Il 95 per cento dei Comuni è esposto a rischi idrogeologici e abbiamo il record europeo di crolli. Serve un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose. Non possiamo ingessare il territorio

(Mario Tozzi – lastampa.it) – La frana di Niscemi non è soltanto l’ennesimo fenomeno naturale che diventa catastrofe solo per colpa di noi sapiens. È anche la rappresentazione plastica e simbolica di un intero Paese esposto a ogni tipo di evento naturale e assolutamente impreparato culturalmente a incorporare il rischio nei propri orizzonti quotidiani. Ma perché l’Italia è così fragile? Quali sono i rischi naturali maggiori e in quali territori colpiranno più duramente? Cosa possiamo mettere in pratica per mitigare quei rischi e avventurarci, con un margine di sicurezza decente, in un futuro incerto?
Alla base del rischio naturale c’è la costituzione del territorio: l’Italia è un Paese geologicamente giovane e particolarmente attivo, fatto di rocce spesso friabili, molli che compongono pianure, colline e parte delle catene montuose. Il paesaggio italiano è un paesaggio sismico, perdipiù fatto di rocce vulcaniche, argille instabili, sabbie poco coerenti, alluvioni e frane. Ma proprio per questa ragione di fondo avremmo dovuto comportarci diversamente: su un territorio di questo genere (simile, in Europa, solo a quello dinarico-albanese-greco o, in parte, spagnolo) si doveva costruire solo sulle rocce dure e stabili e allargarsi il meno possibile. Come facevano i romani antichi, che non a caso, almeno all’inizio, evitavano di vivere stabilmente nelle valli, ma preferivano i Sette Colli, o come facevano i genovesi del XVII secolo, che a Marassi non costruivano nemmeno una capanna. Non che questa antica sapienza abbia sempre evitato disastri, ma, almeno, era una forma di pianificazione intuitiva decente.
A questo fattore di fondo va aggiunto ciò che gli italiani hanno combinato, lasciandosi andare a un furore costruttivo per la verità molto antico (ai Campi Flegrei ci andavano in villeggiatura gli imperatori romani), ma che oggi non può più annoverare l’ignoranza fra le motivazioni. In Italia si consumano oggi 2 mq/secondo di territorio, ma in passato il consumo è stato anche più elevato: talvolta la sola Sicilia ha divorato in un anno la stessa quantità di suolo dell’intera Gran Bretagna. Molte di queste costruzioni recenti sono abusive, addirittura più del 50% nella regione Campania. Quasi nessuna viene abbattuta, nemmeno nelle regioni dove il rischio lo creano proprio quelle stesse costruzioni. Un popolo di muratori incurante di dove appoggiassero le fondamenta, ammesso che fossero sempre contemplate. E un popolo di bonificatori che ha annullato stagni e paludi e tombato fiumi e torrenti come se non ci fosse un domani.
Il 95% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana e alluvione: basterebbe questo dato per comprendere come mai registriamo il record europeo di frane. E raccomandare a otto milioni di connazionali di guardare con una certa attenzione le previsioni del tempo e l’andamento del clima. Il rischio è il prodotto della pericolosità per la vulnerabilità e per l’esposizione, dunque insieme agli eventi violenti e al surriscaldamento climatico, bisogna aggiungere l’aver costruito nei luoghi meno adatti, spesso abusivamente e sempre senza pianificazione. Oggi le tempeste sono diventate più violente e concentrate, registriamo mareggiate eccezionali e, alla fine delle perturbazioni, il territorio frana spettacolarmente a valle in tutto l’Appennino, in particolare quello meridionale, in Emilia, Trentino, Veneto, Marche, Lucania, Calabria e Sicilia. Una menzione particolare per la Sardegna, che sarebbe un territorio meno soggetto, ma dove siamo riusciti nel miracolo di costruire interi quartieri dentro gli alvei (Olbia) ritenuti, chissà perché, secchi per sempre.

C’entra la crisi climatica? Certo che sì: più calore significa più energia termica e più vapore acqueo, come a dire più combustibile e più materiale da bruciare. Ciò si traduce in una maggiore profondità degli effetti degli eventi e piogge di 400-500 mm in poche ore che insistono su un territorio reso impermeabile da asfalto e cemento. E in cui non si è affatto tenuto conto che i letti dei fiumi sono più ampi dell’acqua che portano e che vanno lasciati liberi il più che si può. Le stesse piogge che vanno ad alimentare le frane successive in un circolo micidiale che non trova alcun argine in quegli elementi naturali come paludi e foreste ormai quasi totalmente cancellate dalla penisola.
Per questo rischio le opere servono a poco: gli argini nelle città, qualche opera di difesa in ingegneria naturalistica, le casse di espansione strettamente dove serve. Ma il comportamento da adottare sarebbe di fare un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose, arretrare dai litorali e dalle pendici montuose a rischio, evitare assolutamente di costruire nuovi edifici. Non possiamo cingere colline e montagne con mura di cemento armato, né innalzare muraglioni davanti alle spiagge o canalizzare ogni fiume. Parliamo di coste, fiumi e colline, elementi dinamici di un territorio attivo che non è pensabile ingessare per sempre. Meglio sarebbe essere elastici e resilienti: più lasci libero un fiume meno danni fa, altro che tagliare la vegetazione riparia e dragare gli alvei. Ma è pieno di amministratori ignoranti che vogliono illudere la popolazione che si sta facendo qualcosa, anche se è inutile o perfino dannoso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Bruce Springsteen è un signore di una certa età (76 anni). Ha alle spalle una lunga storia americana, una composizione di storie di strada, di società, di libertà e d’amore, le sue canzoni di questo si nutrono. Possiamo dire che pochi sono più americani di lui. Vederlo a Minneapolis, alla sua età, battersi sul confine estremo della democrazia americana, a un passo dal dispotismo e comunque già nel pieno dell’arbitrio di una sola persona, dev’essere qualcosa che impressiona anche lui. Non se l’aspettava: e chi poteva aspettarselo?
Siamo abituati, da quando siamo ragazzi, a considerare l’America come un luogo di conflitti anche durissimi. Conflitti sociali, conflitti razziali, conflitti economici, e uno scenario politico fatto anche di violenza. Ma tutto questo dentro un contenitore solido, che eravamo abituati a chiamare democrazia. Perfino l’omicidio politico, dentro questo contenitore, faceva orrore, ma non faceva temere per l’integrità del contenitore. La democrazia americana non era in discussione. Era un palcoscenico capace di mettere in scena drammi di ogni sorta: nessuno dei quali, però, metteva in discussione il palcoscenico stesso. Le famose “due Americhe”, quella dei diritti civili e della rivolta contro la guerra in Vietnam, e quella della Bomba e del perbenismo bianco e conservatore, ci sono sempre sembrate due facce della stessa medaglia.
Ora molto, e forse tutto è cambiato. Springsteen non è a Minneapolis per difendere questa o quella visione della società, questa o quella classe sociale, questa o quella America. Si è rimesso in strada per difendere l’ America come concetto. L’ America prima di Trump.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Una grandiosa Armada a stelle e strisce si aggira nei pressi delle coste iraniane. Trump minaccia fuoco e fiamme. Tutti aspettano l’attacco alla Repubblica Islamica, membro fondatore dell’ “Asse del Male”, slogan inventato da George Bush figlio per bollare perfidi regimi da rovesciare in nome della democrazia e della libertà. Forse Trump si è convertito alla fede rivoluzionaria dei neoconservatori? O Bush junior era un trumpista avanti lettera? Vale la pena scavare nell’apparente paradosso. Insomma, che cosa vuole l’America, da sé e da noi?
Trump ha costruito la sua doppia scalata alla Casa Bianca, con intermezzo para-golpista, sull’America First. Offerta come scelta, di fatto obbligata. La crisi della nazione a stelle e strisce è troppo profonda per lanciarsi in avventure destinate a redimere umanità sofferenti. Una nazione così divisa non può permettersi guerre vere, figuriamoci se in lontane regioni che non eccitano l’America profonda di cui Trump si erge portabandiera. Vero che la guerra gli americani l’hanno nel sangue. Quasi nevrosi: 400 interventi militari circa in 250 anni (1776-2026). La metà dopo la seconda guerra mondiale, un quarto dopo la proclamata fine della guerra fredda, alla faccia dei dividendi della pace cantati da Clinton. Eppure l’amministrazione al timone, certo non una banda di suicidi, sembra consapevole dell’emergenza che sconsiglia impegni bellici, per di più ravvicinati. Maduro era sul menù di gennaio, Khamenei sarà servito in febbraio? Massima la confusione sullo scopo dell’impresa. Autolegittimata quale punizione per la strage di manifestanti anti-regime, poi virata in attacco al programma atomico e missilistico dei pasdaran (ma non ci avevano detto che era stato distrutto?).
In attesa di scoprire se l’attacco ci sarà, per quali obiettivi e con quali esiti, cerchiamo una ratio in un’operazione che sta mettendo in subbuglio le petroligarchie del Golfo e agitando l’intero Medio Oriente. A cominciare da Israele, minacciato di robusta rappresaglia persiana. Allarmati anche gli ex alleati europei, ancor più cinesi e russi. Tutti temono effetti domino a cascata se si arrivasse al blocco dello Stretto di Hormuz, da cui scorre un quarto del petrolio consumato nel mondo. Il comandante in capo sembra indeciso sul da farsi. A meno che non abbia mobilitato l’Armada per libidine militare, memoria dei soldatini di piombo. La psicologia conta, soprattutto in chi è dominato da un ego tanto espanso da muovere a compassione. L’unica logica che resiste a queste premesse è la guerra economica. Per sottrarre risorse energetiche e minerarie al rivale cinese e al quasi amico russo. Per dividerli, quindi indebolirli nel quadro di un negoziato permanente all’ombra delle ultratecnologiche portaerei americane. Militarizzazione dell’Art of the Deal, la tecnica degli affari che tanto appassiona Trump, giusto il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1987. La pressione militare non serve a cambiare il regime avverso ma a fargli cambiare idea per allinearsi con gli interessi trumpiani, intesi americani. Poker a-strategico, ad altissimo rischio.
Che succederebbe se qualcosa andasse storto e l’America dovesse impegnarsi in guerra per salvarsi la faccia o quel che ne resta? Nel caso, quale reggente potrebbe imporre Washington a Teheran e che garanzie potrebbe costui dare sull’atomica? E se le fiamme toccassero Israele, potenza atomica in piena isteria bellica, con un leader azzoppato, volontario ostaggio dei coloni e degli ultrasionisti religiosi?
Fossimo ai tempi della guerra fredda, quando sovietici e statunitensi avevano stretto un patto di ferro che escludeva lo scontro diretto mentre ammetteva le guerre per procura nel Terzo Mondo, saremmo meno inquieti. Però primo, il mondo delle ex colonie ha oggi più di una fiche da giocare al tavolo dei Grandi. Secondo, Stati Uniti, Cina e Russia non vogliono farsi guerra. Ma allo stato delle tecnologie attuali, la guerra può farsi da sola. Basta una scintilla. Agitare candelotti accesi a ridosso dei pezzi di guerra mondiale è sport rischioso anche per Trump. A meno che l’amore del gioco non lo spinga ad affidarsi al lancio della medaglietta omaggiatagli dalla signora Machado, che lo incorona primo Nobel di seconda mano.

