Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I dem le studiano tutte contro Conte premier


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] O partigiano portalo via”, potrebbe cambiare la prima strofa di Bella (anzi, bello) ciao, nella edizione riveduta e corretta su misura per Giuseppe Conte.

Non v’è chi non veda come nel Pd e derivati regni letteralmente il terrore per i sondaggi che danno (darebbero) vincente il capo del M5S in caso di corsa a due con Elly Schlein.

[…]

Da qui l’alluvione di proposte tese a cancellare le primarie per la scelta del leader del centro-sinistra (“Pericolo ordalia”, “resa dei conti”, “autogol” , “bagno di sangue” “Una sciagura, non fatemi votare”, implora Francesco Piccolo sulla prima pagina di Repubblica).

Appelli strappacuore mirati unicamente – inutile girarci attorno – a evitare la possibile vittoria dell’ex premier. Considerata questa, evidentemente, la conseguenza più catastrofica della cosiddetta scelta “dal basso”. Peggio ancora, si lascia sfuggire qualcuno, di un possibile bis della Meloni.

Quelle stesse primarie citate con enfasi una ventina di volte nello statuto dei Dem e popolarissime quando catapultarono, contro ogni previsione, Elly Schlein al vertice del Nazareno. Invece, questa volta, Conte lo hanno visto arrivare, e con largo anticipo, e dunque urge escogitare delle soluzioni, anche le più scombiccherate, per scacciare l’incubo.

Si va dal recupero della figura dell’“anziano partigiano”, purtroppo, per ragioni di anagrafe, trapassata a miglior vita (preferibile, in alternativa, un tenero virgulto diciottenne, possibilmente vivente) evocata speranzosamente da Roberto Speranza, e prontamente rilanciata da Angelo Bonelli. Al “nome simbolico” di Dario Nardella.

Senza contare le terze opzioni (Salis, Gualtieri, Manfredi): numero fatale il tre (Terza via, eccetera) che al centrosinistra non ha mai portato benissimo.

]…]

Insomma, pur di evitare la iattura Conte, si resuscita lo iettatorio “comitato dei garanti” (ma si potrebbe anche “aprire un tavolo”), rovistando in un armamentario che fa parte, a pieno titolo, del progressismo differito e fancazzista.

E allora, perché non estrarre a sorte il nome del candidato premier, ’ndo cojo cojo, dalle Pagine Gialle. O Bianche. O dalla Guida Monaci? Oppure lanciare una monetina per aria come fanno gli arbitri di calcio (ahi, sul nome dell’arbitro si aprirebbero sicuramente altri contenziosi)? O anche indicare il prescelto (a) al termine di una sfida sui cento metri, o al ping-pong, o al karaoke.

Sconsigliato invece un referendum al Cefalù bistrot di Lavitola, tra le menti raffinatissime appassionate di vongole sgusciate.

Resta il fatto che all’interno di una coalizione che dovrebbe, per l’appunto, coalizzarsi per vincere le prossime elezioni, il vero problema consiste nell’azzoppare un possibile candidato alla premiership. Altro che leggendario programma! Altro che sconfiggere Giorgia Meloni! “O partigiano, portalo via”.


I legali di Ranucci alla Rai: pronto il ricorso d’urgenza


Missiva. Gli avvocati chiedono “i fatti” alla base della cacciata: “Chi ha deciso?”. Il ritorno in video per “discriminazione” può esser rapido. Anche Presutti cenava da Lavitola

I legali di Ranucci alla Rai: pronto il ricorso d’urgenza

(estr. di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli avvocati di Sigfrido Ranucci hanno risposto ieri sera, dopo poco più di 24 ore, alla rimozione del conduttore di Report. Al direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, chiedono di conoscere “i fatti e le circostanze che avrebbero integrato, secondo l’Azienda, le ‘continue pressioni’ a cui sarebbe sottoposta la redazione di Report”, nonché “i nominativi delle persone che avrebbero sottoposto la redazione a tali ‘continue pressioni’”, che erano state evocate, ma non spiegate, nell’email inviata venerdì da Corsini a Ranucci per dargli il benservito. E ancora, gli avvocati Roberto De Vita e Stefano Rossi, il primo coordinatore del pool legale e il secondo giuslavorista, chiedono di spiegare le “percezioni di opacità”, le “commistioni”, le “interferenze che avrebbero incrinato la serenità produttiva e il necessario carattere di indipendenza e imparzialità del programma Report” e la “obiettiva situazione di incompatibilità”, di cui ha scritto sempre Corsini senza addurre un solo fatto specifico, né la relativa documentazione.

[…] I legali vorrebbero conoscere anche “l’atto o gli atti mediante i quali è stata assunta la decisione, con indicazione dell’organo o del soggetto che l’ha adottata, dell’istruttoria eventualmente svolta e dell’atto con cui la S.V. (Corsini, ndr) è stata autorizzata a formulare le tre ipotesi di incarico” proposte a Ranucci: vicedirezioni ad personam al Tg3 o a Rainews 24 o l’ufficio di corrispondenza del Cairo. Non sono incarichi nella disponibilità del direttore Approfondimento da cui dipende Report, devono aver coinvolto i vertici aziendali e le direzioni di testata. Non si capisce, peraltro, se davvero c’è un’“obiettiva incompatibilità” di Ranucci a Report, perché mai non dovrebbe esserci in altri incarichi. Ma soprattutto non si capisce chi l’abbia accertata e come. La Rai infatti ha provato a mandare via Ranucci con una deliberazione del Comitato etico, che il 13 agosto ha trasmesso ai dirigenti il suo parere – rimasto riservato ma evidentemente inutile allo scopo, altrimenti sarebbe stato citato da Corsini. Né è stato avviato un procedimento disciplinare, che richiederebbe una comunicazione all’interessato.

