
(di Raffaele Angius, Riccardo Coluccini e Marco Schiaffino – irpimedia.irpi.eu) – Il progetto editoriale Esperia Italia ha raggiunto 132mila follower su Instagram, 139mila su Facebook e 1,6 milioni di like su TikTok in meno di un anno. Non sono stati però né il caso né la fortuna ad aiutarlo. Il nome deriva dalla parola greca hésperos che significa occidente: un manifesto per il canale che, su tutte le principali piattaforme, approfondisce temi di politica e attualità mantenendo sempre una chiave di lettura sovranista e, appunto, “occidentale”.
L’idea che si coglie da centinaia di video e interviste al “direttore editoriale” del progetto, il creator italo-albanese Xhino “Gino” Zavalani, è quella di una piattaforma di approfondimento indipendente e controcorrente, creata da giovani appassionati e sempre orientata a un’informazione libera dai vincoli a cui sottostanno i media tradizionali.
Ciononostante, ha trovato ampio riconoscimento in particolare a destra: tra i suoi follower nel tempo sono comparse personalità di spicco come il direttore del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, e il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, mentre non si contano le ospitate su testate d’opinione come Il Tempo.
La vera consacrazione pubblica arriva nel dicembre 2025, quando Esperia è presente ad Atreju, la tradizionale manifestazione organizzata da Fratelli d’Italia. Zavalani partecipa al panel La scuola del merito: formazione, educazione, rispetto, insieme al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
Altri volti riconducibili all’universo Esperia prendono parte a incontri e presentazioni, mentre Eleonora Tomassi, collaboratrice del progetto, modera la presentazione del libro “Charlie Kirk. La fede, il coraggio, la famiglia”, con la partecipazione di parlamentari e dirigenti di Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale.
Tale esposizione potrebbe sembrare il coronamento di un successo genuino: l’instancabile lavoro di decine di giovani creator “fuori dal coro” che dà i suoi frutti e garantisce all’iniziativa un riconoscimento ampio e perfino istituzionale.
L’inchiesta di IrpiMedia e Wired svela chi sta alle spalle del progetto editoriale: dai cacicchi cresciuti nel Movimento 5 Stelle e della Casaleggio e associati, transitati nel tempo a destra, si risale fino alla compagna di Tommaso Longobardi, quest’ultimo responsabile della strategia di comunicazione social della presidenza del Consiglio dei ministri.
Più che un “new media” nato dal basso, come amano definirsi, Esperia Italia è uno strumento di condizionamento dell’opinione pubblica inserito in una rete già esistente di relazioni politiche, mediatiche e istituzionali, che collegano la piattaforma di divulgazione sovranista al mondo conservatore e governativo.
[…] Esperia fa ufficialmente il suo debutto su Instagram la scorsa primavera, con un post che suona come un manifesto programmatico: «8 maggio 2025: nasce Esperia. Perché oggi l’informazione sembra propaganda. Non vogliono informare, ma dire cosa pensare».
[…] Nel racconto che il canale costruisce di sé, si tratterebbe dell’iniziativa di singoli creator accomunati dal desiderio di fare informazione “libera e indipendente”. Una galassia fluida di voci che rifiuta etichette politiche e rivendica autonomia da partiti, governi e interessi economici, rivendicando dall’altra un’adesione ai valori dell’Occidente.
Il volto del direttore editoriale è onnipresente. Da un lato i video e le interviste online, poi le partecipazioni nei salotti buoni della destra meloniana, come l’intervento lo scorso dicembre a Castel Sant’Angelo dove Zavalani divide il palco con il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
Nato a Tirana e arrivato clandestinamente in Italia, come spiega lui stesso in un’intervista a Il Giornale, Zavalani ha sempre un tono spigliato e simpatico, anche mentre discute dei temi più seri. Una caratteristica che lo distingue da presenze più radicali e violente dell’intellighenzia di destra e che certamente paga quando l’obiettivo è coinvolgere anche i giovanissimi. […]
Per scoprire le sue relazioni bisogna andare a Cagliari, al numero 24 di via Tigellio, un vicolo cieco defilato ma vicino al centro cittadino. Non ci sono insegne né altri elementi identificativi, ma è qui che ha sede Dors Media, l’azienda proprietaria di Esperia Italia.
Esperia non è una testata giornalistica registrata e Dors Media non è un editore in senso stretto. Leggendone l’oggetto sociale, la società ha diversi scopi: la programmazione di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, la produzione di contenuti «su temi di attualità, politica, geopolitica, economia, cultura, innovazione e diritti», la comunicazione e la consulenza con il supporto dell’intelligenza artificiale, lo sviluppo di piattaforme e community di lettori, la formazione sull’uso dell’intelligenza artificiale in ambito editoriale e lo sviluppo dell’immagine di content creator.
Scuola 5 Stelle
Sebbene poco noto al grande pubblico, l’amministratore unico Pietro Francesco Dettori è un veterano della comunicazione politica e istituzionale. Fin dalle origini del Movimento 5 Stelle è stato uno degli uomini di fiducia di Gianroberto Casaleggio e, tra il 2018 e il 2022, uno dei principali collaboratori e strateghi di Luigi Di Maio, per cui ha lavorato come dirigente della presidenza del Consiglio nel ruolo di responsabile dei social media.
Nel 2021, durante lo scontro tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, Dettori fu l’unico presente al celebre pranzo che segnò il tentativo di riappacificazione tra i due.
Dopo quell’esperienza, ha collaborato con Lara Comi, ex eurodeputata di Forza Italia. Mentre fino al dicembre 2025 è stato responsabile della strategia di comunicazione digitale di Maim Group, società italiana di pubbliche relazioni entrata a febbraio del 2025 in partnership con Ballard Partners, tra le più importanti società di lobbying legate al mondo conservatore statunitense.
Oggi è Dors Media, come già ricostruito in un approfondimento pubblicato dalla rivista Mow Mag, a raccogliere i proventi di Esperia Italia, che offre ai suoi sostenitori numerose possibilità di contribuire all’iniziativa.
La piattaforma offre quattro differenti livelli di sottoscrizione: Difensore della civiltà, Custode dei valori, Guardiano dell’Occidente e Ambasciatore Esperia. I costi vanno dai cinquanta ai tremila euro all’anno, a seconda che ci si accontenti della newsletter o che si voglia un posto in prima fila agli eventi che il media si ripromette di organizzare. Dati i palcoscenici calcati dai content creator che vi contribuiscono, c’è da aspettarsi la partecipazione di esponenti del governo e altre figure di alto profilo nel mondo della destra.
Anche se pubblicamente non viene mai citato, Dettori è ampiamente coinvolto nella gestione del progetto di cui è amministratore unico. Ricerche condotte da IrpiMedia hanno inoltre permesso di scoprire che a dare una mano a Esperia fin dall’inizio è stata una vecchia conoscenza del Movimento 5 Stelle. È il canale Facebook “Silenzi e falsità” (Sef), che conta un milione e mezzo di follower e le cui vicende sono già finite agli onori della cronaca grazie a un’inchiesta pubblicata dall’Espresso nel 2018.
Sef è di proprietà di Moving Fast Media, società anch’essa basata a Cagliari e di proprietà di Marcello Dettori, fratello di Pietro. Fin dai primissimi post del canale sovranista, Sef ha ripreso sulle proprie pagine praticamente qualunque contenuto postato da Zavalani e soci, insufflando interazioni nel nuovo media come in un sistema di vasi comunicanti.
La terza socia dietro Esperia: Lara Fanti
«Pietro Dettori aveva un rapporto di collaborazione con Maim non esclusivo. Maim è venuto a conoscenza del coinvolgimento di Dettori in Esperia attraverso terze persone e in prossimità della scadenza del suo rapporto con Maim, che si è concluso il 31 dicembre 2025» fanno sapere i vertici di Maim con una nota in risposta alle richieste di IrpiMedia.
«Per completezza, attività come quelle portate avanti da Esperia non rientrano nell’offerta della Maim», precisano i vertici della società di comunicazione in cui Dettori ha militato fino a qualche settimana fa. Si tratta di una presa di posizione netta rispetto all’iniziativa di Esperia e alla scelta di campo di Dettori, che risulta anche coinvolto nella campagna per il Sì al referendum sulla Giustizia, che si terrà i prossimi 22 e 23 marzo.
«Progetti schierati politicamente non rientrano negli scopi di Maim Group che, in qualità di agenzia che si occupa di comunicazione e relazioni istituzionali, non ha tra i suoi clienti partiti politici. Essere percepiti come indipendenti da qualsiasi schieramento è un valore per noi imprescindibile», conclude la nota.
