Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ogni tanto una buona notizia: Nordio va in pensione


(AGI)-  “Mai sognato di chiedere arresti di massa ragazzi. L’obiettivo e’ prevenire. Ricandidarmi? Torno alla famiglia, al nuoto, ai gatti”. Cosi’ il ministro della giustizia Carlo Nordio in una intervista al Corriere della Sera. Gli arresti di massa per minori? “Mai sognato di dirlo – specifica – Chi lo sostiene non ha visto la mia intervista a Sky Tg24 o la interpreta a suo uso e consumo. In carcere ci sono tre minori.

Non ce li ho mandati io, ma la magistratura perche’ li ha ritenuti ‘socialmente pericolosi’. Il problema e’ che gli istituti minorili sono affollati e hanno posti limitati, 3 in un giorno gia’ significa aumentare la capienza in modo insostenibile. Non lo auspico, ma se gli arresti continuassero, il problema si porrebbe”.

Nordio ha detto che “la famiglia deve educare, la scuola provvedere all’educazione civica e le parrocchie o le associazioni, all’aggregazione. In tema di ordine pubblico occorre prevenire e abbiamo istituito il fermo preventivo che non e’ carcere ma un controllo. Ma, in casi come Milano, purtroppo come extrema ratio servono misure coercitive”. Per il futuro Nordio esclude di ricandidarsi: “Il prossimo anno compio 80 anni. Da ministro credo di aver dato abbastanza – spiega – e battuto il record di longevita’. Rifarlo sarebbe stucchevole. Sono gratissimo a Giorgia Meloni per l’opportunita’, ma alla mia eta’ credo di aver diritto a tornare alle mie letture, al nuoto, alla famiglia e ai gatti


A PresaDiretta l’inchiesta sulla galassia di Vannacci su TikTok


“Migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria”

(ilfattoquotidiano.it) – Domenica 25 ottobre alle 20.30 su Rai 3, nuovo appuntamento con PresaDiretta. Il programma di Riccardo Iacona affronta il tema del rapporto tra Ai e democrazia; mentre PresaDiretta Open è dedicata al conflitto in Medioriente.

Palantir, il colosso fondato da Peter Thiel, è diventato il cervello tecnologico di Pentagono ed eserciti, mentre bot farm e macchine per la propaganda create con l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale ci profilano e orientano il nostro voto, le telecamere ci osservano e gli archivi di oggi addestreranno le intelligenze artificiali di domani. Chi governa gli algoritmi, potrebbe governare anche noi? E poi un importante reportage da Gaza, tra annunci di ricostruzione, cantieri mai partiti e violenze mai cessate: che fine hanno fatto soldi e promesse?

PresaDiretta Open, nella prima parte della serata, si chiede che fine abbia fatto il Board of Peace, il Consiglio internazionale presieduto da Trump per guidare la ricostruzione di Gaza. Grazie alle immagini girate da Yasser, filmaker palestinese, PresaDiretta racconta una Striscia dove il 94% della popolazione è sfollato, dove l’Onu ha contato 1400 palestinesi uccisi dal cessate il fuoco a oggi e dove l’esercito israeliano controlla e occupa il 64% del territorio. La ricostruzione non è mai partita: il piano operativo del Board vale 2,45 miliardi, contro i 71 che servirebbero secondo l’ONU.

E poi la puntata Democrazia Artificiale. A Roma, a porte chiuse, Peter Thiel parla dell’Anticristo; intanto la sua creatura Palantir, azienda specializzata nello sviluppo di software e analisi di big data con la AI è diventata uno dei cervelli tecnologici del Pentagono e degli eserciti in guerra. PresaDiretta ricostruisce come i suoi software siano entrati nelle istituzioni di vari Paesi anche in Europa: nella sanità inglese e anche nei contratti della Difesa italiana, tra documenti che mancano o che non ci è permesso di leggere.

Queste stesse tecnologie non solo ci sorvegliano, ma soprattutto lavorano per influenzare il consenso politico. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha appena stravinto le regionali soprattutto sui social, con una macchina della propaganda potentissima che funziona grazie alla AI. “Alternita”, il software di AI – scoperto dal gruppo di giornalismo investigativo Correctiv – sceglie le notizie più virali, scrive i post, genera immagini e gonfia le visualizzazioni e il consenso con migliaia di profili falsi. E le stesse tecniche sono già arrivate in Italia, dove su TikTok la galassia di Vannacci conquista i giovanissimi con meme e video creati con l’AI. Insieme a AI Forensics e Trollrensics, PresaDiretta ha ricostruito le origini di migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria.

Infine la crescente diffusione degli strumenti per la sorveglianza di massa: dagli Stati Uniti all’Italia, come vengono trattati i nostri dati biometrici, quelli sanitari, le informazioni finanziarie e in generale tutte le informazioni personali gestiti con l’Intelligenza Artificiale? Come li utilizzeranno le forze dell’ordine, per farne cosa e per quanto tempo?

Riflettori puntati, a chiusura di puntata, sulla truffa con cellule staminali portata avanti, anche con infusioni a domicilio, dalla società polacca BioCells Medical. Dopo l’inchiesta della scorsa edizione, PresaDiretta racconta i nuovi sviluppi sulle indagini giudiziarie, nazionali e internazionali. Le puntate di PresaDiretta sono visibili integralmente su RaiPlay.


