Familiari e amici in ospedale. Nell’isola anche due medici del Policlinico Gemelli, con cui dovrebbe ritornare in Italia venerdì

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Lo riporteranno in Italia, con un volo sanitario: con partenza prima possibile, forse già giovedì. Alessandro Di Battista combatte la sua battaglia a Cuba, dove è ricoverato da venerdì sera dopo aver accusato forti mal di testa, con l’animo un po’ meno oppresso. Nell’isola è arrivata la madre dei suoi due figli, Sahra, assieme ad alcuni strettissimi amici. “Per Alessandro è già un altro clima grazie alla loro presenza” raccontano. Un enorme sollievo per l’ex deputato, che anche ieri ha risposto a molti dei tantissimi messaggi e ha dato segno di sé sui social con una storia su Instagram sull’ennesimo massacro a Gaza, in cui mostrava un uomo che portava a braccia il corpo di un bimbo coperto di sangue. Come didascalia, una frase che è l’ennesima accusa al governo israeliano: “Il genocidio continua e l’Ue non ha messo una sanzione per i peggiori assassini di bambini della storia”.
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Anche dal suo letto di ospedale non dimentica la causa della Palestina, a cui Di Battista ha dedicato moltissime iniziative ed energie. Ma all’ospedale Hermanos Ameijeiras di Cuba per lui sono state soprattutto ore di altri e approfonditi esami, a cui hanno assistito anche due specialisti del Policlinico Gemelli di Roma mandati da Giuseppe Conte: un neurochirurgo e uno specialista di rianimazione e terapia intensiva. Ieri hanno visitato Di Battista, poi hanno fatto un punto con i medici cubani. Da quanto filtra, l’orientamento è quello di riportare l’ex deputato del Movimento in Italia. Di Battista dovrebbe ripartire giovedì prossimo, per arrivare in Italia il giorno dopo. Ma servirà un volo speciale, perché la pressurizzazione potrebbe creargli gravi problemi. In termini tecnici, viaggerà su un’aeroambulanza, probabilmente facendo alcuni scali di rifornimento. Di certo alle spese del volo provvederà lui, tramite l’assicurazione privata che gli avevano pagato il Fatto e Tv Loft per cui era andato nell’isola per fare alcuni reportage, dal titolo La polvere dei poveri.
Quelli che Di Battista ha promesso di scrivere nonostante i suoi problemi di salute, per raccontare tutte le difficoltà che vive Cuba per l’embargo degli Stati Uniti: una situazione su cui si è soffermato anche con il ministro degli Esteri Antonio Tajani nel loro colloquio telefonico di domenica scorsa. Se dovessero servire altri soldi per il viaggio, il Fatto e i Cinque Stelle sono pronti a intervenire. Di certo l’ex deputato non voleva prendere e non prenderà alcun volo di Stato, che pure il governo era pronto a mettergli a disposizione, come gli avrebbe ribadito anche Giorgia Meloni nella telefonata che gli ha fatto domenica. Anche per questo nell’associazione fondata dall’ex deputato, Schierarsi, e nel Movimento hanno preso malissimo le accuse e le ironie su Di Battista, dipinto da sciacalli vari come un furbastro pronto ad avvalersi di un aereo pagato coi soldi pubblici. Comunque, subito soccorso dalle istituzioni. E di certo non ha aiutato un pezzo del Giornale, “L’anticasta salvato dalla casta”. Tanti, troppi commenti ostili. A cui il capogruppo del M5S alla Camera, Riccardo Ricciardi, ha reagito con un post durissimo, dal titolo “Alessandro e gli infami”, in cui scrive di “un evidente godimento che traspare nel vedere un uomo in difficoltà” e di “schifosa propaganda”, da parte di molti che “venderebbero la propria famiglia per uno scatto di carriera”.
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Ancora più esplicita la deputata Stefania Ascari: “Fate schifo: c’è un limite alla cattiveria”. Nel M5S anche ieri nelle chat e nelle telefonate tra eletti non si parlava d’altro. Il caso dell’ex deputato, il trascinatore del Movimento in una battaglia storica come quella contro la riforma costituzionale del 2016 di Matteo Renzi, ha toccato profondamente i parlamentari e la base. La sua uscita dal Movimento nel 2021, per protesta con l’appoggio al governo Draghi, non ha lasciato cicatrici. Perché certe storie sono inezie, in certi momenti.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Apprendiamo con un misto di ammirazione e invidia che il 52,8% degli islandesi ha risposto picche al referendum consultivo indetto dal suo governo per riprendere il negoziati sull’ingresso nella Ue. E ha preferito restare com’era: da sola. Ovviamente, di questa grande isola di oltre 100mila kmq (il quadruplo della Sicilia), alla Ue non facevano gola né la popolazione (meno di 400mila abitanti, 4 per kmq), né […]

(Giancarlo Selmi) – La prova più evidente che La7 sia davvero una televisione “pluralista”, contrariamente a quanto sostiene Enrico Mentana, è forse la presenza dello stesso Mentana e del telegiornale da lui diretto. La linea editoriale del Tg La7 non è certamente di sinistra e tende, a mio giudizio, verso l’altra parte dello schieramento politico. Rispetto ai telegiornali apertamente meloniani, la differenza sembra consistere soltanto in qualche residuo imbarazzo e in sporadici sussulti di decenza. La tendenziosità nel modo di presentare le notizie è evidente, così come lo è la costruzione della scaletta.
L’impostazione appare perfettamente in sintonia con le pulsioni belliciste e guerrafondaie presenti tanto nella destra quanto in quella parte della destra che si definisce sinistra. Altrettanto riconoscibili sono le simpatie riservate ad alcune forze e ad alcuni leader politici. E non è certo un mistero l’antipatia, uso un eufemismo, nei confronti di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, contro i quali il telegiornale ha condotto, a mio avviso, vere e proprie campagne. E su questo fronte, nella emittente LA7 è in splendida compagnia. Ridicola la sua intervista a Meloni, tutta sorrisini e niente domande.
Anche la presenza di Gaia Tortora, giornalista chiaramente vicina alla destra, rende poco credibili le lamentele di “Mitraglietta” sulla mancanza di pluralismo. Parenzo poi aggiunge il “carico” da dieci. Il Tg La7 ha spesso orientato e manipolato l’informazione in una sola direzione, certamente non a vantaggio della sinistra o del campo progressista. È dunque curioso che Mentana sollevi il problema in un panorama mediatico già profondamente condizionato dalle appartenenze politiche, a destra, mentre il suo telegiornale contribuisce a rafforzare proprio quello squilibrio.
Basti pensare alla copertura del malore di Alessandro Di Battista. È stata rilanciata l’insinuazione falsa e tendenziosa secondo cui si sarebbe trovato a Cuba per occuparsi di Epstein e per conto di non meglio precisati “giornali”. Non si è detto con chiarezza che il giornale interessato al suo reportage era Il Fatto Quotidiano, né che la sua missione riguardava le condizioni dell’isola aggravate dal blocco imposto da Trump, non il caso Epstein. Così come è stato raccontato che i medici fossero stati inviati dal Gemelli, omettendo l’interessamento di Giuseppe Conte.
In definitiva, Mentana denuncia il mancato pluralismo degli altri, dei suoi colleghi e delle altre trasmissioni de La7, evitando accuratamente di interrogarsi sulle mancanze del proprio. Una richiesta di pluralismo quanto meno “pelosa”. Sono inoltre note le sue passate consonanze politiche: prima con Craxi, poi con Berlusconi. Qualche tempo fa scrissi che “Mitraglietta” aveva sbagliato carriera e che avrebbe fatto meglio a dedicarsi apertamente alla politica. Sarebbe stato meglio per il suo pubblico, per lui e per la categoria dei giornalisti.
Come politico, almeno, sarebbe apparso più credibile. Perché, a mio giudizio, è quello che, in realtà, ha sempre fatto. Sul giornalismo di Mitraglietta appare del tutto appropriato stendere il proverbiale “velo pietoso”.
Il messaggio del leader 5S agli alleati: “Il dibattito quotidiano è stucchevole e snervante serve chiarezza e lealtà”

