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La Russa, il Giovedì nero e il senso per la Storia. Noi storici non siamo al servizio dei potenti


Non ho mai attribuito al presidente del Senato responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale

(Michela Ponzani – editorialedomani.it) – Gli storici sono come i medici e quando una società si ammala di amnesia, tocca a loro riconoscerne i sintomi. Distinguere i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalle autoassoluzioni. Naturalmente la diagnosi non sempre piace. Soprattutto quando il paziente occupa uno scranno istituzionale e preferirebbe sentirsi dire che il proprio passato gode di ottima salute. Peccato però che gli archivi storici, chiamati a custodire il nostro passato, non siano alla mercè dei potenti di turno.

Caso La Russa-Ponzani, il presidente del Senato: «Rinuncio alla querela se la storica si scusa»

E così, nell’Italia del 2026, il Presidente del Senato Ignazio La Russa pretende le mie scuse (peraltro da “signora”, non da docente universitaria) per aver ricordato nel programma televisivo Otto e mezzo, il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Una manifestazione missina vietata dalle autorità della prefettura, gli scontri, una bomba a mano che uccide con un colpo in pieno petto, l’agente di polizia Antonio Marino, di appena ventidue anni.

La mia imperdonabile colpa? Aver posto una semplice domanda: quale trattamento sarebbe stato riservato ai protagonisti delle manifestazioni violente degli anni Settanta se fossero state applicate loro le misure di sicurezza che oggi la destra invoca, con fermezza, contro chi protesta? Le domande, si sa, hanno questo inconveniente: non sempre consentono risposte rassicuranti.

L’antifascismo riguarda il presente e non le ombre del passato

Ma Marc Bloch, che pagò con la vita la sua scelta di libertà contro la tirannia nazista, ci ha insegnato che lo storico non è un giudice incaricato di distribuire assoluzioni e condanne. Il suo compito è comprendere. E comprendere significa anzitutto interrogare le fonti, contestualizzare le azioni, ricostruire le responsabilità, le culture politiche, le appartenenze, i linguaggi della violenza. Senza piegare il passato alle convenienze del presente.

Per questo non ho mai attribuito a Ignazio La Russa responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale. E l’assenza di una condanna non equivale all’inesistenza di un passato. Del resto basta entrare in un archivio.

I fatti

Già il 13 aprile 1973 l’Unità pubblicava in prima pagina la notizia dell’uccisione dell’agente Marino, accompagnata da una fotografia che ancora oggi restituisce tutta la brutalità di quella giornata. Altre immagini documentano la mobilitazione missina, mentre le cronache dell’epoca ricostruiscono il ruolo dei dirigenti del Fronte della Gioventù. Ma soprattutto esistono gli atti giudiziari, conservati e resi consultabili on line dall’Archivio Flamigni.

Nella sentenza istruttoria del Tribunale di Milano, procedimento n. 2278/73-A, compare il nome di Ignazio La Russa, indicato come responsabile del Fronte della Gioventù milanese. L’atto riporta una contestazione relativa alla promozione dei disordini del 12 aprile e all’incitamento dei militanti a raggiungere piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio missino. Ovviamente si tratta di contestazioni istruttorie, non di condanne. Una distinzione che considero indispensabile. Anche perché il rigore dello storico consiste anche nel riconoscere ciò che le fonti non consentono di affermare.

Evviva la memoria condivisa, ma se non rispetta la verità storica dei fatti è inutile

Ma quelle carte esistono. E non diventano meno autentiche perché la loro lettura può risultare sgradevole a chi oggi ricopre un’alta carica della Repubblica. Come noto, il 27 maggio 1975 la Corte d’assise di Milano condannò Vittorio Loi a ventitré anni, Maurizio Murelli a vent’anni e Nico Azzi a tre anni. Le pene furono successivamente ridotte in appello e confermate dalla Cassazione nel febbraio 1978.

Un processo costellato di fatti inquietanti come l’incendio nel palazzo di Giustizia di Milano che la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1977, distrusse parte degli atti di alcuni processuali, compreso quello contro Loi e Murelli. Documenti unici, frammenti di verità giudiziaria, consegnati per sempre alla cenere. È anche per questo che gli archivi non sono mausolei ma luoghi essenziali della democrazia, nei quali la società continua a interrogare sé stessa.

Trovo dunque singolare che il presidente del Senato abbia scelto di rispondere alle mie parole annunciando un’azione giudiziaria. E ancora più singolare (mi sia concesso) è il riferimento al «monitoraggio» delle dichiarazioni altrui. Come a dire, “colpirne uno per educarne cento”.

La Russa dà lezioni dal pulpito sbagliato: quel “giovedì nero” di Ignazio Benito

Monitoraggio. George Orwell, col suo 1984, ci aveva del resto avvertito: «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». La storia, però, non è un ufficio stampa al servizio del potere e gli storici non sono tenuti a chiedere scusa perché un fatto documentato risulta politicamente scomodo. Se una mia ricostruzione è sbagliata, la si confuti. Si producano documenti, si confrontino le fonti. È così che si affronta una controversia storica in una democrazia. Non chiedendo allo studioso un gesto di contrizione.

Dunque, presidente La Russa, lei ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione, (diritto peraltro concesso a qualsiasi altro cittadino, persino a una “signora” come me). Come storica però io ho anche un dovere professionale, ovvero quello di interrogare il passato, anche quando riguarda le più alte cariche dello Stato. Erano, un tempo, i sovrani a pretendere genealogie impeccabili e cronache rispettose. E gli storici di corte (scribacchini proni al potere) avevano il compito di celebrare, non di interrogare. Così le biografie dei potenti venivano aggiustate, le sconfitte trasformate in vittorie, le responsabilità dissolte nella retorica della ragion di Stato.

La Repubblica italiana, fortunatamente, è nata per rompere con quella tradizione. Non è un caso che l’articolo 33 della Costituzione stabilisca che l’arte e la scienza siano libere e libero ne sia l’insegnamento. E attenzione, non si tratta di una concessione graziosamente accordata agli studiosi. Ma di una garanzia costituzionale, conquistata dopo vent’anni di dittatura, durante i quali anche la storia era stata trasformata in uno strumento di educazione all’obbedienza.
«Da sudditi siamo diventati cittadini», diceva Teresa Mattei, partigiana e madre costituente. «Perché abbiamo strappato la sovranità a un re traditore, a una casa Savoia traditrice e ce la siamo ripresa. Da quel giorno ognuno di noi è depositario di un pezzetto di sovranità».

Ecco il punto. Quella sovranità non fu riconquistata perché qualcuno potesse tornare a esercitarla come un privilegio personale, come se ci trovassimo nell’anticamera di un sovrano, in attesa di essere ammessi al suo cospetto, magari col capo cosparso di cenere, pronti a implorare clemenza per aver turbato la quiete di Sua Eccellenza. Quella sovranità fu conquistata affinché nessun cittadino dovesse più chiedere il permesso di pensare, di parlare, di studiare.
E soprattutto di ricordare. Perché i sovrani passano e i presidenti anche. La storia, invece, resta. E non chiederà mai il permesso di essere raccontata. Nemmeno ai potenti di turno.


