Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Vomero: appello per i tanti alberi ancora da ripiantare


Numerose le fossette vuote, con la sola ceppaia o con alberi morti

” Sono tante le proteste che da tempo vengono sollevate dagli abitanti del quartiere collinare del Vomero per chiedere all’amministrazione comunale partenopea che le numerose fossette d’albero tuttora ancora vuote, alcune delle quali, nel frattempo, addirittura coperte con una lastra di cemento, vengano riempite con nuove essenze arboree, senza che però gli uffici competenti provvedano a quanto richiesto “. A segnalare ancora una volta l’annoso problema, lanciando l’ennesimo SOS è  Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero.

” In molti casi – puntualizza Capodanno – addirittura sono ancora presenti le ceppaie, che andrebbero rimosse per fare spazio alla piantumazione di nuove alberature. Tanti anche gli alberi morti da rimuovere e sostituire “.

”  Una di queste fossette vuote – ricorda Capodanno -, posta nell’isola pedonale di via Luca Giordano, salì alla ribalta delle cronache per il fatto che una turista di passaggio vi cadde dentro, riportando ferite tali da dover ricorrere alle cure dei sanitari, sollevando il giusto risentimento dei tanti che assistettero alle scena, al punto che la sera stessa dell’incidente comparve un duro cartello di protesta e di denuncia “.

” Purtroppo il Vomero, con i suoi 48mila residenti, attualmente ha il triste primato di essere uno dei quartieri meno verdi d’Europa, come testimoniano anche le recenti statistiche  – continua Capodanno -. Se non esistesse sul suo territorio il parco della villa Floridiana, con i circa 60mila metri quadrati di superficie a verde, la situazione sarebbe ancora peggiore “.

” In particolare – sottolinea Capodanno – le alberature stradali, costituite per lo più da filari di platani centenari, che hanno in passato costituito una delle caratteristiche del quartiere collinare partenopeo, sono affette da tempo da numerose patologie, a partire dal cosiddetto cancro rosa, ma anche infestate dalla tingide del platano, della quale tanto si è parlato negli anni scorsi, senza che però risulti che siano stati messi in campo interventi per debellarla. Le suddette patologie le hanno di fatto decimate, senza che si provvedesse alla sostituzione delle essenze morte o abbattute “.

” E’ auspicabile – conclude Capodanno – che, oltre agli interventi, da effettuarsi nei periodi consentiti, di potatura, si proceda, in tempi rapidi, alla messa a dimora di nuove essenze arboree lungo le strade del quartiere sia nelle fonti che ne sono da tempo prive, previa rimozione delle ceppaie, laddove ancora in sito, sia sostituendo le alberature nel frattempo morte “.

Capodanno al riguardo lancia l’ennesimo pressante appello, dopo che i precedenti non hanno sortito l’effetto desiderato, al sindaco Manfredi e all’assessore al verde Santagada.


“Spettri” di Henrik Ibsen al Teatro di Documenti: Walter Pagliaro porta in scena le ombre della famiglia borghese


In prima nazionale, al Teatro di Documenti dal 23 ottobre all’8 novembre 2026, il capolavoro del drammaturgo norvegese porta in scena le contraddizioni della famiglia borghese, il peso delle convenzioni sociali e le verità che gli esseri umani tentano di nascondere.

Dal 23 ottobre all’8 novembre 2026, il Teatro di Documenti di Roma ospita, in prima nazionale, “Spettri” di Henrik Ibsen, con la regia di Walter Pagliaro.

Una produzione del Centro Diaghilev di Bari e dell’Associazione Gianni Santuccio di Roma, con traduzione di Franco Perrelli, scene e costumi di Luigi Perego e un cast composto da Micaela Esdra, Fabio Maffei, Emanuele Vezzoli, Fabrizio Amicucci e Valeria Cimaglia.

Scritto nell’estate del 1881 tra Roma e Sorrento, Spettri è uno dei testi più rappresentativi della drammaturgia ibseniana e un’opera centrale del teatro moderno. Attraverso una vicenda familiare attraversata da segreti, rimorsi e conflitti irrisolti, il dramma indaga il modo in cui il passato continua a condizionare il presente, soffocando la libertà individuale e compromettendo ogni possibilità di riscatto.

Al centro della vicenda c’è Helene Alving, una donna che ha cercato di sottrarre il figlio Osvald all’influenza di un padre dalla condotta dissoluta. Dopo anni di lontananza, il giovane, ormai artista, torna a casa in occasione dell’inaugurazione di un istituto di beneficenza dedicato alla memoria paterna. Il ritorno riapre ferite mai rimarginate e porta progressivamente alla luce una realtà familiare costruita su omissioni, ipocrisie e verità negate. Il confronto tra madre e figlio si trasforma così in un passaggio drammatico, nel quale le colpe di ieri si proiettano inevitabilmente sul destino di domani.

Nella sua interpretazione, Walter Pagliaro propone una lettura «viva e astratta» del dramma, restituendone la forza tragica attraverso una riflessione sui condizionamenti che attraversano l’esistenza umana. Gli spettri evocati da Ibsen non sono presenze soprannaturali, ma convinzioni ereditate, pregiudizi, falsi pudori, rimorsi e paure che continuano ad agire nelle coscienze, anche quando si tenta di rimuoverli.

La famiglia diventa il luogo in cui si manifesta il conflitto tra apparenza e verità, mentre la borghesia si rivela una struttura capace di alimentare convenzioni e meccanismi di repressione. Per proteggere la propria reputazione, i personaggi costruiscono menzogne che finiscono per imprigionare proprio coloro che le hanno alimentate. La rispettabilità sociale si trasforma in una maschera dietro la quale si nascondono fragilità, egoismi e responsabilità inconfessate.

Come sottolinea il regista nei suoi appunti, Spettri è anche una tragedia classica riscritta attraverso una tecnica drammaturgica moderna, nella quale l’unità di luogo, azione e tempo concentra la tensione fino all’esito finale. Il confronto tra la giovane Regine e il falegname Engstrand, lo scontro ideologico tra il pastore Manders e la signora Alving e, infine, il duello psicologico tra madre e figlio costituiscono i tre grandi agoni su cui si sviluppa la vicenda.

La progressiva emersione della verità non coincide, tuttavia, con una liberazione. Al contrario, il riconoscimento delle colpe e delle responsabilità apre la strada a un epilogo nel quale il dolore individuale si intreccia con l’impossibilità di cancellare le conseguenze del passato. La menzogna si rivela la forza che governa i rapporti umani, mentre la paura della verità impedisce ai personaggi di sottrarsi alla prigione che hanno contribuito a edificare.

Il dramma conserva così tutta la sua attualità: gli spettri di Ibsen appartengono alla società del suo tempo, ma interrogano anche il presente. Perché ogni individuo, in misura diversa, si confronta con eredità culturali, convinzioni e paure che condizionano le proprie scelte. E perché, dietro l’apparente solidità delle relazioni e delle istituzioni, può celarsi un abisso che attende soltanto di essere svelato.

SPETTRI
di Henrik Ibsen

Regia: Walter Pagliaro
Traduzione: Franco Perrelli
Scene e costumi: Luigi Perego
Interpreti: Micaela Esdra, Fabio Maffei, Emanuele Vezzoli, Fabrizio Amicucci, Valeria Cimaglia
Aiuto regista: Silvia Micunco
Rapporti con il pubblico: Pinalba Di Pietro

Produzione: Centro Diaghilev di Bari e Associazione Gianni Santuccio di Roma

23, 27, 28, 29, 30 ottobre, 6 novembre ore 20.45

24, 31 ottobre, 7 novembre ore 19

25 ottobre, 1, 3, 4, 5 , 8 novembre ore 17

Costo biglietto: 20 euro, ridotto 15 euro, tessera 3 euro

Teatro di Documenti

via Nicola Zabaglia, 42

00153 Roma

tel. 06/45548578

cell. 328/8475891

teatrodidocumenti@libero.it

http://www.teatrodidocumenti.it


Guardia Sanframondi: 5°edizione di “GustaGuardia”


Sabato 31 ottobre alle ore 17.00 è programmata la 5°edizione di “GustaGuardia” e si svolgerà nella suggestiva location della “Casa di Bacco” in piazza Castello a Guardia Sanframondi.

