“D’accordo con Mattarella”. La leader ha attaccato i pm, poi ha fatto scaricabarile: «Altri vogliono la lotta nel fango». Nel decreto Bollette bluff sul bonus per i vulnerabili. E monta il malumore anche dei leghisti

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Una tripletta degna degli annali della propaganda politica. E che lascia il segno per i giorni a venire. Giorgia Meloni ha optato per il salto di qualità nella campagna referendaria pubblicando tre video sui canali social nel giro di 24 ore. Tutti e tre dall’approccio molto aggressivo. Anche se poi, nell’intervista rilasciata ieri a Sky TG24, ha smorzato i toni, tentando un ribaltamento della realtà: «Vedo un tentativo di trascinare la campagna in una sorta di lotta nel fango».
La premier ha detto di condividere gli appelli del capo dello stato, Sergio Mattarella, in difesa del Consiglio superiore della magistratura: «Ho trovato le parole del presidente giuste sul fatto che il Csm si mantenga estraneo alle diatribe politiche». E ha ribadito che «il referendum non è un voto sul governo, per quello ci sono le politiche».

Insomma, Meloni in versione double face. Sembra un’altra persona rispetto alla premier che ha utilizzato due video per attaccare frontalmente la magistratura partendo da singoli casi di cronaca: uno sul «cittadino irregolare algerino» (testuale) non trattenuto nel Cpr e, il giorno dopo, sulla vicenda del risarcimento a Sea-Watch. In mezzo c’è stato lo spot promozionale sul decreto Bollette.
Argomenti diversi per puntare allo stesso obiettivo: spingere gli elettori a votare Sì, senza affermarlo in maniera netta, perché alla fine basta attaccare la magistratura. E magnificare l’operato del governo. Tutto in pieno stile trumpiano, usando la potenza dei social che consente di lanciare messaggi unidirezionali per cercare lo scontro istituzionale.
Il tris social è il misuratore di un’accelerazione in ottica referendaria. Negandolo pubblicamente, per una forma di prudenza (suggerita anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto), ma con un cambio di passo misurabile nei video che mostrano il vero volto della strategia di Fratelli d’Italia.
«Mi sembra sinceramente che Meloni abbia superato ogni limite», ha osservato il deputato del Pd, Roberto Speranza.
Infatti, se il modello di comunicazione della premier è quello di Trump, con il leader solo al comando a sproloquiare sui social, ad affilare le sciabole della propaganda è il consigliere principe della premier, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Nella war room della propaganda meloniana, comunque, nessuno è contrario a questo modus operandi. Fazzolari è solo la punta di diamante della “dottrina dello scontro”.
Anzi, si alimenta la macchina della propaganda sui social delle pagine vicine alla galassia di centrodestra, come quelle note di Atreju e Siete dei poveri comunisti, che fanno capo agli strateghi social di FdI, capitanati da Alberto Di Benedetto e Marina Improta.
Meloni è in campo, insomma. Del resto, l’altra Meloni, la sorella Arianna, nelle vesti di capo della segreteria di Fratelli d’Italia, ha iniziato a girare per fare campagna a favore del Sì. Manca poco più di un mese e ha lasciato intendere che il partito non resterà a guardare.

Ma il mondo della propaganda finisce per sbattere talvolta contro il dato di realtà. È il caso del decreto Bollette. Il provvedimento ha creato schiere di scontenti. Qualche malumore sul testo finale si è registrato anche nelle stanze del ministero dell’Ambiente.
Da un lato il titolare del Mase, Gilberto Pichetto Fratin, è stato scavalcato dall’aggressività della comunicazione di Palazzo Chigi. E ha dovuto mandare giù l’invasione di campo, aggiustando tuttavia la narrazione numerica: i 5 miliardi di euro raccontati da Meloni (e ripetuti a Sky TG24) sono stati riportati a 3 miliardi. Nello stesso Mase, tuttavia, non tutti sono contenti del provvedimento. Anzi, la viceministra, la leghista Vannia Gava, non sarebbe intervenuta sul testo, tenendosi a debita distanza, proprio per la mancata condivisione del contenuto.
Un indizio sta nel fatto che l’esponente del partito di Matteo Salvini non ha usato i toni trionfalistici rilanciati a “dichiarazioni unificate” da altri ministri e sottosegretari. I malumori sono tangibili, dunque, i benefici del decreto sono tutti da verificare.
«Purtroppo, il bonus di 115 euro non si sommerà al bonus straordinario di 200 euro dello scorso anno», ha denunciato l’Unione nazionale consumatori, smontando il racconto fatto dalla premier. Infatti il bonus sociale di 200 euro è previsto solo in casi specifici per famiglie particolarmente numerose e in situazione di pesante disagio.

«Insomma, i 315 euro di cui parla Meloni non esistono, sono il frutto della più ingannevole propaganda manipolativa», hanno scritto in una nota i deputati del Movimento 5 stelle.
Anche Confagricoltura ha lanciato un allarme, chiedendo al parlamento un intervento sul decreto: così come è stato approvato «mette a rischio la tenuta delle aziende agricole che hanno investito in questi anni nelle rinnovabili dando un contributo importante alla transizione ecologica del Paese», scrive in una nota la confederazione.
Il ritorno al mondo reale è stato necessario anche dopo il bollettino della Bce: in Italia i prezzi dell’energia elettrica sono il doppio rispetto a quelli dell’industria. E non basta un video per risolvere il problema.

