Il leader del M5S: “Ottenni un sistema di solidarietà, oggi svanito. E il nuovo Patto inguaia l’Italia”

(estr. di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Presidente Conte, l’Ue si sfalda sui migranti. Fa bene l’Italia a fare da sé, dopo Ceuta?
Meloni ha agito ancora una volta da leader di partito, come un Abascal qualsiasi, anziché da premier dell’Italia, e ha creato un precedente molto grave che potrebbe costare carissimo al Paese.
Teme ritorsioni?
Non è un tema di ritorsioni, ma affidandosi alla propaganda e sospendendo Schengen, Meloni ha legittimato il fatto che in futuro, di fronte a una crisi migratoria sul nostro territorio, altri Stati Ue possano sospendere Schengen a loro volta e lasciarci isolati. Non c’è stato nessun pericolo reale per l’Italia, Ceuta dista 700 miglia nautiche. La reazione di Meloni danneggia gli interessi nazionali.
[…]
Anche la Germania però dimostra di pensare a sé.
Qui il tema è un altro. Il governo ha cantato vittoria per la revisione del Patto Ue sui migranti, ma la realtà è che quella revisione peggiora la nostra situazione. È diventato più facile per gli altri Stati rispedire nei Paesi di primo approdo come l’ Italia i migranti che riescono a oltrepassare il confine, con sistemi di registrazione più sofisticati e banche dati digitali. E si allunga da 12 a 20 mesi il periodo entro cui il Paese di primo approdo è responsabile del richiedente asilo. Fatemi capire: dov’è il successo per l’Italia?
È stato però legittimato il modello Albania.
Questo modello non risolve nulla e soprattutto non incide sul collo di bottiglia dei rimpatri, che il governo non riesce a fare. I costi sono altissimi e nel Patto restano tutti a carico dell’Italia, parliamo di quasi 1 miliardo in cinque anni.
Ma che margini ha un governo nazionale?
Sin dal giugno 2018, al mio primo Consiglio europeo, ottenemmo una svolta, fu riconosciuto che chi sbarca in Italia sbarca in Europa. Non fu facile, costrinsi i colleghi a restare in riunione sino all’alba.
Questo però come si tradusse in fatti concreti?
Non c’è mai stata una volta in cui, di fronte agli sbarchi, dopo aver fatto il giro delle cancellerie, non abbia ricevuto una concreta ridistribuzione di migranti. Fu introdotto un meccanismo di solidarietà e nel 2019 arrivammo anche a un accordo con Malta, Francia, Germania e Finlandia. Sancimmo un principio di ricollocamento automatico dei richiedenti asilo, con una rotazione dei porti sicuri. Tutto questo si è perso, affogato dalla propaganda di Meloni: avendo rivendicato per anni grandi successi, adesso non può neanche battersi per un meccanismo più efficiente, sarebbe come gettare la maschera.
Lei ambisce a riportare il M5S al governo: come pensate di gestire i flussi migratori?
Bisogna lavorare per rendere più stringenti i meccanismi di solidarietà in ambito Ue, rendendo non conveniente anche dal punto di vista economico, il tentativo di sottrarsi alla redistribuzione. Sulle partenze ricordo che Papa Leone nel giugno scorso ha ribadito al Parlamento spagnolo il “diritto a rimanere nella propria terra”. Significa lavorare con i Paesi d’origine e di transito per tutelare chi ha diritto alla protezione e potenziare i corridoi umanitari per sottrarli alle organizzazioni criminali E poi, per quanto riguarda i migranti economici, servono accordi di cooperazione per promuovere attività economiche locali nel reciproco vantaggio con i Paesi di partenza. Certo, dobbiamo pretendere che l’attuazione di questi accordi sia affidata ad agenzie internazionali delle Nazioni Unite.
[…]
Teme che nel centrosinistra le rinfacceranno ancora i decreti Sicurezza?
I dl Sicurezza voluti da Salvini li abbiamo modificati nel Conte-2, e voglio sottolineare che mentre Salvini portava avanti la propaganda dei porti chiusi, io telefonavo ai colleghi europei per accordami sulla distribuzione dei migranti, che sono sempre sbarcati nonostante gli slogan. Ma al di là degli sbarchi, dobbiamo capire che il problema che pone l’immigrazione è quello delle politiche di integrazione, su cui siamo carenti. Per questo una battaglia a cui tengo molto è quella sullo Ius Scholae.
Presidente, ha visto gli sviluppi della vicenda dell’attentato a Ranucci? Che idea si è fatto?
La cosa che mi sta più a cuore è che il gip, dopo mesi di indagini, abbia accertato che Ranucci fosse parte lesa. Ha mostrato ingenuità nei rapporti con Lavitola, ma non risulta sia mai stato condizionato nelle inchieste giornalistiche. La destra se ne deve fare una ragione e lasciare stare Report.
Lei oggi sarà a Sant’Anna di Stazzema nell’anniversario della strage nazista. Alcuni esponenti locali dei partiti centristi hanno contestato il suo invito a causa delle sue posizioni sulla guerra in Ucraina. Con che spirito farà l’orazione?
Sono stato ben lieto di accogliere l’invito del sindaco di Sant’Anna di Stazzema e ne approfitterò per ricordare che quello è tra i luoghi fondativi della nostra Repubblica, testimonianza del passato, perché ha creato le basi per il riscatto della Nazione, ma anche monito per il futuro: ci impegna costantemente a costruire percorsi di dialogo e traiettorie di pace.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Dopo l’arresto di Lavitola per l’attentato a Ranucci siamo più o meno al punto di un mese fa, quando il faccendiere berlusconiano pregiudicato (tre sinonimi) fu indagato a piede libero: al netto di una grave patologia psichiatrica, che peraltro lo salverebbe dal processo, non c’è un movente razionale che spieghi ciò che ha fatto. Ma il fatto di cronaca diventa la cartina al tornasole della cosiddetta destra e dei suoi […]
La premier esclude un rimpasto e su Vannacci commenta: «Operazione costruita per favorire la sinistra»

(ilsole24ore.com) – “Fare ancora meglio sulle priorità: alleggerire le tasse, rafforzare il potere d’acquisto e favorire un’occupazione sempre più stabile”. Lo dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una intervista a ’Chi’ in edicola da mercoledì 12 agosto, escludendo rimpasti di squadra a settembre, come riferisce il settimanale anticipando una sintesi del colloquio con la premier.
Sul fronte economico e sociale – si legge in una nota di ’Chi’ – la premier rivendica gli interventi sul costo dei carburanti, le misure per l’occupazione e il contrasto alla desertificazione dei centri storici, ribadendo inoltre un approccio pragmatico sul clima contro “l’ambientalismo ideologico”. Meloni, scrive ancora il settimanale, difende l’operato dell’esecutivo anche in vista delle scadenze del 2027: “la stanchezza c’è e si fa sentire”, dice ancora la premier ma “nessuno può accusarmi di essermi risparmiata”.
Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervista da ’Chi’, il caso Vannacci è “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Nell’intervista esclusiva, che uscirà in edicola mercoledì 12 agosto, la premier difende l’operato dell’esecutivo anche in vista delle scadenze del 2027, affermando che “nessuno può accusarmi di essermi risparmiata”.
Quando partecipa alle missioni internazionali con la figlia Ginevra “i miei omologhi sono divertiti, ma la reazione più bella è quella delle altre donne che incontro, che mi fanno un cenno d’intesa. È un linguaggio che non ha bisogno di traduzione. Se questa immagine dice a una ragazza che non deve scegliere tra essere madre e avere una carriera, sono contenta che si veda”afferma la presidente del Consiglio. Con la figlia, racconta, cerca “tempo lento e normalità” lontano dai riflettori. La premier confessa a ’Chi’ la difficoltà nel rispondere alle domande più intime della bambina (“Quando mi chiede perché il lavoro viene prima di lei, mi fa venire il cuore come una nocciolina”) ed esprime, scrive il settimanale diffondendo una anticipazione del colloquio, forte preoccupazione da genitore per l’impatto dell’intelligenza artificiale e dei social sui giovani.

(dagospia.com) – Sul caso Ranucci, di responsabilità penali non sappiamo e non possiamo dire. Ma il modo con cui vengono trattati affari pubblici delicatissimi squaderna uno spaccato della società mortificante.
Questo sondaggio ai frutti di mare messo in piedi nel ristorante di pesce di un millantatore e pregiudicato ed usato per l’abbordaggio al potere, è l’emblema della stato di follia del nostro tempo.
C’è infatti una questione, che per ovvi motivi è stata poco affrontata dai giornaloni: perché il due volte direttore del “Corriere della sera”, Paolo Mieli, e il vicedirettore, oggi direttore ad interim di “Repubblica”, Stefano Cappellini si sono messi a fare, come dopolavoro, gli ”advisor” per un sondaggio di un ex galeotto come Lavitola?