In una risposta inviata a IrpiMedia, Dettori ha spiegato di essere stato «consulente a partita iva per Maim Group […], per tale attività ovviamente non vigeva alcuna clausola di esclusiva né di trasparenza su eventuali altre attività». Pertanto, prosegue Dettori, «Maim Group non era a conoscenza del legame del dottor Dettori con Esperia, né avrebbe dovuto esserlo».
Ma se Dors Media è la società che raccoglie i proventi di Esperia c’è un’altra società a suggellare il rapporto di partnership tra Dettori e Gino Zavalani. I due hanno infatti costituito, il 12 luglio del 2025, la Eto Srl, un’azienda che gestisce partecipazioni in società italiane ed estere. Socio di maggioranza è l’ex 5 Stelle, con il 40% delle quote. Zavalani detiene invece il 30%. Ma una terza persona figura nella compagine societaria: è Lara Fanti, legata sentimentalmente al responsabile dei social media della presidenza del Consiglio dei ministri, Tommaso Longobardi.
«Lara Fanti è socio di minoranza di Eto – spiegano in una risposta a IrpiMedia Dettori e Zavalani –. Detiene le quote in qualità di investitrice, non ha ruoli in Esperia così come non ha alcun ruolo operativo».
I responsabili di Esperia confermano anche che le quote di Dors sono detenute al 100% da Eto, un dettaglio che fino a ora era schermato da una fiduciaria. Dopo le domande di IrpiMedia Dettori ha fatto sapere di aver «richiesto alla fiduciaria di terminare il mandato». […]
Il legame con il social media manager di Meloni, Tommaso Longobardi
Fatto salvo per qualche foto sui propri profili social personali, prima che venissero oscurati nelle ultime settimane, Lara Fanti sembra una persona estremamente riservata. Profilo curioso per un’imprenditrice del mondo della comunicazione, irreperibile e impermeabile a qualunque ricerca.
Non una mail, un recapito telefonico o un profilo Linkedin. Per questa ragione non è stato possibile inviarle alcuna domanda in merito al suo ruolo dentro Eto Srl o Esperia Italia. L’unica informazione è l’indirizzo di residenza dichiarato alla costituzione della società: è casa di Tommaso Longobardi, il guru della comunicazione social della presidente del Consiglio, anche lui con un passato nella Casaleggio e associati.
Secondo quanto dichiarato su Linkedin, Longobardi è entrato nella società alla base del M5S nel 2015. Dettori era all’epoca un veterano: «Era uno dello “staff” quando lo staff decideva tutto: nomine, espulsioni, eventi pubblici e così via», scriveva Repubblica.
Entrambi escono dall’azienda nel 2016 ed è probabile che siano rimasti in contatto, dal momento che hanno preso strade non troppo diverse. Uno, passando alla destra fino ad affiancare Lara Comi; l’altro specializzandosi nella “politica da meme” e fondando nel 2017 la pagina “Tommaso Longobardi – Politicamente Cornetto” su Facebook.
Il veicolo sono immagini buffe e ironiche che puntano alla viralità, mentre i contenuti richiamano l’intero menù del pensiero della destra sovranista italiana. Dagli attacchi a Laura Boldrini – con l’immancabile sfottò alla “Boldrina” – fino agli strali contro le persone migranti. I selfie con il leader dell’ultradestra spagnola di Vox, Santiago Abascal, oppure con la maglietta con scritto “Figli di Putin” chiudono il cerchio.
Ciò che non è immediatamente visibile sono i collegamenti tra la pagina “Politicamente Cornetto” ed Esperia. Secondo le analisi condotte da IrpiMedia e Wired, a differenza di quanto dichiarato l’8 maggio con l’annuncio della nascita del progetto, la relativa pagina Facebook esiste in realtà dal 2016.
All’epoca aveva un nome diverso – “Vittorio Sgarbi idolo indiscusso”, un tormentone caro alla destra – e nell’arco del 2017 ha pubblicato almeno due post in cui chiama in causa Longobardi. Nel primo cita un suo “aforisma”: «Meglio un giorno da Sgarbi che cento da Boldrini». Nel secondo si invitano i follower a seguire anche la sua pagina, “Politicamente Cornetto”.
«Non esiste alcun coordinamento editoriale con alcun partito, né di maggioranza né di opposizione. Non c’è alcun coordinamento editoriale neanche con Tommaso Longobardi né con altri rappresentanti dei partiti di maggioranza o di opposizione» spiega Zavalani in risposta alle nostre domande: «Politici e partiti, di maggioranza e di opposizione, riprendono i contenuti di tantissime pagine social, content creator, influencer, giornalisti, partecipazioni televisive, articoli di giornali e alcuni riprendono anche alcuni contenuti pubblicati da Esperia», prosegue il direttore editoriale del progetto, scrivendo in terza persona (sic).
«Gino Zavalani è stato invitato a Fenix e ad Atreju, così come altri professionisti del mondo dell’informazione. Ha anche partecipato ad altri eventi, politici e non, a cui è stato invitato. I suoi interventi video sono ripresi da programmi Rai e canali Mediaset, così come vengono ripresi quelli di altri professionisti del mondo dell’informazione» evidenzia l’influencer che, giova ricordare, è alla sua prima esperienza ed è alla guida di una piattaforma che esiste dal tempo di una gestazione.
Ben più risalenti nel tempo sono invece le origini di Esperia il cui profilo, come detto, esiste da almeno nove anni. Non è possibile sapere chi fosse all’epoca proprietario della pagina, ma certamente non era Dettori, all’epoca ancora nel Movimento 5 Stelle, un partito che proprio da quella pagina veniva costantemente attaccato. […]

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Il caso Epstein sembra fatto apposta per buttarla in caciara, come si dice a Roma. Nel senso che dentro quei files c’è una baraonda di nomi di potenti, semipotenti, cortigiani, vicecortigiani, americani soprattutto ma anche provenienti dalla provincia dell’impero: e a pochi di costoro sarà possibile attribuire responsabilità individuali e reati, se non la colpa (diffusissima) di sgomitare per comparire tra “quelli che contano”. Il resto è folla, la non piccola folla degli sgomitanti.
Ma nella baraonda si intuisce — e a volte si coglie proprio, nitidamente — che tra una sauna e l’altra i potenti pensavano agli affari, e a come evitare che qualcuno o qualcosa potesse interferire con i loro porci comodi: la politica, per esempio. Nello scambio di battute — scripta manent — tra Epstein e Bannon (che è, ricordiamolo con una formula alla portata di tutti, l’ideologo del nuovo fascismo mondiale), emerge per esempio che i rapporti di costui con l’estrema destra europea non avevano solo il compito di rappattumare, paese per paese, le peggiori truppe antidemocratiche (in Italia: il Salvini). C’era anche il proposito di evitare “legislazioni contro le criptovalute”, evidentemente perché costoro, con le criptovalute, ci si ingrassano, e possono finanziare le peggiori cose.
E dunque, insieme all’obbrobrio della carne femminile, anche minorenne, adoperata come rinfresco per gli ospiti, quei files trasudano potere nel modo più diretto e al tempo stesso più occulto: ne parliamo tra noi, decidiamo noi, i politici sono solo pedine del nostro gioco. Il Salvini, poverello, si sarà sentito molto lusingato dall’apprezzamento di Bannon. Non sapendo, non capendo, chi era il burattinaio e chi il burattino.
Attacca Salvini (che ora pensa a Zaia vice) occupa reti e in Rai c’è chi già si muove per lui. Il timore di FdI: “Farà l’ospite fisso”, Calenda: “Oltre Cortina lo aiutano”. L’uscita dalla Lega per FdI è un modo “per indebolire” Meloni

(Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – E’ un generale baraccone, ma quanto c’è di “dolo” in Salvini, nella sua decisione di accelerare l’uscita? Sono domande che si fanno in FdI. Ora è Vannacci “l’ingrato”, ma gli ingrati servono a impaginare giornali e tv. Ha cominciato. Anche in Rai c’è chi si sta muovendo per Vannacci, la quota Vannacci. Meloni e FdI profetizzano: “Diventerà il beniamino dei quotidiani di sinistra e di La7”. Giorgetti, a Varese, racconta: “Vannacci ha tradito, ma ce le siamo cercati”. Il primo danno collaterale di Vannacci è che Meloni rischia di “perdere” Calenda che al Senato annuisce: “A Vannacci arrivano i soldi da oltrecortina? Senza dubbio. La destra si sposterà ancora più a destra”. Si ragiona su Zaia vicesegretario Lega. E’ un baraccone pagato caro.
