Blanditore di Trump. Ha fatto carriera col rancore sviluppato da maltrattato figlio d’immigrati italiani in Svizzera e all’evenienza piegando la testa: così ha reso il business del calcio sempre più ricco

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Davanti al faccione di Donald Trump, sbatte gli occhi, i tacchi e se serve la coda. Porta regali quando può, e il sorriso sempre. A ubbidire piegando la testa davanti al più forte, Gianni Infantino, 56 anni, ha imparato da piccolo, quando i bulli a scuola lo chiamavano “il Carota” per via dei capelli rossi, e in quartiere lo facevano trottare insultandolo come “sporco italiano”, dentro ai margini montani di Briga, paesello del Cantone Vallese, Svizzera franco-tedesca, dove gli immigrati italiani, come i suoi genitori, erano considerati schiavi e zingari e intrusi, buoni solo per diventare carne da cantiere, costruire dighe, qualche volta morirci sotto.
[…] Con quel rancore e quello spavento Infantino, il piccolo di tre fratelli, babbo calabrese, impiegato delle Ferrovie svizzere, mamma casalinga, ha edificato in grande la propria carriera, dal nulla indifeso che era, a imperatore del regno mondiale del calcio, la Fifa, con annessa cassaforte da 11 miliardi di euro, riflettori, potere. E da quella vetta, il proprio mondiale precipizio.
Tre o quattro partite fa, con la faccenda dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, riammesso in partita dopo l’espulsione e la squalifica, grazie all’ukase telefonico del Faccione in Capo – “Infantino! Quel fallo non era fallo! Quel cartellino non era rosso! Quell’arbitro non è un arbitro! Provvedi!” – s’è umiliato davanti alle 211 federazioni calcistiche, e ai 6 miliardi mal contati di telespettatori che stanno seguendo con birra, zanzare e noia, la coppa di tute le coppe, un circo a 48 squadre che ostinatamente rincorrono il pallone e le regole del calcio, mentre Gianni Infantino le infrange, inciampando dentro alla propria mappa di inchini diplomatici che ha ricamato intorno ai peggiori bulli del quartiere globale, non solo Donald quest’anno, ma anche Vladimir Putin, con i Mondiali del 2018, lo sceicco del Qatar, con quelli del 2022. Sempre moltiplicando gli incassi e gli sponsor a cominciare da quella paraculissima invenzione degli hydration break, le pause per bere, diventate obbligatorie, che spezzano in due i tempi della partita, raddoppiando la raffica di spot televisivi – soldi, soldi soldi – come a suo tempo denunciò l’immenso Diego Armando Maradona: “Vogliono farci giocare quattro tempi da 25 minuti per infilarci la pubblicità: non mi piace assolutamente!”.
Chi se ne frega di Maradona, avrà pensato a suo tempo Infantino, che nel 2015 è al punto di svolta della sua carriera dentro ai labirinti della Federazione sportiva internazionale, dove da anni nuota in qualità di delfino dietro l’ombra di Michel Platini, detto il Magnifico, Le Roi, presidente della Uefa destinato a succedere a Sepp Blatter, capo supremo della Fifa. È l’anno in cui il cielo del calcio diventa una botola. Precipita Blatter accusato dal tribunale svizzero di truffa e amministrazione infedele e precipita Platini indagato per avere ottenuto 2 milioni di franchi svizzere attraverso false fatture. In quel vuoto spunta Infantino, il nostro eroe, che da indifeso diventa efferato, dal delfino, squalo. E la sua storia un apologo. […]
Rifinito da una laurea in Legge, e dopo essersi rasato a zero i capelli color carota che lo hanno fatto tanto soffrire, Infantino entra in Uefa nel 2000 dove sale senza fare troppo rumore: da avvocato semplice a responsabile degli Affari legali, anno 2004. Da vicesegretario generale a Segretario generale, anno 2009. Non sfonda le porte, si infila dietro a quelle che Platini apre, una alla volta. Gli porta le carte e il caffè.
È bravo, servizievole, preciso. Parla quattro lingue. Conosce i bilanci, le federazioni, i regolamenti, soprattutto gli uomini. Introduce il fair play finanziario, allarga gli Europei da 16 a 24 squadre, lavora alla Nations League, all’Europeo itinerante. Nei sorteggi televisivi della Champions compare sorridente, rotondo, bonario. Estrae le palline dalle urne. Gli manca solo il grembiule e il vassoio. Nessuno ha paura di lui. Ed è questo il suo vantaggio.
Quando Blatter e Platini finiscono in fuorigioco, lui volta loro le spalle e corre a centro campo. Ha distribuito favori alle federazioni più piccole, le più numerosi e quando si candida incassa tutti i crediti che ha accumulato. Vince con 115 voti, nell’anno 2016. Lancia il “Fifa Forward”, il suo programma di sviluppo e investimenti globali per campi di calcio, scuole, infrastrutture, palloni. I Mondiali salgono a 32 Nazioni partecipanti, le partite a 104. Si moltiplicano gli accordi con i grandi network televisivi. Piovono miliardi.
Quando nel 2018 tocca alla Russia ospitare il campionato, Infantino diventa il migliore amico di Putin, il più sorridente ai summit del Cremlino. Putin ripaga conferendogli “l’Ordine dell’Amicizia”, la prima medaglia della sua nuova carriera, quella di ambasciatore di se stesso.
[…] Poi viene il Qatar, anno 2022. Gli stadi sorgono nel deserto grazie a una moltitudine di lavoratori reclutati dall’Asia e dall’Africa, intrappolati con i contratti capestro, sottopagati, esposti al caldo, agli incidenti, alla morte contabilizzata in (almeno) 6500 vittime. Salgono le proteste e le denunce internazionali. Infantino non vede, non sente.
Alla vigilia del Mondiale, convoca la stampa e pronuncia uno dei discorsi più prodigiosi nella storia dell’ipocrisia sportiva, 19 novembre 2022: “Oggi mi sento qatarino, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante”. E poi: “Mi sento uno di loro. So cosa vuol dire essere vittima di bullismo, lo sono stato anch’io. Ho pianto e ho cercato di reagire”. Se la cava facendo la vittima. Poi accusa: “Per quello che l’Occidente ha fatto in 3mila anni di storia, dovremmo scusarci per altrettanti, prima di fare la morale agli altri”. Quindi? “Giochiamo e pensiamo al calcio”.
Dopo Putin e il Qatar, tocca alla Casa Bianca. Corteggia Trump, nel 2020 gli porta una maglia e un pallone. A Davos lo elogia davanti agli imprenditori del mondo. Trump si commuove. Nasce l’amicizia. Si telefonano. Giocano a golf. Il Boss lo aggrega allo staff durante i viaggi negli Emirati. Lo invita stabilmente alla Casa Bianca, entra nelle foto ufficiali e persino nei vertici. […]
Quando viene rieletto, Infantino è euforico al punto che inventa per lui il “Fifa Peace Prize” il premio per la pace, un finto Nobel con tanto di coppa che gli consegna nel dicembre del 2025, più o meno come avrebbe voluto fare la nostra Giorgia Meloni, anche lei cresciuta underdog. Chissà per quanto reggerà ancora Infantino, dopo l’umiliazione del cartellino rosso, l’inciampo che finirà per archiviarlo, come l’ennesimo (e patetico) potente servo dei potenti.

(ANSA) – Sicurezza e decoro urbano, contrasto ai rovistatori di rifiuti, lotta agli sversamenti abusivi: sono questi i principali obiettivi che si è prefissato di raggiungere il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, nel corso del suo mandato.
E anche oggi è tornato all’attacco ribadendo che su questi fronti si andrà avanti senza esitazioni. “Il nucleo di Polizia municipale destinato alla tutela della sicurezza e della dignità urbana è pienamente al lavoro”.
E’ stato individuato anche un soggetto che sversava abusivamente rifiuti che è stato multato: “Vedremo se avrà imparato la lezione”, sottolinea il primo cittadino nella consueta trasmissione settimanale. “Prosegue anche il lavoro per contrastare i rovistatori – aggiunge -: in genere sono rom o soggetti di paesi dell’Est che si sono specializzati in questo lavoro. Il giovedì sera, la giornata della raccolta indifferenziata dei rifiuti, arrivano da fuori Salerno, vanno a rovistare fra i rifiuti indifferenziati per prendere scarpe soprattutto, elettrodomestici, cellulari abbandonati, e fanno questo lavoro per dare vita ad un mercato abusivo”.
