
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I soliti idioti parlano di “Campo Lavrov” perché Conte, dal palco di Napoli, ha osato dire che “stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti, ma persino il comandante delle forze Nato ha detto al FT che la Russia non minaccia l’Europa”. Tutti gli analisti seri sanno che Putin non vuole né potrebbe invadere l’Europa, cioè la Nato (ha invaso l’Ucraina […]
I meloniani insinuano che il programma attaccasse il partito su commissione del faccendiere. Il conduttore contro lo stop alle repliche: “Sospesa la memoria di fatti importanti”

(ilfattoquotidiano.it) -Fratelli d’Italia si prepara a presentare un esposto in Procura su Sigfrido Ranucci e i suoi rapporti con il faccendiere pregiudicato Valter Lavitola. La notizia, anticipata dal Messaggero, è stata confermata da fonti parlamentari. A quanto riferisce il quotidiano romano, la denuncia riguarda in primis le parole del dirigente Rai Paolo Corsini – vicino a FdI – riportate da Repubblica e Corriere, poi smentite in parte dall’interessato: “So che chi aveva un problema con Report spesso andava da Lavitola. Quando è uscito il nome di Lavitola ho subito pensato che ci fosse qualcosa di strano dietro“, ha detto il direttore degli Approfondimenti del servizio pubblico. I meloniani, inoltre, insinuano che la trasmissione condotta da Ranucci si sia accanita contro esponenti laziali del partito a causa delle mancate autorizzazioni, da parte di enti locali guidati da FdI, ai progetti di Lavitola nel campo delle energie rinnovabili.
La mossa dei meloniani arriva subito dopo quella della Rai, che tramite la Direzione apprfondimenti guidata da Corsini ha annunciato la sospensione della messa in onda delle repliche estive di Report, “in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda”. Una decisione subito applaudita da Fratelli d’Italia, che ha lodato la scelta “a tutela del servizio pubblico”. Ranucci, che aveva già espresso “sconcerto e preoccupazione” per la sospensione, sabato è tornato a esprimersi con un post sui social: “Sospendere le repliche di Report per cautelare un marchio aziendale è una decisione che rischia di avere la stessa lettura che le bombe davanti casa mia siano state messe per amore. La conseguenza di questa decisione è che ad essere sospesa è la qualità del lavoro di una squadra, e soprattutto la memoria di fatti importanti di questo Paese”, scrive.

(Niccolò Zancan – lastampa.it) – Insomma, eccoci qua. È una mattina di luglio con 35 gradi. Manca l’aria e le telecamere sono già puntate a favore di un ex generale della Folgore sudato fradicio che si spoglia e intona «No, je ne regrette rien» di Edith Piaf.
E dopo averla cantata e ricantata, per non scontentare nemmeno un cameraman – «Non rimpiango nulla, né il bene che mi hanno fatto, né il male» – aggiunge: «Sono tutti bravi a intonare Bella Ciao, dopo un comizio. Molto più difficile è cantare dopo l’esercizio fisico».
Sanremo, Italia, anno 2026.
Il cinegiornale Vannacci oggi prevede il primo episodio di «La tre giorni dei futuristi.
Mens sana in corpore sano». Insomma, il generale intende spiegare alla nazione che lo sport fa bene alla salute e rafforza i pensieri. E quindi: «Se fai sport, ti stanchi e vai a dormire. Chi fa sport non esce alla sera, non vede i maranza, non va a fare parte delle baby gang. Le mie figlie, per esempio.. .».
La sporca dozzina dei vannacciani è stata convocata al gran completo. «Alle elezioni noi non potremo fallire, perché siamo già dei falliti». Le alleanze? «Le decideremo all’ultimo. Ma non tradiremo i nostri principi».
C’è tutto il repertorio del generale, sempre più perfezionato. «Questa è una cosa un po’ fantozziana, è la nostra coppa Cobram». Generale dicono che lei sia un po’ para… «Paracadutista!». A petto nudo: «Ci vuole un fisico bestiale».
Generale, anche Beppe Grillo fece la traversata dello stretto di Sicilia a scopo elettorale: «Sì, ma lui lo dovettero tirare a bordo come un tonno». Generale, progettare la remigrazione non è estremismo? «No, rimandare nel proprio Paese chi ha una cultura non assimilabile alla nostra non lo è».
Non è razzista? «Lavorare in un Paese non vuol dire fare parte della nazione che lo ospita. Tu lavori e poi, quando hai finito di lavorare, torni a casa tua». Un selfie, una vigorosa stretta di mano. «Adesso la Schlein per emularci si inventerà la gara di arrampicata sugli specchi». «Lo sport è rigore. Lo stesso rigore che dobbiamo implementare nella vita».
«Sì, anche nel ventennio lo sport era stato implementato. Ma perché dobbiamo per forza criticare Mussolini?». «Lo sport porta principi sanissimi. La competizione». «Nello sport c’è di bello che non si può fregare. Non c’è il concorso truccato».
Il generale ha 957 mila follower su Instagram, ma la realtà è un’altra cosa. Due dozzine di ciclisti vanno con lui, una dozzina di corridori. Nella prova di nuoto, saranno anche meno.
Ma non è questo l’importante.
Quello che conta è lo specchio che gli stiamo offrendo.
Sempre più simile a Alberto Sordi, sempre più arcitaliano.
Vannacci è perfettamente a suo agio nella parte. Non è esercizio fisico, ma prova mediatica. Così si capisce in fretta che, mentre lui va in bici e rilascia interviste, mentre lui corre e rilascia interviste, mentre lui si spoglia in pubblico per sfoggiare l’italico slip di un colore «azzurro mundial» e rilascia interviste, mentre sta usando tutti noi per il suo cinegiornale, la domanda più importante diventa un’altra. E la domanda è questa: chi c’è – proprio adesso – intorno al generale Vannacci? Un imprenditore nel ramo serramenti di nome Christian Volpi, con la celtica al collo e un tatuaggio sull’avambraccio destro: «Morte agli infami».
Ci sta l’onorevole Emanuele Pozzolo, già nelle file di Fratelli d’Italia e sparatore di capodanno, ora in camicia nera sotto il sole a perpendicolo: «Noi continuiamo a essere di destra, sono gli altri ad essere affetti da schizofrenia. O forse da un torcicollo a sinistra».
Ci sta l’onorevole Mario Borghezio, reduce dallo scisma dei lefebvriani, che ancora rivendica quella sua azione con il disinfettante da spruzzare su un treno regionale che trasportava ragazze nigeriane costrette a prostituirsi: «Avevo detto solo una spruzzatina. E così è andata».
Ci sta un signore di nome Luciano Turella, progettista di Sanremo: «Vannacci e Putin sono i due politici più intelligenti del mondo». E il geometra Michele Landolfi, da sempre a destra, che commenta. «La Meloni è brava, ma sui migranti e sul sostegno alla gente che non arriva a fine mese ha fallito». Ancora Borghezio, ora in versione fra l’istrionico e il profetico: «Affrettatevi a fare la tessera per Futuro Nazionale. Adesso che è ancora facoltativa». Ce ne sarebbe abbastanza. Ma il momento più rivelatorio arriva quasi alla fine del cinegiornale.
«Alla scogliera! Andata e ritorno», urla il generale munito di occhialini. «Andrò a stile libero». Lo seguono in sei, ma cinque si fermano nel punto in cui l’acqua si fa profonda. Forse prima del punto esatto in cui non si tocca più. Il generale incurante va, sparisce nei flutti e torna. Si appende alla scaletta, risponde ai microfoni asciugandosi le ascelle.
Ed è in quel momento che, vedendolo con stupore, un anonimo signore si alza dalla sua sdraio, applaude, chiede informazioni e si mette a commentare le parole del generale sui maranza. Dice: «I maranza. Dobbiamo fare fuori i maranza». La moglie annuisce: «Farli fuori». «Come farli fuori?», domandiamo. «Beh, sul come, ci penserà il generale. Del resto, lo abbiamo addestrato per anni».