Come si evince dall’ordinanza di arresto di Lavitola, non siamo davanti a uno scambio di suggerimenti o di ipotesi ma, dal fitto scambio di chat con i due giornalisti, la collaborazione è effettiva. A un certo punto, sembra Lavitola un editore che incalza un suo dipendente a portare a termine il lavoro.
Mieli e Cappellini trafitti dalla smania di essere i “kingmaker” del candidato premier del centrosinistra? Erano, a sorpresa, fan sfegatati di “Report”? Vedevano in Ranucci l’uomo della provvidenza pronto a mandare a casa l’Armata Branca-Meloni?
Perché il “santone” Paolino, che si attovaglia al “Cefalù Bistrot”, arriva al punto di chattare intensamente con l’ex faccendiere, chiamandolo “Valter carisssimo”?
E come mai Lavitola si può permettere di incalzare Stefano Cappellini, reo di ritardare la revisione e consegna della bozza del sondaggio per lanciare Sigfrido Ranucci come candidato del “Campo largo”?
Conosciamo come funziona il mondo della politica romana: tutti si conoscono, parlottano, millantano rapporti, tra un prosecco, una fritturina e lo spaghetto alle vongole.
Quello che fa specie è che il gotha del giornalismo italiano fosse portato per mano da un tipino già condannato a 3 anni e 8 mesi per appropriazione indebita, e a 2 anni e 8 mesi per la tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi.
Nell’ordinanza con cui il Gip di Roma ha disposto il carcere per Lavitola, cercando la parola chiave “Cappellini”, escono 23 risultati. La “keyword” Mieli, invece, 9 volte.
A beneficio dei lettori, e degli elettori del campo largo, è utile ricostruire, con le parole del GIP, come e perché i due giornalisti vengono tirati in ballo.
Intanto, il contesto. Siamo ad aprile 2026: sono passati sei mesi dall’attentato al cancello di casa di Sigfrido Ranucci, a Campo Ascolano (Pomezia), e Valter Lavitola è in pieno furore ideologico-politico: chatta, pressa, si muove perché sogna di far scendere in politica il giornalista “amico fraterno”.
È il 20 aprile quando chiede a Ranucci il suo indirizzo di posta elettronica, come ricostruisce il GIP, “inviargli la bozza dei quesiti per il sondaggio fatta da Cappellini, da intendersi Cappellini Stefano, vicedirettore del quotidiano La Repubblica, in quanto serviva la sua integrazione (Valter: Mi scrivi la tua mail, per piacere [.] Cappellini mi ha fatto una bozza di quesiti |] per il sondaggio [.] serve la tua integrazione”).”.
E già qui sorge spontanea la domanda: perché Cappellini avrebbe dovuto fare una bozza di quesiti per un sondaggio sulle primarie del centrosinistra? E soprattutto, perché sottoporla a Lavitola?
Come abbiamo già ricostruito in un altro Dagoreport, secondo il giudice ha risposto che avrebbe integrato il documento, e poi, dopo qualche giorno, ha fatto arrivare la sua proposta modificata.
Non dopo aver ricevuto pressioni dallo stesso Lavitola, che il 26 aprile scrive a Ranucci:
“Anche Paolo Mieli aspetta la tua griglia, per poi insieme a Cappellini e Te dare il suo contributo….”.
Continua l’ordinanza del GIP: “In data 28.04.2026, Lavitola, per sollecitare Ranucci alla revisione della griglia con le domande, gli girava un messaggio di WhatsApp ricevuto da […] Paolo Mieli, che scriveva che era ben lieto di aiutarlo nel sondaggio a patto di ricevere entro il venerdì successivo almeno una bozza: “Valter carissimo. Sarei ben lieto di aiutarti, ma ti prego entro venerdì inviami la bozza. Dopo sarò molto occupato per qualche settimana. Un caro abbraccio”.
Ranucci infine si decide a lavorare al sondaggio, e il 29 aprile invia a Lavitola la griglia con le domande riviste, spiegando con un messaggio vocale di aver integrato le domande che gli aveva inviato in precedenza.
Lo stesso giorno, Lavitola “informava Ranucci che avrebbe inviato il tutto a Paolo per poi mandarlo alla società che avrebbe dovuto sondare anche il nome…”. Quale nome? Nella testa di Valter, quello di Ranucci, che però non è mai stato esplicitato nel sondaggio, di cui Lavitola invia la bozza definitiva a Sigfrido per la definitiva approvazione
Passa un mese e mezzo e Lavitola torna sull’argomento sondaggi/questionario chiedendo a Ranucci di controllare il documento che aveva già girato a Paolo Mieli e a Stefano Cappellini.
Il messaggio: “Ho girato già a Paolo e a Stefano. Per piacere, nel più breve tempo che ti è possibile, cerca di dare uno sguardo eventualmente apportare le modifiche che riterrai”. In risposta, si legge nell’ordinanza, “Ranucci spiegava a Lavitola che, secondo la propria opinione, erano da correggere o integrare i punti nr. 9 e nr. 19 “2 punti da correggere o integrare. […] Il punto 9 e punto 19”.
Continua il Gip: “La richiesta di integrazione fatta da Ranucci al sondaggio era stata anche approvata da Paolo Mieli e ciò veniva documentato in data 09.06.2026 […] allorquando Lavitola inviava uno screenshot raffigurante la chat tra quest’ultimo e proprio Paolo MIEMieli LI il quale confermava che le modifiche, dopo averle rilette, andavano bene. […]”
Lo stesso giorno, Lavitola manda un altro screenshot, di una chat con Stefano Cappellini, in cui per la prima volta viene esplicitato il nome “Ranucci” (Cappellini risponde: “Prodi non vuole le primarie, ma non può essere Ranucci il suo uomo”, per poi sentenziare che le domande del sondaggio sono “tutte centrate”)
Poco più tardi il giornalista risponde con un messaggio vocale: “Ma perché gli ha detto di Ranucci? Ma perché ha detto Ranucci? … Ranucci mica si candiderà mai!”.
Qui la situazione si ingarbuglia, perché tra Lavitola e Ranucci inizia un gioco di non detti e ammiccamenti. Lavitola chiede a Ranucci: “Sei mai stato nel corridoio dei presidenti a palazzo Chigi???”.
E Sigfrido risponde: “Ancora no”, “lasciando trapelare il desiderio di poter percorrere un giorno quel corridoio”, scrive il GIP. Che aggiunge: “Il progetto di candidare Ranucci emerge, dunque, come un obiettivo fondamentale per Lavitolache, come visto, ne parla con una ristrettissima cerchia di conoscenti/giormalisti di cui ritiene di potersi fidare e dai quali ritiene di poter ricevere consigli utili”.
E qui il giudice per le indagini preliminari cita alcuni vecchi messaggi tra Lavitola e Cappellini.
Il 7 aprile, tredici giorni prima del messaggio a Ranucci sulle “integrazioni al sondaggio”, “inviava un messaggio a Cappellini al quale diceva che se non riusciva a preparare la griglia l’avrebbe inviata ad altre persone per poi passarla al suo (di Cappellini) vaglio ‘Se non riesci, per i troppi impegni a preparare quella griglia, io magari potrei farla fare a qualcun altro e poi sottoportela?’”.
Evidentemente il lavoro di vicedirettore di “Repubblica” doveva lasciare molto tempo libero a Cappellini, che risponde: “Ciao Valter sono in ritardo ma te la preparo a breve”.
A quel punto Lavitola tira in mezzo Paolo Mieli: “Ti va di combinare con lui allora?”. E Cappellini risponde che sarebbe stato disponibile solo dopo aver consegnato un libro.
Continua l’ordinanza: “La conferma dell’intervento di Cappellini si aveva in data 20 aprile, allorquando lo stesso chiedeva a Lavitola una mail: ‘Ciao Valter, mi dai una mail?’ per potergli inviare le domande relative al sondaggio in parola: ‘Ti ho girato le domande per il sondaggio’, riferendo di aver inserito tutte le domande ritenute decisive ‘Ci sono tutte quelle secondo me decisive per farsi un’idea completa ma è chiaro che il committente può sfrondare o integrare come vuole’. E qui si torna alla casella di partenza…
Si arriva così all’8 maggio, quando Lavitola informa Cappellini di aver definito l’accordo con la società dei sondaggi la quale avrebbe provveduto a inserire i contenuti nelle griglie con gli schemi definiti e gli algoritmi e che entro pochi giorni gli avrebbe inviato tutto compreso anche il nome: “Buongiorno Stefano spero di trovarti nella solita forma Abbiamo definito buon accordo con la società di Sondaggi, oggi conto di firmare il contratto
Poi loro metteranno i contenuti forniti nelle griglie con gli schemi definiti con gli algoritmi E conto entro pochi giorni di inviarti tutto, incluso il nome… A Quel punto, dopo aver approvato la definitiva abbinata al nome, mi farebbe estremamente piacere combinare una cena con Paolo te e lui parente, ovviamente anche 1 opinione di tua moglie sarebbe
graditissima”
Cappellini sarebbe ancora ignaro che il sondaggio riguardasse proprio Ranucci. Il 9 giugno chiede al ristoratore-faccendiere: “Ciao Valter, ma quando puoi fare il nome?” e Lavitola risponde: ‘Sigfrido Ranucci Volevo farlo solo dopo il sondaggio Perché da un sondaggio fatto negli Stati Uniti, che non ho fatto vedere neppure a lui, risulta un numero pazzesco”.
