Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ecco i nomi di chi consolida il 30% dei consensi di Giorgia Meloni


(Stefano Rossi) – Dopo Corrado Formigli, il quale disse che la cultura italiana non esiste perché gli italiani stanno imparando molto dagli immigrati, bisogna annoverare Andrea Scanzi, che posta Rita Rapisardi, de “il Manifesto”, sugli incidenti di Torino.

La giornalista, con il post, vuole spiegare che il video dal quale si vedono i manifestanti di Askatasuna martellare e, quasi linciare, il poliziotto, in realtà non avevano un martello, ma un martelletto.

Poi, che i suoi colleghi lo avevano lasciato solo, e aveva pure il casco slacciato, e che, i manifestanti, urlavano di lasciarlo stare, che potevano bastare le botte.

Secondo la giornalista de il Manifesto, il poliziotto che ha rischiato il linciaggio (questo lo dico io non certo la Rapisardi), si trovava solo perché voleva manganellare un paio di poveri manifestanti.

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega … Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.

Cioè, secondo questa giornalista, il video dove in modo palese e incontrovertibile appaiono scalmanati manifestanti aggredire con ferocia il poliziotto, è tagliato ad arte per far vedere solo la furia dei ragazzi in difesa dello sgombero di Askatasuna.

Da che parte stia Rita Rapisardi è chiaro, difatti scrive: “A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero”.

I cattivi sono i poliziotti, i buoni quelli che hanno dato fuoco ad auto, cassonetti, rotto vetrine, bancomat, divento pali stradali, ferito 100, dico, cento agenti delle forze dell’ordine.

Sapete cosa mi ricorda questo articolo?

Pensate un po’, mi ricorda una certa Tiziana Maiolo, sì, quella che ora si trova spesso su Rete4, in difesa del centro destra. Nel 1976, questa Tiziana Maiolo, scriveva per il Manifesto.

Il 15 dicembre 1976, a Milano, la polizia fece una perquisizione in casa di un brigatista rosso, Walter Alasia. Ne scaturì una sparatoria dove morì il vicequestore Vittorio Padovani, il maresciallo di P.S., Sergio Bazzega e lo stesso Walter Alasia.

Sapete cosa scrisse la Maiolo su il Manifesto il giorno dopo?

Il titolo era tutto un programma di disinformazione.

Incalza la nuova strategia della tensione. Tre morti a Milano durante una perquisizione della abitazione di un “brigatista””.

Strategia della tensione era un termine coniato per il terrorismo nero, ma spesso, usato per far passare i terroristi rossi per fascisti.

Poi, brigatista, sempre con le virgolette, come a rimarcare che erano i cattivi poliziotti e magistrati a credere che lo fossero.

Secondo la Maiolo c’erano versioni differenti sullo scontro a fuoco.

Cioè, se ti entra la polizia in casa per una perquisizione e per arrestare una persona, in caso di sparatoria, chi mai avrà sparato per primo? Oltretutto, morirono proprio i due poliziotti entrati in casa per primi. Ma il Manifesto doveva, invece, instillare il dubbio, e doveva far passare per martire un brigatista.

Ecco un passaggio di quel vergognoso articolo: “…una casa del comune abitata prevalentemente da operai e piccoli impiegati…questa volta è stata la polizia a tendere l’agguato con grande dispiegamento di forze…il gruppetto dei “visitatori” è molto ingenuo o molto sicuro di sé, visto che nessuno  dei  funzionari ha il corpo protetto da giubbotti antiproiettili…”.

Notare bene, la polizia non fa il suo lavoro, tende agguati, grande dispiegamento di forze, come a voler dire che stavano occupando militarmente Milano, sono “visitatori”, come a voler canzonarli, e ingenui perché non portavano i giubbotti antiproiettili; ma non c’erano solo pacifici operai?

Ecco, questo è uno delle migliaia di esempi che si potrebbero fare per dimostrare quel tarlo che ancora persiste in certi ambienti e in certe culture.

Poi, Gruber e Giannini si chiedono se la sinistra ha lasciato alla destra l’argomento “sicurezza”.

Qui non basterebbe più un bravo psichiatra, qui ci vuole un esorcista!


Roma, Teatro Trastevere: “Distopik”, due spettacoli in una serata


dal 12 al 15 FEBBRAIO 2026: DISTOPIK

Due spettacoli in una serata:

133 metri sul livello del mare

di Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli

interpretato da Francesca Pimpinelli e diretto da Giovanni Caloro

e a seguire

Controllo 26

scritto e diretto da Michele Demaria

interpretato da Ludovica Apollonj Ghetti e Francesca Pimpinelli

DISTOPIK è un grido d’allarme, lanciato da due compagnie teatrali romane, Lumik e Sputnik, che propongono due atti unici in una serata all’insegna della distopia.

Si comincia con 133 metri sul livello del mare, di Sputnik, scritto da Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli, diretto da Giovanni Caloro e interpretato da Francesca Pimpinelli: un monologo tragicomico in cui la protagonista, dopo aver visto la capitale venire ripetutamente allagata da piene e nubifragi, assaltata da topi e gabbiani, ha trovato rifugio in un punto molto particolare della città. Fra ricordi della sua vita passata e illusioni riguardo il futuro, la naufraga guida il destinatario tra le righe di una lettera strampalata da affidare alle acque di un nuovo mare.

La stessa Francesca, o un personaggio estremamente simile, è insieme ad Anna in Controllo 26, della compagnia Lumik, scritto e diretto da Michele Demaria, con in scena Ludovica Apollonj Ghetti e Francesca Pimpinelli. In un ufficio sospeso nel tempo, due donne monitorano il battito di una realtà che sembra impeccabile. Tra caffè, cruciverba e scambi taglienti, la routine quotidiana maschera una tensione invisibile e crescente. Ma quando i dati smettono di coincidere con i fatti, il sistema perfetto di Controllo 26 inizia a vacillare. Un thriller psicologico che interroga il confine sottile tra protezione sociale e isolamento forzato. Fino a che punto possiamo fidarci di un ordine che non ammette l’anomalia del fattore umano?

PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00 -prevista tessera associativa-

giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it https://www.teatrotrastevere.it/


Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals. La tournée nei teatri campani


Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals

La tournée nei teatri campani da febbraio a maggio 2026

La commedia di Maria Bolignano che fa ridere e apre una riflessione sul lavoro e la dignità femminile

Dopo il successo dell’anteprima al Teatro Cilea di Napoli, con tre serate sold out lo scorso ottobre, Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals torna in scena e riparte dai teatri di provincia con una lunga tournée in Campania tra febbraio e maggio 2026.

Il titolo fa sorridere prima ancora che si alzi il sipario. Lo spettacolo non mette in scena il sesso, ma la libertà di parlarne. La commedia intreccia desiderio, estetica del corpo e seduzione con una condizione sociale segnata da precarietà, esclusione e assenza di tutele. Da questa tensione nasce il disegno satirico di Maria Bolignano, autrice e interprete dello spettacolo, che sceglie la comicità per raccontare una realtà spesso dimenticata.

In scena, tre donne senza un lavoro stabile, senza soldi e senza prospettive decidono di trasformare il proprio salotto in un set improvvisato per contenuti hot da caricare su una piattaforma immaginaria chiamata OnlyFals. Se nel mondo dei social l’immagine può generare visibilità, qui l’intimità diventa una possibilità di sopravvivenza economica, ma anche un modo per rimettere in discussione il proprio ruolo.

Ne nasce una commedia che alterna leggerezza e profondità, senza banalizzare il disagio e senza scivolare in un racconto pietistico. Donne di età diverse, sole e con risorse limitate, si confrontano con un mercato del lavoro che impone scelte impensabili fino a pochi anni fa e che spesso lascia senza strumenti chi resta indietro. Quando il lavoro viene meno, anche l’identità si incrina, e lo spettacolo porta questo passaggio in scena con ironia e lucidità.

«Mi aspetto di continuare a far ridere il maggior numero di persone possibile e di incontrare un pubblico coinvolto», racconta Maria Bolignano.«I teatri di provincia sono luoghi di cultura e di incontro che vanno curati con attenzione». Una dichiarazione che accompagna il senso della tournée, pensata per riportare il teatro nei luoghi in cui la comunità si ritrova e si riconosce.

Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals è una commedia brillante e mai volgare, che parla di donne, lavoro e dignità usando l’ironia per raccontare una parte scomoda del presente, con uno sguardo diretto e libero.

Sul palco, accanto a Maria Bolignano, un cast che attraversa generazioni e storie diverse:
Nunzia Schiano interpreta Zia Rosaria, la più grande e la più libera;
Yuliya Mayarchuk è Katerina, ex signora benestante che perde tutto e ricomincia da sé;
Enza Barra porta in scena Cioccola, memoria di un altro tempo e di un altro sguardo sul corpo;
Chiara Di Girolamo è Sofy, influencer e guida digitale del gruppo;
Alessio Sica interpreta Duro a morire, ex pornodivo in declino, unico uomo dello spettacolo.

La regia è firmata da Maria Bolignano e Fabiana Fazio, con uno sguardo femminile complice e mai volgare.

