Dopo l’attentato, il conduttore di Rai tre venne sentito dalla commissione Antimafia. Ecco il testo finora secretato. Sul meloniano e i pedinamenti non ci fu nessun riscontro

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Tra le centinaia di carte dell’inchiesta per individuare i responsabili dell’attentato contro Sigfrido Ranucci c’è anche l’audizione del conduttore davanti alla commissione parlamentare Antimafia. È la parte secretata che ora Domani può svelare. Il volto di Report ai primi di novembre dello scorso anno arriva a palazzo San Macuto. Sono passate due settimane dalla bomba. Il giornalista mette in fila quanto accaduto, fa mente locale, parla di episodi che riguardano i servizi segreti e anche della vicenda di Giovanbattista Fazzolari.
Qualche mese prima Ranucci aveva tirato in ballo il senatore FdI in un incontro con i parlamentari europei del Pd dicendo: «Ho la certezza che Fazzolari attivò i servizi segreti per informarsi su di me». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva parlato di «deliri». Poi arriva il giorno dell’audizione in commissione. Cosa dice Ranucci? La vicenda di Fazzolari, secondo quanto sostiene il conduttore, è collegata a un servizio di Report nel quale un ex collaboratore, Nunzio Perrella, aveva raccontato di un presunto legame di Francesco Meloni, padre della premier, con Michele Senese. Vicende degli anni Ottanta. Un ricordo improvviso riapparso dopo tre decenni. Le anticipazioni social della trasmissione avrebbero provocato la reazione del meloniano.
«Io vengo a sapere che Fazzolari si era preoccupato, aveva presentato un dossier al centro del quale c’erano gli audio e i video che mi erano stati registrati di nascosto ai tempi dell’inchiesta che riguardava Tosi», dice Ranucci. “I servizi segreti l’hanno pedinato?”, una delle domande che viene posta dai parlamentari che vogliono capire di più sulla bomba. «Il sospetto di Fazzolari e degli ambienti della presidenza del Consiglio è caduto sul fatto che le informazioni potessero essere state date a Report addirittura da un componente dei Servizi. Il sospetto è andato sul generale Parente, che io non conosco. Quello che posso dire è che quelle informazioni sono frutto del collega Mottola».

Per non lasciare nulla al caso i pm capitolini hanno dunque preso in carico anche la pista sui servizi. A un interrogatorio di febbraio scorso condotto dal pm Stefano Pesci, al lavoro su un’indagine sui fondi riservati dei servizi e la squadra Fiore, viene chiesto a un ex generale della Guardia di finanza, Giancostabile Salato chiamato come testimone, legato all’intelligence, se sapesse qualcosa dell’attentato a Ranucci. «Ci può dire di che cosa lei è a conoscenza in relazione all’attentato subito da Ranucci, sul contesto recente e anche meno recente che potrebbe avere un collegamento con l’attività di Ranucci ma in particolare con l’attentato da lui subito?», chiede il magistrato. La risposta: «Non sono in grado di riferire nulla. Dopo la notifica del vostro invito in cui era indicata la data del 16 ottobre 2025 ho cercato sul web cosa fosse accaduto e lì ho appreso dell’attentato». Ad ulteriori verifiche, seguono zero riscontri.
Ma torniamo all’audizione in commissione Antimafia. Davanti alla presidente meloniana Chiara Colosimo, Ranucci torna a parlare delle altre possibili ragioni della bomba. «Una sicuramente riguardava le concessioni balneari a Ostia, l’altra riguarda un’inchiesta sull’eolico. Di questo ci ha parlato un collaboratore di giustizia che singolarmente, il giorno stesso dell’attentato, è stato spostato in località protetta perché aveva parlato con noi, come se ci fosse sentore che poteva esserci qualcosa di importante», dice Ranucci. Tutte quelle piste sono risultate senza riscontri, prive di fondamento così come la terza che viene evocata in commissione, quella più famosa: i cantieri navali veneti. «Report ha scoperto il 15 settembre, quindi in prossimità dell’attentato, una mitragliatrice che era nei cantieri navali di Adria».
Una pista nella quale si è inserito, come già raccontato, anche Lavitola per avvelenare i pozzi. Una pista poi abbandonata dagli inquirenti. Fino ad aprile i carabinieri l’hanno vagliata attentamente. E l’hanno fatto, almeno per un periodo, intercettando, oltre a una collaboratrice di Ranucci, anche Francescomaria Tuccillo, ex manager dei cantieri navali e, come rivelato da La Verità, ex avvocato di Lavitola, entrato successivamente in rotta di collisione con il faccendiere ritenuto presunto mandante dell’attentato. Chiuso il capitolo sulle piste, nel corso di quell’audizione, Ranucci dà anche un altro particolare. Forse è il più importante.
«La cosa singolare è che io ho detto veramente all’ultimo momento quando rientravo a casa, l’orario, perché stavo lavorando da remoto proprio a una delle inchieste di Report e ho mandato un sms alla scorta, dicendo che sarei partito alle 21 da casa. Quindi è abbastanza singolare», dice Ranucci. Da qui l’altro mistero, l’ennesimo. Chi ha avvisato il commando conosceva molto bene i suoi spostamenti.

Nell’audizione, insomma, non si poteva immaginare chi fossero i reali personaggi coinvolti nella vicenda. Nessuno dell’intelligence, nessuno di “importante”. Gli investigatori ritengono infatti esecutori materiali della bomba quattro persone dell’agro nolano: il livello più basso della catena dell’attentato. Gli unici a non aver capito nulla di questa storia: giocano con i fuochi d’artificio, vendono qualche pezzo di crack, e vivono tra disagio e povertà. Sui social postano video mentre cantano, si abbracciano augurandosi «una presta libertà». Più che Gomorra sembrano i gomorroidi, la parodia di chi vive di crimine. Sono l’anello che si lega all’«intermediario», Clesio Tavares Gomes, un uomo che come svelato un settimana fa da Domani bazzicava gli ambienti dei Russo, camorristi con feudo a Nola, ed era in rapporti con Valter Lavitola, l’uomo, invece, del mondo di sopra. Finora, eccetto che coi giornalisti, nessuno di loro ha mai parlato, dando vita a una vera e propria catena del silenzio.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – L’Italia non è uno Stato, è uno stato d’animo. Le leggi non rispondono a una strategia, ma a un’emozione. Mario Roggero è il gioielliere di Grinzane Cavour che uccise a pistolettate due rapinatori in fuga. Perciò ha preso quasi quindici anni di carcere (condanna confermata ieri in Cassazione) e dovrà risarcire con oltre tre milioni di euro i familiari dei banditi.
La pancia del Paese simpatizza per lui istintivamente, ma la testa è obbligata a ricordarsi che sparare a chi sta scappando non è come sparare a chi sta per spararti. Nondimeno è una trama perfetta per il mondo al contrario di Vannacci, che infatti si erge a paladino del gioielliere e viene da quest’ultimo cordialmente ricambiato. Anche i social, la cui benzina è l’indignazione permanente, tifano per il Roggero vannaccizzato e il governo teme sconquassi nei sondaggi. Così interviene come e dove può, purché in fretta, prima che l’emozione evapori. E mentre Salvini si inserisce nel solco tracciato dalla Minetti e chiede la grazia, il ministero dell’Interno sforna all’impronta una legge che esclude il risarcimento in casi simili. Per Roggero non cambia nulla (la norma non è retroattiva), ma per i Roggero del futuro (nazionale) sì.
Qui non si discute se la nuova legge sia giusta o no. Se ne discute la tempistica, che coincide con la finalità: intercettare il malumore degli elettori prima che vadano a scaricarlo nelle urne sul Generale. Ma a cosa serve l’uomo (o la donna) forte, se ormai i leader inseguono i follower?