Altro obiettivo è il contrasto ai parcheggiatori abusivi: “Rinnovo la mia proposta al ministro dell’Interno Piantedosi perché si approvi un decreto legge che stabilisca che quando un soggetto viola per due volte il Daspo, cioè l’obbligo di non andare in un quartiere, deve essere mandato agli arresti domiciliari, altrimenti il potere di dissuasione non è molto forte”.
“I nostri agenti stanno facendo anche un lavoro per individuare gli spacciatori di droga – precisa De Luca – Abbiamo già registrato un rallentamento dello spaccio grazie ai sequestri. Abbiamo poi registrato in questi giorni, un lavoro molto attento fatto dalla Procura della Repubblica, al quale va il mio apprezzamento, per contrastare una baby gang che aveva commesso reati a Piazza della Libertà. Parliamo di ragazzi fra i 14 e i 15 anni. Bene, sono stati presi, sono stati sequestrati tirapugni e coltelli a serramanico”.
I risultati della rilevazione dell’istituto Emg per TG3 Linea Notte. Il 66% del campione ha espresso un giudizio negativo sull’esecutivo in carica

(repubblica.it) – Secondo un sondaggio dell’istituto Emg per TG3 Linea notte, la fiducia nel governo Meloni è ferma al 34%, in calo di un punto rispetto alla rilevazione precedente.
Nel dettaglio, alla domanda su quanta fiducia abbia nell’esecutivo in carica, solo il 26% del campione ha risposto “abbastanza” e l’8% “molta”. I giudici negativi, sommati, arrivano invece al 66%: il 43% ha indicato “per nulla”, il 23% ne ha espresso “poca”.
Lo scorso 3 luglio, anche una rilevazione di YouTrend per SkyTg24 riportava dati critici per il governo, seppure meno nettamente del sondaggio Emg. Il 55% degli italiani esprime un giudizio negativo sul Governo Meloni, mentre il 35% lo valuta positivamente.
Per quel che riguarda le rilevazioni legate al voto, secondo Emg l’affluenza stimata si attesta al 62%, stabile. Quanto alle intenzioni di voto, la coalizione di centrosinistra sarebbe al 43,9% (+0,2%) con il Pd al 21,0%, il M5s al 12,8%, Alleanza Verdi-Sinistra al 6,0%, Italia viva al 2,5%, +Europa all’1,6%. La coalizione di centrodestra è al 42,8% (-0,5%) con Fratelli d’Italia al 25,0%, Forza Italia all’8,8%, Lega al 7,4%, Noi Moderati all’1,6%. Tra le altre forze politiche, Futuro nazionale 6,7% (+0,1%); il totale del Centro è 4,3% (-0,1%) con Azione al 2,5% e il Partito liberaldemocratico all’1,8%, Altra lista: 2,3% (+0,3%).
Anche la Supermedia Agi/Youtrend di questa settimana certifica infatti il sorpasso di Fn sul Carroccio, come già preannunciato da diversi recenti sondaggi. Fn sale infatti sopra il 6%, crescendo di un ulteriore 0,9% nelle ultime due settimane, mentre il centrodestra nel complesso arretra esattamente della stessa misura, e la Lega scende al 5,8% (-0,4%).
Esaurita la sua spinta propulsiva (combattere l’Urss), la Nato si mette in pericolo in Ucraina e vagheggia la guerra

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Non c’era modo più meschino e banale di quello scelto dal vertice di Ankara per sancire la fine di un’alleanza che si autodefinisce storica, solida, capace di salvaguardare la pace e il primato dei valori occidentali. Da come è finita la Nato, sorge il dubbio legittimo che sia mai stata ciò che pretendeva di essere. Se è vero che una fine onorevole, se non proprio eroica, può emendare una vita miserabile, una fine miserabile cancella anche il passato onorevole. La fine onorevole della Nato si era presentata trent’anni fa, se si fosse sciolta con la fine della sua funzione. Quella conclusione avrebbe fatto dimenticare che in realtà la Nato non era mai stata né il luogo né lo strumento della difesa dei valori occidentali. La guerra globale che si voleva esorcizzare con il trattato del 1949 era stata evitata perché gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano imposto ai rispettivi alleati un regime di sudditanza assoluta. Per 50 anni, la guerra non era mai stata evitata o cancellata, era stata usata e abusata fino al punto da renderla non solo inutile ma controproducente. Per tutti. Il costo della guerra sarebbe stato insostenibile per gli stessi Stati Uniti, che intendevano sottrarre il proprio territorio alla minaccia nucleare spostandola all’Europa dove le bombe nucleari erano “tattiche” per loro e strategiche ed esistenziali per noi. L’Europa era il loro campo di battaglia e gli europei erano spendibili. Nessuno s’illudeva che gli Stati Uniti avrebbero rischiato una catastrofe nucleare in America per salvare un qualsiasi Paese europeo.
[…] Trent’anni fa, la Nato preferì sostenere il costo della preparazione per la guerra nel suo formato di deterrenza. Sembrava sostenibile anche in assenza di un nemico o di una vera idea o ideologia alla quale contrapporsi. Era sostenibile per gli Stati Uniti che dagli anni Settanta in poi prosperavano sulle risorse altrui. Non fu sostenibile per l’Unione Sovietica, che da impero anomalo non viveva delle risorse dei sudditi ma si svenava per mantenerli. E nemmeno tanto bene. Nei primi cinquant’anni la Nato e il Patto di Varsavia erano stati funzionali alla sicurezza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica e la coesione interna di entrambi i blocchi era garantita non dalla sovranità, ma dalla servitù. Negli ultimi trent’anni, la Nato è sopravvissuta grazie al potere di seduzione, conquista e ricatto degli Stati Uniti mantenendo l’unità con la stessa convinta servitù.
Ad Ankara, come lo scorso anno a Londra, si è consumato un rito d’ipocrisia. Il primo giorno è stato dedicato alle armi: promesse, impegni incredibili, miliardi inesistenti e soprattutto capacità produttive inesistenti. Il presidente ucraino ha presenziato più come trafficante di armi che capo di Stato. Si è proposto di fabbricare su licenza tutte le armi occidentali proprio mentre la Russia gli asfaltava quel poco rimasto dell’industria bellica. Gli aerei di nuova generazione e i Patriot di quella vecchia saranno prodotti nei garage e nelle cantine. Come gli attuali droni che i volenterosi della pace gli mandano da assemblare. Per posta, non raccomandata, senza ricevuta di ritorno. Un metodo sicuro fino a qualche settimana fa, quando i russi si sono messi a bombardare anche i magazzini del presunto Servizio postale privato.
[…] Il Segretario generale della Nato si è presentato nella sua veste migliore di piazzista per conto degli Stati Uniti ben contenti di lasciare che l’Europa si impoverisca riarmandosi con le armi americane. La seconda giornata riservata ai soli capi nazionali e agli osservatori autorizzati come la Corea del Sud, ma non l’Ucraina, si è conclusa con il nihil novo. Sei mesi di colloqui, compromessi, sforzi inutili per raggiungere il consenso e poi il parto cesareo di un identico comunicato stringato, insussistente, banale e autocelebrativo senza nessun merito. Sei paragrafi di cui due di convenevoli e uno di pistolotto sulla modernizzazione dell’alleanza. Tre i concetti che vengono ribaditi: 1. La Russia è una minaccia a lungo termine. 2. L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica; 3. L’Iran non può avere né armi né progetti nucleari e deve aprire lo Stretto di Hormuz. Il tutto con un solo approccio, i soldi, un solo metodo, dichiarare quanto già dichiarato che equivale a non dichiarare niente, un solo stimolo: capire cosa vuole Trump fintanto che c’è.