I due avvocati danno sette giorni di tempo all’azienda per rispondere, “con espressa riserva di ogni azione anche cautelare e d’urgenza, diretta a ottenere la cessazione degli effetti” della cacciata di Ranucci, “nonché il risarcimento di tutti i danni”, scrivono De Vita e Rossi. Si preparano a un ricorso d’urgenza al giudice del lavoro ai sensi del decreto legislativo 216/2003 contro le discriminazioni sul lavoro, che consente anche la richiesta di misure cautelari rapide, in poche settimane. Se vincesse, Ranucci potrebbe tornare presto sul ponte di comando di una trasmissione che ha sempre fatto ottimi ascolti, parato un fuoco infinito di cause e azioni civili, respinto le pressioni – quelle sì con nomi, cognomi e indirizzi – di poteri pubblici e privati. Non sarebbe la prima volta che il giudice ordina alla Rai di reintegrare un giornalista in video: c’è il precedente celebre di Michele Santoro, colpito dall’editto bulgaro berlusconiano del 2003 e quello meno noto di Filippo Gaudenzi, che poi preferì un risarcimento. La natura politica della decisione del resto si evince anche dall’infinita serie di attacchi della destra di governo e dei suoi giornali al conduttore e al programma, che durano da anni ma hanno assunto violenza e intensità impensabili da quando è emerso il coinvolgimento di Valter Lavitola, il faccendiere che era amico di Ranucci, nell’attentato dell’ottobre 2005 sotto casa di quest’ultimo. L’amicizia con Lavitola, in sé, non può essere un problema: i vertici Rai ne sono a conoscenza dal 2023. Naturalmente i legali sono pronti anche a far valere il demansionamento imposto a Ranucci dopo 10 anni di conduzione di Report, ma con tempi processuali più lunghi.

[…]

Anche nella prospettiva di un eventuale ritorno di Ranucci per via giudiziaria, la Rai ha scelto di affidare la conduzione di Report a due figure poco note, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, 36 e 45 anni, assunti con l’ultimo concorso, profili obiettivamente fragili per un incarico così impegnativo. Molto meglio non bruciare un altro conduttore affermato.

In attesa dell’incontro di mercoledì 2 con Corsini, si preparano a una battaglia pubblica anche gli inviati storici del programma, che hanno rigettato come “irricevibile” le scelte azienali. Bernardo Iovene e Giulio Valesini, i due inviati che erano stati chiamati al ruolo di capi autore, hanno rinunciato. Sembrano anche ricomporsi le fratture interne. E Domani ha pubblicato una foto di Presutti al ristorante di Lavitola, come noto piuttosto frequantato.


Roma provincia di Kiev


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Siccome pensa di averci ormai mitridatizzati a ogni veleno, il nostro sgoverno ha pensato bene di arruolare come consulente per la guerra a non si sa bene chi l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhaylo Fedorov. Un mese fa Zelensky l’aveva licenziato: non, come si usa da quelle parti, perché fosse agli arresti o stesse per finirci; ma perché tentava di bonificare gli appalti militari, che hanno portato […]


Anche Giulia Presutti al bistrot del faccendiere Lavitola


Tutti i dubbi della squadra del programma di Raitre sui nuovi conduttori. L’imbarazzo per le cene dal presunto mandante. Unirai: «Qui non si servono vongole». Ma il sindacato sembra essere smentito

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Chi l’ha sentita racconta che Giulia Presutti, inviata di Report e ora nuova co-conduttrice della trasmissione, sia rimasta colpita per la dura reazione che i suoi colleghi hanno avuto dopo la notizia della sua promozione. I capi della Rai hanno voluto lei, insieme a Daniele Piervincenzi, alla successione di Sigfrido Ranucci, e le hanno dato le redini del programma in cui da tempo lavora.

Grazie anche ai buoni uffici con Ranucci, che l’ha richiamata in squadra dopo un periodo in cui ha lavorato per altri programmi della rete.
Così dietro all’annuncio delle dimissioni da parte degli invitati storici e alle parole di sgomento di Ranucci («questa scelta è mediocre, mortifica Report», ha detto parlando dei due nuovi conduttori), c’è più di un motivo. In primis risulta a Domani che Presutti abbia frequentato anche lei il bistrò di Valter Lavitola, certamente con meno assiduità di Ranucci. Lo dimostra la foto che questo giornale ha trovato sui social, in cui Presutti è in compagnia di amiche mangiando ostriche.
Poi gli inviati contestano un presunto doppiogiochismo di Presutti. «Non ha avvertito nessuno di noi all’interno di Report che stava trattando con i vertici meloniani», dicono a Domani dalla redazione. «Ma soprattutto ha sempre difeso Sigfrido senza se e senza ma, era la più intransigente nella difesa insieme a Elisa Marincola, altra fedelissima di Sig», il commento che spiega lo stato d’animo di Ranucci e degli inviati rispetto alla promozione di Presutti.

Quoque tu

Non è tutto. La giornalista si appresta a prendere la conduzione di Report con la benedizione di tutta la destra compreso il sindacato Unirai. Ranucci, come detto, l’aveva riaccolta nella squadra dopo la scelta di abbandonare Report preferendo un’altra trasmissione della rete. Si narra che quella scelta fosse stata dettata dalla volontà di Presutti di avere più spazio.

Poi, però, il ritorno a casa e l’uccisione del vitello grasso da parte del conduttore che le ha affidato due inchieste al passo con la cronaca: la vicenda dello sparo del deputato Emanuele Pozzolo e quella sulla guerra di Fratelli d’Italia in Sicilia. «Prima di allora? Niente grandi scoop», le parole di alcuni big di Report. Che aggiungono: «Presutti alla conduzione rischia di essere soprattutto un suicidio anche per lei».

Eppure, in base a quanto trapela, la nuova conduttrice, che fonti sentite da questo giornale indicano come vicina a Roberto Natale del cda Rai, non ha alcuna volontà di rinunciare. «È contentissima», dice chi la conosce e ne snocciola il lungo curriculum, riportato da Ansa, di cui il padre, Piercarlo Presutti, è capo della sezione sportiva. Indiscrezioni parlano anche del fatto che la giornalista si propose qualche mese fa al Tg1 guidato da Gianmarco Chiocci, ma alla fine non se ne fece nulla. Dal Tg1 nessuno ricorda però sembra ricordare questa storia.
Secondo gli antipatizzanti la nuova conduttrice avrebbe «quello che dovrebbero avere tutti i giornalisti: la capacità di muoversi in ambienti diversi, dal centro sociale Baobab di Roma, passando per l’associazione Articolo 21, fino a quelli dell’alta borghesia».