Dopo i sold out napoletani, lo spettacolo arriva nei teatri campani con questo calendario:

 3 febbraio 2026 – Teatro De Lise, Sarno
 4 febbraio 2026 – Teatro Minerva, Boscoreale
 5 febbraio 2026 – Teatro Magic Vision, Casalnuovo
 6 febbraio 2026 – Teatro delle Rose, Piano di Sorrento
 7 febbraio 2026 – Teatro Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Pagani
 8 febbraio 2026 – Teatro Italia, Acerra
 10 febbraio 2026 – Teatro Italia, Eboli
 12 febbraio 2026 – Teatro Tasso, Sorrento
 15 febbraio 2026 – Teatro Supercinema, Castellammare di Stabia
 17 aprile 2026 – Teatro Sorrentino, Saviano
 24 aprile 2026 – Teatro Corona, Quarto
 25 aprile 2026 – Teatro delle Arti, Salerno
 8 maggio 2026 – Teatro Pierrot, Ponticelli

Durata dello spettacolo circa 105 minuti

Produzione Rino Pinto
Per informazioni, interviste e materiali stampa
Rino Pinto 329 3054652

Sito ufficiale
www.lepornoprecarie.it

Autrice e interprete
Maria Bolignano

Con
Nunzia Schiano, Yuliya Mayarchuk, Enza Barra, Alessio Sica, Chiara Di Girolamo


Quel maiale di Trump, Epstein e la vera democrazia


(Tommaso Merlo) – Una rete pedofila e satanica che governa il mondo da dietro le quinte. Fino a qualche tempo fa un delirio complottista, oggi una orrenda realtà. Epstein ed i suoi complici trafficavano e abusavano minorenni con orge e porcherie varie per compiacere le perversioni di politici e miliardari del calibro di Trump, Bill Clinton, Bill Gates passando per il fratello del re d’Inghilterra e sceicchi vari, ma non solo. Dagli ultimi file emerge che praticavano anche torture e addirittura sacrifici e molti minori sarebbero stati uccisi. Un vero orrore, con gentaglia che dovrebbe marcire dietro alle sbarre ed invece domina il mondo. Tra gli ultimi nomi emersi anche Elon Musk e perfino Melania arriva da quella fogna. Ma il protagonista assoluto è Trump, sodale di Epstein che si è fatto rieleggere promettendo trasparenza e non appena ha rimesso piede alla Casa Bianca si è precipitato ad insabbiare tutto perché dentro fino al collo. Epstein l’hanno spedito all’inferno mentre Trump ha piazzato a capo del Ministero della Giustizia i suoi avvocati che nonostante la rivolta del Congresso, ancora coprono le prove più scabrose. Squallide scene da fine impero col materiale già rilasciato che conferma un sistema marcio fino al midollo che ha silenziato per decenni il grido di dolore e di giustizia delle vittime. Non uno scandalo solo morale, ma anche politico. Non si capisce dove fossero le istituzioni, dove fosse la politica, dove fosse il giornalismo. Tutti succubi, tutti venduti, tutti complici. Con masse distratte e aizzate tra loro mentre il banco vince sempre quando non solo il pensiero, ma anche il marciume, è unico. Squallide scene da fine impero e democrazia apparente con inquietanti ramificazioni internazionali. Epstein era un agente dei servizi segreti Israeliani al punto che tra i suoi ospiti più assidui c’era l’ex premier israeliano Ehud Barak. E la faccenda è molto semplice. Se hai foto e video di Trump nudo che molesta ragazzini minorenni, stai tranquillo che armi e dollari continueranno a scorrere a fiumi verso Tel Aviv e godrai di piena impunità qualunque crimine commetterai, anche un genocidio. Lo dicono le carte, Trump è compromesso. E pare che giri materiale delle sue performance pornografiche anche a Mosca ed è questo che spiegherebbe il suo ferreo putinismo. Neanche Hollywood ha mai partorito uno schifo del genere. Al timone della superpotenza americana ha fatto il bis non solo il presidente più incapace e narcisista della storia, ma anche un maiale pervertito totalmente ricattabile. Con la geopolitica e quindi i destini del mondo condizionati dalle porcherie che ha combinato. Davvero oltre ogni immaginazione e non una questione solo morale, ma anche politica. Per uscirne bisogna fare un passo oltre. Quel maiale di Trump ha lasciato tracce ovunque perché probabilmente non pensava nemmeno lui che un giorno gli americani fossero così idioti da votarlo presidente e per ben due volte. Se vi è riuscito è perché la democrazia soffre di un male che riguarda anche noi. I soldi hanno rimpiazzato i cittadini. Miliardari e lobby si sono comprati politica e informazione e spadroneggiano. Ma in fondo sono i cittadini a permetterglielo. Già, il cambiamento storico parte da dentro di noi. In troppi votano ancora abboccando a spot pubblicitari, slogan e comizi invece di approfondire e ragionare. Certo, non è facile districarsi in una propaganda ormai permanente, ma internet offre alternative. E non è nemmeno accettabile che i cittadini decidono chi votare all’ultimo minuto o si riducano a miseri tifosi di qualche capopopolo o votino per tradizioni di famiglia o abitudine. Trump è un sintono, non la causa. Se è arrivato alla Casa Bianca è grazie all’ignoranza e superficialità di molti americani e di una concezione deleteria della politica. Con l’odio verso qualche nemico immaginario che prevale perfino su verità e buonsenso. Faziosità accecante e antichissimo vizio di affidarsi a qualche uomo forte o presunto tale per sentirsi protetti da qualche paranoia o per qualche misero ritorno egoistico mentre si rimane svaccati sul divano. Va fatto un passo oltre per uscirne. In democrazia il potere appartiene al popolo e lo deve giustamente rivendicare, ma il potere implica responsabilità ed è ora di tornare ad esercitare la propria cittadinanza in maniera intelligente e consapevole. Solo così le masse non verranno più ingannate ed usate, solo così maiali come Trump finiranno in galera invece che alla Casa Bianca e solo così potremo salvare la democrazia e partendo dall’orrore di questo momento storico, costruire un futuro migliore. Già, il cambiamento storico parte da dentro di noi.


Torino: le violenze della polizia che i media non vogliono vedere


(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «Attacco allo Stato» (Il Messaggero); «La guerriglia di Torino» (la Repubblica); «Ferocia Askatasuna» (il Giornale); «Cercano il morto» (Il Tempo); «Ora basta, arrestateli tutti» (Libero). I titoli dei quotidiani all’indomani della manifestazione nazionale in solidarietà ad Askatasuna parlano una sola lingua: un lessico ossessivo e compatto – «guerriglia urbana», «tentato omicidio», «città sotto assedio», «blitz premeditato», «agente massacrato», «martellate a un poliziotto» – che riduce il corteo con 50mila manifestanti agli scontri del tardo pomeriggio. La cronaca dominante impone un frame univoco: la violenza “rossa” contro lo Stato. La piazza è ridotta a minaccia criminale, l’ordine pubblico a vittima assoluta. Le violenze attribuite agli “antagonisti” saturano lo spazio mediatico; cariche, manganellate, lacrimogeni e idranti scompaiono o vengono derubricati a legittima “reazione” delle forze dell’ordine. In questo articolo, vi proponiamo alcune delle immagini che la politica si è ben guardata dal diffondere e che mostrano l’altra faccia di quanto accaduto al corteo dello scorso 31 gennaio.

Il bilancio ufficiale parla di 103 agenti feriti, di cui circa una trentina ricoverati e poi dimessi domenica; delle decine di manifestanti contusi, nella cronaca mainstream resta appena traccia. Così, la selezione di immagini e parole produce un vuoto informativo: per chi guarda solo i telegiornali, la violenza appare a senso unico. Video e fotografie diffuse da reporter indipendenti e collettivi documentano scontri durissimi e feriti da entrambe le parti, ma le immagini di attivisti spinti e percossi durante le fasi di deflusso, le cariche improvvise e gli scontri generalizzati, i pestaggi a terra rimangono marginali rispetto alla narrazione dominante. I media hanno amplificato il pestaggio di Alessandro Calista, un agente isolato del Reparto Mobile di Padova, trasmesso in loop e qualificato come “tentato omicidio”. Attorno a quell’episodio – innegabile nella sua brutalità – si è costruito un repertorio visivo selezionato: un blindato incendiato, cassonetti in fiamme, estintori lanciati, petardi, l’aggressione a una troupe televisiva. Come già avvenuto per le manifestazioni a sostegno della Palestina, il contesto è rimasto sullo sfondo: uno sgombero vissuto come atto repressivo, un corteo spezzato da cariche e sbarramenti, una piazza composita che includeva famiglie, studenti, sindacalisti e artisti – da Zerocalcare a Willy Peyote, dai Subsonica a dirigenti della CGIL – scesi in strada contro le politiche del governo Meloni e l’attacco agli spazi sociali.

Un’altra sequenza di fatti circola altrove, lontano dai canali dell’informazione mainstream. Le immagini mostrano un uso della forza che va oltre la gestione dell’ordine pubblico, ma questi episodi trovano spazio quasi esclusivamente su piattaforme digitali e testate indipendenti. Emblematico il caso di un fotografo, picchiato e poi allontanato con forza dagli agenti anche dopo l’identificazione. Il Quotidiano Piemontese ha diffuso un filmato in cui si vede un manifestante a terra colpito ripetutamente a manganellate da un agente.

La stessa scena è stata rilanciata dai vari account, come No Justice No Peace Italy, che documenta anche altre scene di violenze: un uomo ferito lasciato solo e disorientato per terra dalle forze dell’ordine, un altro che non viene soccorso e un gruppo di poliziotti che accerchia violentemente due persone che cercano di scappare dai lacrimogeni. Su X, altri video mostrano cariche con manganelli e spinte durante le fasi di arretramento, con la polizia che alterna ritirate e contrattacchi, ricorrendo anche agli idranti contro gruppi compatti ma non offensivi.

Un altro filmato, diffuso da Local Team, documenta l’uso degli idranti e dei lacrimogeni su manifestanti pacifici. Materiali analoghi sono disponibili anche su Radio Onda d’Urto, tra cui un video in cui un manifestante, già a terra, viene colpito da una quindicina di manganellate da parte di un agente in assetto antisommossa.

La polarizzazione degli eventi non è casuale: serve a legittimare la linea della “tolleranza zero” e a preparare il terreno al nuovo pacchetto sicurezza del governo, in modo da silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione contro il governo. La narrazione binaria – delinquenti contro eroi in divisa – trasforma una protesta sociale in una minaccia allo Stato. Non a caso, la premier Giorgia Meloni ha promesso che il suo governo ripristinerà «le regole in questa Nazione», invitando i magistrati a “non esitare”, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto di accelerare l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, mentre il ministro Guido Crosetto ha parlato di «guerriglieri» e «bande armate» da «combattere come le Brigate Rosse», assimilando gli scontri del 31 gennaio al terrorismo e rendendo accettabile un ulteriore irrigidimento repressivo. Così la “guerriglia” diventa un’etichetta politica utile al potere più che una descrizione fedele di quanto accaduto.


