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Alla faccia dell’egemonia culturale


Il discorso quirinalizio di Paola Cortellesi sulle donne e la Repubblica che non cita Meloni è un piccolo ma significativo esempio di come il centrodestra non ha capito che per fare cultura non basta organizzare mostre

2 giugno. A sinistra, l'attrice Paola Cortellesi durante il suo monologo all'evento

(Di Andrea Venanzoni – tempi.it) – «Nulla di umano verrà fuori dal futuro prossimo», scriveva in uno slancio di nichilismo cyberpunk Nick Land. E verrebbe da rispondergli, citando un grande filosofo italiano, il Lino Banfi di Cornetti alla crema, con un sonante «ma magari!». Accade, in questo mesto Paese condannato ad affrontare le tragedie con piglio da Temptation Island e le bagattelle con tono da apocalisse, accade dicevo che lo scorso 2 giugno l’attrice Paola Cortellesi tenga via Rai un discorso sul voto delle donne, ottanta anni dopo il riconoscimento formale di tale diritto.

Paola Cortellesi, da quando ha diretto C’è ancora domani, è divenuta un’intellettuale fatta e rifinita e ha dovuto pure inforcare gli occhiali perché un intellettuale senza occhiali lascia il dubbio dell’impostura. Il discorso è stato tenuto alla presenza delle massime autorità, quelle che nelle saghe di Fantozzi venivano poi “segretamente varate”, del gotha degli artisti, da Roberto Bolle a Carlo Verdone, e ovviamente della politica tutta, di governo e di opposizione, affratellata dalla festa della Repubblica e dalla celebrazione del suffragio femminile.

Un discorso quirinalizio pieno di retorica e senza Giorgia Meloni

L’evento è stato puramente quirinalizio: tenuto in piazza del Quirinale, quindi all’aperto rispetto a portoni e cortili, in uno slancio enfatico di pop-culture partecipata, e soprattutto quel discorso letto e recitato dall’attrice sarebbe stato figlio di una intelligenza collettiva, tra cui la stessa Cortellesi, certo ma non escludente la sensibilità del portavoce del Presidente della Repubblica, Giovanni Grasso e, a quanto riportano alcuni giornali, pure quella del giallista Maurizio De Giovanni. Il quale ultimo è da poco entrato nella segreteria campana del Pd. Un particolare da tenere a mente, considerando quanto avverrà.

E cioè che nelle parole della Cortellesi, memoria delle donne passate dal non-voto ad occupare importanti scranni della Repubblica, dalla Presidenza della Camera all’Assemblea Costituente, c’è una donna che rimane fuori: Giorgia Meloni.

Il caso deflagra. I giornali riportano l’irritazione, assai comprensibile, della Presidente del Consiglio. Io, purtroppo, vengo costretto a sorbirmi il discorso e la sua retorica. La retorica della Repubblica nata dalla lotta partigiana e dalla scheda elettorale piegata e il voto delle donne e le amministrative di marzo 1946 e poi il referendum del due giugno e la democrazia e i tiranni e la retorica fascista e ancora fascismo e poi ancora fascismo e fascismo e c’era meno fascismo in M di Scurati o durante il Ventennio che nel discorso fatto dalla Cortellesi.

Forse l’omissione è il minore dei mali

In effetti, la prima Presidente del Consiglio donna della storia repubblicana una citazione, se non altro per coerenza filologica, pure se in ipotesi antipatizzata dal dinamico duo quirinalizio, l’avrebbe meritata.

Anche se non riesco a capire dove la si sarebbe potuta inserire, considerando che tutto il discorso alla fine ci tiene a far capire che la sua elezione, non come donna ma come “destra”, è uno sfortunato incidente di percorso lungo la gloriosa storia italiana nata dalla resistenza e dai partigiani e dalla lotta al fascismo e aggiungere fascismo a piacimento.

O forse, è una ipotesi, pur non nominata, lei c’era, quando c’era lei, caro il mio lei. Perché quel discorso sembra talmente agonistico e retoricamente antagonistico da lasciar pensare che l’omissione sia quasi il minore dei mali.

L’egemonia culturale, quella sconosciuta

Però tutta questa storia, l’omissione ma pure il discorso insopportabile che in certi temi e toni appare un attacco nemmeno tanto indiretto alla parte politica che oggi governerebbe, è l’ennesima lezioncina sbattuta in volto a chi pensava che egemonia culturale o arte di governo non fossero altro che esercizi museali, un paio di mostre organizzate con piglio notarile, il mantra dell’egemonia recitato come le preghiere dopo la confessione, e via, andare.

Si dice che si cerchino i colpevoli, che in Rai ma pure a Chigi, lato Cerimoniale, ci si domandi perché nessuno sapesse di quella omissione. «Voi sapè la procedura?», domandava Alberto Sordi al falegname Aronne Piperno, nel Marchese del Grillo. E allora, ecco, spieghiamola la procedura.

A proposito di certe nomine in Rai

Se nomini in giro, dalla Rai fino all’ultima partecipata statale, gente che non ha idea di come vada il mondo bizantino delle amministrazioni, se non hai occhi che controllino e osservino e soprattutto non hai persone che con grande galateo istituzionale, felpato contegno istituzionale e prussiana decisione occhieggino i discorsi e voci che dicano, bè ragazzi miei, ma io capisco che la Presidente, anzi Giorgia, non vi sia simpatica ma non vi pare troppo ometterne il nome? Io lo dico per voi, per serietà storica, per non farvi figurare come troppo presi dall’afflato tribale della parte politica considerando che sedete su un alto colle, poi per carità, fate come meglio credete e non sarò certo io a ingerirmi con la vostra verve creativa la quale in questo profluvio tonitruante di fascismo omettendo il nome della prima Presidente del Consiglio donna sembra quasi suggerire che ci sia del fascismo pure in lei, tanto da non doverla nominare.

Lo avrebbe saputo per tempo, almeno. Lo avrebbe rappresentato alla committenza politica di governo (leggasi: Giorgia). Avrebbe instillato il dubbio dell’inopportunità, storico-filologica, di quella mancata presenza, nel cuore dei redattori, per le motivazioni dette.

Quell’aroma di leninismo burocratico che riempie le prime bozze dei discorsi

Questo, i frequentatori delle segrete stanze lo sanno bene, avviene per ministeri, agenzie statali, autorità di ogni tipo e pure in Parlamento: andatevi a riprendere le prime bozze di discorsi istituzionali, celebrazioni, commemorazioni scritti da burocrazie indigene e vedrete quanto lavoro ci si è dovuto fare sopra per depurarli da un aroma di leninismo burocratico.

A volte non si è captato prima, non ci si è lavorato sopra, e si è finiti così a sentirsi sciorinare le virtù di personaggi disparati la cui unica sostanza pareva l’aver sbarrato il cammino alla destra in Italia, da Berlusconi in poi.

Dover leggere, oggi, della Meloni infastidita, rabbiosa, indispettita, ognuno poi ricostruisce con cinquanta sfumature di intensità dell’arrabbiatura, fa sorgere solo un abissale quesito: governate da oltre quattro anni, maggioranza solida, governo longevo, e possibile, possibile, che tutto ciò che sappiate fare è mangiarvi i gomiti per l’arrabbiatura? Non è mica la prima volta, poi. Fosse la prima volta uno ci passerebbe sopra, una sbavatura, un foro nel muro, ci possono stare. Ma no, questo è il sistema, la prassi.

E il centrodestra che fa? Si indigna

E tutto quel che sembra poter e saper fare il centrodestra è andare dietro in processione, la processione dell’indignazione, come fossero tutti, parlamentari, esponenti di governo, commentatori simpatizzanti, dei passanti che non sono mica al governo, che non hanno responsabilità e potere di decidere, scegliere, selezionare.

No. Gli è rimasta a quanto pare solo la biliosa esacerbazione perché altri, non eletti da nessuno, esercitano il potere. Lo esercitano Stati profondi e acquitrini burocratici e scrittori e attrici e chiunque, ad eccezione loro.

Quel video di Fdi sul 2 giugno

Proprio per questo acquista nuova luce, davanti gli occhi, un filmato che Fratelli d’Italia ha realizzato in occasione del 2 giugno e di quel voto che le donne esercitarono, dopo il riconoscimento del marzo 1946 e le amministrative: una sorta di C’è ancora domani in versione Telenovela Piemontese, e chi si ricorda Mai Dire TV saprà, per tutti gli altri andate a cercare su YouTube e ridetene, un neorealismo turco epifanico con tanto di sogno da peperonata istituzionale.

