Nel mirino del presidente del Movimento 5 Stelle, ospite di ‘Myrta Confidential’, ci sono soprattutto il Partito Democratico e la segretaria Elly Schlein, che considerano indispensabile la presenza di Renzi nel progetto dell’opposizione

(adnkronos.com) – “Il tostapane l’ho già comprato, anzi, a casa ne ho due con tutte le garanzie non ancora scadute. C’è un equivoco: non è Renzi che mi deve dare una garanzia, perché che può dire di sé? Il tema è al Partito democratico, a Schlein, al Nazareno, che ritengono assolutamente determinante che ci sia anche Renzi in questo progetto“. Lo ha sottolineato il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, ospite di ‘Myrta Confidential’, il nuovo programma di Myrta Merlino, in onda ogni venerdì in prima serata alle 21.00 su San Marino Rtv sul canale 550, diretta da Roberto Sergio, capoprogetto Paolo Alberti.
“Obiettivamente -ha aggiunto l’ex premier come si può rivedere nel video – Renzi per le sue vicende storiche, politiche, ha dimostrato non solo con me, con Letta, di saper cogliere l’attimo di opportunità che ha per smarcare e per lavorare in altro modo. In questa legislatura non è un mistero che per i primi due anni ha avuto una buona intesa con la maggioranza su tanti passaggi e tanti voti. Poi, a un certo punto, ha scartato. Quindi per evitare che possa continuamente scartare secondo le opportunità del momento, ho chiesto garanzie a chi ritiene che sia indispensabile la sua presenza. Su questo, però, ce la vedremo riservatamente”.
Nell’intervista Conte ha poi toccato anche altri temi. Sulla legge elettorale, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha affermato che il leader 5 stelle con il nuovo sistema di voto nel 2018 non sarebbe potuto approdare a Palazzo Chigi, “credo che mi voglia evitare come competitor, il suo è un attacco un po’ scomposto”.
Conte ha poi toccato il tema del Covid: “hanno indagato in lungo e in largo tutte le Procure. Adesso in commissione stanno rastrellando di tutto per cercare di trovare qualcosa, sono anni che stanno indagando e non hanno trovato uno spillo. Ben venga questo che è stato costruito come un plotone di esecuzione, perchè sta dimostrando che loro sono miserevoli, anziché ricostruire quello che è successo a memoria futura per ricavare delle lezioni che a loro non interessano. E ci stanno restituendo anche l’onore degli attacchi che ci hanno fatto”.
Infine il leader M5S è tornato a parlare del centrosinistra e della chat WhatsApp con gli altri leader della coalizione, definendola una “‘chat costituzionale’. E anche per questo ho proposto ‘Alleanza per la Costituzione’ come nome per la coalizione. ‘Campo largo’ come nome non mi ha mai sfiorato”.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – E quindi, durante la pausa caffè, mi imbatto nell’ultimo arrivato in squadra. Vent’anni o poco più, faccia da bravo ragazzo di buona famiglia, sguardo fiero e gentile, ma senza gratuita compiacenza. Serio, il giusto. Si muove con i tempi corretti, parla quando gli tocca, ascolta e annuisce empaticamente. Se non sa, rimane in silenzio rispettosamente. La prima fotografia, insomma, è buona. Penso già a come potrei coinvolgerlo attivamente nel mio lavoro.
Poi, chissà per quale bug di sistema, s’insinua l’argomento Vannacci. E lì l’ometto si irrigidisce e assume una postura marziale: gambe divaricate, fuori i pettorali, blocco cervicale attivato. E quella che sembrava un’aria dolcemente smarrita ma dinamica, si trasforma improvvisamente in proiezione statica.
Perché in giro a Catania c’è lo schifo.
Perché ci deve essere qualcuno che metta ordine.
Perché gli danno fastidio quelli che devono ostentare la loro diversità.
Perché gli immigrati, alla fine, vengono a rubarti il lavoro che non c’è. E se ne devono andare da dove sono arrivati.
Perché l’Europa non vale niente e allora tanto vale tornare alla sovranità dell’Italia.
È la sua posizione, netta e scontornata, come se l’avesse tagliata con un bisturi.
Un neolaureato che potrebbe tranquillamente essere mio figlio, o mio nipote, che puzza ancora di latte e di libri.
E mi chiedo: com’è davvero possibile crescere a vent’anni in un mondo, difficile per carità, con pensieri così conservatori, così cinici e anti-giovanili?
C’è un mondo fuori da conoscere, da sperimentare e, se possibile, da comprendere passo passo. A vent’anni la curiosità dovrebbe aiutarti ad assumere un atteggiamento di apertura, di possibilismo, di accoglienza, perfino di stupido idealismo.
Quelle posizioni polverose, incartapecorite di nazionalismo, identità, sovranismo, strisciante razzismo, cinica chiusura alla libertà e ai diritti di tutti, lasciatele ai vecchi stronzi e decrepiti. Quelli della mia età. Quelli che hanno smesso di pensare con la propria testa perché forse sono stanchi di essere costantemente ingannati a ogni giro di boa.
Ma a vent’anni?
Voi a vent’anni dovreste mangiarvi l’aria.
Il vostro sguardo dovrebbe andare oltre ogni forma di ostacolo, anche quando l’ostacolo è reale. La vostra fiducia in voi stessi e negli altri dovrebbe essere contagiosa. Dovrebbero sudarvi le mani per tutto quello che il mondo potrebbe offrirvi e per tutto quello che rischiate di perdere se non ampliate i vostri orizzonti, se non lo prendete – di volta in volta – per il verso giusto.
Non alle repressioni. Non alle limitazioni. Non alle sottrazioni.
Pensate ad aggiungere, a sommare, ad allargare l’orizzonte dei vostri diritti. A scoprire quello che c’è dietro quell’impalcatura che qualcuno ha messo lì apposta per voi: per non farvi vedere quello che ci sta dietro …
Caxxo, mi sembro Papa Prevost! o la buonanima di Steve Jobs …mi sembro.
E magari, fra un post e l’altro, fra un social e l’altro, tornate a scoprire quant’è bello andare in piazza a gridare al mondo la vostra libertà.
Ognuno nel proprio modo irripetibile.
