Fn, la chat della vergogna: “Ebrei bestie sataniste”. In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini”

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – La Costituzione? «È da buttare nel cesso». Quindi «è ora che ci svegliamo, se il generale non riesce a fare niente la soluzione è una sola. Altro metodo non c’è». Cioè un golpe, come quello di Junio Valerio Borghese. Gli ebrei? Comandano il mondo. Tra citazioni di Adolf Hitler e inni al Duce, c’è anche l’invocazione esplicita: «Arabi di merda! Dovrebbero essere sterminati!». Benvenuti tra la “feccia” (cit.) di “Vannacci ultima speranza”, una chat interna all’universo di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci, e della quale fanno parte quasi 300 persone.
Molte di loro guidano comitati locali di Fn, soprattutto in Lombardia, che sorgono qua e là in maniera spontanea, anche perché i meccanismi di iscrizione al partito sono così semplici da non esserci di fatto alcun controllo all’ingresso. L’amministratore della chat è il referente del comitato milanese 421 Renato Maturo, storico collaboratore di Ignazio La Russa, poi dentro ci sono protagonisti sul territorio come il cosiddetto “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, ex FdI, o il creatore del centro studi del partito, Rinascimento nazionale, cioè Luca Sforzini (tra parentesi: c’è chi lo dà pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi). Questa famigerata chat è comunque un “luogo” nel quale, almeno nei messaggi che Repubblica ha potuto visionare, il sostegno politico al generale in congedo si mescola a contenuti razzisti e antisemiti e fantasie apertamente eversive. Con un lessico che in alcuni casi assume una dimensione militare: ordini, attesa di disposizioni, organizzazione «rigorosa» e «di stampo militare».
Svariati partecipanti infatti rivendicano il passato in divisa e le proprie missioni all’estero con l’esercito. Messaggi che mostrano quale tipo di sottobosco politico (e professionale) si muova negli spazi digitali che si richiamano ai “futuristi”. Uno dei passaggi più espliciti parte da un invito: «Bisogna sempre essere anticostituzionali»; «noi siamo agli ordini del generale! Stand-by quindi…». La prospettiva di un’azione di forza viene posta come alternativa al pantano: «Anche il 51 per cento non basterà». La conclusione è netta: «Finché qualcuno non si decide ad un’azione di forza, rimarremo nell’immobilismo totale».
Non mancano quindi i riferimenti precisi. «Ci vorrebbe un altro Valerio Borghese…», scrive un partecipante, evocando il comandante della Decima Mas durante la Repubblica di Salò, impegnata nella violenta repressione antipartigiana al fianco dei nazisti e protagonista del tentato golpe del dicembre 1970. Poi c’è il nazismo, senza neppure il velo dell’allusione. «Più che l’Europa unita, il Führer ambiva a creare gli Stati Uniti del mondo! Avrebbe abbattuto le barriere e a quest’ora parleremmo tutti tedesco. Adesso invece esiste solo un’Europa monetaria, delle banche». E ancora, un’immagine della bandiera italiana accanto a quella europea viene accompagnata da questa riflessione: «Quando guardo la bandiera italiana affiancata al lurido straccio blu massonico con 12 schizzi di m… gialla di cane diarroico mi girano veramente i c…»: l’autore del messaggio è un altro ex parà. Gli ebrei sono “bestie adoratori di Satana”, “pedofili, cabalisti, cannibali”, gli arabi come detto meritano lo sterminio. Parole dalle quali nessuno prende le distanze, e che pongono una domanda ai vertici di Fn: non essendo ironia o satira, cosa intendono fare di fronte a chi, professandosi pronto a eseguire gli «ordini del generale», perora l’abbattimento dell’ordine costituzionale?
Il politologo Larry Sabato: “Trump fa paura. Se prova il colpo di Stato la gente stavolta reagirà”. Il noto politologo non teme l’avanzata dei socialisti tra i democratici e pensa che il tycoon, in caso di sconfitta alle elezioni, sarebbe pronto a tutto: “Controlla l’Fbi, l’esercito, l’Ice e ha il sostegno della Corte Suprema e del Congresso. Se perderà sarà furioso e si scatenerà. E l’opposizione chiederà di fermare il Paese con uno sciopero generale”

(Anna Lombardi – repubblica.it) – NEW YORK – «Non mi preoccupa l’ascesa dei progressisti alle primarie: o meglio, non credo che per il Partito democratico rappresentino un reale pericolo alle urne, anzi. Negli Stati Uniti, i due principali partiti sono da sempre ampie coalizioni: non potrebbe essere altrimenti in un Paese con 340 milioni di abitanti. D’altronde è già successo nel Partito repubblicano quando nacquero i Tea Party, i ribelli di destra, poi degenerati nel trumpismo. La gente non ha smesso di votarli ed è la stessa cosa, solo, con ideologie diverse». Larry Sabato è il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia, autore di numerosi saggi e di un’influente newsletter intitolata “Sabato’s Crystal Ball”.
Sta dicendo che i progressisti aiuteranno i dem a vincere?
«Trump è il presidente più detestato dall’elettorato dem della storia. Alle urne si compatteranno e voteranno chiunque, pur di sconfiggerlo. Sbaglia chi crede che litigheranno fino alla fine. Lo stiamo già vedendo con Abdul El-Sayed in Michigan. Né è un caso che tanti progressisti emergano proprio ora: la reazione a Trump spinge la gente verso posizioni più estreme. È avido e corrotto come tutta la sua famiglia: e questo fa arrabbiare gli elettori. Li radicalizza. Certo, qualche socialista eccede. Ma, come abbiamo visto, alle urne non passa».
Si riferisce a Francesca Hong, sconfitta in Wisconsin?
«Non so proprio come abbia fatto a sfiorare la nomination con quelle posizioni strampalate contro polizia, Corte Suprema, Senato, San Valentino, Halloween e Thanksgiving. Una delle peggiori candidate mai viste. El-Sayed è un’altra cosa. Lo dipingono come un musulmano radicale come fecero con Mamdani a New York. Invece come il sindaco della Grande Mela è un politico di talento, con enormi potenzialità future».
I democratici possono vincere le elezioni di Midterm di novembre?
«Hanno ottime possibilità, anche se al momento non sono in grado di valutare se prenderanno la Camera, il Senato o entrambe: è troppo presto. Ma insisto, gli elettori dem voteranno compatti. Non ci saranno defezioni, come hanno fatto pure i repubblicani rivotando per Trump, magari tappandosi il naso».
Il presidente accetterà il risultato?
«No, ha già dimostrato di essere disposto a tentare un colpo di Stato pur di rimanere al potere: il 6 gennaio 2021 fallì solo perché non ci aveva pensato prima. Oggi è preparato: controlla l’Fbi, l’esercito, la marina, l’aeronautica, l’Ice e ha il sostegno della Corte Suprema e del Congresso. Se perderà anche solo una delle due Camere sarà furioso e si scatenerà».
Come?
«Non sappiamo il giorno, l’ora, la causa: ma qualcosa farà e solo gli stolti non se ne preoccupano. Se i sondaggi fossero troppo negativi, potrebbe mandare l’Ice o la Guardia nazionale nei distretti elettorali degli Stati in bilico con la scusa di mantenere l’ordine. In realtà, per fare esattamente il contrario: per provocare, cercando di scatenare reazioni che giustifichino una stretta autoritaria e decisioni estreme sul voto. Non a caso ha assunto criminali e spiantati per quella sua polizia antimigranti. Vuole persone senza scrupoli, che obbediscano incondizionatamente. Si può sperare nella Corte Suprema ma non è affatto detto che ci si possa fidare dei giudici nominati da Trump. E si può sperare nell’onestà di figure chiave repubblicane, come accadde nel 2020: ma il presidente ha messo i suoi uomini ovunque, eliminando i funzionari più onesti. Sono molto preoccupato, la realtà è che non ci si può fidare di nessuno».
Uno scenario apocalittico. La democrazia americana è a rischio?
«Tutti quelli con cui parlo sono preoccupati. Senatori, deputati, alcuni governatori, professori universitari. Anche perché, purtroppo, l’americano medio non è affatto istruito in materia di educazione civica, quindi non capisce le forzature ai limiti della legalità. Prendere la questione sul serio è imperativo: o si sarà corresponsabili».
Cosa si può fare? Qualcuno è pronto a reagire allo scenario che sta dipingendo?
«So che si sta lavorando su molte ipotesi. Tutti temono che Trump faccia qualcosa. Anche i legislatori più moderati, quelli che sono sempre stati cauti. Intanto cercano di tenere le orecchie aperte, magari usando le loro fonti nei servizi. Provano a capire che ha intenzione di fare. Le reazioni saranno drastiche. Non voglio dire che si arriverà a scontri armati in strada, ma quantomeno a uno sciopero generale prolungato. Lo sento ripetere ovunque. I dem chiederanno di fermare il Paese. E ci riusciranno, un terzo dell’America li ascolterà e se si terrà il punto abbastanza a lungo forse qualcosa si otterrà».
E lo sciopero generale basterà?
«Chi lo sa? Sono tempi oscuri. Solo la guerra civile è un esempio peggiore. Gli anni ‘50 e ‘60 furono certo duri, ma meno subdoli di questi. C’era ancora una decenza. Trump è molto impopolare, e questo aiuterà chi lo combatte. Ma se schiera l’esercito, l’Ice, la Guardia nazionale, l’intelligence e i social media, come combatterli tutti insieme? Hanno le armi e le informazioni. I governatori prenderanno provvedimenti esecutivi e gli Stati si ritroveranno gli uni contro gli altri. La Corte Suprema, allora, cosa farà? Non riesco a credere che mi sto davvero ponendo questa domanda, ma la situazione non è mai stata tanto seria. Mi dispiace deprimere i suoi lettori, ma le cose stanno così».

