SPARITI I GENITALI DELL’UOMO VITRUVIANO, LA “CENSURA” DELLA RAI PER LE OLIMPIADI: IL CASO SUL DISEGNO DI LEONARDO

(Ugo Milano – open.online) – Che fine hanno fatto i genitali dell’Uomo Vitruviano? Il celebre disegno di Leonardo da Vinci scorre da giorni, ripetutamente, sui canali Rai che trasmettono le gare delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Nella clip del servizio pubblico, l’uomo vitruviano si trasforma graficamente nel corpo degli atleti che disputano le varie discipline dei Giochi Invernali: pattinatrici, sciatori, giocatori di hockey e via dicendo.
La grafica Rai per le Olimpiadi
Del disegno di Leonardo da Vinci la grafica della Rai riporta quasi tutti i dettagli: muscoli, capelli, naso, orecchie e bocca. Tutti tranne uno: i genitali, appunto. Ad accorgersi di questa “mancanza” è il Corriere della Sera, che azzarda una possibile spiegazione. Dietro la scelta della Rai potrebbe esserci la volontà di essere inclusivi oppure di aderire in modo scrupoloso – forse anche troppo – al regolamento del Comitato internazionale olimpico, che stabilisce: «I contenuti sessuali espliciti sono severamente vietati».
M5S, ‘UOMO VITRUVIANO SENZA PENE? TELEMELONI COME GLI AYATOLLAH’
(ANSA) – “La Rai come gli Ayatollah: nell’era delle Olimpiadi di Milano-Cortina l’Uomo Vitruviano di Leonardo viene presentato… senza genitali.
La genialità rinascimentale piegata alla più retriva censura da salotto, perché evidentemente i vertici della Rai temono che un pene possa turbare.
E chi guida questa fiera dell’assurdo? Il direttore di Rai Sport, Petrecca, che colleziona figuracce olimpiche una dietro l’altra. Domanda semplice per la Rai: cosa c’è dietro questa censura così ridicola? Pucci con il culo di fuori poteva andare a Sanremo mentre Leonardo deve subire la scure di TeleMeloni?”. Così in una nota gli esponenti M5s in commissione di Vigilanza Rai

Apprendiamo dalla stampa che nei giorni scorsi sindaco di Benevento, Clemente Mastella, ha inaugurato una piazza intitolata a Bettino Craxi per ricordare: “ … una personalità di qualità della storia politica italiana. Io da ministro sono andato sulla sua tomba ed oggi come sindaco gli riconosco che è stato un fuoriclasse della politica. A Sigonella, nell’ottobre del 1985, resterà nella storia il coraggio con cui fece prevalere l’orgoglio nazionale anche di fronte al gigante USA. Forse pagò un prezzo politico anche per questo, ma la sua lezione resta imperitura e attuale anche nel labirinto geopolitico odierno”.
A tal proposito, nell’esprimere il più sincero apprezzamento al sindaco Mastella, l’occasione è buona per chiedere pubblicamente che cosa ne pensano di questa iniziativa i consiglieri comunali guardiesi che, 24 anni orsono, mandarono a casa il sindaco Amedeo Ceniccola ( che aveva avviato, per davvero, la rinascita del paese) accusandolo di tante colpe inesistenti e, in particolare, di aver: “messo nel ridicolo su tutta la stampa nazionale Guardia Sanframondi conferendo addirittura la cittadinanza onoraria a Craxi, Andreotti e Forlani”.
In attesa di una cortese risposta, per dovere di cronaca, non possiamo non ricordare che:
Ciò che desiderava per lui lo avrebbe voluto davvero per tutti. Anche per coloro che ancora oggi, a distanza di 26 anni dalla sua morte, non riescono a liberarsi dalla faziosità ideologica e politica.
RINASCITA GUARDIESE
Da Tajani a Bignami, sdegno nella maggioranza. Il magistrato al ‘Corriere della Calabria’: “Con la riforma, gli ultimi non avranno stesse garanzie dei potenti”. Dal comitato per il Sì a FdI, i commenti

(adnkronos.com) – Il referendum sulla Giustizia? “È certo che per il ‘No’ voteranno le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘Sì’, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Così i l procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri, in una intervista video rilasciata al ‘Corriere della Calabria’, risponde a Lucia Serino che gli chiede se ritenga che “territori storicamente un po’ trascurati dall’amministrazione dello Stato, come la Calabria, siano istintivamente sabotatori di tutto ciò che è l’amministrazione dello Stato, quindi anche del sistema della legalità”.
Da Gratteri arriva anche un appello al voto: “Penso che, in genere, a qualsiasi tipo di voto, i cittadini devono, hanno l’obbligo di partecipare. Altrimenti non ci si può lamentare che non cambi nulla o che tutto venga demandato agli altri. Dobbiamo sempre partecipare”. Quindi il procuratore sottolinea: “Penso che il pubblico ministero debba rimanere sotto la cultura della giurisdizione perché il pm nella sua testa deve essere anche giudice. Anche perché ha l’obbligo di trovare prove anche a favore dell’indagato”. E aggiunge: “Io non voglio un pubblico ministero più forte, lo voglio più sereno, che non abbia pressioni”.
Poi attacca: “Questa riforma è per i potenti e per i ricchi: se creiamo un pubblico ministero super poliziotto accade che il pm, che cerca prove ad ogni costo, non cercherà, non dovrà cercare più prove a favore dell’indagato, scandagliare ad esempio ciò che l’avvocato porta in istanza. Chi potrà fare indagini difensive? I ricchi, che vanno da un avvocato potente e costoso. Immaginiamo se un uomo qualunque venisse indagato: chi gli dà i soldi per cercare le prove? Questo è un passaggio importantissimo, una delle chiavi di tutta la riforma: gli ultimi, i deboli, non avranno le stesse garanzie dei potenti in tribunale”.
Sdegno nella maggioranza, e non solo, dopo le dichiarazioni del magistrato. Spiega il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani in un post su X: “Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere – scrive – E voterò convintamente SÌ al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offendono milioni di italiani”.
Secondo il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami, sono “gravissime le parole del procuratore Gratteri che per sostenere il No in un’intervista ha dichiarato testualmente che voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente. Dichiarazioni indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura. Mi auguro che le Istituzioni, la magistratura, il Comitato per il No e le altre forze politiche condannino e prendano le distanze da questa assurda criminalizzazione di chi la pensa diversamente”.
“Sul referendum ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri che in una intervista ha sostenuto che ‘a votare Si saranno indagati, imputati, la massoneria deviata e i centri di potere’. Gratteri ricopre un incarico molto importante e la sua affermazione oltre ad essere priva di verità, offende milioni di cittadini che non voteranno come lui. Mi auguro possa tornare sui suoi passi anche perché la sua dichiarazione fa alzare e di parecchio i toni dello scontro politico”, dichiara Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica.
“Così parlò Nicola Gratteri, procuratore di Napoli: ‘Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente’. Caro Gratteri, la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi”. È quanto si legge in un post pubblicato sui canali social del Comitato nazionale “Sì Riforma”. “Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile – continua – Confidiamo che, come al solito, messaggi di questo tipo spingano ancor di più gli italiani a votare per dimostrare che per esprimere il loro voto non hanno bisogno di una patente da parte vostra. Siamo tutti abbastanza grandi e informati. Grazie. Noi votiamo orgogliosamente Sì! Questa volta il giudice sei tu. Non Gratteri”.
“Le parole di Gratteri sono di una gravità incredibile. Voterò Si al referendum, ma non mi verrebbe mai in mente di catalogare chi farà una scelta diversa in questo modo indegno”, scrive Carlo Calenda sui social.
“E insomma: arrestateci tutti, signor Procuratore Gratteri. Prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro SI approveranno la riforma costituzionale che servirà anche ad evitare che pubblici ministeri asini di democrazia e rispetto delle persone siano collocati in ruoli di straordinaria delicatezza istituzionale. E saranno milioni di cittadini liberi, totalmente liberi rispetto alla schiavitù dell’ideologia che tiene prigioniero il procuratore Gratteri”, dichiara Giorgio Mulè, Vicepresidente della Camera, deputato di Forza Italia.
“Sono dichiarazioni gravissime, del tutto sprovviste di fondamento, che non hanno nessuna pertinenza con la riforma, è una riforma che riguarda le persone per bene, si vuole una giustizia che tuteli taluni magistrati correntizi, quelli che fanno del potere una categoria che sovrasta il dovere”, quanto detto dal viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, in videocollegamento con un evento per il Sì al referendum di Forza Italia in corso a Napoli.
“La paura della probabile sconfitta al referendum sulla giustizia rende i promotori del No particolarmente disorientati, aggressivi e talora fuori da ogni ragionevolezza. Il procuratore Nicola Gratteri arriva a sostenere che ‘le persone perbene’ voteranno No, mentre ‘gli imputati, gli indagati, la massoneria deviata’ voteranno Sì. È indecente, è una mancanza di rispetto nei confronti di milioni di cittadini italiani che alza il livello dello scontro della campagna referendaria. Sono parole che insultano tanti irreprensibili magistrati, illustri giuristi anche di sinistra, come Augusto Barbera, Cesare Salvi e molti altri. Ritengo oltremodo grave che al clima avvelenato contribuisca un Procuratore della Repubblica. Tali spropositi confermano la necessità di questa riforma che rende il giudice pienamente terzo e indipendente, come vuole la Costituzione.” Così in una nota Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
A commentare le dichiarazioni del magistrato, condividendo il video su X, è anche il segretario Nazionale del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin: “Non ho mai – scrive – partecipato a crociate contro il procuratore Gratteri, che ebbi l’onore di conoscere molti anni fa. Perché so che, in contesti di legalità estremamente precari quali quelli in cui spesso ha operato, anche atteggiamenti come i suoi (che pur ho raramente condiviso) possono trovarsi essere, tragicamente, il male minore. Ma – aggiunge – non riesco a trovare le parole per quanto queste parole mi indignino. Ancor più al pensiero che stiamo parlando del capo di una delle procure più importanti d’Italia. Se è così che i sostenitori del NO intendono mettere in atto “la rimonta”, penso che abbiano qualcosa su cui riflettere”, la conclusione.