PS: prima o poi glielo dirò! ah, se glielo dirò! …

(Dott. Paolo Caruso) – La Premier Meloni è andata con la sua consueta ambiguità in Europa a chiedere flessibilità nei conti. Equivalenti a prestiti che le generazioni future dovranno saldare con gli interessi. L’ Europa è matrigna e come gracchiava all’ inizio della sua Presidenza, “la pacchia è finita”, ora la Caciottara le si rivolge con il cappello in mano. I problemi sul tappeto sono tanti, molti non facilmente superabili. Quindici Paesi ci sono contrari con in testa la Germania del cancelliere Merz. C’ è da chiedersi allora: Che ne è stato dei duecento miliardi a nostra disposizione ottenuti dall’ ex Presidente Conte ?Siamo entrati già in campagna elettorale ma forse con la Ducetta della Garbatella non ne siamo mai usciti, infatti nei suoi interventi rancorosi da capo popolo tra imprecisioni e falsità ha cercato sempre di addossare ad altri e ai governi precedenti responsabilità che in effetti sono ricollegabili al suo malgoverno. È solo colpa delle guerre se la nostra economia arranca e siamo il fanalino di coda della UE? Assolutamente NO ! Abbiamo il governo più longevo, dopo “il ventennio fascista”, ma è solo un’ aggravante della sua mediocrità. Infatti nessuna riforma strutturale è stata fatta, il welfare, la scuola, la sanità pubblica, l’ università, le imprese, ne risentono un modo evidente. La politica estera è rimasta appiattita e ambigua tra l’ ingombrante Presidente americano e la UE. Italia e Europa colpevoli anche del silenzio davanti al genocidio palestinese non avendo neppure sanzionato Israele. Chiediamo, certi che non avremo risposta, perché i miliardi da versare a Trump per le armi, sono sacrosanti e non si toccano? Perché comprare dagli USA il gas liquido e da rigassificare a un prezzo quadruplicato rispetto a quello russo se lo stesso Trump si è avvicinato a Putin, comprando tonnellate di gasolio comportandosi da nemico dell’Europa?”. Compriamo, a prezzi maggiorati, da Trump il petrolio che gli ha venduto Putin e che ci siamo, vietati di comprare noi. Bell’ affare! Ci prendiamo in giro da soli. Chi cavalca la tigre? Siamo diventati masochisti. Il Tycoon è il “deus ex machina” e il primo “motore immobile” dell’attualità. Cosa fare? Aspettare il 3 novembre, ormai alle porte, per vedere se qualcosa cambierà o non avremo la seconda “Capítol Hill” ? Comunque va accreditato a suo merito che i propri interessi li sa fare a suon di miliardi. Quanto è cresciuto il suo capitale nel biennio di monarchia assoluta e dissoluta? I Paesi europei con i dazi imposti da Trump, sono Cornuti e Contenti, dal titolo dello spettacolo teatrale di Marco Travaglio, ma non sarà anche colpa nostra ? Che fine ha fatto la serva sciocca, la pontiera transoceanica, quella del Nobel della pace a questo psicopatico statunitense ? Frattanto l’Italia sprofonda, con il suo sostegno bellicista e l’incremento delle spese militari, sempre più in una economia di guerra, mentre l’Ucraina è resa più fragile bersaglio di Putin, perché il “genio del male”, Elon Musk le ha tolto anche la copertura satellitare a difesa dai missili e droni russi. A che serve allora protrarre questa guerra ormai segnata aumentando solo distruzioni e morti? Europa svegliati ! Cercasi più che mai Negoziatori. E tutti noi stiamo ad aspettare… che venga Godot!
Francia, migliaia in piazza contro il carovita: “Prendiamo la Bastiglia”. Scontri a Parigi. Giornata di mobilitazione contro inflazione dei generi alimentari e impennata dei carburanti, a sei mesi dalle presidenziali, in tutto il Paese. I fermi nella capitale sono già oltre 100. Riunione dell’unità di crisi oggi

(Anais Ginori – repubblica.it) – PARIGI – Gialli e giovani. Sette anni dopo la grande rivolta che aveva fatto tremare Emmanuel Macron, quel che resta del movimento dei gilet gialli torna nelle piazze francesi, provando a saldarsi con la mobilitazione degli studenti. Il collante questa volta è il caro vita tra inflazione dei generi alimentari e impennata dei carburanti, ma anche scuole degradate e servizi pubblici in difficoltà. L’appuntamento del 17 ottobre ha cominciato a girare in rete da giorni, senza una vera regia nazionale e con centinaia di iniziative sparse per tutta la Francia.
Le autorità francese, temendo l’ala più radicale in piazza, hanno vietato diverse richieste di cortei e alla fine la manifestazione principale era prevista a Parigi dove gli scontri sono cominciati ancora prima della partenza in place de la République. La polizia ha usato lacrimogeni e cannoni ad acqua contro gruppi di manifestanti, tra cui diversi black bloc che sparavano mortai d’artificio. Poco dopo, nello stesso quartiere, un’automobile è stata incendiata tra gli applausi di una parte della folla. Il centro della capitale è stato blindato, con numerose stazioni della metropolitana chiuse e divieti di manifestare intorno all’Eliseo, a Matignon, sugli Champs-Élysées e all’Arco di Trionfo.
In piazza si sono dati appuntamento vecchi gilet gialli, studenti, liceali, sindacalisti della Cgt, anche se i sindacati non hanno aderito alla giornata, ma anche militanti ecologisti, pensionati, agricoltori. Più che un movimento organizzato, è una costellazione di proteste nate soprattutto sui social, dove da settimane circola la parola d’ordine della «convergenza delle rabbie». Tra i cartelli gialli ricompare lo slogan che aveva segnato il movimento del 2018, ovvero la difficoltà di «arrivare alla fine del mese». Il bilancio, ancora provvisorio, è già pesante. A metà giornata il ministero dell’Interno contava 140 azioni e 32.800 manifestanti nella sola provincia, mentre erano 166 le persone fermate in tutta la Francia.

Le autorità denunciano «azioni violente mirate» di gruppi di black bloc, con tentativi di saccheggio, devastazioni e aggressioni contro le forze dell’ordine. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha convocato un punto di crisi per seguire l’evoluzione della situazione. Nuñez aveva qualche giorno fa sostenuto che la protesta degli studenti si stava trasformando negli ultimi giorni in “violenze urbane”. A Marsiglia alcuni manifestanti sono riusciti a forzare l’ingresso della sede del comune e a entrare per alcuni minuti nell’edificio, mentre un commissariato è stato danneggiato. I dimostranti sono rimasti nell’atrio e poi sono fuggiti. Non sono stati registrati feriti. Secondo FranceInfo, il gruppo è entrato nell’atrio del municipio dopo avere sfondato la porta gridando “è la rivoluzione, prendiamo la Bastiglia”. La polizia ha fatto ricorso ai lacrimogeni e sono stati inviati rinforzi. A Lione, in place Bellecour, una sede dell’ufficio del turismo è stata saccheggiata e incendiata mentre i pompieri faticavano ad avvicinarsi a causa degli scontri.
La giornata era cominciata già alle sette del mattino con un’azione nella capitale contro la sede di CNews, il canale di notizie del gruppo di Vincent Bolloré, identificato come media dell’ultradestra francese. Circa un centinaio di persone incappucciate hanno bloccato l’accesso al parcheggio dell’edificio, lanciando oggetti e rompendo alcune vetrate. La polizia ha fermato 21 persone.