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – Chiede chiarezza e lealtà e, soprattutto, dice che non può valere la regola che «il partito più forte prende tutto». Giuseppe Conte adesso alza il tiro. In diretta dagli studi di La7, in serata, difende la scelta delle primarie e replica a chi ha sollevatodubbi sull’opportunità di avviare o meno una guerra fratricida tra alleati, parlando di «dibattito stucchevole e snervante. Se non le vogliono, ce lo dicano».
Il presidente 5S si dice pronto a lavorare al programma, ma prima chiede chiarezza. Il riferimento è all’azionista di maggioranza del campo largo, il Pd: «Se l’unica possibilità che ci viene offerta è dire che il partito più forte prende tutto, questa è una cosa che nel momento in cui si sta costruendo un’alleanza con forze politiche che hanno diverse sensibilità non è sostenibile». Conte estende il ragionamento a tutti i soggetti del campo largo: «Tutte le altre forze sarebbero automaticamente degradate a cespugli e l’elettorato si sentirebbe di recitare una parte non da protagonista». Insomma, la proposta del Movimento 5 Stelle, che agli alleati in queste settimane ha chiesto tempo sulla convocazione del tavolo di coalizione, in attesa della kermesse in programma a Milano il 19 e il 20 settembre in cui verrà presentato il programma pentastellato, continua a essere quella di «una grande partecipazione di popolo», confidando che in questo modo si trovi «il candidato più competitivo».
Il rischio però, osservano i più scettici nei confronti delle primarie, è di una competizione divisiva che possa lasciare strascichi a ridosso della campagna elettorale per le Politiche. Al punto – è il retropensiero che si fa spazio nel campo largo – da rischiare che in caso di vittoria di Conte una parte degli elettori di Schlein possa non sostenere il leader decretato dai gazebo e viceversa, in caso di primato di Schlein. «Se poi, però, a un certo punto le primarie non si vogliono fare ci venga detto e ne prenderemo atto – taglia corto l’ex premier – e ne parleremo chiaramente non sui giornali».
Se nel centrodestra funziona da 30 anni la regola che il leader del partito più votato è il candidato «è perché l’hanno applicata nel tempo, l’hanno sperimentata e a rotazione può succedere a tutti» osserva ancora il presidente del M5S. Evidenziando anche che «ci sono travasi» tra i partiti «e tutti possono partecipare e sentirsi co-protagonisti. Se noi usassimo questa regola comprometteremmo fin dall’origine la possibilità di essere tutti competitivi. Qui non è in gioco la mia ambizione, ma la volontà di essere al servizio di un progetto coerente e solido che mandi a casa Meloni. Per farlo dobbiamo dare la possibilità a tutti di sentirsi rappresentanti, co-protagonisti».
D’altronde, il dibattito sulle primarie continua a tenere banco: il presidente della Puglia, Antonio Decaro ha ribadito che sarebbe «più opportuno costruire prima il programma e cercare poi magari un nome condiviso. Se non ci riusciamo, si faranno le primarie», mentre il presidente della Toscana, Eugenio Giani, si chiede «con l’attuale legge elettorale che senso abbiano le primarie». E il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, sbotta: «Dobbiamo smetterla di perdere tempo, io sono convinto che le italiane e gli italiani non ci chiedano chi deve fare il capo, ma ci chiedano che cosa facciamo noi se vinciamo le elezioni». Elly Schlein, intanto, si smarca dal dibattito sui gazebo e torna ad attaccare il governo, che si prepara a festeggiare il record di longevità a Bari il 4 settembre: «Meloni festeggia, l’Italia no. Quello che resta dopo quattro anni di governo è l’aumento incontrollato del costo della vita».

Sabato 29 agosto il taglio del nastro per la terza edizione di GustaGuardia, pensata per valorizzare le eccellenze del territorio. “Ventisei anni fa – ha affermato l’ex sindaco Amedeo Ceniccola – quando nacque GustaGuardia avevamo un sogno: non solo dare nuova vita alla riqualificata Piazza Castello, ma creare anche un vero e proprio borgo nel paese dedicato alla cultura e alle eccellenze del territorio. Oggi siamo qui per riannodare quel filo che si è spezzato nell’anno 2002. Una grande scommessa, un atto di coraggio e di sfida. Ecco cosa vuol essere GustaGuardia: aggregazione di imprenditori decisi a lavorare insieme per l’affermazione di un modello di sviluppo economico basato sul turismo lento e sulla piena valorizzazione delle risorse della nostra terra. Un atto di coraggio perché quest’iniziativa prende corpo in una fase caratterizzata dallo spopolamento e dall’arretramento economico del paese. Una sfida: perché, nonostante le resistenze, gli imprenditori locali hanno deciso di passare all’offensiva per ricostruire le ragioni della speranza di un futuro migliore per i figli di questa terra. Una grande scommessa, dunque, che vede impegnate forze sociali ed imprenditoriali fermamente determinate ad aprire una strada e a dare un esempio”.

La serata ha visto una grande partecipazione di pubblico, è stata allietata dai balli del gruppo folcloristico “Wardia bella”e dalla musica del gruppo guardiese ANTA-BAND ed stata resa indimenticabile dalla magia del Victor Show.
Sabato 26 settembre p.v. si replica e si è già al lavoro per rendere la quarta edizione di “GustaGuardia” sempre più coinvolgente e inclusiva.
Comitato GustaGuardia