Compreso il ristorante di Lavitola, che la stima come giornalista. Questo giornale può confermare la frequentazione del locale, grazie alla foto (pubblicata in calce) che ritrae Presutti al Cefalù dove «l’amico fraterno» di Ranucci amava aggirarsi tra i tavoli. Contattata da questo giornale, la giornalista non ha risposto alla domanda su come mai frequentasse quel locale. Curioso che l’Unirai, nel comunicato di solidarietà alle new entry di Report per le parole utilizzate da Ranucci, abbia scritto: «In Rai non si servono vongole». Pare, invece, che la tradizione continui.

Altri dubbi

Infine, anche su Piervincenzi – il giornalista con cui il fondatore della pagina Welcome to favelas Massimiliano Zossolo si è congratulato – la squadra di Report mostra una certa ritrosia. «È un esterno», dicono. E poi non avrebbe «mai svolto inchieste sul potere, bensì sulla criminalità locale». Il giornalista nel 2022, forse proprio per evitare di essere etichettato come quello della capocciata di Roberto Spada, ha deciso di raccontare la guerra in Ucraina da freelance e altri conflitti internazionali. Ora col gran ritorno in Rai, dovrà affrontare tutta un’altra guerra.


Giorgia, senza dissenso non c’è democrazia


(Dott. Paolo Caruso) – La manifestazione nazionale di Fratelli d’Italia programmata per il 4 settembre 2026 al porto di Bari, organizzata per celebrare il record di longevità del Governo Meloni, destinato a superare il primato del governo Berlusconi II è già ai nastri di partenza. Tutto è pronto! Le truppe cammellate d’ Italia stanno per marciare su Bari. Questo evento voluto espressamente dalla Caciottara si accosta alle adunate storiche del ventennio fascista, ma il cui principale risultato oggi è finalizzato a “sterilizzare” il dissenso e a rendere marginali le polemiche sollevate dalle opposizioni e dai media critici. L’organizzazione del grande evento barese si inserisce in un clima di forte contrapposizione, caratterizzato da elementi concreti legati alla sicurezza e alla contestazione. Per l’appuntamento nell’area del nuovo terminal crociere del porto di Bari è stato predisposto un imponente servizio d’ordine, un piano logistico coordinato con la questura. Questo genere di misure blindate, volte a regolare rigidamente gli accessi e a prevenire disordini, viene messo in pratica come un modo per isolare l’evento e silenziare sul nascere le voci contrarie. L’ allarme contestazioni infatti non è assolutamente da escludere e i fischi in piazza potrebbero rendere ancora più evidente lo scollamento tra i cittadini e ” la Ducetta della Garbatella “. Tali timori si sono intensificati dopo le accese proteste subite dalla Premier in diverse piazze d’Italia da parte dei balneari nei mesi precedenti e le reazioni avverse registrate recentemente in Puglia, come i fischi assordanti ricevuti durante l’ inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto. A pochi giorni dall’ adunata di Giorgia e ” i suoi fratelli “, la vigilia della manifestazione è stata segnata da tensioni sul territorio, con la denuncia da parte dei ” Podestà locali ” per il danneggiamento e l’imbrattamento con scritte offensive dei manifesti elettorali nelle vie principali di Bari che annunciavano lo straordinario evento. Una piazza Venezia in perfetto stile mussoliniano, l’ iniziativa barese presentata come festa di popolo ( di quale popolo? ) aperta e legittima per rivendicare la stabilità politica del Paese, sembra più una nostalgica ricorrenza del passato, una festa auto celebrativa con il tentativo di creare consenso artificialmente protetto e impermeabile al dissenso reale. L’ Istituto Luce già all’ opera emette i suoi primi bagliori di propaganda nelle diverse Corti televisive. Il 4 Settembre è ormai vicino e ” il fantasmagorico mondo di Giorgia ” splendente più che mai si aprirà agli occhi increduli dei cittadini di Bari. Non sarà il meraviglioso mondo di Amélie….. ma semplice propaganda di regime.


Fonti Chigi, aereo pronto per Di Battista se le condizioni consentono di trasferirlo


(ANSA) – “Come già spiegato dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani, l’Italia sta garantendo la massima assistenza ad Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba a seguito di un malore. L’Ambasciatrice italiana a Cuba, Simona De Martino, si è recata presso l’ospedale di Santa Clara per acquisire informazioni sulle sue condizioni di salute e assicurare il necessario raccordo con le autorità e la struttura sanitaria cubana”.

Lo spiegano fonti di Palazzo Chigi, aggiungendo che “il Governo sta seguendo con la massima attenzione la situazione e un aereo sanitario è disponibile per far rientrare in Italia Di Battista”. “Prima di procedere al trasferimento – puntualizzano le stesse fonti -, è tuttavia necessario verificare che le condizioni del paziente lo consentano e che il trasporto non comporti rischi per la sua salute. L’eventuale trasferimento sarà quindi valutato dai medici sulla base delle condizioni cliniche del paziente”.


Chi ha potere oggi sta brindando alla fine di Ranucci a Report: e basta questo per spiegare tutto


(Francesco Cancellato) – Vogliamo guardare per una volta la Luna, anziché il dito, in questa storia di Report?

Bene: la Luna è che c’era una trasmissione d’inchiesta sulla Rai, la televisione pubblica italiana.

Che questa trasmissione d’inchiesta, come è giusto accada per le trasmissioni d’inchiesta, non piaceva a nessuno che avesse un briciolo di potere in Italia. E in particolare, non piaceva all’attuale maggioranza di governo, che controlla la Rai – come tutte le maggioranze di governo che si sono succedute finora, giova ricordarlo.

Che questa trasmissione d’inchiesta aveva un conduttore, Milena Gabanelli prima, Sigfrido Ranucci poi, che oltre a condurla, svolgeva un ruolo di scudo per chi le inchieste materialmente le realizzava. Prendendosi addosso tutte le critiche, gli strali, i veleni, le minacce di chiunque abbia un briciolo di potere in Italia. Potere politico, economico, criminale: tutto.