(Tommaso Merlo) – Quando era in Turchia, Trump ha ricevuto una soffiata del Mossad su un imminente attentato terroristico contro di lui. La solita panzana per manipolarlo e infangare gli odiati turchi. Fatto sta che Trump ha mollato il suo team e si è messo in salvo su un altro aereo. Lo ha fatto ignorando i servizi americani e dando retta a quelli israeliani, come per l’aggressione illegale all’Iran. Già, mentre i palestinesi stanno ancora resistendo all’occupazione, gli americani l’hanno subita senza neanche accorgersene. Trump si è nascosto in un carrello del cibo ma non ha rischiato nulla perché non lo mangiano il maiale da quelle parti. Sono infatti emerse in questi giorni nuove email che inchiodano il presidente americano a fare porcate con ragazzine minorenni, una sua ossessione per decenni prima di mettersi a recitare la parte del messia per il fascistume religioso oltre che la escort sionista. È questa la leadership che esprime l’Occidente, totalmente priva di ogni morale e coerenza. Trump teme di fare la fine dell’Ayatollah o del generale Soleimani che lui ha fatto ammazzare nel 2020 continuando poi a vantarsene. Ma il governo iraniano non ha nessuna intenzione di far fuori Trump anche perché sta coronando i loro sogni. Grazie a lui l’Iran non è mai stato così unito, ammirato nel mondo ed egemone nella regione. Rimasti senza munizioni e opzioni militari, dalla Casa Bianca blaterano di blocco economico totale per far arrendere l’Iran che però è autosufficiente e abituato a tirare la cinghia dopo quasi mezzo secolo di persecuzione. Confina poi con sette paesi da cui si può rifornire e pare che nella presa dello Stretto di Hormuz avesse previsto anche il controblocco americano. A fare la fame sono i marines sulle portaerei e quelli delle periferie americane che non riescono più a riempire il carello della spesa e il serbatoio. È questa la leadership che esprime l’Occidente, totalmente priva di ogni sensibilità, realismo e competenza. Una leadership talmente arrogante che da decenni si glorifica da sola e spreca trilioni per poi sbattere il musone contro la sobria realtà iraniana. Ma attenzione. Niente succede per caso. L’oligarchia capitalistica imperante vuole politicanti come Trump proprio perché privi di ogni moralità e capacità e quindi disposti a tutto e totalmente manipolabili da chi comanda davvero dietro le quinte. Se poi sono pure ricattabili come il migliore amico di Epstein, allora la Casa Bianca non gliela toglie nessuno. E rispetto all’Iran, c’è un altro punto a cui fare attenzione perché nulla succede per caso. Trump e tutta la sua ciurma sono stati sponsorizzati e selezionati anche in quanto favorevoli all’aggressione illegale all’Iran che era già stata pianificata dietro le quinte mentre davanti Trump faceva comizi in cui prometteva la pace nel mondo. È la fine della democrazia e il trionfo dell’oligarchia capitalista. Soldi che rimpiazzano i cittadini. E quella ciurma in queste settimane sta spingendo per un nuovo attacco all’Iran per accontentare Tel Aviv anche se gli Stati Uniti rischiano il collasso militare e quello economico e sociale. Israel first e oligarchia capitalista che se ne fotte di tutto e di tutti. Delle masse infinocchiate e sofferenti, del giornalismo comprato e quindi annichilito e della politica che meno è di qualità, meglio è. Già, Trump è alla Casa Bianca proprio perché non capisce nulla, non crede a nulla, è profondamente corrotto e non ha a cuore nulla se non il proprio ego ormai moribondo. Trump è il classico bamboccione che non è riuscito a superare i suoi traumi infantili sviluppando un narcisismo patologico con cui infesta il mondo che lo circonda. Un bamboccione in perenne fuga da se stesso che vive al centro dell’attenzione circondato da adulatori e servitù per compensare. È la sua droga, se rimane cinque minuti da solo si butta di sotto talmente è marcio e vuoto. Perfino adesso che si caga addosso e sonnecchia ogni due per tre, continua a convocare conferenze stampa in cui più che mentire confida al mondo la triste realtà virtuale in cui si è rifugiato e le condizioni pietose in cui versa. Senza nessuna consapevolezza, senza nessun rimorso e ritegno, senza nessuna empatia, fregando il prossimo fino all’ultimo respiro. Esempio davvero paradigmatico dell’immenso fossato tra fasullo successo del proprio personaggio pubblico e il fallimento effettivo come persona. Ma è questa la leadership che esprime l’Occidente e sono questi i politicanti che vuole l’oligarchia capitalistica. La speranza è che Trump trascini gli Stati Uniti in una disfatta con l’Iran e in una crisi anche economica tali, da scatenare una imponente reazione culturale e politica in nome di una democrazia autentica e della pace.
INVIATI DI REPORT ANNUNCIANO QUERELA AL TEMPO, “PUBBLICATE CIFRE FALSE SUGLI STIPENDI”