C’è una donna disillusa e triste che si corica, poter andare a votare non la emoziona, non cambierà niente, poi però di notte, chissà che ha mangiato a cena, le appare il futuro, e questo futuro contiene al posto dei fantasmi dei Natali passati presenti e futuri donne ascese ai vertici dello Stato e nel novero c’è pure Giorgia (Meloni, in FdI si cerca sempre di dire solo “Giorgia” per lasciar intendere una prossimità amicale). A differenza invece del monologo della Cortellesi, dove è stata omessa.

Visto adesso, dopo la polemica, sembra un tentativo di giustificarsi a posteriori. Ma è stato fatto prima! Si dirà, giustamente. Ma ingiustamente alla gente non gliene frega niente. Se lo trovano davanti, adesso, sulle piattaforme social e sghignazzano, pensando sia la reazione in house, tipo quando vai in un negozio di premi e trofei a far preparare la coppa per il settimo classificato perché tuo figlio arriva sempre in fondo e vuoi dargli un contentino.


Il presidente colombiano Gustavo Petro s’infuria con Giorgia Meloni


(lespresso.it) – Il presidente colombiano Gustavo Petro s’infuria con Giorgia Meloni. Il motivo? Una chiamata tra la presidente del Consiglio e Abelardo de la Espriella, il candidato conservatore in testa al primo turno delle elezioni presidenziali e che il prossimo 21 giugno sfiderà al ballottaggio il senatore progressista Ivan Cepeda.

Duro il post sui social del leader uscente. “Meloni te lo dico dico dalla Colombia: o Mussolini o le brigate di Giuseppe Garibaldi. Noi siamo le camicie rosse di Garibaldi”. Nello stesso post, Petro ha tirato in ballo anche Hitler e Goebbels e poi ha aggiunto: “L’obiettivo sono le riforme sociali per rendere realtà la costituzione del 1991. Il resto è un invito al suicidio nazionale o a scegliere i carnefici del narcoparamilitarismo”.

Nella conversazione telefonica, Abelardo de la Espriella ha garantito a Meloni l’impegno a “costruire una stretta relazione di cooperazione” tra i due Paesi, “rafforzando il commercio, la sicurezza e la lotta congiunta alla criminalità organizzata”. De la Espriella, che ha anche cittadinanza italiana, ha ringraziato Meloni, “simbolo di leadership e determinazione, che ha promosso importanti trasformazioni in un Paese che occupa un posto speciale nel mio cuore: Italia”.

Il candidato conservatore assicura che con Meloni “condivide la difesa dei valori e principi che hanno dato forma alla civiltà occidentale: la libertà, la dignità umana, la famiglia, il rispetto della legge e le radici giudaico cristiane su cui si sono fondate le nostre istituzioni e le nostre democrazie”. Sono “convinto”, ha scritto De la Espriella su X, “che le nostre nazioni possano lavorare assieme per creare prosperità, proteggere i loro cittadini e rafforzare i valori della democrazia e della libertà”. “Grazie mille, Presidente Meloni”, ha concluso in italiano De la Espriella.

Nel botta e risposta interviene oggi il capo delegazione di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza: “Petro se ne faccia una ragione: il vento del cambiamento soffia forte in tutta l’America Latina e c’è da sperare che anche i colombiani scelgano la libertà dal comunismo… senza se e senza ma!”.


La realtà del fronte e le fantasie di Bruxelles


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Ogni tanto sull’inutile e fazioso Corriere si trova qualcosa di buono da leggere. Le paginate della Gabanelli, quelle di Pagnoncelli, qualche decente articolo in Cultura. Oggi Vasili Kashin, studioso russo e grande esperto di geopolitica russa, accreditato al Cremlino, spiega a Marco Imarisio perché la guerra resta in stallo. Sostanzialmente un pareggio. Modestamente ve lo raccontiamo da anni, e con gli stessi argomenti. Supremazia ucraina in logistica, intelligence e telecomunicazioni. Impossibilità, e non volontà, russa di occuparne il residuo territorio ostile, dopo il mancato regime change. E ancora: superiorità russa nei cieli e nella missilistica, ben bilanciata però dai droni ucraini a medio e corto raggio.

In sintesi: stallo e guerra infinita che devono e possono concludersi con una tregua e una spartizione. Del resto storica e fisiologica, con le zone russe alla Russia, Crimea russa inclusa: un quinto del Paese che stava in Ucraina a condizioni pattuite e negoziate. E un’Ucraina centro-settentrionale garantita da un ombrello euro-NATO, con accesso al mare via Dnepr fino a Odessa, città libera ucraina.

Che cosa si oppone a tutto questo? Ben più dei falchi russi, in minoranza: a opporsi è questa Europa del Rearm Readiness di von der Leyen, con la pretesa di integrare Kiev nel nascente complesso militare-industriale europeo, come antemurale armato a est e a difesa di interessi bellici, energetici e agroalimentari. E con la richiesta simultanea di fare da peacekeeping, ma con volontari boots on the ground!

Ora il messaggio del Cremlino appare più che mai chiaro. Ancora una volta. Con questa intervista, che qui postiamo. Ovvero: le vie sono due. O la sanzione diplomatica dello stallo e del pareggio, oppure la guerra infinita, con il continente inchiodato alla distopia perenne di un’economia da escalation militare, a ovest e a est, in luogo della cooperazione.

Mosca, come dice oggi anche Zelensky, deve accettare di fermarsi sulla linea del fronte raggiunta. L’Ucraina, a sua volta, può entrare in Europa, ma deve rinunciare a essere l’officina integrata del riarmo europeo e la sua punta avanzata nelle costole russe. Sarebbe tempo che anche il Pd cavalcasse questa linea giusta e realista in Europa. Ne va della sua stessa identità strategica in Italia e a Bruxelles, oltre che del suo ruolo trainante del campo alternativo alla destra.


Ma che significa che il rapporto debito/Pil può arrivare al 138%?


La strategia di Meloni è fallimentare tra tassi, crescita dimezzata e Superbonus: ecco perché pagheremo tutti. Il rapporto debito/Pil italiano potrebbe toccare il 138%, superando anche la Grecia. Non è un caso, l’Italia non è sull’orlo del baratro, ma la distanza si sta accorciando. Ecco perché

(di Andrea Muratore – mowmag.com) – Nel 2026 c’è la possibilità che l’Italia tocchi un rapporto debito/Pil pari al 138%, superando i dati consolidati per il 2025 che lo prevedono al 137%, record storico per tutti i periodi non coperti dallo shock della pandemia di coronavirus. Le statistiche del Fondo Monetario Internazionale lasciano presagire che il Belpaese possa sorpassare la Grecia e distaccare gli altri Paesi del Mediterraneo e il dato ha a che fare con il sovrapporsi di tre circostanze. Primo punto: è in atto il pesante riflusso della lunga fase di oltre tre anni in cui il debito ha viaggiato col vento in poppa rispetto al passato. Quando si è insediato il governo Meloni, nell’ottobre 2022, il decennale italiano rendeva il 4,9%. Negli anni, nonostante una fase critica sul fronte dei tassi e dell’inflazione, il rendimento era sceso fino al 3,38% del 23 febbraio.

Poi, la guerra in Iran ha causato un degrado del quadro macroeconomico europeo portando a impennarsi la curva dei bond del 10% circa in tutta Europa. Risultato: in poco tempo si è tornati al 3,8% di rendimento in una fase in cui, venendo al secondo punto, si erode la crescita. Il rapporto debito/Pil è sotto stress sul fronte del numeratore in crescita e del denominatore che non sta al passo. L’Ocse ha tagliato le prospettive di crescita per l’Italia allo 0,5% nel 2026 e inoltre, come dimostrato dalle recenti critiche del Financial Times, anche il Pnrr non sembra aver dato, alla prova dei fatti, l’impatto decisivo sulla crescita che si sperava. Il terzo punto è dato da un contesto macroeconomico globale tutt’altro che favorevole. Roma subisce l’inflazione energetica (che ha portato i rincari al 3,2%) come fattore di compressione della competitività e al contempo si trova a dover fare i conti con dazi, guerre commerciali e tensioni geopolitiche come ulteriori fattori di rischio. In tal senso, il Paese è difeso dalla tenuta della manifattura e dell’export, che l’hanno reso la quarta potenza globale del settore, e sui 65 miliardi di euro di surplus annuo della bilancia commerciale si gioca l’intera rendita di posizione del Paese e molto della sua capacità di restare competitivo.