Un Conte eterodiretto dalla tetra accozzaglia di Travaglio è destinato a essere testardamente disunitario. C’è un giornale che detta la linea al leader del M5s, dileggia Schlein, detesta i riformisti del Pd. Un giornaletto a suo modo rivoltante e divertente, ma un bell’ostacolo sulla via della unificazione di un campo politico esteso e competitivo con il centrodestra

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – C’è un giornale che lavora per Conte, spinge Conte, vota Conte, e dileggia Schlein, detesta i riformisti del Pd, danna e insegue con malagrazia Matteo Renzi, odia Calenda. Opinioni, si fa per dire, abbastanza naturali per chi ha parteggiato per Grillo, ma anche per un poverello politico come Antonio Ingroia, e sempre per tutte le avventure della magistratura ideologicamente manettara e politicizzata, da Scarpinato a Gratteri, da De Magistris al pregiudicato Davigo, gente troppo linda per passargli le carte sebbene troppo furbetta per astenersi dal farlo. Chissà. E’ un giornaletto a suo modo rivoltante e divertente, privo di gusto e di senso per la politica, convinto che Berlusconi fosse un mafioso e uno stragista, devoto al sensazionalismo e allo scandalismo, prostrato ai piedi di Putin, odiatore di Zelensky e degli ucraini resistenti.
E’ in osmosi con le peggio testoline del genocidio ebraico in Palestina, per quel giornale, di professione ruffiano dell’opinione pubblica indignata, tutti gli uomini delle istituzioni, da Mattarella amico della Minetti in giù, a parte i sodali giustizialisti e appunto un Conte, sono una manica di ladri e profittatori o facilitatori dei suddetti malacarne. Cosa non si fa per vendere e vendersi al miglior offerente nel mercato del banale e del corrivo e dell’ovvio.
Il punto è che quel giornale detta la linea a Conte, è un’ipoteca vischiosa permanente sul campo largo, un soggettone da elezioni primarie a fumetti, capace di avvelenare tutti i pozzi e impedire a ogni costo una soluzione decente della contesa sui punti dolenti della guerra in Europa, della rinascita dell’antisemitismo, di un pacifismo non intriso di paura e di spirito di resa al più forte. I giornali sono meno influenti di una volta sulla politica, così come la politica è meno influente di una volta sui giornali.
Ma l’ortodossia opportunista con la quale i giustizialisti fanno da mosca cocchiera al leader degli ex grillini, il modo studiato e pertinace con cui lo spingono allo scontro con gli elettori di sinistra più affini per storia e prassi alla democrazia italiana, nei suoi difetti e nelle sue virtù, il disprezzo che affettano verso tutto quel che sa di riformista, di socialdemocratico, di liberale, la sistematicità dell’azione guastatrice nella scelta dei bersagli da crocifiggere e della leadership del Pd da colpire e affondare senza pietà, tutto questo è un bell’ostacolo sulla via della unificazione di un campo politico esteso e competitivo con il centrodestra, unificazione perseguita con spirito testardamente unitario da chi oggi guida il partito. Bettini, che a quel giornale offre sé stesso come una garanzia, come fanno tutti quelli che non amano essere messi in discussione da gente senza scrupoli, ha proposto un lodo sull’Ucraina, quello delle armi difensive, che ha semplicemente del grottesco.
Si dà da fare anche il direttore del manifesto, quotidiano di razza, tradizione elegante, se vogliamo una punta noioso, ma con un suo stile. Si moltiplicano insomma quelli che ci terrebbero a non disperdere il senso e il valore di un’esperienza e pratica di opposizione coeva al governo e alla maggioranza della stabilità. Hanno un punto dalla loro, ma finché Conte si lascia eterodirigere dall’accozzaglia dei putiniani e dei manettari, non vedo dove possano andare a parare gli honest broker destinati a essere sconfitti dal super broker.

(Tommaso Merlo) – Le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi politica che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina. Il governo minimizza e schiva ma è palesemente colpevole ed ha pure la sfiga che non manca molto alle elezioni e la becera propaganda non serve a nulla quando i cittadini hanno tasche e stomaco vuoti. Questa crisi energetica e quindi economica e quindi sociale è causata da ben due disfatte militari, quella in Ucraina e nel Golfo Persico. Non due guerre qualunque ma con due delle principali fonti energetiche mondiali. Due guerre suicide che questo governo ha pienamente sostenuto e addirittura finanziato inginocchiandosi senza dignità alla volontà di Washington e Bruxelles. E menomale che questi erano i sovranisti. Tutto aumenta perché aumenta il costo di gas e petrolio e cioè dei costi di produzione e trasporto ed aumentano perché di gas e petrolio ce ne sono in giro sempre meno per la distruzione di rapporti e rotte commerciali ed impianti a causa delle due guerre. I prezzi di gas e petrolio sono decisi a livello internazionale, ma la colpa di questo governo è quella di aver deciso sciaguratamente di partecipare a quelle guerre suicide nonostante l’Italia sia sul lastrico e cioè piena di debiti fino al collo e avvitata in una crisi infinita che in realtà è declino. Economico, sociale, demografico, culturale, politico. Nonostante cittadini in gravi difficoltà e un sistema allo stremo, questo governo ha buttato via gli spiccioli che ci rimangono per quelle guerre e quindi oggi non ha risorse sufficienti per alleviare la deflagrazione della crisi. Davvero un errore politico imperdonabile. Con miliardi inviati a Kiev anche dopo che sono scoppiati immondi scandali di corruzione come se la volontà della potentissima lobby della guerra venisse prima di quella del popolo italiano. E menomale che questi erano i patrioti. Noi come vicino di casa abbiamo la Russia che è la principale risorsa energetica al mondo ma per ubbidire allo stato profondo americano travestito da Nato e ai complici guerrafondai della Commissione, ci siamo invischiati in una guerra suicida che ci ha costretto a comprare risorse di qualità peggiore a prezzi più alti. Fatale per paesi come l’Italia che dipendono per oltre il 70% dall’energia altrui. Ed è infatti in quella fase che hanno iniziato a decollare le bollette “più care d’Europa”. Oggi siamo ad una seconda mazzata e ancora più grave perché oltre a giocarci la Russia ci siamo giocati anche lo Stretto di Hormuz da cui transitavano i mega mercantili carichi di gas e petrolio degli emirati. Se ne parla meno perché significa puntare il dito verso i padroni di colonie come l’Italia e cioè verso gli americani e in particolare verso i sionisti che hanno spinto Trump alla disastrosa aggressione dell’Iran che ha scombussolato l’intera Asia Occidentale e trascinato il mondo in una crisi energetica senza precedenti. Il governo italiano è uno di quelli più servili e complici del fatidico duo. Con la chicca della complicità al genocidio del secolo e centinaia di soldati italiani inviati in quella nefasta dittatura che è l’Arabia Saudita a difesa di quel criminale conclamato di Bin Salam. Una colpa storica più che politica e una vergogna morale oltre che strategica. La via di uscita è la pace, è il ritorno alla diplomazia e alla cooperazione. La buona notizia è che l’intera Europa è al verde e il corrotto baraccone ucraino ha bisogno ogni mese di miliardi per tirare avanti. La bancarotta e pure fraudolenta potrebbe arrivare prima della disfatta militare in corso. A quel punto si vedrà in che mani finirà Kiev ma di certo vanno immediatamente ristabiliti rapporti politici e commerciali con Mosca e pure ferrei in modo che nessun burattino della lobby della guerra possa comprometterli. Anche nel Golfo Persico la via d’uscita è la pace e il modo più rapido per ottenerla è che Trump ammetta la disfatta e si levi dai piedi. Il problema è che i sionisti sono all’ultimo giro di giostra, non avranno mai più un Congresso così corrotto e un presidente così ricattabile e quindi carpe diem. E anche qui la speranza è una sconfitta definita sia dell’impero americano sia dei deliri ideologici sionisti che soli e circondati da trecento milioni di arabi, persiani, beduini e turchi saranno costretti a più miti consigli. Trattando i palestinesi come essere umani come tutti gli altri e comportandosi in modo civile. Quanto a colonie come quella Italiana, l’unica speranza è il ritorno alla piena libertà politica e a governi con un minimo di sale in zucca e di cuore in grado sia di districarsi nelle dinamiche oltralpe sia di fare il loro lavoro che è quello di risolvere con serietà i problemi dei cittadini. Già, le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il presidente dell’Egitto, il tagliagole Abdel Fattah al-Sisi, un vero modello di democrazia, ha accentuato la repressione, facendo arrestare sei reporter della piattaforma indipendente egiziana, Matsadaash, specializzata in fact-checking e giornalismo investigativo. I Paesi occidentali, in genere così solerti nel denunciare le varie violazioni dei diritti umani, non hanno sollevato orecchia, tantomeno lo ha fatto l’Italia, nonostante lo scandaloso caso Regeni, lo studente universitario torturato e ucciso in Egitto. Con l’Egitto noi abbiamo rapporti economici importanti, business is business, as usual. C’è da dire che Regeni fu molto ingenuo e più ingenua, anzi criminale, fu l’Università di Cambridge che lo mandò sul posto per uno studio sui sindacati “liberi” egiziani, consegnandolo di fatto alla Polizia segreta di al-Sisi. In Italia è stata aperto un processo concluso con due condanne per il sequestro e assoluzioni per le torture e l’omicidio. Ma dubito molto che al-Sisi e i suoi tagliagole si presenteranno mai alla Corte d’Assise di Roma. L’omicidio e le torture subite da Regeni rimarranno quindi impunite.