(di Eugenio Fatigante – avvenire.it) – I fatti nudi e crudi sono già eloquenti, al di là dei capannelli di curiosi davanti a san Lorenzo in Lucina, storica chiesa del centro di Roma. E della battuta con cui Giorgia Meloni stessa ha commentato (postando la foto del dipinto) sui social il caso del giorno:«No, decisamente non somiglio a un angelo», ha scritto aggiungendo una faccina che ride (e, forse, con un pizzico di soddisfazione per il clamore).
I fatti, dicevamo. Questa mattina il sito Repubblica.it lancia la notizia: “Meloni faccia d’angelo, spunta un ritratto della premier”. L’articolo racconta che all’interno della basilica, oggetto di lavori di restauro, in una cappella (quella del Crocifisso) è spuntata la raffigurazione di un angelo il cui volto ha le fattezze della presidente del Consiglio. E, in effetti, la somiglianza è forte. Acuita anche dal fatto che il personaggio regge un cartiglio su cui è raffigurato lo stivale dell’Italia. Il caso subito corre tra media e social. Ad amplificarlo, anche un altro elemento: i siti scrivono che l’opera sarebbe mano di Bruno Valentinetti, 83enne sacrestano della chiesa (con funzioni anche di decoratore), nel cui passato c’è anche una candidatura nel 2008, nel I Municipio di Roma, con la lista La Destra-Fiamma tricolore.
La notizia diventa subito anche un caso politico. La Soprintendenza guidata da Daniela Porro, che ovviamente aveva autorizzato i lavori, annuncia un sopralluogo per il pomeriggio. E dopo le 14 interviene anche il Vicariato di Roma, all’inizio colto di «stupore», secondo i primi flash d’agenzia: in un comunicato fa poi sapere che anche il Fec, il Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno (che ha la proprietà di questo luogo sacro), e l’Ufficio per l’edilizia di culto della Diocesi erano al corrente di lavori avviati nel 2023 «senza nulla modificare o aggiungere» sull’affresco in questione, che è molto recente risalendo al 2000. Pertanto, precisa la nota, «la modifica del volto del cherubino è stata un’iniziativa del decoratore, non comunicata» e per questo si assicura l’impegno ad «approfondire la questione e valutare eventuali iniziative» …
A San Lorenzo in Lucina, nel restauro di una parete ammalorata, compare il viso della premier “angelicata”

(di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – Tira più un angelo (in realtà una Vittoria…) con la faccia di Giorgia Meloni che dieci bambini morti di freddo a Gaza. Non veniva nient’altro da pensare, ieri, vedendo i siti dei due maggiori giornali italiani aprire per ore con la farsa della pittura murale del sacrestano-militante di Fratelli d’Italia che umilia un muro di San Lorenzo in Lucina, a Roma. È lo strapaese italiano, che ciclicamente torna a galla a rincoglionire ulteriormente il popolo, contribuendo a farci apparire come un paese ridicolo.
E così ieri, puntualmente, sono stati scomodati i criptoritratti della grande storia dell’arte, cioè i brani di pittura, o scultura, nei quali gli artisti del passato hanno dato a personaggi storici il volto di potenti del loro tempo, senza dichiararlo ma contando sul fatto che sarebbero stati riconosciuti. In alcuni casi si trattava di una sincera celebrazione, come nel caso del Dante messo nel paradiso giottesco affrescato nella cappella del Bargello a Firenze, o come per la Verità del sepolcro di Alessandro VII in San Pietro, cui Bernini conferisce il volto di Cristina di Svezia. Giorgia Meloni ha commentato ieri dicendo che non somiglia a un angelo: figuriamoci quanto somiglierebbe alla verità…
In altri casi, era una parte essenziale del programma fornito dal committente all’artista: così per il sublime Ghirlandaio che ritrae tutta la famiglia Medici e mezza Firenze di allora nelle storie di san Francesco sui muri della Cappella Sassetti in Santa Trìnita a Firenze, o per il san Leone Magno che – nelle Stanze vaticane di Raffaello – va incontro ad Attila con il volto pingue e imberbe del regnante Leone X. Più o meno come ritrarre oggi un grande maestro del diritto, come Piero Calamandrei, col volto di Antonio Tajani, quello del diritto internazionale che vale fino a un certo punto. Meno grottesco era il Bronzino che metteva il volto del grande ammiraglio Andrea Doria sul corpo nudo e atletico di Nettuno: ma vengono i brividi a pensare una cosa analoga per i signori della guerra di oggi, da Trump a Putin…
Era una tecnica reversibile, in cui all’encomio poteva sostituirsi facilmente la denigrazione. È ben noto come Michelangelo, insofferente alle critiche dell’insopportabile cerimoniere del papa, Biagio da Cesena, “volendosi vendicare, subito che fu partito lo ritrasse di naturale senza averlo altrimenti innanzi, nello inferno nella figura di Minòs con una gran serpe avvolta alle gambe, fra un monte di diavoli” (così Giorgio Vasari). È questa la tradizione ancora viva nell’arte di oggi: pensate alla street art che sui muri di tutto il mondo dà oggi alla figura di Adolf Hitler il volto di Benjamin Netanyahu. In altri quadri il movente era la fede (come per il bigotto Cosimo III di Toscana che si faceva ritrarre come san Giuseppe); o l’amicizia (come per Beato Angelico che metteva in paradiso i suoi amici e colleghi, o per Tiziano che dà il volto di Pietro Aretino a un Pilato umanissimo); o un amore sfrontato (come quando Caravaggio dette alla Madonna dei Pellegrini il volto di una prostituta che esercitava poco lontano dalla chiesa), o ancora una profonda disperazione: come è per il Caravaggio ultimo e nero, che dà il suo proprio volto alla testa di Golia spaccata da David con un colpo di spada.
Precipitiamo giù dalle vette vertiginose della storia dell’arte fino al fango dell’Italietta meloniana, dove la qualità della pittura comparsa a San Lorenzo è pari a quella media della politica o del giornalismo. Sarà la soprintendenza, spero, a cancellare quel murale da sala colazioni di hotel a tre stelle: e non certo perché rappresenta Giorgia Meloni, ovviamente, ma perché in una delle più antiche basiliche romane, dove sono esposti capolavori di Guido Reni e Bernini, e dove è sepolto Nicolas Poussin, non è pensabile che il signor Bruno Valentinetti si metta a decorare una cappella come più gli aggrada. La cappella (e il patrimonio culturale) delle libertà, avrebbe detto Corrado Guzzanti: dove ciascuno fa un po’ il cazzo che gli pare. Vero è che in quella povera cappella romana è tutto un disastro, a partire dal busto di Umberto II e dalla lapide monarchica piazzati lì nel 1985 da un prete nostalgico, in barba a ogni tutela dei monumenti. Ed è vero pure che l’immagine della Vittoria Meloni con l’Italia in mano che svolazza intorno alla memoria di Casa Savoia, dice più verità di molti degli editoriali dei sullodati giornaloni. Ma, santiddio, c’è un limite a tutto.
Il ministro Giuli e la governance della Rai ricordano l’artista catanese a cinque anni dalla morte. Tra Guénon e il pensiero italiano, l’ambizione è di portare nel pantheon chi non può più difendersi