Le violenze e la crisi della politica


(Tommaso Merlo) – La partitocrazia ha perso il controllo della società. Oramai rappresenta solo se stessa e i pochi tifosi superstiti. I partiti si sono ridotti ad agenzie di marketing elettorale e i politicanti ad influencer e venditori televisivi di fuffa propagandistica. Arroganti imbonitori disposti a dire tutto e il suo contrario per un pugno di voti. Ed è per questo che i più non votano e non seguono più, perché non credono che votando certi arroganti poltronari cambierà qualcosa. Una crisi di risultati figlia di decenni di promesse a vanvera, scandali perlopiù coperti e legislature sprecate a non combinare nulla se non gli affaracci di categoria e danni. Una crisi di contenuti politici, programmi elettorali diversi a chiacchiere che alla prova dei fatti si riducono tutti alla stessa ordinaria amministrazione mentre la crisi si fa sempre più straordinaria. Con nessuno che affronta i problemi strutturali perché non rendono in campagna elettorale in quanto richiedono sacrifici e non mancette elettorali e perché contrastano coi poteri forti. Una crisi di qualità delle classi dirigenti, un film dell’orrore rispetto al passato. Personaggi sempre più ignoranti ed incapaci ma anche cinici e spregiudicati che una volta sul trono non lo mollano più. I partiti avevano il compito di selezionare le personalità migliori ed oggi invece selezionano il peggio con capibastone che si circondano di parenti, leccapiedi e comprimari che gli garantiscono carriere infinite. Viene premiata la fedeltà, la faziosità, l’ipocrisia, la sfacciataggine che permettono al sistema di sopravvivere ai suoi fallimenti. Egoismo personale che si fa di sistema e meritocrazia al contrario. Gli italiani sono nettamente migliori delle classi dirigenti e per questo si è allargato il fossato alimentando rabbia sociale. Ma ad essere in crisi è anche il modello proposto dal pensiero unico, quello per cui a comandare è il mercato con la politica al suo servizio invece che a quello dei cittadini. Che la crescita economica ricada magicamente a pioggia su tutti si sta rilevando una minchiata epocale. Il mercato si basa sull’ingiustizia sociale e sulla legge del più forte o del più privilegiato. Siamo addirittura arrivati ai trilionari che hanno più soldi di dozzine di paese in cui si muore di fame con migrazioni di massa che alimentano lotte tra poveri. Ridistribuire in maniera intelligente la ricchezza e garantire servizi pubblici e diritti, è un compito che spetta alla politica che deve quindi rafforzare lo stato sociale e non distruggerlo. Ed invece è questo che sta succedendo. È saltato il patto sociale, in passato la classe media aveva un lavoro pagato decentemente, la garanzia di una pensione dignitosa e nella vita con un minimo di sacrifici si poteva permettere addirittura una seconda casa e se avevano bisogno di un dottore si trovava sempre. Oggi i loro figli hanno studiano molto di più ma si ritrovano schiavizzati fin da quando mettono il naso fuori di casa, poveri e senza prospettive, mentre i loro nipoti fanno che scendere per strada a protestare con ancora i pantaloni corti. Anche mettere su famiglia è diventato un lusso mentre tutto attorno cade a pezzi. Colpa di fenomeni storici come la globalizzazione o meglio la deindustrializzazione dell’Occidente a favore di aree in cui il lavoro costa meno ed è sfruttato di più e di una competizione planetaria, un declino a cui però la politica anche di sinistra non ha saputo rispondere se non facendo macelleria sociale per assecondare le esigenze di mercato. Ed ecco i risultati, intere generazioni che sopravvivono precarie e sottopagate, crescita dello zero virgola e servizi pubblici allo sfascio, nessuna rotta alternativa e al collo il macigno del mega debito pubblico che ci rende ricattabile dagli strozzini borsistici. E qui arriva il capolavoro partitocratico. Nel bel mezzo di tale crisi epocale, i politicanti hanno avuto la brillante idea di rimettersi a fare la guerra. E non contro chiunque ma contro due delle fonti energetiche principali del pianeta col risultato di massacrare a colpi di bollette sia famiglie che imprese e adesso dandogli il colpo di grazia con benzina e quindi carovita da incubo. Il tentativo di colpevolizzare a vanvera i più deboli e cioè i migranti e di ridurre tutto ad un problema di ordine pubblico, conferma il livello imbarazzante della politica nostrana. Con anche una devastante crisi demografica, se non ci fosse loro, i nostri giovani sarebbero costretti a raccogliere pomodori e tagliare patate con lauree in scienze politiche e filosofia, mentre masse di esclusi lascerebbero le periferie cittadine per tornare negli entroterra a vivere di una economia di sussistenza mentre molti italiani ricomincerebbero a migrare con la valigia di cartone ma verso la Cina. È così. La violenza è solo un sintomo di una crisi molto più profonda e complessa. Serve una nuova fase politica in cui la vecchia partitocrazia prenda atto del suo fallimento storico e si faccia da parte. Serve una politica espressione dell’oggi e quindi capace di proiettarsi nel futuro unendo invece che dividendo e servendo i cittadini invece di usarli. Una politica seria, umile e concreta che si rimbocca le maniche per uscire da questa grave crisi ma anche per ritrovare nuovi orizzonti.


La voglia di un mostro, purchessia


Il caso di Youssef Siher – “Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona”

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.


Meloni e l’avviso agli alleati. Ipotesi dimissioni a marzo dopo il consiglio Ue a Roma


La prima data utile per il voto sarebbe il 16 maggio. Lo scenario più probabile è election day a giugno con le comunali. La destra accelera sui candidati

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro del Kuwait Sheikh Ahmad al-Abdullah al-Sabah 

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – L’ordine di scuderia è sempre quello: negare, negare, negare. «Si voterà a scadenza naturale». Certamente. In realtà, la macchina della campagna elettorale, a destra, viaggia già a giri talmente alti che Giorgia Meloni, nel corso degli ultimi vertici con gli alleati a Palazzo Chigi, ha tratteggiato anche il momento e l’occasione delle sue dimissioni: l’idea prospettata a Tajani, Salvini e Lupi è di salire al Colle il prossimo marzo, subito dopo il consiglio europeo che quel mese si terrà eccezionalmente a Roma, per celebrare l’anniversario del trattato che ha sancito la nascita della Cee, la vecchia comunità economica europea, architrave dell’Ue. La premier, raccontano fonti di governo, ha discusso di questo summit speciale direttamente con il presidente del consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa. Ricevendo la rassicurazione: il vertice nell’Urbe si farà. Fonti europee, lunedì scorso, hanno raccontato che è stato informato dell’operazione anche il primo ministro belga Bart De Wever, il quale avrebbe acceso il semaforo verde, rinunciando alla sede naturale di Bruxelles per questa particolare occasione. La sfilata di tutti i big del continente, probabilmente sulla scalinata del Campidoglio, dove fu firmato il trattato il 25 marzo del ‘57, sarebbe dunque l’ultimo atto che ha in testa Meloni, prima di chiedere al Quirinale le urne, in anticipo di qualche mese rispetto alla deadline di fine settembre.

La prima data utile per il voto, che trapela difatti sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio, visto che la legge prevede per le elezioni un termine minimo di 45 giorni e un massimo di 70 dallo scioglimento delle Camere ad opera del Quirinale. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, potrebbe slittare ai primi di giugno. Proprio giugno è l’orizzonte tracciato prima dal sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, poi da Francesco Filini, il responsabile del Programma di FdI. Entrambi, ovviamente, con formule dubitative, per non scoprire le carte, mentre il grosso dei leader della coalizione continua a smentire seccamente. In ogni caso, Meloni sembra essersi convinta che l’unico modo per ottenere le urne anticipate sia l’election day. L’accorpamento del voto nazionale con la tornata nelle principali città italiane sarebbe, a sentire fonti parlamentari del centrodestra, lo spiraglio lasciato aperto «dal Colle». La premier, è noto, avrebbe preferito spacchettare, rimandando le amministrative, perché il traino dei grandi centri urbani favorisce solitamente il centrosinistra. Ma ormai la rotta pare tracciata.

Difatti, dopo il congresso straordinario della Lega, che si chiude oggi a Milano, a destra c’è l’intenzione di accelerare sui nomi per le Comunali. Un tetris ancora scombinatissimo, anche se gli incastri da trovare riguardano città come Roma, Napoli, Milano, Torino e Bologna. Per Milano, considerata la più contendibile del quintetto, anche se resta una sfida in salita, Meloni, come raccontato da Repubblica, ha aperto alla candidatura dell’ultra salviniana Silvia Sardone. Ignazio La Russa, che sponsorizzava Maurizio Lupi, non si sarebbe opposto. Resta da convincere FI, che punta sul sottosegretario Matteo Perego, vicino ai Berlusconi e apprezzato anche da Guido Crosetto. Non è l’unico nome, in realtà, che circola dentro FI: c’è chi vede nella casella del candidato sindaco di Milano un’exit strategy dal Parlamento per Licia Ronzulli. Ma l’opzione non ha grandi chance. Per Napoli, FI spinge per un civico: ora in pole c’è il presidente della società italiana di cardiologia, Pasquale Perrone Filardi. Anche se dentro FdI c’è chi vorrebbe giocare la carta Matteo Piantedosi, che rifiutò la Campania. Per Torino, resta sempre in pista il vicegovernatore meloniano Maurizio Marrone. Per Roma, Meloni sembra orientata a scegliere la vicepresidente del Lazio, Roberta Angelilli, ai danni di Fabio Rampelli. I Fratelli romani vorrebbero che la premier desse l’annuncio ad Atreju. Ma il grosso della coalizione, Lega in testa, non vuole perdere tempo. «Se n’è già perso tempo», incalza Salvini. Ecco perché il nodo Comunali dovrebbe comparire nel menù del prossimo vertice dei leader di maggioranza, forse già domani. Insieme a quello, ancora più tribolato, della manovra.


