Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Lo psicodramma della destra a Venezia sul Financial Times 


(di Amy Kazmin – Financial Times) – In quanto a guerre culturali, poche superano quella del Teatro La Fenice di Venezia, dove l’orchestra si è ribellata per mesi contro la nuova direttrice musicale, apparentemente scelta per la sua affinità politica con la premier Giorgia Meloni.

La disputa è giunta di recente al culmine quando Beatrice Venezi ha dichiarato a un giornale argentino che l’orchestra stessa era un covo di nepotismo «dove le posizioni vengono praticamente tramandate di padre in figlio». Nel giro di pochi giorni è stata licenziata per aver denigrato il prestigioso teatro.

Sebbene la risoluzione del contratto di Venezi abbia calato il sipario su quella vicenda, il conflitto è stato solo uno di una serie di controversie che hanno ostacolato il tentativo del governo di destra di Meloni di imprimere il proprio marchio sulla vita culturale italiana.

«Sembrano inciampare da un errore all’altro», ha dichiarato Marianna Griffini, autrice di The Politics of Memory in the Italian Populist Radical Right. «Ciò a cui fanno riferimento in termini culturali è Il Signore degli Anelli. Come si traduce poi questa ossessione per Il Signore degli Anelli nella definizione delle politiche?»

Da quando ha preso il potere alla fine del 2022, Meloni ha spinto affinché il governo eserciti un’influenza più forte su istituzioni culturali prestigiose come teatri e musei, che aveva lamentato essere stati dominati «dalla sinistra».

Sebbene su scala più modesta, le sue mosse riecheggiano le guerre culturali condotte da Donald Trump, mentre il presidente degli Stati Uniti cerca di rimodellare istituzioni artistiche come il Kennedy Centre per adattarle ai suoi gusti.

Il governo Meloni è «in una battaglia per nominare i propri uomini — per dimostrare di avere buoni intellettuali o artisti di destra», ha affermato Andrea Mammone, professore di politica alla Sapienza.

Andrea Estero, presidente dell’Associazione nazionale dei critici musicali e direttore della rivista mensile Classic Voice, ha dichiarato che la presidente del Consiglio e i suoi alleati «ritengono la cultura strategica» e hanno l’impulso a «centralizzare il controllo della cultura in generale».

Tuttavia molte nomine si sono rivelate controproducenti, generando controversie e perfino battaglie legali, lasciando teatri d’opera e musei in subbuglio e creando notevoli imbarazzi per Meloni.

«È evidente che esiste una fondamentale mancanza di competenze professionali in queste nomine motivate politicamente», ha detto un operatore del settore artistico che ha chiesto di restare anonimo. «Se si mette qualcuno senza esperienza alla guida di una grande istituzione culturale, le cose vanno male.»

La Biennale di Venezia, la prestigiosa fiera internazionale d’arte, si apre questa settimana tra le proteste nell’Unione europea per la decisione di consentire il ritorno della Russia nonostante la guerra in corso in Ucraina. Il padiglione è curato da due figlie di importanti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin.

Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco — nominato dal governo Meloni nel 2024 — ha resistito alle pressioni, anche da Roma, per fare marcia indietro sulla partecipazione della Russia.

Bruxelles ha tagliato 2 milioni di euro di finanziamenti agli organizzatori della Biennale a causa della partecipazione di Mosca. Ma Buttafuoco ha mantenuto la sua posizione, citando il desiderio di opporsi a «qualsiasi forma di esclusione o censura» e definendo la fiera un «luogo di apertura, dialogo e libertà artistica».

Tale è l’imbarazzo per Meloni, che sostiene fermamente l’Ucraina, che il suo ministro della Cultura, Alessandro Giuli, diserterà l’inaugurazione. La giuria internazionale incaricata di selezionare i vincitori dei premi artistici della fiera si è dimessa venerdì.

«È una guerra culturale interna», ha affermato Griffini a proposito dello stallo. «Stanno affrontando tensioni tra i loro stessi intellettuali di estrema destra e le necessità più pragmatiche imposte dall’esercizio del governo.»

Quando si tratta dei propri gusti estetici, Meloni e i suoi alleati politici si orientano decisamente verso la cultura popolare — con una forte enfasi sul pop.

Nel 2023, il governo ha organizzato una mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea dedicata allo scrittore britannico JRR Tolkien e alla sua saga fantasy Il Signore degli Anelli — da tempo fonte di ispirazione per l’estrema destra italiana. Tra gli oggetti esposti figuravano un flipper, costumi tratti dal film, copertine dei libri e opere dei fan.

L’opera lirica è un altro ambito centrale, essendo un genere nato in Italia e diffusosi in tutta Europa. Ma Estero ha affermato che Roma vuole che i teatri d’opera italiani privilegino una manciata di popolari «best-seller» del «repertorio tradizionale italiano», piuttosto che sperimentare ed evolversi come cultura viva.

«Si concentrano molto sulla tradizione — compositori tradizionali — Verdi, Bellini, Puccini e così via», ha detto. «La loro strategia è concentrarsi su una sorta di museo di questa eredità: questi grandi compositori di queste grandi opere.»

Poco dopo essere arrivato al potere, il governo ha imposto un nuovo limite massimo di età di 70 anni per qualsiasi cittadino straniero alla guida di una delle 13 fondazioni lirico-sinfoniche statali italiane. Ha utilizzato la nuova norma come pretesto per rimuovere il celebre direttore francese Stéphane Lissner dal Teatro San Carlo di Napoli, dove aveva ottenuto riconoscimenti per le sue messe in scena innovative e per l’ingaggio di grandi star.

Lissner — che in precedenza aveva diretto la Scala di Milano e l’Opéra di Parigi — ha contestato con successo la sua estromissione in tribunale. Quando l’anno scorso ha lasciato definitivamente al termine del suo contratto quinquennale, si è lamentato di «troppa politica nel teatro».

I pubblici ministeri stanno ora indagando su Lissner, sul suo team e sulle star dell’opera da loro ingaggiate per accuse secondo cui i cantanti sarebbero stati pagati eccessivamente in violazione delle norme italiane. Lissner e il suo team hanno dichiarato di non poter commentare mentre l’indagine è in corso.

Il tenore tedesco Jonas Kaufmann ha dichiarato di essere rimasto «sorpreso» nell’apprendere dai media italiani di essere sotto inchiesta. «È corretto che l’assegnazione di fondi pubblici sia attentamente esaminata», ha affermato in una dichiarazione, aggiungendo: «Ho adempiuto pienamente ai miei obblighi contrattuali».

A Venezia, La Fenice dovrà cercare un nuovo direttore musicale, mentre Venezi si definisce vittima di una «campagna d’odio».

Estero afferma che il processo della sua nomina è stato così insolito da rendere impossibile per i musicisti accettarlo: «È stata una nomina politica per un incarico che non può tollerare nomine politiche», ha detto. «Le scelte artistiche devono essere fatte per ragioni musicali.»


La Russa: “Sigfrido Ranucci spesso inventa. E se vuole mi quereli”


(Adnkronos) – Il conduttore di Report Sigfrido Ranucci ”spesso inventa. E se vuole mi quereli”. Lo ha detto il presidente del Senato Ignazio LA RUSSA alla presentazione ‘L’impronta. LA lezione di Garlasco e LA fiducia degli italiani nella giustizia’, di Giancarla Rondinelli, edito da Rubbettino.

A una domanda sulla possibilità di non divulgare il nome dei magistrati che coordinano le indagini per evitare un’eccessiva personalizzazione,

LA seconda carica dello Stato ha risposto: ”Ci fu una proposta di schermare i nomi dei magistrati ai tempi di Berlusconi. Io non l’ho mai trovata salvifica. Sono quelle cose teoriche. Già mi vedo Ranucci che ne trova tre al posto di uno e altrimenti inventa, perché Ranucci spesso inventa. Se vuole mi quereli”. (Alb/Adnkronos)

CALCIO: LA RUSSA, ‘SCUDETTO INTER TROPPO FACILE’

(Adnkronos) – Per l’Inter vincere lo scudetto ”è stato troppo facile. Erano scarsi gli avversari”. Lo ha detto con una battuta il presidente del Senato Ignazio LA RUSSA, tifoso nerazzurro, alla presentazione del libro ‘L’impronta. LA lezione di Garlasco e LA fiducia degli italiani nella giustizia’, di Giancarla Rondinelli (Rubbettino) a Milano. 

La Russa, alla fine non ci sarà un colpevole per Garlasco

(ANSA) – Nel caso di Garlasco “mi sono fatto l’opinione che alla fine non ci sarà un colpevole”: ne è convinto il presidente del Senato Ignazio La Russa che sta partecipando a Milano alla presentazione del libro ‘L’impronta’ di Giancarla Rondinelli di cui ha curato la prefazione.   

Cinque processi per Alberto Stasi, ora l’inchiesta su Andrea Sempio ma “se non venti, ci vorranno altri quindici anni e io non ci sarò più ma ricordatevi le mie previsioni”.    “Stasi se l’ottima procuratore Nanni deciderà di far partire la revisione, lo manderà a casa. Se non parte no”, ha osservato. E ora nel caso di Sempio “la ricostruzione del dolo d’impeto a un rifiuto sensuale così a occhio troverà difficoltà ad andare oltre il ragionevole dubbio”.    In questa occasione ‘l’ottimo lavoro che avete fatto – ha detto riferendosi ai media – ha fatto nascere molti dubbi”, però in generale “mi fido più di una sentenza che di una ricostruzione giornalistica’.


Tangenti al Comune di Benevento, l’impronta del partito-municipio di Mastella Noi di Centro


Tre indagati, tutti associabili al movimento del sindaco Mastella e a una kermesse di partito poco prima delle elezioni regionali, alla quale parteciparono in massa dirigenti e dipendenti comunali. L’ex capo di Gabinetto Gennaro Santamaria, oggi in carcere per estorsione, fittò il teatro come “organizzatore di Noi di Centro” e ringraziò le dirigenti comunali ora indagate nel suo fascicolo

Tangenti al Comune di Benevento, l’impronta del partito-municipio di Mastella Noi di Centro

(diVincenzo Iurillo – ilfattoquotidiano.it) – Se Forza Italia era (ed è) il partito-azienda della famiglia BerlusconiNoi di Centro si staglia come una sorta di partito-municipio di Benevento della famiglia MastellaColpa dei recenti grattacapi giudiziari di Gennaro Santamaria, e delle sue buste trovate a casa piene di centinaia di migliaia di euro di presunte tangenti. Infatti tra i dettagli dei ricordi della campagna elettorale regionale per Pellegrino Mastella (figlio dell’ex ministro poi eletto consigliere), e gli atti dell’inchiesta sulle mazzette intascate dall’ex capo di Gabinetto del sindaco Clemente Mastella, emergono incroci che vanno nella direzione del partito-municipio.

