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Per una volta Salvini e Tajani sono d’accordo


Il no di Tajani e Salvini al voto anticipato: “Legislatura da finire”. Il leghista: “Alle urne nell’autunno 2027 con un turno solo”. Ma la premier frena Lollobrigida: “A maggio? No preclusioni”

Il no di Tajani e Salvini al voto anticipato: “Legislatura da finire”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – BARI – Con un bizzarro tempismo, il centrodestra festeggia il record di durata del governo litigando su quando farlo finire. Meloni, Tajani Salvini scelgono proprio la giornata della grande celebrazione sul porto di Bari per ricordare agli italiani che la longevità, in politica, non è sempre sinonimo di armonia: si può durare, anche bisticciando a ciclo continuo, persino sulla data di scadenza.

La premier ha fretta di archiviare la legislatura. I fedelissimi confidano sottovoce: «Fosse per Giorgia, si voterebbe fra tre mesi». Cioè subito dopo il varo del controverso Melonellum, sempre che i deputati di maggioranza non facciano altri scherzi col voto segreto quando il testo tornerà a Montecitorio. Votare a dicembre non si può, ovviamente, c’è una legge di bilancio da approntare, anche se Giancarlo Giorgetti sta già mandando messaggi in bottiglia, direzione Palazzo Chigi: pure stavolta è difficile immaginare una manovra davvero espansiva. Tradotto: scordiamoci misure d’impatto su larga scala buone per la campagna elettorale.

Dopo la manovra, comunque, Meloni vuole sterzare verso il voto. Nella sua cerchia le ripetono da dopo il referendum: più passa il tempo, più Vannacci rischia di crescere e la coalizione di perdere consensi. Non esclude un voto nella prima metà dell’anno prossimo il capodelegazione di FdI al governo, Francesco Lollobrigida, passeggiando tra gli stand di panzerotti e spaghetti “all’assassina” piazzati dietro al palco del comizio della leader a Bari. «Si voterà a maggio? Nessuna preclusione, si vota quando è necessario – risponde il ministro dell’Agricoltura – Prima c’è da approvare la legge elettorale, poi ne discuteremo».

Problema: gli alleati la pensano all’opposto. Scrutano gli stessi sondaggi di Meloni con apprensione, vedono che Futuro nazionale ha già sorpassato sia la Lega che FI. Però anziché fretta, predicano calma. Vorrebbero più tempo, per attrezzarsi e tentare un recupero, che alla premier sembra improbabile. Dunque per una volta Salvini e Tajani si ritrovano a giocare di sponda contro le volontà della leader, anziché a scornarsi tra loro come accade di solito, dalle tasse sulle banche alle bizze della politica estera.

Il primo a esporsi è Salvini, in mattinata, a margine di un punto stampa a Milano. «Stiamo festeggiando il governo più longevo della storia della Repubblica, perché interrompere prima l’enorme lavoro che tutti stiamo facendo? C’è una scadenza ed è nell’autunno 2027». Poi torna sul ballottaggio, per esprimere la sua contrarietà: «Giusto andare al voto con un solo turno». Anzi, lui il secondo turno lo abolirebbe anche per le Comunali: «One shot, chi vince governa». Poi insiste: «Ho tante cose da fare, tanti cantieri da portare avanti e vorrei arrivare fino all’ultimo giorno». A partire ovviamente dal famigerato Ponte sullo Stretto, sogno del ministro dei Trasporti impallinato da inchieste e controlli della magistratura. Salvini spera ancora di posare la prima pietra entro il voto. Ma considerata la ridda infinita di rimandi, non è detto. Pure Tajani si allinea, a domande dei cronisti a Cernobbio, anche se con meno enfasi del capo lumbard: «La data? Per me è la fine della legislatura, si vedrà. Non ho problemi a votare un mese prima, due mesi prima, ma forse la data giusta è quella di fine legislatura».

Il ministro degli Esteri conferma anche quanto anticipato da Repubblica nei giorni scorsi: la premier sta pensando di accorpare elezioni nazionali e comunali nelle grandi città, visto che l’anno prossimo si voterà a Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. «Ci saranno problemi forse con l’election day per ragioni economiche – ammette Tajani – Ma non c’è stata ancora una decisione». E prenderla, se queste sono le premesse, non sarà una passeggiata.


Il coraggio di essere contro la guerra


(di Marcello Veneziani) – È giunto il momento di dire chiaro e forte No alla guerra. Dirlo da pacifisti è facile quanto irrilevante e forse retorico; è una petizione morale e ideologica, una professione di buone intenzioni e nobili propositi, o semplicemente un modo per tirarsi fuori dalla realtà della vita, salvaguardando il proprio profilo di anime belle e cuori umanitari. Non è nemmeno l’appello alla pace, che nobilmente e vanamente rivolgono i papi, sempre accorati e sempre inascoltati, perché tacciano le armi. Ma il no alla guerra nasce da un realistico ripudio della guerra come male, come danno terribile, incapace di risolvere le situazioni: la guerra fa male a tutti, vincitori e vinti, popoli e stati. In tempi e modi diversi, ma l’effetto è inesorabile e totale. Oggi più di ieri, meno di domani.

I no alla guerra sono generali ma anche specifici. No alla guerra che l’Europa sta preparando col suo scellerato interventismo anti-russo, immaginando che la Russia abbia invaso l’Ucraina per attaccare poi l’Europa. Lo abbiamo stabilito noi che l’Ucraina sia Europa come non lo è mai stata (o se lo è stata, lo è stata come la Russia). Fino a considerare l’Unione Europea quasi un appendice dell’Ucraina, e Zelenskij il capo morale (!) di un’Europa che fronteggia la Russia e dichiara di fatto la sua ostilità a tutto l’immenso Oriente, dalla Cina all’India, alla Turchia e al sud est asiatico. No anche alla guerra scellerata che Trump ha dichiarato all’Iran, unilaterale e “pretestuosa”, caldeggiata da Netanyahu, e che sta perdendo con gravi danni economici per tutti: non a caso Trump dichiara ogni giorno di averla vinta, se fosse vero basterebbe la realtà dei fatti. No alla guerra che Israele ha avviato con i paesi limitrofi del Medio Oriente, preparando il terreno ad altri odii, azioni terroristiche, attacchi. Un’ostilità armata che serve a tenere in piedi Netanyahu al potere, scatenando nel mondo odio verso Israele e di riflesso verso tutto l’Occidente.

In tutti i casi si tratta di vere e proprie guerre preventive: per prevenire che la Russia attacchi l’Europa ci armiamo contro di lei e armiamo l’Ucraina e partecipiamo al conflitto. O per prevenire che l’Iran sganci la bomba atomica o faccia una guerra che non ha intenzione di fare contro Israele e l’Occidente. O per prevenire che i paesi limitrofi cancellino Israele. C’è chi sogna anche una bella guerra in forma di crociata contro l’Islam ma non c’è nessuno stato islamico che vuole attaccarci o dichiarare guerra all’Occidente; ci sono i flussi migratori, al cui interno crescono o si insinuano sacche di odio verso l’Occidente che possono sfociare nel terrorismo. Ma non si combatte il conflitto molecolare del terrorismo con la guerra ai popoli, agli stati e alle religioni; lo si combatte affrontandolo sul suo terreno.

La guerra preventiva non risolve le situazioni, non previene nulla, semmai suscita o alimenta intenzioni bellicose e genera danni superiori ai presunti vantaggi: danni immediati – perdite vistose, rovine fumanti – e danni a lunga scadenza che risalgono poi nel tempo. Ma coloro che fanno guerra sono tutti concentrati sul medio periodo quando i paesi vincitori traggono qualche profitto e qualche esercizio di potenza in più, ma dopo aver pagato un caro prezzo e dopo aver gettato le basi per altre guerre, altri disordini, altre tensioni nel lungo periodo.