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – «Considerare Battiato solo un musicista è riduttivo. È un bel pezzo di pensiero della cultura italiana dell’ultimo mezzo secolo». Parola di Giorgio Calcara, curatore della mostra sul cantautore che si inaugura oggi al MAXXI di Roma. S’intitola Un’altra vita. A organizzarla, assieme al museo romano, ci sono ministero della Cultura e C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia, in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS.
A essere maliziosi, si tratta, dopo il libro di Calcara edito da Railibri e il biopic Il lungo viaggio coprodotto da Rai Fiction e Casta Diva Pictures, dell’ultimo tassello di una manovra culturale di appropriazione da parte del mondo meloniano. Ma è giusto procedere per gradi.
Alla conferenza stampa della mostra si ribadisce il grande interesse del ministero per l’operazione. Emanuela Bruni, che ha raccolto proprio da Alessandro Giuli le redini della direzione del MAXXI, annuncia che con questa iniziativa si inaugura un ciclo di «mostre-evento» su una serie di personaggi della cultura italiana. La capodipartimento del Mic, Alfonsina Russo, parla di una «sinergia riuscita». Alberto Spampinato, che fa parte della segreteria tecnica del ministro, si dice fiero del fatto che la mostra si inserisca nello stesso filone del concerto di musica sacra celebrativo di Battiato messo in scena al Pantheon e sottolinea l’importanza delle sue «radici molto forti». Calcara, che nel look ricorda un po’ lo stile del ministro, insiste sul «pensiero italiano» e sul concetto di «inedito».
«Inedite» sono le composizioni dadaiste del maestro, «inedito» è il capitolo che inaugura Battiato negli anni Settanta. L’altro concetto che enfatizza è quello di «successo», che a un certo punto il cantautore si «autoimpone»: Battiato «non si limitava alla facile rima cuore-amore» e le sue composizioni sono «balsamo per l’anima». E la conclusione: «Dietro a un grande artista c’è un grande uomo».
Giuli, invece, salta la presentazione per la stampa ma partecipa all’esibizione serale delle danze Sufi, primo capitolo del public program che accompagna la mostra. Di certo uno spettacolo più vicino ai gusti del ministro che, nella sua trasmissione Vitalia su Rai 2, suonava lo zufolo e conduceva i telespettatori «sulle tracce dei popoli antichi che hanno creato l’Italia».


D’altra parte, racconta Calcara (che con il ministro condivide una gioventù e un sentire celtico che lo porta ad augurare ai suoi follower Facebook “Buon solstizio d’inverno” il 25 dicembre), il ministro è «un ragazzo di cinquant’anni che è cresciuto a pane e Battiato». Per loro, l’artista catanese è diventato un «punto di riferimento» a poco a poco che ascoltavano assieme i suoi dischi. «Il ministro ha sempre avuto una grande sensibilità per tutto ciò che non è scontato e banale. La generazione del ministro ci è cresciuta assieme». E quindi la destra lo vuole per sé? «Certe cose sembravano proprio di destra, ma quando si entra in una sfera culturale in cui si parla di filosofia, metafisica, ma anche impegno civile le categorie non valgono. Lui quelle cose ce le ha trasmesse».
Non sembra però un caso che sia Calcara sia Spampinato tirino in ballo gli studi di Battiato su René Guénon. Filosofo tradizionalista che si è occupato anche di Julius Evola e ha intrattenuto una lunga corrispondenza con l’idolo intellettuale della destra italiana. Nel suo libro Battiato svelato, Calcara attribuisce all’artista una visione quasi anti woke: «Magic Shop è una irriverente canzone nella quale Battiato si diverte letteralmente a canzonare tutto quel mondo di neospiritualismo new age fatto di “supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior”».
Combinazione: il volume è edito da Railibri, il cui direttore è Adriano Monti Buzzetti, un passato al Tg2, un passaggio al Centro del libro (dove la destra gli fece prendere il posto di Marino Sinibaldi). Per capirci uno che ha collaborato alla ormai leggendaria mostra su J. R. R. Tolkien voluta da Gennaro Sangiuliano quando era ministro. Nel volume di testimonianze, oltre alle riflessioni di Calcara (che si propone di indagare il «lato popolare» di Battiato e il suo mettere «in discussione i fondamenti dello stato laico occidentale») si trovano testimonianze dei fratelli Sgarbi, di Pietrangelo Buttafuoco e di altri che hanno avuto modo di conoscerlo.
C’è Marco Travaglio, che sottolinea come il cantautore abbia quasi previsto i sanguinosi attentati in Sicilia a inizio degli anni Novanta – uno degli episodi storici che Giorgia Meloni cita spesso per raccontare il suo ingresso in politica – in Povera Patria. C’è Simone Cristicchi, artista che a Sanremo si è guadagnato la stima della destra con una canzone considerata pro life e si è già esibito “per Battiato” al Pantheon. Con tutto lo scetticismo che questa scelta ha provocato in chi conosceva bene il Maestro.
Nella mostra, oltre all’ottagono centrale dentro al quale si possono guardare i videoclip e ascoltare – anche se almeno due sono fuori sincrono – cinque tracce originali rimasterizzate daccapo e suddivise su undici casse, si ritrovano soprattutto oggetti tesoro della famiglia e dei collezionisti privati.
La nipote Cristina, alla presentazione, ha raccontato dell’amore verso il prossimo che caratterizzava lo zio, della sua estrema socievolezza, del desiderio di condividere la tavola con gli amici o guardare un film insieme.
Il percorso espositivo, dal canto suo, offre qualche dipinto del maestro, diversi tappeti persiani, tanti libri, tantissimi LP e qualche fotografia. C’è un sintetizzatore, la tuta di Fetus e il manifesto pubblicitario che lo ritrae seduto su un divano e inquadrato dal basso per promuovere una fiera di mobili a Colonia.