Un nome, quello di Sigfrido, che lascia perplesso Cappellini: “Per me è una follia […] Non ha chance di decollare […] Magari sbaglio […] Si aspettiamo i dati, sono curioso anche io”; “Ma in primarie contro Schlein e Conte secondo me non ha chance di prevalere”
A luglio tutto si ferma. Lavitola, scrive il GIP, “informa Cappellini che avevano già iniziato a fare un secondo giro di interviste per il sondaggio e di aver detto al responsabile di fermarsi in quanto in quella settimana il risultato poteva essere falsato; quindi, avrebbe temporaneamente bloccato l’iter per poi riprenderlo.
E’ evidente che il blocco del sondaggio era dovuto agli arresti eseguiti il 30 giugno 2026 nei confronti degli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo ai danni del conduttore”.
Scrive Valterino: “Ciao, Stefano Sono adesso con la persona che si sta occupando del sondaggio Mi ha detto che avevano fatto un secondo giro di interviste, ma lo hanno fatto questa settimana Ovviamente gli ho detto di fermarlo, perché in questa settimana sarebbe falsato lo credo sia opportuno fare questo secondo giro di intervista da lunedì prossimo, per tre giorni e poi ottenere la fine della settimana il dato elaborato”.
Ps. Come impatteranno queste imbarazzanti chat nel futuro del direttore di “Repubblica”? Cappellini il 12 luglio, è stato nominato ad interim dal neo-editore, Theo Kyriakou, e confermato con larghissima maggioranza dall’assemblea dei giornalisti, il 31 luglio. Ma certo, i suoi rapporti con l’uomo che, fra le molte gesta, operò anche come intermediario chiave per conto di Silvio Berlusconi per corrompere il senatore Sergio De Gregorio e far cadere il governo Prodi, difficilmente passerà inosservato…
Ps/2. L’8 luglio su “Repubblica” esce un articolo firmato da Francesco Bei sul sondaggio di Lavitola: l’autorevole firma di Largo Fochetti avrà scritto il pezzo su incarico di Cappellini, che allora da vicedirettore sovrintendeva il settore politico? E soprattutto, l’avrebbe scritto se avesse saputo che era il suo superiore ad aver ideato quel sondaggio?
L’ex segretario Pd piace per la sua efficacia e schiettezza e viene evocato come possibile “federatore del programma”, come “raccordo” tra Schlein e Conte. E ha anche un altro vantaggio: a differenza del bovino da lui lui reso celebre nella metafora, non è un pericolo

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – “Qui non è Ballarò”. Si chiudeva così, con un’affermazione mista a critica di Pier Luigi Bersani, il celebre incontro in streaming del 2013 tra lui e i Cinque Stelle (gli allora capigruppo alla Camera e al Senato, Roberta Lombardi e Vito Crimi) in cui l’allora premier pre-incaricato chiedeva la fiducia ai grillini per formare il suo governo. Bersani, allora segretario del Pd, aveva “non vinto” le elezioni, dopo che il centrosinistra per mesi che il centrosinistra per mesi si era divertito a fare la lista dei ministri: l’apertura pre-voto a Mario Monti, il tecnico per eccellenza che veniva da un governo all’insegna di “lacrime e sangue”, spense immediatamente i sogni di gloria. Con l’immagine dello sconfitto – Bersani – mentre beveva una birra da solo rimasta nella memoria collettiva come memento mori. E il resto, appunto, è storia: dal muro dei Cinque Stelle, al governo di larghe intese di Enrico Letta che finì sfiduciato dal Pd, aprendo la stagione di Matteo Renzi. E Bersani, che era stato pre-incaricato da Giorgio Napolitano, non fu mai formalmente revocato. Una sorta di congelamento, poi superato dagli eventi, che 13 anni dopo fa parte della storia e dell’aneddotica di un personaggio che sta vivendo una nuova primavera.
Oggi Bersani, che è stato tra gli artefici della scissione dal Pd di Articolo 1 (poi rientrato) durante l’era del fu Rottamatore, è fuori dal Parlamento e fa il padre nobile, l’opinionista, l’influencer di quella sinistra che cerca sé stessa e qualche riferimento. Elly Schlein l’ha ingaggiato per tutte le campagne elettorali che ci sono state da quando è segretaria. Bersani convince, piace, funziona, un po’ come i vecchi zii saggi che si mettono a disposizione gratuitamente. E in questa nuova veste persino le sue metafore più improbabili (tipo “la mucca in corridoio” per indicare un pericolo che il centrosinistra non vedeva) sembrano più lucide di quando furono concepite. Ma poi, c’è chi lo invoca davvero come salvatore della Patria. Tra tutti i quirinabili del centrosinistra, lui è quello che piace di più ai Cinque Stelle, forse quello in assoluto meno vissuto come parte di una casta di manovratori. Rosy Bindi dopo il referendum sulla separazione delle carriere a marzo lo ha evocato come possibile “federatore per il programma”; insomma, un “facilitatore” per mettere pace tra Schlein e Conte. Non se n’è fatto niente, anche se l’idea aveva un qualche fondamento: Bersani – come storia e come età – era una figura teoricamente in grado di non minacciare nessuno dei due, sulle lunghe distanze. Anche se poi, si sa, si nasce federatori per il programma, magari si finisce a Palazzo Chigi.
Adesso, infatti, l’ex ministro delle “lenzuolate” viene ancora tirato in ballo come possibile “terzo uomo”. A farlo sono soprattutto ambienti vicini alla destra dem: dunque, trattasi soprattutto di spauracchio (e di volontà di bruciarlo). E però va detto: il principale teorico del terzo uomo è Dario Franceschini. I due hanno lavorato insieme per decenni, a volte scontrandosi, a volte collaborando; come dire, all’occorrenza s’intendono. E non è un caso che adesso nel Correntone di Montepulciano, quello che lavora per Schlein, ma anche contro, ci siano pure gli ex Articolo 1, che vedono in Massimo D’Alema il loro vero ispiratore politico, ma sanno che è Bersani ad essere quello spendibile tra i due. Forse anche per questo, proprio in quella parte del Pd, nelle ultime settimane si era cercato di elaborare una strategia per sopperire al fatto che Elly e Giuseppi per ora non si mettono d’accordo: indicare come leader della coalizione un nome di garanzia, che servisse ‘solo’ a ovviare alla richiesta del Melonellum (ove dovesse passare). E poi, dopo il voto, lasciare a Sergio Mattarella la scelta. Idee e suggestioni che ritornano. Chissà se utili a “smacchiare la giaguara” (libera citazione dal protagonista dei progetti qui raccontati). O almeno a smettere di “pettinare le bambole”.
E’ probabile che vi sia stato negli eventi di Ceuta un ruolo da parte di servizi addetti alla guerra ibrida, marocchini e israeliani. Bersaglio dell’operazione il premier Sanchez

(Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it) – Non bisogna essere malati di complottismo per capire come dietro i recenti avvenimenti di Ceuta ci siano una regia e degli intenti molto precisi. Non è del resto la prima volta che i flussi migratori vengono utilizzati come arma politica.
Beninteso, le motivazioni di fondo degli stessi sono ben note e risiedono nelle sempre meno accettabili condizioni di vita nei Paesi da tempo vittima dell’oppressione e dello sfruttamento capitalista. Ben può dirsi quindi che la migrazione di massa verso l’Europa, così come per altri versi quella verso gli Stati Uniti, rappresentano delle vere e proprie nemesi di secoli di dominazione coloniale o imperiale.
La portata addirittura fatale di tale nemesi storica diviene evidente nell’attuale contesto di declino storico inarrestabile dell’Occidente. Sempre più vecchie, paranoiche e incapaci di produrre un autentico sviluppo economico che sia anche e soprattutto espressione di istanze sociali e ambientali, le decrepite compagini politiche europee si rifugiano nel delirio razzista di chi vaneggia un impossibile ritorno ai tempi d’oro della supremazia coloniale e neocoloniale.
Ciò spiega il travolgente successo dei Vannacci di ogni Paese e l’innesco di una gara a chi la spara più grossa tra le destre di governo e quelle di opposizione, destinate in realtà ad essere a loro volta inglobate nel governo, salvo dar vita (si fa per dire) a nuove destre ancora più fasciste e razziste che possano raccogliere il consenso dei frustrati, cornuti e mazziati che fanno parte dei furon popoli europei.
