A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda […]

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito. La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia […] è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente. L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta. L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare. Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati. Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. […] Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti.
[…]
E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito, con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti. La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione. Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise […] sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni. C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.
La premier: «La situazione è grave, se peggiora il rischio è non avere abbastanza energia». Ma in quattro aeroporti italiani scattano limitazioni sul gasolio. Lega: riaprire al gas russo

(Enrica Riera editorialedomani.it) – Nelle ore in cui la presidente del Consiglio si muoveva verso le tappe finali del viaggio nei paesi del Golfo, in Italia rimbalzava la notizia di quattro aeroporti a corto di carburante, a causa della guerra in corso. E così l’obiettivo del viaggio annunciato da Meloni, «preservare le riserve energetiche», mostra ancora di più una certa disperazione politica, oltre che il bisogno di fuggire da guai e scandali di casa propria. La premier è consapevole della gravità del momento: prezzi alle stelle, gasolio scarso per i voli e crisi dalla quale è sempre più difficile uscire. Conseguenze che derivano dalle scelte del suo “alleato” americano. E così è volata negli Emirati muovendosi tra Arabia Saudita e Qatar.
La trasferta di Meloni, organizzata secondo fonti di Chigi sotto la supervisione dell’ad di Eni Claudio Descalzi, sembra rispondere alla necessità primaria: trovare una soluzione tampone al rischio di rimanere a secco di materie prime. Noi possiamo dare in cambio la sicurezza militare e investimenti nei paesi arabi, promettendo forniture e ribadendo quelli che sono gli investimenti previsti da Eni. In queste condizioni passano quasi in secondo piano gli imbarazzi provocate dalle vicende giudiziarie e non dei suoi fedelissimi: dall’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove fino al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Sullo sfondo poi c’è la ferita, ancora aperta, dei risultati fallimentari del referendum costituzionale di fine marzo.
«In Patria come nelle missioni internazionali, il nostro lavoro ha una bussola precisa, difendere l’interesse nazionale. Questa non è stata una visita simbolica, vogliamo costruire relazioni solide», ha dichiarato, a fine tour sui social, la presidente, turbata come chi sa di non avere la situazione sotto controllo. A tal punto da dire: «Se la situazione peggiora si può arrivare a non avere tutta l’energia che è necessaria anche in Italia». «Essere acriticamente subalterni a Trump ci sta causando solo danni: lui si deve fermare e questa guerra illegale deve finire, il governo lo deve dire con chiarezza», il commento della segretaria del Pd Elly Schlein.

Ma torniamo al viaggio. Dopo l’incontro a Gedda, in Arabia Saudita, col principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman, la presidente del Consiglio oggi ha fatto tappa anche a Doha dove è stata ricevuta dall’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani. Subito dopo è ripartita per Al Ain negli Emirati Arabi Uniti, terza e ultima tappa del viaggio nel Golfo Persico (la tappa in Kuwait sarebbe saltata per motivi di sicurezza). Qui ha incontrato il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan.
Nel corso delle visite Meloni ha ringraziato per il «sostegno ricevuto per il rimpatrio dei cittadini italiani presenti negli Emirati all’inizio del conflitto», ha parlato della «necessità di assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz» e ha appunto «assicurato la disponibilità dell’Italia» a «contribuire alla riabilitazione delle infrastrutture energetiche» dei paesi emiratini. Ma nel mentre prometteva e garantiva, in Italia deflagrava una notizia da ritenere conseguenza diretta del conflitto in Iran scatenato dall’«amico» Donald Trump e dal presidente israeliano: come detto negli aeroporti di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia sono entrate in vigore le prime restrizioni sulla fornitura di carburante per l’aviazione.
Tradotto: è stata comunicata l’attivazione di un regime di razionamento carburante che rimarrà operativo fino al 9 aprile. I voli sono dunque a rischio, sebbene il gruppo Save, che gestisce tre scali in Veneto, abbia sdrammatizzato la situazione, assicurando che non si tratta di limitazioni significative. Da parte sua Ryanair ha dichiarato, al pari di Lufthansa, che «se la guerra continua», ci saranno seri «rischi per le forniture tra maggio e giugno». Inoltre «dopo Pasqua – ha aggiunto Ryanair – le compagnie aeree alzeranno i prezzi», proprio a causa dell’aumento «dei costi della benzina raddoppiati nel mese di marzo». Da qui l’invito a clienti e passeggeri a «prenotare i propri voli (e le vacanze) il prima possibile».

Davanti a scenari di questo tipo, pertanto, l’opposizione ha puntato il dito contro Meloni. E l’accusa di andare «dai signori del petrolio, invece di sostenere le imprese italiane. Un governo che blocca 1.700 impianti di energie rinnovabili, che potrebbero rendere l’Italia autonoma dal punto di vista energetico e abbassare il costo dell’energia, non può dare lezioni a nessuno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un paese più povero e senza risposte», ha detto il parlamentare di Avs Angelo Bonelli. «Critiche da divano», aveva detto Meloni, replicando a chi dava contro a lei e all’esecutivo. Esecutivo che, tramite il ministro Giancarlo Giorgetti – tra coloro che hanno chiesto una misura per tassare gli extraprofitti delle società energetiche –, aveva paventato nei giorni scorsi anche un altro effetto della guerra in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz: l’ipotesi del prezzo del diesel a tre euro. Per ovviare al problema la Lega ha chiesto all’«Europa di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia».
«Il governo è intervenuto con misure tampone che entrano in contraddizione con altre scelte come i tagli al Pnrr e a Transizione 5.0 – ha denunciato la parlamentare del Pd Chiara Braga – In tutto questo Istat e Bankitalia segnalano una pressione fiscale senza precedenti e il mancato rientro dalla procedura d’infrazione che ci porterà anche quest’anno a una manovra di bilancio senza respiro. Servirebbe che il governo si occupasse di questi problemi». Su Palazzo Chigi, così, si aggirano diversi spettri: quelli degli scandali. E anche di serbatoi vuoti, prezzi alle stelle e case fredde.

(di Marcello Veneziani) – L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce. Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a sud, o el puteo, come dicono in veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Papini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e la Domenica sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patì l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 ad opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel Commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo trentaquattro anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel ’34 e nel ’38 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre – come sento in giro – nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.
In Versilia l’ultima spiaggia di Santanchè. Il compagno dell’ex ministra apre un nuovo stabilimento in Versilia: «I locali sono la nostra passione. Visibilia? Vorrei parlare ma non posso»