La serata sarà caratterizzata dalla presentazione del libro “La Scuola Filosofica Sannita” di Giancristiano Desiderio  a cui seguirà una degustazione di prodotti tipici ed un momento “magico” animato da Magic Victor per rendere indimenticabile la serata. Oltre all’autore è prevista anche la partecipazione di Salvatore D’Onofrio, editore e responsabile della Libreria il Castello, e i saluti del sindaco di Guardia Sanframondi, Raffaele Di Lonardo. A fare gli onori di casa sarà Fiorenza Ceniccola, amministratrice della Casa di Bacco e vicesindaco di Guardia Sanframondi. “GustaGuardia nasce per essere una vetrina delle eccellenze -ha dichiarato Fiorenza Ceniccola- non solo dal punto di vista enogastronomico ma, anche culturale; per farla breve, è nata con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità sannita attraverso il gusto, la cultura, la memoria. E, a coloro che ancora oggi guardano con indifferenza e malcelata contrarietà a questa iniziativa voglio cogliere per ribadire che GustaGuardia è una grande scommessa, un atto di coraggio e di sfida per ridare una speranza a questa comunità che da straordinaria gemma del Sud è diventata un Comune Marginale senza alcuna prospettiva di sviluppo nel breve e lungo periodo. Il percorso è appena cominciato e tutti coloro che vogliono compartecipare ed arricchirlo  sono vivamente pregati di alzare la mano. Costruiamo insieme una Guardia da gustare, orgogliosa e capace di futuro. E mi piace anticipare che questa quinta edizione di GustaGuardia sarà ricordata come punto di avvio di una concertazione territoriale che abbiamo chiamato “Strada dei Filosofi” che può svolgere un ruolo strategico per la rinascita del territorio”.

La Casa di Bacco 


Il governo non può pretendere di farsi le sentenze “à la carte”


(di Alberto Iannuzzi – ilfattoquotidiano.it) – Il caso di Youssef Siher offre l’ennesima occasione per porsi ancora una volta la domanda: quanto è libera la magistratura di decidere quando i suoi provvedimenti scontentano il governo? Il gip di Milano, Tiziana Landoni, ha respinto la richiesta del pubblico ministero, non ha convalidato l’arresto e ha escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari. Una decisione motivata, suscettibile di impugnazione e, come ogni provvedimento giudiziario, legittimamente criticabile.

Ma la premier Giorgia Meloni ha definito la decisione “vergognosa”; il leader della Lega, Matteo Salvini, le ha fatto eco, bollandola come “vergognosa, incomprensibile, assurda”. Sia chiaro: nessun giudice è intoccabile, nessun provvedimento è infallibile e nessun esponente politico è tenuto a tacere di fronte a una decisione che ritiene sbagliata. La critica, anche aspra, è legittima. Ma una cosa è contestare le ragioni di un provvedimento, un’altra è liquidarlo come “vergognoso”, tanto più quando si occupano le stanze più alte del potere esecutivo: esiste una responsabilità istituzionale che dovrebbe suggerire prudenza, soprattutto a chi dispone di una tribuna pubblica incomparabilmente più potente di quella di un singolo giudice. Il punto è tutto qui: quando il magistrato decide in modo gradito al governo, è un servitore della giustizia; quando decide diversamente, improvvisamente la sua decisione diventa “vergognosa”. È questa la concezione dell’indipendenza giudiziaria che anima l’esecutivo? E quale messaggio arriva ai cittadini, se chi governa sembra considerare inaccettabile non tanto un eventuale errore giuridico, quanto un esito processuale sgradito?

La critica è un diritto, la delegittimazione un problema democratico. E il confine non si stabilisce imponendo il silenzio alla politica, ma esigendo che chi governa non possa trasformare il proprio consenso elettorale in una patente di superiorità sugli altri poteri dello Stato. Se il provvedimento è sbagliato, lo si impugni. Se contiene errori, si dimostrino. Ma non si confonda il potere di governare con il diritto di stabilire, attraverso dichiarazioni pubbliche, quali decisioni giudiziarie siano degne di rispetto. Perché il rischio più grave non è che un giudice venga criticato, ma che ci si abitui all’idea che, quando una sua decisione scontenta chi governa, alla valutazione dei giudici superiori si aggiunga il processo politico celebrato da Palazzo Chigi. Il giudice non deve compiacere il governo, così come non deve compiacere l’opposizione, la piazza o i giornali. Deve applicare la legge. Se sbaglia, esistono le impugnazioni, i controlli e i gradi successivi del giudizio. Non servono le reprimende politiche, pronunciate davanti alle telecamere, prima ancora che si esauriscano i rimedi processuali. E il problema diventa ancora più serio se si guarda al precedente del caso Almasri, quando esponenti del governo attaccarono il pm per l’iscrizione di una notizia di reato, un atto dovuto in presenza dei relativi presupposti di legge.

Due vicende diverse, ma una domanda comune: la magistratura è libera di svolgere il proprio lavoro anche quando le sue decisioni toccano interessi politicamente sensibili? Il governo ha tutto il diritto di difendere le proprie scelte e contestare quelle dei giudici. Ma non può pretendere che l’indipendenza della magistratura valga soltanto quando le decisioni risultano gradite. E allora la domanda è inevitabile: se un giudice deve mettere in conto che la sua decisione sia pubblicamente additata come “vergognosa”, quando assume una decisione sgradita al governo, quale spazio resta per un’autonomia effettiva? La Costituzione non chiede ai giudici di essere popolari, ma di essere indipendenti. E chiede al potere politico di rispettare le sue decisioni.


“Quella gip è schierata con Gaza”: il fango della destra su Landoni


Sotto accusa per un appello pro Palestina di un anno fa. Ma la stessa petizione porta la firma della pm che ha chiesto il carcere per Siher

“Quella gip è schierata con Gaza”: il fango della destra su Landoni

(di Serena Riformato – repubblica.it) – Roma – La macchina del fango si attiva in fretta. Prima i giornali di area, poi i parlamentari della maggioranza: «È una gip schierata politicamente che aveva sottoscritto un appello pubblico per Gaza», dice la deputata di FdI Sara Kelany. «Posso pensare che una magistrata ProPal non possa essere considerata super partes nei confronti di uno che, da questo punto di vista, pare che la pensi come lei?», rilancia il vicepremier Matteo Salvini. Il bastone mediatico della destra si avventa così su Tiziana Landoni, la giudice per le indagini preliminari che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo di Youssef Siher, creatore delle pagine social del Movimento 17 ottobre all’indomani delle violente proteste di Milano. La colpa? Aver firmato, a settembre 2025, insieme a tremila colleghi, un appello di “giuristi per Gaza” sulla rivista Giustizia Insieme. Così estremo da proporre di leggere «ogni giorno, nelle aule d’udienza e in quelle universitarie, il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale» per ricordare che «lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali».

C’è poi un altro particolare che le accuse della maggioranza e del governo lasciano fuori dal racconto perché poco funzionale a sostenere la propria tesi: tra i firmatari dello stesso appello figura anche Francesca Crupi, la pm che ha chiesto il carcere per Siher, contestandogli l’aggravante di terrorismo e giudicandolo l’autore di un «progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive». Stessa petizione pubblica: eppure per la destra la gip che ha preso una decisione a loro sgradita è politicizzata, la pm aveva ragione.