“Nicola Gratteri è un magistrato stimato e con una importante storia di impegno per la legalità e proprio per questo le sue affermazioni sembrano ‘parole dal sen fuggite’: distinguere chi è per bene dai delinquenti in base al voto referendario è offensivo nei confronti di milioni di persone, oltre che essere una sciocchezza sesquipedale. Gratteri dovrebbe scusarsi per quanto detto. Sarebbe grave se lui ed i comitati del no davvero pensassero una cosa del genere”, afferma il presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi.
“L’affermazione del dottor Nicola Gratteri, secondo cui voterebbero per il ‘No’ le ‘persone perbene’ e per il ‘Sì’ indagati, imputati e poteri deviati, non è un’opinione: è un insulto. Riduce milioni di cittadini a una categoria di sospetti e li dipinge come moralmente indegni solo per la loro scelta di voto. Qui si è oltrepassato il limite”. Così in una nota la giunta dell’Unione Camere Penali italiane. “Un magistrato, per il ruolo che ricopre non può permettersi parole che dividono, diffamano e deformano la realtà. Non è libertà di espressione: è delegittimazione del pluralismo. E quando simili esternazioni provengono da chi amministra la giustizia – prosegue la nota – il danno non è personale ma istituzionale, perché incrina la credibilità dell’intera magistratura. Per l’Ucpi, “le consuete iperboli retoriche del dottor Gratteri sono note. Ma dopo le false affermazioni attribuite al dottor Giovanni Falcone, questa ennesima forzatura appare come una recidiva che inquina il confronto elettorale con disinformazione e allarmismo. È il volgare attacco di chi non ha argomenti, un moralismo antipluralista che svuota il confronto democratico e sostituisce il merito delle idee con la delegittimazione personale. Non è dibattito: è greve propaganda. Per questo ci auguriamo un richiamo da parte del Presidente della Repubblica, quale garante dell’equilibrio istituzionale e Presidente del Cosiglio Superiore della Magistratura, a tornare nell’alveo di un conforto rispettoso sul merito della riforma”.
I pm di Milano hanno iscritto sul registro degli indagati il commercialista a seguito della vicenda del documento di 36 pagine, senza firma né data, finito in formato digitale agli atti dell’inchiesta nata dalla denuncia dello stesso Bellavia per furto di dati

(ilfattoquotidiano.it) – Gian Gaetano Bellavia, commercialista, consulente di pm e giudici e della trasmissione Report, è stato iscritto dalla Procura di Milano per un’ipotesi di violazione della legge sulla privacy per il caso dell’archivio con più di un milione di file e del “papello” con un elenco di nomi di imprenditori, attori, politici e finanzieri, che ha sollevato nelle scorse settimane polemiche politiche e interrogazioni parlamentari. Bellavia è stato vittima di un maxi furto di file dal suo studio: l’ex collaboratrice Valentina Varisco, finita a processo con citazione diretta a giudizio della pm Paola Biondolillo, avrebbe copiato e sottratto quasi 1 milione di file ad “altissima sensibilità” su 104 nomi di personalità pubbliche.
I pm Biondolillo ed Eugenio Fusco con il Procuratore di Milano, Marcello Viola, hanno iscritto sul registro degli indagati il 71enne consulente a seguito della vicenda del documento di 36 pagine, senza firma né data, finito in formato digitale agli atti dell’inchiesta nata dalla denuncia dello stesso Bellavia. Nessuno, finora, è stato in grado di spiegare come quel documento sia entrato nel fascicolo digitale dopo la chiusura delle indagini preliminari, a giugno 2025. Bellavia aveva parlato di spezzoni di “mail” riservate inviate al suo primo difensore, Gian Luigi Tizzoni, in cui ipotizzava che il movente della ex collaboratrice, nel frattempo finita a lavorare per alcune agenzie investigative, fosse legato all’elenco di nomi della politica, l’economia, la finanza o personaggi noti di tv e spettacolo che sarebbero estrapolati dalla copiatura dei file.
Il commercialista e consulente di Report potrebbe essere sentito nelle prossime settimane dai magistrati che indagano sulla vicenda e che nelle scorse settimane hanno già visionato i contenuti dell’archivio. Il suo legale, Luca Ricci, ha già fatto sapere alcune settimane fa che quell’elenco di soggetti comparivano nelle “relazioni di consulenza tecnica” affidate negli anni a Bellavia da numerosi pm e che il super-consulente aveva il potere/dovere di conservarle “per 10 anni”. Circostanza che serve ad esempio in caso di testimonianza in un processo, ad anni di distanza dalle indagini, nato dalla propria attività di consulente. Per il legale è un “archivio storico” delle attività. La ex collaboratrice avrebbe sottratto anche carte sottoposte dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci all’esperto, e non viceversa file acquisiti da Bellavia nella propria attività per i magistrati poi forniti al programma di Rai3.

(dagospia.com) – “Ci siamo presi finalmente Sanremo!”, ghignano soddisfatti i capoccioni meloniani nei corridoi Rai di via Asiago.
D’altronde, dopo tre anni e mezzo di occupazione famelica dei posti di potere, mancava solo espugnare del tutto quel baraccone canterino che, anno dopo anno, ha sempre più assunto l’aspetto di un disturbo mentale di massa.
Ma per capire come si è arrivati al “Festival di Atreju” bisogna fare un passo indietro. Giorgia Meloni dopo l’edizione 2025 guidata da Carlo Conti si era accomodata nel salotto di “XXI Secolo”: “Non sono riuscita a vederlo tutto, ho visto la finale e una parte della serata della cover, ma mi è piaciuto quello che ho visto. Finalmente un Festival di Sanremo dove la musica è protagonista”.
Di fronte a lei il reggi-microfono Francesco Giorgino, la Premier non aveva nascosto il suo entusiasmo: “Finalmente un Festival di Sanremo dove non ti ritrovi questi soloni che devono fare il monologo mentre tu vuoi solo sentire della musica. Una scelta bella e anche condivisa, visto i dati sugli ascolti che sono andati molto bene”.
Per poi concludere: “Faccio i miei complimenti per questa edizione, o almeno per quello che ho visto di questa edizione. Faccio i miei complimenti a Carlo Conti, ho trovato della bella musica e un buono spettacolo”.
Una promozione piena, i complimenti per aver “anestetizzato” il viavai sul palco dell’Ariston, evirandolo di ogni personaggio portatore insano di polemiche politiche.
Tradotto: “l’Uomo nero” (come abbronzatura, sia chiaro) ha liberato Sanremo dallla spaventosa deriva dell’egemonia della sinistra.
Ed ecco a voi l’ex Robertaccio Benigni in versione “foglia di fico”, Cristicchi martire per permettere alla destra di frignare e vestire i panni delle vittime, mezzo salvato da un cast musicale forte portato all’Ariston sull’onda lunga dei Festival precedenti by Amadeus.
Troncare e sopire però non basta più a TeleMeloni. Così Carlo Conti, solitamente un mezzo Daniele Piombi democristiano e aziendalista, fa una scelta politica (o viene costretto a farla, decidete voi): lo scorso dicembre sale sul palco di Atreju, manifestazione politica di Fratelli d’Italia.
In prima fila applaude Arianna Meloni, subito dietro l’onnipresente l’ex autista di Celentano, oggi sottosegretario al dicastero della Cultura, Gianmarco Mazzi.
In Rai si limitano a far filtrare: “Ha parlato di tv e non di politica, in passato è stato alla Festa dell’Unità”.
Che non è la stessa cosa, non serve spiegarlo o forse sì. Atreju è il palco del primo partito di governo, quello che detta legge a Viale Mazzini.
Finito l’”effetto Amadeus”, Conti si ritrova a scodellare sul palco dell’Ariston un cast debole, pieno zeppo di relitti e di sconosciuti, e prova a bilanciare con lo spettacolo. Al suo fianco per cinque sere arriva la Diva (nel senso che ci si sente) Laura Pausini, tutta bizze e urla al microfono.
I “gerarchi delle sette note” tirano un sospiro di sollievo: non canta ‘’Bella Ciao’’ perché la considera una canzone divisiva (mica come quei “comunisti” di Mengoni e Amadeus, che l’avevano accennata in sala stampa). Si era pure schierata su Bibbiano. Il nome giusto.
Così Conti accoglie nel cast Fedez, quella “cima di rap” che si diverte in barca con La Russa e Santanché, apre le porte a Morgan (amico di Giorgia Meloni), alle prese con i suoi problemi con la giustizia.
Porta sul palco il filo putiniano Pupo nella serata cover e scivola sul caso Pucci. Sulla scelta del comico destrorso, che fa tanto sghignazzare Ignazio La Russa, la Rai alla deriva di Giampaolo Rossi scarica la responsabilità su Carlo Conti, che da Fiorello ammette di averlo scelto. Ma c’è chi assicura che l’ammissione sia arrivata dopo qualche telefonata…
E il caso Pucci, con la sua rinuncia ad affiancare Conti come co-conduttore di una serata sanremina, diventa un caso politico non certo per chissà quale bombardamento di sberleffi e di insulti dei soliti imbecilli da tastiera, né tantomeno il comico è stato trafitto da una violenta campagna dei giornali di sinistra.