[…] Mohammed Morsi fu eletto presidente dell’Egitto nelle prime elezioni libere di quel Paese, il 24 giugno 2012, nel pieno delle “primavere arabe” che avevano messo in fuga Mubarak. L’Egitto, in passato, era un protettorato britannico a cui capo avevano messo Re Faruq, che non era un dittatore sanguinario come lo sarebbero stati in seguito Mubarak e al-Sisi: col suo potere più che altro si divertiva. Un giorno, giocando a carte, dichiarò d’avere un poker d’assi, il suo avversario al tavolo del gioco gli chiese di far vedere le carte e Faruq rispose: “Parola di Re”, senza mostrare il suo punto.
Morsi non impose nessuna legge tipo sharia, ma fu rovesciato da al-Sisi con un colpo di Stato promosso dall’Occidente contro i Fratelli Musulmani che erano stati gli unici a opporsi alle varie dittature egiziane e avevano il grave torto di aver vinto regolarmente le elezioni. Di che cosa furono accusati? Di essere stati inefficienti. È ovvio che, essendo stati all’opposizione per decenni, non conoscessero bene i meccanismi istituzionali. Ma, se l’inefficienza fosse una causa legittima per rovesciare un sistema, credo che tutti i governi europei dovrebbero andarsene a casa. Al processo Morsi, che era avvocato, si difese dicendo: “Smettiamola con questa farsa, io sono l’avvocato Morsi, il legittimo presidente dell’Egitto”.
[…]
La beffa ulteriore è che il potere andò ad al-Sisi, che aveva fatto carriera nell’esercito di Mubarak e instaurò un regime ancor più feroce e violento del suo. Poi noi italiani ci siamo procurati un’altra beffa con le nostre stesse mani, quando la maggioranza parlamentare di centrodestra, nel 2011, si e ci coprì di ridicolo votando – sotto pressione di Berlusconi – la mozione su Karima El Mahroug detta “Ruby Rubacuori” nipote di Mubarak, come se non fosse marocchina, ma egiziana. Questo perché Berlusconi disse di aver voluto evitare frizioni con l’alleato Mubarak quando la minorenne era stata arrestata a Milano per un piccolo furto e lui l’aveva fatta rilasciare con cinque telefonate alla Questura in una notte, temendo che spifferasse tutto sulle famose “cene eleganti” ad Arcore. E aveva inviato a prelevarla Nicole Minetti, che a sua volta la affidò a una prostituta brasiliana, non esattamente la persona nelle cui mani doveva finire la sventurata. Il dirigente della Questura fu talmente intimidito che obbedì all’ordine, anche se la pm minorile Annamaria Fiorillo aveva disposto che fosse affidata a una comunità protetta per minori non accompagnati. Insomma la soperchieria del Potere l’aveva vinta per l’ennesima volta.
Ma la storia dei Fratelli Musulmani ne richiama un’altra precedente di molti anni. Nel 1991 in Algeria, dopo decenni di una sanguinaria dittatura militare, le prime elezioni libere furono vinte con larga maggioranza dal Fis (Fronte islamico di salvezza). I generali algerini, con il consueto appoggio dell’intero Occidente, le annullarono con la motivazione che il Fis avrebbe instaurato una dittatura. Così, in nome di una dittatura del tutto presunta, si ribadì quella precedente. Per dettare odiosità sul Fis, i generali algerini incendiavano le case e le fattorie attribuendogli la colpa. Solo in seguito si scoprì che il Fis non c’entrava nulla: gli autori erano gli sgherri dei generali. A smascherare questa farsa fu un colonnello francese che pagò duramente questo atto di sincerità. Naturalmente la fazione più integralista del Fis passò alla macchia, innescando una guerra civile che si concluse molti anni dopo e forse è ancora aperta.
La conclusione è questa: la democrazia va bene quando vinciamo noi o i nostri alleati; se vincono gli altri non va più bene. Due pesi, due misure, comme d’habitude. Non è quindi strano che i Paesi “altri”’, fuori dal controllo occidentale, non credano alla democrazia, tanto più se siamo noi a imporgliela.
La presidente ha rivendicato il via libera dell’Ue al decreto Bollette. Fiduciosa sulla flessibilità, l’Istat certifica l’inflazione al 4,2 per cento

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Dall’ottimismo di Meloni a Bruxelles alle piazze infiammate in Italia. Tanta è la distanza tra i toni della presidente del Consiglio al termine del Consiglio europeo e le immagini delle proteste degli studenti e degli autotrasportatori in molte città.
La premier ha rivendicato che nelle conclusioni del vertice sia rientrato il tema della revisione degli Ets (Emission trading system) e di aver concluso positivamente la trattativa sul decreto Bollette. «Le misure avevano bisogno del via libera della Commissione, la trattativa è stata lunga ma costruttiva» e ora il governo potrà intervenire sul prezzo dell’elettricità e, auspicabilmente, «abbassare le bollette», ha spiegato Meloni, che si è definita «ottimista» dopo la conversazione con la presidente Ursula von der Leyen, cui ha chiesto per l’Italia più flessibilità. «Ho spiegato la situazione» anche con l’ausilio «di slides», ha spiegato la premier: «Sul tema dell’energia l’Italia è determinata e non è sola». Il risultato sono stati «significativi progressi» per ottenere maggiori margini di flessibilità «anche per investimenti sull’energia».
