
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Chi ha presente l’autore, Mario Draghi, non sarà sorpreso dal titolo del suo nuovo opus maximum, Competere o sparire (Rizzoli), una dicotomia fittizia sullo stile di quel famigerato “la pace o i condizionatori” con cui cercò di farci accettare la partecipazione di fatto alla guerra in Ucraina della Nato contro la Russia, deprecando le mollezze e gli agi consentiti agli italiani dai climatizzatori accesi grazie al gas russo.
[…]
Il sottotitolo è soave: Per un nuovo paesaggio europeo, dove la parola “paesaggio” serve ad ammorbidire le eventuali tensioni del lettore, comprensibilmente provato da anni di “sferzate”, “scudisciate”, “sveglie” e “scosse” di Draghi; è, diciamo, la vaselina che facilita l’assunzione del libro. Il primo capitolo si intitola “federalismo pragmatico”, espressione che Elly Schlein, in un’esoterica intervista al Foglio, ha piazzato lì per mandare un messaggio all’establishment che a suo dire le rema contro, e che significa qualcosa come “facciamo la federazione di Stati europei con chi ci sta”, con una Difesa unica e un potere che decide per tutti senza il vincolo dell’unanimità. L’incipit è biblico: “Quello attuale non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione”. Ora, “rivelazione” è il significato ultimo della parola “apocalisse”, che nella Bibbia indica il disvelamento di cose nascoste dato da Dio a un profeta, il quale profeta, ça va sans dire, sarebbe Draghi (voi ridete: nella prefazione, il giornalista economico Martin Wolf scrive: “Draghi non è più uomo d’azione. È diventato piuttosto il profeta dell’Europa”). Tuttavia, nel linguaggio comune la parola è usata per descrivere disastri immensi, guerre devastanti o la distruzione totale della Terra, quindi si mette bene.
La trama è avvincente: guerre, dazi, crisi energetiche, generati da una forza maligna e impersonale (i responsabili non sono chiari, nel libro, oppure è la Russia), hanno fatto lievitare il fabbisogno di investimenti strategici dell’Ue a quasi 1200 miliardi di euro all’anno. Dipendiamo da altri per gas, minerali, energie; nell’IA gli Usa investono cinque volte più dell’Ue. Draghi qui ha un’agnizione come quella dell’Odissea: “I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività… Questa repressione salariale ha frenato i consumi e inferto un ulteriore colpo alla domanda interna causato dalla politica fiscale restrittiva”. Ma va’? E chi poteva immaginarlo?
Non certo Draghi, che nel luglio 2012, da presidente della Bce, lanciò il dardo divino del whatever it takes, a cui seguì il Quantitative Easing, per gli amici “Bazooka”, con cui la Bce creò moneta per acquistare titoli di Stato dei Paesi membri. Solo che, mentre Mario immetteva liquidità per salvare l’euro e abbassare gli spread, l’Europa, in ottemperanza al culto neoliberista tecnocratico di cui Draghi è Sommo Sacerdote (e la mitologica agenda Draghi il Vangelo), imponeva austerità fiscale e tagli alla spesa pubblica, così i benefici finanziari sono rimasti bloccati nel circuito bancario e nel salvataggio dei bilanci statali, senza tradursi in un vantaggio per le famiglie, che sono diventate sempre più povere. I greci ne sanno qualcosa: poiché il fallimento della Grecia avrebbe potuto trascinare a fondo tutta la virtuosa Eurozona, Unione Europea, Bce e Fmi (la mitica Troika) intervennero con piani di salvataggio da circa 289 miliardi, con cui lo Stato greco riuscì a ripagare gli interessi e i debiti contratti con le grandi banche creditrici tedesche e francesi. Allora tutto bene, no? No: purtroppo gli aiuti non erano gratis (“austerity”) e produssero sgradevoli effetti collaterali: crollo del Pil (-25%), devastazione dello Stato sociale (pensioni tagliate 13 volte consecutive), sanità demolita (carenza di farmaci negli ospedali), disoccupazione di massa, privatizzazioni forzate.
[…]
Pazienza, succede. La scommessa è l’anima della finanza. Come quando il Draghi presidente del Consiglio, ad aprile 2021, con 400 morti di Covid al giorno, motivò la decisione di riaprire tutto come un “rischio ragionato”, mandando in estasi i liberali per la “scommessa di Draghi”. Migliaia di anziani, fragili e malati furono sacrificati al sacro Pil. L’azzardo non sorride a Draghi. Nel giugno 2023, dal Mit di Boston, disse perentoriamente che non c’era alternativa alla vittoria dell’Ucraina sulla Russia e che per l’Europa “l’unica opzione possibile” era “garantire la sconfitta della Russia”; invece, come s’è visto, l’alternativa c’era: la prevedibile vittoria della Russia e il fallimento dell’Europa. Ma niente paura, la soluzione è nel titolo: competere. Come? Ovvio: risollevando l’economia europea con la spesa militare e le guerre. Anche perché “la Cina sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”. Non abbiamo terminato il libro perché sappiamo già come va a finire (e anche stavolta l’assassino è il maggiordomo).

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Neppure il più fine umorista avrebbe potuto immaginare un Paese che caccia l’allenatore della Nazionale fresco di nomina Andrea Pirlo perché è testimonial della società privata russa di scommesse sportive Fonbet, dunque “putiniano”, e l’indomani lo sostituisce con Roberto Mancini, che ha allenato non solo la Nazionale dell’Arabia Saudita, orgoglio e vanto dello squartatore di giornalisti […]
In Oltrepò Pavese la vendemmia 2026 è iniziata già il 28 luglio, con i primi grappoli di Chardonnay destinati alle basi spumante. Un anticipo eccezionale che racconta l’impatto sempre più evidente di caldo, siccità e cambiamento climatico sulla viticoltura italiana

(Fabiola Fiorentino – lespresso.it) – La vendemmia italiana ha rotto il calendario. Il 28 luglio, a Oliva Gessi, in Oltrepò Pavese, sono stati tagliati i primi grappoli di Chardonnay destinati alle basi spumante. Non era mai accaduto così presto in un territorio dove la raccolta cominciava, di norma, nella prima decade di agosto. A spingere le forbici tra i filari sono state le temperature elevate, che hanno accelerato la maturazione; a frenare l’ottimismo è invece la siccità, da cui dipenderanno soprattutto le rese.
L’Oltrepò, con circa 12 mila ettari vitati, inaugura così la vendemmia 2026 e diventa il punto più visibile di una trasformazione che da tempo attraversa il vino italiano. La data della raccolta non è soltanto un fatto agricolo: per secoli ha funzionato come un vero archivio climatico. I registri delle vendemmie, conservati in Europa fin dal Medioevo, sono stati usati dagli studiosi per ricostruire l’andamento delle temperature prima dell’epoca delle rilevazioni strumentali. Più caldo significa, in genere, fioriture, invaiature e maturazioni anticipate. Oggi, però, l’eccezione tende a farsi sistema.
La vendemmia è sempre stata il momento in cui il lavoro di un anno si misura in pochi giorni. In passato il calendario seguiva con maggiore regolarità il ritmo delle stagioni: si raccoglieva quando il rapporto tra zuccheri, acidità e maturità fenolica raggiungeva il suo equilibrio. Oggi quel momento arriva prima e più in fretta. Il caldo accelera l’accumulo degli zuccheri, ma non sempre procede di pari passo con la maturazione aromatica e con quella dei tannini. Il rischio è ottenere uve tecnicamente mature, ma meno equilibrate, con gradazioni più alte e una freschezza più difficile da preservare.
Per questo l’anticipo della raccolta non può essere letto soltanto come un primato. È anche il segnale di una viticoltura costretta a modificare strategie, abitudini e investimenti. La gestione del suolo, la scelta delle esposizioni, l’uso dell’irrigazione di soccorso, la selezione delle varietà e persino l’altezza dei vigneti stanno diventando elementi centrali nella progettazione del vino del futuro. In molte aree si sperimenta per trattenere l’acqua nei terreni, proteggere i grappoli dalle scottature e rallentare la maturazione.
In Oltrepò, intanto, la qualità si annuncia buona. La minore pressione della peronospora ha favorito la sanità delle uve, mentre caldo e siccità stanno aumentando la concentrazione zuccherina. Ma il dato qualitativo dovrà essere valutato alla prova della cantina. Per le basi spumante, dove acidità e precisione sono decisive, il momento del taglio dei grappoli diventa ancora più delicato.
Il meteo di agosto e settembre dirà quanto vino entrerà davvero in cantina e con quale equilibrio. Ma luglio ha già consegnato un’indicazione netta: il cambiamento climatico non è più una variabile straordinaria. È diventato un fattore strutturale, capace di riscrivere il calendario agricolo, aumentare i costi e rendere ogni vendemmia una sfida diversa dalla precedente.