Salvini rieletto leader vuol dire che allora possono farcela tutti


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] La fredda cronaca. Domenica, al congresso della Lega, Salvini è stato rieletto segretario per la quarta volta con 465 voti, più o meno il 76%, rispetto ai 146 voti presi dallo sfidante Massimo Garavaglia. Resterà in carica fino al 2030. Il partito ha pure cambiato nome in “Lega Italia Federale”, archiviando quindi il vecchio “Lega Salvini premier”. Questa notizia suscita subito tre fugaci riflessioni, che potremmo sintetizzare così: A) Chi diavolo se ne frega? B) Chi cavolo è Garavaglia? C) Quanto è messa male la Lega per ridursi a credere ancora nel leader politico più postumo di se stesso che esista in Italia (ex aequo con Renzi)? Esaurita tale prima ricognizione, la quarta rielezione di Salvini apre anche scenari più complessi. Per certi versi mitologici. E al tempo stesso dice molte cose. Per esempio queste. […]

Canna del gas. Rieleggere un politico che non ne becca una da (almeno) il Papeete 2019 è una sorta di autocertificazione di morte. Per quanto si conosca il livello medio del partito suddetto, risulta comunque difficile immaginare che in tutta la Lega non ci sia mezza persona più brava di Salvini. Evidentemente lo scenario interno al partito deve essere come minimo tragico, devastato e in ultima istanza post-apocalittico. Spiace.

Ottima notizia. La rielezione di Salvini è una buona notizia per il cosiddetto campo largo, nonché la prova che anche nella coalizione di governo i problemi siano tanti (e il livello medio bassissimo). Con tutti i difetti che ha, se i rivali da battere sono leader (sic) come Salvini e Tajani, il campo progressista può (potrebbe) finalmente cominciare a credere per vincere non serva essere Churchill, Roosevelt e Berlinguer. E che quindi (forse) basti pure essere Bonelli.

C’è speranza per tutti. Involontariamente Salvini ha fatto sì che tutto l’umano mondo avesse un boost di autostima. Se uno come lui è ancora leader di un partito (purtroppo) importante (?) e rilevante (??) nello scenario italiano, vuol dire che tutto è possibile e nulla è precluso. Non dobbiamo arrenderci mai: se ce l’ha fatta lui, possono farcela tutti. Grazie Matteo!

Un grande comico. È un’ipotesi improbabile, me ne rendo conto, ma potrebbe anche essere che Salvini sia stato scelto dall’assise leghista per le sue involontarie doti comiche. E dunque la sua vittoria sia figlia del desiderio dei dirigenti di continuare a ridere dalla mattina alla sera, grazie alla conclamata incapacità salviniana e alla sua mitologica propensione caricaturale. Se così fosse: grazie Lega!

C’mon satira! Il fatto che Salvini continuerà a essere al centro della scena è innegabilmente un vantaggio per tutti i comici, gli stand-up comedian e tutti quegli autori che amano fare satira, ma non sempre hanno l’ispirazione giusta. Ecco: basterà continuare a osservare e ascoltare Salvini e le battute nasceranno da sole. Purtroppo irresistibili.

Putinismo forever. La rielezione di Salvini servirà anche a continuare la narrazione per cui chiunque abbia perplessità sull’invio scriteriato di armi all’Ucraina vada indistintamente catalogato come “putiniano”, sia esso di sinistra come Fratoianni, progressista come Conte o profondamente destrorso come Salvini e Vannacci. Che bella informazione che abbiamo!

Sempre più a destra. L’unica considerazione prettamente “politica” (parola grossa) è che la rielezione di Salvini non fa che ribadire la strategia leghista di spostarsi sempre più a destra, facendo la corsa su Vannacci e puntando quindi su xenofobia, islamofobia, istinti retrogradi e pulsioni illiberali e antidemocratiche. E questo è l’unico aspetto che non fa ridere per niente.

Concludendo: “Salvini, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”. Ma anche no.


La “strategia di Erode” per soffocare la ribellione giovanile


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Per capire Giorgia Meloni, occorre tornare a Erode, che voleva sopprimere Gesù alla nascita. Non riuscendo a individuarlo, Erode ordinò di uccidere tutti i bambini maschi di Betlemme e del territorio circostante che avessero due anni o meno. La strategia di Meloni per reprimere i manifestanti pacifici è ciò che chiamo la “strategia di Erode”. Mentre Erode cercava di eliminare Gesù alla nascita, Meloni cerca di eliminare l’“imprenditore politico” nella culla. Senza conoscere questo concetto chiave della sociologia, ciò che Meloni sta facendo contro i manifestanti in Italia diventa incomprensibile.

[…] Siccome la materia è complessa, devo esemplificarla in quattro punti: 1) In Italia ci sono migliaia di ragazzi pieni di rabbia che non si riconoscono nei partiti in Parlamento e che disprezzano Meloni per tre ragioni principali: il sostegno a Netanyahu, la criminalizzazione delle proteste non violente (il blocco del traffico, ad esempio) e la sua incapacità di risolvere i problemi più drammatici dell’Italia; 2) Questa massa di giovani arrabbiati, come è accaduto in Serbia, cerca di organizzarsi autonomamente per creare un movimento di opposizione al governo e a un modello d’Italia fondata sulle armi e sulla guerra, ma non può riuscire in questa impresa senza un “imprenditore politico”; 3) Un imprenditore politico è un attore che organizza il malcontento per influenzare le decisioni del governo: cosa assolutamente lecita nella società libera; 4) Volendo soffocare l’imprenditore politico alla nascita, Meloni estende le norme penali con i decreti sicurezza per aumentare le condotte ritenute “criminali”.

L’obiettivo politico di Meloni è che il malcontento diffuso rimanga senza capi affinché non si trasformi in mobilitazione organizzata in campagna elettorale. Con il tempo e la ricerca sociologica, diventerà chiaro che quasi tutti i fermati, i controllati, i perquisiti, gli identificati e gli accusati erano ragazzi onestissimi vittime della strategia di Erode.

Alcuni di questi ragazzi, o forse molti, essendo moderati, si radicalizzeranno per le ingiustizie subite. Meloni dirà che erano stati identificati perché sono radicalizzati, ma non dirà che si sono radicalizzati perché sono stati ingiustamente colpiti e magari sbattuti in prima pagina come “mostri”. La situazione è seria perché tutti gli indicatori che fanno soffrire gli italiani e scatenano le proteste di massa sono destinati a peggiorare. E Meloni non ha né le idee, né le risorse per risolvere i problemi. […]

Il rischio è che la crescita della repressione, cui abbiamo assistito in questi anni, blocchi l’ascesa di un nuovo imprenditore politico dal basso, impedisca quella che Vilfredo Pareto chiama la “circolazione delle élite”.

In questi casi, la rabbia popolare non scompare: viene soltanto repressa e compressa nel basso, senza canali reali di espressione e di rappresentanza. L’opposizione che Meloni teme di più non è nel Parlamento.

Il problema è come condurre l’opposizione delle piazze dentro il perimetro della democrazia liberale. Purtroppo, la cultura autoritaria di Meloni non induce all’ottimismo. Meloni non ha nemmeno un’idea sul modo in cui condurre un’operazione così importante per l’equilibrio del sistema sociale.


La seduzione della democrazia


(di Michele Serra – repubblica.it) – La partita è aperta: le destre nazional-populiste non hanno di fronte il nulla. A Belgrado sono state detronizzate da un movimento di studenti diventato marea democratica (si vede che le parole d’ordine “libertà e democrazia” da quelle parti non sono vecchio ciarpame, sono sinonimi di “futuro migliore”. Anche la Serbia dei giovani bussa alle porte dell’Europa).

In Brasile la sinistra di Lula, malgrado sia vecchia e logora, è stata preferita, a sorpresa, al bolsonarismo, che come il trumpismo è una versione muscolare e fascistoide del capitalismo di rapina. Disboscare l’Amazzonia per fare quattrini, evidentemente, non è un’idea che conquista tutti, e chissà che Bolsonaro jr non abbia perso anche per la brutalità (che a destra, con un eufemismo, chiamano franchezza) con la quale antepone il profitto agli interessi generali.