Sbatti Epstein in prima pagina


(Alessio Mannino – lafionda.org) – I giornali di carta sono considerati il residuo di un’epoca al tramonto. E guardando all’inesorabile calo statistico, lo sono. Sbancati prima dalla televisione e surclassati da internet poi, oggi, risucchiata nel flusso social l’attenzione generale, sono diventati l’oggetto di consumo di una minoranza: i lettori forti, quelli che si ostinano ancora ad affidare ai testi scritti la chiave per raccapezzarsi nel caos giornaliero. Praticamente dei panda. Come gli aficionados dei libri.

Ridotti nei numeri (in parte compensati dagli abbonamenti alle versioni online), gli appartenenti alla nicchia cartacea, rispetto a chi per informarsi naviga qua e là, detengono però un vantaggio competitivo: possono basare la comprensione degli eventi su una gerarchia di notizie, pre-impostata dalla singola testata. A cominciare dalla prima pagina, che riassume in una disposizione precisa l’ordine di priorità. Da cui si evince la linea editoriale e politica.

Dopodiché, il lettore meno esigente, poiché di solito bloccato dal bias di conferma, si ferma lì. Un po’ come avveniva quando la carta tirava e ci si godeva la sensazione, rassicurante ma intellettualmente limitante, di contentarsi del proprio giornale di riferimento, vangelo-guida per la “preghiera mattutina dell’uomo moderno” (Hegel). Oppure, come nel nostro tempo di disintermediazione e sfiducia verso i media in quanto tali, la funzione di indirizzamento non basta più. E giustamente, allora, all’organo di stampa preferito si affianca il dragaggio di fonti ulteriori e differenziate (se fatto in modo mirato, scandagliando giornali web e canali video, o altrimenti facendosi condurre dalla bolla personalizzata dall’algoritmo).

E tuttavia, fondare lo sguardo su una cornice data, discutibile finché si vuole, può essere utile per non annaspare nella giungla di immagini e titoli. I pochi che hanno tempo, cioè gli addetti ai lavori e i fortunati che non lavorano (categorie spesso sovrapponibili: “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, Luigi Barzini jr), raffinano tale usanza demodé elevandola al quadrato. Fanno cioè l’ormai paleolitica “rassegna stampa”: smazzarsi 5-10 quotidiani al giorno. Naturalmente sfogliandoli, più che compulsandoli per intero.

Tutta questa dotta dissertazione introduttiva per due non-urgenze. La prima è prendere in giro, con autoironia un po’ amara, un principio valido oggi più che mai: il diritto-dovere di formarsi un criterio di conoscenza individuale. Una coscienza critica autonoma. Possibilmente costruita sul continuo confronto, senz’altro faticoso, tra voci informative meglio se diverse, e meglio ancora se opposte. Mentre il setting dominante è racchiuso in una manciata di volti e sigle (le ammorbanti compagnie di giro sullo schermo televisivo, trasformatosi in sondino artificiale per direttori e giornalisti di carta stampata altrimenti ignoti ai più), nel mare magnum della Rete c’è l’imbarazzo della scelta. Previo filtro, si spera, dei punti di vista credibili. Perché è la credibilità, attualmente, la caratteristica più preziosa che il lettore/spettatore – per lo meno quello più avvertito e non l’ottuso animale da curva – cerca disperatamente. E la credibilità, come sanno gli operatori ecologici anti-disinformatjia, non è mai un attributo acquisito una volta per tutte: bisogna conquistarselo ogni dì.

Seconda motivazione: compiere un esercizio che vada oltre la destrutturazione dell’offerta mediatica (in vulgari eloquentia: tutti i media, o quasi, tirano acqua al proprio mulino, come per altro è logico che sia, e quindi tutti, nessuno escluso, sviano, deformano, manipolano) inoltrandosi nel territorio della ri-strutturazione di senso. In questa sede, con un divertissement. Come dovrebbe risultare la prima pagina del mio giornale ideale? Ecco la domanda che il cliente selettivo della merce-notizia potrebbe farsi, immaginandosi l’agenda del giorno secondo lui. Provo a buttar giù quella che metterei insieme io con i materiali di giornata. Va da sé, dopo essermi diligentemente sottoposto alla personale dieta di siti (molti), titoli di testa di tg o aggiornamenti radio (pochi), approfondimento in postazioni sul Tubo, newsletter e profili via via apprezzati per rigore e coerenza (abbastanza) e, sì, anche testate giornalistiche cartacee (forse troppe, ma chi scrive lo fa per mestiere, ego me absolvo).

TITOLO D’APERTURA

Trump ha nominato il nuovo presidente della Fed: è Kevin Warsh, vicino a Dimon (JP Morgan). Con il quale Dimon, mister Trump ha un bello scazzo giudiziario. Sapete com’è, la Federal Reserve è “solo” la banca centrale di un impero, gli Usa, che si agita con lucida follia per contrastare il proprio declino: conoscere i perché e i per come di cosa si muove nell’istituto che presiede al dollaro, arma di coercizione globale assieme al Pentagono, dovrebbe essere la prima notizia in alto.

FONDO (editoriale)

Dossier Epstein: al di là del raccapriccio morale e l’aneddotica pruriginosa, vederci chiaro su motivazioni, finalità e intrecci politici di uno scandalo dai risvolti ancora oscuri (non se, ma quanto e in che modo c’entra Israele? Analisi, con un sociologo e uno psicanalista, della cosiddetta élite sovranazionale nelle pagine interne).

FONDO 2

La guerriglia a Torino per la manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna: ennesimo caso di strumentalizzazione (a destra) e cecità politica (a sinistra) della violenza, genuina o infiltrata ma, in tutti i casi, corrispondente a un copione prevedibile rispetto al quale l’unico interrogativo sensato è: cui prodest? A chi giova?

ARTICOLO DI SPALLA

Scontata commedia delle parti nella polemica governo-magistratura all’apertura dell’anno giudiziario: cosa abbiamo fatto di male (e ne abbiamo fatto…) per meritarci una campagna di distrazione di massa così, con un trufferendum che non riguarda i problemi veri dell’apparato giudiziario.

TAGLIO MEDIO

Palestina, Ucraina, Venezuela, Iran: tedioso ma doveroso aggiornamento sui fronti caldi, semi-caldi, raffreddati e sempre nuovamente incendiabili. Con un occhio particolare a cosa si dice in Cina, Russia, Turchia, Israele, India e Brasile (dar conto di quanto pubblica la stampa estera dovrebbe equivalere al pane quotidiano, per disporre di coordinate sufficienti riguardo alla politica internazionale). 

MANCHETTE (riquadro con titolo di una notizia all’interno) 1

Reportage di oggi su “conoscere il presunto nemico”: come si vive nel quotidiano oggi in Cina, soprattutto rispetto alla politica (ruolo del partito unico) e all’economia (consumi, lavoro, impresa).

MANCHETTE 2

Approfondimento sulle filiere del potere profondo: come la finanza e le banche italiane si inseriscono nella mappa finanziaria guidata dalla triade Blackrock-Vanguard-State Street.

MANCHETTE 3

La storia: reportage da tre scuole (una elementare, una media, una superiore) su tre sottotemi: i rapporti fra studenti e professori (e genitori); le materie che si studiano poco e male (storia e geografia, filosofia, italiano) o che non si studiano per niente e che sarebbero invece essenziali (economia e finanza, diritto costituzionale, psicologia, sociologia, tecnologia); la realtà nelle aule delle seconde e terze generazioni di immigrati, per indagare i termini effettivi del significato di parole d’ordine come “integrazione” e “remigrazione”.

FINESTRA (riquadro incorniciato)

Rubrica “E chissenefrega”: fatti, personaggi e storie di cui faremmo volentieri a meno, ma di cui tocca in qualche modo parlare non foss’altro per spiegare il perché se ne parla. In questa puntata: il caso Corona-Signorini-Mediaset (per i risvolti politici e di cultura di massa), la figuraccia dalla Gruber di Del Vecchio (per l’analisi antropologica della classe dirigente economica italiana), il “percorso d’ascolto” del Pd inaugurato a Milano dalla Schlein, che blatera di “diritto alla felicità” e di “riprenderci Tolkien” (?) e che sguinzaglierà volontari con questionari la cui prima domanda, particolarmente fulminante, sarà “come stai?” (per constatare una volta di più l’inconsistenza culturale, umana e potremmo dire intellettiva di quella cosa che viene chiamata sinistra in Italia).

FINESTRA 2

L’intervista: Marco Palombi (Il Fatto Quotidiano), ultimo autentico corsivista del giornalismo italiano, a proposito della differenza fra arte nobile del polemista e chiacchiericcio urlato da straccivendoli.

TAGLIO BASSO

Cultura&società: fuori dalla dicotomia apocalittici/integrati, veteroumanisti/transumanisti, inchiesta su come reagire all’espansione dell’intelligenza artificiale, dando spazio ai pensatori più avanzati in Italia e nel mondo che abbiano come bussola il primato reale dell’uomo sulla macchina.

Possono sembrare giochini oziosi, questi. Ma sebbene tendiamo a dimenticarcelo, la guerra in cui tutti siamo coinvolti è, prima di ogni altra, una guerra cognitiva: la feroce competizione per accaparrarsi e fidelizzare la nostra attenzione, un business il cui effetto è irreggimentare l’immaginazione. Ora, chi cattura l’attenzione, condiziona la percezione. Chi influenza la percezione, agisce sulla memoria e perciò sugli schemi, le scorciatoie, i meccanismi di selezione mentale. Chi ha potere di controllo sulla memoria (ciò che si sa, o si crede di sapere), assume un controllo sulla produzione pre-conscia di immagini (ciò che si forma nella mente in divergenza o alternativa alla realtà, nota ma non per questo conosciuta). Chi incide sull’immaginazione, orienta e delimita l’immaginario e quindi ne dispone, ne possiede il dispositivo. Ecco perché sforzarsi di allenare e sviluppare la facoltà immaginativa è decisivo per l’atto creativo capitale: plasmare un orizzonte d’immagini del futuro che, in misura significativa, sia libero dallo spettacolo mediatico. È “il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini” di cui scriveva Italo Calvino nell’ultima delle splendide Lezioni americane. Vedete, che leggere qualche buon classico serve ora più che mai?