Un riferimento a parte è stato dedicato al capitolo immigrazione, su cui Meloni è tornata a rivendicare di aver ottenuto «una cornice di misure per permettere agli Stati di dare risposte immediate in caso di crisi, come quella di Ceuta». Misure che verranno annunciate al termine di un dibattito che si concluderà nel prossimo Consiglio. Nel mentre, un incontro con il primo ministro iberico Pedro Sánchez ha fatto calare la tensione, con un lavoro congiunto dei rispettivi ministeri dell’Interno «per sostituire le misure reciproche con forme di cooperazione». La deescalation si traduce in una piccola proroga di sette giorni del blocco di Schengen per poi passare a nuove misure sostitutive.
Sulla carta, il bottino presentato da Meloni sembra ricco, in particolare per quel che riguarda il comparto energia. In realtà per ora – anche stando ai numeri della bozza di manovra – ancora non si intravedono soluzioni strutturali per calmierare i costi in continuo aumento e che minacciano di abbattersi ancora più violentemente su famiglie e imprese con l’arrivo dell’inverno e i termosifoni che si accendono.

La narrazione della premier si infrange contro la realtà delle piazze e dei numeri. L’Istat ha infatti rilevato che l’inflazione è volata nel mese di settembre, facendo registrare un aumento dello 0,7 per cento e arrivando al 4,2 per cento. L’accelerazione è dovuta soprattutto «all’andamento dei prezzi degli energetici, sia regolamentati (da +18,6 a +25,8 per cento) sia non regolamentati (da +17 a +22,5 per cento), e degli alimentari non lavorati (da +3,8 a +5,5 per cento)».
Una notizia, questa, che si riverbera nell’attuale protesta degli autotrasportatori che si sono mobilitati in particolare nelle regioni del Sud, dove i blocchi alle raffinerie di Taranto (che ieri si sono conclusi) hanno lasciato a secco molti distributori di benzina, dove i prezzi rimangono insostenibili per il comparto. Le mobilitazoni hanno provocato il blocco di alcune uscite autostradali sulla A30 e anche di una corsia sulla A2 Salerno-Reggio Calabria
«Siamo al lavoro per dare risposte», è stato il messaggio di Meloni, che su questo è stata incalzata dal leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. «Ci aggiorna su Ceuta. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio», ha detto riferendosi agli autotrasportatori e agli studenti. La ricetta di Conte è quella di prendere i «14 miliardi di spese extra su armi e difesa» e dare «sollievo a chi non ne può più». Più facile a dirsi che a farsi, in questa fase così avanzata di negoziazione anche sul tema della difesa. «Introdurre un tetto dinamico al prezzo dei carburanti, per legge, temporaneo (90 giorni) e verificato ogni 15 giorni, attivabile dal Governo solo in condizioni eccezionali accertate dal Garante dei prezzi», è invece la proposta del Pd di Elly Schlein.
Un incontro con le associazioni di categoria è stato fissato al ministero dei Trasporti per il 27 ottobre – tra dieci giorni – e lì il governo promette soluzioni, ma la lettura dei sindacati è diversa. «La latitanza delle istituzioni e del governo alimenta la protesta di chi non ce la fa più», ha dichiarato il segretario di Assotir Claudio Donati, secondo cui «i trasportatori chiedono di essere aiutati a non fermarsi, perché temono che non riuscirebbero più a ripartire». Nell’immediato, la richiesta è quella di un nuovo abbassamento dei costi del gasolio, ma l’interrogativo per il governo è sempre lo stesso: con quali soldi, vista anche la ristrettezza cui è stato costretto in legge di Bilancio.
Ora si apre proprio la lunga fase negoziale che riguarda la Finanziaria, che sempre dovrà passare da Bruxelles dove Meloni dovrà ottenere il via libera all’uso della clausola di salvaguardia per l’energia per calmierare l’impatto dell’inflazione che – come certificato dall’Istat – è schizzata proprio a causa dei costi energetici. Operazione non facile nonostante l’ottimismo di facciata, visto che i fondi europei sono stati pensati per finanziare la decarbonizzazione e andrebbero invece convertiti in misure che potrebbero essere interpretate come un indiretto incentivo al consumo di energia fossile a prezzi più bassi.

(ilfattoquotidiano.it) – Anche questa volta ha stato Putin. Ha stato Putin sul Corriere della Sera che racconta: “Il profeta russo della corsa spaziale, quel filo che lega lo zar a Mr Tesla”. Cioè? “Erano quelli che sognavano di portare Lenin sulla luna. Adesso i loro eredi potrebbero provarci con Trump. Su Marte, oppure verso l’infinito e oltre”. Ma che c’entra Putin? Vediamo: “Nel 2007 Putin visita la casa museo di Tsiolkovsky, l’inventore autodidatta che tra fine Ottocento e inizio Novecento aveva progettato i razzi destinati allo Spazio. Poco altro, e poche tracce delle sue teorie, che aprirono la strada per la folle avventura dei cosmisti-transumanisti russi, creatori di una specie di filosofia-religione che mirava a colonizzare lo Spazio, a farla breve, un impasto di nazionalismo, gusto per l’occulto e New Age alla sovietica”. Eh? Vabbè, ma chi ha stato? Ha stato Putin: “Uscendo dall’abitazione, un Putin non ancora incattivito ne riprende il pensiero. Lo Spazio non è un fine, dice, ma uno strumento per migliorare la vita degli uomini”. Ok, si fa complicata, comunque è chiaro che ha stato Putin. Passiamo a Libero, piuttosto, per coprire che i russi hanno interessi a casa nostra, infatti “Mosca minaccia l’Italia anche dal fronte sud”: “C’è un fronte liquido e profondo dove Mosca muove le sue pedine. È il Mediterraneo, ed è dalle sue sponde africane che il Cremlino mina agli interessi strategici dell’Italia”. Sallusti e soci hanno scoperto la flotta ombra! Ha stato Putin.
Governo sorpreso dalle manifestazioni delle categorie vicine alla maggioranza: autotrasportatori, agricoltori, pescatori

(Flavia Perina – lastampa.it) – Gli studenti li avevano messi nel conto, il contagio francese e spagnolo era nell’aria e molti a destra si dicevano: è una turbolenza che può far gioco a noi e al nostro profilo d’ordine contro “le piazze scatenate”. Anche il raduno Cgil convocato per oggi non suscitava ansie particolari, una prova di protagonismo del campo largo più che una minaccia per la maggioranza: difficile immaginare l’elettore di centrodestra suggestionato dai messaggi di Maurizio Landini.
Quel che non era stato previsto è la fiammata di protesta delle categorie vicine alla maggioranza, i trasportatori, gli agricoltori, i pescatori. Una serie di atti di esasperazione esplosi ieri al Sud, trattori in piazza, strade interrotte dai dimostranti, episodi che in molti casi avrebbero imposto l’applicazione delle nuove tagliole di legge sui blocchi stradali: da uno a sei anni di carcere, con pena raddoppiata “se il fatto è commesso da più persone o con violenza/minaccia”.