A cominciare dal ruolo dell’ex dirigente municipale Santamaria, militante Ndc ed organizzatore di eventi elettorali del movimento mastelliano, durante i quali proiettava slide di ringraziamenti per Antonella Moretti e Maria Antonella Matticoli, rispettivamente dirigente e funzionaria del settore Urbanistica. I nomi delle due nuove indagate dell’inchiesta che fa tremare Palazzo Mosti, sede del municipio beneventano.

E’ il 17 novembre 2025, si vota la domenica successiva, ed al Teatro De La Salle di Benevento va in scena una potente kermesse di NdC. C’è da pompare le candidature di Pellegrino Mastella e di Giovanna Razzano, oggi assessore comunale alle Finanze, subentrata alla Serluca promossa assessore nella giunta regionale di Roberto Fico.

Razzano all’epoca era presidente del Nucleo di Valutazione del Comune di Benevento, organo competente a valutare la performance dei dirigenti comunali, e ad attestare l’assolvimento degli obblighi di trasparenza del Comune. Nonché Amministratore della Multiservice che gestisce il depuratore dell’ASI di Ponte Valentino. L’evento è infiocchettato da uno di quei dirigenti: Gennaro Santamaria, per l’appunto. Ci mette la firma sulla locandina. “Sarei lieto se partecipassi all’evento da me organizzato”, con aperitivo al termine. E’ lui a bonificare i 500 euro per l’affitto del teatro, chiesto in qualità di “organizzatore di Noi di Centro”. E’ lui a condurre, a introdurre, a presentare.

Sul palco siede anche Maurizio Perlingieri, dirigente di ruolo del Comune di Benevento del settore Ambiente, Patrimonio, Mobilità, Energia, Servizi Cimiteriali, Protezione Civile. La platea pullula di dipendenti comunali, confusi e mischiati tra mastelliani di breve e lungo corso. Al comizio partecipa anche Clemente Mastella, in triplice veste: sindaco, padre del candidato, leader del partito che lo schiera. Nel suo riferimento Mastella fa riferimento ‘a tutte le persone che ho fatto assumere’. L’ex ministro di Giustizia gioca in casa e vince facile: è un successone, che si tradurrà in un pieno di voti per il figlio Pellegrino.

La propaganda si è perfezionata anche sui social dove Santamaria ha pubblicato un video riassuntivo dell’evento. Tra le varie slide coi nomi dei candidati e dei promotori politici di Ndc, al secondo 50 compaiono i nomi di Moretti e Matticoli sopra al simbolo di partito (nella foto). Santamaria le ringrazia per aver aiutato l’organizzazione. Cinque mesi dopo, c’è un nuovo filo che collega Santamaria, Moretti e Matticola, ed è quello delle indagini per concussione ai danni di un geometra che lamentava ostracismo e pratiche bloccate al Comune.

Santamaria è in carcere, le dirigenti indagate, Mastella è estraneo all’inchiesta. Il 7 maggio avverrà il conferimento dell’incarico per la perizia sui cellulari di Moretti e Matticola. Mentre il video del 17 novembre torna virale tra le chat degli oppositori del leader centrista. Una loro interrogazione – primo firmatario Francesco Farese – vorrebbe far discutere in consiglio l’accaduto: “Il sindaco Mastella sapeva che Santamaria ne era organizzatore? Ha verificato se per diffondere gli inviti ai dipendenti comunali ha utilizzato anche canali istituzionali o database dell’Ente”? E’ trascorso più di un mese e non è stata messa all’ordine del giorno.


Che non si parli nemmeno della carestia globale in arrivo è semplicemente da pazzi


Tutti parlano di gas e petrolio, ma nessuno sembra interessarsi del blocco dei fertlizzanti legato allo stretto di Hormuz e alla guerra tra Usa e Iran che potrebbe trascinare decine di milioni di persone sotto la soglia della fame estrema entro pochi mesi.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quando si tratta di Hormuz e della guerra tra Usa e Iran, c’è una crisi di cui nessuno parla, che rischia di essere la più pesante di tutte.

Non è quella del petrolio, e nemmeno quella del gas: è la crisi dei fertilizzanti.

Dal “collo di bottiglia” di Hormuz, chiuso dal blocco iraniano in risposta all’attacco americano, e contro-chiuso dal blocco americano in risposta al blocco iraniano, passa un terzo dei fertilizzanti azotati come urea e ammoniaca utilizzati dall’agricoltura mondiale.

L’effetto domino lo potete immaginare da soli. Scarsità vuol dire aumento dei costi di produzione, che vuol dire aumento dei prezzi. Se a questo aggiungete il riscaldamento globale e l’effetto di un fenomeno climatico come El Nino – cioè , l’anomalo e periodico riscaldamento delle acque superficiali nell’Oceano Pacifico -, capirete perché il rischio di una carestia globale è davanti ai nostri occhi.

Allo stesso modo, non ci vuole un genio per capire quali possano essere gli effetti di una carestia globale. In Paesi ricchi come i nostri, nell’aumento del carovita alimentare, che ovviamente colpisce le tasche di chi ha meno soldi.

In Paesi poveri e instabili, invece, gli effetti possono essere devastanti. Non si parla di aumento dei prezzi, ma di scarsità di cibo. Che porta con sé – ce lo dice la Storia – tensioni sociali, ribellioni che possono sfociare in rivolte e guerre civili, col loro carico di sfollati e di profughi di guerra.

In un mondo normale, questa sarebbe la questione più seria di tutte, la prima emergenza da affrontare. Un mondo come il nostro, sovrappopolato, in cui già 630 milioni di persone soffrono la fame – quasi una su dieci – non può permettersi una carestia globale che, sono parole del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, potrebbe trascinare quasi 50 milioni di persone sotto la soglia della fame estrema. 

E a ben vedere, pure un Paese come l’Italia, anche solo perché ossessionato dalla pressione migratoria che arriva dall’Africa, dovrebbe porre la questione con forza a Trump e Netanyahu, o anche solo al segretario di Stato Marco Rubio, che tra qualche giorno atterrerà a Roma per incontrare il Papa e, forse, Giorgia Meloni. 

Che tutto questo passi in cavalleria, che nessuno ne parli, che non ci sia né una strategia, né la benché minima idea di come venirne a capo, è sintomatico della situazione in cui ci troviamo: in un mondo governato da apprendisti stregoni che non solo non hanno la più pallida idea di come affrontare il caos che hanno generato, ma che a fatica ne sono consapevoli.

E quest’ultima, forse, è la cosa più preoccupante di tutte.


Solo l’1% dei fondi del Pnrr (poco più di due miliardi su 190) alla prevenzione dei dissesti idrogeologici


(di Luca Monticelli – la Stampa) – Viviamo in un Paese che si sgretola sotto i piedi, che frana a ogni pioggia, ma quando l’Europa ha offerto la più grande dote finanziaria della storia repubblicana, l’Italia ha scelto di non proteggersi.

Il 94,5% dei comuni è esposto a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Eppure […] il Paese ha preferito non usare davvero l’unico strumento che avrebbe potuto cambiare le cose: il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

[…] Anche per quel che riguarda il territorio, non c’è stata una visione di lungo periodo. Le associazioni ambientaliste, infatti, hanno denunciato come il piano sia stato usato poco e male sulla prevenzione, privilegiando interventi emergenziali.

Su 190 miliardi di fondi europei, solo poco più di 2 miliardi sono stati destinati direttamente al dissesto idrogeologico. Una cifra minima, quasi simbolica, se confrontata con l’enormità del problema e con i costi che ogni anno l’Italia sostiene per riparare i danni. Secondo uno studio dell’Ance, negli ultimi quindici anni la spesa per i danni da dissesto è triplicata, passando da 1 miliardo a 3,3 miliardi l’anno.

E se si sommano terremoti, incendi, mareggiate e siccità, il conto sale a 12 miliardi l’anno. […] Il Pnrr avrebbe potuto invertire questa logica. Invece no. Le misure del piano dedicate al dissesto sono essenzialmente due: 500 milioni per un sistema avanzato di monitoraggio e previsione; 1,49 miliardi per interventi contro alluvioni e frane, di cui 290 milioni per Emilia-Romagna, Toscana e Marche e 1,2 miliardi per aree colpite da calamità.

Totale: 1,99 miliardi. Anche includendo qualche voce accessoria, si resta poco sopra i 2 miliardi. Una cifra irrisoria se confrontata con i 5,3 miliardi programmati dallo Stato dal 2010 al 2023 per il dissesto, soldi che però avanzano lentamente, tra ritardi e frammentazione amministrativa. L’Associazione dei costruttori denuncia che su 21,6 miliardi stanziati negli ultimi 15 anni, solo il 20% dei cantieri risulta concluso: «Di 24mila interventi finanziati per 19 miliardi, risultano conclusi cantieri solo per 3,9 miliardi».

Questo è il paradosso italiano: pochi fondi e spesi male. La governance è un labirinto: almeno 13 soggetti coinvolti nella gestione del rischio idrogeologico, dai ministeri alle regioni, dalle Autorità di bacino ai consorzi di bonifica. […] Non sorprende che il 29% degli interventi è ancora da avviare, mentre solo il 21% risulta concluso.

Il Pnrr avrebbe potuto imporre un modello diverso: tempi certi, responsabilità chiare, monitoraggio digitale. Invece, proprio la misura più strutturale — 6 miliardi per la resilienza dei territori e l’efficienza energetica dei comuni — è stata eliminata in una delle rimodulazioni. Un taglio che ha privato l’Italia di un capitolo che avrebbe potuto finanziare opere diffuse di prevenzione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel solo 2026, nei primi tre mesi, lo Stato ha già dovuto stanziare 1,2 miliardi per far fronte alle emergenze del Centro-Sud, tra il ciclone Harry e le frane di Niscemi e del Molise. Una cifra che supera i 933 milioni previsti dalla legge di bilancio per tutte le emergenze dell’anno.

[…] L’Italia ha scelto di destinare al rischio idrogeologico appena l’1% del Piano. E oggi, mentre frane e alluvioni continuano a colpire un territorio fragile, il governo si trova a cercare fondi che non ha perché i margini del bilancio sono sempre più stretti.

Nei giorni scorsi l’Ance ha riproposto al governo un piano contro il dissesto che punta su cinque azioni: adattare città e territori ai cambiamenti climatici; una cabina di regia unica per accelerare i progetti; usare il metodo Pnrr con tempi certi e gare; investire in digitalizzazione; garantire fondi stabili per superare la gestione delle emergenze.