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Si torna a parlare di Ucraina, oggi con alcune mozioni alla Camera. Le opposizioni, con Calenda, hanno presentato fin qui 5 mozioni diverse: tre appoggiate dal Pd sulla partecipazione alle missioni internazionali NATO; una di M5S e AVS, distinta e favorevole solo ad aiuti umanitari (non militari e logistici), la Missione Euman.
Avvilente il tutto, comunque, perché la divisione sull’Ucraina permane nel campo largo, anche in vista del dibattito estivo e del mitico programma. Deplorevole che fin qui non si sia trovato ancora un minimo punto di incontro a riguardo, su aiuti a Kiev e postura geopolitica. Anzi, la vicenda del Pirlo cacciato “putiniano”, tragicomica, ha inasprito le distanze tra Pd e M5S. Infatti Berruto, sprinter-capo sport del Pd, sta a riguardo sulla posizione di Picierno, benché si difenda dicendo che vuole sanzioni anche per Israele (ma c’entra come i cavoli a merenda). Qui la guerra voluta è con la Russia, e in tal senso vanno riarmo e sanzioni. Sensi, sempre del Pd, lancia anatemi amico/nemico del tipo Stalin-Schmitt: “Non a caso chi si schiera per Pirlo sta con Salvini e Vannacci”. Disgustoso anzichenò, e con la tesi dell’”oggettivamente con il nemico”: cioè un gulag morale.
Quanto a Schlein, si è inclinata a destra-centro, verso Draghi e i riformisti, con l’idea calendiota dei “cavalli di Troia putiniani”. Né basta eccepire che lo faccia per blandire la minaccia scissionistica riformista interna, come suggeriscono i più indulgenti verso il Pd. No, è grave. Minoritarie sono le levate di scudi degli ottimi Bettini e Orlando che si attirano vituperio, benché Rinascita tenga botta su coesistenza e trattativa (Ps: leggetela e sostenetela!).
Eppure sarebbe agevole e praticabile per Schlein far propria almeno la posizione di Bersani, che è tornato dopo un po’ di letargo alla sua posizione del 2022: “Tagliare quel tubo di gas con la Russia è grave e ci vuole una linea rossa per gli aiuti”, disse a Otto e mezzo. Cioè la trattativa, non il riarmo e l’oltranza di guerra infinita. Il concetto lo ha ripetuto Bersani di recente sempre in Tv su La7: “Con la Russia prima o poi si tratta”.
Già, ma come? Lo abbiamo ripetuto più volte. E almeno in parte su questo il Pd c’è, con il rifiuto del riarmo al 5% del Pil. Ecco come:
Spartizione de facto, quindi, sulla linea del fuoco e appello alla fine dei bombardamenti russi, con ONU e OSCE a salvaguardia e una conferenza di pace per la sicurezza. La Russia provvederà alle riparazioni con gli asset congelati (lo ha già detto). L’Ucraina entrerà nell’UE ma non nella NATO e verrà garantita da un ombrello armato esterno Euro-NATO, ma non in loco. Men che mai Kiev dovrà essere parte integrante del complesso militare-industriale euro-americano, pur garantita da aiuti permanenti e da un esercito suo proprio congruo, ma non inserito nel meccanismo NATO.
Ebbene, senza un orizzonte strategico e diplomatico in tutto o in parte coincidente con quello qui delineato, l’alternativa sarà il doppio meccanismo del riarmo faraonico (6.800 miliardi di qui al 2035) e della guerra infinita. Entrambi funzionali l’uno all’altra sul crinale di una guerra fredda incline a divenire calda con deriva nucleare, e nel segno di un keynesismo militare che deforma, impoverisce e stravolge tutta l’economia europea. Con un enorme vantaggio incrementale per l’export USA in armi ed energia e la distruzione della coesione sociale europea.
Irrita e sorprende che, in un momento topico dello scontro civile con la destra nel nostro Paese, il campo alternativo non si sforzi di trovare un punto di sintesi politico-programmatico su questo terreno dirimente. Un terreno del tutto abbandonato — specie per colpa del Pd — alle furbizie e al pragmatismo di Giorgia Meloni, che si smarca a modo suo sia dal Rearm sia dai “volenterosi”, almeno sul tema boots on the ground.
Talché la conclusione è questa, racchiusa in uno slogan: non basta l’antifascismo e la difesa della democrazia contro la destra; ci vuole il realismo pacifista diplomatico, contro la guerra, per impedire a Meloni di lucrare su un equivoco pragmatismo moderato e nazionale. Perché è la sinistra che deve difendere la nazione italiana e l’Europa dalla guerra. E deve farlo in nome del patriottismo civico della Costituzione repubblicana, che rappresenta e racchiude ben più di un programma, a saperla brandire bene e utilizzare in nome dei diritti universali e del rifiuto della guerra nella quale ci vogliono arruolare.

(ANSA) – Nel 2025 sono nati in Italia solo 355 mila bambini, nuovo minimo storico dal secondo dopoguerra, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. Inoltre il 62,2% delle persone che non avrà altri figli dichiara di “avervi rinunciato” per “ostacoli economici, lavorativi o sociali”.
E’ quanto emerge dal “Dossier Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato ad un evento con la partecipazione di Gigi De Palo, presidente Fondazione per la Natalità, Francesco Maria Chelli, presidente Istat e Valeria Vittimberga, direttore generale Inps.
Se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce, evidenzia il rapporto. Mentre soltanto il 5,5% dichiara che “la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita”.
Le cause della rinuncia sono principalmente economiche e strutturali. Oltre 2,8 milioni di italiani indicano le difficoltà economiche e lavorative come principale ostacolo alla scelta di avere figli. Quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini.
A questo si aggiunge il peso del welfare con oltre 3 milioni di donne risultate inattive per motivi familiari, contro 151 mila uomini, mentre 763 mila persone rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere i genitori anziani. Il rapporto descrive inoltre un Paese sempre più anziano e caratterizzato da uno squilibrio demografico crescente.
A fronte di 355 mila nascite, si sono registrati 652 mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297 mila persone. “Se da un lato l’Italia vanta una delle aspettative di vita più elevate al mondo (83,4 anni), dall’altro questo primato rischia di mettere sempre più sotto pressione la sostenibilità del sistema sanitario, del welfare e del sistema pensionistico”, sottolinea il rapporto.
Sconticino di 17 centesimi sul diesel fino al 6 agosto. Il saldo del do ut des del governo, resta sempre negativo