Sul primo punto è emerso in modo chiaro che ciò che a Londra appariva come un’apertura verso Mosca era irrazionale e perfino stupido: se la minaccia era a lungo termine non aveva senso parlare di riarmo immediato. C’era tempo per negoziare. Ma non era questa l’intenzione e ad Ankara gli Usa di Trump e la Nato di Rutte e soci hanno trasformato il lapsus in prerequisito che giustifica la lunga preparazione per la guerra. Tanto lunga da consentire di trovare i soldi, reperire le materie prime (inclusi i chip cinesi), potenziare le fabbriche, allestire le forze per l’attacco preventivo, mantenere il territorio conquistato (l’Ucraina e non solo) e contenere la risposta russa. In sostanza, un impegno ventennale soggetto alla condizione che la Russia se ne stia ferma ad aspettare. Gli autoimbambolati dalla loro stessa propaganda non si rendono conto della realtà. La Russia ha già dichiarato la fine dell’operazione militare speciale e l’inizio della guerra. Ha già individuato il nemico e iniziato le operazioni militari per neutralizzarlo: agli attacchi occidentali con sassate ucraine e mani Nato contro le proprie retrovie sta rispondendo con attacchi alle loro retrovie. Cioè Ucraina occidentale, Paesi Nato e Ue, cioè noi. Il tempo lungo è già scaduto.
Viene il sospetto che, in realtà, Nato ed Europa non si preparino a difendere l’Ucraina, ma a gestire la sua capitolazione. Un sospetto rafforzato dalla prevalenza dei discorsi sui soldi (i debiti) piuttosto che sulle reali capacità operative e la vera situazione sul terreno. Ma ulteriormente confermato dal secondo punto della dichiarazione “l’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica”. Non è affatto vero, ma se lo fosse riproporrebbe il dilemma di sempre: la sicurezza transatlantica, quella di 32 Paesi di cui 30 sulla stessa sponda a contatto con la Russia, può dipendere dalla guerra per l’Ucraina? Quale sicurezza si consegue continuando la guerra in Europa con la prospettiva più probabile che la Russia faccia terra bruciata in Ucraina o quella più fantasiosa che nessuno capitoli fino al punto da non costituire più una minaccia per gli altri? Secondo Rutte, il riarmo comporta vantaggi economici per gli investimenti. Sarebbe vero se ci fossero capitali finanziari e umani da investire e non debiti da pagare. Di certo, non è un investimento nella sicurezza, ma lo sfruttamento dell’insicurezza.
Il terzo punto sull’Iran è un esercizio di pura soggezione di fronte all’arroganza degli Stati Uniti e Israele. Fortunatamente non è condiviso da tutti e perciò insussistente per la Nato, ma non per i singoli Paesi che si fanno carico dell’insicurezza anche in Medio Oriente, sostenendo le intemperanze e i crimini dei due partner. La torta sulla ciliegina di questo summit è stata messa dal padrone di casa. Erdogan ha accolto i rappresentanti degli alleati e amici regalando una pistola a tamburo e relative munizioni. Un gesto di cortesia. Come quello di Zelensky che regalava lanciarazzi. Con una simbologia diversa: il lanciarazzi invitava ad agire contro un nemico, il revolver donato da un cinico come Erdogan richiama i fuorilegge del Far West, l’ultima risorsa del disperato pronto al suicidio, l’azzardo mortale della “roulette russa”. Tutti simboli perfettamente calzanti per la Nato di oggi.

(di Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni ha già vinto le prossime elezioni politiche, che si terranno nel 2027. Sostanzialmente, per l’improntitudine del cosiddetto campo largo di centrosinistra. Una coalizione che, piuttosto che larga, risulta a oggi slabbrata, divisa su tutto in politica estera e unita letteralmente sul nulla in politica interna. Sul nulla, sì, perché mancano una visione chiara e una proposta netta in grado, non dico di entusiasmare, ma quantomeno di convincere la maggioranza dell’elettorato (soprattutto coloro che si astengono, di fatto il partito con più consensi nel paese).
Né a nulla vale la “carta Vannacci”, fondata sulla pia illusione che il generale fintamente reazionario eroderà consensi proprio al centrodestra, consentendo la vittoria, per banale osmosi, del campo avverso. Sorvoliamo pure sull’infondatezza di tale convinzione che, fra le altre cose, manifesta la pochezza di chi si rifugia sulla strategia numerica con la quale, ammesso che si vincano le elezioni, certo non si governa un paese in forte crisi come l’Italia.
Anche uno studente al primo anno di Scienze politiche ha già appreso che, appunto in politica, esattamente come in natura non sono consentiti “vuoti”, i quali vengono regolarmente riempiti. Fino a che Meloni e Salvini davano l’illusione di coprire la casella della Destra radicale, buona parte dell’elettorato li ha votati sperando che facessero il “lavoro sporco” su immigrati, sicurezza, contrasto ai poteri forti etc.. Ma adesso che è stato svelato il meccanismo, per cui l’andare al governo può implicare l’omologarsi alle volontà di quei medesimi poteri (tecnici e finanziari, sopra gli altri), si è aperto uno spazio proprio alla loro destra: il medesimo rappresentato da Le Pen in Francia, AfD in Germania (Alternative für Deutschland), Farage in Inghilterra e lo stesso Trump negli Usa.
Se la Storia insegna qualcosa, però, è che la Destra più radicale è sempre stata sfruttata dai poteri economici, quando le ingiustizie sociali arrivavano a un livello inaccettabile come dopo la Prima guerra mondiale. Allora, c’era il bisogno di qualcuno che togliesse alla Sinistra (peraltro storicamente incapace) la rappresentanza politica delle categorie subalterne e impoverite. Si tratta di un meccanismo raccontato egregiamente dal sociologo ungherese Karl Polanyi, in quel capolavoro di analisi socio-politica che è stato il libro su La grande trasformazione (1944).
Non è per caso che il fascismo italiano – specie all’inizio – ottenne il consenso perfino di grandi intellettuali liberali, convinti che potesse essere utile per arginare (ma in realtà reprimere con la forza) le proteste di operai e lavoratori subito dopo la Prima guerra mondiale, nonché la forte spinta a sinistra che derivava dalla Rivoluzione d’Ottobre in Unione Sovietica (1917). Pensiamo a Ludwig von Mises, principale autore liberale della prima metà del Novecento, convinto che il fascismo rappresentasse la legittima reazione a quanto accaduto in Unione Sovietica, ma anche che, una volta svolto il ruolo di repressore delle proteste operaie per le condizioni di sfruttamento, sarebbe tornato nei ranghi delle forze moderate. Ancora nel 1927, scriveva testualmente: “I meriti che il fascismo ha conseguito con la sua opera, vivranno in eterno nella storia”.
Abbastanza simile fu, in Italia, il caso di Benedetto Croce, dapprima disposto a giustificare “due ceffoni” nei confronti dei lavoratori indisciplinati da parte dei fasci, salvo poi diventare un convinto antifascista. Purtroppo, quando il danno era ormai fatto.
Insomma, la storia del capitalismo contemporaneo non è stata tanto una vicenda di contrapposizione fra Destra e Sinistra, quanto della capacità da parte dei poteri finanziari di sfruttare l’una o l’altra a seconda delle convenienze e condizioni del momento.
Ovviamente in chiave di difesa del mercato e riduzione ai minimi termini dell’intervento politico per la giustizia sociale. Ecco: mai come oggi l’ingiustizia sociale sta dilagando, con pochissimi ricchi detentori di capitali vergognosi e una fascia sempre più ampia di popolazione impoverita e privata di diritti e tutele minimi.
I profitti dei dieci più grandi miliardari basterebbero a sconfiggere tutta la fame nel mondo. Qui risiede l’unico vero atto di coraggio e prospettiva politica che il campo largo può mostrare, fornendo anche un’immagine di unità sostanziale. Non sperare che Vannacci faccia perdere il centrodestra, ma studiare fin da oggi misure volte alla redistribuzione delle ricchezze e a una tassazione progressiva, specie delle transazioni finanziarie più ingenti. In palio c’è il consenso democratico della ormai stragrande maggioranza della popolazione. Ce la faranno i nostri eroi?

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’idea che il caos sia la regola dei nostri tempi ha molte pezze d’appoggio. Probabilmente, in molti, si è abituati a criteri di giudizio troppo rigidi, novecenteschi. Molti dei quali andati in frantumi. A me, per esempio, capita sempre più spesso di non riuscire a farmi un’opinione su persone e fatti, voglio dire un’opinione che poggi su paradigmi politici o culturali o psicologici ancora leggibili.