(Niccolò Zancan – lastampa.it) – MARINA DI PIETRASANTA. Stanno studiando il menù. Fra gli antipasti: «Plateau di crudo di mare con selezione di pescato, crostacei e maionese in accompagnamento. 55 euro». Ritorno al primo amore. A questa spiaggia di sabbia fine, da cui si vede benissimo il tramonto. Ritorno a quelle concessioni balneari ancora saldamente nelle mani dei vecchi proprietari. «Qui metteremo il sushi bar, là ci sarà la palestra completa Technogym» dice Dimitri Kunz d’Asburgo, compagno dell’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. Quando aprirete? «Il 25 aprile o il primo maggio», risponde. Ma poi, forse rendendosi conto che non sono due giorni qualunque, aggiunge: «Insomma, l’idea è di aprire la spiaggia alla fine di aprile e dare tutti i servizi alla fine di maggio. Per la pratica della paesaggistica semplificata, che permette una piccola ristrutturazione, servono 50 giorni. Ma noi siamo ottimisti di natura. Ce la faremo». Stretta di mano con i futuri clienti, che si congratulano per il progetto. Sole a perpendicolo e il mare laggiù, luccicante, al fondo della spiaggia ancora sgombra di quelle tende che sono quasi un marchio di fabbrica. Erano i bagni «Felice» di Pietrasanta. Ma stanno per diventare il «Tala Beach Versilia», che già qualcuno chiama il nuovo «Twiga».
«No, il Twiga c’è ancora, ed è un locale strepitoso», dice sempre Dimitri Kunz. «Certo, siamo noi gli inventori di quel business model. Qui cercheremo di essere più sobri, più legati al territorio, faremo sistema con la Versilia». Lui è uno dei cinque soci che ha comprato il nuovo stabilimento. Chi sono gli altri quattro? «Per adesso, non lo dico. Fra poco tutto sarà consultabile. Dico soltanto che non è della partita Andrey Alexandrovich Toporov, che invece è mio socio per il locale di Cortina». Nei giorni scorsi, il Fatto Quotidiano aveva scritto di come il vecchio proprietario dei bagni Felice fosse furibondo, perché ancora in attesa dei soldi pattuiti. Ma se c’è stata qualche incomprensione, ora è sanata. Perché eccolo, Mario Mallegni, in posa per la fotografia: «Lavoro qui da 46 anni e ne ho appena compiuti 84. Sicché era venuto il momento di cedere l’attività. Sono sicuro che faranno un ottimo lavoro». «Il target» dichiarato è arrivare a fatturare 5 milioni di euro all’anno entro il 2032. La caparra già versata per l’acquisto è di 800 mila euro. Venditore e acquirente non vogliono specificare il prezzo dell’affare, con rogito la prossima settimana. Ma si aggirerebbe intorno ai 3 milioni di euro. E l’ex ministra dov’è? «A casa, questa sera abbiamo amici a cena». Possiamo parlarci? «Grazie, ma non rilascio dichiarazioni», risponde lei.
Qui, dunque, trascorre i giorni più amari Daniela Santanché. Dove c’è il vecchio Twiga ceduto da Flavio Briatore a Leonardo Del Vecchio e di cui lei stessa aveva dovuto cedere le sue quote per il conflitto di interessi con il ruolo di ministra. Ma davanti al nuovo Tala Beach, appena comprato dal suo compagno Dimitri Kunz. Se non è un ritorno al passato questo, poco ci manca. «Quella di un certo tipo di locali è sempre stata la nostra passione», dice il compagno della «pitonessa». Lui la chiama «Daniela». «Daniela non è socia nel nuovo locale. E quindi non ci sarebbe stato alcun problema, anche se fosse ancora ministra». Però, certo, si potrebbe obiettare che una ministra al Turismo ha un certo peso nell’indirizzare le decisioni che riguardano anche locali come questo. Qui lo chiamano «segmento luxury della balneazione», parlano di «clientela premium». Metti il caso del Twiga: da 14 a 18 mila euro, a seconda della distanza dal mare, per una tenda stagionale sulla spiaggia. Costo giornaliero a agosto: 600 euro per due lettini. E quanto costa la concessione annuale, ovvero il prezzo dovuto allo Stato? 17.619 euro in totale, meno di una sola tenda.
«Ma non dipende da noi», dice Dimitri Kunz. «Anzi, dovete scriverlo che siamo imprenditori coraggiosi, investiamo in uno stabilimento balneare non sapendo quello che succederà nei prossimi anni». Altre chicche dal menù: tartare di ricciola e guacamole, 28 euro.