Come sia stato possibile arrivare a pronunciare queste parole in un’estate bollente, fra risatine e selfie, è materia per sociologi e psicologi. Ora l’attività fisica ha messo appetito alla truppa del generale. A pranzo: trofie al pesto avvantaggiate, fritto di calamari, prosecco e vermentino. «Tutta roba italica», ci tengono a specificare. Come certe giornate tragicomiche. Più tragiche che comiche.
Nyt, mandati comparizione ai nostri reporter per notizie su nuovo Air Force One

(ANSA) – L’amministrazione Trump ha emesso mandati di comparizione contro diversi giornalisti del New York Times, dopo che il quotidiano ha pubblicato nei giorni scorsi articoli su problemi di sicurezza relativi al nuovo Air Force One, donato dal Qatar al presidente Trump.
Lo denuncia il quotidiano Usa, sottolineando che i mandati mirano a costringere i giornalisti a testimoniare mercoledì davanti a un gran giurì federale a Manhattan e rappresentano “una straordinaria escalation negli sforzi del presidente Trump per minacciare e intimidire le testate giornalistiche indipendenti”, scrive Nyt.
In alcuni casi, i mandati sono stati consegnati da agenti federali che si sono presentati a casa dei giornalisti. Le citazioni contengono pochi dettagli, chiedendo solo ai giornalisti di testimoniare “in merito a una presunta violazione della legge penale federale”. Sono state emesse da Jay Clayton, procuratore degli Stati Uniti a Manhattan. Clayton, a capo di uno dei più importanti uffici di polizia del Paese, è stato recentemente nominato da Trump direttore dell’intelligence nazionale.
“L’arrivo di agenti federali alla porta dei giornalisti dovrebbe sconvolgere la coscienza di ogni americano che crede nella Costituzione e nella libertà di stampa che essa protegge”, ha dichiarato David McCraw, responsabile legale della redazione del Times. “I nostri giornalisti riportano i fatti e promuovono il diritto del pubblico americano di sapere come opera il proprio governo e come vengono utilizzati i soldi dei contribuenti”, ha scritto McCraw. “Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”.
Tra i giornalisti del Times che hanno ricevuto le citazioni figurano Julian E. Barnes, Eric Lipton, Tyler Pager ed Eric Schmitt, che mercoledì avevano riportato la notizia della partenza di Trump dalla Turchia a bordo del vecchio Air Force One per motivi di sicurezza, su suggerimento dei servizi segreti.
Giovedì, il New York Times ha riportato che il nuovo Air Force One, un Boeing 747-8 donato dal Qatar, era privo di alcune delle caratteristiche di sicurezza avanzate dei modelli precedenti, tra cui la capacità di difesa antimissile. Entrambi gli articoli citavano fonti che parlavano a condizione di anonimato per discutere di questioni di sicurezza sensibili. Prima della pubblicazione dell’articolo di mercoledì, un alto funzionario dell’Fbi ha contattato il New York Times chiedendo di sospendere la pubblicazione, definendola una questione di sicurezza nazionale, secondo quanto riferito da una persona a conoscenza della conversazione. Il funzionario dell’Fbi ha parlato con un giornalista e un redattore senior della redazione di Washington del New York Times; il funzionario si è rifiutato di spiegare la questione di sicurezza quando gli è stato chiesto.
(Barbara Costa – dagospia.com) – Cari Rolling Stones, li m*rtacci vostri. Di cuore e firmato da una, cioè me, che vi sta dietro, persa e felice, da fine 90s, e già eravate belli vecchi, per IL ROCK. Oggi siete esteticamente molto peggio, più grinzosi, dei ruderi, e io ve lo ripeto: li m*rtacci vostri.
E per chi non è di Roma lo preciso, che m*rtacci vostri qui non sta a insulto ma a accezione arci complimentosa che la romanissima espressione “li m*rtacci sua/tua/vostri” ha e si fa a chi si vuol bene e si ammira per una roba notevole che gli è accaduta o ha fatto. E che hanno fatto, i vecchi Rolling Stones?
“Foreign Tongues”, nuovo disco, e… come la vogliamo mettere!? Volete una risposta sincera sincera, o una no? Siccome chi legge “Dagospia” e magari qualche volta pure me lo sa fin troppo bene che noi non le mandiamo mai a dire… vado per la sincera sincera. Che è questa: andatevene tuuuuuuuuttttttti a casaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!
Tutti, voi, che fate musica che chiamate Rock, lasciate perdere, e statevene a casa, buoni, che nell’Olimpo cogli Stones ha diritto di starci e brillarci… chi? Paul McCartney, sì, ottimo bassista, e poi è amico loro e sta in questo disco loro. Steven Tyler, sì, che non lo ferma neppure una laringe spaccata e operata e risanata. Qualche altro rock-monumento, certo, ma in Italia… chi? Vasco. Sì. Lui sì.
Vasco da un po’ si sc*pa pure il metal, bravo, lui si può permettere questo e altro, ma il resto… fermo e muto e tutttttti a casaaaaa!!!!! Signori, non ce n’è. Non è possibile FARE IL ROCK come lo fanno gli Stones. ′Sti 3 dinosauri terribili! E io, cr*sto santo, io lo voglio sapere, esigo sapere come fanno, gli Stones, dal 1962 a oggi anno di grazia 2026 a cantare e suonare. FARE IL ROCK come nessuno mai. La pompa e tutto il resto, agli Stones, ma come gli regge?????
Come diavolo è che a me a stare seduta al pc a scrivere la cervicale si fa sentire, e Jagger sono 83 anni (li fa il 26 luglio) che zompa al pari di un grillo?
Come ca*zo è che io non metto su peso solo perché mi vieto tutto ciò che abbia un sapore, e Jagger a 83 anni n-o-n-c’-h-a-n-é-c’-h-a-m-a-i-a-v-u-t-o-u-n-f-i-l-o-d-i-g-r-a-s-s-o-l-u-i-e-n-t-r-a-n-e-l-l-e-t-s-h-i-r-t-d-i-q-u-a-n-d-o-c’-a-v-e-v-a-2-0-a-n-n-i-e-c-i-p-o-s-t-a-l-e-f-o-t-o-s-u-I-G, e con nonchalance, ché lo strozzeresti solo che nooooooooooooooo,
non puoi, primo perché lo ami, secondo perché è Mick Jagger ovvero inavvicinabile, e terzo perché, e come si fa a strozzare una voce che pare mai abbia cantato meglio!?? Le sentite sì o no, in “In The Stars”, le note che Mick riesce a toccare?
Appello alle firme musicali note e no: piantatela, di chiedere e/o di chiedervi se gli Stones rifaranno tour. Ve l’ha detto Mick? Ci vuole andare nel 2027!?? Ma se vanno pei 90, ma dove devono annà????? Devono morì sul palco, come vorrebbe Richards…!? (e penso voglia anche Vasco. E Bob Dylan). Ascoltate non Mick, ma Keith: “Io non mollo, ma viaggiare mi logora: voglio fare una residency. A Roma, sarebbe bello” (Keith, ci sta Vasco!).
E poi Richards: come caz*o fa uno che ha le dita delle mani così deturpate dall’artrite, a suonare come dio??? In questo nuovo disco, Keith si è (di nuovooooooo) fatto il mazzo. Nei riff. Negli intrecci di chitarra con Ronnie. È un disco molto più suonato del precedente di 3 anni fa. ′Fanc*lo autotune!!! Come si fa a rimanere MEZZO SECOLO e oltre sé stessi, facendo mangiare polvere agli altri!? Me lo si spieghi, e Vasco per primo.
Che razza di patto è quello degli Stones??? Credo che pure satana se lo stia domandando. E lo avete visto, Il Gallo? Come sarebbe, Il Gallo chi? Claudio Golinelli, il bassista di Vasco. Dopo tutto quello che ha passato… “io sto in piedi”, e “sto su un palco a suonare con Vasco”.
E dice a Gianmarco Aimi di “Rolling Stone”: “La vita va vissuta, non bisogna stare tutto il giorno davanti a uno schermo a guardare quella degli altri”. È IL ROCK CHE TI DÀ I MARONI DURI! Altroché!!! Com’è che ci sono rapper e trapper che, un anno di mestiere, e già non gliela fanno più, e frignano sulla loro sorte?