Meloni ha forzato gli alleati minori, Marina Belusconi ha fatto trapelare la sua contrarietà e Schlein ha sfidato la premier

(Flavia Perina – lastampa.it) – Colpa delle donne, dicono: la pista più accreditata dal centrodestra per spiegare il disastro dell’emendamento sulle preferenze è il voto delle signore parlamentari. Le franche tiratrici, dicono i più gentili. Le traditrici, dicono i più incattiviti. Prove non ce ne sono, ma si elencano coincidenze. Mancavano in aula almeno quattro parlamentari donne della maggioranza. C’era, e per qualcuno risultava di troppo, Marta Fascina, considerata longa manus di Marina Berlusconi: una che non si fa mai vedere, e il dubbio è che abbia affrontato il viaggio a Roma per diramare segreti ordini di scuderia. Nel day after del voto fatale la destra segnala un elemento inaspettato: la disobbedienza, forse individuale o forse concordata, degli agnelli sacrificali concessi da Giorgia Meloni a Matteo Salvini e Antonio Tajani in cambio del placet alle preferenze.
Le donne, insomma, fortemente penalizzate dalla cancellazione dell’alternanza di genere in testa alle liste, il meccanismo che con la vecchia legge ha facilitato l’accesso di 186 donne tra Camera e Senato, il 31 per cento del totale, una delle quote più alte di sempre anche se in leggero calo rispetto alla tornata precedente.Il dato di fatto oltre la caccia ai sabotatori è una partita giocata all’interno di un triangolo tutto al femminile, che ha ai suoi vertici Giorgia Meloni, Elly Schlein e Marina Berlusconi. Meloni ha forzato gli alleati minori alle preferenze, e per convincerli gli ha garantito di minimizzare il fastidio delle quote rosa, sottovalutando gli effetti di una scelta che oltretutto ha incrinato il suo ruolo di apripista del nuovo potere femminile. Marina B., dopo un lunghissimo silenzio ha fatto trapelare la sua contrarietà, scegliendo proprio il tema della rappresentanza femminile per tornare ad agire sulla scena della politica con giudizi assai precisi. Schlein ha colto la palla al balzo e ha avuto buon gioco nello sfidare la premier, definendola una donna «pronta a sacrificare le altre donne per conservare il potere».
Insomma, ciò che abbiamo visto in questa due giorni di dibattito parlamentare è una partita interamente costruita dalle donne, su un tema che riguarda le donne e la loro partecipazione alla democrazia. Partita persa da chi pensava di poter trattare l’argomento come un dettaglio di accordi più larghi e più rilevanti.Quanto alle responsabilità del crash della maggioranza sulle preferenze, se la pista rosa fosse autentica non si potrebbe che dire: complimenti alle signore. Hanno difeso un interesse personale e politico ribellandosi a un patto tra leader che le avrebbe danneggiate: qualunque uomo avrebbe fatto lo stesso, e non si vede perché solo alle donne sia richiesto uno spirito ancillare del tutto estraneo alle logiche dei partiti, dove ciascuno tutela la sua posizione con ogni mezzo.
Nel caso specifico, poi, il sistema semi-bloccato previsto dall’emendamento avrebbe consentito di intronare capilista tutti uomini: magari qualche ragazza di Fratelli d’Italia ce l’avrebbe fatta nella corsa a preferenze, ma nella Lega e in Forza Italia, dove già si sa che “passeranno” solo i capilista, addio seggi rosa. E dunque, la renitenza delle vittime designate andava quantomeno prevista da Meloni e dagli altri, e così come sono stati attentamente messi a sistema i tornaconti dei capi e capetti maschi bisognava buttare un occhio anche lì: alla possibile reazione delle parlamentari a una norma che passava sopra le loro teste.Non sapremo mai chi, nel segreto dell’urna, ha determinato la frana della maggioranza sulle preferenze. Ma il conio del termine franche tiratrici, pronunciato ieri un po’ da tutti, completa un ulteriore step di parità.
Il palazzo è obbligato a prendere atto che le donne in politica non sono elementi collaterali della trama imbastita dai leader: possono ribellarsi, possono scombinare i progetti di rimandarle a casa. Almeno in questa legislatura. Nella prossima, il rischio di passi indietro è scontato qualsiasi sia la legge elettorale, e persino se rimanesse l’attuale. L’obbligo di quote nei collegi uninominali garantisce poco o nulla: l’abitudine generale è riservare alle donne i collegi sicuramente perdenti e conservare agli uomini quelli dove si vince. E anche nel proporzionale, le pluricandidature femminili sono state largamente usate in passato per favorire gli uomini. Toccherà alle donne difendere all’interno dei partiti i loro ruoli, e agli stessi partiti dimostrare che l’attenzione alla rappresentanza femminile è concreta, non è solo un elemento di propaganda nel conflitto parlamentare.
Per Meloni la palude è quella della legge elettorale, ma non quella dei salari, della crescita, della povertà o di un Paese allo sbando.

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – Per Giorgia Meloni “ha vinto di nuovo la palude”. Perché, di fronte a una maggioranza che non c’è più e che sta insieme solo per restare al potere, la palude per la presidente del Consiglio è quella della legge elettorale. Dell’impossibilità di esprimere le preferenze, peraltro solo parziali con i partiti che avrebbero comunque scelto gran parte degli eletti. La palude, per Giorgia Meloni è solo quella delle poltrone, degli scranni da occupare in Parlamento di cui poco interessa al Paese reale. Ma la vera palude è quella in cui il suo governo ha trascinato l’Italia, con una crescita stabilmente tra le più basse di tutta Europa.
La vera palude è quella dei salari, fermi al palo, con le famiglie che non hanno neanche recuperato il potere d’acquisto perso durante la crisi inflativa. La vera palude è quella delle bollette, che per le famiglie e le imprese italiane sono tra le più care di tutta l’Ue. La vera palude è quella di una sanità pubblica allo sbando, perennemente penalizzata, magari per strizzare l’occhio ai privati. La vera palude è quella dei più fragili, abbandonati, come dimostra il livello record registrato sul fronte della povertà assoluta. La vera palude, insomma, è quella in cui il governo ha trascinato gli italiani e in cui continuerà a trascinarli fino a quando non si tornerà al voto.
Perché, ormai è chiaro, l’unico obiettivo di Meloni è quello di raggiungere un record, tutto personale. Ovvero quello di governo più longevo della storia repubblicana. Manca poco, a settembre il traguardo sarà tagliato. Ma intanto una maggioranza allo sbando si limita a sopravvivere, facendo poco e niente, oltre a promettere investimenti da record per il riarmo. La sconfitta del referendum sulla giustizia, con la sonora bocciatura da parte degli italiani, ha di fatto paralizzato il governo. Che ha capito che andare avanti sulle riforme – si veda il caso premierato, fermo nei cassetti da mesi – è un rischio che non si può correre a meno di un anno dalle elezioni politiche. Perché, da ora in poi, qualsiasi passo falso rischia di costare carissimo alla maggioranza. E allora meglio continuare a vivacchiare, tanto della vera palude in cui sono impantanati gli italiani non interessa a nessuno.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Avevamo già il leggerissimo sospetto che le élite interventiste europee, col loro codazzo di agiati mercenari da scrivania, giocassero con le parole per dare a intendere all’opinione pubblica che il riarmo dei Paesi dell’Unione fosse una cosa non solo buona e giusta, ma anche rassicurante e glamour: come dimenticare “l’Italia che riscopre il fascino del bunker” di cui dava conto Repubblica?