(ANSA) – ROMA, 17 AGO – “La campagna di diffamazione contro i giornalisti e le giornaliste di Report oggi si arricchisce di un nuovo capitolo: i soldi. Stamattina il quotidiano Il Tempo ha pubblicato cifre false e surrettizie spacciandole per stipendi dei giornalisti e delle giornaliste del programma”.
Lo dicono in una nota gli inviati e le inviate di Report che annunciano querela “per tutelare il proprio nome e il proprio lavoro, nei confronti de Il Tempo e di tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate”, in riferimento all’articolo comparso oggi su ‘Il Tempo’ dal titolo ‘Stipendi faraonici e spese incredibili: quanto ci costa Report’.
“Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello produttivo della trasmissione, autoproducono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta” sottolineano nel comunicato.
“Le somme pagate per i servizi giornalistici vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte.
Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150 mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari”.
DANIELE CAPEZZONE, “COLLETTIVO REPORT CON REPLICA AGGRAVA POSIZIONE”
(ANSA) – ROMA, 17 AGO – ”Il collettivo di Report, strapagato con i soldi dei contribuenti, con la scombiccherata e controproducente “replica” di oggi al nostro giornale, aggrava la propria posizione agli occhi degli italiani che pagano il canone”. Lo scrive in una nota Daniele Capezzone, direttore de Il Tempo.
”Questi signori si arrampicano sugli specchi parlando di lordo e netto (differenza che riguarda ogni singolo lavoratore, anche quelli a 1500 euro al mese) e di spese sostenute. Tutti concetti già spiegati oggi nei nostri articoli.
La realtà è che molti di loro incassano più dell’appannaggio annuale spettante al Presidente della Repubblica (il quale, meritoriamente, se l’è anche ridotto). Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza”, conclude.

Venerdì 21 agosto ore 18.30 la Nuova Orchestra Scarlatti terrà un Concerto a Cala Bianca (Camerota, SA), un appuntamento per ricordare quanto era vissuta dalla popolazione di Lentiscosa (frazione di Camerota) l’intera zona – oggi tra le più suggestive aree protette d”Italia – e, in particolare, la spiaggia dove per secoli una folta comunità ha prodotto tegole di terracotta che poi venivano distribuite via mare lungo tutto il territorio cilentano, e non solo.
Per mantenere viva la memoria di tutto ciò, ogni anno la Nuova Orchestra Scarlatti, diretta dal Maestro Gaetano Russo, originario di Lentiscosa, realizza questo incontro musicale, molto seguito e atteso dagli abitanti del posto e dai tanti turisti presenti a Camerota.
Il programma, a cura della Nuova Orchestra Scarlatti, affiancata dal soprano Rossella Costa, prevede musiche che evocano il connubio tra arte e natura, con pagine di Mozart, Cimarosa e altri, alternate con brani popolari.
È possibile raggiungere Cala Bianca a piedi: per informazioni rivolgersi alla Sezione CAI Monte Bulgheria: 3333257727.
Per raggiungerla in barca rivolgersi alle cooperative del Porto di Marina di Camerota.
Comunicazione: Marco Calafiore
Tra piazze piene di giovani e feste dell’Unità partecipate. Il fronte antifascista extraparlamentare è organizzato e si prepara a essere un’alternativa alle larghe intese