Borsa

Il debito, poi, è vittima “narrativa” del mancato raggiungimento da parte del governo del target del 3% nel rapporto deficit/Pil e della conseguente uscita dalla procedura d’infrazione europea. Un colpo narrativo, in un’epoca in cui la narrazione è tutto. Tecnicamente, tra il 3 e il 3,1% di rapporto deficit/Pil non cambia molto. Ma, al netto dello scivolone dell’attacco di Meloni all’Istat (Ball don’t lie, data neither), politicamente in quello “zero virgola” passa molto: passa il cortocircuito di una strategia di austerità con cui Meloni ha provato a garantire stabilità e che si è riversata, invece, in una percezione di immobilismo. Passano potenziali, ulteriori, incrementi del rating che per ora non ci saranno. E passano dunque miliardi che saranno pagati in interessi e debito. L’Osservatorio Conti Pubblici della Cattolica di Milano aggiunge poi un dettaglio tecnico che pesa sul debito: “Si tratta dell’effetto ritardato dei crediti d’imposta del Superbonus, che impattano contabilmente sul debito al momento del riscatto, e quindi dello sconto fiscale per il cittadino e della mancata entrata di cassa per lo Stato (dal 2024 in poi), e non quando sono stati concessi (tra il 2021 e il 2023, quando infatti il residuo frena la crescita del debito)”.

Eterno paradosso di un Paese dove le scelte di ieri le pagano le politiche di domani e a cui oggi servirebbero risorse per investire. Il dato positivo è che in questa circostanza la spirale degli interessi non è esplosa e dunque l’Italia non rischia una situazione paragonabile al 2010-2015, quando forti rincari dei tassi fecero accumulare gli interessi. Parimenti, il problema del debito non riguarda solo il nostro Paese: tutto l’Occidente è in una spirale debitoria crescente. Nel G7 Giappone (Debito/Pil al 249%, per quanto in larga parte in mano ai cittadini nipponici), Usa (123%), Francia (116%) e Canada (114%) fanno compagnia all’Italia nell’avere un debito eccedente il Pil, mentre la Germania (63,5%) è comunque sopra la soglia europea di equilibrio del 60%. A Parigi l’accumularsi di crisi politiche e di gap di riforme che l’Italia ha fatto in tempi più duri, come sulle pensioni, crea una spirale di crescita notevole. Negli Usa le spese dal Covid-19 in avanti stanno creando una valanga che porta gli interessi sul debito a superare la spesa militare. Il mondo è sempre più indebitato e lo sarà ulteriormente ora che nuove politiche energetiche, intelligenza artificiale e difesa chiameranno nuovi investimenti e in molti Paesi la piramide demografica cambierà spingendo una quota di lavoratori decrescente a dover mantenere un sistema pensionistico ipertrofico. In tal senso, ciò rassicura l’Italia: sempre più Paesi dovranno al resto del mondo più dicò che producono. E questo renderà Roma sempre meno un’anomalia e sempre più la regola. Chi verrà mai ad esigere qui crediti, però? Questa resta la grande domanda. Insoluta, probabilmente, fino al prossimo shock dell’economia globale


Dietro la censura 


(di Marcello Veneziani) – Figuratevi se conta qualcosa essere esclusi da un festival letterario, a Salerno o dove volete voi. Anzi, ti si nota di più se vieni epurato. Escludere Erri De Luca perché ha negato il genocidio di Gaza e si è schierato dalla parte dei sionisti, inverte un canone. Di solito era lo stesso De Luca a interpretare il ruolo di Anima Bella, col suo volto scavato e sofferto alla Eduardo, rispetto al mondo circostante; stavolta invece i ruoli si sono invertiti e De Luca ha pagato il suo mancato allineamento al coro. Dal mio punto di vista De Luca ha torto, ma è importante che io premetta: dal mio punto di vista. Non ho nessuna pretesa di erigermi a fonte unica della Verità Assoluta. Esprimo idee, le firmo, mi assumo le responsabilità conseguenti. Stiamo parlando di valutazioni, libere opinioni; la mia, la tua, la sua. Non stiamo stabilendo l’Unica Opinione Fondata e Autorizzata rispetto a cui le altre non hanno diritto di espressione e di asilo. Ho nausea a ripetere queste cose così banali e scontate, dovrebbero essere di comune evidenza; è come se all’università ti fanno tornare in prima elementare: ma visti i fatti, evidentemente scontata non è la libertà di opinione e il suo significato: pensarla diversamente e dirlo pubblicamente, senza subire censure. Poi se commetti un reato, se calunni o diffami qualcuno, sarai condannato; ma finché esprimi punti di vista, dovresti poterli dire senza colpo ferire.

La motivazione per l’esclusione di De Luca è attinta direttamente dal prontuario woke: la sua opinione urtava la suscettibilità di tanti ospiti che la pensano diversamente, è troppo divisiva. Ma se non è ammesso dividersi non c’è libertà d’opinione; c’è catechismo. E se non la pensi come gli altri, fossero pure la maggioranza, non li stai insultando, offendendo, picchiando; esprimi solo un diverso punto di vista. Se urta la tua suscettibilità chi non la pensa come te, hai problemi tu, non lui. Tu puoi esprimere la tua opinione nel merito e dire che su quel tema sta sbagliando, come penso anch’io.

Ma la questione è ben più vasta e radicale anche se altrettanto banale e superficiale. Erri De Luca era stato invitato a De Luca City (il suo omonimo sindaco e rifondatore della Città) in quanto membro della parrocchia. Ora, avendo commesso un peccato rispetto al catechismo, la parrocchia lo esclude. Come ha censurato Francesco De Gregori ed Enrico Ruggeri, cantautori dalla mente libera. E come si censurano artisti, musicisti e atleti russi, israeliani, iraniani.

Altri autori sono esclusi a priori da queste rassegne perché non fanno parte della parrocchia; hanno altre idee, altre opinioni, dunque non invitiamoli, non recensiamoli, ignoriamoli. Di quegli altri nemmeno si parla, dei loro libri e opere figuriamoci, non esistono. Ai premi letterari non ne parliamo. E dove sono obbligati, per ragioni di sponsor e di istituzioni, a simulare un po’ di pluralismo, li ammettono in qualche sottoscala delle loro rassegne. Ma non siamo in un regime totalitario e da noi anche l’intolleranza è temperata dall’inefficienza, da qualche maglia larga o bucata, da distrazioni, ignoranza o dal buon rapporto personale, da qualche scambio di favori, dalla micioneria amicona dell’autore che ha opinioni non conformi. È possibile che qualche pesce piccolo sfugga alla rete della censura. Ma la censura c’è, eccome. Solo che avvenendo a priori, non si può nemmeno citare.

Passano i decenni, tramonta il comunismo, arriva l’intelligenza artificiale, ma quell’intolleranza c’è ancora, con la relativa epurazione; funziona bene quando è fatta a priori, così non se ne accorge nessuno. Escludere dopo aver invitato, invece, è una gaffe. Ed escludere uno che comunque è della parrocchia è un errore. Molte delle critiche di altri scrittori alla censura del festival di Salerno, lette in filigrana, dicono proprio questo, senza dirlo. È un compagno che sbaglia, è dei nostri, non è mica un conservatore, un reazionario, un fascista o comunque un destrorso, ha la patente di Vero Scrittore perché risponde ai requisiti richiesti, è stato beatificato in poltrona dal Sant’Uffizio di Fazio, non possiamo revocarla. Questa mentalità intollerante, censoria, ai limiti dell’associazione mafiosa, è tipica del mondo culturale e politico di sinistra. Diciamolo, senza mezzi termini.