Salvini contestato in un quartiere di case popolari a Milano, “vai a lavorare”


(ANSA) – MILANO, 04 MAG – Una ventina di persone del comitato per il diritto all’abitare del quartiere San Siro di Milano ha contestato stamani il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, atteso per un sopralluogo in un cantiere Aler in piazzale Selinunte.

I presenti hanno esposto cartelli con scritto ‘Salvini vai a lavorare’, ‘casa per tutti, razzismi per nessuno’, ‘Lega ladrona San Siro non perdona’ e ‘più case meno passerelle’, intonando slogan come ‘assegnare le case vuote’ e ‘fuori i fascisti della città’. Salvini, arrivando al cantiere, ha guardato i contestatori e li ha salutati ironizzando: ‘Peace and love’.


Tutti amici finchè c’è il potere


(ANSA) – “C’è stato un accanimento, questo muro contro muro per impedire un cambio di rotta… Forse, è sfumato il progetto culturale di questo governo”.

È l’opinione di Beatrice Venezi sulla conclusione del suo rapporto con il Teatro La Fenice, espressa in un’intervista pubblicata oggi sulle testate del gruppo Nem “Ho iniziato a sospettare qualcosa – prosegue Venezi – quando Zecchi (Stefano, consigliere comunale, ndr) si è pronunciato a favore dell’Orchestra.

Mi sono chiesta: non è che trovare la pax alla Fenice potrebbe rappresentare una captatio benevolentiae agli elettori veneziani?. Guarda caso pochi giorni dopo, a fronte di una mia dichiarazione opportunamente travisata e non offensiva, Colabianchi decide di risolvere il mio contratto, forse – e così risulta da fonti giornalistiche – su input di Roma”.

Da quel momento “nemmeno una telefonata. Al suo posto avrei chiamato, chiesto una smentita. Solo successivamente, pensato alla lettera di licenziamento”.   

Riguardo all’assenza di rapporti e incontri con l’orchestra della Fenice, Venezi sostiene che “sono stata a Venezia anche in occasione di incontri con il sindaco e con le figure apicali del teatro ed era previsto che al mio rientro dall’Argentina avremmo combinato una serie di incontri conoscitivi.

Spettava al sovrintendente Colabianchi preparare il terreno, cosa che non è mai avvenuta”.   

Venezi definisce il rapport con Colabianchi “molto complesso. Da una parte le difese d’ufficio, parole per la stampa ma non tutele concrete della mia persona nei confronti dell’atteggiamento ingiurioso adottato dall’orchestra, che al contrario è stata lasciata libera di fare proclami dal palco a più riprese durante gli spettacoli, lancio di volantini come in un’arena gladiatoria, interviste su ogni mezzo stampa, tv, radio, social terracqueo.

Una crescente insofferenza e ostilità di fronte alle mie richieste di essere coinvolta nelle scelte artistiche, così come compete a un direttore musicale. Ho un carteggio ben fornito di mail in cui Colabianchi mi ribadisce più volte, anche in termini inappropriati, che le scelte artistiche competono esclusivamente a lui, escludendo ogni mio intervento, a dispetto delle clausole contrattuali e della prassi.

Questa impostazione mi ha di fatto impedito di esercitare le mie funzioni: in qualità di direttore musicale sarei stata tenuta a condividere e, per quanto di competenza, almeno per le produzioni che mi riguardavano, a cofirmare le scelte artistiche, ma non sono mai stata messa nelle condizioni operative per farlo”. 

  Infine, sulla presunta natura ‘politica’ della sua nomina, Venezi sostiene che “sono stata scelta sulla base di un progetto di rilancio artistico ed internazionale. Colabianchi conosceva benissimo le mie capacità avendo già collaborato al Teatro Lirico di Cagliari in diverse produzioni. La nomina politica è la sua”. E su un’eventuale causa al teatro “stiamo valutando con i miei avvocati”.


L’invasione degli alieni


(di Marcello Veneziani) – Silvia Salis è una creatura divina che sembra discesa dal cielo a miracol mostrare. Nelle sue apparizioni in video e tra gli umani rifulge tutto il suo biondo splendore e abbaglia gli astanti. Mi ricorda un detto popolare delle mie parti, a proposito di una favolosa Maria Stella, che era forse la traduzione volgare di Stella Maris: Maristella Maristella, affacciati dal balcone, supplicavano i marinai che passavano in barca sotto casa sua ma poi le chiedevano di tornare nelle sue stanze perché “è tanto lo splendore che la barca non può andare avanti”. Salve o regina della bonaccia miracolosa. Di esser bella è bella, la rea Silvia, la madonna genovese, ma guai a dirlo perché il giudizio estetico delle figure femminili e la confessione di essere attratti dalla sua bellezza, configurano ormai reato di sessismo, sono considerati oltraggio, offesa e un residuo d’inferno maschilista. Eppure, a vederla, verrebbe voglia di dichiararsi suo sostenitore, follower e devoto, e per compiacerla di tifare Sampdoria e sperare perfino di essere colpiti se lancia il martello. Ma a vederla con occhio critico e soprattutto a sentirla parlare, appare quasi una bellezza prodotta dall’Intelligenza artificiale. La sua voce che per taluni magari ha un tono e un timbro particolarmente seduttivo e afrodisiaco, stride col suo viso delicato, ha quasi un’impronta metallica, androgina, quasi trans (e so di farle in complimento), ermafrodita. Ciò conferma la sua origine extraterrestre o la sua provenienza da un’App dell’Intelligenza Artificiale. Anche le cose che dice sembrano a volte da repertorio l’AIexa o IA, non vanno oltre un certo perimetro di frasi woke, programmate e scontate.

Silvia Salis politicamente è nata dal nulla, un 17 febbraio dello scorso anno. Da sportiva si trovò improvvisamente candidata a Sindaco di Genova e subito eletta. E da Sindaco di Genova si trova ora proiettata come possibile Presidente del Consiglio dalla coalizione del centro-sinistra; la madonna del Campo Largo, che offusca col suo splendore Elly Schlein e ogni altro pretendente al trono. Lo sponsor della sua fulminante carriera per imprecisati meriti e appeal iconico, è Matteo Renzi, e da quel punto di vista lui ci vede lungo, è una macchina da guerra, inventa dal nulla governi e presidenti, o li distrugge con una capacità unica che gli va riconosciuta. Si può dire che Renzi sia il suo Pigmalione: secondo il mito greco, Pigmalione che per taluni era re di Cipro e per altri uno scultore, si sarebbe innamorato di una statua della dea Afrodite conservata dai cretesi o scolpita da lui stesso. (Renzi ha precedenti, fu Pigmalione anche di Maria Elena Boschi).

A onor del vero, Silvia Salis non è un caso unico: se consideriamo i leader attuali del centro-sinistra, se mettiamo insieme i tre potenziali contendenti del trono di Giorgia Meloni, abbiamo l’esatta percezione di trovarci di fronte all’invasione degli alieni, o per citare Benedetto Croce, la calata degli Hyksos. Se ci pensate, Giuseppe Conte è un caso senza precedenti nella storia della politica italiana e forse mondiale: iniziò a fare politica da presidente del consiglio, eletto così da un giorno all’altro, i latini direbbero ex-nihilo o ex-abrupto, cioè dal nulla e all’improvviso, senza aver mai fatto un giorno di politica prima. Anche se ora sembra assai più scafato di molti politici di lungo corso. Ed Elly Schlein ebbe una carriera rapidissima dal nulla alla leadership del partito più “strutturato” del Paese, il Pd venuto dal Pci più altre frattaglie. I due, insieme a Silvia Salis, non nascono dalla militanza, dalle sezioni di partito, dall’aver mangiato pane e politica, come la loro concorrente, la pop Giorgia. E tutti e tre hanno goduto (e alcuni anche patito) del Pigmalione Renzi, che ebbe anche lui, a sua volta, una folgorante carriera e diventò leader in pectore del Pd e del governo prima ancora di misurarsi con le urne e la realtà; ma era indubbiamente animale politico nato ed era stato sindaco di Firenze. I tre alieni non hanno fatto carriera di partito, scalando tappa dopo tappa, ma si iscrissero direttamente a capo di movimenti e coalizioni, partiti o governi; ebbero un’investitura dall’alto per l’alto, salvo nel mezzo un passaggio nelle urne. Stiamo dunque al tempo dell’invasione degli alieni nella politica italiana.

La stampa fa già la Ola intorno a loro, molti annunciano con esultanza che c’è già il sorpasso dei Marziani Associati sul partito meloniano e la sua coalizione. In realtà, se la Meloni rischia sul serio il suo futuro non lo deve a loro ma a qualche autogol in casa sua e a un altro alieno disceso da poco in politica: il generale Vannacci. Quel 4 per cento previsto è una spina nel fianco del centro-destra e rischia di crescere nel campo dei delusi del governo Meloni, fino a determinare la sua sconfitta. La volpe Renzi lo ha capito e si è subito fiondato a incontrarlo e a sponsorizzarlo: capisce che può essere lui la chiave per licenziare la Meloni. Per la verità, un’altra navicella si aggira latente e minacciosa nell’etere nostrano: quella degli eredi Berlusconi, Marina e Piersilvio, che sono con la Meloni finché è vincente e governante ma appena s’incrina il suo consenso e vacilla il suo governo, sono pronti a far la giravolta, e già adesso si esercitano con prove tecniche di trasmissione, tra incursioni, invasioni di campo e piccoli terremoti nella loro dependance politica di Forza Italia che considerano la loro magione, o residenza estiva, tipo Villa Certosa. Anche loro, a ben vedere, sono un po’ degli Hyksos rispetto alla politica, reclamano i diritti testamentari e patrimoniali del vecchio Partito-Azienda.

L’invasione degli alieni che si annuncia per i mesi prossimi è l’unica novità della politica dopo un periodo piuttosto stantio. La logica con cui si procede è perfettamente alternata: il governo in carica perde colpi, pezzi e compie passi falsi; e le opposizioni aliene colgono la palla al balzo e fanno manovre di avvicinamento per lo sbarco o l’atterraggio. Un esempio? In questi giorni si assiste a una pantomima grottesca: la destra di governo scarica, attacca e offende quel che convenzionalmente si chiama cultura di destra e la sinistra scopre, esalta e difende la cultura di destra dagli oltraggi del governo di destra. Non si erano mai accorti di loro, non li avevano legittimati come interlocutori, anzi; ma ora sono pronti a incensarli in chiave antimeloniana. Anche perché a destra hanno fatto il contrario: si sono avvalsi di loro per trarre qualche idea e qualche prestigio, ma poi sono stati i primi a tradirli, scaricarli e abbandonarli come zavorra, credendo in questo modo di salvarsi. A destra gli incolti, a sinistra i furbetti, entrambi cinici e opportunisti. Credono da entrambi i versanti di ispirarsi a Machiavelli, in realtà sembrano usciti dal teatro di Pirandello e dai suoi personaggi e maschere.


