
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Un sondaggio di Lab21 per La Notizia conferma che Renzi fa perdere ai progressisti più voti di quelli che porta: il 51,6% considera Italia viva (parlandone da viva) “respingente” e solo il 24,3 “attrattiva”; e 2 su 3 prevedono che la sua nefasta presenza bloccherebbe alcune battaglie storiche di centrosinistra. “L’addizione politica – spiega il direttore di Lab21 Roberto Baldassari – non equivale all’addizione […]
Dall’abolizione del Reddito di cittadinanza al no al Salario minimo: la vera guerra questo governo l’ha dichiarata ai poveri

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Quando si dice le priorità. A scorrere l’agenda del governo e dei lavori parlamentari, la corsa alla riforma della legge elettorale su misura (delle destre) per le prossime elezioni Politiche sembra diventata la principale urgenza della maggioranza asserragliata nel Palazzo per portare a casa il risultato prima dell’estate. Fuori, però, c’è il Paese reale. Fotografato ieri dai numeri dell’ultimo rapporto della Rete Caritas che nel 2025 ha assistito 282.539 persone (e altrettanti nuclei familiari), un numero mai registrato prima e in crescita dell’1,7% rispetto all’anno precedente.
“La povertà – si legge nel dossier – tende sempre più a perdere il carattere dell’eccezionalità e della temporaneità, assumendo i contorni di una ‘strutturale normalità’…”. E non è tutto. “Non si registrano flessioni rispetto al periodo precedente alla pandemia, a conferma di una povertà che tende a radicarsi e a diventare condizione stabile nella vita di molte famiglie”. Non manca l’emergenza nell’emergenza: il numero degli over 65 che si rivolgono alla Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di un aumento complessivo dell’utenza del 48%.
Un quadro desolante che accende un faro sull’intreccio sempre più stretto e drammatico – che sfugge evidentemente tra i velluti dei palazzi del potere – tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento dell’ammortizzatore familiare e isolamento sociale. Senza contare la presenza sempre più diffusa di lavoratori poveri, che rappresentano circa il 31% degli assistiti sia nella fascia 35-44 anni che in quella 45-54. Mentre le famiglie con figli minori a carico continuano a rappresentare il nucleo principale (il 52%) delle domande di aiuto.
Un quadro impietoso che certifica il totale fallimento delle politiche del governo Meloni. Dall’abolizione del Reddito di cittadinanza, depotenziato e rimpiazzato dall’Assegno di inclusione riducendone l’importo e la platea, alla totale chiusura all’introduzione di un Salario minimo legale, a cui è stata preferita la misura farsa del Salario (in)giusto che non disinnesca neppure la vergogna dei contratti pirata. Altro che guerra alla povertà. La guerra questo governo l’ha dichiarata ai poveri.
FII PRIORITY EUROPE, A ROMA IL SUMMIT CHE VUOLE RIPORTARE CAPITALI SULL’EUROPA
(Adnkronos) – Roma diventa per tre giorni una delle capitali globali degli investimenti. Da domani, 17 giugno, al 19 giugno, il Rome Cavalieri, Waldorf Astoria Hotel, ospita Fii Priority Europe 2026, il summit europeo del Fii Institute, la piattaforma nata in Arabia Saudita e cresciuta negli ultimi anni come uno dei principali luoghi di incontro tra fondi sovrani, grandi investitori, governi, imprese globali e innovatori.
Il titolo scelto per l’edizione romana dice già molto della fase politica ed economica che il continente attraversa: “Europe Reimagined: Capital, Sovereignty & Strategic Autonomy”. L’Europa da reimmaginare è quella che prova a uscire dalla lunga stagione della gestione delle crisi e a ridefinire il proprio ruolo tra transizione energetica, AI, sicurezza, difesa, manifattura avanzata, catene di approvvigionamento e mercati dei capitali.
Secondo il Fii Institute, oltre 1.600 investitori, policymaker e innovatori si sono registrati per il summit. Nell’intervista ad Adnkronos, il presidente del comitato esecutivo del Fii Institute Richard Attias aveva indicato l’obiettivo politico e simbolico dell’appuntamento: portare a Roma un messaggio diverso sull’Europa, contro la narrazione di un continente ormai fuori gioco. “Molti ci dicono che l’Europa è finita. Io non posso accettarlo”, aveva spiegato Attias, definendo il vertice non “solo un’altra conferenza”, ma “un dono all’Europa”.
Adnkronos seguirà Fii Priority Europe 2026 con una copertura dedicata per tutta la durata del summit, attraverso interviste ai protagonisti dell’evento e tre dirette speciali, una per ciascuna giornata. Il primo appuntamento è previsto il 17 giugno alle 16, il secondo il 18 giugno alle 17 e il terzo il 19 giugno alle 14.30. Le dirette accompagneranno i momenti centrali del vertice, con approfondimenti sui temi al centro del programma: investimenti, autonomia strategica europea, AI, energia, difesa, turismo, infrastrutture e nuova competitività del continente.