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Uno sconticino di 17 centesimi. Solo sul diesel e soltanto fino al 6 agosto. Giusto per riportare intorno alla soglia psicologica dei due euro al litro il prezzo del gasolio, nella speranza che l’ennesima misura tampone, insieme al caldo infernale di questa estate rovente, cancelli dalla memoria corta degli italiani il ricordo del comico spot elettorale di Meloni al distributore e quello di Salvini mani di forbice che taglia, alla lavagna in diretta tv, un’accisa dietro l’altra.
Eppure, il governo racconta che no, tutto sommato non siamo messi così male. “Nell’ultimo mese il gasolio è aumentato del 4,6% da noi contro l’11,4% della media Ue e il 24,8% della Germania”, tranquillizzava non più tardi di domenica scorsa il ministro Urso, intervistato dal Corriere della Sera. Vero: confrontando i prezzi aggiornati al 20 luglio scorso, in Danimarca la benzina supera i 2,45 euro al litro e il gasolio i 2,18; nei Paesi Bassi si viaggia rispettivamente a 2,34 e 2,31 euro; in Germania a 2,19 e 2,16; in Finlandia a 2,16 e 2,20. E anche Francia, Grecia e Portogallo presentano prezzi superiori (o molto vicini) a quelli italiani. Ma la risposta del ministro avrebbe richiesto una domanda aggiuntiva.
Come rileva infatti Giorgio Velardi, per capire quanto costa davvero un rifornimento in Italia rispetto ad altri Paesi Ue “bisogna necessariamente fare un raffronto con l’andamento degli stipendi“. Ed è proprio qui che la narrazione del governo traballa. “Tra il 1990 e il 2020, i salari reali sono cresciuti del 38,7% in Danimarca, del 33,7% in Germania, del 31,1% in Francia e Finlandia, del 30,5% in Grecia, del 15,5% nei Paesi Bassi e del 13,7% in Portogallo, solo per citare alcuni casi”. Nello stesso periodo “l’Italia si è distinta per essere l’unica nell’area Ocse dove le retribuzioni sono diminuite: -2,9%“.
Ma non è tutto. La situazione è persino peggiore se si guarda ai dati più recenti: “Nell’ultima nota diffusa la scorsa settimana, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato come, tra il 1990 e il 2026, nel settore privato le retribuzioni medie reali si siano ridotte del 6,6%“. E il saldo del do ut des, nel gioco delle tre carte del governo, resta sempre negativo.
Negli anni della contestazione, seguire il calcio era considerato sintomo di alienazione. Negli anni 80 esplose il fenomeno degli ultras e con Berlusconi quel linguaggio entrò nel dibattito

(Ferdinando Boero – ilfattoquotidiano.it) – I reduci del ’68, ai quali appartengo, ritennero originariamente che il tifo sportivo rappresentasse una distrazione dai veri problemi del mondo. Ce lo confermava lo studio del latino: con il panem et circenses gli imperatori romani inducevano la plebe ad accettare qualunque cosa. I circenses erano gli spettacoli.
Negli anni della contestazione, almeno in una parte della sinistra, seguire il calcio era considerato un sintomo di alienazione. L’attenzione doveva essere rivolta al Vietnam, alle disuguaglianze sociali, alle lotte operaie, alla scuola e all’università. L’ostilità culturale verso il tifo era molto radicata nella parte più “impegnata” del Paese. Quando nel 1976 Eugenio Scalfari fondò la Repubblica, il giornale non trattava di cronaca sportiva. Lo stesso Scalfari spiegò che il progetto era quello di concentrarsi su politica, economia, cultura e spettacolo. Era, come disse lui stesso, “un settimanale che usciva tutti i giorni”, pensato per un pubblico interessato soprattutto all’analisi politica e culturale. Abolì il ghetto della terza pagina dedicata agli argomenti culturali. Poi qualcosa cambiò.
Negli anni Ottanta il calcio cessò di essere guardato con sospetto anche da gran parte della sinistra. Lo sport venne progressivamente sdoganato come fenomeno culturale e mediatico. Persino Repubblica introdusse le pagine sportive: lo sport era entrato nel cuore dell’informazione “alta”. Nello stesso periodo esplose il fenomeno degli ultras. Le curve ereditarono molti linguaggi, simboli e rituali della militanza politica. La disponibilità al conflitto non diminuì: cambiò bersaglio. Prima ci si scontrava contro il potere politico; poi si finì per scontrarsi contro la tifoseria della squadra avversaria. È una lettura discutibile, naturalmente, ma è difficile non cogliere almeno una somiglianza fra quei due mondi.
Silvio Berlusconi, che comprese meglio di chiunque altro il valore politico di questo cambiamento culturale e lo cavalcò. Comprò il Milan, trasformandolo nella squadra più vincente del mondo, e quando decise di entrare in politica chiamò il suo partito Forza Italia, lo slogan che da decenni risuonava negli stadi durante le partite della Nazionale: parlò il linguaggio del tifo. Non a caso dichiarò di “scendere in campo”. Le sue televisioni e i suoi giornali, seguiti dalla RAI e dal resto dell’informazione, raccontarono la politica come una partita, con una squadra, un allenatore, una tifoseria e una vittoria da conquistare.
Tutti i media si impegnarono in grandi narrazioni sportive: il contagio era compiuto e gli italiani finirono per identificarsi soprattutto se i vincitori erano italiani. Vincono i fratelli D’Inzeo? Tutti esperti di ippica. Pietrangeli e Sirola, e Panatta? Tutti tennisti. Come oggi con Sinner. Berruti, e poi Mennea? Tutti velocisti. Di Biasi e Cagnotto? tutti tuffatori. I fratelli Abbagnale? tutti vogatori. Sara Simeoni? Tutti saltatori in alto. Thöni e poi Tomba? Tutti sciatori. Yuri Chechi? Tutti ginnasti. Valentino Rossi? Tutti motociclisti. Pantani? Tutti ciclisti. Luna Rossa? Tutti velisti. Lo sport femminile, per decenni quasi ignorato, conquista improvvisamente le prime pagine quando sono le italiane a vincere. La Valanga Rosa, le Farfalle della ginnastica ritmica, le pallavoliste, le schermitrici, le nuotatrici. L’interesse cresce con le vittorie e si affievolisce quando i successi finiscono. Lo sport interessa solo se vinciamo “noi”.
È il meccanismo dell’agenda mediatica. Ciò che occupa le prime pagine e i telegiornali diventa automaticamente importante agli occhi dell’opinione pubblica. I media non ci dicono necessariamente che cosa dobbiamo pensare, ma influenzano potentemente ciò a cui dedichiamo la nostra attenzione.
Così può accadere che per settimane il dibattito pubblico ruoti attorno a un caso calcistico, mentre temi come il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, la precarietà del lavoro, la fuga dei giovani, l’aumento delle disuguaglianze o la crisi dell’istruzione e della sanità restino sullo sfondo. Naturalmente nessuno può dimostrare che tutto questo sia il risultato di una strategia deliberata. Ma il risultato ricorda sorprendentemente quello intuito dagli antichi Romani.
Anche il panem è cambiato. Per i Romani era il grano distribuito gratuitamente per evitare rivolte. Oggi assume forme diverse: il benessere materiale, i consumi, il credito facile, i bonus, l’illusione che il benessere individuale conti più del destino della collettività. Non è più il pane a mantenere tranquilli i cittadini, ma la promessa di continuare a consumare. I circenses, intanto, si sono moltiplicati. Non sono più soltanto gli stadi. Sono la televisione continua, i social network, l’intrattenimento permanente, le polemiche costruite per durare un giorno, i campioni da idolatrare e poi dimenticare se non vincono più.
I Romani costruivano anfiteatri. Noi abbiamo costruito stadi, televisioni, smartphone e piattaforme digitali. Il principio, però, è rimasto lo stesso: quando lo spettacolo occupa l’attenzione collettiva, i problemi reali scompaiono dal dibattito pubblico. Il panem et circenses non è scomparso. L’Europa è in fiamme per il riscaldamento globale, come prima è avvenuto in Australia e in California, ma il vero problema è chi allenerà la Nazionale di calcio.
Giovedì il cda su Ranucci, Meloni attacca Schlein: “Deve chiederci scusa”. Replica la segretaria dem: “Mai collegato l’esecutivo alla bomba”. Il vertice Rai valuta l’ipotesi di cambiare il conduttore di Report