Ma ci vuole tanto per capire che alla propaganda dell’Armata Branca-Meloni, occorreva semplicemente un ‘’Pucci martire’’ della “spaventosa sinistra illiberale” (copy Ducetta) per tentar di coprire le deliranti disavventure in casa Rai del fratellino d’Italia, Patacca Petrecca?
E vai con i social meloniani scatenati per il novello “Giordano Bruno della Fiamma” mentre la Statista della Sgarbatella parte a tutto gas facendosi intervistare dal pronto soccorso del ‘’Corriere della Sera’’.
Sbuca pure ‘Gnazio La Russa che dallo scranno di seconda carica dello Stato si affanna a solidarizzare con il reietto Pucci che, grazie alla sua geniale comicità (“Le mogli sono stitiche ma cagano sempre il cazzo”, “Quando le mogli si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle palle”), nel 2023 fu insignito dell’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza civile del Comune di Milano.
Tra dodici giorni, martedì 24 febbraio, passato in soffitta il comico del Dolce Stil Novo caro a via della Scrofa, conterà solo lo share Auditel. E nella settimana di Sanremo, le sfide per Carlo Conti saranno diverse.
Ci sono innanzitutto le partite dei playoff di Champions, decisive: martedì 24 febbraio toccherà all’Inter affrontare il Bodo, e mercoledì la Juve incontrerà il Galatasaray.
La prima partita sarà trasmessa su Sky, la seconda su Prime video: piattaforme a pagamento, certo, ma a cui migliaia di tifosi delle due squadre (le prime due per numero di sostenitori in Italia) sono già abbonati.
Non sarà questa controprogrammazione da sola ad affossare il Festival. Le insidie più preoccupanti, per Conti e il baraccone Rai, come al solito, potrebbero arrivare da Mediaset.
Per esempio, da “La ruota della fortuna” di Gerry Scotti, che ogni giorno si sovrapporrà per quasi un’ora con il Festival: la trasmissione di Canale 5, infatti, parte alle 20.35 e arriva fino alle 21.48/21.50, a Sanremo inoltrato.
Il Biscione non ha intenzione di modificare la programmazione di Rete 4 e Italia 1: restano quindi i talk show di Berlinguer (martedì), Labate (mercoledì) Del Debbio (giovedì), e il crime “Quarto Grado” di Nuzzi (venerdì). L’unica serata che cambia, per Mediaset, è il sabato, quando non andrà in onda “C’è posta per te”, di Maria De Filippi.
Non certo una controprogrammazione da fine del mondo, ma comunque in grado di disturbare il Sanremo “sovranista” di Conti. Con un cast depotenziato, zero ospiti di gran richiamo e il solito fritto misto da carrozzone Rai, potrebbe essere difficile eguagliare il record dello scorso anno (66% di media di share).
Ma il “vincerò”, raccontano alcune fonti interne, lo urlerà dal palco dell’Ariston nell’ultima serata Andrea Bocelli. Sarà contento Riccardo Muti che ha più volte fatto notare come il “Nessun dorma” ormai sia ovunque, come prezzemolo: “Se non siamo presi sul serio all’estero è anche colpa di noi italiani, che incoraggiamo questo modo circense di cantare. Tipo il “Vincerò” di cui non se ne piò più…”.
E possiamo svelarvi la reazione di Giorgia Meloni: apprezzerà perché è una grande fan, e amica, del tenore toscano. D’altronde ha trascorso più volte le vacanze al bagno Alpemare di Forte dei Marmi di proprietà di Veronica Berti, moglie di Bocelli.
Si sono presi pure Sanremo ma la colpa è sempre della sinistra. A trovarla ‘sta sinistra…
Una delle più belle e antiche strade di Napoli ridotta in pessime condizioni

” Una delle più belle e antiche strade di Napoli, via Aniello Falcone, collegamento viario fondamentale tra la parte bassa della città e la collina del Vomero, da dove si può ammirare un panorama mozzafiato del capoluogo partenopeo, meta dunque anche di tanti turisti, versa da tempo in condizioni di degrado e di abbandono inaccettabili, con un manto stradale costellato di buche e di avvallamenti, costituito in parte da cubetti di porfido e in parte da colate di asfalto, segnatamente al centro della carreggiata, a seguito dell’esecuzione di scavi per i sottoservizi. Tanti i problemi e le difficoltà sia per gli automobilisti per i sobbalzi che subiscono nel percorrerla sia principalmente per i motocicli che devono fare lo slalom tra i numerosi dissesti per evitare presumibili rovinose cadute “. A tornare sulla gravità dello stato nel quale versa da tempo una delle principali strade del capoluogo partenopeo è Gennaro Capodanno, ingegnere, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero
” Finalmente – dichiara Capodanno – arriva la notizia che è stata sottoscritta l’ordinanza dirigenziale, del servizio viabilità e traffico del Comune di Napoli, n. 75 dell’11 febbraio scorso, che istituisce dal 16/02/2026 al 28/02/2026, in via Aniello Falcone, da Piazzetta A. Falcone a Largo Madre Teresa di Calcutta, un senso unico alternato, regolato con movieri e/o con semafori mobili, nei tratti di volta in volta interessati dai lavori di ripristino del manto stradale, da effettuarsi a cura della società e-distribuzione. Una notizia attesa da tempo e che si auspicava potesse arrivare durante il periodo estivo quando sarebbe stato molto più agevole e sicuro effettuare tali lavori piuttosto che in pieno inverno, anche in considerare delle avverse condizioni climatiche e del traffico caotico che affligge la città e segnatamente la collina del Vomero “.
” In verità – ricorda Capodanno -, dopo numerose proteste di comitati e residenti, i lavori in via Aniello Falcone, effettuati a cura di e-distribuzione, erano iniziati due anni fa, alla fine di settembre del 2024. Dovevano durare cinque mesi, coprendo tutto il periodo autunnale e buona parte di quello invernale, con un termine inizialmente previsto per il 4 febbraio dell’anno scorso. Lavori che, in verità, già allora fu fatto rilevare che sarebbe stato opportuno effettuare durante il periodo estivo e non certo in autunno quando non solo il traffico è maggiore ma anche quando si prevedevano piogge che sicuramente ne avrebbero rallentato l’andamento “.
” All’atto dell’inizio dei lavori – prosegue Capodanno -, secondo le cronache dell’epoca, si attendeva ancora che la Sovrintendenza ai Beni Culturali autorizzasse la sostituzione dei sampietrini, cosa che si auspicava che avvenisse in tempi rapidi anche perché la posa in opera di un manto d’asfalto, così come già avvenuto per la limitrofa via Tasso, oltre ad avere indubbi vantaggi pure per la manutenzione, richiedeva certamente meno tempo. Invece tale autorizzazione non pervenne. Di conseguenza i lavori furono sospesi e successivamente il cantiere fu anche eliminato, lasciando la strada nelle attuali condizioni “.
” Poi – continua Capodanno -, a luglio dell’anno scorso, dalle cronache giornalistiche, si apprese che la soprintendenza belle arti e paesaggio di Napoli aveva autorizzato un intervento di ripristino provvisorio con apposizione di conglomerato bituminoso a copertura della pavimentazione in cubetti di porfido. In altre parole e-distribuzione avrebbe dovuto riprendere i lavori coprendo con asfalto l’attuale pavimentazione in cubetti di porfido “.
” Tale intervento – si leggeva nel documento dell’ufficio tecnico comunale –, da ritenersi provvisorio nelle more del reperimento delle risorse necessarie alla complessiva riqualificazione dell’asse stradale, era stato autorizzato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli con nota del 28 maggio 2024. Di queste ore, dopo quasi nove mesi, l’annuncio della tanto attesa partenza dei lavori in questione “.
Capodanno sulla questione richiama l’attenzione dell’assessore alle strade Cosenza e dell’assessore alla polizia urbana, De Iesu, affinché, gl’inevitabili disagi, sia dei residenti che degli esercizi commerciali, vengano ridotti al minimo, con il rispetto delle tempistiche indicate nel cronoprogramma e dunque terminando i lavori alla fine di questo mese “.
“Innamorarsi a corte” è il titolo dell’iniziativa che prevede l’apertura straordinaria serale dalle 20.00 alle 24.00 a 5 euro
Sabato 14 febbraio, in occasione dalla festa di San Valentino, il Palazzo Reale di Napoli sarà straordinariamente aperto in orario serale, dalle ore 20,00 alle 24,00 (ultimo ingresso alle ore 23.00).
Per l’occasione è stato fissato un prezzo ridotto e il biglietto costerà 5 euro.
“Innamorarsi a corte” è il titolo dell’iniziativa grazie alla quale sarà possibile ammirare le sale del Palazzo in occasione della giornata in cui si celebra il concetto universale dell’amore.
I visitatori avranno la possibilità di accedere all’Appartamento di Etichetta e al Museo della Fabbrica (per il quale l’ultimo ingresso è fissato alle ore 22.30), mentre non saranno visitabili il Giardino Pensile e il Museo Caruso, che restano accessibili nei consueti giorni e orari di apertura.
La prenotazione non è prevista per i visitatori individuali, mentre è obbligatoria per i gruppi superiori alle 10 persone sul sito di palazzo reale www.palazzorealedinapoli.org (ingresso gruppiogni 20 minuti dalle ore 20.00 alle ore 23.00) oppure in biglietteria–
DIANA KÜHNE
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(Gioacchino Musumeci) – No, la Rai non è stata sempre così e no, non si può dire che siccome la censura esisteva anche prima, oggi col Governo Meloni le cose non sono peggiorate perché in fondo la premier fa come gli altri.