È un metodo di linciaggio già messo in atto, tra gli altri, contro Iolanda Apostolico, la giudice di Catania finita nel mirino della Lega nel 2023 dopo aver negato la convalida del trattenimento di alcuni migranti. Salvini diffuse un video del 2018 che la ritraeva a una manifestazione per lo sbarco dei profughi dalla nave Diciotti, mettendone in dubbio l’imparzialità. Poco più di un anno dopo, Apostolico lasciò la magistratura.


Youssef Siher, la sfiga e il vento


(Tommaso Merlo) – Con quel nome e quel baffetto, Youssef Siher era il mostro ideale da sbattere in prima pagina, peccato che perfino la sfiga si è schierata contro questa penosa compagine governativa. Fino a prova contraria, più che un terrorista insurrezionalista si tratta di un figlio di immigrati che invece di starsene a casa a scrollare sul divano, studia e si impegna per migliorare quello che è il suo paese che piaccia o meno ai sovranisti de noialtri. La nota giureconsulta Meloni si è precipitata a videoregistrare il solito pistolotto esternando la sua profonda indignazione per la scarcerazione, ma fino a che non riuscirà a sottomettere la Magistratura o fare in modo che le leggi non siano uguali per tutti, si deve rassegnare. Davvero, ogni volta che si scagliano contro i giudici, le destre confermano come sia la buonanima del Berlusca il loro vero padre spirituale. Ma gli va dato atto che l’allievo ha superato il maestro visto che siamo al governo che è riuscito a restare al potere più a lungo, senza concludere nulla. E dato che come premio vogliono fare il bis, ogni scusa è buona per buttarla in caciara o come si dice oggi, cavalcare bolle mediatiche e preferibilmente a sfondo patriottico. La sfiga vuole però che non siamo di fronte ad un problema di ordine pubblico ma dannatamente politico. Lo hanno capito anche i piccioni di stanza nel quadrilatero della moda ma del resto non servono delle aquile, siamo precipitati in miseria. Dallo spreco consumista siamo passati in un batter d’occhio a razionare per evitare la fame e con pure il rischio di finire in qualche trincea perché a qualche onorevole idiota non hanno voluto abbastanza bene da bambino. Già, quando pensavamo che la politica italiana avesse toccato il fondo, questa si è messa a scavare e pure di buona lena. In pieno e rapido declino, sommersi di debiti, si son messi a buttare via miliardi in guerre suicide contro nemici immaginari e adesso che le hanno pure perse hanno paura di ammetterlo. Ma al sovranismo nostrano va dato atto che è anche questione di sfiga. Questo governo nasce come filiale italiota del trumpismo e quindi del sionismo altolocato e come succursale della becera russofobia brussellese, un filone tragicamente disastroso. In un batter d’occhio sono finiti complici di un genocidio, protagonisti della disfatta ucraina e dato che la sfiga aiuta i codardi, è arrivato pure il colpo di grazia della storica vittoria Iraniana nel Golfo con conseguente devastante crisi energetica e inflazionistica che ha fatto precipitare la situazione. Una catastrofe ampiamente evitabile e per questo il sovranismo passerà alla storia come una delle flatulenze ideologiche più disastrose di sempre. Ed eccoci qui, con governi come quello italiano privi di idee ma anche di mezzi per uscire dal baratro come dimostra la penosa legge finanziaria. Ma incombendo le elezioni e dato che prendere atto del proprio fallimento e togliersi dai piedi è una ipotesi nemmeno presa in considerazione dagli onorevoli nostrani, eccoci a Yussef, eccoci all’ennesima bolla mediatica a sfondo patriottico. I meridionali del resto son passati di moda mentre gli immigrati e i loro discendenti funzionano ancora alla grande per dividere le tifoserie e cavalcare paura e frustrazione. Questo governo sfornava decreti sicurezza quando non succedeva nulla, figuriamoci adesso. Nascono nuovi crimini come funghi e viene schierato perfino l’esercito contro i compatrioti. Cortocircuito sovranista e una repressione in parte rigurgito ideologico e in parte segno di debolezza. Lo hanno del resto capito anche i piccioni di stanza a Montecitorio che le proteste scoppiate in tutta Europa sono dannatamente politiche e pure sacrosante e non certo un problema di ordine pubblico. Non servono le aquile. Un sistema incentrato su consumismo ed ingiustizia sociale implode quando il popolo finisce in miseria. Siamo precipitati in una crisi che è economica ma anche sociale e politica. Va ripensato il sistema e il modo in cui viene gestito. Dagli influencer dobbiamo tornare agli statisti, dai follower ai cittadini, dai social alle piazze e dalla propaganda all’analisi e al ragionamento per trovare vie di uscita intelligenti e cioè in grado di garantire una vita decente e un futuro a tutti nessuno escluso. Il triste caso di Youssef Siher dimostra che anche in Italia si è formata una nuova società civile molto più variegata e quindi ricca e che c’è uno scollamento enorme tra nuove generazioni e una politica non solo inetta ma anche culturalmente superata. Certo, incombono le elezioni e la politica nostrana toccato il fondo scava, ma quando il vento democratico si rimette a soffiare, prima o poi il cambiamento arriva.


Del Vecchio rinuncia a offerta per “Il Fatto”


Editoria: LMDV Media rinuncia a offerta per Seif, prendiamo atto decisione CdA

(LaPresse) – LMDV Media “prende atto della decisione del Consiglio di Amministrazione di Società Editoriale Il Fatto S.p.A. del 28 ottobre 2026 di non accogliere la richiesta di due diligence confermatoria, e della volontà dei soci fondatori di non aderire all’offerta”. Così Lmdv media in una nota.”

Non essendo stato possibile accedere alle informazioni necessarie per una valutazione completa, LMDV Media non intende, allo stato, promuovere l’offerta – prosegue la nota-. La proposta di LMDV Media nasceva da una convinzione che resta immutata.

Il futuro dell’informazione non si garantisce riducendo i costi all’infinito per inseguire ricavi in calo, ma investendo in tecnologia e in chi fa i giornali. In Italia troppi giornalisti, a partire da collaboratori e freelance, sono pagati pochi euro a pezzo e vivono nella precarietà. Restituire dignità a questo lavoro, con compensi equi e contratti stabili, è il primo dovere di un editore e la prima condizione per un’informazione libera. Non esiste indipendenza editoriale senza giornalisti messi in condizione di lavorare”


Vomero, biblioteca Croce: annunciato l’avvio dei lavori in via Morghen


Dopo oltre sette anni di chiusura e di promesse mancate

” Dopo oltre sette anni di chiusura e tante proteste, finalmente si annuncia l’imminente avvio dei lavori per riportare la biblioteca comunale Benedetto Croce nei locali del polifunzionale di via Morghen 84. Accogliamo positivamente questa notizia, ma con la prudenza che una vicenda tanto lunga e tormentata impone: festeggeremo davvero soltanto quando i cittadini potranno tornare a entrare in biblioteca, consultare i libri e utilizzare gli spazi di lettura “. A dichiararlo è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, che torna, ancora una volta, sulla necessità di restituire al Vomero un presidio culturale rimasto troppo a lungo indisponibile.

Secondo l’aggiornamento diffuso, il 27 ottobre  è stato comunicato dalla municipalità l’imminente avvio degli interventi nei locali di via Morghen. Un passaggio atteso, che arriva dopo l’approvazione, nei giorni precedenti, di un atto di indirizzo della commissione cultura volto a superare i ritardi e a sollecitare l’apertura del cantiere.

” È un segnale che non sottovalutiamo — prosegue Capodanno — ma che deve tradursi immediatamente in fatti. Dopo un’attesa così lunga, la parola “imminente” non può restare senza una data. Chiediamo di sapere quando saranno consegnati i lavori, quando inizieranno effettivamente le attività e quale sarà il termine previsto per il loro completamento “.