Lo stesso sotto il quale tornano a incontrarsi, dopo anni, Battiato e sua madre Grazia. Almeno secondo il biopic di Renato De Maria, che in passato ha firmato film come Lo spietato e diverse serie tv come Distretto di polizia e Squadra antimafia. Torna nel film il concetto del successo «autoimposto», del desiderio di diventare popolare.
La fiction – che prima di andare in onda sulla Rai passerà nelle sale – si concentra sulla fase iniziale dell’esperienza artistica di Battiato: fortissimo viene sottolineato il rapporto con la madre, tanti pezzi vengono interpretati per intero e fanno da collante a flash su momenti diversi.
La fase iniziale di ricerca artistica, la gavetta, il viaggio a Tunisi che ha preceduto il destino pop di Battiato, appena accennato. Grazia che contesta le amicizie femminili di Franco dicendogli che «da soli non si sta bene», successivamente ha un malore mentre il figlio si esibisce di fronte a papa Giovanni Paolo II. Qualche bella immagine dell’Etna innevato, siciliano un po’ montalbanesco e l’affresco Rai è servito. A produrre è Casta Diva, che si è occupata anche di altri programmi del cuore (il dating show Mi presento ai tuoi e La porta magica) di quello che è considerato il più intellettual-identitario dei direttori di viale Mazzini: Angelo Mellone. Peccato che di tutta questa tendenza a destra, a guardare i fatti, non vi sia traccia.
Saro Cosentino ha lavorato a lungo con Battiato. Con lui ha scritto, tra le altre cose, I treni di Tozeur e No time no space. L’artista romano gli attribuisce una simpatia per il Partito radicale. Anche la partecipazione nella giunta Crocetta era un «tentativo di dare una mano, più che una partecipazione politica. Nessuno si è alzato a difenderlo quando la sua frase sulle “troie in parlamento” (una metafora per i parlamentari disposti a cambiare casacca, ndr) fece terminare la sua esperienza in regione». Senza dimenticare che, quando a Catania nel 2000 è stato eletto sindaco il berlusconiano Umberto Scapagnini, aveva minacciato di espatriare.
«Non credo ci sia mai stata una simpatia verso il potere» spiega Cosentino. «Quando è andato in Iraq, non ha voluto incontrare Saddam, non è mai stato sdraiato sui potenti». Eppure la destra continua a essere ossessionata da lui: «Forse cercano riferimenti più spendibili di quelli tradizionali». Quasi un caso simile a De Andrè, che Matteo Salvini cita volentieri come suo cantautore preferito. «Ma se uno non è in grado di capire quello che ascolta, problema suo».

(Dott Paolo Caruso) – Un caso di cronaca e di disumanità quello accaduto in questi giorni nel Bellunese dovrebbe colpire le nostre coscienze e fissare la nostra attenzione sulla realtà che ci circonda. Un realtà che purtroppo è figlia del nostro tempo. Una società disgregata priva di valori chiusa nel suo egoismo e interessata al profitto.
Il “caso” del Bellunese ne è la dimostrazione. Un ragazzino di undici anni non fatto salire sul pullman perché non aveva il “biglietto olimpico” di dieci euro, ma semplicemente quello ordinario. Illustre autista, non la conosco, ma il suo comportamento lascia spazio a una riflessione: possibile che in una società solidale come quella italiana accadono questi fatti incresciosi? “Cerco l’uomo” diceva, andando controcorrente, Diogene il Cinico. L’ Uomo che nel nostro tempo si è perduto. Infatti ha lasciato vagare nel buio, per sei kilometri, nella neve un ragazzino che con amore paterno, avrebbe potuto accettare sul pullman a dispetto dell’ indifferenza degli altri. D’altronde non ci commuoviamo più dei bambini che nel mondo anche a noi vicino muoiono di fame. E che dire dei bambini ucraini che vivono senza corrente elettrica a temperature rigide sotto i bombardamenti di una guerra che non vede ancora scritta la parola fine per il disinteresse dei più? E di quelli di Gaza uccisi dagli Israeliani, che continuano senza pietà il loro sterminio con il vittimismo dell’Antisemitismo? Abbiamo pianto per Auschwitz e per tutti i campi di concentramento nazista e continueremo a ricordarli c deon dolore. Ma i figli dei Palestinesi non avrebbero altrettanto diritto di essere compianti? Ridotti alla fame, senza terra e in ventimila uccisi senza pietà. Signor Autista, la sua “bravata folle”, mi auguro non sia mentalità diffusa, anche perché le Olimpiadi, deve sapere, sono nate per unire nella pace e nella solidarietà i popoli. Infatti siamo tutti umani. Accettiamo le sue scuse, ma resta comunque il suo operato.
«Cnn»: ecco le forze schierate dagli Usa in vista di un possibile attacco

(corriere.it) – Gli Stati Uniti hanno concentrato un imponente dispositivo militare in Medio Oriente nelle ultime settimane, mentre il presidente Donald Trump valuta la possibilità di un attacco all’Iran in risposta al rifiuto della Repubblica islamica di rinunciare al proprio programma nucleare e alla sanguinosa repressione delle recenti proteste che hanno infiammato il Paese.
L’emittente televisiva «Cnn» ha fornito un quadro delle forze schierate nella regione dagli Stati Uniti, avvalendosi di informazioni di pubblico dominio, incluse fotografie satellitari e dati relativi al traffico aeronavale. Il cambiamento più rilevante è l’arrivo del gruppo da battaglia della portaerei a propulsione nucleare Uss Abraham Lincoln, che attualmente si trova nel Mar Arabico settentrionale.
Il gruppo comprende la portaerei, tre cacciatorpediniere lanciamissili e la forza aerea imbarcata, con caccia F/A-18E Super Hornet, F-35C Lightning II ed EA-18G Growler per la guerra elettronica. A questi si aggiungono altri tre cacciatorpediniere lanciamissili statunitensi già presenti nella regione.
Fonti Usa: possibile attacco all’Iran nel fine settimana
Alti funzionari militari statunitensi hanno informato la leadership di un importante alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente che il presidente Donald Trump potrebbe autorizzare un attacco statunitense contro l’Iran già questo fine settimana. Lo riferiscono fonti informate al sito web d’informazione «Drop Site», secondo cui i raid potrebbero iniziare già domenica, qualora gli Stati Uniti decidessero di procedere.
«Non si tratta del nucleare o del programma missilistico. Si tratta di un cambio di regime,» ha affermato un ex alto funzionario dell’intelligence statunitense.
Teheran: «Forze armate in stato di massima allerta»
«L’Iran è in piena prontezza difensiva e militare e monitora attentamente i movimenti del nemico nella regione»: lo ha detto il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami, citato dall’Irna.
«Siamo in massima allerta e abbiamo la mano sul grilletto, e se il nemico (gli Stati Uniti) commette un errore, metterà in pericolo la propria sicurezza e quella della regione e del regime sionista, poiché qualsiasi aggressione incontrerà una dura risposta e gravi danni da parte dell’Iran», ha aggiunto.
Hatami ha anche parlato del nucleare, questione che Trump ha spiegato essere centrale per un eventuale accordo tra Teheran e Usa. «La scienza e la tecnologia nucleare dell’Iran non può essere eliminata, anche se gli scienziati e i figli di questa nazione vengono uccisi», ha detto.
Il quotidiano vicino all’ayatollah Khamenei: «Espellere i diplomatici europei»
Il quotidiano Kayhan, diretto dal rappresentante della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ha chiesto l’espulsione degli ambasciatori dell’Unione Europea dall’Iran in risposta alla decisione dell’Ue di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come organizzazione terroristica. Lo riporta Iran International.
Il giornale ha scritto che un simile passo equivarrebbe a interrompere le relazioni diplomatiche con l’Europa e ha descritto la decisione dell’Ue come «ostile e illegale».
Times of Israel: «Attività in due siti nucleari iraniani bombardati da Israele e Usa»
Le immagini satellitari mostrano attività in due siti nucleari iraniani bombardati l’anno scorso da Israele e dagli Stati Uniti, il che potrebbe indicare che Teheran stia cercando di nascondere gli sforzi per recuperare i materiali rimasti lì. Lo riporta il Times of Israel.
Le immagini di Planet Labs Pbc mostrano che nelle ultime settimane sono stati costruiti dei tetti su due edifici danneggiati presso gli impianti di Isfahan e Natanz, la prima importante attività osservabile via satellite in uno dei siti nucleari colpiti del Paese dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e l’Iran a giugno.
Tali coperture impediscono ai satelliti di vedere cosa succeda a terra, e questo è l’unico modo in cui gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica possono monitorare i siti in questo momento, poiché l’Iran ne ha impedito l’accesso.
Axios: «Per ministro saudita se Trump non attacca, il regime iraniano si rafforza»
Il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, ha dichiarato in un briefing privato tenuto a Washington che se il Presidente Usa Donald Trump «non darà seguito alle sue minacce contro l’Iran, il regime finirà per rafforzarsi».
Lo riporta il sito Axios, citando quattro fonti presenti al colloquio.
Khalid, fratello minore del principe ereditario saudita, ha incontrato giovedì scorso alla Casa Bianca il segretario di Stato, Marco Rubio, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Dan Caine.
Ieri ha invece avuto un incontro con circa 15 esperti di think tank sul Medio Oriente e rappresentanti di cinque organizzazioni ebraiche. Secondo le fonti sentite da Axios, che erano presenti in sala, in questa occasione il ministro saudita ha detto di ritenere che Trump dovrebbe lanciare un’azione militare dopo averla minacciata per settimane, ma che dovrebbe anche cercare di mitigare i rischi di un’escalation regionale.
Due giorni prima del servizio il Ministero presenta un esposto per accesso abusivo a sistema informatico. Per il dicastero l’accesso remoto ai pc dei magistrati senza tracce non è possibile. Ma i pm lo chiedono alla Postale