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Sul caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci compiuto la sera del 16 ottobre 2025 a Pomezia, la segretaria del Pd Elly Schlein deve chiedere scusa, dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché mai? «Per mesi lei e altri esponenti della sinistra hanno costruito un racconto fatto di allusioni e insinuazioni, arrivando persino a gettare ombre sull’Italia davanti a una platea internazionale», è la sua denuncia sui social.
Ma «oggi che è emerso ciò che era chiaro, cioè che il governo non c’entrava assolutamente nulla, la segretaria del Pd arriva perfino a rinnegare le proprie parole, sostenendo di non aver mai fatto alcun collegamento. Le parole hanno un peso. Anche le allusioni. E chi ha scelto di gettare ombre sul governo e sull’Italia, addirittura davanti a una platea internazionale, oggi non dovrebbe negare l’evidenza». Da qui la richiesta di fare mea culpa alla leader del principale partito di opposizione.
Le cose in realtà sono un bel po’ diverse. Il 18 ottobre dello scorso anno Schlein si trovava ospite del congresso del Partito socialista europeo ad Amsterdam e dal palco disse queste parole: «La settimana scorsa Meloni a Firenze ha detto che l’opposizione è peggio di Hamas. Voglio solidarizzare con Ranucci vittima di un attentato terribile: la libertà e la democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo». Non ci fu nessuna accusa all’esecutivo di essere il mandante, ma già quella sera stessa tutta la destra, con Meloni in primis, alzò un muro di proteste contro Schlein: «puro delirio», «vergogna», «falsità e ombre inaccettabili». E infatti la segretaria dem ancora ieri ribadiva che «non ho mai fatto nessun collegamento fra governo e mandanti, parlavo del fatto che bisogna difendere la libertà di stampa in ogni Paese sennò chi fa quel mestiere è più esposto. La destra continua a strumentalizzare per coprire i fallimenti del suo governo».
Dopodiché sulla vicenda Ranucci il prossimo 30 luglio è fissato il Consiglio di amministrazione Rai, dove sono attese le comunicazioni dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Il centrodestra ha un conto aperto contro il conduttore di Report e la sua squadra di inchieste, una “normalizzazione” passerebbe da una sua sostituzione alla guida del programma; non a caso, su impulso dell’ad, la commissione per il Codice Etico sta esaminando la gestione delle fonti. Questo in un quadro di possibile riforma della Rai che «nelle intenzioni della destra, andando contro ai dettami del Media Freedom Act, è anche stavolta tutta votata ad una subordinazione netta dell’informazione pubblica alla politica — dice Roberto Natale, membro del Cda in quota opposizione —. La governance deve essere davvero indipendente dall’esecutivo e dalle maggioranze».

(Adnkronos/Mina) – L’Europa si avvicina alla stagione invernale con riserve di gas naturale ai minimi storici degli ultimi cinque anni, mentre i conflitti in Medio Oriente e la limitata offerta di gas naturale liquefatto (Gnl) aumentano il rischio di nuovi shock dei prezzi.
I dati degli analisti di mercato mostrano che gli impianti di stoccaggio di gas naturale europei sono attualmente pieni al 55% circa, il livello più basso per questo periodo dell’anno dal 2021, secondo un’analisi di Reuters.
L’attuale livello delle riserve “non significa un pericolo immediato di carenze, ma un livello inferiore delle riserve aumenterà la dipendenza dell’Europa dalle condizioni meteorologiche e dalla stabilità del mercato internazionale”, aggiunge l’agenzia.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022, l’Europa ha rapidamente ridotto la sua dipendenza dai gasdotti russi ed è diventata uno dei maggiori importatori mondiali di Gnl, il che ha creato nuovi problemi, poiché ora deve competere con l’Asia per le limitate quantità di gas sul mercato globale, come riporta l’emittente serba B92.
A seguito dell’escalation dei conflitti tra Stati Uniti e Iran, le importazioni europee di gas naturale liquefatto (Gnl) hanno subito un rallentamento, mentre l’Asia è tornata ad acquistare con maggiore aggressività.
Secondo i dati di mercato, le importazioni europee di Gnl a luglio potrebbero scendere a circa 6,3 milioni di tonnellate, il livello più basso da settembre 2024. Particolare preoccupazione desta la situazione del Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di Gnl. Prima della crisi, questo Paese rappresentava circa un quinto dell’offerta globale di Gnl e qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz potrebbe ulteriormente complicare le consegne.
L’Europa, tuttavia, non si trova ad affrontare solo un problema legato al gas, poiché anche il mercato del diesel, importante per i trasporti, l’industria e il riscaldamento, rappresenta un problema crescente.
Le scorte di diesel in Europa sono scese al livello più basso dal 2022, mentre le interruzioni in Medio Oriente hanno ridotto la disponibilità di importazioni. “Se l’inverno sarà mite, l’Europa riuscirà a evitare problemi più gravi, ma un periodo prolungato di freddo aumenterebbe significativamente i consumi e metterebbe sotto pressione il sistema energetico”, conclude Reuters.
A Fratelli d’Italia le urne restano un mistero fitto – si vota a fine legislatura o prima, chissà, dipende dagli umori della maggioranza – ma le liste, quelle, si scrivono già, eccome

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Fratelli d’Italia le urne restano un mistero fitto – si vota a fine legislatura o prima, chissà, dipende dagli umori della maggioranza – ma le liste, quelle, si scrivono già, eccome. A Via della Scrofa nessuno aspetta il fischio d’inizio: la prudenza al limite del doroteismo, si sa, è l’unica vera ideologia di chi comanda il Paese da ormai quasi quattro anni.
Le preferenze? Un rebus coi fiocchi. L’emendamento capolista bloccato più tre preferenze potrebbe ripresentarsi al Senato, o no, chi lo sa, ma tant’è: quello che conta è già scolpito. Giorgia Meloni capolista in tutte e cinque le circoscrizioni, il massimo consentito dalla legge. Ovunque lei, sempre lei: premier e padrona del partito, blindata come un caveau svizzero. Dietro la first lady di Via della Scrofa, la fila si allunga: pronti a scendere in campo ministri, capigruppo, big vari già pronti ad accaparrarsi le prime caselle dei listini, bloccati o “listoni” che siano. Nomi? Bocche cucite, per ora, troppo presto, e le preferenze restano una mina vagante appesa a Palazzo Madama.
Ma la notizia di giornata, porta un cognome che fa rima con Giorgia: Arianna Meloni. Mai stata parlamentare, capa della segreteria e regina indiscussa delle tessere, la sorella-first lady del partito è ormai data per candidata sicura. Ai giornali aveva detto: disponibile, ma senza foga da poltrona. Alle Europee se l’era cavata con una battuta-schermo; oggi i suoi giri per le sedi, da Bari a Perugia, parlano chiaro come il sole. E sul Campidoglio? Sibillina come sempre: «Se non si propone nessuno, ci sono io», che tradotto significa: prenotato, riservato, blindato.
Da capa segreteria toccherà pure a lei sfoltire le liste, salvo il placet finale della sorella maggiore, ça va sans dire. Sul fondo, la solita grana Sud: con le preferenze, se dovessero andare in porto, quasi metà del gruppo meloniano rischia grosso sulla poltrona. Un bel mal di pancia in arrivo, tutto da gestire a Palazzo Madama senza fare troppo rumore. E poi c’è ancora chi si meraviglia dei franchi tiratori.
«Lo Stato deve educare, non guadagnare», è uno dei messaggi arrivati nella puntata di “Tutta la città ne parla” dedicata all’azzardo e ispirata dall’articolo di Avvenire