Ciò in realtà è frutto di un duplice fallimento. Il primo è quello delle classi dominanti europee, sempre più subalterne alle lobby più perniciose, che abbandonano i fragili progetti di riconversione ecologica, pur tanto necessari, per investire nei settori degli armamenti e del fossile, sotto l’egida di una finanza sempre meno controllabile specie per effetto delle deleterie dottrine di abbandono del controllo pubblico sui flussi di denaro.
Il secondo è quello della fu sinistra europea che da tempo ha abbandonato ogni identità di classe, lasciando i ceti popolari in balia di ciarlatani che ne tesaurizzano il consenso per andare al governo e farsi gli affari propri. Da questo punto di vista il caso italiano è esemplare anche dal punto di vista della nascita di nuovi fascismi ancora più fascisti e razzisti di quelli precedenti, in certa misura logorati dalle esperienze di governo, nonostante il grande dispiegamento di apparati repressivi e di consenso.
E’ in questa cornice deteriorata, inquietante e malsana, che si inseriscono i fatti di Ceuta e le susseguenti dinamiche disgregative che colpiscono in modo sempre più duro l’Unione Europea, la cui classe dirigente appare fortemente subalterna ai centri di potere economico e costretta ad inseguire le destre sempre più fasciste ed estremiste prodotte, alla stregua di vermi maleodoranti e voraci, dal suo impotente declino.
E’ probabile che, come denunciato da più parti, vi sia stato negli eventi di Ceuta un ruolo da parte di servizi addetti alla guerra ibrida, marocchini e israeliani, del resto collegati tra loro da tempo. Bersaglio dell’operazione il premier spagnolo Pedro Sanchez e il suo ruolo di unico argine, a livello di governi, dell’ asservimento dell’Europa ai disegni sionisti e trumpiani. Vergognosa e sciacallesca la posizione italiana che si è concretizzata nella sospensione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna, che ha scatenato una serie di ritorsioni e contraccolpi da cui la stessa Meloni rischia di essere travolta, per quanto tenti di abbarbicarsi pateticamente all’omologa danese.
Come dimostrato da questi eventi le destre di vario genere e ispirazione competono sfacciatamente tra di loro attingendo alle paranoie e alle frustrazioni dei cittadini europei, che hanno ben altra origine e motivazione.
Continua assordante il silenzio della fu sinistra che, per esercitare un ruolo positivo, dovrebbe andare alla radice dei problemi. Partendo ad esempio da Marcinelle, strage di lavoratori migranti, come molte che si verificano ancora ai giorni nostri, perché il capitalismo si basa com’è noto sullo sfruttamento, fino alla morte, del lavoro, specie se migrante perché più fragile e finché mantenga tale fragilità.
In quel caso furono in prevalenza italiani, in altri, più recenti, marocchini, asiatici, africani o di altra nazionalità. Non cambia la sostanza di classe del problema. Ed è confortante che qualcuno lo abbia sottolineato volgendo le spalle, in occasione della celebrazione dell’anniversario, a La Russa, esponente di primo piano di un governo che opera contro i diritti di lavoratori e lavoratrici, in perfetta continuità ideologica coi suoi famigerati precedenti storici.
I migranti costituiscono una parte importante e crescente della classe lavoratrice italiana ed europea. Una verità elementare che non viene adeguatamente presa in considerazione da chi dovrebbe, per battere le destre, affermare contenuti realmente di sinistra contro guerre, razzismi e fascismi e sta tragicamente dilapidando per l’ennesima volta i consensi acquisiti al referendum di marzo rincorrendo inesistenti campi larghi e nefaste agende Draghi.
Il monito dell’ex direttore di Radio 3: “Ranucci fa un giornalismo che corre rischi e va difeso. Fatevi da parte, se no confermate che volete farlo fuori”

(ilfattoquotidiano.it) – Scintille a L’aria che tira (La7) tra il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei e il giornalista Marino Sinibaldi sul caso Ranucci, mentre continuano le note e le iniziative del partito di Giorgia Meloni, oltre che di Matteo Salvini. Il confronto nasce a ridosso delle ultime mosse di Fratelli d’Italia, che, a poche ore dall’arresto di Valter Lavitola, ha diffuso una nota ufficiale in cui, con una bordata a Elly Schlein, sottolinea che “le accuse rivolte al governo erano solo fumo negli occhi per chi chiedeva la verità”. Parallelamente il deputato meloniano Salvatore Deidda ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede chiarezza su eventuali legami tra inchieste di Report e le opposizioni.
Si tratta solo dell’ultimo capitolo di una sequenza di iniziative del partito: dalla mail provocatoria inviata a luglio alla redazione di Report alle ripetute richieste di scuse rivolte alla segretaria del Pd per le parole pronunciate all’estero all’indomani dell’attentato, fino alle pressioni perché la Rai faccia piena luce sui rapporti tra il conduttore e il faccendiere.
In questo clima interviene il senatore di Fdi Marco Lisei, secondo cui alcuni accertamenti risultano necessari e doverosi per motivi di trasparenza, aggiungendo che esistono “servizi di Report che possono essere legati anche al rapporto di Ranucci non proprio trasparente con Lavitola, il che potrebbe avere influenzato la trasmissione”.
E aggiunge: “Non mettiamo in discussione il giornalismo d’inchiesta. Report ogni tanto ha fatto dei servizi che non mi piacevano, alcuni servizi erano fondati sui teoremi, ma, trattandosi di servizio pubblico, i cittadini hanno il dovere di saperlo”.
Sinibaldi ricorda che la Rai ha già attivato la Commissione stabile per il Codice Etico: “Questo lo deve fare la Rai che è un’azienda pubblica che sta facendo il suo audit, la politica dovrebbe tacere“.
Lisei reagisce immediatamente: “Ma dovrebbe tacere cosa? Se volete vado via, se mi chiedono un commento è ovvio che parlo”.
L’ex direttore di Rai Radio 3 replica: “Quello che lei sta dicendo conferma i sospetti di una intromissione della politica. A parte che non avete poco potere in Rai, ma quello che lei sta facendo è pericoloso, perché sta chiedendo alla Rai di fare quello che la Rai già fa. E insinua anche che su alcuni servizi specifici ci sia stata una possibilità di influenza. Ma questo lo stabilirà la Rai, che ha le sue strutture di audit. L’insistenza con cui lo fate conferma che esprimete fastidio nei confronti di un certo giornalismo che mettete sotto accusa“.
E sottolinea: “Vorrei ricordare che si tratta di un giornalismo, che ha colpito tutti perché Ranucci ha fatto dei servizi molto pesanti anche su parti della società e dell’economia legata alla sinistra. Quello è il giornalismo di Ranucci, è un giornalismo che corre dei rischi, che secondo me va difeso. Le fonti dei giornalisti sono sempre cose oscure e a volte pericolose, la storia del giornalismo è segnata da questo. E infatti – conclude – è un mestiere che uno può decidere di non fare se non ha voglia di sporcarsi le mani, ma è difficile arrivare a delle verità senza farlo. La politica dovrebbe farsi da parte, altrimenti conferma che vuole far fuori Ranucci“.
VANNACCI PUBBLICA ONLINE LA PRIMA PARTE DEL PROGRAMMA DI FUTURO NAZIONALE
(ANSA) – ROMA, 11 AGO – Futuro nazionale pubblica la prima parte del suo programma in vista delle prossime elezioni. Il documento, intitolato ‘Base ideologica e programmatica per l’Italia del futuro 2027 – 2037’, definisce il partito come un movimento “radicato nella tradizione romana e cristiana” che si “propone come forza di destra patriottica e identitaria”.
Molti i punti toccati da questa prima base programmatica: si va dall’economia e la politica fiscale alla questione migratoria e la regolazione della concessione della cittadinanza italiana.
“Questo testo il frutto di un lavoro raccolto dal basso, nel confronto con gli iscritti, inserito nella cornice valoriale del movimento per definire i programmi con cui intendiamo governare il Paese. Dieci anni di riferimento, due legislature: i valori, quelli, non hanno scadenza. Non è un elenco di promesse generiche.
È la definizione di principi e strategie per i campi decisivi dell’emergenza nazionale. Il resto sarà sviluppato dalle Direzioni e dai Dipartimenti”. Lo afferma lo stesso Vannacci commentando la notizia della pubblicazione.
“In queste pagine diciamo chi siamo e cosa faremo: una destra identitaria, pura e vitale, radicata nella Tradizione romana e cristiana, determinata a riportare l’Italia sulle proprie radici. Un Paese sovrano, sicuro, libero e prospero.
Un’Italia che mette al centro gli italiani, la famiglia naturale, l’identità, la sicurezza, il merito e la tradizione. Linee rosse non negoziabili: la vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia naturale, l’identità cristiana, la concezione romana del diritto. Il testo è online. Le altre due parti arriveranno nelle prossime settimane”.
MIGRANTI: FUTURO NAZIONALE, RISPARMI PER REMIGRAZIONE E ‘PRINCIPIO DI SAN PAOLO’ PER LAVORI UMILI A ITALIANI
(Adnkronos) – “A sostegno delle tesi immigrazioniste viene spesso citato il problema dei ‘lavori che gli italiani non vogliono più fare’. Tale problema, effettivamente esistente, verrà affrontato con due nuove modalità”.