Se è solo un ingrato, come dice, Salvini non girerebbe mezza Roma per trovare conforto. Prima va da Mattarella (“figuriamoci se parlo con Mattarella di Vannacci”) poi incontra Giancarlo Giorgetti al Mef. Lunedì si vede con Fedriga. Quando è in difficoltà Salvini torna sempre da mamma Lega, da mamma Bossi (ci sarebbero telefonate), da Giorgetti. C’è perfino chi spara “Salvini magari chiede a Giorgetti di tornare a fare il vicesegretario”. Zaia aveva già avvisato Salvini, durante un federale: “Vannacci ci farà perdere le prossime elezioni”. Ignazio La Russa dice al Senato: “Vannacci non sposterà nulla ma la Lega lo ha gestito male”. Vannacci sarà senza dubbio un fellone, ma è lo spinacio di chi vuole male al governo, e condiziona il governo. Nessuno lo spiega meglio di Filippo Sensi, che non è solo Sensi, il senatore del Pd, ma Sensi che ha visto il mondo: “Non è tanto il numero Vannacci o quanti voti sposta. E’ un problema culturale. Vannacci sarà la spirale che costringerà Salvini a essere ancora più feroce. Meloni inseguirà Salvini che insegue Vannacci. E’ come in Gran Bretagna. I conservatori per timore di Farage si sono lasciati portare via i voti di Farage”. Sono preoccupati leghisti, fratelli d’Italia, e sorelle, e per fortuna c’è Max Romeo che al Senato la prende a ridere: “A furia di dire che la Lega non è una caserma, Vannacci si è preso la caserma”. Lasciate perdere chi lo segue, in un paese che le sperimenta tutte (ricordate Fassino su Grillo? “E si faccia un partito…”). Finora solo il pistolero, pistola, Emanuele Pozzolo, il deputato del famoso sparo a Capodanno, ha dichiarato che segue Vannacci. L’altro, Edoardo Ziello, il leghista, il più abile parlamentare che Vannacci conosce, non condivide nulla delle idee vannacciane, ma lo fa soltanto perché ferito da Salvini. Vannacci è una bolla ma anche il M5s è iniziato come bolla e se l’esempio è invece Alemanno va ricordato che, prima dell’arresto, Alemanno ha avuto spazi televisivi immensi. Racconta Alessandro Alfieri che Gianluigi Paragone, che aveva sperimentato “Italia exit”, “stima Vannacci al due per cento, ma Vannacci ha un spazio”. La variabile, e l’opinione di FdI, è un’altra: cosa faranno Mediaset e La7? Mentre scriviamo Vannacci sta per andare a Realpolitik, su Rete 4 e ha iniziato la sua marcia dal salvinismo al baracconismo. Parla male di Salvini, con una lingua da grande proletaria si è mossa e da spaccone. Appare in apertura dei siti con queste dichiarazioni: “Io non devo essere grato alla Lega, ma è la Lega che deve essermi grata. Io sleale? Salvini è prono su Ucraina e Fornero”. C’è uno strano pensiero, strano, tra i marescialli di FdI. Si stanno domandando da ieri: “Salvini ha cacciato Vannacci perché non si voleva logorare. Ma non è che Salvini abbia cacciato Vannacci per indebolirci?”. Attenzione, Vannacci sta già cambiando registro nelle dichiarazioni. E’ furbissimo e cerca di farsi accogliere nella coalizione. Sta dicendo che si vede nel centrodestra, aggiunge: “Salvini mi vuole fuori dalla coalizione? Fossi in lui non parlerei sull’onda dell’emozione”. E’ il primo generale che non ha truppe ma un fuciliere, Pozzolo. Il prossimo appuntamento è il dl Ucraina e si capirà quanti altri vannacciani verranno fuori come i funghi. Sta cambiando anche l’adagio di FdI, da “Vannacci fuori” a “Vannacci vediamo”. Salvini non commetta il terzo errore. Più insozza Vannacci e più Vannacci si gonfia.
C’è qualcosa che lega la depravazione di chi abusa dei bambini, li carica su aerei privati per soddisfare i desideri dei potenti, e l’uccisione deliberata di bambini in un fazzoletto di terra

(Alessandro Di Battista) – I fascicoli Epstein sono tutto ciò che i procuratori hanno accumulato da quando Epstein è finito sotto inchiesta nel 2005 per le accuse di abusi su minorenni in Florida. Da novembre sono stati pubblicati circa tre milioni di pagine di documenti.
L’ultimo lotto è arrivato alcuni giorni fa. In questi giorni si prova in ogni modo ad associare Epstein ai russi. Guai a guardare i documenti, invece, che fanno capire quanto Epstein fosse legato allo Stato terrorista di Israele.
All’interno dei documenti c’è un file EFTA00090314 datato ottobre 2020 con una serie di informazioni raccolte dall’FBI grazie a fonti anonime che dovrebbero essere pubblicate su tutte le prime pagine dei giornali. E invece qui si parla di Vannacci. La fonte è stata interrogata dal FBI su influenze straniere nei processi elettorali degli Stati Uniti.
La fonte degli agenti del FBI parla di Alan Dershowitz, il quale sarebbe una fonte cooptata dal Mossad e che avrebbe avuto influenza, in qualità di professore di Legge ad Harvard, su diversi giovani studenti. Tra questi anche Jared Kushner.
Ricordo che Dershowitz ha scritto un libro “Difendere Israele: la storia del mio rapporto con il mio cliente più difficile”. Ricordo che Dershowitz è stato l’avvocato di Jeffrey Epstein e di Donald Trump. Ricordo che nel 2021 Dershowitz ha candidato Kushner al Premio Nobel per la pace per il suo lavoro sugli Accordi di Abramo.
La fonte degli agenti del FBI sostiene che Epstein fosse vicino all’ex Primo Ministro di Israele Ehud Barak e che sotto la sua presidenza si sarebbe formato come “spia”. La fonte degli agenti dell’FBI ritiene anche che Epstein fosse un agente del Mossad. E soprattutto la fonte dice: “Trump è stato compromesso da Israele e Kushner è il vero cervello dietro la sua organizzazione e la sua presidenza”.
Ora leggendo le dichiarazioni di questa fonte del FBI non si può non provare ad unire i puntini. E non si può non vedere quello che sta accadendo adesso.
Alcune settimane fa, a Davos, gli americani hanno presentato il cosiddetto Board of Genocide (io lo chiamo così perché ne fanno parte i principali responsabili del genocidio a Gaza). E chi c’era sul palco? Proprio lui: Jared Kushner!
Kushner non è soltanto il genero di Donald Trump, ma è anche un uomo d’affari che ha interessi nelle colonie illegali israeliane in Palestina. E già per questo è indecente che sia stato proprio lui a presentare il piano della “Nuova Gaza”, mostrando slides con grattacieli, bar e treni ad alta velocità (che verranno costruite sulle fosse comuni dei bambini palestinesi ammazzati da Israele).
Costui, che ripetiamo viene descritto dalla fonte del FBI come “il vero cervello dietro l’organizzazione e la presidenza” di Donald Trump, il quale a sua volta sarebbe “compromesso da Israele”, ha acquistato il 10% Phoenix Financial, un colosso israeliano.
Phoenix Financial non è una società qualsiasi. Detiene partecipazioni in una lunga lista di aziende coinvolte negli insediamenti illegale di coloni israeliani.
1. Banche: Phoenix ha quote significative in Israel Discount Bank (7,65%), Bank Leumi (7,39%) e Hapoalim Bank (7,35%). Queste banche finanziano la costruzione degli insediamenti e sostengono direttamente i coloni.
2. Telecomunicazioni: Partner Communications (8,22%) e Cellcom (6,49%) hanno eretto antenne nei territori occupati, fornendo servizi telefonici agli insediamenti.
3. Costruzioni: Electra (6,68%) e Shapir Engineering (8,15%) sono coinvolte in progetti infrastrutturali su terreni palestinesi.
4. Energia e commercio al dettaglio: Paz Retail and Energy (6,77%) gestisce stazioni di servizio negli insediamenti, mentre ZMH Hammerman (9,92%), Shufersal (8%) e Delta Galil (5,9%) possiedono centri commerciali e negozi nei territori occupati.
5. Trasporti e armamenti: Phoenix possiede il 3,88% di Elbit Systems, il principale produttore di armi israeliano, accusato di fornire tecnologia militare impiegata contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
Detto questo, permettetemi una riflessione.
Quello che sta emergendo mostra chiaramente quel che è diventata oggi la cosiddetta élite occidentale. Un’élite marcia, depravata, convinta di poter fare qualunque cosa senza pagarne le conseguenze.
E c’è qualcosa, a mio avviso, che lega la depravazione di chi abusa dei bambini, li carica su aerei privati per soddisfare i desideri dei potenti, e l’uccisione deliberata di bambini in un fazzoletto di terra.
Il meccanismo è lo stesso: sia in un caso sia nell’altro si ha la malata convinzione di avere il diritto di decidere della vita e della morte degli altri. Di poterli usare, schiacciare, annientare. Che sia una villa di lusso in Florida o sotto le bombe a Gaza la logica è la stessa. È il potere che la certezza dell’impunita che logorano gli uomini disumanizzando tutte le loro azioni.