E nei paraggi di quella che per convenzione chiamiamo destra come si comportano? È interessante studiare quell’altra parte. Ci sono due particolarità. La prima è che non gliene frega niente della cultura, delle idee, dei libri, e dunque non sono intolleranti perché sono indifferenti. A loro non importa nulla di quella roba là, e se vuoi dare una connotazione positiva a questo loro deficit, dirai che si occupano di cose concrete, sono realisti. Magari poi non realizzano un bel nulla, ma per esempio sono bravi a durare al potere, a costo di negare pure la loro madre…

Poi c’è una seconda caratteristica che li contraddistingue. Se dispongono di un potere culturale puntano a compiacere quelli della parte avversa, la prima cosa che fanno è tenerseli buoni, si allineano pure alle loro esclusioni o emarginazioni, anche ai danni di coloro che la pensa(va)no come loro (pensare, una parola grossa). Così loro la scampano, la sfangano, o perlomeno pensano di farla franca, di essere risparmiati. Sono inadeguati al ruolo, non vogliono sfigurare e dunque accettano quel che passa il convento e la conventio, anche quella ad excludendum. Anche loro sono intolleranti ma verso la loro stessa parte, ossia verso chi avendo libere opinioni è reputato traditore, disertore, infame. Questa tiritera dura da tempo, la osservo ormai da lontano e da straniero.

Ma cosa pensi di De Luca? Ho letto poco di lui, e quindi esprimo un giudizio parziale, su un paio di libri letti. Alcune sue pagine mi sono piaciute e, a differenza della parrocchia che ignora chi non fa parte del circoletto, le ho pure citate; ma di solito non mi piace, non mi interessa ed esprime idee che non condivido. Forse è sopravvalutato, ma è un parere, non leggo molto di narrativa e ho letto troppo poco di lui per poter esprimere giudizi compiuti; è solo un punto di vista. Già i punti di vista, quello è il problema: a sinistra ne vedono solo uno e a “destra” non ne vedono nessuno. Ma i punti di vista esistono al plurale e sono un segno di libertà, intelligenza e dignità.


Mi si nota di più se vado o se non vado?


Al vertice Ue il posto dell’Italia è rimasto vuoto, ma almeno in Prefettura il francobollo ha avuto il suo timbro puntuale

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – A Tivat, ieri c’erano quasi tutti. I capi di Stato e di governo di 26 paesi dell’Unione europea, i sei dei Balcani occidentali, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Si discuteva di allargamento e delle sorti dell’Ucraina, che a giugno apre il primo capitolo negoziale. Giorgia Meloni invece era a Reggio Calabria, alla festa dei carabinieri, stentorea davanti a un francobollo.

Un francobollo vero, nato con tutti gli onori. Il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri prevedeva la cerimonia, fissata alle 11. Poi la premier ha voluto restare anche per l’annullo filatelico in Prefettura. Solo che alle 14 l’aereo di Stato è decollato verso Roma, non verso il Montenegro. Poco prima era arrivata la nota: “A causa del protrarsi della cerimonia” Meloni “non potrà più partecipare”…

L’annullo filatelico, insomma, è stato salvifico. Perché tutto era cominciato prima: su questo dossier, come su quasi tutto, la maggioranza è divisa. Inoltre la sera precedente da Palazzo Chigi filtrava fastidio per il coordinamento di FranciaGran Bretagna Germania con Kiev verso il tavolo con Mosca. L’Italia? Esclusa, un’altra volta. È il “solito formato E3“, minimizzavano le fonti italiane, salvo aggiungere che “senza gli Usa al tavolo, non si arriva a un accordo con Putin“. Tradotto: offesi di non essere invitati, sospettosi di chi c’è andato.

Torniamo a maggio 2025, sempre lei. Kiev, poi Tirana: i volenterosi si vedevano, Meloni mandava un video o restava a casa, e rivendicava la coerenza di chi le truppe non le invia. Anzi, raccontava ai suoi elettori e a qualche giornale di essere un punto di riferimento internazionale. E invece era una semplice presenza evanescente, quando andava. Ieri ha fatto un passo avanti: si è risparmiata pure il viaggio.

Torna in mente l’adagio di Nanni Moretti: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente? La premier ha sciolto il dilemma nel modo più comodo. A Tivat il posto dell’Italia è rimasto vuoto, ma almeno in Prefettura il francobollo ha avuto il suo timbro puntuale. Commemoriamo quello, allora, chi se ne importa delle guerre alle porte dell’Europa e nelle tasche degli italiani.


Neonato di sette mesi ucciso dal fuoco israeliano a Hebron, in Cisgiordania


Il padre: “Hanno visto che eravamo una famiglia”. Secondo il suo racconto, il militare si trovava a circa dieci metri di distanza dal veicolo

(lespresso.it) – Un neonato palestinese di sette mesi è morto dopo essere stato colpito dal fuoco dell’esercito israeliano a Hebron, nel Sud della Cisgiordania. L’episodio è avvenuto il 5 giugno e ha dato origine a un’indagine interna delle Forze di difesa israeliane (Idf). Secondo la ricostruzione inizialmente fornita dall’esercito, i soldati hanno aperto il fuoco contro un’automobile che stava accelerando nella loro direzione. A bordo del veicolo viaggiava una famiglia palestinese. Il bambino è stato colpito mortalmente, mentre il padre è rimasto ferito.

In una successiva comunicazione, l’Idf ha riferito che una verifica preliminare ha stabilito che le persone raggiunte dai colpi erano “civili non coinvolti”. L’esercito ha espresso “profondo rammarico” per l’accaduto e ha annunciato che il caso sarà esaminato dalle autorità competenti.

La versione fornita dalla famiglia palestinese è però diversa da quella resa nota inizialmente dai militari. In dichiarazioni rilasciate al quotidiano Haaretz, il padre del bambino ha affermato che l’auto si era fermata completamente prima che il soldato aprisse il fuoco. Secondo il suo racconto, il militare si trovava a circa dieci metri di distanza dal veicolo e avrebbe avuto piena visibilità degli occupanti. “Ha visto me, ha visto mia moglie e i bambini. Non si può dire che non si sia accorto che eravamo una famiglia”, ha dichiarato. Le autorità israeliane non hanno diffuso ulteriori dettagli sulla dinamica dell’episodio né sull’identità del soldato coinvolto.


Meloni al 52%, Schlein al 19%, Conte e Vannacci all’8%: le “quote” sul futuro premier per gli scommettitori online


Sul “mercato digitale” di Polymarket la maggioranza degli investitori punta sulla riconferma della leader di FdI. Ma per ribaltare il risultato bastano poche migliaia di euro

Meloni al 52%, Schlein al 19%, Conte e Vannacci all’8%: le “quote” sul futuro premier per gli scommettitori online

(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – Chi sarà il prossimo presidente del Consiglio? Il 52% dice Giorgia Meloni: per oltre metà la leader di Fratelli d’Italia rivincerà alle prossime elezioni. Impressionante la crescita dei consensi su Roberto Vannacci (all’8%, ma nei giorni scorsi aveva superato il 10) che “vale” quasi metà delle chance di Elly Schlein (19%), tanto quanto Giuseppe Conte e insegue Silvia Salis (12%) dopo averla battuta nei giorni scorsi, la stessa Salis che solo pochi giorni fa però a sua volta aveva superato la segretaria del Pd. Le indicazioni oscillano continuamente. Un sondaggio? No, parola dei prediction market di Polymarket, una sorta di mercato digitale a metà tra la finanza e le scommesse. Non si tratta di singoli scommettitori, si badi bene, ma di puntate. E cambiare i “pronostici” costerebbe poche migliaia di euro.

Le previsioni sono dunque estremamente volatili, ma anche manipolabili per creare l’effetto bandwagon, cioè attrarre il consenso degli indecisi che sono propensi a saltare sul carro del possibile vincitore. E ci sono stati già casi celebri. È uno dei motivi per i quali in Italia è vietato scommettere sulla politica e i risultati elettorali. Ma all’estero no.

prediction market (o mercati predittivi) sono piattaforme di scambio online in cui gli utenti acquistano e vendono contratti basati sul verificarsi di eventi futuri reali. Funzionano convertendo la probabilità di un evento (politico, economico, geopolitico o di costume) in un prezzo di mercato regolato dalla legge della domanda e dell’offerta. Questi mercati si basano sul principio della “saggezza della folla”: l’aggregazione delle scommesse finanziarie di migliaia di individui genera previsioni spesso più accurate dei sondaggi tradizionali o dei singoli esperti.