[…] Martedì un editoriale di Stefano Folli, sempre su Rep, ci ha aperto gli occhi, identificando il motivo principale della “frattura” dentro al cosiddetto campo largo nell’uso (o non uso) del vocabolo “riarmo”, “una parola che contiene un che di minaccioso, volto a incutere timore nell’opinione pubblica”, che non ne avrebbe alcuna ragione. “Riarmo”, denuncia Folli, “allude a pericoli di guerra”, chissà come mai; “ed è proprio questo lo scopo di chi – i 5Stelle, la sinistra di Avs – usa il termine in polemica con… un alleato, ossia il Pd”. Ah, vedi; noi pensavamo che a creare fratture, casomai, fossero i cosiddetti “riformisti del Pd”, riarmisti convinti, dato che la linea della segretaria Schlein sarebbe contraria alle armi, come peraltro la maggioranza assoluta degli italiani.
Proprio per ovviare a questa bizzarria – cioè il fatto che una parola che significa produzione e rifornimento di armi venga usata per indicare esattamente questo fenomeno – l’Unione Europea, nella persona-robot di Ursula von der Leyen, si era messa di buzzo buono per trovare un’alternativa al brutale ancorché onesto “ReArm Eu”, prima versione del progetto di riarmo dal costo di 800 miliardi di euro, trovandola infine nell’eufemistico e più birichino “Readiness 2030”, un modo per dire a Putin che saremo pronti a muovergli guerra nel 2030 (lui ha risposto che sarebbe pronto già da subito, volendo, dal che si è dedotta la prova che volesse attaccarci).
La preoccupazione dei geni che ci governano era, allora, non tanto che i cittadini europei si spaventassero, quanto che capissero come stavano veramente le cose: se tu dici a 452 milioni di abitanti di mettersi il cuore in pace perché il loro Paese non si farà scrupolo di grattare 800 miliardi di euro dalla spesa sociale entro 4 anni per riempire gli arsenali rimasti vuoti dopo 4 anni di invii di armi all’Ucraina, può anche darsi che si organizzino per protestare, e ci manca solo questo: mica siamo vere democrazie. E pensare che il sempliciotto Mark Rutte, Segretario Generale della Nato (che chiama Trump “paparino”), lo aveva detto: “Spendere di più per la Difesa significa spendere meno per altre priorità, se non si vogliono mettere più tasse”. E quali sono queste priorità rinunciabili? Bazzecole: “I Paesi europei spendono fino a un quarto del reddito per pensioni, sistemi sanitari e di previdenza sociale, abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la Difesa molto più forte”. Rutte deve essersi recato in qualche ospedale pubblico italiano per accorgersi che lo standard medio è praticamente quello di un hotel a cinque stelle di Dubai, senza contare la bella vita che fanno i pensionati dopo 50 anni di lavoro, e quindi ha telefonato a Ursula: “Ma questa è una miniera d’oro! Prendiamo i soldi da Sanità e pensioni”.
[…]
Giorni fa, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, ha ricordato ai 27 Paesi Ue l’impegno di spendere il 5% del Pil nella Difesa, lanciando ai recalcitranti, in particolare alla Spagna che si è rifiutata di farsi taglieggiare da Trump, un avvertimento in stile Soprano’s: “Se uno o due di essi devono ancora essere convinti, abbiamo i mezzi per farlo” (ci farà bombardare dal battaglione Azov con le nostre armi?).
È la propaganda di guerra: creare false paure per indurre al sacrificio. La risoluzione con cui il Parlamento europeo ha sostenuto il piano ReArm indicava nella Russia “la più profonda minaccia militare” all’integrità territoriale dell’Ue “dalla fine della Guerra Fredda”; cioè, un Paese di 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari e 145 milioni di abitanti non vede l’ora di prendersi i Sudeti e il Viterbese.
[…] Intanto Macron, presumibilmente vestito in Dior, sfila sugli Champs-Elysées per la tradizionale parata militare del 14 luglio (giorno della Presa della Bastiglia: da far venire l’acquolina in bocca a chi avesse voglia di arrotare la ghigliottina), con Zelensky, 7mila soldati, 98 aerei, 31 elicotteri e 315 veicoli, più 500 militari dei 35 Paesi della Coalizione dei Volenterosi, tra cui gli italiani. Tempo fa, dopo aver proposto di mandare truppe Nato in Ucraina, parlò dalla base militare dell’Île Longue mentre alle sue spalle troneggiava l’imponente Le Téméraire, sottomarino nucleare lanciamissili della Marina francese. Tutto questo non allarma i cittadini: basta chiamarlo con un nome spiritoso e chic (Brigate Dior?). A spaventare sono Conte, Bonelli e Fratoianni, quei terroristi che chiamano “riarmo” il riarmo (noi nella lista metteremmo pure il Papa).
Cavazzana (Cnv): “Tuccillo andò da Fincantieri, poi s’è comprato Report”. Il progetto dell’aeroporto a Caserta e l’ombra dei clan

(di Leo Amato e Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – “Quando l’ho nominato, già i primi mesi va in Fincantieri, Leonardo di qua e di là (…) si rende conto che c’è la possibilità di guadagnare un bel po’ di soldi. Il suo obiettivo quindi era quello di farmi mandare fuori dal cantiere, acquisirlo con poco per poi rivenderlo lui a queste cordate governative. E marginare un bel po’ di soldi”. A pronunciare questa frase, intercettato il 21 aprile 2026, è Roberto Cavazzana, presidente e proprietario al 95% di Cantiere Navale Vittoria, la società di Adria (Rovigo) al centro di due servizi di Report. Inchiesta giornalistica che per mesi la Procura di Roma ha considerato come principale movente dell’attentato a Sigfrido Ranucci, per i riferimenti alla criminalità organizzata che l’autore, l’inviato Daniele Autieri, ha inserito nel servizio. E per una lettera anonima, giunta in redazione due giorni prima della messa in onda, che oggi, con il senno di poi, gli investigatori temono potesse essere un depistaggio. In quell’intercettazione agli atti, Cavazzana si riferisce a Francescomaria Tuccillo, “mister 5%”, l’ex Ad fatto fuori dal suo socio il giorno dopo la bomba di Pomezia. E, come spiegato ieri da La Verità, in tempi passati avvocato e persona legata a Valter Lavitola, quest’ultimo considerato dai pm il mandante dell’attentato.
Una guerra tra bande, oggi sostanziata da mesi di intercettazioni disposte anche nei confronti di persone estranee all’inchiesta penale ma in parte attiva nella vicenda, come appunto Cavazzana, Tuccillo, Autieri, o anche Ranucci e suoi stretti collaboratori.
Il 21 aprile, due giorni dopo la messa in onda del servizio – che metteva in relazione il presidente di Cnv con ambienti legati alla camorra – Cavazzana chiama Bruno Rizzotti, Ad di AdnKronos Nord Est, per commentare la puntata. E qui racconta una sua versione che potrebbe essere frutto di millanterie. “L’ho licenziato senza dirgli nulla – racconta – perché avevo ormai intuito che c’erano delle cose che non capivo (…). Ecco che lui si è visto tirare via l’opportunità, l’osso, no? E quindi lì è cominciato a diventare cattivo”. Diventando a suo giudizio – è il sottotesto poi palesato più avanti (“credo che Report sia stato comprato da Tucillo e da questi”) – la fonte di Autieri. A quel punto, prosegue Cavazzana “aggancio la cordata che è quella che doveva poi entrare e quindi stiamo parlando di Fincantieri e Leonardo. Con la quale io non so ancora nulla, gli dico facciamo dei pre-accordi, l’accordo è definito, fanno intervenire l’intelligence”. Contattata dal Fatto, Fincantieri dice che le trattative con Cnv si erano interrotte però del tutto a gennaio 2024, con la precedente gestione. Ma andiamo avanti. Racconta Cavazzana: “A un certo punto mi dicono: ‘Fermi tutti, dottore ci dobbiamo fermare perché la situazione è diversa da quella che pensavamo’ (…) Hanno trovato dei loro stessi colleghi, quindi sempre dei servizi, dall’altra parte e scoprono che c’è questa cordata praticamente meno forte e più marcia”. E poi: “Mi dicono: “Guardi dottore, forse abbiamo la forza perché siamo i più forti per estrometterli anche a pedate nel culo, però forse non conviene perché ci sono anche dei politici di mezzo’, mi hanno fatto i nomi eccetera eccetera, ‘conviene trovare, mettersi d’accordo”.