Le dimissioni della ministra Santanché sono state chieste dalla premier Meloni subito dopo la sconfitta nel referendum per la giustizia. Ma il motivo sono i suoi guai giudiziari. È già a processo a Milano per il presunto falso in bilancio relativo al gruppo Visibilia, e presto si chiuderà l’inchiesta per bancarotta fraudolenta legata a tre società del gruppo Bioera-Ki Group. Così, adesso, è circondata da nuove bellezze e da vecchi fallimenti.
Celebre il suo spot «welcome to meraviglia» con la Venere di Botticelli trasformata in influencer. Riassunta in una frase, forse «la pitonessa» potrebbe essere questa: «Voi non volete combattere la povertà, volete combattere la ricchezza». Salvo che per i suoi tredici dipendenti – non proprio ricchissimi – avrebbe chiesto e ottenuto indebitamente la cassa integrazione in deroga, «a sostegno delle imprese colpite dagli effetti della pandemia». «Ah, quanto avrei voglia di raccontare tutto di questa storia, quanto…», dice Dimitri Kunz. «Purtroppo non posso, ma sarei la persona più felice del mondo se solo potessi dire come stanno veramente le cose».
Meglio pensare agli affari. È una terra magica, sotto questo punto di vista, la Versilia. Come dimenticare quando a gennaio del 2023 proprio Kunz accompagnato dall’avvocatessa Laura Di Cicco, moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, comprarono la casa appartenuta al sociologo Francesco Alberoni per 2,45 milioni di euro. Per rivenderla un’ora dopo a un milione in più. «Graet deal», direbbero quelli della clientela premium. Eppure, quando il sole tramonta non esiste un posto più dolce di questo.
Negli Usa i giovani tornano in massa alla religione. Ma dietro al risveglio dello spirito si nasconde qualcosa di più inquietante: un nuovo dio, una nuova religione tecnocratica che sfrutta l’anima per parlare di dati, efficienza e dominio sull’altro, a discapito di democrazia e libertà.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Alle porte di questa Pasqua martoriata da guerre, odio e terrore per il futuro, mentre il mondo continua a fare a cannonate, arriva dall’America una piccola notizia su cui vale la pena soffermarsi. Quest’anno le diocesi americane hanno registrato il maggior numero di conversioni al cattolicesimo degli ultimi quindici anni. Da Detroit a Washington fino al Texas profondo, l’aumento di fedeli è incoraggiante per la Chiesa di Roma: oltre il 50% in più rispetto agli anni precedenti. Ma il dato che colpisce davvero non è il numero. È l’anagrafe: la fascia 18-35, quella identificata come la più esposta a isolamento, ansia e depressione nell’era digitale.
Che le persone cerchino risposte più grandi di loro nei momenti bui di paura e smarrimento non è una notizia. Lo è, forse, la scala del fenomeno. Ma soprattutto la domanda che si porta dietro: di che cosa è sintomo, esattamente, questo ritorno alla religione in un paese – gli Usa, ma per esteso tutto l’Occidente – che non sa più in cosa credere? Per tentare di capirlo bisogna, come sempre quando si tocca qualcosa di complesso, partire da lontano.
Possiamo intanto leggere questo ritorno alla “metafisica” non tanto come un ritorno alla spiritualità in senso consolatorio – o almeno non solo – ma a una dimensione semplicemente più aristotelica: oltre il reale, verso ciò che non è razionale, che sta oltre la fisica. Una riapertura del varco verso tutto ciò che non torna più nei conti con la ragione. E così, dopo anni di intellettualismo laico e materialista in cui l’aspetto dogmatico della religione era stato messo in secondo piano a vantaggio della razionalità, della scienza, della tecnica, della misurabilità, ecco di nuovo l’uomo aprirsi a forme che pensava di aver filosoficamente lasciato alle spalle. E così, dopo che Nietzsche ci aveva già abbondantemente informati che Dio era morto, oggi non solo sembra essere più vivo che mai, ma comincia ad assumere forme che non avremmo mai osato immaginare.
Sì, perché oggi sta succedendo un matrimonio strano e un po’ paradossale fra due mondi che fino a ieri si presentavano come opposti: da una parte la scienza e la tecnologia, dall’altra religione e spiritualità. Due linguaggi che una volta faticavano a stare insieme nella stessa frase oggi si ritrovano nello stesso concetto, o nello stesso thread sui social.
Per capire come ci siamo arrivati bisogna scavare un po’ sotto la crosta. Per anni questo “mood” è sembrato un fiume sotterraneo: una vena carsica che scorreva sotto traccia, intima, nascosta, spesso agendo a livello di gruppi chiusi, comunità, a volte anche sette che per pudore – o per difesa dallo stigma – si tenevano ai margini e usavano il silenzio come scudo di protezione.
Oggi, invece, grazie o per colpa di quello che qualcuno chiama impropriamente “free speech” alla Elon Musk, è possibile mettere in scena ciò che prima era solo impensabile, o al massimo sussurrato. Non la “religione ortodossa”, quella ufficiale della Chiesa, che a dirla tutta continua ad avere una presa modesta per il percorso molto accidentato e faticoso che propone; quanto piuttosto una religione su misura, che tiene conto dei nuovi “angeli e demoni” del firmamento.
E non parlo del “sottosopra” di Stranger Things. Qui si tratta di nuove interpretazioni della religione che scartano dai sentieri battuti e si inabissano verso percorsi alternativi con radici profonde, che si intrecciano con movimenti oscuri, eversivi, di pensiero laterale, che puzzano di odio nei confronti della democrazia, della libertà e, si potrebbe dire, dell’intera umanità.
Una costellazione di idee che usa il linguaggio della “liberazione dell’anima” per proporre, in realtà, nuove forme di dominio sulle persone. Tutto quello che – con estrema sintesi – intuiamo faccia capo al trumpismo dominante, che ne rappresenta oggi il veicolo più potente – e forse anche la parte più grottesca: tutti noi abbiamo sotto gli occhi le preghiere collettive del tycoon nello Studio Ovale. A dir poco imbarazzante.
Su questi temi esistono ormai diversi blog eccellenti, anche su Substack. Uno fra tutti segnalo “Lazarus”, dove analisi rigorose vanno di pari passo con una lettura disillusa di questi fenomeni complessi, senza indulgere né al complottismo né all’ingenuità.
La verità, guardando questo quadro, è che la religione nel senso in cui la intendiamo noi – parrocchia, sacramenti, catechismo – c’entra sempre meno. C’entra piuttosto un pensiero laterale distorto che usa le strutture ricettive della religione, le vie della spiritualità, per innescarsi sottopelle negli individui frastornati dall’era digitale e incapaci di credere a se stessi più di quanto credano alle macchine. La religione come infrastruttura emotiva su cui installare un altro software. Certo, tutto questo sembra pazzesco, ma a ben pensarci, è esattamente questo che sta accadendo nella testa di molti.
È difficile fare una mappa in un articolo solo e distinguere i vari aspetti di questa nuova religione tecnocratica, che ha smesso di mettere l’uomo al centro del progetto e ha assunto l’AI come oggetto di studio privilegiato, e non solo: come unico essere su cui investire per, paradossalmente, “migliorare” l’uomo e, chissà, magari sostituirlo un giorno.
Perché i termini della questione, oggi, sono esattamente questi. Pur senza il permesso di Kant – il filosofo più razionalista di tutti – che, pur provandoci allo stremo, non era riuscito a dimostrare l’esistenza di Dio, questi nuovi guru della Silycon Valley non sembrano andare troppo per il sottile. Per loro non è più il caso di farsi troppe domande sull’Uomo, che in quanto tale è fallibile e non merita altro tempo. Le scienze sociali, la psicologia, la filosofia, la sociologia sono scienze imperfette. Troppo lente, troppo incerte, troppo umane e pertanto fallibili.
Quello che loro cercano è invece una nuova divinità: la “macchina”, declinata nelle varie forme dell’intelligenza artificiale. Riesumando quasi e declinandolo in maniera diversa, per quanto sempre in maniera muscolare, uno dei capisaldi del futurismo di Marinetti: il culto della macchina, del dinamismo e della velocità senza freni.
Ci risiamo. Il pensiero di Nick Land, padre dell’accelerazionismo e teorico del “tecnocapitalismo”, è in questo senso una sorta di palestra per i seguaci di questa nuova religione: l’idea che capitalismo e tecnologia si fondano in un’unica forza autonoma, destinata a superare l’uomo, visto più come ostacolo – un impiccio – che come fine ultimo.
Appena tre o quattro anni fa, quando eravamo ancora nel periodo di incubazione dell’AI, le muovevamo le nostre prime critiche. Adesso che l’AI è entrata nel pantheon di ognuno di noi – nei telefoni, nei motori di ricerca, nei processi decisionali delle aziende e degli Stati – non possiamo che esserne ancora più preoccupati.
Ee ecco perché la nuova religione che nasce nella Silicon Valley per mano di un pugno di nerd arricchitisi sulle prime startup tecnologiche, e che si formano su testi molto controversi, merita adesso tutta la nostra attenzione. Non c’è più tempo per sottovalutarla.
In questo vasto ecosistema, i teorici del tecno capitalismo – da Land a Peter Thiel, Curtis Yarvin, Alex Karp – hanno fornito un lessico e una grammatica al potere delle piattaforme. Thiel, cofondatore di PayPal e finanziatore di Palantir e Anduril, è uno degli architetti di un capitalismo digitale che non ha più bisogno di regole né di concorrenza vera, ma di zone franche in cui sperimentare nuove forme di controllo e sorveglianza. Un Leviatano cui affidare la gestione delle cose terrene. Curtis Yarvin, blogger neoreazionario, ha da parte sua teorizzato apertamente l’inadeguatezza della democrazia e la necessità di un modello di “corporazione sovrana”: un potere concentrato su pochi, tecnicamente efficiente, che parla la lingua meccanica delle startup e sogna l’ordine dei vecchi imperi. Non a caso non parla di presidenti o premier, ma di monarchi/ceo alla guida di stati sovrani. Alex Karp, alla guida di Palantir, incarna invece la versione operativa di questo immaginario: software di sorveglianza, analisi predittiva, infrastrutture digitali che si insinuano nei gangli degli Stati e delle guerre contemporanee. Mentre in mezzo, troviamo una costellazione di investitori e ideologi che vedono nell’AI non uno strumento da regolare, ma una forza quasi naturale da lasciar correre, libera di esprimersi per conto suo.
No, non è più il momento di rimandare il giudizio. Perché il sistema che questi signori tecno-capitalisti hanno ormai impiantato sulla terra è molto più pervasivo di quanto sembri, e sulla scorta dell’allarme che questo stesso sistema sta generando, dovremmo – ciascuno di noi e, in primis, la politica – avere ben chiari i rischi di lasciare mani libere, senza regole, a questi nuovi Signori della Terra, freddi e senza scrupoli, per le sorti dell’umanità.
Per anni abbiamo – a ragione – liquidato, parlando di complottismo e deridendo le narrazioni da forum notturno che avevano per protagonisti i terrapiattisti, i no vax, i rettiliani. Ebbene, qui non c’è nulla di tutto questo. Quello che sta succedendo ora, esiste e accade in piena luce, non nella tana del Bianconiglio. La tecnologia è cioè sul punto di sostituire l’uomo e i suoi errori, l’uomo e le sue scelte: non solo di indirizzare gusto, pensiero, etica e morale, ma con il rischio ultimo di svuotare l’uomo dell’unica differenza che lo distingua da ogni altro essere sulla terra: la sua anima, che è intelletto, interiorità, capacità di contraddirsi e di cambiare idea.
Ecco perché la notizia di un riavvicinamento alla religione cattolica, in questi tempi bui, fa pensare. Da un lato potrebbe essere la risposta dell’uomo impaurito di fronte a tutto ciò: un tentativo di tornare a un luogo in cui il senso non viene né calcolato né deciso da un algoritmo. Dall’altro, la religione – per certi aspetti di fanatismo intrinseco, per la sua struttura gerarchica, per la sua capacità di mobilitare identità – potrebbe paradossalmente diventare uno dei mezzi privilegiati per veicolare le nuove narrazioni: la versione ripulita, moralizzata, del nuovo mondo in dipendenza dalle macchine.
È qui che il cerchio si chiude: la metafisica che ritorna non è solo quella di Aristotele o dei Padri della Chiesa, ma quella di una nuova teologia politica delle piattaforme, che usa il linguaggio della salvezza per parlare di efficienza e del linguaggio dell’anima per parlare di dati.
E al centro di questo intreccio potrebbe emergere una figura politica ben riconoscibile: adulto convertito al cattolicesimo, portamento rigido, austero, carisma quasi messianico. Un profilo che rimanda a più di un protagonista della scena americana, ma che oggi converge soprattutto su JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti e numero due dell’amministrazione Trump.
Per tutto quello di cui abbiamo argomentato, non si finisce mai di ripetere che il mondo ha bisogno, prima di ieri, di regole certe sull’utilizzo dell’AI, a tutela dell’uomo stesso, e della sua sopravvivenza; anche a scapito di frenare i flussi delle big tech e di azzoppare la crescita dell’economia dei bilanci degli stati. Perché se è vero che l’uomo, oggi, torna a cercare Dio, è altrettanto vero che qualcuno sta già lavorando perché, quando lo troverà, abbia probabilmente la forma di una macchina veloce e dinamica. Ma senza più né cuore né anima.
Buona Pasqua a tutti.
Scattano le prime restrizioni per i carburanti per gli aerei