Parte il tour 5S: il 25 Conte a duello contro Nordio


Campagna anti-casta con De Raho e Scarpinato. Nel Movimento parlano già di un anticipo della campagna per le Politiche. Comprensibile, vista la sequela di tappe sui territori che i Cinque Stelle stanno organizzando per le prossime settimane […]

Parte il tour 5S: il 25 a Palermo. Conte a duello contro Nordio

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel Movimento parlano già di un anticipo della campagna per le Politiche. Comprensibile, vista la sequela di tappe sui territori che i Cinque Stelle stanno organizzando per le prossime settimane. Appuntamenti che incroceranno la battaglia per il No al referendum alla campagna contro il riarmo, concentrata per ora nel Nord, dove il M5S è storicamente molto più debole. Mescolando il tutto, il sapore è quello di un ritorno ai vecchi tempi, evidente anche nello slogan della campagna referendaria: “Vota no al referendum salva-casta”. Concetto su cui si insisterà negli appuntamenti organizzati in giro per l’Italia, con un format di 60 minuti, in cui i 5Stelle spiegheranno la posta in gioco nelle urne di marzo. Protagonisti in diverse tappe saranno Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho, parlamentari ed ex magistrati antimafia. “Ma i nostri eletti andranno anche a tanti appuntamenti organizzati da enti, associazioni e università” spiegano dal M5S […]

L’elenco completo delle tappe va ancora definito, ma mercoledì è previsto il primo dei webinar dei parlamentari sulla riforma, con Valentina D’Orso e Ada Lopreiato come prime “docenti”. Lezioni come preparazione e accompagnamento agli eventi. Il più gustoso, per ora, è quello del 25 febbraio a Palermo, a cui parteciperà Giuseppe Conte. Lo sta organizzando la fondazione Lauro Chiazzese e prevede un confronto tra sostenitori del Sì e del No. A favore della riforma dovrebbero parlare il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e il giornalista Alessandro Sallusti, mentre per il No dovrebbero intervenire il dem Giuseppe Provenzano e il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia. Ma il culmine dovrebbe essere un duello tra Conte e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Una sfida che farà molto parlare. Ma il Movimento spera parecchio anche nel lavoro della base. Il materiale informativo per la campagna referendaria è in stampa, e a distribuirlo saranno attivisti e eletti nei banchetti disseminati per l’Italia. Le prove generali sono già andate in scena in Emilia-Romagna, dove da mercoledì a domenica scorsi sono stati sparsi per decine di comuni banchetti contro “la manovra di guerra”, ossia contro i fondi destinati dal governo al riarmo. Una “mobilitazione”, come la definiscono dal Movimento, che fa parte della strategia per recuperare consensi nelle regioni sopra Roma. Per questo, dopo il debutto a Milano lo scorso 16 gennaio, il M5S porterà avanti un mini-tour nelle principali città del Nord, sempre sul tema del no al riarmo, con i capigruppo alle Camere Stefano Patuanelli e Riccardo Ricciardi, e diversi tra parlamentari e eletti locali. Si riparte il 6 febbraio a Trieste – la città di Patuanelli – al Teatro Fabbri, e si prosegue a Genova, il 13 febbraio, per continuare a Torino il 20 febbraio e a Venezia, il 27. L’imperativo è risalire nei sondaggi, riavvicinandosi a quel 15 per cento che ritengono alla portata. E per riuscirci bisogna riportare nell’orbita 5S un po’ di astensionismo, anche continuando a rilanciare sul tema della sicurezza. “A differenza del Pd, possiamo recuperare voti al centro, e qualcosa anche alla destra” pensano e sperano i 5Stelle. Dove qualcuno già lo ammette: “Nell’ultima fase della campagna, sarà inevitabile politicizzare il voto”. Ovvero, il referendum si trasformerà anche in una votazione sul governo Meloni.


Quando prevale la legge del più forte anche i diritti civili sono in pericolo


La distruzione delle leggi internazionali indebolisce l’equilibrio dei poteri e favorisce i sovranisti

Quando prevale la legge del più forte anche i diritti civili sono in pericolo

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Sta nella natura umana compiere operazioni intelligenti in modo inconscio e operazioni idiote in modo consapevole. Pare che l’“alleanza occidentale” si stia specializzando in questo secondo genere. L’aver condotto guerre che dovevano esportare democrazie e hanno sostituito regimi efferati con altri ancora peggio, il non essere riusciti né a prevenire né poi a risolvere conflitti stra-annunciati in aree che, piaccia o no, sono e resteranno interne ai confini dell’Occidente, ebbene tutto questo non ha insegnato nulla. Una tale situazione non poteva non generare alla lunga contraddizioni sempre più difficili da governare all’interno della stessa alleanza atlantica.

La crisi infatti colpisce i diversi Paesi in modo assolutamente difforme, esalta tra loro i motivi della competizione fino a renderli di peso politico e strategico. Resta come perno della potenza economica, tecnologica, militare dell’Occidente soltanto l’America.

Con le guerre è l’Europa che paga, certo, ma è drammatico che l’America non comprenda come l’inarrestabile indebolirsi del ruolo europeo sia segno di una crisi complessiva, che può tradursi soltanto nella costante crescita di potere, in tutti i settori, dei grandi complessi economico-politici dell’Oriente.

Non è diventata oggi una operazione idiota condotta in modo consapevole quella di indebolire i Paesi europei, mirare a distruggerne ogni parvenza di unità sulle questioni strategiche? Non sarebbe intelligente, difronte alle nuove grandi potenze, ricostruire l’alleanza intorno a due soggetti davvero forti entrambi, Stati Uniti e Europa?

Come è possibile essere tanto ciechi da continuare a ritenere una minaccia alla propria egemonia un sistema economicamente e politicamente unito degli Stati europei? L’Occidente continua a vivere nel sogno di un mondo governato dal Campidoglio di Washington.

Gli europei lo hanno – altra operazione idiota condotta consapevolmente – assecondato da gregari dopo la caduta del Muro. E ora il risveglio è doloroso. Ma il risveglio può essere anche propizio, se ci condurrà a riformulare i criteri dell’alleanza e a comprendere che l’Occidente deve lavorare, senza utopie di Stato mondiale, a stringere il globo in una rete di accordi, di patti, di compromessi.

Ricostruire una forma di diritto internazionale significa oggi comprendere quali sono gli interessi materiali non solo dei Paesi europei, ma dell’intero Occidente. Continuare a far valere la logica del più forte funziona fino a quando lo sei, appena gli equilibri mutano genera solo disordine e insicurezza.

Oggi è utopistico pensare di dar vita a un ordine internazionale basato sull’egemonia indiscussa di qualcuno, ed è invece realistica soltanto l’idea di fondarlo su un Diritto, che riconosca poteri e ragioni dei grandi spazi politici in cui si articola il globo.

Continuare col diritto del più forte, quello che ci ha portato da tragedia a tragedia negli ultimi trent’anni, comporterà non solo approssimarsi sempre più all’orlo della catastrofe, ma anche rendere ingovernabili le contraddizioni sociali all’interno dei nostri Paesi.

L’idea del Diritto è in qualche modo indivisa: il crollo del Diritto internazionale non è altra cosa dalla crisi dello Stato di diritto. Anche qui, alla fine, si affermerà il dominio di quelle potenze che si credono dotate di intrinseca normatività, che mirano alla soddisfazione dei propri interessi al di là di ogni idea di bene comune. E che così facendo moltiplicano disuguaglianze, contrasti, conflitti, destinati a minare alla radice ogni assetto democratico.

Sono questi processi che seminano i nazionalismi e i razzismi. È la resa delle politiche occidentali alla logica del più forte che genera i fenomeni dell’estrema destra vittoriosa un po’ ovunque. E gli eredi del vero liberalismo, delle socialdemocrazie e dei cristiano-popolari a far la guerra dei dazi e a contendersi la Groenlandia…

Avviso ai naviganti: si sta formando nelle nostre società un malcontento, un disagio, un senso di frustrazione così diffusi, così forti, si sta aprendo un tale abisso tra le attese, le aspettative e le speranze di qualche decennio fa e la realtà attuale, sembrano così indifendibili ormai gli stessi diritti dell’individuo, che tutto potrebbe esplodere senza che nessuno lo programmi o lo guidi.

La febbre cresce nella nostra struttura sociale, ma sembra che non si disponga neppure del termometro. Mentre le forze che sono eredi delle idee che hanno portato l’Europa e il mondo a due guerre mondiali sono a un passo dall’andare al governo in Paesi chiave dell’alleanza atlantica, i leader che dovrebbero controbattere a tale deriva si concedono a vergognose rappresentazioni.

Ecco l’ultimo fulgido esempio che mi è capitato di ammirare: una foto del ministro Tajani (quello che vuole il Ponte di Messina in vista di uno sbarco dei cinesi in Sicilia) e qualche altro diplomatico sorridenti al fianco di Ahmed al-Sharaa, che si faceva chiamare Abu Muhammed al-Jolani, già prigioniero degli Usa per terrorismo, ex militante Al-Quaeda in Iraq, che ha conquistato Damasco a capo di un’alleanza jahidista e rovesciato quell’altro assassino di Bashar al-Assad nel dicembre del ’24.

Tajani ha chiesto notizie all’amico sulla nazione curda? Ricordate i curdi impiegati in prima linea contro l’Isis? Ricordate i 15mila morti che in quella guerra hanno dovuto piangere? Interessa alle nostre democrazie che questo popolo continui a essere assediato e bombardato da siriani, turchi e compagnia bella? Certo è destinata a crescere presso tutti i popoli la fiducia in quelle democrazie che abbandonano chi le ha aiutate.

Ma contro l’Iran tutto va bene, gli al-Jolani/al-Sharaa funzionano in questo quadro e quindi massacrino pure in casa loro e dintorni come desiderano. Il Diritto è affare da anime belle e perciò si prosegua senza fisime e senza vergogna da guerra in guerra, da terremoto in terremoto, guidati dagli indici di Borsa e dalle agenzie di rating.