(ANSA) – “L’associazione Schierarsi ringrazia tutti coloro che, in questi giorni molto complessi, hanno fatto sentire il loro amore, la loro vicinanza ed espresso sincera solidarietà e sostegno al nostro Alessandro di Battista e invita a non dare rilevanza né a divulgare qualsiasi forma di notizia non confermata dalla sua famiglia. Intende, inoltre, esprimere gratitudine al Presidente Luca di Giuseppe che, dopo essersi adoperato per supportare Alessandro nelle prime ore, è immediatamente partito per Cuba e adesso è con lui a L’Avana.
Ci teniamo a far sapere a tutti che Alessandro è vigile, ma non ci sono ancora notizie certe circa la diagnosi medica. Tutta la comunità di Schierarsi aspetta al più presto aggiornamenti sulla salute di Alessandro ed è pronta per fare tutto quel che serve per lui e la sua famiglia”. Questa la nota dell’associazione ‘Schierarsi’ di di Battista divulgata sui social dall’ex deputato Alessio Villarosa.
Per Di Battista a Cuba un neurochirurgo e un rianimatore
(ANSA) – Sono andati con l’obiettivo Di valutare la situazione d’urgenza e fornire un primissimo supporto i due medici dell’ospedale Agostino Gemelli che si sono recati a Cuba e sono arrivati nella notte italiana per verificare le condizioni dell’ex parlamentare del M5s, Alessandro Di Battista ricoverato da venerdì sera dopo un malore. Si tratta secondo quanto si apprende Di due specialisti, un neurochirurgo e un rianimatore. E’ ancora presto tuttavia per una diagnosi più approfondita ed anche per poter stabilire, si fa notare, se vi siano le condizioni Di un trasferimento in Italia. (ANSA).
Report, Brunetta ha dato quasi 50mila euro a Piervincenzi. Nel 2025 il neo conduttore della trasmissione ha aperto una società di cui è socio e ad. E ha ottenuto dal Cnel dell’ex ministro (promosso presidente per volontà di Meloni in persona) due affidamenti diretti da circa 24 mila euro l’uno. «Nessun conflitto d’interesse», la replica del giornalista. Che su Ranucci dice: «Prima mi compra un’inchiesta sul Congo e poi dice che sono un mediocre. Certo, capisco la situazione psicologica in cui si trova adesso e mi dispiace»

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Un giornalista antimafia, impegnato da sempre nel contrasto alla criminalità organizzata, ma anche nella narrazione dei conflitti internazionali. Il curriculum di Daniele Piervincenzi, neo prescelto dai vertici Rai per la conduzione di Report insieme alla collega Giulia Presutti, mostra tutta la sua versatilità. Celebre per l’aggressione violenta subita da un membro della famiglia Spada, appassionato di rugby – passione utilizzata in maniera pretestuosa da alcuni giornali per avvicinare il neo co-conduttore al direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini, anche lui fan della palla ovale –, Piervincenzi è un cronista di razza, seppure poco fortunato nella conduzione (il suo programma Popolo Sovrano non fu un successo).

Inoltre Piervincenzi, seppure abbia quasi tutta la redazione contro dopo la decisione dei vertici meloniani di affidargli la co-conduzione insieme a Giulia Presutti, ha anche collaborato per Report nel 2025. Nello stesso anno, ha scoperto ora Domani, ha però aperto anche una società, la Outcast srls. Il sostituto di Sigfrido Ranucci alla conduzione del programma investigativo di Raitre ne è amministratore unico e socio al cinquanta per cento. Di cosa si tratta? Di una società attiva nel settore della produzione cinematografica, di video e programmi televisivi con sede a Roma. Una società che a marzo scorso e maggio 2025 ha ottenuto due affidamenti diretti per complessivamente circa 47mila euro dal Cnel. Cioè dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro guidato dall’ex ministro Renato Brunetta, incarnazione del “simbolo della casta” contro cui lotta da sempre Report.
Non è un caso che Brunetta, piazzato al Cnel direttamente da Giorgia Meloni, dopo gli articoli di questo giornale sul suo aumento di stipendio da 256mila a 311mila euro, ha fatto dietrofront cercando di rimediare alle critiche ricevute dalla stessa premier.
L’Outcast srls, che in questi due anni ha incassato soldi pubblici per la «fornitura di servizi» direttamente dall’ente presieduto dall’ex ministro berlusconiano, non appartiene soltanto a Daniele Piervincenzi, ma anche al collega Alessandro Righi che ne detiene l’altro 50 per cento. Nel 2025 il fatturato è di 23.850 euro: in pratica la srl ha lavorato solo per Brunetta. Mentre l’Outcast incassava risorse pubbliche dal Cnel, Piervincenzi e il suo socio Righi lavoravano a un servizio per Report Lab sul Congo. Servizio che sarebbe dovuto andare in onda tra aprile e giugno scorsi, ma alla fine è sfumato perché sarebbe «stato consegnato troppo tardi», dicono da Report.

Tutto legittimo, certo. In base a quanto scritto dal codice etico Rai, solo i dipendenti dell’azienda non possono amministrare e possedere società. E Piervincenzi, vincitore dell’ultimo concorso per le redazioni regionali della Rai, non ha ancora firmato per la Tgr Campania dove sarebbe destinato. Tecnicamente, dunque, è ancora una partita iva. Tuttavia, con la conduzione di Report alle porte, questo suo inedito ruolo alla guida della srls, potrebbe causargli qualche problema. Il conflitto di interesse è dietro l’angolo. «Come può il titolare di una società che prende soldi pubblici e in particolare da Renato Brunetta, fare inchieste sul potere?», dicono i più maliziosi. «Come può – continuano gli antipatizzanti – fare i conti in tasca ai potenti se dai potenti hai fatturato? Noi a Report sul Cnel abbiamo fatto più di un’inchiesta».

Domande – quelle sul conflitto di interesse – che, probabilmente, lo stesso Piervincenzi si sta ponendo. Contattato da questo giornale, il giornalista ha detto di essere approdato al Cnel «grazie a Massimiliano Monnanni, che poi ne sarebbe diventato segretario generale, per un progetto, ormai concluso, riguardante i ragazzi delle scuole dell’hinterland romano: le scolaresche sono state portate al parlamentino del Cnel, Renato Brunetta non ha partecipato ed è stata una bella iniziativa». Sulle ombre di conflitto di interesse Piervincenzi a Domani ha detto che una volta che firmerà in Rai «mi libererò di questa cosa, cedendo la società a Righi». Infine, su Ranucci: «Mi dispiace delle parole che ha utilizzato («i nuovi co-conduttori mortificano Report», aveva detto l’ex conduttore) ma capisco in che situazione psicologica si trovi adesso. Certo, prima mi manda in Congo per l’inchiesta su Luca Attanasio, me la compra e due mesi dopo dice che sono un mediocre…».
Il clima, insomma, con l’intera squadra di inviati storici pronti a lasciare, non sembra essere dei migliori. «I giornalisti interni della redazione di Report, preso atto della decisione arbitraria, non ancora motivata dell’azienda, di sostituire Sigfrido Ranucci alla conduzione del programma, sostengono e condividono tutte le rivendicazioni espresse dal gruppo degli inviati, che hanno annunciato, in assenza di un ripensamento da parte della Rai, di essere pronti ad abbandonare il programma», è il messaggio dei giornalisti del programma contenuto nel documento con cui si è proclamato lo stato di agitazione e «la riserva di mettere in atto ulteriori iniziative di lotta democratica, compreso lo sciopero».
Al contrario di Piervincenzi, che nelle ultime ore si sarebbe mostrato titubante sul nuovo incarico, la collega Presutti, habituè del Cefalù bistrot di Valter Lavitola, da quanto dicono fonti a lei vicine, sarebbe «contentissima» di sostituire Ranucci, che anni fa l’accolse a Report. Nel frattempo, salvi colpi di scena, sabato l’associazione Articolo 21 ha organizzato una manifestazione a Napoli per chiedere alla Rai di rivedere la decisione di rimuovere Ranucci dalla conduzione della trasmissione.
La media delle rilevazioni di Tp, Winpoll, Lab21, Bidimedia, Piepoli