Il trasferimento riguarda i locali al piano terra del complesso di via Morghen 84, già utilizzati in passato dalla biblioteca e successivamente in uso alla fondazione De Martino. La soluzione è stata individuata dopo la chiusura degli inidonei locali interrati di via De Mura. Il quadro illustrato nella nota riferisce dell’approvazione, in primavera, dei progetti esecutivi per un importo di circa 322mila euro, destinati al recupero degli ambienti e alla realizzazione di una nuova sala lettura coperta nel patio. L’avvio degli interventi, inizialmente previsto per aprile, è però slittato, arrivando a fine ottobre con una comunicazione di prossima partenza.

” Non stiamo parlando di un intervento da immaginare da zero — puntualizza Capodanno —. Vi sono un progetto e risorse individuate. Per questo è legittimo chiedere quali ragioni abbiano determinato lo slittamento rispetto alle previsioni e quali misure siano state adottate per evitare ulteriori rinvii. La trasparenza serve a ricostruire la fiducia dei cittadini e a rendere verificabili gli impegni assunti “.

Il Comitato Valori Collinari sottolinea che la notizia dell’avvio dei lavori, pur importante, non può far dimenticare la durata della chiusura e le conseguenze sulla vita culturale del quartiere.

” Oltre sette anni rappresentano un tempo enorme — sottolinea  Capodanno —. Per un ragazzo possono coincidere con un intero percorso scolastico, trascorso senza poter usufruire di questo servizio pubblico nel proprio quartiere. Studenti, lettori, persone anziane e famiglie hanno atteso una risposta che non avrebbe dovuto richiedere tempi così lunghi. Una biblioteca non è un deposito di volumi e non è neppure soltanto un insieme di tavoli per studiare. È un luogo nel quale si accede liberamente alla conoscenza, s’incontrano persone, si costruiscono opportunità. La sua assenza impoverisce la vita collettiva. Restituirla al territorio significa recuperare uno spazio di partecipazione e di crescita, non semplicemente riaprire una porta “.

Capodanno chiede che la programmazione comprenda tutte le attività necessarie per rendere effettivamente fruibile la nuova sede: non soltanto gli interventi edilizi, ma anche l’allestimento, il trasferimento del patrimonio librario e l’organizzazione del servizio.

” Non vorremmo ritrovarci, concluso il cantiere, davanti a una nuova attesa per arredi, sistemazione dei libri, personale o adempimenti necessari all’apertura – conclude Capodanno -. Questi aspetti devono essere affrontati per tempo. Il nostro auspicio è che questa sia davvero la svolta attesa. Ma, dopo tanti anni, non possiamo affidarci soltanto alle rassicurazioni. Seguiremo l’evoluzione della vicenda, sollecitando risposte ogni volta che sarà necessario. La biblioteca Benedetto Croce deve tornare a essere un servizio vivo, accessibile e continuativo, non un progetto che passa da un rinvio all’altro “.


All’Onu passa la mozione contro il blocco Usa su Cuba ma l’Italia si astiene (per la prima volta in 34 anni)


E arriva il plauso dell’ambasciatore americano. La nota della Farnesina: “L’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane”. La condanna di Arci e dei dem: “Ennesimo atto di sudditanza del Governo Meloni a Donald Trump”

(Serena Convertino – lespresso.it) – L’Italia “rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba”, sotto embargo  economico, commerciale e finanziario statunitense dal 1960, ma per la prima volta in 34 anni si astiene dal votare la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che chiede di revocarlo.

A specificarne le motivazioni è una nota della Farnesina, che spiega che ”l’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia”. Perché? “In sintesi, l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano”.

La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale, si legge nella nota, in cui si afferma anche che sono necessarie riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno – un pacchetto di riforme economiche che aprono alla partecipazione del settore privato e puntano ad attirare investimenti in diversi settori dell’economia – dovranno essere attuate rapidamente, sottolinea la Farnesina. Addotte anche motivazioni di politica estera.  “Deploriamo inoltre – continua la nota- che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale Onu del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina”.

Plauso dell’ambasciatore americano Mike Waltz, che in Aula, martedì, si è reso protagonista di uno scontro verbale con la delegazione cubana. Il ministro di L’Havana Bruno Rodríguez Parrilla ne ha interrotto il discorso, la seduta è stata sospesa.  “Sono soddisfatto del fatto che così tanti paesi, tra cui importanti economie come la Corea, la Germania e altri, abbiano cambiato la loro posizione”, ha detto ai giornalisti l’ambasciatore americano Mike Waltz dopo il voto. “La diplomazia richiede tempo, ma ora che abbiamo assistito a una triplicazione del numero di paesi che hanno mutato orientamento, ci aspettiamo che questo trend continui a crescere”.

Il voto italiano, così come quello di Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia, non avrebbe inciso a livello pratico sull’embargo, quanto piuttosto a livello politico. Solo il Congresso americano infatti può revocare l’embargo a Cuba, in vigore ormai dall’epoca della Guerra Fredda. Dal 2026, di fatto, il cordone statunitense si è stretto ancor più attorno a Cuba che vive da mesi una situazione di grave carenza energetica e di beni di prima necessità. Continui blackout, carburante che manca, ospedali e servizi allo stremo.

Le reazioni

All’astensione italiana replicano i dem in commissione esteri. “L’astensione dell’Italia alle Nazioni Unite sulla risoluzione che chiede la fine delle sanzioni statunitensi verso Cuba rappresenta l’ennesimo atto di sudditanza del Governo Meloni a Donald Trump – firmano Provenzano, Boldrini, Amendola, Porta, Quartapelle e le parlamentari Bakkali, Ferrari e Scarpa -. Un tradimento della storica posizione dell’Italia, confermata nei decenni da governi di ogni colore politico. Non solo la destra chiude gli occhi di fronte alla drammatica situazione umanitaria che sta strangolando il popolo cubano a causa di quasi 65 anni di sanzioni e al recente blocco del carburante voluto da Donald Trump, ma compie un vero e proprio voltafaccia rispetto all’indirizzo espresso dal Parlamento italiano solo pochi giorni fa”.

Sudditanza a stelle strisce anche secondo Walter Massa, presidente nazionale Arci che di recente è stato in missione sull’isola con la Carovana solidale “Rotta su Cuba”: “Il Governo italiano ha scelto di piegarsi a Trump, rinunciando a condannare il blocco statunitense e sacrificando sull’altare della fedeltà a Washington la storia di amicizia e solidarietà tra Italia e Cuba”. “L’astensione – aggiunge Massa – non è neutralità: è una scelta politica. È complicità con chi assedia Cuba, strangola la sua economia e scarica sulla popolazione il prezzo di una punizione collettiva. Mentre milioni di persone lottano per avere cibo, acqua, energia e cure, il Governo italiano sceglie di non prendere posizione contro chi le priva di tutto questo”.


Sionismo e democrazia: la deriva di un ossimoro


(Salvatore Minolfi – lafionda.org) – Incredibile a rifletterci solo un po’, ma c’è un diffuso sentimento di sorpresa (sulla stampa e in giro per il web), per il consenso ancora una volta raccolto dal genocida Netanyahu e per il suo vantaggio elettorale sul suo competitore, il criminale di guerra Eisenkot (autore della famigerata “dottrina Dahiya”). La sorpresa tradisce abbastanza fedelmente la difficoltà che l’europeo medio ancora incontra a fare i conti con la sconcertante realtà dello Stato di Israele, con il suo presente ed ancor più con il suo passato.