(ANSA) – BOLOGNA, 04 APR – Sono scattate, all’aeroporto di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia le prime limitazioni di carburante per i voli.
Air Bp Italia, uno dei principali operatori ha infatti emesso un ‘Notam’, ovvero un bollettino aereonautico rivolto alle compagnie aeree, per informarle che per i prossimi giorni, fino al 9 aprile, nei quattro aeroporti ci saranno delle limitazioni per il carburante.
La priorità nel rifornimento, ha spiegato la società che fa parte del colosso britannico Bp, sarà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a 3 ore. Per tutti gli altri ci sarà una distribuzione contingentata.
Bistecche, autogol e Cupido: i 15 giorni della Grande Frana. L’affare Delmastro e il No alla riforma hanno dato il via all’implosione a destra: tra dimissioni, veleni interni e figuracce

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Sono i periodi più vivaci e divertenti di ogni ciclo di potere: quelli in cui la solennità scivola nella farsa. Stavolta il piano inclinato, per il governo Meloni, è iniziato con le bistecche. Un’implosione a tappe consumata tra patti notarili imbarazzanti, rovesci popolari e inopportune frecce di Cupido. Ecco il diario di bordo di due settimane da manicomio politico.
18 Marzo Bistecca galeotta
Tutto comincia con lo scoop di Alberto Nerazzini sul Fatto. Si scopre che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si è dato alla ristorazione. Il problema è con chi: tra i soci della srl “Le 5 Forchette” (destinata a gestire la “Bisteccheria d’Italia” a Roma) c’è una diciannovenne, Miriam Caroccia. Chi è? La figlia di Mauro Caroccia, condannato per essere il prestanome del clan di camorra dei Senese. Fiuto per gli affari e per le frequentazioni opportune.
20 Marzo Leggero, anzi leggerissimo
Finalmente parla Giorgia Meloni. La premier decide di sfidare le leggi della gravità politica e della decenza istituzionale facendo scudo al suo braccio destro: “Delmastro è stato leggero, ma da qui a connivente…”. La colpa, ça va sans dire, è dei giornalisti: Giorgia evoca lo scoop a orologeria, una “manina”. Il ragionamento è questo: “Oh, sono gli ultimi giorni di campagna elettorale, tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo contro il governo”. Ma la premier è tranquilla: “Gli italiani valuteranno”.
22/23 marzo Gli italiani alla fine valutano…
Mentre la destra è scossa da vicende di carne frollata e parentele scomode, l’Italia vota sulla riforma-bandiera della Giustizia. Il responso è una disfatta senza appello: il No vince con il 53%. Un avviso di sfratto morale: le crepe si allargano.
24 Marzo Il repulisti
La risposta della destra arriva con le dimissioni “spintanee” di Delmastro e Bartolozzi (pure lei tra gli alfieri involontari della rimonta del No. Nordio resta al suo posto (e il giorno dopo si fa impallinare durante il più imbarazzante question time della Camera a memoria di anni). Meloni, in trance agonistica, fa sapere di aver chiesto anche le dimissioni di Daniela Santanchè “per sensibilità istituzionale”. Ma la Pitonessa prova a resistere: la presidente del Consiglio sembra non riuscire più nemmeno a governare i suoi.
25 Marzo Daniela garibaldina
Infine Santanchè si arrende, ma lo fa nei suoi termini: con una lettera a Giorgia intrisa di fiele. Usa l’ironica citazione garibaldina “Obbedisco”, ma poi va a ruota libera: “Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. Traduzione: io pago per tutti, mentre voi fate finta di essere immacolati.
30 Marzo Chiorino e effetto domino
Il bubbone della Bisteccheria continua a spurgare fango: rassegna le dimissioni anche Elena Chiorino, assessora in Piemonte (ovviamente di FdI), anche lei socia delle “5 forchette”.
31 Marzo L’italia chiamò
Il palazzo trema, il calcio dà il colpo di grazia all’umore nazionale. A Zenica, l’Italia perde contro la Bosnia ed è di nuovo fuori dai Mondiali. Inevitabili, il giorno dopo, le dimissioni di Gabriele Gravina, in ottimi rapporti col governo (in Figc erano stati assunti i figli di Tajani e Piantedosi).
1 aprile Rosa Viminale
Mentre Mauro Caroccia regala alla Dda un interrogatorio da film di Monicelli (“Delmastro ci ha fatto beneficenza, ci ha aiutato perché in quel momento ero incensurato”) arriva l’ennesima svolta narrativa. La spumeggiante giornalista Claudia Conte ammette candidamente a Money.it quello che nei salotti romani sospettavano pure i sampietrini, la sua relazione con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi (sposato e con figli). I malpensanti iniziano a fare la conta di incarichi, consulenze e passerelle pubbliche collezionate dalla rampante professionista negli ultimi anni: è un nuovo caso Boccia. Con straordinario tempismo, esce fuori la Lega: “Se c’è un rimpasto, il Viminale va a Salvini”. Lo scherzo continua.