Chiara Saraceno: “La ‘nuova’ Bella Ciao? Che si vuole dai giovani, li abbiamo tutti traditi…”


‘Essere umano’ al posto di ‘partigiano’? Zero scandalo

Chiara Saraceno: “La ‘nuova’ Bella Ciao? Che si vuole  dai giovani, li abbiamo tutti  traditi…”

(diAntonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Professoressa Chiara Saraceno, nella piazza del primo maggio il canto dei partigiani è stato evirato – da chi era chiamata sul palco a cantarlo – proprio della parola partigiano.

Non mi scandalizzo, credo nelle buone intenzioni di Delia, la cantante che ha manomesso il testo.

La manomissione del testo dà però il senso di una inconsapevole trascuratezza. Cassare la parola che costituisce il corpo vivo del canto (il “partigiano”) e sostituirla con “essere umano” produce il dubbio che insomma la storia, anche recente, vive una stagione difficile.

Bella Ciao è divenuta nel tempo ovunque un canto di resistenza. Anche in Iran la cantano e magari loro avrebbero più titolo alle sostituzioni.

Colpisce la distanza che separa le nuove generazioni dal resto della società. Colpisce anche il silenzio, oltre le canzoni, della piazza del Concertone.

Non penso che i giovani trascurino l’impegno civile. Invece sono certa che esista una sorta di tradimento civile delle vecchie generazioni nei confronti delle nuove. Se vogliamo parlare di manomissione allora affrontiamo il blocco del sistema di inclusione di una parte della società nel processo produttivo.

La manomissione più grande, l’ostruzione più cieca del potere affluente verso i giovani qual è stata?

Pensi solo al grande programma europeo denominato Next generation you. Una montagna di miliardi investiti dove, per fare cosa, a favore di chi?

In effetti l’occupazione registra un dato favorevole per i cinquantenni.

Le nuove generazioni trascurate come non mai. Senza un progetto, un’idea di inclusione quale rivoluzione sociale, rigenerazione culturale e anche civile può immaginare di produrre?

Siamo alle ultime battute del Pnrr che doveva risollevare le sorti dell’Italia.

Di quali italiani stiamo parlando? Contestiamo il silenzio dei giovani, la loro separatezza dal mondo degli adulti. A parte il fatto che non è così: nel referendum si sono mostrati vivi e vegeti e partecipi. Su Gaza hanno invaso le strade d’Italia.

Il problema è che appaiono e poi scompaiono.

Hanno bisogno di una motivazione forte, la politica deve offrirla chi altri sennò? E la battaglia coinvolge gente, anche chi non è tuo vicino di banco per età e formazione, se è chiaro l’obiettivo, se sai chi sconfiggere, dove andare.

Quindi siamo tutti colpevoli.

Chi è il nostro nemico? Chi è che tradisce i giovani? Il centrodestra ha bruciato le sue occasioni e non ha un progetto di governo che sostenga il lavoro dignitoso e quello giovanile. E il centrosinistra? Ha letto proposte di qualità da parte dell’opposizione?

Lei scruta nebbia fitta da ovunque i lati della valle?

È questa nebbia che produce lo scoramento. E lo scoramento sa che comporta?

La fuga all’estero.

Esattamente: l’esilio. Chi è giovane e ha qualche competenza da far fruttare rifiuta i lavoretti sottopagati, la precarietà infinita e sceglie di trasferirsi dove l’orizzonte è più visibile.

Il precariato è una stagione permanente dell’ingresso nel mondo del lavoro che ha coinvolto tutti.

Anch’io sono stata precaria, anche le mie figlie che ora hanno un’età matura e hanno visto il contratto a tempo indeterminato a quarant’anni. Ma la differenza tra ieri e oggi è che la precarietà aveva un tempo definito, poi sapevi che sarebbe venuto il meglio.

Adesso si aspetta il peggio.

Allo scoramento si aggiunge l’angoscia per questi tempi bui.

L’angoscia per la guerra.

Ho ottant’anni e ricordo, negli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale, che vivevamo noi ragazzi nel terrore della bomba atomica. Col tempo quella paura era andata via.

Ora è ritornata.

Ora di nuovo i ragazzi si chiedono: sganceranno la bomba? Il pericolo lo vivono vicino e reale.

La politica non li prende.

Il potere è distante e ostruttivo. Il potere non li vuole.

Sto pensando alla grande abbuffata di soldi del Pnrr. Per la next generation, a cui era intestata la massa miliardaria, zero carbonella.

Zero carbonella.


Come funziona l’insider trading all’ombra di Trump: tutti gli speculatori del Presidente


Insider trading all'ombra di Trump - Video

(di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina – corriere.it) – Gli operatori di Wall Street ne parlano come se fosse un mercato finanziario parallelo, «il Trump market»: imprevedibile, senza regole e molto redditizio. Nella storia americana non si è mai visto un intreccio così spregiudicato tra gli annunci, le decisioni della Casa Bianca e i movimenti anomali in Borsa. Negli Stati Uniti il problema del classico conflitto di interesse che sorge quando un imprenditore assume un incarico politico si era già posto con il primo mandato di Donald Trump, poiché le sue aziende spaziano dalle costruzioni, all’immobiliare, agli alberghi, ai resort turistici, ai golf club. Nove anni fa sollevò molte polemiche la decisione del neopresidente di affidare la guida della holding ai figli Donald Jr. ed Eric, scartando soluzioni più trasparenti come quella di consegnare la gestione a un «blind trust», cioè a un amministratore fiduciario incaricato di curare gli affari della Trump Organization in piena autonomia.
Con il rientro di «The Donald» alla Casa Bianca i guadagni per la famiglia sono esplosi. Prendendo in considerazione le operazioni su criptovalute, immobiliare e altro ancora, secondo il New York Times il clan avrebbe ottenuto extra profitti per 1,4 miliardi di dollari. Per il New Yorker il tesoro ammonta a 4 miliardi di dollari. In un anno e mezzo, poi, si sono moltiplicate le manovre decisamente sospette in Borsa, avvenute poco prima che Trump annunciasse importanti mosse politiche ed economiche. Al punto che, di recente, perfino il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sbeffeggiato l’ex costruttore mandando un sarcastico avvertimento «a Wall Street»: «Interpretate al contrario le parole di Trump: i suoi discorsi sono una finzione per ottenere facili guadagni». Sta di fatto che negli Usa queste anomalie sono diventate un caso politico. Vediamole.

(…) mercoledì 2 aprile 2025, (…) Trump si presenta con un grande tabellone (…) Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondo. L’iniziativa (…) suscita un tracollo in Borsa

Il giorno più torbido

Partiamo da mercoledì 2 aprile 2025, è il cosiddetto «Liberation day»: quel giorno Trump si presenta con un grande tabellone davanti alle telecamere assiepate nel Rose Garden della Casa Bianca. Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondoL’iniziativa di Trump suscita un tracollo in Borsa: fra giovedì 3 e venerdì 4 l’indice Standard and Poor (S&P 500, la media delle quotazioni delle 500 società più grandi) perde il 10,8%. Allarme rosso sui principali mercati finanziari del mondo. Domenica 6 aprile il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, va a trovare Trump nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Bessent si fa portavoce del profondo disagio del mondo della finanza e dell’industria e sollecita il presidente a cambiare idea. Lunedì 7 aprile riaprono le quotazioni: l’indice S&P risale di poco (+0,23%), ma il mercato resta instabile, tanto che martedì 8 lo stesso indicatore va in rosso (-1,57%). Ma arriva mercoledì 9 aprile: fuochi d’artificio a Wall Street.

Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%.

Attenzione agli orari

Alle 9.37 Trump posta un messaggio sibillino sulla sua piattaforma social Truth: «QUESTO È UN GRANDE MOMENTO PER COMPRARE!!! DJT». DJT è la sigla che in Borsa indica la Trump Media & Technology Group, la holding della famiglia Trump. Sembra quasi un segnale rivolto a persone o entità finanziarie già in allerta.
Alle 13.08, nel pieno delle contrattazioni di Borsa, per 10 minuti gli speculatori si scatenano, con ordini torrenziali di call options, contratti che prevedono l’acquisto di un titolo a un prezzo prefissato ed entro un determinato lasso di tempo. Questo strumento finanziario consente di scommettere sull’aumento del valore delle azioni a breve termine e quindi di ottenere un profitto che deriva dalla differenza tra il prezzo stabilito dalla call option e la quotazione successiva del titolo. Alle 13.18, Trump scrive su Truth che l’introduzione dei dazi viene rinviata di 90 giorni. La Borsa reagisce con il più poderoso rialzo dal 2008: l’indice S&P sale del 9,5% e il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, si impenna con un +12,2%, l’incremento maggiore negli ultimi due decenni. Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%. È evidente che qualcuno sapeva che sarebbe valsa la pena raccogliere l’invito a comprare del primo post di Trump. In questo caso il leader Usa potrebbe aver commesso il reato di «market manipulation», in Italia si chiama anche aggiotaggio, cioè diffusione di informazioni esagerate e fuorvianti per alterare il corso delle quotazioni.

Chi informa i borker?

Come si possono calcolare, almeno per approssimazione, i guadagni di chi ha investito con i tempi giusti magari perché al corrente di ciò che avrebbe detto Trump? Due possibilità. Chi ha investito 1 milione acquistando le azioni o un fondo di investimento quotato (Etf) parametrato sul valore dell’Indice S&P, la mattina del 9 aprile si è ritrovato a fine giornata con un 1.095.000 euro: 95 mila euro di guadagno in pochi minuti. Il calcolo è semplice: basta aggiungere il 9,5% del rialzo dell’S&P al milione di dollari investito. In generale è più complesso calcolare l’effetto moltiplicativo generato dai contratti di call option. Ma nel caso specifico del 9 aprile la Reuters, sulla base dei movimenti registrati sul mercato, ha calcolato che la leva finanziaria delle call option Spy, cioè dei fondi che riproducono l’Indice S&P, ha prodotto una moltiplicazione di 10 volte il capitale investito. Chi ha puntato 1 milione di dollari si è ritrovato con 10 milioni e quindi con un profitto netto di 9 milioni. Sta di fatto che quello stesso 9 aprile il Presidente nello studio ovale, presentando alcuni piloti automobilistici al finanziere Charles Schwab, dice: «Oggi lui ha guadagnato 2,5 miliardi di dollari»; poi indicando l’imprenditore Roger Penske: «E lui 900 milioni di dollari. Non è male!». Il caso dei dazi è il più clamoroso, ma siamo solo all’inizio. 