Piergiorgio Odifreddi: “Io sto con chi va in piazza”


Il matematico: «Sono ragazzi non omologati»

Piergiorgio Odifreddi, matematico e intellettuale, già docente di logica all'Università di Torino e alla Cornell University

(Giulia Ricci – lastampa.it) – «Colto lo spero, borghese non vorrei: la nostra ricchezza deriva da cinque secoli di colonialismo e stragi. E questi ragazzi rifiutano quel modello perverso che porta, inevitabilmente, alla guerra».

Così Piergiorgio Odifreddi, matematico e intellettuale, già docente di logica all’Università di Torino e alla Cornell University, risponde alle parole della procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti. Il giorno dopo il corteo di Askatasuna e la guerriglia, ci tiene a fare una distinzione: «Un conto è la manifestazione pacifica di migliaia di persone, un altro sono quelle frange più violente e ristrette, che potrebbero anche essere state mandate da dei provocatori. D’altronde le pietre, le botte sono un danno al movimento. Ma io sono felice di vedere i giovani protestare, cercare di farsi sentire».

La procuratrice Musti ha parlato di una «area grigia colta e borghese» che normalizza o giustifica la violenza. Da intellettuale, si sente chiamato in causa?
«Un magistrato fa il suo lavoro, è chiaro che quella sia la sua posizione ufficiale. Ma chiediamoci: se c’è un antagonismo, se una parte non è d’accordo, mentre l’altra è armata fino ai denti, come si può manifestare e dissentire? Mandela, quando fece il suo famoso discorso al processo che poi lo condannò all’ergastolo, disse chiaramente: “Noi dell’African national congress all’inizio abbiamo protestato in maniera pacifica, e non è successo niente. Poi abbiamo fatto disobbedienza civile, nulla. Alla fine siamo diventati terroristi”. E infatti l’hanno arrestato e condannato, poi però è diventato presidente del Sudafrica e ha preso il nobel per la Pace. In Palestina, la violenza è stata l’altra faccia di quella subita. Solo che non si può dire».

Parla del 7 ottobre?
«Le azioni di quel giorno gli israeliani le hanno fatte costantemente. Nel ’48, prima che nascesse lo Stato di Israele, gli ebrei espatriati in America, tra i quali c’erano personaggi dal calibro di Albert Einstein e Hanna Arendt, parlarono di “deriva nazifascista”. Solo che ci sono i doppi pesi e le doppie misure. Gaza ha scosso e mosso i ragazzi. E dico per fortuna, perché se no diventiamo complici di quello che ci circonda – e il governo di oggi non brilla dal punto di vista democratico, pensiamo al rapporto di Meloni con Trump. Ogni generazione ha avuto la sua battaglia, la mia il Vietnam, poi l’Iraq».

È giusta anche la violenza, le pietre, la guerriglia?
«Ovviamente va sottolineata la distanza tra il corteo pacifico di decine di migliaia di persone e le frange più violente e ristrette. Io non sono sceso in piazza sabato, ma ho conosciuto questi ragazzi, dal liceo Cavour a Palazzo Nuovo, e ti fanno respirare. Poi certo, ci sono questi gruppetti, ma chi li manda? Queste azioni mettono in forse il movimento stesso, come accadde durante la rivoluzione di Maidan in Ucraina. Si rischia di porre in essere condotte senza consapevolezza. Detto questo, io gioisco dei movimenti di opposizione, perché qualunque sia il governo, i plebisciti non sono mai positivi, anche fosse l’esecutivo migliore del mondo».

E quindi lei si sente uno di quei colti borghesi di cui parlava la procuratrice Musti?
«Colto non so, probabilmente sì. Poi chi non è borghese ora? Anche se mi piacerebbe non esserlo. Sicuro non lo sono come postura mentale. In Occidente siamo il 10% del mondo e consumiamo il 90%. Ci sentiamo più avanzati, ma dietro di noi ci sono 5 secoli di colonialismo, da lì deriva la nostra ricchezza; l’Italia ha smesso di essere una potenza coloniale nel 1960. Nelle Americhe in cui c’erano 400 milioni di persone, Spagna e Portogallo in un secolo ne hanno fatte fuori 80 milioni. Quando l’Inghilterra o la Francia guardano al conflitto ucraino dicendo che non è concepibile appropriarsi del territorio di altri, hanno un re che regna anche sul Canada. Ci arrabbiamo con Trump, ma invece di dire che la Groenlandia è di chi la vive, diciamo che vuole essere rubata alla Danimarca. E le zone di influenza? Pensiamo alla Libia per l’Italia».

Era d’accordo con il progetto su Askatasuna voluto dal sindaco Stefano Lo Russo?
«Io sì, mi sembra che lui invece si sia tirato indietro. Ma quanti erano quelli che vivevano nell’immobile prima dello sgombero? I numeri erano piccolissimi. E il dispiegamento di forze arrivato dopo nel quartiere sembrava da assetto di guerra. Vicino a casa mia c’è una casa occupata da persone migranti, sono quasi certo che lo facciano per necessita. Questi ragazzi invece rifiutano il modello di vita occidentale: se uno decide di non entrare negli ingranaggi del lavoro, del consumo, noi ci scandalizziamo, ma questo non è democratico».

Che ragazzi sono?
«Sono giovani che hanno studiato, hanno vissuto quella borghesia e ora rifiutano un modello che accumula ricchezza e, inevitabilmente, porta alla guerra. Noi occidentali abbiamo invaso l’intero mondo, fatto stragi. Per me non fare figli è stata una scelta ideologica: l’educazione è sempre una violenza, perché significa imporsi e vietare».

La sinistra consideri i violenti come le Br

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) –

Dopo le selvagge martellate dei criminali di Torino contro l’agente Calista, Giorgia Meloni non ha perso tempo e ha rinfocolato la polemica contro le toghe, giusto a cinquanta giorni dal referendum sulla giustizia: “Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte”. Possibile che la premier abbia capito al volo ciò che la sinistra pigolante solidarietà alle forze dell’ordine continua a non vedere, o a fare finta? Che una volta di più le cosiddette frange violente dei cortei Pro Pal o pro centri sociali, che nell’alveo della sinistra si nascondono, sono un gravissimo pericolo oltre che per i rappresentanti dello Stato in divisa per la stessa sinistra puntualmente processata per colpe che non ha, o che ha. Perché ai tempi del vecchio Pci c’era un rude servizio d’ordine addestrato militarmente che non permetteva neppure a uno spillo di infiltrarsi nelle manifestazioni. Perché ai tempi dell’inutilmente compianto Enrico Berlinguer non fu necessario l’assassinio di Guido Rossa perché il partito mobilitasse il popolo comunista contro i terroristi rossi.

Certo, il confronto tra le Br e i delinquenti di Torino farà storcere il nasino a qualcuno. Soprattutto a quelli che stentano a comprendere (o fanno finta di) che a orientare sempre più vasti settori dell’opinione pubblica non è tanto la potenza di fuoco quanto la sensazione di una piazza allo sbando, di una parte politica alla mercé di gente che massacra il prossimo a colpi di martello, e per miracolo non ci scappa il morto. Continuare a recitare la consolatoria filastrocca secondo cui i pochi a volto coperto non possono cancellare il valore un grande corteo pacifico significa non rendersi conto dello sgomento espresso dai tanti comuni cittadini intervistati dalle tv subito dopo gli scontri. Un campione ristretto ma significativo di una visione delle cose sempre di più improntata a paura e sfiducia. Quelli che la polizia li arresta e i magistrati li mettono fuori, proprio come fa intendere il coro della destra che prende a martellate il No. Ma invece di cambiare spartito e di mobilitarsi seriamente contro il nemico interno, a sinistra ci si balocca con l’affresco dell’angelo con il volto della premier. Terribile!


Dai partiti personali alla democrazia del capo, l’autoritarismo avanza


Non si cercano solo leader forti: un italiano su quattro crede che in alcune circostanze sia meglio un regime. La quota cresce fra gli elettori di centrodestra, mentre chi vota Pd o una formazione di centrosinistra non insegue una guida forte

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (a destra) con la segretaria del Pd, Elly Schlein: le leader hanno preso il posto dei leader

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – La maggioranza degli italiani ritiene che «il Paese ha bisogno di essere guidato da un leader forte». Non è una novità, ma la conferma di un orientamento rilevato dai sondaggi di LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Demos e Avviso Pubblico) da molti anni. E confermato da un’indagine recente (qui le tavole). L’ampiezza del consenso verso questa idea è costante nel tempo. Sempre intorno al 60%, con variazioni limitate. Nell’ultima rilevazione, infatti, la sua misura è il 57%, in ambito nazionale. E oltre. Con una precisazione: “il” leader è divenuto “la” leader. Una donna. A presiedere il governo italiano, infatti, è Giorgia Meloni. Alle guide dei Fratelli d’Italia. Mentre a capo dell’opposizione è Elly Schlein, segretaria del PD. Se guardiamo oltre i nostri confini, l’Unione Europea è presieduta da Ursula von der Leyen.

La domanda di un(a) leader forte si riflette nel timore che la “personalizzazione del potere” genera sul destino della democrazia. Un sentimento di inquietudine che coinvolge circa 4 italiani su 10. Per la precisione: il 38%. D’altra parte, si tratta di una tendenza di lungo periodo. Corrisponde alla crisi dei partiti, che, a loro volta, si sono “personalizzati”, “leaderizzati”. In quanto la loro immagine coincide con quella del – o della – leader. Un orientamento avviato, com’è noto, da Silvio Berlusconi, negli anni Novanta. E, successivamente, ri-prodotto in tutto il sistema politico. In quanto la “personalizzazione” è divenuta una svolta condivisa da tutti i partiti. Favorita soprattutto dai “media”, in quanto la “mediazione” fra politica e società non si è più affidata ai partiti e alla loro organizzazione, ma … ai “media”. Anzitutto, alla televisione e, in seguito, al digitale. Così, l’immagine ha rimpiazzato le ideologie, mentre la comunicazione si è imposta sulla partecipazione. Questa tendenza si è diffusa rapidamente e oggi è visibile in tutte le forze politiche. Di ogni orientamento. Il ruolo del leader è divenuto, quindi, determinante. E coincide, spesso, con il partito.