(ANSA) – MILANO, 19 FEB – E’ stato depositato il ricorso del Senato, dopo la delibera parlamentare dello scorso settembre, alla Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione con la Procura di Milano sull’inutilizzabilità di alcuni atti del procedimento che vede imputata la ministra Daniela Santanchè e altri quattro, tra cui il compagno Dimitri Kunz e due società del gruppo Visibilia, per la vicenda della presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid.
Il deposito del ricorso, preparato da un pool di legali, dovrebbe avere l’effetto, dato che la questione ora pende effettivamente davanti alla Consulta, di rinviare ancora per mesi in attesa della decisione l’udienza preliminare a carico della senatrice di FdI e degli altri imputati. Per domattina, infatti, è fissata un’udienza interlocutoria davanti alla gup Tiziana Gueli che già lo scorso ottobre aveva ‘congelato’ il procedimento e fissato la nuova data solo per verificare lo stato della pendenza davanti alla Consulta. Dovrebbe arrivare, dunque, un altro lungo rinvio.
Da quanto si è saputo, infatti, dopo il deposito del ricorso la Corte Costituzionale effettuerà un primo vaglio di ammissibilità, senza contraddittorio, e poi nel caso fisserà un’udienza di discussione, che potrebbe tenersi a distanza di alcuni mesi. Già nell’udienza del 9 luglio la difesa Santanchè, coi legali Salvatore Pino e Nicolò Pelanda, aveva sollevato la questione di inutilizzabilità di quella serie di registrazioni di conversazioni private tra la senatrice ed Eugenio Moschini, ex direttore di Pc Professionale, rivista del gruppo Visibilia, e di messaggi di posta elettronica in cui compariva come messa in copia per conoscenza. Inutilizzabilità perché, per la difesa, non venne chiesta dai pm per l’acquisizione l’autorizzazione a procedere del Parlamento.
Il 24 settembre, poi, il Senato ha approvato la proposta di sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzione con la Procura su quegli atti. I pm Luigi Luzi e Marina Gravina si erano opposti allo stop del procedimento con una memoria al gup.
La “complessiva valutazione degli elementi acquisiti nel corso delle indagini” e sottoposti “alla valutazione del gup”, avevano fatto presente i pm, può “condurre al rinvio a giudizio degli imputati”.
Il conflitto di attribuzione su quegli atti – avevano scritto in ottobre – non è nemmeno “pendente”, perché c’è stata solo una “delibera parlamentare”, ma deve essere ancora depositato il relativo “ricorso” alla Consulta. La gup aveva deciso, comunque, di rinviare a distanza di mesi l’udienza e ora il ricorso è arrivato.
In più questo conflitto, sempre per i pm, è stato sollevato da un “potere”, ossia il Senato, “diverso dall’autorità giudiziaria” e non è prevista, dunque, la sospensione dei procedimenti, come avvenuto nel caso “trattativa Stato-mafia”. Sempre nel merito della “invocata inutilizzabilità”, poi, la Procura ritiene che quegli atti siano tutti “documenti” entrati nel fascicolo e non intercettazioni disposte dai pm. E quindi utilizzabili.
Quelle “prove documentali”, inoltre, mettono in luce che “i dipendenti, nel periodo in cui erano in cassa integrazione Covid, avevano di fatto continuato a lavorare”, come emerge pure dalle testimonianze.
Per l’accusa, Visibilia Editore e Concessionaria avrebbero chiesto e ottenuto “indebitamente” la Cig in deroga, “a sostegno delle imprese colpite dagli effetti” della pandemia, per 13 dipendenti e per oltre 126mila euro, ammontare della presunta truffa, tra maggio 2020 e febbraio 2022. La richiesta di processo per Santanchè e gli altri risale a quasi due anni fa, al maggio 2024, e l’udienza preliminare, tra tempi rallentati e vari stop and go, non si è ancora conclusa. E dovrebbe rimanere ferma ancora per mesi.
Il simbolo della nuova organizzazione internazionale sembra una rivisitazione in stile Trump di quello dell’Onu. Per gli Usa la pace nel mondo passa attraverso la forza

(di Massimo De Laurentiis – ilsole24ore.com) – Guardando il logo del Board of Peace, l’organizzazione internazionale creata e promossa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, due elementi saltano subito all’occhio: la preponderanza dell’oro e una mappa del mondo che include soltanto l’America. Come spesso accade, anche in questo caso i simboli dicono molto.
L’identità grafica del Board of Peace, che l’amministrazione statunitense ha presentato al mondo in occasione del World Economic Forum di Davos a gennaio, ricorda quella di uno stemma araldico. Al centro uno scudo, per la precisione uno scudo svizzero, incorniciato da quelli che sembrano due rami di alloro, simbolo di gloria.
Ma la caratteristica più singolare riguarda il globo incastonato nello scudo al centro del logo: una rappresentazione del mondo in cui, tuttavia, è incluso solo il Nord America, con una parte dell’America latina. Il resto del pianeta, quattro continenti e almeno 160 Paesi riconosciuti a livello internazionale, non è considerato.
Il tutto è immerso nell’oro, elemento decorativo particolarmente caro al presidente americano.
Come ha scritto il quotidiano inglese The Guardian, il simbolo sembra una rivisitazione in stile Trump di quello dell’Onu, che nelle intenzioni del tycoon potrebbe avere un ruolo marginale con l’avvento del Board of Peace.
Il parallelismo con l’Onu permette di vedere come la simbologia si riflette nel ruolo e negli obiettivi delle due organizzazioni. Come indicato nel sito ufficiale, l’emblema delle Nazioni Unite è stato concepito come “una mappa del mondo che rappresenta una proiezione azimutale equidistante centrata sul Polo Nord”, in modo da includere tutti i Paesi senza far prevalere una prospettiva particolare.
Intorno al globo così rappresentato si trovano due rami di ulivo, simbolo di pace. L’ultimo elemento fondamentale dell’iconografia Onu è lo “UN Blue”, una tonalità di blu chiara e neutra che si oppone al rosso, associato alla guerra.
L’iniziativa internazionale nata su impulso di Trump riflette un ideale simbolico di autorevolezza e potere a cui l’amministrazione americana tiene molto.
Ad agosto 2025 la Casa Bianca ha pubblicato un ordine esecutivo chiamato “Making Federal Architecture Beautiful Again”, in cui sono contenute le nuove indicazioni di stile per gli edifici federali. Come si legge nel provvedimento, lo stile prediletto è quello classico, che «elevi e abbellisca gli spazi pubblici, ispiri l’animo umano, nobiliti gli Stati Uniti e imponga rispetto da parte del popolo».
Inoltre, lo stesso presidente in prima persona ha apportato diverse modifiche alla Casa Bianca, con l’utilizzo di marmi pregiati e, ancora una volta, decorazioni in oro. In una intervista a Fox News dello scorso anno, Trump mostra con orgoglio le aree rinnovate e illustra il piano per l’imponente sala da ballo, capace di accogliere mille persone, che dovrebbe sorgere nell’ala est della Casa Bianca.
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Il 19 febbraio a Washington si è tenuta la prima riunione del Board of Peace. Si accede solo su invito, è necessario pagare una quota di almeno un miliardo di dollari per diventare membri permanenti e la presidenza è affidata a vita Donald J. Trump, a quanto pare a prescindere dal suo mandato istituzionale negli Stati Uniti.
L’obiettivo dichiarato è superare le inefficienze dell’Onu per raggiungere la pace nel mondo, quella “pace attraverso la forza” che è uno dei mantra dell’amministrazione americana. Una forza che questo nuovo organismo internazionale vuole trasmettere a partire dai simboli.
“Il primo volto noto inquadrato in platea a Sanremo potrebbe essere quello di Giorgia Meloni, con la figlia Ginevra accanto”: l’indiscrezione sulla presenza della premier all’Ariston. Solo la partecipazione di chi occupa un ruolo istituzionale o una manovra politica? Secondo La Stampa, la presidente del consiglio sarebbe determinata a godersi lo spettacolo condotto da Carlo Conti e Laura Pausini