Vediamo come andrà negli Usa con le elezioni di metà mandato, ma l’ipotesi che il nazional-populismo di destra non abbia risposte adeguate da dare alla crisi mondiale va tenuta in considerazione. Negli ultimi anni si sono lette milioni di analisi su quanto è inadeguata alle sfide del tempo la sinistra. Ma se il giovane Bolsonaro perde secco contro un signore di 81 anni; e se Trump dovesse perdere il 3 di novembre; forse qualche utile analisi sull’inadeguatezza ai tempi di questa destra meriterebbe uno spazio almeno uguale.

E se il linguaggio rozzo e ributtante non fosse una geniale innovazione, ma fosse banalmente squalificante? Se lo fosse il bullismo politico? Se l’idea di Nazione e di Religione come salvezza identitaria fosse una bufala indigesta? Se il popolo non fosse così populista? Se i diritti, l’uguaglianza, la fratellanza tra i popoli avessero ancora un imprevisto potere di seduzione?


Ora Leonardino comprerà pure il Nyt, Marracash e (per errore) Marrakech…


Tutte le prossime mosse dell’ereditiere

Ora Leonardino comprerà pure il Nyt, Marracash e (per errore) Marrakech…

(estr. di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Leonardo Del Vecchio, dopo aver stretto la mano a Mattarella invitandolo probabilmente a lasciare il posto fisso al Quirinale per fare l’idraulico, ha deciso di comprare il Fatto. Del resto, come dichiarato in un video-podcast, è un grande tifoso della libertà di espressione. La sua, da diversamente acuto. Purtroppo però, si sa, le dipendenze non si curano (al massimo si spostano) e il rampollo, ora, ha quella dello shopping compulsivo. Dunque, dopo aver acquistato Acqua Fiuggi, Boem, Twiga, il 30% del Giornale e l’80% di Editoriale Nazionale, ristoranti, immobili, quote di Leone Film group e così via, gli resta un patrimonio di 4,9 miliardi di dollari da spendere. È per questo che, oltre a tentare di acquistare il Fatto (lasciando però invariati direttore e linea editoriale, sia chiaro), sta provando a mettere le mani su molto altro. Posso rivelarvi in anteprima gli investimenti futuri di LMDV che, tra l’altro, al contrario di ciò che tutti pensano, è l’acronimo di “Lucido Meno Di Vannacci”. […] Eccoli:

– LMDV comprerà Il Fatto, ma anche le tipografie dove viene stampato, l’inchiostro, la carta, i boschi, le montagne. La Forestale verrà lasciata autonoma, purché non consenta ai comunisti di campeggiare.

– Comprerà il rapper Marracash e, per un errore della segretaria, anche la città di Marrakech. Lascerà invariata la linea degli ingredienti del cous cous.

– Come anticipato da Libero, comprerà non solo il Fatto, ma proprio Marco Travaglio. Lui, la sua casa, i suoi parenti, gli effetti personali, le pause prima di rispondere, il sorrisetto beffardo, il numero di telefono di Conte, tutti gli “io l’avevo scritto”, le querele ricevute e quelle ancora in bozza. Gli lascerà invariata la libertà di pensiero, purché non gli venga in mente di dire e scrivere niente.

– Dopo che il New York Times, in una delle sue ultime inchieste, ha osato includere anche il suo nome tra quelli degli uomini che creerebbero falsi dossier per rovinare la reputazione di alcune donne, LMDV ha ovviamente deciso di acquistare la testata americana. Per stare proprio sicuro, rileverà anche la Statua della Libertà subito rinominata “statua della libertà di acquisizione”. La fiaccola verrà sostituita con una bottiglia di champagne. Ellis Island diventerà il Twiga Island e i grandi libri con i nomi degli immigrati verranno affidati ai suoi PR, che verificheranno chi era in lista e chi si è imbucato senza pagare il tavolo. Il sindaco di New York Mamdani potrà mantenere la propria indipendenza, purché gli lasci Manhattan come privé a Capodanno.

– Rimproverato di non parlare un italiano fluente, LMDV comprerà l’Accademia della Crusca, sostituendo la lingua italiana con “l’italiano spurio-biascicato”, dunque non sarà più lui a parlare male: saremo noi a non essere madrelingua. Tutti i vocaboli, dopo la riforma linguistica, andranno pronunciati rigorosamente come se il dentista di Del Vecchio, dopo l’estrazione, avesse appena detto “sciacqui”. LMDV comprerà anche la Treccani. Alla voce “merito” comparirà “vedi: successione”. Il congiuntivo potrà mantenere la propria indipendenza, purché non pretenda di essere praticato.

– Dopo la dichiarazione “sono stato con 2.000 donne” e la perplessità di tutti sulla poco credibile media giornaliera, LMDV comprerà l’Istat. Le donne potranno mantenere la propria indipendenza, purché confermino di esserci state e che è uno stallone. Sylvester potrà mantenere il cognome, purché riconosca di essere quello dei due meno dotato.

– Comprerà Chi vuol essere milionario?, trasformandolo in un programma di testimonianze strazianti sulle difficoltà economiche di chi non riesce a fatturare più di 900mila euro l’anno. Lascerà Gerry Scotti libero di chiedere “È la tua risposta definitiva?” a chi vuole, purché non sia previsto il “sì” per i soci del Fatto.

– Comprerà Report e lo obbligherà a indagare su chi abbia fatto entrare al Twiga tutti quei pezzenti con le Crocs. Gli inviati saranno comunque lasciati liberi di fare domande scomode, da “Non era meglio un paio di Hermes?” a “Ma non vi sudano i piedi?”.

– Dopo la dichiarazione “Giorgia Meloni è sexy” fonderà una nuova azienda, la “Duxottica”, per correggere le diottrie di tutti coloro che continuano a vedere una leader di maggioranza dove lui vede una maggiorata. Lascerà la massima indipendenza a Giorgia di cambiare i suoi occhiali quando vuole, purché gli ricambi almeno l’occhiolino.

– Acquisterà Fedez e Pulp Podcast. Finalmente prodotti che non richiedono interventi sulla linea editoriale.


Il terrorista


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Educati come siamo a “guardare ma non toccare” la roba d’altri, a non calpestare le aiuole, a non disturbare il conducente e altri bei comandamenti (inclusi i dieci canonici), nutriamo la più profonda antipatia per chi spacca vetrine. E anche per chi istiga a farlo. Ma, leggendo le accuse a Youssef Siher, ex stagista del nostro sito e ricercatore dell’Ispi, ci sorge qualche interrogativo. Non sulle accuse in sé (gli inquirenti tengono senz’altro nascoste le vere prove della sua attività eversiva – che non possono essere il nulla cosmico finora riportato dai media – per estrarle dal cilindro chissà quando). Ma sul concetto di “terrorismo” che quasi tutti i politici e i media prendono per oro colato. Ascanio Celestini fa notare che Tajani, alla condanna in primo grado di tre agenti dei Servizi egiziani per il sequestro di Regeni, poi torturato e ucciso, commentava: “I rapporti col governo egiziano non cambiano solo per una sentenza di primo grado”. Commento assurdo, visto che il regime è sicuramente responsabile del delitto Regeni (oltreché del golpe militare con cui salì al potere e di 13 anni di repressioni). Ma per Siher c’è molto meno di una condanna di primo grado: solo un fermo che non è neppure ancora un arresto. Quindi come può chi ignora le condanne provvisorie e pure definitive mostrificare un semplice fermato?