(di Antonio Maria Mira – avvenire.it) – Maria se la prende con «la pubblicità in tv “gioca responsabilmente”, una vera ipocrisia fatta anche da personaggi famosi». Maurizio fa nomi e cognomi degli spot televisivi pubblicitari «che fomentano la “azzardopatia”. Con l’aggravante di testimonial come i “comici” ( da Diego Abatantuomo a Teo Teocoli… )». Drastico Claudio. «La pubblicità! Non si dovrebbe mai pubblicizzare il gioco d’azzardo, né nel pubblico né nel privato. Così come non si dovrebbe dare notizia delle vincite. Divieto totale come per gli alcolici e le sigarette». Sono alcuni dei messaggi inviati in diretta alla trasmissione di Radio Rai3 “Tutta la città ne parla” che lo scorso sabato ha dedicato tutta una puntata all’azzardo, prendendo spunto dall’articolo di Avvenire (sotto) sui nuovi dati record.
I radioascoltatori hanno letteralmente inondato la trasmissione con oltre cento messaggi, una quantità superiore alle altre puntate, stupendo il conduttore Pietro Del Soldà. Messaggi tutti negativi contro l’azzardo, contro il Governo che lo favorisce, contro i concessionari, contro gli sportivi e gli attori testimonial. Sono il racconto di un Paese preoccupato delle drammatiche conseguenze dell’azzardo, perché le ha toccate con mano.
Come Paola. «Mio padre ha distrutto la nostra famiglia e la sua vita, nessun perdono senza pentimento». Testimonianze dirette. «Nella mia esperienza trovo un’amica di cui ho scoperto incredulo la azzardopatia per gli esiti penali della sua ricerca di denaro per scommettere» (Loris). «Il gioco d’azzardo so cos’è ne soffre mio fratello ma fortunatamente si affida alla famiglia per la gestione economica (in un equilibrio molto precario purtroppo con pesanti ricadute e pentimenti)… 2.000 euro persi in due giorni», ha scritto Sara aggiungendo, «ma quello che mi indigna è il totale disinteresse dello stato che dovrebbe proteggere e tutelare queste persone affette da questa patologia».
Altri raccontano la diffusione dell’azzardo. Come Alberto. «Alle poste, ero andato per una raccomandata, lo sportellista mi ha proposto un gratta e vinci». Gino racconta di essere «andato dal tabacchino edicola per comprare Avvenire proprio per l’articolo sull’ azzardo e c’era la fila per i gratta e vinci». Giusi per sette anni ha lavorato per una multinazionale del tabacco. «La corresponsabilità (occulta) che non si vede mai è anche quella delle tabaccherie e dei tabaccai, che nel 90% dei casi, fanno credito ai giocatori che, al secondo giorno dallo stipendio o dalla pensione, hanno già impegnato quella successiva. Spesso non hanno neanche, a fine della giornata ludopatica, qualche monetina per un pezzo di pane». Milly aveva ereditato una tabaccheria. «Avevo solo il gratta e vinci e mi battevo per far capire ai nonni che facendo grattare i nipoti instillano loro senza pensarci questo vizio maledetto!!».
Laura apre il capitolo degli anziani vittime dell’azzardo. «Io rimango attonita a vedere donne di mezza età (come me!) e di ogni estrazione sociale avviluppate alle macchinette mangiasoldi nelle tabaccherie». Stessa osservazione di Patrizia. «Al mattino ci sono donne che nel negozio che ha giornali e tabacchi aspettano sotto un video che il loro numero esca. Lo Stato deve educare, non guadagnare sulle scommesse». Stesse osservazioni di Giovanni. «Vedo al bar qui a Roma in pieno centro persone normali che anziché prendere un caffè prendono un biglietto di una qualche lotteria». Con gravissimi danni, scrive Pietro. «Chiamiamola “azzardopatia” e non “ludopatia”: il gioco è qualcosa di bello, di sociale, formativo, educativo, emozionante, è il gioco d’azzardo che distrugge le vite».
Le accuse maggiori vanno alle decisioni dei Governi di ampliare le possibilità di azzardo. «Quanta responsabilità ha lo Stato in tutto questo, incentivando l’installazione delle macchinette o cose simili?» (Carmen). «Ai bambini la marmellata viene posta in posti per loro non raggiungibili, per i malati di ludopatia i mezzi per “giocare” sono posti pressoché ovunque» (Nino).
Amara la riflessione di Pieremilia. «Da anni parliamo di gioco non come tale, quindi di piacere, ma come gioco di distruzione di famiglie, di bambini che soffrono per mancanza del necessario a causa del gioco d’azzardo, delle scommesse del familiare che perde ogni bene». Non meno amaro il messaggio di Anita. «La ludopatia forse è anche una malattia della solitudine, mancanza di risorse soggettive, non solo di povertà».
La raccolta del settore è aumentata del 17% nel primo trimestre rispetto al 2025. Con questo trend si salirebbe a 190 miliardi a fine anno. Il boom dell’online

(di Antonio Maria Mira – avvenire.it) – Non si ferma l’affare dell’azzardo ed è nuovo record. Nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha raggiunto l’incredibile cifra di 45 miliardi e 440 milioni, con un aumento di più del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025 quando con 38 miliardi e 755 milioni era già stato record. I dati, infatti, sono in continua crescita e ogni anno è un nuovo record: nel 2022 erano 30 miliardi e 607 milioni, nel 2023 sono saliti a 35 miliardi e 26 milioni, nel 2024 altro incremento a 37 miliardi e 719 milioni. E cresce addirittura del 25% la spesa, cioè la perdita secca dei giocatori. Si tratta di dati ufficiali contenuti nel Bollettino statistico pubblicato ogni trimestre dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. E il record trimestrale fa facilmente prevedere che si arriverà a un nuovo record annuale. Lo scorso anno la raccolta era arrivata a 165 miliardi e 345 milioni, se restasse l’attuale trend, facile previsione, si passerebbero i 190 miliardi. Come si legge nel Bollettino a contribuire alla crescita è soprattutto l’azzardo online che troviamo sotto la voce “altri giochi” e che ha raggiunto i 23 miliardi e 172 milioni rispetto ai 20 miliardi e 253 milioni del 2025. Salgono anche slot e vlt passando da 5 miliardi e 291 milioni a 7 miliardi e 870 milioni. Crescita inferiore per le scommesse salite da 7 miliardi e 351 milioni a 8 miliardi e 372 milioni. Così come i giochi numerici e le lotterie, passati da 5 miliardi e 859 miliardi a 6 miliardi e 25 milioni. Sostanzialmente stabile quanto ha incassato lo Stato, passato da 2 miliardi e 483 milioni ad “appena” 2 miliardi e 682. La conferma di una curva piatta da anni, dovuta soprattutto alla crescita dell’online tassato molto meno dell’azzardo “fisico” che invece sta perdendo posizioni. Cresce invece la spesa, cioè quanto i giocatori perdono. Si è arrivati a 5 miliardi e 713 milioni rispetto ai 4 miliardi e 484 milioni del primo trimestre del 2025.
Soldi buttati via soprattutto dai giocatori patologici e dai soggetti più poveri e fragili, come sottolineano associazioni e organizzazioni del mondo “no slot” commentando questi dati preoccupanti. «È un gran brutto segnale – commenta don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Cei –. Da una parte c’è la questione del perché del gioco, che c’entra col tema della speranza. Quali motivi oggi abbiamo di sperare, anche di riuscire a cambiare e elevare la propria condizione? In una fase di stasi dove non è possibile fare “salti”, si spera in qualcosa di immaginario come la fortuna. C’è poi il tema, collegato a un livello di cultura sociale molto bassa, legata al senso e al valore del denaro. Penso infine a forme estreme di solitudine, l’azzardo è spesso un modo per ripiegarsi su se stessi, segnala una crisi». Da don Bignami c’è poi la denuncia di «una società che si struttura per favorire l’azzardo. Questo è il dramma. La spesa sanitaria italiana è di 160 miliardi di euro e se arriviamo a 190 con l’azzardo vuol dire che è qualcosa di allucinante. Soldi che poi confluiscono nelle mani di pochi».
Analoga la denuncia di Luciano Gualzetti, presidente della Consulta nazionale Antiusura Giovanni Paolo II. «È una situazione ormai fuori controllo. Da una parte le imprese per stare in piedi devono accalappiare sempre più clienti, dall’altra parte c’è lo Stato che vuole aumentare l’entrata erariale, anche se poi aumenta in maniera molto minore». Con danni evidenti. «L’azzardo è sia una causa dell’impoverimento che un effetto dell’impoverimento perché quando uno ha difficoltà, cerca nella fortuna la soluzione, ma poi aggrava la propria situazione». Così, insiste Gualzetti, «noi siamo l’ultima spiaggia di coloro che rimangono intrappolati. Di quei miliardi gran parte è garantita dalle persone più fragili, che noi cerchiamo di aiutare perché rischiano di cadere nell’usura». Eppure, accusa, «si fa passare l’azzardo come una cosa normale, innocua, anzi “fa figo” sostenuta dai campioni alla faccia del divieto della pubblicità. C’è un processo di normalizzazione che fa anche più vittime perché la gente non ha neanche più il pudore e timore nei confronti dell’azzardo come avevamo noi. Oggi invece anche i giovani più piccoli vengono invitati a giocare, all’inizio con cose innocenti che poi piano piano li introducono nel vero e proprio azzardo».
Durissimo anche il commento di don Armando Zappolini, portavoce della Campagna Mettiamoci in gioco. «Lo Stato guadagna sui poveri e sui morti. È chiaro che più aumentano la precarietà e la povertà e più l’attrazione dell’azzardo è forte illudendosi che con un colpo di fortuna sistemi la precarietà. Così la maggior parte degli introiti dell’azzardo è roba di abitudinari, compulsivi e patologici?». Per questo, afferma, «andrebbe fatta una regolamentazione che tuteli di più le fasce abitudinarie, come sistemi di blocco al tempo di giocata e ai soldi di giocata. Ma è chiaro che non lo fanno perché porterebbe a una riduzione delle entrate. E chi in Consiglio dei ministri proporrebbe di perdere 7-8 miliardi? Però la politica è anche avere coraggio. Ce l’hanno?».

