografica rappresenta una questione nazionale. Il rapporto indica nella collaborazione tra istituzioni, enti locali e Terzo settore la strada per consolidare le esperienze già avviate e trasformarle in politiche strutturali di sviluppo.


Meno centro (Renzi incluso) e più sinistra


Le elezioni Usa dimostrano che una destra aggressiva si contrasta solo con posizioni radicali. Altro che voto moderato

Meno centro (Renzi incluso) e più sinistra

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Appunti per il campo largo dal voto Usa di Midterm: l’estremismo Maga di Trump non si batte con l’appello al voto moderato, ma sfidandolo sul suo stesso terreno con idee nette e radicali. Una lezione della quale il fronte progressista italiano, ancora senza leader e senza programma, dovrebbe fare tesoro: contro la destra neoliberista, autoritaria e sedicente sovranista di Meloni & Co non si vince reclutando nella coalizione centri e centrini vari ma affrontandola colpo su colpo non solo su sanità, lavoro, salari, povertà, conflitto d’interessi, guerra e riarmo. Ma anche superando un tabù come la tassa patrimoniale sui grandi capitali che perfino tra i democratici americani comincia ad infrangersi.

Lezione Usa per il campo largo

Non è un caso che tra i volti simbolo delle Midterm americane spicchino tra gli altri, il seminarista presbiteriano James Talarico e il medico figlio di immigrati egiziani Abdul El-Sayed. Il primo ha riportato i dem alla vittoria in Texas dopo quasi 40 anni esortando gli elettori ad unirsi per opporsi allo strapotere dei miliardari e delle loro ingerenze nella politica. Il Davide che sconfigge i Golia, per citare le sue parole: ossia l’uomo più ricco e quello più potente del mondo insieme all’intero establishment di Washington”. Il secondo ha strappato un seggio al Senato inneggiando alla Sanità pubblica per tutti, ridotta di fatto dalle privatizzazioni selvagge delle destre mondiali da diritto universale a privilegio per censo.

Meno Renzi e più sinistra

Intanto in Italia, il fronte progressista discute di altro. A parte il Movimento 5 Stelle che ha già consultato la propria base e formulato le sue proposte, se pare ormai certo che il candidato premier si deciderà con le primarie, il programma latita ancora. In compenso, gli sherpa del Pd e gli opinionisti prêt-à-penser dei meglio salotti televisivi continuano a spingere il reclutamento di Renzi nella coalizione – e il salvataggio del suo micro-partito dall’estinzione – come fosse questione di vita o di morte. Eppure quell’uno-due percento di cui è accreditato l’ex rottamatore – soprattutto del governo Conte-2 – rischierebbe in realtà di sottrarre alla coalizione più consensi di quanti ne porterebbe in dote. Secondo un sondaggio Lab21 per La Notizia, pubblicato il 12 giugno scorso, infatti, il 51,6% degli intervistati considera Italia viva una “forza respingente”, capace di allontanare l’elettorato strutturato di sinistra e del Movimento 5 Stelle.

Così, invece di affondare il colpo sul governo grazie all’assist che arriva dagli Usa con la disfatta di Trump, da cui ora Meloni & C. cercano affannosamente di smarcarsi dopo averlo rincorso, dalla candidatura al Nobel proposta dalla premier alla penosa sfilata del suo vive Tajani al Board of Peace con il cappellino Maga in mano, l’opposizione rischia di perdersi nelle solite alchimie di palazzo che non fanno altro che allontanare gli elettori dalle urne. Ha ragione il politologo Revelli, che potrete leggere nell’intervista pubblicata oggi sul nostro giornale: “Una destra aggressiva e virulenta si contrasta solo con posizioni radicali, chiare, nette e un programma radicalmente opposto”. Non certo alleandosi con Renzi.


Trump perde e i complici ora fanno finta di niente


(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump è diventato un tizzone ardente. Brucia le dita di tutti quelli che lo hanno applaudito per sottomettersi alla sua corona di re del mondo. Non ha ancora perso tutto, ma ha già perso molto. Le elezioni di Midterm hanno trasformato la sua onnipotenza in una disfatta politica. Il suo consenso precipita. Il suo partito paga. I suoi alleati cominciano a guardarsi intorno, cercando un estintore. E adesso assistiamo al più comico e indecente spettacolo della politica contemporanea: la fuga dei complici.

Perché Trump non è diventato improvvisamente Trump. Lo era già. Era già l’uomo condannato per 34 falsificazioni di documenti contabili, quello riconosciuto responsabile di abuso sessuale contro la scrittrice E. Jean Carroll, quello che ha pagato Stormy Daniels per negare la loro relazione, quello che se la spassava alle feste maligne di Epstein, quello delle menzogne a raffica, dell’assalto a Capitol Hill, delle minacce agli avversari, del disprezzo per le donne, gli immigrati, i poveri. Era già il miliardario che considera la Casa Bianca un’estensione delle proprie aziende, la politica estera una trattativa immobiliare, la pace un affare da concludere possibilmente con un premio Nobel a fine pasto. Non occorreva un’indagine dell’Fbi per capirlo. Bastava ascoltarlo. Bastava guardarlo. Bastava non mentire a se stessi.

Invece no. Per due anni abbiamo ascoltato una processione di commentatori, editorialisti, diplomatici, politologi, specialisti della genuflessione, spiegarci che dietro ogni sua volgarità si nascondeva una strategia. Dietro ogni insulto una verità. Dietro ogni ricatto una raffinata tecnica negoziale. Dietro ogni menzogna un messaggio agli elettori. Trump minacciava e loro traducevano. Trump delirava e loro interpretavano. Trump pretendeva e loro applaudivano la sua capacità di ottenere risultati. Per spiegare un uomo senza scrupoli hanno inventato un’intera scienza degli inchini. Adesso che il vento gira, gli stessi interpreti scoprono i suoi limiti, gli eccessi, le contraddizioni, il linguaggio divisivo. Che coraggio. Che tempestività. Che straordinaria capacità di arrivare alla verità quando non costa più niente.