Gli “inascoltati moniti” di Mattarella


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Secondo voi, tra Giorgia Meloni che dice “Chi rompe paga” oppure “Mo’ mando l’esercito” e la sinistra televisiva che predica “un maggiore ascolto alle istanze dei giovani”, chi risulta più efficace, chi suscita più ascolto, ed eventualmente più consenso? Non si tratta di dare ragione a un governo che giunto al settimo od ottavo decreto sicurezza naviga nel torto quasi per definizione. Si cerca di valutare quale sia l’impatto sull’elettorato generato dalla rivolta dei ragazzini dediti al saccheggio griffato. Che, a prima vista, è sembrata una vera pacchia per una destra quanto mai inetta e sgarrupata, dopodiché inebriata dall’orgia legge e ordine. Anche se a risalire nei sondaggi è la premier grazie agli spot muscolari (l’ultimo Swg dava FdI quasi al 30 per cento). Mal supportata dai suoi vice “shining” Salvini e Tajani, che non ne azzeccano una. Anzi, io sono Giorgia è perfino danneggiata dal ministro Nordio che nel sonno della ragione (e del dopo spritz) intende mettere dietro le sbarre un’intera generazione. […] Esiste poi la variabile Quirinale, la cui incidenza elettorale non sapremmo valutare. Infatti, i moniti presidenziali possono essere interpretati dalle forze politiche a seconda delle diverse preferenze. Un “prêt-à-porter” dei richiami solenni disegnato grazie a un uso sapiente di sofisticate figure retoriche. Per esempio la litote, che è l’affermazione di un concetto attraverso la negazione del suo contrario, risulta ben saldata con l’esortazione nella frase di Sergio Mattarella, valorizzata dalla stampa di opposizione: “Non si sottovaluti il malessere dei giovani”. Al che perfino un Donzelli o un Bignami, per citare la destra nella versione basica più convenzionale, potrebbero a buon diritto replicare con un “ma chi li ha sottovalutati” (magari aggiungendo sottovoce “quelle zecche rosse criminali”). Frequente nella messaggistica del Colle anche l’anastrofe (inversione dell’ordine diretto di due parole vicine, spesso con l’aggettivo che precede il sostantivo). Ad esempio: “Non guardare ai giovani con meschina sottovalutazione”, oppure il “non indugiare in pretestuosi conflitti”. Moniti adoperati anche in funzione ornamentale, soprattutto nella polemica da talk per attaccare il governo (menomale che c’è Mattarella). In contrapposizione con la seconda carica dello Stato, quell’Ignazio La Russa, presidente del Senato, con la sue volgarità da Joker di corso Buenos Aires. Comunque, moniti puntualmente inascoltati, quelli del capo dello Stato. O, se si vuole, inascoltati moniti.


La scena madre della democrazia


(di Michele Serra – repubblica.it) – Alla fine, si vota. In Brasile, in Israele, in Serbia, tra non molto negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, in Italia, le elezioni sono in arrivo e non esiste dubbio alcuno sulla loro drammatica eloquenza: sono la scena madre. Diranno chi governa. Influiranno in modo determinante sul futuro di quei Paesi e sui rapporti di quei Paesi con gli altri. Sull’economia. Sulla guerra e sulla pace. Le elezioni decidono, come il risultato di una partita che, al fischio finale dell’arbitro, è quello che conta. La cosa che rimane.

Tutto è cambiato e tutto cambierà, le forme della socialità e della comunicazione, c’è la rete e prima non c’era; le identità di classe e quelle individuali, c’erano i borghesi e la classe operaia e adesso non ci sono più. Ma l’idea che alla fine sia la conta dei voti che, in un modo o nell’altro, decide il risultato, quella non è cambiata e non cambierà fino a quando le democrazie elettorali dovessero collassare, dando inizio a tutt’altra partita.

Sbaglierò, ma il segnale decisivo che la politica può tornare forte, può cambiare le cose, è l’afflusso alle urne. Ovunque. E lo si è visto pochi mesi fa, in Italia, con il referendum, nel quale il dato più importante, e anche il più inatteso, è stato l’alta affluenza. In controtendenza.

Puoi essere un cittadino esemplare o spaccare le vetrine, un fautore dell’ordine tradizionale o il più irrequieto dei movimentisti: ma se non voti non conti, e fai contare di meno quella convenzione sociale, ancora determinante, che chiamiamo democrazia elettiva. La domanda in assoluto più interessante, rispetto ai tumulti giovanili in corso, è dunque, alla fine: quanti di loro andranno a votare?


Il “Fanfara” e il falò delle truffe a 6 zeri per Vip e calciatori


Il Mago. Con un tesoro stimato di 500 milioni, il broker si è messo in tasca mezzo mondo e l’ha spennato. La morte misteriosa con la sua Bmw

Il “Fanfara” e il falò delle truffe a 6 zeri per Vip e calciatori

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Il suo nome era “il Fanfara”, ma lo chiamavan Mago. All’anagrafe risultava Bochicchio Massimo, anni 56, di professione giocoliere di soldi altrui, tanto bello, tanto ricco, tanto furbo, da finire, una domenica d’estate dell’anno 2022, dentro al falò delle sue vanità, a cavallo della moto Bmw lanciata a discreta velocità contro un muro della via Salaria, sotto il cielo azzurro di Roma, il corpo carbonizzato, una sola spalla risparmiata dal fuoco, quella con il tatuaggio di un indiano.

Era un incantatore. Era un brigante. Così pieno di tesori mai trovati in anni di indagini, che ancora saltano fuori come lento rilascio di quel fumo, di quella cenere – quadri e conti esteri per 9 milioni appena sequestrati – a dirne il mistero che in tanti hanno provato a contabilizzare, 500 milioni di euro secondo i magistrati, magari il doppio secondo la ridondanza delle voci e delle inchieste giornalistiche che si sono occupate del suo teatro di imbrogli, di falsi sorrisi, di false promesse, durato più o meno vent’anni, nei quali il Fanfara si è messo in tasca mezzo mondo e l’ha spennato.

Non il mezzo mondo dei poveracci che certe erinni fregavano con le alghe sciogli-pancia. Ma quello dei furbacchioni e della riccanza: calciatori, allenatori, industriali, professionisti. Quelli convinti, incorporando i privilegi del jet-set, di essere in diritto di fare la grana con la grana, di moltiplicare i contanti con il malloppo custodito a Londra o alle Caiman, gli incassi in bianco e quelli in nero. Così tanto storditi dalla voracità con cui erano riusciti a ingozzarsi di denaro da credere ai favolosi interessi che il Mago prometteva, non gli spiccioli del 2%dei comuni mortali, ma il 10, il 15%, chimere sciogli-pancia per ricchi.

Qualche nome è saltato fuori da quegli inganni, due furbissimi allenatori, Marcello Lippi e Antonio Conte, qualche giocatore come Evra o El Shaarawy, l’ambasciatore Raffaele Trombetta, imprenditori del Nord, del Sud, avvocati, faccendieri, pescati e ipnotizzati nei posti migliori per i gonzi e per gli squali, a Milano, a Sabaudia, alle feste negli attici, a bordo campo del Tennis Club dei Parioli, o tra i velluti del circolo Aniene, quello lucidato personalmente dal suo amico Giovanni Malagò, ex Coni, oggi presidente del calcio italiano, tra i pochi a vantarsi di non avere mai dato un soldo di fiducia a Bochicchio, solo cene e abbracci, “era un amico”, riuscendo persino a incassare da lui il giorno in cui gli ha venduto il proprio motoscafo, il Mad Max.

Perché la specialità del Fanfara era di vivere e di mostrarsi dentro lo stesso specchio delle sue vittime. Intanto una moglie bellissima, Arianna Iacomelli, ex miss Roma. Poi un attico da 350 metri con terrazza adeguata, nel centro di Roma. Chalet a Cortina. Vacanze a Capalbio e al Circeo. Auto di lusso. Impeccabili grisaglie da banchiere. Referenze da broker d’alta finanza, con carte intestate vere, verosimili, false. Un incarico operativo alla Hsbc, la seconda banca privata del mondo, nonostante fosse stato radiato dalla Consob nel 1998 per avere falsificato firme dei clienti, e poi misteriosamente riammesso.