La proposta lanciata dal comitato civico Comunità di Destino di istituire un Forum Permanente per far partecipare i guardiesi alla gestione della cosa pubblica non può non essere accolta con vivo interesse e però, non possiamo non ricordare che da ben 25 anni nella Carta Statuaria dell’Ente è già ben codificata agli articoli 44 bis e 44 ter la costituzione della “CONSULTA DELLE ASSOCIAZIONI” e l’elezione del “SINDACO e CONSIGLIO JUNIOR” per poter dare a tutti la possibilità di essere co-protagonisti delle decisioni che attengono alla vita comunitaria.
A tal proposito, vale la pena far conoscere ai componenti del comitato civico l’intervento pronunciato dal Sindaco Amedeo Ceniccola in data 22 maggio 2001 in occasione dell’insediamento del primo Consiglio Comunale e Sindaco junior del Sannio e della Campania, Luigi De Nicola:
“Cari ragazzi e ragazze,
oggi è un giorno importante per la nostra comunità. Oggi è un giorno “speciale” che sicuramente rimarrà negli annali della storia guardiese e consentitemi di rivolgere a voi tutti il più sincero augurio di buon lavoro in questo giorno in cui si insediano ufficialmente il primo Sindaco junior e il primo Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi della provincia di Benevento. E sono convinto che nei prossimi mesi, nei prossimi anni, tante altre amministrazioni sapranno emulare e replicare la nostra iniziativa che, in poche parole, tende a favorire una reale forma di educazione-azione alla cittadinanza e a facilitare la comunicazione adulto-ragazzo, avvicinando i primi alle problematiche giovanili e i secondi ad una partecipazione attiva alla vita politica e sociale del paese. Una nuova istituzione comunitaria fortemente voluta dall’Amministrazione che ho l’onore di guidare e che, fin dal primo momento, ha guardato con interesse all’iniziativa inserendola nella Carta Statuaria dell’Ente dopo aver approvato il Regolamento che dovrà disciplinare le attività di questa nuova istituzione comunale. Si tratta di un’esperienza istituzionale unica nel Sannio che pone la nostra comunità ancora una volta alla ribalta come uno dei pochi comuni in Campania che con i fatti concreti riesce a prestare la dovuta attenzione all’educazione civica dei giovani. Con questa iniziativa vi stiamo offrendo la possibilità di sperimentare i diritti e i doveri di ogni buon cittadino, in modo da avere ben chiaro il senso del rispetto per la legalità. In poche parole, a mio avviso, si tratta di un’iniziativa di grande impatto sociale che serve a gettare le basi di altre azioni che possano coinvolgere a più livelli i giovani per frenare quei fenomeni di disagio sociale che purtroppo molto spesso abbiamo dovuto registrare anche nella nostra comunità. L’art.1 del Regolamento del Consiglio Comunale junior composto da: Falato Bellisario Vincenzo, Colangelo Pasquale, Maiorani Elda, Cerbo Antonio, Abate Fausto, Labagnara Rosa, Pacelli Nicola, Corbo Pasquale, Varrella Paolo, Assini Maria, Iacobucci Filomena e Vecchiariello Salvatore) sancisce un principio di grande significato politico e sociale: “si intende dare ai giovani e meno giovani la concreta possibilità di contribuire a risolvere i problemi riguardanti la nostra comunità”. Questa è la principale motivazione che mi ha ispirato, ci ha spinto a far nascere questa nuova istituzione, che merita veramente di decollare. Inoltre, in un momento in cui si nota un diffuso allontanamento del mondo giovanile dalla vita politica, si avverte ancor di più la necessità di far partecipare i giovani ad una esperienza diretta di vita democratica. Anche sotto questo profilo è importante il Consiglio Comunale junior, che può essere di valido stimolo per formare gli amministratori del domani. E sono convinto che voi tutti assieme al sindaco Luigi De Nicola in futuro sarete alla guida della nostra comunità. Con questo augurio sincero io vi ringrazio dal profondo del cuore e vi auguro buon lavoro. Naturalmente, come tutte le novità, il decollo non sarà facile. Ci saranno momenti difficili che, sono convinto, verranno superati con quella forza e quella determinazione che sono una prerogativa esclusiva dei giovani. Non bisogna fermarsi innanzi ai primi ostacoli ma bisogna sempre andare avanti. E sono certo che a noi, consiglieri senior, voi giovani darete motivazioni nuove per andare avanti e completare quella “rivoluzione” politico-amministrativa che abbiamo avviato con il voto del giugno 1999. Da parte mia, assicuro fin da questo momento la massima collaborazione e siatene certi: terrò ben presente le proposte che ci farete giungere non solo sulle materie che il Regolamento ha delegato al Consiglio Comunale junior ma su tutte le problematiche che interessano e affliggono la vita di questa nostra cittadina. Grazie a tutti e … buon lavoro”.
P.S. Per dovere di cronaca non possiamo non ricordare che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola, in preda ad una vera e propria furia distruttiva, non hanno esitato ad affossare anche questa straordinaria iniziativa finalizzata a coinvolgere i giovani nella gestione amministrativa della comunità e, dopo 25 anni, una domanda nasce spontanea:
– Per quale motivo è stata dimenticata questa straordinaria figura istituzionale (prevista nella Carta Statuaria dell’Ente) che aveva fatto di Guardia Sanframondi un esempio virtuoso da emulare nel Sannio e in Campania?
Infine, non possiamo nascondere un senso di sconforto nel dover constatare che il sindaco Di Lonardo si è ben guardato dal recuperare questa straordinaria iniziativa assieme alla Consulta delle associazioni (a costo zero) pur avendole riportate nel programma elettorale sotto la voce:
“PROGETTI COERENTI DI RAPIDA ATTUAZIONE”.
Se non ci fosse da piangere …
RINASCITA GUARDIESE
La maggioranza si riscopre compatta nel tentativo di archiviare il caso Piantedosi, ovviamente usando la solita narrazione vittimista. Ma il problema del governo resta e si chiama credibilità. Che è sempre meno.

(di Adriano Biondi – fanpage.it) – Parliamoci chiaro, ci sono tante cose che non quadrano nella vicenda che vede coinvolto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la giornalista Claudia Conte. Il modo in cui la notizia si è imposta all’opinione pubblica è certamente singolare: un siparietto concordato, in uno spazio giornalistico gestito da uno degli speaker di Radio Atreju, noto finora per le interviste militanti, sempre al servizio della vulgata del cerchio magico di Fratelli d’Italia. In tal senso, quello che ci viene chiesto è un esercizio di fiducia: credere che si sia trattato di un colpo giornalistico fortuito o quasi e non di qualcosa di diverso. Riportare cioè la discussione nel campo del “privato che diventa pubblico per qualche ragione esclusivamente privata”, facendo finta di bersi la ricostruzione secondo cui un militante fedelissimo e vicinissimo alla causa si possa prestare senza battere ciglio a creare un caso in grado di mettere in difficoltà il governo di cui Fratelli d’Italia è azionista di maggioranza.
Dall’entourage di Piantedosi non hanno dubbi sul fatto che la questione sia esattamente in questi termini. Non solo, il ministro fa sapere che non intende in alcun modo dimettersi e non esclude di dare mandato ai propri legali di tutelare la propria onorabilità e reputazione nel caso in cui qualcuno osasse accostare gli incarichi e i lavori di Conte a presunti favori ottenuti grazie alla sua frequentazione. Un avvertimento che dal Viminale hanno ritenuto necessario, considerando le tante ricostruzioni giornalistiche di questi giorni (qui il nostro lavoro) e le ancor più numerose partecipazioni della giornalista a convegni, conferenze, trasmissioni televisive e via discorrendo. Insomma, un lavoro su due fronti, quello politico e quello comunicativo, per rimarcare il messaggio di fondo: non è e non sarà un nuovo caso Sangiuliano.
Per quel che sappiamo finora, le cose potrebbero stare esattamente così. O comunque, dal lato politico potrebbe essere interesse di tutti convincersi e convincere che le cose stiano esattamente in questo modo. Cioè, che non ci sia stato alcun complotto, alcuna macchinazione volta a infangare Piantedosi per poi creare l’incidente per la crisi di governo. Che, soprattutto, non si sia trattato di un regolamento di conti interno alla maggioranza e che Giorgia Meloni non debba aggiungere anche il caso Piantedosi alla lunga serie di inciampi capitati dopo o in conseguenza del referendum. Certo, hanno fatto tutto da soli, come sottolinea il direttore Cancellato.
LA UE: VA MESSO IN CONTO IL RAZIONAMENTO DEI CARBURANTI LE RICETTE DEI PAESI CHE SI PREPARANO ALL’AUSTERITY