[…]

Se ci fossero dei video in cui spacca vetrine, picchia poliziotti, passa armi a qualcuno, se ne dovrebbe parlare: ma qui, al momento, c’è una chat creata dopo i saccheggi del 17 ottobre per organizzare e promuovere cortei di protesta e poco altro. Incluso l’“Allah akbar” sulla strage del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas su 1200 israeliani, quasi tutti civili: strage orrenda come Hamas (che però purtroppo vinse le uniche elezioni nei territori palestinesi) e commento assurdo, ma non vietato da alcuna legge. Sennò i politici e i giornalisti che inneggiano a Netanyahu, il più grande terrorista del pianeta che di civili ne ha sterminati almeno 60 volte tanti, sarebbero tutti in galera. In una democrazia liberale ognuno inneggia a chi gli pare: se io impazzisco e fondo un Kim Jong-un Fan Club, devo essere libero di farlo. Divertente anche l’accusa di voler “fare la rivoluzione” come le “primavere arabe”. Ma se siamo in democrazia lo dobbiamo alle rivoluzioni inglese e francese, non proprio due pranzi di gala. E, per sostenere le primavere arabe, abbiamo bombardato la Libia. Quanto al “terrorismo”, è un concetto piuttosto elastico, appioppato già a Mazzini e ai partigiani. Un terrorista di al Qaeda e dell’Isis era al Jolani, ora presidente della Siria riconosciuto da tutto l’Occidente e omaggiato pure da al Tajani. Da terrorista a statista è un attimo, sempreché uno non faccia il Pro Pal in chat.


La protesta dei ragazzi non si ferma: “Il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”


Riflettori accesi sui 50mila che hanno manifestato sabato scorso nonostante il fermo del promotore del Movimento 17 Ottobre

La protesta dei ragazzi non si ferma: “Il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”

(di Alessandra Ziniti – repubblica.it) – «Ma caro governo, se le piazze sono invase e le strade prese d’assalto, non è per la mente di uno, è per la rabbia di tutti. Il 30 ottobre scenderemo in piazza ancora più furiosi. Tutti liberi! Youssef libero».

Youssef Sahir è in carcere, le pagine del suo Movimento 17 ottobre ferme ormai da tre giorni ma la protesta delle migliaia di ragazzi che avevano aderito agli account Telegram e Instagram non si ferma. I 50mila scesi in piazza sabato scorso in tutta Italia, nonostante il disorientamento provocato dal mancato arrivo delle indicazioni sui luoghi dove ritrovarsi città per città, preoccupano il Viminale. I manifestanti sono comunque riusciti a ritrovarsi, hanno dato vita a cortei non autorizzati, in alcune città si sono anche scontrati con le forze dell’ordine.

Le prossime manifestazioni guidate da Usb

La preoccupazione, dunque, a pochi giorni dalla nuova giornata di manifestazioni indetta per venerdì 30 ottobre dal sindacato autonomo Usb è quella solita. E cioè che possa verificarsi, soprattutto in alcune città come Torino, Milano, Bologna, Roma, quella che l’intelligence definisce la saldatura tra anarchici, antagonisti, centri sociali, studenti, Propal e naturalmente le migliaia di ragazzi molto giovani che si erano riuniti sotto le bandiere del Movimento 17 ottobre.

Cybersecurity segue i flussi sul web

In questi giorni il lavoro degli esperti della Polizia postale e della Cybersecurity scandaglia il web per seguire il flusso delle adesioni a vecchi e nuovi gruppi, su chat criptate e piattaforme come Telegram e Signal. Molti i gruppi che sono già venuti allo scoperto con post su Instagram come Galassia antisionista, associazioni di giovani di seconda generazione, Potere al Popolo, tutti uniti nella solidarietà a Youssef Siher al grido di “Quindi organizzare una manifestazione è reato? Organizzare il dissenso è reato? Siamo con Youssef Siher”.


Mantovano, molti ragazzi prima di darsi a saccheggi hanno assunto droghe


(LaPresse) – “Spesso i media sono infestati da messaggi molto suggestivi e suadenti verso l’avvicinamento sostanze stupefacenti, tanto più se si frequentano anche alcuni social. Questi messaggi passano, e in persone il cui sviluppo e la cui maturità è ancora in corso di formazione purtroppo certi messaggi vengono raccolti”.

Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano intervistato, via streaming, al Festival delle Regioni in corso a Firenze. “La vicinanza agli stupefacenti purtroppo attraversa ogni forma di devianza che oggi è presente a livello adolescenziale.

Nei disordini del 17 e 18 ottobre, e anche in quelli molto più contenuti e circoscritti dell’ultimo fine settimana, non trascuriamo un aspetto che purtroppo non ha avuto evidenza come gli altri, e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia perché non voglio generalizzare, prima di darsi alle devastazioni, ai saccheggi, hanno assunto sostanze stupefacenti – ha dichiarato Mantovano -.

Ed è ovvio che se io conduco un’autovettura e taglio i freni, poi vado a sbattere. Purtroppo l’assunzione delle sostanze equivale al taglio dei freni nei comportamenti, anche in quelli che possono partire da una volontà di libera manifestazione e poi degenera in ciò che abbiamo visto”.


Epstein, il segreto più oscuro di Trump


DEM PUBBLICANO TESTIMONIANZA SHOCK, ‘TRUMP MI VIOLENTÒ BRUTALMENTE NEL ’93’

(ANSA) – WASHINGTON, 26 OTT – I dem della Commissione di Giustizia della Camera hanno reso noto una testimonianza shock in cui una donna accusa Donald Trump di averla violentata “in modo brutale” nel 1993. Lo riporta l’Huffinghton Post sottolineando che Beatrice Keul, questo il nome della donna,

ha raccontato in Commissione che il presidente l’avrebbe violentata in una camera del Plaza Hotel di Atlantic City, di proprietà dello stesso Trump, nel 1993. L’episodio sarebbe avvenuto dopo che i due avevano trascorso del tempo con Jeffrey Epstein. La testimonianza fa parte di un rapporto nel quale i dem chiedono la nomina di un procuratore speciale sul caso.

‘TRUMP PARTECIPÒ AD ABUSI EPSTEIN’, DEM CHIEDONO LA NOMINA DI UN PROCURATORE SPECIALE

(ANSA) – WASHINGTON, 26 OTT – Qualora dovessero riconquistare la maggioranza nelle elezioni di metà mandato, i democratici della Camera non hanno alcuna intenzione di abbandonare le indagini volte a stabilire se Donald Trump sia stato coinvolto nella rete di traffico sessuale di Jeffrey Epstein.

Un nuovo rapporto dei democratici della commissione Giustizia della Camera pubblicato oggi chiede, infatti, la nomina di un procuratore speciale che indaghi sui legami del presidente col finanziere pedofilo sostenendo che egli sia stato “un partecipante attivo agli abusi sessuali perpetrati da Epstein ai danni di giovani donne tra la metà e la fine degli anni Novanta”.

Sebbene il Congresso non abbia il potere di nominare un procuratore speciale, il rapporto sostiene la necessità di un maggiore sostegno federale per coadiuvare le indagini, a livello statale e internazionale, sui complici del mostro. “Le donne sopravvissute agli abusi di Epstein meritano di essere ascoltate, il Congresso deve poter accedere ai fascicoli completi, come previsto dalla legge,

un procuratore speciale indipendente deve indagare sui complici e sull’ insabbiamento operato dal dipartimento di Giustizia, garantendo al contempo che i magistrati, sia negli Stati Uniti che all’estero, dispongano delle prove necessarie per perseguire la giustizia», ha dichiarato in un comunicato Jamie Raskin, esponente di spicco dei democratici nella commissione.


Di Battista parla del malore accusato a Cuba


DI BATTISTA, A CUBA HO AVUTO PAURA DI MORIRE, MELONI È STATA UMANA

(ANSA) – ROMA, 26 OTT – “A Cuba ho avuto proprio paura di non rivedere i miei figli. Avevo paura di morire. Il neurochirurgo mi ha operato in condizioni drammatiche, in un ospedale senza acqua e luce. Hanno scritto così tante scemenze, alcuni giornali mi hanno dato per morto. È il tema della comunicazione di oggi: conta più arrivare primi che scrivere la verità, sai i click contano e quindi ‘Di Battista è morto’. Ho fatto un po’ di querele”.