I carabinieri nell’informativa descrivono il racconto di Cavazzana “privo allo stato di riscontri oggettivi immediatamente verificabili”. Ma che le tesi di Tuccillo, espresse anche ai pm romani quando è stato chiamato a riferire come testimone, combaciassero con quelle di Report è un fatto. “Tuccillo – scrive chi indaga – riferisce di aver maturato il sospetto che l’operazione del cantiere si inserisse in un disegno più ampio, nel quale si sarebbero intrecciati interessi economici, territoriali e (…) anche criminali”.
Legami affrontati nell’inchiesta di Autieri, di cui Ranucci parla con un deputato del M5S, Dario Carotenuto, cercando di convincerlo come quello potesse essere il contesto in cui matura l’attentato. E citando un affare, quello dell’aeroporto di Grazzanise (Caserta), in cui sarebbero coinvolti gli stessi main partner che hanno consentito a Cavazzana nel 2025 di scalare il Cantiere Navale Vittoria. Progetto che però, dopo le inchieste di Report, la bomba e le altre notizie, sarebbe però saltato. Almeno stando a quanto riferito pochi giorni ai pm dallo stesso Autieri quando è stato risentito come testimone.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Ha fatto bene il ministro Valditara a dire che i due studenti di Cesena che hanno esposto lo striscione «l’Italia agli italiani» non meritano sanzioni. La destra esiste, esistono gli studenti di destra, lo slogan suddetto è parte della cultura politica che governa il paese.
La loro non è affatto «una provocazione», come si suole dire in questi casi. È semmai una forma di entusiasmo filo-governativo in genere poco diffuso tra gli adolescenti. Ma ci sono i conformisti anche tra gli adolescenti, e non è con le censure, i rimproveri e le punizioni che si educa al confronto politico.
Ma fa malissimo, Valditara, ad aggiungere che l’affermazione «è condivisibile perché comprende tutti i cittadini del nostro paese». Ipocrisia democristiana non degna del ministro di un governo sovranista. Quei due studenti non volevano affatto dire quello che il ministro sostiene.
Volevano dire, con uno slogan nazionalista in senso antico, impermeabile ai tempi, che ci sono troppi stranieri, e questa presenza minaccia la cosiddetta identità nazionale; che esistono italiani meno italiani degli italiani, e sono quelli di origine straniera; che non devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele di «noi italiani». Milioni di elettori lo pensano: e questo governo è in carica grazie ai loro voti.
Che due studenti abbiano diritto di pensarlo e di dirlo, è un conto. Che il ministro pensi di cavarsela travestendo da slogan inclusivo e democratico una tipica manifestazione di xenofobia, è ridicolo. Si faccia una bella assemblea scolastica dal titolo “che cosa vuol dire essere italiani”, e si invitino anche i due patrioti juniores. Magari qualcuno impara qualcosa.
Timori sul voto finale. Vertice in Senato su future modifiche. Craxi (FI): “Non le votiamo”. E alla Camera spunta Gianni Letta

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – «La pazienza è al limite», mette in guardia Giorgia Meloni alla vigilia del voto finale, almeno alla Camera, della sua legge elettorale. I destinatari dell’ammonimento sono i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che ha sentito di nuovo ieri, e che diversi “fratelli” accusano, ormai senza remore, di non tenere più i rispettivi gruppi. Ma ce l’ha, la presidente del Consiglio, pure con quei suoi deputati (molti meno dei leghisti e dei forzisti) che gliel’hanno fatta sotto il naso, cassando l’emendamento sul compromesso preferenze-capilista bocciati. Anche se il messaggio di ieri, certificato da Luca Ciriani, è che «il governo va avanti», la premier è ancora inquieta e i suoi, a taccuini chiusi, raccontano che non è scontato che il cosiddetto Melonellum passi l’approvazione in prima lettura, dopo l’affossamento delle preferenze. Anche oggi, per decisione di Lorenzo Fontana, si voterà a scrutinio segreto.
Francesco Lollobrigida, riunito nel bagno della Camera con Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli, scherza: «Lasciateci, è una riunione di gabinetto». Ma il nervosismo resta. Il motivo? Il pericolo, per i peones dalla rielezione incerta, non è ancora davvero scampato. È stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a suggerire subito dopo il patatrac di Montecitorio che le preferenze si possono reintrodurre a Palazzo Madama, in seconda lettura, con un emendamento «chirurgico». E a voto palese. Ecco, questo scenario insinua il dubbio, tra i fedelissimi della premier, che i “franchi tiratori” possano concedere il bis. Il rischio è decisamente meno alto dell’altro ieri, ma non fugato. Si capirà stamattina. Ma la pazienza di Meloni, appunto, «è finita», come ha detto chiaro agli alleati. Anche perché «non si può passare per dilettanti allo sbaraglio». Messaggio in bottiglia per le truppe impazzite di Lega e FI, dove gli schemi ormai sono saltati.
Avviso netto: se dopo le preferenze saltasse la nuova legge elettorale, la premier è tentata sul serio di salire al Quirinale. Lo spettro del voto anticipato potrebbe convincere i malpancisti a non fare azzardi: la data per maturare la pensione, per i parlamentari, scatta il 14 aprile.
Passasse alla Camera, scenario che resta comunque più probabile della bocciatura, anche per la questione-cedolini di cui si diceva, la strada della riforma resta a rischio incidenti. Perché appunto i Fratelli stanno valutando seriamente di ripresentare le preferenze con un emendamento: il testo tornerebbe alla Camera, ma per un voto secco e che sarebbe certamente «con fiducia». Dunque se non passasse, cadrebbe il governo. Il problema sono gli alleati, che con il voto segreto, a Montecitorio, si erano alla fine detti disponibili a votare sì, mentre a Palazzo Madama, dove il voto è visibile, non ci pensano proprio. Ieri si è tenuto un vertice dei capigruppo di maggioranza al Senato, proprio sul possibile emendamento preferenze. E Stefania Craxi, la capogruppo molto gradita a Marina Berlusconi, lo ha detto dritto (molto più seccamente del leghista Massimiliano Romeo): «Non mettetevi in testa di presentare un emendamento sulle preferenze qui: non ve lo votiamo». I Fratelli potrebbero tentare di forzare la mano, ricordando pubblicamente agli alleati l’impegno preso. Ma si è visto, di recente, come possono andare le cose se si cerca la prova muscolare: ci si fa male. Certo la presa di posizione di Craxi ha rinverdito i sospetti di diversi meloniani, convinti che dietro i franchi tiratori azzurri ci fossero soprattutto i deputati “tendenza Marina”. E nei vari conciliaboli della Camera, un parlamentare della fiamma ieri giurava di avere visto il giorno prima, quello del voto sulle preferenze, Gianni Letta parlare con Paolo Barelli, nella stanza del governo. Letta che ieri era di nuovo a Montecitorio, per un incontro sull’intelligenza artificiale. Comunque per studiare le mosse al Senato c’è tempo: qualcuno vorrebbe accelerare, votare prima della pausa. Ma i più spingono per rallentare, aspettare ottobre. Anche per non regalare tempo alla Corte costituzionale, che potrebbe impallinare la nuova legge.
