Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Conte, la pochette e la pandemia


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non sorprende per nulla che anche quest’anno la data del 9 marzo sia passata sotto silenzio, considerato il fatto che poco più di sei anni fa, il 9 marzo del 2020, l’Italia intera fu messa in quarantena mentre la curva epidemiologica della pandemia si impennava senza sosta. Una tale dimenticanza non può meravigliare visto che il presidente del Consiglio che si caricò sulle spalle una responsabilità che non ha precedenti nella storia italiana si chiamava Giuseppe Conte. E che sul conto di Giuseppe Conte le numerose penne antipatizzanti della stampa italiana preferiscono, piuttosto, mettere in rilievo la presenza (o l’assenza) della pochette nel taschino della giacca come segno di una certa futilità che toglierebbe, chissà perché, credibilità alla figura politica dell’ex premier.

[…] Ciò che mi appresto a scrivere è tutt’altro che un soffietto, lo dico preventivamente ai cosiddetti colleghi che sul servo encomio al potente di turno hanno costruito intere carriere. Infatti, di Giuseppe Conte, leader dei 5Stelle e del suo ruolo di esponente dell’opposizione condivido alcune cose e altre no. Come sarebbe naturale in un giornalismo che giudicasse i fatti per quello che sono e non sulla base del partito preso, o peggio ancora, della faziosità eterodiretta. Non condivido, per dirne una, certi interventi un po’ troppo “gridati” contro il governo Meloni. L’inadeguatezza e i disastri della destra sono sotto gli occhi di tutti, ma lo stile istituzionale di chi è stato per lungo tempo a Palazzo Chigi (e ha la legittima intenzione di tornarci) a mio avviso sarebbe più efficace. Proprio perché, e qui torniamo al punto di partenza, fu Conte che da quel 9 marzo 2020 si caricò personalmente il peso di governare un Paese chiuso a doppia mandata su consiglio del comitato scientifico. Nel suo libro fresco di stampa, “Una nuova primavera”, si può leggere un resoconto di quella terribile esperienza, scritto da colui che ne è stato il testimone diretto. Comprendiamo che per le suddette penne affrontare la lettura di un testo che potrebbe sconvolgere le loro (ma sovente di altri) radicate certezze, può essere dura. Giudicheremmo un professionista attendibile, per fare un esempio banale, quel cronista che nel resoconto di una partita di calcio si lanciasse in critiche furiose o in elogi sperticati su questo o quel giocatore, omettendo di riferire il risultato finale dei 90 minuti? Inchiodare come “filoputiniano” Conte per aver accettato, nel marzo 2020 durante la prima ondata Covid, dopo una telefonata con Putin, l’invio di una consistente missione russa (28 medici, 4 infermieri e 72 militari) può apparire una forzatura anche se la notizia c’è.

[…]

Però, nello stesso tempo, chi intende fare questo mestiere con un minimo di correttezza dovrebbe interrogarsi sui risultati di quel primo lockdown. Se con esso sia stata evitata al nostro Paese una catastrofe in termini di decessi, ancora peggiore? E se si sarebbe potuto fare meglio, come di grazia? E dei 209 miliardi, tra sussidi e prestiti da rimborsare, ottenuti da quello stesso Conte presso l’Europa con il Recovery Fund (36 miliardi in più del previsto) perché nessuno parla mai nei talk, preferibilmente dedicati al tema della pochette? Di domande, anche cattive, a Conte se ne potrebbero fare tante: prima, però, sarebbe consigliabile leggere ciò che egli ha scritto. Ma capisco che tutto ciò per il nostro giornalismo un tanto al chilo, è pura fantascienza.


Barbero contro chi ha il busto di Mussolini in casa: “Un co..ne che dichiarò guerra agli Usa”


(ilfattoquotidiano.it) – In occasione delle iniziative per la Festa della Liberazione, il professor Alessandro Barbero ha tenuto una lezione all’Università di Padova dedicata al fascismo di ieri e di oggi e ai mezzi per combatterlo. Durante il suo intervento, lo storico ha parlato della costante necessità in Italia di ribadire di ribadire l’adesione ai valori dell’antifascismo e condannare esplicitamente il regime di Mussolini contro ogni forma di revisionismo. “Nel nostro Paese c’è anche gente che ha in casa il busto di co…ne che ha dichiarato guerra agli Stati Uniti” riferendosi alle parole pronunciate da Mussolini che nel dicembre del 1941.

L’incontro è stato organizzato da Progetto MeTi insieme al CAU Padova e allo spazio Catai

video Youtube/Seize The time


Il governo Meloni, le sanzioni a Israele e l’ipocrisia della parola «dialogo»


Roma vorrebbe limitare le sanzioni a misure ad personam contro taluni coloni, i più violenti. Una soluzione che non aiuterebbe la Ue a irrobustire una politica estera finora fiacca e inconcludente

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – Nel vocabolario della destra «dialogo» è diventato l’equivalente di quel che era a sinistra la mitica «soluzione politica»: una parola-passepartout che aiuta a schivare responsabilità e a trarsi d’impaccio, uno vuoto però circonfuso di virtù (chi può opporsi a dialogare e a cercare soluzioni politiche?). Ogni volta che si è affacciata l’opportunità di comminare sanzioni ad Israele, Meloni e Tajani hanno obiettato, col tono grave che si addice agli impegni solenni, «Siamo contrari, crediamo nel dialogo».

Così anche la settimana scorsa, quando Roma e Berlino hanno bocciato la proposta di sospendere l’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele (per motivi in parte ragionevoli: sarebbe stata colpita la collaborazione tra università anche in ambiti non militari). Ora però accade che la caduta di Orban apra la possibilità di infliggere ad Israele le punizioni che prima Budapest bloccava.

Il nuovo governo ungherese sta rientrando nella Corte penale internazionale, il baubau della destra israeliana, e per quanto non ostile a Netanyahu ora potrebbe convenire su sanzioni europee, le prime nella storia delle relazioni Ue-Israele. Sarebbero d’accordo anche i governi italiano e tedesco. Che però temono di pregiudicare il “dialogo”. Così escludono il boicottaggio delle merci prodotte nei Territori occupati (lo propone Parigi). Roma vorrebbe limitare le sanzioni a misure ad personam contro taluni coloni, i più violenti. Una soluzione che non aiuterebbe la Ue a irrobustire una politica estera finora fiacca e inconcludente.

Per quanto sinistri siano gli assassini che ogni settimana ammazzano palestinesi nel West Bank sotto gli occhi dell’esercito, nessuno di loro potrà essere pericoloso quanto i ministri che li proteggono. Per esempio quel Bezalel Smotrich che intervistato spiega: dobbiamo annettere il West Bank, è la nostra terra ancestrale: e dobbiamo tenerci i territori che occupiamo in Libano, in Siria, a Gaza, ne va della nostra sicurezza. A Gaza in particolare Smotrich vede solo assassini di ogni età, infanti e adulti: «Due milioni di gente che ci vuole fare del male, bruciare, distruggere, e ammazzare donne, piccini, bambini».

Nel grande scandalo di Gaza il genere di narrazione che ascoltiamo da Smotrich non è una turpitudine minore: se ogni palestinese è un maligno terrorista può essere ammazzato impunemente. Certamente i miliziani di Hamas, come quelli di Hezbollah, praticano il terrorismo (come peraltro l’esercito israeliano). Ma dopo la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale che intima a Israele di lasciare Gaza e il West Bank, un palestinese che resiste all’esercito occupante è nel pieno diritto (purchè non commetta crimini di guerra). La legalità internazionale lo considera un patriota, non un terrorista. Terroristi sono i tiratori scelti israeliani che ogni giorno vanno a pesca di nemici nella tonnara di Gaza.