(adnkronos.com) – Roberto Vannacci supera Forza Italia. E’ il dato che spicca nella media dei sondaggi tra il 23 e il 29 agosto, elaborata da Termometro politico. Il rilevamento evidenzia il sorpasso ‘ufficiale’ di Futuro Nazionale, il partito fondato da Vannacci, su Forza Italia e Lega. Fratelli d’Italia si conferma primo partito ma scende al 26,9%: per la formazione guidata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è il peggior risultato dalle elezioni politiche del 2022.
Secondo la media delle rilevazioni di Tp, Winpoll, Lab21, Bidimedia, Piepoli, Futuro Nazionale sale al 7,4% – secondo le intenzioni di voto in caso di elezioni – e scavalca Forza Italia che cala al 7,3%. La Lega arriva al nuovo minimo storico del 5,5%.
Nel campo progressista, invece, il Partito democratico della segretaria Elly Schlein rimane pressoché stazionario al 21%, il Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte scende al 12,6%, Avs sale al 6,6%. Italia viva-Casa riformista rimane stabile al 2,4%, così come stabile è +Europa fotografata all’1,4%. Fuori dai due poli, poi, c’è Azione di Carlo Calenda, che scende al 2,8%, al di sotto dello sbarramento del 3%.

(Umberto Vincenti – lafionda.org) – Di che vogliamo parlare oggi? Di Ranucci e di Report? Del bagno di Giorgia Meloni? Di temperatura reale e temperatura percepita? Del fascismo? Dell’antifascismo? Del patriarcato? Del neo-liberismo? Di Ballando con le stelle? Di Chiara Ferragni? Dei saldi di fine estate? Dei ricavi o delle perdite dell’imprenditoria turistica? Del Tribunale penale internazionale? Dell’Ucraina? Dei social?
E di che non dobbiamo parlare? Di che il bon ton di destra e di sinistra o la loro connivente omertà non vogliono che si parli? Di che non debbono parlare giornali, televisioni, sistema-massmediatico? E in effetti non ne parlano, forse non ne parlava nemmeno Report.
Un censimento di questi divieti non scritti, ma saldissimi, urge: se avessimo l’occasione o anche il coraggio di parlare di ciò di cui è interdetto parlare vi sarebbe, per esempio, una democrazia più completa nel senso che non ci limiteremmo più ad abitarne solo una parte, diciamo la terra di mezzo, ma arriveremmo e finalmente conosceremmo anche le zone periferiche e di confine. Sarebbe forse cosa da poco? È cosa da poco partire per conoscere anche l’altra faccia della luna? Ma che democrazia abbiamo progressivamente costruito? Conte ha incominciato a lamentarsi del linguaggio woke; ma è una denuncia con il fiato corto. Vi è ben altro da scoperchiare, tanto altro che magari potrebbe dispiacere a molti, magari anche a lui. In fondo, il woke è neutro: non è il grimaldello per spalancare gli armadi e fare finalmente pulizia.
E allora proviamo a tirar fuori qualcosa dal sacco: qualcosa che è nascosto, anzi no, ma è come se lo fosse, perché coinvolge tutti. Dal sacco tiriamo fuori gli italiani. Quanti? Tantissimi. A tutti livelli. Direi la maggioranza degli italiani. Non è una novità: Giuseppe Mazzini – qualcuno pur si ricorderà di lui – che amava l’Italia non si accontentava di essere proattivo per l’unità del Paese, ma anche, non meno, per la sua onestà. Cioè per l’onestà degli italiani, dei futuri cittadini dell’Italia unita. Ma è rimasto un sogno. E, diciamo, la non-onestà di troppi italiani è una delle reali, non farlocche od obnubilanti, emergenze dell’Italia contemporanea, forse la maggiore di tutte: un’emergenza in buona salute, anzi in forte crescita perché molto ben nutrita. Guardiamoci intorno. Gli impostori sono tra noi. Sono tra noi, e comandano e ci comandano, persone che non solo non lo meritano perché non ne hanno i titoli, ma anche hanno barato per giungere ai posti di comando. Molti di noi lo sanno: ne sono stati testimoni, anche se poi hanno chinato la testa e si sono adattati. Chiaro che l’impostura è la cifra antropologica dei politici a tutti i livelli, anche a livello locale. L’impostura che fa regolarmente uso della menzogna e della riserva mentale: dire quello che non si pensa, soprattutto quello che non si vuole, apparire irreali, confondere, questo è l’armamentario. Purtroppo è anche il limite strutturale di ogni democrazia.
L’individualismo è l’anima dell’impostura; e gli italiani sono individualisti come pochi altri al mondo. Raro lo spirito pubblico sinceramente professato, regolare quello opportunamente dichiarato. Occorrerebbe una grandiosa opera di rieducazione collettiva. Ma continuiamo a sognare. Registriamo in chiusura due cose. Da noi gli impostori avranno sempre trovato terreno fertile, ma negli ultimi decenni la produzione – altro che PIL – è lievitata. Poi, per piacere, acquisiamo la consapevolezza che, con politici di tale cifra, nessun programma dichiarato sarà mai davvero realizzato perché l’attuazione non converrà a nessuno di loro. E allora, come oggi usa dire, di che si ciancia tutti i giorni? Cominciamo con l’andare a consultare i curricula di chi ambisce al potere, impariamo a leggerli in filigrana, acquisiamo l’abilità di scovarne le menzogne. Servirà a poco o a niente perché – guarda caso – le liste degli eleggibili se le fanno loro: andare a preferenze può essere un gioco pericoloso. Ma impariamo a conoscere chi abbiamo di fronte in ogni circostanza (e magari a prenderne le distanze).
Chiesti interventi urgenti ad Assessore Santagada e ASL Napoli 1