Un grande eroe  e scrittore di guerra come Ernst Jünger, che ebbe le più alte onorificenze militari e descrisse con entusiasmo le tempeste d’acciaio della guerra, si ritirò poi disgustato dalle guerre di materiali, dalla prevalenza degli apparati, dei dispositivi, oggi diremmo della tecnica, dei droni e dell’Ai, sul valore umano. E descrisse lo squallore della guerra, per poi scrivere un saggio sorprendente su La Pace come prospettiva per l’avvenire. Jünger riteneva la pace l’obiettivo di un’Europa federata, protesa verso la rinascita spirituale e intesa come risposta al nichilismo; riteneva che la pace richiedesse un coraggio perfino superiore alla guerra. Era tutt’altro che un pacifista, veniva da una tradizione militare prussiana, condivideva il realismo eroico della cultura tradizionale, ma capì che la guerra ormai era una spaventosa catastrofe in cui la volontà di potenza si mette al servizio della Macchina. Ogni guerra diventa così guerra contro l’umano e l’umanità.

All’Europa toccherebbe una missione importante: scegliere la via della neutralità e in questo modo uscire dai conflitti, presentarsi come luogo di mediazione e baricentro di equilibrio mondiale, cercando di incoraggiare altri paesi a fare altrettanto. Abbiamo l’esperienza storica, la cultura, gli argomenti e i valori, oltre che la capacità di calcolare vantaggi e svantaggi per poterci presentare al mondo come neutralisti. È assurdo che stiamo lasciando questo ruolo di mediazione a Erdogan o addirittura a XIJinPing. I rischi che si corrono dichiarandosi neutrali non sono superiori a quelli che si corrono se si procede verso il riarmo, acuendo il clima di tensione internazionale; ma i vantaggi sono evidenti su troppi piani. Se riuscissimo a convertire gli investimenti sugli arsenali militari in investimenti per guidare la tecnologia e lo sviluppo sociale avremmo solo da guadagnare. Ma per far questo servono statisti, che hanno grande realismo e vedono lontano, non piccoli funzionari dell’apparato o piccoli piazzisti in cerca di voto e di galleggiare al potere (uso il maschile ma molti leader europei sono donne).

Per cominciare se l’Europa avesse un minimo di lucidità e di coraggio dovrebbe fermare questa escalation di ostilità con la Russia, che ha le sue gravi responsabilità ma non ha mai mostrato, né avrebbe alcun interesse, ad allargare il conflitto all’Europa. L’idea di un’Europa in conflitto con la Russia magari piace alle amministrazioni Usa, come era chiaro già ai tempi di Biden; ma nuoce all’Europa e ai singoli stati europei, a cominciare dalla Germania. L’Europa dovrebbe poi con maggiore fermezza deplorare gli scellerati conflitti del Medio Oriente e compattamente separare il proprio destino da quello dell’America trumpiana e dalla sua strategia tronfia e aggressiva, fondata su minacce e punizioni, come se il mondo fosse alle sue dipendenze.

Non possiamo farci intimidire da chi, davanti a questa sacrosanta battaglia per la neutralità ci accusa di essere al servizio della Russia, dell’Iran o addirittura di essere antisemita. Sappiamo che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello essere al servizio di qualcuno, tantomeno di qualche autocrazia o di qualche fanatismo. Mai come in questo caso lo facciamo da italiani, da mediterranei, da europei che hanno a cuore il destino dell’umanità. 

L’Europa non può essere l’appendice degli Usa e di Israele ma deve essere l’interlocutore di tutti i giganti mondiali e di tutte le potenze regionali significative, e con loro trattare, senza minacce e proclami di guerra. Finora l’abbiamo scampata: ma se davvero il mondo dovesse prendere sul serio questo ridicolo, improbabile bellicismo europeo sarebbero dolori, ma seri. Abbia l’Europa il coraggio di dire No alla guerra e di dare subito l’esempio, sfilandosi dai conflitti in corso e scegliendo il ruolo di potenza neutrale, garante di pace e di equilibrio tra est e ovest, sud e nord del pianeta. Prima che sia troppo tardi. 


Tutte le balle di Giorgia Meloni nel suo discorso sul governo più longevo di sempre


(Francesco Cancellato) – Sarà anche il più longevo della storia della Repubblica, il governo di Giorgia Meloni, ma di certo non ha battuto nessun record di coerenza, sincerità e modestia, perlomeno nel discorso autocelebrativo che la premier ha recitato a Bari.

Andiamo con ordine, però.

“La sinistra inventa ogni giorno una nuova emergenza”, esordisce Meloni. E mentre lo dice, ci chiediamo chi abbia inventato l’emergenza rave, l’emergenza maranza, l’emergenza anarchici, l’emergenza centri sociali, l’emergenza ambientalisti, l’emergenza migranti-in-arrivo-dalla-Spagna e tutti i relativi nuovi reati che sono stati inventati per contrastarle.

Alla sinistra, Meloni attribuisce anche di “non finirla” con “tutto questo complottismo”, e anche qui forse varrebbe la pena di ricordare a Meloni chi è che vedeva complotti ovunque, da quelli della “finanza internazionale” a quelli dell’immarcescibile George Soros, fino a quelli dell’ideologia gender e dell’ideologia green .

E mentre dice alla sinistra, sempre, che “battere Meloni non è un programma elettorale”, verrebbe da dire alla premier che anche inventarsi una legge elettorale per non essere battuta non tocca esattamente i vertici della politica.

E se rischia di essere battuta, Meloni, è anche per colpa di un tizio, Roberto Vannacci, che va in giro con il ciondolo di Ordine Nuovo, che chiama “badogliani” i traditori, e che sta mietendo voti a colpi di “me ne frego” e altre fascisterie varie. Forse, fossimo in lei, eviteremmo di definire l’antifascismo come un “arma di distrazione di massa”.

E se rischia di perdere, Meloni, è anche perché forse le cose non vanno così bene come dice la premier. Sul fronte economico, soprattutto, dove la crescita è zero e il debito è alle stelle. Su questo Meloni tace, dal palco di Bari. E il silenzio, in questo caso, è più bugiardo di mille parole. Tanto più ieri, in Puglia, dove sono arrivate le prime 2500 lettere di licenziamento ai lavoratori dell’indotto dell’Ilva.

(…)

Una cosa vera, però, la dice, Giorgia Meloni, quando parla di migranti e dice che le proposte di Fratelli d’Italia erano “fuori dalla civiltà giuridica europea” mentre oggi “ sono la civiltà giuridica europea”.

È vero, per l’appunto, che Meloni è riuscita, con la complicità dei popolari europei e delle destre più estreme a far diventare legge ciò che fino a qualche anno fa era ritenuto un abominio umanitario: l’idea, cioè, che l’Europa non sia più solidale al suo interno nella gestione dei richiedenti asilo, cosa che va contro gli interessi dell’Italia, peraltro. E che li possa parcheggiare in campi di prigionia in Paesi terzi, in attesa di decidere se accoglierli o rimpatriarli.

Tutto vero, sì. Peccato sia l’unica cosa per cui non c’è niente di cui essere fieri.