Farmaci: i ben informati

Lunedì 12 maggio il presidente americano, dopo un lungo tiro alla fune, annuncia un accordo con Xi Jinping. Gli Stati Uniti ridurranno i dazi sull’import cinese e la Cina taglierà a sua volta le tariffe sui beni Usa. Wall Street accoglie la notizia con un aumento del 3,3% (indice S&P) e il giorno dopo, martedì 13 maggio, con un altro + 0,7%. Nelle stesse ore si sviluppa un’altra vicenda che fa ballare un comparto specifico dello Stock Exchange: quello dei farmaci. L’11 maggio del 2025 è domenica, il presidente Usa comunica che lunedì 12 avrebbe firmato un ordine esecutivo per ridurre i prezzi dei medicinali tra il 30% e l’80%, imponendo ai produttori di allinearli a quelli applicati dai concorrenti stranieri. Quello stesso giorno le quotazioni dei titoli farmaceutici americani oscillarono parecchio, recuperando sul finale di seduta. Si potrebbe ipotizzare che qualcuno, a conoscenza in anticipo delle intenzioni trumpiane, abbia piazzato ordini di acquisti al ribasso già venerdì 9 maggio, incamerando azioni di società come Pfizer, AbbVie, Eli Lilly, Amgen, Merck che terminarono la giornata di lunedì 12 con ribassi tra il 2,1% e il 4,8%. 

Chi specula sul petrolio

L’altra pista segnata dai dubbi porta alla guerra contro l’Iran. Sabato 21 giugno 2025 Trump decide di attaccare il regime degli ayatollah. Wall Street reagisce in modo positivo: evidentemente gli investitori pensavano che i bombardamenti sarebbero durati poco e non avrebbero ostacolato le forniture di petrolio. Anche in occasione del secondo attacco, sabato 27 febbraio 2026, la Borsa di New York non si scompone. Non si può dire la stessa cosa per ciò che accade lunedì 23 marzoAlle 7.04 Trump posta queste parole su Truth: «Conversazioni molto buone e produttive con Teheran a proposito di una completa risoluzione del conflitto». Il presidente ordina lo stop ai bombardamenti contro gli impianti di energia elettrica iraniani. Il prezzo del greggio crolla del 14%, poi la Borsa riprende a salire e l’indice S&P chiude la seduta con +1,15%. La Bbc ha ricostruito che lunedì 23 marzo, dalle 6.40 alle 6.50 del mattino, il mercato è stato sommerso da 3.818 ordini di futures sul valore del greggio per un ammontare complessivo di 320 milioni di dollari. Nel corso della mattinata il valore dei futures raggiungerà il totale di 580 milioni di dollari. Difficile calcolare quanto hanno guadagnato questi trader super informati. Qualcuno può aver approfittato per vendere petrolio prima della flessione del 14%. Altri possono aver stipulato contratti di vendita futura del greggio a un prezzo superiore a quello acquistato nel corso della giornata con quotazioni decisamente inferiori. In ogni caso, un’onda anomala. 

Lo stesso schema si ripete il 7 aprile. In un solo minuto, tra le 12.24 e le 12.25, sul mercato si assiste a vendite massicce di futures per un valore di 760 milioni di dollari. Alle 12.45 ecco l’annuncio di Trump: «Lo Stretto di Hormuz è tornato navigabile». Più tardi il mondo scoprirà che non è vero, ma intanto il prezzo del greggio crolla dell’11%.
Dall’inizio dell’attacco isarelo-americano all’Iran si contano almeno sei episodi di possibili casi di insider trading. Il più recente, stando ai dati raccolti da Reuters, si è verificato mercoledì 22 aprile: 15 minuti prima che Trump comunicasse il prolungamento della tregua con Teheran, si sono registrate vendite di petrolio al ribasso per 430 milioni di dollari. Un’altra scommessa vinta perché nella giornata il prezzo del greggio è effettivamente sceso da 100,6 dollari al barile a 96,83 dollari.

Le denunce alla Sec

La prima denuncia è firmata da sei senatori democratici, inviata l’11 aprile 2025 a Paul Atkins, presidente della Sec, l’Autorità che vigila sulla Borsa. Quella più recente e circostanziata, datata 24 febbraio 2026, è di due deputati democratici: la vicepresidente della Commissione Servizi finanziari, Maxime Waters e il vicepresidente della Sotto commissione sulla vigilanza e le indagini economiche e finanziari, Al Green. Entrambi chiedono agli organismi di cui fanno parte di avviare un’indagine parlamentare su quanto è accaduto tra la Casa Bianca e lo Stock Exchange di New York nella mattina del 9 aprile 2025, quando l’umore prevalente a Wall Street era piuttosto depresso. Con l’eccezione di alcuni operatori beninformati. Da chi? È la domanda che i parlamentari Waters e Green rivolgono al presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano French Hill, sollecitandolo ad aprire un’indagine. Nella lettera ricordano anche che a distanza di un anno il presidente della Sec, Paul Atkins, grande sostenitore della deregulation più totale e delle criptovalute, non ha fatto nulla. Non ha neanche risposto alla lettera dei sei senatori. 

Fino all’arrivo di Trump alla Casa Bianca la Sec era considerata la più temibile sentinella dei mercati finanziari. Un modello per tutto il mondo. Ma con Atkins alla guida il ruolo della Sec è diventato marginale. L’amministrazione Trump ha tagliato il personale del 17%, compresi gli ispettori investigativi della Enforcement Division. La spesa per finanziare le indagini è stata ridotta del 50%. Va precisato che Trump non può essere accusato di insider trading solo sulla base delle dichiarazioni che incidono sulle quotazioni, poiché sono inevitabili. Serve la prova che il presidente abbia direttamente comprato o venduto titoli prima dei suoi annunci. Tuttavia i parlamentari chiedono di puntare l’attenzione su figure vicine alla Casa Bianca.  

Le scommesse su Polymarket

Infine un fenomeno relativamente nuovo, quello dei siti specializzati nelle scommesse geopolitiche on line. Uno in particolare sta attirando l’attenzione dei media e degli analisti: Polymarket. Fondato nel 2020 a New York, accetta puntate in criptovalute sugli avvenimenti più diversi, dallo sport alle elezioni politiche fino alla durata di una guerra. Il primo caso collegato alle mosse dell’Amministrazione Trump riguarda la cattura del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. Il Presidente americano annuncia il successo del blitz a Caracas con un post alle 10.21 di sabato 3 gennaio. Ma poco prima, Gannon Ken Van Dyke, uno dei militari americani che partecipa all’operazione, aveva puntato da un account anonimo 32 mila dollari sulla piattaforma scommettendo che Maduro sarebbe stato destituito entro la fine di gennaio. Van Dyke, ora sospeso dal servizio, aveva vinto 436 mila dollari.

Uno studio della Columbia University dal titolo «From Iran to Taylor Swift», firmato dai professori universitari Joshua Mitts e Moran Ofir, riassume in modo efficace il quadro delle scommesse su alcuni interrogativi collegati alla guerra contro Teheran. Giusto per fare un esempio. La domanda «Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran entro il 28 febbraio?» ha raccolto puntate per 529 milioni di dollari. La società di analisi Bubblemaps ha notato l’improvvisa comparsa di sei account anonimi sulla piattaforma Polymarket, aperti solo poche ore prima che iniziasse la guerra: hanno tutti azzeccato la risposta guadagnando, complessivamente, 1,2 milioni di dollari. Preveggenza o, più banalmente, frode?
Polymarket non piace a tutti. È stato bandito dai governi di 33 Paesi fra i quali Francia, Italia, Belgio, Germania, Regno Unito. L’amministrazione Trump, invece, ha allentato i controlli sulle attività di questi siti e, guarda la combinazione, Donald Jr., il primogenito del Presidente, ha investito, si stima, qualche milione di dollari in Polymarket, diventandone anche consigliere strategico.


Longevità senza consenso: il paradosso di Giorgia Meloni


Sabato scorso il governo in carica, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana

Longevità senza consenso: il paradosso di Giorgia Meloni

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – Sabato scorso il governo Meloni, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana. Al momento, inoltre, non si vedono ostacoli insormontabili per raggiungere il record di durata, detenuto da Silvio Berlusconi, il cui esecutivo governò ininterrottamente per 1412 giorni. Certo, questo dato sembra quasi paradossale considerando il contesto storico: Giorgia Meloni festeggia un grande risultato di longevità in un momento in cui le leadership sembrano consumarsi con una velocità inedita. I cicli delle leadership politiche sono storicamente stati lunghi: da Craxi a Berlusconi, molti grandi leader sono stati sulla cresta dell’onda per un periodo importante, ma negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un’opinione pubblica in rapido movimento, mutevole, capace di farsi sedurre rapidamente da leader abbandonati poco dopo. RenziSalviniDi Maio: sono molti gli esponenti politici la cui grande popolarità si è consumata in un arco temporale breve. Come Icaro, si sono avvicinati troppo al sole, bruciando rapidamente il proprio consenso. Giorgia Meloni, invece, pur indebolita, rimane al timone.

Ci sono diversi motivi che spiegano questo risultato e l’avvicinamento al primato di durata berlusconiano.

Il primo è legato alle rigide gerarchie della coalizione di centrodestra: nessuno mette in discussione il ruolo di partito-timone di Fratelli d’Italia, e l’assetto della coalizione, ad eccezione dello strappo vannacciano, è rimasto solido. I partiti conservatori in questo paese sono inoltre meno “scalabili” dalla propria classe dirigente, e rientrano spesso nella fortunata definizione di Fabio Bordignon di “partito del Capo”, leaderistici e verticali.

Inoltre, storicamente, il centrodestra si è mostrato più disciplinato e coeso rispetto all’alleanza progressista: non è un caso che sabato l’esecutivo abbia superato al secondo posto il governo Berlusconi IV, e che al primo posto permanga il Berlusconi I.

Va anche sottolineato come il consenso nei confronti del governo e della coalizione meloniana sia calato in questi anni, in modo costante e netto ma meno rapido rispetto ad altre situazioni. Questo fatto, sommato a un’opposizione piuttosto divisa nei primi anni, ha generato una pressione limitata dell’opinione pubblica nei confronti del governo, aumentata solamente negli ultimi mesi, dalla campagna referendaria in poi.

Dunque, Meloni e il centrodestra possono festeggiare un traguardo di stabilità importante e puntano a stabilire un nuovo record.

Tuttavia, la longevità, di per sé, non è una vittoria: le elezioni politiche non premiano chi resiste, ma chi convince.