Tuttavia ora si chiede a quel patriota di rinunciare alla resistenza armata e di credere nelle promesse del Board of Peace presieduto d Trump che dovrebbe ricostruire Gaza. Il governo italiano, nel Board in qualità di osservatore, potrebbe farci sapere cosa ha osservato finora. Diremmo questo: immobilità assoluta. La forza di interposizione di 30mila uomini che dovrebbe sovrintendere al disarmo di Hamas e al progressivo ritiro israeliano non si è palesata. Il suo nucleo, ottomila soldati indonesiani, pare scomparso, Giacarta teme di partecipare ad una farsa.

Si eclissano anche i finanziatori. Dei 71 miliardi di dollari necessari alla ricostruzione sono stati versati solo pochi spicci, coinvolte nella guerra dell’Iran le monarchie del Golfo non sono in grado di tener fede alle generose promesse di cinque mesi fa. Israele trattiene senza diritto 6 miliardi di dollari dell’Autorità palestinese; non ha alcuna intenzione di lasciare ai gazawi la possibilità di sfruttare il grande giacimento di gas a pochi chilometri dalla costa; limita l’ingresso di aiuti nella Striscia; boicotta ong e Agenzie Onu che prestano soccorso alla popolazione; maltratta e inquisisce per ore i pochi gazawi che tornano dall’estero; centellina i permessi di curarsi all’estero per le migliaia di feriti; e ovviamente non permette l’ingresso nella Striscia di giornalisti stranieri, affinché non si sappia che ‘cessate-il-fuoco’ e ‘negoziato’ sono solo il pretesto dietro il quale il governo Netanyahu consolida la sua presa sul 60 per cento della Striscia.

Se aggiungiamo la pulizia etnica in corso nel West Bank, la fiducia riposta nel ‘dialogo’ dal governo Meloni suona sempre più come la formula dell’ipocrisia e, inevitabilmente, della complicità.


Caso Zampolli, la ex lo attacca: «Pinocchio»


Ungaro torna ad accusare l’imprenditore di dichiarare il falso su Melania. L’anticipazione di «Report»

melania trump

(di Antonella Baccaro – corriere.it) – Una foto di Pinocchio, metafora della falsità, accostata al nome di Paolo Zampolli, pubblicata su X. È tornata a parlare sui social, Amanda Ungaro, modella brasiliana ed ex compagna dell’inviato per gli affari di Donald Trump, da lei accusato di aver coperto l’amicizia della first lady Melania con il finanziere Jeffrey Epstein, condannato per un giro di prostituzione, anche con minorenni.

Lo fa all’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta di Report (che la modella posta su Instagram), in onda stasera su RaiTre, che confermano la sua tesi. Lo scoop di Sacha Biazzo è una telefonata del 2017 in cui lo stesso Zampolli, parlando con un suo contatto legato alle Nazioni Unite, ammette che, a due settimane dalle elezioni, Melania gli aveva chiesto di «coprirle spalle».

Insomma di spacciarsi come il primo tramite tra lei e Donald Trump.
Tutto risale al 2016, quando il tabloid britannico Daily Mail aveva pubblicato un’inchiesta sul passato di Melania Trump, accusandola senza prove di aver lavorato come escort. Melania ottenne la rimozione dell’articolo e un risarcimento milionario, anche grazie a quelle dichiarazioni pubbliche di Zampolli.

Ma nella puntata di Report si allungano ombre anche sul ruolo di Zampolli come ambasciatore della Dominìca. Per l’ex compagna Amanda, l’imprenditore avrebbe pagato per quell’incarico e anche per quello che fu dato a lei, di console. Lui smentisce: «Non sono state pagate delle tangenti. Io alla Dominìca gli ho portato un deal da 190 milioni di dollari». Report si occupa anche dell’organizzazione a difesa degli oceani, «We are the oceans», presentata da Zampolli all’Onu e rivelatasi una truffa da 60 milioni di dollari. Sul punto Zampolli fa spallucce, non essendo indagato. Come anche per le accuse di stupro di un’altra donna, Victoria Drake, che secondo l’imprenditore starebbe cercando di estorcergli denaro.

Intanto dell’inchiesta si comincia a parlare negli Usa (lo fa il sito «Occupy democrats»). E in Brasile, dove la first lady brasiliana Janja Lula da Silva si è indignata per gli insulti rivolti da Zampolli alle brasiliane, secondo lui, «programmate per fare casino».

Quanto a Amanda, in un post pubblicato ieri su X riprende il proposito espresso da Zampolli di testimoniare davanti al Congresso americano sul fatto di essere stato lui a presentare Melania a Trump. «Giusto per chiarirti le idee — scrive Amanda —: mentire sotto giuramento, specialmente al Senato, è un crimine». E sarcasticamente aggiunge: «Avrai un aspetto assolutamente splendido in quella tuta arancione (si suppone la tuta dei carcerati a Guantanamo, ndr) per cui hai lavorato così duramente, chiedendo così tanti favori a Pam Bondi (procuratrice generale, ndr) e Stayce Cleveland (non meglio identificata, ndr) solo per farmi finire in questo posto». Il riferimento è all’accusa rivolta dalla modella a Zampolli di averla fatta espellere dagli Usa tramite la polizia antimmigrazione clandestina. Per Amanda, l’ex mente come «un ragazzino delle superiori». Ma Zampolli ha già pronte le querele.


Trump alza il tiro sul Vaticano e fa scendere in campo i servizi segreti


Una regola non cambia mai. Non si osserva soltanto chi è apertamente ostile. Si osserva, con ancora più attenzione, chi potrebbe diventarlo

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Altro che schermaglie diplomatiche. Qui siamo davanti a un cambio di paradigma vero. Quando Donald Trump ha bollato Papa Leone XIV come “debole” e “terribile in politica estera”, a Washington nessuno, nei circuiti della sicurezza nazionale, ha pensato a uno sfogo social. Quelle parole sono state lette per quello che sono: un segnale politico preciso. Tradotto nel linguaggio della comunità d’intelligence significa una cosa sola, alzare il livello di attenzione sul Vaticano.

Lo scontro è ormai pubblico, certificato, e con toni che non si vedevano da anni tra Casa Bianca e Santa Sede. Forse forse non si sono mai visti. Ma il vero movimento non è quello visibile. È quello sotterraneo. Perché mentre la polemica occupa le prime pagine, nei corridoi delle agenzie federali si muove una macchina molto più silenziosa, rodata da decenni e oggi semplicemente ri-orientata.

Chi conosce i dossier sa che il Vaticano è da sempre un obiettivo particolare: non un nemico, ma nemmeno un soggetto da lasciare fuori dai radar. È un attore globale con una rete diplomatica capillare, capace di incidere su crisi internazionali, equilibri politici e opinione pubblica. Per questo da anni esiste un sistema articolato che coinvolge CIA, NSA, FBI e il Dipartimento di Stato, ognuno con un ruolo diverso ma convergente. Una presenza che si muove tra relazioni diplomatiche, raccolta informativa, intercettazioni e cooperazione su sicurezza e minacce internazionali.

La vera novità non è quindi l’esistenza di questa rete. La novità è il cambio di bersaglio. Fino a ieri il Vaticano veniva osservato come attore geopolitico. Oggi, con l’accelerazione impressa da Trump, il focus si restringe sulla figura stessa del Papa. È qui che scatta il salto di qualità: Papa Leone XIV non è più soltanto un interlocutore scomodo, ma viene progressivamente trattato come una variabile critica per gli interessi americani. Un’etichetta senza precedenti.