Il Comitato Valori Collinari denuncia con fermezza il perdurante stato di degrado igienico-sanitario che affligge il quartiere Vomero, aggravatosi nelle ultime settimane nonostante le ripetute segnalazioni dei residenti. La situazione è ormai insostenibile: presenza massiccia di blatte e topi in pieno giorno, marciapiedi invasi da roditori, rifiuti abbandonati e caditoie maleodoranti in diverse zone centrali del quartiere.
A documentare la gravità della situazione è un video pubblicato su Facebook al link https://www.facebook.com/share/v/1J74fhKuoC/?mibextid=wwXIfr , nel quale si vede chiaramente un topo che scorrazza sul marciapiede di via Luca Giordano, una delle arterie più frequentate e centrali del Vomero. Le immagini, girate in pieno giorno, mostrano l’animale muoversi indisturbato, a testimonianza di un’emergenza sanitaria che non può più essere ignorata.
” Non è più possibile – tuona Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari – tollerare questa situazione. Il Vomero, uno dei quartieri più simbolici e visitati di Napoli, è ridotto a un ricettacolo di blatte e topi. I cittadini hanno paura, i bambini non possono giocare in sicurezza, i turisti restano scandalizzati per questa emergenza igienico-sanitaria “.
Il Comitato chiede l’intervento immediato dell’assessore comunale alla salute e all’igiene urbana, Vincenzo Santagada e dell’ASL Napoli 1 Centro, affinché venga attivato con la massima urgenza:un piano straordinario di derattizzazione e deblattizzazione su tutto il territorio della municipalità 5, con particolare attenzione alle zone centrali come via Luca Giordano, via Scarlatti, via Aniello Falcone e le aree limitrofe ai giardini pubblici oltre alla costante pulizia e manutenzione straordinaria della rete fognaria e delle caditoie con la pubblicazione di un calendario trasparente degli interventi di disinfestazione e con comunicazione preventiva ai residenti e monitoraggio costante dei risultati.
” Chiediamo all’assessore Santagada e all’ASL Napoli 1 di non limitarsi a dichiarazioni di principio, ma di passare ai fatti – sottolinea Capodanno – I cittadini vogliono vedere risultati concreti, non promesse. La salute pubblica non può essere messa a rischio per inerzia o mancanza di coordinamento “.
Il Comitato ricorda di aver già denunciato in più occasioni le criticità igienico-sanitarie del quartiere con la proliferazione di roditori e insetti in diverse aree verdi e residenziali mentre la situazione non mostra segni di miglioramento, anzi appare in netto peggioramento.
” Il silenzio delle istituzioni – conclude Capodanno – di fronte a un’emergenza di questa portata è inaccettabile. Il Vomero non può essere abbandonato al proprio destino. Chiediamo risposte immediate e azioni concrete, prima che la situazione degeneri ulteriormente “
Il Comitato Valori Collinari resterà vigile e continuerà a monitorare la situazione, pronto a nuove iniziative di sensibilizzazione e protesta qualora non dovessero pervenire interventi risolutivi entro brevissimo tempo.
Oltre che a svuotarsi il nostro paese continuerà anche ad invecchiare. Nel 2025 l’età media si alzerà dai 46,9 anni di oggi ai 52,1. E neppure il contributo migratorio compenserà il deficit tra nascite e morti

(ilfattoquotidiano.it) – Un Paese sempre più vuoto e sempre più vecchio. È il futuro dell’Italia descritto dal nuovo report diffuso oggi dall’Istat, che stima una perdita di oltre 13 milioni di residenti nell’arco dei prossimi 55 anni. Secondo l’istituto, si procederà a un ritmo ancora contenuto nel breve periodo per poi accelerare bruscamente nei decenni successivi, ridisegnando la mappa demografica del Paese e accentuando le distanze, già oggi marcate, tra Nord e Sud.
Le previsioni, dedicate alla popolazione residente, le famiglie e le forze lavoro, sono basate sui dati aggiornati al 1° gennaio 2025. Secondo le stime, nel breve periodo, tra il 2025 e il 2030, il calo della popolazione sarà contenuto, con una variazione pari a -0,1%. Nel medio termine, tra il 2030 e il 2050, la contrazione si accentua arrivando al -0,3%, per poi rafforzarsi ulteriormente nel lungo periodo, dal 2050 al 2080, quando il ritmo di declino raggiungerà il -0,6% medio annuo. Nel complesso dei 55 anni presi in esame, l’Italia è destinata a perdere oltre 13 milioni di residenti, 4 dei quali già entro il 2050. La popolazione scenderebbe quindi dai 58,9 milioni di residenti registrati lo scorso anno a 58,7 milioni nel 2030, per poi ridursi a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. È “un risultato praticamente certo”, sottolinea l’Istat. “Già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche”.
Il quadro non risulta uniforme sul territorio nazionale: il Nord Italia è l’unica zona che nel breve periodo registra una crescita dello 0,1%, passando da 27,5 milioni di abitanti nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030. Tuttavia, dal 2030 in poi, anche al Nord la tendenza si inverte scendendo a 27,2 milioni nel 2050 e a 24,2 milioni nel 2080. In Centro Italia il calo si manifesta già nel breve periodo, seppur in maniera contenuta. Ci saranno circa 40mila residenti in meno tra il 2025 e il 2030 (-0,1%) mentre tra il 2030 e il 2050 la percentuale scende al -0,3%, portando la popolazione a 11 milioni. Entro il 2080 scenderà ulteriormente dello 0,6% arrivando a 9,3 milioni. La situazione più critica riguarda il Sud, dove la dinamica risulta decisamente meno favorevole. La popolazione passerebbe dai 19,7 milioni del 2025 ai 19,4 milioni nel 2030, per poi calare più rapidamente nel periodo 2030-2050 fino a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiungerebbe l’1% medio annuo, portando la popolazione del Sud a 12,3 milioni di abitanti, oltre un terzo in meno rispetto ai livelli di partenza.
E neppure il contributo migratorio compenserà le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati. I migranti in Italia passeranno da circa 432mila nel 2025 a 423mila nel 2030, per poi ridursi a 372 mila nel 2050 e risalire a 404mila nel 2080. Per quanto riguarda gli emigrati all’estero, nel 2025 si attestano invece intorno a 144mila, nel 2030 saranno 176mila, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080. Il saldo migratorio estero, fa sapere l’Istat, rimane positivo: da circa 296mila persone nel 2025 scende a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221mila nel 2080.
In più nel 2047 in Italia le coppie senza figli sorpasseranno quelle con figli. Il numero delle coppie con figli è destinato a diminuire: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale – meno di tre famiglie su 10 – scende a 5,8 milioni nel 2050 (-22,3%), quando arrivano a rappresentare appena il 21,1% delle famiglie, poco più di una su cinque. La riduzione interesserà sia le coppie con almeno un figlio di età fino a 19 anni, che perderanno oltre 1 milione di unità (-22,0%), sia di quelle in cui tutti i figli hanno dai 20 anni in su (-22,8%). “La futura contrazione delle coppie con figli dipende in parte dai previsti livelli di fecondità ma anche da elementi strutturali, come la progressiva riduzione delle generazioni in età riproduttiva – spiega l’Istat – conseguenza della bassa natalità del passato, e il rinvio della formazione della famiglia e della nascita dei figli a età più avanzate. Si innesca così un processo cumulativo: generazioni meno numerose danno origine, a loro volta, a un numero più contenuto di nuove famiglie con figli, anche nell’ipotesi in cui la fecondità non dovesse diminuire”. A livello nazionale, il sorpasso delle coppie senza figli su quelle con figli si verificherà nel 2047, ma nel Nord e nel Centro avverrà prima (rispettivamente, nel 2038 e nel 2044). Nel Mezzogiorno, invece, nonostante un sostanziale avvicinamento, le coppie con figli manterranno il primato in tutto il periodo.
Oltre al calo numerico, l’istituto di statistica segnala come la popolazione italiana continuerà ad invecchiare. Già tra il 2025 e il 2050 l’età media salirà da 46,9 a 48 anni, mentre la quota di persone con almeno 65 anni passerà dal 24,7% al 27,2% del totale. Allo stesso tempo, la fascia 15-64 anni scenderà dal 63,4% al 62,1%, mentre i giovani fino a 14 anni si ridurranno dall’11,9% al 10,7%. Nel 2050, l’età media supererà i 51 anni, gli over 65 arriveranno a rappresentare il 34,5% della popolazione e la quota di 15-64enni scenderà al 55,3%. Nel lungo periodo, tra il 2050 e il 2080, l’invecchiamento proseguirà ma con ritmi più contenuti: l’età media salirà a 52,1 anni, gli over 65 si stabilizzeranno intorno al 36,8%, la popolazione in età lavorativa scenderà al 53,2%, mentre i giovani sotto i 15 anni resteranno vicini al 10% del totale.
Il report prevede anche un aumento significativo delle persone che vivono da sole. Tra il 2025 e il 2050 il numero crescerà del 16%, passando da 10 a 11,6 milioni e la loro quota sul totale delle famiglie salirà dal 37,5% al 42,0%. Si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto le età più avanzate: se nel 2025, su 10 milioni di persone sole, 4,6 milioni (il 46,3%) hanno almeno 65 anni, entro il 2050 questa fascia potrebbe salire a 6,6 milioni su 11,6, arrivando a rappresentare il 57% del totale. In particolare, gli over 75 che vivono soli raggiungeranno i 4,7 milioni nel 2050, di cui 3,4 milioni donne, 1,7 milioni in più rispetto al 2025, passando dal 29,5% al 40,3% delle persone sole complessive.
Rinnovabili al palo, benzina alle stelle: sull’energia il governo Meloni ha sprecato quattro anni. Sei mesi di prezzi alti, che si faranno sentire almeno per i prossimi altri sei mesi e non solo alla pompa di benzina, si potevano contenere molto meglio se il tema dell’energia fosse stato affrontato diversamente, per tempo. Ma l’esecutivo che si appresta a diventare il più longevo della Repubblica ha sbagliato tutto