Fenomenologia dei popoli europei


Come è pressoché impossibile sfilarsi dalla propria storia e dalla propria cultura, se non lo si vuole davvero

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Partiamo da un’ammissione di colpa: questo articolo farà uso di luoghi comuni. Molti luoghi comuni. Non certo per pigrizia intellettuale – non solo – ma perché, come ha detto qualcuno di molto più saggio di me, non c’è niente di più vero di un luogo comune.

Detto questo, chiariamo subito una cosa: l’idea romantica di nazione è una bugia bellissima. Una di quelle bugie che hanno prodotto cattedrali, eserciti, poesie epiche e un numero imbarazzante di conflitti armati. E di morti. L’identità nazionale è una costruzione – spesso arbitraria e storicamente contingente: non va certo ricordato a un siciliano doc come me. Eppure, nonostante tutto, i francesi restano francesi, i tedeschi tedeschi e gli italiani italiani. Una coerenza quasi irritante, se si pensa allo sforzo – troppo spesso retorico – di superare le nazionalità per approdare all’anello successivo: l’Europa, questa sconosciuta e spesso disconosciuta. Alla fine, nel dibattito pubblico, a tornare alla ribalta sono sempre le singole nazioni, con le loro peculiarità, le loro specificità e i loro retaggi spesso pericolosi.

A noi, in questo piccolo saggio, più che il confine o il dato anagrafico, ci interessa più che altro il “sentire” delle nazioni, la loro “essenza”. Quella cosa impalpabile, che però si percepisce, perché potente e che fa sì che Goethe non sarebbe potuto nascere in Inghilterra; o che, per lo stesso motivo, nemmeno per sbaglio Macchiavelli avrebbe potuto avere natali scandinavi. E che Marx, paradossalmente, non sarebbe potuto essere che tedesco. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto, c’è un pregiudizio che bisogna sgomberare fin da subito: quello che i tedeschi non sono – come spesso li si dipinge – un popolo razionale. Ma sono, quanto meno, un popolo profondo. Ed è importante stabilire questo, almeno per una questione di metodo. Dal momento che la Germania, compressa a ovest e a sud dalla latinità, a est da una pletora di popoli slavi, e a nord dai cugini vichinghi, è stata spesso l’ago della bilancia storico e culturale dell’Europa. Specialmente negli ultimi due secoli.

La filosofia germanofona ha intanto prodotto due delle tradizioni di pensiero più potenti e opposte della modernità: l’Idealismo e il Marxismo. In apparenza, un paradosso. In realtà, due facce della stessa medaglia. Sia Hegel che Marx condividono un’urgenza totalizzante, una fame di sistema, un bisogno di spiegare tutto: storia, spirito, contraddizioni, destino dell’umanità, dentro a una cornice unitaria e coerente. Per loro non basta capire una parte delle cose. Per poter andare avanti bisogna capire il Tutto. Possibilmente subito e magari in un solo volume molto denso. La storia della filosofia tedesca è piena di mattoni di questo tipo: da Hegel a Fichte, da Schelling a Nietzsche, passando per Schopenhauer, il più simpatico del gruppo.

Ora, anche attualizzandolo, il fil rouge dello spirito tedesco, non è mai la logica, ma la totalità, la regola per la regola. Un esempio da manuale: la rigidità della cancelliera Merkel alle prese con l’austerità politica del 2010, nel salvataggio della Grecia. Mettere “ordine nel caos”, costi quel che costi, solo per i più ingenui può essere scambiata per ragione. Invece è piuttosto “l’anima romantica” tedesca applicata alla filosofia e quindi alla realtà. Distillato puro di germanesimo.

Certo, Kant che era tedesco, è l’eccezione che conferma la regola. Vive a Königsberg in uno splendido isolamento che rasenta il misticismo del quotidiano e costruisce un sistema filosofico che, al contrario dei suoi successori idealisti, pone dei limiti alla ragione. Cosa possiamo conoscere? Fin dove possiamo spingerci? Kant è illuminista, figlio di un’epoca che guardava a Parigi e a Londra. È, in un certo senso, un tedesco che ha deciso di non esserlo del tutto. E infatti i suoi successori romantici non gliel’hanno mai perdonato: hanno preso la sua Critica della ragion pura e l’hanno usata come trampolino per saltare esattamente dove lui aveva messo il cartello “vietato l’accesso”.

E così, mentre a Parigi si decapitavano re in nome della Liberté, Egalite e Fraternite’, a Jena, a Gottinga, a Weimar si costruivano sistemi filosofici in nome dello Spirito. Due risposte diverse alla stessa domanda: cosa significa essere liberi? I francesi hanno risposto facendo le rivoluzioni rumorose e tagliando un po’ di teste, in nome della libertà. I tedeschi hanno scritto trattati di mille pagine prima e poi, interpretando un po’ troppo alla lettera quello che qualcuno di loro aveva messo per iscritto. E durante il nazismo la storia ha parlato per loro.

A proposito di filosofia, la Francia moderna nasce da un atto filosofico. C’è un uomo, all’inizio del Seicento, che decide di ricominciare tutto da capo. Butta via secoli di tradizione scolastica, di teologia, di aristotelismo e comincia a dubitare di tutto. Di tutto, tranne di una cosa: che sta dubitando. Cogito ergo sum. Penso, dunque sono. Cartesio fonda la filosofia moderna, e nel farlo fonda anche qualcosa di francese: l’idea che la ragione sia il punto di partenza imprescindibile, e non di arrivo.

La Rivoluzione francese è il Cogito applicata alla politica. Cioè il grado zero. In suo nome, si butta via tutto – il re, la nobiltà, il calendario stesso – e si ricomincia daccapo. Anno I. Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Certo, il fatto che la cosa sia degenerata abbastanza in fretta in un bagno di sangue è un dettaglio che i francesi preferiscono non approfondire troppo, ma la struttura intellettuale rimane. Da allora, la Francia ha una certa allergia a farsi abbindolare dai totalitarismi. Non è immunità – il collaborazionismo di Vichy è una dolorosa eccezione – ma è una resistenza culturale profonda all’idea che qualcuno possa sospendere la ragione in nome di qualcos’altro.

La filosofia francese – da Descartes a Voltaire, da Rousseau a Sartre, da Foucault a Derrida – è infatti quasi sempre una filosofia critica. Una filosofia che smonta, che interroga, che relativizza. I tedeschi costruiscono sistemi spesso incomprensibili. I francesi li decostruiscono. Probabilmente è il loro modo di amare la ragione: litigandoci ma alla fine facendo sempre pace. Ma solo dopo aver bloccato, per l’ennesima volta, mezza Parigi con un nuovo sciopero e dopo aver minacciato, stavolta metaforicamente, il taglio delle teste dei ministri.

Il risultato è una Francia che, pur con le sue derive – e Bardella e Le Pen non sono certo philosophes illuminati – mantiene una certa lucidità nell’autoanalisi. E si spera che, alle ormai prossime presidenziali, gli illuministi veri riescano ancora a contarsi almeno uno in più dei loro avversari.

Al di là della Manica, gli inglesi non hanno fatto una rivoluzione: ne hanno fatte due. Eppure restano così discreti sulla faccenda che, a sentirli, sembrerebbe quasi se le siano dimenticate. Le loro rivoluzioni sono state silenziose, quasi indolore, senza guillotine e senza Terrore. Con un accordo. Un documento. Quasi un gentleman’s agreement. Non a caso gli inglesi hanno inventato la democrazia liberale come si fa quando si mette su un club privato: con regole non scritte, precedenti storici e una certa diffidenza verso chi urla troppo. Sotto il regno del magnifico understatement tutto britannico.

Locke e Hume non sono un caso. La filosofia anglosassone ha un certa affezione, per così dire, al detto di san Tommaso apostolo: “credo solo se vedo”. È infatti empirista per vocazione: parte dai fatti, non dai principi. È induttiva mai deduttiva. Parte dall’esperienza, non dall’idea. Hume arriva persino a dubitare della necessità della causa-effetto, mettendola in dubbio, come se dire «forse il sole non sorgerà domani» fosse una questione da discutere davanti a un tè, non una crisi esistenziale. Ecco, anche Hume non sarebbe potuto essere che inglese, anzi pardon, “scozzese fino al midollo” come amava ricordare lui.

Per lo stesso ordine di principi, il liberalismo non può che nascere in Inghilterra, protetta dal suo splendido isolamento. Inghilterra che non si è mai sentita parte di nessun continente o meglio, si è sentita al centro di tutto mantenendo però le distanze con tutti. E in effetti, a ben vedere, gli inglesi guardano dall’altro lato della Manica come si guarda un parente un po’ stravagante: con un certo affetto, con sufficienza e una certa preoccupazione.

La Brexit è, in fondo, il gesto più inglese della storia recente: come dire “ragazzi, e’ stato un piacere, ci siamo divertiti, ma ora torniamo a casa nostra”. Certo, Nigel Farage di Reform UK è grottesco, ma è grottesco in modo strambo, perfettamente inglese: populista, eccentrico, ma con un bicchiere di birra in mano e un’aria da svampito in uno sperduto pub di contea. Niente uniformi, niente torce. Solo indignazione e fiumi di birra.

Se Goethe non sarebbe potuto nascere in Inghilterra, o Locke in Germania, di certo Macchiavelli non poteva essere britannico. E ci sta tutto. L’Italia è il paese che ha dato al mondo poeti santi e navigatori. Ma certo non è la terra di grandi pensatori, con l’eccezione del già citato – spesso bistrattato – Machiavelli e certo di alcuni altri, come Bruno, Vico, Croce e probabilmente qualche altro che dimentico colpevolmente … C’e da credere che qua da noi i filosofi abbiano capito l’antifona: che si fa una gran caciara attorno ai pensatori ma poi finiscono al peggio per essere bruciati, derisi quando va bene e inascoltati quando gli va di lusso. Non è un caso che la tradizione filosofica italiana tenda all’idealismo, come quella tedesca, ma senza la disciplina germanica. Un idealismo barocco, shue’ schue’, spesso magnifico nella forma e caotico nella sostanza.

Il fascismo italiano è un caso di studio che i politologi di tutto il mondo continuano a frequentare con un misto di sinistra fascinazione e profondo orrore. Non è nato dal niente: è nato da una cultura che aveva una certa propensione per il grande gesto dannunziano, il capo carismatico, la lealtà quasi medievale del gregge, la retorica del sangue e della terra, ma filtrata attraverso la latinità, cioè senza la sistematicità tedesca. Il fascismo italiano era, in un certo senso, un romanticismo decaduto. Grandioso nelle intenzioni, tragicomico, quasi fantozziano nell’esecuzione. Mussolini parlava dal balcone come la caricatura stanca di un comico – viene in mente lo splendido Palmiro Cangini di Zelig, ma in versione malvissuta, tragicomica, da palcoscenico di un teatro‑tenda. Hitler, al contrario, teneva comizi oceanici con la postura dell’ingegnere capo che illustra un progetto ai suoi adepti. È lì che si vede la distanza fra i due idealismi: uno grottesco e teatrale, l’altro tecnico, totalizzante, quasi liturgico.