Preferenze. FdI vota un emendamento futurista bocciato però ancora dall’aula con il no di FI e leghisti. Oggi l’approvazione dell’intero testo

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Il giorno prima erano andate sotto, stavolta si sono proprio spaccate. Le destre si fanno pubblicamente del male: ancora sulla legge elettorale, e ancora sulle preferenze. In modo anche più plateale, perché se martedì l’emendamento di FdI era caduto per un voto sotto le forche caudine dello scrutinio segreto, ieri, i meloniani hanno votato il testo di Futuro Nazionale, la creatura di Roberto Vannacci. Ma FI e Lega si sono voltate dall’altra parte. E l’emendamento è stato bocciato con 233 no a fronte di 139 sì. Così per il centrodestra è stato un altro giorno da lunghi coltelli.
[…] Però Giorgia Meloni stavolta se lo aspettava. Ma ha tirato dritto ugualmente, anche se ha dovuto inseguire Vannacci, esibendo con lui un asse inedito, a danno degli alleati traditori. E anche se in poche ore ha permesso alle opposizioni di invocare di nuovo le sue dimissioni. Un prezzo che la presidente del Consiglio ha scelto di pagare, con la testa già alla prossima campagna elettorale. Perché di salire al Colle non ha alcuna voglia, come conferma già in mattinata il ministro Luca Ciriani a Sky: “Intendiamo concludere l’esperienza di governo”. Soprattutto, come riassume un maggiorente meloniano, “Giorgia voleva dimostrare a tutti che quella coerente sulle preferenze è lei, e solo lei”. Non certo FI e Lega. E neppure il Pd, come rivendica anche un post della sorella Arianna, che pubblica una foto dei progressisti che esultano, con commento bellico: “Non dimenticate mai questa foto. La sinistra che esulta come se avesse vinto i Mondiali dopo aver bocciato la proposta diMeloni di restituire agli italiani il diritto di scegliere chi mandare in Parlamento. Sono vergognosi”. È una carta che la premier si giocherà parecchio in futuro. Soprattutto se la legge elettorale si fermasse lì, a Montecitorio, dove oggi verrà approvata. Perché in Senato ci arriverà, il Melonellum. Ma non subito, casomai alla ripresa dopo le ferie. A destra, intanto, tutti giurano non ci saranno vertici tra i leader a breve, “perché sono stati solo due incidenti parlamentari”.
Mentre dal Quirinale spiegano che non ci sono stati contatti con Palazzo Chigi, e che salire al Colle sarebbe una decisione che spetta solo alla premier. Non si percepisce allarme, nel palazzo più alto. Ma qualcosa, anzi molto, è cambiato. Lo racconta la scelta di FdI di votare con Fn, comunque uno spartiacque. Lo conferma l’apparizione a Montecitorio di Gianni Letta, venuto forse a guardare da vicino le macerie di FI: spaccatasi, nei sospetti di molti anche per l’intervento della casa madre di Milano. E lo ribadiscono le facce di pietra nella Lega. Dove avevano voglia di sangue. Raccontano che martedì mattina in una riunione informale alcuni parlamentari del Sud avessero suggerito di adottare cautele contro i franchi tiratori. Una richiesta ignorata.
[…] Intanto si rifanno i conti. E il numero di chi ha tradito sale. Perché nell’opposizione i sei di Iv sono sospettati di aver votato a favore. Così come si parla di almeno venti alleati nel Pd, i “cacicchi”. Dunque, i franchi tiratori a destra sarebbero almeno una cinquantina. Dentro Fratelli d’Italia quelli dati in missione erano almeno in sei. La Lega di voti ne ha fatti mancare parecchi. Come i forzisti.
In aula martedì, quando il renziano Davide Faraone ha detto che “i governi sono caduti per molto meno”, Marta Fascina ha chiamato l’applauso. Onnipresente anche ieri, si è rifiutata di commentare. Ma dentro FdI i sospetti si concentrano su Marina Berlusconi, che dopo il voto sarebbe già pronta a fare le larghe intese con il Pd. Contro Meloni, quella che è andata dritta. Assieme a Vannacci.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Non vorremmo guastare la festa alle opposizioni, giustamente esultanti per il Bottarellum sul Melonellum rimediato da Giorgia e i suoi fratelli. Ma un conto è compiacersi per lo smacco all’immagine vincente della Meloni (già sfregiata dal referendum) e per l’ennesimo sfarinamento della maggioranza. Un altro è spacciare una faida tutta a destra per un successo […]

(Giancarlo Selmi) – Meloni non ha sfidato le opposizioni. Ha sfidato la sua stessa maggioranza. E lo ha fatto apertamente, platealmente, senza possibilità di equivoco: poteva rimettersi al voto e alle decisioni dell’Aula parlamentare, e invece ha scelto di dare indicazioni di voto, di pretendere un “sì”, di caricare quel passaggio di un significato politico chiarissimo. La sua maggioranza le ha risposto picche. E da quel momento quel voto, per quanto tecnicamente riferito a un semplice emendamento, è diventato politicamente una sfiducia piena, sonora, umiliante.
In qualunque democrazia parlamentare degna di questo nome, per molto meno un premier rassegna le dimissioni. Non solo per galateo istituzionale o per estetica della politica, ma per rispetto delle regole minime della credibilità democratica. E questo, peraltro, è accaduto anche in Italia. Sempre. Giuseppe Conte arrivò alle dimissioni addirittura di fronte a un’ipotesi di voto di sfiducia. Qui, invece, siamo davanti a una presidente del Consiglio che chiede obbedienza, la reclama pubblicamente, viene smentita dai suoi e poi pretende di restare lì come se nulla fosse successo. Non basta certo Cirielli a spiegare l’inspiegabile o a negare l’innegabile.
Le mancate dimissioni di Meloni sono l’ennesima prova del suo attaccamento alla poltrona, anzi del suo imbullonamento alla poltrona. Ma sono soprattutto la smentita vivente di tutto ciò che lei ha predicato, urlato e preteso dagli altri in tutta la sua carriera parlamentare. Altro che coerenza. Altro che rigore. Altro che “ci metto la faccia”. Qui siamo alla faccia tosta elevata a sistema, a una spudoratezza politica che non ha nemmeno più il bisogno di camuffarsi.
Sarebbe bene che, invece di continuare a ripetere quella formula ormai logora del “ci metto la faccia”, cominciasse finalmente a metterci un po’ di rispetto per gli italiani. Perché la palude non sta nelle opposizioni, sta nei retroscena, sta nei giochi di palazzo evocati a comando. Perché la palude è dentro la sua stessa maggioranza, questo lo abbiamo sempre saputo. Ma la palude era anche nell’emendamento che sosteneva: un emendamento farlocco, costruito per fingere di introdurre le preferenze senza introdurle davvero. L’ennesima presa per i fondelli pensata per accontentare gli elettori più acritici, quelli più “di bocca buona”, quelli ai quali basta uno slogan ben confezionato per scambiare un trucco per una riforma.
Meloni non si dimetterà. E non si dimetterà per una ragione molto semplice: ha fretta. Ha fretta di cambiare la legge elettorale prima che sia troppo tardi. Sa perfettamente che con la vecchia legge, la stessa che, insieme alla dissennatezza di Letta e del PD, le ha spianato la strada verso Palazzo Chigi, oggi perderebbe. Sa benissimo che, con i collegi uninominali, il rischio di una sconfitta diventerebbe concreto. E allora corre. Corre per cambiare le regole prima che il terreno le crolli sotto i piedi.