(Anna Dichiarante – lespresso.it) – Pazienza, se le pentole sono roventi. Il 25 luglio, dai borghi alle città, si onora la memoria di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore: i fratelli Cervi, figli di Alcide e Genoeffa, che in quel giorno del 1943 salutarono la caduta di Benito Mussolini offrendo pastasciutta a tutta Campegine. Un attimo di respiro prima della Resistenza e della fucilazione, il 28 dicembre dello stesso anno. Oggi, ai fornelli e ai tavoli, tra “Bella ciao” e fazzoletti partigiani, c’è folla. Giovani? Tanti.
Altro che platee semideserte per Matteo Salvini o comizi di Roberto Vannacci rinfoltiti con il grandangolo. Qui la gente viene. Come piene sono le mille feste organizzate da partiti e associazioni riconducibili alla sinistra. Parchi e stand dove si mangia, si balla, si discute di problemi quotidiani. Quest’estate, sotto le insegne dell’Unità, ospite molto richiesto è Pier Luigi Bersani; tra le bandiere rosse, Ernesto Che Guevara affascina anche chi non perde la Messa della domenica.
In fondo, su alcuni temi c’è coesione ed è maturata consapevolezza: pace, diritti sociali e civili. Lo sdoganamento del fascismo ha rinvigorito, per rigetto, un senso d’appartenenza che la narrazione dominante aveva lungamente indotto a nascondere. La vecchia guardia del Pci ha scoperto proseliti nati dopo il tramonto su via delle Botteghe oscure, ma ispirati da Enrico Berlinguer. E s’è dovuto rivedere un certo apparato retorico, ché comunista non è più un’offesa.
Occorre, però, essere realisti. La fiamma tricolore arde sul governo più longevo della storia repubblicana. Il perimetro del Campo largo lacera l’opposizione. Mentre la sinistra extraparlamentare, magmatica, tende talvolta ad asserragliarsi. «Siamo oggetto di maccartismo; banditi dal dibattito pubblico, ostracizzati come eterni antagonisti, incolpati d’avere favorito, per eterogenesi dei fini, Silvio Berlusconi», spiega Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione comunista: «Eppure siamo una marea. E colmiamo il vuoto di rappresentanza delle classi popolari».
Sull’onda di quanto accade altrove in Europa e Oltreoceano, falce e martello cercano di recuperare visibilità. Con circoli radicati nei territori ed esponenti nelle amministrazioni locali. «A Molfetta – prosegue Acerbo – il nostro candidato sindaco ha vinto in modo schiacciante. Una lezione. Rivendichiamo il passato, ricordando che quello italiano è stato il partito comunista più forte dell’Occidente, ma coltiviamo idee rivolte al presente e al futuro».
Del resto, «i modelli imposti dopo il 1989 si sono rivelati fallimentari. Il mondo è piegato da guerre, disuguaglianze, autoritarismi, catastrofe ecologica. Per fortuna, si sono sviluppati movimenti che contrastano il declino e con i quali il comunismo democratico è in sintonia; il nostro Paese sconta il revisionismo sul Novecento e la delegittimazione del Pci avallata pure da ex militanti».
Secondo Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, «l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è in difficoltà. Incapace di affrontare la crisi, si dedica a manovre di distrazione». In effetti, si susseguono i casi montati o sfruttati ad arte. Dal circo Barnum inscenato per il gioielliere Mario Roggero allo sciacallaggio sulla morte di Abderrahim Fakir nelle mani della polizia a Bologna, passando per la demonizzazione della protesta No Tav in Val di Susa. Poi lo scontro diplomatico con la Spagna e la tentata polemica con la Cgil a Marcinelle.
Tragicommedie, propaganda, figuracce internazionali. Intanto si fanno digerire le crepe nella maggioranza, le chat di Andrea Delmastro Delle Vedove negate ai pm, la marcia indietro di Carlo Nordio sul dossier Almasri. E la produzione frenetica di norme sulla sicurezza, in risposta a emergenze inesistenti o irrisolte. Perché le destre all’angolo imboccano sempre una strada: faide interne, repressione, criminalizzazione degli avversari. E della magistratura, alla faccia della batosta referendaria del marzo scorso.
Così, per riagguantare i delusi, si seminano opzioni via via più reazionarie. Operazioni di travaso dei consensi: vedasi Vannacci. «Il generale usa la demagogia fascista mischiata all’individualismo neoliberista – riprende Acerbo – come insegna Donald Trump, i ricchi polarizzano il racconto mediatico e indirizzano il malcontento verso un capro espiatorio. I poveri sperano di emergere dalla condizione di ultimi, premiando chi li tradirà. Appena insediato alla Casa bianca, il tycoon ha tagliato le tasse ai milionari… Ecco, costringiamo Vannacci a entrare nel merito dell’agenda economica; eviteremo che attiri il voto operaio».
Anche Granato stigmatizza «la mentalità veicolata soprattutto dalla tv e fondata sul razzismo. Basta pensare al concetto di remigrazione, alle varianti del motto “Make America great again”, per capire che non c’è promessa di futuro. Solo nostalgia. Perciò serve plasmare un linguaggio adatto a un’Italia nuova, resa dinamica da donne, giovani, migranti». Un orizzonte a cui guardano Potere al Popolo e Rifondazione, assieme ad Anpi, Arci, sindacati di base e Cgil, sigle studentesche, femministe, cattoliche. Un’alleanza dal potenziale enorme, abbozzata dalla mobilitazione per Gaza.
«L’esperienza dei portuali di Genova nel bloccare le armi in transito – continua Granato – s’è innestata sull’indignazione dilagante che fremeva per uscire dall’ambito privato delle bandiere palestinesi alle finestre e trovare un’espressione di massa. Da lì, scioperi e cortei. Oltre alla Flottilla che ha fatto da catalizzatore grazie a un efficace metodo di comunicazione. La sensibilità sul genocidio s’è sedimentata. E la vendetta dello Stato con denunce e sanzioni per molti manifestanti mostra quanto le piazze spaventino».
Sull’azione da rilanciare concorda Acerbo: «Bisogna rompere gli accordi con Israele e riconoscere la Palestina». Sulla pace, illumina l’eredità di papa Francesco. «Respingiamo l’invio di armamenti e le strategie della Nato riguardo all’Ucraina. Ma chi ci accusa di sostenere Vladimir Putin, compreso quel centro che, invero, non segue la linea della Chiesa, mente e scredita milioni di persone d’accordo con noi».
Le stesse che firmano petizioni e proposte su misure di giustizia sociale. «I capisaldi sono sanità pubblica, reddito di cittadinanza, salario minimo, meno precarietà e tassazione dei grandi patrimoni». Mai arretrare sui princìpi, insomma: «Mantenere l’autonomia e agire da pungolo è fondamentale. Per questo, da 18 anni, siamo fuori dal Parlamento. Ora, però, la congiuntura è cambiata e non dobbiamo chiuderci nel risentimento per antichi torti o errori».
Il segretario ritiene «necessario un fronte costituzionale antifascista pronto a un accordo tecnico per sommare i voti alle prossime Politiche. Scongiurando che, con una legge elettorale golpista, Meloni rimanga a Palazzo Chigi per una scheda in più. Si finirebbe in un premierato di fatto, dove una minoranza sceglierebbe il presidente della Repubblica e governerebbe senza contrappesi. Alla sinistra serve un programma di base comune. È positivo che Elly Schlein apra ai 5S; ad attaccare Giuseppe Conte sono proprio coloro che hanno tirato la volata alla destra e tifato sì al referendum».
Granato, invece, non crede al Campo largo: «È miope. A Napoli abbiamo contestato Pd, M5S e Avs per la loro incoerenza. Esempi? Nei Comuni che amministrano, il salario minimo è previsto per delibera e disapplicato nei bandi. Sul lavoro hanno un approccio pietistico, mentre noi valorizziamo la lotta di categorie come braccianti, addetti al settore tessile e ai servizi. C’è da riconquistare la fiducia di chi combatte contro ghettizzazione e frammentazione».
Ecco tutti i silenzi di Lavitola (che spera negli attentatori)

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Sarebbero pronti a confermare la tesi della bomba “in amicizia” i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato a casa dell’inconsapevole Sigfrido Ranucci. Resta solo da capire fino a che punto i pm siano disposti a fare concessioni rispetto alle accuse di danneggiamento, uso di esplosivo e minacce col metodo mafioso.
Potrebbe rivelarsi uno snodo decisivo quello dei prossimi giorni nell’inchiesta sulla bomba esplosa a metà ottobre all’ingresso della casa di Pomezia del conduttore di Report.
Oggi stesso i difensori dei presunti bombaroli dovrebbero chiedere l’interrogatorio dei loro assistiti, in carcere da fine giugno, che durante l’interrogatorio di garanzia avevano fatto scena muta. Quasi in contemporanea, nella casa circondariale di Rebibbia, sono attesi i difensori del presunto mandante dell’attentato, l’ex faccendiere-ristoratore Valter Lavitola, che dopo l’arresto di lunedì scorso ha ammesso di aver commissionato l’azione, ma per fini diversi da quelli ricostruiti dagli inquirenti. Quindi non per “lanciare” la carriera politica dell’amico Ranucci – da cui avrebbe ricavato non meglio precisati vantaggi – quanto piuttosto per proteggerlo, propiziando l’incremento degli agenti di scorta al suo seguito in ragione di una misteriosa minaccia proveniente, a detta di Lavitola, dai servizi segreti israeliani a causa, dice, delle inchieste condotte da Report.
“Gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta”. Così ieri l’avvocato Sergio Cola, già tre volte deputato con Alleanza nazionale, all’Ansa , a cui ha confermato anche che oggi in carcere si discuterà della possibilità di chiedere un nuovo interrogatorio. L’obiettivo è fugare i dubbi sulla confessione resa mercoledì scorso, che hanno spinto il gip a negargli gli arresti domiciliari. Tanto più che i termini di questa assunzione di responsabilità, ad avviso di Cola, “troverebbero un riscontro nelle versioni fornite dagli altri coimputati”. Dunque non vi sarebbe stata l’intenzione di fare del male a Ranucci e alcuni di loro non avrebbero nemmeno saputo chi fosse il bersaglio.
Il legale ha anche liquidato come “semplice congettura” l’esistenza di un mandante del mandante. D’altro canto ha ribadito che a suo avviso Ranucci, dopo l’attentato, potrebbe aver avuto dei sospetti, mai confessati, su Lavitola.
Oltre alle contraddizioni evidenziate dal gip, tuttavia, ci sono diverse circostanze rimaste fuori dalla confessione dell’ex faccendiere, che lasciano aperti altrettanti interrogativi sull’accaduto e sulla natura del suo rapporto con Ranucci. Tipo la cena rivelata da Il Fatto in cui, poco dopo l’attentato, il conduttore di Report avrebbe agito da testimonial per Lavitola con dei potenziali investitori in un suo maxi-progetto imprenditoriale in Africa.
Nelle intercettazioni dei presunti bombaroli si parla, per esempio, di depistare i pm in caso di problemi, indicando il mandante in un “albanese” conosciuto per affari di droga. Di fronte al gip, però, Lavitola non ha detto alcunché sulle lettere anonime che hanno indirizzato gli inquirenti proprio verso la pista albanese.
Prima dell’esplosione di metà ottobre 2025, poi, all’ingresso della casa di Pomezia di Ranucci si era già consumata un’intimidazione finita al centro di un’indagine della Digos, successivamente trasmessa ai pm dell’Antimafia romana. Il 10 luglio 2024, in particolare, erano stati trovati due proiettili calibro 38 “all’interno di una siepe a circa 3 metri dal muro di cinta dell’abitazione”. Il 13 luglio 2024 gli investigatori hanno individuato nei tabulati del cellulare di Lavitola il primo aggancio di una cella compatibile con una sua visita all’abitazione dell’amico conduttore di Report. Infine il 29 luglio 2024, nella chat di Whatsapp tra l’ex faccendiere e il giornalista è stato trovato un primo messaggio in cui Lavitola ipotizza una candidatura a premier di Ranucci, suggerendogli di lasciare la Rai (“E tra due anni fai il Presidente”).
Se qualcuno voleva convincere Ranucci e Report a darsi una calmata, insomma, quei proiettili non erano serviti a granché. Ma ad accendere una lampadina nella testa dell’ex faccendiere forse sì. A meno di non credere che l’amico giornalista l’avesse tenuto all’oscuro.
L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati di denunce Slapp. Ma il decreto che dovrebbe recepire la direttiva europea lascia fuori nove casi su dieci