Il terrorismo ucraino e l’idiozia europea


(Tommaso Merlo) – Zelensky minaccia di colpire aerei civili sui cieli russi. Manco Al Qaida, siamo al terrorismo di stato con tanto di annuncio ufficiale. Terrorismo perpetrato coi soldi di quegli idioti degli europei e senza che i benpensanti del mainstream battano ciglio. Kiev è tenuta artificialmente in vita dalla Nato che sponsorizza un dittatore di fatto come Zelensky che ormai è costretto a vivere in un bunker mentre fuori il suo paese sta scomparendo dalle mappe. Tutta colpa dell’ennesimo boomerang. L’esercito ucraino in prima linea è allo sbando e allora la banda Zelensky ha partorito una campagna terrodronistica contro i civili con l’aiuto dei russofobi di sua maestà, dei crucchi e di altri vichinghi eunuchi. Hanno colpito bagnanti, pullman e studentati ma anche raffinerie e centri logistici con l’unico risultato di aizzare la rabbia del popolo russo che è arrivata fino alla duma e ha convinto Putin ha gettare i guanti e a far fare all’Ucraina la fine della Cecenia. Distruzione totale. Sul cielo ucraino ormami vola di tutto e senza sosta. Una situazione degenerata al punto che sembra difficile Putin si fermi agli oblast del sud. Presa Odessa potrebbe essere il turno di Kiev ma non per controllarla ma per denazificarla come dicono loro. Del resto se lasciassero al potere la banda Zelensky che si è data apertamente al terrorismo, non ci sarebbe pace per la Nova Russia come la chiamano loro. Hanno bisogno a Kiev di persone perlomeno ragionevoli e non russofobe con cui possano negoziare un serio trattato di pace che faccia di quello che rimane dell’Ucraina un paese neutrale e fuori dalla Nato e al massimo parte dell’Unione Europea in modo che quegli idioti paghino i danni. E secondo gli analisti non al soldo della Nato, non manca molto. Quanto al dopo, nonostante il circo mainstream continui penosamente a sventolare false bandiere per buttare benzina sul fuoco, l’intenzione di Putin non è e non è mai stata uno scontro con l’Europa, anzi. Aveva solo chiesto che la Nato stesse fuori dall’Ucraina, una richiesta lecita e ragionevole data la giurassica geopolitica su cui ancora si regge il mondo. Una situazione con diverse e agevoli soluzioni diplomatiche. Ma la bulimica lobby della guerra a matrice americana non voleva rinunciare all’ennesimo business miliardario, i russofobi volevano sfogare le loro paturnie da guerra fredda e i seguaci di Bandera i loro pruriti ultra nazionalisti mentre qualche idiota europeo ha voluto pagare il tutto in contanti, in armi, in bollette alle stelle, in rifugiati e un domani in ferro e cemento sempre che la situazione non degeneri e venga il tempo di mandare figli e nipoti dei poveri cristi in qualche trincea. Contrariamente a quanto blatera il circo mainstream, è l’Europa che ha rigettano la diplomazia e continua a provocare e superare linee rosse confermando come il vero obiettivo della guerra fosse il Cremlino. E dopo aver buttato via miliardi oggi non accetta le conseguenze di un piano bellico iniziato trent’anni fa e finito malissimo. Le notizie dal fronte sono drammatiche e nei palazzi europei tira una brutta aria. Putin da parte sua si è già detto disponibile a ricominciare a vendere agli idioti del vecchio continente gas e petrolio finita la guerra. Del resto gli statisti non sono isterici e non la mettono mai sul personale ed a Bruxelles ce ne sono davvero pochi. E se in Europa i popoli odiano i politicanti che si ritrovano, i sondaggi per l’imminente rinnovo della duma fanno dormire Putin sereno. Come del resto il sorprendente spettacolo dell’esercito americano allo sbando nel Golfo con quegli idioti degli europei rimasti senza sceriffo a stelle e strisce oltre che senza unità politica e leadership e senza euro a furia di sponsorizzare la banda di Kiev. Ma anche se alla fine dovesse prevalere la bulimica lobby della guerra, Mosca si è militarmente preparata e di testate nucleari ne ha da vendere mentre i legami economici e militari nell’Est vanno a gonfie vele. Sta nascendo un nuovo mondo che vede la Russia e anche l’Iran assoluti protagonisti alla faccia dell’impero occidentale che li perseguita per annientarli da decenni. Già, alla fine Putin ha solo chiesto che la Nato stesse fuori dall’Ucraina, una richiesta lecita e ragionevole e bastava negoziare una soluzione diplomatica evitando milioni di morti e di profughi, lo spreco di centinaia di miliardi in pieno declino, un vasto paese in macerie e la fine di rapporti commerciali ed equilibri geopolitici di cui beneficiavano tutti. Quella in Ucraina è la guerra più evitabile e autolesionista della storia, un vero e proprio delirio suicida. Ma che oggi Zelensky si dia al terrorismo di stato è solo un segno di disperazione, oramai secondo gli analisti non al soldo della Nato non dovrebbe mancare molto.


Autocelebrazione di Meloni a Bari, vetrina di una lunga campagna elettorale


Governo più longevo?… A che pro?

(Dott. Paolo Caruso) – Non equivale automaticamente al migliore governo. Il “ventennio fascista” fu più lungo. Il tempo prolungato dice più responsabilità. Di quelle la Meloni avrebbe dovuto farsi carico. Ha avuto più tempo. Per fare che? Per la sua amicizia (da lei millantata unilateralmente) con Trump essendo stata l’unica dell’Europa a presenziare alla corte del Tycoon al suo insediamento. Come Tajani, ministro degli esteri, fu l’unico europeo presente a inaugurare il “Borgo della Pace” con lo scopo di sostituire l’ONU, sotto il protettorato “sine die” di Trump. Nel suo ampolloso discorso, gridato in registro fortemente nasale, a Bari, la Meloni dimenticò di dire che le leggi approvate, compresa quella per modificare la Costituzione sulla giustizia e che le fu bocciata dal Referendum, era stata approvata in Parlamento a furia di maggioranza, senza che venisse accolta alcuna proposta o correttivo delle Opposizioni. La sua elezione, la Meloni la ritiene da Dio, perché “investitura del popolo sovrano”. A questa ducetta va ricordato che anche le opposizioni possono vantare altrettanto ruolo. Le sue promesse elettorali, registrate mentre faceva benzina, sull’abolizione delle accise, come sono finite? Prevale la “ragion di Stato”, come prevalsero le motivazioni per riportare in Libia il criminale Almasri, ricercato dalla polizia di mezza Europa. Il governo italiano lo ricondusse, con volo di Stato, trionfalmente nella sua Terra. Gli investimenti in armi da acquistare da Trump, per l’obbligo imposto dal padrone americano, come anche i dazi onerosi e supinamente indiscussi dall’Europa e subiti anche dall’ Italia nonostante la pseudo amicizia con Trump. Che ne ottenne la Meloni? Il pubblico disprezzo da ripudio. Come va l’economia in Italia? A due velocità, sempre più distanti tra loro: quella dei ricchi e delle banche che ringraziano la Meloni per i profitti insperati, e mai tassati. Se non fosse per la UE e il Pnrr, saremmo uno Stato fallimentare. E l’altra del poveri che aspettano il turno negli ospedali alla “Godot”, le scuole in attesa di manutenzione e ridotte ad un forno con aule affollate e prive di condizionatori in questo inizio autunno cocente. La Legge elettorale che con affanno il Parlamento è costretto a votare senza contraddittorio, vuole essere l’alternativa alla legge del “Premierato” che alla Meloni preme e teme tuttavia che come impopolare le venga bocciata, perché deturpa la Costituzione. Il “caso Ranucci” fu risolto in tutta fretta, con l’ allontanamento del giornalista e la dimostrazione di forza presa dai partiti di governo sulla amministrazione del servizio pubblico televisivo. Poteva essere una voce pericolosa per le prossime elezioni. Intanto Vannacci, regalo indiscusso della Lega, professa ostinato, il cambiamento di tutto, con la sua rivoluzione politico culturale somigliante a un “colpo di Stato”. L’esercito con lui avanza. “E lo stato di diritto?” ci chiediamo. “Per governare, meglio – è la risposta – quello della forza”. Trump e gli autocrati del momento orientano. Le estreme Destre che si vanno sempre più affermando (e domani in Sassonia il rischio di un loro avanzamento e controllo è più che elevato), si fanno più aggressive. Cosa chiedeva la plebe romana agli imperatori per lasciarsi governare? “Panem et circenses”. “Pane e divertimento” erano lo specchietto per le allodole, a sottomettere le masse. Questo e altro, con la foga da solita “pasionaria” e timbro di voce leggermente nasale, ha gridato la Caciottara della Garbatella, ieri dal palco di Bari, ad una folla di fans, chiamati ad applaudire consensi più che a riflettere…


Il sindacato autonomo CONAPO Vigili del Fuoco attacca i vertici del Comando di Benevento dopo il rogo nella Valle Caudina


“Airola, la salute dei Vigili del Fuoco è una roulette russa”

La dura denuncia del sindacato: personale a rischio contaminazione tra i veleni dei rifiuti. Disposizioni scritte dal Comando, mai applicate sul campo.