Di riporto, la cosa più inquietante di quest’Italia unita suo malgrado non è la presenza di partiti autoritari o sovranisti – Fratelli d’Italia o la Lega – fenomeni europei con equivalenti ovunque, e per questo non meno preoccupanti nelle loro derive. È più che altro l’incapacità strutturale di fare i conti con il passato. Quando il presidente del Senato, seconda carica dello stato, onorevole Ignazio La Russa, a pochi giorni dal 25 aprile, prova a mettere sullo stesso piano i partigiani della Liberazione e i combattenti della Repubblica di Salò, non sta facendo storia revisionista: sta facendo psicoanalisi involontaria. Sta cioè mostrando una ferita che non si è mai cicatrizzata. Parafrasando un Nanni Moretti d’annata: rossi e neri tutti insieme, come se fossimo in un film di Alberto Sordi.

D’altra parte, il sistema politico italiano ha sempre premiato le polarizzazioni. La Prima Repubblica era un bipolarismo congelato: DC contro PCI, Occidente contro Est, con la Democrazia Cristiana eternamente al governo grazie alla paura del comunismo. La Seconda Repubblica ha replicato lo schema con attori diversi. L’italiano, forse, non si sente a suo agio al centro: o è molto di qua, o è molto di là. Chissà. Forse è un riflesso del paesaggio stesso ? Montagne impervie, vulcani minacciosi, isole isolate… Ma certamente molte delle colpe stanno nella sua storia irrisolta.

In merito a questo problema, la Spagna ha invece un vantaggio che non sembra un vantaggio: il franchismo è caduto solo nel 1975. Troppo vicino per dimenticarlo, troppo recente per ridurlo a dato storico neutro. Quella data è ancora nella memoria biologica di molti spagnoli vivi oggi: chi aveva vent’anni nel 1975 ne ha settanta adesso. Il franchismo non è un libro di storia, bensì un ricordo di famiglia.

Questo crea un meccanismo di difesa culturale che i paesi con traumi più lontani non hanno. Così, quando l’estrema destra di Abascal, Vox, avanza – e avanza, in alcune regioni con numeri preoccupanti – c’è una parte dell’elettorato spagnolo che non vota contro Vox per convinzione liberal-democratica astratta: vota contro Vox perché ricorda cos’è successo l’ultima volta. La memoria come anticorpo. Non è la forma più nobile di democrazia, ma pare funzioni.

Il Don Chisciotte è d’altra parte, il libro spagnolo per eccellenza non perché gli spagnoli siano degli ingenui idealisti, ma perché meglio di altri comprendono la differenza che corre tra i mulini a vento e i giganti. Perché lo hanno imparato a caro prezzo sulla loro pelle.

Per finire questa fenomenologia: gli americani. Gli americani non sono europei con più spazio, come amava dire qualcuno. Sono qualcosa di diverso: sono europei che hanno deciso di dimenticare di esserlo. La psicologia americana è fondata su un mito fondativo che non ha equivalenti in Europa: il pioniere. L’uomo che parte, che apre, che costruisce dal nulla. Il self-made man. Il futuro come promessa sempre rinnovabile.

C’e’ un riflesso importante nella storia di Israele, per lo meno in alcune sue componenti estremiste, che si richiama allo stesso identico principio del pioniere americano alla conquista del FarWest. Lo sta dimostrando in tutte le sue nefandezze il governo Netanyahu. In questo e non a caso, l’America di Trump che l’appoggia, si riconosce pienamente.

E intanto che la cara vecchia Europa porta il peso della storia come un vecchio cappotto – pesante, logoro, impossibile da togliersi – l’America ha cercato di sfilarselo e a procedere ora senza. In un certo senso, ci è riuscita. In un altro senso, il cappotto lo indossa ancora, solo che non lo chiama più storia: lo chiama, con un certo disprezzo, zavorra.

Coerentemente, il pragmatismo americano – James, Dewey, Peirce – è la filosofia di un paese che non ha tempo per i sistemi filosofici. Non chiederti se la verità esiste in sé: chiediti solo se funziona. Una teoria è vera se produce risultati. Stop. È una filosofia da ingegneri, da costruttori, da gente che deve far funzionare le cose. Magnificamente efficace e, allo stesso tempo, quasi commovente nella sua cecità per tutto ciò che non si può misurare.

Trump d’altra parte non è un’anomalia americana: è lui stesso un’americanata all’ennesima potenza. Nel senso più letterale. È il self-made man diventato presidente, il businessman che entra in politica perché la politica è solo un altro settore da conquistare. In questo senso, il trumpismo non poteva che succedere in America. Ma l’inquietante non è solo Trump: è scoprire che il sistema si scopre debole, senza anticorpi e non all’altezza delle derive autoritarie.

Per finire. C’era un vecchio sogno illuminista – e Kant ne era il profeta più sobrio – secondo cui la ragione avrebbe potuto, col tempo, sciogliere le catene della tradizione, del pregiudizio, del sangue e della terra. Che l’umanità sarebbe diventata, gradualmente, un po’ più universale e un po’ meno tribale.

Non è andata così. O meglio: è andata così in parte, nei modi più inaspettati, e nel frattempo le identità collettive hanno trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuovi algoritmi attraverso cui riprodursi.

I partiti nazionalisti crescono ovunque in Europa, con una velocità e coerenza che fa riflettere, oltre che tremare. Ma non crescono perché la gente ad un tratto è diventata più stupida. Crescono perché l’identità è un rifugio reale, quando le istituzioni – la politica – smettono di rispondere. E se le risposte non arrivano, non c’ è quasi mai partita: vince chi urla più forte.

La domanda finale non è se possiamo sfilarci dalla nostra storia e dalla nostra cultura. Certo che possiamo farlo, siamo esseri umani e, come tali, straordinariamente adattabili. E poi la storia è piena di conversioni, di migrazioni, di contaminazioni felici. Il punto è se lo vogliamo davvero. E la risposta, guardando l’Europa del 2026, è: non ancora. E non abbastanza.


Com’è triste Venezia!


(di Marcello Veneziani) – Venezia è il posto giusto per celebrare la tragedia e il carnevale, la città più fascinosa e tenebrosa del mondo, che odora di mare e di decadenza, di maschere e di tristezza. Morte a Venezia, se volete andare sull’ovvio letterario-cinematografico, tra Thomas Mann e Luchino Visconti. O variante mortifera, la tragedia di Anonimo Veneziano, nel suo cammino a ritroso dal film di Enrico Maria Salerno al libro di Giuseppe Berto. Ad accompagnare la tragica storia, la musica di Alessandro e Benedetto Marcello. O l’accorato Aznavour di Com’è triste Venezia. Due anni dopo quell’immagine si fece realtà col funerale in gondola di Ezra Pound. Presagi simbolici.

A Venezia sono state combattute nei mesi scorsi due guerre d’indipendenza: una ancora in corso, alla Biennale con Pietrangelo Buttafuoco che nel nome dell’universalità dell’arte come zona franca rispetto ai conflitti, aveva riammesso i russi nel loro padiglione e dunque nella rassegna (salvo poi interdire i premi a Russia e Israele). Una guerra logorante, con il ministro amico che diventa nemico, su mandato del governo amico che diventa nemico, a sua volta su mandato dell’Europa e del suo socio onorario Zelenskij. Alla fine l’autonomia della Biennale è stato l’alibi per condannare senza intervenire, anche se i fondali di Venezia sono ancora agitati pesantemente di pressioni sub lagunari, incursioni sottomarine di ogni tipo. La Biennale è autonoma, non possiamo farci nulla, però magari se Buttafuoco si dimettesse… È autonoma la Biennale ma noi gli togliamo i soldi, dice la coraggiosa UE col consenso della coraggiosa Italia finto-sovranista. Soldi alle armi, basta con l’arte…

È autonomo, non possiamo farci niente, è la stessa parola usata dal governo anche nell’altra guerra d’indipendenza, perduta l’altro giorno, da Beatrice Venezi, nominata col plauso del governo e defenestrata, prima di insediarsi, col plauso del governo. Lo ha deciso il Sovrintendente ma come dice in falsetto il ministro, pure lui è autonomo (tié). Come ricorderete, la Venezi era stata nominata alla guida dell’orchestra della Fenice ed era oggetto di linciaggio da diversi mesi. Non entriamo nel merito della nomina, non abbiamo i titoli per giudicare, dicemmo allora e diciamo ancora; può darsi che il modo di nominarla sia stato scorretto, ma in questo caso a dimettersi avrebbe dovuto essere colui che l’ha malamente nominata, e invece ora è lui stesso, il Sovrintendente, a licenziare la Venezi. Notammo agli inizi solo una cosa: che da giovane promessa di talento, la Venezi diventò di colpo abusiva, incapace, inadeguata dopo si era schierata a favore del governo Meloni, accettando un incarico ministeriale. Ora, come se volesse lei stessa liberarsi dal linciaggio e dalla graticola al suo avvento sul podio, ha svelato il nepotismo degli orchestrali, con i posti che si tramandano di padre in figlio. Guai a dirlo, sei licenziata. Cioè finalmente libera. In effetti, quando la situazione s’incattivì, era difficile trovare una via d’uscita: se ti dimetti dai ragione a loro, se non lo fai ti renderanno la vita impossibile. Meglio sperare in un incidente e poi dire che è impossibile lavorare, mi boicottano, me ne vado. Ma la provvidenziale polemica a distanza ha prevenuto l’agonia, e lei è stata licenziata col plauso dello stesso governo che l’aveva voluta. Si chiude la storia grottesca, tutti felicemente scontenti, giustizia è sfatta.

Resta però di queste due vicende e di una serie di altri fatti e misfatti, nomine e tagli, schermaglie e dimissioni di ministri, giri di sottosegretari, e tante tante polemiche, un solo, preciso responso: l’incompatibilità tra cultura e potere e in particolare tra governo meloniano e cultura. Dove arriva il potere la cultura arretra, perde, si infogna. Dove arriva il potere la qualità, il merito, il talento vengono negati o rinnegati, e così la libertà, la dignità, la coerenza, i valori e i valorosi. Il governo Meloni nella cultura come la fa sbaglia, sbaglia sempre, anche quando non sbaglia (è raro ma succede).