(Andi Shehu* – lespresso.it) – Nel maggio del 2025 due cittadini di Pesaro hanno firmato un esposto sui rischi di un deposito di gas liquido in una zona abitata. Il mese dopo la società proprietaria dell’impianto ha risposto con una richiesta di risarcimento da due milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata. Due cittadini senza una redazione o un ufficio legale alle spalle che avevano semplicemente firmato un foglio.
Chi promuove una causa così non spera nell’esito positivo della sentenza. Perdere la causa costa a chi la fa qualche migliaio di euro di spese, mentre costa a chi la subisce tre o quattro anni di avvocato e udienze con la paura di una condanna. Si chiamano Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, e l’effetto è che la volta dopo, prima di firmare un esposto, uno ci penserà. L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati.
Nel 2024 l’Ue ha approvato una direttiva, la cosiddetta Legge Daphne dalla giornalista maltese Caruana Galizia uccisa nel 2017, vittima di decine di cause di questo tipo. L’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 7 maggio, non lo ha fatto, e il 15 luglio la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione. Lo schema di decreto è arrivato in Parlamento il 9 luglio.
Ai due cittadini di Pesaro quel decreto non servirebbe. Intanto perché vale solo per le cause civili, mentre contro di loro c’è anche una querela: in Italia la diffamazione resta un reato, il che rende la denuncia lo strumento di pressione più comodo che ci sia. Inoltre, vale solo per le vicende con un elemento transfrontaliero, mentre la loro si svolge per intero fra Pesaro e un tribunale italiano. Su entrambi i limiti Bruxelles non poteva fare di più: in materia di giustizia, i trattati le permettono di occuparsi soltanto della cooperazione civile fra Stati diversi. Proprio per questo la direttiva si definisce uno standard minimo e invita gli Stati ad andare oltre. Belgio, Francia, Paesi Bassi e Polonia lo hanno fatto.
L’Italia no; ha ricopiato il ristretto perimetro europeo e poi lo ha stretto ancora. Per la direttiva, una causa smette di essere transfrontaliera a due condizioni insieme: che le parti vivano nello stesso Paese e che lì si trovi tutto il resto della vicenda. Il decreto italiano ha mantenuto solo la prima.
Il 30 luglio il decreto è passato dalla commissione affari Ue della Camera proprio per verificare la compatibilità delle leggi con il diritto europeo. La relatrice, Alessia Ambrosi (FdI), ha spiegato che il testo adotta «una definizione molto ampia di questione transfrontaliera» e ha aggiunto che un caso lo è «a meno che entrambe le parti abbiano il domicilio nello stesso Stato del tribunale adito e ogni altro elemento rilevante della vicenda sia localizzato esclusivamente in quel territorio».
È una descrizione esatta; peccato che descriva la direttiva europea e non il decreto italiano. Le condizioni sono due e valgono insieme: dove vivono le parti e dove si svolgono gli elementi della vicenda. Il decreto italiano, però, si ferma alla prima. Basta che le due parti risiedano qui perché il caso sia interno, anche quando l’inchiesta riguarda una multinazionale o un impianto costruito all’estero. La conseguenza è che le tutele previste lascerebbero fuori oltre nove casi italiani su dieci. Ambrosi ha concluso che «non ravvisa disposizioni contrarie all’ordinamento dell’Unione europea» e la commissione ha dato parere favorevole senza osservazioni. Le proposte alternative di Pd e M5s sostenevano il contrario, ma sono rimaste nel cassetto: si votano solo se il parere del relatore viene bocciato.
Poi c’è il rilievo che è comparso e scomparso. Il 3 agosto, in commissione Giustizia al Senato, il capogruppo di FI Pierantonio Zanettin ha chiesto una precisazione proprio sul criterio transfrontaliero. Nella bozza di parere mandata ai senatori, quel rilievo c’era. Il 5 agosto, al momento del voto, non c’era più. Lo mette a verbale la presidente della commissione, Giulia Bongiorno, senza aggiungere altro.
Quel 5 agosto hanno votato tutte e due le Camere e i due pareri sono quasi identici; alla Camera il relatore ha dichiarato di aver «condiviso i contenuti con il relatore presso l’omologa commissione del Senato». Due osservazioni ciascuno, le stesse, e nessuna sull’articolo che restringe il campo e che rischia di rendere il decreto incompatibile con la direttiva. Una delle due tocca il merito delle tutele: chiede al governo di cancellare la norma che permette al giudice di far pagare a chi ha promosso una causa abusiva l’intera parcella dell’avvocato della vittima, anche oltre le tariffe forensi. La direttiva prevede l’opposto: rimborso integrale, salvo spese eccessive. Il Parlamento chiede di ridurre il rimborso a chi la causa l’ha subita.
Anche in queste commissioni, le proposte alternative di Pd e M5s non sono arrivate al voto. Alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni (FdI) ha dichiarato di condividere il parere del relatore. Il governo, quindi, ha già sostanzialmente detto di sì. Adesso il testo torna al Consiglio dei ministri, che potrà correggerlo o firmarlo così, non essendo vincolato da quanto il Parlamento ha detto. Succederà probabilmente a fine agosto, quando le redazioni sono a organico ridotto e il Paese è al mare. Non serve un complotto quando basta un calendario.
Chi una causa bavaglio la sta già subendo non è coperto in ogni caso: le nuove garanzie vengono applicate ai soli procedimenti avviati dopo l’entrata in vigore. Non è un obbligo europeo ma una scelta italiana, contestata da Pd e M5s. Vuol dire che i due cittadini di Pesaro e le decine che, come loro, aspettano una sentenza, leggeranno di una legge nata per proteggerli e scritta in modo da arrivare dopo di loro.
*Policy Officer, The Good Lobby Italia
L’Iran: “Ammissioni da conservare per il processo di questi criminali”. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano ha criticato la riduzione delle operazioni militari decisa da Netanyahu: “Nella Striscia ci sono persone che non meritano di vivere, non solo chi rappresenta una minaccia”. Il vice ministro degli Esteri iraniano Gharibabadi lo ha definito un “criminale sionista”