Il caso Adinolfi, per esempio, per uno come me è semplicemente indecifrabile. Non capisco cosa c’entrino Dio e Mammona con il gioco d’azzardo (a meno che si attribuisca a Dio ogni vincita e a Mammona ogni perdita). Non ho mai colto il senso dell’iter politico di una persona passata per il Pd, approdata all’integralismo cattolico e infine in odore di simpatia per Vannacci. Infine non so capacitarmi del fatto che qualcuno abbia ordito una congiura di false accuse ai danni di un personaggio che, a ben vedere, ha un peso politico minimo e non dà fastidio a nessuno: chi avrebbe mai interesse a zittirlo? E perché?
Posso solo dire che – a parte i cattivi quelli veri – dispiace sempre vedere qualcuno nei pasticci, e si spera che se la cavi senza troppi danni. Infierire su chi è in difficoltà non riguarda l’annoso derby tra Dio e Mammona, è molto più banalmente una manifestazione di meschinità umana. Però mi darebbe sollievo capire perché una persona che dicono di talento debba mettere in piedi un casino del genere, e finirci sotto. Diventare famosi? Diventare ricchi? Ma ci sono anche maniere più normali per farlo. L’ambizione non è una colpa, l’io ingombrante è un problema di molti, ma i casi nei quali l’io esplode nelle mani di chi lo maneggia cominciano a essere veramente troppi.

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Apriti cielo: Erdogan, sultano di Turchia, ha regalato una pistola ai capi di Stato e di governo riuniti al vertice Nato. Una pistola vera. Carica. Con i proiettili. Che turbamento. Che scandalo. Che caduta di stile. In effetti, dopo 48 ore trascorse a parlare di armi, armi, armi, che cosa avrebbe dovuto regalare? Un ramoscello d’ulivo?
La pistola è il regalo perfetto. Il confetto alla fine della cerimonia. L’apostrofo rosa tra le parole “t’ammazzo”. Sei colpi ben lucidati per ricordare agli illustri ospiti la sostanza del loro lavoro.
Sono arrivati ad Ankara per questo, trafficare in aerei da combattimento, carri armati, fucili d’assalto, droni, missili, bombe e munizioni intelligenti. 800 miliardi di dollari da spendere in dieci anni. 50 subito per gli arsenali da riempire, le industrie da ingrassare. Nuove armi da inventare, produrre, comprare, vendere, regalare. Uno Stato all’altro. Un alleato all’altro. Un nemico contro l’altro.
Per la bella pistola in confezione regalo, le anime candide si sono sentite offese. Alcuni leader l’hanno lasciata in Turchia. Altri la spediranno in un museo. Tutti molto turbati all’idea di tenere sotto l’ascella 640 grammi di acciaio e piombo, loro che governano Paesi capaci di spedire migliaia di tonnellate di acciaio e piombo sopra le teste degli altri.
La pistola è un poco violenta, evoca sangue e omicidio. Il missile no, è geopolitica. Il drone è strategia. La bomba è deterrenza. Il satellite è sicurezza. Il massacro è un effetto collaterale. Il genocidio, quando proprio non si riesce più a nasconderlo, è una questione semantica.
Ma la pistola personalizzata, col nome inciso, quella sì che disturba. Fa capire persino a un bambino a che cosa serve.
Erdogan, scegliendola in versione 357 Magnum, ha voluto sparare in faccia all’ipocrisia. Ha ridotto gli 800 miliardi di spese militari all’unità che tutti li contiene. Una canna. Un tamburo. Un proiettile. Premi qui. Cos’altro avrebbe dovuto regalare ai signori del riarmo? Una tomba con lapide sarebbe stata di pessimo gusto. E persino prematura.
Il centrosinistra non ha saputo cavalcare l’onda lunga del successo del referendum sulla giustizia

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Il centrosinistra ha stravinto il referendum sulla giustizia. Ma non ha saputo cavalcare l’onda lunga di quel successo. E ora, nell’immaginario della sua gente e della sua classe dirigente, si riaffaccia la paura di riperdere anche le prossime elezioni. Una preoccupazione reale, tutt’altro che immotivata.
Secondo i sondaggi, i consensi di Meloni restano alti. Dopo un primo sbandamento fisiologico Fratelli d’Italia ha ripreso quota, la presidente del Consiglio ha ripreso fiducia. Nonostante la disfatta referendaria su un tema fortemente identitario per le destre. Nonostante il fallimento delle altre due pseudo-riforme alle quali aveva appeso la legislatura, il premierato forte e l’autonomia differenziata. Nonostante il fuoco incrociato che le riversa addosso Vannacci, pronto a sparare sul quartier generale e a ricattare la maggioranza.
Nonostante le scelte sbagliate della sua politica economica, che non ha risparmiato al Paese la stagnazione del Pil, l’inflazione dei prezzi e la deflazione dei salari. Nonostante le scommesse mancate della sua politica estera, che ha condannato “la Patria” alle paranoie dell’Amico Amerikano e all’isolamento dai partner europei. Nonostante tutto questo, la Sciamana tiene. In che altro modo si può spiegare, se non per la mancanza di un’alternativa politica visibile, credibile e affidabile, qui ed ora?
Forse è un’ossessione personale. Ma ho ricontrollato l’archivio. Sulla separazione delle carriere tra giudici e pm abbiamo votato il 22 e il 23 marzo. Da cittadino-elettore – e come me molti progressisti, ne sono certo – mi sarei aspettato la svolta già dalla mattina dopo, sulle ali dell’entusiasmo per quei 15 milioni di no che avevano respinto l’assalto alla Costituzione ordito dalle destre al comando. L’attesa era stata vana. Pd, Cinque Stelle e Avs avevano cominciato subito a discutere sul Nome, invece di parlarci della Cosa.
Già a metà di aprile, da queste colonne, mi ero permesso di suonare una sveglia ai leader del campo largo, abusando (con tutto il rispetto) di uno storico titolo del Mattino di Napoli, all’indomani del tragico sisma in Irpinia: “Fate presto”. Invece di marcarvi l’un l’altro, di inseguire i brusii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, di presidiare i rispettivi blocchi sociali ognuno con una sua “campagna d’ascolto”, cosa aspettate a spiegare ai cittadini che di fronte ai conclamati fallimenti dell’Armata Brancameloni c’è un centrosinistra riformista già pronto a governare l’Italia?
“Già pronto” vuol dire già in grado di presentare un programma con pochi punti irrinunciabili e non negoziabili: sul lavoro e sul fisco, sulla sanità e sulla scuola, sull’immigrazione e sulla sicurezza, sull’America e sull’Europa, sull’Ucraina e sulla Palestina. E di indicare entro un tempo certo le modalità attraverso le quali sarà scelto il candidato premier: con un accordo tra i partiti, prima delle elezioni o dopo le elezioni, con le primarie aperte o riservate agli iscritti, col ballottaggio o senza, scegliete voi i meccanismi che ritenete più opportuni.
Questo era e questo resta l’auspicio. Perché nel frattempo nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, in mezzo c’è stata pure la mezza delusione delle amministrative di fine maggio, con la riconferma della destra a Venezia. Dalla Serenissima doveva partire un “avviso di sfratto” al governo Meloni: sfortunatamente, non è mai arrivato a destinazione.
La prima prova unitaria di esistenza in vita i leader l’hanno data solo il 16 giugno – ben tre mesi dopo il referendum – col famoso selfie del pranzo in grotta che ricordava i riti segreti dei paleo-cristiani nelle catacombe. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, finalmente seduti allo stesso tavolo (sia pure in contumacia di Matteo Renzi, eterno convitato di pietra per tutte le Izquierde più o meno Unide). Ancora poco, ma meglio di niente.
Da quel convivio è venuto fuori il promettente annuncio: segnatevi in agenda le date dell’8 e del 15 luglio, perché lì sì che l’alternativa prenderà plasticamente forma e sostanza. Ma anche stavolta, come la morte di Mark Twain, la notizia del neonato “Fronte popolare” è risultata largamente esagerata. La manifestazione di Napoli ha deluso le attese. E, va detto, non solo per colpa dell’apposito drappello gruppettaro di tafferuglisti-nichilisti, che a forza di sognare il “Potere al popolo” lo lasciano gioiosamente in mano al pur sgangheratissimo kombinat fascio-leghista.