Veniva da Capua, figlio di un carabiniere, niente titoli di nobiltà finanziaria, ma con un talento smisurato per l’arte di piacere. Capace di parlare di tennis con i tennisti, di pallone con gli allenatori, di affari con chiunque avesse un conto in banca. Non vendeva soltanto investimenti, vendeva l’illusione di essere ammessi nel club esclusivo dei più furbi.

A Londra aveva costruito la scenografia perfetta. Società dai nomi rispettabili, Tiber Capital e Kidman Management, indirizzi prestigiosi, e soprattutto un algoritmo proprietario, capace di guadagnare anche quando gli altri perdevano.

In realtà il Mago praticava il vecchio sistema Ponzi, portato a perfezione dal celebre truffatore americano Bernie Madoff. Prendeva i soldi dei nuovi clienti per pagare gli interessi ai vecchi, così che i vecchi, felici, gli affidassero altri soldi e convincessero nuovi clienti. Una giostra che gira finché arrivano nuovi passeggeri. E che si ferma quando in troppi chiedono di scendere.

Nel frattempo comprava case, barche, orologi, quadri di Picasso, Balla, Schifano, Warhol. Tosava 20 milioni a Conte, ma anche gli spiccioli del suo dentista, dell’osteopata, dei compagni di beach volley, del cognato. Nessuno era troppo grande o troppo piccolo per sfuggire al suo appetito.

La giostra si ferma con il Covid. Tutti chiedono indietro gli interessi. Gli amici diventano nemici.

Partono le denunce, le cause a Londra, le inchieste a Milano e Roma. La Guardia di finanza insegue bonifici e società offshore. Scopre che almeno 300 milioni sono transitati da Tiber, altri 200 da Kidman. Spesso da conti anonimi. “Hanno il tallone d’Achille”, diceva nelle intercettazioni il Mago, parlando dei clienti che non potevano denunciarlo.

Ma bastano quelli in chiaro per farlo scappare a Dubai, Singapore, fino a Giacarta, dove nel luglio 2021 finisce in manette. Rientra ai domiciliari. Vive con il braccialetto elettronico, ma non si arrende alle macerie del suo castello di carte. Chiede tempo ai magistrati, promette di restituire 150 milioni, dice: “Non ho altro obiettivo nella vita”.

Gli ex amici si organizzano in gruppi WhatsApp, si scambiano notizie, strategie, minacce.

Qualcuno lo vuole morto. Altri sospettano sia protetto da personaggi ancora più potenti. La moglie parla di “gente brutta brutta”.

Poi arriva l’ultima scena del suo film. Lui che viaggia a 80 all’ora sul rettilineo della Salaria, senza motivo piega leggermente a destra, dirà un testimone, va dritto contro il muro. Nessuna frenata, l’urto, le fiamme. Il dna e il tatuaggio confermano la sua identità ma non risolvono il dubbio se sia stato un malore, un omicidio mascherato o un suicidio. La mattina dopo avrebbe avuto il primo appuntamento al processo.

Sui titoli di coda compaiono due polizze vita da 2,4 milioni di euro, beneficiari la moglie e i due figli. Sono bloccate insieme con i conti correnti e le briciole del tesoro che verranno contabilizzate all’udienza del prossimo 14 dicembre. Nel frattempo Arianna, la principessa del Mago, è diventata cameriera in un bar davanti al Colosseo. Dice di essere senza soldi, perseguitata, e di resistere “per i figli” alla vita finita in fumo. Pulisce i tavoli e forse anche i ricordi.


Il futuro di Trump al bivio del 4 novembre


Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Martedì 4 novembre si celebra in America il rito delle elezioni parlamentari di mezzo mandato. Di norma, un tagliando per il presidente in carica, che si risolve spesso in una sconfitta più o meno marcata. Le cui dimensioni determinano il suo biennio successivo: leader in controllo del Congresso con cui contrattare la sua agenda o “anatra zoppa” in balìa degli eventi? Stavolta la posta in gioco va molto oltre lo standard. E anche oltre il futuro di Trump, capace, dopo due elezioni vittoriose inframezzate da un abortito quanto inaudito abbozzo di colpo di Stato, di coltivare l’ipotesi del terzo mandato. In barba alla corrente interpretazione della Costituzione, da lui subordinata alla propria “moralità”.

Per gli elettori statunitensi il 4 novembre è scandito in singolare assonanza con la Canción del Poder Popular intonata nei primi anni Settanta dal gruppo cileno degli Inti Illimani, cantori di Allende: “Perché stavolta non si tratta di cambiar presidente, sarà il popolo a costruire un Cile ben differente”. Sostituiamo “cambiar” con “azzoppar”, Cile con Stati Uniti, Allende con Trump e abbiamo una colonna musicale che colora il senso del prossimo voto. Se come i sondaggi lasciano pensare The Donald perdesse la maggioranza sia alla Camera che al Senato, non solo il miraggio del terzo mandato sarebbe scongiurato, ma sarebbe avviata – anche se difficilmente conclusa – la procedura di impeachment. Il presidente si troverebbe a un bivio. Lottare due anni per sopravvivere – anche fisicamente, vista la frequenza con cui si è cercato di farlo fuori (per informazioni rivolgersi allo Stato profondo) – contro venti e maree, oppure rovesciare il tavolo. Accusare gli oppositori di brogli, fino a dipingere i democratici da insorti. Per rimetterli in riga con le armi dello Stato, almeno di quello che gli restasse fedele. Tradotto: guerra civile. Di imprevedibile intensità. Ma certamente sanguinosa, stante la vocazione violenta di buona parte del pubblico americano e delle collaudate milizie di determinato colore. Oltre alla mano pesante che gli apparati trumpiani – in collisione con quelli anti-trumpiani, alquanto avvelenati – vorranno adottare su mandato del capo.

Noi italiani, in assonanza con il grosso delle opinioni pubbliche in Europa e nel mondo, tendiamo a leggere la politica americana attraverso gli alti e bassi del presidente. Ci sfugge così la complessità del sistema, la varietà dei poteri in competizione – formali e informali, democratici, tecnocratici e plutocratici – irriducibili alla figura del presidente e della sua amministrazione. Ci concentriamo sul dito e perdiamo di vista la Luna. In questo caso dito e Luna tendono a coincidere. Perché negli Stati Uniti è in corso un drastico cambio di regime. Ironia della storia: l’impero che voleva cambiare i regimi altrui, fossero rossi, neri, bruni o semplicemente avversi, ripiegando stanco e depresso su sé stesso finisce per trasformare il proprio.

Il regime change a stelle e strisce presenta tratti irreversibili, altri emendabili. Ma l’invasione dei superpoteri economici, finanziari e tecnologici – o la somma dei tre – che sta sradicando lo Stato visibile per insediarvisi, ha assunto forme e profondità senza precedenti. Più che una repubblica parlamentar-presidenziale, con al centro il Congresso, la Casa Bianca, di fianco la Corte Suprema, più alcuni Stati federati in vena di autonomia se non indipendenza, Trump ha rumorosamente accentrato su di sé una quota di potere personale e familiare – i suoi cari sono un trust, certo non una comunità di affetti – tale da consentirci di descrivere il regime “in costruzione” (per stare agli Inti Illimani) quale monarchia anarchica. Un capo e il suo caos. Se proprio dovessimo evocare una lontana assonanza, che concediamo impropria ma suggestiva, qualcosa in stile Terzo Reich. Con gli executive orders in vece del Führerprinzip. Al posto dei vari Göring e Goebbels, la cricca di tecnovassalli, mogul dell’intelligenza artificiale, capi dei fondi e sovrani dello Spazio incarnati dai Fink, Altman, Thiel e Musk (gli ultimi due non alieni a tese derapate filonazi). Con la differenza, sostanziale, per cui in ciò che residua della liberaldemocrazia americana resta l’opzione del voto. Vedremo quanto credibile e potente.