(lespresso.it) – La condotta di guerra decisa dal governo israeliano e quella che Itamar Ben Gvir considera “giusta” si separano, questa volta, in modo esplicito. E il ministro della Sicurezza sceglie una posizione ancora più estrema: “Non è un segreto che io sia in disaccordo con il primo ministro”, ha detto Ben Gvir durante il primo episodio del podcast condotto da Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas, criticando la recente riduzione delle operazioni militari a Gaza voluta da Netanyahu nel contesto della spinta internazionale verso il piano di pace americano. “Penso che a Gaza si debbano condurre assassinii mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo chi rappresenta una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone”.
Nello stesso podcast il ministro della Sicurezza israeliano ha sostenuto l’emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza – una proposta che secondo esperti di diritto internazionale potrebbe configurarsi come pulizia etnica – insieme alla ricolonizzazione della Striscia: “Vedo tutta Gaza come nostra. Insediamenti non solo nel Gush Katif ma in tutta Gaza, incoraggiando quanta più emigrazione possibile, mandandoli nei loro Paesi, e per i terroristi nessuna emigrazione, niente, solo ucciderli uno per uno”. Dichiarazioni simili di Ben Gvir e di altri funzionari israeliani sono già state presentate alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu come prove di intento genocida.
Da Teheran, il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha risposto su X che le parole di Ben Gvir vanno “registrate e conservate per il giorno del giudizio e per il processo di questi criminali“, definendo il ministro israeliano un “criminale sionista” che “parla allo stesso tempo sia di espulsione dei palestinesi che di colonizzazione in tutta Gaza”. Ben Gvir non ha alcun potere sulle forze armate israeliane e non può ordinare operazioni militari, ma dopo decenni di attività nella frangia più a destra della politica israeliana resta oggi una delle figure più influenti del Paese, con il controllo delle carceri (dove sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania) e della polizia nazionale. Le elezioni israeliane sono fissate per il 27 ottobre.
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

(Pasquale Liguori – lafionda.org) – Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.
Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.
Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.
L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.
Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.
Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.
La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.
Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.
L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.
Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.
Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.
E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.
Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.
A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.
La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.
Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.
Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.
Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.
Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.
Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.
Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.
Abbandonate in strada due tavole lignee

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Questa volta è un colpo al cuore del patrimonio culturale siciliano, italiano, umano. Nella serata di Ferragosto, mentre c’era ancora luce e i messinesi erano tutti presi dal passaggio della Vara – l’enorme carro processionale che rappresenta la Vergine che ascende al cielo dal suo sepolcro, la bara appunto – alcuni ladri dalle idee molto chiare sono riusciti ad entrare nel Museo Regionale “Accascina” di Messina (il MuMe, secondo la peste degli acronimi) e hanno portato via quattro tavole dipinte da Antonello da Messina: che è come dire entrare in chiesa e portare via il Santissimo Sacramento.
[…] La foto più impressionante ritrae le due tavole che si sono salvate perché i predoni (non così organizzati e professionisti, forse) se ne sono dovuti disfare mentre fuggivano, appoggiandole per strada alla cancellata del museo: si vede san Benedetto e, dietro, si intuisce san Gregorio. Sono gli scomparti laterali del grande polittico di San Gregorio, dipinto (a tempera grassa e oro su tavola) da Antonello nel 1473 per la madre badessa del monastero benedettino messinese appunto di San Gregorio. I ladri sono dunque riusciti a portare con loro lo scomparto centrale, quello meraviglioso con la Madonna in trono, e le due parti della cuspide, con l’angelo annunciante e la Vergine annunciata. Un corpo smembrato, mutilato, fatto a pezzi: un corpo che era arrivato a noi già sofferente, senza la carpenteria che teneva insieme i pezzi e senza l’elemento centrale del registro superiore. Ma era comunque un miracolo che a noi fosse arrivato, attraverso secoli difficili e attraverso l’epocale terremoto che rase al suolo Messina nel 1908.
Ed era un miracolo a vederla, quest’opera dell’ultimo Antonello: un Antonello ancora fedele ai suoi modelli fiamminghi (spettacolare il cartellino appiccicato alla base del trono della Vergine, in cui l’artista scrisse il suo nome e la data), ma che aveva ormai gli occhi così pieni di Piero della Francesca da riuscire a far convivere il fondo oro di rigore con una capacità di unificare lo spazio, e far interagire le figure dei santi, che era ormai da “maniera moderna”. Figure sacre che non sono più disposte a stare ferme al loro posto: come dimostrano proprio il papa e l’abate (i due santi abbandonati a terra dai ladri) che, pur essendo parati in gran pontificale, mettono un piede in bilico nello spazio, quasi che volessero darsela a gambe dall’altare. O dal museo, verrebbe da dire se fosse il caso di scherzare. E non è proprio il caso: visto che, danno su danno, i ladri hanno tranquillamente aperto una teca blindata, asportando anche la mirabile tavoletta opistografica sulla quale sempre Antonello dipinse la Vergine con un donatore francescano sul recto, e il volto di un Cristo alla colonna sul verso. Un’opera che la Regione Sicilia aveva acquistato da Christie’s nel 2003 e destinato a questo museo.
[…]
Un museo che ora ha perso l’anima: letteralmente, visto che il suo stesso logo (che stilizza il rosario che pende, illusionisticamente, nel vuoto, dal suppedaneo del trono della Madonna nel polittico di San Gregorio) è tratto dal quadro simbolo che ora è rubato, sparito, scomparso. I ladri, come si è detto, sembrano aver avuto le idee assai chiare: andando a colpo sicuro su un singolo autore, Antonello da Messina. Una scelta ovvia, sì: ma non la sola, se appena si ricorda (con un brivido lungo la schiena) che le stesse sale conservano ben due Caravaggio, la Natività e la Resurrezione di Lazzaro. Due tele: cioè due oggetti che, ritagliati dalle cornici e arrotolati, sono assai più facili da trasportare (e da non danneggiare) delle delicatissime, già provate, tavole di Antonello. Come sanno anche i sassi, le opere sparite non sono piazzabili sul mercato clandestino dell’arte: troppo clamorosamente famose. E dunque verrebbe da pensare (pur con tutta la dovuta cautela) che o è un furto su commissione di qualche collezionista pazzo e criminale, o è il gesto di balordi.
Quest’ultima eventualità fa venire i brividi, per la delicatezza delle opere e per il precedente atroce del Caravaggio rubato a Palermo nel 1969 e mai ritrovato. Perché se in Sicilia a rubare opere di questo livello non è Cosa nostra, è assai inverosimile che essa lasci passare un evento di questa portata senza volgerlo a suo vantaggio, e senza dimostrare che ha ben altro controllo del territorio rispetto allo Stato: e se le tavole di Antonello finiscono in quelle mani, le mani della mafia, allora è finita. La speranza è che siano ritrovate subito. La certezza è che qualcuno deve spiegare come diavolo sia potuto accadere.
La destra ha preso ancora tempo sui bandi per le concessioni e i prezzi degli stabilimenti aumentano. Un italiano su due rinuncia alle ferie ad agosto. Pesa l’assenza di interventi a favore del potere d’acquisto

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Le pinne, il fucile e gli occhiali della famosa canzone di Edoardo Vianello rischiano di diventare un miraggio negli anni del governo Meloni. I tempi sono cambiati e “la tavola blu” del mare di quel brano è diventata ormai un lusso. Lo raccontano le ricerche, lo conferma la vita di ogni giorno degli italiani. Un posto al sole, o meglio sotto l’ombrellone, è sempre più dispendioso.
Le città non si svuotano del tutto nemmeno nei giorni di Ferragosto. Il motivo? I benefici del mini-taglio sull’Irpef, varato nell’ultima legge di Bilancio, sono stati ampiamente cancellati dal carovita. I maxi-rincari dei carburanti hanno inflitto il colpo di grazia, sfruttando l’inerzia dell’esecutivo che ha varato giusto un piccolo taglio al gasolio nel pieno del periodo di partenze.