Negli ambienti dell’intelligence questo non produce ordini scritti o svolte improvvise. Produce qualcosa di più sottile: un aggiustamento continuo, come una manopola che viene girata. Più attenzione sulle sue posizioni, più analisi sulle sue dichiarazioni, più interesse per il suo entourage e per le dinamiche interne alla Curia. Le sue parole su Iran, America Latina e conflitti internazionali diventano materiale sensibile, da leggere e rileggere, da incrociare con informazioni riservate.

I segnali sono quelli che, presi singolarmente, sembrano irrilevanti ma che insieme raccontano un’altra storia. Richieste di analisti con competenze linguistiche e culturali legate al mondo italiano e religioso, rafforzamento del monitoraggio delle fonti aperte, attenzione crescente alle reti diplomatiche vaticane. Nulla che faccia rumore, tutto che indica una priorità in salita.

C’è poi un elemento che rende questo scenario ancora più delicato. Papa Leone XIV è il primo Pontefice statunitense della storia. Ed è proprio questa vicinanza a renderlo più sensibile agli occhi di Washington. Più comprensibile, ma anche più esposto. Più vicino, e quindi potenzialmente più problematico se si discosta dalla linea della Casa Bianca. Ne nasce una tensione inedita: due figure globali, entrambe americane, che giocano su piani diversi ma con la stessa posta in gioco: influire sulle sorti del mondo.

Chi si ferma alla polemica politica non vede il quadro completo. Qui non si tratta di uno scontro personale, ma di un riallineamento degli interessi. Trump vuole sapere cosa pensa davvero il Papa sui dossier più caldi, quanto pesa nelle crisi internazionali, dove può rallentare o ostacolare la strategia americana. E soprattutto vuole capire se dentro il Vaticano esistono crepe, divisioni, margini di pressione.

Perché nel mondo dell’intelligence una regola non cambia mai. Non si osserva soltanto chi è apertamente ostile. Si osserva, con ancora più attenzione, chi potrebbe diventarlo. Sebbene non faccia parte delle priorità ufficiali, Trump ha chiarito di voler sapere tutto (qualsiasi informazione, meglio se potenzialmente compromettente) su Leo e i suoi collaboratori. Perché per Trump Papa Leone è diventato una minaccia agli interessi degli Stati Uniti d’America.


Trump, il vero fascismo e la nuova liberazione


(Tommaso Merlo) – Altro che sconfitto, il fascismo è sopravvissuto in altre forme infettando perfino i nostri liberatori americani. Trump è il ducetto di turno sul balcone, attorno a lui una manciata gerarchi eunuchi e sotto masse di invasati dalla propaganda mainstream mentre famelici potentati si fanno i loro sporchi comodi dietro le quinte. Giungla di mercato e legge del più forte e cioè del più ricco, con vite trasformate in business plan, nazioni in aziende e società in mercati in cui il potere dei soldi rimpiazza quello dei cittadini. Nulla succede per caso. Dopo una vita a fregare il prossimo, Trump è stato eletto per ben due volte grazie ad un andazzo per cui più hai, più vali e in cui le masse di teleconsumatori non si affidano al più saggio e capace e magari pure al più buono, ma al più ricco e al più spregiudicato che rassicura le loro paure, che asseconda il loro odio verso qualche nemico immaginario ed alimenta i loro miraggi materiali. Soldi, roba, potere, visibilità, svago. Di più come sinonimo di meglio e consumismo anche di se stessi e del pianeta. E se il ducetto di turno è pure stronzo, meglio ancora per le masse in cerca di rivalsa sociale e sfoghi esistenziali. È triste ma così. Egoismo viscerale che diviene cultura dominante che diviene fascismo quotidiano e cioè arroganza, prepotenza, superficialità, assenza di empatia. Col fine che giustifica ogni mezzo per imporre la propria volontà e soddisfare le proprie voglie. Fascismo come modo di essere e di vivere, non come bega politica e sistema istituzionale. È così. Abbiamo conquistato le libertà sociali mentre per quelle mentali abbiamo ancora molta strada da fare. Ed eccoci qui, alle democrazie apparenti con al centro gli interessi invece che i valori e quelli privati invece che quelli pubblici. Giungla di mercato in cui tutto è in vendita. Anche il potere politico e mediatico, anche la dignità delle classi dirigenti ridotte ad attorucoli col compito d’intortare le masse di telespettatori mentre dietro le quinte la mafia lobbistica si fa i propri sporchi comodi tra un carnevale elettorale e l’altro. Il tutto spacciato come democrazia quando in realtà due facce dello stesso sistema marcio si alternano al potere e il banco vince sempre. Il banco che ha i soldi per comprarsi chi prende le decisioni e chi le racconta in modo che la propaganda di comodo prevalga sulla realtà. Legge del più forte che oltre i confini diventa impero, diventa decenni di guerre a vanvera per soddisfare gli appetiti della lobby delle armi, di quella sionista e di quelle arriviste e conformiste che hanno venduto anche l’anima al diavolo. Triste ma così. Fascismo come modo di essere e di operare dei teleconsumatori come delle classi dirigenti che blaterano dagli schermi. È cronaca marrone. Trump ha incassato cifre folli dagli oligarchi americani ripagandoli tagliando tasse e stato sociale. Con la lobby petrolifera si è invece sdebitato rapendo il presidente del Venezuela mentre con quella sionista sponsorizzando il genocidio e aggredendo illegalmente l’Iran. È cronaca nera come il petrolio del Golfo che già scarseggia. Di questo passo torneremo ai carretti trainati dai muli e a coltivare l’orto invece che mangiare plastica mentre le crociere si faranno a remi. È cronaca verde dollaro. Mentre gli americani e i loro servi europei finiscono sul lastrico, l’ultimogenito spilungone di Trump ha guadagnato una fortuna speculando sul petrolio grazie al paparino che gli soffia in anticipo i suoi deliri social. Se stessi first e karma elettorale di tutti coloro che han votato Trump e fascistumi simili per meschino tornaconto. Karma personale e collettivo, con l’impero americano e le sue misere colonie europee che dopo decenni a sfruttare e insanguinare il mondo, rischiano il precipizio. Del resto i fascismi prima o poi vanno a sbattere contro i muri perché troppo arroganti per ammettere errori e correggersi e là fuori ci sono già potenze ed idee più intelligenti verso cui il mondo già tende. Presto anche il ducetto Trump finirà a testa in giù e non si troverà più un camerata neanche a pagarlo. Ma senza un esame di coscienza, il fascismo prima o poi ricomparirà in forme nuove. Perché non è una bega politica, ma un modo di essere e di vivere. Dopo aver conquistato le libertà sociali, dobbiamo conquistare quelle mentali sradicando l’egoismo dalla nostra persona. Urge una nuova liberazione ma interiore per raggiungere una maggiore consapevolezza e quindi una sapienza unica garanzia di vero benessere e sana democrazia.


Calenda si è accorto dei finanziamenti anomali a “Libero”?


(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “L’indipendenza dell’informazione e la salvaguardia del suo pluralismo sono condizione e strumento della libertà di tutti, pietra angolare di una società sana e di una democrazia viva” (Sergio Mattarella, presidente della Repubblica – Roma, 5 gennaio 2024)

Con tutti i giornali, giornalini e giornaletti che percepiscono contributi diretti dallo Stato, l’ineffabile senatore Calenda è andato a prendersela proprio col Fatto Quotidiano, l’unico che fin dalla fondazione dichiara sotto la testata che “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Ed è anche l’unico che, da diversi mesi, risulta in continua crescita nella classifica Ads (Accertamento diffusione stampa): nell’ultima rilevazione disponibile, quella di febbraio 2026, ha raggiunto un totale di 57.595 copie, fra cartacee e digitali a pagamento, segnando un +10,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e piazzandosi al quarto posto dopo i “giornaloni” Corriere della SeraRepubblica e Sole 24 Ore.