(Tommaso Merlo) – Gli abitanti della Val di Susa hanno ragione da vendere, la TAV devasterà il loro territorio. Ed hanno fatto benissimo a ribellarsi con coraggio ed ostinazione per anni. Una politica degna non avrebbe nemmeno pensato un ecomostro del genere e avrebbe permesso a quelle comunità locali di partecipare a decisioni così impattanti. Quanto alla violenza, le prediche di certi giullari politici e mediatici fanno venire l’orticaria. Violenza vuol dire guerra ed è un limite da non oltrepassare perché dalla costruzione si passa all’autodistruzione. Ma questo vale in Val di Susa come a Washington e in Medioriente. O la violenza si rigetta e si condanna sempre, oppure sarebbe meglio che certa gente cambi finalmente mestiere liberandoci da una ipocrisia che sta diventando asfissiante. Vandalizzare i cantieri e pestare i poliziotti non serve a nulla ed anzi dona l’opportunità al sistema di ghettizzare i rivoltosi, di sminuire le ragioni della protesta e d’imporsi dandosi arie. La lotta può essere anche dura ma deve rimanere civile e non violenta. Sempre e comunque. Non è una questione solo morale, la lotta civile è molto più efficace perché mentre la violenza fa innalzare muri anche mentali e alimenta violenza opposta, la lotta civile permette di comunicare le proprie ragioni e allargare il consenso rendendola più potente e quindi capace di raggiungere i suoi obiettivi. Un nanerottolo in mutande e scalzo come Gandhi ha sconfitto uno degli imperi più potenti della storia con una lotta civile intelligente e caparbia che aveva nella non violenza il suo pilastro portante. Detto questo, oltre alla violenza dei facinorosi, va condannata anche quella dei giullari politici e mediatici schierati a prescindere col sistema per mantenere le loro natiche al caldo. Tutti coloro che non hanno mai davvero ascoltato e capito il dolore delle comunità della Val di Susa ed hanno denigrato e demonizzato come irragionevoli estremisti chiunque osasse essere contrario all’ecomostro della TAV. Quelle pecore altolocate che hanno nel vile conformismo e nell’egoismo arrivista la loro filosofia di vita. Giullari politici e mediatici che oggi s’indignano e dai loro pulpiti spargono frasi fatte e mielosi perbenismi accostando la violenza in Val di Susa al terrorismo, gli stessi che hanno girato la faccia dall’altra parte mentre i sionisti sterminavano intenzionalmente decine di migliaia di bambini e di civili innocenti a Gaza. Uno degli atti terroristici più imponenti ed atroci della storia dell’umanità oggi esteso al sud del Libano ed alla Cisgiordania dove il terrorismo sionista sta rilanciando la pulizia etnica. Già, o la violenza si rigetta e si condanna sempre, oppure sarebbe meglio che certa gente cambi finalmente mestiere liberandoci da una ipocrisia che sta diventando davvero asfissiante. Già, siamo vittime di un sistema che ha sdoganato la violenza e quindi la guerra come strumento lecito per raggiungere obiettivi politici. Esattamente quello che rimproverano ai violenti della Val di Susa. Un sistema per cui la violenza e quindi la guerra è utile e addirittura indispensabile pratica democratica. Ed è quindi lecito e ragionevole sottrarre decine di miliardi a cittadini che lottano per riuscire a mantenere i loro figli per produrre armi di sterminio per alimentare guerre decise a tavolino da qualche lobby senza volto e senza cuore. Con giullari politici e mediatici parte integrante della macchina bellica e col compito di creare mostri, di alimentare odio e paura, di esasperare pericoli e minacce in modo che le masse si rassegnino alla guerra e continuino a tirare la carretta senza fiatare. Ma la storia insegna che la guerra è sempre terroristica in quanto porta terrore ed oggi più che mai visto che coinvolge sempre più i civili. Oggi il più grande terrorista in circolazione è Donald Trump che dopo aver promesso la pace nel mondo e preteso il Nobel, ha bombardato ovunque al punto da finire le scorte missilistiche. E noi servi europei ai suoi luridi piedi. Guerre illegali che calpestano cioè il diritto internazionale su cui blateravano si fondasse la nostra superiore civiltà occidentale. Stragi di civili innocenti, bombardamento di ospedali, di scuole, di ponti coi giullari politici e mediatici che tacciono e misurano le parole e poi quando scoppiano disordini come in Val di Susa si stracciano le vesti e salgono sui loro ipocriti pulpiti spargendo frasi strafatte e mielosi perbenismi. Trump è un terrorista secondo solo a quel mostro genocidario di Netanyahu che i governi occidentali hanno sempre protetto anche a genocidio in corso. Un ricercato per crimini contro l’umanità che verrà ricevuto nuovamente alla Casa Bianca e noi servi europei ai loro luridi piedi. L’apoteosi della violenza omissiva ed omertosa e dell’ipocrisia sistemica. I giullari politici e mediatici dovrebbero piuttosto guardarsi allo specchio mentre i cittadini guardare avanti. La pace e la non violenza sono scelte di vita che diffuse diventano scelte politiche efficaci. E sarebbe ora di rimboccarsi le maniche a livello personale e collettivo in modo che certi ecomostri non vengano nemmeno pensati e in modo di ripudiare la violenza e quindi la guerra ma per davvero e una volta per tutte.
Forza Italia e Lega dicono no agli aumenti delle sigarette