Benevento, 5 settembre 2026 – A sei giorni dall’incendio divampato il 31 agosto nell’impianto di stoccaggio rifiuti di Airola ancora attivo, il CONAPO – sindacato autonomo dei Vigili del Fuoco – denuncia pubblicamente le gravi carenze nella tutela della salute del personale impegnato senza sosta nelle operazioni di spegnimento.

Chi lavora su quel sito respira i prodotti della combustione di tonnellate di plastica e altri rifiuti di composizione sconosciuta. L’ARPA Campania ha rilevato, nel primo ciclo di campionamento, valori di diossine superiori al riferimento scientifico, e ha documentato il 3 settembre un episodio acuto di inquinamento proprio nei pressi del rogo. Ma su un punto il sindacato chiede chiarezza assoluta: quei dati misurano l’aria che respira la popolazione, non quella che respirano i soccorritori.

“I nostri operatori non stanno a distanza. Stanno dentro la sorgente, immersi nei fumi, per turni che superano le dodici ore, in alcuni casi per più giorni consecutivi”, tuona Livio Cavuoto, Segretario Provinciale del CONAPO di Benevento. “E nessuno ha mai misurato quanto hanno realmente respirato. Non una verifica individuale, mai. Si gioca alla roulette russa con la salute di uomini che stanno solo facendo il loro dovere.”

Il Comando ha emanato due disposizioni di servizio, il 1° e il 4 settembre, che avrebbero dovuto istituire un percorso di decontaminazione. Sulla carta. Nella realtà, denuncia il CONAPO, quelle procedure non vengono applicate.

Il quadro descritto è pesante: nessuna decontaminazione effettuata all’uscita dalla zona rossa e nessun addetto incaricato di farla; mezzi che viaggiano avanti e indietro tra il rogo e le caserme senza mai essere sanificati; maschere e autorespiratori usati trasportati in auto qualsiasi, senza nemmeno essere imbustati; il mezzo destinato al riposo del personale parcheggiato dentro l’area contaminata; nessun presidio sanitario sul posto; operatori rimasti per ore senza poter neppure allontanarsi per le necessità fisiologiche.

“Abbiamo letto disposizioni che parlano di percorso sporco/pulito e di decontaminazione. Bellissime, sulla carta”, incalza Alfonso Cecere, Vice Segretario Provinciale. “Peccato che sul campo non ne venga applicata nemmeno una. Sono documenti di facciata, scritti per mettersi a posto la coscienza. Ma un foglio protocollato non ha mai protetto nessuno dalle diossine.”

C’è di più. I filtri specifici per gas e vapori sono stati forniti con il contagocce, nonostante le richieste insistenti: al personale è stato suggerito di usare al loro posto normali mascherine antipolvere, che contro i gas tossici non offrono alcuna protezione. Inoltre, l’attivazione del Nucleo NBCR, la squadra addestrata al rischio biologico, chimico e radiologico, prevista dalle procedure per interventi di questo tipo, è stata negata dal Comando: è arrivata solo ieri, grazie alla disponibilità e al tempestivo intervento del Direttore Regionale dei Vigili del Fuoco della Campania.

“Quando il nucleo specialistico arriva soltanto dopo giorni, e ci arriva perché a muoversi è stata la Direzione Regionale, il giudizio è uno solo: le scelte gestionali adottate a livello provinciale si sono rivelate inadeguate”, afferma Cavuoto. “Non lo diciamo per polemica. Lo diciamo perché quei giorni di ritardo li hanno pagati i nostri colleghi con i loro polmoni.”

Resta poi un interrogativo che nessuno ha voluto affrontare: la probabile presenza di ingenti quantitativi di amianto sul sito, mai verificata, mai cercata nei monitoraggi, mai gestita con le procedure che la legge impone.

“Il decreto legislativo 81/2008 non chiede al datore di lavoro di scrivere disposizioni. Gli chiede di applicarle”, sottolinea Cecere. “Un documento rimasto sulla carta non protegge nessuno. E soprattutto non solleva da alcuna responsabilità.”

Il sindacato tiene a chiarire un punto. “Nessuno di noi si sta sottraendo al proprio dovere”, precisa Cavuoto. “I Vigili del Fuoco di Benevento sono lì da giorni, e ci resteranno finché servirà. Ma garantire il soccorso non può significare sacrificare chi il soccorso lo presta. La sicurezza degli operatori non è un ostacolo all’intervento: è la condizione perché quell’intervento possa continuare.”

Il CONAPO ha formalmente diffidato il Comandante Provinciale, in qualità di datore di lavoro, chiedendo l’attivazione immediata delle decontaminazioni, la fornitura dei dispositivi adeguati, visite mediche straordinarie per tutto il personale intervenuto e la verifica della presenza di amianto. In caso di mancato riscontro, il sindacato annuncia il ricorso agli organi di vigilanza sulla sicurezza del lavoro e alle autorità giudiziarie.

“Chi entra in quel fumo per proteggere una comunità intera ha diritto a tornare a casa integro”, chiudono Cavuoto e Cecere. “La salute dei lavoratori non è negoziabile. E noi non la lasceremo negoziare a nessuno.”


La Patriarca


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Solo una donna può fermare quell’uomo e non è Meloni e nemmeno Schlein, ma Camelia Mihailescu, sua moglie. Il video in cui, mascherata da contadina della steppa, la signora Vannacci si scola un bicchierino di vodka alla salute dell’«amico Vladimir» ci rivela un paio di cose fondamentali. 

La prima è che, nell’era dei social, la comunicazione politica ha perso ogni residuo accento di gravitas e non procede più neanche per slogan ma per scenette (sembrano tornati i tempi di Carosello: oggi Gino Bramieri sarebbe candidato premier). La seconda è che si è finalmente capito chi detta la linea da quelle parti. Non sappiamo infatti se dietro ai libri al contrario e ai video in toga e colbacco del Generale ci siano davvero i mestatori russi, ma di sicuro c’è un’avvocata rumena. La tostissima Camelia, al cui confronto il marito è solo una copia di mille riassunti (scritti, tra l’altro, in buona parte da lei).

A volte viene quasi il sospetto che Vannacci vagheggi il ritorno del patriarcato mediterraneo per sottrarsi al giogo di un matriarcato del Mar Nero. Ma l’uomo è intelligente e gli starà benissimo così. Il problema, semmai, riguarda i nostalgici che lo osannano: con due lauree, una carriera brillante, un carattere spigliato e persino una vena sarcastica, Camelia si direbbe il tipo di donna che piace più agli elettori degli altri partiti che a quelli di suo marito. E comunque, se a casa Vannacci si fanno le primarie, io voto per lei.


La trumpata di Giorgia: se l’energia costa troppo, “estrarremo petrolio dai mari e dalla Lucania”


“Mica ci serve il Qatar”

La trumpata di Giorgia:  se l’energia costa troppo, “estrarremo petrolio  dai mari e dalla Lucania”

(di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it) – L’ora abbondante di comizio di Giorgia Meloni alla festa organizzata per lei da Fratelli d’Italia (sì, facevano finta fosse per la durata del governo, ma era per lei) è stata un lungo elenco di successi, in larga parte presunti, conditi da un attacchino a Vannacci (sul femminicidio) e molti alle opposizioni, senza dimenticare la solita puntatina sull’antifascismo (“sono ottant’anni che lo usano come arma di distrazione di massa”). Un elenco stantio in cui il Paese del Bengodi e l’Italia reale si sono sfiorati appena: basti dire che sulle liste d’attesa della sanità, oltre a incolpare i governi passati come per tutto il resto, la premier ha magnificato il monitoraggio avviato dal suo governo da cui è emerso che “su 10 prestazioni 8 sono erogate nei tempi previsti e due no, che sono comunque troppe ma almeno sappiamo dove intervenire”.