MEDIASET, ‘CAUSA CIVILE DA 160 MILIONI DI EURO CONTRO CORONA’

(ANSA) – “I singoli soggetti lesi, insieme a Mediaset e Mfe- Mediaforeurope, hanno deciso di promuovere azioni civili risarcitorie, per un importo complessivo di 160 milioni di euro, nei confronti di Fabrizio Corona e delle società a lui riconducibili, per danni reputazionali e patrimoniali”.
Lo si legge in una nota di Mediaset. “Quanto diffuso dal progetto Falsissimo e da Fabrizio Corona, attraverso una violenza verbale inaudita, costituisce un insieme di menzogne, falsità e insinuazioni”, si legge. Gli eventuali risarcimenti saranno destinati “alla creazione di un fondo per la copertura delle spese di assistenza legale delle vittime di stalking, dei reati rientranti nel cosiddetto Codice Rosso e di tutti i fenomeni di cyberbullismo”.
PIER SILVIO E MARINA BERLUSCONI, GERRY SCOTTI E ALTRI FANNO CAUSA A CORONA
(ANSA) – I “soggetti lesi”, ossia che hanno subito danni e che hanno deciso di intentare, insieme a Mediaset e Mfe-Mediaforeurope, una causa civile da 160 milioni di euro contro Fabrizio Corona, sono Pier Silvio e Marina Berlusconi, Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi, Samira Lui. E’ quanto si è saputo da fonti Mediaset.

(ANSA) – “Qualcuno dubita che la Russia sia colpevole sempre e in tutto?”. Così l’ambasciata russa in Italia risponde al ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ieri aveva denunciato una serie di cyberattacchi di matrice russa contro sedi diplomatiche e alberghi a Cortina.
Qualcuno, scrive l’ambasciata sul suo canale Telegram, dubita che la Russia sia colpevole anche “dello scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi italiane, del maltempo in Sicilia, delle malattie dei pini romani, del calo di pesci spada nelle acque nostrane del Mediterraneo, nonché delle zanzare italiane incattivite…? Come tireremmo avanti se la Russia non esistesse?”.
Fonti Farnesina ad amb. Mosca, ‘cyberattacchi rivendicati da filorussi’ ++
(ANSA) – ROMA, 05 FEB – In merito alle critiche mosse dall’ambasciata russa in Italia per quanto dichiarato ieri dal ministro degli Esteri Antonio Tajani sui cyberattacchi lanciati in occasione delle Olimpiadi invernali, fonti della Farnesina precisano che “sono stati gli hacker filorussi di Noname057(16) ad aver rivendicato e motivato l’attacco cyber ad ambasciate italiane e alberghi delle Olimpiadi di Milano-Cortina”.
“L’Italia – proseguono le fonti – non ha alcun pregiudizio contro la Russia, non è in guerra con la Russia, ma condanna la violazione del diritto internazionale prodotta dall’invasione dell’Ucraina.
E’ una guerra che la Russia sta continuando a portare avanti uccidendo cittadini ucraini e distruggendo installazioni elettriche, ospedali e strutture civili. L’Italia sostiene tutte le iniziative di pace favorite dagli USA e rivolge un appello alle autorità russe a negoziare con spirito costruttivo al tavolo delle trattative”.
Mosca, ‘accuse di Tajani su cyberattacchi sono calunnie’
(ANSA) – Mosca ha definito “calunnie” le accuse del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ieri ha denunciato una serie di cyberattacchi di matrice russa contro sedi diplomatiche italiane e alberghi a Cortina alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi invernali. “Se tali dichiarazioni vengono fatte senza prove, sono definite calunnie”, ha detto all’agenzia Ria Novosti la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
Inseguire il generale potrebbe rivelarsi un errore: la premier potrebbe disperdere l’investimento politico verso il “collateralismo bianco” modello Dc
(di Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – Il «nuovo conservatorismo» di Giorgia Meloni, come è stato battezzato sulla stampa estera, potrebbe essere costretto a cambiare marcia. Dopo l’addio del generale Roberto Vannacci alla Lega, il centrodestra italiano si trova davanti a un bivio: la scelta tra la radicalizzazione e la normalizzazione, ovvero tra la rincorsa al fianco estremo e lo scivolamento dell’agenda verso il centro dello schieramento.
«Sotto il profilo generale – spiega Fulvio Lorefice, political risk analist di Bistoncini Partners – la nascita di Futuro Nazionale potrebbe rappresentare un’ulteriore tappa dello spostamento a destra del baricentro politico in Italia: Fratelli d’Italia e Lega, all’esito delle elezioni del 2022, avevano 184 deputati (pari al 46% dei componenti dell’assemblea), mentre nel 1994 erano 226 (pari al 35,87%). Assumendo che Futuro Nazionale si collochi al di fuori della maggioranza attuale, come assicurato anzitutto dalla Lega, il primo rischio è la radicalizzazione dell’attuale maggioranza e al suo interno, più in particolare, di Fratelli d’Italia».
Ma inseguire Vannacci sul terreno della “radicalità” – innanzitutto sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e del sostegno all’Ucraina – potrebbe inficiare, secondo Lorefice, «il grande investimento politico fatto da Meloni nei riguardi del “collateralismo bianco” (Cisl, Coldiretti, Comunione e Liberazione) con il ritorno positivo che ne è conseguito». Perché è stata innegabile la capacità della premier di coprire l’area di centro senza lasciare spazio a un’efficace concorrenza da destra, come quella di Matteo Salvini dell’ultimo triennio.
L’altro grande interrogativo è quanto il nuovo movimento vannacciano possa affermarsi come un tentativo di trumpizzare la destra italiana. «Il rapporto di Meloni con la galassia trumpiana – commenta Lorefice – è stato finora quasi un vinci-vinci. Ha beneficiato cioè del fenomeno fino a quando è stato remunerativo in termini di consenso, limitandosi ad importare elementi circoscritti e per lo più cosmetici della proposta e dell’immaginario Maga». Ma davanti alle posizioni più estreme – la minaccia di annettere la Groenlandia, ad esempio – Meloni ha preso le distanze, abbracciando con i partner tedeschi e francesi il pragmatismo europeo in difesa della Danimarca e della sovranità territoriale della Groenlandia. «Il lancio di un’offerta politica da parte di Vannacci, invece, potrebbe imporre a Meloni e a Fratelli d’Italia di fare i conti fino in fondo con l’universo trumpiano e i relativi cascami politici, con i costi che si possono immaginare».
Alcune contromosse si renderanno comunque inevitabili, da qui in avanti, anche considerando il tempo che manca alle elezioni politiche del 2027 e che consente a Vannacci di organizzare le sue truppe in Parlamento e sui territori e di crescere. «Non stupirebbe – sostiene Lorefice – la promozione ex novo di proposte politiche, dentro e fuori alla coalizione di centro-destra, assimilabili a Futuro Nazionale, con l’obiettivo di “sbriciolare” quest’area di consenso potenziale e “drenare” o “deviare” i voti alle politiche». Quanto pesi quest’area è, però, tutto da vedere.
Il confronto più facile è quello con Italexit per l’Italia di Gianluigi Paragone, «che però aveva – nota l’esperto – un profilo programmatico più forte, un populismo euroscettico per semplificare, e una leadership più debole. Futuro Nazionale ad oggi sembra incardinarsi su un bilanciamento opposto: profilo programmatico più debole, leadership più forte». Sappiamo come è finita: a dispetto dei sondaggi promettenti, Italexit si è fermato sotto il 2% sia alla Camera sia al Senato. Circostanza da cui lo stesso Paragone aveva tratto l’indicazione che non c’era «uno spazio al di fuori del perimetro del centro-destra».
È ancora così o il “fattore Trump” ha aperto questo spazio? Nell’era della personalizzazione della politica, Vannacci sembrerebbe avvantaggiato rispetto a Paragone. E parte forte delle 500mila preferenze ottenute alle europee del 2024, che oggi rivendica per annunciare che non si dimetterà da europarlamentare: «Sono voti miei». Come ricorda Lorefice, l’unica circoscrizione in cui, pur da capolista, non è arrivato primo per preferenze era quella insulare dove a prevalere è stato invece Raffaele Stancanelli. «Questi dati per annotare che al di fuori delle coalizioni è sempre molto dura. Puntare sulla leadership è croce e delizia, le dinamiche del consenso variano molto a seconda dei contesti territoriali».
Per Lorefice, bisognerà capire adesso quanto i media più legati alle opposizioni saranno incentivati «a “pompare” Vannacci nella logica di indebolire il centro-destra per vincere le elezioni», rendendo più concreto «il rischio che il lupo della destra cattivista, evocato non sempre a proposito in questi anni, possa materializzarsi in Parlamento al prossimo turno».