Per un’alleanza che non ha ancora messo a fuoco e condiviso i suoi punti cardinali, la discesa in piazza è la via più facile e più breve. Può anche rassicurare, ma non scioglie i nodi e non risolve i problemi. Se non c’è una leva forte e chiara che spinge e giustifica la mobilitazione – com’è stata e com’è ancora Gaza per la Generazione Z – le gloriose “masse” di una volta non si riaggregano mai. Men che meno se a richiamarle “alla lotta” sono i partiti, ormai capaci al massimo di inseguire le istanze della società civile, non più di orientarle e di guidarle. Come diceva quel primo ministro conservatore inglese negli anni ’20, anticipatore di tutti i populismi: “Devo seguirli, sono il loro leader”.
A Napoli difettavano sia il mezzo che il messaggio. Serve a poco andare in piazza, se sulla sanità ripeti sempre l’ovvio, se sul lavoro puoi solo rilanciare il salario minimo, e se sul sostegno alla resistenza di Zelensky ti tocca votare in tre modi diversi al Parlamento europeo e poi sentire Conte che dal palco riesce a dire addirittura «stanno costruendo la minaccia russa per farci comprare le armi». Nelle stesse ore in cui Putin devasta di bombe Kiev e minaccia per la prima volta la Polonia.
In tanta confusione programmatica, è in bilico il secondo appuntamento di Padova. E forse è un bene che salti, signore e signori del campo largo. Chiaritevi le idee, ora o mai più, poi trasformatele subito in progetto per la prossima legislatura. E fate in modo che il dibattito parlamentare sull’obbrobrioso e pericoloso “Melonellum” non sia solo un pretesto, ma diventi l’occasione per costruire, nel fuoco della battaglia, una vera “Alleanza per la Costituzione” (o come preferirete chiamarla). Fatelo con tutti quelli che ci stanno, compresi i reprobi renziani, se sono disposti come dicono a sottoscrivere un patto di coalizione e magari pure una norma anti-ribaltone.
Cercate di riaccendere lo spirito referendario di marzo, rinnovando l’impegno a difendere la democrazia formale e materiale che la Sorella d’Italia vuole manomettere di nuovo, blindando il suo potere e togliendo ai cittadini il diritto di contare. Non vi lasciate intimidire dalle anime belle del “terzismo” in servizio permanente effettivo, sempre riparate all’ombra dei Cassese di ogni epoca e sempre pronte a irridere qualunque “allarme democratico”. Come ai tempi del Cavaliere di Arcore, a loro va benissimo se nel 2029 sale al Quirinale l’Underdog di Colle Oppio che celebra Almirante come padre della Repubblica, o Ignazio La Russa che rende omaggio “al camerata Marcello Bignami”. Lo so bene: come nel ventennio berlusconiano, essere “contro” le destre autoritarie e illiberali non basta. Ma ancora oggi rimane un buon inizio.
Tra le ombre del conflitto totale, fare i conti con i propri fantasmi significa ritrovare l’unità e salvare il futuro

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Dal 1945 l’Europa non è mai stata così vicina al conflitto totale. Il privilegio delle tre generazioni senza guerra ci si rivolta contro. La pace eterna era cassazione condivisa da tutti gli europei. Molto più cogente di qualsiasi trattato. Siamo in tempo per bloccare l’ingranaggio? Certo. Ma sbrighiamoci a indagarlo per metterci le mani e invertire la rotta.
Osserviamo una costante insidiosa: le storie dei cannoni d’agosto (1914) o settembre (1939) tendono a rimare. Le guerre che da europee degenereranno in mondiali hanno due coprotagoniste – Germania contro Russia – e un campo del sangue che vorrebbe qualificarsi indipendente: l’Ucraina. Fra loro una nazione dalle fasi lunari, la Polonia oggi ascendente ma sempre inquieta circa le intenzioni di entrambi gli imperi limitrofi. Il russo, eterna nemesi, ma anche il tedesco, solo sedato secondo il presidente Nawrocki. Né a Varsavia si adorano gli ucraini, accusati di poggiare su gli uni o gli altri secondo opportunità.
Scrive lo storico britannico Dominic Lieven nel suo capolavoro su “La fine della Russia zarista”: «Senza l’Ucraina, la sua popolazione, industria e agricoltura, la Russia del primo Novecento non sarebbe più stata una grande potenza. In questo caso, tutto lasciava ritenere probabile che la Germania avrebbe dominato l’Europa». Eppoi, entrambe le guerre mondiali «sono cominciate in Europa orientale». Qualcosa ricorda.
Difficile stabilire se Putin, al quinto anno di guerra contro “l’Occidente collettivo”, sia tentato dall’atomica per risolvere una partita abbastanza umiliante. La retorica nucleare dei “falchi” è massaggio alle nostre opinioni pubbliche per vellicarne il pacifismo, o minaccia concreta? Buona la seconda, giurano i tosti à la Karaganov – «lei è un uomo spaventoso» l’ha apostrofato in pubblico Putin, o il di lui inconscio. Fine della ricreazione. Si rompe il tabù. Serve una Bomba segnaletica, “tattica” – su cosa sia ognuno ha le sue idee – contro un paese Nato.
Al centro di questo scenario impazzito sta la questione tedesca. Chi si rivede! Finché la Germania non si sarà data un passato, noi altri europei non avremo un futuro. Né vera pace. Il continente delle micro/macro identità incontinenti, incastrate l’una nell’altra come bambole nella matrioska, ospita al suo centro uno spazio indeterminato d’impronta tedesca. Semiconduttore continentale. Sempre provvisorio, contestato, periodicamente insanguinato. Intermezzo tra mondo slavo e latino percorso dal fantasma irrequieto della “Vera” Germania in cerca di identità.
La storia tedesca non passa né si ripete a comando. Sui suoi usi e abusi la Germania ci offre una lezione di metodo. I germanofobi vi attingono selettivamente per demonizzare un paese di formidabile cultura cui applicano un riduttore di potenza. Calibrato sulla doppia catastrofe militare – perdere due guerre mondiali di seguito: un record – e sul senso di colpa da perpetuare all’infinito. Ideologia anti-tedesca cui odiatori professionali attingono secondo necessità.
I romani ricorrevano alla damnatio memoriae: cancellati dalla civitas i nefandi. Nel Novecento lo si è riprovato con la Germania via attribuzione ad personam (Kaiser o Führer) e ad nationem di prima e seconda guerra mondiale. Base su cui coltivare pedagogie umilianti per i tedeschi, tali da suscitare rimozione o ribellione. Così il passato non passerà mai. Se vogliamo emanciparci da questa psicosi che compromette il futuro della Germania, quindi dell’Europa, dobbiamo storicizzare la parabola tedesca, come tutte le altre. Tutto compreso: luci, ombre, orrori. Riportare alla storia ascoltando tutte le parti significa relativizzare i giudizi assoluti? Certamente sì. Con ciò si rianima il nazismo o, a casa nostra, il fascismo? Vero l’opposto: ci si abitua a trattarlo per quel che è: participio passato o passato remoto. Controassicurazione rispetto a chi volesse riprodurlo in rima. Educazione a considerare il Bene, identificato con l’Occidente, in tono altrettanto sfumato. E ritrovare il piacere di discutere in libertà. Di studiare prima di sentenziare.
La Rai censura Report per “tutela”. Stop alle repliche estive di Ranucci. L’attentato. Col pretesto dell’inchiesta su Lavitola, la destra corona il sogno di cancellare le inchieste più seguite (e più odiate)

(estr. di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – […] Per tutelare Report cancellano le repliche. Questa la situazione paradossale che si è creata intorno al programma di Sigfrido Ranucci, il più visto della tv italiana con riconoscimenti anche internazionali. Ieri la Direzione approfondimento della Rai ha cancellato le nove repliche estive che sarebbero dovute iniziare domenica 12 luglio. Repliche che negli anni passati hanno subìto già diversi tagli, da 16 a 12 per arrivare a 9, ma registrando sempre ottimi risultati di share. Si tratta della rimessa in onda di alcune delle puntate più seguite della passata stagione, tutte già su Raiplay.