Il dispositivo mentale più comune, con cui l’europeo medio (soprattutto quello “colto”) prova a proteggere (a volte a blindare) la sua falsa coscienza, consiste nel raccontare a se stesso che si tratta di una “deriva”: brutta e raccapricciante, senza dubbio, ma pur sempre una “deriva”, una momentanea deviazione dal luminoso percorso del sionismo iniziato più di un secolo fa (e dunque sempre a tempo per ritornare sulla retta via).

Decenni di storiografia e di scienza sociali ci hanno aiutato a comprendere una storia un po’ diversa.

Col tempo, però, molto lentamente, non serviranno più le lauree e i PhD in “Colonial and Post-Colonial Studies” per capire una realtà elementare: basterà il puro e semplice buon senso a riconoscere che non poteva non finire così; che non poteva andare diversamente da come poi è effettivamente andato. L’ovulo del sionismo, fecondato dal colonialismo e dal razzismo europei, avrebbe generato la creatura destinata a infliggere un secolo di disumane sventure e di tormenti senza fine alle popolazioni native, la cui stessa esistenza era stata negata, sin dal principio, dal macabro adagio che accompagnò l’avventura e la promessa del sionismo: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Pur all’interno dei limiti appena segnalati, fa una certa impressione osservare come i dubbi comincino ad insinuarsi anche nelle menti dei custodi più gelosi dello Stato di Israele: in particolare di coloro che devono constatare quanto lontana si sia spinta nei fatti la terrificante “deriva” dello Stato genocida e quanto scarse siano le tracce che quel percorso ha lasciato sulla trama della coscienza pubblica.

Il 12 ottobre scorso, il Direttore esecutivo dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv – il Maj. Gen. (res.) Tamir Hayman – ha pubblicato sulla homepage dell’Istituto una lunga riflessione sull’argomento: “The New National Security Concept: Conceptualization and Questions for Discussion”.

Nel lungo articolo, Hayman sostiene, in modo analiticamente argomentato, che nei fatti (ovvero, senza un formale o ufficiale riconoscimento) sta emergendo in Israele una “nuova” dottrina della sicurezza, che, a suo giudizio, starebbe sostituendo quella storica (anch’essa informale) che ha guidato il paese dai tempi di Ben Gurion. L’insieme delle trasformazioni che si prospettano sarebbero in grado – a giudizio del direttore dell’INSS – di cambiare la natura e l’identità dello Stato di Israele.

Di regola la concezione della sicurezza dovrebbe derivare dall’identità dello Stato e orientare le politiche adottate dai governi. Hayman, però, sospetta che stia accadendo qualcosa di più profondo: la trasformazione delle politiche di sicurezza potrebbe essere contemporaneamente causa e manifestazione di un mutamento dell’identità statale.

Il problema, dunque, non è soltanto se la nuova dottrina sia militarmente efficace. È se Israele stia trasformandosi in uno Stato qualitativamente diverso.

Hayman organizza la sua analisi in “dieci principi”, che proviamo qui di seguito a sintetizzare.

1. Primato dell’identità ebraica sulla democrazia

Il primo principio è la subordinazione dell’ordinamento democratico all’identità ebraica dello Stato. La formula tradizionale di Israele come Stato «ebraico e democratico» presupponeva, almeno sul piano dei principi, una composizione fra due elementi: l’autodeterminazione nazionale ebraica e l’uguaglianza giuridico-politica dei cittadini.

La nuova concezione, secondo Hayman, introduce invece una gerarchia. La preservazione della natura ebraica dello Stato assume un valore superiore a quello delle procedure democratiche e dei diritti individuali, anche quando ciò comporti la loro limitazione. Il problema non è più soltanto preservare una maggioranza ebraica. È assicurare la predominanza dell’identità ebraica sulle altre identità nazionali e religiose. Hayman sottolinea che questa trasformazione può incidere direttamente sulla condizione dei cittadini arabi di Israele.

2. La pace come strumento, non come obiettivo

Nella concezione tradizionale, la pace costituisce un risultato strategico desiderabile: consente di ridurre le minacce, stabilizzare i rapporti regionali e dedicare maggiori risorse allo sviluppo nazionale. La nuova impostazione capovolge questa relazione. Gli accordi con gli attori arabi sarebbero sempre provvisori e potenzialmente ingannevoli.

La pace non sarebbe una condizione capace di produrre sicurezza durevole, ma un espediente tattico, da utilizzare quando conveniente. L’esperienza del 7 ottobre viene interpretata come dimostrazione dei pericoli della fiducia nella stabilizzazione dei rapporti con gli avversari. Da qui emerge una contrapposizione politica e ideologica: la pace diventa il linguaggio ingenuo della sinistra, mentre la sicurezza diventa il linguaggio realistico della destra.

Hayman si domanda se questa concezione non rischi di diventare una profezia che si autoavvera: ritenere impossibile qualsiasi pace può effettivamente contribuire a renderla impossibile.

3. Negazione della solidità nazionale degli Stati arabi

È uno dei passaggi più significativi del documento. Hayman sostiene che nella dottrina emergente si manifesta l’idea secondo cui molti Stati arabi sarebbero costruzioni politiche artificiali, prive di un’autentica coesione nazionale.

Non sarebbero quindi Stati nazionali comparabili a Israele, ma aggregazioni instabili di tribù, comunità etniche e appartenenze religiose. Ne consegue una trasformazione della percezione strategica dell’instabilità regionale.

Se uno Stato arabo forte può costituire una minaccia, la sua frammentazione può diventare una condizione favorevole alla sicurezza israeliana. L’instabilità degli Stati confinanti non è più necessariamente un rischio da contenere: può essere considerata un’opportunità da sfruttare, o persino da incoraggiare.

Questa tesi è particolarmente importante perché implica il possibile abbandono dell’interesse israeliano alla stabilizzazione degli Stati vicini. Il conflitto non riguarda più soltanto organizzazioni armate ostili o governi nemici, ma potenzialmente la stessa configurazione politica del Medio Oriente.

4. La guerra come condizione permanente

Questo è probabilmente il nucleo strategico più radicale. Nella dottrina tradizionale israeliana, la guerra era concepita come una necessità da affrontare rapidamente e con determinazione, per ottenere lunghi periodi di relativa tranquillità.

La nuova concezione inverte la sequenza. La guerra non è più l’interruzione eccezionale della normalità. Diventa una condizione ordinaria della sicurezza nazionale.

Hayman richiama la formula revisionista “Sheket hu refesh”, traducibile come «la quiete è sporcizia», derivante dalla tradizione di Vladimir Jabotinsky. L’idea è che la tranquillità possa generare compiacimento, passività e vulnerabilità. La pressione militare permanente sarebbe invece indispensabile a impedire la ricostituzione delle minacce.

Di conseguenza, la guerra preventiva non costituisce più un’opzione eccezionale: tende a trasformarsi in uno strumento ordinario di governo dell’ambiente strategico. L’intensità dei combattimenti può variare, ma la condizione conflittuale resta strutturale.

5. Autosufficienza strategica e riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti

La nuova concezione attribuisce priorità all’indipendenza strategica di Israele.

Hayman vi individua tre convinzioni: gli Stati Uniti sarebbero una potenza declinante; la loro società starebbe attraversando trasformazioni ideologiche sempre meno compatibili con l’identità ebraica di Israele; l’eccessiva dipendenza da Washington limiterebbe la libertà d’azione israeliana.

Ne discende la prospettiva di emanciparsi progressivamente dal rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, fino a contemplare persino la rottura di quel vincolo.

Hayman non considera questa prospettiva una soluzione realistica. Il punto critico è che Israele, pur possedendo considerevoli capacità militari e tecnologiche, rimane una piccola economia profondamente inserita nelle reti occidentali della finanza, della ricerca, della tecnologia e degli scambi commerciali. L’autonomia strategica, se concepita come autosufficienza, potrebbe pertanto produrre un impoverimento delle basi materiali della sicurezza.