Fabio Bordignon ha riassunto questa situazione con una definizione efficace: la “democrazia del Capo”. Una cornice ai dati del sondaggio di LaPolis. Nel quale si conferma l’indebolirsi del sentimento democratico, già emerso da altre indagini precedenti. Oggi, infatti, il 23% degli italiani ritiene che “in alcune circostanze un regime autoritario può essere preferibile al sistema democratico”. Una quota che supera il 30 fra coloro che evocano (e invocano) l’avvinto di “un leader forte”. In altre parole, una “democrazia del capo”. Del-la leader. Questo orientamento riflette soprattutto le preferenze politiche delle persone intervistate. Raggiunge, non per caso, il massimo livello, il 75%, 3 elettori su 4, fra gli elettori dei Fd’I. Dunque, di Giorgia Meloni. E ciò conferma come i Fd’I siano divenuti, a loro volta, un “partito personale”. Il PdGM: il Partito di Giorgia Meloni.

Una domanda di “leadership forte” si osserva, non per caso, nella base di Forza Italia. L’artefice del “partito personale”. Nonostante il suo fondatore non ci sia più. A breve distanza, segue la Lega. Divenuta, a sua volta, LdS, Lega di Salvini. Un partito non più “territoriale” ma “personale”. Più indietro è il M5s. Non per caso, in quanto, nonostante nel corso degli anni sia cambiato in modo significativo, è sorto anch’esso, nella prima fase, come un “partito personale”, quanto meno, “personalizzato”, intorno alla figura di Beppe Grillo, che lo ha creato e definito come “anti-partito”. Un modello seguito da molti altri soggetti politici. Compresi i Fd’I. La cui affermazione è stata favorita in quanto, alla fine dello scorso decennio, erano esterni ai governi. Passati e recenti. Lontani da tutte le altre forze politiche, nel sondaggio di LaPolis-Università si Urbino (con Demos), vi sono i partiti di Centro Sinistra e, soprattutto, il PD. Un dato “significativo”. Riflette e “dà significato” alla sua “distanza” dal governo. E dalla “personalizzazione politica”. In quanto è, sicuramente, un “partito impersonale”. Non rappresentato dalla figura del Capo. Ciò sottolinea la distanza del PD dal modello dominante. E lo propone come “partito”, oltre e al di là della figura del leader. Ma, al tempo stesso, in questi tempi, lo penalizza. Perché i partiti sono ormai un participio passato. In quanto… sono “partiti”.


La trasfigurazione della leadership nella perenne commedia italiana


Nella destra c’è una passione per gli Arcangeli: Berlusconi ne era devoto, Meloni ha una collezione di 300 statuette

La trasfigurazione della leadership nella perenne commedia italiana

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – ROMA – Andreotti collezionava campanelli, Craxi cimeli garibaldini, D’Alema civette, Renzi spillette da bavero. Ma forse non tutti sanno che Giorgia Meloni fa collezione di angioletti. In un articolo uscito su Il Tempo dieci anni orsono la sua raccolta ammontava già a 300 pezzi. Pare di ricordare anche una foto in cui gli angioletti facevano da sfondo a qualche intervista. Di uno di questi certamente si è privata nel gennaio del 2023 per farne dono a Papa Bergoglio.

Forse tutto ciò non ha nulla a che fare con l’apparizione dell’angelo meloniano di San Lorenzo in Lucina, raffigurato con un cartiglio dell’Italia fra le mani. Forse invece, proprio perché nota solo nell’inner circle o cerchio nero di Fratelli d’Italia, la passione collezionistica della premier potrebbe giustificare un omaggio pittorico e cortigianesco. Si tratta comunque di una coincidenza che doverosamente si pone all’attenzione del gentile pubblico della perenne commedia italiana.

Sempre in tema di coincidenze e sincronie, argomento a cui uno studioso serio come Giorgio Galli ha dedicato gli ultimi anni della sua vita, si avrebbe qui il cervellotico ardire di far presente che proprio nel giorno dell’angelica scoperta la premier ha pensato bene di far la sua inaspettata comparsa, con ovvio corredo di selfie, presso i due mezzi militari blindati di ferina denominazione “Puma” che da qualche giorno le autorità di pubblica sicurezza hanno dislocato alla Stazione Termini per intimidire borseggiatori e maranza.

Sul ruolo di custodia e vigilanza esercitato fra cielo e terra da angeli e arcangeli esiste del resto un’ampia letteratura che serenamente, però anche forzatamente s’intreccia con gli usi e costumi del potere. A casa Berlusconi, per esempio, essendo Silvio nato il 29 settembre, ricorrenza dei santi Gabriele, Michele e Raffaele, si coltivava il culto dell’Arcangelo, ciò che in parte può spiegare la provvida amicizia con don Verzè e il suo svettante policlinico. Per non lasciare nulla d’intentato, su un terreno assai meno filantropico e affaristico, tocca ricordare tuttavia anche la famigerata Legione dell’Arcangelo Michele fondata cent’anni fa in Romania con l’intento di “purificazione” ultranazionalista da Corneliu Zelea Codreanu. Ribattezzata poi, assai poco angelicamente, “Guardia di Ferro”, ebbe ammiratori qui in Italia nell’estrema destra e un po’ anche nelle organizzazioni giovanili del Msi, pure ai tempi dell’apprendistato di Giorgia.

Nota bene. Non per nascondere la manina dopo aver tirato il sassetto, ma sarebbe assurdo stabilire il benché minimo collegamento fra Codreanu e Meloni attraverso l’angioletto di San Lorenzo in Lucina. Basterebbe d’altra parte l’inconfondibile ambientazione capitolina della vicenda e in particolare dell’autore-sacrestano del restauro creativo, quel Valentinetti che parla della “Magica”, di una sua giovane amica voluta per un film dai “registi di Cecchi Gori” e di un frate (!) da Velletri apparsogli in sogno per anticipargli una commessa a Macherio.

Sennonché, e non da oggi, le immagini hanno spesso una genesi ineffabile, misteriosamente rispondono all’inconscio collettivo, vivono di vita propria e non di rado, sempre per vie traverse, sfuggono di mano, specie in momenti di incertezza. Con tali e vaghi presupposti, ma purtroppo con il soccorso della storia — dalle scuole di Mistica Fascista al culto di Stalin fino a certe usanze dall’Africa alla Corea del Nord — accade che la leadership venga in vario modo sacralizzata. Angelica o meno che sia, la trasfigurazione rafforza il carisma del prescelto presentandolo come eterno e infallibile — anche se nel caso di Meloni, pensando a Salvini, TajaniLollo Donzelli, non appaiono necessarie investiture celesti. Meglio senz’altro un potere che colleziona i suoi graziosi angioletti, ma al dunque resta provvisorio, modesto e faticoso. A San Lorenzo, oltre a un busto scolpito dal Bernini e a due quadri di Guido Reni, sono conservati un pezzo di graticola e le catene del martire. Di vincoli, dubbi e pericoli, per forza di cose, è fatta non solo la democrazia, ma anche la politica di buon senso.


Sanità, come funziona la macchina da soldi. Ecco i documenti riservati


Sanità, come funziona la macchina da soldi nei documenti riservati - VIDEO

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – La storia che ci viene raccontata è sempre la stessa: siamo costretti a pagare di tasca nostra 10 miliardi di euro l’anno perché le liste d’attesa sono troppo lunghe. E infatti una visita su due e un esame diagnostico su tre sono a carico dei cittadini (qui pag. 21 e 24).
Quello che nessuno spiega è il motivo per cui queste liste d’attesa non si riducono mai, anzi aumentano, e quali interessi economici contribuiscono ad alimentarle.

La legge e la realtà

Per legge, la libera professione intramoenia — cioè l’attività privata svolta dai medici dentro o per conto dell’ospedale pubblico — non può superare l’attività istituzionale garantita dal Servizio sanitario nazionale. Lo stabilisce il decreto legislativo 229 del 1999 (riforma Bindi): «Al fine anche di concorrere alla riduzione progressiva delle liste di attesa, l’attività libero professionale non può comportare, per ciascun dipendente, un volume di prestazioni superiore a quella assicurato per i compiti istituzionali» (art. 13, comma 3 qui). L’obiettivo dichiarato è chiaro: le liste d’attesa vanno tenute sotto controllo. Accade esattamente il contrario.
Vediamo con esempi estratti da documenti riservati del ministero della Salute cosa succede tra gennaio e settembre 2025 per gli esami diagnostici. Cardarelli di Napoli, colonscopia: al 98% in libera professione. Ospedale Besta di Milano: ecografia osteoarticolare al 90%. Istituti fisioterapici ospitalieri di Roma, risonanza magnetica: 85%. Sulle visite mediche abbiamo i dati aggiornati a tutto il 2025. Azienda ospedaliera universitaria di Padova prima visita cardiologica 84%. Azienda Usl Toscana Sud-Est prima visita ginecologica 70%. Ospedale Policlinico San Martino di Genova prima visita neurologica 66%. Nei grafici in pagina tutta la lista.

Il circolo vizioso

Questo accade perché ci sono storture di sistema che creano un circolo vizioso che agisce su due livelli.
Primo livello. Il Servizio sanitario nazionale non riesce a soddisfare il bisogno di cure, pertanto le liste d’attesa si allungano. A quel punto la domanda viene catturata a pagamento dagli stessi medici pubblici, che fanno libera professione ovunque: dentro l’ospedale, negli studi privati, perfino fuori Regione. Il paziente paga la visita o l’esame diagnostico in libera professione. Se poi serve l’intervento chirurgico, si rientra nel Servizio sanitario nazionale, ma non è una novità che il canale privilegiato aperto con la visita privata consenta spesso di saltare la fila. E questo aumenta l’intasamento dell’ospedale pubblico.
Secondo livello. Gli ospedali privati accreditati ricevono metà dei loro ricavi dal Servizio sanitario nazionale. Pur sorretti dal pubblico, però, orientano sempre più la loro attività verso le prestazioni più redditizie e a pagamento. E per ampliare il business privato arrivano a utilizzare in libera professione gli stessi medici del Servizio sanitario nazionale.
Per rendere più chiaro il circolo vizioso prendiamo due esempi: quello di un ospedale pubblico, e quello di un privato accreditato, entrambi d’eccellenza.