Per questo punta a una nuova legge, a un nuovo meccanismo, all’ennesima forzatura utile a blindare il potere. Forte di un accordo con Vannacci (che, per chiunque non sia totalmente scemo, è già stato stretto e sottoscritto anche dai presunti moderati) spera di poter vincere e occupare manu militari il Parlamento attraverso una legge elettorale e un premio di maggioranza palesemente incostituzionali. Altro che governabilità. Altro che stabilità. Altro che volontà popolare. Qui siamo davanti all’ennesimo tentativo di piegare le regole alla convenienza del capo, con l’arroganza di chi considera la democrazia un ostacolo da addomesticare e non un limite da rispettare.
Il tutto mentre il prezzo del gasolio tocca vette altissime come gli utili degli speculatori. Ma per Meloni la priorità è la legge elettorale. A quelli che la difendono, una domanda: ma il cambio della legge elettorale garantirà loro buoni carburante?
Aspi chiede una proroga decennale della concessione, che porterebbe la gestione ininterrotta a 92 anni senza mai una gara pubblica. Nonostante i moniti di Bruxelles

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – I soliti italiani, avrà pensato qualche sospettoso a Bruxelles. Ma davvero non si potrebbe dargli torto, a giudicare dal dossier capitato sul tavolo della Commissione. Perché quando ci sono di mezzo concessioni pubbliche nel nostro Paese così allergico alla concorrenza spuntano subito le bolle. E se gli italiani hanno alzato le barricate per i balneari, figuriamoci quando ci sono in ballo le concessioni autostradali. Soprattutto, che concessioni.
Autostrade per l’Italia (Aspi), rientrata nell’alveo pubblico a carissimo prezzo per i contribuenti dopo la tragedia del viadotto Morandi, chiede una proroga di dieci anni della concessione. L’idea gira da un bel po’, ma adesso siamo arrivati al dunque.
La scadenza originaria era fissata per il 2018, poi prorogata per legge di vent’anni per favorire la privatizzazione, nel 1999. Con questa nuova proroga, cui il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini non si manifesta contrario, si arriverebbe al 2048. In questo modo Autostrade per l’Italia, sia pure con differenti azionisti, avrebbe gestito per 92 anni, ininterrottamente dal 1956, la maggior parte della rete autostradale italiana senza mai dover fare una gara. Il governo italiano non ha sentito la necessità di aprire una procedura concorrenziale neppure dopo la tragedia di Genova, con i 43 morti e i danni catastrofici causati dal crollo del viadotto Morandi. Ma anziché revocare la concessione al gruppo Atlantia della famiglia Benetton e assegnarla a un soggetto diverso con una nuova gara (orientamento sostenuto con decisione in una sentenza del 2025 della Corte di giustizia europea), ha scelto di acquistarla a peso d’oro.
L’88 per cento di Autostrade per l’Italia appartiene oggi a una holding controllata per il 51 per cento dalla Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro. Mentre il restante 49 di questa holding è suddiviso paritariamente fra i fondi Blackstone (statunitense) e Macquarie (australiano). Le quote restanti, rispettivamente il 7 e il 5 per cento, sono possedute da due altri fondi: Appia investments (Allianz-Edf) e Silk road (cinese). Una situazione determinatasi per volontà e decisioni della politica, e che è non è estranea a ciò che sta accadendo.
Autostrade per l’Italia è concessionaria di un servizio pubblico in condizioni non sfavillanti. E non soltanto per l’età avanzata della rete italiana, la più alta d’Europa. Approfondite due diligence svolte (guarda caso) solo in seguito al disastro di Genova hanno appurato che in passato le manutenzioni non siano state eseguite come previsto dai piani finanziari. Il che ha avuto di sicuro l’effetto di gonfiare i profitti, per la felicità dei vecchi azionisti ma con intuibili ripercussioni negative sulla rete. Va detto che il problema non ha riguardato esclusivamente la principale concessionaria, tanto che dopo il crollo di Genova sono venute alla luce magagne un po’ dappertutto. Per dirne una, si è scoperto che il 60 per cento delle gallerie dell’intera rete non erano impermeabilizzate.
Le autostrade avrebbero dunque bisogno di massicci investimenti, ma questa esigenza è in conflitto con l’obiettivo dei suoi attuali azionisti, non meno potenti dei predecessori. Sono fondi speculativi, il cui pressoché unico interesse sono i ricchi dividendi prodotti dai pedaggi. Soldi che invece potrebbero (e dovrebbero) servire per finanziare gli investimenti senza far gravare ulteriormente la spesa e i disagi di manutenzioni non realizzate in passato, come dimostra una indagine dello stesso ministero pubblicata ad aprile del 2025, su automobilisti, autotrasportatori, e contribuenti.
Per capire il gioco basterebbe dare un’occhiata ai piani finanziari di Aspi. La proroga decennale della concessione è motivata con la necessità di sopportare una montagna di investimenti. Il conto dice 34 miliardi. Ma senza privare neppure in minima parte gli azionisti dei monumentali profitti garantiti da tariffe che crescono senza soluzione di continuità. Ce lo spiega una diffida spedita al governo italiano e alla Commissione europea da quei piantagrane dell’Adusbef, un’associazione dei consumatori che a partire dalla tragedia di Genova non dà tregua alla società Autostrade e al ministero delle Infrastrutture. «Il sicuro vantaggio arrecato ad Aspi», c’è scritto a pagina 41, «è dimostrato dal confronto fra l’ammontare dei dividendi che il piano economico finanziario attuale prevede di distribuire ai soci con quello indicato dal piano calibrato sulla concessione prorogata al 2048. Il primo prevede dividenti per 22 miliardi di euro; il secondo per ben 27 miliardi». Riassunto? Lo Stato italiano prima ha sborsato alcuni miliardi per ricomprare una concessione che poteva revocare, rinunciando per giunta a incassare tanti miliardi con una nuova gara, e ora dovrebbe prorogare gratis la stessa concessione per altri dieci anni sobbarcandosi anche il costo di manutenzioni mai fatte in passato. E per di più garantire ai nuovi azionisti, metà stranieri, altri 5 miliardi di dividendi.
Tecnicamente, sostiene la diffida messa a punto dall’avvocato Daniele Granara, la proroga si configurerebbe in tal modo come un aiuto di stato vietato dalle regole europee. Un discreto regalino, insomma. Ma non il solo. L’Adusbef racconta che nello stesso dossier presentato a Bruxelles si profila anche la proroga di un’altra concessione. È quella per i 127 chilometri della Milano-Torino di cui è concessionario il gruppo Gavio. La concessione scade il 31 dicembre di quest’anno ed è tutto fermo in attesa che si decida sulla proposta, anche questa non ostacolata dal ministero delle Infrastrutture, di una proroga di otto anni. Nei mesi scorsi ancora l’Adusbef aveva sollevato il problema, avvertendo che l’inazione del ministero avrebbe potuto rendere tecnicamente impossibile il rispetto della scadenza e di conseguenza l’ingresso dell’eventuale nuovo concessionario per la data del primo gennaio 2027. La sollecitazione è però caduta serenamente nel vuoto, a quanto pare.