(di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – La Procura di Milano indaga per accesso abusivo a sistema informatico il tecnico del ministero della Giustizia che aveva mostrato a Report come il software Ecm consenta di entrare da remoto nei computer dei magistrati senza che se ne accorgano. La notizia si presta a letture diverse, non per forza favorevoli al Ministero. Finora via Arenula ha sempre negato l’esistenza stessa del problema, tacendo anche sull’esposto depositato due giorni prima della messa in onda del servizio, nonostante la questione fosse da anni al centro di confronti interni tra tecnici, e tra la Procura di Torino e ministero. Più che chiudere la vicenda, la mossa la riapre: non a caso la Procura ha subito delegato la Polizia postale a verificare se i pc dei magistrati possano essere controllati a loro insaputa e senza lasciare tracce. Un punto, evidentemente, tutt’altro che pacifico. Ma andiamo con ordine.
Il fascicolo è stato aperto venerdì 24 gennaio, dopo un esposto del ministero presentato all’indomani dell’anticipazione di giovedì della puntata di Report e prima della messa in onda di domenica 25 gennaio. L’ipotesi di reato è accesso abusivo a sistema informatico e l’indagato è un tecnico ministeriale del distretto di Torino: lo stesso che, in un’intervista in anonimato prima a Report e poi a Il Fatto Quotidiano, aveva raccontato di aver dimostrato al gip del tribunale di Alessandria Aldo Tirone, con il consenso del magistrato e sul suo computer d’ufficio, che il software ministeriale Ecm può essere utilizzato da remoto senza lasciare tracce nei sistemi degli amministratori centrali. Secondo il racconto, l’operazione consentiva di osservare lo schermo del pc del giudice e di intervenire come se si fosse fisicamente alla tastiera, a sua insaputa.
Con l’esposto firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello, il Ministero ha trasmesso alla Procura anche il carteggio intercorso con gli uffici di Torino nel biennio 2024-2025. In questo modo ha di fatto individuato Milano come ufficio competente, prospettando il gip Tirone come “parte offesa” dell’intrusione: nei casi in cui la persona offesa sia un magistrato in servizio in un ufficio del distretto torinese – come l’Ufficio gip del tribunale di Alessandria – la competenza spetta infatti alla Procura di Milano.
Nelle interviste, il gip aveva confermato senza ambiguità che il tecnico aveva agito con il suo consenso. Il Ministero, e in questa fase iniziale anche la Procura, muovono però dal presupposto che tale consenso sarebbe irrilevante qualora l’accesso non fosse avvenuto, come sostenuto dal tecnico in tv, tramite le sole credenziali ordinarie, ma attraverso ulteriori “forzature” tecniche della rete ministeriale. Secondo il dicastero, quella specifica funzione di Ecm non potrebbe operare senza una preventiva autorizzazione dei magistrati.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola con i pm Francesca Celle (del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente sui magistrati piemontesi) ed Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), vede anche l’applicazione da parte del procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo del sostituto Eugenio Albamonte. Alla Polizia postale è affidato il compito di verificare l’affidabilità e le reali capacità di Ecm, il software Microsoft utilizzato dal Ministero – come da molte grandi organizzazioni private – per la gestione centralizzata di installazioni, aggiornamenti e sicurezza su migliaia di computer.
I quesiti sono tre:
1) se un tecnico accreditato possa accedere ai pc dei magistrati senza la loro approvazione e a loro insaputa;
2) se tali accessi lascino traccia nei file di log, come sostiene il Ministero; 3) se sia tecnicamente possibile cancellare o alterare quelle tracce.
Sul punto, venerdì il ministro Nordio è tornato a intervenire, affermando di “trovare persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni diffuse in questi giorni sull’ipotesi di interferenze illecite da parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”.

(Andrea Zhok) – Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.
L’IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).
Secondo l’IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.
I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, “generosi”; ma ammettiamo di nuovo, per un momento, che il dato sia reale.
Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall’esercito.
Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell’autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).
Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile.
Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.
La “verità istantanea” promossa dalla propaganda internazionale, che è nelle mani di pochissime agenzie di stampa internazionali e di reti social imponentemente finanziate, non mira mai alla verità storica e sa benissimo che prima o poi verrà smentita. Ma tutto ciò non è rilevante, perché l’unica cosa che serve è riuscire a dare forma momentanea alla maggioranza dell’opinione pubblica nel periodo necessario e sufficiente per perseguire i propri fini politici.
Il meccanismo serve a produrre una “verità protempore” spendibile nella fase calda in cui gli eventi si decidono. Una volta che questa è scavallata, una volta che il risultato è ottenuto, i fondi che finanziano queste “verità protempore” vengono ritirati, le pressioni sulle redazioni vengono allentate, perché lo scopo è stato raggiunto.
L’opinione pubblica internazionale esce appagata dal cinema dove i buoni hanno vinto e può andare a farsi una pizza.
E la cosa sconcertante e deprimente è che funziona sempre, benissimo, come un orologio.
Anni e anni in cui regolarmente l’opinione pubblica viene attizzata ad hoc in qualche impresa presentata come altamente morale: “bombardamenti umanitari”, “sacrosanto diritto all’autodifesa nazionale”, “tutela armata dei diritti umani”, “abbattimento di feroci dittatori”, “interventi di polizia internazionale”, “esportazione della democrazia”, “eliminazione delle altrui armi di distruzione di massa”, ecc. ecc.
E sempre, regolarmente, dopo un po’ si viene a sapere (o, almeno, chi vuole informarsi, può facilmente venire a sapere) che era un cumulo di palle strumentali e che chi dava una spiegazione non morale ma strutturale (a chi giova? chi ne guadagna?) aveva ragione.
E una settimana dopo, si può riavviare la giostra senza tema che qualcosa non funzioni.
Un nuovo sdegno morale a orologeria, una nuova cooptazione delle “migliori forze morali dell’Occidente” (fase in cui un po’ di figuranti dello show business si assicurano la pagnotta chiamando a raccolta l’indignazione popolare), una richiesta di inderogabili interventi draconiani, una tempesta di fuoco su qualche luogo remoto, e via pronti a ripartire per un altro giro…