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Da giorni Giorgia Meloni premeva: serve intervenire per ridurre il carburante, alla vigilia delle vacanze. Da Palazzo Chigi era iniziato un pressing pesante sul ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti che, non a caso, una settimana fa andava dicendo in Parlamento: “Sono preoccupato dalla prossima manovra che sarà l’ultima prima delle elezioni…”. Come dire: i partiti andranno all’assalto. Lo ha potuto verificare solo pochi giorni dopo e ha provato a trovare una soluzione. I 125 milioni richiesti per il taglio delle accise sul carburante erano stati trovati con una soluzione precisa: aumentare le tasse sulle sigarette. Una decisione che inizia a circolare dalla mattina, mentre Giorgia Meloni vola a Chiomonte. La premier prende tempo, vuole tornare a Roma per studiare bene la misura. Alle 14.30 rientra a Palazzo Chigi scura in volto e viene seguita a ruota dai vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. I tre si chiudono in una stanza prima del Consiglio dei ministri. Giorgetti viene chiamato in collegamento. E i due vicepremier dicono subito “no”.
Il leader forzista si era presentato a Palazzo Chigi con un video pubblicato sui social con la ricetta economica azzurra sulla manovra, proponendo di abbassare le tasse su tutto: tredicesima, bollo auto e Irpef. Non può accettare, dunque, che per abbassare le accise si alzino le tasse su un prodotto di largo consumo come le sigarette. Lo stesso fa sapere Salvini: “Non si possono aumentare le tasse per abbassarle dall’altra parte, è un gioco delle tre carte”, spiega. A quel punto anche Meloni, dubbiosa fin dall’inizio, si dice d’accordo. E quindi si ripropone lo scontro tra Palazzo Chigi e il Mef, che aveva provato a trovare una soluzione alle richieste dei vertici del governo. Dai vertici del governo puntano il dito contro i tecnici della Ragioneria che, ancora una volta, mostrano “distanza con il Paese”. Alla fine, salta tutto: l’intervento sulla benzina e le tasse sul fumo. In conferenza stampa sarebbero dovuti andare Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma Meloni manda solo il primo: “Vai a spiegare”, gli dice per lanciare qualche segnale rassicurante a chi va in vacanza. Meloni poco dopo pubblica un video sui social che parte proprio da qui, dalle tensioni internazionali che stanno causando un aumento del carburante che “non abbiamo provocato, ma che dobbiamo gestire”, spiega la premier che poi parla anche di risposta “tempestiva e responsabile” tenendo presente che le risorse “sono poche”. Restano però le scorie tra alleati che si sono riproposte anche sulla giustizia e sul tema delle intercettazioni.
Oggi pomeriggio arriva in aula al Senato il decreto Giustizia con l’emendamento di FdI che voleva estendere le intercettazioni anche ai processi in cui non erano state autorizzate, su richiesta del procuratore antimafia Giovanni Melillo. Dopo il muro di FI, l’accordo in maggioranza era stato quello secondo cui il presidente del Senato Ignazio La Russa avrebbe dichiarato inammissibile l’emendamento per materia, così da rinviare il problema, evitare una spaccatura e ripresentare la norma in un successivo decreto dopo le vacanze. Ma ieri sera è intervenuto un problema ulteriore: la Lega ha fatto sapere agli alleati che presenterà i suoi emendamenti sui migranti e in particolare una stretta sui ricongiungimenti familiari dei migranti. Una norma che non piace al Quirinale e che sta facendo andare in tilt la maggioranza. Come può La Russa dare ammissibilità a questo emendamento (che non piace a FI e FdI) e non a quello sulle intercettazioni dei meloniani? Il rischio è che oggi si arrivi in aula con uno scenario di tutti contro tutti. Lo spettro della spaccatura sulle preferenze tornerà a Palazzo Madama.
Schlein è convinta che alla fine il Pd veleggerà intorno al 25 per cento, e non vuole rinunciare al tentativo di coinvolgere nel centrosinistra anche Carlo Calenda. Servono pure i suoi voti, è il suo ragionamento

(ilfoglio.it) – Al Pd c’è un certo allarme perché in tutti i sondaggi il partito resta fermo tra il 20 e il 21 per cento. Nessun trend indica un possibile incremento dei consensi. Ma la segretaria Elly Schlein continua a essere ottimista. La leader dem ha spiegato ai dirigenti Pd che a un certo punto, quando si arriverà alle elezioni politiche, inevitabilmente scatterà il voto utile. Sarà un voto, secondo lei, “antifascista” e l’unico partito che da questo punto di vista si presenta come un punto di riferimento per un battaglia del genere è quello democratico. Insomma, Schlein è convinta che alla fine il Pd veleggerà intorno al 25 per cento ed è pronta ad accettare scommesse su questa percentuale.
Il Pd comunque sembra non avere pace. Oltre all’allarme per i sondaggi c’è quello per le primarie. Ci sono alcuni sondaggi che danno in netto vantaggio Giuseppe Conte. Ma non sono questi dati la vera fonte di preoccupazione perché in molti credono che si tratti di sondaggi “telecomandati”. La vera fonte di apprensione riguarda la candidatura di Silvia Salis che potrebbe tornare alla ribalta. La presenza della sindaca di Genova nella competizione ai gazebo, infatti, cambierebbe la situazione e nessuno adesso è in grado di prevedere se e quanto possa nuocere a Elly Schlein. Non solo. Anche Avs medita di presentare un proprio candidato. Il quadro quindi è molto più complesso di quello fin qui immaginato nel quale gli unici veri competitor sarebbero stati la segretaria del Pd e il leader del Movimento 5 stelle. Anche al quartier generale del M5s, del resto, si registra una certa preoccupazione perché Avs potrebbe drenare i voti pacifisti che si dava per scontato andassero a Conte. Anche per questa ragione c’è chi torna a suggerire di non indire le primarie: si rischia il caos, è la motivazione di quanti spingono per frenare la corsa ai gazebo.
Elly Schlein, nonostante le tensioni con Conte e le fibrillazioni nel Pd, continua a restare testardamente unitaria ed è per questo motivo che la leader dem non vuole rinunciare al tentativo di coinvolgere nel centrosinistra anche Carlo Calenda. Servono pure i suoi voti, è il suo ragionamento, tanto più che la riforma elettorale congegnata dal centrodestra favorisce l’attuale maggioranza. Ed è per questo motivo che al Nazareno in questi giorni si sta vagliando l’ipotesi che i dem riconfermino l’appoggio a Pina Picierno alla vice presidenza del Parlamento europeo. Nulla in questo senso è stato già deciso, ma l’ipotesi resta sul tavolo. Se così non fosse il candidato alla vice presidenza dell’Europarlamento potrebbe essere Stefano Bonaccini. Sempre che lui accetti e non voglia invece, come sostengono alcuni nel Partito democratico, “tornare in Italia dopo le elezioni politiche” per giocarsi la partita nazionale.
Una ventenne si è ritrovata senza saperlo la tessera del partito di Vannacci. Il problema riguarda anche le altre forze politiche: il GDPR impone verifiche solide dell’identità e, senza controlli adeguati, l’iscrizione è fuori legge