Che questo conduttore si prendeva anche la stima, l’ammirazione e la gloria di chi, dall’altra parte, vedeva Report come un baluardo di libertà contro il potere e i suoi abusi. Cosa che sembra normale, in un mondo iper-polarizzato come quello di oggi. Ma normale non è, per un giornalista, riempire i teatri come fosse un capo-popolo. O un leader politico.

Poi c’è la bomba davanti a casa di Ranucci, sotto le macchine sua e della figlia. E si scopre che il mandante è Valter Lavitola. E si scopre anche che di Lavitola, un affarista coinvolto in storie strane, compravendita di senatori, ricatti ed estorsioni, sia di Ranucci “carissimo amico”, per ammissione stessa del conduttore di Report. E se sono chiari il cosa e il come, non lo è per nulla il perché: come mai Lavitola ha messo una bomba sotto casa di Ranucci? Per lanciare la sua carriera politica, come sospetta la procura? Per aumentargli il livello della scorta? E quanto sapeva Ranucci, prima e dopo la bomba, del coinvolgimento di Lavitola e dei suoi propositi?

Mistero. Sta di fatto che allo stato attuale non c’è un movente, ma c’è comunque un mandante (Lavitola) e una vittima (Ranucci) di un attentato. Amici o non amici, questi sono i ruoli.

E poi c’è tutto il resto, però. Una campagna stampa orchestrata dai giornali di proprietà di un deputato della Lega che scandaglia la vita della vittima, andando a rimestare nel suo passato per delegittimarlo. Un bombardamento di illazioni e fango che con la storia della bomba non c’entra nulla e che ha il malcelato scopo – nemmeno malcelato a dire il vero – di spingere Ranucci a farsi da parte. O di spingere la Rai a farlo fuori. Cosa che puntualmente avviene.

E qui si può discutere per ore se Ranucci abbia fatto bene, o meno, a difendere la sua posizione e il suo ruolo fino all’ultimo. A non farsi da parte lui stesso, scegliendo lui una successione, come Gabanelli fece con lui. A fare scudo per l’ultima volta alla trasmissione, dando forza e legittimità al nuovo conduttore, al nuovo scudo. Sigfrido Ranucci non l’ha fatto, e la Rai l’ha fatto fuori, col plauso dei partiti di governo e dei giornali del deputato della Lega.

Tutto ciò che viene dopo, è conseguenza di questa scelta. I due nuovi conduttori, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi sono due colleghi sulla cui professionalità e indipendenza non si può dire nulla, e che, in un mondo normale, meritano tutto il sostegno e le aperture di credito del mondo. Ma non hanno uno scudo a proteggerli, né – per storia, status e ruolo – sono lo scudo che può proteggere Report. Che da oggi si è guadagnato un bel po’ di nemici in più. A partire da Sigfrido Ranucci, che è stato fatto fuori dalla politica. Dalla squadra delle inchieste che si è sentita esautorata dalla scelta dei nuovi conduttori. Dal pubblico stesso di Report, che si ritrova spaesato di fronte a un capopopolo che disconosce la sua creatura, quella che aveva difeso fino a ieri.

Provate a pensarci: che forza avrà da ora in poi Report per difendersi dagli strali di un’inchiesta sul governo, sulla criminalità organizzata, su qualche grosso potentato economico italiano? E se farà un’inchiesta sui sindacati e sulle opposizioni? Quale garanzia d’indipendenza potrà offrire il nuovo corso della trasmissione, quando quello vecchio è stato fatto fuori col beneplacito di chi governa? La risposta, a oggi, senza nulla togliere a Presutti e Piervincenzi e alla loro capacità di cambiare le cose, è zero.

Dito e Luna, dicevamo. Le battaglie legali, le ripicche personali, le guerre tra bande del giornalismo d’inchiesta e non ci interessano poco. Quel che conta davvero è che prima c’era una trasmissione d’inchiesta che rompeva le scatole e che ora, al suo posto, c’è un suo simulacro fragile e senza alcuna protezione. Che la politica e la stampa amica di chi comanda sono riuscite nell’intento di far fuori un conduttore scomodo. Che chi governa ha fatto quel che vuole in Rai, alla faccia dell’indipendenza del giornalismo, e tanto più del giornalismo d’inchiesta.

E di fronte a tutto questo, l’unico che gode è chiunque abbia un briciolo di potere in Italia. Politico, economico, criminale. Che senza colpo ferire si ritrova libero da una trasmissione che gli ha rotto le scatole per trent’anni. E che adesso, finalmente, si ritrova un faro in meno puntato addosso.

Buon per loro, meno per noi.


Malore a Cuba per Alessandro Di Battista: è ricoverato in gravi condizioni


Il giornalista e scrittore, ex deputato del Movimento 5 Stelle, si trovava nell’isola per realizzare un reportage

Malore a Cuba per Alessandro Di Battista: è ricoverato in gravi condizioni

(ilfattoquotidiano.it) – Alessandro Di Battista è stato ricoverato nella serata di venerdì a Cuba dopo aver accusato un forte mal di testa e aver avuto un malore. Il giornalista e scrittore 48enne, ex deputato del Movimento 5 Stelle che da anni è tornato a fare il giornalista con numerose inchieste anche per Il Fatto Quotidiano, si trova nell’isola per realizzare un reportage ed è arrivato in ospedale in gravi condizioni. In una nota il Movimento 5 Stelle ha espresso vicinanza alla famiglia: “La comunità 5 stelle ha appreso la notizia del ricovero di Alessandro Di Battista a Cuba con grande apprensione. Confida di ricevere ragguagli e aggiornamenti positivi, stringendosi ai suoi familiari in questo momento di profonda preoccupazione”.

Alessandro Di Battista ricoverato a Cuba: “In gravi condizioni”

L’ex esponente del Movimento ha creato l’associazione Schierarsi. Il M5S: “Siamo in apprensione”

Alessandro Di Battista ricoverato a Cuba: “In gravi condizioni”

(repubblica.it) – Alessandro Di Battista è stato ricoverato nella serata di ieri, venerdì 28 agosto, in un ospedale di CubaL’ex pentastellato sarebbe giunto in ospedale in gravi condizioni.