Il funzionamento di un prediction market è strutturato su contratti standardizzati. Ogni mercato si apre con un quesito verificabile che prevede una risposta netta (“Il candidato X vincerà le elezioni?” oppure “Il traffico nello Stretto di Hormuz tornerà alla normalità entro fine giugno?”). Gli utenti acquistano quote a favore del “sì”o del “no”. Il valore finale del contratto a evento concluso è tipicamente fissato a 1 dollaro per la risposta corretta e a zero per quella errata. Se una quota del “sì” viene scambiata a 0,6 dollari, significa che il mercato attribuisce al verificarsi di quell’evento una probabilità del 60%. Chi ha comprato il “sì” a 0,6 incasserà 1 in caso di vittoria (guadagnando 0,4) o perderà l’intero investimento se l’evento non si verifica.

A differenza delle scommesse tradizionali, dove le quote sono fissate unilateralmente dal banco, nei prediction market il prezzo nasce dall’incontro tra domanda e offerta su basi peer-to-peer. Molte di queste piattaforme, come Polymarket, sono decentralizzate e basate su blockchain, mentre altre come Kalshi sono regolate e operano negli Stati Uniti offrendo contratti su economia e politica. La forza di questi strumenti risiede nella loro reattività in tempo reale: i prezzi oscillano istantaneamente durante dibattiti o eventi geopolitici, spesso anticipando i risultati elettorali con precisione maggiore rispetto ai sondaggi demoscopici.

Mentre nel Regno Unito scommettere sul prossimo Primo Ministro è una tradizione consolidata ed è possibile farlo su bookmaker come William Hill, in Italia è vietato scommettere sulle elezioni nazionali. Questo divieto è radicato nel Codice penale e blindato dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm). Sono tre le ragioni politiche e giuridiche di questo orientamento. Innanzitutto la tutela della democrazia: si teme che le scommesse possano incentivare il voto di scambio o la manipolazione dell’opinione pubblica. In secondo luogo, le norme sulla par condicio: le fluttuazioni delle quote agirebbero come un “sondaggio clandestino continuo” nei 15 giorni precedenti il voto, periodo in cui i sondaggi sono vietati. Infine, il rischio di insider trading politico: politici o funzionari potrebbero usare informazioni riservate per scommettere, alterando l’integrità del mercato. Un rischio che di recente si è già verificato: militari Usa e israeliani sono stati arrestati per aver puntato sulle date dell’attacco al Venezuela e all’Iran grazie a informazioni riservate in loro possesso. Per queste ragioni, l’Adm ha inserito siti come Polymarket in una blacklist, rendendoli inaccessibili dall’Italia se non tramite sistemi di anonimizzazione degli indirizzi web.

All’estero, però, il rapporto tra prediction market e politica è già entrato di prepotenza sotto la lente dell’opinione pubblica e dei media. Durante le scorse elezioni presidenziali statunitensi Polymarket è stato scosso da un trader francese noto come “Théo”, che ha scommesso oltre 70 milioni di dollari sulla vittoria di Donald Trump. Théo ha iniettato progressivamente oltre 70 milioni di dollari in scommesse pro-Trump, puntando non solo sulla vittoria dell’Election College ma anche sul voto popolare, e le ha suddivise tra 11 account coordinati. Inizialmente, media e regolatori hanno gridato alla manipolazione elettorale, temendo un tentativo artificiale di creare l’effetto carrozzone. Tuttavia, le indagini di Polymarket che hanno portato all’individuazione di “Théo” e le sue successive interviste rilasciate al Wall Street Journal e a The Free Press hanno smentito l’ipotesi della manipolazione geopolitica. Secondo “Théo” si è trattato di puro calcolo finanziario, non per ingannare il pubblico ma per evitare lo “slippage“, ovvero l’aumento istantaneo del prezzo causato da un unico ordine massiccio. Il trader aveva commissionato sondaggi privati basati sul metodo dei “vicini di casa” ed era convinto che i poll ufficiali sottostimassero Trump. La sua scommessa si è rivelata corretta, portandogli un profitto netto di circa 85 milioni di dollari e dimostrando l’efficienza predittiva del mercato.

Ammesso che qualcuno volesse fare la stessa cosa sul mercato di Polymarket sul “prossimo presidente del Consiglio italiano”, le cifre in gioco però sarebbero ben più modeste. Il mercato è attualmente molto illiquido, con volumi che si aggirano tra i 25 e i 150mila dollari, assai ridotti rispetto a quelli americani. Proprio questa caratteristica lo rende però facilmente manipolabile da chiunque — esponenti politici o agenzie di comunicazione — volesse generare propaganda o “fake news”.

Modificare artificialmente le quote per rafforzare la favorita, portando Meloni dal 54% al 75%, costerebbe tra i 5mila e i 10mila dollari. L’algoritmo alzerebbe la quota in pochi secondi a causa della scarsità di contratti disponibili. Per ribaltare il mercato, portare uno sfidante come Schlein o Vannacci in testa richiederebbe tra i 20mila e i 40mila dollari. Il manipolatore dovrebbe vendere i contratti di Meloni e acquistare massicciamente quelli dell’altro candidato. Ma una simile distorsione sarebbe temporanea. I prediction market possiedono “anticorpi”: non appena i trader razionali notano un prezzo irrazionale, scommettono contro il manipolatore per guadagnare, riportando le quote al valore reale e causando al manipolatore la perdita del capitale investito.

Sempre che, naturalmente, non ci sia qualcuno disposto a perdere soldi per guadagnare influenza politica.


La grande pesca a destra dell’ex generale


SONDAGGI POLITICI, PROBLEMA VANNACCI PER IL CENTRODESTRA: L’EX GENERALE GLI PORTA VIA QUASI UN PUNTO

(repubblica.it) – C’è un po’ di movimento nelle intenzioni di voto degli italiani, in particolare sul fronte destro dello spettro politico. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale dei sondaggi Youtrend/Agi.

In particolare, si sta verificando un piccolo “smottamento” a danno del centrodestra (-0,8%) e a favore di Futuro Nazionale (+0,7%), il partito di Roberto Vannacci. Con l’ex generale che sembra destinato ad avere un ruolo decisivo, in un senso o nell’altro, per le sorti del centrodestra alle prossime elezioni.

Tra i partiti della coalizione di governo è la Lega ad arretrare maggiormente, di quasi mezzo punto in due settimane, mentre Forza Italia perde lo 0,1%. Stabile, al 28,2%, Fratelli d’Italia […]

Questo risultato di Vannacci fa sì che a oggi il centrodestra abbia, sulla carta, un “ritardo” di un punto esatto nei confronti del campo largo, nel quale intanto si verifica una sorta di riequilibrio a sfavore del Partito democratico e a vantaggio del Movimento 5 stelle.

Liste:

FdI 28,2 (=)

Pd 21,8 (-0,4)

M5S 13,0 (+0,5)

Forza Italia 8,2 (-0,1)

Lega 6,7 (-0,4)

Verdi/Sinistra 6,6 (+0,1)

Futuro Nazionale 4,3 (+0,7)

Azione 3,0 (=)

Italia Viva 2,4 (-0,1)

+Europa 1,4 (-0,1)

Noi Moderati 1,1 (-0,1)

Coalizioni 2022:

Centrodestra 44,1 (-0,8)

Centrosinistra 29,7 (-0,6)

M5S 13,0 (+0,5)

Terzo Polo 5,4 (-0,1)

Coalizioni 2026:

Campo largo 45,1 (-0,1)

Centrodestra 44,1 (-0,8)

Futuro Nazionale 4,3 (+0,7)

Azione 3,0 (=)

NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (21 maggio 2026)


Il tripudio dei quotidiani di corte, sempre megafoni del Verbo del Quirinale


Inflessibile Mattarella “è un rullo”, “ha letto ogni pagina”

Il tripudio dei quotidiani di corte, sempre megafoni del Verbo del Quirinale: “Mattarella striglia il Fatto”

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Per la stampa nazionale la questione Minetti è finalmente chiusa. Lo certificano i giornali che, negli ultimi mesi, sono riusciti nell’impresa di attraversare tutte le fasi possibili della vicenda senza mai fermarsi troppo sui fatti. Prima il caso non esisteva. Poi esisteva, ma era una vergognosa invenzione del Fatto. Poi esisteva davvero. Adesso – di nuovo – non esiste più. Una gestione impeccabile: più che cronaca, raccolta differenziata delle notizie.