Così Alessandro Di Battista in una intervista ai microfoni del podcast Vox On Air. “Meloni – aggiunge – mi ha chiamato e mi ha quasi voluto rassicurare… ‘guarda intervengo, sistemiamo questa scemenza’. Si rendeva conto: ‘questa persona sta male, al di là del mondo, in un ospedale con medici eccezionali… togliamogli almeno questa preoccupazione, facciamogli capire che non si deve preoccupare sull’impatto mediatico di questa scemenza’, e quindi è stata umana”.

DI BATTISTA, DELUSO DA DI MAIO MA ORA E ACQUA

(ANSA) – ROMA, 26 OTT – “Vedere certe sue virate è stata una delusione, umana e politica. Mi ha fatto incazzare tanto, tant’è che abbiamo raffreddato moltissimo il nostro rapporto. Noi eravamo diventati amici, anche più che amici, perché stavamo sulla stessa barricata.

Luigi è sempre stata una persona molto ambiziosa, e non è per forza sbagliato, ma sono convinto che molte cose che ha sostenuto in realtà le ha sostenute più per convenienza che per convinzione. E questa cosa mi ha deluso. Però lui in questa fase è stato presente, e mi ha dato una mano, per me è tutta acqua passata”.

Così Alessandro Di Battista in una intervista ai microfoni del podcast Vox On Air, interpellato su Luigi Di Maio. Riguardo ai Palazzi della politica Di Battista osserva “sono costruiti per farti staccare dalla realtà”. “Il corridoio dal quale si accede alla Camera dei deputati – aggiunge – viene chiamato il corridoio delle anime perdute. Io sostengo che i divanetti siano fatti in pelle umana…

È un palazzo costruito per farti credere che sei il migliore del popoluccio che ti ha eletto”. Infine, riguardo all’addio a M5s sottolinea: “Io me ne ero un po’ stancato… L’esperienza del governo con la Lega l’ho sempre ritenuta utile per portarli a spasso… Il governo con la Lega ha approvato delle cose molto buone per me. Il governo Draghi, quello è stato per me il punto di non ritorno”.


Solo i giovani possono battere le destre, ecco perché Meloni ce l’ha tanto con loro


(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – È successo ieri in Brasile e in Serbia, era già successo in Ungheria, a Berlino e in Italia, col referendum sulla giustizia. In un mondo che sembra andare sempre più a destra, la partecipazione giovanile è la chiave per ribaltare il tavolo. Lo capiranno, finalmente, le opposizioni in Italia?
Adesso avete capito perché a Meloni e compagnia fanno così paura le piazze piene di giovani? Perché il fango mediatico, perché la criminalizzazione, perché i decreti sicurezza contro di loro? Semplice: perché sanno che sono gli unici che, se si svegliano, possono farli perdere.

È già successo, del resto. Il 22 e 23 marzo al referendum sulla giustizia, dove la partecipazione al voto dei giovani è stata decisiva, visto che sei su dieci hanno votato No alla riforma di Meloni e Nordio.  È successo in Ungheria, il 12 aprile, con la Gen Z decisiva per la vittoria di Péter Magyar su Viktor Orban.  È successo qualche settimana fa a Berlino, dove per la prima volta votavano anche i sedicenni e dove la sinistra della Linke ha vinto prendendosi il 48% del voto degli under trenta.

E ancora: è successo, giusto ieri, in Serbia, dove la Lista degli Studenti ha sconfitto la destra di Aleksandar Vučić. È successo, ieri notte, in Brasile, dove il presidente uscente Lula ha ribaltato l’esito del primo turno sconfiggendo Flavio Bolsonaro, grazie al voto e alla mobilitazione dei giovani che hanno riempite le piazze per lui nelle ultime due settimane.

C’è un filo rosso che unisce queste storie, e non è ideologico, ma è comunque politico. Non stiamo parlando di giovani di sinistra, per intenderci. A geometria variabile, e con diverse declinazioni tra un Paese e l’altro, stiamo parlando di ragazzi che vedono nelle destre qualcuno che antepone il presente al futuro. Che vuole restringere gli spazi di libertà. Che preferisce conservare le rendite di posizione degli anziani o di gruppi di potere consolidati. Che preferisce le guerre alla pace. Che non si occupa di crisi climatica.

È un voto contro, in molti casi. Ma dove accade, quando accade, è perché c’è una proposta alternativa che non è semplicemente il meno peggio, ma che intercetta dei bisogni concreti e lo fa in modo sincero e credibile. Per dire: negli Stati Uniti la fiducia in Trump tra i giovani è a picco, ma i sondaggi dicono che questo si sostanzia soprattutto in un calo ulteriore della partecipazione al voto alle elezioni di metà mandato, in assenza di un’alternativa credibile.

Ed è qui che si annida il memento mori per le non-destre di casa nostra. Anche da noi – l’abbiamo visto nelle ultime settimane, ma lo stiamo vedendo da un anno – le piazze sono piene di giovani. Anche da noi, è dalla Gen Z che parte la critica al governo Meloni, su giustizia, politica estera, casa, scuola, clima. Anche da noi, tuttavia, le opposizioni scontano l’assenza di un’alternativa credibile, come negli Usa.

C’è un dato, che più di tutti deve preoccupare Schlein, Conte e compagnia: al referendum, la partecipazione al voto dei giovani è stata del 67%, alle elezioni europee di un anno prima, del 47%. Il giochino è semplice: se in primavera, quando si voterà per il rinnovo di parlamento e governo, gli under 30 andranno a votare come al referendum, è abbastanza probabile che la destra finirà all’opposizione. Se andranno a votare come alle europee, il Meloni bis sarà quasi una certezza.

Meloni l’ha capito benissimo, l’andazzo. E infatti, sta facendo di tutto per spegnere gli entusiasmi dei giovani, per tenerli lontani dalle piazze, per restituire di chi scende in piazza un’immagine distorta, violenta, criminale. Chi non lo sta capendo – o lo sta capendo poco, o non lo sta capendo abbastanza  – è chi a Meloni si oppone. Che dovrebbe smetterla di guardarsi l’ombelico e parlare di primarie e perimetri di alleanze. E guardare davvero a quel che accade in piazza.

Non per strumentalizzare i giovani, non per intestarsi le loro battaglie. Ma per sostenerli davvero, dando loro centralità nella costruzione del programma e spazio nelle liste elettorali. Cercando davvero di cogliere nelle loro proteste non tanto il grimaldello per vincere quanto una nuova visione del mondo e della società da abbracciare e fare propria. Il minimo sindacale, insomma, per essere davvero un’alternativa credibile alle destre-

Ce la faranno, i nostri eroi? Le scommesse sono aperte.


Salvare l’Italia dall’abbandono: una nuova politica dell’immigrazione


(Piero Bevilacqua – lafionda.org) – L’agricoltura italiana costituisce oggi un settore minore in termini di forza lavoro occupata e di ricchezza prodotta: circa 1,4 milioni di addetti e intorno al 2% del PIL. E tuttavia essa svolge un ruolo strategico nello sviluppo nazionale, molto più rilevante di quanto non dicano le cifre settoriali. È la base dell’industria alimentare e della nostra cucina, che, insieme alla ristorazione, portano al 7% il totale della ricchezza prodotta. Un ambito, quest’ultimo, il cui valore reale non è calcolabile per il peso che ha poi sull’attrattività turistica del nostro paese. Ho raccontato questo legame storico millenario nel mio Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, 2017. Si dimentica, tuttavia, che l’attività agricola, soprattutto quella che si svolge nelle aree collinari, il grande lascito dell’agricoltura contadina, incarna il patrimonio storico del paesaggio agrario italiano. Vale a dire non solo il paesaggio “artistico” della Toscana, dell’Umbria e delle Marche, ma anche quello della policoltura delle regioni meridionali e della Sicilia. Una delle dotazioni storiche che, insieme ai tanti impareggiabili siti naturali, alle nostre città e al patrimonio artistico e monumentale, fa dell’Italia il Bel Paese (Mauro Agnoletti, a cura di, Paesaggi rurali storici. Per un catalogo nazionale, Laterza, 2011).