(di Giuseppe Candela – ilfattoquotidiano.it) – “Rai Uno, ore 20.40 del 24 febbraio. Carrellata sulla platea Ariston, prima serata del Festival di Sanremo. Il primo volto noto inquadrato potrebbe essere quello di Giorgia Meloni, con la figlia Ginevra accanto”, scrive La Stampa. Un retroscena che riporta “Sanremo 2026” al centro della scena: solo la partecipazione di chi occupa un ruolo istituzionale o una manovra politica? Secondo il quotidiano torinese, la Premier sarebbe determinata a godersi lo spettacolo condotto da Carlo Conti e Laura Pausini, con le esibizioni dei trenta big in gara.
Gli stessi che pochi giorni sono saliti al Palazzo del Quirinale per incontrare Sergio Mattarella intonando “Azzurro” di Adriano Celentano: “Un dettaglio che a Palazzo Chigi ha generato più di un malumore e qualche ora di silenzioso tormento. La riserva che Meloni mantiene sulla presenza all’Ariston nasce anche da qui: evitare contrapposizioni simboliche, ‘non necessarie’ se paragonate a quanto sta accadendo sulla giustizia”.
La Premier sta valutando anche l’idea di una possibile missione a Kiev in occasione dell’anniversario dell’invasione russa. Ma i contatti con Carlo Conti “vanno avanti e all’Ariston si sta già predisponendo il dispositivo per la presenza di Giorgia Meloni, è perché – a pochi giorni dalla diretta – le probabilità che Meloni scelga la platea sanremese sono considerate alte.
“La platea sarebbe un tassello della strategia meloniana per intercettare un pubblico diverso da quello dei comizi o delle dirette social. Un potenziale ago della bilancia per il referendum sulla separazione delle carriere”, conclude La Stampa.
Al teatro Ariston nel 2023, edizione condotta da Amadeus, era arrivato il Capo dello Stato con sua figlia Laura. Avevano assistito all’intervento di Roberto Benigni, dopo aver ascoltato l’inno cantato da Gianni Morandi. “Rappresenta un ambito significativo di rilievo dell’economia del nostro Paese – ha detto il Presidente Mattarella nei giorni scorsi nell’incontro con gli artisti in gara – quindi il Festival è un appuntamento la cui importanza travalica, anche l’apparenza che lo circonda, ma è di sostanza, importante nella vita del nostro Paese. Ogni anno è una scoperta straordinaria che tutti facciamo, quando il Festival va in onda.E quindi quello che fate è l’espressione della vostra capacità artistica, del vostro protagonismo di artisti, ma è anche un inserimento, un impegno, un contributo alla vita culturale del nostro Paese, alla società“.
Dieci governi e 22 anni dopo l’occupazione dello stabile romano di via Napolone III resiste a tutto. Anche alla sentenza barese sulla ricostituzione del partito fascista

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Dicembre 2022, conferenza stampa di fine anno della presidente del Consiglio. Il debutto muscolare della destra al governo ha preso corpo con il decreto anti-rave party. E adesso, avverte Giorgia Meloni, «è finita l’Italia che si accanisce con chi rispetta le regole e fa finta di non vedere chi le viola».
Di casi ce ne sono a bizzeffe, e non effimeri come i rave party. Uno va avanti da dieci governi. Quando la premier scaglia l’anatema l’occupazione del palazzo di via Napoleone III numero 8, a Roma, di proprietà del Demanio, ha appena compiuto 19 anni. Oggi gli anni sono diventati ben oltre 22. E i neofascisti di CasaPound sono ancora lì. Ci sono entrati il 27 dicembre 2003 e non ne sono più usciti, nella totale indifferenza dello Stato. Che si trova però adesso di fronte a una situazione imprevista.
Giovedì 12 febbraio un tribunale di Bari ha condannato una dozzina appartenenti a CasaPound, dice una nota dell’Ansa in attesa di conoscere le motivazioni, «per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista». La storia risale al settembre 2018, quando i condannati aggredirono i militanti antifascisti che avevano partecipato al corteo contro il razzismo. Una vicenda simile a molte altre. Ma stavolta la sentenza riferita dall’Ansa certificherebbe la natura contraria alla Costituzione e alle leggi vigenti di una organizzazione politica. Sgretolando in questo caso tutti gli alibi che per oltre due decenni hanno alimentato la tolleranza, per non dire la compiacenza, di certa politica nei confronti di CasaPound. Fino a favorire perfino l’ingresso di suoi aderenti negli spazi istituzionali.
Per mettere a fuoco la storia è utile rileggere una relazione di 45 pagine della Guardia di finanza sull’occupazione del palazzo del Demanio a Roma. L’indagine delle Fiamme gialle parte dalla procura della Corte dei conti in seguito a un’inchiesta de L’Espresso del 25 febbraio 2018. Obiettivo: accertare i fatti e verificare il danno per i contribuenti.
Nel rapporto spedito il 7 giugno 2019 alla Corte dei conti, il Nucleo di polizia economico-finanziaria lo valuta in almeno 4 milioni e mezzo. Ma lì dentro c’è pure l’elenco sterminato di omissioni e indulgenze con cui la politica ha consentito che la ferita andasse in cancrena. Con la conseguenza di riconoscere all’organizzazione neofascista il diritto a fare di quell’immobile statale una specie di sede politica. La prova? Sulla facciata per anni ha campeggiato la scritta CASAPOVND a caratteri cubitali, con tanto di bandiera esposta sul pennone, senza che nessun apparato pubblico protestasse per l’evidente abuso. L’unica a farlo, nel 2019, la sindaca grillina di Roma Virginia Raggi. La scritta è stata rimossa dal muro, ma la bandiera è rimasta.
Dall’indagine della finanza partita dall’articolo de L’Espresso saltano fuori particolari sconcertanti a dimostrazione di quella che la Corte dei conti, in una sentenza del 2023, definisce una «pachidermica inerzia nel ripristino della legalità violata». Come il fatto che «la vicenda dell’occupazione è stata affrontata l’ultima volta in data 28 febbraio 2007 dal Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica». E siccome il rapporto delle Fiamme Gialle è del 2019, significa che per 12 anni ci si è ben guardati dall’affrontare la faccenda. Se non per inserire l’immobile occupato da CasaPound nel «Piano di attuazione del programma regionale dell’emergenza abitativa», che riguarda gli occupanti di 40 palazzi nella capitale. Ci pensa nel 2016 il prefetto Francesco Paolo Tronca, commissario straordinario del Comune che ha sostituito il sindaco Ignazio Marino, sfiduciato dalla sua stessa maggioranza davanti al notaio. Il passaggio però fondamentale è all’inizio del 2019, proprio mentre la Fiamme Gialle conducono l’indagine. Il caso ormai è esploso: il consiglio comunale di Roma chiede ufficialmente lo sgombero. Per tutta risposta la prefettura di Roma scrive, testuale: «Lo sgombero è rimasto tutt’ora inattuato sia per la destinazione spuria assunta dall’immobile (sede del Movimento e soluzione alloggiativa per famiglie), sia per la difficoltà del Comune a sistemare in alloggi alternativi i diversi soggetti fragili che comunque vi abitavano (5 minori e due portatori di handicap su circa 60 occupanti)». Paola Basilone, all’epoca prefetta della Capitale con ministro dell’Interno Matteo Salvini, afferma che per il governo il palazzo occupato è anche la sede politica di CasaPound; dunque non si può sgomberare. Se poi ci sono responsabilità, sono del Comune. Per non parlare dell’«esigenza di evitare disordini sociali». Che però non ha impedito, circa un anno prima, lo sgombero (con incidenti) del palazzo occupato di via Curtatone, a ridosso della Stazione Termini. Né, anni dopo, lo sgombero del centro sociale del Leoncavallo a Milano. E di Askatasuna a Torino, con tutto ciò che ne è seguito.
Poi c’è la questione della cosiddetta «fragilità» sociale degli occupanti, che costituirebbe un freno decisivo allo sgombero. Ebbene, con una banale consultazione delle banche dati la Finanza scopre una serie di elementi interessanti. Perché fra gli occupanti ci sono un bel po’ di dipendenti pubblici. Tutt’altro che indigenti. Una del Policlinico Gemelli. Una del ministero dell’Economia. Uno di Laziocrea, società della Regione, consorte di una dipendente di una società del Comune di Roma. Una di Cotral, sposata a sua volta con un collega della medesima società di trasporti della Regione Lazio. Una di Roma Capitale. Una di Zetema, controllata del Comune di Roma. Poi c’è un fotoreporter dipendente della Mag srl, società che fa capo alla moglie del fondatore di CasaPound Gianluca Iannone e gestisce l’Osteria Angelino dal 1899. Tanto Iannone quanto il fotoreporter e un altro occupante risultano dipendenti del ristorante. «Tale accertamento – dice il rapporto della Finanza – «contrasta le affermazioni del comitato diramato da Simone Di Stefano di CasaPound il 27 ottobre 2018»: dove gli occupanti sono «famiglie in stato di emergenza abitativa».
Ma le date spiegano molte cose. Dal giugno 2018 al settembre 2019 il ministro dell’Interno e capo dei prefetti è il leader leghista Salvini, che ricopre anche l’incarico di vicepresidente del Consiglio. E non è un nemico degli occupanti, almeno a sentire Giorgia Meloni. Nel 2015, quando è all’opposizione insieme alla Lega, lei ne prende curiosamente le distanze: «Non ho rapporti con quelli di CasaPound. Loro dicono che il loro leader è Salvini». Sono gli anni in cui Luca Marsella, uno dei capi dell’organizzazione ora impegnato nella battaglia sulla «remigrazione» cara a Roberto Vannacci, auspica che «Salvini si metta a capo di un polo sovranista». Mentre il leader leghista viene immortalato allo stadio con il giubbotto «Pivert» prodotto dall’azienda di Francesco Polacchi, coordinatore di CasaPound in Lombardia. Nonché titolare di Altaforte, casa editrice che pubblica un libro intervista con Salvini. E quando il 24 ottobre 2018 i giornalisti chiedono al ministro dell’Interno di esprimersi sul palazzo occupato, Salvini dice che ci sono altre precedenze. Poi toccherà anche a loro.
Sette anni e mezzo dopo siamo allo stesso identico punto. Nemmeno la sentenza di Bari sembra aver cambiato qualcosa. L’attuale ministro dell’Interno, il prefetto Matteo Piantedosi, è il capo di gabinetto di Salvini al Viminale. E ora a chi gli sollecita una posizione sulla sentenza dei giudici di Bari, getta la palla in tribuna: «Ci sono diverse interpretazioni, è una vicenda complessa…».