Quanto alla partita giocata dal segretario del Carroccio, Lorefice vede due tesi contrapporsi. Una è quella del “piccolo Salvini” che ha permesso alla Lega di snaturarsi con l’ingresso di Vannacci, «accentuando la perdita di contatto col Nord produttivo e assumendo un profilo di estrema destra che non si addice all’elettore medio leghista». Ma c’è anche un’altra tesi, più ardita: quella del “grande Salvini”, che «nel 2023 sarebbe stato capace di trasformare la “minaccia” Vannacci in una risorsa elettorale per la Lega, nei tempi duri successivi alle politiche 2022, e in un argine al dilagare di proposte radicali di destra nel nostro Paese, in concorrenza alle forze conservatrici».
Ora, però, quell’argine è crollato. E la patata bollente torna nelle mani di Meloni: se «le crisi sono opportunità», come la premier ama ripetere, questa potrebbe persino rappresentare l’occasione per neutralizzare definitivamente gli estremismi della “far right” e, grazie anche al rilancio della “Lega dei governatori”, prima trasformare Fdi nella nuova Balena bianca e poi, chissà, realizzare il sogno berlusconiano di federare il centrodestra sul modello dei repubblicani americani. Magari con l’aiuto di qualche centrista allergico al campo largo e alle nozze con il M5S, come Carlo Calenda.
Dopo una serrata trattativa col Quirinale, il nuovo decreto legge viene leggermente edulcorato dal governo, ma conserva intatte le sue misure-bandiera

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – Il fermo preventivo ci sarà, ma circoscritto e sottoposto al controllo del pubblico ministero. Lo scudo penale pure, ma dovrà essere “evidente” la sussistenza della legittima difesa. Dopo una serrata trattativa col Quirinale, il nuovo decreto-legge sulla sicurezza viene leggermente edulcorato dal governo, ma conserva intatte le sue misure-bandiera. A partire dalla possibilità per le forze dell’ordine, in occasione di manifestazioni, di “accompagnare nei propri uffici”, trattenendole per un massimo di 12 ore, persone “rispetto alle quali sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento” dell’evento di piazza, anche se non hanno commesso alcun reato. Rispetto alla bozza diffusa nei giorni scorsi, viene specificato che il pericolo dev’essere “concreto“, e non potrà essere desunto semplicemente dall’uso di “caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona”. Soprattutto, del fermo dovrà essere data “immediata notizia al pubblico ministero”, che potrà ordinare subito il rilascio se riterrà che sia stato eseguito senza i presupposti: nella versione precedente, invece, questo potere di controllo non era previsto.
Il provvedimento, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contiene poi l’annunciato “scudo” pensato per gli agenti che sparano, ma valido per tutti i cittadini. “Quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”, come la legittima difesa, chi ha sparato non verrà iscritto nel registro degli indagati, ma potrà godere di tutte le “garanzie della persona sottoposta alle indagini preliminari”, come la possibilità di nominare un difensore o di mentire se interrogato. A questo scopo, il nome del “non-indagato” verrà inserito con “annotazione preliminare” in un “separato modello“. Rispetto alla bozza, viene specificato che la causa di giustificazione dovrà apparire “evidente”.

(Andrea Zhok) – Spesso, quando si discute di ricchezza e giustizia sociale emerge la voce di qualcuno che riconduce ogni obiezione mossa agli eccessi patrimoniali a “invidia sociale”. L’idea che la “giustizia sociale” sia un concetto fallace risale niente meno che a Friedrich von Hayek e la sua versione popolare è che ogni discussione in termini di giustizia sociale sarebbe solo una forma di invidia per meriti superiori, per capacità superiori, per godimenti superiori.
Questo nietzscheanesimo d’accatto è molto diffuso anche perché si associa al timore che ogni critica alle grandi patrimonialità finisca per coinvolgere qualsiasi patrimonio, secondo l’infelice slogan “la proprietà è un furto”.
Ciò che sfugge sistematicamente a questo tipo di approccio è il fatto che esiste una cesura qualitativa tra le piccole patrimonialità, quelle che possono essere frutto di un lavoro qualificato, di capacità personali, di sacrifici e le patrimonializzazioni capaci di comprare le persone, di comprare i direttori di giornale, di comprare i ministri, di comprare i giudici, di comprare sistemi satellitari, di orientare politiche nazionali.
Nella forma di produzione storica al cui interno ci è capitato di nascere e che prende il nome tecnico di “capitalismo” il denaro non è più primariamente mezzo di consumo, ma Potere.
Le persone normali, quelli abituati a lavorare per vivere, pensano al denaro come a qualcosa che serve per dare sicurezza, per parare i colpi della fortuna avversa, per facilitare progetti, per consentirsi degli agi, per mangiare e bere meglio, e anche per apparire migliori agli occhi altrui. Tutto ciò potrà essere talvolta sacrosanto talaltra discutibile, a seconda del gusto con cui uno impiega il proprio denaro, ma non accede al livello superiore in cui il denaro si trasforma senza resti in potere.
Quel denaro che consente a un Musk di condizionare le sorti di una guerra in Europa attraverso Starlink, a un Trump di correre per la presidenza statunitense, a un Bill Gates di condizionare l’OMS e di essere ospitato da Mattarella al Quirinale, a un Larry Fink di poter ricattare con deflussi di capitali intere nazioni, e molto moltissimo altro che non appare e non deve apparire alla superficie, quel denaro appartiene ad una categoria qualitativamente differente.
Il Potere conferito dal grande capitale, tuttavia, è un potere particolare in quando non deriva da meriti reali o presunti, né dal riconoscimento altrui delle proprie facoltà. Il Potere del capitale si esercita in forme unilaterali, senza dover essere accolto o riconosciuto da chi vi è soggetto. Il Potere del capitale può esercitare la sua forza a prescindere dalla sua origine: può essere stato ereditato da un trisavolo brigante, ottenuto attraverso insider trading, la tratta degli schiavi o lo sfruttamento del lavoro minorile, e niente di questo retroterra appare sulla scena dove il denaro si fa Potere.
Le grandi patrimonializzazioni capitalistiche sono l’unica forma di Potere davvero assoluto, in quanto non deve ciò che è a nessuna procedura di legittimazione (salvo il funzionamento delle regole giuridiche che tutelano proprietà ed eredità).
Chi manipola un Potere immenso, non correlato se non accidentalmente con le proprie qualità e con i propri meriti, esercita intrinsecamente una violenza sugli altri, una violenza continua con la sua stessa esistenza. Il fatto che il denaro possa esercitare potere sugli altri senza che nessuno lo abbia riconosciuto come potere legittimo ha come antecedente storico soltanto le guerre di conquista o saccheggio. Ma quelle attività si esercitavano verso “gli altri”, le “popolazioni estranee”, mentre questa forma di Potere si può esercitare egualmente al di fuori e all’interno dei propri confini: qui tutti sono “estranei”.
Chi è abituato ad esercitare e pensare il Potere sugli altri come svincolato dalle proprie qualità, capacità o meriti pensa il Potere come arbitrio.
Questa relazione radicalmente unilaterale verso gli altri, per definizione impotenti, produce una forma mentis in cui qualunque cosa è dovuta, senza ragioni.
Al contempo, la consapevolezza profonda del carattere schiettamente arbitrario e infondato del proprio potere produce un costante timore di perderlo, giacché dopo tutto, esso è legato a chi lo detiene solo in modo completamente esteriore, e potrebbe di principio essere trasferito in un istante ad altri. La ricchezza è sempre contendibile.
L’abitudine ad esercitare un potere assoluto, impersonale, arbitrario, e tuttavia contendibile, tende a generare danni morali permanenti.
Li produce sulle persone circostanti, sulla società nel suo complesso, che si abitua all’arbitrarietà del potere-ricchezza e si abitua a confidare sempre meno sulle proprie qualità e sempre di più su spregiudicatezza, opportunismo, piaggeria, viltà.
Ma li produce anche e primariamente in chi esercita quel potere, che finisce per equiparare il mondo circostante e le persone che lo abitano come mezzi a disposizione per l’esercizio arbitrario della propria volontà, a prescindere da buone o cattive ragioni.
Questa è la prima delle ragioni strutturali che connettono l’esistenza di oligarchie finanziarie con forme di scompenso morale, nei casi più estremi, di autentica perversione.
Di una seconda ragione parleremo in seguito.
Ranucci: «Ho scritto un libro per spiegare ai ragazzi la trappola dei social. Tosi mi querelò 19 volte per 36 minuti d’inchiesta». Il conduttore di Report: «Mi comporto come un trapezista. Quando sei un obiettivo, bisogna spostare l’attenzione da un problema all’altro»

(di Renato Franco – corriere.it) – È uscito Navigare senza paura. Il libro per giovani esploratori digitali (edito da Ape Junior), un libro-gioco per orientarsi nella complessità del mondo digitale. Tutto ci si aspettava da Sigfrido Ranucci tranne un libro per ragazzi.