“La comunità 5 stelle ha appreso la notizia con grande apprensione. Confida di ricevere ragguagli e aggiornamenti positivi, stringendosi ai suoi familiari in questo momento di profonda preoccupazione”. Lo comunica il M5s.

Di Battista, 48 anni compiuti lo scorso 4 agosto, è stato deputato per il Movimento 5 Stelle dal 2013 al 2018 e in seguito ha scelto di non ricandidarsi in Parlamento non riconoscendosi nella linea del leader 5s Giuseppe Conte. Fortemente critico rispetto a un’alleanza con il Partito democratico, ha continuato a fare politica e creato l’associazione Schierarsi.

In vista delle prossime elezioni, si vocifera di un ritorno in campo dell’ex 5stelle con l’obiettivo di contendere il campo dell’antipolitica e un elettorato antisistema.


Da Report a Deport il passo è breve


Adesso il dubbio non c’è più, aveva ragione Ranucci a non vacillare, a non dimettersi, a non accettare le proposte dorate che gli facevano

(Luca Telese – ilcentro.it) – ROMA. Via il conduttore di Report. Via il capo della redazione di Report. Via il responsabile del progetto. Fin qui tutto prevedibile, perché erano tre ruoli riassunti nella stessa persona, Sigfrido Ranucci. Ma l’annuncio di ieri ha prodotto di più, perché alla notizia della nomina imposta dall’alto dei due nuovi conduttori scelti dalla Rai per sostituire il conduttore (Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi) anche i sedici inviati di punta hanno annunciato che sono intenzionati a non lavorare più per il programma a queste condizioni. Tre palle un soldo, si dice nel gergo, con un solo colpo il più importante programma di informazione della Rai (nonché il più redditizio, per il rapporto costi-introiti), viene smantellato con un perfido ma sapiente operazione di rottamazione. Non era solo Ranucci, il bersaglio – adesso è evidente – ma tutto il programma. Lo avevamo previsto a caldo, un mese fa quando (purtroppo) avevamo titolato “TENTATO RANUCCICIDIO”.

Perché questo era il progetto, ci dicevano le nostre fonti, appena l’inchiesta sull’attentato era diventato il pretesto per una campagna di denigrazione del conduttore. Adesso quella intenzione è diventata realtà: la character assassination di un singolo si è mutata nel piano di smantellamento chirurgico di un intero gruppo di lavoro. Il tempo, e la strategia del dividi et impera praticata dai vertici Rai ha avuto l’effetto di un bombardamento in stile Dresda. Far esplodere la redazione, far litigare i giornalisti, metterli di fronte al dilemma su come si può salvare il proprio lavoro o la propria professionalità. Questa deportazione forzata – adesso – rischia di produrre l’esito desiderato dai nemici politici di Report (sia a destra che a sinistra). Un simulacro di programma che ha la stessa collocazione di Report, il suo stesso nome, ma che non ha più il suo contenuto, i suoi ingredienti primari, i suoi volti noti, i suoi garanti e i suoi padri: in una parola, il suo certificato di qualità.

E tutto ciò a prescindere dalla bravura dei nuovi conduttori, uno dei quali, Daniele Piervincenzi, lo abbiamo celebrato su questo giornale quando ricevette meritatamente il premio Russo (leggere l’intervista avvincente di Giuliano Guida Bardi). L’esito, non indesiderato, è la tabula rasa in Rai e la sterilizzazione di una voce scomoda. Se questo accade, resta solo la stessa etichetta, appiccicata su una scatola vuota, che viene riempita di nuovi contenuti. Ma la Rai non sia un soprammobile su una scrivania di palazzo Chigi, ma un’azienda pubblica pagata con i soldi di tutti noi. Una società che non ddvd rispondere al governo, ma al parlamento che nomina i membri del Cda. Una notazione sul dramma scespiriano di queste ore: Ranucci era vittima di un attentato ed è stato fatto quasi passare per responsabile, da una abilissima campagna di stampa.

E i suoi collaboratori erano posti di fronte al dilemma: tradire il leader per provare a salvare la casa che brucia, o andare al patibolo. Bene, adesso il dubbio non c’è più, aveva ragione Ranucci a non vacillare, a non dimettersi, a non accettare le proposte dorate che gli facevano, sapendo che l’unica forza che è in grado di ribaltare questo progetto di annichilimento potrà essere un tribunale. È già accaduto: con Michele Santoro, e con Paolo Ruffini, entrambi defenestrati (da Raidue e da Raitre) e poi reintegrati per effetto della sentenza di un giudice. Se questo non accadrà il destino è scritto: Da Report a Deport il passo è breve.


Freccero: “Distruggere Report commissariandolo è un vero e proprio suicidio aziendale per la Rai”


(Carlo Freccero – ilcentro.it) – Parlo come ex direttore di Rai che soffre psicologicamente a veder smantellare Report della Rai, uno dei pochi programmi capaci di garantire un’audience sicura e di resistere a una trasmissione come Che tempo che fa di Fazio, sostenuta da un pubblico fedelissimo.

Report è una macchina che funziona non perché è condotta da una star, ma perché è stata costruita nel tempo dal lavoro di squadra della redazione, che ha saputo resistere anche al cambio della conduzione da Gabanelli a Ranucci.

Mi si potrebbe obiettare: perché allora criticare l’introduzione di due nuovi conduttori, reclutati sì in Rai, ma dall’esterno della redazione? Perché la soluzione suona tanto come un commissariamento.

Conosco i nuovi potenziali conduttori e li ritengo bravi, ma comunque estranei alla redazione di Report. Un programma così, per essere credibile, non deve essere letto come il telegiornale, ma rispecchiare un lavoro di elaborazione interno.

La soluzione più naturale e logica è scegliere il conduttore, ancora una volta, all’interno della redazione, come avvenne al tempo dell’avvicendamento Gabanelli-Ranucci. Distruggere Report commissariandolo è un vero e proprio suicidio aziendale per la Rai, che presenterà il conto in termini di audience all’apertura della prossima stagione.