TRUMP INAUGURA IL BOARD OF PEACE, ‘NIENTE DI PIÙ POTENTE E PRESTIGIOSO’

(ANSA) – “Credo non ci sia mai stato niente di piu’ potente e prestigioso”: Donald Trump ha aperto cosi’ la prima riunione del Board of Peace a Washington, dopo aver fatto alcuni accenni all’economia americana.
TRUMP, DARE IL MIO NOME ALL’ISTITUTO DELLA PACE È STATA UN’INIZIATIVA DI RUBIO
(ANSA) – “Dare il mio nome all’Istituto della pace di Washington è stata un’iniziativa di Marco Rubio, io non c’entro niente”. Lo ha detto Donald Trump aprendo il primo meeting del Board of Peace.
TRUMP, ‘QUI PER LA PACE, PAROLA FACILE DA DIRE MA DIFFICILE DA PRODURRE’
(ANSA) – “Quello che stiamo facendo è molto semplice, pace. Si chiama Consiglio della Pace, e si basa su una parola facile da dire ma difficile da produrre, pace”: lo ha detto Donald Trump aprendo la prima riunione del Board of Peace a Washington.
TRUMP ELENCA ED ELOGIA LEADER PRESENTI AL BOARD OF PEACE
(ANSA) – Donald Trump sta per ora divagando dal tema di Gaza al Board of peace, parlando di economia, dazi, elencando ed elogiando i leader presenti, le relazioni che ha con ciascuno, vantandosi anche dell’endorsement che ha dato ad alcuni di loro, come Milei ed Orban.
Quanto ad Orban, “non tutti in Europa apprezzano questo endorsement, ma va bene così, sta facendo un ottimo lavoro sull’immigrazione a differenza di altri Paesi che si sono fatti del male da soli”, ha aggiunto.
TRUMP, ‘ALCUNI PAESI FANNO FURBI MA TUTTI SI UNIRANNO A BOARD OF PEACE’
(ANSA) – “Quasi tutti hanno accettato” l’invito nel Board of Peace “e quelli che non l’hanno fatto, lo faranno. Alcuni stanno un po’ facendo i furbi ma non funziona, non potete fare i furbi con me”. Lo ha detto Donald Trump aprendo la prima riunione del Board of Peace a Washington. “Stanno giocando un po’, ma si stanno unendo tutti, la maggior parte immediatamente”.
TRUMP, ‘CON L’IRAN DOBBIAMO FARE UN ACCORDO SIGNIFICATIVO O BRUTTE COSE’
(ANSA) – Donald Trump è tornato sulla necessità di fare un “accordo significativo” con l’Iran o “succederanno cose brutte”. Parlando al primo incontro del Board of Peace a Washington il presidente americano ha sottolineato che gli Stati Uniti “hanno buoni rapporti” con i negoziatori di Teheran.
TRUMP, TRA 10 GIORNI CIRCA SCOPRIREMO COSA SUCCEDE CON L’IRAN
(ANSA) – “Scopriremo cosa succede con l’Iran tra circa 10 giorni”: lo ha detto Donald Trump parlando al Board of Peace, sostenenendo che Teheran non puo’ avere l’arma atomica.
TRUMP, GLI USA DARANNO 10 MILIARDI DI DOLLARI AL BOARD OF PEACE
(ANSA) – Gli Stati Uniti contribuiranno al Board of Peace per Gaza con 10 miliardi di dollari. Lo ha annunciato Donald Trump alla prima riunione a Washington. “Se si confronta questo dato con il costo della guerra, si tratta di due settimane di combattimenti, sono una cifra molto piccola. Sembra tanto, ma è una cifra molto piccola”, ha sottolineato Trump parlando dei 10 miliardi di dollari che gli Stati Uniti doneranno al Board of Peace per Gaza.