[…]La decisione è legata al caso Ranucci-Lavitola scoppiato negli ultimi giorni, con il faccendiere ora ristoratore accusato di essere il mandante della bomba esplosa nell’ottobre scorso davanti l’abitazione del giornalista. E la decisione del vertice Rai, presa dopo una telefonata tra l’ad Giampaolo Rossi e il direttore dell’approfondimento Paolo Corsini, arriva dopo le parole di quest’ultimo di mercoledì scorso, che per la prima volta aveva evocato la possibilità di un Report senza Ranucci. “È un brand importante della Rai che va avanti lo stesso, con o senza Ranucci. Il programma può anche essere condotto da qualcun altro…”, le parole di Corsini poi seguite da una flebile smentita. “In attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto Ranucci, abbiamo ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive di Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico”, recita la nota dell’approfondimento.
Insomma, per tutelare il programma lo si cancella, lasciando oltretutto un buco in palinsesto. Che ha scatenato reazioni a catena, dall’Usigrai al Cda Rai. “A meno che non si tratti di puntate connesse all’indagine in corso, il provvedimento sembra solo una punizione che vuole soddisfare le richieste giunte a gran voce da una parte politica. La visione di Report non ‘nuoce gravemente alla salute’. Noi vogliamo chiarezza, non vendette o censure”, è il comunicato dei tre consiglieri di opposizione Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro. La vicenda assume toni inquietanti anche alla luce del fatto che da FdI in queste ore è stata chiesta un’indagine interna in Rai, in particolare su una frase buttata lì da Corsini nella famosa conversazione: “Chi aveva problemi con Report andava a mangiare nel ristorante di Lavitola”.
[…] Una richiesta di chiarezza giunta anche dai consiglieri di maggioranza Simona Agnes, Federica Frangi e Antonio Marano. Insomma, lo scontro dentro e fuori la Rai è totale ed è soprattutto politico. “Apprendo con sconcerto che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose e assurde congetture veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da ricostruzioni giornalistiche per sospendere le repliche di Report. Siamo alla delegittimazione nei miei confronti e dei miei giornalisti”, osserva amaramente Ranucci. Parole cui seguono quelle della redazione di Report. “È una censura senza precedenti. Riteniamo la decisione lesiva del nostro lavoro e temiamo possa preludere a una nostra cancellazione in vista della prossima stagione”, recita un comunicato dei giornalisti. Che mettono in relazione la cancellazione all’indagine interna chiesta da FdI e a un articolo di Libero così titolato: “La Rai non ferma Report, va in onda Tele-Lavitola”. Sabato 19 luglio, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, sarebbe dovuta andare in onda la puntata di Paolo Mondani sulle “Piste nere”, in cui si rileggono le stragi di Falcone e Borsellino e le bombe del 1993 ipotizzando legami col mondo dell’eversione nera. E proprio domenica 19 a Palermo Gioventù nazionale, il movimento giovanile di FdI, ha organizzato un convegno dal titolo emblematico: “Pista nera, depistaggio rosso” dove saranno presenti diversi esponenti anche nazionali del partito meloniano.

(Andrea Zhok) – Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte è un olandese, membro del partito liberale, che negli ultimi tempi si è distinto per uno stile politico e comunicativo peculiare.
È un europeo che si congratula con sé stesso quando proclama che “Gli ordini bellici degli alleati Nato danno lavoro a 200mila statunitensi”, non vedendo in ciò niente di strano.
È uno che vi spiega compunto quanto “sia giusto che il supporto chiave dagli Stati Uniti all’Ucraina sia pagato dai canadesi e dagli europei.”
È uno che quando gli chiedono conto delle guerre offensive della Nato in Libia e in Iraq non fa un plissé e assicura tutti sorridente che “la NATO è qui per difendere.”
È uno che chiama Donald Trump “papino” (Daddy) e che si addolora sinceramente quando deve riportargli, con voce sommessa, che alcuni stati europei non si sono sdraiati nel supporto ai bombardamenti americani sull’Iran: “So che ci sono stati casi isolati dei quali sei davvero deluso.”
Rutte è in effetti una figura dello spirito. Rutte è uno che fa sembrare il mitico geometra Calboni un campione di dignità.
Con quella faccia che trasuda mediocrità, con quell’eloquio untuoso e spiaggiato, con l’assoluta serenità con cui si accuccia e si dedica con vigore a compiacere il padrone, è l’emblema di qualcosa di profondo nelle odierne classi dirigenti occidentali.
Noi siamo nati e cresciuti con un immaginario nutrito da personalità storiche di cui riconoscevamo la fermezza dei principi, magari principi altamente discutibili, magari principi distruttivi, e tuttavia principi, posizioni ideali cui nessuno poteva negare una (talvolta tragica, talvolta odiosa) dignità.
Che si parli di Fidel Castro o di Mao Tse Tung, di Adolf Hitler o di Winston Churchill, di Togliatti o di De Gasperi, di Che Guevara o di Garibaldi, ecc. ci si poteva azzannare sulle idee di cui erano portatori, odiarle o amarle, ma nessuno dubitava che fossero tutti personaggi dotati di una spina dorsale, di una volontà, di una coerenza.
Spesso ci sono state presentate le epoche passate, in cui prevalevano forme monarchiche o imperiali, come ordinamenti che favorivano l’adulazione dei cortigiani e con ciò impedivano il riconoscimento del merito.
Al contrario, ci siamo rappresentati la modernità liberale come il luogo dove finalmente l’individuo con la sua dignità, il suo pensiero, le sue idee, la sua capacità di innovazione poteva farsi strada e trovare riconoscimento.
Ecco, la schietta verità, verità incarnata in modo esemplare da una figura come l’attuale Segretario della Nato, è che il nuovo sistema di potere che il liberalismo ha portato alla luce ha incoronato e immortalato una nuova deflagrante forma di SERVILISMO.
Questo sistema di potere, non aristocratico, ma plutocratico, ha modellato la società sull’idea che servire bene il pilota automatico del sistema è, per definizione, bene. Perciò delle idee, delle personalità, della coerenza, del rigore non interessa più niente a nessuno; sono atavismi, residui di epoche passate.
La qualità che viene oggi più ampiamente riconosciuta, più premiata, più accreditata, nelle aziende private come nelle istituzioni accademiche, nei partiti politici come negli uffici pubblici, è esattamente questa, il servilismo.
In prima istanza ad essere coltivata è innanzitutto la virtù di essere un buon ingranaggio, una leva, un servo-sterzo che si adegua a tutto senza alzare la testa.
In seconda istanza, per i più brillanti e promettenti, per i più “proattivi”, si persegue lo schietto talento prostitutivo, la capacità di “venire incontro ai desideri” del capo, del cliente, di chiunque abbia un qualche potere.
Un simile sistema, ovviamente, non produce più niente di nuovo, niente di originale, niente di significativo, in nessun campo (e se lo fa, si tratta di un incidente che viene messo sotto il tappeto). E intanto noi continuiamo a vivere nella paradossale illusione di essere la civiltà del merito, dell’individuo, dell’originalità, mentre abbiamo trasformato la grande civiltà che fu in un immenso pollaio di venditori di fuffa, escort, quaquaquraquà che come lo metti sta, leccaculo assortiti, e Rutte.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Prima di commentare il “caso Ranucci-Lavitola” abbiamo atteso di capirci qualcosa. Ma più passano i giorni e meno si capisce. Intanto si è già perso di vista il focus: chi ha piazzato la bomba sotto casa Ranucci il 16 ottobre 2025 e perché. Dal polverone politico-mediatico, si direbbe che non si volesse eliminarlo fisicamente, ma sputtanarlo, minando la credibilità sua e di Report. Che ha sempre […]
(dagospia.com) – Se oggi l’autocrate russo, alle prese da quattro anni con una guerra che sognava di chiudere in tre settimane, si trova in difficoltà (alla perdita del suo cavallo di Troia nell’UE, l’ungherese Viktor Orban, si aggiunge la fronda dei vertici militari e di tanti oligarchi), il Caligola della Casa Bianca sta attuando ciò che la destra neoconservatrice americana più nazionalista aveva auspicato durante il primo mandato di George W. Bush quando si parlò apertamente di “Eurominaccia”.