Ma l’agricoltura, da tempo, per ubbidire a logiche sempre più travolgenti di mercato, si va restringendo alle aree di pianura, in forma di monoculture su base industriale, debolmente contrastate dall’agricoltura biologica, che pure ha un discreto rilievo ed è tra le prime in Europa. Il fenomeno ha conseguenze economiche, sociali e ambientali di vasta portata. In Italia, in 16 anni, tra il 2000 e il 2016, è scomparso il 46,8% delle imprese (Michele Nori e Domenica Farinella, Migration, Agriculture and Development, Springer, Cham, Switzerland, 2020). Un vero e proprio dimezzamento della geografia produttiva. Le piccole e medie imprese collinari e montane, sede storica della biodiversità agricola italiana, sono state costrette a chiudere a causa della pressione sui prezzi delle grandi catene della commercializzazione. Così le terre lungo la dorsale appenninica e preappenninica, le cosiddette aree interne, si vanno da tempo desertificando. Sono scomparsi i piccoli produttori, è scomparsa l’economia originaria di tante aree ed è così venuta meno la ragione della permanenza di tante famiglie nei paesi. Si tratta di una perdita drammatica per rapidità e intensità, che è alla base dello spopolamento di tanti centri abitati, paesi, borghi, piccole città. Ma l’abbandono di queste aree, dove non viene effettuata nessuna attività produttiva, non è solo un danno rilevantissimo per l’economia nazionale. Non solo non si producono beni agricoli e pastorali, ma rimangono inutilizzate e preda degli incendi estivi vastissime aree boschive, mentre nei paesi vanno in rovina patrimoni edilizi e spesso monumenti di pregio artistico, oltre che storico. Oggi il numero dei centri che perdono popolazione, secondo i dati Istat del 2023, supera il 57% del totale dei comuni italiani, ma quelli ampiamente spopolati, concentrati in prevalenza nel Mezzogiorno, sui quali non esistono cifre ufficiali, si calcolano intorno ai 4.000. In Italia ci si ricorda di queste realtà quando si evoca, a fini pubblicitari, la bellezza di qualche borgo. Ma in questo caso non siamo solo di fronte a una perdita di ricchezza sottratta all’economia nazionale. L’abbandono di montagne e colline ha anche, quale gravissimo effetto collaterale, la perdita delle figure che per secoli hanno provveduto al controllo e alla manutenzione di quel territorio. I contadini non si limitavano a coltivare e raccogliere, ma incanalavano le acque piovane, riparavano i muretti, intervenivano sulle piccole frane, ripulivano i boschi, controllavano gli incendi sul nascere, ecc. Questa assenza di controllo dei processi erosivi che avvengono a monte, oggi molto più che in passato, espone gli insediamenti, le aziende, le infrastrutture delle pianure e le città ai danni sempre più frequenti di alluvioni e frane. La ricchezza del paese, la “polpa”, ormai concentrata qui e nelle fasce costiere, è, con ogni evidenza, sempre più esposta agli effetti degli estremi atmosferici. E i danni saranno sempre più devastanti negli anni a venire, sia per effetto della maggiore violenza che vanno assumendo i fenomeni per via del riscaldamento globale, sia per la dilagante, irresponsabile ondata di cemento che ha coperto nei decenni le periferie urbane, un tempo sede di orti e di incolti. Com’è ormai empiricamente provato, le strade delle città diventano letti di fiumi in occasione di piogge intense. E saranno fiumi gonfi di fango e rocce disfatte se le colline saranno in abbandono.

Dunque, nell’indifferenza e nella più profonda ignoranza generale della propria storia e della propria geografia – causa non ultima del nostro precipitoso declino –, l’Italia si trova di fronte a un grandioso problema economico, demografico, sociale, territoriale e ambientale. La nostra Penisola letteralmente va in rovina, come ci ricordiamo, col solito effimero chiacchiericcio, a ogni puntuale disastro stagionale. La domanda che si impone perciò è: esistono le condizioni per avviare una controtendenza? Sì, esistono, e non si tratta di rivendicare un po’ di cantieri e di opere pubbliche. Non è a un intervento di riparazione che occorre pensare, a sanare i guasti antichi e recenti delle nostre pianure, a ristrutturare qua e là qualche sito, arginare qualche frana, ridurre i disagi di qualche nuovo disastro. Insomma, non si tratta di far guadagnare un po’ di soldi a qualche ditta di costruzioni amica dell’esponente politico locale più influente. Questa postura, che ignora storia e geografia, è solo una superficiale cura dei sintomi. Occorre mettere in campo, con un po’ di lungimiranza politica, il grande ma non irrealistico progetto di riportare le persone nelle aree di altura. I territori si proteggono quando sono abitati.

Com’è noto, oggi l’agricoltura italiana – come quella di tutti i paesi industrializzati – non esisterebbe senza forza lavoro immigrata. In assenza di lavoratori pakistani o rumeni, afgani o senegalesi, quasi nessun prodotto verrebbe raccolto dai campi, nessun animale sarebbe più allevato nelle stalle. Attualmente la componente di forza lavoro immigrata attiva nel settore agricolo si aggira intorno al 34% del totale degli occupati (Michele Colucci, Braccianti stranieri nell’agricoltura italiana: un profilo storico nel periodo repubblicano, in «Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana», 14 giugno 2022). E probabilmente si tratta di cifre sottostimate, vista l’illegalità che domina nel settore. Ora si tratterebbe di organizzare e dare nuova forma a ciò che avviene da anni come processo spontaneo e talora clandestino. Non si capisce perché tanti giovani immigrati che arrivano in Italia possano svolgere il lavoro semischiavile di braccianti nelle più sperdute campagne e non possano dirigere delle aziende agricole cooperative con un minimo di supporto iniziale. Oggi la possibilità di ridare vita a tanti territori del nostro Sud, e non solo, è legata indissolubilmente a una politica di accoglienza, che non può essere tuttavia lasciata alla disorganizzazione italiana. Fare entrare masse di migranti senza una programmazione territoriale, in assenza di un investimento economico significativo per la loro collocazione dignitosa ed economicamente utile, significa scaricare disagi sui ceti popolari delle aree marginali delle nostre città. Con le conseguenze politiche che conosciamo. Ma l’immigrazione è un fenomeno complesso, che andrebbe pensato liberandosi della logica coloniale che ispira spesso le nostre analisi, inquadrandolo in una larga visione geopolitica. Non possiamo dimenticare che, se noi per un verso accogliamo persone che fuggono dalla miseria, dalla guerra e da disastri ambientali (frutto spesso di saccheggi antichi e recenti perpetrati dall’Occidente), per un altro verso sottraiamo forze e talenti a paesi poveri, non sempre li svuotiamo di bocche da sfamare che eccedono le risorse locali. L’Italia meridionale è stata letteralmente saccheggiata delle sue migliori intelligenze dall’attrattività del Centro-Nord. Appare evidente che nella regolazione del fenomeno migratorio occorrerebbe oggi un salto di qualità sul piano culturale e giuridico, mentre noi siamo fermi a una legge di ispirazione neocoloniale, la Bossi-Fini del 2002.