6. Priorità assoluta dell’offensiva sulla difesa

Il fallimento del 7 ottobre viene assunto come dimostrazione dell’impossibilità di affidarsi alla deterrenza e alla capacità d’allarme anticipato. La conclusione della nuova dottrina è che Israele dovrebbe colpire le minacce prima che queste diventino operative. L’iniziativa strategica, la sorpresa e la superiorità offensiva diventano principi dominanti.

Hayman richiama però un problema: se si abbandona il paradigma della gestione dei rischi in favore dell’offensiva continua, come si possono impedire l’escalation e l’estensione dei conflitti? In altre parole, un’offensiva riuscita può distruggere una capacità avversaria, ma non garantisce necessariamente la stabilità del rapporto politico-strategico.

7. Difesa avanzata e zone di sicurezza

La nuova concezione prevede che Israele protegga la propria popolazione attraverso il controllo militare di aree collocate oltre le proprie frontiere. Queste zone devono impedire l’avvicinamento delle minacce, creare profondità difensiva e consentire di trasferire rapidamente i combattimenti nel territorio avversario.

La difesa avanzata è quindi strettamente collegata all’offensiva. Non si tratta semplicemente di difendere il territorio nazionale mediante dispositivi collocati all’esterno dei suoi confini: la difesa avanzata è descritta come una sorta di offensiva differita. Hayman ne individua una conseguenza rilevante: il passaggio da frontiere riconoscibili e relativamente stabili a spazi di sicurezza mobili, la cui estensione dipende dall’evoluzione della minaccia.

8. Il conflitto palestinese come conflitto arabo permanente

La nuova dottrina tende a negare l’autonomia politica della questione palestinese.

Secondo la concezione ricostruita da Hayman, il nazionalismo palestinese sarebbe sostanzialmente un prodotto ideologico occidentale, mentre la resistenza palestinese rappresenterebbe una manifestazione particolare del più generale antagonismo arabo verso Israele. Ne consegue una conclusione radicale: il conflitto non può essere risolto attraverso il riconoscimento di un’entità statale palestinese. Viene respinta la prospettiva di una separazione politica, territoriale e di sicurezza tra Israele e palestinesi. La sicurezza dovrebbe essere conseguita mediante la progressiva estensione del controllo israeliano sul territorio, anche attraverso gli insediamenti.

Ai palestinesi che rimangono nel territorio sottoposto alla sovranità israeliana sarebbero riconosciute forme di residenza e autogoverno locale, senza necessariamente riconoscere loro una piena autodeterminazione nazionale.

9. Insediamenti civili come strumenti di sicurezza

Questo principio ha un significato storico particolare. Hayman interpreta il recupero della funzione militare degli insediamenti come un ritorno alla concezione della sicurezza dello “Yishuv”, la comunità ebraica organizzata nella Palestina precedente al 1948. In quel contesto, insediamento civile, controllo territoriale e difesa armata erano strettamente collegati.

La nuova dottrina riproporrebbe questo schema nei territori della Cisgiordania e nelle zone controllate militarmente a Gaza, in Libano e in Siria. La popolazione civile non è più soltanto il soggetto che le forze armate devono proteggere: diviene una componente della struttura difensiva.

Hayman vede qui un capovolgimento del rapporto tra Stato, esercito e cittadini. Nello Stato moderno, l’esercito dovrebbe assumersi i rischi necessari a difendere la popolazione civile. La nuova dottrina invece espone deliberatamente i civili a situazioni di conflitto per consolidare il controllo territoriale.

10. Indipendenza dell’industria militare e tecnologica

Infine, la nuova concezione attribuisce importanza decisiva all’autonomia della base industriale della difesa.

Le guerre prolungate hanno evidenziato la vulnerabilità delle catene internazionali di approvvigionamento.

Israele dovrebbe quindi privilegiare la produzione nazionale di armamenti, l’intelligenza artificiale, le tecnologie informatiche e la ricerca militare.

Secondo la versione più radicale della dottrina, questa scelta potrebbe comportare anche una riduzione della partecipazione ai programmi internazionali di cooperazione scientifica.

Hayman individua un’altra contraddizione: Israele può rafforzare la propria autonomia tecnologica, ma difficilmente può realizzarla attraverso il disaccoppiamento dalle reti internazionali da cui dipende una parte sostanziale della sua capacità innovativa.

In conclusione, secondo Hayman, l’identità politica di Israele si sta modificando attraverso un processo di ridefinizione della sicurezza, senza che questo mutamento sia stato apertamente deliberato. Il suo articolo, quindi, non si limita ad annunciare una nuova strategia militare, ma è un tentativo di rendere visibile una trasformazione dello Stato israeliano che, secondo l’autore, sta avvenendo attraverso l’accumulazione di decisioni politiche e militari.


Meloni urla “vergogna” ai giudici: ma lo specchio guarda dal lato sbagliato


La sconfitta referendaria li ha mandati al manicomio, vogliono la rivincita

Meloni urla “vergogna” ai giudici: ma lo specchio guarda dal lato sbagliato

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – “Vergogna, vergogna”, ha urlato, con faccia stravolta e toni alterati, ancora una volta ha insultato i magistrati, la divisione dei poteri, la Costituzione antifascista. Il suo “vergogna”, paradosso nel paradosso, era rivolto contro chi ha scarcerato Youssef Siher, accusato di essere capo, mandante, teorico della sovversione, attraverso il suo blog e i messaggi lanciati il giorno dopo gli scontri milanesi. Avevamo in casa il capo di una rivoluzione armata e violenta e nessuno se ne era accorto?

Nel frattempo fascisti di ogni risma si infiltrano, provocano, pestano, ma i governanti indicano al pubblico ludibrio studentesse e studenti in lotta per la difesa della scuola pubblica, oppure identificano e portano in questura gli studenti del Tufello.

Nel mirino ogni pensiero critico, torna il fermo preventivo, si aggrediscono e insultano i magistrati.
La sconfitta referendaria li ha mandati al manicomio, vogliono la rivincita, hanno giocato la carta della legge elettorale truffa per garantire la maggioranza ad una minoranza, per “conquistare” il Quirinale e tutte le istituzioni di garanzia.

Quel “vergogna, vergogna” non dovrebbe scagliarlo contro i giudici, ma urlarlo con sdegno e forza davanti allo specchio di casa sua.


«Pensiamo ai giovani»: ma il governo vara mance e misure spot


Dote una tantum di 2.500 euro per gli assunti con meno di 30 anni. Aumento dell’Ires per le banche e le assicurazioni. Taglietto sull’Irpef

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Niente di nuovo sotto il sole di Palazzo Chigi: bonus e mance nella legge di Bilancio che guardano alle elezioni. Le previsioni della vigilia non sono state smentite. Il governo ha approvato la manovra economica da 26 miliardi di euro.

Un piccolo cambiamento è nella cifra: poco più ampia dei 24,5 miliardi di euro previsti inizialmente. Giorgia Meloni ha trovato la narrazione su cui puntare: una manovra per i giovani. «Non diamo risposte a chi sfascia le vetrine, ma a chi vuole dimostrare il proprio talento», ha tenuto a puntualizzare la presidente del Consiglio, buttandola sulla polemica. Dietro l’annuncio, però, c’è solo una serie di misure spot, pensate in ottica elettorale.