Lo sottolinea la Base Ideologica e programmatica di Futuro nazionale per l’Italia del futuro (2027-2037) pubblicata oggi, nel punto ‘Facilitazione al reperimento di mano d’opera italiana e innesco dell’aumento stipendiale per i ‘lavori umili’, una delle 22 misure in cui si articola il Piano di Remigrazione.
Il partito di Roberto Vannacci propone, “insieme agli sgravi per l’assunzione di manodopera italiana nei settori a forte storico di impiego extracomunitario, l’utilizzo di parte delle risorse risparmiate grazie alle politiche di remigrazione di lungo termine (costi sociali diretti, costi carcerari, gestione dei richiedenti asili, costi sistemici dovuti alla criminalità e al degrado delle periferie, ecc.) per ridurre il cuneo fiscale e favorire, quindi, l’innalzamento dei salari senza ulteriore aggravio per i datori di lavoro”.
Inoltre Futuro nazionale ritiene necessario “il vincolo all’erogazione di sussidi legati allo stato di disoccupazione all’effettiva disponibilità ad accettare qualsivoglia lavoro compatibile con la propria condizione medica, anagrafica e logistica, in applicazione al ‘principio di San Paolo’ (chi non vuol lavorare neppure mangi)”.
MIGRANTI: FUTURO NAZIONALE, VALUTAZIONE SANITARIA A MEDICI MILITARI PER TRATTENIMENTO ED ESPULSIONI
(Adnkronos) – “La gestione dell’immigrazione non può essere ostaggio di visioni ideologiche o di pratiche opache, richiedendo invece fermezza, efficienza e assoluta trasparenza istituzionale. L’accertamento e la certificazione dell’idoneità sanitaria al trattenimento e all’espulsione saranno affidati in via esclusiva al personale medico militare, certamente addestrato per essere in grado di garantire, per status e formazione, anche in situazioni di pressione eccezionale, il massimo rigore istituzionale e una totale impermeabilità a pressioni esterne o suggestioni ideologiche contrarie ai rimpatri, nonché a meccanismi di minaccia e ricatto”.
Lo sottolinea la Base Ideologica e programmatica di FUTURO NAZIONALE per l’Italia del FUTURO (2027-2037) pubblicata oggi, tra le 22 misure in cui si articola il Piano di Remigrazione. “Riteniamo -si legge ancora nel documento- che il parere sanitario debba tornare ad essere un accertamento puramente tecnico e oggettivo, a tutela sì dei diritti della persona ma su base oggettiva e anche a tutela delle prerogative di sicurezza dello Stato, sicuri che, sbloccando le procedure paralizzate da burocrazia e certificazioni pretestuose, potremo assicurare una gestione corretta ed efficiente dell’immigrazione clandestina”.
MIGRANTI: FUTURO NAZIONALE, BASTA ‘PAESE BENGODI’, STOP BENEFICI SOCIALI STRAORDINARI
(Adnkronos) – “Oggi il nostro Paese si caratterizza come un vero e proprio ‘Paese del Bengodi’ per tutti, compresi i malviventi e gli scansafatiche. Occorre dunque intervenire con gli opportuni strumenti di legge (anche con una modifica costituzionale, se necessario) per escludere coloro che non sono cittadini italiani da tutti i benefici sociali straordinari a carico del nostro Paese, che riguardano accesso all’edilizia popolare, bonus di varia natura, sussidi di disoccupazione che oggi permettono piani intenzionali di alternanza lavoro/non lavoro e simili”. Lo sottolinea la Base Ideologica e programmatica di FUTURO NAZIONALE per l’Italia del FUTURO (2027-2037) pubblicata oggi, tra le 22 misure in cui si articola il Piano di Remigrazione.
“L’assistenza per lo stato di grave bisogno -assicura il documento- sarà ovviamente garantita, pensiamo per esempio al supporto medico per evento di salute o malattia grave, ma le risorse economiche di un Paese che da decenni non trova il modo di preservare se stesso riattivando il saldo demografico non possono certo essere utilizzate per il supporto ai bisogni di tutto il resto del mondo.
Ogni padre di famiglia ha la grave responsabilità di sfamare i propri figli prima di poter sfamare i figli degli altri, altrimenti una apparente misericordia si risolve in grave ingiustizia. Con le menzionate politiche, FUTURO NAZIONALE ridurrà l’attrattiva dell’Italia per i migranti che, invece, fino ad oggi partivano -regolarmente e irregolarmente- puntando sull’enorme mole di benefici che sapevano essere loro garantiti sulle spalle di chi da generazioni contribuisce alla costruzione dello stato sociale italiano”.
MIGRANTI: FUTURO NAZIONALE, NEI FLUSSI PRIORITA’ A CRISTIANI CONTRO INVASIONE MAOMETTANA DI MASSA
(Adnkronos) – “Gli ingressi per soddisfare parte delle necessità produttive del Paese, estremamente contingentati e subordinati alla presenza di tutti i requisiti di informazioni e accordo bilaterale per il rimpatrio immediato in caso di reati o cessazione del contratto di lavoro, saranno opzionati anche sulla base di un criterio di compatibilità culturale. Si darà dunque preferenza ai Paesi a maggioranza cristiana, i cui dati mostrino una bassa inclinazione alla criminalità e coi quali i rapporti per i rimpatri si siano dimostrati efficaci.
Il rispetto della nostra civiltà e l’assimilazione sono infatti favoriti dalle radici comuni: una piccola immigrazione di persone cristiane non mina l’unità culturale del nostro Paese che è oggi minacciata in primis da un’invasione maomettana di massa”. Lo sottolinea la Base Ideologica e programmatica di FUTURO NAZIONALE per l’Italia del FUTURO (2027-2037) pubblicata oggi, tra le 22 misure in cui si articola il Piano di Remigrazione.
MIGRANTI: FUTURO NAZIONALE, CITTADINANZA ITALIANA DOPO 20 ANNI IN ITALIA E SI’ A CIVILTA’ GRECA, ROMANA E CRISTIANA
(Adnkronos) – FUTURO NAZIONALE “rifiuta categoricamente e senza possibilità negoziale proposte come ius soli e ius scholae. Per richiedere la cittadinanza italiana sarà necessario aver dimorato regolarmente per almeno 20 anni sul territorio NAZIONALE, dimostrare una padronanza della lingua italiana parlata e scritta di livello C1, non aver riportato condanne penali e sottoscrivere una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. Lo propone la Base Ideologica e programmatica di FUTURO NAZIONALE per l’Italia del FUTURO (2027-2037) pubblicata oggi, tra le 22 misure in cui si articola il Piano di Remigrazione.
MIGRANTI: FUTURO NAZIONALE, CON GRAVI REATI VIA DA TERRITORIO NAZIONALE ANCHE CITTADINI UE
(Adnkronos) – “Per i cittadini Ue che delinquono sul territorio NAZIONALE, si prevede un’azione di governo determinata attraverso un’interpretazione estensiva della nozione di ‘gravi motivi di ordine pubblico o sicurezza’. In tal senso, verranno definite e tipizzate per legge le specifiche condotte criminali che costituiscono una minaccia tale da giustificare l’immediato allontanamento dal territorio NAZIONALE italiano”. Lo propone la Base Ideologica e programmatica di FUTURO NAZIONALE per l’Italia del FUTURO (2027-2037) pubblicata oggi, tra le 22 misure in cui si articola il Piano di Remigrazione.
Dopo l’arresto di Lavitola e l’esclusione di responsabilità di Ranucci nell’attentato, Salvini torna all’assalto del conduttore di Report.

(di Dario Conti – lanotiziagiornale.it) – L’assalto a Sigfrido Ranucci riparte. Nonostante l’arresto di Valter Lavitola abbia dimostrato che il conduttore di Report non fosse a conoscenza dell’attentato a suo danno e che non ci sia mai stato un accordo tra i due. Eppure Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, chiede a Ranucci un passo indietro sulla conduzione della trasmissione di Rai 3.
“Penso che gli italiani meritino chiarezza e fino a che chiarezza non sarà fatta, anche sui rapporti tra Ranucci e Lavitola, penso che il denaro pubblico degli italiani non debba più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”, dice Salvini parlando come se Ranucci non fosse la vittima dell’attentato di ottobre.
Incalzato dai giornalisti, che gli hanno chiesto se Report debba continuare senza Ranucci, Salvini ha risposto senza dubbi: “Sì, ma non ce l’ho con lui. Ripeto, credo che coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura e preoccupante debbano prendersi una pausa”. Un chiaro invito a Ranucci a rinunciare alla conduzione di Report nella prossima stagione.