In fondo, sostiene più di qualcuno, le norme rovina Rai sono state scritte da Berlusconi e peggiorate da Renzi. Vero, ma se non erro norme immondizia si possono sostituire con leggi decenti nell’interesse dei cittadini, o in alternativa fingere interesse per i cittadini, scrivere millemila decreti sicurezza utili per reprimere il dissenso e nel frattempo, se è possibile peggiorare l’informazione pubblica pagata col canone.
Faccio altresì notare che la politica non dovrebbe interferire con la programmazione Rai, ma dato che il monopolio politico è universalmente accettato quale efficace strumento di controllo, sarebbe sempre possibile lottizzare senza ridurre le reti pubbliche a cortile di incompetenti propagandisti quali per esempio Petrecca o Boccia per nominare il meno peggio del pollaio. Sicuramente non sto là a creare casi politici su personaggi di nullo spessore ma non ho mai visto la Rai così disastrata.
Se ieri il piccolo schermo era in qualche modo sopportabile, è innegabile che la Tv megafono del governo esprima una drammatica deriva verso la postura illiberale ben rappresentata nel governo Meloni. Ma perché parlare della Rai? Perché è un indicatore dell’ideologia di chi occupa poltrone strapagate dai cittadini.
Nel bel paese di oggi siamo al paradosso democratico eppure si fa fatica ad accorgersene: l’unica opinione legittima è quella del governo, tra l’altro disposto e papagallare Washington che pappagalla Israele. Tutti gli altri sbagliano perché il principio della verità assoluta è nelle mani del governo capziosamente identificato nello Stato.
Il cittadino ligio dunque pensa come dispone il governo, annuisce davanti ai suoi vertici, e mette la sua intelligenza al servizio del potere, che significa mercificare la propria libertà . Chi non si allinea a questo modus vivendi avvilente non è solo nemico del governo o critico del potere, è nemico dello Stato e dei suoi cittadini. Ne discendono delegittimazione condanna di chiunque critichi l’operato del governo strumentalmente identificato nello Stato.
Confondere governo con Stato, consente ad un leader eletto dal popolo di sentirsi “legibus solutus”, cioè svincolato dalla legge. Non é così che funziona uno Stato di diritto. In caso contrario, un magistrato non avrebbe il diritto di processare un politico o un giornalista non potrebbe criticare il governo perché privi di consenso popolare. Esattamente ciò che accade oggi in Italia: “ Il governo eletto dagli italiani “ è la frase magica per legittimare ogni nefandezza possibile.
L’elemento trasversale nelle destre mondiali è proprio l’identificazione strumentale del governo nello Stato oltre la propaganda della grandezza dello Stato contrapposta alla crisi conclamata e la crociata forsennata contro il libero pensiero: in Israele chi critica il governo Netanyahu e ne sottolinea la linea genocida è nemico dello Stato di Israele e degli Ebrei. E questa regola del “Con me o contro di me”, è stata adottata da chi in Italia propone norme punitive contro chi osa ventilare che l’esistenza dello Stato di Israele non sia qualcosa su cui farsi domande al di là del diritto inalienabile all’autodeterminazione di ogni popolo purché non sia Palestinese. Altrettanto Chi critica Trump è nemico dell’America e degli americani; chi critica il governo Meloni è contro l’Italia, gli italiani, i suoi valori fondativi e un sacco di altre puttanate. Da qui la guerra forsennata contro l’informazione non allineata, e naturalmente il potere giudiziario, ultimi baluardi democratici rimasti in piedi prima che il potere esecutivo non sia in grado di imporre i propri diktat anche a questi.

(di Marcello Veneziani) – Ormai è evidente: la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò che disprezza. Se cercate la primaria ragione del consenso duraturo tributato alla Meloni dopo tre anni e mezzo di governo, non lo troverete nelle opere del governo, nelle cose fatte o nella fiducia che ha conquistato tra gli italiani e nemmeno nella sua indubbia vis empatica; ma lo trovate lì, nel contrasto stridente della sinistra, negli ostacoli che essa frappone e che il governo poi sfrutta a suo favore. È come la gag di Willy il Coyote con Beep Beep: il coyote ordisce agguati e lo struzzo la fa franca. La sinistra attacca e censura, la Meloni gioca di rimessa, trae forza dai loro attacchi. È un meccanismo perverso, un circolo vizioso che si è innescato da quando è andata al governo. È abbastanza anomalo che la fiducia e la legittimazione di un governo in carica risieda negli assalti che subisce dalla sinistra di lotta e di potere; fino a sfiorare l’assurdo o il gioco pirandelliano delle parti quando la premier accusa la minoranza d’opposizione di portarci in una “spaventosa deriva illiberale”. Ma al governo c’è lei…
Situazione anomala ma non del tutto inedita per noi: ricordiamoci che per anni, la persistente fiducia alla Dc e ai suoi governi reggeva più sul timore degli “opposti estremismi”, “la minaccia comunista” o l’avventurismo eversivo che dalle realizzazioni dei modesti governi in carica. Vigeva il criterio del male minore, la legge del turiamoci il naso; meglio la mediocrità rassicurante che scivolare a sinistra o cedere agli estremismi, alla piazza, al terrorismo rosso e nero, alle fughe dall’Occidente e dall’ombrello americano. Anche allora la parola d’ordine era la stabilità e il timore di perdere la libertà. Qualcosa del genere accadde pure al tempo di Berlusconi.
È mortificante assistere in questi giorni all’infognarsi del dibattito politico e istituzionale sui comici a Sanremo e sui telecronisti alle Olimpiadi. Attacchi protervi da una parte, a raffica, e difese a volte fuori luogo dall’altra; o sotto altri punti di vista, da una parte la ditta dell’intolleranza, del disprezzo e del linciaggio verso chi non è allineato, ma la parte opposta offre scarsa qualità e scadenti alternative. Ben altre idee, opere e profili culturali, soprattutto di grandi autori del passato, vengono oscurati o deformati dall’ideologia woke e progressista; scendere in campo a difendere casi minori in ambiti pop, francamente è un po’ deprimente.
Confesso un disagio bilaterale nel vedere questo spettacolo, tra l’accanimento degli uni e la modestia degli altri.
È vero, e lo abbiamo scritto più volte, che la posizione prevalente della sinistra verso tutto ciò che non è riconducibile ad essa o vi si oppone, si sostanzia nei verbi escludere, censurare, impedire, disprezzare, dileggiare. Salvo poi indignarsi se qualcuno a volte cerca di ritorcere la stessa logica del dileggio e del disprezzo contro i totem e tabù della sinistra. Ed è pure vero, dall’altra parte, che il vittimismo è diventato un’arma politica che la Meloni e i suoi usano con disinvolta frequenza; e a volte la usano pure come diversione, distrazione dai fatti reali e dai problemi incombenti. Ma l’uso spregiudicato e furbo del vittimismo non è inventato dal nulla o costruito artatamente, risale a fatti e opinioni realmente espressi dalla parte avversa.
TeleMeloni esiste davvero ma non è gestita dai soldatini meloniani all’opera nelle reti, nei tg e nei retrobottega governativi; bensì da Lilli Gruber e dall’episcopato di conduttori, presentatori, ospiti fissi e censori di sinistra che si esibiscono ogni giorno in tv e su altri media contro la reginella Meloni e i suoi moschettieri. Ai delusi di destra dal governo, delusi da quel che fa e soprattutto da quel che non fa, consiglio una robusta terapia di antibiotici; assumete per cinque serate consecutive – è il ciclo minimo perché abbiano effetto gli antibiotici – il programma della Gruber, con le sue domande che contengono sempre la parola GiorgiaMeloni per suscitare sdegno e condanna della premier; o in alternativa, quando sono rivolte a chi si sottrae al suo ossessivo giochino, vengono incalzati con molteplici interruzioni se argomentano in senso a lei sgradito. Credo che anche un meloniano scettico o deluso, dopo questa cura da cavallo, a base di Gruber o simili, torni a preferire la Meloni e il suo governo ai suoi nemici. Ecco perché sostengo che la vera TeleMeloni la facciano proprio i suoi nemici, la compagnia di giro degli antimeloniani di sinistra e di professione.
Si dice pure che la Meloni e il suo governo utilizzino le immagini delle violenze, per esempio a Torino o Milano, e in particolare i video sui poliziotti accerchiati e malmenati, per suscitare sdegno nel paese contro la sinistra e sostegno alle leggi sulla sicurezza e alla riforma della giustizia. Beh, lo penso anch’io, c’è un uso strumentale di quelle immagini e di quelle notizie. Ma si omette di dire che quelle immagini, quelle manifestazioni, quell’odio militante con le relative coperture, indulgenze, silenzi della sinistra non le hanno fabbricate i manutengoli del governo Meloni, corrispondono alla realtà dei fatti. E a fabbricarle è quell’universo antagonista che va dalla sinistra anarco-insurrezionalista, alla sinistra radicale, arrivando a costeggiare alcuni segmenti della sinistra d’opinione e di partito. Dai centri sociali fino ai centri storici, previo accesso ztl.