Per gustare appieno il senso di sollievo con cui è stato archiviato ogni imbarazzo, bisogna rileggersi le ossequiosissime cronache quirinalizie sui quotidiani di ieri. L’attacco del Corriere della Sera è lirico, gustosissimo: “Sergio Mattarella si è preso ventiquattr’ore di tempo, ha inforcato gli occhiali, ha letto con cura e scrupolo centinaia e centinaia di pagine di carte, finché ieri (giovedì, ndr) ha rotto il silenzio”. È un’immagine vivida e solenne: sembra di vederlo, il presidente, con lo sguardo grave e le lenti monofocali, chinato sul dossier, con gli eleganti soffitti del Quirinale sopra di sé e la legge morale dentro di sé. L’articolo della Stampa è meno poetico, ma non meno enfatico: “Il Quirinale chiude il caso Minetti, quantomeno ci prova. Resiste alla tentazione di cavalcare le conclusioni della Procura generale milanese, limitandosi – com’è umano, ndr – a prenderne atto ‘con rispetto’, magari nella speranza che lo stesso atteggiamento misurato e la stessa ‘fiducia nella magistratura’ ispirino chi aveva sollevato lo scandalo per la grazia all’ex igienista mentale di Silvio Berlusconi”. Traduciamo volgarmente il messaggio, arricchito dai virgolettati ispirati dal Colle: il Fatto Quotidiano adesso se ne stia buonino. E se ne deve stare buonino, il Fatto, anche se arrivano promesse di querele ultramilionarie. Come sottolinea diligentemente un apposito articolo di Repubblica: “I legali di Cipriani pronti a chiedere danni per 250 milioni”. Per il resto, il giornale diretto da Mario Orfeo si limita – come praticamente tutti gli altri – a riportare la versione della presidenza: “Grazia a Minetti, il Colle conferma: ‘Nessuna segretezza inconsueta’”. Nell’articolo spiccano un paio di domande retoriche: “Il Quirinale era stato tratto in inganno? Non era quindi vero che Nicole Minetti aveva cambiato vita?”. Ma certo che no: “Cinque settimane dopo i magistrati hanno confermato il parere positivo alla grazia. E Mattarella concorda”.

Poi ci sono i quotidiani di destra, che giocano un campionato a sé, sono fuori categoria. Il Giornale dedica una struggente intervista al legale di Nicole Minetti, Emanuele Fisicaro, che riporta la versione della madre ferita: “Hanno fatto del male a un minore innocente, un male di cui dovranno in qualche modo rispondere”. Il Fatto Quotidiano, si legge, “non ha avuto pietà”. Libero compie una sintesi mirabile nel colonnino in prima pagina: “Il Colle conferma la grazia a Minetti e striglia il Fatto”. Il presidente è quasi irritato (ma “ci vuole altro”), ma viene definito, testualmente, “un rullo compressore”. Olè.


Trump meglio di Lotito!


(ANSA) – WASHINGTON, 05 GIU – ‘Commander-in-sleep’ e ‘sleepy Trump’ sono i soprannomi che impazzano sui social media dopo che un nuovo video in cui il presidente americano sembra appisolarsi nello Studio Ovale è diventato virale.

Il tycoon sta ascoltando una serie di interventi sul carbone seduto alla sua scrivania e in un paio di momenti sembra chiudere gli occhi, abbandonando la testa da un lato.

L’episodio è l’ultimo di una serie per il quasi 80enne presidente e si è verificato proprio all’indomani di un’audizione di Marco Rubio al Congresso durante la quale il segretario di Stato ha smentito che Trump si sia mai addormentato durante eventi ufficiali.


Un governo da ricovero


(di Paolo Russo – lastampa.it) – Dopo il via libera di nemmeno due mesi fa a Giorgia Meloni è bastato un faccia a faccia di una manciata di minuti per dire a Orazio Schillaci che la riforma dei medici di famiglia non s’ha da fare.

O almeno, non per decreto, come il ministro della Salute e il quasi compatto fronte dei governatori regionali erano intenzionati a fare per evitare di arrivare alla scadenza del 30 giugno, ultima data utile per incassare la rata finale del Pnrr, con le nuove Case di comunità prive dei medici di famiglia […]

L’ultimo rapporto Agenas del marzo scorso dice che dei 1.715 maxi ambulatori aperti 7 giorni su 7, h24, il 55% è di fatto una targa affissa a una porta dietro la quale c’è il vuoto di medici e servizi, come visite specialistiche e accertamenti diagnostici di base che si dovrebbero garantire.

Mentre sono solo 66, meno del 4%, le strutture con tutti i servizi avviati. Così appare un miraggio arrivare a fine mese con la nuova rete di servizi territoriali funzionante.

Una corsa contro il tempo che aveva spinto Regioni e ministro, per una volta alleati, a mettere nero su bianco la riforma dell’assistenza sanitaria territoriale poggiata su tre pilastri: l’obbligo per tutti i medici di famiglia, compresi quelli con 1.500 o più assistiti, di lavorare almeno 6 ore a settimana nelle nuove strutture;

una nuova remunerazione basata non più sul numero di assistiti ma su quello che effettivamente si fa, come la presa in carico dei cronici; la possibilità, considerata “residuale”, di assumere nelle Case di comunità senza personale specialisti ospedalieri o gli stessi medici di famiglia, che da liberi professionisti sarebbero passati a essere dipendenti.

Ed è questo ad aver fatto alzare subito le barricate al potente sindacato di categoria, la Fimmg, che pur rappresentando il 4,6% dei 400mila medici italiani, da sempre controlla il loro ente previdenziale, l’Enpam.

Una cassaforte da 32 miliardi di patrimonio che con il graduale passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia rischierebbe di sfuggire di mano alla loro Federazione.

Tanto che si mormora di una telefonata del presidente dell’Ente, Alberto Oliveti, a Giorgetti, al quale sarebbe stata paventata la dismissione dei 3 miliardi di titoli di Stato sottoscritti dall’Enpam qualora il Governo avesse deciso di portare avanti la riforma invisa ai medici di famiglia.

Fatto è che, pur con i governatori di centrodestra compatti nel sostenerla, a boicottarla hanno cominciato a essere esponenti di spicco della stessa maggioranza: il meloniano presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini, l’ex capogruppo azzurro alla Camera Paolo Barelli e, da ultimo, si sussurra nei corridoi del ministero della Salute, il sottosegretario Marcello Gemmato, che avrebbe incontrato i sindacati di categoria per assicurare loro che la riforma non sarebbe passata.

Atteggiamenti che avrebbero fatto cambiare idea anche alla Premier, spaventata dall’impatto sull’opinione pubblica di un inedito sciopero dei medici di famiglia, minacciato dai loro sindacati.

Anche se non manca chi, Schillaci in testa, tra gli esponenti della stessa maggioranza crede che a far perdere più consensi sarebbe arrivare a fine mese tagliando nastri davanti a scatole vuote finanziate con 2 miliardi di Pnrr, messi sul piatto per potenziare l’assistenza sul territorio e decongestionare così gli ospedali.

Così, rimettendo nel cassetto qualsiasi ipotesi di passaggio alla dipendenza, si è deciso ora di lavorare in fretta e furia alla nuova convenzione dei medici di base per il triennio 2025-27, magari stabilendo già nell’atto di indirizzo che fissa il perimetro del nuovo accordo il paletto delle sei ore minime di lavoro nelle Case di comunità.

Un piano B che rischia però di andare fuori tempo massimo, perché siglare la nuova convenzione richiederà certamente del tempo e per passare dalle parole ai fatti servirà poi sottoscrivere gli accordi regionali. 


Franco Cardini: “2 giugno, destra permalosa”


Lo storico: «Giorgia sbaglia a prendersela per non essere stata citata alla Festa del Colle, è in una fase difficile»

Il presidente del Senato Ignazio La Russa e la premier Giorgia Meloni durante lo spettacolo “Volti della Repubblica”, in Piazza del Quirinale a Roma, il 2 giugno 2026.