Canta Mick Jagger in “Foreign Tongues”: “Uno di questi giorni/ crollerò a terra morto/ e ci metterò molto meno se mi dai una botta in testa”.
Mick, guarda che ti hanno stanato. Bob Spitz, nella sua nuova bio su di voi (e ci sbrighiamo a pubblicarla in Italia?) scrive che tu, nel 1976, mezzo secolo fa, ti sc*pavi Jerry Hall ma ci stavi dentro, con l’ero. E sei andato in overdose, a labbra nere, e se non fosse stato per santa Faye Dunaway che ha chiamato l’ambulanza e ti ha salvato e organizzato un ricovero in anonimato…

(Tommaso Merlo) – Il problema non è Trump ma il sistema marcio che ha permesso ad un criminale del genere di arrivare lì a fare danni. Un sistema che oltre a rendere gli Stati Uniti un inferno invivibile sta sconquassando il pianeta. La politica non c’entra, quello americano è egoismo e narcisismo viscerale che si sono fatti sistema ed hanno trovato nel capitalismo estremo il suo parco dei divertimenti. La cosiddetta politica è solo un circo mediatico montato sotto elezioni per infinocchiare gli elettori superstiti. A volte è più pacato e a volte più sclerotico come con Trump in modo da intercettare tutti i gusti del consumatore partitocratico, ma la sostanza è la stessa. Solo così, interpretando il sistema come manifestazione di dinamiche egoistiche e narcisistiche interiori, si spiegano piaghe che durano da decenni. Dai milioni di cittadini senza assistenza sanitaria ed educazione e perfino un tetto sulla testa mentre il governo abbassa le tasse ad oligarchi più ricchi di intere regioni del globo, fino al veleno chimico al posto del cibo e alle sparatorie nelle scuole elementari per accontentare le rispettive lobby. Dalle pandemie psichiatriche con la droga come vaccino per reggere una giungla materiale sempre più vuota e degradata, fino al terrorismo internazionale con l’umiliazione delle istituzioni e una serie infinita di guerre illegali e disastrose. Il tutto senza mai farsi un esame di coscienza e quindi cambiare. Tipico. Prepotenza frutto dell’assenza di empatia. Egoismo e narcisismo viscerale che spingono ad imporre con ogni mezzo la propria volontà ed i propri interessi fregandosene di tutto e di tutti. Se gli Stati Uniti avessero speso in cooperazione i trilioni buttati in armi e guerre, oggi il mondo sarebbe un posto molto più sicuro e giusto. Senza estremismi rivali e con gli immigrati che vivrebbero serenamente a caso loro. Ed invece prima sfasciano e derubano il pianeta e poi costruiscono muri per tenere lontane le conseguenze dei loro disastri e piuttosto che ridurre le abnormi spese militari vanno in bancarotta. Tipico. Ignoranza ed ottusità frutto dell’arroganza. Ma la politica è un sintono e non la malattia che è l’egoismo e il narcisismo viscerale che hanno la guerra come gioco preferito. Un sistema marcio che infetta l’intero occidente e quindi anche noi misera colonia americana. Dobbiamo immediatamente spezzare ogni rapporto di vassallaggio con gli Stati Uniti ma non con gli americani vittime come noi della stessa deriva. Da loro abbiamo da imparare e insieme possiamo sconfiggere un sistema lobbistico e oligarchico che si regge sostanzialmente sulla mafia capitalista, sui ricchi che hanno i soldi per comprarsi anche il potere democratico. Per servire i loro interessi o per imporre i loro deliri ideologici. La mafia sionista è un caso scuola. Oltre al genocidio di Gaza, i libri di storia riporteranno come una mafia ideologica di un paesello di dieci milioni di abitanti abbia costretto una superpotenza di oltre trecento milioni a sponsorizzargli perfino uno sterminio di massa sporcandosi la coscienza per sempre, rendere complici i governi europei e manipolare le opinioni pubbliche mondiali camuffandosi da vittime per decenni. Il tutto grazie ai miliardi con cui hanno costruito una potentissima rete di affiliati politici e mediatici che ha imposto la loro vergognosa agenda coloniale. Non più potere politico che nasce dalle piazze ma dalle banche. Non più sovranità popolare ma finanziaria. Una corruzione di sistema che ha compromesso la democrazia perché o il potere appartiene al popolo oppure è qualcos’altro. È regime lobbistico ed oligarchico. Eliminare ogni rapporto di vassallaggio con questi Stati Uniti è importante ma non basta. Dobbiamo uscire immediatamente da quel covo di guerrafondai della Nato e scegliere la neutralità. La mafia bellica è ancora più potente, riesce perfino a costringere paesi sempre più poveri e pieni di debiti come il nostro a dissanguarsi per alimentare guerre autolesioniste create a tavolino come quella in Ucraina. Miliardi sottratti ai poveri cristi per ammazzare altri poveri cristi. Parole come difesa e sicurezza sono gli slogan preferiti della mafia bellica per manipolare le masse. L’unica via intelligente è quella di creare rapporti diplomatici e di cooperazione, è investire nell’integrazione e nella pace e non in strumenti di stermino di massa. Anche l’adesione all’Unione Europea va rinegoziata, Bruxelles ha tradito il progetto comunitario diventando un verminaio lobbistico guerrafondaio estraneo alla volontà dei cittadini europei. Ma la politica è solo un sintomo, la vera malattia è l’egoismo e narcisismo viscerale che si sono fatti sistema ed hanno trovato nel capitalismo estremo il suo parco dei divertimenti e nella guerra il suo gioco preferito. Tipico. Malignità frutto dell’inconsapevolezza. Già, il problema non è Trump ma il sistema marcio che ha permesso ad un criminale del genere di arrivare lì e paesi come l’Italia devono reagire pretendendo una vera democrazia e riprendendosi le redini del loro destino.

(di Marcello Veneziani) – La Bestia, l’Orco e il Nulla. È l’ecografia panoramica del mondo allo stato attuale. La Bestia è la minaccia che incombe oltre i confini dell’Occidente: la più grande, grossa e pericolosa è naturalmente il Dragone, alias la Cina, per taluni è invece l’Orso bianco, la Russia; per altri la belva ulula nel deserto, è l’Islam, che è difficile riassumere in un paese, perché nessuno rappresenta e guida gli altri: l’Iran, la Turchia, gli Emirati, i Sauditi. Intanto, c’è un islam mobile che penetra da noi con sistema rateale, ed è il flusso dei migranti. La Grande Bestia è l’animale feroce che ansima e ruggisce fuori dai nostri confini, dal nostro cono di luce, oltre il sipario.
L’Orco, invece, è Donald Trump, col suo pericoloso, insaziabile Ego, che ogni giorno stila classifiche di buoni e cattivi, con variazioni quotidiane e monopolizza l’attenzione del mondo coi suoi giudizi e le sue minacce. L’Orco lancia avvertimenti, addita al disprezzo globale chi gli sta antipatico o chi gli fa ombra; punisce, multa, insulta, poi li redime, poi di nuovo li affonda. Nell’attesa lancia bombe e vende armi, minaccia i coinquilini di sopra e di sotto, la Groenlandia e l’America latina, usa dazi come dardi, si sente un dio temuto e amato; amato per timore, temuto per amore.
Il Nulla, invece, è quel magma che ci circonda fino al collo, e che si chiama Unione Europea; surrogato di quel che un tempo si chiamava Europa, che quand’era divisa destava rispetto, ora invece, benché unita, fa ridere le Bestie di fuori e gli Orchi di dentro. Non è capace di una linea unitaria e di una strategia pensata, da qualche tempo si dedica solo al mestiere delle armi, perché glielo ha imposto Trump, intimando pure di comprare il fabbisogno dalla ditta Usa. Il fattore che tiene unita l’Unione è l’Ucraina, al punto che è forte il sospetto di un processo inverso: non è l’Ucraina che sta entrando in Europa ma è l’Unione che è stata annessa all’Ucraina. Zelenskij è il leader più seguito e omaggiato, in suo nome si fanno euro-sacrifici e si promettono armi, munizioni e soccorsi; una volta stabilito, col cervellino corto degli Ue-ue, che il pericolo maggiore è Putin, Zelenskij diventa il suo argine, anzi il nostro bastione di salvezza.