Ma facciamo un passo avanti, lasciamo da parte protagonisti e antagonisti, comparse e registi, figuranti e servi, e addentriamoci nel tema di fondo.

Sul piano politico, imperversa da anni una disarticolata ma persistente egemonia ideologica in molti ambiti culturali, legata a piccole, livorose sette di sinistra: egemonia non di contenuti ma di contenitori, non di idee ma di veti, non di intelligenze ma di satrapie e giannizzeri. E dall’altra parte, assistiamo al fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di alcun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali. Un fallimento su tutte le ruote: nella scelta degli uomini, nella difesa dei medesimi, nel comportamento di molti dei nominati, nella loro propensione a compiacere gli avversari per garantirsi la sopravvivenza; nell’assenza di strategia, di contenuti e di profilo culturale. Un disastro su tutta la linea. Conoscendo l’ignoranza, l’incompetenza, l’incapacità di sostenere una linea, una nomina, una decorosa coerenza, ripeto il consiglio dato tempo fa: fate come i democristiani, lasciate il campo, non è cosa vostra, occupatevi dei margini, delle bucce, non della polpa, mai dei contenuti e dei criteri di selezione. Non nominate nessuno invano, perché di solito sbagliate, e poi non siete in grado di difenderlo né di adottare una strategia culturale; anzi, i primi a farli pentire di aver accettato e magari richiesto la nomina, sono proprio coloro che li hanno nominati. Il disastro si estende dalla cultura alla comunicazione, include la Rai.

La risacca riporta a riva rottami, detriti, immondizie, arrampicatori. Plebe in alto e plebe in basso, direbbe Zarathustra. La politica ormai da tempo si è separata dalle idee, dalla storia, dal futuro e gestisce solo il presente occupandosi solo della propria durata al potere, perciò farebbe bene a ignorare la cultura, starne alla larga e non sbarcare a Venezia ma fermarsi a Mestre. Cosa dovrebbe fare invece la cultura, cioè gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali, a partire da quelli ancora targati? Starne alla larga pure loro. Se decidi di sporcarti pur di incidere, fare qualcosa, lasciare un segno, stai sicuro che il segno non te lo fanno lasciare, e ti resta solo lo sporco. Allora cosa puoi fare? Metterti all’opera, dimostra lì il tuo talento e la tua voglia operosa, anche perché di quel che fai nel tuo campo ne rispondi solo tu, non puoi accampare pretesti o alibi. Se sei scrittore scrivi, se sei pensatore pensi, se sei artista dipingi, reciti, suoni. Mi rendo conto che è un po’ più difficile per un direttore d’orchestra mettersi in proprio e fare orchestra e coro da solo. Ma in generale realizzate le vostre opere, lasciate stare i posti di comando. E se vi imbattete nel potere? Non fate come Platone, Aristotele, Virgilio, Seneca, non mettetevi al suo servizio. Fate piuttosto come Diogene che davanti ad Alessandro Magno che si parava davanti a lui, chiedendogli cosa potesse fare per lui, rispose semplicemente “Scostati dal sole”. Levati di mezzo per non dire peggio, non farmi ombra, non intrometterti tra me e la luce, lascia che la mia libertà, povera ma ricca, non venga adombrata da te e dal potere. Passate al bosco, come Jünger, navigate in mare, scegliete l’aria aperta, la luce, il mondo, la natura. Il potere non è cosa vostra, e solo in ciò che realizzerete nel vostro campo “si parrà la vostra nobiltate” (si misurerà il vostro talento). Alla larga.


L’Italia crolla nella classifica della libertà di stampa


La segretaria del sindacato unitario dei giornalisti ha ricordato che quelli vivi “attendono da anni un provvedimento sull’equo compenso, la cancellazione del carcere per la diffamazione e una norma contro le querele temerarie”

(ilfattoquotidiano.it) – Solo tre giorni fa Reporters Sans Frontières ha annunciato che l’Italia è ulteriormente scesa nella classifica internazionale della libertà di stampa, scivolando al 56esimo posto dal 49esimo del 2025. Non proprio di buon auspicio per festeggiare la Giornata mondiale ad hoc, che cade il 3 maggio e da quest’anno in Italia è anche Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La maggioranza che sostiene il governo Meloni ostenta emozione e commozione per i reporter “uccisi dalle mafie, dal terrorismo, dalla criminalità, dalla guerra, da chi voleva spegnere una voce libera”.

La stessa premier il 29 aprile, giorno del via libera del Senato al ddl che istituisce la giornata, ha reso omaggio a “uomini e donne che hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare”. Salvo, il giorno dopo, sbottare contro un giornalista reo di averle fatto una domanda sul caso Minetti invece di chiederle del piano casa come da suoi desiderata. Risposta aggressiva subito censurata dall’Usigrai, che ha fatto notare come “non sia accettabile che un’alta ‘carica dello stato’ definisca una domanda ‘campata in aria’” e l’atteggiamento d’insofferenza verso i giornalisti sia “diventato preoccupante”.

Il sindacato unitario dei giornalisti italiani, Fnsi, ha apprezzato l’istituzione della giornata ma la segretaria Alessandra Costante ha ricordato che “i giornalisti vivi attendono da anni un provvedimento sull’equo compenso, la cancellazione del carcere per la diffamazione e una norma contro le querele temerarie“. Oggi costante ha aggiunto: “Ci sono tanti altri modi per uccidere la libertà di stampa. E l’Italia, purtroppo, con la sua 56/a posizione (in costante caduta libera), lo sa bene: minacce, intimidazioni, querele bavaglio, liti temerarie, carcere in caso di condanna per diffamazione. Manca ancora il recepimento del Media Freedom Act, che tutela i cronisti e le loro fonti oltreché la televisione pubblica dalla pervasività della politica” E poi lo sfruttamento economico: lavoratori autonomi, circa il 60% della forza lavoro oggi, che hanno retribuzioni vergognose, non degne di un paese civile. Ma anche l’impoverimento della professione per via del mancato rinnovo del contratto Fieg (scaduto da 10 anni) – fa notare ancora la segretaria Fnsi – parla di libertà di stampa in pericolo e del tentativo degli editori di limitare tutti quegli istituti contrattuali posti a tutela dell’indipendenza dei giornalisti da qualsiasi influenza esterna, ma anche interna alle redazioni. Dignità dell’informazione significa difendere tutti i diritti, dei giornalisti di oggi e di quelli di domani”.

“Giustissimo celebrare i caduti, ma la scelta della data è un errore – ha commentato dal canto suo il presidente della Federazione della stampa, Vittorio di Trapani -. Il messaggio che passa è che la libertà di stampa da celebrare è quella dei giornalisti uccisi e quella rivendicata dai giornalisti vivi la oltraggiamo”.


Nordio fa causa a Ranucci. Pronta l’azione risarcitoria contro il conduttore di Report


Secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate del ministero della Giustizia, il ministro sarebbe pronto a promuovere un’azione risarcitoria in sede civile contro Ranucci per le dichiarazioni rese a Rete 4 sulla presenza di Nordio al ranch di Cipriani, compagno di Minetti, in Uruguay. La Rai sarebbe intenzionata a non fornire alcuna tutela legale al giornalista

Immagine di Nordio fa causa a Ranucci. Pronta l’azione risarcitoria contro il conduttore di Report

(di Ermes Antonucci – ilfoglio.it) – Secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate del ministero della Giustizia, il ministro Carlo Nordio sarebbe pronto a promuovere nei prossimi giorni un’azione risarcitoria in sede civile nei confronti di Sigfrido Ranucci, per le dichiarazioni rilasciate dal conduttore di Report al programma “È sempre Cartabianca”, su Rete 4, sulla possibile presenza del ministro nel ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Nell’istanza di risarcimento si farà riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del Guardasigilli prodotto dalla diffusione di notizie non ancora verificate, in violazione del Codice deontologico dei giornalisti italiani, che prevede l’obbligo per i giornalisti di verificare l’attendibilità delle informazioni raccolte prima di diffonderle. Le somme eventualmente ottenute all’esito dell’azione risarcitoria saranno devolute in beneficenza.

Era stato peraltro lo stesso Ranucci ad ammettere di aver diffuso una notizia non ancora verificata. “Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando”, ha affermato martedì scorso il conduttore di Report ospite del programma di Bianca Berlinguer. Il riferimento è alla vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti, compagna di Cipriani. Ranucci ha lasciato intendere che Nordio, mentre seguiva la pratica da trasmettere al Quirinale per chiedere la grazia per Nicole Minetti, sarebbe andato nel “ranch” dove Minetti vive con Giuseppe Cipriani. Pochi minuti dopo il ministro Nordio è intervenuto telefonicamente in diretta per smentire la ricostruzione ipotizzata dal conduttore di Report. “I primi di marzo di quest’anno ero impegnato in campagna elettorale per il referendum”, ha spiegato.

Un viaggio in Uruguay, località in cui Cipriani e Minetti vivono, risale a un anno fa. In quell’occasione, tuttavia, il ministro ha riferito di non avere incontrato l’ex consigliera graziata da Mattarella e il suo compagno: “Sono stato in Uruguay e in Argentina per una breve missione ufficiale per accordi governativi, non ricordo se l’anno scorso o due anni fa. Ma escludo in via assoluta di avere mai incontrato questi signori o di essere mai entrato nei loro ranch, case o abitazioni. Non so da dove escano queste follie inventate di sana pianta”.

In seguito alle dichiarazioni rilasciate a “E’ sempre Cartabianca”, come anticipato dal Foglio, la Rai ha inviato una lettera di richiamo a Ranucci. Nella lettera di richiamo, firmata dal direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, si contesta a Ranucci di non aver rispettato “i principi di correttezza dell’informazione, verifica delle fonti e tutela della reputazione dei soggetti coinvolti, a maggior ragione quando si tratta di esponenti istituzionali”. Regole che valgono anche quando un dipendente è ospite di altre emittenti. Corsini ha contestato, come alcune dichiarazioni, “anche formalmente smentite in diretta dal diretto interessato”, “per le modalità approssimative con cui sono state formulate”, rischino di esporre Ranucci e l’azienda “a possibili conseguenze, quantomeno sul piano reputazionale”. Infine Ranucci avrebbe violato la liberatoria della Rai che gli aveva concesso di parlare esclusivamente del suo libro.

La Rai appare intenzionata, anche se nella lettera non si fa menzione di questo aspetto, a non fornire alcuna tutela legale, proprio perché ritiene che non siano stati rispettati i principi di correttezza che devono seguire i dipendenti del servizio pubblico. Dunque Ranucci, se venisse condannato a risarcire Nordio, sarebbe costretto a pagare di tasca sua.