Come mai l’ha scritto?
«È un manuale di istruzioni su come orientarsi nell’epoca della navigazione digitale. Stiamo vivendo un cortocircuito generazionale che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Per la prima volta i più giovani sono in grado di insegnare qualcosa ai più anziani, ma i più anziani possono metterli in guardia da rischi che loro non vedono».
E dove l’ha trovato il tempo per scriverlo?
«Mi ha aiutato molto mio figlio Giordano che fa l’insegnante di sostegno: lui è stato fondamentale per trovare il linguaggio adatto ai ragazzi, che rappresenta l’aspetto più complicato. Devi coinvolgerli, non fargli la lezione».
L’informazione — e la disinformazione — passano ormai dal web.
«La speranza di un futuro migliore deve partire dai ragazzi. Il web è sì un grande strumento di libertà, ma è come se ci trovassimo di fronte a una sorta di bibliotecario ubriaco, perché non sai mai se i contenuti che ci propone sono veri o falsi. E in molti casi sono tossici».
Il libro si articola in quattro storie che parlano anche di intelligenza artificiale e fake news. Lei è critico nei confronti dei social.
«I social sono nati non come strumenti di informazione, ma di condivisione. Il meccanismo dell’algoritmo su cui girano le informazioni non è quello di privilegiare la verità, ma la loro notiziabilità, cioè la capacità di attirare clic. Ed è una trappola: questo consente di liberare e veicolare fake news e video manipolati».
Una storia del libro è dedicata alla condivisione dei contenuti.
«Sulla spinta dell’entusiasmo e dell’inconsapevolezza si corre il rischio di condividere un contenuto che poi non riesci a governare perché una volta premuto il tasto invio non puoi più tornare indietro. La finalità del libro è anche lanciare un warning: non fare qualcosa di cui puoi pentirti».
Mette anche in guardia dalla condivisione dei dati personali.
«Le piattaforme digitali speculano su questo aspetto: hanno la necessità di coinvolgere il più grande numero di utenti per un tempo più lungo possibile in modo da accaparrarsi dati, passioni e ideologie politiche, con la finalità di vendere dati e pubblicità».
È più difficile fare inchieste oggi rispetto al passato?
«La difficoltà più grande è muoversi in un ambito di delegittimazione continua e di tentativi di diffusione di fake news».
Un consiglio a chi si vuole avvicinare al mestiere?
«Non lasciarsi sedurre dalle tecnologie. Spesso i giovani confondono la tecnologia con il giornalismo, con i contenuti. La tecnologia è uno strumento. I contenuti invece devi andare sempre sul territorio a vederli con i tuoi occhi, perché devi mantenere la capacità di filtrare le informazioni e le notizie: non puoi pensare di fare informazione senza coltivare memoria e giudizio critico».
Perché dice di essere un trapezista?
«La teoria del trapezista è la teoria di Roberto Morrione, un grande direttore della Rai che è scomparso troppo presto, lui mi diceva sempre: quando diventi obiettivo di qualcuno passa al trapezio successivo perché così è più difficile colpirti».
In concreto?
«Basta vedere quello che è successo ultimamente. Poco tempo fa mi attaccavano per legarmi allo scandalo dossieraggio di Bellavia, che è uno scandalo che non c’è, come dimostrerà la storia. Subito dopo abbiamo scoperchiato la vicenda del trojan di Stato dentro i computer dei pubblici ministeri e di tutti gli uffici giudiziari. Quindi l’attenzione si è spostata tutta da un’altra parte. Questa è la teoria del trapezista: devi passare da un’inchiesta all’altra, da un problema a un altro, così nel frattempo è più complicato acchiapparti».
Vive sotto scorta da anni: quanta paura ha?
«La paura ce l’ho, l’ho sempre avuta. È un sentimento con cui convivo, ed è un sentimento che secondo me è importante perché in qualche modo mi tutela, ma tutela anche le persone care che mi stanno vicine. Il problema è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare. Se non hai coscienza della paura, il coraggio si trasforma in incoscienza».
Cosa risponde a chi dice che fa un uso politico delle sue inchieste?
«In qualsiasi luogo e contesto — teatro, libri, tv — ho sempre ritenuto il pubblico l’editore di riferimento, non sono mai mosso da una finalità politica. Se poi le nostre inchieste hanno una ricaduta politica, questo è un problema che non ci interessa, ci interessa chi raccoglie il messaggio. Il libro in coerenza con le mie inchieste ha una valenza esclusivamente sociale».
Come si sopravvive a 224 querele?
«Si sopravvive cercando faticosamente di dimostrare ancora una volta che avevi ragione, perché attraverso la credibilità passa tutto il mio lavoro e quello della squadra».
Mai persa una causa?
«Al momento no, per fortuna».
La querela più assurda?
«Quelle più assurde e temerarie le ha fatte Tosi una decina di anni fa: mi furono accollate 19 querele per un’inchiesta da 36 minuti, credo che sia un record mondiale. Sono state tutte archiviate».
Ogni tanto c’è qualche politico che le sta vicino, che le dimostra empatia e vicinanza?
«Nella maggior parte dei casi i politici ti stanno vicino nell’immanenza, non tanto perché credono in quello che fai, ma perché quello che hai detto può essere strumentale e funzionale ai loro scopi. Quindi la vicinanza politica la prendo per quella che è. Chi mi odia invece è chiaro, basta andare a vedere il numero di interrogazioni parlamentari nei miei confronti».
Qualche tempo fa ha detto di fare «una vita di merda»: è cambiato qualcosa?
«No, è pure peggiorata. Una vita di merda la facevo prima della scorta e continuo a farla anche dopo».
Si chiede mai: chi me l’ha fatto fare?
«Sì, me lo chiedo. L’energia più grande mi arriva dall’affetto della gente. La madre di una ragazza mi ha consegnato una lettera. Io l’ho ringraziata e lei mi ha gelato: è di mia figlia morta la scorsa settimana. Miriam, questa ragazza, aveva 20 anni, era bellissima ed è morta di tumore».
Cosa diceva la lettera?
«Ringraziava me e la mia squadra. Perché nei due anni di malattia Miriam ha sempre guardato Report e voleva ringraziarci del lavoro fatto per il bene comune. È stata una sensazione bellissima e allo stesso tempo un pugno nello stomaco, però mi ha fatto capire quanto può essere importante il nostro lavoro. Il giornalismo se lo fai per il bene comune, per la collettività, ti fa mettere da parte le amarezze e la stanchezza».
Conduce «Report» dal 2017: la pressione della politica è aumentata in questi anni?
«Devo dire che è sempre stata la stessa. Non abbiamo mai avuto un periodo facile. Ma direttori come Franco Di Mare, Antonio Di Bella, Andrea Vianello e Silvia Calandrelli hanno sempre difeso Report da tutto e da tutti. E non smetterò mai di ringraziare la Rai che in questi 35 anni mi ha consentito di essere libero nel fare giornalismo d’inchiesta: non è una cosa da poco».
Che lezione ne ha tratto?
«Uso una frase che viene attribuita spesso a Borges: ogni direttore che ho incontrato mi ha portato qualcosa di importante, qualcuno si è portato via qualcosa di me, qualcuno mi ha insegnato a non essere come lui».
Ha lavorato per dieci anni al fianco di Milena Gabanelli, che cosa le ha insegnato?
«Lasciarmi Report, suo figlio, è stato un gesto di grande generosità e fiducia. Ci siamo visti l’altro giorno, ci siamo abbracciati e mi ha detto una cosa bellissima: sei la mia soddisfazione».
Ha scavalcato il Congresso, usato le istituzioni, governato a colpi di ordini esecutivi. Ma ha soprattutto militarizzato il Paese. La deriva di Trump secondo il politologo Levitsky

(Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – È difficile individuare una singola decisione come la più grave di questo primo anno dell’amministrazione Trump. Ma se devo indicarne due, la prima è il modo in cui si è rivolto ai vertici militari, cercando di politicizzarli e di spingerli a concentrarsi su un presunto nemico interno invece che sulle minacce esterne». Poi, spiega a L’Espresso Steven Levitsky, uno dei maggiori politologi americani, docente a Harvard e studioso di derive autoritarie, «la decisione dell’amministrazione di non avviare nemmeno un’indagine dopo l’uccisione di Renee Good. Un messaggio gravissimo: bande paramilitari armate a volto coperto che pattugliano le città americane, terrorizzano i cittadini e possono uccidere impunemente».