Un discorso lunare, in cui sono gli imbarazzi della stand-up premier la parte più rilevante. È il caso di quando Meloni, non esattamente di buon umore nonostante le urla della folla adorante, affronta la vicenda Ilva, che l’ha accolta in Puglia con la notizia delle oltre 2.500 lettere di licenziamento arrivate ai lavoratori dell’indotto: dopo quattro anni di governo se la cava col pensierino secondo cui “il nostro obiettivo è tutelare la salute pubblica, ma anche preservare un patrimonio industriale importante per la Puglia e la nazione”. Non si sono meritati una citazione invece, forse per estraneità territoriale, gli operai della Electrolux, in sciopero da ieri dopo che l’azienda ha confermato la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi e 1.450 esuberi in Italia, a cui aggiungere il mancato rinnovo di 135 lavoratori a termine (e verrebbe da dire che è anche così che si combatte il precariato, del cui calo molto s’è vantata la premier).

La parola “inflazione”, stranamente, non s’è sentita. Anche “bollette” è rimasta nella penna del ghost writer di Meloni. C’è stata invece una rapida citazione del prezzo dei carburanti, lunare non meno del passaggio sulle liste d’attesa: la premier ha avvertito che ha fatto quel che ha potuto (poco) con gli sconti sulle accise, rinnovati per il diesel fino a giovedì prossimo, ma che ora si passa ad aiuti “mirati”, perché “non possiamo permetterci di spendere soldi per darli a chi non ne ha bisogno o a chi viene a fare benzina dalla Francia”. Pratica bizzarra dei nostri cugini transalpini, visto che i prezzi da loro sono più o meno uguali ai nostri, ma se la premier l’ha detto avrà i suoi motivi…

Il tema energia è quello in cui più s’è visto l’imbarazzo di Meloni e forse per questo l’unico per il quale la premier s’è lasciata andare al sussulto della proposta, per quanto la sua sparata di ieri ricordi troppo il trumpiano “drill, baby, drill”, trivella, baby, trivella. Dopo essersi vantata – ma a questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti che non teme il vecchio detto “chi si loda s’imbroda” – di “aver rotto il tabù del nucleare in Italia”, tecnologia che ci garantirà un futuro di pace, amore e prezzi bassi, ha in sostanza promesso agli italiani che strapagano il pieno dell’auto e vedono le bollette del gas e della luce salire alle stelle che “estrarremo più petrolio dai nostri mari”: “Non c’è bisogno di andarlo a prendere in Qatar – ha scandito con la classica vena sul collo – quando lo abbiamo in Basilicata”. Ora, per dare l’idea di cosa stiamo parlando, basti dire che l’Italia ha riserve di petrolio certificate per neanche 580 milioni di barili e ne consuma 1,25 al giorno: una quindicina di mesi e tocca ritornare dal Qatar, ammesso e non concesso che il suo ex amico Trump abbia riaperto lo Stretto di Hormuz. Drill, baby, drill.

Un’altra parola che non s’è sentita in oltre un’ora è “riarmo” e pure le guerre sono state citate solo en passant, come elemento sullo sfondo, una delle mille difficoltà che l’underdog della Garbatella (ma dopo 1.413 giorni a Palazzo Chigi uno è ancora underdog?) ha dovuto superare per regalarci questa Italie en rose. Meloni s’è concessa giusto un passaggio rituale sulla “difesa”, sostenendo che “è falso che per difendere l’Italia dobbiamo rinunciare” a spendere in welfare o salute, forse perché le nuove armi le compreremo coi proventi del petrolio lucano: e comunque “non possiamo permetterci di lasciare la nostra nazione esposta, la sicurezza è la precondizione perché la libertà esista”. Sicurezza l’ha detto spesso e a questo proposito va notato che la premier ha promesso alla folla felice “nessuna tolleranza, neanche un briciolo, per chi organizza cellule jihadiste in Italia”. Basta col Belpaese paradiso delle cellule jihadiste: era ora!


Zelensky, la fine dell’incantesimo: l’Ucraina stanca gli volta le spalle


Corruzione, faide e guerra a oltranza: il leader che univa il Paese ora rischia l’isolamento

Zelensky, la fine dell’incantesimo: l’Ucraina stanca gli volta le spalle

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Con parole bibliche si potrebbe chiedere: la grazia si è forse allontanata da lui? Fino a ieri lo si incensava perfino per i suoi difetti, ora lo si biasima perfino per le sue virtù. Dubbio (o domanda): Zelensky, simbolo di una epopea dura e dolorosa ma unitaria, rischia di restare solo? Certo è sempre al comando, ma ora lo trattano male. Gli uomini che considerava più fidati nel Palazzo sono indagati per il vizio più sordido quando un popolo intero soffre ed è in guerra, rubare. San Paolo diceva che il ministro deve campar dell’altare. Invece a Kiev nelle stanze che contano è sbucata una casta poco fervente che ha sveltamente mutato l’apostolato in carriera e ricava prezzi dal faticoso facchinaggio dei “poilus” nelle trincee del Donbass. La tentazione è la pietra di paragone dei galantuomini, l’occasione unica e indispensabile delle vittorie morali, e materiali. E invece bassezze compiute come se fossero eroismi. Zelensky, nel scegliere, ha fallito.

Altri, fino a ieri fedelissimi ed indispensabili, ha dovuto farli diventare zavorra e inserirli in siluramenti di stampo cadorniano. Che sono sempre brutto segno quando il nemico è alle porte. I suoi uomini cadono ma il presidente resta, si assicura. Gli inquisitori affermano che lui protetto dalla immunità non è oggetto di indagine… Ma domando e non è una domanda retorica: non è una assicurazione che equivale a una pugnalata?

E poi ci sono, e forse è ancor peggio, le critiche che molti fanno diventare inquisizione. Politici alcolizzati di fantasticherie e generali che son certi di avere la formula magica per vincere sembrano voltargli le spalle. Si formano dietro il muro della legge marziale capannelli e cordate. Mediocrazia. Si discute apertamente di elezioni, in guerra! Si rifà il mondo che finora sembrava ruotare attorno a lui, si reinventa un futuro che lo riconsegnerebbe volentieri al passato. Si sentono dire: prima ci aiutava adesso ci ostacola. Altri rincarano la dose: prima era la soluzione adesso è il problema. E c’è perfino chi si spinge oltre: se perdiamo la colpa è sua. Nelle piazze sfilano dimostranti che vogliono detronizzarlo a favore di un giovanotto, Federov, che assicura di aver inventato, buon ultimo, la guerra del futuro, un carrierista stizzito per non aver mantenuto la poltrona cui pensava di avere di diritto. E questo cianciare per le strade più che di esercizio di impavida democrazia sa per lui di una discesa, di una pericolosa umiliazione. La cintura delle fortezze “imprendibili” a Est sta cedendo sotto l’urto ostinato dei russi. Zelensky vi oppone inutili raid di droni «a mille chilometri di distanza», come se fossero record sportivi.

C’è la guerra, una guerra che ha arato montagne, deserti, mari, gramignato campi di grano e bilanci, rovesciato governi, sconvolto ceti, ipotecato ricchezze. Tra poco tornerà la terra tramortita dal fango e poi dal gelo: stanchezza vecchiaia rovina di un mondo, l’appestato Novecento, ancora lui, sembra impossibile che possa resuscitare. Ma su questo coinvolgimento universale e burrascoso, in questo rimbarbarimento leviatanico, lui, Zelensky dominava finora con le sue certezze, il suo consolidato copione di “eroe del nostro tempo”. Per l’afasico Occidente era il ricordo lontano di cose che un tempo avevano valore, il debole che resiste al più forte, che erano considerate, molto tempo fa, la grandezza dell’uomo.

C’è un ma. Come ben ammoniva l’autore di Peter Pan le fate esistono fino a quando i bambini credono in loro. Per questo a teatro quando Campanellino stava per morire l’attore che incarnava Peter Pan si rivolgeva al pubblico: potrebbe guarire se voi credete nelle fate. E tutti si alzavano, battevano le mani e Campanellino era salva. Lo stesso vale per le ideologie e i politici. La debolezza di Zelensky è che un numero sempre minore di persone, dopo anni di bombe e di assenza di soluzioni che non siano guerra a oltranza, si alzi per applaudire. Che non credano più alla sua magia annaspando in concetti non più veri. Lasciandolo nelle mani, degli oltranzisti, dei fanatici del fino all’ultimo uomo.