Report, i sionisti e l’Italia moribonda


(Tommaso Merlo) – I sionisti non vogliono smettere di sterminare palestinesi, vogliono che si smetta di parlarne. Per questo hanno ammazzato centinaia di giornalisti a Gaza, e per questo impediscono alla stampa internazionale di entrare nella Striscia e nei decenni hanno corrotto i principali media mainstream occidentali. Per controllare la narrazione, per spacciare l’apartheid genocida come democrazia modello e scaricare le colpe sulle loro vittime. Tutto inutile grazie ad internet e alle vittime palestinesi che hanno mostrato in diretta social il proprio sterminio, ma la sostanza è questa. Potenti che non avendo nessuna intenzione di fare passi indietro o cambiare, censurano o ricorrono alla propaganda in modo che non emerga la verità ma una narrazione di comodo che gli permette di continuare le loro malefatte in santa pace. Quello che sta succedendo a Report. Una trasmissione che i potenti perseguitavano da anni perché capace di fare breccia nel muro di ipocrisia ed omertà tipico dei palazzi di paesi moribondi come il nostro. Da noi fare vero giornalismo ormai è eroico. Perché vieni ghettizzato e perché dare fastidio ai potenti è pericoloso e se vuoi fare carriera ti devi accodare a qualche cordata economica o ideologica, vendere l’anima al diavolo e abbassare la testa. Il risultato è drammaticamente noto. Redazioni talmente screditate da venire mantenute dai loro padroni o dallo stato invece che da telespettatori e lettori che da anni sono in fuga verso fonti più attendibili o verso l’indifferenza che è sempre meglio che venire presi per i fondelli. Propaganda permanente spacciata come giornalismo e depravazione conformista a gogò. Nei paesi civili trasmissioni come Report sono normalità, sono il modo in cui si fa giornalismo. E questo perché i potenti hanno l’obbligo della trasparenza totale verso i cittadini e non devono esistere dubbi e zone d’ombra per nessuna ragione. Non dovrebbero esistere nemmeno i segreti di stato, figuriamoci i segretucci meschini di qualche poltronaro impenitente. Una vera e totale libertà di stampa è un diritto sacrosanto in una democrazia sana, un pilastro del sistema perché se manipoli la narrazione pubblica impedisci ai cittadini di conoscere la verità su quanto succede nel loro paese e su chi siano davvero i potenti di turno, e quindi gli impedisce anche di votare in modo consapevole. È una questione politica sostanziale, non marginale. Se certi personaggi indegni raggiungono i vertici dello stato e si godono carriere decennali nonostante la loro inettitudine, è proprio perché il dibattito pubblico è profondamente inquinato da un fasullo giornalismo che in realtà è faziosa e perenne propaganda politica a favore di cani e porci. Una cagnara perenne che impedisce alla verità dei fatti di emergere e quindi alla storia di fare il suo corso. Da una informazione seria e professionale, siamo passati alla continuazione della campagna elettorale anche durante tutta la legislatura, con una manipolazione costante del dibattuto pubblico. Uno scempio mediatico. A livello di libertà di stampa l’Italia è dietro a molti paesi africani e mediorientali eppure i potenti di turno non fanno nulla e questo perché non gli conviene. Ai potenti conviene la propaganda o presunti giornalisti che non osano mai farla fuori dal vasino per non perdere il loro posticino al sole. Una mafia culturale che infesta anche il mondo dell’informazione con redazioni che fungono da capi tifosi delle rispettive squadre partitiche. Esaltano i loro e infangano i nemici mentre la verità diventa un dettaglio per ingenui idealisti. Col risultato che in assenza di una stampa cane da guardia, la qualità della politica è gravemente peggiorata perché libera di dare il peggio di sé e non risponderne mai. Col risultato che gran parte dei cittadini non vota e non segue più perché disgustata da un sistema sempre più anche moralmente marcio e non all’altezza né dei tempi né delle loro consapevolezze. Col risultato che l’Italia è un paese moribondo che si scaglia contro l’unica oasi di giornalismo con un minimo di denti come Report colpevole di non permettere ai potenti di spacciare il marciume come normalità e di farsi i propri sporchi comodi in pace. Giornalisti che diventano spioni infami e fastidiosi intrusi da fermare altrimenti crollano i sondaggi e lorsignori rischiano immagine e poltrona e quindi quanto di più caro hanno al mondo. Classi delinquenti che non vogliono solo il privilegio dell’impunità ma anche della opacità. In questa Italia moribonda come a Gaza. Potenti che non avendo nessuna intenzione di fare passi indietro o cambiare, censurano o ricorrono alla propaganda in modo che non emerga la verità ma una narrazione di comodo che gli permetta di continuare le loro malefatte in santa pace.


Meloni si è fermata a Eboli!


(Federica Olivo – huffingtonpost.it) – “Un governo più stabile, un’Italia più forte”. Sarà lo slogan del 4 settembre a Bari, quando Giorgia Meloni e i suoi festeggeranno il governo più longevo della storia della Repubblica. Dietro il trionfalismo però si nasconde una grande contraddizione: la premier va a festeggiare il governo “forte” in un luogo in cui il governo è debole. Perché se il Nord al netto delle beghe leghiste e di qualche scaramuccia lombarda tiene, la vera voragine per i partiti della maggioranza è a Sud. Per ragioni interne ai partiti o alla coalizione. E anche perché al Sud ci sono dossier spinosi, come l’Ilva, ponte sullo Stretto o la disoccupazione, che il governo ha gestito poco e male.

Partiamo dalla Puglia, perché è lì che Meloni si autocelebrerà. I “Fratelli” pugliesi stanno studiando un piano per evitare le contestazioni. Un piano di difficile attuazione, perché Bari è da lustri roccaforte del centrosinistra nonché il capoluogo della regione dove Antonio Decaro del Partito democratico ha stravinto, sfiorando il 64%.

(…) FdI è percorsa da tensioni tra le truppe di Gemmato e quelle di un altro big pugliese: Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea, dirigente del partito di Meloni con una storia democristiana alle spalle. I contrasti sono evidenti e neanche la corsa di Arianna Meloni ad aprile a Bari è riuscita a stemperare gli animi. FdI non è messa bene, ma neanche Forza Italia in regione dorme sonni tranquilli.