Il problema a monte riguarda gli aumenti imposti dagli stabilimenti balneari, lobby che la destra di governo ha sempre blandito e tutelato, contrastando le gare sulle concessioni.
A inizio estate Altroconsumo ha pubblicato una ricerca, che ha rivelato dell’incremento del 6 per cento medio per i servizi degli stabilimenti tra le località prese come campione per la prenotazione ad agosto. Un dato che tocca punte del 16 per cento in alcuni casi. È la legge del mercato, certo. Ma è anche quello stesso principio liberale che viene disatteso sul continuo rinvio dei bandi. Un’operazione ripetuta anche quest’anno.
Il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini ha garantito una stagione estiva protetta, dilungando la preparazione del bando-tipo. Se ne parla più in avanti. Intanto la destra può tirare il sospiro di sollievo: arriva l’anno elettorale e l’esecutivo può rivendicare di aver fatto melina sulla liberalizzazione chiesta dall’Unione europea, attraverso l’applicazione della direttiva Bolkestein.

I numeri sono utili a capire che la privatizzazione delle spiagge, e le concessioni senza gare, incentivano, o quantomeno facilitano, l’incremento dei prezzi. Ancora una volta la ricerca di Altroconsumo è un utile faro. Delle 10 località prese in considerazione, emerge una disparità di prezzi tra i luoghi con maggiore disponibilità di spiagge libere e quelli dove quasi ogni centimetro di costa è affidata ai privati. L’inchiesta riporta che il lettino e l’ombrellone in prima fila ad Alassio, in provincia di Savona, può arrivare a costare 368 euro. Certo, si parla in questo caso di una situazione al limite. I prezzi, però, diventano più alla portata delle tasche in altre zone.
A Palinuro, in provincia di Salerno, nel Cilento, gli stessi servizi richiedono un esborso meno pesante: intorno ai 210 euro settimanali, che in media sono circa 30 euro al giorno. Una differenza di prezzi legata a vari fattori, ma su cui impatta anche la concorrenza delle spiagge libere, che nella località sulla costa cilentana sono più facilmente reperibili. Così come a Lignano Sabbiadoro, meta più conveniente con 168 euro di spesa per sette giorni. In generale diminuiscono le spiagge fruibili gratuitamente.
«Al caro vita contro cui Meloni non ha fatto nulla in questi anni, si aggiunge il caro ombrellone, altra responsabilità di questo governo e maggioranza che si sono rifiutati in ogni modo di dare attuazione alla legge Bolkestein sulla liberalizzazione e liberazione delle spiagge per difendere la lobby dei balneari: il solito giochetto della destra, favori alle corporazioni amiche pagati con i soldi di tutti gli altri cittadini», dice a Domani il deputato di +Europa, Riccardo Magi.
Il principio della concorrenza, sia sulle gare che sulle spiagge libere, ha come scopo quello di garantire costi meno alti per gli utenti, insieme a servizi migliori. È la base di una dottrina liberale che dovrebbe essere propria di una coalizione di centrodestra, ancora di più per un partito come Forza Italia, che vuole farsi alfiere.

La storia va nella direzione opposta: prevale la linea corporativista. Gli interessi non sono solo elettorali. Il caso principale riporta all’ex ministra del Turismo e attuale senatrice di Fratelli d’Italia, Daniela Santanchè, che si è prontamente rilanciata nel settore. Cedute le quote del Twiga a Forte de’ Marmi, appena assunta la carica di ministra, ha subito tagliato il nastro del Tala, nuovo stabilimento in Versilia, poche settimane dopo le dimissioni dal ruolo governativo.
L’aumento sotto l’ombrellone è solo un pezzo delle vacanze insostenibili per le tasche degli italiani. L’Istat, nei dati dell’inflazione di luglio 2026, ha messo nero bianco i rincari per i servizi di alloggio e ristorazione, che passano dal +2,9 per cento al 3,4 per cento. Nel dettaglio, l’associazione dei consumatori Codacons ha analizzato che i «traghetti rincarano del 2,5 per cento, gli alberghi del 3 per cento, le auto a noleggio del 3,4 per cento, e i villaggi vacanza del 2,9 per cento».
Per quanto riguarda la spesa, infatti, «bisogna valutare la spesa quotidiana a ogni livello», spiega a Domani Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori (Unc). Quindi la spesa per il pranzo, e Dona cita «un aumento del 30 per cento dei pranzi al ristorante negli ultimi dieci anni». La conseguenza è l’impossibilità di programmare anche solo brevi periodi di ferie lontani da casa.
La conseguenza è chiara. L’Istat, già nel 2025, ha riferito che oltre il 35 per cento non va in vacanza, quota che tocca punte del 50 per cento al Sud. Gli stipendi non sono adeguati, restano fermi, mangiati dall’inflazione. Lo studio dell’istituto nazionale di statistica si incrocia con quello di Federalberghi, tutt’altro che ostile al governo, ha osservato che «quasi un adulto su due (48,5 per cento) non farà alcuna vacanza durante il periodo estivo». Si scelgono altri periodi dell’anno, quando è possibile. «Sono infatti 24,2 milioni le persone che trascorreranno il periodo di ferie senza spostarsi dalla propria città o dalla propria casa», ha aggiunto l’organizzazione presieduta dall’ex parlamentare di Forza Italia, Bernabò Bocca.
Non passa inosservata la distanza tra leader politici e gli affanni di milioni di famiglie. «Fa un certo effetto vedere ministri e premier raccontati dai rotocalchi nelle spiagge più belle della Sardegna, mentre tanta gente passa agosto nelle città roventi, con quaranta gradi e senza potersi permettere nemmeno qualche giorno di vacanza», spiega a Domani, Marco Furfaro, deputato e responsabile disuguaglianze del Pd.

Le immagini delle città totalmente deserte, affidate solo ai turisti, sono cartoline di un’epoca passata. Il caro-vacanze è servito. Mentre Meloni promette un impegno «sul potere d’acquisto», gli italiani devono inventarsi le vacanze casalinghe. Sognando una spiaggia libera.