In un comunicato pubblicato in queste pagine il 17 aprile scorso, l’amministratrice delegata del Fatto, Cinzia Monteverdi, ha puntualmente replicato alle illazioni dell’ex ministro ed ex dirigente d’azienda sui conti della nostra società editoriale, precisando che l’indebitamento di Seif “è avallato da accurate analisi di stimabili istituti di credito e dal nostro revisore KPMG che certifica il bilancio con la dovuta attenzione”. E l’incauto Calenda non ha potuto fare altro che ringraziare “per la risposta che assumiamo essere consapevole e ponderata”.

Il caso si potrebbe chiudere qui se non fosse che l’improvvida sortita di un parlamentare della Repubblica, già eurodeputato del Pd e poi transfuga in un partitino di centro da lui stesso fondato, tocca il tema della crisi che attraversa tutta l’editoria e in particolare la questione dei finanziamenti pubblici. In nome del pluralismo e della libertà di stampa, si può considerare anche giusto e opportuno che il governo intervenga a sostegno dell’informazione. Ma bisogna verificare bene a quali condizioni per evitare abusi: altrimenti, si rischia di fare di tutti i giornali un fascio e di provocare una reazione avversa, come quella della petizione contro il cosiddetto “reddito di giornalanza”, promossa dall’associazione Schierarsi.

Finché si tratta della stampa d’ispirazione cattolica, cioè della religione largamente più radicata e seguita nel nostro Paese, i contributi diretti hanno una loro legittimazione: i 5,5 milioni di euro corrisposti nel 2024 al quotidiano Avvenire, i 6 milioni tondi a Famiglia Cristiana e i 287mila euro alla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica possono anche essere considerati leciti. E altrettanto vale per testare pubblicate da cooperative di giornalisti, come per esempio il manifesto (3,257 milioni), La Provincia (1,397 milioni) o La Discussione (990mila euro). Ma deve trattarsi di vere cooperative, non di società private travestite.

Che senso può avere, allora, un sostegno pubblico di 5,4 milioni a un quotidiano come Libero che appartiene a un imprenditore della sanità qual è Antonio Angelucci, parlamentare assenteista della Lega, che già controlla Il Giornale e Il Tempo di Roma? Oppure, un contributo di 2,4 milioni alla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, acquisita da Antonio Albanese (rifiuti) e Vito Miccolis (trasporti), poi trasformata in un’impresa sociale? Di questi casi, piuttosto, farebbe bene a occuparsi un parlamentare che si professa democratico e liberale come Calenda. Tanto più che i contributi diretti (70-75 milioni annui) si aggiungono alle agevolazioni, pari al 30% delle spese sostenute nell’anno precedente, riconosciute a tutti i giornali come credito d’imposta per l’acquisto della carta, portando il totale a circa 140 milioni all’anno.


Il socio occulto di Jeffrey Epstein


Villa Cipriani in Uruguay: Minetti, feste e squillo. ”Nel ranch cellulari vietati. Per alimentare il traffico di sesso a pagamento un sistema di corruzione che oggi è nel mirino del governo uruguaiano”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) […] La luce del Mediterraneo abbaglia. E nasconde. Sotto la linea di galleggiamento restano i segreti. Per sei mesi l’anno, la parte “bella e ufficiale” dell’impero di Giuseppe Cipriani naviga a bordo del gigantesco yacht “Gin Tonic”. Sul ponte tintinnano i calici di star internazionali e icone globali: Shakira, Naomi Campbell… Feste esclusive, lusso, immagini perfette. Il ritratto immacolato di un mecenate globale e “normoinserito”, come lo definiscono i legali della sua compagna Nicole Minetti nell’istanza di grazia. Poi l’estate finisce. I motori si spengono. E la scena si sposta dall’altra parte dell’oceano. L’ancora si pianta in Uruguay, dove quella luce viene inghiottita da due “cuori di tenebra”: il lato oscuro della coppia Cipriani-Minetti.

[…]

“È una depravazione. Tutto, tutto è una depravazione”. A parlare è una persona che per anni ha lavorato, dormito, servito dentro il “gemello” terrestre dello yacht: la tenuta-bunker di Cipriani a La Barra, dipartimento di Maldonado. Su Google Maps, spiega chi ci ha lavorato, si vedono solo alcuni edifici, perché l’area sarebbe schermata da un sistema anti-drone capace di accecare le riprese aeree. Paranoia, forse, ma nei loro racconti è una fortezza isolata, difesa da guardie e polizia privata.

Solo ieri svelavamo come Cipriani non fosse solo un imprenditore dell’ospitalità di lusso, ma il socio occulto di Jeffrey Epstein, il finanziere al centro del più grande scandalo di pedofilia globale. E come le loro agende di affari e di piacere si siano incrociate per decenni (“Sarò a New York martedì, a Parigi sabato”, una delle centinaia di mail dagli Epstein files). Un legame così stretto che Naomi Campbell, intima amica di Epstein, ha soggiornato più volte proprio nella chacra uruguaiana fin dal 2004. Secondo le testimonianze raccolte dal Fatto, in quell’angolo assolato di Sud America si replicavano torbide dinamiche predatorie di soldi e sesso alla Epstein. Il miliardario americano avrebbe persino trascorso un’intera estate nella villa di Cipriani, muovendosi come un fantasma intoccabile. La regola per la servitù: “Non lo potevamo guardare negli occhi”.

[…]

Superate le guardie, la villa si rivela un dedalo costruito per nascondere. Una lunga galleria dominata da un “camino gigantesco”, un ponte in legno sospeso su una piscina rialzata, salottini che sprofondano nel buio. Sotto la camera da letto del padrone di casa si trova il sancta sanctorum: sauna, lettino per i massaggi e vasca gelata. Attorno, come satelliti, sei casette separate: alloggi per le modelle destinate alle feste. Cellulari vietati. Qualcuna li usa, ma per farsi selfie in bagno.

Per alimentare il traffico, Cipriani avrebbe organizzato una catena di montaggio garantita da un sistema di corruzione doganale oggi sotto osservazione del ministero degli Interni. “A dicembre, le ragazze arrivavano direttamente con il suo aereo privato. Ma all’immigrazione non risultava nulla”, raccontano i media locali che già a febbraio avevano raccolto le prime testimonianze, a rischio della loro incolumità. Il meccanismo: i piloti consegnavano solo due o tre passaporti. Le altre entravano “come fantasmi”. I controllori dell’ufficio immigrazione non salivano mai a bordo per verificare il numero reale dei passeggeri. È per questo che i funzionari ora sarebbero finiti sotto inchiesta. A orchestrare i silenzi, una donna che era la sua factotum in Sud America. “Era l’unica capace di oliare i funzionari corrotti con regalini sistematici”. Non solo denaro: modifiche ai timbri per coprire soggiorni irregolari negli Usa e favori di altro tipo. “Per compiacere una capa dell’immigrazione, le hanno spianato gratis un terreno con i macchinari dell’hotel”.

[…] Dentro le sei “casette”, la donna diventava merce. Turni implacabili e tariffari precisi, la “lista de precios”. Al mattino venivano fatte sgomberare le uruguaiane e le argentine, considerate la fascia bassa. Nel pomeriggio piovevano dal cielo le modelle élite brasiliane, seguite poi dalle italiane. Le regole per loro erano dictatoriales: palestra quotidiana per essere sempre nella forma migliore per i clienti e divieto di indossare lo stesso abito due volte.