In una recente conferenza stampa a Monaco, dopo una giornata di incontri inutili e retorici, un giornalista si accorava di vederlo con un’aria disfatta, stanca. Zelensky, con un guizzo del suo vecchio repertorio di comico che faceva ridere l’Ucraina, ha ribattuto: «E allora non guardatemi!».

Non è solo un problema di occhiaie e di barba che si incanutisce. D’accordo: è onnipresente sulla scena internazionale, presidia ogni vertice, invitato che sembra padrone, continua i tour alla ricerca di denaro e di armiMa lo slancio degli inizi in quattro anni si è inesorabilmente trasformato in equilibrismo fatto di tensioni e delusioni. Il suo sistema, più incerto e debole, resta solido solo perché lo impone la guerra.

Il pericolo per Zelensky è che gli restino accanto solo le lagnoserie e i sorrisoni inutili degli europei. In questi quattro anni potrebbe riempire un museo con le facce dei leader cancellati nei sondaggi e nelle urne da elettorati guasti e malcontenti, e avvicendati da altri ancor più imbambolati e impotenti con i loro pacchetti di sanzioni e di armi mirabolanti. Sarebbe letale per il presidente ucraino diventare lo strumento di un militarismo bancario e affarista che spinge l’Europa al bellicismo non per una necessità tragica ma come scusa farisaica per sanguinosi e pericolosi affari.


Francesca Albanese: “Ciò che si perde a Gaza lo perdiamo tutti noi”


Tortura: il report Violenze per oltre 18 mila palestinesi arrestati dall’Idf dall’ottobre 2023 Ma non solo: così dentro e fuori dal carcere continua il genocidio

“Ciò che si perde a Gaza lo perdiamo tutti noi”

(di Francesca Albanese – ilfattoquotidiano.it) – Pubblichiamo come anticipazione di “Tortura e Genocidio”, il nuovo libro della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, un estratto del discorso di presentazione del rapporto al Consiglio Diritti Umani.

Eccellenze,

(…) presento le conclusioni del mio ottavo rapporto, il quinto che documenta il genocidio in corso contro il popolo palestinese. Le sue conclusioni mettono in luce uno degli elementi distintivi di questo genocidio: il ricorso diffuso e sistematico alla tortura da parte di Israele, insieme alla deliberata creazione di un ambiente di tortura ai danni di uomini, donne e bambini palestinesi.

Pur condannando inequivocabilmente la tortura commessa da tutti gli attori, compresi i membri dei gruppi armati palestinesi che agirono il 7 ottobre 2023 e successivamente, questo rapporto si concentra sull’uso della tortura nel contesto del genocidio in corso, e dunque sulle azioni di Israele in quanto potenza occupante, come richiesto dal mio mandato.

Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi nel territorio palestinese occupato. Tra questi, bambini, persone con disabilità, medici, giornalisti e operatori umanitari. Quasi cento sono morti durante la detenzione, mentre 4.000 restano vittime di sparizione forzata e migliaia sono detenuti senza essere formalmente sotto accusa. Sono trattenuti in condizioni disumane: picchiati, incatenati, abusati sessualmente, stuprati, privati di cure mediche, affamati. Una violenza così abominevole rimane impunita perché agli israeliani è stata di fatto concessa una licenza di torturare i palestinesi. In altre parole, questa realtà è stata resa possibile perché la maggior parte dei vostri Stati, dei vostri ministri, dei vostri governi, l’ha permessa per così tanto tempo.

Anziché riassumere il rapporto, ho deciso di prestare la mia voce ai sopravvissuti alla tortura, il cui coraggio, insieme a quello delle organizzazioni della società civile palestinese e israeliana che hanno documentato il loro Inferno, ha permesso alla verità di arrivare in questa sala, a rischio straordinario delle loro vite e dei loro mezzi di sussistenza.

«Il quarto giorno in prigione, un soldato israeliano ha gettato il cibo per terra, che consisteva soltanto in labneh [yogurt colato], urlando: “Mangiate da terra, puttane di Hamas, proprio come gli animali!”» (…)

«Hanno nuovamente sguinzagliato contro di noi i cani della polizia, lasciando che ci lacerassero la carne. Un cane ha attaccato un altro detenuto e ha iniziato a sbranargli i genitali. È morto dissanguato tra le mie braccia. Un medico, protetto all’interno di una gabbia, lo ha esaminato a distanza e ha detto: “Buttatelo fuori”».

«Uno dei soldati mi ha stuprato inserendomi violentemente un bastone di legno nell’ano. Dopo circa un minuto lo ha estratto e inserito nuovamente con maggiore forza mentre io urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone». (…)

Il mio rapporto dimostra inoltre che la tortura si estende ben oltre le mura delle prigioni, in quello che non può che essere descritto come un ambiente di tortura imposto da Israele sull’intero territorio palestinese occupato. La continua distruzione, protrattasi per decenni, di case, ospedali, scuole e infrastrutture – combinata con sfollamenti forzati, fame, bombardamenti, sorveglianza pervasiva, detenzione arbitraria, tortura e altre forme di maltrattamento – ha trasformato la vita in un continuum di sofferenza fisica e mentale.

(…) Il filosofo Jean Améry, sopravvissuto alla tortura durante l’Olocausto, scrisse una volta: «Chi ha subìto la tortura non può più sentirsi a casa nel mondo». (…)

Il popolo palestinese oggi – che si trovi in detenzione, sotto i bombardamenti a Gaza, terrorizzato da criminali armati in uniforme o da squadre di coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, o persino nell’esilio forzato, nella diaspora – sta subendo precisamente questa distruzione intenzionale. (…) Fin dai primi anni dello Stato di Israele, privare arbitrariamente i palestinesi della libertà, così come di tutti i loro diritti, è stato uno strumento centrale del dominio israeliano, sostenuto da leggi, istituzioni e retoriche che normalizzano gli abusi, ampliano i poteri di detenzione e disumanizzano i palestinesi. Dall’ottobre 2023, la tortura è diventata politica di Stato, sostenuta da una cultura della tortura socialmente prodotta, politicamente difesa e pubblicamente normalizzata. La proposta di pena di morte per i detenuti palestinesi, già approvata in prima lettura dalla Knesset, rappresenta un’ulteriore e pericolosa escalation. Ho pertanto raccomandato che i responsabili – compresi alti funzionari quali Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Israel Katz – siano sottoposti a indagine e che, ove ne ricorrano i presupposti, siano emessi mandati d’arresto.

(…) Il diritto internazionale è inequivocabile. La tortura è assolutamente proibita in ogni circostanza. Lo stesso vale per il genocidio in corso. Ai sensi sia della Convenzione contro la tortura sia della Convenzione sul genocidio, tutte le parti hanno l’obbligo di prevenire, fermare e punire questi crimini.

La scelta che abbiamo davanti è netta: o il divieto di genocidio e di tortura rimane una norma giuridica vincolante, oppure sarà smascherato come una promessa vuota.

Israele deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni, insieme a coloro che lo governano e a coloro che lo sostengono.

Insieme ai milioni di persone che credono ancora nell’universalità dei diritti umani, lo dico ancora una volta: (…) ciò che si perde in Palestina sarà una perdita per tutti noi.


Il centrodestra ha una sola padrona


Nel discorso di Bari, Meloni guarda all’Europa e prende le distanze, senza nominarlo, dal vannaccismo: dalla libertà delle donne all’immigrazione, la premier traccia nuove linee di demarcazione e punta sulla propria leadership. E il peso dei partner appare sempre più ridotto

Giorgia Meloni a Bari

(Flavia Perina – lastampa.it) – Due cose nuove e inaspettate nel discorso di Giorgia Meloni a Bari, che per il resto ha confermato le previsioni della vigilia (una lunga rivendicazione dei risultati ottenuti, ovviamente dal suo punto di vista).