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – La soluzione alla fine si troverà, perché nessun governo può rischiare di giocare troppo con il prezzo dell’energia alle stelle. Soprattutto se le elezioni sono tra un anno o giù di lì. Ma sei mesi di prezzi alti, che si faranno sentire almeno per i prossimi altri sei mesi e non solo alla pompa di benzina, si potevano contenere molto meglio se il tema dell’energia fosse stato affrontato diversamente, per tempo.
Sarebbe bastato che politica dell’Italia a Roma fosse stata coerente con quella dell’Italia a Bruxelles. Il 9 ottobre del 2023, un anno dopo essere entrato in carica, il governo guidato da Giorgia Meloni firmava infatti la direttiva europea sulle energie rinnovabili, promettendo insieme a tutti i paesi del blocco un impegno per portare entro il 2030 la quota media di rinnovabili in Europa al 42,5 per cento. Roma allora era al 19,1 per cento. Tre anni più tardi, i dati più aggiornati dicono che la spinta per aumentare l’indipendenza energetica del Paese dai combustibili fossili non c’è stata. E adesso i nodi sono venuti al pettine.

Se si guarda quanto è cresciuta in ogni paese dell’Ue la capacità di energia rinnovabile installata da quando è in carica il governo Meloni, l0Italia risulta tra le ultimissime in classifica. I dati definitivi dell0agenzia statistica dell0Unione europea, Eurostat, arrivano fino al 2024, dunque calcolano solo metà del mandato di Meloni, ma danno una misura chiara della tendenza: la Germania ha aumentato la sua capacità del 12 per cento, la Spagna del 19 per cento, la Francia del 15 per cento, l’Olanda del 40 per cento, l’Ue mediamente dell’8,7 per cento. Italia: + 2,6 per cento.
E partivamo male, visto che la nostra capacità installata era già tra le più basse d’Europa. Lo ha scritto senza giri di parole l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea): «Dal 2005 al 2023 in Italia la quota (di energia rinnovabile prodotta sul totale dei consumi energetici, ndr) è cresciuta di circa lo 0,7 per cento, mentre il tasso di crescita richiesto è di circa il 2,7 per cento tra il 2023 e il 2030. Questo significa che l’aumento dovrebbe essere quattro volte più grande di quello che è stato registrato finora».
Davanti a prezzi di benzina e gasolio impennatisi a causa della guerra iniziata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con effetti a cascata su quasi tutti i settori merceologici e la paura di perdere consenso, Meloni ha scelto in principio la linea della cautela, in ossequio a Donald Trump. Poi ha cominciato con le misure tampone. Ha puntato sul taglio temporaneo delle accise sui carburanti. Per tutti, senza distinzione di reddito. Sconto di 25 centesimo al litro su benzina e diesel, all’inizio.
Un rinnovo alla volta, un annuncio dopo l’altro. Con la spesa straordinaria che s’ingrandiva sempre di più e nazioni europee riuscite a contenere meglio gli aumenti (in Spagna la benzina costa 1,7 euro al litro, in Svezia 1,4, in Austria e Belgio 1,8), il governo italiano si è limitato a sussidiare il diesel, il più usato nei trasporti pesanti. L’ultima proroga, da 17 centesimi al litro, vale fino al 5 settembre e porta il totale speso dallo Stato in sei mesi di crisi energetica a 2,7 miliardi di euro. Soldi, tanti, raccolti tagliando qua e là con una fatica inversamente proporzionale all’influenza avuta sul prezzo finale dei carburanti in Italia, ormai stabilmente sopra i 2 euro al litro.