(Tommaso Merlo) – Franano paesi costruiti sulla sabbia e non si trovano responsabili da nessuna parte. Quando c’è da tagliare nastri e salire su un palco accorrono, quando c’è da rispondere dei loro disastri, scappano a gambe levate. Un paese al contrario. Più sali, più diventi immune dai tuoi fallimenti. Più strisci, più al minimo errore sei spacciato. Ed ecco i risultati. L’Italia è allo sbando, ma le classi dirigenti sono sempre le stesse. Balzano da decenni da una poltrona all’altra senza rispondere mai di nulla. E non ci sono dubbi. L’assenza di meritocrazia è il privilegio più insopportabile degli onorevoli, ma anche quello più devastante per un paese. Perché finisce per essere governato da caste irremovibili che esprimono il peggio del paese invece che il meglio. Un paese al contrario. Tutto frana dopo due gocce, viaggiamo su strade e ferrovie da quarto mondo eppure i politicanti pensano alle grandi opere e ai grandi eventi per accorrere a tagliare nastri e salire su qualche palco con vista sulla prossima poltrona. E mentre i cittadini sprofondano nella miseria, i politicanti si godono l’alta società. Immuni dai loro fallimenti ma anche dalle malefatte che commettono e a tal proposito arriva l’ennesima riforma della giustizia sogno incompiuto di quel fenomeno criminoso che è stato Berlusconi, tre volte a Palazzo Chigi e trecento in tribunale dando perennemente la colpa a qualche giudice politicizzato. Più sali, più i criminali diventano vittime perseguitate mentre le carceri sono strapiene di poveri diavoli. Un paese al contrario e la soluzione partorita dai politicanti è assolutamente coerente, soggiogare i giudici al potere politico almeno la smettono di ledere la maestà. Non resta che sperare nella mannaia referendaria e nel frattempo scompisciarsi mentre l’Italia sovranista impartisce lezioni di giurisprudenza ed efficienza alla Svizzera. Più sali, più perdi la capacità di provare vergogna. Nel frattempo il mondo corre e la vecchia Italia arranca per un’artrite anche culturale che si fa sociale e politica. Le solite facce e parole vuote, il solito trascinarsi tra emergenze e bolle mediatiche mentre i giovani scappano e altri fanno che non nascere più. Rischiamo la terza guerra mondiale e siamo alle porte di una nuova era multipolare e in Italia imperversa il gossip, il tennis e casi di cronaca nera trasformati in serie decennali per intrattenere il pubblico superstite mentre i più scappano a scrollare altrove e si tengono lontani perfino dalle urne in attesa di qualcosa di votabile. Un paese fermo, frustrato e totalmente irrilevante sul piano internazionale, l’unica cosa in cui eccelliamo è la leccatura di piedi dei potenti di turno che sguazzano tra Washington e Bruxelles. Perennemente ossequiosi, senza contenuti e quindi proposte, senza rotta e visione, procediamo a rimorchio con al timone politicanti che nonostante una collezione impressionante di disastri e nulla di fatto, continuano a deliziarci con la loro presenza. Come posseduti dal personaggio pubblico che recitano, diventano i ruoli che ricoprono. E se sei la parte che reciti, una volta che scendi dal palco non sei più nessuno e per questo non calano mai il sipario. Politicanti, presunti giornalisti e personaggi di vario lignaggio che si trascinano da una poltrona all’altra da decenni e si godono l’alta società mentre i cittadini sprofondano nella miseria. Personaggi autoconvinti di essere indispensabili chissà chi quando in realtà sono il problema principale del nostro paese. Un tappo storico che impedisce alla società italiana di evolvere e di esprimersi appieno e quindi di risolvere gli atavici problemi di sistema, e progredire collocandosi nei nuovi scenari internazionali. Coi partiti che un tempo avevano il compito di selezionare il meglio della società, ed oggi proteggono il peggio. Gli unici segnali di speranza vengono da episodi come la mobilitazione contro il genocidio e la promettente mannaia referendaria. Non tutto il popolo italiano si è rassegnato e non tutto abbocca al sistema, ed anzi, i numeri della disillusione sono impressionanti e testimoniano un malcontento diffuso e profondo. Ma servono progetti politici che lo incarnano, in democrazia non vi sono alternative. Servono progetti politici anti sistema che mirino ad un rinnovamento e quindi cambiamento radicali. Siamo un paese al contrario, il nostro vero problema è nei palazzi del potere e non tra i cittadini vittime di un deleterio tappo.
Nuovo scaricabarile sulle responsabilità. La Protezione civile regionale si è fermata al 2002: 9 ordinanze in 5 anni

(di Saul Caia – ilfattoquotidiano.it) – Al settimo giorno dalla frana non si è ancora capito chi avrebbe dovuto prevenire l’emergenza, mettere in sicurezza l’area con interventi mirati ed evitare che parte del quartiere Sante Croci di Niscemi crollasse, provocando 1.300 sfollati. “Il rischio idrogeologico non è di competenza di un Comune piccolo come il mio, i progetti per il dissesto, per come noi avevamo pensato, doveva presentarli la struttura commissariale che ha valore sul Fondo per lo sviluppo e la coesione, nell’accordo Schifani-Meloni”. Il sindaco di Niscemi, il leghista Massimiliano Conti, rimanda al mittente l’accusa di immobilismo, dopo essere stato attaccato prima dal ministro Nello Musumeci e poi dal presidente siciliano. Ma dalla struttura commissariale per il contrasto del dissesto idrogeologico, guidata da Schifani e diretta da Sergio Tumminello, non sentono ragioni sulle responsabilità, spiegando di “non gestire risorse Pnrr” e “proprie”.
In questa storia, un ruolo cardine lo ricopre la Protezione civile regionale, che fa capo a Salvatore Cocina, al comando da giugno 2020 quando è stato incaricato dall’allora governatore e oggi ministro Musumeci, e riconfermato dal suo successore Schifani. Da gennaio 2018, Cocina è dirigente generale del dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti. Con la riforma sostenuta da Franco Gabrielli, già a capo della Protezione civile nazionale, si è puntato sul riordino del sistema e alla responsabilizzazione degli enti locali, con un forte focus sulla prevenzione e sulla gestione ordinata delle emergenze. La sussidiarietà degli interventi è passata alle Regioni: sono i territori ad attivarsi per chiedere l’intervento di Roma. Mutata anche la scelta della programmazione, che spetta sempre ai singoli territori, su come stanziare i fondi per prevenzione ed emergenze, e presentare i progetti. In Sicilia la Protezione civile ha redatto 9 ordinanze dal 1997 al 2002 su “interventi urgenti volti a fronteggiare le situazioni di emergenza” su Niscemi. Abbiamo cercato invano di chiedere a Cocina cosa si sarebbe potuto fare su Niscemi per evitare la frana. Purtroppo non abbiamo ricevuto risposta, e da alcuni giorni il capo della Protezione civile regionale non si vede più nel piccolo Comune franato. “L’attività di impulso politico l’abbiamo fatta, ho tutte le carte e le comunicazioni che i miei uffici hanno fatto con i vari dipartimenti, quando sarà il momento le mostreremo”, ribadisce il sindaco.
La frana di Niscemi ha interessato il quartiere Sante Croci, già colpito nel 1997. Una storia che si ripete. Le case sorgono su terreni argillosi e sabbiosi. Nelle vicinanze c’è il torrente Benefizio, in cui confluiscono due terzi delle acque fognarie. Sarebbe stato opportuno fare un bypass del corso d’acqua evitando la lubrificazione di quei terreni così permeabili. Invece non è stato fatto niente. Per il ministro Musumeci è colpa dell’immobilismo del Comune dal 1997 a oggi. “Ho un buon rapporto con il ministro”, risponde sorridendo il sindaco Conti che amministra la città dal 2017. Si aspettava che venisse a Niscemi? “Credo che verrà”. Ma sono già passati sei giorni. “È venuta la premier Meloni. Questa polemica politica non mi appassiona e non vorrei neppure entrarci. Poi se vogliono crocifiggermi, amen. Io rispondo ai miei cittadini”, chiosa Conti. Per la ricostruzione, secondo la Svimez, si potrebbe far “leva sulle risorse del Fondo sviluppo e coesione della Regione siciliana, che destina 1,2 miliardi di euro alle misure per rischi e adattamento climatico, da impegnare entro il 2029”.
Intanto sul fronte dell’inchiesta della Procura di Gela per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, il segretario generale dell’autorità di bacino del distretto idrografico siciliano, Leonardo Santoro, ipotizza che la “presenza di sacche di gas metano” avrebbero potuto provocare il cedimento. Intanto oggi è prevista l’allerta gialla con nuove piogge e sale la preoccupazione tra i residenti.
Springsteen suona a Minneapolis contro l’Ice: sulla chitarra la scritta “Arrest the president”. Il musicista si è esibito a un evento di raccolta fondi per le famiglie di Renee Good e Alex Pretti. Migliaia di manifestanti in piazza

(repubblica.it) – Bruce Springsteen è a Minneapolis per protestare contro le azioni dell’Ice. Il leggendario musicista è salito sul palco di un evento di raccolta fondi per Renee Good e Alex Pretti nello storico locale First Avenue nel centro di Minneapolis.
Le voci su una sua possibile apparizione erano circolate tra il pubblico, e l’energia in sala è cresciuta già prima del suo arrivo. Springsteen, con le parole Arrest The President sulla chitarra, ha cantato il nuovo brano “Streets of Minneapolis”.
Il concerto era stato organizzato da Tom Morello di Rage Against The Machine e Springsteen ha rubato la scena. Qualche giorno fa il cantante di “Born in The Usa” aveva pubblicato Streets of Minneapolis in omaggio a Good e a Pretti, i due cittadini americani uccisi da agenti dell’Ice mentre protestavano contro la stretta anti-migranti.
Morello aveva aperto il concerto con l’iconico inno di protesta dei Rage Against the Machine, “Killing in the Name” e il pubblico del First Avenue aveva scandito in coro: “Fottiti, non farò quello che mi dici”. Alla fine dello show Springsteen e Morello hanno annunciato che avrebbero guidato il pubblico fuori dal locale e per le strade, mentre dalle casse risuonava “Let’s Go Crazy” di Prince.
“Grazie per averci dato il benvenuto alla Battaglia di Minneapolis”, ha detto Morello: “Amici, se sembra fascismo, suona come fascismo, agisce come fascismo, si veste come fascismo, parla come fascismo, uccide come fascismo e mente come fascismo. Fratelli e sorelle, è fascismo”.
Intanto a Minneapolis migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per esprimere la loro rabbia per la repressione dell’immigrazione portata avanti dall’amministrazione Trump. L’affluenza è arrivata in risposta all’appello per una giornata di mobilitazione, soprannominata “shutdown nazionale”, in diverse città degli Stati Uniti.
“Fact-checking” fasulli per attaccare le toghe. Come si sa, il video in cui Alessandro Barbero esprimeva le motivazioni del suo No al referendum sulla separazione delle carriere è stato oscurato su Facebook con capziosi distinguo (Meta in Italia si avvale per il controllo sui contenuti di enti come Open, il quale a sua volta si avvale di cosiddetti fact-checker); ci chiede se valga ancora l’art. 21 della Costituzione, che […]