Sfugge ai nostri radar il maggior pericolo che viene dal Medio Oriente e che oggi è costituito dall’insaziabile sete di guerra d’Israele, che rischia di incattivire il già feroce Saladino, e perfino di riunire le membra sparse dell’Islam.
Tra la Bestia, l’Orco e il Nulla, stiamo messi molto male. Noi italiani, noi mediterranei, noi europei. Chi si comporta più saggiamente sul piano internazionale sono i paesi guidati da regimi autocratici, dispotici e tirannici: a partire dalla Cina che cammina con piedi di piombo e non dà mai in escandescenza; ma anche la Turchia è oggi un elemento di equilibrio, anzi il maggior elemento di equilibrio nella Nato. Perfino la Corea di Kim, sul piano internazionale, è più saggia di noi occidentali. E fino a ieri, in politica estera, l’Iran era sulla linea della prudenza, non ha cercato alcun conflitto da vari decenni e l’ultimo, con l’Iraq, non lo aveva provocato l’Iran, così come questo con gli Usa e Israele.
Il fattore scatenante che da un anno e mezzo tiene in apprensione il mondo è l’avvento di Donald Trump alla guida della principale potenza mondiale. Al suo primo mandato, oltre le spacconate, Trump non fece danni sulla scena mondiale, non scatenò guerre e conflitti, né con l’Europa né col resto del mondo. Ed è questo il motivo che aveva portato molti americani e una fetta di destra europea a guardare a lui con speranza, soprattutto dopo il disastroso Biden guerrafondaio sulla via della demenza. Ma stavolta l’Orco ha perso ogni limite e ritegno, si è abbandonato a una specie di auto-adorazione con delirio di onnipotenza, giudicando il mondo solo sulla base del suo Io, dei suoi Interessi, del suo modo di vedere, dei suoi sbalzi d’umore.
Trump non spunta dal nulla, non si è impossessato della Casa Bianca con un golpe, o dopo l’assalto famoso di qualche anno fa. Trump ha raccolto un consenso largo e verace nell’America profonda, nella provincia, nel mondo rurale, nella realtà che si oppone a New York, ai campus radical e al modello California. Le ragioni che lo hanno portato a vincere erano tutt’altro che malvagie: la preferenza nazionale, l’amor patrio e la riscoperta degli interessi nazionali contro l’onda della globalizzazione, diventata in molti casi, sul piano commerciale, un’invasione cinese e del sud-est asiatico sui mercati di tutto il mondo; poi la guerra contro il Woke nelle università e nei media e contro l’immigrazione selvaggia; il risveglio religioso anche se legato più alle sette avventiste, quindi la decisione di occuparsi delle faccende domestiche anziché porsi come lo Sceriffo del mondo, il Garante del pianeta. Di quel programma sono rimasti stralci decapitati, pezzi stracciati, caricature, e in alcuni punti c’è stato un ribaltamento totale, come hanno notato molti suoi ex-sostenitori. A partire dall’interventismo globale; altro che occuparsi solo dell’America, Trump vuole imporre l’America sul mondo e decidere lui ogni giorno come si devono comportare tutti gli altri.
Spostando la questione dai vertici alla base, ossia da Trump al suo popolo, sta ingrossandosi una pericolosa tendenza: quel popolo che voleva un ritorno alla realtà, al buon senso comune contro le griglie assurde del politically correct, al primato delle comunità famigliari, locali, nazionali, che preferiva rifarsi alla tradizione anziché all’ideologia woke e transgender, si rivela per metà deluso e disorientato, e per metà si è incattivito nell’imitazione del suo Orco preferito. Trump ha dato una faccia, uno scettro e un nullaosta a quel selvaggio, protervo egoismo rancoroso. Senti in giro, e leggi soprattutto sui social, fiumi di imbecilli inferociti che insultano chiunque, si ergono a giudici dell’universo, discettano di ciò che non sanno, decretano disprezzo, oltraggio e profanazione in ogni campo che non sia da loro padroneggiato. Un popolo di trumpettieri si affaccia ogni giorno, non solo negli Stati Uniti, a inveire contro la restante umanità, a minacciare bombardamenti ad personam e piccole Groenlandie contro paesi, leader, persone che non sopportano.
L’Orco non ha generato dal nulla una popolazione di orchi, ma ha dato voce e legittimità ai loro sguaiati latrati che già covavano nelle pieghe del web e delle città; ha dato coraggio e benestare alla loro arroganza e al loro livore egoistico. Non c’è nessun nazionalismo, nessuna ideologia di destra, nessun valore o principio dietro questo scatenarsi del peggio; c’è solo un ego risentito contro il mondo, una sorta di vendetta permanente verso la realtà e verso le proprie frustrazioni.
Non dirò che siamo nel peggiore dei mondi possibili, non evocherò la catastrofe come fanno spesso certi filosofi; ma quell’allineamento nefasto di pianeti, quel vivere tra la Bestia, l’Orco e il Nulla, non rende facile la vita ai nostri giorni.
Blanditore di Trump. Ha fatto carriera col rancore sviluppato da maltrattato figlio d’immigrati italiani in Svizzera e all’evenienza piegando la testa: così ha reso il business del calcio sempre più ricco

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Davanti al faccione di Donald Trump, sbatte gli occhi, i tacchi e se serve la coda. Porta regali quando può, e il sorriso sempre. A ubbidire piegando la testa davanti al più forte, Gianni Infantino, 56 anni, ha imparato da piccolo, quando i bulli a scuola lo chiamavano “il Carota” per via dei capelli rossi, e in quartiere lo facevano trottare insultandolo come “sporco italiano”, dentro ai margini montani di Briga, paesello del Cantone Vallese, Svizzera franco-tedesca, dove gli immigrati italiani, come i suoi genitori, erano considerati schiavi e zingari e intrusi, buoni solo per diventare carne da cantiere, costruire dighe, qualche volta morirci sotto.
[…] Con quel rancore e quello spavento Infantino, il piccolo di tre fratelli, babbo calabrese, impiegato delle Ferrovie svizzere, mamma casalinga, ha edificato in grande la propria carriera, dal nulla indifeso che era, a imperatore del regno mondiale del calcio, la Fifa, con annessa cassaforte da 11 miliardi di euro, riflettori, potere. E da quella vetta, il proprio mondiale precipizio.
Tre o quattro partite fa, con la faccenda dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, riammesso in partita dopo l’espulsione e la squalifica, grazie all’ukase telefonico del Faccione in Capo – “Infantino! Quel fallo non era fallo! Quel cartellino non era rosso! Quell’arbitro non è un arbitro! Provvedi!” – s’è umiliato davanti alle 211 federazioni calcistiche, e ai 6 miliardi mal contati di telespettatori che stanno seguendo con birra, zanzare e noia, la coppa di tute le coppe, un circo a 48 squadre che ostinatamente rincorrono il pallone e le regole del calcio, mentre Gianni Infantino le infrange, inciampando dentro alla propria mappa di inchini diplomatici che ha ricamato intorno ai peggiori bulli del quartiere globale, non solo Donald quest’anno, ma anche Vladimir Putin, con i Mondiali del 2018, lo sceicco del Qatar, con quelli del 2022. Sempre moltiplicando gli incassi e gli sponsor a cominciare da quella paraculissima invenzione degli hydration break, le pause per bere, diventate obbligatorie, che spezzano in due i tempi della partita, raddoppiando la raffica di spot televisivi – soldi, soldi soldi – come a suo tempo denunciò l’immenso Diego Armando Maradona: “Vogliono farci giocare quattro tempi da 25 minuti per infilarci la pubblicità: non mi piace assolutamente!”.