Parole che risultano tristemente profetiche, quasi quanto uno dei suoi libri più noti, “How Democracies Die” (2018), scritto con Daniel Ziblatt. Il nostro colloquio avviene infatti poche ore prima dell’uccisione di Alex Pretti, infermiere trentasettenne, seconda vittima statunitense uccisa da agenti federali durante i raid anti-immigrati a Minneapolis. Un’esecuzione, come mostrano i video girati con i cellulari da diversi testimoni (dieci colpi di pistola, mentre si trovava già a terra), che non solo ha riacceso le proteste in tutto il Paese ma ha anche messo sotto pressione la Casa Bianca, spingendo il presidente a manifestare la volontà di allentare le operazioni dell’Ice e iniziare a collaborare con le autorità locali.
«La democrazia americana è scivolata in una forma soft di autoritarismo, quello che definisco autoritarismo competitivo», dice Levitsky. «Non siamo ai livelli di Russia, Venezuela o Turchia: lo spostamento è più lieve e, a mio avviso, reversibile. Ma la democrazia oggi è in coma, gli americani hanno tardato a capirlo». Per “autoritarismo competitivo”, il professore di Harvard intende un sistema in cui le elezioni restano formalmente in vigore, ma chi governa abusa del proprio potere. Certo, non sono mancate resistenza e mobilitazioni, né le denunce legali e gli stop imposti dai tribunali, che in più occasioni hanno bloccato o rallentato le iniziative dell’amministrazione. «Per fortuna c’è una società civile forte, con molte risorse per fermare Trump. L’opposizione più energica arriva dal basso, da città come Minneapolis; però è vero che i leader economici e sindacali sono rimasti in silenzio. Le università, in larga misura, hanno scelto di tacere. Molti si stanno auto-censurando» per paura di ritorsioni.
A dispetto dell’età, ottant’anni a giugno, dal 20 gennaio 2025 il presidente si è mosso a ritmo frenetico, concedendosi pause quasi solo per il golf nei suoi resort, soprattutto a Mar-a-Lago. In un anno ha firmato oltre 200 ordini esecutivi, incontrato quasi 100 leader stranieri e compiuto otto viaggi all’estero in 13 Paesi, dall’Asia al Medio Oriente fino al Regno Unito. Alcune promesse mantenute, altre rimaste sulla carta. In linea con l’agenda Project 2025, il manifesto della destra elaborato dalla Heritage Foundation, la Casa Bianca ha smantellato l’impianto delle politiche “woke”, riducendo il riconoscimento di genere a maschile e femminile nei documenti ufficiali, e cancellando i programmi Dei (Diversità, equità e inclusione) dagli uffici federali. Ha militarizzato diverse città tra cui Washington con l’invio dei riservisti della Guardia Nazionale e lanciato una vasta offensiva anti-immigrazione, sebbene i numeri siano lontani dai 3.000 rimpatri al giorno annunciati. I raid dell’Ice nelle città democratiche colpiscono soprattutto persone senza precedenti penali, fermate in casa, al lavoro, mentre accompagnavano i figli a scuola.
Trump ha politicizzato le istituzioni: ha epurato funzionari di carriera da Dipartimento di Giustizia, Fbi e altre agenzie, sostituendoli con fedelissimi, ha usato i finanziamenti federali come leva di pressione e il potere dell’esecutivo per delegittimare, intimidire o mettere sotto pressione chi ne contesta l’operato. In compenso, ha concesso 88 grazie e “perdonato” i ribelli dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Nel mirino anche le università con indagini su decine di campus e congelamento di miliardi di fondi per la ricerca già approvati dal Congresso. La stretta, presentata come lotta all’antisemitismo a seguito delle proteste pro-Palestina per Gaza, ha però inciso sulla libertà di espressione, con fermi e revoche di visti a studenti stranieri. In parallelo, Trump ha scavalcato il Congresso, smantellando agenzie, imposto dazi a nemici e alleati senza avere un mandato parlamentare. Ha attaccato costantemente i media (con cause da milioni di dollari) e svilito il ruolo della scienza (basti pensare alla scelta di un ministro della salute no vax).
Sul fronte internazionale ha incassato consensi per la fragile tregua a Gaza, ora nella seconda fase con l’avvio di una gestione transitoria del territorio e un’intesa palestinese su un comitato di transizione. Molto più lontana la pace in Ucraina, annunciata come imminente, ma mai realizzata. Anche la formula America First si è rivelata ambigua: il Trump Bis ha mostrato una marcata propensione all’intervento, dall’attacco alle infrastrutture nucleari iraniane all’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rivendicata nel solco della Dottrina Monroe. Fino all’ipotesi di acquisire la Groenlandia.
E in tutto questo l’economia? Non è migliorata. Anzi, secondo il conservatore Wall Street Journal, la situazione è lievemente peggiorata: la crescita è rimasta sostanzialmente invariata, l’inflazione è ancora un problema con l’indice dei prezzi al consumo aumentato del 2,7% su base annua a dicembre, mentre l’amministrazione è in rotta di collisione con la Fed sui tagli dei tassi. È in salita anche la disoccupazione, complice la mannaia abbattuta sui lavoratori federali dal famoso Doge (ormai estinto) dell’amico-nemico Elon Musk. Le finanze, però, vanno bene almeno per le sue tasche: gli affari continuano a prosperare grazie alla carica presidenziale, dall’immobiliare ai bitcoin, alimentando un evidente conflitto di interessi.
Resta il nodo del dossier Epstein: promesso integralmente in campagna elettorale, una volta al governo Trump ha preso tempo e, nonostante una legge ne imponesse la pubblicazione, gran parte dei documenti è ancora secretata.
Da sempre poco popolare, i sondaggi più recenti indicano che una parte crescente degli americani si è stancata dei suoi metodi. Secondo il Washington Post, a gennaio il 57% dei giudizi è negativo. Un bilancio che contrasta con la lettura della Casa Bianca, che rivendica questi dodici mesi come «il primo anno più incisivo di qualsiasi presidenza nella storia moderna». D’altra parte, lo zoccolo duro Maga continua a considerarlo il «miglior presidente di sempre», citando il calo dei reati, degli ingressi irregolari alla frontiera e dei morti da overdose da fentanyl.
Solo apparentemente sembra inutile parlare di fact-checking. «Esistono ancora elettori indipendenti sensibili alla realtà. È per questo che l’opposizione ha buone possibilità di vincere le elezioni di metà mandato a novembre», avverte Levitsky. Sempre che Trump non provi a metterci le mani, come già fece nel 2020 nel tentativo di ribaltare la sconfitta contro Joe Biden. I continui accenni a un possibile terzo mandato, per tanti non hanno affatto il tono di una battuta.
Intanto nel Partito repubblicano la corsa alla successione è iniziata: in pole resta il vicepresidente J.D. Vance, volto giovane e caro alla base Maga, ma cresce anche il peso del segretario di Stato Marco Rubio, sempre più centrale alla Casa Bianca. Un delfino ci vuole, perché c’è un fattore che pesa sempre di più: la salute del presidente più anziano che si sia mai insediato. Mangia McDonald’s, beve Diet Coke, dorme poco e conduce una vita sedentaria. Le apparizioni pubbliche suggeriscono qualche cedimento: si appisola durante le riunioni, perde il filo del discorso, confonde nomi e ruoli. I lividi frequenti sulle mani (che attribuisce all’aspirina assunta per la prevenzione cardiaca) e i gonfiori alle gambe, mitigati da calze a compressione, alimentano interrogativi che lui liquida rivendicando la salute di un toro.
Nell’America di Donald Trump la parola «fascismo» non è più tabù. Ma, avverte Levitsky, «a un autoritarismo si può sempre reagire, non esiste un punto di non ritorno». Il vero nemico è il tempo: più passa, più la finestra si chiude e riportare ossigeno alla democrazia diventa difficile.


Accadde oggi: 5 febbraio 2000
L’associazione RINASCITA GUARDIESE continua la pubblicazione di documenti inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e …progettare il futuro partendo dal passato
Il Sindaco Ceniccola propone ai Sindaci della valle telesina di avviare una progettualità intercomunale:
“PATTO TERRITORIALE VALLE TELESINA”
Sala Convegni – Castello Medievale
Il Sindaco Ceniccola chiede di approvare un protocollo d’intesa per valorizzare e mettere in sinergia i centri storici presenti in valle telesina e realizzare una moderna rete di accoglienza turistica.