Al di là delle varie e avariate indiscrezioni, il piano trumpiano per destabilizzare l’UE viene alla luce con la pubblicazione degli Epstein files. In una mail dell’8 marzo 2018, Steve Bannon, uno dei principali ideologi del movimento sovranista e populista MAGA, scrive al finanziere pedofilo: “Sto andando a Milano adesso per incontrare Salvini. Sembra che stasera Grillo e domani Roma e Berlusconi e 5 Stelle’’.
Un messaggio che restituisce l’immagine di una vera e propria missione politica nel nostro Paese, nel pieno delle consultazioni seguite alle elezioni politiche.
Tra le email finite agli atti ce n’è una, risalente alla primavera del 2019, alla vigilia delle elezioni europee, in cui, Bannon risponde a Epstein scrivendo: “Sono concentrato solo sul raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidarsi con liste complete”.
Il nome di Matteo Salvini ricorre più volte nello scambio di messaggi, inserito in quello che appare come un disegno più ampio di costruzione di relazioni con le destre e i movimenti populisti europei, dal britannico Farage allo spagnolo Vox, fino ai nazi-tedeschi Afd.
Tra le mail compare anche un messaggio dell’8 settembre 2018, inviato da una persona di identità non nota, che scrive a Bannon: “Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini”. La risposta dell’ex stratega di Trump, reduce da un incontro con l’allora ministro dell’Interno, è lapidaria: “Viceversa”.
L’11 maggio 2019 è lo stesso Epstein a suggerire a Bannon una linea strategica: “Suggerisco di concentrarsi sull’Europa. Salvini, Orbán, il movimento”. In seguito Bannon scriverà che Salvini è pronto “a far cadere il governo”. La cosiddetta “crisi del Papeete” risale all’agosto di quell’anno.
Nemmeno il Covid ferma i MAGA di Trump dal portare avanti la destabilizzazione della vecchia Europa, ‘’scroccona’’ e ‘’parassita’’. E’ il 16 settembre 2022 quando Mario Draghi, giunto alla fine del suo ‘’governo di unità nazionale” (con FdI, unico partito all’opposizione), si toglie qualche macigno dalle scarpe e li lancia l’idiota opposizione del M5s di Conte all’inceneritore romano fino alla sfiducia di Lega e Forza Italia, morti di paura dell’ascesa-boom nei sondaggi di Fratelli d’Italia).
“La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati”, tuona nell’aula il premier in uscita. E aggiunge: “È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti…”.
Con chi ce l’avesse MarioPio, non è mai stato chiarito, ma quella frase, da allora, rimbomba nelle orecchie di tanti che nei Palazzi romani sostengono che al Papeete più che il mojito potè la vodka…
Dalle complottistiche mail tra Epstein e Bannon del 2019 per “alimentare” finanziariamente le forze sovraniste europee, diffondendo le posizioni politiche di Washington, alla Conferenza di Sicurezza di Monaco del 2025 in cui il trumpismo anti-EU esce sfacciatamente allo scoperto con J.D. Vance.
Il vicepresidente degli Stati Uniti, che si divide con Bannon la leadership del movimento MAGA, tiene un discorso con cui accusa i leader dell’UE di “tradire i valori condivisi con gli Stati Uniti”, denunciando la presunta erosione della libertà di espressione e l’incapacità di gestire l’immigrazione.
Pochi giorni dopo, Vance incontra Alice Weidel, leader dell’estrema destra tedesca AfD, legittimandola sulla scena internazionale a pochi giorni dalle elezioni. Elon Musk, allora stretto alleato di Trump, rincara la dose, promuovendo pubblicamente, soprattutto attraverso il suo social X, il partito post-nazi.
Il piano MAGA per disgregare l’ordine europeo si delinea quando il ‘’Financial Times’’ rivela che nel dicembre 2025 la funzionaria del Dipartimento di Stato americano Sarah Rogers atterra a Londra per incontrare Nigel Farage, il Vannacci inglese che guida il partito Reform Uk, finito recentemente indagato per 5 milioni di sterline in criptovalute mai dichiarati e un impero immobiliare acquistato in contanti
‘’Gli sforzi dell’amministrazione Trump hanno nel mirino l’Online Safety Act britannico e il Digital Services Act dell’Unione Europea, due norme diverse ma considerate dalla Casa Bianca come “schemi normativi” che cercano di attaccare la libertà di parola, l’industria americana e l’indipendenza del settore tecnologico”, scrive “FT”.
Il quotidiano economico-finanziario inglese aggiunge che, per diffondere e difendere le posizioni politiche trumpiane nel vecchio continente, Washington non fa mancare il “carburante” ai partiti europei cari alla “rivoluzione” MAGA, attraverso doviziosi dispiegamenti di denaro.
Secondo un’altra fonte citata da “FT”, Sarah Rogers dispone di fondi segreti per finanziare organizzazioni europee per indebolire le politiche governative. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha descritto il finanziamento come un uso “trasparente e legale delle risorse per portare avanti gli interessi e i valori americani all’estero” in vista delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti d’America e parlare di un fondo segreto è “completamente falso”.
La Rogers in dicembre oltre Londra ha fatto tappa anche a Parigi, Roma e Milano nell’ambito di quello che aveva definito un “tour sulla libertà di parola”. Al termine del quale, milioni di donazioni anonime hanno arricchito le casse dell’estrema destra europea con quasi mezzo miliardo di contributi non pubblici di cui non si ha traccia.
All’irresistibile ascesa dell’ultra-destra di Vox in Spagna e di Afd in Germania, l’Italia presieduta a Palazzo Chigi dall’Armata Branca-Meloni delude talmente le aspettative economiche della Starlink di Elon Musk e soprattutto quelle politiche della Casa Bianca, fino al punto di assistere basiti allo sfanculamento coatto tra gli ex amici Trump e Meloni.
Al macero il rapporto con Fratelli d’Italia, sgretolatesi la Lega, entra in campo, carico di munizioni, l’ex vicesegretario di Salvini, il generale Robertino Vannacci.
Passano appena 72 ore da un’intervista di Steve Bannon a ‘’Repubblica’’ in cui dà della traditrice a Meloni, ai suoi occhi “ormai diventata una globalista totale” succube “di Nato e Ue”, e l’ex generale della Folgore lascia il posto di vice-segretario della Lega, su cui era salito forse per scalarlo, sicuramente per farsi eleggere europarlamentare e costruire la sua rete di relazioni e di alleanze internazionali.
Conclude “La Stampa”: “L’Afd alleato con Vannacci è la scommessa di Bannon. I punti nel programma sono gli stessi: remigrazione, fine del sostegno all’Ucraina. Più in generale: implosione dell’Unione europea”.
Futuro Nazionale, il partito creato in quattro e quattr’otto all’inizio dello scorso giugno a Viareggio, non è un fuoco di paglia, fin dall’inizio macina consensi, cresce nei sondaggi e lo fa cavalcando proprio le falle della gestione del centrodestra sulla sicurezza e l’immigrazione.
Ormai i dati dei sondaggi rilevano che ogni 15 giorni Vannacci sale di un punto ed oggi è al 6%, sorpassando il Carroccio di Salvini; e sono tanti che scommettono che nei prossimi mesi arriverà al 10% superando pure Forza Italia.
Nello stesso tempo, comincia a ricicciare la domanda che alla fine degli anni ’60 campeggiò sulla prima pagina dell’”Unità” a proposito dell’esplosione alla sinistra del Pci di gruppi extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, etc: “Chi li paga?”.
Naturalmente Vannacci, che è stato addetto militare per la Difesa presso l’ambasciata italiana a Mosca dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022, il cui suocero era un militare romeno durante l’era sovietica e la dittatura di Ceausescu, ha smentito categoricamente di ricevere finanziamenti dal Cremlino o da oligarchi russi, rispondendo con ironia e affermando che non possiede “alcuna villa in Crimea” e che i conti di Futuro Nazionale, sono interamente trasparenti e tracciati.
In soli quattro mesi dalla fondazione, il partito ha incassato circa 344.000 euro da una quarantina di sostenitori privati. I documenti ufficiali mostrano contributi da imprese edili e immobiliari, compagnie petrolifere, aziende di trasporti, un commerciante di carciofi romani, produttori vinicoli, un consorzio di imprese specializzato nel Superbonus 110 per cento e persino un noto orologiaio influencer.