I ragazzi deludono chi sognava la guerra


Nelle piazze tanti giovani e pochi incidenti. Deluso chi sperava nella guerra. Dentro al colosseo. A Roma i manifestanti entrano nel monumento. Scontri a Bologna, un ferito grave dopo il contatto con i poliziotti

Nelle piazze tanti giovani e pochi incidenti. Deluso chi sperava nella guerra

(di Vincenzo Bisbiglia, Sarah Buono, Stefano Caselli e Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – Il “modello francese” ieri nelle nostre piazze non si è visto. Per il momento, nel bene e nel male, l’Italia è un’altra cosa. Ci sono stati gli scontri, è vero, in diverse città (i più duri a Bologna, dove in serata un ragazzo è rimasto gravemente ferito). Ma è stata la “solita” conflittualità da corteo: tentativi di sfondamento, trattative muso a muso con la Digos, cariche, lancio di oggetti. Le vetrine sfondate, i vandalismi o le devastazioni fini a sé stesse sono state residuali, quando non del tutto assenti. Insomma, niente di minimamente simile a ciò che si è visto lo scorso weekend a Milano.

Il dato politico vero è un altro. C’è un’Italia che protesta, da nord a sud, contro il caro vita e contro il riarmo che toglie risorse preziose al welfare. In una parola, contro le politiche del governo Meloni. E lo fa portando migliaia di persone in piazza. Giovani, determinati, a volte radicalizzati, certo. Ma comunque coscienti dei motivi per cui sono scesi in strada. Mentre per giorni la premier e i suoi ministri si dimenavano evocando guerre ibride e invocando militarizzazioni, fermi preventivi e carceri minorili.

La dimostrazione plastica di questo fenomeno è stata, su tutte, la piazza di Roma. Quella dove nelle chat Telegram dei rivoltosi si inneggiava all’occupazione del Parlamento. Partito alle 14.30 con appena un centinaio di persone in piazza della Repubblica, il corteo ha guadagnato, col passare delle ore (e dei chilometri) numeri alti. Arrivando, verso le ore 20, a sfiorare le 10 mila persone. Una marea di giovani senza sigle o bandiere sindacali e politiche. La grande occasione “persa” alle 17.30 quando i ragazzi sorprendono la polizia e fanno irruzione all’interno del Colosseo, fra i turisti sorpresi e divertiti. Un’invasione pacifica che sarebbe potuta finire sulle prime pagine di tutto il mondo. Alla fine evitata perché, dicevano i manifestanti, “questi ce fanno un culo così”. Tutto mentre continuavano ad arrivare persone. A sole già calato, non si vedeva più la fine del corteo. Ha funzionato il tam tam nelle chat, le immagini trasmesse sui social. Ma tornati in piazza della Repubblica, sono iniziate le tensioni con la polizia. Idranti e cariche di alleggerimento, per una gestione difficile – ma comunque impeccabile – da parte della Digos, che poteva contare su unità ridotte, solo 1.500 contro i 5 mila di Milano.

E proprio la piazza meneghina era l’osservata speciale della giornata. Anche qui, bisogna dimenticare lo scorso weekend e il modello francese. Circa 10 mila persone, studenti e giovanissimi, sono partiti da piazza Castello arrivando al Politecnico. E anche qui nessuna sigla, ma cori antifascisti, per la Palestina e contro il governo Meloni. Non c’è stato spazio nemmeno per le tensioni finali, salvo alcuni manifesti di Salvini strappati e tentativi di bruciarli. In chiusura il coro: “Anche domani”. Chissà.

Scontri molto duri, come si diceva, a Bologna. Come avviene ormai da qualche tempo. E un momento di grande apprensione, quando intorno alle 21 un giovane manifestante è rimasto a terra dopo, pare, uno scontro con alcuni agenti. “Non respira, non respira, chiamate un’ambulanza”. Almeno mezz’ora di fiato sospeso, con il giovane steso a terra tremante. Mentre alcune grida ricordavano Genova 2001: “Lo avete ucciso, lo avete ucciso voi”. In realtà, le ultime notizie prima di andare in stampa erano rassicuranti: il giovane è stato trasportato cosciente in ospedale.

Infine Torino, dove a guidare il corteo c’era Askatasuna. Almeno 6-7 mila persone in piazza tra cui il 62enne Giorgio Rossetto, storico leader di “Aska”. Con Piazza Castello blindata, dopo due ore, i manifestanti hanno tentato più volte di forzare i blocchi. Gli scontri sono arrivati al calar della sera nei pressi della Dora, con lanci di pietre, bottiglie e lacrimogeni, intensificatisi nel tentativo di tornare in centro.

In totale il bilancio del Viminale è di 9 arrestati, 87 denunciati, 371 fermati e accompagnati in questura (di cui 110 minorenni e 69 stranieri). Identificati in 4.292.


I mandanti occulti


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] I ragazzi che protestano vivono in tuguri di periferia, perché nelle grandi città del lusso, dei b&b, dei palazzoni sfitti, dei grattacieli vuoti, dei boschi verticali e delle mazzette orizzontali non c’è posto per il ceto medio, figurarsi per loro. I genitori, se hanno culo, cioè un lavoretto precario, guadagnano una miseria e non arrivano a metà mese. E ora ricevono bollette del gas e della luce da paura, per non parlare di quando tentano di fare benzina. Se sono autotrasportatori sono rovinati, se sono pescatori o agricoltori pure. Prima integravano col reddito di cittadinanza (550 euro al mese di media per arrivare a 750 col resto, roba da nababbi), ma ora gli han tolto pure quello, divanisti e fancazzisti che non sono altro. Un tempo la nonna dava una mano alla famiglia a sbarcare il lunario, ma ora s’è arresa: la sanità pubblica costa quasi quanto la privata. Passeggiano in centro e le vetrine gli sbattono in faccia un lusso sfrenato, che per loro è fantasy: non potranno mai neppure sfiorarlo. Ma c’è gente che entra, compra, striscia la carta ed esce con le borse griffate zeppe. Sono i miliardari stranieri, che la città “attrattiva” richiama più di Dubai, grazie alla tassuccia piatta del noto progressista Renzi; e quelli italiani, tutti ceo, founder, creator, merchandiser, stylist e influencer che parlano solo di figa, “ape” e soldi, anzi business, call, brainstorming, brand, warming, location, Rolex, Porsche, Maserati, chef stellati, fiumi di coca e mignotte à go go, pardon escort, e si arrapano per City Life, Expo, Fashion Week e tutte le altre Week.

[…]

I ragazzi li guardano e imparano dai social che i modelli di vita sono quelli, non loro sfigati senza speranza, neppure quella di avere la stessa vita sfigata dei genitori. A scuola vedono solo brutture e nulla che funzioni, a parte i crolli e i topi. Poi scoprono sul web che il governo non ha soldi per nulla che li riguardi, ma per il riarmo e Kiev i miliardi li trova sempre, a costo di indebitarsi (cioè di indebitarli). Sentono dire che Eni, Leonardo e le banche, grazie ai rincari dell’energia, cioè alle guerre, raddoppiano e triplicano gli utili, ma tosarli per i bisogni della gente è una bestemmia. Tutto intorno a loro non si parla che di guerre, armi, bunker, arruolamenti, esercitazioni, nemici da sconfiggere o da inventare. E tra i nemici ci sono pure loro. Li chiamano pure “maranza”, un po’ marocchino e un po’ melanzana, per farli sentire un po’ più diversi, sbagliati, estranei: “In galera!”. In tv Fazio e Serra, Scurati e Zoro parlano di loro con l’aria dei colonnelli in pensione e delle sciure all’ora del tè: il pane non gli manca, ma sono viziati, vogliono pure le sneakers e i libri mica li rubano, eh no, perché sono pure ciucci, signora mia. Quindi non si capisce proprio cosa abbiano da protestare. Ci dev’essere per forza qualcuno dietro.