(Mario Tozzi – lastampa.it) – La successione incredibile di decine di giorni di gran caldo, ben al di sopra dei 32°C, e di notti tropicali in Europa, le temperature micidiali raggiunte globalmente dagli oceani, le perturbazioni meteorologiche a carattere violento che già si registrano, l’incremento delle morti per le ondate di calore, i milioni di sapiens e i miliardi di viventi in difficoltà in tutto il mondo stanno convincendo anche i più scettici che siamo nel mezzo di una crisi climatica così accelerata e violenta da non avere paragoni nella storia del mondo. Di fronte a questa incontestabile valanga di dati e fatti oggettivi, la strategia dei mercanti di dubbi, quelli che pongono infinita fiducia nel sistema economico attuale, generalmente perché ci lucrano profitti irresponsabili, è cambiata. Non si nega più che faccia più caldo, non si sostiene più che al tempo dei romani o nel Medioevo le temperature fossero più elevate, ma si rileva che ormai le cose stanno così e dunque che cosa ci possiamo fare ora? Non ci resta che adattarci, specialità nella quale i sapiens sarebbero maestri. L’adattamento è la risposta giusta? Soprattutto, è l’unica strada?
La risposta è no, prima di tutto per una ragione molto semplice: a che scenario vogliamo adattarci? Nel 2015 a Parigi si decise che l’incremento di 1,5°C nelle temperature medie atmosferiche globali fosse il confine non valicabile, quello al di là del quale gli scienziati raccomandavano di non andare perché si sarebbe varcato il limite biologico degli ecosistemi (VI Report Ipcc). Ma proprio mentre si enunciava questo principio, le compagnie Oil&Gas e carbone investivano nella prospezione e nell’estrazione somme talmente ingenti da far prevedere scenari molto diversi. Il Production Gap faceva già allora prevedere che si sarebbe arrivati facilmente a +2,7°C nell’immediato futuro, cosa che si sta puntualmente verificando. Eppure gli specialisti erano stati chiari: l’obiettivo era l’azzeramento delle emissioni climalteranti, categoricamente entro il 2050. Prima di tutto, cioè, la mitigazione del problema, poi, o al massimo contemporaneamente, l’adattamento. Se non si riducono significativamente le emissioni, si rischia di prepararci a uno scenario che sarà peggiore di quello previsto. Per esempio, costruisci opere contro alluvioni e mareggiate che, in pochi anni, saranno desuete e inutili. Ma soprattutto varchiamo quei limiti fisici e biologici dei sapiens e degli altri viventi così velocemente che nessuno riuscirà ad adattarsi, nemmeno chi ha tecnologie straordinarie. Perché non ci sarà tempo a sufficienza.
Gli scienziati hanno indicato la strada: lasciare sotto terra almeno il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio. Nessuno ha seguito questa strada e, anzi, si continua a trivellare come se non ci fosse un domani, frase che rischia di non essere solo un modo di dire. Per seguire questa strada si dovrebbe eliminare ogni sorta di sussidio pubblico, diretto e indiretto, al mondo dei combustibili fossili. Invece, a seconda delle stime, si calcolano aiuti da 900 a 7000 miliardi di dollari all’anno, denari che potrebbero essere invece utilizzati per la riconversione energetica in fonti rinnovabili. Inoltre, secondo alcuni analisti, destinando il 3-5% dei profitti delle compagnie Oil&Gas e carbone alla riconversione si potrebbe uscire dall’era dei combustibili fossili senza che le compagnie vadano fallite e senza che i costi se li accolli il pensionato con la Panda euro 1 (Grasso e Vergine lo sintetizzano bene in un libro del 2020).
La massimizzazione dei profitti non permette, però, alcun tipo di mitigazione, così l’umanità viaggia a tutta velocità contro un muro, proprio mentre tutti i modelli climatici elaborati negli ultimi decenni risultano azzeccati o sottostimati. Ed ecco allora la scialuppa d’emergenza dell’adattamento, che però fa acqua da tutte le parti: anche in questo caso, gli scienziati suggeriscono che ci sarebbe spazio per piantare mille miliardi di alberi in più, rinforzando il ruolo di serbatoio naturale di CO2 delle foreste. Ma questo sforzo “verde” non si vede e comunque abbisogna di almeno due o tre decenni per mostrare i primi risultati. Si potrebbe incrementare il ruolo di “sink” del carbonio degli oceani, per esempio proteggendo le barriere coralline o incrementando il numero di balene (una balena permette l’assorbimento di 33 tonnellate di CO2/anno, funziona meglio di un bosco), ma nulla di questo genere si vede in atto.
L’adattamento si riduce a montare climatizzatori nella parte ricca del mondo, a produrre autovetture ibride (per carità, non elettriche) e a rifugiarsi in casa. L’energia la continuiamo a fare con le fonti fossili e nessun accordo internazionale vincolante è vicino. Mentre ci stiamo per lasciare alle spalle l’estate più fresca e umida di quelle che verranno, si naviga a vista affidandoci a una salvifica tecnologia futura che nessuno riesce nemmeno a immaginare.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.
Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.
[…]
I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.
Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale. Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.
Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.
[…] Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.
(di Giampiero Rossi – il Corriere della Sera) – «Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del partito». È questo il messaggio che Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia e storico dirigente leghista, manda al suo segretario, Matteo Salvini. Di fronte alla crisi di consensi, molti come lui, nella Lega, chiedono un cambiamento urgente. E allora, si può parlare di un passo indietro o di lato da parte del leader nonché vicepremier, perché a questo punto «nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento».
Presidente Fontana, che cosa sta succedendo all’interno della Lega?
«Succede che i nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il Nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere. Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti. Insomma, il problema c’è […]».
Quale potrebbe essere la soluzione?
«Innanzitutto valorizzare le nostre ricchezze: e il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega».
A chi si riferisce quando dice «noi»? Esiste un soggetto collettivo che si muove all’interno della Lega?
«Mi riferisco a una pluralità di persone che stanno lavorando per proporre un nuovo luogo di dibattito. […] Sono ancora più convinto che si debba andare verso il federalismo, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali, che agiscono con la concretezza che serve ai territori […] E vogliamo occuparci anche di diritti civili».
Non sono questioni secondarie. Ma in un partito a tradizione leaderistica, mettere in discussione il capo non è un passaggio lacerante?
«È un problema che tocca tutti i partiti, e questo secondo me è un limite del nostro quadro politico. Ma la Lega è diversa: può offrire una squadra forte, una leadership collettiva, diversamente dagli altri partiti. Occorrerebbe poi valorizzare le competenze e la complessità interna. […]».«Chi fa il mio mestiere sa che certe scelte incidono su tutto il sistema: se, per esempio, pensiamo alle posizioni che occupa la Lombardia nelle classifiche economiche europee, al suo residuo fiscale, è facile comprendere che quel territorio abbia esigenze di velocità, competitività internazionale e, quindi, di attenzione».
E invece?
«Invece, ci troviamo in discussioni sull’opportunità di creare o meno delle Zes, le Zone economiche speciali, ma è un problema da affrontare, perché dobbiamo evitare che il lavoro e le imprese si trasferiscano altrove. Anche lo Stato deve rendersi conto di questo. Non metto in discussione che altre regioni abbiano altre esigenze, ma io mi devo occupare della mia».
Non è la prima volta che lei critica il governo. Si è rotto il feeling?
«[…] certe mancate scelte finiscono per danneggiare i territori. E allora io ho il dovere di dirlo. È uno dei primi insegnamenti che ho ricevuto da Bossi, e ho avuto occasione di contestare anche un governo di centrodestra di cui lui faceva parte come ministro».
Ma in sostanza cosa chiedete al segretario Matteo Salvini? Un passo indietro, di lato o qualcos’altro?
«Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito […]».