(AGI/EFE) – Berlino, 19 feb. – La Central Intelligence Agency (Cia) statunitense e’ stata informata da un commando ucraino legato ai servizi segreti di Kiev dei suoi piani per attaccare il gasdotto russo Nord Stream nel Mar Baltico, sebbene alla fine non abbia fornito loro il suo appoggio.
E’ il contenuto di un’inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel, pubblicata oggi. Secondo la testata, che cita fonti ucraine a conoscenza dei fatti, i primi contatti riguardanti il piano hanno avuto luogo nella primavera del 2022 a Kiev, dove la parte ucraina ha presentato la sua idea e discusso vari dettagli tecnici dell’operazione di sabotaggio.
“Hanno detto ai nostri: ‘Va bene, sta andando bene'”, ha affermato una di queste fonti in merito alla posizione degli americani. Tuttavia, all’inizio dell’estate, la posizione di Washington e’ cambiata e, secondo fonti interne agli ambienti di sicurezza ucraini, la Cia ha ritirato il suo sostegno ai piani e si e’ rifiutata di finanziarli, riporta Der Spiegel.
Il settimanale osserva inoltre che nel giugno 2022, i servizi segreti militari olandesi avevano ricevuto una soffiata sui piani e hanno avvertito la Germania. Secondo l’inchiesta, gli Stati Uniti hanno quindi chiesto all’ufficio presidenziale ucraino di abbandonare completamente il piano, ma nonostante questo, l’unita’ segreta ha continuato il suo lavoro ed e’ riuscita a ottenere finanziamenti privati per una parte significativa dei 300.000 dollari di costo dell’operazione.
Un portavoce della Cia ha dichiarato a Der Spiegel che la ricostruzione e’ “completamente e totalmente falsa”, pur non negando dettagli specifici. Il presunto ideatore dell’attacco, un ucraino noto come Sergi K., che era un soldato in servizio attivo nel 2022, e’ detenuto in custodia cautelare in Germania dal novembre dello scorso anno, in attesa di accuse formali dopo essere stato estradato dalle autorita’ italiane. Il mese scorso, la Corte federale di Giustizia tedesca ha respinto il ricorso della difesa contro la sua detenzione, sottolineando che la Germania ha giurisdizione sul caso, sebbene il sabotaggio sia stato commesso in acque internazionali, poiche’ i gasdotti terminavano in territorio tedesco.
Inoltre, la Corte ha indicato che K. non puo’ rivendicare l’immunita’ garantita ai combattenti nei conflitti armati, poiche’ l’operazione era probabilmente segreta e mirava a infrastrutture civili. Secondo le indagini di vari media tedeschi, tra cui Der Spiegel, l’operazione che ha distrutto tre dei quattro cavi del Nord Stream nel settembre 2022 ha avuto l’approvazione del comandante in capo ucraino, Valery Zaluzhny, ma non quella del presidente Volodymyr Zelensky.

(di Janan Ganesh – il Financial Times) – Donald Trump aveva 18 anni quando uno straniero mise alla prova la sua adorata Dottrina Monroe. Nel 1964, Charles de Gaulle fece un tour dell’America Latina, dove agitò il sentimento contro l’influenza statunitense nella regione e offrì la Francia come partner alternativo.
La missione non era più credibile allora di quanto non appaia oggi sulla carta. Un impero in frantumi che aveva appena fallito nel tentativo di mantenere l’Algeria, per di più vicina, non avrebbe mai potuto eclissare gli “yanquis” nel loro stesso emisfero. Eppure, folle adoranti per il vecchio generale.
Farebbe bene a Donald Trump e al suo movimento riflettere su quel viaggio che Time Magazine definì “De Gaulliver’s Travels”. Potrebbe chiarire qualcosa sull’Europa che tende a perdersi mentre la galassia Maga flirta con l’estrema destra del continente.
I nazionalisti europei sono spesso antiamericani, o quantomeno contro-americani. Ai loro occhi, gli Stati Uniti sono una forza del commercio sradicato piuttosto che del sangue e del suolo. Consapevolmente o meno, omologano il mondo — dal cibo alle norme culturali — che invece dovrebbero restare peculiari delle singole nazioni. Per alcuni, l’origine del problema è persino confessionale: gli Stati Uniti non sono né cattolici né ortodossi.
Questa diffidenza verso l’America si intensifica passando dal gollismo — che era e resta pienamente dentro il perimetro del mainstream politico — alla destra più dura. L’odierna Alternative für Deutschland (AfD) ha un’inclinazione filorussa in un Paese che, dal dopoguerra, è stato profondamente atlantista.
Viktor Orbán, premier dell’Ungheria, anch’egli “orientale” nel suo orientamento geopolitico, potrebbe essere il miglior amico della Cina in Europa. Eppure il mondo Maga, ferocemente anti-cinese, lo esalta come nessun altro, a parte Trump stesso. È forse l’aspetto più strano di un movimento già di per sé strano.
Gli Stati Uniti potrebbero finire per pentirsi di questo abbraccio ai propri avversari. Gli americani che fanno il tifo per i partiti nazionalisti europei non saranno persuasi da argomenti etici o appelli alla coscienza.
Perciò lasciate che mi avvicini a loro come un imbonitore e sussurri invece l’argomento cinico: cosa ci guadagnate? Se l’interesse americano è sempre e ovunque prioritario, in che modo è servito dall’insediamento a Parigi e Berlino di governi che nel tempo potrebbero opporsi all’influenza statunitense? Come si concilia America First con la sponsorizzazione dei nazionalismi altrui?
Per il secondo anno consecutivo, un delegato di Trump alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha offerto sostegno all’estrema destra europea. Marco Rubio lo ha fatto con più tatto […] rispetto a JD Vance l’anno scorso.
Ciononostante, i suoi richiami alla “civiltà” e alla “fede cristiana” equivalgono a un elogio in codice per Orbán, che è stata la sua prima tappa dopo Monaco. È naturale che i liberali europei detestino queste ingerenze. È bizzarro che non lo facciano i nazionalisti americani. Quale governo è più probabile che obbedisca alla volontà di Washington nel tempo: un esecutivo federale tedesco ordinario o uno influenzato dall’AfD?
Anche se questi partiti non coltivassero già una diffidenza nei confronti degli Stati Uniti, dovrebbero simularla per vincere e mantenere il potere. Nessuno di loro vuole guadagnarsi la reputazione di subordinazione a Trump che si è rivelata così fatale per la destra canadese e australiana nel 2025. È significativo che Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National in Francia, abbia deplorato le “minacce imperiali” americane nei confronti della Groenlandia.
[…] È difficile capire come gli Stati Uniti si siano infilati in una carezza così autolesionista con persone che li disprezzano. Una possibile risposta è la crassa ignoranza. […]
La politica europea può risultare spiazzante a uno sguardo americano, dato che l’estrema destra e l’estrema sinistra si sovrappongono in modo molto più marcato che negli Stati Uniti.
Entrambi gli estremi tendono a diffidare del libero mercato, per esempio. Se Vance vuole che l’Europa torni a essere un’“economia vibrante”, è ingenuo riporre speranze in partiti ostili alle riforme competitive come il Rassemblement National o il malamente denominato Reform UK di Nigel Farage.
L’altra possibilità […] è che Maga semplicemente non se ne curi. Favorire l’ascesa al potere dei partiti dell’estrema destra nelle antiche capitali europee provocherebbe il pandemonio, e questo sarebbe un fine in sé. Segnalare le implicazioni imbarazzanti per la grande strategia americana è roba da secchioni.
A dieci anni dalla sua svolta elettorale, la mia impressione persistente del populismo è che i commentatori lo prendano più sul serio dei populisti stessi. Definirli “fascisti” non solo banalizza ciò che accadde negli anni Trenta e Quaranta, ma attribuisce una serietà immeritata a persone che considerano la politica come un divertente sport al coperto.
Se sono mossi da un -ismo, è il nichilismo. L’amore per Orbán, la cui diffidenza verso l’America non è sfuggita all’occhio vigile della CIA, non potrebbe esistere nella mente di un sincero sostenitore dell’America First.
In definitiva, perfino De Gaulle si oppose agli Stati Uniti solo fino a un certo punto. Era un realista che sapeva porre limiti anche ai suoi progetti più vanagloriosi. I patrioti rumorosi dell’Europa odierna potrebbero non mostrare la stessa moderazione. La disponibilità dell’America a verificarlo è bizzarra. Come sempre, la critica migliore al governo Trump è che non è nemmeno bravo nell’essere egoista.