“Adesso – continua Salvini – emerge che uno dei suoi più cari amici è stato arrestato perché sarebbe stato il mandante. Qualcuno ha sbagliato, ha sottovalutato, ha tramato? Fino a che gli italiani che pagano questo stipendio non avranno chiarezza, ritengo sia utile aspettare che la magistratura faccia il suo corso”. Poco dopo le dichiarazioni di Salvini, è arrivato il commento dello stesso Ranucci: “Il ministro Salvini chiede alla Rai la mia sospensione”, scrive il giornalista su Facebook riportando le parole del vicepresidente del Consiglio.
Dalle carte, intanto, emergono nuovi dettagli. In particolare l’ordinanza di custodia cautelare per Lavitola mostra come l’imprenditore abbia espresso preoccupazione per la mancata assegnazione di una seconda auto di scorta a Ranucci dopo l’attentato: “Ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino mi viene in mente”, avrebbe detto.
Intanto sulla vicenda interviene anche il legale di Ranucci, Roberto De Vita: “Sigfrido Ranucci è tre volte vittima, di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia (se i fatti verranno definitivamente accertati) e, in ultimo, con forse maggiore gravità di una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico che con congetture e insinuazioni ha cercato di trasformare la vittima nel beneficiario più o meno consapevole dell’attentato”.
Domani mattina, nel carcere di Rebibbia, è previsto l’interrogatorio di garanzia di Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato di ottobre al conduttore di Report. I pm gli contestano l’aggravante del metodo mafioso. Resta invece latitante Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola, ritenuto da chi indaga l’intermediario con la banda che ha poi materialmente messo la bomba.
Un agente di OpenAI ha aggirato la sandbox, rubato le credenziali e violato i sistemi esterni per raggiungere il suo obiettivo. E non è fantascienza. Ma è il nuovo inquietante problema della sicurezza

(Marco Montemagno – lespresso.it) – Immagina di chiudere un genio in una stanza senza finestre, senza porte, senza nemmeno una presa di corrente collegata al mondo esterno, e di dargli un compito: risolvi questo enigma. Poi torni qualche giorno dopo e scopri che il genio non solo ha risolto l’enigma, ma per farlo è uscito dalla stanza, ha rovistato nei cassetti di mezzo palazzo, ha rubato quattro mazzi di chiavi e si è servito da solo. Ecco, più o meno è quello che è successo a OpenAI nell’ultima settimana di luglio 2026, e non è la trama di un film: è finito nei rapporti di sicurezza dell’azienda, con tanto di Fbi allertata prima ancora che qualcuno se ne accorgesse davvero.
Andiamo con ordine, perché la storia è tanto affascinante quanto istruttiva. Durante una valutazione di cybersicurezza — una di quelle prove in cui i modelli vengono messi alla frusta per capire quanto sono capaci e quanto sono pericolosi — OpenAI ha lanciato un agente autonomo basato su GPT-5.6 “Sol”, il suo modello di punta, dentro una “sandbox”: un ambiente di test progettato per essere completamente isolato, tagliato fuori da internet, una specie di camera stagna digitale. L’idea è semplice e sensata: se vuoi vedere cosa combina un modello potente quando gli abbassi i freni di sicurezza, meglio farlo in un posto da cui non possa fare danni. Il problema è che la camera stagna, stagna non era.
L’agente ha trovato una falla sconosciuta in un componente all’apparenza banalissimo e attraverso quella crepa è uscito sul web aperto. Una volta fuori, ha fatto quello che farebbe un hacker umano navigato: ha cercato credenziali di accesso lasciate in giro, esposte su servizi di terze parti, ne ha raccolte da quattro account diversi, le ha combinate e con quelle è entrato dentro Hugging Face, la piattaforma dove vive gran parte dei modelli Ia del mondo. Perché? Per recuperare le soluzioni dei benchmark che stava cercando di completare. In pratica, gli era stato chiesto di superare un test e lui ha deciso che il modo più efficiente era andare a copiare le risposte alla fonte. E qui il dettaglio da brividi: nessuno gli aveva detto di attaccare Hugging Face, uscire dalla sandbox, cercare password, violare altri servizi – perché sì, la violazione si è poi estesa oltre Hugging Face, ad altri sistemi.
L’agente non era “cattivo”, non aveva intenzioni malevole nel senso in cui le intendiamo noi. Stava semplicemente ottimizzando per un obiettivo, e per raggiungerlo ha concatenato una serie di mosse reali, sofisticate, opportunistiche, esattamente come farebbe una persona con cattive intenzioni e ottime competenze. La differenza è che non dorme mai, non si stanca e ragiona alla velocità di una macchina. Ah, e c’è un particolare che aggiunge sale alla ferita: il tutto è andato avanti per giorni prima di essere rilevato.
Ora, prima di trasformare questa storia nell’ennesima profezia sull’apocalisse dei robot, mettiamoci sopra un po’ di onestà intellettuale. Primo: i modelli erano stati testati con i “freni” di sicurezza deliberatamente abbassati. Le protezioni che normalmente farebbero rifiutare a un’Ia di mettersi a hackerare erano state allentate apposta per l’esperimento. Quindi non è che un ChatGPT qualsiasi si sia svegliato una mattina e abbia deciso di diventare un criminale informatico: era una prova controllata per vedere cosa succede quando togli i guardrail. Secondo: l’agente ha trovato una vulnerabilità vera in uno strumento vero e ha sfruttato password lasciate incautamente in giro. E qui sta la vera lezione: gli agenti Ia non inventano minacce nuove, ma amplificano a dismisura quelle vecchie. Una password dimenticata su un server, un permesso troppo generoso, un componente non aggiornato. Non a caso, mentre leggete, l’industria della cybersicurezza sta correndo: acquisizioni miliardarie, nuove alleanze, un’intera categoria — la “sicurezza degli agenti AI” — che è passata da preoccupazione teorica a mercato concreto nel giro di pochi giorni. Ed è anche il motivo per cui, nella stessa settimana, oltre 1.100 dipendenti delle grandi aziende AI hanno firmato una lettera per chiedere al governo di prepararsi a rallentare. Perché un conto è teorizzare che un’Ai possa sfuggire al controllo; un altro è averlo visto succedere,. La morale è: quando costruisci sistemi capaci di agire da soli, non devi progettare per l’Ia ben educata che speri di avere, ma per quella brillante e testarda che troverà la strada che tu non avevi previsto.

(Tommaso Merlo) – Il sovranismo si è rivelato una clamorosa pagliacciata elettorale. Altro che patrioti de noialtri, al momento buono si sono venduti a padroni stranieri ed hanno tradito gli italiani. Si sono inginocchiati a Bruxelles al punto da sottrarre miliardi a compatrioti in difficoltà per ingrassare le tasche della lobby della guerra intenta a lanciare il più colossale riarmo della storia. Lo hanno fatto fregandosene della volontà popolare contraria, fregandosene di una qualità della vita sempre più penosa e per combattere un nemico immaginario. Una Russia che dovrebbe essere il nostro principale alleato foss’anche solo per ragioni geografiche che energetiche, altro che deliri guerrafondai da alta borghesia. Ma i sovranisti de noialtri si sono inchinati anche a Washington e al sionismo transazionale al punto da calpestare la nostra Costituzione facendo dell’Italia uno dei complici principali del genocidio del secolo a Gaza. Una macchia indelebile nella storia del nostro paese e l’unico fatto che rimarrà di questo indegno governo di pensiero unico neoliberista camuffato da destra. E quando verrà il giorno in cui i responsabili materiali dell’immondo genocidio ne risponderanno davanti alle corti interazionali, anche i responsabili politici dovranno assumersi le loro responsabilità storiche perché solo così certe tragedie non si ripetano mai più e per nessuno. Altro che sovrana, oggi l’Italia è più serva che mai verso chi comanda davvero oltralpe. Siamo una portaerei e un arsenale del depravato impero americano e campo profughi delle vittime dell’iper capitalismo in cerca di salute anche mentale. E siamo un bancomat dei tecnocrati guerrafondai di Bruxelles e dei loro padroni della Nato e dei loro padroni della mega lobby della guerra che ci sta trascinando verso un conflitto mondiale potenzialmente nucleare senza degnarsi nemmeno di trovare una scusa decente. Deriva autodistruttiva con l’aggravante dell’assurdità. Profitto di pochi come unica ideologia e ragione di esistere e morire di tutti. E se non bastasse, l’Italia è pure succube del nazi sionismo, un’ideologia da far vergognare quelle del secolo scorso che sta facendo rivoltare nella tomba generazioni di italiani perbene a partire da quelli che hanno lottato per i nostri diritti e le nostre libertà. Tutti coloro che hanno scritto ma anche difeso una Costituzione scritta proprio affinché certe porcherie non si ripetessero mai più e per nessuno. Ma non solo. Altro che sovranismo, oggi l’Italia è più serva che mai dei mercati finanziari, degli strozzini del Casinò borsistico che posseggono il nostro debito e le nostre aziende e non appena osiamo fare delle riforme a favore dei poveri cristi invece che dei ricchi, cominciano a puntare a manetta sul nostro fallimento imminente costringendo i burattini di turno a Roma ad abbassare la cresta. Una schiavitù economica di cui nessun politicante parla perché per liberarsi servirebbero grandi sacrifici da parte di tutti e i sacrifici non rendono nelle urne e perché servirebbe una credibilità politica che queste classi dirigenti non hanno da anni. Un’Italia finanziariamente schiava fa poi comodo a chi comanda davvero nel mondo, più fcile farci tenere la bocca chiusa. Ma non solo. Altro che sovranismo, oggi l’Italia è più serva che mai di classi dirigenti che sono al potere da decenni senza combinare nulla ma passano da una poltrona all’altra dato che tra i privilegi hanno pure quello di non dover mai rispondere dei loro risultati. Un’Italia serva di un modo di fare politica fallimentare perché infestato di carrierismo, di elitarismo, di narcisismo e di rigurgiti ideologici. Un Italia serva dell’egoismo dei potenti che non si fanno mai da parte nemmeno quando falliscono e diventano un ostacolo al bene comune. Perché non accettano il proprio fallimento mentre di quello del paese se ne fregano. Potenti ai vertici delle istituzioni per prendere invece che per dare e che col tempo perdono sia il contatto con la realtà che il senso della vergogna e quindi tirano avanti nonostante l’Italia rischi letteralmente di scomparire come civiltà. Davvero impressionante e la conferma di come sia la consapevolezza personale la vera ed unica via per evolvere come persone e come società e come mondo. Ma bisogna essere onesti, l’indecente compagine governativa italiana è stata anche particolarmente sfigata. Come imperatore americano a cui leccare il deretano si è ritrovato un diabolico demente che sta trascinando il mondo intero nel caos e come padroni israeliani dei terroristi genocidari mentre la compagine ideologica “sovranista” annovera tra le sue file pazzi furiosi come l’argentino Milei. Già, il sovranismo si è rivelato una clamorosa pagliacciata elettorale. In alcuni paesi come gli Stati Uniti si è concretizzato in politiche devastanti oltre che in una dilagante corruzione anche morale, in altri paesi come l’Italia si è concretizzato nel festival della mediocrità inconcludente ed ipocrita che ci ha fatto perdere credibilità, prestigio e anche quel poco di sovranità che ci rimaneva.