E Giorgia Meloni? Difficile per un premier italiano non sottomettersi all’alleato americano. Ma lei ha fatto molto di più, ci è andata a nozze e ha finito per cascare dentro la torta. Aveva scommesso sulla propria intimità politica col presidente americano. Era il suo alleato, il suo interlocutore privilegiato, il gigante che avrebbe garantito all’Italia un posto speciale nel mondo. A gennaio era arrivata a immaginare per lui il Nobel per la pace. Il Nobel. Per Trump. Che già armava e finanziava il massacro di Gaza, schierava le portaerei nel Golfo per minacciare Teheran, affondava i motoscafi venezuelani in diretta tv. Ora la premier deve spiegare come si conciliano il patriottismo italiano e la sudditanza a un presidente che usa i dazi contro gli alleati, tratta l’Europa come una seccatura, pretende obbedienza e chiama amicizia la sottomissione. Ma soprattutto deve spiegare agli italiani che cosa abbiano guadagnato da tanta devozione. Quale vantaggio economico, quale sicurezza, quale prestigio. Oltre alle fotografie sorridenti pretese, no, anzi, implorate. Il guaio è che, mentre il suo grande alleato va in malora, anche il governo italiano sbanda e pasticcia. La nuova manovra di Bilancio, 26 miliardi distribuiti in 157 articoli, è un catalogo di piccoli interventi, sconti provvisori, promesse valide soltanto per l’anno elettorale. Non un progetto per il Paese, ma una collezione di cerotti. Con tagli alla scuola, alla sanità, al lavoro. Incapace di immaginare un futuro più lungo di 12 mesi – salvo le armi e la guerra – mentre celebra con le fanfare la durata record del proprio governo. È questa la doppia bancarotta politica che si profila. Fuori, la scommessa sul padrone americano. Dentro, la povertà di una politica che ha scambiato la propaganda sui social e sui tg per il governo, la sudditanza per la diplomazia, la sopravvivenza per il successo.

Ma la questione più grave riguarda chi racconta tutto questo. Perché una democrazia può sopravvivere a un presidente indecente. Ma soffoca quando l’informazione diventa di regime, nasconde i fatti o li traveste, criminalizza le proteste di piazza e trasforma le critiche in un complotto. Adesso gli stessi addetti alla propaganda di prima, scriveranno migliaia di articoli sulla crisi del trumpismo. Analizzeranno i malanni dell’America, le oscillazioni del voto Maga, il malessere della classe media, la rivolta contro gli oligarchi. Tutto utile. Ma evitando di rispondere alla domanda più semplice: come avete potuto prendere sul serio, per tanto tempo, un uomo simile? Trump brucia. Meloni negherà di essersi scottata. Resta il tema (etico, deontologico, politico) di chi mente con il potere, per il potere. E pretende di chiamarla informazione.


Dopo i tagli alla scuola “sfuggiti”… Salvini si è accorto dei soldi per le armi infilati nella “manovrina”?


(ANSA) – Dall’analisi delle tabelle della Legge di Bilancio 2027 condotta dall’osservatorio Milex emerge che la spesa militare italiana previsionale supererà per la prima volta i 40 miliardi di euro l’anno prossimo, con una crescita di oltre 6 miliardi rispetto ai quasi 34 miliardi del 2026. 

Si tratta, segnala Milex, di “un nuovo record storico, con una crescita di oltre 6 miliardi (+18%) rispetto ai quasi 34 miliardi del 2026 e in deciso incremento anche rispetto al quadro tendenziale, cioè a legislazione vigente, che il Bilancio per il 2026 prevedeva per l’annata successiva”.

Il dato principale è la crescita del bilancio proprio del ministero della Difesa, che da solo raggiunge 38,8 miliardi, con un incremento di circa 6,4 miliardi rispetto ai 32,4 miliardi del 2026 e di 4,5 miliardi – lo 0,19% del Pil previsto nel Documento Programmatico di Bilancio – rispetto ai 34,3 miliardi del bilancio Difesa atteso a legislazione vigente, con più della metà dell’incremento dovuto ai maggiori investimenti nell’acquisto di armamenti. 

A trainare l’incremento che porta la spesa militare italiana oltre la soglia dei 40 miliardi sono infatti le maggiori spese per armamenti che, tra Difesa e Mimit, nel 2027 saliranno da 13,2 a 17,2 miliardi.


Urge una discussione pubblica sui grandi temi della nostra città: “CittadinoSudd – Benevento Libera” darà il suo contributo


L’iniziativa di Cittadino Sudd, presentata lo scorso 31 ottobre al Museo del Sannio, delinea l’embrione di una discussione pubblica di cui si sente particolare bisogno in una comunità cloroformizzata dal «pensiero unico».
Due premesse sono tuttavia ineludibili:
1. l’attuale inquilino di Palazzo Mosti, al più tardi a maggio, dovrà traslocare perché la legge inibisce il terzo mandato;
2. gli organizzatori dell’incontro, Umberto Del Basso De Caro e Pasquale Viespoli, hanno dichiarato la loro irrevocabile indisponibilità a futuri impegni diretti.
Tali precisazioni si rendono necessarie per evitare retropensieri tendenti a spostare il ragionamento su un terreno improprio e scivoloso.
L’obiettivo dichiarato è, invece, aprire una riflessione collettiva su temi che rappresentano il futuro della nostra Città:
1. dalla funzione territoriale che Benevento è chiamata a ricoprire nei prossimi venti anni al rilancio delle attività produttive;
2. dalle infrastrutture che devono connettere Benevento al resto d’Italia alle politiche energetiche sulle quali non è stato consentito discutere né nelle aule consiliari né in iniziative pubbliche;
3. dal ciclo integrato delle acque a quello dei rifiuti rispetto ai quali i cittadini brancolano nel buio a causa di una interessata disinformazione.
Ai temi generali è necessario aggiungere altri di più specifica ricaduta cittadina: piano parcheggi, refezione scolastica, stato di attuazione del PNRR, risanamento ambientale.
Sono argomenti di grande rilievo pubblico sui quali sollecitiamo l’attenzione ed il contributo dei cittadini, delle associazioni, dei movimenti che, in modo spontaneo, stanno offrendo il loro apporto propositivo, dei pubblici amministratori e dei partiti che intendono costruire un’alternativa programmatica alla decennale esperienza che sta per concludersi.
Non offriamo il libro dei sogni ma una solida proposta di governo della città che serva a disegnare un orizzonte più alto e più nobile della tanto dimessa realtà attuale, in grado di accendere speranze, suscitare entusiasmi, cambiare il destino al quale sembriamo essere condannati.
Questo è il nostro profilo e su questo ci misureremo nei mesi che verranno.