(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Come si sa, il video in cui Alessandro Barbero esprimeva le motivazioni del suo No al referendum sulla separazione delle carriere è stato oscurato su Facebook con capziosi distinguo (Meta in Italia si avvale per il controllo sui contenuti di enti come Open, il quale a sua volta si avvale di cosiddetti fact-checker); ci chiede se valga ancora l’art. 21 della Costituzione, che stabilisce il diritto per “tutti” di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. È paradossale: mentre i giudici veri sono sotto attacco e si fa di tutto per depotenziarli, anche manomettendo la Costituzione, i fact-checker diventano onnipotenti nel dibattito pubblico, esprimendo giudizi che quasi sempre coincidono col mainstream. Chissà come mai tanto zelo, proprio nel momento in cui i sondaggi danno una quasi parità tra il Sì e il No.
L’inconscio digitale, unito alla potenza d’archivio, regala sincronicità divertenti. Giorni fa, il ministro Nordio ha rimproverato il segretario dell’Anm Maruotti, autore di un post che associava le violenze a Minneapolis alla riforma delle carriere, post poi rimosso con tante scuse. Nordio non le ha accettate, definendole “una retromarcia tardiva e grottesca, indice di intelletto inadeguato alla importanza della carica”. A proposito di Minneapolis, che si trova in Minnesota, e di intelletto, sovviene che nel 2024 il governo ha introdotto i test psicoattitudinali detti “Minnesota”, finora riservati alle forze dell’ordine, anche per i magistrati,al fine di intercettare eventuali loro disturbi psichici o di personalità. Nordio si vantò di aver superato ai suoi tempi il test brillantemente, ciò che non ha instillato dubbi nei membri del Consiglio dei ministri sulla precisione dello strumento approvato. Allora non si ritenne offensivo dare agli aspiranti magistrati degli psicopatici fino a prova contraria.
A parte la psicolabilità dei magistrati, che già Berlusconi diagnosticò “mentalmente disturbati” senza Minnesota test (per dire quanto era avanti), uno degli argomenti più demenziali a favore della separazione delle carriere è che attualmente i giudici vanno a cena con i pm e questo sarebbe indice di non imparzialità dei giudici stessi; come se, separandone le carriere, giudici e pm non potessero andare lo stesso a cena insieme. Se avessero voluto evitare che ciò accadesse, sarebbe bastato fare una legge sulla separazione dei ristoranti, in base alla quale il cameriere che prende la prenotazione deve chiedere preliminarmente al cliente se è giudice o pm e nel caso dirottarlo sul ristorante vicino. Ma a proposito di cena: nel 2003 Nordio, da magistrato abilitato dal Minnesota test, cenava da “Fortunato al Pantheon” con Previti, corruttore di giudici (condannato un mese dopo), perché “è simpatico e brillante e non è un mio imputato”.
A parte l’unicum universale e patologico di Berlusconi, il discredito sulla Magistratura non è un’invenzione del governo Meloni. Tralasciando gli attacchi di Renzi ai magistrati (il più incredibile: quando disse “non prendiamo lezioni di antimafia da Scarpinato”, senatore del M5S, ex magistrato antimafia; chissà da chi le prendono, forse da Cuffaro, con cui Italia viva stava per allearsi in Sicilia alle Europee del 2024, per poi fare marcia indietro), ricordiamo le parole di Mattarella: “La toga non è un abito di scena, non si tratta di un simbolo ridondante”, disse ai 324 vincitori del concorso per magistrati. I poveracci non si erano ancora messi la toga, che già sono stati monitati.
Memorabili i colpi di doppiette di Napolitano contro i magistratiincapaci di “rigore e equilibrio”, affetti da “comportamenti impropri e fuorvianti” o meglio “impropriamente protagonistici”, autori di “esternazioni esorbitanti” e colpevoli di “guardare con diffidenza i politici”. Tutto per ribadire la verità, non smentita dai fact-checker, del famoso “intreccio tra politica e Magistratura”, non quello tra politica e Codice penale. Sul referendum, leggiamo, Mattarella mantiene un “vigile silenzio” e auspica “serenità, armonia e correttezza istituzionale”. Alcuni ricordano che nel ‘97, durante i lavori della Bicamerale, l’allora deputato del Partito Popolare Italiano Mattarella votò a favore di un doppio Csm, giudicante e requirente. Comunque il 19 gennaio, nel pieno delle polemiche per la data stabilita per il voto e delle manovre del governo per non dare al No la possibilità di rimontare, Mattarella ha ribadito che i magistrati devono “testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche fuori delle proprie funzioni, per non compromettere la fiducia dei cittadini”, il che, detto dal capo del Csm, francamente un po’ la compromette. I magistrati, ha aggiunto, sono autonomi, ma le loro decisioni “non sono verità assolute” (al contrario di quelle dei fact-checker); poi li ha invitati all’“umiltà” e al “rifiuto di ogni forma di presunzione”, tara che non affligge il ministro Nordio: lo dice il Minnesota test.
Steve Bannon ha mandato a quel paese, letteralmente, l’Italia. Quel «fuck you» pronunciato nell’intervista pubblicata da Repubblica è, come prevedibile, il titolo che fa più dibattere.

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – Tuttavia a leggere con attenzione il colloquio dell’anima nera del movimento Maga ed ex consigliere di Donald Trump, l’obiettivo delle sue parole (non il fuck you) è un altro: il governo di Giorgia Meloni. E non tanto nel passaggio in cui cita la premier come ormai vassalla del globalismo, alla quale nessuno «crede più negli Stati Uniti». Lo scopo di Bannon è piuttosto sollecitare l’esecutivo, in particolare il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a prendere posizione sulla certosa di Trisulti: il monastero, cioè, nel mirino dell’ideologo Maga dal 2018 dove vorrebbe realizzare la cosiddetta scuola dei gladiatori, intesi come militanti del sovranismo internazionale. Miliziani addestrati a diffondere l’impasto ideologico fatto di trumpismo, putinismo, oscurantismo cattolico, neofascismo.
Bannon utilizza il termine antiglobalismo per celare questa mistura impresentabile. Ma al di là dell’educazione che riceveranno i futuri gladiatori, è la certosa in provincia di Frosinone la questione di stretta attualità. Perché come anticipato da Domani, alcuni mesi fa, a distanza di anni Bannon ritenta l’operazione. Lo fa con il sodale di sempre, Benjamin Harnwell.
Harnwell, da 15 anni residente in Italia, oggi è “International editor” di War Room, il programma inaugurato da Bannon nell’ottobre del 2019, trasmesso via cavo su 8 milioni di tv negli Stati Uniti dalla Real America’s Voice di Robert Sigg, piccolo editore di Denver.
È lui l’uomo che voleva fondare nel monastero di Trisulti il centro di formazione per sovranisti accomunati dalla «difesa dei valori giudaico-cristiani», la scuola dei gladiatori, appunto. Il progetto naufragò a causa delle inchieste giudiziarie che ipotizzavano, nei confronti del cattolico inglese, diversi illeciti penali e amministrativi. Dopo quasi cinque anni di battaglie giudiziarie, Harnwell è stato assolto dalle accuse di turbativa d’asta e inadempimento di contratti in pubbliche forniture. Snodo cruciale di quel progetto, anche finanziario, era la fondazione Dignitatis Humanae Institute, fondata proprio da lui e partecipata da politici europei di estrema destra. Una centrale del «nazionalismo populista», lo definisce oggi Harnwell. Un ruolo decisivo per bloccare il progetto lo giocò anche il ministero della Cultura all’epoca guidato da Dario Franceschini. Ora che è cambiato il clima la coppia Bannon-Harnwell torna alla carica: l’11 febbraio è attesa una prima pronuncia del tribunale amministrativo sul ricorso presentato da Harnwell.
Alcune settimane fa il fedelissimo di Bannon ha dichiarato: «È stata una grande delusione per tanti vedere come Giorgia Meloni e il ministro Giuli stanno proseguendo esattamente la linea dettata da Dario Franceschini. Non c’è una singola differenza nella politica del ministero fra Fratelli d’Italia e il Pd. Avrei pensato che a Meloni e FdI sarebbe molto gradito ospitare un progetto come questo per massimizzare l’importanza e l’influenza dell’Italia sul palcoscenico internazionale ma la loro perdita sarà un guadagno enorme per altri».
A meno di due settimane dalla sentenza del Tar, ecco che arriva la stoccata firmata personalmente da Bannon: «Stiamo vincendo sul piano legale. Non c’è posto migliore per la nostra Accademia dei Gladiatori. Amo gli italiani e Roma, siete uno dei grandi Paesi del mondo. L’unico problema è che l’Italia ha la peggior classe politica sulla Terra, perché ruba alla propria gente. Ma i ricorsi ci sono, stiamo vincendo, e presto migliaia di studenti potranno imparare politica e comunicazione della destra».
Perché usi toni così trionfalistici non è dato saperlo. Forse Bannon, nel 2018 star della festa di Fratelli d’Italia (Atreju), ha ricevuto rassicurazioni sull’esito della procedura? Di certo il messaggio è arrivato a palazzo Chigi: più del «fuck you», conta la scuola e il sistema, anche finanziario, che orbita attorno all’operazione Trisulti.
Dal dipartimento di giustizia tre milioni di nuove carte: Donald citato 3.200 volte. Spunta una denuncia per stupro, poi ritirata. Ma le testimonianze non sono provate