Chi se ne frega di Maradona, avrà pensato a suo tempo Infantino, che nel 2015 è al punto di svolta della sua carriera dentro ai labirinti della Federazione sportiva internazionale, dove da anni nuota in qualità di delfino dietro l’ombra di Michel Platini, detto il Magnifico, Le Roi, presidente della Uefa destinato a succedere a Sepp Blatter, capo supremo della Fifa. È l’anno in cui il cielo del calcio diventa una botola. Precipita Blatter accusato dal tribunale svizzero di truffa e amministrazione infedele e precipita Platini indagato per avere ottenuto 2 milioni di franchi svizzere attraverso false fatture. In quel vuoto spunta Infantino, il nostro eroe, che da indifeso diventa efferato, dal delfino, squalo. E la sua storia un apologo. […]
Rifinito da una laurea in Legge, e dopo essersi rasato a zero i capelli color carota che lo hanno fatto tanto soffrire, Infantino entra in Uefa nel 2000 dove sale senza fare troppo rumore: da avvocato semplice a responsabile degli Affari legali, anno 2004. Da vicesegretario generale a Segretario generale, anno 2009. Non sfonda le porte, si infila dietro a quelle che Platini apre, una alla volta. Gli porta le carte e il caffè.
È bravo, servizievole, preciso. Parla quattro lingue. Conosce i bilanci, le federazioni, i regolamenti, soprattutto gli uomini. Introduce il fair play finanziario, allarga gli Europei da 16 a 24 squadre, lavora alla Nations League, all’Europeo itinerante. Nei sorteggi televisivi della Champions compare sorridente, rotondo, bonario. Estrae le palline dalle urne. Gli manca solo il grembiule e il vassoio. Nessuno ha paura di lui. Ed è questo il suo vantaggio.
Quando Blatter e Platini finiscono in fuorigioco, lui volta loro le spalle e corre a centro campo. Ha distribuito favori alle federazioni più piccole, le più numerosi e quando si candida incassa tutti i crediti che ha accumulato. Vince con 115 voti, nell’anno 2016. Lancia il “Fifa Forward”, il suo programma di sviluppo e investimenti globali per campi di calcio, scuole, infrastrutture, palloni. I Mondiali salgono a 32 Nazioni partecipanti, le partite a 104. Si moltiplicano gli accordi con i grandi network televisivi. Piovono miliardi.
Quando nel 2018 tocca alla Russia ospitare il campionato, Infantino diventa il migliore amico di Putin, il più sorridente ai summit del Cremlino. Putin ripaga conferendogli “l’Ordine dell’Amicizia”, la prima medaglia della sua nuova carriera, quella di ambasciatore di se stesso.
[…] Poi viene il Qatar, anno 2022. Gli stadi sorgono nel deserto grazie a una moltitudine di lavoratori reclutati dall’Asia e dall’Africa, intrappolati con i contratti capestro, sottopagati, esposti al caldo, agli incidenti, alla morte contabilizzata in (almeno) 6500 vittime. Salgono le proteste e le denunce internazionali. Infantino non vede, non sente.
Alla vigilia del Mondiale, convoca la stampa e pronuncia uno dei discorsi più prodigiosi nella storia dell’ipocrisia sportiva, 19 novembre 2022: “Oggi mi sento qatarino, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante”. E poi: “Mi sento uno di loro. So cosa vuol dire essere vittima di bullismo, lo sono stato anch’io. Ho pianto e ho cercato di reagire”. Se la cava facendo la vittima. Poi accusa: “Per quello che l’Occidente ha fatto in 3mila anni di storia, dovremmo scusarci per altrettanti, prima di fare la morale agli altri”. Quindi? “Giochiamo e pensiamo al calcio”.
Dopo Putin e il Qatar, tocca alla Casa Bianca. Corteggia Trump, nel 2020 gli porta una maglia e un pallone. A Davos lo elogia davanti agli imprenditori del mondo. Trump si commuove. Nasce l’amicizia. Si telefonano. Giocano a golf. Il Boss lo aggrega allo staff durante i viaggi negli Emirati. Lo invita stabilmente alla Casa Bianca, entra nelle foto ufficiali e persino nei vertici. […]
Quando viene rieletto, Infantino è euforico al punto che inventa per lui il “Fifa Peace Prize” il premio per la pace, un finto Nobel con tanto di coppa che gli consegna nel dicembre del 2025, più o meno come avrebbe voluto fare la nostra Giorgia Meloni, anche lei cresciuta underdog. Chissà per quanto reggerà ancora Infantino, dopo l’umiliazione del cartellino rosso, l’inciampo che finirà per archiviarlo, come l’ennesimo (e patetico) potente servo dei potenti.

(ANSA) – Sicurezza e decoro urbano, contrasto ai rovistatori di rifiuti, lotta agli sversamenti abusivi: sono questi i principali obiettivi che si è prefissato di raggiungere il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, nel corso del suo mandato.
E anche oggi è tornato all’attacco ribadendo che su questi fronti si andrà avanti senza esitazioni. “Il nucleo di Polizia municipale destinato alla tutela della sicurezza e della dignità urbana è pienamente al lavoro”.
E’ stato individuato anche un soggetto che sversava abusivamente rifiuti che è stato multato: “Vedremo se avrà imparato la lezione”, sottolinea il primo cittadino nella consueta trasmissione settimanale. “Prosegue anche il lavoro per contrastare i rovistatori – aggiunge -: in genere sono rom o soggetti di paesi dell’Est che si sono specializzati in questo lavoro. Il giovedì sera, la giornata della raccolta indifferenziata dei rifiuti, arrivano da fuori Salerno, vanno a rovistare fra i rifiuti indifferenziati per prendere scarpe soprattutto, elettrodomestici, cellulari abbandonati, e fanno questo lavoro per dare vita ad un mercato abusivo”.
Altro obiettivo è il contrasto ai parcheggiatori abusivi: “Rinnovo la mia proposta al ministro dell’Interno Piantedosi perché si approvi un decreto legge che stabilisca che quando un soggetto viola per due volte il Daspo, cioè l’obbligo di non andare in un quartiere, deve essere mandato agli arresti domiciliari, altrimenti il potere di dissuasione non è molto forte”.
“I nostri agenti stanno facendo anche un lavoro per individuare gli spacciatori di droga – precisa De Luca – Abbiamo già registrato un rallentamento dello spaccio grazie ai sequestri. Abbiamo poi registrato in questi giorni, un lavoro molto attento fatto dalla Procura della Repubblica, al quale va il mio apprezzamento, per contrastare una baby gang che aveva commesso reati a Piazza della Libertà. Parliamo di ragazzi fra i 14 e i 15 anni. Bene, sono stati presi, sono stati sequestrati tirapugni e coltelli a serramanico”.
I risultati della rilevazione dell’istituto Emg per TG3 Linea Notte. Il 66% del campione ha espresso un giudizio negativo sull’esecutivo in carica

(repubblica.it) – Secondo un sondaggio dell’istituto Emg per TG3 Linea notte, la fiducia nel governo Meloni è ferma al 34%, in calo di un punto rispetto alla rilevazione precedente.
Nel dettaglio, alla domanda su quanta fiducia abbia nell’esecutivo in carica, solo il 26% del campione ha risposto “abbastanza” e l’8% “molta”. I giudici negativi, sommati, arrivano invece al 66%: il 43% ha indicato “per nulla”, il 23% ne ha espresso “poca”.
Lo scorso 3 luglio, anche una rilevazione di YouTrend per SkyTg24 riportava dati critici per il governo, seppure meno nettamente del sondaggio Emg. Il 55% degli italiani esprime un giudizio negativo sul Governo Meloni, mentre il 35% lo valuta positivamente.
Per quel che riguarda le rilevazioni legate al voto, secondo Emg l’affluenza stimata si attesta al 62%, stabile. Quanto alle intenzioni di voto, la coalizione di centrosinistra sarebbe al 43,9% (+0,2%) con il Pd al 21,0%, il M5s al 12,8%, Alleanza Verdi-Sinistra al 6,0%, Italia viva al 2,5%, +Europa all’1,6%. La coalizione di centrodestra è al 42,8% (-0,5%) con Fratelli d’Italia al 25,0%, Forza Italia all’8,8%, Lega al 7,4%, Noi Moderati all’1,6%. Tra le altre forze politiche, Futuro nazionale 6,7% (+0,1%); il totale del Centro è 4,3% (-0,1%) con Azione al 2,5% e il Partito liberaldemocratico all’1,8%, Altra lista: 2,3% (+0,3%).