Travaglio : “Governo Meloni tutto chiacchiere e distintivo, imbecille e propagandista”


Il direttore del Fatto: “Fanno le gride manzoniane per dire che hanno fatto qualcosa”

(ilfattoquotidiano.it) – “Bisogna smetterla di dire che questa è la destra ‘legge e ordine’, perché questa è una destra ‘illegalità e disordine’. Non sanno cosa sia la sicurezza, perché per far sentire la gente sicura non bisogna inventare nuovi reati per punire cose che sono già punite o dai Dieci Comandamenti o dal Codice Rocco, quindi dalla notte dei tempi. Bisogna assicurarsi che le pene previste dai reati che ci sono già vengano poi eseguite”. È l’affondo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che a Otto e mezzo (La7) smonta punto per punto le politiche sulla sicurezza del governo Meloni, mentre cresce la preoccupazione per possibili nuovi scontri nelle città italiane in occasione delle manifestazioni previste per oggi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza che dispone l’invio nel capoluogo lombardo di 500 militari aggiuntivi, fino al 31 dicembre 2026, nell’ambito dell‘operazione Strade Sicure. Si tratta di paracadutisti della Brigata Folgore, provenienti principalmente dal 186° Reggimento di Siena, impiegati nella vigilanza dei luoghi sensibili e nei pattugliamenti, anche dinamici, al fianco di polizia e carabinieri. Un dispiegamento che, secondo Travaglio, racconta soprattutto l’incapacità dell’esecutivo di affrontare le cause dell’insicurezza, sostituendo all’efficacia delle norme l’esibizione della forza.

Il direttore del Fatto osserva che “tutti si riempiono la bocca della famosa certezza della pena, ma pochi possono permettersi di dare poi l’attuazione, perché poi, se la pena è certa, è certa per tutti, anche per i colletti bianchi”. E puntualizza: “I magistrati applicano le leggi che fanno i politici e che hanno trasformato il codice penale e il codice di procedura penale in un colabrodo pieno di scappatoie, di sconti e di saldi di fine stagione che fanno sì che la legge da lontano fa paura e da vicino fa ridere, l’effetto spaventapasseri”. Un meccanismo che finisce per alimentare anche la sfiducia dei cittadini nella giustizia: “La gente quando vede che vengono arrestati e poi dopo un po’ sono fuori o non capisce oppure pensa che sia il magistrato che è buonista, in realtà sono le norme che sono fatte apposta per rendere la pena una barzelletta”.

Circa la decisione di rafforzare la presenza militare nelle strade di Milano, Travaglio sottolinea: “Mandano i soldati in piazza, offendendo tra l’altro polizia, carabinieri e forze dell’ordine che hanno quello di compito, mentre i soldati non si capisce bene cosa vadano a fare, soprattutto dopo che Mattarella ha svuotato i poteri di arresto della polizia giudiziaria che inizialmente questi scriteriati volevano dare ai militari”. Travaglio ribadisce che la moltiplicazione dei presidi non risolve il problema di una legislazione che giudica inefficace: “Il governo Meloni fa le gride manzoniane per dire ‘ho fatto qualcosa‘”. E cita un esempio concreto, quello delle disposizioni penali già esistenti per punire le violenze durante le manifestazioni: “L’articolo 419 del codice penale, che esiste dalla notte dei tempi, afferma: ‘Chiunque fuori dai casi preveduti commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata con le aggravanti che arrivano a venti anni se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico’”.

Travaglio contrappone questa disciplina alla nuova fattispecie di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, contestando la scelta di introdurre ulteriori reati anziché rendere effettive le sanzioni già previste dall’ordinamento: “Sentite adesso che reato ‘nuovo’ si sono inventati questi: partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Che è la stessa cosa che abbiamo appena detto, solo che è punita fino a cinque anni. Il nuovo reato ha un massimo di pena di cinque anni, quello che già c’è fino a vent’anni, quindi conviene quello nuovo perché sono degli imbecilli oltre a essere dei propagandisti”. E chiosa: “A cosa serve questa roba qua? A niente. Zero. Se fai otto decreti sicurezza e la gente non si accorge per niente di cosa è cambiato, tant’è che vede che devi mandare i soldati in piazza, si sente più sicura o meno sicura? Si sente meno sicura ovviamente”.


Il coprivuoto


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Il coprifuoco nasce come un gesto di prudenza domestica. Nelle città medievali, fatte di legno e di paglia, la campana della sera ordinava di coprire il fuoco: si ammucchiava la cenere sulle braci e ci si metteva sopra un coperchio di metallo, perché una scintilla lasciata sola in una notte di vento poteva bruciare un quartiere. La tradizione lo attribuisce a Guglielmo il Conquistatore, che nel 1068 l’avrebbe imposto agli inglesi appena sconfitti, con il vantaggio di impedire ai vinti di riunirsi al buio. Qualcuno lo anticipa ad Alfredo il Grande, i francesi lo fanno risalire al Duecento. Quando salì al trono il figlio di Guglielmo, Enrico, la legge fu abolita e restò la campana, che a Winchester suona ancora ogni sera.
Il fuoco da cui proteggersi cambiò, col tempo. Nell’Italia del 1943, caduto il fascismo, si stabilirono per ragioni di ordine pubblico le ore dalle nove di sera alle cinque del mattino come momento in cui non si poteva uscire da casa. In Algeria la Francia lo applicò dall’aprile 1955 contro gli attentati del Fronte di liberazione. Il 5 ottobre 1961 il prefetto di Parigi, Maurice Papon, lo estese alla capitale ma solo ai «francesi musulmani d’Algeria». Quando decine di migliaia di loro scesero in piazza, il 17 ottobre, senza armi, la risposta fu tale che alcune ricostruzioni contano più di cento morti, e dei corpi si ritrovarono nella Senna. Tornò nel 2005, per le banlieue in fiamme dopo la morte di Zyed e Bouna, diciassette e quindici anni, in fuga da un controllo di polizia. Tornò nel 2015 per il terrorismo e nel 2020 per il virus, quando per la prima volta toccò tutti, e in Italia lo si portò fino alle undici di sera come una concessione.

A Parigi e a Lione, in questi giorni, serve a coprire altro. Dalle undici di sera alle sei del mattino è vietato stare in strada, minorenni compresi, intorno a place de la République e alle Halles. Contro le vetrine rotte e i falò va benissimo. Rispetto a ciò che i ragazzi chiedevano di giorno non dice niente, perché un divieto notturno non è un’aula in più né un supplente in cattedra. Lo si adotta per una ragione molto semplice: è l’unico provvedimento che un governo può prendere senza avere nulla da offrire. Il nome giusto sarebbe coprivuoto.

Basta mettere in fila le cifre francesi. I liceali chiedevano insegnanti, edifici decenti, classi meno affollate, e il loro sindacato ha messo sul tavolo dieci misure per dieci miliardi. Il governo ha risposto con tremila supplenti, tre giorni di lezioni sospese perché ogni scuola discutesse di «democrazia interna», una consultazione online e un piano promesso per fine ottobre. Mercoledì i sindacati sono usciti da Matignon dicendo che nessuna misura era stata annunciata. Intanto, a metà mese, i fermati erano già oltre seimilaottocento, per l’86 per cento minorenni. Il governo e Macron parlano di estrema sinistra che vuole abbattere la Quinta Repubblica, mentre la procuratrice di Parigi faceva sapere che tra i fermati nessuno aveva rivendicato un movente politico. Il presidente, dal canto suo, girava il Golfo a trattare il prezzo del gasolio.