In Calabria i presidi si sono moltiplicati lungo la statale 18 e l’A2. In Puglia trattori a passo d’uomo, con la circolazione paralizzata fino a Bari. In Basilicata blocchi spontanei lungo le arterie di collegamento con le regioni confinanti. In Campania un paio di uscite autostradali interrotte per ore, in Sicilia cinque giorni di serrata con timori persino per la distribuzione dei farmaci. Nel foggiano anche un vescovo in piazza con contadini e marinai, mentre ogni associazione di categoria dettava un analogo comunicato: ora basta, con questi costi non ce la facciamo più.
Il centrodestra ha scoperto all’improvviso l’affannoso peso del potere quando la crisi morde gli interessi diretti delle persone. Per quattro anni ha conservato altissimi livelli di consenso evitando interventi “disturbanti”, con la convinzione che gestire il tran-tran fosse condizione sufficiente a non scontentare i mondi che l’avevano scelto come referente. L’operazione ha funzionato. La vecchia destra di lotta è diventata di governo senza pagare pegno per la sua trasformazione, nemmeno tra le frange turbolente che aveva conquistato alla sua causa fin dall’inizio della Seconda Repubblica, difendendone le ragioni e le azioni talvolta estreme: quelli delle quote latte, i gilet gialli all’italiana con i loro pittoreschi capataz, il popolo dei trattori, i famosi Forconi che assediarono il governo Letta, fino alla mucca Ercolina portata pure a Sanremo per protesta contro la carne sintetica e il green deal.
È uno choc vedere quegli avamposti rianimarsi e rivoltarsi contro il potere costituito, anche perché la contestazione tocca due roccheforti del consenso del centrodestra: i trasporti gestiti da Matteo Salvini e l’agricoltura di Francesco Lollobrigida, entrambi legati da speciali sintonie con le categorie, le sigle, le imprese e i lavoratori che adesso invadono le strade. Per di più, inflazione e costi dei carburanti sono un nemico elusivo: non è possibile, stavolta, attribuire colpe ai tradizionali capri espiatori, gli immigrati, l’Europa, le magistrature, la burocrazia, i lacciuoli delle regole sovranazionali.
C’è piuttosto un dato di fatto che ormai è difficile da nascondere: l’Italia non ha più soldi per compensare la corsa dei prezzi e l’Europa non sembra disponibile a concedere al Paese altri spazi di debito, come è risultato chiaro nel vertice di Bruxelles appena concluso. Il massimo ottenuto in giornata dalla Commissione Ue è stato il via libera al vecchio decreto bollette, varato prima dell’emergenza nel Golfo, che agirà in qualche modo sui prezzi del gas.
In questo scenario comincia a concretizzarsi il timore che studenti, agricoltori, pescatori, camionisti, al di là degli specifici motivi che li portano in piazza, siano agitati dallo stesso vento che scuote Francia, Spagna, Germania: un turbine di sfiducia verso la capacità delle classi dirigenti di garantire benessere e futuro. Di quella protesta spesso irrazionale, in tempi precedenti, la destra si è avvantaggiata. Oggi scopre che dovrà giocarsi una decisiva campagna elettorale dall’altra parte della barricata, dalla parte di chi deve tener sgombre le strade anziché tra chi le occupa, dalla parte di chi incassa le accise anziché tra chi ne rivendica l’abolizione. Non sarà facile, non sarà indolore.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – L’immagine è forte e abbastanza inedita: alcuni genitori e insegnanti si frappongono tra i loro figli e studenti, in corteo per le strade di Torino, e i poliziotti in assetto antisommossa. Nell’aria satura di lacrimogeni, dalle loro bocche si sente uscire distintamente una sola parola: «Basta!». Senza commenti, senza giudizi. «Basta!» e basta. Immagino il sorriso del professor Crepet, teorico del protezionismo genitoriale: ormai li scortiamo pure in piazza, questi ragazzi. Li accompagniamo a contestare il potere, salvo poi, all’occorrenza, costruirgli intorno una bolla che li tenga al riparo dai rischi. Eppure, a una parte non minoritaria di me verrebbe da dire: meno male. Non abbiamo controprove, ma che cosa sarebbe successo se quel gruppo di «pantere grigie» non avesse avuto l’intuizione di prendersi per mano e stendere un improvvisato cordone sanitario?
Proviamo a guardare la scena da un’altra prospettiva: i rappresentanti di due istituzioni della comunità — la famiglia e la scuola — prendono contatto con la terza istituzione presente in piazza — la polizia — e scompaginano i piani della solita minoranza violenta, che stava tentando di trasformare la protesta studentesca in un episodio di guerriglia urbana. Mi sentirei quasi di estendere l’esperimento ad altri luoghi pericolosi, per esempio i talk show, dove si potrebbero utilizzare parenti stretti ed ex insegnanti degli ospiti più aggressivi per dividere i contendenti e arrivare incolumi almeno fino alla pubblicità.

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il potere non è solo nei fatti, ma in come vengono raccontati” (da “Italia mattanza” – su “X” del 15 ottobre 2026)
È un blackout mediatico di regime, degno del Minculpop d’infausta memoria, quello messo in atto da tutti (o quasi) i Tg nazionali sugli scioperi degli autotrasportatori e degli agricoltori che protestano contro il caro-gasolio e il caro-vita. A partire dalla Puglia, dalla Basilicata e dalla Calabria, l’ondata sta risalendo la Penisola fino al Nord. Ma il “silenzio video”, tanto più grave da parte del servizio pubblico, tende a occultare il disagio di queste categorie nel tentativo di narcotizzare il resto della popolazione. Cioè i cittadini e i consumatori che sono – per così dire – i destinatari finali; le vittime della crisi economica, energetica e climatica. E così si punta a coprire le responsabilità di un governo che continua a elemosinare flessibilità di bilancio dall’Unione europea, per investire sul warfare anziché sul welfare, spendendo per armi e munizioni piuttosto che per scuole e ospedali.
Mentre l’agenzia Ansa sforna dispacci che sembrano bollettini di guerra, i telegiornali “oscurano” la protesta come fanno i regimi quando sono in difficoltà e cercano di sopravvivere a se stessi. Da giorni i blocchi degli autotrasportatori invadono strade e autostrade, lasciando i distributori a secco e i supermercati con gli scaffali mezzi vuoti. Gli scali aerei di Bari e di Brindisi non hanno più riserve per rifornire gli apparecchi di linea. Le code davanti ai distributori di benzina si allungano. Eppure, nei Tg si parla d’altro, dell’eterno caso Garlasco o della banda delle minicar, tranne che di questo sciopero a oltranza dai conducenti di camion, autobotti e trattori.
In compenso, la rete dei social network si mobilita, offrendo un’informazione capillare e alternativa, di “contropotere” dovremmo dire con un’espressione che una volta si usava per i giornali d’opinione. “Lo sciopero: gli autotrasportatori e gli agricoltori lo stanno facendo anche per te e soprattutto per te, quindi non girare la testa dall’altra parte”, proclama a gran voce un post su “X” con tanto di corredo fotografico. E così la protesta popolare, o forse sarebbe meglio chiamarla rivolta, diventa virale trasferendosi dalle strade e piazze ai social media. “Quando il Sud grida, l’Italia abbassa il volume!”, reclama “maurizio8” su quello che – prima dell’avvento di Elon Musk – tutti preferivamo chiamare Twitter. “Blocchi e proteste al sud, carburanti a secco, statale ionica bloccata”, avverte il nickname “Un girovago Ceresa Raffaele” e aggiunge: “Rischio che si fermi la filiera dei prodotti alimentari”.