Anche la Supermedia Agi/Youtrend di questa settimana certifica infatti il sorpasso di Fn sul Carroccio, come già preannunciato da diversi recenti sondaggi. Fn sale infatti sopra il 6%, crescendo di un ulteriore 0,9% nelle ultime due settimane, mentre il centrodestra nel complesso arretra esattamente della stessa misura, e la Lega scende al 5,8% (-0,4%).
Esaurita la sua spinta propulsiva (combattere l’Urss), la Nato si mette in pericolo in Ucraina e vagheggia la guerra

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Non c’era modo più meschino e banale di quello scelto dal vertice di Ankara per sancire la fine di un’alleanza che si autodefinisce storica, solida, capace di salvaguardare la pace e il primato dei valori occidentali. Da come è finita la Nato, sorge il dubbio legittimo che sia mai stata ciò che pretendeva di essere. Se è vero che una fine onorevole, se non proprio eroica, può emendare una vita miserabile, una fine miserabile cancella anche il passato onorevole. La fine onorevole della Nato si era presentata trent’anni fa, se si fosse sciolta con la fine della sua funzione. Quella conclusione avrebbe fatto dimenticare che in realtà la Nato non era mai stata né il luogo né lo strumento della difesa dei valori occidentali. La guerra globale che si voleva esorcizzare con il trattato del 1949 era stata evitata perché gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano imposto ai rispettivi alleati un regime di sudditanza assoluta. Per 50 anni, la guerra non era mai stata evitata o cancellata, era stata usata e abusata fino al punto da renderla non solo inutile ma controproducente. Per tutti. Il costo della guerra sarebbe stato insostenibile per gli stessi Stati Uniti, che intendevano sottrarre il proprio territorio alla minaccia nucleare spostandola all’Europa dove le bombe nucleari erano “tattiche” per loro e strategiche ed esistenziali per noi. L’Europa era il loro campo di battaglia e gli europei erano spendibili. Nessuno s’illudeva che gli Stati Uniti avrebbero rischiato una catastrofe nucleare in America per salvare un qualsiasi Paese europeo.
[…] Trent’anni fa, la Nato preferì sostenere il costo della preparazione per la guerra nel suo formato di deterrenza. Sembrava sostenibile anche in assenza di un nemico o di una vera idea o ideologia alla quale contrapporsi. Era sostenibile per gli Stati Uniti che dagli anni Settanta in poi prosperavano sulle risorse altrui. Non fu sostenibile per l’Unione Sovietica, che da impero anomalo non viveva delle risorse dei sudditi ma si svenava per mantenerli. E nemmeno tanto bene. Nei primi cinquant’anni la Nato e il Patto di Varsavia erano stati funzionali alla sicurezza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica e la coesione interna di entrambi i blocchi era garantita non dalla sovranità, ma dalla servitù. Negli ultimi trent’anni, la Nato è sopravvissuta grazie al potere di seduzione, conquista e ricatto degli Stati Uniti mantenendo l’unità con la stessa convinta servitù.
Ad Ankara, come lo scorso anno a Londra, si è consumato un rito d’ipocrisia. Il primo giorno è stato dedicato alle armi: promesse, impegni incredibili, miliardi inesistenti e soprattutto capacità produttive inesistenti. Il presidente ucraino ha presenziato più come trafficante di armi che capo di Stato. Si è proposto di fabbricare su licenza tutte le armi occidentali proprio mentre la Russia gli asfaltava quel poco rimasto dell’industria bellica. Gli aerei di nuova generazione e i Patriot di quella vecchia saranno prodotti nei garage e nelle cantine. Come gli attuali droni che i volenterosi della pace gli mandano da assemblare. Per posta, non raccomandata, senza ricevuta di ritorno. Un metodo sicuro fino a qualche settimana fa, quando i russi si sono messi a bombardare anche i magazzini del presunto Servizio postale privato.
[…] Il Segretario generale della Nato si è presentato nella sua veste migliore di piazzista per conto degli Stati Uniti ben contenti di lasciare che l’Europa si impoverisca riarmandosi con le armi americane. La seconda giornata riservata ai soli capi nazionali e agli osservatori autorizzati come la Corea del Sud, ma non l’Ucraina, si è conclusa con il nihil novo. Sei mesi di colloqui, compromessi, sforzi inutili per raggiungere il consenso e poi il parto cesareo di un identico comunicato stringato, insussistente, banale e autocelebrativo senza nessun merito. Sei paragrafi di cui due di convenevoli e uno di pistolotto sulla modernizzazione dell’alleanza. Tre i concetti che vengono ribaditi: 1. La Russia è una minaccia a lungo termine. 2. L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica; 3. L’Iran non può avere né armi né progetti nucleari e deve aprire lo Stretto di Hormuz. Il tutto con un solo approccio, i soldi, un solo metodo, dichiarare quanto già dichiarato che equivale a non dichiarare niente, un solo stimolo: capire cosa vuole Trump fintanto che c’è.
Sul primo punto è emerso in modo chiaro che ciò che a Londra appariva come un’apertura verso Mosca era irrazionale e perfino stupido: se la minaccia era a lungo termine non aveva senso parlare di riarmo immediato. C’era tempo per negoziare. Ma non era questa l’intenzione e ad Ankara gli Usa di Trump e la Nato di Rutte e soci hanno trasformato il lapsus in prerequisito che giustifica la lunga preparazione per la guerra. Tanto lunga da consentire di trovare i soldi, reperire le materie prime (inclusi i chip cinesi), potenziare le fabbriche, allestire le forze per l’attacco preventivo, mantenere il territorio conquistato (l’Ucraina e non solo) e contenere la risposta russa. In sostanza, un impegno ventennale soggetto alla condizione che la Russia se ne stia ferma ad aspettare. Gli autoimbambolati dalla loro stessa propaganda non si rendono conto della realtà. La Russia ha già dichiarato la fine dell’operazione militare speciale e l’inizio della guerra. Ha già individuato il nemico e iniziato le operazioni militari per neutralizzarlo: agli attacchi occidentali con sassate ucraine e mani Nato contro le proprie retrovie sta rispondendo con attacchi alle loro retrovie. Cioè Ucraina occidentale, Paesi Nato e Ue, cioè noi. Il tempo lungo è già scaduto.
Viene il sospetto che, in realtà, Nato ed Europa non si preparino a difendere l’Ucraina, ma a gestire la sua capitolazione. Un sospetto rafforzato dalla prevalenza dei discorsi sui soldi (i debiti) piuttosto che sulle reali capacità operative e la vera situazione sul terreno. Ma ulteriormente confermato dal secondo punto della dichiarazione “l’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica”. Non è affatto vero, ma se lo fosse riproporrebbe il dilemma di sempre: la sicurezza transatlantica, quella di 32 Paesi di cui 30 sulla stessa sponda a contatto con la Russia, può dipendere dalla guerra per l’Ucraina? Quale sicurezza si consegue continuando la guerra in Europa con la prospettiva più probabile che la Russia faccia terra bruciata in Ucraina o quella più fantasiosa che nessuno capitoli fino al punto da non costituire più una minaccia per gli altri? Secondo Rutte, il riarmo comporta vantaggi economici per gli investimenti. Sarebbe vero se ci fossero capitali finanziari e umani da investire e non debiti da pagare. Di certo, non è un investimento nella sicurezza, ma lo sfruttamento dell’insicurezza.
Il terzo punto sull’Iran è un esercizio di pura soggezione di fronte all’arroganza degli Stati Uniti e Israele. Fortunatamente non è condiviso da tutti e perciò insussistente per la Nato, ma non per i singoli Paesi che si fanno carico dell’insicurezza anche in Medio Oriente, sostenendo le intemperanze e i crimini dei due partner. La torta sulla ciliegina di questo summit è stata messa dal padrone di casa. Erdogan ha accolto i rappresentanti degli alleati e amici regalando una pistola a tamburo e relative munizioni. Un gesto di cortesia. Come quello di Zelensky che regalava lanciarazzi. Con una simbologia diversa: il lanciarazzi invitava ad agire contro un nemico, il revolver donato da un cinico come Erdogan richiama i fuorilegge del Far West, l’ultima risorsa del disperato pronto al suicidio, l’azzardo mortale della “roulette russa”. Tutti simboli perfettamente calzanti per la Nato di oggi.