Comunicazione CittadinoSudd – Benevento Libera.


Trump, il sistema e il vero cambiamento


(Tommaso Merlo) – Trump ha due strade davanti a sé. Fregarsene della legnata elettorale e tentare il tutto per tutto oppure arrendersi. Dato l’ego tossico e il passato da bancarottiere, più probabile non molli di un millimetro ed anzi rilanci. Al suo livello di demenza narcisistica e senilità quello che ha davvero a cuore non è solo aver ragione sempre e comunque, ma anche la sua eredità. Si crede meglio di Abramo Lincoln e lo manda in bestia che gran parte degli americani gli preferiscono il mostro di Milwaukee. E non c’è dubbio che una vittoria contro l’Iran aiuterebbe la sua disperata causa e che sia questo il momento più propizio, prima cioè dell’insediamento del nuovo Congresso e con l’esercito già schierato nel Golfo. Un’altra aggressione illegale che conviene anche ai suoi padroni sionisti che da decenni corrompevano gli americani per fargli distruggere anche l’Iran in modo da trattare anche i persiani come palestinesi qualunque. E proprio come Trump, anche il suo disgustoso padrone Netanyahu ha disperato bisogno di una vittoria per salvarsi la faccia e non finire prematuramente nella fogna della storia. E non solo, se davvero i sionisti hanno un’intera videoteca sulle porcherie di Trump con le ragazzine, lo devono ricattare adesso prima che non conti più una fava. E chissenefrega se i generali ripetono che non vi sono serie opzioni militari contro Teheran, il piano è quello di dar fondo agli arsenali colpendo le infrastrutture civili impreziosendo la collezioni di crimini di guerra e sganciando una atomica tattica su qualche montagna miracolosa nella speranza che la Repubblica Islamica sventoli bandiera bianca. Gli iraniani non vedono l’ora mentre il resto del mondo rimane ostaggio della megalomania di due efferati criminali e si augura che l’escalation porti alla fine dell’impero americano e di conseguenza del sionismo. Ma se invece Trump accusasse la legnata elettorale e si arrendesse, è inutile comunque farsi illusioni. I politici passano, il sistema resta. La mafia lobbistica punta contemporaneamente su tutti i cavalli per essere sicura di vincere sempre e se Trump si confermasse un ronzino, procederanno con altri equini politicanti. I due leader del partito democratico Hakeem Jeffries e Chuck Schumer sono due marionette della lobby sionista e della guerra da cui incassano milioni da anni. È cronaca a stelle e strisce. Il genocidio è iniziato col supporto del democratico Biden ed è continuato con quello del repubblicano Trump. Già, se bastassero le elezioni per ottenere vero cambiamento, l’impero ma anche noi colonie non saremmo mai piombate in questo baratro. Dato il rigido bipartitismo, in America il cambiamento prova ad emergere da dentro i due partitoni di massa e finisce in niente, i candidati anomali premiati dagli elettori vengono riassorbiti e perfino i presidenti più audaci finiscono per fare gli inservienti dello stato profondo e della mafia lobbistica. Obama su tutti. Col recente voto, il popolo americano ha ribadito il suo no alla guerra permanente ed ha voltato le spalle ad Israele, ma il sistema ha iniziato ad opporsi al cambiamento a conteggi ancora in corso. Per la guerra in Iran come per quella in Ucraina anche se a parti invertite. Trump vuole la pace con la Russia ma dato che lo stato profondo conta molto più del presidente, alla fine è solo riuscito a ridurre soldi e forniture militari per Zelensky. I democratici americani sono invece un covo di russofobi e vogliono marciare su Mosca a petto in fuori. Anche loro fottendosene altamente dei cittadini che vorrebbero che i quattro spiccioli che restano siano usati per alleviare i loro problemi. È cronaca a stelle e strisce. A comandare non sono né i cittadini né i presidenti, è la mafia lobbistica sia di matrice economica che ideologica che opera nell’ombra col supporto del circo mediatico mainstream. In America come da noi. I due schieramenti sono la faccia dello stesso sistema e il loro vero ruolo non è rappresentare le istanze popolari ma sfruttarle a fini elettorali e poi annacquarle e tradirle una volta nei palazzi in modo che il sistema possa sopravvivere indenne. Certo, è una buona notizia che emergano personaggi e movimenti nuovi e anti sistema, ed è positivo che anche in America i cittadini detestino l’oligarchia e abbiamo voltato le spalle ad Israele. È anche incoraggiante che le manipolazioni propagandistiche e dei media mainstream siano sempre più inutili, ma i fanatici non cambiano mai idea e i sistemi crollano solo se constretti. Già, se bastassero le elezioni per ottenere vero cambiamento, l’impero ma anche noi colonie non saremmo mai piombate in questo baratro. Possiamo giusto goderci questa ventata democratica e in attesa che Trump decida se giocarsi il tutto oppure arrendersi, rimanere consapevoli che per la pace e per una politica all’esclusivo servizio dei cittadini, la strada è ancora lunga.