Non sapendo bene come uscirne, Meloni ha puntato sulle battaglie mediatiche con l’Ue. A maggio ha chiesto alla Commissione di estendere la deroga al Patto di stabilità, prevista ora per la difesa attraverso i fondi Safe, anche per l’energia. Come prevedibile, molti altri Stati hanno detto no. I numeri di Eurostat dimostrano che negli ultimi cinque anni la crescita della capacità rinnovabile in Italia è stata di circa il 10 per cento, in Germania del 20 per cento, in Spagna del 40 per cento. Perché concedere una deroga a un Paese che ha investito pochissimo sulle rinnovabili rispetto agli altri?
Da quando Meloni è al governo il nostro Paese ha reso più difficile l’installazione di nuovi impianti rinnovabili, ha complicato le concessioni con stratificazioni normative e autorizzative. Si aggiungano i conflitti procedurali tra regioni, governo e tra gli stessi ministeri e il risultato è quello che ritroviamo nei dati ufficiali: le rinnovabili a fine 2024 coprivano il 20,9 per cento dell’energia prodotta in Italia, mentre in Germania valevano il 22,4 per cento, in Spagna il 25 per cento, in Francia il 23 per cento, in Finlandia il 52 per cento, in Svezia il 62 pe cento.
Con quali speranze il governo ha chiesto una deroga al Patto di stabilità europeo non è chiaro, ma di sicuro dopo il primo no ci ha riprovato. Ha proposto a Bruxelles di introdurre una tassa aggiuntiva per le compagnie petrolifere europee. L’Ue ha ricordato che secondo i trattati la materia fiscale è prerogativa nazionale, fatto noto, e che quindi l’Italia è libera di farlo – con il rischio che la misura venga dichiarata incostituzionale, come ha spiegato su queste pagine Tommaso Di Tanno – ma non di imporlo agli altri. Anche perché i dati dimostrano che il governo Meloni ha fatto una scelta politica consapevole: puntare forte sul gas, in sintonia con la strategia aziendale della partecipata Eni, nonostante già la guerra in Ucraina avesse evidenziato i rischi economici di quella strada.
Con la quasi totale chiusura di Hormuz, da dove passava un quinto della produzione mondiale di gas liquefatto, al metano russo mancante si è aggiunto quello del Qatar e degli altri Paesi del Golfo Persico. E per l’Italia, che già pagava l’elettricità il 36 per cento in più rispetto alla media Ue prima della crisi, la strategia si è rivelata per la seconda volta costosissima (molto meglio per Eni, invece).
Le previsioni più autorevoli prevedono al momento un tasso d’inflazione intorno 3 per cento per il 2026 nell’Ue, maggiore per l’Italia perché sulle sue bollette dell’elettricità il costo del gas incide di più rispetto a nazioni come Germania, Francia e Spagna. Ovviamente dipenderà da quanto i prezzi di gas e petrolio resteranno alti fino a fine anno. Il metano sul mercato europeo viaggia ora a prezzi raddoppiati rispetto ai sei mesi fa e il Brent in rialzo del 20 per cento circa.
Alcuni membri del board della Bce hanno già preannunciato la volontà di alzare i tassi d’interesse nella riunione di inizio settembre, rendendo più alto il costo del denaro e quindi del debito. Che, nel caso nostro, è molto alto. Meloni e Giancarlo Giorgetti hanno deciso di giocarsi l’ultima carta possibile: chiedere ai grandi gruppi energetici, in pratica a Eni, di anticipare parte delle tasse sui dividendi. Il fatto che in sei mesi il governo abbia speso quasi 3 miliardi di euro senza offrire benefici percepiti dai cittadini rende chiaro il potenziale investimento delle compagnie chiamate a soccorrere le finanze nazionali.
Anche perché, con l’arrivo del freddo, non sarà più solo il petrolio a pesare sull’inflazione. Sulle bollette si scaricheranno anche gli aumenti del gas. Proprio il combustibile su cui Meloni ha basato la strategia energetica dell’Italia.
Melonellum, il ballottaggio per escludere Vannacci: ok di FdI e Forza Italia, frena la Lega. Ok di Fdi e FI al doppio turno, frena la Lega. Scontro sulla norma anti-cespugli

Una call fra gli sherpa del centrodestra – Giovanni Donzelli e Angelo Rossi (Fratelli d’Italia), Roberto Calderoli (Lega) e Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio (Forza Italia) – non ha schiarito del tutto le idee alla maggioranza di governo sulla legge elettorale in vista del termine per presentare gli emendamenti che scade domani. L’accordo, per il momento, riguarda solo l’emendamento di maggioranza per reintrodurre le preferenze (senza parità di genere nei capilista). Ma per la prima volta la maggioranza sembra fare sul serio sul ballottaggio in funzione anti-Vannacci.
Fratelli d’Italia, su consiglio del presidente del Senato Ignazio La Russa e di diversi costituzionalisti, ritiene che il ballottaggio sia l’unico modo per non allearsi in prima battuta con l’ex generale Roberto Vannacci alle prossime elezioni politiche per poi fare un accordo dopo, anche se Giorgia Meloni non è del tutto convinta perché ritiene che questo meccanismo favorisca paradossalmente il leader di Futuro Nazionale che massimizzerebbe il voto al primo turno e non è detto che voglia allearsi dopo.
Ma tant’è: il rischio che la coalizione non riesca a raggiungere la soglia del 42% (quella per ottenere il premio di maggioranza) è alto e quindi il ballottaggio permetterebbe di evitare un pareggio e un proporzionale puro. Forza Italia per la prima volta ha deciso di aprire a questa opzione (anche se la norma non è facile da scrivere), mentre la Lega continua a essere contraria (lo è storicamente per i ballottaggi nelle città). Su questo ancora non c’è accordo, ma nelle prossime ore se ne continuerà a parlare. La Russa ieri si è mostrato pessimista: “Io ero favorevole, ma cambiare tutto adesso mi sembra più difficile”.
Inoltre FdI vorrebbe anche presentare un’altra modifica: l’abolizione della norma, introdotta da Forza Italia alla Camera con un emendamento del deputato Paolo Emilio Russo, secondo cui le liste collegate in una coalizione che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3% non concorrono al calcolo della cifra elettorale nazionale di coalizione, con la sola eccezione del miglior perdente. Una norma anti-frammentazione che però FdI vuole cambiare perché ha fatto sapere che ci sarebbero dubbi di incostituzionalità soprattutto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma in realtà la questione sarebbe più politica: FdI vuole allearsi con una serie di “cespugli” sul modello Ulivo che possano portare via voti a Futuro Nazionale a livello locale. È il caso della Dc di Gianfranco Rotondi e Sud Chiama Nord di Cateno De Luca, oltre a una lista di civici che sarebbe già pronta da portare nella coalizione di centrodestra. Proposta, quella dell’abolizione, che però vede contrari sia Forza Italia che Lega. Gli azzurri e i leghisti al massimo sono disposti a concedere un abbassamento della soglia dal 3 al 2%: i partiti che prendono sopra quella cifra, concorreranno al calcolo della cifra di coalizione.
Se non si risolveranno i nodi politici entro domani, è probabile che tutto si approverà la prossima settimana: la commissione, infatti, non discuterà nemmeno la legge e si andrà in aula senza mandato al relatore. Ovvero, si discuterà e voterà tutto direttamente nell’aula del Senato la prossima settimana per chiudere il testo in seconda lettura entro il 15 settembre.
L’ex deputato resta ricoverato a L’Avana dove sono arrivati i medici del Gemelli e la compagna Sahra Lahouasnia. Intanto, lui riappare sui social