Manovra, cosa cambia per le famiglie: confermati i bonus edilizi e lo stop al bollo auto

Bonus giovani

È tutto pronto il “super bonus” dedicato ai nuovi assunti sotto i 30 anni. L’ambizioso proposito del governo è quello di «non far andare via i giovani dall’Italia». Nel dettaglio: «Introduciamo un premio per i giovani lavoratori under 30, 2.500 euro tassati all’1 per cento, che si possono ricevere tanto in 12 mensilità quanto in un’unica soluzione», ha specificato la presidente del Consiglio. Poi ha aggiunto: «Sugli affitti a canone concordato la cedolare scende al 5 per cento ma per chi affitta a canone concordato a giovani fino a 35 anni è all’1 per cento». Per tutti gli altri, invece, la soglia della cedolare scenderà al 5 per cento e sarà introdotta anche per le attività commerciali. Nella selva di interventi una tantum, spunta il “bonus di benvenuto” dei neonati. «Per ogni bambino che nasce l’Inps aprirà una posizione previdenziale, come un piccolo salvadanaio, nel quale lo Stato verserà inizialmente una quota di 100 euro di benvenuto», ha detto la premier.

Non si intravedono nemmeno margini di intervento durante l’iter alla Camera. Il testo entrerà semi blindato e probabilmente, come ogni anno, toccherà al governo emendarlo. «La manovra è seria. Auspico che la discussione in Parlamento mantenga fede a questo indirizzo di rotta», ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, mettendo un paletto sulle eventuali modifiche.

Il governo approva la manovra: taglio Irpef fino a 55mila euro e flat tax più ampia

Sul gong è arrivato anche il via libera a un “taglietto” delle tasse per il ceto medio con la riduzione dell’aliquota Irpef al 33 per cento per i redditi fino a 55mila euro. La soglia è salita di poco rispetto ai 50mila euro, la platea dei beneficiari sarà molto ridotta. La fotografia di una manovra pensata in ottica elettorale. Qualche informazione è stata fornita sulle coperture. A pagare il conto principale, con 5 miliardi di euro, saranno banche e assicurazioni.

Come primo passo verrà toccata la leva fiscale. «L’incremento dell’Ires è del 3 per cento, per le banche, passiamo dal 27,5 a 30,5 per cento. Per le assicurazioni dal 24 al 27 per cento», ha annunciato il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo. Abbattuta pure la deduzione Irap.

«Spero di non dovermi aspettare ricorsi», ha detto la premier interpellata sul tema. Dalle aziende energetiche, invece, dovranno arrivare almeno 700 milioni di euro. Un gioco delle tre carte per Antonio Tajani: la sua Forza Italia è stata sempre contraria a contributi extra degli istituti di credito, ma era schierata a sostegno del taglio dell’Irpef. Non è invece entrata nel provvedimento un’altra grande promessa di Forza Italia – fatta trapelare alla vigilia del Cdm – come la detassazione delle tredicesime che avrebbe avuto un impatto immediato.

La legge di Bilancio ha comunque confermato le varie anticipazioni: la cancellazione del bollo auto e moto fino a 80 kilowatt diventa strutturale. «Parliamo di circa del 70 per cento dei veicoli in circolazione», ha rivendicato Meloni.

Sulla sanità la leader di Fratelli d’Italia ha raccontato di un record che non c’è: quello sulla spesa sanitaria che aumenta di 3,4 miliardi di euro in totale, solo un miliardo in più rispetto a quanto già previsto. Solo che una parte dello stanziamento sarà riservato a una card per gli anziani e una piccola porzione soltanto va al potenziamento degli organici. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, non può certo dirsi contento.

«Nessuna misura è risolutiva di un qualche tema, dentro una manovra-prezzemolino che lascia al prossimo governo gravi problemi economici e nuovo debito», ha osservato il senatore del Pd, Antonio Nicita.

Il doppio volto del governo: impotente in economia, feroce con chi dissente

Salvini all’incasso

C’è un bilancio tutto politico: la Lega esce molto meglio di Forza Italia. Nulla di eclatante, ma il minimo da poter rivendere in campagna elettorale.

All’esame del Consiglio dei ministri ha infatti resistito il “pacchetto Salvini”, che esce rafforzato almeno dal primo round: nel provvedimento c’è un fondo da 850 milioni di euro sulle pensioni e l’estensione della flat tax per i lavoratori autonomi fino a 100mila euro.

Sulla previdenza il meccanismo dovrà essere realizzato in Parlamento. «A sentire Salvini sembra che da domani si andrà in pensione a 64 anni. È l’ennesima menzogna, la Fornero continuerà a esserci», ha sottolineato la senatrice di Italia viva, Raffaella Paita.

Nel gorgo della manovra non manca qualche bizzarria: sarà introdotta la possibilità delle targhe personalizzate. «Gli italiani saranno contentissimi, perché potranno scriverci: salari reali -9,4 per cento», ha ironizzato la deputata dei Cinque stelle, Daniela Torto.

Dalla manovra targettizzata pensata da Giorgetti alla manovra targata.


L’ultimo “zompo” sul carro, il ritorno di Di Pietro nella casa dei fratelli


L’ex pm va a pranzo con Donzelli di FdI per farsi candidare al Csm: Meloni lo accoglie perché lo riconosce come simile, a partire dal linguaggio diretto e popolare

L’ultimo “zompo” sul carro, il ritorno di Di Pietro nella casa dei fratelli

(di Francesco Merlo – repubblica.it) – Il pranzo con Donzelli per farsi votare al Csm e forse pure a sindaco di Milano è stato per Antonio Di Pietro molto più di una svolta politica, di una campagna elettorale, di un inciucio della destra berlusconiana con il suo carnefice, di un “pappa e ciccia” dei giustiziati e del giustiziere che ovviamente indigna Stefania Craxi e, nel retroscena dei pudori, fa arrossire Marina Berlusconi.

La verità è che Antonio Di Pietro sente che davvero Meloni potrebbe diventare un’epoca – “l’epoca Meloni” – e perciò dei Fratelli d’Italia si è scoperto il fratellone di tavola: uova di quaglia e vino rosso sovranisti, l’Italia dei saperi e dei sapori, l’Italia dei Valori. E la Meloni lo accoglie perché lo riconosce come simile e come fratello appunto, con quel suo dialetto storto e popolare: “il dipietrese” che è come “il melonese”. E infatti, spiega la Treccani, Di Pietro stesso lo ha definito “un linguaggio semplice con la caratteristica di non essere molto acculturato, ma che si fa capire”. Certo, anche negli anni del vaffa, Di Pietro diceva: “Io e Grillo siano complementari”. E nei tempi d’oro dell’Ulivo di Prodi, di cui fu ministro, ripeteva: “Non mi sento un ospite, sono uno di voi”.

Antonio Di Pietro è salito su tutti i carri politici sempre dicendo che erano gli altri a salire, anzi “ a zompare” sul suo: “sul mio carro sono zompati tutti. Si appiccicavano al mio nome come mosche”. Davvero però il dipietrese ha lo stesso significato del melonese, del codice sanguigno e appassionato dell’estrema destra italiana. Le parole di Meloni e di Di Pietro, tra gesti e scatti e riti, vengono spiritualizzate dalla lettera maiuscola, dalle esclamazioni, dai Valori appunto: “Vivono di ricordi altrui” diceva Longanesi. E certo i due fisicamente non si somigliano, ma la fisiognomica li avvicina. Le mossette e le occhiatine, gli urli, i silenzi e le risatine che sono il meglio di lei sono anche il meglio di lui, che strabuzza gli occhi, parla con le mani, agita i pugni, come nella memorabile imitazione di Corrado Guzzanti che, deformandolo, ce lo svelò: “È come quando giochi a carte e tieni coppe in mano e vince coppe, ma poi quando tocca a te, quello dice: no, mo’ comanda spade…: e il cittadino? Qui stiamo sempre a tagliare il salame con il cucchiaino, ad acchiappà lo scarpaglione con la cerbottana”. E ancora ditemi se non avrebbe potuto anche lui nascondere la faccia sotto la giacca, come fece lei quella famosa volta alla Camera quando si mise a mimare la simpatia istituzionale che nessuno dei due riesce a suscitare e finì sulla prima pagina del Wall Street Journal.