Davide ha abbattuto Golia…


(Dott. Paolo Caruso) – Il Midterm ha riscattato l’ onore degli americani, “David ha abbattuto Golia”. Così ha detto, a vittoria certa, Talarico il senatore democratico che ha strappato in Texas il seggio ai fortissimi repubblicani. L’impresa era ritenuta impossibile per l’esoso quanto inutile esborso di denaro, oltre centocinquanta miliardi di dollari, da parte di Elon Musk in favore dei repubblicani. L’osso era duro e si presentava umanamente invincibile. Bastò una fionda. E “la fionda siete stati voi” ha detto Talarico rivolgendosi a coloro che lo avevano votato. Il discorso tenuto a caldo, pareva uscito dalla scuola di Papa Francesco. Dopo avere raccontato la povertà della sua estrazione sociale, ha riconosciuto di avere vissuto in miseria e nella emarginazione. Ma “ho creduto in Dio”, come gli ricordava il nonno che era di fede “battista”. Ha parlato, per oltre dieci minuti, convintamente d’amore, contro le logiche divisive imposte dai Maga e dal loro caporione Trump. Ha invitato tutti ad uscire dalle faziosità per fare grande il Texas, e a guardare ad ognuno come potenzialità per crescere insieme. Nel suo discorso si è percepito il miracolo, il bisogno di un vero cambiamento. Altra musica dunque, stonata per le orecchie di Trump che continua a straparlare di guerra, dollari e di business per sé e i suoi. Inizia la grande risalita, dopo avere toccato il fondo della disumanità. Nella America di oggi il risveglio è stato radioso. Si sente il bisogno catartico di dignità troppo umiliata in questi ultimi anni gestiti dal Tycoon. Il mondo si apre alla speranza del cambiamento. Avremo altri due anni nei quali potremo aspettarci di tutto dal bisonte ferito. “Anatra zoppa”, come preferiscono chiamarlo i commentatori. Il suo cappello MAGA già in disarmo presenta il suo nuovo modello con su scritto “VETO”, il suo programma per i prossimi due anni. Però ora avrà a che fare con un Congresso democratico, che gli sarà ostile e un Senato che non sarà più tutto suo. Chissà come saranno rattristati la Serva sciocca della Garbatella e il Cazzaro verde della Padania? Hanno perso per strada i loro migliori amici, da Orban a Vucic, da Bolsonaro all’ azzoppato Trump. Non sarà che portano iella?


C’è un mega scandalo corruzione ma nessuno ne parla. Sarà perchè c’è di mezzo Fratelli d’Italia?


Marche: tangenti e mafie, l’altro terremoto che fa tremare Acquaroli. Indagato per il sistema di appalti Pistarelli, suo ex capo di gabinetto. Il Pd: il governatore si dimetta. E la ricostruzione si ferma

Francesco Acquaroli, presidente della Regione Marche

(Corrado Zunino – repubblica.it) – CAMERINO (Macerata) – «Per carità, io non sono un dipendente della Crucianelli». Si fa il segno della croce l’operaio campano, a fianco di un’impastatrice. È nella zona rossa, spettrale e ancora vietata ai non addetti ai lavori, di Camerino. È uno dei rari muratori italiani del cratere post-sisma e, visto che non è un dipendente di Enrico Crucianelli, già amministratore delegato della Rest Edile srl, continua a lavorare. Qui, nel cuore diroccato di Camerino. Ha certezza della busta paga, il prossimo 15 del mese.

Il più potente effetto collaterale dell’inchiesta Ricostruzione — che quattordici giorni fa ha portato in carcere l’imprenditore Crucianelli, appunto, insieme a Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente della Regione, Francesco Acquaroli — è che i 399 cantieri ancora aperti e nella potestà della Rest Edile si sono fermati. A Camerino, sì, e a Tolentino, a San Severino Marche, in altri 37 comuni della provincia di Macerata. Le aziende subappaltanti, di fondazione malavitosa, reggina e napoletana, da due settimane si sono rese irreperibili. I 270 operai edili della capofila, quasi tutti nordafricani, hanno lasciato il cratere perché bisognosi di uno stipendio per inviare le rimesse in Egitto, Marocco, Tunisia.

Via Ridolfini, via Venezian, via Filzi, via Antinori civico 4, 6 e 18. I controlli su sei cantieri Crucianelli, in questa città universitaria ancora semideserta a dieci anni e pochi giorni dal suo terremoto, mostrano la stessa fotografia: niente lavori, nessun operaio attorno a case private da rinforzare, o ricostruire.

Ottenuti 899 cantieri con 270 operai

Mohammed, egiziano, 47 anni, esce da un cantiere in attività che inizia a tramontare. In passato ha lavorato per Crucianelli, imprenditore monopolista di Tolentino, figlio di papà missino, «e sono stato pagato con regolarità». Il costruttore aveva regolarizzato tutti i suoi dipendenti, però, al livello uno: manovali al primo impiego, quale che fosse la loro esperienza. E con soli 270 uomini disponibili aveva ottenuto 899 cantieri della ricostruzione, di cui 399 sono ancora da completare. I manovali egiziani avevano quasi tutti residenza nel Milanese e questo, spiega Mohammed, perché per vent’anni nel capoluogo lombardo si è costruito. Dal gennaio 2023, finito il bonus del 110 per cento, gli arruolatori delle mafie li hanno trasferiti in massa in Centro Italia, area trascurata dalle imprese e indietro nella ricostruzione pubblica e privata.

L’ex commissario Giovanni Legnini, oggi sindaco di Chieti e ieri pomeriggio relatore a Camerino in un convegno Cgil sul terremoto e il suo spopolamento, dice: «Se qualcuno ha 399 appalti della ricostruzione, come è possibile che nessuno se ne sia accorto? Le leggi sugli appalti nelle Marche sono state saltate a pie’ pari». Poi, continua Legnini: «Il sistema di questa ricostruzione si basava sullo sfruttamento dei lavoratori, pagati molto meno del giusto».