(di Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni ha già vinto le prossime elezioni politiche, che si terranno nel 2027. Sostanzialmente, per l’improntitudine del cosiddetto campo largo di centrosinistra. Una coalizione che, piuttosto che larga, risulta a oggi slabbrata, divisa su tutto in politica estera e unita letteralmente sul nulla in politica interna. Sul nulla, sì, perché mancano una visione chiara e una proposta netta in grado, non dico di entusiasmare, ma quantomeno di convincere la maggioranza dell’elettorato (soprattutto coloro che si astengono, di fatto il partito con più consensi nel paese).
Né a nulla vale la “carta Vannacci”, fondata sulla pia illusione che il generale fintamente reazionario eroderà consensi proprio al centrodestra, consentendo la vittoria, per banale osmosi, del campo avverso. Sorvoliamo pure sull’infondatezza di tale convinzione che, fra le altre cose, manifesta la pochezza di chi si rifugia sulla strategia numerica con la quale, ammesso che si vincano le elezioni, certo non si governa un paese in forte crisi come l’Italia.
Anche uno studente al primo anno di Scienze politiche ha già appreso che, appunto in politica, esattamente come in natura non sono consentiti “vuoti”, i quali vengono regolarmente riempiti. Fino a che Meloni e Salvini davano l’illusione di coprire la casella della Destra radicale, buona parte dell’elettorato li ha votati sperando che facessero il “lavoro sporco” su immigrati, sicurezza, contrasto ai poteri forti etc.. Ma adesso che è stato svelato il meccanismo, per cui l’andare al governo può implicare l’omologarsi alle volontà di quei medesimi poteri (tecnici e finanziari, sopra gli altri), si è aperto uno spazio proprio alla loro destra: il medesimo rappresentato da Le Pen in Francia, AfD in Germania (Alternative für Deutschland), Farage in Inghilterra e lo stesso Trump negli Usa.
Se la Storia insegna qualcosa, però, è che la Destra più radicale è sempre stata sfruttata dai poteri economici, quando le ingiustizie sociali arrivavano a un livello inaccettabile come dopo la Prima guerra mondiale. Allora, c’era il bisogno di qualcuno che togliesse alla Sinistra (peraltro storicamente incapace) la rappresentanza politica delle categorie subalterne e impoverite. Si tratta di un meccanismo raccontato egregiamente dal sociologo ungherese Karl Polanyi, in quel capolavoro di analisi socio-politica che è stato il libro su La grande trasformazione (1944).
Non è per caso che il fascismo italiano – specie all’inizio – ottenne il consenso perfino di grandi intellettuali liberali, convinti che potesse essere utile per arginare (ma in realtà reprimere con la forza) le proteste di operai e lavoratori subito dopo la Prima guerra mondiale, nonché la forte spinta a sinistra che derivava dalla Rivoluzione d’Ottobre in Unione Sovietica (1917). Pensiamo a Ludwig von Mises, principale autore liberale della prima metà del Novecento, convinto che il fascismo rappresentasse la legittima reazione a quanto accaduto in Unione Sovietica, ma anche che, una volta svolto il ruolo di repressore delle proteste operaie per le condizioni di sfruttamento, sarebbe tornato nei ranghi delle forze moderate. Ancora nel 1927, scriveva testualmente: “I meriti che il fascismo ha conseguito con la sua opera, vivranno in eterno nella storia”.
Abbastanza simile fu, in Italia, il caso di Benedetto Croce, dapprima disposto a giustificare “due ceffoni” nei confronti dei lavoratori indisciplinati da parte dei fasci, salvo poi diventare un convinto antifascista. Purtroppo, quando il danno era ormai fatto.
Insomma, la storia del capitalismo contemporaneo non è stata tanto una vicenda di contrapposizione fra Destra e Sinistra, quanto della capacità da parte dei poteri finanziari di sfruttare l’una o l’altra a seconda delle convenienze e condizioni del momento.
Ovviamente in chiave di difesa del mercato e riduzione ai minimi termini dell’intervento politico per la giustizia sociale. Ecco: mai come oggi l’ingiustizia sociale sta dilagando, con pochissimi ricchi detentori di capitali vergognosi e una fascia sempre più ampia di popolazione impoverita e privata di diritti e tutele minimi.
I profitti dei dieci più grandi miliardari basterebbero a sconfiggere tutta la fame nel mondo. Qui risiede l’unico vero atto di coraggio e prospettiva politica che il campo largo può mostrare, fornendo anche un’immagine di unità sostanziale. Non sperare che Vannacci faccia perdere il centrodestra, ma studiare fin da oggi misure volte alla redistribuzione delle ricchezze e a una tassazione progressiva, specie delle transazioni finanziarie più ingenti. In palio c’è il consenso democratico della ormai stragrande maggioranza della popolazione. Ce la faranno i nostri eroi?

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’idea che il caos sia la regola dei nostri tempi ha molte pezze d’appoggio. Probabilmente, in molti, si è abituati a criteri di giudizio troppo rigidi, novecenteschi. Molti dei quali andati in frantumi. A me, per esempio, capita sempre più spesso di non riuscire a farmi un’opinione su persone e fatti, voglio dire un’opinione che poggi su paradigmi politici o culturali o psicologici ancora leggibili.
Il caso Adinolfi, per esempio, per uno come me è semplicemente indecifrabile. Non capisco cosa c’entrino Dio e Mammona con il gioco d’azzardo (a meno che si attribuisca a Dio ogni vincita e a Mammona ogni perdita). Non ho mai colto il senso dell’iter politico di una persona passata per il Pd, approdata all’integralismo cattolico e infine in odore di simpatia per Vannacci. Infine non so capacitarmi del fatto che qualcuno abbia ordito una congiura di false accuse ai danni di un personaggio che, a ben vedere, ha un peso politico minimo e non dà fastidio a nessuno: chi avrebbe mai interesse a zittirlo? E perché?
Posso solo dire che – a parte i cattivi quelli veri – dispiace sempre vedere qualcuno nei pasticci, e si spera che se la cavi senza troppi danni. Infierire su chi è in difficoltà non riguarda l’annoso derby tra Dio e Mammona, è molto più banalmente una manifestazione di meschinità umana. Però mi darebbe sollievo capire perché una persona che dicono di talento debba mettere in piedi un casino del genere, e finirci sotto. Diventare famosi? Diventare ricchi? Ma ci sono anche maniere più normali per farlo. L’ambizione non è una colpa, l’io ingombrante è un problema di molti, ma i casi nei quali l’io esplode nelle mani di chi lo maneggia cominciano a essere veramente troppi.

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Apriti cielo: Erdogan, sultano di Turchia, ha regalato una pistola ai capi di Stato e di governo riuniti al vertice Nato. Una pistola vera. Carica. Con i proiettili. Che turbamento. Che scandalo. Che caduta di stile. In effetti, dopo 48 ore trascorse a parlare di armi, armi, armi, che cosa avrebbe dovuto regalare? Un ramoscello d’ulivo?
La pistola è il regalo perfetto. Il confetto alla fine della cerimonia. L’apostrofo rosa tra le parole “t’ammazzo”. Sei colpi ben lucidati per ricordare agli illustri ospiti la sostanza del loro lavoro.
Sono arrivati ad Ankara per questo, trafficare in aerei da combattimento, carri armati, fucili d’assalto, droni, missili, bombe e munizioni intelligenti. 800 miliardi di dollari da spendere in dieci anni. 50 subito per gli arsenali da riempire, le industrie da ingrassare. Nuove armi da inventare, produrre, comprare, vendere, regalare. Uno Stato all’altro. Un alleato all’altro. Un nemico contro l’altro.
Per la bella pistola in confezione regalo, le anime candide si sono sentite offese. Alcuni leader l’hanno lasciata in Turchia. Altri la spediranno in un museo. Tutti molto turbati all’idea di tenere sotto l’ascella 640 grammi di acciaio e piombo, loro che governano Paesi capaci di spedire migliaia di tonnellate di acciaio e piombo sopra le teste degli altri.
La pistola è un poco violenta, evoca sangue e omicidio. Il missile no, è geopolitica. Il drone è strategia. La bomba è deterrenza. Il satellite è sicurezza. Il massacro è un effetto collaterale. Il genocidio, quando proprio non si riesce più a nasconderlo, è una questione semantica.