In barba a questi quattro spiccioli, la sede romana di Futuro Nazionale è stata inaugurata nella centralissima via in Lucina 17, a pochi passi dalla Camera dei Deputati, in un palazzo che storicamente ospita gli uffici di Forza Italia.
Qualche giorno fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che già nel 2023, quando uscì il libro “Il mondo al contrario”, voleva cacciare dall’esercito Vannacci ma fu costretto a rinculare dai post-missini di via della Scrofa, in un’intervista se ne esce con questa frase sibillina: “Propongo da sempre un accordo per difendere la democrazia. E penso che andrebbe fatto sottoscrivere a tutti. Vannacci credo che lo firmerebbe. Non mi risulta che ci siano mai state segnalazioni su di lui…”
È notizia di ieri l’indagine autorizzata dal Parlamento europeo contro il gruppo “Europa delle nazioni sovrane” (ESN), di cui fanno parte Futuro Nazionale e Afd, il movimento post-nazista tedesco, che come Vannacci ha una linea pesantemente pro-MAGA, per verificare da dove arrivino le fonti di finanziamento e certificare la conformità del gruppo ai valori dell’Ue.
Un “warning” sul piano in atto di destabilizzazione dell’ordine europeo, un avvertimento che potrebbe non essere l’unico arrivato in queste ore…
Il conduttore: “La Rai ha deciso di utilizzare vergognose congetture”

(ansa.it) – “Apprendo con sconcerto e con preoccupazione per l’informazione tutta che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose congetture, assurde, che sono state veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da alcune ricostruzioni giornalistiche, per sospendere le repliche estive di puntate di inchiesta di Report già trasmesse”.
Lo afferma Sigfrido Ranucci in una nota diffusa dall’avvocato Roberto De Vita. “Sospensione – aggiunge – con una motivazione che afferma esattamente il contrario: questa non è la protezione del ‘patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico’ e della trasmissione, ma è la delegittimazione non solo della mia persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti che in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l’informazione e la democrazia”.
“In attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci”, la Direzione Approfondimento della Rai “ha ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive della trasmissione televisiva Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico”. Lo annuncia l’azienda in una nota. “Resta fermo l’appuntamento con la nuova stagione di Report, che tornerà in onda a partire dal prossimo mese di novembre”, conclude la nota.

(di Pietro Navarra – ilsole24ore.com) – Tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso 441.000 giovani. Non sono partiti e poi rientrati: sono andati via e non sono più tornati. Il dato, calcolato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) al netto dei rientri, fotografa un fenomeno più ampio: negli ultimi tredici anni sono stati 630.000 i ragazzi tra i 18 e i 34 anni ad aver lasciato i confini nazionali. Non si tratta più di un’emergenza congiunturale, ma di un tratto ormai strutturale della demografia italiana.
A pagarne il prezzo, per primo, è il tessuto imprenditoriale. In uno studio pubblicato nel 2023 sull’American Economic Journal: Applied Economics, firmato da un gruppo di economisti italiani, è stato calcolato che un aumento dell’1,7% nell’emigrazione dalla popolazione in età lavorativa di un comune italiano si traduce in un calo del 4,8% nella nascita di nuove imprese. Ma non è solo una questione di numeri. Chi parte, spiegano i ricercatori, porta con sé proprio le caratteristiche che servono per fare impresa: elevato grado di istruzione, giovane età, propensione al rischio. Restano gli altri. Ed è una selezione che impoverisce chi rimane, senza nemmeno il beneficio compensativo che ci si aspetterebbe: lo studio dimostra che l’emigrazione non ha portato né più occupazione né salari più alti per i residenti, mentre la domanda di lavoro complessiva è addirittura diminuita.
Se si guarda alla mappa dell’Italia, la frattura è netta. Un’elaborazione de Il Sole 24 Ore su dati Istat raccolti tra il 2019 e il 2026 mostra che le contrazioni più forti della popolazione tra 18 e 35 anni si concentrano nel Mezzogiorno, con punte superiori al 12% in diverse aree del Sud. E non si tratta solo di quantità, ma di qualità: secondo lo Svimez, oggi circa il 60% dei giovani che si spostano è laureato, contro meno del 20% di inizio anni Duemila. Chi parte, quindi, è sempre più spesso chi il territorio avrebbe più bisogno di trattenere.
Il CNEL ha provato a mettere un prezzo a tutto questo. Nel periodo 2011-2024, la perdita economica nazionale legata al capitale umano fuoriuscito dall’Italia ammonta a circa 160 miliardi di euro. Ma il salasso comincia prima ancora di attraversare i confini: il Mezzogiorno, secondo la stima, “sussidia” il Centro-Nord con 148 miliardi di euro in capitale umano, perché molti giovani si trasferiscono lì, prima di un’eventuale partenza definitiva verso l’estero.
Nel corso degli anni, i governi hanno provato a correre ai ripari, soprattutto nel Mezzogiorno: sgravi fiscali, finanziamenti a fondo perduto per chi rientra, incentivi per chi è tentato di partire. Misure numerose, spesso corpose nelle risorse stanziate. Ma altrettanto imponente, a guardare i risultati, è il loro fallimento: i giovani continuano ad andarsene dal Sud. Il problema è che questi strumenti di policy non intaccano le cause reali della fuga. Le indagini sono concordi da anni: si parte soprattutto per mancanza di prospettive di carriera e di un’occupazione adeguata. E se le condizioni di base restano immutate, nessun bonus può creare da solo posti di lavoro stabili, né offrire percorsi di crescita professionale.
Uno degli esempi più eloquenti arriva dalla misura fiscale tra le più generose mai introdotte su scala nazionale per i lavoratori impatriati: taglio del 50% delle tasse sul reddito da lavoro dipendente o autonomo per cinque anni, che sale al 60% per chi ha figli a carico. Uno strumento che forse in parte funziona, ma non lì dove dovrebbe servire di più. I rientri si concentrano nelle regioni economicamente più forti: la Lombardia che guida la classifica, trainata da Milano come hub finanziario e delle multinazionali; segue il Lazio, con Roma come principale polo di attrazione; a completare il quadro, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, sorretti da un tessuto industriale e manifatturiero tra i più solidi del Paese. Nel Mezzogiorno, dove pure non mancano misure aggiuntive di vantaggio fiscale e di finanziamenti a fondo perduto, i numeri assoluti dei lavoratori rientrati restano di gran lunga inferiori a quelli del Nord.
La conclusione, per chi analizza questi dati, è netta: le politiche adottate hanno fallito perché agiscono sul lato sbagliato del problema. Gli incentivi finora usati puntano sull’“offerta”, cioè puntano sul convincere il singolo giovane a restare o a tornare. Il problema, invece, è dal lato della “domanda”: mancano i posti di lavoro qualificati da occupare. Non a caso la riduzione delle tasse per i lavoratori impatriati premia soprattutto Lombardia, Lazio e le regioni del Nord, dove il tessuto produttivo esiste già e non il Sud, dove esso manca.
La strada giusta è dunque spostare il baricentro delle scelte policy dall’offerta alla domanda: creare un contesto economico e sociale capace di attrarre investimenti produttivi, che a loro volta genereranno posti di lavoro stabili e qualificati. I giovani non partono per mancanza di sconti fiscali, ma per mancanza di lavoro. E sono le imprese, non i governi regionali o locali, a offrire opportunità occupazionali qualificate e durature. Questi ultimi, invece di bonus e finanziamenti a pioggia, dovrebbero concentrarsi affinché si possa trovare anche nel Mezzogiorno un’ambiente economico e sociale idoneo alla nascita e alla crescita di realtà imprenditoriali.
Servono, quindi, misure di contesto che rendano attrattivo un territorio a chi crea ricchezza e posti di lavoro: politiche di filiera concentrate su pochi settori invece di incentivi generalizzati; stabilità normativa pluriennale che dia certezza alle imprese; investimenti in infrastrutture e servizi collettivi; rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali, riduzione dei costi burocratici che si frappongono all’esercizio della capacità di impresa; investimento in tecnologia e capitale umano.
È certamente un cambio di paradigma più lento di un bonus fiscale. Ma è l’unica strada percorribile per lo sviluppo del Mezzogiorno, dopo troppe occasioni mancate e troppe risorse sprecate.