Il sistema funzionava così: l’imprenditore Crucianelli, grazie a Pistarelli, lo spin doctor di Acquaroli nella prima, e vincente, campagna elettorale per la presidenza delle Marche, prendeva l’appalto pagando l’ex capo di gabinetto, faceva suo il primo finanziamento pubblico — il cosiddetto Sal al 20 per cento del totale — e redistribuiva i primi soldi alle società controllate dalla ‘ndrangheta e dai casalesi. Nel cantiere entrava in subappalto la Mira, azienda con interdittive antimafia registrate in prefettura, e lavorava fino a quando — spesso tardi, anche dopo due anni e mezzo — le autorità non si accorgevano del pessimo curriculum societario. Subentrava, allora, la ditta Prospera, che prima di essere fermata lasciava spazio e lavoratori ad Amplia, che a sua volta cedeva il cantiere ad Omega. Tutte queste aziende erano assenti dalle white list prefettizie, che certificano la pulizia delle imprese edili.

“I mancati controlli amplificano il sistema”

«I mancati controlli del commissario nazionale Guido Castelli hanno amplificato questo sistema negli ultimi quattro anni», dice il segretario generale della Cgil Marche, Giuseppe Santarelli. La strada dell’omissione di vigilanza porta diretta, tuttavia, agli uffici speciali regionali della ricostruzione. Il governatore Acquaroli, amico e compagno di Pistarelli in Fratelli d’Italia, ne è il responsabile, oltre ad essere il vicecommissario straordinario della ricostruzione nelle Marche. Oggi il presidente, amico della premier Giorgia Meloni, non parla: «Ho detto tutto in consiglio regionale».

Acquaroli si è già difeso dall’accusa di aver chiamato al suo fianco, come capo di gabinetto, il perno politico di una ricostruzione marchigiana affidata alla criminalità organizzata e poggiata sulle tangenti. «Su Pistarelli c’erano voci, senza riscontri», ha detto, «per questo lo avevamo allontanato». il Pd delle Marche nell’ultimo incontro dal vivo gli ha chiesto: «Perché non sei andato in procura?». E gli ha intimato di dimettersi. Pistarelli è il terzo collaboratore che il governatore ha allontanato durante il secondo mandato.

Il commissario alla Ricostruzione, Guido Castelli, senatore di Fratelli d’Italia, presente nelle intercettazioni dei costruttori malavitosi ma non indagato, lunedì sarà alla Prefettura di Macerata per capire se l’impresa Crucianelli, a cui sono stati bloccati 39 milioni, ha abbastanza liquidità per pagare i 1.500 operai dei subappalti. Tre, egiziani, senza stipendio, hanno già protestato a Tolentino. Salendo su una gru.


Trump chi?


Elezioni Usa, Meloni allarga il solco: linea Ue su Putin al G20 e jet degli 007 in Iran. La posizione dettata a FdI: Usa vitali, non entriamo nelle dinamiche interne. Ma c’è lo strappo. Trump: “Francia e Italia muoiono”

Elezioni Usa, Meloni allarga il solco: linea Ue su Putin al G20 e jet degli 007 in Iran

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Imbarazzo, solchi che si allargano, insomma: fine di una relazione speciale. Trump chi? A Palazzo Chigi è il momento delle scelte definitive. Non con gli Stati Uniti, ovviamente: rapporto irrinunciabile, non fosse altro che per lo scudo militare. Lo ribadivano ieri i fogli della propaganda meloniana alle Camere, è lo stesso ragionamento attribuito ufficiosamente alla premier: non entriamo nelle dinamiche interne altrui, tra i due Paesi non cambia nulla e gli Usa restano alleato vitale, indipendentemente dalle maggioranze e dai governi. La verità, però, è brutalmente diversa: le midterm rendono irrecuperabile lo strappo sentimentale dal tycoon. Questione di posizionamento e di sopravvivenza politica, sperando che basti.

Si può decidere di raccontare la fiducia compromessa tra Giorgia Meloni e la Casa Bianca seguendo un aereo, oppure la Fox News. Partiamo dal velivolo: alle due e dieci del mattino del 3 novembre, a poche ore dall’apertura dei seggi negli Stati Uniti, un jet privato decolla da Ciampino alla volta di Teheran. Resta a terra per otto ore. Il codice identificativo “copre” l’identità, segnalano i siti specializzati, come spesso accade per i voli targati CAI, quelli dell’intelligence. E infatti si tratta di una missione dei servizi italiani.

Non è un dettaglio, semmai un nuovo solido indizio della diplomazia parallela – peraltro mai cessata, anche sotto le bombe della scorsa primavera – che Roma continua a coltivare con gli iraniani. L’obiettivo, dall’inizio del conflitto, è evitare che il Paese sia esposto e diventi in qualche modo target ostile. Interessi economici, commerciali, transito da Hormuz, sicurezza interna. Un approccio che certo non cambierà nella nuova fase globale anticipata dall’onda blu dei democratici Usa.

Altro indizio, ricavato dall’inquadratura opposta: nella notte italiana del 4 novembre, Trump, sconfitto e indecifrabile, telefona a Fox. Parla prima del confine con il Messico, «era un colabrodo e in due mesi l’abbiamo sigillato, da diciassette mesi nessuno filtra dal Sud degli Stati Uniti». Poi il presidente prosegue il ragionamento volgendo lo sguardo verso Roma, senza alcuna apparente necessità di farlo: «L’Europa sta morendo, Francia e Italia sono in un momento terribile, forse questi Paesi neanche sopravviveranno». Schiaffo all’ex amica Meloni, a freddo e senza riguardo.

Imbarazzi, silenzi, scelte segnate da una tempistica che fa riflettere. Ad esempio, il varo del pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, che Palazzo Chigi tiene congelato da molti mesi. Arriverà il prossimo 10 novembre al Copasir – lo aveva anticipato Repubblica – illustrato da Guido Crosetto. Il timing dell’annuncio dice molto: archiviate le midterm, Meloni è obbligata a decidere se stare con l’Europa al fianco di Kiev, oppure disimpegnarsi. Sceglie di farlo, inevitabilmente.