(di Fausta Chiesa – il Corriere della Sera) – «Meglio essere preparati che pentirsi». Così il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen ha sintetizzato quello che nello scenario peggiore della crisi in Medio Oriente ci aspetta: l’ austerity , in particolare sui carburanti.
La Ue deve prepararsi a una crisi energetica «di lunga durata» — ha dichiarato Jorgensen in un’intervista al Financial Times — e sta valutando «tutte le possibilità» per affrontarla, compreso il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio.
Il primo Paese europeo ad aver introdotto restrizioni ai consumi è la Slovenia: 50 litri di carburanti al giorno per i privati e 200 per le imprese. In Egitto a causa dei prezzi è stato imposto un consumo minore di energia elettrica: l’illuminazione pubblica è stata ridotta e bar e ristoranti devono chiudere alle 21. Ma è l’Asia — il continente che dipende maggiormente dall’import di petrolio dal Golfo Persico — ad aver inaugurato l’austerità.
In Corea del Sud l’uso dell’auto è stato limitato per i dipendenti pubblici. Le Filippine hanno accorciato la settimana lavorativa (a quattro giorni) per i dipendenti pubblici. In Myanmar, sono in vigore le targhe alterne per i privati.
Ma quali prodotti potrebbero mancare in Europa? I primi prodotti «critici» sono il carburante per aerei e il gasolio e — ha detto Jorgensen — «le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane».
Non è escluso che Bruxelles possa arrivare a modificare la normativa europea per consentire maggiori importazioni dagli Stati Uniti. «Non siamo ancora arrivati al punto», ha detto Jorgensen, ma tutte le opzioni sono al vaglio. Ue e Usa hanno regole diverse per il carburante per aerei e dunque per importarlo dagli Stati Uniti bisognerebbe cambiarle».
Il commissario ha rimarcato che, sebbene l’Ue «non si trovi ancora in una crisi di approvvigionamento», Bruxelles sta elaborando piani per affrontare gli «effetti strutturali e duraturi» del conflitto e si «prepara a scenari peggiori». Sarà una «crisi lunga» e «i prezzi dell’energia rimarranno alti per molto tempo» e i «Paesi devono essere certi di avere ciò di cui hanno bisogno».
La raffinazione Il commissario ha parlato per l’Unione. L’Europa ha un gap di 20 milioni di tonnellate di gasolio e 10 tonnellate di jet fuel . Ma la situazione dei singoli 27 membri è diversa e l’Italia non è affatto il Paese messo peggio. Anzi. […]
I VOLI SONO A RISCHIO CANCELLAZIONE QUANTO CHEROSENE HANNO GLI STATI
(Leonard Berberi – il Corriere della Sera) – 1 Quanto cherosene importiamo dal Golfo?
Nel 2025, calcola Scope Ratings, il Golfo Persico ha fornito il 43% delle importazioni europee di jet fuel , «con una dipendenza maggiore per Spagna, Italia e Grecia».
2 Quanto jet fuel hanno gli Stati europei?
Qui bisogna vedere le scorte. Secondo Argus, se le forniture dal Golfo «non potessero essere sostituite», il Regno Unito finirebbe le scorte in 3 mesi, il Portogallo in 4, l’Ungheria in 5, la Danimarca in 6, l’Italia e la Germania in 7, Francia e Irlanda in 8.
3 Ma i voli prenotati per l’estate saranno operati?
Negli scenari peggiori l’impatto sui voli dovrebbe verificarsi dopo settembre, ma dipende dalle aree. Il quadro cambia da Paese a Paese.
4 Quali sono i voli più e meno «certi»?
Difficile da dire. Secondo alcune aviolinee i collegamenti intra-europei hanno un rischio bassissimo. Nello scenario peggiore — carenza di jet fuel nello scalo di destinazione — l’aereo può imbarcare alla partenza più carburante così da non rifornirsi. Anche i voli verso l’America non sono visti come problematici.
5 E i voli verso l’Asia?
La situazione è variegata. La Cina è al riparo, ma altri Paesi (come il Vietnam) iniziano a intervenire sulle scorte.
6 Che tipo di prenotazione devo effettuare?
Viste le troppe incognite, il consiglio è di acquistare i voli con tariffe flessibili e rimborsabili. Non solo per tutelarsi da una cancellazione, ma anche perché se la guerra dovesse finire e i prezzi calare, si può cambiare o cancellare senza perdere tutto.
7 È consigliabile una vacanza con più voli?
Dipende dalla zona. Negli Stati Uniti non ci sono criticità.
Ma altrove, come l’Asia, sì. Ecco perché è meglio puntare sui voli diretti. Se proprio non ci sono, allora è preferibile la soluzione con il minore numero di scali.
8 Quali sono le destinazioni meno problematiche?
Europa e Americhe. Qualche problema (localmente) non è escluso nel Sud-Est Asiatico.
Attenzione: criticità si potrebbero palesare all’improvviso ovunque.
9 Come posso restare informato?
La soluzione migliore è scaricare l’app della compagnia aerea prenotata, così da ricevere le notifiche in tempo reale. È consigliabile anche consultare i loro profili social.
I calciatori della Nazionale avrebbero avuto l’idea di chiedere un premio per la Qualificazione ai Mondiali, prima della partita Bosnia-Italia. Gattuso li ha convinto a parlarne eventualmente con la FIGC solo dopo l’eventuale risultato positivo, che non c’è stato.

(di Alessio Morra – fanpage.it ) – I Mondiali 2026 rappresentano un sogno svanito per l‘Italia, che è naufragata a Zenica, dove la Bosnia si è imposta ai calci di rigore. Il dopo è noto, ed è tristissimo, sportivamente parlando. Il pre invece sembra avere un altro risvolto. Perché i calciatori avrebbero voluto chiedere alla Federcalcio un premio in caso di qualificazione alla prossima Coppa del Mondo. Gattuso è intervenuto, ed ha cercato in questo caso con fortuna di farli desistere, rimandando ogni tipo di discorso al post partita. I calciatori avrebbero voluto chiedere 300 mila euro complessivi, che diviso 28 fa poco più di 10 mila euro.
Il premio per la qualificazione
Una volta i calciatori della Nazionale contrattavano prima dei Mondiali i premi per la vittoria, la finale, il podio adesso invece i Mondiali sono diventati una chimera e già la semplice qualificazione sembra un traguardo. Secondo quanto scrive Repubblica i calciatori della Nazionale prima della finale playoff si sarebbero informati su un eventuale premio per la qualificazione alla Coppa del Mondo, che si terrà in Canada, Messico e Stati Uniti dall’11 giugno al 19 luglio.
I calciatori volevano chiedere 300 mila euro per i Mondiali
I giocatori dell’Italia avrebbero discusso su una cifra che ammontava fino a 300 mila euro, somma che sarebbe stata divisa equamente tra i 28 calciatori convocati da Gattuso per semifinale e finale. Praticamente poco più di 10 mila euro a testa, una cifra esigua.
Gattuso ha fatto desistere i calciatori dell’Italia
Sempre secondo Repubblica quando Gattuso è venuto a conoscenza della vicenda ha parlato con i calciatori ed ha cercato di convincerli a desistere dal loro proposito e ha consigliato loro di parlare con la FIGC, ufficialmente, solo a qualificazione raggiunta. Il tecnico giudicava inopportuna prima di un impegno così importante parlare di premi. La qualificazione non c’è stata e il punto non è diventato uno di quelli all’ordine del giorno.
Bossi, 26 anni fa, lanciò una delle sue creature di marketing politico più originali: i calciatori del Nord contro le squadre dei “Popoli senza nazione” (vedi Kurdistan). Io a Malta c’ero, ecco come andò a finire…