L’isolamento della tenuta crea catene di messaggi solidali e consigli pratici tra ragazze che si muovono tra Montevideo, Maldonado e voli intercontinentali. “Hoy sigo para Dubai”, scrive una. La dimensione lavorativa affiora senza essere mai esplicitata. “¿Vos trabajando?”. E la risposta: “No, hoy estoy en casa”. Poi i dettagli pratici. Piccoli accorgimenti funzionali. “Hai delle caramelle? Ho mangiato aglio e se devo assistere Giuseppe devo avere l’alito profumato”. “Ho finito gli assorbenti, ne hai?”. Dei padroni di casa parlano poco. “Giuseppe se fue ayer”. Ma se lui è partito, Nicole è arrivata. Movimenti che le interlocutrici seguono e commentano in tempo reale. Era “de esperarse”, prevedibile.

La sera entrava in scena un facilitador argentino. “Chiamava per ordinare il numero esatto di donne e durante la festa le affiancava agli uomini d’affari, anche seminude. Bastava uno sguardo e sparivano nelle stanze buie o nelle casette private”. Un testimone riferisce di averlo riconosciuto durante una visita dell’attuale presidente uruguaiano Luis Lacalle Pou, arrivato ufficialmente per un sopralluogo. Parte del suo entourage, racconta, si sarebbe poi allontanata con alcune ragazze. A governare il sistema, con ruolo di madame, ancora e sempre lei: Nicole Minetti.

Nel 2013 era stata condannata in primo grado a cinque anni per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby, pena ridotta nel 2014. In attesa della sentenza definitiva che sarebbe arrivata nel 2019, Nicole Minetti cambiò vita? Pare proprio di no. A settembre del 2017 l’imputata viene “pizzicata” al “Downtown Ibiza” di proprietà di Cipriani, dove la lady della “coppia padronale” faceva lo stesso lavoro di sempre. Così la raccontava il nostro mensile Millennium. Minetti era la DJ resident del sabato sera, stava alla consolle e scendeva in sala per accogliere gli ospiti di riguardo e i Vip al tavolo del compagno; perlopiù ricchi uomini d’affari – russi, arabi, americani – col portafogli a fisarmonica, circondati da schiere di “belle ragazze compiacenti, piene di curve e tatuaggi, che si mostravano generosamente a uomini facoltosi in cerca di conquiste facili”. Quando scendeva in sala le “ragazze” le andavano incontro come in un vero e proprio “pellegrinaggio”, guardandola con ammirazione, come per chiederle in dono un riflesso della sua capacità di capitalizzare le doti che la natura le ha riservato.

Neppure allora l’ex consigliera regionale aveva “cambiato vita”, come assicura l’istanza con la quale a febbraio ha ottenuto la grazia. Si era semplicemente trasferita nel dorato mondo del compagno per poi seguirlo fino in Uruguay, dove nel 2018 Cipriani avvia quello che nell’istanza viene descritto come “il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael”. Nell’istanza di grazia il periodo di Arcore viene definito “un contesto di vita definitivamente chiuso”, collocato in un “ambito temporale circoscritto”. Invece, a quanto pare, dopo Ibiza lo replicava anche in Sud America, dove è rimasta per anni e fino al 2024-2025, ma su scala industriale. E dove, peraltro, riappare il fantasma delle minorenni. La condanna definitiva per Minetti fu per favoreggiamento della prostituzione “semplice”, senza cioè una qualificazione autonoma legata alla vicenda della minore marocchina Karima El Mahroug, fermata per un furto, per il quale in una notte di 16 anni fa corse alla Questura di Milano a giurare che fosse la nipote di Mubarak.

[…]

Un’uruguaiana, che chiameremo Marìa, fu “gettata nel giro a 16 anni in cambio di viaggi di lusso a New York, Los Angeles e Dubai”. Un’italiana, nome d’arte “Lulù”, sarebbe stata trascinata lì a soli 15 anni. “Viveva alterata dalle sostanze. Il fidanzato era morto per overdose e Cipriani viveva nel terrore”. Cipriani non vietava le droghe per etica, ma per controllo: solo alcol, per evitare “disastri con i clienti”. L’incubo: “Che la quindicenne morisse lì, scatenando uno scandalo ingestibile”. Al Fatto la ragazza non ha voluto rispondere. C’era anche una copertura, la più perversa di tutte. Periodicamente Cipriani apriva la chacra ai bambini orfani dell’Inau. “Invitati a pranzo, i piccoli venivano serviti personalmente da lui ma solo a favor di telecamere per costruirsi l’aura del filantropo”. Così i bambini finivano a giocare sulle stesse assi sotto cui, poche ore prima, si era consumato il commercio delle donne. L’inganno perfetto: un impero scintillante, fatto anche di soldi e sesso a pagamento, che affiora di nuovo dal fondo in cui era nascosto, coperto da uno scafo da 4 milioni di dollari. Minetti e Cipriani, contattati dal Fatto, hanno preferito non rispondere.


Il fu ceto medio


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – «Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’evasor». 

Vorrei dedicare questo 25 Aprile a un resistente di cui non importa nulla a nessuno, se non al Fisco. Continuiamo a chiamarlo ceto medio, benché abbia smesso da un pezzo di esserlo. Fa (ha fatto) l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato. E percepisce buste-paga e pensioni ogni anno più risicate, con cui mantiene anche i parenti che non guadagnano. I dati dell’Irpef raccontano che sostiene da solo due terzi dell’intera baracca, a beneficio del disoccupato e del sottopagato, ma anche del lavoratore in nero e del nullatenente con yacht a carico, che passano il tempo a lamentarsi di uno Stato Sociale a cui si guardano bene dal contribuire. 

Il ceto medio rappresenta l’ossatura della società e i suoi malumori condizionano le svolte elettorali perché è alla perenne ricerca di un partito che ne riconosca i sogni, sempre più piccoli, e le ansie, sempre più grandi.

Vorrebbe che i giovani e gli intellettuali scendessero in piazza anche per lui. Che i politici non si limitassero a chiedere il suo voto prima delle elezioni, per poi dimenticarsene dal giorno dopo. Destra, sinistra, centro: se c’è una costante della nostra storia, è che nessun governo ha mai abbassato le tasse al ceto medio, cioè all’unico che le paga davvero, anche per l’impossibilità di eluderle. E che, appena sente parlare di patrimoniale, comincia a tremare, perché sa per esperienza che ogni nuova tassa, alla fine, la pagherà soltanto lui


Fisco, economia e Stato sociale, le vere sfide del nostro 25 aprile


Fisco, economia e Stato sociale, le vere sfide del nostro 25 aprile

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Se la politica da noi conservasse qualche segno di ragionevolezza questo 25 aprile potrebbe assumere un segno diverso dalle ormai rituali commemorazioni, buone a far rivivere contrapposizioni ormai prive di ogni significato storico, politico, culturale. Sia chiaro – è necessario chiarire anche l’ovvio dove circola ovunque volontà di fraintendere e malafede: la lotta contro il fascismo fu un grande evento, di quelli che segnano la storia mondiale, che ne determinano le grandi fratture. Essa rappresenta il crollo della risposta totalitaria alla crisi delle precedenti forme democratiche. Ma, a un tempo, anche la piena consapevolezza che all’esperienza dei totalitarismi non si rispondeva ripristinando quelle forme. Con le quali la nostra stessa Costituzione non ha nella sostanza nulla a che fare. Il fascismo è una rottura che non si rimargina; da esso si esce con una nuova democrazia. Le nostalgie, da qualsiasi parte provengano, sono inutili zavorre. E mai quanto oggi questo torna a essere vero.