(Mirella Serri – lastampa.it) – Professor Franco Cardini, secondo lei Giorgia Meloni è cronaca o storia? Dopo il lungo monologo di Paola Cortellesi alla serata del 2 giugno nella piazza del Quirinale si sono fatte sentire le polemiche. Nello spettacolo comparivano Teresa Vergalli, Tina Anselmi, Irma Bandiera, Nilde Iotti, Teresa Mattei e tante altre ancora, ma la prima donna presidente del Consiglio non c’era. La spiegazione di questa esclusione, data dal Comitato per le celebrazioni, è stata che Meloni è ancora nella cronaca e non nei ranghi della storia. È così?
«Ho molti dubbi che si possa fare questa distinzione tra cronaca e storia», commenta con un sorriso malizioso Franco Cardini, storico medievista, cattolico, appartenente all’area che a lui piace definire “anarchismo di destra”. Il professore ha un legame di antica data con Giorgia Meloni. «Mi sembra un escamotage, una scusa. Meloni è “storia” vivente, lei ne è consapevole e se ne deve ricordare tutte le volte che interviene pubblicamente in Italia e nelle sue relazioni internazionali per le quali è stimatissima e a cui tiene molto. Donna Giorgia non se la deve prendere se alla Festa della Repubblica il suo nome non è apparso nel novero delle Grandi Madri ed è stata trascurata. Deve aver presente la vecchia lezione del Divo Giulio, Andreotti. Se non veniamo menzionati le ragioni sono due: o siamo troppo importanti, e gli altri portano invidia e non ti prendono in considerazione per farti uno sgarbo, oppure sei tu che non hai fatto abbastanza. Non si deve mai prestare il fianco alle frecce dell’avversario. Meloni ha sbagliato e credo che se la sia presa perché sta attraversando un momento non tranquillo e che sia troppo tesa».

Tesa? Come mai?
«Di recente il vento le ha soffiato contro. Le è andata male la luna di miele con Donald Trump. Era un legame tossico, che non portava bene e che non mi spiace per nulla si sia infranto. Poi donna Giorgia ha sottovalutato la partita del referendum. In questo paese alle consultazioni referendarie non si votano le leggi ma si scelgono le personalità. E va a finire che si schierano contro di te anche gli amici di partito. Donna Giorgia ha un carattere spigoloso, pieno di angoli. E Fratelli d’Italia non è un partito facile. Lei per di più lo pettina contropelo. Non è detto che tutti i Fratelli o le Sorelle la pensino come Meloni sull’Ucraina o su Israele. Il suo è il partito delle avversioni, del dubbio e pure, perché no?, della nostalgia. Poi a creare problemi c’è il carattere autoritario di Meloni».

Intende dire che dentro FdI c’è qualche malumore?
«È abituata a comandare e ad avere obbedienza e se qualcuno le si mette di traverso non ci pensa due volte: dice al fedelissimo Giovanni Donzelli di mettere da un lato quelli che non le garbano. Infine il partito sta trascurando anche istanze a cui i Fratelli e le Sorelle tengono molto. Lo dico, dal momento che sono religioso, con le parole di Sant’Agostino: le tematiche dimenticate sono la pace civile, sociale e l’equità. Meloni non deve dunque prendere troppo sul serio l’esclusione dalla rievocazione della storia d’Italia del 2 giugno. Ma deve curarsi delle voci che si levano dal partito e che lamentano la scarsa attenzione ai problemi sociali. Come la necessità di accoglienza adeguata per chi arriva sui gommoni o per chi vive sotto la soglia della povertà. Voci che esortano al recupero della destra sociale il cui spirito apparteneva anche al primo Mussolini».

Le immagini che in piazza del Quirinale scorrevano sul grande schermo per tracciare la storia d’Italia non raccontavano quella del Movimento sociale italiano e nemmeno quella dei big del governo ma evidenziavano decenni in cui i discepoli di Giorgio Almirante, che Meloni ha di recente ricordato con affetto, erano esuli in patria. E le vicende del Paese erano invece il movimento del Sessantotto, la legge sul diritto di famiglia, gli scioperi, il divorzio, l’aborto, la guerra del Vietnam. E a documentarle erano i poeti, gli artisti e attori, vivi o non, come Alda Merini, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Gianni Morandi, Carlo Verdone e così via. Non proprio di destra. Insomma la festa era una celebrazione dell’egemonia culturale di sinistra?
«Se la destra al Quirinale si è sentita emarginata deve prenderla in maniera sportiva. In effetti tanti intellettuali capaci di rappresentare la destra oggi non ci sono. Alcuni dei più importanti artisti, storici e scrittori o si sono messi ai margini, come Marcello Veneziani o Giordano Bruno Guerri, oppure sono stati cacciati, come Beatrice Venezi che nonostante le critiche io considero molto brava. Pietrangelo Buttafuoco non è certo un autore allineato e io non mi considero un intellettuale organico alla destra. Il mio amico Massimo Cacciari sostiene, erroneamente, che l’egemonia culturale di sinistra non è mai esistita. Ernesto Galli della Loggia ne ha constatato la proliferazione. Io sono dalla parte di Ernesto e ho toccato con mano che non essendo di sinistra vivevo a latere del potere».

Però la premier si è presa una rivincita nelle celebrazioni per la nascita della Repubblica. Il voto del 1946 è diventato uno spot di FdI su Meloni: una donna inizialmente indecisa se votare o meno sogna la premier e va alle urne. Il breve video social è intitolato “Il futuro ha bisogno di voi” e propone una lettura parziale delle battaglie femminili e della rappresentanza politica delle donne in Italia. Come mai non ha appagato i sogni di gloria di Meloni?
«Giorgia è esigente. Questo spot è propaganda necessaria, non c’è dubbio. Ma capisco che Meloni possa sentire il bisogno di una egemonia culturale. Ma allora, invece di pensare a posti di potere e poltrone, perché non mette tutti i suoi intellettuali intorno a un tavolo, seguendo la massima di Mao Zedong: “Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero gareggino”. Coniato nel 1956, questo motto diede il nome alla Campagna dei cento fiori, con cui il leader comunista incoraggiò gli intellettuali cinesi a esprimersi liberamente per migliorare il socialismo. Allora andò a finire male. Ma con la capacità di donna Giorgia può fiorire un libero pensiero di una destra dei cento fiori e non ha poi importanza se un Fratello è troppo filo palestinese o filo russo».


La destra senza argini sulla legge elettorale, serve una reazione di popolo


Dal 26 giugno, quando questa ennesima truffa approderà all’aula della Camera, toccherà riempire piazze, teatri, mercati, mail e catene di passa parola, per spiegare i pericoli dell’aggressione all’uguaglianza del voto. Perché l’alternativa non sarebbe perdere un’elezione, ma il diritto a essere cittadini e non sudditi di un potere senza vincoli e pudori

(Gianni Cuperlo – editorialedomani.it) – Non illudiamoci. Senza un argine e una reazione di popolo andranno avanti come una locomotiva impazzita. Per coglierne la portata è bene farsi un quadro d’insieme partendo da un paio di numeri. Dal 1860 al 1993 gli italiani hanno votato con quattro diverse leggi elettorali. Compresa la parentesi del sistema plebiscitario fascista fanno i primi 133 anni dell’Italia unita. Poi, dal 1993 a oggi il Parlamento ha inteso licenziare cinque leggi elettorali diverse con l’ultima, il Bignami bis (sic), sulla rampa di lancio. Ora, se incrociamo la legislazione elettorale con la partecipazione al voto e limitandoci alla sola stagione repubblicana a spiccare è una seconda statistica: ci sono voluti 32 anni (dallo storico 18 aprile del 1948 alle regionali del 1980) per scendere sotto il 90 per cento dei votanti. Da lì, altri 32 anni (dal 1980 alle regionali siciliane del 2012) per scendere sotto la metà. La domanda è se esiste un collegamento tra i due fenomeni.

Ovviamente sì, sono più d’uno, ma quello fondamentale a partire dal varo del cosiddetto Porcellum – correva l’anno 2005 – è avere sottratto ai cittadini il diritto a scegliere il proprio rappresentante in Parlamento. Il punto è che al netto della raccomandazione della Commissione di Venezia (l’appello a non manomettere le regole elettorali nell’ultimo anno di legislatura!), la legge imposta oggi dalla destra imbocca l’identico sentiero tracciato nell’ultimo ventennio.

«Ipercinetismo elettorale»

Con l’aggravante di non rendere conoscibili gli eletti da parte del popolo sovrano introducendo uno degli aspetti incostituzionali più evidenti. Ora, perché nei primi anni ‘90 si scatena questo «ipercinetismo elettorale compulsivo» (copyright professor Fulco Lanchester)? La ragione di fondo fu l’implosione del nostro sistema politico.