Stare con le capitali continentali, in qualche modo, significa tenere aperto un canale diplomatico con Parigi, Londra e Berlino, anche se gli E3 giocano in proprio e tengono la premier lontana da alcuni tavoli. E dunque Roma comunque dialoga per valutare insieme come muoversi di fronte a reazioni scomposte di Trump. E si ragiona anche di reazioni che segnalino autonomia strategica, adesso che l’amministrazione è in ginocchio. Come reagirebbero gli europei a un eventuale invito di Trump a Vladimir Putin al prossimo G20 di Miami, a metà dicembre? Si torna a valutare anche la minaccia di disertare il summit, o ridimensionare il livello delle delegazioni. Anche in questo caso, la premier starà con l’Ue.

Ancora l’Iran: è il terreno su cui il tycoon ha distrutto la sua presidenza – così ragionano ora a Palazzo Chigi – e che minaccia di spezzare ancora gli equilibri a danno degli europei. Per questo, l’esecutivo non intende avallare nuovi attacchi, dopo aver rotto con il presidente Usa proprio sull’utilizzo della base di Sigonella nella prima fase della guerra. Linea stabilita da tempo, dunque non influenzata dalle minacce iraniane recapitate nelle ultime ore. «Se l’America utilizzerà le sue basi in Europa, comprese quelle in Italia e Germania – dice a Euronews Ahmad Bakhshayesh Ardestani, membro della commissione per la sicurezza del parlamento iraniano – i missili iraniani saranno lanciati verso l’Europa».

È la dottrina attribuita sabato scorso a Mojtaba Khamenei, la risposta «senza restrizioni geografiche» alla minaccia nemica. In questo clima si comprendono meglio le diplomazie parallele e gli aerei in volo segreto. Come pure gli addii: ai Maga, al “Donald the dealer”, ai cappellini rossi dei ministri. Per il resto, chissà come finirà.


Iv è al tavolo giallorosa, resta però attiva la sua raccolta firme anti-Rdc


Mentre Conte rilancia il reddito di cittadinanza, sul sito del partito di Renzi campeggia ancora la petizione per stroncarlo

Iv è al tavolo giallorosa, resta però attiva la sua raccolta firme anti-Rdc

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Nome, cognome, indirizzo email, cellulare, città, cap, “do il consenso”, sottoscrivi, clic. È ancora tutto disponibile online e bastano pochi secondi per completare tutti i passaggi. Mentre il centrosinistra si affanna a organizzare tavoli sul programma, sul sito di uno dei partiti della coalizione si può ancora comodamente firmare una petizione contro una delle misure simbolo di questa alleanza, almeno sulla carta. La dicitura è chiara: “Per un referendum contro il reddito di cittadinanza”. Il sito, neanche a dirlo, è quello di Italia Viva.

Il cortocircuito ricorda come, fino a pochi anni fa, Matteo Renzi fosse molto più vicino alla destra che al centrosinistra, con battaglie politiche durissime contro la misura introdotta dai 5Stelle e rilanciata in questi giorni da Giuseppe Conte, anche per il programma del campo progressista che verrà.

La petizione è ancora lì, anche se il partito ha avuto l’accortezza di toglierla dalla sezione “petizioni” raggiungibile dalla home page. Poco cambia, visto che comunque la raccolta firme è accessibile dai motori di ricerca o dai numerosi link sui social. Erano gli anni, quelli del Terzo Polo tra il 2021 e il 2023, in cui Renzi teorizzava che “la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela”. Il concetto ritorna nel testo della petizione: “L’idea che si parte dalla certezza di un reddito in quanto cittadini e questo permetta di rifiutare la fatica dell’impegno in nome della pigrizia del sussidio è insopportabile”. Seimiladuecento firme, non proprio un successone. Da allora Iv si è riposizionata, non certo esaltando il reddito di cittadinanza, ma accogliendo senza problemi la proposta di Conte di inserirlo nel programma di coalizione: “Siamo disponibili a discutere – ha detto l’altro giorno a Repubblica la capogruppo in Senato Raffaella Paita – ovviamente parlando anche di eventuali correttivi per evitare truffe e malfunzionamenti”. Nulla di caustico, insomma, o che faccia rima con una petizione per demonizzare la norma.

Quella contro il reddito di cittadinanza non è l’unica leccornia a disposizione sul sito di Italia Viva. Oltre ad alcune richieste di dimissioni degli attuali ministri, da Matteo Salvini a Francesco Lollobrigida, c’è un nostalgico “Sì al Mes senza Ma e senza Se” (13 mila firme). La sigla era di moda qualche anno fa, quando i centristi chiedevano a ogni costo di accedere al prestito europeo per la Sanità, nonostante clausole molto rigide che fecero desistere persino Mario Draghi, non certo un anti-europeista. L’obiettivo della petizione è pacifico: “Dire di No al Mes significa fare del male all’Italia, non all’Europa. Vogliamo 37 miliardi per la nostra sanità, vogliamo il Mes”.

Altra raccolta firme ancora in bella vista è invece sul sistema istituzionale: “Eleggiamo il sindaco d’Italia”. Una riedizione dell’Italicum che va persino oltre il Melonellum, surrogato del premierato appena approvato dalla maggioranza.

Il testo dell’appello sembra scritto dal centrodestra a inizio legislatura: “C’è solo un modello istituzionale che piace alla grande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria elettorale: è il modello delle amministrazioni locali”. Con queste premesse, cosa mai potrà andare storto al tavolo sul programma?


Il generale Vannacci: “Meloni si affidi a Futuro nazionale, altrimenti poi perderà come Trump”


Il generale: “Lei ha tradito le promesse su accise, migranti e green deal”

Il generale Vannacci: “Meloni si affidi  a Futuro nazionale, altrimenti poi perderà come Trump”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – La domanda quasi lo stupisce: “Lei mi chiede se mi stanno ostracizzando? Ma è talmente evidente”. Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, indica nel centrodestra “la matrice” del poco spazio che sta avendo ultimamente su giornali e televisioni. “Ma cercherò di tornare in tv anche per riportare la verità dei fatti” assicura.

La disfatta di Trump è rumorosa. Teme che sia un brutto segnale anche per le destre europee?