(Massimo Basile – repubblica.it) – NEW YORK – Il nome di Donald Trump appare più di 3200 volte nei 3 milioni di file sul caso Epstein rilasciati dal dipartimento di Giustizia. E alcune testimonianze, non verificate, pubblicate dal governo, cancellate (per l’amministrazione a causa di un boom di clic) e poi rimesse in rete, gettano ombre inquietanti sul passato del presidente degli Stati Uniti e segnano uno dei punti bassi della storia recente americana.
Nella nuova infornata di file sulla rete di pedofili messa in piedi da Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019, ci sono anche 2.000 video e 180 mila immagini, di cui molte pornografiche e oscurate per rispetto delle vittime. Eppure altri tre milioni di documenti potrebbero non vedere la luce. I nuovi file sono stati annunciati a sorpresa non dalla ministra della Giustizia, Pam Bondi, secondo alcuni messa ai margini da Trump per come ha gestito lo scandalo, ma dal vice, Todd Blanche, ex avvocato del presidente. «C’è molta sete di notizie ma non credo sarà soddisfatta dai nuovi documenti», aveva premesso. Nel giro di pochi minuti le redazioni dei grandi giornali americani hanno schierato squadre di reporter alla ricerca di riferimenti a Trump. Non sono state trovate prove documentate, ma testimonianze, non si sa quanto attendibili, rese a Fbi e polizia di New York anni dopo i fatti descritti.

In un file si parla di una ragazzina di 13-14 anni che, 35 anni fa, avrebbe «morso» Trump mentre era stata costretta a fare sesso orale con lui. In un altro, una tredicenne era rimasta incinta e costretta ad abortire. Un terzo file descrive «un’asta di minorenni» a cui aveva partecipato il tycoon. «Donald Trump, il presidente – si legge – faceva party a Mar-a-Lago chiamati “calendar girls”. Jeffrey Epstein portava le bambine e Trump le metteva all’asta». «Lui – continua – misurava la vulva e la vagina delle bambine infilando un dito e valutando le bambine in base a quanto le avessero strette. Gli ospiti erano uomini anziani e includevano Elon Musk». «Noi venivamo tenute nelle stanze, forzate a fare sesso orale con Donald Trump, costrette a farci penetrare. Avevo 13 anni quando Donald Trump mi ha stuprata. Era presente anche Ghislaine Maxwell».
Nei file si parla di feste in cui testimoni affermano che il tycoon pagasse per fare sesso. Di orge al Trump Golf di Rancho Palos Verde, California, «in cui alcune ragazze sparivano, qualcuno dice uccise e seppellite». Nell’87 una ragazza era finita al Trump Plaza perché voleva incontrare il tycoon. Uno sconosciuto si era offerto di presentarla a lui e le aveva dato da bere. La ragazza, secondo il file, si era risvegliata «nuda e indolenzita e con 300 dollari sul letto». «La vittima non ricordava come fosse finita lì, ma aveva avuto un flash con il volto di Trump. Aveva telefonato a qualcuno e raccontato di essere stata stuprata». Infine nelle carte figura un modulo dell’Fbi che «parla della denuncia nel 1994 di una donna che accusa Donald Trump di averla violentata quando era minorenne». La donna – il cui nome non viene pubblicato – «ha poi ritirato l’accusa» nei confronti dell’attuale presidente.
La Casa Bianca ha spiegato che alcuni documenti contengono «accuse false fatte all’Fbi prima delle elezioni del 2020». Tra i documenti c’è anche lo scambio di messaggi tra la futura first lady, Melania Trump, e Maxwell, socia di Epstein. Risale al 2002. Melania si complimentava per il servizio sul finanziere pubblicato da un magazine. «E tu stai alla grande in foto», aveva scritto all’amica, mettendoci un “Love, Melania”.
Non è chiaro quanto le nuove rivelazioni, senza conferme investigative, possano cambiare la traiettoria politica di Trump, che nel 2016 aveva vinto le elezioni nonostante avesse confessato in un nastro di aver afferrato le donne per i genitali. Qui, però, si parla di pedofilia, anche se le denunce non sono poi state dimostrate da indagini di polizia. La storia arriva però pochi giorni dopo l’accusa fatta da Maxwell, condannata a 20 anni di carcere, secondo cui almeno in 25 hanno raggiunto «accordi segreti» con le accusatrici, mentre i nomi di quattro presunti co-cospiratori della rete di pedofili non sono mai usciti. L’accusa è contenuta nella richiesta di annullamento della condanna fatta da Maxwell, e presentata senza i suoi avvocati. È sembrato un avvertimento. Ma a chi? Nei file, intanto, è apparso il diagramma del cerchio magico di Epstein: oltre a Maxwell, ci sono almeno 5 foto. Sono tutte oscurate.

(di Michele Serra – repubblica.it) – «Meloni era fantastica, ora è diventata una globalista», dice Steve Bannon, l’omone bianco e cattivo che presiede, meritatamente, l’internazionale dei bianchi cattivi. Non è una buona notizia per la presidente del Consiglio: «globalista», in quei paraggi, è il peggiore degli insulti, forse peggio di lesbica, gay, comunista, negro. Equivale a una scomunica. A una fatwa per alto tradimento. L’internazionale nera ha stracciato la tessera di iscrizione di Meloni.
L’intervista di Paolo Mastrolilli a Bannon va letta da cima a fondo, per capire che il suprematismo bianco (del quale il fascismo è solo uno degli utensili accessori, forse il più arrugginito) ha le idee chiare. Bannon considera debole Trump, che a Minneapolis avrebbe dovuto mandare l’esercito.
Parla degli italiani come debosciati imbelli che dovrebbero ringraziare gli Usa per l’invio dell’Ice alle Olimpiadi — ignora che l’antiterrorismo italiano è un bel po’ più efficiente ed evoluto di quello americano, che arresta i bambini e non ha idea di come fermare le stragi a mano armata nelle scuole.
Bannon parla come se la guerra civile americana fosse già in atto, e tutto ciò che è non-destra e non bianco sia una forma di vita inferiore da cancellare. Quello per altro è il suo verbo (apparentabile a quello del filosofo russo Dugin, progettista del “tradizionalismo integrale”, deve essere la versione 4×4): o si è di destra, bianchi, cristiani e maschi, o si può solo sperare nella clemenza di chi è di destra, bianco, cristiano e maschio.
Poi, come spesso capita ai cattivi, Bannon inciampa sulla propria vanità, ed eccolo, di colpo, più ridicolo che malvagio: è quando conferma il suo progetto di fondare in Italia, nella Certosa di Trisulti, la sua Accademia dei Gladiatori. Le comparse di Cinecittà, ricordando gli anni d’oro di Ben Hur, saranno senz’altro interessate. Hanno già il costume di scena.