Il caso del Rizzoli di Bologna

L’ospedale Rizzoli è ai vertici mondiali per l’ortopedia: primo in Italia, quarto in Europa, undicesimo nel mondo. Ha 374 posti letto, oltre 150 mila pazienti e 20 mila ricoveri l’anno (qui).
Sul suo sito si legge: «Libera professione: medici del Rizzoli nella tua regione». Tradotto: tre primari e 19 équipe (con specialisti che ruotano a turno) vanno a fare visite a pagamento in libera professione in 77 ambulatori privati di 57 città in mezza Italia (qui). Chi poi deve essere operato tende a fare l’intervento a Bologna. Tra gennaio 2024 e agosto 2025, su 27.613 ricoveri in ortopedia e traumatologia, 14.795 pazienti arrivano dall’Emilia Romagna (54%) e 12.818 dal resto d’Italia (46%).
Quel 46% rispetta i criteri con cui vengono programmati e finanziati i posti letto ospedalieri nelle regioni? Il decreto ministeriale 70 del 2015, che definisce gli standard dell’assistenza ospedaliera, stabilisce siano attribuiti su base regionale 3 posti letto per acuti ogni mille abitanti, tenendo conto della mobilità interregionale solo come fattore marginale (articolo 1, comma 3, lettera b qui). Il presupposto è che il bacino principale di riferimento resti quello dei residenti e che i flussi da fuori regione abbiano dimensioni fisiologiche.
Quando invece quasi un ricovero su due riguarda pazienti extraregionali, come accade al Rizzoli, salta il meccanismo su cui quei 374 posti letto sono stati assegnati. Va però fatto un distinguo: il Rizzoli è un Irccs e, in virtù dell’alta specialità, attrae molti pazienti da fuori Regione, pertanto questi parametri sono meno stringenti. Ma se poi i medici del Rizzoli vanno anche a cercarsi capillarmente i pazienti in tutta Italia, e non per interventi di alta complessità, l’intasamento diventa inevitabile.
Il risultato per i cittadini della regione è questo: tra gennaio 2024 e agosto 2025, oltre la metà dei 2.482 interventi di anca e dei 1.743 di ginocchio sfora i tempi previsti. Per gli interventi da eseguire entro 180 giorni, le attese arrivano a oltre un anno per la sostituzione d’anca (con punte a 490 giorni) e a un anno e mezzo per il ginocchio.
Il 7 novembre 2025 il governatore Michele de Pascale denuncia a 24 Mattino: «Il nostro problema principale è l’enorme pressione di persone che si vengono a curare qui da fuori Regione. Il sistema si sta intasando, e non riusciamo più a soddisfare i nostri cittadini».

Il caso di Humanitas a Milano

Il gruppo dell’imprenditore Gianfelice Rocca è ai vertici della Sanità privata della Lombardia, secondo per fatturato solo al Gruppo San Donato della famiglia Rotelli. Il suo gioiello è l’ospedale Humanitas a Rozzano (Milano), con 759 posti letto, 2,3 milioni di visite e 45 mila ricoveri l’anno (qui). Il fatturato complessivo 2024 è di 627 milioni di euro, con un aumento di 35,7 milioni rispetto al 2023: 303,5 milioni provengono dall’attività per il Servizio sanitario nazionale (+4,9 milioni), 208,3 milioni dall’attività privata (+15,5 milioni). La parte privata cresce tre volte più di quella pubblica (qui pag. 36 e 54).
Il 26 giugno 2025 Humanitas compra dalla famiglia Cremascoli una partecipazione al 47,5% nella società Columbus Clinic Center S.r.l., che dal 2014 conduce in regime d’affitto d’azienda la clinica milanese di proprietà dell’Istituto delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Con il 19,5% intestato alla fiduciaria Eurofinleading spa, che fa capo sempre a Humanitas, il gruppo di Gianfelice Rocca detiene la maggioranza della Columbus. Da fine giugno, su otto membri del consiglio di amministrazione, cinque sono indicati da Rocca, compreso l’amministratore delegato Alex Carini.
La Columbus è una clinica interamente privata, senza nessuna convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Sul sito di Humanitas c’è il rimando diretto per prenotare alla Columbus (qui), dove lavorano almeno 137 medici dei più importanti ospedali pubblici di Milano. Lo possono fare perché la legge prevede: «Al fine di garantire l’esercizio dell’attività libero-professionale intramuraria, in caso di carenza o inidoneità degli spazi aziendali, le aziende sanitarie possono acquisire, anche mediante convenzioni, spazi ambulatoriali esterni» (L. 120/2007 art. 1, comma 4, qui). L’attività a pagamento fuori dall’ospedale pubblico dovrebbe però essere un’eccezione, qui invece diventa d’ordinaria amministrazione e finanzia il business di una clinica privata.

La commistione pubblico-privato

Per legge quando i tempi di attesa indicati sulla ricetta con le «classi di priorità» (Urgente, Breve, Programmata, Differita) non possono essere rispettati dal Servizio sanitario nazionale ci sono due opzioni (Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 art. 3 comma 10 qui). La prima è che il direttore generale dell’ospedale si rivolga ai suoi medici che fanno attività a pagamento dentro l’ospedale in modo che la riducano a vantaggio del Sistema sanitario nazionale. La seconda opzione la deve esercitare la Regione, ed è quella di farsi aiutare dai privati accreditati. Ma, alla luce di questo scenario, chi davvero può rispettare la legge? In ogni caso il cittadino ha diritto in caso di mancato rispetto dei tempi di attesa a utilizzare la libera professione dentro l’ospedale pubblico e pagare solo il ticket (Decreto-legge 124/1998, art. 3 comma 1 qui). Ma è una legge ancora troppo spesso sconosciuta e, nella maggior parte dei casi, portata avanti tramite gli sportelli «SOS liste d’attesa» che si sono specializzati nella materia (come per esempio quelli delle Acli qui).
Diciamolo, allora, senza ipocrisie: le liste d’attesa sono un serbatoio enormemente redditizio, e abbatterle non conviene a nessuno. E i pazienti o pagano o non si curano (qui).

dataroom@corriere.it


Il Nobel Parisi commenta l’inquietante aggiornamento dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5 milioni di morti”


“La guerra nucleare è una cosa assolutamente disastrosa, ma è presa sotto gamba”. L’allarme del fisico

(ilfattoquotidiano.it) – L’Orologio dell’Apocalisse avanza fino a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dalla fine del mondo, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto dalla sua creazione nel 1947. È il dato più allarmante mai registrato dal Doomsday Clock, lo strumento simbolico aggiornato ogni anno dal Bulletin of the Atomic Scientists per misurare quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Alla base dello spostamento delle lancette, spiegano gli scienziati, ci sono il rischio crescente di una guerra nucleare, l’aggravarsi della crisi climatica, il potenziale uso improprio delle biotecnologie e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari.
Di questo scenario parla a In altre parole, su La7, Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, rispondendo a una domanda di Massimo Gramellini che gli chiede un giudizio “da scienziato” sulla reale attendibilità di quell’orologio.
Parisi conferma la gravità del messaggio, chiarendo che non si tratta di un’astrazione: “La guerra nucleare, nonostante il fatto che a volte sembrerebbe presa un po’ presa sotto gamba quando le persone cominciano a parlare di armi atomiche tattiche da poter utilizzare, è una cosa assolutamente disastrosa. Probabilmente non sarebbe la fine dell’umanità, ma sarebbe una cosa molto, molto pesante”.

E ricorda che già studi passati hanno dimostrato conseguenze devastanti anche in scenari limitati: “Per esempio, anni fa si è stimato che già una guerra semplicemente tattica per l’Italia comporterebbe cinque milioni di morti“. L’orologio, aggiunge, serve proprio a questo: indicare la distanza temporale e politica da un evento che non è teorico, ma possibile.
Nel suo intervento, il fisico sottolinea che l’avanzamento delle lancette non è frutto di allarmismo gratuito, sottolineando una regressione nei meccanismi di controllo degli armamenti. Il Bulletin infatti non sposta le lancette con leggerezza, e il fatto che ciò sia avvenuto poche volte nella storia, mai così in avanti, è di per sé un segnale.
“La pericolosità di una guerra atomica – spiega – è legata a quello che sta succedendo, perché, mentre dagli anni Sessanta agli anni Novanta, c’è stata una grande stagione di trattati fra l’Unione Sovietica prima, e la Russia dopo, e gli Stati Uniti, che hanno diminuito il rischio, in questi ultimi anni stiamo andando nella direzione opposta“.

Quando Gramellini nota che il tema dell’atomica sembra ormai “sdoganato” nel dibattito pubblico, Parisi conferma: “Non ci si rende conto intanto dei pericoli. Quelle stime di cinque milioni di morti erano fatte supponendo un attacco all’Italia con cinquanta bombe atomiche scagliate lontano dalle città per non fare troppi danni. Quindi, un attacco per non fare troppi danni darebbe solo cinque milioni di vittime. Figuriamoci poi un attacco per fare danni, quello è un altro paio di maniche”.


Ceniccola (FI): consentire ai medici di famiglia di restare in convenzione fino all’età di 72/73 anni


Gent.ma Presidente Meloni,

apprendiamo dalla  stampa che nel decreto Milleproroghe dovrebbe arrivare un’estensione del bonus per l’assunzione di giovani, nella Zes Mezzogiorno e delle donne, scaduti il 31 dicembre scorso. Se ciò dovesse accadere, sarebbe sicuramente una buona notizia e, nell’esprimerLe il più  sincero compiacimento, l’occasione è buona per dare voce alla preoccupazione di centinaia di migliaia di cittadini che rischiano di rimanere senza la possibilità di avere un medico di famiglia se non sarà modificata la normativa vigente. Per esempio, in provincia di Benevento nel mese gennaio sono arrivati solamente 23 nuovi medici di famiglia a fronte dei 33 che sarebbero dovuti servire a coprire tutto il nostro territorio. E sono 354 gli ambulatori di medici di famiglia che resteranno vuoti in Campania, anche perché molti giovani medici preferiscono un’altra professione sanitaria meno precaria e più garantita dal punto di vista previdenziale (considerando 1.500 pazienti per ciascun medico, saranno circa mezzo milione i cittadini che, di conseguenza resteranno senza dottore). Insomma, la medicina territoriale rischia di “crollare” (assieme a quella ospedaliera) e i 136,5 miliardi di euro destinati dal Governo per la Sanità nell’anno 2026 rischiano di non cambiare lo stato delle cose. Pertanto, sono qui per chiederLe di rivedere la normativa vigente in materia e, in particolare, di inserire nel decreto Milleproroghe anche una deroga alla normativa vigente per consentire ai medici di famiglia di restare in convenzione fino all’età di 72/73 anni e, nel contempo, di aumentare le borse di studio per la formazione dei medici di base  e di rivedere il rapporto di lavoro dei MMG con il SSN per evitare l’estinzione della categoria dei medici di famiglia.