E nel pacchetto confezionato dai gestori autostradali sotto lo sguardo comprensivo del ministero, secondo l’Adusbef, c’è anche un terzo regalino. È la concessione del tratto Brescia-Padova dell’A4. Anche questa non verrà messa a gara, bensì assegnata a un soggetto pubblico. «In house», è la formula che lo consentirebbe. Un meccanismo per cui se lo Stato decide di far svolgere un servizio pubblico a una propria società non è obbligato a indire una procedura concorrenziale. Il tratto dell’A4 del quale si parla è in gestione fino al 31 dicembre 2026 a una società privata, la A4 holding, controllata dal gruppo spagnolo Abertis. Ma dal primo gennaio 2027 dovrebbe subentrarle, appunto con un affidamento «in house», la Cav. Acronimo che sta per Concessioni autostradali venete. È una società con capitale ripartito al 50 per cento fra due azionisti pubblici: la Regione Veneto e Autostrade dello Stato, ennesima azienda pubblica creata per rilevare la gestione delle arterie autostradali senza pedaggio.
La ciliegina su una torta bella grossa. «In tal modo circa il 60 per cento della rete autostradale (che garantisce un fatturato annuo di 4 miliardi di euro) sarebbe sottratto alla libera concorrenza», si legge nella diffida dell’Adusbef. E pensare che per assicurare la concorrenza nei settori del servizio pubblico c’è pure una legge specifica. Che viene approvata ogni anno, e perché non ci sia alcun dubbio sulla sua funzione si chiama proprio così: «Legge annuale per il mercato e la concorrenza».

(Mario Catania – lindipendente.online) – «La nota più dolente dal sistema dei media arriva dall’editoria quotidiana, che nel 2025 ha visto la diffusione delle copie cartacee crollare a 1,2 milioni di unità giornaliere, quasi un decimo di quanto si vendeva all’inizio del secolo. Il calo è stato del 9,3% rispetto all’anno precedente». Lo ha detto alla Camera dei Deputati il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Giacomo Lasorella, presentando la Relazione annuale 2026 sull’attività svolta nel 2025. I ricavi delle aziende editoriali sono scesi del 7,9%, e i fondi pubblici, ormai vicini al 10% delle risorse del comparto, diventano un sostegno sempre più vitale. Scomponendo i dati, le vendite di quotidiani cartacei e digitali sono calate dell’8,7%, i prodotti collaterali (libri, riviste, allegati) del 23,6%, la raccolta pubblicitaria del 5,7%.
Sul resto del sistema dei media il quadro è meno drammatico, ma non meno squilibrato. I ricavi complessivi restano sopra i 12 miliardi di euro (-0,6%), penalizzati da un calo della pubblicità del 2,9% che risparmia solo la radio (+1,6%, a 634 milioni). La televisione resta il comparto dominante con 8,9 miliardi di euro (+0,6%) e il 74,1% delle risorse del sistema, mentre l’editoria quotidiana e periodica scivola sotto il 21%. Online, la raccolta pubblicitaria digitale finisce per l’87,5% nelle casse delle big tech: agli editori resta il 12,5%.
Rai, Comcast/Sky e Fininvest/Mediaset controllano ancora il 67% del mercato televisivo, ma le piattaforme globali (Netflix, Dazn, Amazon, Disney+) sono salite al 23,3% grazie ai contenuti premium, un quarto polo ormai strutturale. Il tema del pluralismo torna, in chiave più ampia, nella prefazione della relazione: Lasorella affronta il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa nella formazione del consenso pubblico. Il rischio paventato è che le scelte algoritmiche producano un consenso artificiale, riducendo la libera formazione dell’opinione pubblica a una variabile dipendente da decisioni opache: una minaccia alla tenuta democratica, sostiene, prima ancora che un problema di tecnica regolatoria.
Sulla remunerazione degli editori, l’Autorità ha richiamato la sentenza della Corte di giustizia UE del 12 maggio scorso, che ha confermato la legittimità del ruolo di AGCOM nel fissare i criteri dell’equo compenso dovuto dalle piattaforme per l’uso online dei contenuti giornalistici: la vicenda riguarda in particolare il contenzioso tra Meta e Gedi. Sullo stesso fronte, l’Autorità ha segnalato a Bruxelles l’uso da parte di Google di sintesi generate dall’intelligenza artificiale come possibile rischio sistemico per il pluralismo, capaci di sottrarre traffico e remunerazione agli editori senza consenso né compenso.
Passando al fronte del diritto d’autore, l’AGCOM ha esteso la piattaforma Piracy Shield a tutti i contenuti audiovisivi trasmessi in diretta, non più solo sportivi: nel 2025 ha adottato 30 ordini cautelari, bloccando oltre 50mila nomi a dominio e 6.657 indirizzi IP. Il caso più rilevante riguarda Cloudflare, sanzionata per 14,2 milioni di euro per inottemperanza a un ordine dell’Autorità: una sanzione oggi al vaglio di un ricorso, ma che per la prima volta colpisce con questa forza un intermediario tecnico e non un editore illegale.
Per quanto riguarda invece il telemarketing selvaggio, le misure hanno permesso di bloccare, tra novembre e dicembre 2025, oltre 90 milioni di chiamate dall’estero che sfruttavano abusivamente numerazioni mobili italiane, più altri 30 milioni di chiamate anomale su rete fissa. Resta aperto il fronte del gioco d’azzardo: dopo i 12,39 milioni di sanzioni nel 2023 e 1,81 milioni nel 2024, nel 2025 non ne è stata comminata nessuna, complice l’incertezza seguita alla decisione del TAR del Lazio di rimettere alla Consulta la legittimità della sanzione minima da 50mila euro prevista dal Decreto Dignità. Intanto l’Autorità ha messo in consultazione linee guida contro le forme surrettizie di promozione del “gioco responsabile”.
Le regole sui creator digitali considerano “rilevanti” gli account sopra i 500mila follower o il milione di visualizzazioni medie mensili, con obblighi di trasparenza più stringenti proprio nei settori sensibili del gioco e dei prodotti sanitari; nel 2026 i controlli si concentreranno su pubblicità occulta e sponsorizzazioni non dichiarate.
Infine il Digital Networks Act, la proposta di regolamento pubblicata dalla Commissione il 21 gennaio scorso per riunire in un unico testo buona parte della normativa europea sulle comunicazioni elettroniche. Le critiche non mancano: Le aziende del settore delle telecomunicazioni non hanno ottenuto quello che chiedevano da anni: un contributo obbligatorio dei grandi generatori di traffico (Netflix, Google, Meta) ai costi della rete. Il testo prevede solo una conciliazione volontaria, e le associazioni di categoria parlano di “un’evoluzione dove serviva una rivoluzione”. Il timore è che con la misura si ottenga l’effetto opposto: proprio quella conciliazione potrebbe aprire la porta ad accordi capaci di intaccare la neutralità della rete. Anche AGCOM ha espresso riserve nella consultazione pubblica, chiedendo di non toccare gli strumenti che oggi garantiscono la concorrenza e avvertendo che il nuovo obiettivo di “competitività globale” dell’Unione rischia di comprimere le tutele degli utenti finali.
Il nuovo rapporto del consorzio Media Freedom Rapid Response individua quattro criticità. Tra queste, anche la forte preoccupazione che riguarda il pluralismo dell’informazione e le azioni legali contro i cronisti

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – L’Italia continua a peggiorare sul terreno della libertà di stampa e dell’indipendenza dei media. È il giudizio contenuto nel nuovo rapporto del consorzio Media Freedom Rapid Response, diffuso ora dopo la terza missione di monitoraggio svolta dal sindacato europeo dei giornalisti e organizzazioni a tutela dell’indipendenza del giornalismo a Roma, il 9 e 10 marzo scorsi. Il documento parla apertamente di una “ulteriore erosione della libertà dei media” e individua quattro criticità che, secondo gli osservatori europei, rappresentano un campanello d’allarme per la qualità della democrazia italiana.