Sale la tensione in tutto il Paese e il governo, come annuncia finalmente la stessa Ansa, “convoca l’autotrasporto”. Nel frattempo, i conducenti dei Tir in agitazione lamentano che negli ultimi giorni l’aumento del gasolio è schizzato da 0,31 euro al litro a 0,91, nonostante le fatue promesse sulle “accise mobili” e gli sconti finti dell’Eni o di altre compagnie petrolifere. Ma i conducenti dei tg e dei talk show di Telemeloni si adeguano alla “narrazione” ufficiale e stendono prudentemente un velo pietoso sul caro-carburanti e sul caro-bollette, senza bisogno neppure di ricevere un ordine di servizio.
Una buona parte della flessibilità sui conti ottenuta da Bruxelles il nostro governo dovrebbe impiegarla sulla transizione energetica, vale a dire sullo sviluppo delle rinnovabili e sull’elettrificazione dei trasporti, da cui sarebbe lecito aspettarsi una riduzione dei prezzi. Ma invece insegue la chimera del “nucleare pulito” che andrà bene se arriverà fra dieci anni e chissà a quali costi. Nell’attesa, per non allarmare l’opinione pubblica, si oscurano le proteste e si mette in stand by l’austerità.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Pare che l’ex ambasciatrice Usa in Grecia, la signora Kimberly Guilfoyle, nell’esercizio delle sue funzioni abbia combinato qualche pasticcio finanziario a suo favore, e per questo abbia perso il posto di lavoro. Con quello che accade nel mondo, l’etica personale di Guilfoyle non è particolarmente rilevante, né interessante. Né stupisce la totale assenza di requisiti professionali che possano giustificare la sua nomina ad ambasciatrice: Trump si circonda di non professionisti, purché devoti.
Quello che sbalordisce, piuttosto, è il motivo per il quale, secondo le indiscrezioni di palazzo raccolte da alcuni media americani, la signora si trovava ad Atene: ex fidanzata di uno dei figli del presidente, era diventata indesiderata e molesta e per questo sarebbe stata spedita il più lontano possibile. Non una devota, dunque, ma una seccatrice da neutralizzare. C’era un posto libero, ambasciatrice ad Atene. Si chiede a Google dov’è Atene e si parte.
Il potere è tante cose, alcune anche belle e importanti: tutte quelle che sono connesse al bene pubblico. Alcune riprovevoli, tipo usarlo per scopi privati, per arricchirsi a scrocco o per sistemare le cose secondo i propri comodi personali e familiari. O anche solo per il gusto di dimostrare che, da potente, puoi fare quello che ti pare: anche nominare ambasciatrice una signora per levarsela di torno.
Trump ci ha abituato a dire, quasi ad ogni sua sortita: non ci posso credere. È importante continuare a dirlo, a testimonianza del fatto che siamo ancora in grado da un lato di provare scandalo. Dall’altro di ridere della follia del potere.
Le cronache dal paese reale evidenziano una situazione drammatica: dalla rinuncia alle cure mediche alla povertà assoluta

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Cronache quotidiane dal Paese reale. Più di 6 milioni di italiani rinunciano alle cure mediche. Almeno 5 milioni e mezzo di italiani vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre 4 milioni e mezzo di pensionati, uno su tre, campa con un assegno da meno di 1.000 euro al mese. Circa 7 milioni di persone sono in difficoltà con i costi dell’affitto, mentre 3 milioni sono in stress abitativo per la rata del mutuo che gli mangia il 40 per cento del reddito. Un lavoratore medio guadagna 36.594 euro, contro i 66.700 del suo omologo tedesco. Nel frattempo, migliaia di studenti in tutte le città d’Italia scendono in piazza, insieme ai genitori e agli insegnanti, per chiedere fondi per l’istruzione pubblica e l’edilizia scolastica, per la quale spendiamo 58 miliardi, meno della metà degli interessi che paghiamo ogni anno per piazzare sui mercati il nostro debito. È dura per tutti, dalla Francia al Regno Unito, nel tempo delle guerre e delle crisi energetiche e climatiche. Ma per noi di più. Per carità, l’opposizione esagera: nessuna Apocalisse, non siamo il Sud Sudan e non viviamo nella Londra vittoriana di Dickens, dove i bambini morivano di fame agli angoli delle strade. Ma l’Italia vera, oggi, soffre e fatica. E con la crescita a zerovirgola e l’inflazione al 4,3%, i tassi che aumentano e lo spread che risale, può solo andare peggio.
Per questo stona parecchio lo storytelling felice e farlocco dell’Ucronia Meloniana. Un pianeta parallelo, dove il governo più forte e più longevo detta legge nel mondo e brucia primati perché “ha ritrovato la sua centralità”. E di fronte alle condizioni e ai bisogni materiali della gente stride ancora di più la misera manovretta economica che i patrioti al comando stanno impapocchiando nelle segrete di Palazzo Chigi. Un pannicello tiepido per un’Italia in ginocchio, piegata e piagata dal caro-bollette, dal caro-carburanti, dal carrello della spesa. Un ombrellino sghembo per un Paese che va incontro ai “nuvoloni” evocati dal mesto Giorgetti, nel deserto dell’aula sorda e grigia dove ormai non c’è più neanche il “bivacco di manipoli”. Solo 23 miliardi, di cui quasi metà concessi in altra flessibilità per energia e difesa dalla matrigna Europa, eretta ad apposito capro espiatorio dalla presidente del Consiglio. Per il resto, un brodino sciapo da dividere qua e là, un cucchiaio alle mamme lavoratrici e uno ai proprietari di case da ristrutturare, un altro per le imprese e un altro ancora per gli autonomi già beneficiati dalla Flat tax al 15%. Senza uno straccio di visione, ma con un’unica intenzione: conservare il minimo consenso rimasto.
E dunque. Bonus dentiere per i più anziani, con buona pace del disperato Salvini che ormai da 15 anni abbaia alla luna “aboliremo la Fornero!”. Tassa piatta al 5% sugli aumenti di stipendio per i più giovani, con tanti saluti ai ragazzi che il lavoro non ce l’hanno. Sconti sui bus per gli studenti, così la smettono di farsi prendere a manganellate dalla polizia. E per la sanità a pezzi, bonus Zerocalcare: “du’ spicci”, solo 2,4 miliardi, e cara grazia per Schillaci che ne chiedeva 6 e per la Fondazione Gimbe che ne indica 18, almeno per riportare il rapporto spesa/Pil ai livelli pre-Covid. Chi paga, per questa poca manna che cade dal cielo nero già in vista? Le banche, ca va sans dir: il salvifico tesoretto che i finti Robin Hood di Via della Scrofa e Via Bellerio invocano quando non sanno più che pesci pigliare: il mitico extra-profitto da tassare senza pietà, e che i signori del credito sgancino i soldi necessari a pagare le pensioni, gli ospedali, le scuole, le strade e forse anche le chiese. Lo ripetono da tre anni, questo falso grido di battaglia (alla faccia di Tajani che, in odor di Mediolanum, difende a spada tratta “il libero mercato”). E magari li tassassero davvero quegli utili, visto che finora il massimo che sono riusciti a tirare fuori dalla cassaforte delle banche è un acconto delle imposte comunque dovute, mentre non hanno neanche provato a cavare un euro dall’immensa rendita lucrata in concessione dai colossi dell’idroelettrico.