Dunque, grazie all’immigrazione, vastissime aree collinari e montane, soprattutto del nostro Mezzogiorno, oggi abbandonate, potrebbero rifiorire grazie a nuove e antiche economie, attraendo le forze che possono praticarle. Anche tanti nostri giovani senza prospettive nelle città potrebbero trovare nuove ragioni ideali di impegno se l’ingresso nel lavoro agricolo diventasse parte di un più generale progetto di valorizzazione della biodiversità e varietà agricola e di salvaguardia e tutela ambientale del nostro paese. Molte cose si possono fare se si è capaci di guardare oltre il depresso orizzonte delle classi dirigenti più inette, mediocri e irresponsabili della storia repubblicana. Non si tratta semplicemente di esortare la gioventù a tornare a zappare la terra, ma di realizzare un grande progetto di progresso culturale, estetico ed economico, di riequilibrio del rapporto tra le popolazioni e il loro territorio. Tanto più che il riscaldamento climatico renderà le aree d’altura sempre più preziose per l’abitabilità umana e la possibilità di nuove produzioni. E qui, per brevità, trascuro di far cenno a tutte le attività collaterali che si possono svolgere su queste terre, non solo quelle legate all’agricoltura, che è da tempo un’“economia multifunzionale”, ma anche quelle dipendenti dal patrimonio boschivo, quelle ricavabili dall’allevamento avicolo, dall’uso e dalla valorizzazione delle acque interne, dall’impianto di centri di produzione di energia solare, ecc. Occorre perciò investire soprattutto nell’organizzazione dell’accoglienza dei migranti, nella formazione e nell’offerta di condizioni dignitose di vita, di tutela sindacale e di supporto economico per trasformare un grande problema umano e demografico in una leva di rinascita. E gli insediamenti non possono essere lasciati al caso: bisogna dotare i centri abitati di servizi (scuole, presidi sanitari), fornendoli di trasporti adeguati che consentano ai nuovi abitanti facilità di spostamento. Non si può pensare a un insediamento che somigli a una deportazione. In questo compito, i sindaci potrebbero svolgere un ruolo rilevante, soprattutto offrendo a chi arriva una casa, un abitato in cui vivere in comunità, dove poter stabilire rapporti umani. Quello di Riace è un esperimento di successo che andrebbe sviluppato e arricchito nella sua applicazione. Gli amministratori locali dovrebbero promuovere un censimento delle terre agricole disponibili nel loro comune. Il previsto arrivo di famiglie di immigrati li dovrebbe spingere anche a realizzare un censimento del patrimonio abitativo. A questo scopo, essi avrebbero la possibilità di ricorrere ai tanti giovani diplomati e laureati, in grado di muoversi negli uffici regionali e comunali, ma anche nel territorio, al fine più generale di censire i beni disponibili in ambito comunale (boschi, acque, aree protette, resti monumentali, ecc.). Questo consentirebbe di offrire un po’ di lavoro a tanti ragazzi e ragazze e di rendere consapevoli gli amministratori delle risorse disponibili, spesso ignote e inutilizzate.

Le risorse finanziarie, attraverso l’azione delle Regioni, dovrebbero essere attinte dai Fondi europei per la coesione sociale – che oggi i dementi a capo dell’UE vogliono destinare agli armamenti –, utilizzabili soprattutto per creare reti infrastrutturali in grado di assicurare una maggiore mobilità sul territorio, e dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Un fondo che può essere attivato attraverso i Programmi di sviluppo rurale, da tempo più o meno utilizzati nelle regioni italiane. È evidente che tutto questo, tra l’altro, spingerebbe i dirigenti locali a uno sforzo programmatorio in grado di incidere sulla qualità della politica locale. Infine, occorrerebbe rivendicare un Reddito di Presidio Ambientale per tutti coloro che operano sulle alture, perché svolgono un compito di protezione fondamentale per le economie delle pianure, offrendo un servizio di utilità generale all’intero Paese. Non è una pretesa eccessiva: bisogna diffondere tra gli italiani la consapevolezza e la cultura della dimensione ambientale in cui si iscrivono i rapporti e le realtà economiche.

Si tratta dunque di un disegno vantaggioso sotto più profili e ricco di prospettive, che affronta in maniera coraggiosa il problema demografico più drammatico del nostro tempo. L’Italia, paese che si spopola – vanno via in media 175 mila persone ogni anno e il numero dei morti supera quello dei nati –, penisola nel cuore del Mediterraneo, potrebbe offrire questo progetto di visione e lungimiranza all’Europa intera. Paesi come la Francia e la Spagna, ad esempio, sono da sempre sottopopolati. E non è un libro dei sogni, una poetica utopia. I soldi non mancano. Che il governo Meloni abbia speso centinaia di milioni per creare un centro di deportazione in Albania prova oggi grottescamente che esistono le risorse per realizzarlo, sottraendole a un fallimentare intento di segregazione razziale.


La conversione di Pomigliano d’Arco: dalla produzione di auto a quella di missili


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Là dove c’era la produzione di auto ora c’è quella dei missili. La parafrasi di Adriano Celentano ben riassume la parabola di Pomigliano d’Arco, per decenni volto dell’automotive napoletano e meridionale. Oggi, tra le pieghe della crisi del settore, si insinua la produzione militare. È recente la scelta di portare MBDA, leader mondiale nella produzione di missili e sistemi d’arma complessi, in quest’area industriale, in capannoni pronti all’uso che avrebbero potuto ospitare un futuro diverso per la città, come sottolineato da associazioni e partiti locali. Rispetto all’attuale status quo — che vede già presente Leonardo, coi suoi reparti civili, e Avio, specializzato nella fornitura di componentistica per l’aeronautica civile e militare — il salto di qualità è netto.

La storia industriale di Pomigliano d’Arco nasce con due volti: uno aeronautico e l’altro automobilistico. Per decenni il polo viene associato, nella memoria collettiva, allo stabilimento dell’Alfasud-Alfa Romeo, che nel periodo di massima estensione, più o meno a metà degli anni ’70, contava oltre 15mila lavoratori. Poi il progressivo declino e i diversi passaggi di proprietà, tra FIAT, FCA e infine Stellantis, che oggi conta qualche migliaio di dipendenti. Su di loro grava il peso della precarietà e dei licenziamenti periodici, giustificati dalla multinazionale italo-francese con la crisi delle vendite.

In un periodo di riassetto industriale, a beneficiare dell’arretramento del settore automobilistico, visti anche gli attuali venti bellici e le aperture politiche alla riconversione militare delle fabbriche, potrebbe essere il comparto aereo. Per il momento, quest’ultimo si espande nei capannoni della Leonardo. Qui è stato infatti inaugurato il nuovo polo campano di MBDA, già presente a Bacoli. Il principale consorzio europeo della produzione missilistica è partecipato al 25% proprio dalla Leonardo, che in questo modo implementa a Pomigliano il settore militare, affiancandolo a quello civile. Le attività MBDA si muoveranno lungo tre direttrici: sistemi d’arma complessi (missili, lanciatori e relativa tecnologia di controllo), lavorazioni ceramiche per le “punte” dei missili e interventi di precisione su componenti metallici.

«Il polo campano rappresenta una grande opportunità, per il suo valore industriale e tecnologico e per le prospettive occupazionali sul territorio», ha dichiarato l’amministratore delegato di MBDA Renzo Tosini, presente alla cerimonia d’inaugurazione insieme all’amministratore delegato di Leonardo Lorenzo Mariani e a diversi esponenti politici, del governo e degli enti locali, tra cui il sindaco di Pomigliano d’Arco Raffaele Russo. Quest’ultimo ha rimarcato la creazione di nuovi posti di lavoro, circa 200 nei prossimi 5 anni, e dichiarato: «molti storcono il naso di fronte ad un’azienda che produce armi di difesa richiamando l’articolo della Costituzione con il quale si dice che l’Italia ripudia la guerra, ma dimenticando che ce n’è un altro che dice che l’Italia ha il dovere di difendere i nostri confini».