Il risultato complessivo di questo tira-e-molla e dell’annesso spettacolino è avvilente per ogni italiano di buon senso e di buon gusto, dotato di un minimo d’intelligenza critica e non accecato da pulsioni partigiane. Magari gioverà ai sondaggi della Meloni e alla sua permanenza al governo; magari darà una valvola di sfogo e un collante furioso alla sinistra e alle sue periferie rancorose; ma nuoce all’Italia, ne sfibra i legami e non piace a tanti italiani. Che spero vivamente siano i più, la maggioranza del paese, ma non ho elementi per dirlo. Comunque da quell’altalena, da quella caricatura di guerra civile, agguati e vittimismi, più tanta fuffa e muffa, io vorrei scendere, come da una giostra cinica, umiliante e feroce. La politica vera è un’altra cosa e si occupa di cose reali, davvero importanti per il paese e per i suoi cittadini.
“A destra gli intellettuali liberi sono marginalizzati perché possono criticare o magari dare ragione a Vannacci. Non è che Vannacci dica tutte queste stupidaggini”. Il direttore del Fatto sull’annunciata egemonia culturale della destra in Rai

(ilfattoquotidiano.it) – La Rai non rappresenta il Paese in miniatura, ma riflette gli equilibri politici che la controllano. A Otto e mezzo, su La7, il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, interviene sulla Rai meloniana, smontando la leggenda della “nuova egemonia culturale della destra”.
“Oggi la Rai – esordisce Travaglio – è lo specchio della classe politica che attualmente la governa, tenendo presente che la lottizzazione meloniana, un po’ perché non hanno nessuno da mettere di bravo e un po’ perché non hanno preso tutto, è una lottizzazione parziale che si sovrappone alle stratificazioni. Ancora, credo, il 60% delle posizioni dirigenziali risponde al Pd. Alcuni del Pd, tra l’altro, sembrano di Fratelli d’Italia“.
Lo interrompe Italo Bocchino, ex parlamentare del Pdl e direttore editoriale del Secolo d’Italia: “Il 90% dei giornalisti Rai è iscritto all’Usigrai”.
“Ma che c’entra? – replica il direttore del Fatto – Quello è il sindacato, è una cosa diversa. Io sto parlando dei dirigenti. In ogni caso, ci sono quelli bravi e quelli meno bravi. Il problema è che dal governo Meloni era stata annunciata una palingenesi alla Rai. Ma per fare la nuova egemonia culturale di destra, tu dovresti avere 30 del livello di Pietrangelo Buttafuoco, di Marco Tarchi, di Franco Cardini, di Marcello Veneziani e nessuno del livello di Petrecca. Il problema è che citiamo sempre quei 3 o 4, ma al di là di quei 3 o 4, che tra l’altro, a parte Buttafuoco, se ne stanno ben ritirati a casa loro perché ogni volta che criticano poi vengono pure menati, come è successo a Veneziani recentemente, non c’è niente”.
E aggiunge: “Non c’è personale per fare questa svolta, perché purtroppo si premia la fedeltà canina anziché la libertà di pensiero: chi è libero di pensiero di solito è inaffidabile, anche se è di centrodestra. Quindi, ci sono molte risorse nell’area di destra che non vengono utilizzate o che vengono tenute ai margini, perché essendo persone libere poi è chiaro che se devono criticare, criticano. Magari – continua – per dare ragione a Vannacci, perché non è che Vannacci dica tutte queste stupidaggini. Non puoi fare 30-40 anni le campagne contro gli americani e poi diventare il più fedele servitore degli americani. Quegli intellettuali da destra potrebbero fare quel tipo di critica e quindi vengono marginalizzati “.
Travaglio, infine, ricorda: “Questo vale anche per le posizioni sul Medio Oriente. La destra è sempre stata più filo-palestinese che filo-israeliana. Quegli intellettuali non le mandano a dire quando vedono che siamo il governo più allineato a Israele tra quelli europei“.
Quelli che accusano Francesca Albanese e le piazze per la Palestina sanno benissimo di non venire più creduti: per questo spendono milioni nella propaganda e comprano giornali e giornalisti

(Francesca Fornario – ilfattoquotidiano.it) – “Invece di fermare la Russia, gran parte del mondo l’ha armata, le ha dato scuse politiche, riparo politico, supporto economico e finanziario. Ora vediamo che noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”.
Scommetto che queste parole non avrebbero destato scandalo.
Scommetto che nessuno di quelli che chiede le dimissioni di Francesca Albanese asserendo che con questa dichiarazione – dove al posto della Russia c’era Israele, e che oltretutto non ha mai pronunciato in quei termini, come spiego tra un attimo – intendesse cancellare Israele e i suoi abitanti (e non, come ovvio, cancellare la politica criminale di Israele), oserebbe chiedere le dimissioni di chi dichiara di voler “fermare la Russia” e “smettere di dare supporto economico, militare, finanziario e politico alla Russia” (anche perché la Russia, in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, la sanzioniamo: 19 volte. Mentre Israele, che invade la Palestina, il Libano, bombarda la Siria, l’Iran, lo Yemen, il Qatar, le navi cariche di aiuti militari in acque internazionali, e qui mi fermo – con Israele, che pure è parecchio più invasore della Russia, ci facciamo accordi militari e commerciali, gli forniamo materiale bellico, garantiamo l’impunità al suo primo ministro condannato per crimini di guerra e contro l’umanità e al suo governo accusato da una commissione indipendente dell’Onu di genocidio, apartheid, occupazione illegale, lo sanzioniamo zero volte ma sanzioniamo chi ne persegue i crimini).
Le parole pronunciate da Albanese sono state in realtà queste: “Il fatto che invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida. Se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”.
Dopo una traduzione maldestra, il taglio di 85 parole che c’erano in mezzo, ci si è inventati un virgolettato attribuito ad Albanese e che lei non ha mai pronunciato. Tuttavia, basterebbe sostituire la Russia a Israele in quel virgolettato per smascherare la malefede.
Intendiamoci: chi accusa Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi, sa benissimo di essere in malafede. Sa benissimo che fermare la Germania voleva dire fermare Hitler e cancellare il nazismo e il suo impero fondato sulla supremazia della razza e non cancellare la Germania e tantomeno i tedeschi. Lo sanno benissimo perché sono gli stessi che dicono che bisogna “fermare l’Iran” e con questo non intendono dire che bisogna eliminare gli iraniani o l’Iran ma cambiare il regime in Iran (anche se sono disposti a che ne vengano eliminati un bel po’, di iraniani, sotto le bombe per esportare la democrazia).
Come è evidente, Francesca Albanese non chiede la fine di Israele e tantomeno degli israeliani che non sono poi tutti ebrei e tantomeno la fine degli ebrei, che non sono tutti in Israele: gli eredi di quelli che davvero predicavano e praticavano l’annientamento degli ebrei sono nelle destre europee e non nelle piazze per la Palestina, e quelli che accusano Francesca Albanese lo sanno benissimo. Sanno benissimo che in quelle piazze per la Palestina ci sono gli eredi di quelli che hanno combattuto a costo della vita affinché gli ebrei potessero tornare liberi e vivere liberi in ogni paese.
E noi, forti di quell’esempio, continuiamo a batterci per la fine dell’occupazione (o, domando, vale solo per l’Ucraina?); a batterci come ci si è battuti in Sudafrica per la fine dell’apartheid e non per la fine del Sudafrica. A batterci per la fine del colonialismo che viola il diritto internazionale e in violazione del diritto procede: non solo con l’attuale governo ma ininterrottamente, da decenni, massacro dopo massacro, esproprio dopo esproprio, colonia illegale dopo colonia illegale. Avanza con la complicità dell’Occidente, avanza dotandosi di leggi razziste, avanza con una politica istituzionalizzata di segregazione, deportazione, confische e distruzione e quelli che accusano Francesca Albanese lo sanno benissimo: la accusano perché l’Onu vorrebbe che tutto questo si fermasse e loro vogliono che tutto questo continui fino a cancellare non Israele ma la Palestina: non sanno più come dirlo i ministri israeliani che questo è lo scopo, che non ci sarà mai uno stato palestinese! Non sanno più come dirlo che per sterminare i palestinesi che non accettano l’idea non basta nemmeno la morte ma, sostiene il ministro israeliano Amihai Eliyahu: “Dobbiamo trovare modi più dolorosi della morte”.
Quelli che accusano Francesca Albanese e le piazze per la Palestina sanno benissimo di essere in malafede e di non venire più creduti. Conoscono le parole del ministro e sanno che sono simili a quelle di tutti i ministri e parlamentari israeliani, per questo – per nasconderle all’estero e amplificarle in Israele – spendono milioni nella propaganda, per questo comprano giornali e giornalisti, per questo finanziano le campagne elettorali dei politici che promettono di girarsi dall’altra parte di fronte alle decine di migliaia di civili morti e di lasciarli fare, per questo si dotano di leggi speciali che consentano di censurare le critiche e perseguitare chi dissente: per fermare con la violenza e la sopraffazione chi si batte per fermare la violenza e la sopraffazione.
Vorrei dire che non ci fate paura, ma non è vero. Siete spaventosi. Così spaventosi che io mi domando: ma non vi fare paura da soli? Non avete paura a restare da soli in una stanza con uno come voi, cioè da soli, voi, in una stanza? La sera, davanti allo specchio, non vi fate paura? A giustificare il bombardamento di 36 ospedali su 36 e l’uccisione di quasi duemila tra medici e sanitari e quella sistematica dei giornalisti presi di mira dai cecchini e l’incarcerazione dei bambini e le torture in carcere, e i proiettili in pancia a chi è in coda per il pane e gli ulivi tagliati, i cadaveri di intere famiglie sotto le macerie e le decine di migliaia di morti innocenti non vi fate paura?