(adnkronos.com) – Ore di apprensione per Alessandro Di Battista, il 48enne ex deputato del M5s, ricoverato da sabato all’ospedale ‘Hermanos Ameijeiras’ dell’Avana a Cuba in seguito a un malore. Sono arrivati i due medici dal Gemelli di Roma che dovrebbero valutare le sue condizioni al fine di determinare quando possa fare rientro in Italia, dal momento che finora è stato considerato “non trasferibile”. A quanto si apprende si tratta di un neurochirurgo e di un anestesista rianimatore. Arrivata nella Capitale anche la compagna dell’ex parlamentare, Sahra Lahouasnia.
A Di Battista – come riporta Il Corriere della Sera – l’esecutivo avrebbe offerto la possibilità di rientrare a bordo dell’aereo di Stato quando sarà possibile. Ma lui e il Movimento hanno declinato l’offerta.
Nella giornata di domenica Di Battista si è fatto sentire sui social, anche per rassicurare sulle sue condizioni di salute. Dopo che in mattinata aveva commentato un post del pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo , sottolineando la sua volontà di vederlo presto dopo aver ricevuto il suo invito a Napoli, in serata – ora italiana – ha anche condiviso una storia su Instagram contro il genocidio a Gaza. Di Battista ha parlato nelle scorse ore anche al telefono con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che lo ha trovato “combattivo nel tono” e che gli ha garantito che il governo farà tutto il necessario, come per ogni cittadino italiano in situazioni simili.
Alessandro Di Battista si trovava a Cuba dove era impegnato in un reportage sulle condizioni sull’isola per il Fatto Quotidiano e TvLoft, nell’ambito del progetto ‘La polvere del mondo’. Prima del malore, avrebbe accusato un forte mal di testa. Venerdì scorso è stato ricoverato a Santa Clara e poi è stato trasferito 24 ore dopo circa in ambulanza all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana per esami più approfonditi, tra cui una Tac con contrasto. Secondo fonti informate, l’ex parlamentare ha parlato con il personale sanitario e avrebbe ripreso conoscenza prima del trasporto nella Capitale.
Ibernato dal conflitto, tenuto su paradossalmente da Putin, Zelensky fa i conti con il suo potere

(Massimiliano Panarari – lespresso.it) – La guerra è un’orribile fucina di morte. Ed è pure un laboratorio di paradossi, come quello di Volodymyr Zelensky oggi in qualche modo politicamente “tenuto su” (diciamo così…) da Vladimir Putin. Non è una boutade, ma una mera constatazione, che parte sempre – come doveroso, e lungi da qualsivoglia inaccettabile terzietà – dall’assunto della differenza fra l’invasore (il sanguinario dittatore russo coi suoi gerarchi, cortigiani e agit-prop) e l’aggredito (la popolazione ucraina sottoposta a inaudite sofferenze da quel maledetto giorno del 24 febbraio 2022 in cui il Cremlino ha orwellianamente dato il via alla sua «Operazione militare speciale»). Da quel momento, anche al prezzo dell’eroismo personale (il rifiuto dell’esfiltrazione organizzata dall’intelligence Usa), l’ex attore e comico entrato nella stanza dei bottoni grazie a un’efficace strategia comunicativa neopopulista, si è convertito in un «leader guerriero» e in uno statista. Nondimeno, come noto, il potere logora, specialmente nelle condizioni dello stato di emergenza e della legge marziale; così, dopo avere trionfato denunciando la corruzione della precedente classe dirigente, Zelensky il “Servitore del popolo” – nome prima del programma satirico in tv, e poi del partito – poco ha fatto per contrastare il malaffare dilagato nel frattempo tra le fila del proprio inner circle. Il presidente ucraino non è mai stato coinvolto direttamente, va specificato, ma il brutto spettacolo dei suoi fedelissimi che finiscono uno dopo l’altro sotto inchiesta appare indecoroso, mentre cominciano ad affacciarsi gli oppositori.
Vale dunque la pena domandarsi in cosa si sia tramutata la governance che reggeva l’Ucraina da prima dell’invasione russa, finita “ibernata” da questa tragedia epocale, che ha riportato la guerra sul suolo del nostro Continente. Congelata, giustappunto, nella dicotomia e nella sfida esistenziale con l’autocrate che comanda a Mosca, la cui aggressione – il paradosso – è diventata una sorta di fattore di legittimazione dello status quo a Kiev. Al punto da indurre il giovane e silurato ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, sostituito dal capo ad interim dello Sbu (i servizi segreti interni) Yevhenii Khmara, a rompere gli argini chiedendo le elezioni, sospese da due anni.
L’affaire Fedorov è una fotografia esemplare (e una cartina di tornasole) della traiettoria e delle metamorfosi del potere ucraino – ovvero, in buona sostanza, dello zelenskysmo e della sua corte – nell’epoca della guerra con la Russia. L’Ucraina granaio d’Europa – che non riesce a consegnare le derrate, divenute quasi da subito un target dei missili avversari – si è trasformata in una caserma e in una potenza tecnomilitare che esporta droni armati di ogni genere e, come la Palestina per Israele, fa da tragico laboratorio in corpore vili per lo sviluppo di tecnologie militari di nuova generazione. Consegnandosi così, anche dopo la cessazione dell’assedio putinista (chissà quando…), a un destino verosimilmente segnato di economia di guerra permanente nello scenario bellico a ciclo continuo in cui siamo sprofondati. Analogamente a quella della Russia che l’ha attaccata, secondo lo schema del brocardo simul stabunt aut simul cadent applicabile, per l’appunto, agli acerrimi nemici Zelensky e Putin. Proprio Fedorov, già startupper e imprenditore digitale, è stato il responsabile della conversione a tappe forzate di forze armate di impostazione e dottrina strategica post-sovietiche in un’armata high tech basata su sofisticati sistemi di sorveglianza e analisi dei dati, gamification, coordinamento e approvvigionamenti “Amazon-style” e stormi di Uav (droni e veicoli senza pilota) prodotti in maniera iper-flessibile e in quantitativi ingenti. Tale “rivoluzione”, da un lato, lo ha messo in contrasto con uno stato maggiore dalla forma mentis tradizionalista (e già frequentatore delle accademie militari moscovite) e, dall’altro, ne ha accresciuto fortemente la popolarità presso un’opinione pubblica pronta a mobilitarsi a suo favore, oltre che a mostrare una straordinaria resilienza e capacità di sopportazione – e questa, insieme all’esistenza di una società civile attiva e di una magistratura in grado di indagare anche su chi siede dentro i palazzi, rappresenta un’altra grande differenza rispetto al regime putiniano e alle maree di gogoliane anime morte che, malauguratamente, compongono la grande maggioranza della popolazione russa. La rimozione di Fedorov ha aperto un ennesimo fronte interno per Zelensky, assai scrupoloso nel mettere da parte chi potrebbe fargli ombra, anche se l’invocazione delle elezioni da parte dell’ex ministro enfant prodige non incontra il favore della maggioranza degli ucraini. Certo è che le operazioni anticorruzione e le indagini stanno colpendo vari esponenti di prima fila del clan zelenskyano che occupano posti chiave, mettendo seriamente a repentaglio il “contratto sociale di guerra” che, dal 2022, aveva cementato società civile, media e governo in una coalizione inscalfibile. La concentrazione di potere senza precedenti in seno all’ufficio presidenziale, giustificata in origine dalle necessità emergenziali, ha finito per generare un vortice di dinamiche opache e un senso di impunità in alcuni gruppi del cerchio magico al vertice. A cui si accompagnano una spiccata refrattarietà alle riforme strutturali e la reiterata tentazione di descrivere il dissenso come una minaccia per la sicurezza nazionale. È finito, così, il tempo glorioso dei videomessaggi motivazionali e della politica pop trasfigurata in epica resistenziale, tra la felpa kaki fattasi brand globale e le dirette con lo smartphone sotto le bombe. E la leadership di Zelensky, dopo avere offerto una formidabile narrazione di liberazione collettiva, è andata sempre più riconfigurandosi come un cesarismo bellico che copre l’arroccamento nell’esercizio di un potere orfano di ogni idea originaria di trasparenza democratica.