Che lo si voglia o meno il mondo di oggi e di domani, le tragedie che attraversiamo e ancora più quelle che dovremo affrontare, non sono in alcun modo declinabili nei termini di fascismo e anti-fascismo; l’inerzia del linguaggio non è un fatto formale, denuncia povertà di analisi e di pensiero, incapacità di farsi un’immagine adeguata dello stato delle cose. E come era nuova l’idea di democrazia che viveva nella stragrande maggioranza delle forze della Resistenza, così ora si dovrebbe formare una unità tra coloro che comprendono quale cultura politica e quali concrete politiche siano necessarie per affrontare le forze in cui oggi si incarna davvero una strategia anti-democratica. Strategia che col fascismo d’antan nulla ha a che fare.

Ragionare fuori dai vecchi schemi, smettere di esprimere i conflitti in atto sulla loro base – e forse allora si potranno anche determinare nuovi rapporti, inaspettate osmosi, magari anche alleanze, che suoneranno scandalose ai cultori del tempo passato. Se si comprende chi sia l’attuale avversario, anche i nemici di un tempo potrebbero scoprire la possibilità di intese di ampia portata. Così avvenne nella Resistenza. Ma bisogna appunto capire che l’avversario non lo batti tornando all’antico. Solo in quanto potere costituente, potere che è mosso dall’idea di un nuovo Diritto, e che si rivolge all’intero Paese, che vuole esserne interprete del destino, la Resistenza ha vinto. Così dobbiamo saper parlare ora. Le vecchie divisioni sono fantasmi, se le misuriamo sulla realtà dell’attuale geo-politica. E se finalmente su questa costruiamo la nostra azione, allora tutti gli equilibri e le relazioni tra le forze politiche, anche all’interno del nostro Paese, potrebbero mutare.

La Resistenza aveva ben chiaro in mente l’interesse nazionale, che il fascismo aveva finito col massacrare. Oggi è concepibile difenderlo soltanto con una politica di compromesso e cooperazione tra i grandi spazi imperiali. In uno stato di guerra o di predisposizione alla guerra, l’interesse nazionale, largamente coincidente ormai con quello di tutta Europa, non può materialmente essere sostenuto. Con la guerra non può esservi quella libertà di scambi, relazioni, commerci, che è vitale per la stessa economia europea. Difende l’interesse nazionale chi in tutte le sedi contrasta politiche egemoniche, lavora perché il “fra” (preposizione di fatale importanza!) tra le grandi potenze sia nel segno dell’intesa, non in quello dell’abisso che divide. Risibile pensare a una sovranità a tutto campo per Stati come il nostro, ma semplicemente osceno è un sovranismo ideologico che obbedisce nei fatti a interessi altrui perfino sul piano economico e commerciale.

L’interesse nazionale è la base materiale di qualsiasi assetto assumeranno gli equilibri tra forze politiche europee. Ma la posta in gioco è assai più alta, e riguarda la forma stessa della democrazia. Quella progressiva prodotta dalla Resistenza non è minacciata da alcun fascismo d’annata, Anzi, per un aspetto fondamentale, proprio dall’opposto. Il fascismo, come tutti i totalitarismi del ‘900, hanno scritto sulle loro bandiere “la Politica al comando”; la Politica funge qui da grande regolatore delle decisioni di spesa, delle politiche industriali, della distribuzione della ricchezza prodotta. Una poderosa corrente di pensiero, di interessi economico-finanziari, sempre più tutt’uno con decisivi settori dell’èlite politica, si muove oggi in base all’idea che proprio il Politico, nel complesso dei suoi meccanismi istituzionali, delle sue regole, del suo apparato amministrativo-burocratico sia il Nemico da smantellare per liberare le forze creatrici della trasformazione, dell’innovazione scientifico-tecnologica e della stessa potenza imperiale. Saremmo destinati alla stagnazione e a perdere la sfida con la Cina, e magari con altri grandi spazi, se tali forze, proprie del sistema capitalistico, continueranno a dover fare i conti con le istanze egualitarie e universalistiche del vecchio Stato sociale, e con i suoi esorbitanti costi. Idee forti, di cui la maschera Trump è la versione populistica, buona per gli spettacoli che si offrono alle plebi.

Su questo terreno stanno le sfide del nostro 25 aprile. E vanno affrontate nello spirito che è stato quello dei nonni o ormai dei trisavoli: spirito costituente, nuova democrazia, non quella di prima del ’15-18. Come riformare lo Stato sociale, per non dare ragione, alla fine, ai suoi avversari, come semplificarne le funzioni, come ridurne il peso economico, come costruire una politica fiscale effettivamente ridistributiva. In ciascun Paese e con unità di intenti e politiche di convergenza europee. Sapendo che sarà comunque tutto vano se continueranno guerre e aggressioni, se non si compie ogni sforzo per farle finire.


Cristo e Trump non sono soci


(di Michele Serra – repubblica.it) – Devo avere scritto, nei mesi scorsi, almeno un paio di amache su questo papa americano, chiedendomi come mai — appunto perché americano — non dicesse con chiarezza, e da papa, che cosa pensa della prepotenza di Trump, del suo bellicismo, del suo linguaggio violento, e soprattutto del suo uso blasfemo della religione come alibi politico e come movente di guerra.

Forse ignoravo i tempi della Chiesa, che non sono quelli della cronaca. Fatto sta che mi sbagliavo, sia pure in folta compagnia, e sono davvero felice di poterlo dire. Non sono incerte o caute, sono secche, dirette e inequivocabili le parole che Leone XIV ha speso, nelle ultime settimane, contro il presidente americano e la sua visione del mondo. Così che si possa dire — finalmente! — che il cristiano più autorevole del globo è fortemente contrario all’uso sconcio del cristianesimo che la Casa Bianca ha messo in atto, con l’appoggio — non va dimenticato — di molti pastori evangelici, di non pochi vescovi americani, e sull’onda disturbante dei “cristiani rinati”, dei teocon, del nuovo fondamentalismo religioso di destra che ha avuto una parte decisiva nell’elezione di quel signore così evidentemente poco cristiano. Pare, dunque, che i nodi vengano al pettine. La prepotenza non è evangelica, Cristo e Trump non possono essere partner in affari, l’intelligenza artificiale, per quanto lucrosa, e potente, non può sostituirsi allo Spirito Santo nell’indirizzare gli uomini. Da non credenti, digiuni di teologia, lo avevamo immaginato, nel nostro piccolo, già da parecchio tempo. Ora ne abbiamo la conferma ufficiale. Ne siamo confortati. Evviva.


In un mondo di “liberali” fa paura una tivù russa


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Bruxelles, capitale d’Europa, è un mosaico di microcosmi politici, ideologici, nazionali, etnici che raramente si incontrano. Rispecchia l’Europa delle patrie che pochi ponti ha costruito. Nel periodo in cui lavoravo come ambasciatrice in Belgio, ho cercato di mettere in comunicazione belgi, italiani, diplomatici, burocrazia europea. La prassi invece è che gli italiani si incontrino tra italiani, i belgi tra belgi , i tedeschi tra tedeschi, i diplomatici tra diplomatici, i burocrati tra burocrati. Ciascuno parla la sua lingua, mai si affaccia al pensiero dell’altro.