(GUIDO SCORZA* – lastampa.it) – Qualche giorno fa una ventenne ha ricevuto, via posta, una tessera di iscrizione a Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Peccato solo che non si fosse mai iscritta al partito in questione. La ragazza, giustamente, ha denunciato la questione alle Autorità e l’ha raccontata ai giornali. Che una persona si ritrovi, a sua insaputa, iscritta a un partito politico è un fatto gravissimo. L’iscrizione, infatti, suggerisce adesione, condivisione, partecipazione a principi, ideali, posizioni politiche del partito in questione e, quindi, inesorabilmente tratteggia, connota, descrive il profilo di una persona. La etichetta, marchia, descrive come di destra o di sinistra, con certe idee sull’immigrazione, il nucleare, la guerra, il lavoro, la famiglia. Contribuisce, inesorabilmente, a tratteggiarne l’identità nella comunità in cui vive. E non si tratta di considerare certe idee migliori o peggiori di certe altre. Semplicemente ciascuno di noi ha diritto a esser identificato per come è, per le idee in cui crede, per quelle in cui non crede. È per questo che la disciplina europea sulla protezione dei dati personali subordina, tra gli altri, proprio il trattamento dei dati idonei a rivelare le convinzioni politiche di una persona a un regime più rigoroso rispetto a quello cui subordina il trattamento di altri dati personali, meno particolari, sensibili, idonei a rivelare aspetti meno rilevanti dell’identità. Inutile scendere nei tecnicismi tecnico-giuridici: ai sensi delle regole vigenti non dovrebbe mai capitare che qualcuno ritrovi nella cassetta della posta la tessera di un partito al quale non ha mai voluto iscriversi e non si è mai iscritto.
Deflagrata la bomba mediatica, il partito di Vannacci ha, quindi, fatto sapere che avrebbe verificato e cercato la domanda di iscrizione all’origine dell’emissione della tessera intestata alla ventenne. Come dire che se ha spedito una tessera alla ragazza è perché quest’ultima deve essersi iscritta. In relazione allo specifico episodio, a questo punto, non resta che attendere che venga trovata questa domanda di iscrizione o che le indagini facciano il loro corso. Ma, appena qualche giorno prima, un’inchiesta di Fanpage aveva raccontato quanto facile fosse iscrivere al partito del mondo al contrario chiunque, che si trattasse di un personaggio di fantasia come Hannibal Lecter e Crudelia De Mon come nell’esperimento della testata online, o, evidentemente, di una persona reale in carne ed ossa. E, in effetti, è sufficiente un giro nell’apposita area del sito di Futuro Nazionale per rendersi conto che chiunque, ma proprio chiunque, può iscrivere chiunque altro al partito solo che ne conosca il nome e cognome, la data di nascita e l’indirizzo di residenza. Inserisca un numero di telefono e un indirizzo mail qualsiasi e disponga di una carta di credito. Niente di più e niente di meno. L’ho appena fatto anche io, iscrivendo a Futuro Nazionale un mio quasi omonimo inesistente, Guido Scorsa anziché Scorza. Certo, per farlo, ho dovuto usare la mia carta di credito per effettuare il pagamento della quota di iscrizione, dieci euro, il che, verosimilmente, significa che il partito sa o potrebbe sapere che a iscrivere il mio quasi omonimo inesistente sono stato proprio io. E, però, resta il fatto che chiunque potrebbe iscrivere decine di persone vere o, come nel mio caso, inesistenti. Per carità, nessuno dovrebbe neppure provare a iscrivere chiunque altro a un partito politico senza il suo consenso. Farlo è, evidentemente, illegale. E, però, al tempo stesso, è fuor di dubbio che il partito politico in questione dovrebbe fare qualcosa di più per scongiurare il rischio che le sue liste si riempiano di iscritti inconsapevoli o, addirittura, inesistenti. Un rischio tutt’altro che teorico, come dimostra anche il precedente dell’assalto ai Radicali attraverso centinaia di false iscrizioni online.
Letta l’inchiesta di Fanpage, Roberto Vannacci ha replicato usando la più tradizionale delle italiche scuse: così fan tutti. Quasi che la circostanza di essere in buona compagnia nel non rispettare i diritti e le libertà altrui legittimi a far altrettanto. Ma, a parte questo, non era e non è, esattamente, così. Nel senso che, pur essendo, in effetti, diffuso il “vizietto” delle iscrizioni facili ai partiti, gli altri sembrano fare qualche piccolo sforzo in più. Fratelli d’Italia, ad esempio, richiede che si indichino anche gli estremi di un documento di identità e che si verifichi l’effettiva disponibilità di un indirizzo mail, mentre il Partito Democratico, pur non richiedendo l’indicazione degli estremi di un documento di identità, richiede che si verifichi l’effettiva disponibilità sia dell’indirizzo mail sia del numero di telefono utilizzati in sede di registrazione. Niente di risolutivo, intendiamoci, comunque non abbastanza, ma meglio del nulla del partito del mondo al contrario. E, però, il problema esiste e non riguarda solo Futuro Nazionale. Iscriversi a un partito politico online, oggi, in Italia è facile come abbonarsi a un giornale, a una piattaforma di streaming video o musicale o a un qualsiasi altro servizio commerciale. Non dovrebbe essere così. La disciplina europea sulla protezione dei dati personali, il famoso GDPR, impone al titolare del trattamento, il partito politico in questo caso, di verificare che chi chiede di iscriversi sia effettivamente chi dice di essere o, almeno, che chi vuole iscrivere un terzo, circostanza di per sé non comune, abbia ricevuto dal terzo in questione e proprio da quest’ultimo il consenso a procedervi. Non è un problema astratto di sicurezza informatica, ma una questione che riguarda direttamente il funzionamento della politica, troppo spesso poco attenta alla protezione delle proprie infrastrutture e dei dati dei cittadini.
Lo ha chiarito, di recente, senza tanti giri di parole, la Corte di Giustizia dell’Unione europea nella Causa C-492/23 con la sentenza del 2 dicembre 2025. Il caso riguardava la pubblicazione su un sito di annunci di un annuncio attraverso il quale una donna offriva prestazioni sessuali, annuncio che era stato pubblicato da un terzo, all’insaputa della donna, all’evidente fine di lederne dignità e reputazione. Ma la sostanza non cambia: i giudici della Corte hanno messo nero su bianco che il titolare del trattamento, il gestore del sito di annunci nel caso di specie e il partito politico in quello del quale ci stiamo occupando, «ha l’obbligo di acquisire l’identità di tale utente inserzionista e di verificare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in tale annuncio» e hanno aggiunto che lo stesso titolare «deve disporre, in applicazione degli articoli 24 e 25 di tale regolamento, misure tecniche e organizzative adeguate che gli consentano non solo di acquisire, ma anche di verificare l’identità degli utenti inserzionisti prima della pubblicazione di tali annunci, e ciò segnatamente al fine di poter determinare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in detti annunci. Siffatte misure devono segnatamente consentire […] di limitare il rischio di un trattamento illecito dei dati personali nei confronti dell’interessato». E hanno poi concluso che il gestore del sito «deve rifiutare la pubblicazione dell’annuncio in questione, circostanza che deve garantire attuando misure tecniche e organizzative adeguate».
Le regole, quindi, ci sono e sono chiare: un partito politico prima di accettare l’iscrizione di chicchessia deve verificarne in maniera solida l’identità attraverso adeguate misure organizzative e, se non vi riesce, deve rifiutare l’iscrizione. Non c’è spazio per equivoci, ambiguità o interpretazioni fantasiose. Non è quello che accade nelle pagine dedicate all’iscrizione al partito del mondo al contrario ma, per la verità, è difficile ritenere che sia quello che accade anche sulle analoghe pagine della più parte degli altri partiti politici. Così non funziona. Il rischio che qualcuno si ritrovi iscritto a sua insaputa a un partito politico è troppo elevato e il recente episodio lo ha dimostrato plasticamente. Le regole ci sono e vanno applicate e i partiti politici, anime pulsanti della nostra democrazia, dovrebbero dare l’esempio.
Le soluzioni tecnologiche esistono, sono semplici e alla portata di chiunque. Volere, insomma, è potere. Anche perché l’iscrizione a un partito politico è un gesto serio, carico di significato, di valore personale e democratico e, quindi, anche se la verifica dell’identità rendesse il processo un po’ più farraginoso, meno veloce, immediato, semplice, si tratterebbe di complessità giustificate e giustificabili. Il nodo da sciogliere, quindi, è uno e uno soltanto: i partiti e i movimenti politici sono pronti a rispettare di più i diritti, le libertà, l’identità e la dignità delle persone, a rafforzare i loro processi di identificazione di chi intende iscriversi per esser certi che si tratti sempre della scelta consapevole di una persona reale? È una prova di maturità e democrazia alla quale non dovrebbero sottrarsi. Detto che, in effetti, non è una questione di scelta dei singoli partiti ma di rispetto delle regole: non verificare in maniera adeguata l’identità di chi intende iscriversi è, semplicemente, fuori legge.
* Esperto di IA e cultura digitale