Quello che fate è spaventoso e lo sapete benissimo: volete fare paura. Dirò, però, che non ci fermeremo anche se siete spaventosi. Non siete i primi a fare paura. Facevano paura tutti i tiranni prima di voi e facevano paura i loro eserciti e i loro complici, eppure sono stati sconfitti. E mica da gente che non aveva paura, eh: da gente che si è fatta coraggio a vicenda, perché non c’era altra scelta. Non c’è altra scelta che ribellarsi all’occupazione violenta della tua terra. Non c’è altra scelta che ribellarsi all’uccisione dei tuoi cari, al bombardamento della tua casa e della tua scuola. Non c’è, per noi che assistiamo inermi, altra scelta che denunciare, altra scelta che manifestare, altra scelta che boicottare.
Per quanti soldi possiate spendere e giornalisti comprare e istituzioni corrompere e politici ricattare e giudici sanzionare e manifestanti intimorire non potete far apparire giusto ciò che è sbagliato, morale ciò che è immorale. Non potrete giustificare l’occupazione agli occhi dei popoli, non potete impedire che i popoli si ribellino. Mettetevi il cuore in pace.

(Alessio Mannino – lafionda.org) – Epstein, o l’orgia del potere. Dove ciò che cattura lo sguardo di chi scorre quei files è l’orgia, intesa qui come infrazione di tabù (sesso con minorenni, sevizie, omicidi, antropofagia). Mentre il potere, fedele al famoso adagio, si conferma fonte di corruzione. È la lettura immediata che si evince dal diluvio di commenti e analisi che ribollono, in Italia, soprattutto sui social media, appassionando molto meno, al contrario, i media giornalistici. È un’interpretazione corretta, che nasce dal senso morale comune che ancora regge. L’enormità dei fatti, al momento indiziari, in quella montagna di email, immagini e video finora resi pubblici giustifica la reazione di ribrezzo e di sdegno, incluso il vouyerismo un po’ morboso che prevedibilmente accompagna la legittima curiosità ogni qual volta ci siano di mezzo crimini gravi, specialmente sessuali. Ma il piano morale non esaurisce il significato della vicenda, anzi. Concentrarsi sull’immoralismo delle pratiche di cui Epstein risulta l’organizzatore seriale rischia di ingigantire un fattore che è sì certamente importante, ma che tuttavia lascia sullo sfondo altri due che vanno al di là della sana riprovazione di pancia: quello politico, e quello psicologico (e psichiatrico). Entrambi ben più complessi del giudizio istintivo di condanna. Quello politico perché illumina su filiere e modalità in cui, all’atto pratico, si struttura e agisce l’oligarchia del denaro in Occidente. Quello psicologico, perché apre uno squarcio, a guardar bene ancora più inquietante, sull’abisso di senso morale ma più profondamente esistenziale, nell’accezione di esistenza come soggettività, come capacità naturale di elevarsi dagli appetiti primari all’auto-responsabilità. Mettendo in fila una serie di elementi, si capirà meglio lo scarto fra i diversi piani.
1) Perché Trump ha deciso di sganciare adesso la bomba. Lo sblocco di tre milioni di documenti, con omissis che hanno lasciato coperti nomi importanti, è stata una scelta che l’amministrazione ha adottato per necessità politica. Il presidente statunitense ha deciso di dare in pasto all’opinione pubblica anzitutto repubblicana, in particolare alla base elettorale Maga, un osso da spolpare, in questi mesi prima della campagna elettorale per le elezioni di midterm a novembre. Trump ha fatto un calcolo politico: annegato com’è il suo nominativo in quella massa di files in cui, tra l’altro, risultano addebitabili atti criminosi fino ad oggi non riscontrabili per lui, ha voluto pilotare la detonazione dell’ordigno comunicativo in modo da deviare lì l’attenzione generale, facendo dimenticare polemiche come lo scontro sull’Ice e distraendo dal disagio economico. I sondaggi, impietosi, lo danno infatti in picchiata. La mossa, dal punto di vista contingente, serve a mettere in imbarazzo il fronte politico-culturale avverso, che da Clinton a Gates sono,quantitativamente, più infognati nel sistema Epstein. Anche se quel procuratore Acosta che poco ci mancò che nel 2009 lasciasse libero e a spasso Epstein (perché “era uno dei servizi”, gli avevano detto) è lo stesso che Trump nominò segretario al Lavoro nella sua prima amministrazione. Il tycoon, da businessman prima che da politico, faceva parte del mondo imprenditoriale in cui il pedofilo ebreo newyorkese, da procacciatore d’affari prima che da lenone d’alto bordo, sguazzava come un pesce nell’acqua.
2) Perché sono più importanti i nomi “minori”. Per di qua giungiamo alla prima evidenza non abbastanza evidenziata, per paradosso, nel bailamme di queste settimane: il dato sociologico di una classe padronale, immersa tra finanza e politica, composta in gran parte, scansionando quei files, non solo da grandi nomi (che pure ci sono, basti pensare all’ex principe inglese Andrea o all’ex premier israeliano Barak, sodali del faccendiere) ma dal sottobosco di politici di seconda fila, diplomatici, affaristi e rappresentanti vari del jet set internazionale. Peter Mandelson, già anima nera di Tony Blair e oggi dimissionario dallo staff dell’attuale premier britannico Starmer, ne è la punta di diamante. Si tratta del milieu che forma lo scheletro del potere profondo, non del tutto sovrapponibile al cosiddetto Stato profondo costituito da esercito-intelligence-burocrazia statale. È nelle intercapedini di questa maglia di connessioni ad alto livello, ma meno appariscente e, pertanto, esposta a relazioni più occultabili, che l’arrampicatore sociale Epstein ha potuto brillare in tutta la sua nefandezza. Le grandi “star” che compaiono in quell’interminabile elenco sono significative, certamente, per capire fin dove ha potuto spingersi nella sua scalata un signor nessuno di Brooklin, accoppiatosi con la figlia di un magnate delle comunicazione, l’ebreo di origine ceca Robert Maxwell (già agente del Mossad), e che grazie ai buoni uffici di un altro industriale di primo piano, Leslie Wexner, riuscì a entrare nel gotha immobiliare e speculativo, fino a diventare consigliere della ceo del gruppo Rotschild, Ariane. Non facendosi mancare l’appoggio, per citare un altro grande pezzo da novanta, del trumpiano Peter Thiel fondatore di Palantir, azienda oggi legata a doppio filo all’apparato bellico e spionistico, e marito di Mark Danzeisen, ex vicepresidente di Blackrock, il primo fondo finanziario del mondo. Detto ciò, sono le personalità meno note a rappresentare meglio il modus operandi segreto, nient’affatto segreto, con cui il potere reale si mantiene: l’informalità. Nell’operatività quotidiana, essere al riparo dai riflettori agevola il formarsi di reti di conoscenze e favori trasversali. Non deve stupire quindi quel pullulare di figure poco o niente conosciute.
3) Perché le “grandi” menti della cupola si rivolgevano a un possibile ricattatore. Come spiegar allora la presenza di protagonisti ben più famosi, che avrebbero dovuto perciò temere le conseguenze del rischio di ricattabilità, palese anche a un cretino, nel frequentare un parvenu in cambio di servizi di prostituzione con ragazzine e bambine in camere, anche qua, che non ci voleva un genio per sospettare potessero essere tappezzate di telecamere? Si spiega con la psicologia del potere. Cioè con la sensazione di impunità che il potere dà a chi vive nella sua bolla, fatta di va e vieni tra case lussuose e palazzi damascati, su limousine con autista e aerei privati (come il Lolita Express dei viaggi by Epstein sull’isola degli orrori). Con la sensazione di intoccabilità data dal credito che un trafficone si era guadagnato nei circoli d’élite. Per cui, ad esempio, possiamo immaginare che un Woody Allen o un Noam Chomsky si siano sentiti rassicurati dal fatto che, nonostante l’acclarata pedofilia, Epstein fosse comunque in stretti rapporti con la créme dell’high society, non tutta da buttare in quanto percorsa anche da ipocrite tendenze progressiste (e, nel loro caso, magari lo giudicavano pure più vittima che colpevole, poiché ebreo e oggetto di accuse relative al sesso, che negli Stati Uniti possono emanare un tipico odore di puritanesimo di facciata). Insomma, si spiega con la normalità del potere, che da che mondo è mondo fa dell’abuso delle regole, etiche o legali, il suo marchio d’infamia.
4) Perché l’Epstein-gate fotografa la psicopatologia del potere. Tuttavia qualcosa di nuovo, di caratteristico della nostra epoca, c’è. E qui ci addentriamo nella psicopatologia vera e propria. Il potere oggettivizza: induce cioè chi ne gode a trattare il prossimo collocato in uno scalino inferiore come un oggetto. La dinamica è infatti il possesso: il potere è qualcosa che si ha, e chi lo possiede è portato a desiderarne di più e ancora di più, potenzialmente all’infinito. È la stessa identica logica immanente al denaro, che da Mida in poi distorce tutto quel che tocca (il Vaticano, santuario anti-satanista anzichenò, ha appena creato due fondi speculativi con titoli “conformi all’etica cattolica”: peccato che dentro ci si ritrovino Amazon, Meta, Tesla, Unicredi, Allianz e il meglio giro del sovrapotere globale). Anche e soprattutto le persone, quindi, divengono delle cose di cui disporre. Ma questo svuotare di valore intrinseco gli esseri umani non è che il riflesso esterno di un vuoto interno, che contraddistingue l’uomo potente che non abbia fatto i conti con l’onnipotenza infantile che anima tutti noi da bambini. È la sua psiche, innanzitutto, a essere abitata da una mancanza, o meglio dall’incapacità di sentire l’altro non come oggetto, ma come soggetto. La clinica in campo psicoterapeutico inviterebbe ad analizzare il singolo caso, per risalire ai motivi che sarebbero necessariamente specifici e biografici. Quel che ci preme qui, però, è rilevare il fattore sociale: più si sgomita e si evoluisce in quei club la cui regola non scritta è sfruttarsi l’un l’altro, più ci si conforma a un modo di vivere affetto da una strutturale carenza d’empatia. Il che non significa che tutti coloro che vi abbiano posto siano narcisisti senz’anima o potenziali stupratori o assassini. Significa che l’ambiente condiziona pesantemente il comportamento e la mentalità, e nei singoli più predisposti finisce con l’alimentare la brama di possedere: ricchezza, status symbol, e anche i corpi. Chi evoca il satanismo su Epstein, mettendosi così automaticamente nella schiera degli angeli del Bene, sottovaluta la forza d’attrazione dei lussi da semi-déi che l’ingresso negli inner circle può esercitare sul comune mortale, ovviamente se già tarato di suo da qualche fantasia proibita.