(ANSA) – NEW YORK, 19 FEB – Il pastore nazionalista Doug Wilson che include nelle sue prediche l’obbligo delle mogli a sottomettersi ai mariti, ha guidato una cerimonia religiosa al Pentagono su invito del ministro della guerra Pete Hegseth. Un’immagine di Hegseth che prega accanto a Wilson e’ stata diffusa sui social del ministero.
Il pastore, che si definisce un “paleo confederato”, insegna anche che le donne non dovrebbero andare a votare e che la Bibbia offre “solide fondamenta” per giustificare la schiavitu’.
La presenza di Wilson al ministero della guerra ha scatenato polemiche: tra queste, il saggista cattolico Christopher Hale, ha fatto notare che il pastore “se la prende regolarmente con il Papa e si fa beffa della chiesa cattolica”. Secondo Hale e’ “una vergogna” che il servizio religioso di un anti-cattolico “sia stato messo in conto ai contribuenti”.
Hegseth e’ “un orgoglioso cristiano al pari di milioni di americani ed è stato lieto di accogliere il pastore Wilson al Pentagono”, ha dichiarato la sua portavoce Kingsley Wilson. Nel servizio di preghiera di 15 minuti, davanti a un folto gruppo di militari, si e’ implorato per un un nuovo grande risveglio del cristianesimo negli Stati Uniti, riporta oggi il Washington Post.
Wilson ha co-fondato la denominazione a cui appartiene Hegseth: la cosiddetta Communion of Reformed Evangelical Churches ha il quartier generale a Moscow nell’Idaho e nessuna donna nelle posizioni di leadership. Il pastore si autoproclama “lievemente a destra” del generale Jeb Stuart, il più famoso comandante di cavalleria della Confederazione sudista.
NON DIRLO AD ALTA VOCE
Dall’ 11 al 15 marzo
Cast: Gianluca Bruni, Matteo Matronola, Simone Lilliu, Stefano de Stefani
Autore e Regista: Emiliano Guido
Dicembre 1899

PEPPE, ORESTE e COSIMO sopravvivono in una Roma oscura e misteriosa. Il ‘900 è ormai alle porte, carico di nuove speranze, ma anche di vecchie paure. L’emblema di questi tempi incerti è BARTOLO, “Er Più de Roma”, l’ultimo guascone di un secolo ormai al tramonto; un’ombra che tesse le trame e le scompiglia a suo piacimento. Peppe ha un sogno che brucia dentro. Ma sognare è un lusso che in pochi possono permettersi. Parlarne, dunque? O tacerne? Il destino è sempre dietro l’angolo, pronto ad origliare i nostri segreti più nascosti, perciò un vecchio “detto” Romano raccomanda di “non dire ad alta voce i propri desideri” – “non dicere ille secrita a bboce”.
Non dirlo ad alta voce è il primo capitolo che comporrà la Trilogia della Miseria. La commedia è un inno alla scanzonata malinconia di una vita semplice. I “miserabili” interpreti di queste vicende, pur sporchi di terra e sangue, si infilano, quasi a forza, sotto le calde coperte della fiaba. Tutti hanno il diritto di sperare in un altro finale. Anche loro.Il respiro dell’opera, seppur ambientato in un’epoca ormai lontana, è più che mai attuale. La domanda che ognuno dei protagonisti si chiede è: è possibile sognare? Si può aspirare a qualcosa di migliore rispetto al proprio stato di vita, o il destino è già scritto e ineluttabile? Dietro al coraggio di superare le paure, si nascondono le storie più belle.
PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00
-prevista tessera associativa-
giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847
MACRON, ‘MELONI NON COMMENTI GLI AFFARI FRANCESI’

(ANSA-AFP) – PARIGI, 19 FEB – Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto alla premier italiana Giorgia Meloni di non “commentare” gli affari francesi dopo le osservazioni fatte sull’attivista ucciso.
“Che ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite”, ha ironizzato Macron da New Delhi, a margine di una visita ufficiale in India, dopo le dichiarazioni della presidente del Consiglio italiana sulla morte del militante nazionalista Quentin Deranque in un pestaggio ad opera di avversari politici.
MELONI, UCCISIONE DI QUENTIN DERANQUE UNA FERITA PER L’INTERA EUROPA
(ANSA) – ROMA, 18 FEB – “L’uccisione del giovane Quentin Deranque in Francia è un fatto che sconvolge e addolora profondamente. La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa”.
Lo scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica – sottolinea – può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica. Quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia”.
Rai, la graduatoria (segreta) del concorso riservato agli interni è un caso. Pagano dazio Report e PresaDiretta. Critiche anche dall’Unirai. Ranucci furente, Iacona svuotato, Unirai delusa. Le reazioni del concorso (pubblico) Rai, con i risultati segreti

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – La lista dei vincitori (e dei trombati) c’è, ma non si può vedere. O meglio, è visibile solo ai partecipanti della “Selezione riservata a giornalisti professionisti Rai 2025”. Il resto del mondo, pur trattandosi di concorso del servizio pubblico, non deve conoscerla. Tanto che, avvisa viale Mazzini nello stesso documento che riporta promossi e bocciati, “i dati relativi agli esiti dell’iniziativa Rai sono riservati e pertanto non possono essere in nessun caso diffusi scaricati o comunque utilizzati in sedi diverse da quella ufficiale. La Rai tutelerà in ogni sede le eventuali violazioni a tale esclusivo utilizzo”. In pratica si chiede ai giornalisti neo-assunti in Rai di non dare una notizia. Non una buona partenza…
Segretezza a parte, la lista dei 127 giornalisti dichiarati idonei (e dei 34 idonei non vincitori) sta terremotando la Rai, visto che molti dei partecipanti erano parte integrante – seppur precari – delle redazioni delle trasmissioni di inchiesta. Cronisti che ora, tranne i primi sette classificati (ma potrebbero alla fine essere una quindicina) che resteranno su Roma, verranno dislocati nelle varie sedi regionali.
Dai corridoi di Teulada raccontano, di un Sigfrido Ranucci furente, visto che se è vero che due collaboratori di Report rimarranno nella Capitale, ce ne sono almeno 5 di punta che se accetteranno l’assunzione saranno costretti ad altri lidi. Il caso vuole che alcuni sono proprio quelli che hanno realizzato le inchieste che più hanno imbarazzato il Governo Meloni, quelle sul Garante della Privacy, su Gasparri e la Cyberleam, sul programma Ecm installato sui PC dei magistrati. Anche PresaDiretta non se la passa certo bene, visto che tutti i collaboratori di Riccardo Iacona che hanno partecipato alla selezione sono stati assunti, ma destinati a lasciare Roma.
Ma il malumore serpeggia anche nelle chat del sindacato meloniano Unirai, dove è esplosa l’insoddisfazione per i risultati. Un esponente del neo-nato sindacato (di destra) non ha lesinato critiche alle modalità di selezione – sottolineando come alcuni neo-assunti non abbiano mai fatto neanche una diretta – che avrebbe privilegiato la prova pratica, a scapito del curriculum. E’ il nuovo corso della Rai meloniana.