La prima novità è l’assenza di ogni riferimento alla scena internazionale. L’Ucraina, il rapporto con Donald Trump, la crisi del Golfo, sono rimasti fuori dai radar. Il bilancio dei 1413 giorni ha cancellato completamente non solo il rapporto con Volodymyr Zelenskyj ma soprattutto le analisi del mondo Maga sul declino del Vecchio Continente, sposate con fervore fino a un anno fa. Al contrario, è all’Europa che Meloni ha fatto continuo riferimento per sottolineare la capacità che ha avuto la destra italiana di orientarne le scelte, di conquistare spazi e persino di annettersi il consenso di pezzi del mondo progressista come la danese Mette Frederiksen o l’albanese Edi Rama. E’ su questo, probabilmente, che punterà nella prossima campagna elettorale, piuttosto che riferirsi a una internazionale conservatrice che finora le ha dato solo guai.

Ma forse l’elemento più interessante è il secondo. Per la prima volta, nell’intervento della premier è apparso un obbiettivo polemico diverso dalle solite sinistre sabotatrici, woke e nemiche dell’interesse nazionale. Sono le idee di Roberto Vannacci, mai citato ma ben presente nei ragionamenti di Meloni quando ha parlato di immigrazione (“far contare la destra non significa alzare la voce ma portare tutti in Europa sulle tue posizioni”), quando ha citato gli interventi in favore degli studenti con disabilità (che il generale vorrebbe chiudere in scuole speciali) e soprattutto quando ha affrontato il tema del femminicidio citando l’orrore dell’ultimo delitto, quello di Lorena Isceri: femminicidio, dice la presidente del Consiglio, è “quando si uccide una donna perché ha osato essere libera, e questo nella civiltà europea e cristiana non è previsto”.

«La libertà delle donne non è negoziabile», scandisce Meloni, alzando i toni e cercando l’applauso (che arriva), ed è evidente che ha ben presente il rischio che il machismo vannacciano dopo aver dragato il mondo della Lega raccolga numeri anche tra le fila dei suoi. Aver scelto il tema della libertà delle donne come crinale critico significa molte cose, non ultima la rivendicazione del diritto femminile alla leadership che il vannaccismo ha apertamente contestato con la sua esaltazione del “patriarcato mediterraneo”. E forse quella frase è anche una indiretta risposta agli auguri un po’ pelosi del generale che, poco prima del comizio di Bari, nel fare i complimenti alla premier aveva ribadito l’indisponibilità a negoziare sulle “linee rosse” di Futuro Nazionale.

Per il resto, oltre l’elenco delle cose fatte, adempimento scontato e ovviamente opinabile (immigrazione, spread, lavoro femminile, famiglia, nucleare, Pnrr, carburanti, liste d’attesa, persino il bando della carne sintetica), si è vista una leader determinata a giocarsi la prossima partita scommettendo quasi esclusivamente su se stessa. Mai come ieri il record di stabilità italiano è apparso come una vittoria individuale, personale, esclusiva di Meloni. Prima dell’intervento, aveva voluto in collegamento i suoi principali alleati, Matteo Salvini e Antonio Tajani (Maurizio Lupi ha parlato in presenza) per dare un’idea di collegialità al risultato, e forse anche una prospettiva a un’alleanza in affanno. L’effetto è stato l’esatto contrario: un po’ per i problemi tecnici, molto per il tono dimesso dei discorsi, gli interventi hanno messo in rilievo la vera differenza tra il centrodestra 2026 e il vecchio centrodestra 2022, quello che vinse le elezioni per abbandono del campo dell’avversario. Quattro anni fa debuttò al potere una alleanza a tre, dove Meloni doveva contrattare ogni passaggio e fronteggiare ogni giorno il controcanto di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

Oggi la premier è padrona assoluta del campo, e se a parole rivendica alla coalizione un consenso superiore a quello dell’esordio, nei fatti sa benissimo che il dato è legato ai “suoi” numeri e non certo all’apporto dei suoi partner.


L’Eni brinda sul post-Maduro


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] La democratica italietta con l’Eni in testa e Meloni in festa, celebra in Borsa d’essersi impadronita di un bel po’ di refurtiva del Venezuela. E i giornali in coro: “All’Eni il maxi giacimento Junin 5”, che vuol dire 35 miliardi di barili di petrolio da pescare lungo la fascia dell’Orinoco. “Colpo grosso dell’Eni” strillano in coro i titolari dell’informazione: “Firmato l’accordo: un pilastro del nostro rilancio energetico”. Evviva!

Ne ha scritto Marco Palombi, ma vi ricordate come andò la faccenda in Venezuela lo scorso gennaio? Un commando Usa scese dal cielo di Caracas, e intorno alle 2 di notte prelevò il presidente Maduro e sua moglie dalla camera da letto, per trasportarli in un carcere americano, dopo avere liquidato la guardia presidenziale, una ottantina di morti in tutto, tripudio delle maniere spicce di Trump, Hollywood già pronta all’apposito film.

[…] Si disse, in quelle ore, che il dittatore Maduro, affamatore del popolo venezuelano, se l’era cercata quella fine lì. Peccato per le vittime collaterali, ma se vuoi pulire usi straccio e candeggina, mica carezze. In quanto alle regole internazionali prese a calci, e altrettanto i codici che di solito condannano i sequestri di persona, pazienza. La nostra Meloni – tutta legge & ordine – dichiarò che quell’attacco “era legittimo” e il nostro Tajani precisò che si trattava di “sicurezza nazionale americana contro il narcotraffico”. Nessuno fiatò sul petrolio, credendoci tutti con l’anello al naso.

Poi toccò direttamente a Trump rivendicare il blitz e il malloppo: “D’ora in avanti decideremo noi chi potrà lavorare in Venezuela” disse ai 14 petrolieri chiamati alla Casa Bianca – da Chevron a Shell – che fremevano sulle rispettive sedie. E aggiunse: “Ora avrete la sicurezza totale. Tratterete solo con noi, siamo pronti a fare business”. Tra gli applausi dei convocati, il nostro Claudio De Scalzi, lo sceicco dell’Eni, si spellò le mani per l’entusiasmo: “Grazie presidente per lo sforzo e l’efficienza della sua azione”. Poi corse anche lui a mettersi in fila con la scodella. Per incassare la pappa.


Ranucci ragiona sul futuro: possibile una causa a Corsini


Ranucci ragiona sul futuro: possibile una causa a Corsini

(di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – Non esclude di fare causa a Paolo Corsini, Sigfrido Ranucci, la cui battaglia legale per essere reintegrato a Report continua. E, a rigor di legge, potrebbe anche avere successo. Ma l’ex conduttore starebbe pensando anche a una causa nei confronti del direttore dell’approfondimento Rai per alcune sue parole. Per esempio, l’uso dell’espressione “non so se la bomba fosse vera o farlocca”, ma pure alcune altre sue uscite sul ruolo di Lavitola nelle inchieste di Report.

Nessuna decisione è stata ancora presa, ma un’azione legale contro Corsini non viene esclusa. Mentre continua quella per il reintegro d’urgenza per il fatto che la Rai, sempre nella figura di Corsini, non ha fornito spiegazioni chiare ed esaurienti sui motivi della rimozione, nemmeno a fronte della richiesta degli avvocati del giornalista. “Il reintegro è assolutamente possibile. Però, se ci fosse, per come si sono messe le cose per la redazione potrebbe diventare un problema…”, ragiona una fonte Rai. “Potremmo fare una conduzione a quattro, cinque o a sei”, ironizza Ranucci. Se invece l’urgenza dovesse essere rigettata, rimarrebbe la causa normale per demansionamento, che ha tempi decisamente più lunghi.

Ma c’è anche un altro aspetto. Ranucci ha 30 giorni per accettare una delle tre proposte dell’azienda (vicedirettore al Tg3 o a Rainews, oppure corrispondente al Cairo), ma, se ci fosse un rifiuto su tutto, Ranucci sarebbe passibile di licenziamento. Difficile che si arrivi a tanto, ma l’ipotesi c’è. Una soluzione provvisoria potrebbe essere accettare un incarico e mettersi in ferie, a fronte di un monte-ferie notevole.