Ecco perché il pranzo con Donzelli ci racconta che l’uomo di Mani Pulite è ormai l’uomo della tavolata politica popolare e sanguigna, non della ristorazione con il sugo di camorra alla Delmastro e neppure delle liaisons dangereuses alla vongola sgusciata di Ranucci e Lavitola. Nell’opera buffa italiana, la tavola per Di Pietro supera il “se magna” del forchettone democristiano, e diventa senza neppure dirlo, la congiura dei sapori tipici, dei valori da proteggere e da conservare, dell’olio extravergine d’oliva, del vino, del grano e dell’orzo del Molise, ma anche dei faldoni sui misteri di Tangentopoli che di tanto in tanto dice di custodisce a Montenero di Bisaccia: “Io e mia figlia vorremmo dare fuoco all’archivio. Mia moglie e mio figlio Antonino lo vogliono tenere”. C’è lo strapaese dell’Italietta nel Di Pietro che racconta al collega Vittorio Zincone: “La ventricina è un salame che faccio io” e poi gli spiega come ammazza i maiali: “Ora non più, perché non li si fa soffrire, ma quando mio padre me lo faceva fare per educarmi…”. Alla fine, Di Pietro fornisce il rosso buono a Lollo che crede che l’acqua ubriachi più del vino. È la risposta di destra allo slow food di Petrini. E il molisano è il fratellone del romanesco. Da un lato c’è dunque Meo Patacca che affrontava li turchi, con er fidato Fazzolari, l’”Anvedi” Rampelli, er Rugantino, la parlata strascicata di Giorgia e di tutta Chigi , “l’italiano sfatto”, come diceva Moravia, quello delle interiezioni, “daje” alla fine di ogni frase e “stacce”, “stai manzo”, “m’arimabarza”, “t’accolli”, Gnecco er Matriciano e ovviamente Arianna, moglie e sorella romanaccia. E dall’altro lato c’è l’inno scritto da Fred Bongusto nel 1974: “Molise, puozz’ ess’ accise’ / nun penzà che è nu suonno pecché vivo lontano / Nun penzà che la colpa è du vino che è buono”.

Ha detto Di Pietro:“ Io sono sempre vissuto col pensiero che sarei tornato nella mia masseria molisana per sdraiarmi sulla terra a guardare le stelle, come faceva mio padre. Vivo questa fase della mia vita con la voglia di tornare alle origini”. Ecco, Di Pietro è tornato alle origini, alla casa dei fratelli.


Con lo Stato e con il buon senso


(di Michele Serra – repubblica.it) – Più che il senso dello Stato, è il senso del ridicolo che manca nei commenti furibondi di Meloni e Salvini (rispettivamente: premier e vicepremier della Repubblica) alla scarcerazione di Youssef Siher. Il cui arresto in quanto vero e proprio ideatore di una rivoluzione — manco l’avesse depositata alla Siae — aveva sollevato molte perplessità (eufemismo) in ambienti politici e culturali anche molto diversi. Il più spiritoso dei quali Giuliano Ferrara quando scrive che Siher dice più o meno le stesse cose di Ginevra Bompiani.

Del Salvini si sapeva, da lui non c’è da aspettarsi che il ricalco sistematico di tutti i luoghi comuni, nessuno escluso, del bullismo di destra: sui social è stato, per anni, il Siher della sua fazione. Ma Meloni, santo cielo, non la si pensava così esposta all’umore nero del “butta via le chiavi” che è da sempre il mantra del suo vice.

Dopo avere definito «vergognosa» la decisione della gip di Milano, cade rovinosamente nella consecutio temporum del caso Siher, accusandolo di «essere il gestore della pagina Telegram che incitava a quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione». Che la pagina Telegram sia stata aperta dopo, non prima, dei disordini milanesi, per la presidente del Consiglio e per chi la consiglia (male) può anche essere un dettaglio. Per la magistratura, no, non può esserlo, e difatti Siher è già fuori.

Riassumendo: che persone con il profilo di Siher siano all’attenzione della Digos fa parte della legittima e necessaria attività di polizia. Che si ritrovino in galera, e sbattute in prima pagina in quanto Grande Giovane (versione aggiornata del Grande Vecchio) per avere esortato sui social a scendere in piazza, è una assurdità. Presidente Meloni, siamo più o meno tutti con lo Stato e con la Polizia, ma siamo contro uno Stato di Polizia.


Per i giornali Youssef Siher era come Bin Laden: “Un ayatollah pronto all’Apocalisse”


“il mostro”nessun dubbio: era lui il “capo del branco”

Per i giornali Youssef Siher era come Bin Laden: “Un ayatollah pronto all’Apocalisse”

(di Lorenzo Giarelli e Thomas MacKinson – ilfattoquotidiano.it) – Per quattro giorni, Youssef Siher è stato quanto di più vicino a Bin Laden sia mai passato dall’Italia. Gran parte dei giornali, soprattutto quelli di destra, avevano accreditato senza esitazioni l’idea che fosse il grande burattinaio dietro le vetrine sfasciate e i negozi saccheggiati. La scarcerazione di ieri ha fatto invecchiare molto precocemente i titoloni letti in questi giorni.

Domenica scorsa persino l’istituzionalissimo Corriere dimenticava il credo garantista. Doppia pagina: “Youssef, il regista del movimento. Nel pc mappe e appunti sulle piazze”. A lato, anche un riassunto dei suoi scritti più pericolosi, inviti alla lotta armata comparsi sul Fatto e su Ispi, del tipo: “L’intifada studentesca infiamma anche le università arabe”. O ancora messaggi da volantino delle Brigate rosse: “La visita di Erdogan in Egitto è influenzata dal contesto storico in cui si è svolta: la guerra di Gaza e l’escalation militare”.

Meno per il sottile andava Il Giornale di Tommaso Cerno: “L’ayatollah dei maranza”. Nelle pagine interne: “Preso il leader del Movimento. È un politologo e attivista pro-Pal”. Oltretutto Youssef “sul suo profilo Substack aveva come sfondo il colore verde, rappresentativo di Hamas”. Ma Il Giornale non si rassegnava neppure ieri, lanciando la “notizia esclusiva” di un appello pro-Pal (vecchio di un anno) firmato pure dalla giudice che ha scarcerato Siher. Se non fosse che lo stesso appello lo aveva firmato Francesca Crupi, la pm che aveva chiesto la convalida dell’arresto, così come diversi altri magistrati – come Giovanna Cavalieri – che in questi giorni hanno chiesto di arrestare alcuni giovani fermati negli scontri.

Dettagli. Anche Libero sentenziava: “Non è disagio, è islam”. E poi: “Presa la mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio”. È tipo l’arresto di Matteo Messina Denaro, ma con un po’ più enfasi: “Le chat, il covo, I legami. La mente del Movimento voleva il partito islamico per dare l’Italia ai maranza”. Già, perché qui c’è “un inquietante manifesto politico che anticipa le mosse con cui gli ideologi della seconda generazione di immigrati puntano a prendersi l’Italia”.

Il titolo del Tempo invece trasudava sghignazzamenti: “Il regista è un professorino islamico”. Il quotidiano faceva sapere di aver dato un contributo fondamentale alle indagini, perché quando il crimine serpeggia tocca armarsi di pipa e lente d’ingrandimento: “Confermata la tesi del Tempo: incrocio tra islamisti, filo-Palestina e antagonisti”. Ai segugi del Tempo non la si fa: “Non è un’ipotesi, è la geometria operativa”. Ma pure quella euclidea. Soft anche La Verità: “Preso il capo del branco”, “voleva scatenare l’Apocalisse”. Dacci dentro Roveda, che la stoffa c’è.