(Estratto dell’articolo di Ilaria Proietti – il Fatto quotidiano) – Quasi 850 mila euro: tanto costerà la striscia informativa che la Rai starebbe per affidare al direttore responsabile del Giornale Tommaso Cerno e già al centro di una polemica infuocata per i rumors mai smentiti. E però dal piano di produzione, con annessi stanziamenti per tutte le trasmissioni che saranno in onda quest’anno, l’esistenza della striscia quotidiana da cinque minuti, in fascia day-time, trova conferma.
E sicuramente sarà questa la novità (anche se non la sola), che terrà banco durante il cda Rai di oggi. Oltre naturalmente al caso Petrecca: su questo fronte ieri è stato chiesto formalmente l’avvio della procedura di raffreddamento, adempimento che precede i tre giorni di sciopero che la redazione di Rai Sport ha affidato al cdr […]
Ma oltre a Petrecca, è delicatissimo anche l’affaire Cerno, destinato a fare filotto sulle reti del servizio pubblico: reduce dall’ospitata di pochi giorni fa da Massimo Giletti su Rai3, Cerno è già opinionista e co-conduttore al fianco di Mara Venier a Domenica In su Rai1.
Ora per lui pare farsi concretissima anche la prospettiva di un programma su Rai2: una striscia in onda dal lunedì al venerdì a partire dal 2 marzo (dunque nell’ultimo e più delicato tornante della campagna referendaria) che si concluderà il 12 giugno. Costo dell’operazione 848 mila euro, circa 11 mila a puntata ovviamente non tutti per pagare Cerno: a quel che risulta al Fatto il giornalista incasserà circa 3.000 euro a puntata mentre il resto del budget servirà per il doppio studio a Roma e a Milano.
Ora il fatto è che quello di Cerno non è l’unica novità della programmazione in menu: si racconta dell’arrivo in Rai, al fianco di Caterina Balivo del “pedalatore” di Striscia la Notizia, Vittorio Brumotti. Mentre il conduttore Roberto Inciocchi lascerebbe la conduzione di Agorà ad Annalisa Bruchi ora alla guida di ReStart: Inciocchi si sposterebbe il mercoledì in un format di prima serata
Tutto questo, a partire dalla striscia di Cerno farà naturalmente lievitare i costi e non è escluso che qualcun altro ci rimetta. Tra le ipotesi non viene escluso ad esempio lo slittamento al 2027 della trasmissione, peraltro di grande successo, di Domenico Iannacone.
Ma oggi verrà probabilmente sollecitato anche qualche altro chiarimento e in particolare due: la prima è se tornerà in prima serata sul 3 la trasmissione dell’ex direttore Documentari Rai, nonché conduttore di Petrolio Duilio Gianmaria. L’altra è se troverà conferma nel palinsesto Il fattore umano, programma d’inchiesta realizzato con risorse interne a costi che non superano i 35 mila euro a puntata […] Sullo sfondo resta anche la convocazione dell’ad Giampaolo Rossi da parte della Commissione di Vigilanza Rai su input delle opposizioni e su cui il centrodestra fa muro.
RAI: M5S, 850MILA EURO PER STRISCIA CERNO? SIAMO SCHIFATI
(AGI) – “Sono settimane che abbiamo lanciato l’allarme per la presenza sugli schermi del servizio pubblico di Tommaso Cerno, uno che da un lato intasca soldi per le sue partecipazioni in Rai e dall’altro infanga l’azienda con gli attacchi sul suo giornale a Report.
L’ipotesi di affidargli una striscia circola da tempo e l’abbiamo ampiamente commentata definendola nefasta, ma svegliarsi stamattina e leggere sul Fatto Quotidiano che non solo questa ipotesi e’ confermata ma che avrebbe il costo monstre di 850.000, ci rende veramente schifati”.
A dirlo sono i parlamentari M5s in Vigilanza Rai. “Come e’ possibile – prosegue una nota – che si invochino costantemente e risparmi su tutto e che si sia addirittura nella condizione di avere un personaggio come Alberto Angela senza contratto o programmi come quello di Mario Tozzi in bilico e poi si buttino dalla finestra tutti questi soldi per gonfiare le tasche di uno dei principali trombettieri del governo di Giorgia Meloni?”. “Chi ha preso questa decisione davvero non si vergogna?
Vogliamo una risposta secca e precisa dall’amministratore delegato o da chiunque altro in Rai: le cifre di cui parla Il Fatto Quotidiano sono confermate? Perche’ l’azienda non risponde alla nostra interrogazione sulla opportunita’ di far lavorare Cerno mentre orchestra una campagna di fango contro la Rai? Pensavamo di essere a uno dei punti piu’ bassi dell’epopea triste di TeleMeloni, ma con Tommaso Cerno si sta ogni giorno scavando di piu'”, conclude la nota M5s.