L’Italia ha recitato lo stesso copione in due atti. Gli autotrasportatori hanno bloccato le strade del Sud, gli scaffali dei supermercati si sono svuotati e Salvini ha annunciato un miliardo per la categoria. Fatti i conti, i soldi nuovi sono 160 milioni: il resto era già stanziato, i rimborsi si aspettavano da sette mesi e il credito d’imposta arriverà nel 2027. Una mancetta con l’annuncio di un miliardo, mentre nelle stesse ore il ministro Urso faceva identificare i camionisti e il ministro Nordio parlava di probabili infiltrazioni criminali. Agli studenti è andata peggio. Valditara ha rivendicato gli investimenti sugli edifici e ha chiamato «maranza» la stragrande maggioranza di chi ha devastato Milano. Il governo ha varato il decreto: un reato nuovo di partecipazione violenta ai cortei, fino a cinque anni, minorenni imputabili dai quattordici anni, genitori chiamati a pagare, cinquecento militari a Milano fino al 31 dicembre. Il tetto agli alunni stranieri, uno dei bersagli dei cortei, resta in piedi. La differenza tra i due casi si dice in una riga: chi scioperando ferma le merci riceve qualcosa, chi ferma soltanto sé stesso riceve un decreto sicurezza.

A Tirana Rama ha parlato di mano straniera, di Russia e di Iran, senza portare prove (anche il ministro della difesa italiano ha adombrato infiltrazioni). Il premier albanese ha promesso 2.500 euro agli agenti impiegati nelle piazze e studia di abbassare l’età della responsabilità penale. Sul costo dell’università si è detto pronto a discutere, ed è tutto.

Altrove le piazze sono rimaste in ordine, e lì il governo non ha né represso né risposto. Ad Atene diecimila persone hanno sfilato in pace fino al Parlamento, e Mitsotakis ricorda ai manifestanti gli aiuti per l’energia. A Madrid il Parlamento ha bocciato i decreti sulla casa del governo e Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. A Lisbona hanno piantato le tende. Dove la piazza non rompe niente non succede niente. Dove rompe arriva la questura, ma in nessun caso arriva una risposta concreta.

Qui nasce un sospetto, che, per carità, resta un sospetto. Le vetrine rotte ci sono, i poliziotti feriti anche, più di settecento in Francia e centonovantuno in Albania, e nessuno può far finta di niente. Ma il decreto, il coprifuoco, il bonus agli agenti fanno un altro lavoro, oltre a quello dichiarato. Finché si parla di ordine pubblico non si parla di quanti insegnanti mancano, di dove si trovano i soldi, di che cosa si può davvero concedere a ciascuna categoria. Un governo che reprime non ammette niente. Un governo che tace davanti a una richiesta precisa lascia vedere che la risposta non ce l’ha. Per chi governa il rischio è questo: che i cittadini si accorgano che dall’altra parte del tavolo c’è una sedia vuota.

A mezzanotte, in place de la République, non c’è nessuno. È il ritratto più fedele che i governi contestati in giro per l’Europa potessero fare di sé.


La protesta degli autotrasportatori ti sta mostrando il Sud Italia della crisi che il governo del Nord non conosce


La protesta degli autotrasportatori ti sta mostrando il Sud Italia della crisi che il governo del Nord non conosce

(Ciro Pellegrino – fanpage.it) – Lo sai come si dice, no? «Il sazio non crede al digiuno». Il governo di destra, padre dell’autonomia differenziata che diviso l’Italia te la sta mostrando chiara chiara qual è la priorità: il problema sono le vetrine di Milano, l’ottavo decreto sicurezza in cinque anni con l’ennesima tirata anticostituzionale corretta dal Quirinale (se non ci fosse Mattarella…), i «maranza» (li chiamano così, come in un rap di Fedez, solo per non passare per xenofobi).

Ispirandomi al bellissimo «monologo di Giorgio», in “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo, ti dico che da qualche giorno mi sento come come un esemplare della specie più povera del mondo: il meridionale che solidarizza con chi trasporta i prodotti della terra e ci consente ogni giorno di mettere il piatto a tavola.

Non sono fesso e so che non lo sei nemmeno tu: l’Italia del Sud è il paese dei padroncini, la rete dei trasporti della grande distribuzione è spesso fonte di sfruttamento dei lavoratori. Ma nessuno mi convincerà che un camionista fa la vita da nababbo e non ha niente di cui lamentarsi.

Nessuno mi convincerà che un autotrasportatore non vorrebbe stare a casa sotto ad una coperta e davanti alla tv invece di stare mmiez ‘a via, su un’autostrada, dalle 4 di mattina. E non certo per uno stipendio da direttore generale.

Questa protesta degli autotrasportatori al Sud Italia nasce perché il caro gasolio sta erodendo il margine di guadagno degli autotrasportatori. È una cosa più grande di me e di te e pure dell’Italia. Riguarda i meglio amici di Meloni e Salvini: Trump e Putin. Il blocco sta facendo uscire pazze le forze politiche. Il centrodestra non può attaccarli fino in fondo perché questa gente è il loro elettorato di base al Sud Italia. Il centrosinistra li sostiene, ma non fino in fondo.

Hai notato quanto tempo c’è voluto per far entrare questa vicenda nell’agenda della politica nazionale e quanto poco tempo c’è voluto invece per le vetrine spaccate di Milano? Hai visto mezzo ministro a Napoli, a Reggio Calabria, Palermo, Bari? Qui è solo un problema di quattro zappaterra e dei loro camionisti, a Milano è a rischio la civiltà.

È stato necessario bloccare l’intero comparto del trasporto merci per far alzare il culo a qualcuno a Roma farlo recare in ufficio a fare i conti per vedere se resta qualche soldino non per il riarmo. Tutto sommato la Regione Campania, con tutte le sue miserie, è riuscita a trovare in poche ore 13 milioni di euro per supportare i costi del gasolio agricolo destinato ai coltivatori diretti.

Oggi ho sentito l’ennesima panzana di un ministro del governo Meloni, che poi è sempre lo stesso, Nello Musumeci, oggi in gita qui. Musumeci è quello che se la prese coi napoletani dopo i terremoti ai Campi Flegrei, deve avere avuto qualche problema coi napoletani da giovane. Ha detto: «Non siamo a Bolzano. È normale che la criminalità va dove c’è denaro o dove si pensa possa arrivare e soprattutto c’è chi vuole fomentare». Ma vi rendete conto di quanto faccia schifo questa frase in bocca ad un ministro siciliano?

«Il sazio non crede al digiuno». E poi c’è pure il sazio che irride chi è a pancia vuota e dice: «Beato te, io ho mangiato così tanto che schiatto». Meno soldi agli ospedali del Sud, meno soldi ai trasporti del Sud, poi però in estate tutti a Napoli e come è bella Napoli e che bel cambiamento ha fatto Napoli, andiamo tutti al murale di Maradona e poi a mangiare una pizza gourmet a quaranta euro. È stato necessario bloccare mezza Italia per far succedere qualcosa, l’indifferenza di governo verso questa parte dell’Italia ha raggiunto vette che non credevo possibili nemmeno quando Umberto Bossi in canottiera gridava ai «terùn».