In vista delle elezioni del 2027 si è aperta una frattura tra l’ala più vicina ad Antonio Tajani, rappresentata dal coordinatore regionale Mauro D’Attis, e la base. Una parte dei consiglieri regionali forzisti ha firmato un documento in cui si sostiene che “l’invocato rinnovamento non può che ripartire dal consenso e dalla reale presenza territoriale”. Da chi ha i voti, in sostanza. E la Lega? Vale per la Puglia come per le altre Regioni che toccheremo: non esiste più.

A Sud il partito di Matteo Salvini è in picchiata: c’è chi è in fuga verso altri lidi (Futuro Nazionale compreso) e chi guarda inerme le istanze nordiste dei lombardi. Se passerà quella linea, a Sud il partito sparirà. Un altro tassello che indica un pericolo: una debacle del centrodestra alle prossime politiche. In Puglia e nel resto del Sud.

Ma passiamo alla Campania, dove Fratelli d’Italia è in un mare di guai. “Questa regione farà perdere Meloni con qualsiasi legge elettorale”, è la profezia di chi conosce bene gli ambienti di centrodestra campani. In effetti, l’ultima prova elettorale di FdI in regione è stata disastrosa: nei comuni alle porte di Napoli (bacini da 200mila abitanti) ha preso percentuali che vanno da 0,98 a 3,88. La base contesta una cattiva gestione del partito da parte di dirigenti imposti da Roma nei singoli comuni.

(…) In Campania come in Puglia grosse grane anche per Forza Italia: come ha raccontato qui HuffPost, il partito in regione, per citare un militante “è peggio della Corea del Nord”. Tra esponenti del partito espulsi dalle chat, mal di pancia per la gestione del coordinatore regionale Fulvio Martusciello, critiche sul congresso, è un tutti contro tutti.

In Basilicata il centrodestra se la passa altrettanto male. Forza Italia ribolle per l’eterno commissariamento da parte della ministra Elisabetta Casellati, che dovrebbe mollare lo scettro nei prossimi giorni. Ma il vero problema di FI riguarda la guida della Regione. Il presidente, il forzista Vito Bardi, ha dovuto fronteggiare il veto di Fratelli d’Italia in provvedimenti fondamentali per la giunta, come la legge di bilancio. L’assessore all’Agricoltura, Carmine Cicala di FdI, ha votato no, rischiando di aprire una crisi irreversibile. La crisi poi è rientrata, il malcontento no. Gli elettori lucani, per quanto siano pochi, potrebbero tenere a mente questi dissidi in vista delle prossime politiche.

Sembrava navigare in acque serenissime il centrodestra calabrese, trainato da Forza Italia. Prima la riconferma del presidente Roberto Occhiuto – che è tra i principali volti del partito, corrente liberale che guarda a Marina Berlusconi – poi il plebiscito a Reggio Calabria. Nella città dello stretto il forzista Francesco Cannizzaro ha stravinto, con una percentuale bulgara: 66%. Tutto bene allora? Mica tanto. Perché da isola felice la Calabria sta diventando una spina nel fianco del centrodestra: alle suppletive per sostituire Cannizzaro, che ha dovuto lasciare il seggio alla Camera, è entrato in scena Roberto Vannacci.

Che ha candidato Domenico Giannetta, sottraendolo a Forza Italia e sfidando con lui tutto il centrodestra. Altri forzisti, raccontano le cronache locali, sarebbero pronti a passare alle truppe vannacciane. Uno dei più attivi tra i deputati di Futuro nazionale, del resto, è il calabrese Domenico Furgiuele. Che sta provando a tessere le sue tele. Non basterà il suo attivismo a piegare il granitico sostegno dei calabresi per il centrodestra, ma certamente creerà dei problemi. E in un contesto in cui ogni pacchetto di voti conta, anche un solo punto percentuale fa la differenza.

Concludiamo con la Sicilia, dove Fratelli d’Italia è in crisi da anni. Tra lotte intestine e inchieste giudiziarie, il problema più grande (secondo parte della dirigenza romana) si chiama Renato Schifani. L’anno prossimo si vota e un pezzo del partito vorrebbe puntare su un altro nome per la presidenza della regione. Proprio per questo gli era stata offerta un’alternativa: un posto al Consiglio superiore della magistratura. Altri quattro anni garantiti, con un incarico di prestigio.

Al governatore però la prospettiva non piace. Nelle ultime settimane si è rifugiato in un più diplomatico “decide la coalizione”. Un assist di peso per la ricandidatura di Schifani è arrivato da Ignazio La Russa: “Se devo esprimere un giudizio, dico che è un buon presidente della Regione e che nella normalità un buon presidente della Regione se decide di riproporre la propria candidatura normalmente è ricandidato”. Un endorsement che potrebbe aprire nuovi scenari.

O meglio, confermare il governo regionale attuale. Comunque vada, in una regione dove il richiamo del Movimento 5 stelle è sempre stato forte, e dove Cateno De Luca ha consensi importanti, tensioni e dubbi non fanno bene ai partiti di governo. E potrebbero fare molto male alle urne. Il fronte Sud, per Meloni, rischia di diventare più fragile del fronte Nord. 


Il non-detto di Bonaccini


(Andrea Zhok) – Ieri Stefano Bonaccini (ex presidente del PD) ha esternato come segue:

«Il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit – qualche anno fa – il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia, a Meloni e prima a Salvini e oggi forse a Vannacci – è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e, come dice la Meloni, chi sta peggio economicamente».

Tutti a indignarsi perché un parlamentare PD dice cose da PD.

È un errore. Bonaccini ci sta dicendo con schiettezza un paio di cose sostanzialmente corrette.

Lo scandalo è il non-detto, di cui egli non sembra avvedersi.

La prima cosa che dice B. è semplice ed è un’onesta notazione di classe.

Le politiche della sinistra parlamentare oggi sono commisurate agli interessi dell’alta borghesia dei centri storici nelle grandi città (quella parte di popolazione che si rivolge all’armocromista, per intenderci).