SALVINI E LE TENSIONI NEL PARTITO COSÌ PONTIDA ORA DIVENTA UN TEST
(di Cesare Zapperi – il Corriere della Sera) – Forse mai come nel direttivo lombardo di venerdì scorso Matteo Salvini si è sentito ripetere, con toni e parole diverse, l’invito a passare la mano. È il segno di settimane, se non di mesi, difficili per la Lega, in calo di consensi e alla ricerca di nuovi spazi politici a fronte dell’arrembante ascesa di Futuro nazionale dell’ex vicesegretario Roberto Vannacci. Sullo sfondo, sempre più vicino, un raduno di Pontida che questa volta rischia di trasformarsi in un crocevia decisivo per le sorti del partito.
Salvini aveva inusualmente convocato il direttivo lombardo proprio per cercare un chiarimento con i malpancisti e per ripartire, proprio dal sacro suolo bergamasco con «una squadra rinnovata» come da suo annuncio, alla conquista di quella doppia cifra che considera ancora alla portata di mano. Ma l’esito della riunione non è stato proprio in linea con gli auspici.
Perché se è vero che raramente si è udito invocare le dimissioni di un leader, certo è stata una primizia assoluta sentire, nel sancta sanctorum leghista di via Bellerio, una vicesegretaria federale, Silvia Sardone, derubricare l’Autonomia differenziata, una delle battaglie fondative del Carroccio e comunque l’unica riforma approvata dal centrodestra in questa legislatura, come qualcosa «che non interessa nulla alla gente».
Parole che sono suonate sacrileghe nei giorni in cui si ricorda Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega federalista scomparso 25 anni fa. Il ministro agli Affari regionali e alle autonomie Roberto Calderoli, da anni impegnato in un faticoso e logorante lavoro di tessitura di una tela ancora non completata del tutto, ha subito rimbrottato la deputata europea (mentre il segretario non ha fatto un plissé) con parole forti, ricordandole en passant la diffidenza nei confronti di quelli che cambiano partito con facilità (Sardone proviene da Forza Italia). […]
Nelle intenzioni di Salvini tutto avrebbe dovuto rimanere confinato nei poco confortevoli ambienti della sede leghista. Ma il passaparola ha preso il sopravvento e di bocca in bocca ha portato all’esterno i contenuti di un dibattito in cui è parsa evidente la spaccatura tra il gruppo dirigente del partito (da Salvini a Sardone, passando per i deputati Luca Toccalini, Paolo Formentini fino alla ministra Alessandra Locatelli) e i quadri lombardi.
In particolare, si sono fatti sentire quattro dirigenti locali: i segretari provinciali Fabrizio Sala (Bergamo) e Roberta Sisti (Brescia), i sindaci Renato Pasinetti (Travagliato) e Giovanmaria Flocchini (Pertica Alta). In comune, seppur declinato con argomentazioni diverse, un ragionamento diretto al leader Salvini: «Il partito è in caduta libera, serve un cambio al vertice». C’è chi ha parlato di stanchezza, chi di scelte sbagliate (quella di puntare su Roberto Vannacci).
A supporto è intervenuto l’ex deputato bergamasco Daniele Belotti, ricordando come Umberto Bossi e Roberto Maroni, pur in due situazioni ben diverse, avvertirono la necessità di farsi da parte per il bene della Lega. In silenzio il governatore lombardo Attilio Fontana (ma le sue uscite critiche sono state numerose), polemico in stile curiale il segretario lombardo Massimiliano Romeo. […]
LEGA, FONTANA GUIDA LA FRONDA “SALVINI FACCIA UN PASSO DI LATO”
(di Gabriella Cerami – la Repubblica) – La miccia l’ha accesa una vecchia conoscenza di Salvini. «Matteo, non sei più credibile, devi lasciare». È stato Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, ex deputato leghista non più ricandidato dal capo, a dare il via alla rivolta della base lombarda al direttivo regionale del Carroccio. Con lui altri quattro dirigenti al grido di «dimissioni». Così le segreterie provinciali di Bergamo, Brescia e Varese, alcuni sindaci e assessori regionali hanno chiesto esplicitamente al segretario di farsi da parte.
Del resto, almeno una ventina dei trentuno interventi succedutisi venerdì scorso nella sede di via Bellerio a Milano sono stati assai polemici nei confronti del leader che pure aveva convocato la riunione proprio per sedare malumori e insofferenza dell’ala lombarda. Ormai vero epicentro del malcontento. Una rivolta, non più silenziosa, guidata dal governatore Attilio Fontana e dal coordinatore regionale e capogruppo in Senato Massimiliano Romeo. […]
I presenti raccontano che anche Fontana ha preso la parola. Il governatore, per ragioni di diplomazia, non ha chiesto un passo indietro ma ci è arrivato molto vicino: «La Lega deve tornare di lotta e di governo e per far questo serve un passo di lato del segretario affinché si allarghi la leadership».
Il clima è da notte delle “scope” di maroniana memoria. Cinque dirigenti sono andati dritti verso la richiesta di dimissioni, senza troppe sfumature. Non solo Belotti quindi, ma anche il segretario bergamasco Fabrizio Sala, la segretaria bresciana Roberta Sisti, il sindaco di Pertica Alta (Brescia) Giovanmaria Flocchini e il sindaco di Travagliato, Renato Pasinetti.
Critica nei confronti del segretario anche la deputata Simona Bordonali che infatti non ha firmato la lettera contro il coordinatore regionale Massimiliano Romeo, il quale ha chiesto, in conclusione, «un profondo rinnovamento». Il capogruppo della Lega al Senato e Fontana si muovono insieme.
I parlamentari lombardi salviniani, dodici su sedici, prima del direttivo di venerdì avevano chiesto con una lettera di poter partecipare ai lavori delle direzione. Cosa che non è mai successa prima e che Romeo non ha accettato. La missiva è stata la mossa tentata da Salvini per bilanciare, a favore suo, un direttivo regionale che ormai gli ha voltato le spalle e che gli chiede di dimettersi.
Il segretario, in quarantacinque minuti di discorso, ha parlato di opere pubbliche e dei risultati portati a casa per il Nord grazie al suo ruolo di ministro dei Trasporti e della infrastrutture. Così ha provato sedare la fronda che in Lombardia sembra avere la maggioranza. E infatti la risposta è stata: «Non basta». E qualcuno gli ha fatto notare che così sta trascurando il partito, dunque avrebbe bisogno di un supporto.
Conti alla mano, se i due terzi degli interventi sono stati contro Salvini, la restante parte ha provato a sostenere il vicepremier. Tra questi, la ministra Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini. Il ministro Roberto Calderoli ha ricordato che il congresso è stato fatto un anno fa e che forse era allora che si sarebbero dovute avanzare queste istanze.