Il punto ritenuto più grave riguarda la persistente ingerenza politica nella Rai, definita la tendenza più preoccupante dell’intero sistema mediatico nazionale. A leggere il rapporto, gli attuali meccanismi di governance e di finanziamento del servizio pubblico non sono conformi agli standard previsti dall’European Media Freedom Act. A pesare, secondo gli estensori del documento, è anche la lunga paralisi della commissione parlamentare di Vigilanza, rimasta bloccata per due anni dal boicottaggio della maggioranza e sfociata poi nelle dimissioni collettive dei suoi componenti.
Un secondo elemento di forte preoccupazione riguarda il pluralismo dell’informazione. Il report richiama la recente vendita delle attività editoriali del gruppo Gedi, Repubblica compresa, sottolineando come l’operazione riapra il tema della concentrazione proprietaria dei media e dei possibili conflitti di interesse, con ricadute sull’autonomia delle redazioni.
Il dossier punta poi il dito contro il quadro normativo italiano sulle azioni legali contro i giornalisti. La permanenza della diffamazione penale, tra le più severe in Europa, e il frequente ricorso alle cosiddette Slapp, spesso promosse da esponenti delle istituzioni, vengono indicati come fattori che producono un effetto intimidatorio sull’attività giornalistica. Il consorzio critica inoltre quello che definisce un recepimento “minimo e simbolico” della direttiva europea anti-Slapp.
Il quarto fronte riguarda la sicurezza digitale dei cronisti. L’Italia viene indicata come uno dei casi più preoccupanti emersi dopo lo scandalo dello spyware Graphite, a cui si aggiungono attacchi informatici, tentativi di phishing e altre forme di sorveglianza. Secondo il documento, le misure adottate dalle istituzioni per proteggere giornalisti e fonti si sono rivelate insufficienti e il quadro legislativo necessita di una riforma urgente in linea con l’Emfa.
Il rapporto arriva mentre è già alta la tensione sul tema dell’indipendenza del servizio pubblico. A far discutere sono infatti le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha chiesto ai vertici Rai di verificare le modalità con cui sono state gestite le fonti giornalistiche nella vicenda legata a Report. La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) protesta: “Il governo vuole mettere le mani sulle fonti dei giornalisti della Rai. Ancora una volta in palese contrasto con lo European Media Freedom Act”, dice il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani. Secondo il sindacato dei giornalisti, la richiesta di un controllo sulle fonti “nasconde il desiderio di violare il diritto-dovere di garantirne la riservatezza” ed è particolarmente grave perché arriva dal ministero che esercita la vigilanza sul servizio pubblico. Per Di Trapani, la vicenda rischia di trasformarsi in “una grande opportunità per chi da tempo prova a liberarsi di Report, mettere a rischio le fonti giornalistiche e indebolire il giornalismo d’inchiesta”.
Una polemica che, letta insieme alle conclusioni del rapporto Mfrr, rafforza il messaggio lanciato dagli osservatori europei: il problema non si limita a singoli episodi, ma definisce un progressivo indebolimento delle garanzie democratiche che dovrebbero tutelare l’autonomia dell’informazione, il pluralismo e la protezione del lavoro giornalistico.

(Tommaso Merlo) – Prima crollano gli Stati Uniti, meglio è per il mondo. L’occasione potrebbe essere la guerra con l’Iran con una disfatta militare ma anche la bancarotta per la chiusura dello Stretto e il tramonto dei petrodollari. Un crollo americano significherebbe anche quello di Israele, un paesello mantenuto artificialmente in vita dai contribuenti statunitensi. Un sogno che grazie a quel perfido rimbambito di Trump potrebbe diventare realtà prima del previsto. A giovarne sarebbero in primis i cittadini americani che dopo anni di quella corruzione legalizzata chiamata lobbismo, otterrebbero dei politici che si occupano dei loro problemi invece di buttare trilioni per insanguinare il mondo a vanvera. Ma ne gioveremmo anche noi colonie europee finalmente libere da una leadership disastrosa nonché tutte le persone con un minimo di sale in zucca. Del resto anche basta, il cocktail micidiale tra la potentissima mafia bellica americana e la lobby sionista ha trascinato il mondo in un inferno. Storia perlopiù censurata. Quando i sionisti si sono resi conto che i loro deliri ideologici erano più grandi di loro, hanno pensato bene di corrompere politica e media americani per realizzarli. Stati Uniti al guinzaglio e colonie europee scodinzolanti al seguito. Risultato, un paesello insignificante come Israele che acquisisce un abnorme potere politico ed alimenta per mano del suo fanatismo sionista decenni di instabilità e guerre in Asia Occidentale ed oltre. Storia perlopiù manipolata. Un diabolico capolavoro propagandistico con le vittime palestinesi spacciate per decenni come i colpevoli dell’ignobile persecuzione subita. E ancora, impunità totale, protezione politica e trattamenti economici di favore come se Israele fosse un avamposto democratico e non un terrificante rigurgito ideologico da secolo scorso. La verità è emersa a livello globale grazie all’immondo sterminio di Gaza ma il fanatismo ideologico piuttosto che rallentare va a sbattere. I sionisti già blaterano di guerra alla Turchia ma prima devono sopravvivere alla resistenza dell’Iran, la civiltà persiana non ha nessuna intenzione di archiviare la sua storia millenaria e tantomeno abbandonare palestinesi e libanesi. Quella contro l’Iran è l’ennesima aggressione illegale farcita di crimini di guerra per conto dei sionisti svenduta alle masse come guerra utile alla stabilità e alla sicurezza. Peccato che ad aggredire per primo gli altri paesi è da sempre Israele e peccato che a detenere la bomba atomica e pure illegalmente e pericolosamente visto la gentaglia che governa a Tel Aviv, è Israele e non l’Iran che al contrario ha sempre rispettato leggi e trattati sul nucleare mentre gli americani li hanno calpestati e stracciati. Una storia manipolata oltre il ridicolo ma intanto l’Iran resiste eroicamente alla terza ondata e contrattacca dopo che gli americani hanno confermato col memorandum la loro caratura politica e morale. Fatti. Da leader del mondo libero, gli Stati Uniti si sono ridotti ad uno stato canaglia zimbello dei deliri sionisti la cui parola non vale nulla. Una leadership egemonica basata sulle bombe e sui dollari che ha collezionato solo danni senza mai riconoscerli e senza mai risponderne. Una leadership egoistica e quindi arrogante, insensibile e miope. Da leader del mondo democratico a simbolo della giungla capitalistica i cui frutti più prelibati sono ingiustizia sociale a livelli tragicomici, spazzatura consumistica e guerra permanente. Anche basta a questo inferno. Serve una nuova era e a giovarne sarebbero in primis i cittadini americani che si libererebbero di quella corruzione legalizzata chiamata lobbismo riconquistando in un sol colpo sana politica e vera democrazia e dietro a loro le scodinzolanti colonie europee. Ma l’Iran intanto resiste eroicamente e tutte le persone con un minimo di sale in zucca sperano nella sconfitta militare e nella bancarotta finanziaria degli Stati Uniti e dei loro complici. Perché serve una nuova era. Non più potenze egemoni ma paesi tutti equamente degni che invece di competere cooperano, non più guerra permanente ma dialogo pacifico, non più propaganda ma verità e ragionamento, non più egoismo ma altruismo perché se ci salviamo lo facciamo tutti insieme. Non più leadership del più ricco e potente ma una comunità internazionale fondata sul rispetto dei dritti umani per tutti che persegue uno sviluppo intelligente. Già, prima crollano gli Stati Uniti e con loro Israele, meglio è per il mondo intero. Un sogno che grazie a quel perfido rimbambito di Trump, potrebbe diventare realtà prima del previsto.