La premessa è che il popolo è sovrano, e quando decide ha sempre ragione. Dopodiché Trump si era presentato come un pacificatore, al grido di ‘Prima l’America’. Ma ha disatteso le aspettative, senza riuscire a fermare il conflitto in Ucraina e scatenandone uno in Iran. Ha deluso, un po’ come Giorgia Meloni, che prometteva ‘Prima gli italiani’.

E invece?

E invece ha accettato tutti i diktat dell’Europa, quella a cui aveva promesso che ‘sarebbe finita la pacchia’, iniziando dal green deal che uccide le nostre imprese, passando alle politiche migratorie annacquate. Forse è per questo che ha difficoltà ad allearsi con noi: rappresentiamo la coscienza di ciò che non ho fatto.

Rischia di perdere come Trump?

Assolutamente sì, a meno che non si affidi a Futuro nazionale. Serve un radicale cambio di rotta.

Lei sostiene che in tv non la invitano più.

Qualche volta mi hanno chiamato, sono sincero. Ma io prendo molto seriamente il lavoro che svolgo da eurodeputato a Bruxelles, e talvolta ho detto di no. Ma ora tornerò.

A detta di Gianni Alemanno, Fn è stato “marginalizzato”.

Ma certo. Per tutta l’estate le trasmissioni Mediaset hanno sparato contro di noi, senza che io o rappresentanti di Futuro nazionale potessimo essere presenti per ribattere. Poi devono essersi accorti che come strategia non funzionava, e allora hanno deciso di ignorarci. Come fanno peraltro molti quotidiani.

Lei ci vede la mano della politica?

Ovviamente, ed è quella del centrodestra che ha scelto aprioristicamente di non allearsi con noi: almeno per ora.

Magari in futuro…

Con il pretesto del voto utile stanno provando a rosicchiarci un po’ di consensi. Poi a 45 giorni dalle elezioni Meloni deciderà se sarà conveniente allearsi con noi. Per adesso manda avanti contro di noi i suoi sgherri, come La Russa. Ma una parola dritta su un’intesa con Fn non l’ha mai detta.

Per la verità la premier ha detto che non vuole allearsi con lei per “non essere ricattabile politicamente”.

Non so se si riferisse a noi. Dopodiché forse i ricatti li ha subiti lei, mostrandosi accondiscendente al green deal della commissione Von der Leyen e alla russofobia.

Nel frattempo siete calati, e non di poco, nei sondaggi.

È l’altra arma che stanno usando contro di noi. Ma i numeri dicono che cresciamo senza fermarci. Abbiamo superato i 162mila iscritti, al ritmo di mille a settimana. E come ha scritto Repubblica, siamo il partito che sta ricevendo più donazioni. E poi ovunque io vada la gente mi accoglie con entusiasmo. Altro che crisi.

Ma ovunque, da Nord a Sud, ci sono fughe di gruppi di iscritti, che vi accusano di aver tradito le promesse.

Falsità, come ha spiegato in un video la nostra responsabile per il tesseramento, Annamaria Frigo. Questa frantumazione tanto narrata non esiste. Ci sono persone che se ne sono andate perché forse si aspettavano di ottenere dei ruoli. Ma a chi se ne va offriremo cavalli freschi e buone vivande, perché come scrisse Shakespeare noi vogliamo essere una banda di fratelli.

Nell’attesa Meloni si è alleata con Cateno De Luca e da destra hanno lanciato abboccamenti perfino all’ex Pci Marco Rizzo.

Ho parlato spesso del campo largo come di un campo santo, ma quella che stanno facendo è un’ammucchiata. Mi chiedo come possano pensare che una persona di destra la voti.

De Luca è sempre durissimo nei suoi confronti.

Lui è soltanto un trasformista, e di Rizzo mi ricordo i suoi elogi per Prodi e la sua celebrazione della società meticcia fatta quando era eurodeputato. Se il centrodestra vuole davvero vincere, la strada è un’altra: la nostra.


Giuseppe Conte: “Gli americani bocciano la capocrazia,è la stessa che voleva Meloni”


Il leader M5S: «Il centrosinistra impari la lezione dei dem Usa, serve una proposta radicale»

Alessandro di Matteo – lastampa.it) – L’onda che ha sommerso Donald Trump è una risposta degli americani e dimostra che servono «risposte radicali» e il centrosinistra non deve pensare di avere già vinto le elezioni. Giuseppe Conte parla delle elezioni “midterm” e spiega che «di certo registriamo la sconfitta di un sovranismo di destra che attraverso una retorica violenta ha infiammato i conflitti sociali e alimentato le paure non riuscendo alla prova dei fatti a offrire risposte adeguate di fronte alle diseguaglianze che aumentano e alla pressante richiesta di sicurezza sociale. Il risultato americano di certo ci rinfranca, ma non può illuderci che sia la comoda e automatica anticamera della vittoria del campo progressista. In Italia non basterà stare tutti insieme contro la Meloni per batterla. Dobbiamo lavorare sodo per offrire risposte concrete al malessere diffuso e alle tante diseguaglianze che sono aumentate nel nostro paese e che sono territoriali, di genere e intergenerazionali. Dal voto Usa è emerso un forte no alle guerre, alle violazioni dello stato di diritto, alla negazione dei cambiamenti climatici, a un caro-vita prodotto da una condizione procurata di grande instabilità».

In realtà i dem Usa in campagna elettorale hanno detto che intendono tornare ad aumentare gli aiuti militari a Kiev che Trump aveva ridotto…
È evidente che siamo a un bivio, che non riguarda solo i singoli Paesi. Purtroppo l’alternativa è molto chiara. O continuiamo a buttare soldi nelle armi e tagliamo su scuola e sanità, oppure puntiamo ad azioni multilaterali realmente efficaci, lavorando a conferenze di pace e a piani condivisi di disarmo: solo così potremo liberare risorse per garantire un futuro ai nostri figli. AI cittadini americani non credo sia piaciuto neppure l’attacco al diritto internazionale sferrato da Trump. E alla fine la reazione degli americani è stata anche un secco no alla “capo-crazia”, all’uomo solo al comando. Un modello che anche la Meloni ha provato a introdurre con il premierato. Si registra una forte crisi della democrazia americana, che con Trump ha mostrato una involuzione sfacciata verso la tecnocrazia e la plutocrazia».