[…] Prima dello storico incontro, fissato per il 20 settembre, è in agenda anche un altro appuntamento: a Roma, l’8 e il 9 settembre alle Officine Farneto. La chiamano la pre-Pontida nel senso che sarà un momento di passaggio tra la rivolta leghista e ciò che verrà. Ed è qui che il segretario dovrà dare delle risposte, concedere almeno una gestione collegiale o per dirla con le parole di Romeo a Repubblica: «Una squadra» in vista delle politiche.
Salvini ci sta pensando. Si sente forte del fatto che, almeno per il momento, non sia emerso un nome alternativo, che possa sfidarlo per la guida del partito: ma nello stesso tempo sa che non può arrivare a Pontida con una Lega spaccata e senza un’idea. La clessidra per lui sembra correre sempre più veloce.
E’ sul modello di società che si può giocare l’aut aut, non sul leader di turno della destra

(Paolo Martini – ilfattoquotidiano.it) – Quel popolo di ‘gucciniani’ che si è spontaneamente ritrovato nelle piazze d’Italia nonostante l’insopportabile canicola racconta forse qualcosa di più che l’affetto per il ‘Maestrone’ di tante canzoni d’autore. Testimonia della resistenza di quei valori forti e riconoscibili che non solo non dovrebbero essere archiviati, ma potrebbero costituire la base del ‘campo largo progressista’. Invece, allo stato attuale delle beghe tra le varie formazioni più o meno leaderistiche, al massimo si finirà di recitare il vecchio mantra ‘dobbiamo sconfiggere Giorgia Meloni’.
Se questo è il percorso che dovrebbe portare all’elaborazione di un programma e alla scelta di un leader nazionale, e pure di alcuni candidati sindaci di primissimo piano, con o senza fantomatiche primarie, è come se si udisse già in lontananza l’urlo di sempre che dice pian piano:/non siamo, non siamo, non siamo (sono le strofe finali del capolavoro intimista del Guccini 1990, Quello che non).
Si dice già che tanti elettori Cinquestelle non voterebbero un Premier terzo scelto insieme con i fantomatici riformisti, nemmeno l’ex campionessa Silvia Salis; viceversa molti di area Pd non digeriscono ancora l’asse con gli ex grillini. ’Non siamo’ men che meno la prima persona plurale: non siamo perché è molto difficile pensare che il popolo riunito a cantare per l’ennesima volta La locomotiva possa mobilitarsi, a Milano, per confermare il modello della metropoli-‘treno pieno di signori’ di Beppe Sala, men che meno per Mario Calabresi: in piazza dei Mercanti, tra i gucciniani commossi, c’era persino chi minacciava già di presentarsi in giro con la t-shirt ‘Io voto Pinelli’.
Ancora: non mancano gli anti-putiniani sinceri tra chi si riunisce a intonare ancora Dio è morto, ma è quasi impossibile trovare chi approvi il progetto neo-militarista SAFE della Ue, la frenata sul Green New Deal o la deriva d’inciviltà che sta imprimendo all’Europa la commissione a maggioranza variabile di Ursula Von Der Leyen. Per dirla con un altro poster che qualcuno già si preparava a portare in piazza, con i volti di Meloni, Von Der Leyen, il tedesco Merz, Dick Schoof dei Paesi Bassi, la danese Mette Frederiksen e così via: ‘In Ruanda mandiamoci loro!’.
Sul fronte del popolo a sinistra si vive purtroppo un grave problema di partecipazione e di riconoscimento, date la sordità e impenetrabilità dei vertici, nonché l’insussistenza di figure riconoscibili come magistrali. E la stessa partecipazione commossa alla scomparsa del mitico Maestrone Guccini in fondo fa notare ancor di più il bisogno di personalità in grado anche di esercitare con carisma e con pazienza questo ruolo di riferimento.
E dire che sarebbe facilmente rimediabile guardando, con un atteggiamento di ascolto e di apertura, al mondo del lavoro e alle università, a che s’impegna nella ricerca e nella cultura in generale. Va da sé che questo significa anche voler rifondare un preciso pensiero politico, come sta succedendo persino nella sinistra americana o inglese di fronte alla follia degenerativa senile del capitalismo.
E’ sul modello di società che si può giocare l’aut aut, non sul leader di turno della destra. Così, a Massimo D’Alema che si è subito distinto sottolineando la distanza antropologica del cantautore di Pavana dal vecchio Pci (‘Guccini era un socialista, noi comunisti cantavamo le canzoni d’amore’) ha giustamente risposto Lodo Guenzi – reduce da un pregevole riallestimento di Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo e anche da frontman per I Musici di Guccini: “Apprezzo molto che chi ha aderito con rigidità a un certo disegno politico ammetta di sentirsi estraneo a quei guizzi di libertà e anarchia”.
E fa una certa impressione notare che a settembre, quando si celebrerà di nuovo in piazza il funerale collettivo di Guccini intonando i versi ‘garbatamente rivoluzionari’ del Maestrone, nel campo largo si sarà bisticciato un altro po’ per ritrovarsi a cantare le più improbabili strofe amorose tra ex.

(askanews) – Un sistema missilistico antiaereo semovente Avenger è stato schierato a protezione del presidente statunitense Donald Trump mentre assisteva a un torneo di golf nel suo club di Bedminster, in New Jersey. Lo riferisce il sito specializzato War Zone sulla base di fotografie scattate domenica.
Le immagini, la cui autenticità è stata confermata ieri dalla Casa bianca secondo il sito, mostrano il sistema Avenger dietro una recinzione mentre Trump assisteva alla giornata conclusiva del torneo LIV Golf Bedminster. Nella stessa giornata il North American Aerospace Defense Command (Norad) aveva riferito di aver intercettato diversi velivoli nei pressi del club di Bedminster, dove il presidente stava trascorrendo il fine settimana.
Le misure di sicurezza attorno a Trump sono state rafforzate dopo una serie di tentativi e presunti complotti contro la sua vita negli ultimi due anni. L’episodio più recente citato dalla fonte riguarda un piano, scoperto a giugno, per colpire un evento Ufc alla Casa bianca.

(Agostino Gramigna – il Corriere della Sera) – È come se la storia della meteorologia (e di tutti i metodi di registrazione messi a punto a partire dal XVII secolo) fosse all’improvviso schizzata in alto. […] Il Regno Unito e la Francia si stanno preparando alla quinta ondata di calore.
L’agenzia meteorologica nazionale Météo-France avverte che oggi le temperature potrebbero avvicinarsi ai 40 gradi nel sud-est del Paese. Il servizio meteo britannico (Met Office) annuncia invece che entro giovedì potrebbero raggiungere 37 gradi in alcune zone dell’est, 3,8 gradi sopra la media calcolata tra 1991-2020. Mentre in Spagna, l’Agenzia meteo Aemet, informa che la temperatura media si è attestata a 25,7 gradi, 2,6 sopra la norma…
[…] Anche se non c’è niente di più ideologico del «tempo che fa», come diceva Roland Barthes, c’è uno spettro che si aggira in Europa e non è più politico: è il caldo. I dati sono tutti in salita e hanno la forma di un bollettino di guerra se si osserva la «fotografia» scattata da Copernicus (il programma di osservazione e monitoraggio della Terra della Commissione europea), secondo cui il luglio 2026 è stato il più caldo di sempre per temperature dell’atmosfera e del mare.
Ma anche per siccità e incendi. Del resto le immagini satellitari fornite sono impressionanti. Mostrano una geografia europea stravolta in pochi anni. Ghiacciai scomparsi, fiumi in secca, pianure e colline un tempo verdi diventati paesaggi marroni. Come il nord della Francia. Anche a livello globale, tratteggia Copernicus, luglio è stato il più caldo di sempre in 33 Paesi nel mondo, per una popolazione di 900 milioni.
[…] I livelli di umidità del suolo a luglio sono stati nettamente inferiori rispetto al luglio 2022. Le alte temperature hanno intensificato la siccità. La Spagna ha subito il luglio più secco dall’inizio delle rilevazioni del 1961. Metà dell’Inghilterra è a secco: il Paese ha avuto sette settimane consecutive con meno di 10 mm di pioggia, alcune con meno di 1 mm. La siccità favorisce gli incendi.
Alla fine di luglio sono andati in fumo circa 42.00o ettari nel sud ovest della Francia (in Gironda 220.000 persone sono state evacuate). Nello stesso periodo, il più grosso incendio della storia della Spagna ha bruciato quasi 44.00 ettari vicino Madrid.
Contattato telefonicamente Ronan McAdam, oceanografo del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, parla di temperature del mare e dell’atmosfera mai viste negli ultimi 30 anni. «Nell’ovest del Mediterraneo a giugno ci sono stati 8 gradi in più rispetto alla media. A luglio invece il balzo è stato di 4-5 gradi rispetto a quello di 25 degli ultimi anni. In futuro?
Avremo nuovi record». Anche in Italia il caldo non dà tregua. Oggi saranno 19 e domani 20 le città con bollettino rosso.