Per gli smemorati, si confronti la scheda elettorale delle elezioni politiche del 1994 con quella delle politiche di sette anni prima (1987) e si vedrà come non un solo simbolo sulla seconda sia presente anche nella prima. Di prassi un fenomeno simile si manifesta all’indomani di una guerra civile o una rivoluzione.

In quel caso si trattò di una rivoluzione pacifica che impose un primato del valore della governabilità su quello, costituzionalmente garantito, della rappresentanza. Crollato il vecchio sistema dei partiti si doveva colmare il vuoto di potere venutosi a creare, ma ciò avvenne al prezzo di una ricaduta tra le altre: che la crisi della rappresentanza, figlia del venir meno delle grandi culture popolari, ha prodotto il ritorno a una disunione del Paese a partire da quella territoriale.

A conferma basti l’oscenità della «secessione» fatta bandiera da una forza di governo, la Lega, che torna oggi sul luogo del misfatto con la proposta di autonomia differenziata. E di fianco una governabilità intesa sempre più come accentramento dei poteri nell’esecutivo declinato adesso nella chiave di un premierato senza eguali a spasso per l’orbe terraqueo. E siamo al punto. Con la forzatura praticata la maggioranza porta a compimento quel tracciato e lo fa colpendo non solo le prerogative delle opposizioni, ma la tenuta del nostro ordinamento costituzionale.

Cui prodest?

Anche alla luce dei precedenti storici – entrambi gli schieramenti quando hanno stravolto le regole a ridosso delle urne si sono risvegliati all’opposizione! – nel teorema del professor Carlo M. Cipolla questa destra rischia di collocarsi nel quadrante di chi recando un danno a sé ne reca uno maggiore alla comunità. E allora, a chi conviene insistere su questo sentiero?

Non credo alla Lega o a Forza Italia che, assumendo a paragone il pranzo pasquale, si predispongono a vestire la parte dell’abbacchio e delle patate. La valutazione comunque spetta a loro. La certezza mia è che tutto ciò non convenga alla nostra democrazia e per questo la nostra dovrà essere un’opposizione netta, ferma, durissima fuori e dentro le aule del Parlamento.

Vuol dire che dal 26 giugno prossimo, quando questa ennesima truffa approderà all’aula della Camera, toccherà riempire piazze, teatri, mercati, mail e catene di passa parola, per spiegare i pericoli dell’aggressione all’uguaglianza del voto. Bisognerà, a una a una, bussare alle porte di quei quattordici e mezzo di milioni di No al referendum costituzionale sulla giustizia per dire che è di nuovo tempo di uscire di casa.  Perché l’alternativa non sarebbe perdere un’elezione, ma il diritto a essere cittadini e non sudditi di un potere senza vincoli e pudori. Quindi, muoviamoci prima che si faccia tardi.


Parisi: “Tornare al nucleare è troppo costoso. L’Italia punti su solare e geotermico”


Il Nobel per la fisica: “Il problema non è avere l’energia, ma la capacità di immagazzinarla”

Parisi: “Tornare al nucleare è troppo costoso. L’Italia punti su solare e geotermico”

(Gabriele Beccaria – lastampa.it) – Il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha molti dubbi sul ritorno dell’Italia al nucleare. È l’energia solare, secondo lui, la soluzione vincente. Che al momento non cogliamo, perché non l’abbiamo davvero capita.

Professore, il nucleare è un’opportunità o un problema?

«Può essere un’opportunità, se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno: sappiamo che, comunque, sono da preferire, perché utilizzano neutroni veloci e hanno l’enorme vantaggio di poter “bruciare” come combustibile il plutonio e parte delle scorie a più lunga vita, riducendo così il volume e la pericolosità dei rifiuti radioattivi. Questa via è stata sperimentata su scala industriale, con il progetto Superphénix, e però il reattore ha avuto una serie di incidenti ed è stato necessario chiuderlo trent’anni fa».

Neutroni veloci, ma poco veloci per le nostre esigenze sempre più impellenti?

«È così. Quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa».

Qual è la sua proposta alternativa?

«Possiamo produrre praticamente tutta l’energia che vogliamo con il solare. Al momento la Cina produce i pannelli solari ai costi più bassi, però non è detto che l’Italia e gli altri Paesi europei non possano mettersi a costruirli. I prezzi stanno via via calando, mentre l’energia ottenuta dal nucleare costa almeno tre volte tanto».

Il solare, tuttavia, non è di facile gestione: come si risolve il gap di produzione tra giorno e notte?

«Il problema non è avere l’energia in generale, è averla nelle ore giuste della giornata e, quindi, poterla immagazzinare: oggi si stanno sviluppando nuovi tipi di batterie di accumulo, a costi sempre più bassi».

Intanto, però, ci ritroviamo in un difficile periodo di transizione: come lo si affronta?

«In Italia abbiamo a disposizione una serie di risorse che stiamo sfruttando relativamente poco: per esempio, il geotermico e anche l’idroelettrico, grazie alle dighe. In un caso e nell’altro possono funzionare al massimo quando c’è richiesta e, quindi, come infrastrutture di accumulo».

Che ruolo ha l’Europa nello sforzo di mettere a punto la propria «sicurezza energetica»?

«È un lavoro eccezionale e si può fare: uno dei vantaggi dell’Ue è proprio quello di dividersi i compiti e di integrarsi: ogni Paese deve muoversi nella direzione che gli è più congeniale. L’Italia con il geotermico, prima di tutto, la Francia proseguendo con il nucleare: non ha aree vulcaniche e dispone di molte zone con bassa densità di popolazione, mentre l’Italia ne ha pochissime con tutti i requisiti necessari per la costruzione delle centrali. Senza dimenticare un altro fatto: oggi non ha molto senso che la Germania abbia una quantità di solare molto superiore alla nostra, pur avendo meno ore di Sole, mentre l’Italia sta puntando sul nucleare. Ripeto: abbiamo enormi potenzialità sul solare e non le stiamo sfruttando. Basterebbe cominciare con i pannelli da installare sui tetti di tanti palazzi di Roma».

Crede sia possibile avviare un piano realistico ed efficace?

«Non è complicato. Penso si debba ridurre la burocrazia necessaria per realizzare gli impianti, sia piccoli sia grandi. E poi penso alla creazione di un’agenzia, che funzioni a livello regionale e comunale e che si occupi dei contratti e dei costi: così si semplificherà la vita dei cittadini, che pagheranno ciò che devono pagare, senza l’incubo di districarsi tra proposte e offerte in perenne contrasto tra loro».

Addio al nucleare, quindi?

«Al momento è troppo caro. Quando, in futuro, si realizzeranno reattori commerciali di quarta generazione, allora, finalmente, si avrà una valutazione chiara di quanto costano e del valore del loro ciclo integrato. Così si potrà cominciare a discuterne seriamente, ma prima di vent’anni anni non se ne parla. L’ulteriore considerazione da fare adesso è un’altra: sono oltre dieci anni che, con diversi esperti, tra cui il compianto Massimo Scalia, sostengo che il governo debba impegnarsi a costruire un deposito nazionale di scorie nucleari. Il motivo è che i depositi attuali sono temporanei e sparsi sul territorio, con standard di sicurezza inferiori, mentre abbiamo una costante produzione di scorie, dall’industria fino agli ospedali. Purtroppo, si continua a non decidere dove localizzare questo centro».

Quanto è grave la nostra attuale situazione energetica?

«Il punto è che cosa fare nei prossimi cinque-dieci anni, perché, come abbiamo visto, se continuiamo a basarci su petrolio, gas e carbone i costi rappresentano variabili assolutamente imprevedibili. Se ci baseremo sul solare, invece, diventeremo un Paese sempre più resistente agli shock esterni e all’incertezza. Dobbiamo fare questa transizione il più velocemente possibile, cominciando dagli aspetti legislativi. Ecco perché il Parlamento, il governo e le varie istituzioni devono agire».

A proposito di spazi idonei, c’è chi teme danni paesaggistici e ambientali da un ricorso eccessivo al solare: lei che cosa risponde?

«È estremamente interessante che si trascuri un fatto: è possibile far convivere l’agricoltura con il solare e, anzi, in una situazione in cui aumentano le temperature e gli eventi estremi, i pannelli solari, installati a una certa altezza dal suolo, tendono anche a proteggere le coltivazioni e a migliorare la resa dei prodotti».