[…] È quanto accade in Italia, dove raramente è possibile discutere in un quadro di vero pluralismo democratico. È ammesso un dibattito con linee rosse invalicabili. Si deve negare il genocidio, i nessi tra capitale finanziario e guerre occidentali, negare che il terrorismo in Europa sia stato prevalentemente sunnita e gestito da servizi segreti occidentali, si deve considerare Hamas un’organizzazione terroristica e Hezbollah pure, anche se è risaputo che esse siano nate soprattutto come organizzazioni per la liberazione di un popolo sotto occupazione; bisogna opporre le democrazie (liberali, tendenti all’autoritarismo) alle autarchie e dire tutto il male possibile di Putin, criticare Trump ma esprimere fiducia nei Dem; considerare la politica economica e l’analisi internazionale scienze neutre, non legate all’equilibrio di poteri all’interno degli Stati e tra di essi e via dicendo in un pensiero castrato e pappagallesco. Si cerca di ragionare, ci si rivolge ai cantori dell’Occidente e delle sue mistificazioni, si pongono domande razionali che smantellano le tesi propagandistiche, ma il giorno dopo gli stessi ritornano a inventare la realtà, a sconfiggere la Storia. Hanno letto le critiche, le domande, sono consapevoli delle contraddizioni, ma – come Trump – sanno che la narrativa può inventare la realtà. Tutti vivono come nei social in compartimenti standard, rinforzando la loro visione del mondo. Il noi e il loro prevale. Noi occidentali contro il resto del mondo, ma noi italiani diversi dai francesi, noi liberali ed europeisti diversi dai populisti ecc.

[…]

Questi processi non avrebbero potuto prendere piede senza una sistematica distruzione della cultura e della razionalità. I social e i talk show, che prediligono il pensiero contratto, odiano l’approfondimento, oppongono slogan alla complessità, sono gli strumenti adatti al degrado culturale e al governo dei sudditi da parte delle lobby. La normalizzazione delle guerre di aggressione contro la Palestina, il Libano e l’Iran convive con la demonizzazione dell’invasione di Putin dell’Ucraina. Inutile spiegare le similarità tra l’accerchiamento della Russia e quello dell’Iran, l’identico attacco a paesi colmi di materie prime necessarie al capitale finanziario in declino, a nulla vale ricordare che la classe Epstein, autrice del genocidio in Palestina, è la stessa che si considera avvocato dei diritti umani del popolo ucraino che sta condannando allo sterminio. Non serve portare argomenti razionali per stigmatizzare le menzogne relative alla minaccia russa per l’Europa o iraniana per la bomba nucleare. Inutile portare i dati concreti sull’influenza della lobby americana di Israele sui media e sulla politica statunitense e in parte europea. Il compartimento standard funziona a meraviglia. Imperterriti in tv e nei giornali, inventano il loro catechismo e a furia di ripeterlo tante brave persone sono convinte che tanti ucraini muoiano per la libertà da un nemico pronto a invaderci, oppure che Israele sia forzato a commettere un genocidio e ad aggredire i vicini per difendersi. […]

Che fare quando l’accademia, la diplomazia, la politica, il giornalismo, con poche sfumature diverse, ci bombardano con gli stessi assiomi mai dimostrati? Si aprono i giornali e si scopre che l’ambasciatore russo è stato convocato alla Farnesina. Sono tutti furiosi contro un anchor man russo per i suoi attacchi pesanti alla Meloni e le sue critiche a Mattarella. Il quale può paragonare la Federazione russa alla Germania nazista, Di Maio può chiamare Putin animale, per non parlare delle ingiurie di Biden, della Kallas e di Von der Leyen che tra l’altro dichiarano apertamente di voler smembrare la federazione russa. Tutto questo va bene, ma se un personaggio televisivo insulta la Meloni si ammonisce l’ambasciatore. Forse i conduttori tv russi non lavorano per il Cremlino né per un partito come quelli di Tv Sette. Immagino come sia rimasto esterrefatto l’ambasciatore, convocato d’urgenza non per un nodo diplomatico, ma per ottenere la censura governativa di un giornalista popolare. Si guardano bene dal resuscitare la diplomazia per comprendere le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di Mosca, ma riprendono i contatti diplomatici per zittire una tv russa. La situazione è grave, ma non seria.


“Coprici le spalle”: l’audio esclusivo di Report rivela il patto tra Zampolli e Melania Trump


«Coprimi le spalle e sarai protetto»: a Report l’audio della telefonata in cui Zampolli rivela il «patto» con Melania Trump. «Qualunque cosa succeda sarai protetto» avrebbe detto la futura First Lady all’imprenditore amico del presidente duranta una chiamata. L’anticipazione della puntata di Report di domenica 26 aprilre

Zampolli

(di Monica Ricci Sargentini – corriere.it) – «Coprici le spalle». È la frase al centro dell’audio del 2017 ottenuto in esclusiva da Report per Rai3 che svela un presunto patto tra Paolo Zampolli e Melania Trump alla vigilia delle elezioni americane. Nella registrazione che la trasmissione accompagna con immagini e materiali video, l’inviato speciale di Donald Trump, ignaro di essere registrato, ricostruirebbe una conversazione in cui la futura first lady gli avrebbe chiesto sostegno («you have our back») in cambio di protezione dopo la conquista della Casa Bianca.

L’audio non è un elemento isolato. Nell’inchiesta firmata da Sacha Biazzo, la telefonata si inserisce in un racconto più ampio fatto di interviste, documenti e confronti diretti con lo stesso Zampolli, ripreso e incalzato dalle domande del giornalista. Il programma ricostruisce un sistema di relazioni che ruota attorno alla sua figura, toccando il contesto internazionale emerso dai cosiddetti Epstein files, il mondo della diplomazia caraibica e una serie di vicende controverse che negli anni lo hanno accompagnato.

L’audio esclusivo di Report, la telefonata di Zampolli che svelerebbe il patto con Melania Trump

Tra i passaggi centrali, le testimonianze dell’ex compagna Amanda Ungaro, che parla esplicitamente di un «patto» con Melania Trump, e il racconto di Victoria Drake, che accusa Zampolli di violenza sessuale, supportata, secondo la trasmissione, da documentazione medica. Il servizio dà conto anche della posizione dell’interessato, che respinge tutte le accuse e dichiara di essere vittima di un tentativo di estorsione.

L’inchiesta affronta inoltre il capitolo dei rapporti con Jeffrey Epstein e il contesto più ampio descritto da alcune fonti come una rete di relazioni e potere che attraversa politica, affari e intelligence. In questo quadro, la telefonata diventa il punto di raccordo tra testimonianze e ricostruzione giornalistica.

Zampolli contesta l’intero impianto. «È falso, generato dall’intelligenza artificiale», afferma, mettendo in dubbio non solo il contenuto ma la natura stessa della registrazione.

Il nodo diventa quindi tecnico oltre che politico. L’autenticità dell’audio potrà essere verificata solo attraverso un’analisi forense: metadati, continuità del segnale, eventuali tracce di editing. Un passaggio cruciale, anche considerando che nel 2017 strumenti di manipolazione vocale esistevano, pur essendo meno diffusi rispetto a oggi.

Alla smentita Zampolli affianca una controffensiva legale. In una denuncia-querela presentata ieri alla Procura di Roma parla di «campagna diffamatoria internazionale» e di richieste di denaro fino a 650 mila dollari, che definisce estorsive.

Nelle comunicazioni con le autorità americane il Rappresentante speciale degli Usa per le partnership globali segnala inoltre di essere stato vittima di un «sofisticato scherzo» costruito con informazioni sensibili e di aver collaborato con l’Fbi.

Sui social rilancia la sua posizione: afferma di aver presentato una segnalazione formale all’Fbi e di aver consegnato nuove prove, parlando di «cinque procedimenti penali in diverse giurisdizioni» e di uno schema coordinato. E insiste su un punto: i contenuti generati con intelligenza artificiale «non si creano da soli» e lasciano tracce e che ogni elemento verrebbe ricostruito nelle sedi giudiziarie.