Fono-registrazione del discorso pronunciato il 5/2/ 2000

“Cari amici, egregi colleghi sindaci,
vi saluto e vi ringrazio dal profondo del cuore per non aver fatto cadere nel vuoto il mio invito. Siamo qui per approvare pubblicamente il protocollo d’intesa sottoscritto in data 23 novembre 1999 presso il comune di Guardia Sanframondi con il quale abbiamo manifestato l’intento di predisporre un Patto territoriale denominato “Valle Telesina” inteso come strumento necessario per realizzare una moderna rete di accoglienza turistica. Qual’é l’idea-forza che è alla base di tale progettualità? In poche parole, l’idea è di dare nuova vita ai nostri centri storici per la realizzazione di una moderna rete di accoglienza turistica che può davvero rappresentare un’occasione straordinaria per uno sviluppo vero e duraturo di queste nostre comunità. Per farla breve, l’idea è quella di attuare un recupero ambientale coniugando un adeguato sviluppo economico con una migliore vivibilità sociale. In primo luogo, si prevede un’azione specifica di recupero dei centri urbani dei comuni di maggior interesse storico, quali Guardia Sanframondi, Cerreto Sannita, Castelvenere, San Lorenzello, Faicchio, Cusano Mutri, Pietraroja, Amorosi, San Salvatore Telesino, Puglianello, San Lorenzo Maggiore, San Lupo, attraverso interventi di recupero di insediamenti più interessanti, con impianti e attrezzature. Considerando, inoltre, che nell’area della valle telesina si prevede un trend turistico in crescente aumento, si intende intervenire valorizzando tutte le straordinarie risorse ambientali e naturalistiche, finora scarsamente utilizzate o abbandonate. Mi riferisco al lago di Telese, le sorgenti del Grassano, i siti archeologici dell’antica Telesia. Infine, nel nostro progetto si prevede un miglioramento dei collegamenti tra i diversi centri interessati. In conclusione, nel rinnovare i miei più sinceri ringraziamenti per aver immediatamente condiviso questa straordinaria progettualità cedo volentieri il microfono per ulteriori approfondimenti di questa nostra idea progettuale che ha già suscitato interesse da parte di numerose amministrazioni locali”.

P.S. Per amore di verità, è doveroso stigmatizzare che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola, in preda ad una vera e propria furia distruttiva, non hanno esitato ad affossare anche questa straordinaria progettazione intercomunale indicata come “Albergo diffuso” che aveva suscitato grande interesse a livello provinciale.
Infine, basta ricordare questa straordinaria concertazione progettuale per sbugiardare clamorosamente i 9 consiglieri dimissionari che hanno falsamente accusato il Sindaco Ceniccola di aver “bisticciato con tutti, anche con i comuni vicini” per giustificare la decisione di mandare a casa un Sindaco eletto da ben 2026 cittadini-elettori e che aveva avviato, per davvero, la rinascita guardiese …
Ai cittadini l’ardua sentenza!
RINASCITA GUARDIESE

“Il nuovo allarme lanciato dalla Fondazione GIMBE certifica ciò che il Movimento 5 Stelle denuncia da tempo: il decreto del Governo Meloni sulle liste d’attesa è un fallimento totale.
A 18 mesi dall’approvazione del provvedimento, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: zero benefici concreti per i cittadini. Mancano ancora due decreti attuativi fondamentali e la cosiddetta piattaforma nazionale sulle liste d’attesa è una scatola vuota, con dati incomprensibili, frammentati e senza alcuna reale trasparenza su Regioni e strutture sanitarie.
Il Governo aveva promesso una svolta storica, ma ha prodotto solo propaganda e annunci. Le liste d’attesa restano interminabili, milioni di persone sono costrette a mettere mano ai propri risparmi per curarsi nel privato oppure, cosa ancora più grave, rinunciano alle cure. Il diritto alla salute viene così calpestato ogni giorno, nel silenzio colpevole dell’esecutivo.
Questo non è semplice immobilismo o inefficienza ma una precisa scelta politica: lasciare che il Servizio Sanitario Nazionale venga progressivamente smantellato, favorendo la sanità privata e scaricando i costi sulle famiglie. È una deriva inaccettabile che colpisce soprattutto i più fragili Il Governo Meloni smetta di nascondersi dietro slogan e assuma finalmente le proprie responsabilità. La salute non può essere un lusso, né un privilegio per chi può permetterselo. Il Movimento 5 Stelle continuerà a battersi in Parlamento e nel Paese per difendere la sanità pubblica e universale, come sancito dalla nostra Costituzione”. Così in una nota Carmela Auriemma, Vicecapogruppo M5S alla Camera e Coordinatrice provinciale napoletana.
—Ufficio stampa
On. Carmela Auriemma
Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli
La commedia è finita secondo le previsioni: il generale ingrato ora deve provare a chiudere il salto carpiato, l’altro è andato per suonare ed è stato suonato

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Lui: “Ingrato!”. L’altro: “Il traditore sei tu!”.
Chi frega chi? Decidere chi tra Matteo Salvini, il capitano della Lega, e Roberto Vannacci, l’incursore del Col Moschin, abbia avuto la peggio è questione decisamente aperta. La faccenda si fa seria e trova la sua radice quadrata, la ragion pura del dissidio, nel grande slam dell’irriconoscenza.
C’è stata scaltrezza nell’acchiappare al volo il generale scrittore, l’autore de “Il mondo al contrario”, il libro campione d’incassi, nuova voce della società nascosta che ha voglia di più destra, più di quanto perfino Giorgia Meloni possa offrirgliene?
“Attento che ti frega”, dissero a Matteo i colonnelli capricciosi, in prima fila i governatori del Nord sempre più allergici alla linea di comando. Ma lui replicò esibendo i risultati elettorali e obbligando tutti al silenzio: il partito, grazie a Vannacci ingaggiato in zona Cesarini, aveva ottenuto quasi il 9 per cento, l’8,97 per la precisione. Silenzio in sala, infatti. Per soprammercato, intuito che il filone vannacciano era in quelle settimane come la pizza margherita, pietanza popolare a buon prezzo, il paracadutista della Folgore venne lanciato a Pontida e nominato sul campo per meriti straordinari vicesegretario.
“Io non tradisco, io conosco la lealtà” disse lui chiamato a sedare l’ansia leghista proprio nel pratone verde: un giuramento contro i fastidiosi refoli di vento sul voltafaccia in arrivo.
La commedia è finita nei tempi attesi e secondo le previsioni della vigilia. Vannacci, ovvero l’ingrato, ora deve provare a finire in piedi il salto carpiato e augurarsi di non finire, come ci ricorda la filastrocca, giù per terra.
Poi, vero, c’è Matteo: per adesso ha fatto la figura di quei pifferi di montagna che andarono per suonare e vennero suonati.
Da Adinolfi a Cicalone, il nuovo partito di Vannacci stuzzica gli influencer. Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – Mollato in blocco dai giornali di destra (non solo quelli del gruppo Angelucci, che lo dipingono come un disertore), con le pressioni montanti nel centrodestra perché spengano i riflettori anche le trasmissioni sovraniste targate Mediaset, e neanche a dirlo la Rai, che mezzo resta a Roberto Vannacci per fare proseliti e ingrossare le fila del suo partito neonato? Per ora si offrono gli influencer. «Sogno un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona», va dicendo da qualche giorno Mario Adinolfi, tirando in ballo Fabrizio Corona, che pure ha ventilato una sua discesa in campo tramite il suo Falsissimo (ma visto il carattere del personaggio, difficilmente farebbe da secondo al generale). Lo stesso Adinolfi pubblica su Instagram un manifesto di questo tridente immaginario, con Corona e Vannacci, tutti in preghiera sotto un crocifisso, una colomba-Spirito santo e le bandiere americane. Titolo: «Difensori della cristianità e dei valori morali». Pare interessato pure Simone Ruzzi, in arte Cicalone, lo youtuber delle ronde anti-borseggio nel metrò di Roma, coccolato a destra, ma corteggiato sottotraccia pure dai 5 Stelle. «Vannacci? Disponibile a collaborare – diceva ieri al Foglio – Candidarmi? Mi servono garanzie».
Intanto l’ex incursore cerca truppe parlamentari. Per ora l’unico ad associarsi al suo Futuro nazionale è stato Emanuele Pozzolo, il deputato pistolero espulso da FdI, certo che «Vannacci sarà il de Gaulle italiano». Nel tam tam impazzito di Montecitorio, c’è chi fa questa ipotesi: «Sapete chi sarà il prossimo? Aboubakar Soumahoro». L’ex rossoverde al telefono non risponde.
Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete. Edoardo Ziello ieri pomeriggio rispondeva così: «Perché dovrei lasciare il gruppo della Lega?». Però aggiunge sibillino: «Del doman non v’è certezza». Rossano Sasso si sbilancia di più: «Potrei lasciare la Lega e andare nel gruppo misto. Deciderò a breve, venerdì torno in Puglia e sentirò i miei amici e la mia famiglia». Sasso conferma le chiamate da Salvini: «Ci siamo sentiti». Domenico Furgiuele pare invece frenare: «Non sono vannacciano, sono leghista». Indica pure la spilletta di Alberto da Giussano, prima di mostrarsi infastidito per la calca di cronisti interessati alle sue sorti. «Non fate questo codazzo, sennò sembra davvero che sono una persona seria». E come dargli torto.