Avrei voluto parlarti dell’inaugurazione della libreria Mondadori nella metropolitana di Scampia. Una cosa bellissima, una avventura di quel  visionario di Rosario Esposito La Rossa, un presidio di cultura in un luogo ancora complicato (l’altroieri, a due passi da lì, un omicidio di camorra).  Avrei voluto parlarti dell’apertura di stagione del teatro Mercadante di Napoli, Renato Carpentieri, 83 anni, monumentale, un leone, in scena con testi di Beckett e Pinter. Ne parleremo.

Oggi la priorità è far vedere com’è difficile imporre un argomento all’agenda del governo, se quell’argomento arriva da una precisa parte del Paese.


Tutte le bufale diffuse dai media sulla mobilitazione dei ragazzi in Italia


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Pericolosi sondaggi per decidere quali negozi devastare, manuali per la guerriglia, regie estere, con ogni probabilità russe. Sono solo alcune delle bufale diffuse da gran parte della stampa mainstream sul Movimento 17/10, la piattaforma della Gen Z italiana nata all’indomani delle proteste dello scorso fine settimana, che qualcuno preferisce ricondurre a gruppi di non meglio definiti “maranza”. «Quale negozio vorresti saccheggiare?: nelle chat dei ragazzi il sondaggio choc», titola l’Avvenire. «In chat la guida per i cortei: “Gridare slogan e sfondare”», fa eco RaiNews. «Le piazze in rivolta e l’impronta della guerra ibrida», scrive La Stampa, alludendo a una potenziale interferenza di Putin, sulla scia delle dichiarazioni rilasciate dallo stesso ministro della Difesa, Crosetto. La mobilitazione prevista per oggi sembra riunire stampa dominante e rappresentanti della politica sotto la stessa ala, alimentando mistificazioni e lampanti fake news. Nonostante i tentativi di delegittimazione, il Movimento 17 Ottobre continua a invocare la protesta e ha annunciato una mobilitazione lampo, con modalità inedite e senza fornire dettagli pubblici.

Tenere traccia delle bufale circolate negli ultimi giorni sul Movimento 17/10 è difficile. La pagina è nata su Instagram il giorno dopo i disordini che hanno investito Milano domenica scorsa, lanciando una mobilitazione permanente in diverse città italiane. «I violenti siete voi che ci avete negato il futuro. Ora quel futuro ce lo prendiamo», si legge nella prima pubblicazione del gruppo. Il movimento promette di organizzare manifestazioni ogni sabato nelle principali città italiane, tra Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari e Genova, lasciando spazio anche a iniziative dal basso. Il movimento si struttura in maniera orizzontale, come chiarito nel primo comunicato ufficiale del gruppo, in cui si legge senza mezzi termini: «Non ci rappresenta nessuno, ci rappresentiamo da soli». E ancora: «Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare».

Nel giro di pochi minuti, una volta lanciate la piattaforma Instagram e la sua gemella su Telegram, sono arrivati i primi allarmismi: le agenzie di stampa hanno parlato di un manuale «anarchico» e di una «guida per i cortei: “Gridare slogan e sfondare”». A Tagadà, su La7, il documento viene descritto come «una cassetta per gli attrezzi per i manifestanti», con toni di stupore e preoccupazione. La Repubblica, invece, lo definisce «un vecchio manuale anarchico». La verità è che si tratta di una guida pubblicata circa due anni fa sulla piattaforma Substack, nel progetto Robinbook, noto da tempo negli ambienti attivisti. Il documento che i media descrivono con inquietudine è una normale fanzine digitale che fornisce indicazioni generali a chi non ha mai partecipato a una protesta. Tra queste, per esempio, l’avvertenza di non raccogliere un lacrimogeno da terra, perché incandescente. Documenti di questo genere circolano da oltre settant’anni, prima in forma cartacea e poi anche digitale, elemento che rende difficile immaginare che fossero ignoti alle maggiori agenzie di stampa e piattaforme mediatiche del Paese.

Dopo l’allarme sul presunto manuale per la rivolta, è arrivato quello sulle azioni. La piattaforma Telegram, a cui partecipano oltre 4.000 utenti, è attraversata da messaggi in cui i membri si scambiano opinioni e discutono possibili modalità di azione. Nessuna di queste proposte, tuttavia, è condivisa dalla totalità dei partecipanti, né tantomeno dagli amministratori del gruppo, che, al contrario, invitano a limitare questo genere di conversazioni. Ciò non è bastato a fugare i dubbi della maggior parte dei media, che hanno invece denunciato l’organizzazione di presunte azioni criminali. «In una conversazione compare un sondaggio sui posti da devastare: Sephora, Unieuro, Foot Locker, Rolex, Armani e Snipes», scrive La Repubblica. «Nelle conversazioni è stato lanciato un sondaggio per scegliere i negozi da prendere d’assalto», Il Giornale. Queste e diverse altre testate hanno condiviso schermate di un presunto sondaggio pubblicato sulla piattaforma, nel quale gli organizzatori avrebbero chiesto agli utenti quali negozi saccheggiare. Eppure, stando a quanto verificato da L’Indipendente, sondaggi del genere non sono mai comparsi nel gruppo. La testata monitora la chat fin dal giorno della sua fondazione e, oltre a non aver riscontrato iniziative di questo tipo, ha notato che alcuni partecipanti si sono interrogati sull’origine delle stesse schermate circolate sul web e rilanciate dalle principali testate giornalistiche. A destare sospetti, del resto, sarebbe bastato un particolare: il sondaggio attribuito al Movimento 17/10, attivo su Telegram, risulta realizzato su WhatsApp.

Tra le varie fake news diffuse dai media vi è, infine, quella che riconduce il Movimento 17/10 e i disordini di domenica a presunte regie estere. A evocare questa possibilità è stato lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, in un post sulla piattaforma X in cui ha parlato apertamente di «guerra ibrida». A fare eco al ministro è stato il direttore editoriale de La Stampa, Maurizio Molinari, intervenuto inizialmente a Tagadà: «A pensar male, come diceva Andreotti… noi non possiamo escludere che la guerra ibrida faccia capolino» alla Russia, allude Molinari, richiamando le dichiarazioni del premier britannico Burnham, secondo cui Mosca sarebbe stata «dietro l’esito della Brexit», senza tuttavia fornire prove o dettagli a sostegno di questa affermazione. Molinari prosegue: «Non possiamo escludere che anche in questo caso…». «I disordini facciano gioco a qualcuno», conclude la conduttrice. «Esatto», replica Molinari. All’intervento televisivo è seguito un editoriale su La Stampa, mentre il Giornale ha preferito parlare direttamente di «islamisti e criminali collegati con l’estero», oltre che di giovani «farabutti». Il risultato è una narrazione che evoca possibili ingerenze straniere senza che, nei passaggi citati, vengano presentate prove concrete di un collegamento tra Mosca e il Movimento 17/10, composto da giovani che dichiarano apertamente di voler protestare contro i disagi del Paese.

Nonostante quelli che appaiono come tentativi di delegittimazione, il gruppo ha rilanciato la protesta. La piattaforma ha abbandonato il programma iniziale delle manifestazioni e ha annunciato una mobilitazione articolata in più fasi, con l’obiettivo dichiarato di evitare di essere intercettata dalle forze dell’ordine. «Alle 14.30 in punto, in ogni città comunicheremo tre concentramenti», dichiarano gli organizzatori, precisando che si tratterà di «tre punti distinti per città, resi noti solo mezz’ora prima». Successivamente, alle 15.30, «comunicheremo la piazza finale»: «I tre concentramenti si muoveranno in corteo verso il punto indicato, per ritrovarsi insieme in un’unica grande piazza. Tre fiumi che confluiscono in uno». La mobilitazione appare più tesa che mai, soprattutto a Milano, dove sono stati schierati 500 parà della Folgore, con disposizioni per operare in funzioni di ordine pubblico. La mobilitazione generale è prevista per oggi e interesserà, oltre al capoluogo lombardo, almeno le altre città già menzionate.