5) Perché il modello occidentale è il campo ideale per l’immoralismo organizzato. Il punto è questo: il confine della trasgressione. Si dà il caso che la nostra sia la società che più di ogni altra nella Storia abbia fatto dell’ego l’unità di valore primaria (tanto è vero che il limite per la libertà dell’individuo è posto nel non nuocere ad altri individui, secondo il principio di autonomia individuale). “Sì, so che non dovrei compiere atti raccapriccianti – pensa il pervertito – ma lo faccio perché la sola legge che vale davvero è la sopraffazione, e lo è perché sono stato educato a credere che a decidere per me devo essere, in ultima istanza, solo io”. È la civiltà liberale e individualista che, nel suo odierno esito nichilista, ha come effetto – letteralmente perverso – offrire una strada spianata alla pasolinian-sadiana “anarchia del potere”. Che c’è dagli albori dell’umanità, ma fintantoché nell’emisfero occidentale moderno si sono avvicendati e intersecati conflitti radicali sui valori (religione vs religione, capitalismo vs socialcomunismo, nazionalismo vs internazionalismo), trovava un più o meno forte limite interiorizzato anche e perfino nei ceti dominanti. Pedofili e malati di ogni genere non sono mai mancati a ogni livello, ma la sanzione morale e sociale era, fino a non molti decenni fa, più stringente. A vedere invece la leggerezza quasi ingenua con cui gli impuniti à la Epstein grufolavano nella melma, si ha l’impressione che il timore di essere scoperti fosse inesistente non solo perché assuefatti a camminare due metri sopra terra, ma perché convinti che l’eventuale scandalo non avrebbe alzato chissà che scandalo. E mica solo perché i lecchini dei media avrebbero fatto, come infatti stanno facendo, opera di relativizzazione e annebbiamento. Ma perché il popolo, là giù in basso, è stato pedagogizzato allo stesso credo anestetico secondo cui è il potere, fatte tutte le somme e addizioni, l’unica cosa che alla fine conti. È questo cinismo interclassista il brodo da cui i “fortunati” sull’agendina di Epstein hanno tratto la sicurezza di poter fare il male senza pagare pegno.
6) Perché è il giudizio politico il vero grande assente. Una certezza rafforzata, in più, da un’altra, e decisiva. Il tipo umano dell’Occidente collettivo può schiumare di rabbia, di fronte a soprusi, angherie e oscenità di ogni genere. Ma la sua reattività è più morale che politica. Il caso Epstein, purtroppo, lo dimostra anche troppo bene: tanto più strepita e si contorce di indignazione, tanto meno agisce per rovesciare il tavolo. Catechizzato a ridurre la politica a battaglia per diritti, in fondo, individuali, non si pone più la questione di come l’ordine sociale sia costruito (permettendo che gli si sbatta in faccia quanto è suddito, cornuto e mazziato), ma di chi lo governi e ne sia responsabile. Non si domanda più le ragioni di lunga durata, le radici passate, i processi evolutivi, le caratteristiche focali e le origini culturali dell’architettura di dominio di cui i dominus, sugli altari o nella polvere, sono gli interpreti del momento. Si limita a puntare loro contro il dito, erigendo roghi immaginari su cui issare i mostri adoratori del demonio. Ma non sa più ragionare politicamente. Gli viene ostico indagare le cause: preferisce andare a caccia dei colpevoli. Nella più patetica incoscienza, mente a sé stesso. Perché se non si capiscono le cause, i futuri colpevoli, anziché essere arginati da un diversa etica che faccia da correttivo al lato oscuro della natura umana, non faranno che riprodursi come la gramigna. Aveva ancora e sempre ragione Nietzsche, quando scriveva che “nessuno mente quanto l’indignato”. Come mi ha scritto una lettrice, ci lasciano guardare il volto della Medusa. Ma non per pietrificarci: siamo già, in media, pietrificati. Semplicemente, fanno della nostra impotenza politica la pietra su cui tenere in piedi l’orgia del potere. Di cui un finanziere amico d’Israele e pr di divertimenti patologici può essere, nella sua torbida banalità, il sensale d’occasione.

(Raffaele Pengue) – Guardia Sanframondi è a un bivio. Non è retorica, non è allarmismo: è la cruda realtà di un paese che sta scivolando nell’irrilevanza. Esclusa dalla lista sui Comuni Montani in Campania, relegata al ruolo di Paese marginale, ecc… Mentre discutiamo, mentre rimandiamo, mentre ci culliamo nelle solite dinamiche clientelari, Guardia muore. Un abitante alla volta, un servizio alla volta, un’opportunità alla volta.
Guardia, però, ha una ricchezza straordinaria: i Riti Settennali. Una tradizione unica che richiama migliaia di persone e dimostra che questo paese, quando vuole, sa essere vivo. Ma è vita che nasce dal basso, dalla fede popolare, non da una visione amministrativa. I Riti esistono non grazie alla politica locale, ma nonostante essa. Per il resto del settennato resta il silenzio. Quello vero. Non resta che sperare nel Museo, da realizzare (forse) grazie al PNRR.
Già, il PNRR. Un’occasione storica per i piccoli comuni come Guardia: risorse, strumenti, possibilità di invertire la rotta. Altrove sono nate cabine di regia, progetti strutturali, collaborazioni con tecnici e università. A Guardia, invece, ancora oggi, al termine del mandato, regna l’opacità. Quali progetti sono stati finanziati? A che punto sono? Con quali tempi? Nessuno lo sa. Forse nemmeno chi governa.
Il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Quasi mille residenti persi in vent’anni. Non sono numeri su un foglio di carta: sono famiglie che hanno scelto di costruire altrove il loro futuro perché qui non ne vedevano più uno. Sono giovani che non tornano. Sono case che si chiudono. Sono negozi che abbassano la saracinesca per sempre. E mentre la popolazione cala, i servizi collassano. Le scuole arrancano. La sanità è un miraggio: per un’emergenza preghi di arrivare in tempo. Il degrado urbano avanza: strade dissestate, spazi pubblici abbandonati, un centro storico che marcisce nell’indifferenza.
L’amministrazione Di Lonardo c’è stata, certo. Sui social, soprattutto. Foto, post, slogan. Cinque anni fa lo slogan era “EsserCi”. E bisogna riconoscerlo: ci sono stati quando il liceo scientifico chiudeva, quando la scuola ha perso l’autonomia ed è stata accorpata a Cerreto Sannita e il Liceo scientifico chiudeva per mancanza di studenti. Ci sono stati mentre il centro storico continuava a crollare. Ci sono stati mentre i giovani facevano le valigie. C’erano, sì. Ma a guardare da un’altra parte.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cinque anni di immobilismo per un paese che ogni anno perde un pezzo di futuro. Passeggiare in quel che resta del centro storico di Guardia è come visitare Pompei. Solo che non c’è stata la lava: c’è stata l’incuria. Sporcizia, erbacce, case che crollano, edifici vandalizzati, chiese abbandonate: pezzi di identità lasciati andare. Il castello resiste più per inerzia che per una vera politica di tutela. Poi arriva lo scatto al tramonto, l’hashtag #GuardiaBella, e l’illusione è servita. Almeno online.
Ma il paradosso si è consumato quando, qualche settimana fa, durante un dibattito pubblico, il sindaco ha parlato come un osservatore esterno, preoccupato per il futuro del paese. Dopo cinque anni di amministrazione. È come se il capitano del Titanic, dopo l’iceberg, commentasse: “Che disastro, questa nave, qualcuno dovrebbe fare qualcosa”. Già. Qualcuno. Ma il capitano eri tu.
Questo è il bilancio di una classe politica che ha governato per troppo tempo, troppo male, troppo in funzione di sé stessa. Una politica autoreferenziale che ha scambiato il bene comune con la gestione del consenso, l’amministrazione con la distribuzione di favori, la visione strategica con la sopravvivenza elettorale.
Le prossime elezioni non possono essere l’ennesima partita a carte tra le solite famiglie politiche, l’ennesimo rimpasto di nomi già visti, l’ennesimo giro di valzer tra chi porta voti per meriti che nulla hanno a che fare con la competenza. Guardia ha bisogno di una rottura netta con il passato. Non servono pacchetti di voti, servono cervelli. Ha bisogno di mandare finalmente a casa chi ha prodotto questo disastro. Non per vendetta, ma per necessità. Non per rabbia, ma per sopravvivenza. E soprattutto, Guardia ha bisogno di un approccio completamente nuovo alla politica locale. Basta con la logica “mi candido perché ho un pacchetto di voti”. Basta con la ricerca ossessiva del consenso a ogni costo. Basta con le liste composte per equilibri interni, appartenenze familiari, promesse sussurrate nei bar. Servono competenze. Servono idee. Serve visione. Serve una vera Rinascita Guardiese.