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Torno sulla fantasmagorica stagione politica e umana di Umberto Bossi. Avrei un aneddoto, un piccolo ricordo che, credo, può aiutare a comprendere meglio anche certi aspetti di quella sua Lega, visionaria e pragmatica, ruvida e romantica, mediaticamente sempre di grandioso fascino: e non solo quando se ne stavano lì a Pontida ad armeggiare con le ampolle, ma persino se decidevano di andare oltre, di spostarsi. Finendo magari a Gozo, un isolotto dell’arcipelago maltese.
Vi sbarco al tramonto del 4 giugno 2010. Il tempo di passare in albergo a lasciare la sacca e poi subito su un taxi tutto ammaccato, di corsa verso uno stadio spazzato dal vento, un campaccio di sabbia e ciuffi d’erba, dove la nazionale della Padania sta giocando contro il Regno delle Due Sicilie, nella semifinale dei campionati del mondo di calcio riservati ai “Popoli senza nazione”. Il primo tempo si chiude sullo zero a zero. Nell’intervallo scendo dalla tribuna e mi dirigo verso gli spogliatoi, in cui si sta infilando Renzo Bossi, il figlio prediletto dell’Umberto, il mitico “Trota”, come ci aveva suggerito di chiamarlo il padre, che detestava la metafora dei delfini. Il Trota funge da team manager della nazionale padana. Ha lo sguardo torvo. La porta è rimasta socchiusa. Sbircio, lo vedo mentre urla e gesticola: «Allora: forse non ci siamo capiti! La sconfitta, qui, non è prevista!». Seduti, le casacche verdi zuppe di sudore, i suoi calciatori lo ascoltano mortificati. Giocano quasi tutti, con modesta fortuna, in serie C. Ragazzotti di Brescia, Rovigo, Novara, che trattano con riverenza Maurizio Ganz, ex attaccante di Atalanta, Inter, Milan: è lui il divo di questa personale nazionale del Senatur.
Il quotidiano La Padania racconta, con ironia, che i borbonici arrivano da Caserta, Nola, Sezze, e sono guidati da un ex generale della Folgore che detesta Garibaldi. Riflessione politica del Trota: «Vogliamo l’indipendenza della Padania. Il calcio può aiutarci a veicolare storia e tradizione». La Padania ha poi vinto 2 a 0, il piccolo Bossi s’è messo al telefono. Con chi? «Ho raccontato tutto a mio padre. Dice che vorrebbe venire ad assistere alla finale contro il Kurdistan, ma purtroppo deve restare a Milano per presenziare a un’altra finale: quella di Miss Padania». A ripensarci: che storie pazzesche, no?

(Raffaele Pengue) – L’appuntamento elettorale del 24 e 25 maggio a Guardia potrebbe rappresentare qualcosa di più di un ordinario passaggio democratico. Le indiscrezioni che circolano in queste settimane — ancora frammentarie ma insistenti — parlano di una possibile novità nella composizione delle liste: una presenza giovanile ampia, forse addirittura una lista interamente composta da giovani. Se confermata, sarebbe una circostanza inedita nella storia recente della comunità.
Al di là della curiosità per gli equilibri elettorali, questa ipotesi apre una riflessione più ampia e necessaria sul rapporto tra giovani e politica nei contesti locali. Da anni si registra, non solo nei piccoli centri ma in tutto il Paese, una crescente distanza tra le nuove generazioni e la partecipazione alla vita pubblica. Una distanza che non nasce da disinteresse, come spesso si tende superficialmente a sostenere, ma da una combinazione di fattori più complessi: la percezione di scarsa incidenza, l’assoluta contrarietà a un ricambio generazione, la difficoltà di accesso ai luoghi decisionali, la mancanza di spazi reali di ascolto.
A questo si aggiunge un fenomeno che tocca profondamente realtà come Guardia: la progressiva fuga dei giovani. Studio, lavoro, opportunità personali spingono molti a lasciare il proprio territorio, contribuendo a un impoverimento non solo demografico ma anche culturale e civico. Quando i giovani vanno via, non si perde soltanto forza lavoro o dinamismo economico, ma anche una componente essenziale della vita democratica: lo sguardo nuovo, la capacità di immaginare il futuro, la disponibilità al cambiamento. In questo quadro, un eventuale protagonismo giovanile nelle elezioni locali guardiesi assumerebbe un valore che va oltre il risultato delle urne. Sarebbe il segnale di una possibile inversione di tendenza, o quantomeno di una volontà di riappropriarsi degli spazi di partecipazione. Non è scontato, infatti, che i giovani scelgano di mettersi in gioco direttamente: farlo significa assumersi responsabilità, confrontarsi con dinamiche spesso complesse, misurarsi con aspettative e talvolta resistenze.
D’altra parte, è altrettanto evidente che il sistema — inteso come insieme di pratiche, consuetudini e linguaggi della politica locale — non sempre si è mostrato capace di includere davvero le nuove generazioni. Coinvolgere i giovani non può ridursi a una presenza simbolica o marginale nelle liste, ma richiede un cambiamento più profondo: apertura, fiducia, disponibilità a rinnovare modalità e priorità dell’azione amministrativa. Per questo motivo, al di là delle singole candidature, ciò che conta è il segnale complessivo. Se davvero emergerà una partecipazione giovanile significativa, sarà importante accompagnarla con un clima di rispetto e di ascolto, evitando contrapposizioni sterili tra “vecchio” e “nuovo”. Le comunità crescono quando riescono a mettere in dialogo le esperienze, non quando le mettono in competizione.
Le elezioni di maggio, dunque, potrebbero riservare sorprese. L’auspicio è che siano sorprese capaci di rafforzare il tessuto civico e di restituire fiducia nella partecipazione. Perché una comunità che riesce a trattenere — o a richiamare — i propri giovani nella vita pubblica è una comunità che investe su sé stessa e sul proprio futuro.
Molto, inevitabilmente, sarà più chiaro nei prossimi giorni. È dopo le festività pasquali che le indiscrezioni dovrebbero lasciare spazio a elementi più concreti: composizione delle liste, programmi, volti e proposte. Solo allora si potrà comprendere se le voci su una forte — o addirittura esclusiva — presenza giovanile troveranno conferma. Fino ad allora, resta l’attesa, accompagnata da una curiosità che, questa volta, sembra carica di significato per l’intera comunità.
Auguri di Buona Pasqua