Non c’è alcun dubbio che quella fetta di popolazione, che tradizionalmente era tutelata dalla destra liberale, oggi sia in gran parte conquistata al voto della sinistra di governo.

Che oggi gli interessi dei Parioli o di San Babila siano tutelati non solo dalla destra liberale ma ancor meglio dal PD è oggettivamente vero.

Se questo meriti una medaglia al valore politico, lo lasciamo valutare a Bonaccini.

La seconda cosa è il riferimento alla “cultura di fondo” di chi “ha poco studiato e vive nelle aree interne o nelle periferie delle città”.

Il problema non è quello che dice la Meloni, che dal suo punto di vista si limita a schiacciare la palla che Bonaccini le ha alzato, facendo l’offesa (“come si permette a dire che chi vota a destra è ignorante!”)

Il problema è che questa cosa, pur essendo in buona parte vera, implica qualcosa di molto diverso da quel che la sinistra “studiata” pensa.

È vero che i libri servono (i BUONI libri), e che chi ha un titolo di studio superiore TALVOLTA ha una maggiore frequentazione di buoni libri.

Ma la mera frequentazione scolastica e universitaria dei libri, ciò che garantisce un titolo di studio superiore, può essere tanto un fattore di illuminazione che un fattore di ottundimento.

I libri servono se consentono alle intuizioni della quotidianità, ai vissuti dell’esperienza di essere interpretati meglio, in maniera più comprensiva, più articolata, con più distinzioni.

Ma i libri (oggi più spesso le dispensine, gli appuntini in cui devi ripetere ciò che il docente vuole sentirsi ripetere) possono essere anche un modo per OBLITERARE quelle intuizioni e quei vissuti, per RIMUOVERE la propria esperienza sostituendola con una rappresentazione finzionale, con un’immagine compiacente.

Alla miopia dell’ignorante, che generalizza in maniera esagerata la propria esperienza, si può contrapporre la semplice astrazione di chi la propria esperienza la rimpiazza con un immaginario libresco.

Decidere quale dei due approcci faccia più danni è una bella sfida.

Chi non vede più di uno spicchio di mondo e vuole trarne conclusioni universali è miope, limitato, ma comunque qualcosa VEDE.

Chi però non ha INTEGRATO l’esperienza con l’astrazione, ma ha SOSTITUITO l’astrazione all’esperienza può rendersi del tutto impermeabile alla realtà.

Ed è così che oggi un idraulico, un agricoltore, un negoziante di periferia possono aver registrato che nell’ultimo quarto di secolo lavorano di più guadagnando di meno, che la pensione si allontana, che intere aree della città sono diventate insicure, che il medico di famiglia è sparito e che se vuoi curarti devi pagarti la visita privata, che fare benzina o scaldarsi d’inverno è diventato un salasso ingestibile, ecc. possono registrare tutto questo e possono anche cadere in interpretazioni semplificatorie promosse dalla destra.

Solo che è ben difficile che possa accadere niente di diverso se i progressisti studiati ti spiegano che il problema è che non c’è abbastanza mercato, che non abbiamo “razionalizzato” il mercato del lavoro, che la colpa è nostra, che non abbiamo fatto abbastanza austerity, che non siamo stati abbastanza aperti verso chi ci raccoglie i pomodori e ci paga la pensione, che non c’è abbastanza Europa, che non ci siamo internazionalizzati abbastanza, e che, in fondo, è comunque tutto un problema di percezione.

E dunque, che bisogna insistere con più mercato, più austerity, più Europa, più mobilità di merci, capitali e forza-lavoro. E più ore di educazione civica dedicate a “correggere la percezione”.

Che bisogna insomma insistere con la stessa ricetta, con la stessa interpretazione libresca, solo con più intensità, perché se la realtà non corrisponde ai libri che erano in programma tanto peggio per la realtà.


Vannacci al 7% fa paura, al 10% farà gola: Cirielli dice quello che molti nel centrodestra pensano


(Gerardo Petta) – FdI prende le distanze dal viceministro, ma il problema resta. Futuro nazionale oggi viene accreditato intorno al 7% e tra un anno potrebbe valere ancora di più. Cirielli ha posto una domanda politica elementare: davvero il centrodestra può permettersi di ignorare quei voti?

Cirielli ha detto ad alta voce quello che probabilmente molti, nel centrodestra, pensano sottovoce.

Roberto Vannacci può piacere o non piacere. Può irritare, dividere, provocare. Ma c’è una cosa che in politica viene prima delle simpatie: i voti si contano, non si esorcizzano.

Oggi Futuro nazionale viene accreditato intorno al 7%. Domani potrebbe essere il 5%, certo. Ma potrebbe anche essere il 10%, l’11% o qualcosa di più. E se accadesse, qualcuno pensa davvero che basterebbe dichiarare Vannacci politicamente indigesto per cancellare dal tavolo milioni di elettori?

È qui che Cirielli coglie il punto.

Il viceministro non ha proposto una resa a Vannacci. Ha detto: parliamoci. Vediamo cosa vuole fare, quali problemi vuole risolvere, quali proposte porta e soprattutto quali responsabilità è disposto ad assumersi.

È politica, non eresia.

La precisazione di Fratelli d’Italia  «parla a titolo personale»  è comprensibile sul piano degli equilibri interni, ma non risolve la questione. Perché si può prendere le distanze da una dichiarazione, non dai numeri.

E il vero problema per il centrodestra potrebbe arrivare proprio dai numeri.

Se Vannacci resterà al 7%, rappresenterà comunque una forza con cui fare i conti. Se salirà oltre il 10%, il confronto potrebbe diventare praticamente inevitabile. Perché una coalizione che punta a vincere le elezioni non può permettersi il lusso di regalare una fetta consistente del proprio potenziale elettorato.

Questo non significa accettare tutto ciò che Vannacci dice. Non significa neppure che un’alleanza sia scontata. Significa semplicemente riconoscere la realtà prima che sia la realtà a presentare il conto.

Cirielli lo ha capito.

Gli altri possono prendere le distanze oggi. Ma se quel 7% diventerà il 10%, molti di quelli che oggi spiegano perché con Vannacci non bisogna parlare potrebbero essere gli stessi che domani cercheranno il suo numero di telefono.