Questo è un appello diretto a chi ha davvero a cuore Guardia, senza mediazioni: se hai competenze professionali, se hai studiato, se hai esperienze fuori da questo paese, se hai idee su come invertire la rotta, questo è il momento di fare un passo avanti.
Rinascita Guardiese c’è e ci sarà. Guardia Sanframondi non è condannata al declino. Ma il tempo per invertire la rotta si sta esaurendo. Ogni anno che passa con la stessa logica politica, con gli stessi metodi, con le stesse facce, è un anno perso. E non possiamo più permettercelo. Chi ha a cuore questo paese non può più restare a guardare. Non può più delegare. Non può più dire “tanto non cambia nulla”. Perché se non cambia nulla, Guardia semplicemente scomparirà. Non con un evento drammatico, ma con il silenzio progressivo di un paese che smette di esistere.
Le prossime elezioni sono l’ultima occasione per dimostrare che Guardia vuole vivere. Che i guardiesi non sono disposti a essere gli spettatori della propria estinzione. Che questo paese merita di più di una politica che lo ha tradito. Mettetevi in gioco. Non per ambizione personale, ma per responsabilità collettiva. Non perché avete voti da offrire, ma perché avete competenze da mettere al servizio della comunità.
Chi è pronto a mettersi in gioco, si faccia avanti. Adesso.
Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, intervenendo all’Assemblea Nazionale di Parigi, ha annunciato che la Francia chiederà le dimissioni di Albanese il prossimo 23 febbraio al Consiglio dei diritti umani dell’Onu

(ilsole24ore.com) – «Il fatto che invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida». È un passaggio dell’intervento della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi, Francesca Albanese, al Forum di Al Jazeera del 7 febbraio scorso.
Si tratta di parole che hanno suscitato la richiesta di dimissioni da parte della Francia. «Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro-apartheid e pro-genocidio è una sfida – prosegue il discorso di Albanese, come ricostruisce l’Ansa – Allo stesso tempo qui risiede anche l’opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune».
https://stream24.ilsole24ore.com/embed/AIt9ETNB?mute=1L’intervento di Francesca Albanese del 7 febbraio al forum di Al-Jazira
Albanese, poi, in un post su X del 9 febbraio, ha chiarito il suo pensiero, spiegando che «il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile».
Nel corso del suo discorso Albanese ha inoltre affermato che negli gli ultimi due anni tutti hanno potuto vedere «la pianificazione e la realizzazione di un genocidio, e il genocidio non è finito», ma è anzi «ora pienamente evidente». Oggi «il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultima via pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà», ha proseguito ancora, lanciando un appello alle più varie categorie della società a «cambiare le nostre abitudini: da ciò che scegliamo di comprare, consumare, leggere, a come ci poniamo di fronte al potere». Albanese ha quindi concluso dicendo di credere «fermamente che la Palestina sarà libera. Ma dobbiamo agire e il momento è adesso in un 2026 di pieno impegno verso la responsabilità e la giustizia».
Fake news. L’esperta definisce “nemico” il sistema che sostiene il genocidio. E risponde al linciaggio: “Autogol”

(di Giampiero Calapà – ilfattoquotidiano.it) – Accuse false. Ricordate l’affaire Dreyfus? Alfred Dreyfus, il capitano di stato maggiore francese, ebreo, condannato per alto tradimento nel 1894? Oggi Dreyfus è l’italiana Francesca Albanese. Dreyfus non una volta, ma molteplici. Non bastano le sanzioni degli Stati Uniti e l’ostilità manifesta di governo e servizi segreti di Israele e delle destre di mezzo mondo. Ancora una volta le Relatrice speciale dell’Onu per la Palestina Albanese diventa bersaglio di una grande potenza, la Francia, per una frase che non ha detto.
Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, rispondendo positivamente a una lettera di un gruppo di deputati francesi, ne chiede le dimissioni, perché “la Francia condanna senza riserve le dichiarazioni oltraggiose e colpevoli della signora Francesca Albanese che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”. Si accoda ed esulta sui social il gran rabbino di Francia, Haim Korsia: “La Francia reclama le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi. Grazie, signor ministro per le sue parole forti e chiare” su Francesca Albanese. Il ministro Barrot, intervenendo all’Assemblea Nazionale, ha annunciato che il prossimo 23 febbraio ne chiederà le dimissioni in occasione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Le sue parole, ha continuato Barrot, “si aggiungono a una lunga lista di prese di posizione scandalose, come la giustificazione del 7 ottobre ma anche evocazioni della lobby ebraica o ancora parallelismi tra Israele e il Terzo Reich”. A Barrot si è subito accodata tutta la destra di governo italiana.
Ma le accuse sono false, perché la Relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, Francesca Albanese, non ha indicato “il nemico” nel popolo e nella nazione d’Israele e perché non ha mai giustificato la strage di Hamas del 7 ottobre 2023 – sempre condannata – o azzardato parallelismi col Terzo Reich. Il gioco è quello di prendere pezzi di frasi, decontestualizzarli e utilizzarli per attaccare una professionista, la cui unica vera colpa è quella di aver denunciato con rapporti dettagliati le responsabilità dei paesi occidentali, e non solo, nel sostegno al genocidio compiuto dal governo Netanyahu nella Striscia di Gaza.
Che cosa ha detto realmente Albanese in quest’ultima occasione? Ecco: “Il fatto che invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario è una sfida”. E ancora: “Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro-apartheid e pro-genocidio è una sfida. Allo stesso tempo qui risiede anche l’opportunità. Perché se il Diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune”. Il sistema che sostiene il genocidio è il nemico comune, quindi anche le cancellerie occidentali. Più chiaro di così. Eppure sono queste le parole, pronunciate in un forum di Al Jazeera il 7 febbraio scorso e strumentalizzate dai deputati e dal ministro francese per chiedere la testa di Albanese. In un post sui social tre giorni fa Albanese ha ribadito: “Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo foraggia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”.
E ieri, al Fatto, ha concluso: quello di Barrot “è un autogol; è preoccupante che il ministro di uno Stato che non ha detto quasi nulla sui crimini commessi deliberatamente contro dei civili, e fatto meno per fermarli, oggi si spertichi ad accusare chi quei crimini li ha documentati; Barrot mi accusa di una cosa che non ho mai detto e ci sono le prove! La sua iperbolica charade prova esattamente quello che ho detto, invece: c’è un sistema che ha protetto e difeso il genocidio”.
I voltagabbana riemergono alla bisogna. Quando i numeri si assottigliano diventa un problema. Quando torna a essere un dettaglio

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Quando i partiti italiani riscoprono l’articolo 67 della Costituzione? Ogni volta che perdono un parlamentare. In quel preciso istante il cambio di gruppo diventa “tradimento”. Il seggio si trasforma in proprietà collettiva. La parola “voltagabbana” torna di moda. Parte la richiesta di introdurre il vincolo di mandato, con decadenza automatica per chi lascia. Poi accade qualcosa di curioso. Lo stesso meccanismo, a parti invertite, cambia significato.
Matteo Salvini, dopo le tensioni interne esplose con il caso Vannacci, ha rilanciato l’idea di modificare la Costituzione per fermare i “traditori” e difendere la volontà popolare. La proposta è semplice: chi cambia gruppo deve perdere il seggio. Torniamo indietro. Dicembre 2019. Tre senatori eletti con il Movimento 5 Stelle – Ugo Grassi, Francesco Urraro, Stefano Lucidi – passano alla Lega. Salvini li accoglie con un “benvenuto nella grande famiglia della Lega” e parla di scelta coerente contro un partito che aveva smarrito i propri ideali. In quel caso il passaggio di gruppo non altera la volontà degli elettori. Anzi, addirittura la interpreta meglio. Ancora: Andrea De Bertoldi lascia Fratelli d’Italia e approda alla Lega nel 2023. Nessuna richiesta di dimissioni. Anche lì nessuna evocazione del vincolo.
Fratelli d’Italia ha denunciato per anni i “giochi di palazzo” e i cambi di maggioranza come offesa agli elettori. Durante i governi Conte e Draghi il trasformismo era la prova di una politica distante dal voto. Nella XVIII legislatura però Fratelli d’Italia cresce anche grazie a ingressi da altri gruppi. Cambia tutto: in quel caso si parla di adesione a un progetto credibile. I numeri spiegano che non si tratta di episodi isolati. Nella XVIII legislatura si contano 456 cambi di gruppo e 304 parlamentari coinvolti. Quasi un parlamentare su tre ha cambiato collocazione almeno una volta tra il 2018 e il 2022. Il Movimento 5 Stelle, alla Camera, chiude quella fase con un saldo di meno 127 parlamentari rispetto alla partenza. Fratelli d’Italia registra un saldo positivo. La Lega alterna ingressi e uscite. Forza Italia recupera nella legislatura successiva.
Il mandato parlamentare, per la Costituzione, appartiene al rappresentante della Nazione. Senza vincolo. La Corte costituzionale ha già chiarito che dal dissenso rispetto alla linea del partito non possono derivare conseguenze giuridiche sul seggio. Il rapporto con la segreteria è politico. L’eventuale sanzione è elettorale. Così il vincolo di mandato riemerge solo quando conviene. Quando i numeri si assottigliano diventa una battaglia di principio. Quando i numeri crescono torna a essere un dettaglio. La Costituzione resta ferma. Oscillano le convenienze.