Intanto, dopo l’accordo raggiunto (co-conduzione di Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, e Giulio Valesini e Bernardo Iovene capo-autori), nelle stanze di via Teulada è tornato un po’ di sereno, anche se qualche strascico all’interno della redazione rimane. “A un certo punto dovevamo decidere se immolarci tutti con Sigfrido o puntare a salvare Report ed è stata scelta la seconda strada…”, spiega uno di loro. E la soluzione trovata viene ritenuta un compromesso accettabile. “È stato importante riuscire a tenere compatta la squadra, sono contenta di aver rivisto il sorriso in tutti loro”, ha dichiarato Di Pasquale ieri all’Ansa. Resta però da definire come organizzare la doppia conduzione, se Piervincenzi si limiterà a condurre Report Lab o si allargherà. E qualcuno si chiede: tra conduttori e capo-autori a chi spetterà la parola finale sulle decisioni?

Un sospiro di sollievo si tira anche ai piani alti dell’azienda dove il pasticcio sembrava divenuto inestricabile. Ma una richiesta di chiarimento è giunta da tre consiglieri di amministrazione: Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro hanno chiesto la convocazione di un cda straordinario per avere spiegazioni da Giampaolo Rossi sulla “pessima” gestione dell’“affaire Report” e lumi sulle motivazioni della rimozione di Ranucci. L’azienda, però, non ha ancora risposto.


Il linguaggio del tempo


Il linguaggio del tempo

(di Michele Serra – repubblica.it) – Può essere che “ondate di calore” non sia la definizione corretta per l’afa quasi permanente di questa estate. Se la cosiddetta ondata non è l’eccezione, ma la regola, allora bisognerà parlare piuttosto di “ondate di fresco” quando si rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.

È un po’ tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte all’esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui cambia il clima. “Maltempo” per dire che piove e “bel tempo” per dire che il sole splende implacabile non sono più termini accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e minaccia la malora e la fame.

Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche dell’organizzazione – ormai decrepita – della società industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima, dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c’è la prima comunione di mia nipote) assumono una valenza fantozziana, dunque patetica e comica.

Se c’è una cosa buona e positiva, nell’angoscioso trascorrere di questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni materiali.


Piervincenzi: “Il mio Report non farà sconti a nessuno. Io di destra? Non è vero”


Dopo settimane di polemiche, parla il giornalista che affiancherà Claudia Di Pasquale nella conduzione del programma d’inchiesta di Rai3. “L’intenzione è dare maggior spazio al lavoro degli inviati. Basta personalismi, conta la squadra. Ranucci? Spero recuperi serenità e equilibrio”

Il conduttore Daniele Piervincenzi in occasione della trasmissione Rai: #ragazzicontro, in una foto diffusa il 31 ottobre 2019. ANSA/UFFIICO STAMPA RAI  ++HO - NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

(di Alessia Candito – repubblica.it) – «Rinunciare? Mai». Della coppia di nuovi conduttori di Report che il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini aveva immaginato, dopo settimane di polemiche, proteste e veleni Daniele Piervincenzi è l’unico sopravvissuto. «Sono convinto che tutta la squadra porterà a casa grandi inchieste».

Ecco, la squadra. L’ha già incontrata?

«Ho incrociato alcuni inviati storici e incontrato insieme alla co-conduttrice Claudia Di Pasquale tutto il gruppo autoriale, soprattutto Giulio Valesini e Bernardo Iovene. Mi hanno accolto e dato fiducia. Stiamo già lavorando a alcune novità».

Quali?

«Vorremmo superare la struttura piramidale del programma, coinvolgere maggiormente la redazione, anche a garanzia dell’indipendenza e dello stile di Report. L’intenzione è ridurre la parte affidata ai conduttori in studio per dare maggiore spazio alle inchieste degli inviati».

Non teme che alcuni rimangano legati a Ranucci e al suo Report?

«È un gruppo che ha attraversato una tempesta, anche per affetto è legato anche al passato, per tanti Ranucci è stato un mentore. Ma dopo che è stata trovata la quadra, tutti hanno deciso di restare. La prendo come una prova di fiducia».

Guardando al passato, c’è un’inchiesta che prenderebbe a modello e una che non vorrebbe vedere in questa stagione?

«Alcune hanno fatto la storia. Ma ci piacerebbe riallacciare i fili anche con il Report di Milena Gabanelli, tornare a parlare dei gangli del potere politico e economico, di grandi lobbies, dei modi in cui incidono sulle nostre vite. È naturale che il governo sia il primo a cui faremo le pulci, ma sconti non ne faremo a nessuno».

E quali non ci saranno?

«Ne discuteremo in redazione,fuori si è già parlato troppo di questioni interne».

Sarà un anno elettorale. Saprà reggere le pressioni?

«Più delle pressioni, mi spaventa non riuscire a restituire il lavoro che c’è dietro ogni puntata. Ma basta personalizzare: Report non è chi lo conduce, ma tutti quelli che lo costruiscono. E ci sono dei fuoriclasse».

Quando è arrivata la proposta della conduzione?

«A inizio agosto, ma solo a titolo esplorativo. Poco prima dell’annuncio, quella concreta».

Le polemiche che già c’erano su Report non l’hanno fatta esitare?

«Anzi, mi ha lusingato l’idea di poter dare il mio contributo per tutelare un programma che rischiava di essere fagocitato da questioni che nulla hanno a che fare con il lavoro d’inchiesta».

L’hanno accusata di essere un uomo della destra

«La mia storia personale e quella della mia famiglia raccontano il contrario. E non sarei stato un precario fino ad oggi se avessi avuto santi in paradiso. Ma poi, la redazione e gli autori di Report avrebbero mai potuto accettare un giornalista di destra?»

Il passato da rugbista ha aiutato?

«Ho solo giocato una stagione o due con Mauro Corsini, il fratello minore del direttore».

Uomo del centrodestra però è anche il presidente del Cnel Brunetta

«Con lui non ho mai avuto a che fare. Mi hanno proposto un progetto, secondo me valido, che raccontasse i ragazzi e la Costituzione e con Alessandro Righi lo abbiamo fatto con la nostra società, la Outcast, da cui sto ovviamente uscendo. Il compenso è stato di 20mila euro l’anno per due anni, da dividere in quattro. Forse ci abbiamo rimesso».

Quella società è nata solo per fare quel lavoro?

«In realtà, l’abbiamo usata anche per fare l’inchiesta in Congo sull’omicidio dell’ambasciatore Attanasio per Ranucci, che se ne era detto entusiasta. E non ce l’ha pagata 100mila euro, come dicono alcuni, ma 30».

Al passo indietro ha mai pensato?

«Assolutamente no. Se il percorso fosse stato meno travagliato e l’annuncio meno improvviso, mi sarebbe piaciuto fare un incontro con la redazione prima. Gli eventi ci hanno superato. Attacchi e polemiche mi hanno solo convinto a resistere».

Giulia Presutti ha ceduto

«Una giovane collega di 35 anni è stata pubblicamente demolita e umiliata in primo luogo dal suo mentore. Umanamente e professionalmente eccessivo».

A lei è stato chiesto di rinunciare?

«No, mai».

Neanche Ranucci?

«Mi ha detto: “Se rinunci sei un grande”. Poi mi ha dato pubblicamente del mediocre»

Come risponde?

«Non serve, parlerà il nuovo Report. Gli auguro di ritrovare equilibrio mentale e serenità».

Ranucci ha detto che se avesse potuto, sarebbe andato a cena anche con Riina. Lei?

«Mai. C’è una linea molto netta nel rapporto con le fonti che è sempre bene non travalicare».

Lavitola può essere una fonte?

«Certo. Ma non un amico con cui andare a cena».

Ha pensato di risentire Ranucci?

«Sì ma lui continua a dire solo che ho fatto un programma dal 2% di share. Dimentica l’altro che ha toccato anche il 9%».

Oggi a che share punta?

«Sicuramente a riconquistare quella fetta di pubblico che si è sentita smarrita in questi mesi, delusa, forse, da quello che ha letto sui giornali».

Azzardiamo un numero?

«Porta sfortuna. E già ce ne stanno augurando abbastanza».