A proposito, la premier non ha commentato. Forse perché non è stata mai davvero “Maga”, come ha detto Tajani?
«Tajani è uno smemorato. Al board of peace lo abbiamo visto sventolare il cappellino Maga, che oggi deve avere riposto in un cassetto. Evidentemente, oltre al diritto internazionale, per lui anche la coerenza vale fino a un certo punto. Meloni ha scommesso proprio sull’affinità ideologica con Trump, scaricando sugli italiani il prezzo da pagare. E ora di fronte al risultato di questo voto si è completamente inabissata. Nel gennaio 2025 lei è stata l’unica leader europea presente all’insediamento di Trump, nel febbraio è intervenuta alla convention della destra trumpiana, ha accolto positivamente l’imposizione dei dazi al 15%, ha auspicato un premio Nobel per Trump e gli è stata a fianco in tutte le guerre illegali, dal Venezuela, all’Iran, a Gaza. Inoltre ha sottoscritto impegni con la Nato per spendere in difesa fino al 5% del Pil. Pura follia».

Anche lei ha sempre rivendicato di avere avuto un buon rapporto con il presidente Usa, da premier. Anche di recente ha incontrato un suo uomo, Zampolli, inviato speciale in Italia. Lo ha attaccato sull’Iran, ma sull’Ucraina, qualche tempo fa, disse che Trump «con i suoi modi ruvidi, ha smascherato tutta la propaganda bellicista dell’Occidente sull’Ucraina». La pensa ancora così?
«Lo dissi perché in pochi allora pensavano che la scommessa della vittoria militare sulla Russia fosse una follia. Il M5S lo ha detto sin dall’inizio della guerra, auspicando un protagonismo europeo per l’avvio di un tavolo negoziale. Da premier ho cercato di avere buoni rapporti e ho difeso sempre gli interessi nazionali, contrastando le sue richieste sia per quanto riguarda l’accordo con la Cina sia per quanto riguarda il Venezuela, quando ci fu il tentativo illegale di cambio di regime con Guaidò. Di certo non mi ha mai sfiorato il pensiero di sottoscrivere impegni insostenibili per gli italiani, come ha fatto Meloni, che si è accontentata – come unica contropartita reale – di farsi scrivere la prefazione da Vance e da Trump jr nei libri che ha pubblicato negli Usa per autoelogiarsi. Anche nell’incontro con Zampolli ho raccomandato di riferire al presidente Usa che con queste ripetute violazioni del diritto internazionale stava commettendo un grave errore che avrebbe pagato a caro prezzo. Così come non ho risparmiato dure critiche a Biden che per primo ha offerto a Netanyahu piena copertura politica e militare nell’attacco su Gaza e ha insistito, insieme a Johnson, per spingere noi europei a scommettere sulla vittoria militare sulla Russia. Se crediamo al diritto internazionale, non può cambiare la nostra valutazione se a Washington c’è un repubblicano o un democratico, altrimenti facciamo come Tajani che il diritto vale sino a un certo punto: un genocidio rimane sempre un genocidio. E puntare tutto sulla vittoria in guerra, quando gli arsenali sono pieni di testate atomiche, non è una soluzione saggia, sono posizioni che non ho mai condiviso».

I democratici Usa hanno fatto campagna sulla sanità, sulle diseguaglianze. Voi parlate soprattutto di primarie…
«In realtà il Movimento in questi anni ha presentato tantissime proposte su cui i fatti ci hanno dato ragione, io personalmente sono stato ai cancelli coi lavoratori, in piazza con i giovani e per mesi con Nova abbiamo costruito il programma con i cittadini. Abbiamo sempre parlato di proposte per risollevare il Paese, consapevoli dell’insofferenza che c’è nel paese. Ora dobbiamo essere molto coraggiosi e radicali nel programma. Per questo occorre fare bene e presto. Di qui l’accelerazione che abbiamo impresso anche sul tavolo del programma».

Avete promesso il programma per fine novembre. Ma al momento siete d’accordo su salario minimo, sanità, ma non su politica estera e fisco, per esempio, cioè alcuni dei temi chiave di ogni azione di governo.
«Cercheremo ai tavoli di arrivare a una convergenza, ma sia chiaro che questo è il tempo delle scelte coraggiose e di proposte radicali. C’è un profondo malessere nel paese, che pur radicato in condizioni materiali adesso si sta sviluppando come malessere morale e spirituale».

La patrimoniale che chiede Avs è una proposta abbastanza radicale.
«Non possiamo puntare a una soluzione “una tantum”, peraltro di problematica applicazione. Abbiamo bisogno di progettare un intervento chiaro e sistematico che si sviluppi nel corso del tempo. Altrimenti non potremmo porre rimedio alle iniquità e alle diseguaglianze».

I dem Usa hanno vinto con candidati nuovi e diversi: un pastore in Texas, una nativa americana, un musulmano… Non è una lezione per un campo progressista ancora impegnato nei veti reciproci?
«Infatti non sono tra coloro che pretendono di imporre che al centro ci sia un solo partito. Perché varie soggettività politiche possono arricchire l’offerta e raggiungere una più ampia platea di elettori».

Avete annunciato primarie a febbraio? La Harris candidata all’ultimo momento nel 2022 perse. Non è tardi?
«Lo raccomando da mesi: qualsiasi anticipazione tornerà utile per costruire un percorso rassicurante per tutto l’elettorato progressista e quindi vincente alla sfida elettorale, che è quella che conta davvero».

A proposito: un sondaggio Ghisleri sulla Stampa ha rilevato che, sia che vinca Conte sia che vinca Schlein, una parte di sostenitori dello sconfitto rischia di restare a casa alle politiche…
«Anche per scongiurare questo rischio sarà importante cercare di anticipare i tempi in modo da offrire la possibilità al leader che vincerà le primarie di poter recuperare tutti i potenziali voti del campo progressista».