(Ryan Grim and Murtaza Hussain – dropsitenews.com) – Il governo israeliano installò apparecchiature di sicurezza e controllò l’accesso a un edificio residenziale di Manhattan gestito dal condannato per reati sessuali Jeffrey Epstein, secondo una serie di email recentemente diffuse dal Dipartimento di Giustizia.
Le attrezzature furono installate a partire dall’inizio del 2016 al 301 E. 66th Street — la residenza dove l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak soggiornava frequentemente per periodi prolungati.
L’operazione di sicurezza nell’“appartamento di Ehud” rimase in funzione per almeno due anni, mostrano le email rese pubbliche dal DOJ, con funzionari della missione permanente israeliana presso le Nazioni Unite che corrispondevano regolarmente con lo staff di Epstein in merito alla sicurezza.
L’appartamento era formalmente di proprietà di una società collegata al fratello di Epstein, Mark Epstein, ma era di fatto controllato da Jeffrey Epstein. Le unità dell’edificio venivano frequentemente concesse ai contatti di Epstein e utilizzate per ospitare modelle minorenni.
Rafi Shlomo, allora direttore del servizio di protezione presso la missione israeliana alle Nazioni Unite a New York e responsabile della sicurezza di Barak, intrattenne scambi con i dipendenti di Epstein per organizzare riunioni volte a discutere la sicurezza e coordinare l’installazione di apparecchiature di sorveglianza specializzate nella residenza della 66ª Strada.
Shlomo controllava personalmente l’accesso all’appartamento per gli ospiti e svolgeva persino controlli sui precedenti delle addette alle pulizie e dei dipendenti di Epstein.
Secondo la legge israeliana, gli ex primi ministri e altri alti funzionari ricevono normalmente servizi di sicurezza dopo aver lasciato l’incarico. Dalle email emerge che Epstein approvò personalmente l’installazione delle apparecchiature e autorizzò gli incontri tra il suo staff e i funzionari della sicurezza israeliana.
Ehud Barak e la missione israeliana presso le Nazioni Unite non hanno risposto alle richieste di commento.
Al momento della morte di Epstein nel 2019, Barak minimizzò il proprio legame con il finanziere caduto in disgrazia, dichiarando che, pur avendolo incontrato diverse volte, “non mi ha sostenuto né mi ha pagato”.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente suggerito che i legami stretti di Epstein con Barak, storico esponente del Partito Laburista e rivale di Netanyahu, indeboliscano anziché rafforzare l’ipotesi di collegamenti di Epstein con Israele.
“L’insolito e stretto rapporto di Jeffrey Epstein con Ehud Barak non suggerisce che Epstein lavorasse per Israele. Dimostra il contrario”, ha affermato Netanyahu. “Bloccato nella sua sconfitta elettorale di oltre due decenni fa, Barak ha per anni tentato ossessivamente di minare la democrazia israeliana collaborando con la sinistra radicale antisionista in falliti tentativi di rovesciare il governo israeliano eletto.”
Uno scambio di email del gennaio 2016 tra la moglie di Barak, Nili Priell, e un dipendente di Epstein — il cui nome è parzialmente oscurato ma che, da altre comunicazioni, sembrerebbe essere la sua storica assistente Lesley Groff — discuteva l’installazione di allarmi e apparecchiature di sorveglianza presso la residenza, tra cui sei “sensori attaccati alle finestre”, e la possibilità di controllare da remoto l’accesso ai locali. Priell informava lo staff di Epstein che: “Possono neutralizzare il sistema a distanza, prima che sia necessario far entrare qualcuno nell’appartamento. L’unica cosa da fare è chiamare Rafi dal consolato e informarlo su chi e quando entrerà.”
La corrispondenza indicava inoltre che i lavori effettuati dal governo israeliano erano di entità tale da richiedere l’approvazione personale di Epstein. “Jeffrey dice che non gli importa dei buchi nei muri e che va tutto bene!”, scriveva Groff a Barak e Priell.
La missione rimase in contatto regolare con i rappresentanti di Epstein in occasione di numerose visite di Barak e di sua moglie nel corso del 2016 e del 2017.
In un’e-mail del gennaio 2017 a Shlomo — con oggetto “Jeffrey Epstein RE Ehud’s apartment” — un’assistente di Epstein forniva ai funzionari israeliani un elenco di dipendenti che avrebbero avuto bisogno di accedere all’appartamento, aggiungendo: “Capisco che abbia già una copia del suo documento d’identità da tempo… è la domestica e entra ed esce dall’appartamento da molto tempo ormai!”
Poche settimane dopo, scrivevano allo stesso Epstein che “Rafi, il responsabile della sicurezza di Ehud, chiede se potessi incontrarlo alle 16 di martedì 14 nel suo ufficio (800 2nd Ave e 42nd) riguardo all’appartamento di Ehud.” Epstein approvò l’incontro.
La corrispondenza proseguì per tutto l’anno: ad agosto un’assistente di Epstein contattò nuovamente Shlomo per informarlo di un ulteriore soggiorno di Barak e della moglie presso la residenza di Epstein. Entro novembre 2017, Shlomo era stato sostituito da un altro funzionario israeliano incaricato di gestire la sicurezza e la sorveglianza di Barak.
Yoni Koren, storico collaboratore di Barak, deceduto nel 2023, fu un altro ospite abituale dell’appartamento di Epstein sulla 66ª Strada. Koren vi soggiornò in diverse occasioni — inclusa una nel 2013, quando era ancora in servizio attivo come “capo di gabinetto” per il Ministero della Difesa israeliano, secondo calendari diffusi dall’indagine della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti su Epstein ed email pubblicate da Distributed Denial of Secrets. La corrispondenza email dalla casella di Barak mostrava inoltre Koren scambiarsi informazioni con Epstein per un bonifico bancario, come precedentemente riportato da Drop Site.
Nuove email rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia mostrano che Koren continuò a soggiornare nell’appartamento di Epstein mentre riceveva cure mediche a New York fino al secondo arresto e alla morte del finanziere nel 2019.
Segnali di uno scontro imminente dopo lo stallo nei colloqui. I media: “Obiettivo degli Usa la caduta del regime”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – NEW YORK – “L’Iran si prepara alla guerra con gli Stati Uniti”. Titola così il Wall Street Journal, confermando le rivelazioni del sito Axios secondo cui “Trump si sta avvicinando” ad un grande conflitto contro la Repubblica islamica. E lo stesso riferiscono Cnn e New York Times. Questo perché i colloqui diplomatici avvenuti nei giorni scorsi a Ginevra hanno prodotto progressi, come hanno dichiarato entrambe le parti, ma non sufficienti per evitare lo scontro.
I problemi sono due: primo, la volontà di Teheran di limitare il negoziato solo al programma nucleare, escludendo quello sui missili e le armi convenzionali, e il nodo delle operazioni di destabilizzazione condotte nell’intera regione da gruppi alleati come Hezbollah; secondo, le concessioni che è disposta a fare sul dossier atomico, non abbastanza avanzate secondo Washington, perché non garantiscono la fine di ogni attività finalizzata a costruire armi. Per questa ragione, parlando con la Fox, il vice presidente Vance ha detto che «i colloqui sono andati bene sotto certi aspetti, ma sotto altri è molto chiaro che il presidente ha stabilito alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a lavorarci sopra».
È possibile che si tratti di un ultimo tentativo di aumentare la pressione, allo scopo di spingere gli ayatollah a fare più concessioni, davanti alla minaccia di essere attaccati dalla potente “Armada” che il Pentagono sta schierando davanti alle sue coste. Nello stesso tempo, però, se Trump si convincesse che la diplomazia ha raggiunto il suo limite e non esiste più spazio di manovra per arrivare ad un accordo accettabile, sarebbe pronto a premere il grilletto nel giro di poche settimane. Stavolta però l’obiettivo non sarebbe solo quello chirurgico di distruggere alcune strutture chiave del programma nucleare, ma piuttosto un’offensiva ampia e prolungata nel tempo, che punterebbe a debilitare il regime fino a farlo cadere, anche sotto la spinta di nuove proteste come quelle represse con la forza nelle settimane scorse.
Secondo il Wall Street Journal la leadership di Teheran inizia a convincersi che la guerra è inevitabile, anche visto lo spiegamento di forze ordinato da Trump, che ha aggiunto la portaerei Ford alla Lincoln, trasferito altri 50 caccia F-35, F-22 e F-16 nella regione, e condotto oltre 150 voli cargo per posizionare armi e munizioni in Medio Oriente. La Repubblica Islamica quindi si sta preparando a combattere, come ha avvertito il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani: «Abbiamo rivisto a affrontato le nostre debolezze. Se la guerra ci verrà imposta, risponderemo». La stessa guida suprema Khamenei ha avvertito che «l’unica arma più potente delle portaerei americane è quella che le manderà in fondo al mare».
Nel dettaglio, il regime ha iniziato a schierare le sue forze, fortificare i siti nucleari, disperdere e diversificare la catena di comando, continuare la repressione del dissenso. La Guardia rivoluzionaria ha rivisto la “difesa a mosaico”, per dare ai capi militari locali l’autorità di prendere decisioni, se fossero isolati dal governo centrale. La unità navali pattugliano lo stretto di Hormuz e hanno condotto esercitazioni a fuoco non troppo lontano da dove incrocia la portaerei Lincoln al largo dell’Oman. Ad aumentare la preoccupazione per uno scontro che potrebbe allargarsi, una nave russa ha attraccato nel porto di Bandar Abbas.
Secondo il Wall Street Journal l’Iran ha circa 2.000 missili a medio raggio in grado di colpire Israele; molti vettori a corto raggio che possono raggiungere le basi e le navi americane nel Golfo Persico, come quelle in Qatar e Barhein; e armi sottomarine. I siti nucleari di Isfahan e la montagna Pickaxe sono stati fortificati, la contraerea ha condotto esercitazioni, e le autorità di Teheran hanno individuato stazioni della metropolitana e altri siti da usare come rifugi dai bombardamenti. I Pasdaran hanno creato circa cento punti di osservazione per bloccare proteste o raid. Le due macchine militari sono pronte alla guerra.