(Tommaso Merlo) – Davvero una via crucis quella del presidente americano, non appena si vanta del trionfo gli iraniani gli sferrano una scoppola sul coppino. Altro che dominio dei cieli, piovono caccia americani a catinelle e perfino la combriccola mainstream ha dovuto smetterla di parlare di incidenti aerei misteriosi manco fossimo nel Triangolo delle Bermuda. Lorsignori non riescono a concepire che dopo decenni a prendersela coi più deboli, l’arrogante sceriffo americano si ritrova davanti un nemico micidiale e perfino dalla parte del diritto internazionale. La civiltà persiana che sopravvissuta ad Alessandro Magno e ai Mongoli, vuole fare altrettanto col suprematismo bianco a matrice sionista. Parole loro e per adesso i fatti gli danno ragione rendendo questa Pasqua davvero demenziale. Non potendo cambiare il regime iraniano nel mondo reale, il messia col cappellino rosso lo cambia in quello delle sue farneticazioni sclerotiche e ripete ossessivamente bugie per farle diventare realtà. Come quella dei negoziati immaginari per infinocchiare le borse e i quattro gatti che ancora gli danno retta. Operazione Epic Fregnaccia e pure Figuraccia con lo Stretto di Hormuz che era aperto e per colpa del suo attacco criminale a Teheran è stato chiuso e adesso che non può farci nulla dice che lui non ha bisogno di quel petrolio e gli europei devono arrangiarsi da soli. Più che un messia, un ladrone che insieme al suo complice sionista andrebbe crocifisso sul Golgota per crimini contro l’umanità e pure la decenza. Trump sta talmente vincendo la guerra che continua a licenziare generali colpevoli di non voler mandare i loro ragazzi a crepare per uno squilibrato e tantomeno radere al suolo scuole ed ospedali come dei sionisti qualunque. Ma quel ladrone di Trump ha venduto l’anima al diavolo da mo’ ed ha piazzato alla guida del Pentagono un menomato che tra un cicchetto e l’altro inneggia alla violenza viscida sventolando la Bibbia come un crociato neonazista. Davvero, più che una casa bianca un sepolcro imbiancato pieno di putridume. Con ciechi a capo di altri ciechi e quel ladrone di Trump che inciampa e si rialza con la sua croce egoistica sul groppone circondato da ipocriti europei e sceicchi ingolfati che osservano la scena costernati e soprattutto scornacchiati. Fino a ieri gli sbaciucchiavano le natiche ed oggi si ritrovano entrambi sull’orlo del baratro con gas ed oro nero che rimangono sotto la sabbia del deserto come le ambizioni consumistiche dei loro sudditi. Gli Europei fanno blitz nel Golfo in ordine sparso, ma se gli impianti sono in frantimi campa cavallo che l’erba cresce. Di questo passo gli europei saranno costretti a mettersi la russofobia in quel posto e fare pace con Putin se non vogliamo finire a piantare patate e cacciare cinghiali per mangiare qualche proteina. Ma anche per gli sceicchi è un inferno, rischiano di venire linciati come traditori dell’Islam e appesi agli stipiti delle loro cattedrali del deserto esistenziale. Hanno investito miliardi e decenni in Sodome e Gomorre ed adesso raccolgono il nulla che hanno seminato. Con orde di ricchi evasori che tornano in patria per la felicità delle casse pubbliche inseguiti da frotte di mignottame con nessuna intenzione di perdere reddito e status sociale mentre servi e schavi vengono abbandonati a loro stessi. Triste oltre che demenziale mentre i persiani resistono e in Terra Santa i cristiani vengono chiusi fuori dal Golgota per ragioni di sicurezza perché invece delle stelle comete volano missili e pure ipersonici. Cumuli di macerie materiali ma anche umane con una scia di odio e dolore che è la vera uccisione a tradimento di Gesù e di tutto quello che ha insegnato. Per mano di scribi e farisei che oggi sono peggio di quelli di allora perchè hanno avuto duemila anni per imparare qualcosa. E con masse che imbesuite di propaganda mainstream salvano i Barabba di turno e massacrano chiunque osi aprirgli occhi. Oggi come allora ci vorrebbe proprio una Pasqua, un passaggio epocale con la morte di questo mondo ipocrita e sanguinario e la risurrezione della consapevolezza individuale e collettiva in modo da fermare questa terrificante deriva autodistruttiva di matrice egoistica di ciechi che guidano altri ciechi. Quel ladrone di Trump ha appena annunciato che taglierà i già esigui aiuti sanitari e all’infanzia per aumentare il già abnorme budget militare e questo dopo aver promesso la pace e di servire i suoi cittadini in difficoltà. Un ladrone che ha venduto l’anima al diavolo da mo’ ma che è frutto di un sistema marcio, di una politica ai minimi storici e di una democrazia solo apparente che mette il potere nelle mani di una mafia senza volto e senza scrupoli che da dietro le quinte insanguina il mondo e se ne lava le mani. Ci vorrebbe proprio una Pasqua della consapevolezza, con quel ladrone di Trump crocifisso e spedito all’inferno insieme al suo complice sionista e la risurrezione dell’umanità. Con persone perbene e ragionevoli che si riprendono democraticamente le redini del mondo salvandolo dalla terrificante deriva egoistica che ci sta portando all’autodistruzione.
Al programma di Giletti la testimonianza di un pentito ex braccio destro del boss. I vicini: «Lo vedevamo spesso»

(Giuseppe Legato – lastampa.it) – Due ville misteriose una delle quali oggi di proprietà di un ministro in carica, un’inchiesta giornalistica vecchia maniera condotta sulle tracce dell’ex capo dei capi dei sanguinari Corleonesi e quindi del defunto Salvatore Riina. Lo scenario è l’isolotto di Gozo, Malta, terra da almeno un decennio al centro di inchieste sul crimine organizzato dove una cronista, Dafne Caruana, ha pagato con la vita – poco più di otto anni fa – i suoi reportage-denuncia su corruzioni e crimini finanziari. E poi un collaboratore di giustizia, uno dei vertici della Cupola palermitana degli anni Ottanta, che si svela col suo vero volto per la prima volta in tv e riconosce quelle due ville fotografate da un reporter: «Ci ho dormito dentro, ci accompagnavo Riina. Lì ha trascorso un pezzo della sua latitanza». Mai un atto giudiziario o investigativo, nella quarantennale caccia al boss stragista che ordinò gli attentati di Capaci e via D’Amelio, aveva introdotto Malta come meta del super latitante, ma un’inchiesta di Silvio Schembri, in onda dopodomani a Lo Stato delle Cose condotto da Massimo Giletti, mette in fila indizi e riscontri che sembrano non lasciare adito a dubbi.
Una delle due ville è attualmente di proprietà del ministro dell’Agricoltura maltese in carica Anton Refalo (estraneo ai fatti). Braccato dal cronista mentre scarica un grande quadro da un furgoncino, spiega di aver acquistato quella villa «prima del mio matrimonio circa 25 anni fa». Ma alla domanda su chi fosse il proprietario precedente dell’immobile, ubicato nella cittadina di Qala, la replica si fa dura: «Fatti i fatti tuoi». Sale in auto e va via. Come l’inchiesta sia arrivata a quelle ville è presto detto. «Una lettera anonima è stata inviata al giornalista Pino Maniaci. Dava descrizione di un’abitazione su due piani con un terrazzo e una vista mozzafiato sull’isola di Malta. Diceva che era stato il nascondiglio di Riina in più occasioni durante la latitanza – svela Giletti – e abbiamo deciso di andare sul campo, con un’inchiesta vecchia maniera, una prova di giornalismo investigativo».
Il reporter si imbarca per Malta più volte a caccia di riscontri. Conosce e parla con diverse persone del luogo: «In molti ci hanno raccontato di averlo visto diversi anni fa. Aggiungendo però che Riina era un turista sui generis. Educato, mai protagonista di discussione. Nessun accenno di protagonismo». La prima villa si trovava a ovest dell’isola: «E le conferme sulle dettagliate informazioni della lettera anonima ci vengono dai vicini di casa. Alcuni non sapevano negli anni Ottanta che Riina fosse il capo dei capi. Ma lo hanno riconosciuto dopo, quando la sua foto è diventata il simbolo del male».
Ed è da più testimonianze che la trasmissione della Rai finisce sulle tracce della seconda villa. «Un contatto del luogo, la cui identità è da tutelare in modo assoluto, ci ha parlato della casa attualmente di un ministro. Gli ho chiesto – racconta il cronista – di indicarmi un punto su Google Maps. Ho fatto una promessa: punta un dito sull’indirizzo giusto e poi non ci vediamo più». Così si arriva alla casa di Anton Refalo. Il timbro finale e più rilevante arriva dal collaboratore di giustizia Gaetano Grado. Vede le foto delle ville, le riconosce, indica luoghi vicini non inquadrati nello scatto. E racconta di aver addirittura dormito dentro una delle strutture. «Ci accompagnavo Riina», assicura. Lì, il capo dei capi avrebbe “svernato” quando l’aria di Palermo si faceva pesante. Grado non è un nome di retrovia: killer di fiducia della mafia siciliana (ha confessato più di cinquanta omicidi), cugino di Stefano Bontade, il principe di Cosa Nostra ucciso da Riina, è stato a lungo con quest’ultimo e con Gaetano Badalamenti uno dei tre vertici della famiglia di Santa Maria del Gesù che reggeva la Cupola di Cosa Nostra prima dell’ascesa dei Corleonesi. La vecchia mafia.
«Grado, che vive sotto protezione e con una nuova identità da tempo – racconta Giletti – ha scelto di mostrarsi col suo volto attuale in tv. Un atto nato dalla fiducia verso il nostro lavoro. Dal riconoscimento – così ha detto lui – dell’onestà intellettuale del nostro giornalismo». Grado ha detto anche altro: ha descritto il portone da dove entravano insieme a Riina all’interno della villa. Ha lasciato intendere di possibili investimenti di Riina sull’isola, di tesori da riciclare, di ricchezze da nascondere. Una storia destinata a far discutere ma anche a suscitare l’interesse dell’autorità giudiziaria che – a partire dai fatti svelati in tv dopodomani – potrebbe riscrivere un pezzo di storia della Sicilia e di Cosa Nostra ai tempi in cui il suo re era il più sanguinario di tutti.