Sul punto sono intervenuti associazioni e partiti locali di opposizione, richiamando l’articolo 11 della Costituzione e facendo notare che le armi prodotte a Pomigliano non serviranno a difendere il territorio ma a causare devastazione altrove, a partire dalla Palestina. Un’inchiesta del Guardian ha documentato l’invio di armi MBDA in Israele, utilizzate poi sui civili.

L’arrivo del consorzio europeo a Pomigliano viene visto come il grimaldello per la futura espansione militare della Leonardo, che al momento opera coi reparti civili. Sono diversi i rapporti che denunciano la complicità dell’azienda italiana nei crimini israeliani. La Relatrice speciale ONU l’ha inserita tra le società che traggono beneficio dal «progetto coloniale israeliano». BDS Italia ha ricostruito i legami tra l’apparato militare di Tel Aviv e Leonardo, che avrebbe continuato a mandare tecnologie, componenti e sistemi d’arma in Israele anche dopo il 7 ottobre e dunque l’assedio sfociato presto in genocidio. Sarebbero almeno 150 le spedizioni di materiale bellico, secondo il dossier pubblicato dai Giovani Palestinesi. Una realtà dei fatti che scoperchia le dichiarazioni entusiaste del mondo politico, al centro di una crisi di rappresentanza emersa proprio durante le oceaniche mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese.


Oro, le banche centrali comprano in silenzio e portano i lingotti via da New York (e da Trump)


Il retroscena sulla corsa ai caveau. Le banche centrali stanno comprando oro a un ritmo che non si vedeva da anni, e una parte dei lingotti sta lasciando gli Stati Uniti. Non tutti dicono dove vanno a finire

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Secondo una grande banca d’affari internazionale, ad agosto gli istituti centrali hanno comprato 79 tonnellate di oro, più di quattro volte i livelli precedenti al 2022. Dentro ci sono 25 tonnellate ufficialmente acquistate dalla Banca Popolare Cinese. Gli acquisti reali, però, potrebbero essere molto più alti, di Pechino e non solo.

Nei bilanci la Cina compare con cifre modeste. Chi segue i mercati, però, parla di intenzioni più ampie di quanto risulti. Il disegno condiviso da diversi governi è ridurre la dipendenza dalle valute del G7, dollaro in testa. Un funzionario di una primaria banca d’affari internazionale spiega: “Il problema non è più quanto oro hai, ma dove lo custodisci”.

Dietro la corsa c’è la questione della fiducia. Guerra in Ucraina, conflitto con l’Iran, congelamento dei beni russi e dazi americani hanno incrinato i rapporti tra alleati. Il caso russo pesa: se le riserve in valuta possono essere bloccate, anche altri governi ci pensano due volte prima di tenerle a New York o a Londra.

Il dato più allarmante riguarda la Federal Reserve Bank di New York, dove ad agosto i volumi custoditi sono calati di 40 tonnellate. Secondo chi segue il dossier, non sempre i proprietari comunicano dove finiscono i lingotti. Un osservatore del mercato dei metalli riassume così: “Prima la gara era a chi lo portava a Manhattan, ora è a chi lo riporta a casa”.

Molte banche centrali non dichiarano le nuove sedi né il peso esatto di quello che spostano. Un ex dirigente di banca centrale collega il riserbo alla sfiducia tra governi. Nessuno parla di crollo del dollaro, ma il segnale, per chi lo legge, è chiaro.

E chi ci rimette è il dollaro insieme agli Stati Uniti di Trump che stanno perdendo il ruolo di grande “stabilizzatore” mondiale.


L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza


La nostra non si può più definire società civile. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi? Siamo ormai oltre la società liquida

L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza

(di Francesca Carone – ilfattoquotidiano.it) – Il momento storico che stiamo vivendo è accompagnato da un forte richiamo costituzionale. Navighiamo nell’oceano indistinto di diritti e doveri che si confondono, si mescolano e si perdono nello scontro generazionale tra passato e presente incastrato in un immobilismo culturale, sociale e politico diventato zona d’ombra della società. L’Italia è ormai a un bivio. Annaspa alla deriva con un governo dai paradigmi vuoti che ha ormai i minuti contati. Svilita in una crisi identitaria, la nostra nazione vaga stordita e stanca alla ricerca della sua antica bellezza di Stato moderno con la Costituzione più bella del mondo. A lanciare segnali di fumo sono tutti gli attori della società civile: i neo partigiani schierati dalla parte del diritto e della Costituzione: studenti, operai, insegnanti, agricoltori, trasportatori, commercianti.

Il vicolo cieco in cui si è inabissata l’Italia richiede visione, forza e nuovi costrutti etici, sociali e culturali. Il trasformismo e le lusinghe della politica hanno rimpicciolito e declassato il Paese portandolo all’agonia. Le proteste partono da tutti i settori: scuola, sanità, trasporti, servizi. Hanno tutti un comune denominatore: una “povertà” strutturale, profonda e implacabile che investe l’etica, la cultura, la politica fino a toccare la dignità della società civile depredata dei diritti fondamentali e inespugnabili. L’allarme sociale è ormai a 360° e si ripercuote nella quotidianità e nel futuro della vecchia e della nuova generazione, barricate dietro il fievole vento di un dissenso quasi sempre oscurato e oltraggiato dall’informazione schierata e fuorviante e da una politica cieca e autoreferenziale.

Non si tratta più di un cambio di rotta governativo: la crisi è ormai diventata strutturale, sistemica. Per arginarla non è più sufficiente un cambio di colore politico. Occorre partire dalle basi. Dall’essenza. Dai valori fondanti di una società. La nostra non si può più definire società civile, poiché ha perso i caratteri e l’identità di “civiltà”, di collettività: cosa c’è di etico nella gente che si lascia morire perché non riesce più a curarsi, nella gente che fa fatica a riempire il carrello, a pagare l’affitto e a invecchiare in modo dignitoso. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi.

Siamo ormai oltre la società liquida. Siamo entrati nel limbo di una fredda convivenza collettiva che ha perso la bussola dell’aggregazione identitaria basata sul diritto e sull’uguaglianza. Siamo in uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica che non si può superare con l’insurrezione “partigiana” o con una anacronistica una guerra civile. Bisogna partire dall’essenza: dalla conoscenza, dalla cultura, dalla consapevolezza di sentirsi parte di un società libera che naviga seguendo la rotta della Carta costituzionale.

In questo scenario apocalittico l’informazione è un punto di partenza per ridefinire il perimetro etico e sociale di un Paese che vuole riappropriarsi dei suoi diritti. Essere consapevoli di chi e come ci governa è una priorità per il cambiamento. Capire le mutazioni genetiche di un governo partitocentrico, immobile, autoreferenziale, eticamente e culturalmente ancorato a idee e valori stereotipati, disconnessi con i bisogni reali della collettività e con le istanze di uno stato cosmopolita e moderno. Capire l’interconnessione della politica con i diritti, i bisogni, l’equità e l’uguaglianza di una società che si evolve e cresce. Riappropriarsi della dignità di cittadini di un Paese moderno che lottano quotidianamente restando uniti, informati, vigili e consapevoli di poter cambiare la rotta con quella famosa “matita in mano dentro la cabina elettorale, più forte di qualsiasi arma”. È in questa prospettiva che deve maturare il manifesto identitario di una nuova società costruito con le menti e le idee di uomini liberi che hanno ancora una visione e una prospettiva capace di unire passato, presente e futuro superando i gap generazionali, avendo come faro lo strumento costituzionale, frutto del sacrificio di chi, come loro, ha creduto nella bellezza atavica del nostro meraviglioso Paese.