Non c’è poi da stupirsi, per una legge di bilancio così mediocre e rinunciataria. Meloni sconta oggi un tragico errore di calcolo commesso un anno fa. Allora la penultima manovra fu ancora più povera: 18 miliardi (diventarono 22 a fine percorso parlamentare). L’idea era quella di tenere stretti allora i cordoni della borsa, per poi riaprirli a manetta l’anno dopo, cioè adesso, per l’ultima maxi-manovra prima del voto. Una roba da venghino siori venghino: una ricca fiera di mance e prebende per tutti, anche in extra-deficit, per rivincere in carrozza le elezioni. Questo era il disegno: fallito “per colpa dell’Istat”, come ha detto la premier senza un briciolo di pudore. E invece: se abbiamo mancato l’obiettivo di un deficit inferiore al 3% — e per questo restiamo sotto procedura di infrazione Ue col divieto di fare nuova spesa in disavanzo — la colpa non è della statistica, è della politica. È il governo, nonostante la tanto conclamata stabilità, che in un’intera legislatura non ha portato a casa una sola riforma strutturale sul fisco, i salari e il lavoro, il Welfare. Non ha saputo affrancare famiglie e imprese dalla dipendenza energetica dai fossili, visto che metà dei nostri consumi elettrici li copre il gas che importiamo a prezzi salatissimi da Usa e Qatar. Non ha saputo fronteggiare il dramma dell’inverno demografico (che abbatterà la popolazione di 5 milioni di persone entro il 2050) e della fuga dei cervelli (che in dieci anni ha visto espatriare 100 mila giovani laureati). Non ha saputo aggredire i colli di bottiglia che frenano la produttività, più bassa da noi di 25 punti rispetto a Francia e Germania. Non ha saputo costruire un ecosistema in grado di spingere le aziende a crescere di dimensione, a innovare, a investire in tecnologie e intelligenza artificiale.
Sono mali atavici che ci portiamo dietro da decenni, e che neanche i governi precedenti sono stati in grado di curare (compreso l’ultimo guidato dal tecnico dei tecnici, Mario Draghi). Ma dalla sciamana alleata di Trump — che aveva promesso all’Europa “la pacchia è finita” e all’Italia “il miracolo sta per cominciare” — era legittimo aspettarsi molto più di questo accidioso galleggiamento. Da ormai quasi cinque anni, l’Underdog è riuscita a non sfruttare i 200 miliardi del Pnrr, anche quelli generosamente erogati dall’odiata Bruxelles. Si è limitata a rinnovare le misure altrui, dalle decontribuzioni Irpef ai micro-sconti sulle accise. Ha usato i 25 miliardi del fiscal drag succhiati dal ceto medio solo per coprire le spese correnti. E ha surfato sui noti vizi italici, il Pil parallelo del sommerso e dell’evasione, vellicato a colpi di condono. Ora, con questa manovrina da ultimi giorni di regime, è tardi per azzardare qualunque colpo d’ala, ammesso che le destre ne fossero capaci e non lo sono. C’è spazio solo per i micragnosi saldi di fine stagione. Con la solita, residua speranza: che i rissosi, irascibili, carissimi bracci di ferro del Campo largo riescano a non farla ricominciare.
Fino al 20 ottobre. Camion posizionati a bordo strada in Calabria e Sicilia. Si teme per la consegna dei farmaci. Il Garante cerca i colpevoli

(di Manuela Modica e Lucio Musolino – ilfattoquotidiano.it) – Camion fermi, distributori a secco e timori per le scorte di frutta e verdura. Fino al pericolo di mancata consegna dei medicinali. Questa la situazione al Sud al termine del primo di giorno di sciopero degli autotrasportatori in Calabria e Sicilia contro il caro carburante. Forti i timori che possa estendersi presto al resto d’Italia. Le proteste andranno avanti fino a martedì 20, in attesa che gli autotrasportatori incontrino il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il 27 ottobre. Convocazione arrivata a poche ore dall’inizio dello sciopero e ritenuta “troppo tardiva” dagli organizzatori della protesta che chiedono interventi immediati. Altre mobilitazioni proseguono anche in Puglia, Basilicata e Molise con i camion che si sono posizionati ai lati delle strade provocando forti rallentamenti. Proteste che hanno trovato la sponda anche degli agricoltori, soprattutto per il crollo del prezzo dell’olio. “Il governo ci chiede di scaricare i costi sulla committenza, e la committenza finale è ogni cittadino che poi si ritrova il prodotto da acquistare più caro: noi stiamo cercando di evitarlo”, sottolinea Salvatore Bella, coordinatore del Comitato trasporto siciliano.
Dopo giorni di blocchi, i prodotti alimentari cominciano a scarseggiare sugli scaffali dei supermercati. “In due anni c’è stato un rincaro del trasporto via nave di 700 euro, il prezzo è praticamente raddoppiato. Non possiamo più mettere in moto i mezzi e resteremo fermi, senza creare disagi a nessuno finquando non avremo risposte. Da un mese cerchiamo di avere un dialogo con Salvini ma ci ha ignorati”, dice Bella.
“Manifestare è lecito e degno di rispetto, bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato”, ha però avvertito ieri il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Parole che non sono piaciute agli autotrasportatori calabresi che ieri hanno messo in atto una quindicina di presidi, dall’aeroporto di Lamezia Terme alla provincia di Crotone fino al porto di Gioia Tauro. “Ormai non abbiamo più margini di guadagno. Dov’è lo Stato? Se la premier Meloni non si decide a fare qualcosa, proseguiremo a oltranza”, sottolinea Domenico Mammone della Federazione autotrasporti e logistica. “Per un viaggio verso il Nord servono 2.500 euro di gasolio, più i costi di trasferta e le spese: non riusciamo a recuperare con gli incassi. Venisse il ministro Salvini a lavorare con noi”, denuncia un altro autotrasportatore.
Lo sciopero ha incrociato la protesta dei metalmeccanici ex Ilva: anche se ieri i blocchi sono stati rimossi, nella maggior parte dei benzinai di Puglia e Basilicata i carburanti sono andati esauriti, con conseguenze simili anche in Calabria, dove si registrano lunghe code alle stazioni di servizio. Le agitazioni degli autotrasportatori potrebbero avere conseguenze a cascata anche nella filiera del farmaco, causando ritardi nelle consegne dei medicinali ai magazzini dei distributori.
Intanto si è mosso il garante per “individuare i responsabili”.