Il confronto resta aperto. Da una parte un’inchiesta che mette insieme audio, video, testimonianze e documenti. Dall’altra una difesa che contesta la prova chiave e parla di manipolazione.

È su questo terreno che si gioca la partita: non solo sui fatti, ma sulla loro autenticità. In un contesto in cui la distinzione tra registrazione e costruzione è sempre più difficile da tracciare e in cui sarà decisivo capire non solo cosa si sente, ma da dove arriva.


25 Aprile, la Resistenza continua


(Dott. Paolo Caruso) – Sono trascorsi ottantuno anni da quel 25 aprile 1945, data storica in cui l’Italia ritornava a essere libera dalla oppressione della dittatura fascista che tanti lutti e sangue aveva provocato nel nostro Paese. Oggi ricorre la giornata celebrativa di quell’ evento che ben rappresenta la storia di un popolo, e i valori di libertà a cui devono specchiarsi le giovani generazioni. A ridosso di questa data la kermesse politica si profila sempre più accesa in quanto la destra meloniana, che affonda le sue radici nel fu Movimento Sociale di cui conserva simbolo e animo, stenta ancora a farsi riconoscere emblematica dell’antifascismo. In questi ultimi anni con l’ avanzata delle destre ( sovranisti, estrema destra ) in Europa e anche nel nostro Paese, spinte da insoddisfazione sociale, crisi economica, è d’obbligo, ricordando il passato, essere vigili e resistere agli effluvi che olezzano di cloaca fascista. La Costituzione italiana che prende origine proprio dall’ antifascismo è il bersaglio da picconare della Meloni e dei ” fratelli “. I pesi e contrappesi che regolano la vita democratica di un Paese, i giornalisti e i magistrati le sono indigesti. Sono proprio le sue radici ideologiche a orientare la politica della Nazione verso una democrazia illiberale. Il 25 aprile, data simbolo della Resistenza, che coincise con l’inizio della ritirata delle truppe naziste e dei fascisti dalla repubblica di Salò, con la ribellione delle popolazioni e l’intensificarsi delle lotte partigiane contro l’oppressore, rappresenta un momento buio per l’ Italia che sfociò in una guerra civile sanguinosa. E’ la festa in cui si celebra la Resistenza alla barbarie nazifascista, la liberazione dalla dittatura e la ricostruzione di un Paese avviato verso un contesto di democrazia e libertà. Questa ricorrenza deve farci riflettere quanto grandi e illuminati siano stati i politici di allora, comunisti, cattolici, azionisti, repubblicani, anarchici, che sacrificarono parte delle loro idee per il bene comune e per il ripristino delle più basilari regole di libertà. Si tratta di un passaggio di grande importanza per la storia d’Italia, uno hiatus tra il periodo buio della dittatura fascista e l’inizio di una nuova vita di libertà, un periodo di riscatto civile, di vera rinascita morale e economica. Ancora oggi purtroppo rigurgiti del “ventennio” tendono a oscurare tale ricorrenza e anche uomini delle Istituzioni della destra meloniana fanno di tutto per sminuire e riscrivere la storia sul 25 aprile. Del resto il Presidente del Senato La Russa vorrebbe accomunare in questa ricorrenza che profuma di libertà i caduti partigiani ai ” repubblichini di Salò” occultandone il vero significato. I saluti romani, e i cimeli fascisti in suo possesso, si integrano perfettamente nel contesto politico attuale, dove ipocrisia, silenzi e mezze verità della Premier riaccendono la polemica fascismo antifascismo. Resistere a questa destra oscurantista che vorrebbe riportare indietro le lancette della storia è d’obbligo. Il merito, la giustizia sociale, il salario minimo, il riscatto della dignità del lavoro, l’emergenza climatica, non rappresentano le priorità del governo Meloni, mentre rimane aperta la scelta bellicista. Le speranze di allora trovano spazio negli ideali di tanti giovani, nelle manifestazioni popolari, nella difesa della Costituzione e della libertà, mentre la fiducia nei partiti viene meno rimanendo solo una cartolina ingiallita dal tempo, una realtà offuscata dal deserto valoriale e dove nel vuoto della politica trova spazio sempre più la lotta per il potere.


Tra poco più di due mesi capiremo se Meloni sta con Trump o con gli italiani


Il 7 e 8 luglio del 2026, al vertice Nato di Ankara, Meloni dovrà finalmente dire se aumenteremo le spese militari come abbiamo promesso a Trump, o se useremo quei soldi per sostenere famiglie e imprese impoverite dal blocco dello stretto di Hurmuz.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – 7 e 8 luglio 2026. Cerchiate in rosso questi due giorni sul calendario, perché succederanno cose interessanti, e molti nodi verranno al pettine.

In quei giorni i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato si incontreranno ad Ankara, nell’annuale vertice dell’Alleanza Atlantica. Il primo, dopo lo scoppio della guerra in Iran. E, per quanto ci riguarda, il primo dopo la grande, presunta, rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni. 

Facciamo un passo indietro. Quasi anno fa, nell’analogo vertice Nato dell’Aja, del 25 giugno 2025, Trump chiese e ottenne che i Paesi europei aumentassero significativamente la spesa militare, fino al 5% del PIL. 

L’Italia, per la cronaca, è ferma all’1,6%. Contati male, promettemmo 70 miliardi di euro in più di spesa militare al nostro “amico” americano. Quel giorno peraltro Meloni difese la sua scelta, parlando di “spese necessarie per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza, risorse che servono a mantenere questa Nazione forte come è sempre stata”.

Aggiunse anche, cerchiate in rosso pure questa frase, che non avrebbe tolto “nemmeno un euro dalle priorità del governo e dei cittadini italiani”.

Perché questa frase, semplicemente, non è più vera. Il governo, infatti, non è riuscito a uscire dalla procedura d’infrazione e non può più scorporare le spese della difesa dal deficit. E quindi, tradotto, quei 70 miliardi in più da spendere in armi toccheranno eccome le tasche degli italiani. 

La dico meglio: ogni euro in più speso in armamenti, sarà un euro in meno speso in sanità, scuola, aiuti a famiglie e imprese. 

Che si fa, quindi?

Fino al 7 e 8 luglio, Meloni potrà dire e fare quel che vuole. Ma in quei due giorni i nodi verranno al pettine.

Se di fronte a Trump avrà la forza di dire no all’aumento delle spese militari, dovrà spiegare a lui perché quelle spese erano necessarie un anno fa e ora non lo sono più, visto che nessuna guerra è finita e anzi ne è appena cominciata un’altra.

Se invece gli dirà di sì, dovrà spiegare a noi come farà a mantenere la promessa senza levare un euro dalle tasche degli italiani.

E se sceglierà di farlo sforando il patto di stabilità da lei stessa firmato e difeso il 20 dicembre 2023, meno di due anni e mezzo fa, dovrà renderne conto ai suoi alleati europei, quelli con cui adesso si fa ritrarre, dopo la sua presunta “rottura” con Trump. E ai mercati, che finora hanno premiato il rispetto delle regole contabili dal governo italiano, tenendo basso lo spread.

Ecco: fino a pochi mesi – come passa il tempo – si elogiava Meloni per la sua capacità di stare in equilibrio tra gli Usa e l’Europa, tra il sovranismo e il rigore di bilancio.

Il 7 e 8 luglio, finalmente, dovrà scegliere da che parte stare. E finalmente capiremo, dopo quattro anni di governo, da che parte sta Giorgia Meloni.