      Uno studio della Fimmg (Federazione Italiana Medici di Famiglia) indica chiaramente che se il numero rimarrà costante al livello attuale, al 2028 ad essere rimpiazzati saranno non più di 11 mila medici, mantenendo un saldo negativo a quella data di oltre 22 mila unità. Con la conseguenza di dover andare a prendere i medici dai Paesi del sud est asiatico.

     In attesa di un cortese riscontro, Le porgo i miei più distinti saluti e ringraziamenti per il buon lavoro svolto in questi anni.

                                                  

Fiorenza Ceniccola

Consigliere Comunale Forza Italia – Guardia Sanframondi                                                             


Effetto Trump, Meloni e l’egemonia della destra


«Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita» Jean Giono (Mi rifiuto di obbedire)

(Andrea Malaguti – lastampa.it) – Nel mondo è l’ora della destra. Il pensiero che si è affermato è di destra. Il pensiero che conta è di destra. E di destra è l’egemonia culturale, a dispetto di tanti surreali giudizi rovesciati. Persino la visione del futuro, gli strumenti per realizzarlo, le straordinarie nuove tecnologie sono di destra. Viviamo nel culto dell’autorità sbrigativa, delle decisioni prêt-à-porter, del fastidio esplicito per qualunque forma di discussione e di confronto. Il tono assertivo travolge quello dubitativo. Rifiutiamo la complessità. L’azione vale più del pensiero, scardinando la tessitura tipica dei progressisti di ogni dove. «La differenza tra Donald Trump e chi è venuto prima di lui è l’azione», ha scandito orgoglioso davanti ai potenti della terra riuniti a Davos il segretario di Stato Marco Antonio Rubio, rivelando la formula magica della Casa Bianca. Fare. Non importa come, con quali danni e quali risultati. Fare significa Essere. Dominare. Imporsi. La geopolitica e le organizzazioni sociali come un ring. Uno resta in piedi, l’altro va al tappeto. Naturalmente, folla in delirio. Lezione amara, che dovrebbe dire qualcosa persino a Bruxelles.

Ad applaudire Rubio alcuni dei più potenti, spietati e geniali tecno-feudatari americani, Alex Karp, Jensen Huang, Elon Musk. Billionaires che pavimentano la strada del futuro. Non semplicemente il loro, quello di tutti. Abbiamo bisogno di punti fermi.

E loro li danno. Di uomini forti. E loro lo sono. Di decisionisti che ripiegano le democrazie come bandiere ritirate da un pennone dopo un funerale. E loro non chiedono di meglio.

Come sopra, l’Unione dovrebbe prendere appunti. Non per copiare. Per capire e reagire. Non c’è stato bisogno di nessun colpo di Stato. Semplicemente è successo. Semplicemente, per molti è un bene. Vale per Mamma America, per l’Argentina, per una larga parte della Francia e della Germania. E vale per un pezzo d’Italia. L’attrazione per dinamiche russe, o cinesi, ha avuto la meglio sulle complicate costruzioni egualitarie a cui si erano vincolati l’Europa e l’Occidente nel dopoguerra, producendo crescita, sviluppo, uguaglianza, opportunità, scolarizzazione e aumento del benessere e delle aspettative di vita. Evidentemente non è bastato.

I satelliti, i Big Data, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, eccolo l’armamentario dell’Uomo Nuovo. In guerra e in pace. Ma soprattutto in guerra. È nel disordine e nel conflitto, nell’incertezza e nella paura, che il Capitalismo della Sorveglianza – capace di mettere a disagio persino un numero sempre più significativo di banchieri planetari – moltiplica la propria forza, il proprio peso, il proprio potere e il proprio patrimonio. I satelliti decidono il destino degli scontri armati, a Kiev come sul Mar Rosso, gli scudi spaziali definiscono le gerarchie delle Nascenti Fortezze Globali e l’Occhio invisibile di Palantir scheda, individua e denuncia gli esseri umani destinati all’espulsione a Minneapolis e in ogni altro luogo in cui la presenza di uno “straniero” non è gradita. La caccia all’uomo dell’Ice non è certo un inedito nella storia. È semplicemente la chiusura di un cerchio. I primi schiavi arrivano in Virginia all’inizio del Seicento, portati da una nave olandese. Da lì in avanti comincia un commercio florido e sempre più disumano. Era un’America che gli “stranieri” li importava e li incatenava, sfruttandoli come manodopera pagata a colpi di frusta. Oggi li mastica e li sputa. E quando nel 1793 il Congresso approva la legge sugli schiavi fuggitivi, controfirmata da George Washington, nasce un vero e proprio esercito di Slave Patrols, Cacciatori di uomini, con la stessa attitudine alla violenza indiscriminata e la stessa licenza di uccidere dell’Immigration and Customs Enforcement. In un inatteso e bestiale gioco dell’oca, siamo tornati alla casella di partenza. Come si fa a non credere a Vico?

Domanda: questo cammino apparentemente inesorabile e condiviso, è in grado di produrre un nuovo sistema equilibrato e vantaggioso per la maggior parte di noi? Io penso di no. Certo di essere minoranza. Basta con il capello spaccato in quattro degli evoluzionisti woke, degli accademici e degli intellettuali, ci penserà il rapido, travolgente, entusiasmante, rigore tecnologico dei pirati della cybersicurezza, a ristabilire l’ordine, esaltando le economie di guerra. Questo è lo spirito di un tempo in cui chi fosse interessato alla ricostruzione di Gaza è costretto a sedersi al tavolo con i tiranni variopinti di un’Onu alternativa e avvelenata chiamata Board of Peace. Non esistono alternative. Salvo aggrapparsi a Jean Giono: «Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita». Analisi prodotta negli Anni Trenta, da scolpire in eterno nelle nostre menti.

L’auto-candidatosi premio Nobel per la Pace Donald Trump, dopo avere risolto le perplessità dei sauditi, degli emiratini e dei qatarioti (preoccupati dalla capacità di Teheran di distruggere i loro pozzi di petrolio), è pronto ad entrare in Iran. Poi toccherà forse alla Nigeria – «Nessun altro Paese dispone della nostra forza» – in un’escalation finalizzata a tagliare le fonti di rifornimento ai cinesi e che spiega anche l’esfiltrazione del dittatore Maduro dal Venezuela. La logica del dominio non ha mai fine. Alimenta sé stessa, si avvita alle proprie paure, moltiplica le proprie ansie. Ma i motori sono accesi, la corsa è partita, e nessuno sa chi finirà per pagarne il prezzo.

Un dubbio che deve colpire persino Giorgia Meloni, la cui solidità e stabilità interna sarebbero state certamente meglio garantite da un’amministrazione americana di segno opposto. La lucida follia di Donald Trump sta diventando un fattore di destabilizzazione anche per lei, il suo principale fattore di debolezza, rendendo visibile il suo imbarazzo. Un inedito, per chi, come Meloni, è capace di navigare anche nei mari più agitati, grazie ad un istinto politico tanto opinabile quanto raro. Che fare, adesso? Allinearsi all’adorazione che sconfina nell’obbedienza cieca per Trump non è più possibile. Come fai a stare serenamente dalla parte di chi accetta e giustifica gli omicidi a sangue freddo dell’attivista Renée Good e dell’infermiere Alex Jeffrey Pretti e promuove la sua sola coscienza a parametro universale del giusto e dell’ingiusto?

Ma è difficile per lei, per la sua parte, per la sua destra, anche prendere le distanze dal nuovo corso della Storia che accelera i processi e trasforma le relazioni internazionali imponendo il respiro della Silicon Valley, perché proprio di quel respiro marziano e marziale è innamorato il suo elettorato.

I dettagli di questi giorni indicano le prime vere difficoltà di Palazzo Chigi. La posizione ancora oggi marginale e radicale dell’estremismo vannacciano può diventare un elemento decisivo di una tornata elettorale più vicina di quanto sembri, il granello di sabbia che ingolfa il potente motore dell’esecutivo. Farsi rosicare un banale 3% dal lato oscuro della forza, potrebbe far precipitare la premier, pressata anche dall’infelicità aggressiva di Salvini, in una posizione d’inaspettata minoranza. Persino l’esito del referendum sulla giustizia non appare più scontato. I sondaggi danno il Sì ancora in vantaggio, ma con il No in impensabile recupero. Inoltre, c’è il caso Niscemi. La terra che frana. Le case in bilico. Gli abusi. Le liti. L’attivismo rivendicativo mostrato da Meloni quando ad essere piegata dalle alluvioni fu la rossa Romagna, si è trasformato in cauto appoggio solidale nella Sicilia guidata dall’eterno Renato Schifani, erede più prossimo del ministro di Fratelli d’Italia Nello Musumeci. In un pianeta che scivola senza freni su un piano inclinato, la presidente del Consiglio – chiamata alla sfida più dura e per lei paradossale, quella di trainare la rifondazione europea – è costretta per la prima volta in tre anni a farsi domande su chi vuole essere davvero. E quale prezzo è disposta a pagare per la propria stabilità. Come spiega Jean Giono, la voce ferma e lo sguardo feroce impediscono la pietà, sentimento mai stato tanto necessario. E al quale neppure la destra egemone è in grado di rinunciare, pena la rottura definitiva del patto sociale.