Ma la pistola personalizzata, col nome inciso, quella sì che disturba. Fa capire persino a un bambino a che cosa serve.
Erdogan, scegliendola in versione 357 Magnum, ha voluto sparare in faccia all’ipocrisia. Ha ridotto gli 800 miliardi di spese militari all’unità che tutti li contiene. Una canna. Un tamburo. Un proiettile. Premi qui. Cos’altro avrebbe dovuto regalare ai signori del riarmo? Una tomba con lapide sarebbe stata di pessimo gusto. E persino prematura.
Il centrosinistra non ha saputo cavalcare l’onda lunga del successo del referendum sulla giustizia

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Il centrosinistra ha stravinto il referendum sulla giustizia. Ma non ha saputo cavalcare l’onda lunga di quel successo. E ora, nell’immaginario della sua gente e della sua classe dirigente, si riaffaccia la paura di riperdere anche le prossime elezioni. Una preoccupazione reale, tutt’altro che immotivata.
Secondo i sondaggi, i consensi di Meloni restano alti. Dopo un primo sbandamento fisiologico Fratelli d’Italia ha ripreso quota, la presidente del Consiglio ha ripreso fiducia. Nonostante la disfatta referendaria su un tema fortemente identitario per le destre. Nonostante il fallimento delle altre due pseudo-riforme alle quali aveva appeso la legislatura, il premierato forte e l’autonomia differenziata. Nonostante il fuoco incrociato che le riversa addosso Vannacci, pronto a sparare sul quartier generale e a ricattare la maggioranza.
Nonostante le scelte sbagliate della sua politica economica, che non ha risparmiato al Paese la stagnazione del Pil, l’inflazione dei prezzi e la deflazione dei salari. Nonostante le scommesse mancate della sua politica estera, che ha condannato “la Patria” alle paranoie dell’Amico Amerikano e all’isolamento dai partner europei. Nonostante tutto questo, la Sciamana tiene. In che altro modo si può spiegare, se non per la mancanza di un’alternativa politica visibile, credibile e affidabile, qui ed ora?
Forse è un’ossessione personale. Ma ho ricontrollato l’archivio. Sulla separazione delle carriere tra giudici e pm abbiamo votato il 22 e il 23 marzo. Da cittadino-elettore – e come me molti progressisti, ne sono certo – mi sarei aspettato la svolta già dalla mattina dopo, sulle ali dell’entusiasmo per quei 15 milioni di no che avevano respinto l’assalto alla Costituzione ordito dalle destre al comando. L’attesa era stata vana. Pd, Cinque Stelle e Avs avevano cominciato subito a discutere sul Nome, invece di parlarci della Cosa.
Già a metà di aprile, da queste colonne, mi ero permesso di suonare una sveglia ai leader del campo largo, abusando (con tutto il rispetto) di uno storico titolo del Mattino di Napoli, all’indomani del tragico sisma in Irpinia: “Fate presto”. Invece di marcarvi l’un l’altro, di inseguire i brusii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, di presidiare i rispettivi blocchi sociali ognuno con una sua “campagna d’ascolto”, cosa aspettate a spiegare ai cittadini che di fronte ai conclamati fallimenti dell’Armata Brancameloni c’è un centrosinistra riformista già pronto a governare l’Italia?
“Già pronto” vuol dire già in grado di presentare un programma con pochi punti irrinunciabili e non negoziabili: sul lavoro e sul fisco, sulla sanità e sulla scuola, sull’immigrazione e sulla sicurezza, sull’America e sull’Europa, sull’Ucraina e sulla Palestina. E di indicare entro un tempo certo le modalità attraverso le quali sarà scelto il candidato premier: con un accordo tra i partiti, prima delle elezioni o dopo le elezioni, con le primarie aperte o riservate agli iscritti, col ballottaggio o senza, scegliete voi i meccanismi che ritenete più opportuni.
Questo era e questo resta l’auspicio. Perché nel frattempo nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, in mezzo c’è stata pure la mezza delusione delle amministrative di fine maggio, con la riconferma della destra a Venezia. Dalla Serenissima doveva partire un “avviso di sfratto” al governo Meloni: sfortunatamente, non è mai arrivato a destinazione.
La prima prova unitaria di esistenza in vita i leader l’hanno data solo il 16 giugno – ben tre mesi dopo il referendum – col famoso selfie del pranzo in grotta che ricordava i riti segreti dei paleo-cristiani nelle catacombe. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, finalmente seduti allo stesso tavolo (sia pure in contumacia di Matteo Renzi, eterno convitato di pietra per tutte le Izquierde più o meno Unide). Ancora poco, ma meglio di niente.
Da quel convivio è venuto fuori il promettente annuncio: segnatevi in agenda le date dell’8 e del 15 luglio, perché lì sì che l’alternativa prenderà plasticamente forma e sostanza. Ma anche stavolta, come la morte di Mark Twain, la notizia del neonato “Fronte popolare” è risultata largamente esagerata. La manifestazione di Napoli ha deluso le attese. E, va detto, non solo per colpa dell’apposito drappello gruppettaro di tafferuglisti-nichilisti, che a forza di sognare il “Potere al popolo” lo lasciano gioiosamente in mano al pur sgangheratissimo kombinat fascio-leghista.
Per un’alleanza che non ha ancora messo a fuoco e condiviso i suoi punti cardinali, la discesa in piazza è la via più facile e più breve. Può anche rassicurare, ma non scioglie i nodi e non risolve i problemi. Se non c’è una leva forte e chiara che spinge e giustifica la mobilitazione – com’è stata e com’è ancora Gaza per la Generazione Z – le gloriose “masse” di una volta non si riaggregano mai. Men che meno se a richiamarle “alla lotta” sono i partiti, ormai capaci al massimo di inseguire le istanze della società civile, non più di orientarle e di guidarle. Come diceva quel primo ministro conservatore inglese negli anni ’20, anticipatore di tutti i populismi: “Devo seguirli, sono il loro leader”.
A Napoli difettavano sia il mezzo che il messaggio. Serve a poco andare in piazza, se sulla sanità ripeti sempre l’ovvio, se sul lavoro puoi solo rilanciare il salario minimo, e se sul sostegno alla resistenza di Zelensky ti tocca votare in tre modi diversi al Parlamento europeo e poi sentire Conte che dal palco riesce a dire addirittura «stanno costruendo la minaccia russa per farci comprare le armi». Nelle stesse ore in cui Putin devasta di bombe Kiev e minaccia per la prima volta la Polonia.
In tanta confusione programmatica, è in bilico il secondo appuntamento di Padova. E forse è un bene che salti, signore e signori del campo largo. Chiaritevi le idee, ora o mai più, poi trasformatele subito in progetto per la prossima legislatura. E fate in modo che il dibattito parlamentare sull’obbrobrioso e pericoloso “Melonellum” non sia solo un pretesto, ma diventi l’occasione per costruire, nel fuoco della battaglia, una vera “Alleanza per la Costituzione” (o come preferirete chiamarla). Fatelo con tutti quelli che ci stanno, compresi i reprobi renziani, se sono disposti come dicono a sottoscrivere un patto di coalizione e magari pure una norma anti-ribaltone.
Cercate di riaccendere lo spirito referendario di marzo, rinnovando l’impegno a difendere la democrazia formale e materiale che la Sorella d’Italia vuole manomettere di nuovo, blindando il suo potere e togliendo ai cittadini il diritto di contare. Non vi lasciate intimidire dalle anime belle del “terzismo” in servizio permanente effettivo, sempre riparate all’ombra dei Cassese di ogni epoca e sempre pronte a irridere qualunque “allarme democratico”. Come ai tempi del Cavaliere di Arcore, a loro va benissimo se nel 2029 sale al Quirinale l’Underdog di Colle Oppio che celebra Almirante come padre della Repubblica, o Ignazio La Russa che rende omaggio “al camerata Marcello Bignami”. Lo so bene: come nel ventennio berlusconiano, essere “contro” le destre autoritarie e illiberali non basta. Ma ancora oggi rimane un buon inizio.