La scelta di Roma non è casuale. Nella visione del Fii Institute, l’Italia è il luogo da cui può partire un nuovo racconto europeo, non soltanto per il richiamo storico al Rinascimento, ma per la sua posizione geografica e politica: ponte tra Nord e Sud del continente, tra Est e Ovest, tra Europa, Mediterraneo, Balcani e Africa.
Attias, nell’intervista ad Adnkronos, ha insistito proprio su questo punto: l’Italia può diventare una porta d’accesso all’Europa per capitali che arrivano dal Golfo, dall’Asia, dagli Stati Uniti e dai nuovi poli emergenti.
Il suo ragionamento parte da una constatazione: l’Europa dispone ancora di grandi imprese, talenti, università, capacità tecnologiche e industriali, ma spesso non riesce a raccontarle e a trasformarle in attrazione di capitali.
Il summit romano nasce anche per questo: mettere allo stesso tavolo investitori globali e decisori europei, con l’obiettivo di passare dalle analisi agli accordi, dalle diagnosi ai progetti.
Il Fii rivendica infatti una caratteristica precisa: non essere solo un forum di discussione. Attias ha ricordato che in nove anni di attività a Riad sono stati firmati accordi per quasi 250 miliardi di dollari.
La missione dichiarata è portare questa logica anche in Europa, in un momento in cui il continente ha bisogno di capitali pazienti, politica industriale più efficace, mercati finanziari più profondi e una maggiore capacità di scalare le proprie imprese innovative.
Il programma si apre il 17 giugno con arrivi, incontri bilaterali, conclavi e laboratori. Il cuore politico ed economico del summit sarà però tra il 18 e il 19 giugno, con sessioni plenarie, panel e fireside chat.
Tra i protagonisti attesi ci sono Yasir O. Al-Rumayyan, governatore del Public Investment Fund saudita, presidente di Saudi Aramco e chairman del Fii Institute, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, componente del board del Fii.
La lista degli speaker mette insieme mondo politico, finanza, industria, tecnologia e cultura. Tra i nomi internazionali figurano la principessa Reema bint Bandar Al Saud, ambasciatrice saudita negli Stati Uniti, il ministro saudita dell’Economia Faisal Alibrahim, il ministro saudita del Turismo Ahmed Al-Khateeb, il premier albanese Edi Rama, l’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz, Jacques Attali, Travis Kalanick, Aidan Gomez di Cohere, Stella Li di Byd, David Maisel, fondatore di Marvel Studios, Anthony Gutman di Goldman Sachs, Stephen Dainton di Barclays, Sir Noel Quinn di Julius Baer e Manfredi Lefebvre d’Ovidio del Wttc.
Sul fronte italiano saranno presenti, tra gli altri, Andrea Orcel di UniCredit, Pierroberto Folgiero di Fincantieri, Lorenzo Mariani di Leonardo, Domitilla Benigni di Elt Group, Sergio Dompé, Andrea Pignataro di Ion Group, Maurizio Tamagnini di Fsi,
Nerio Alessandri di Technogym, Stefano Donnarumma del gruppo Fs, Giuseppe Sala, Paolo Barletta di Arsenale, Fabio Massoli di Cassa Depositi e Prestiti, Uljan Sharka di Domyn e Stefano Buono di newcleo.
Il filo rosso del summit è la domanda più urgente per l’Europa: come finanziare una nuova stagione di competitività senza perdere autonomia, coesione sociale e capacità industriale. Una delle sessioni centrali sarà dedicata al “Draghi blueprint”, il piano di rilancio della competitività europea, con un confronto su politica industriale, tecnologia, AI, sicurezza, life science e unione dei mercati dei capitali.
Altro capitolo chiave è la difesa. Nel panel “The €800 billion security investment” si discuterà del nuovo ciclo di spesa per sicurezza e difesa in Europa, con un’attenzione particolare alla base industriale, alle tecnologie dual use e alla relazione tra capitale pubblico e privato. Sul palco sono previsti Pierroberto Folgiero, Domitilla Benigni, Lorenzo Mariani e Hendrik Kramer. Il 19 giugno, il ministro Guido Crosetto interverrà poi sul tema della sicurezza come leva di autonomia strategica.
Il programma attraversa anche il dossier energia, con un panel sul trilemma europeo tra sicurezza, costi e decarbonizzazione, e quello delle materie prime critiche, con un confronto su litio, terre rare, batterie, catene di fornitura e nuove rotte tra Europa, Medio Oriente e Stati Uniti.
Grande spazio sarà dedicato all’AI e alle infrastrutture digitali. Tra i momenti più attesi ci sono il confronto “Europe 2040: Power, Autonomy & Survival in the Age of AI” con Jacques Attali, il lab su AI e deep tech, la sessione sulla sovranità tecnologica con Aidan Gomez e il dialogo con Jack Hidary di SandboxAQ sull’applicazione dell’AI alla fisica e ai sistemi industriali.
Capitali, turismo, cultura e sport
Il summit non si limiterà ai settori tradizionalmente associati alla finanza. In agenda ci sono anche turismo, rigenerazione urbana, grandi eventi, sport, cultura, moda e intrattenimento. Il turismo sarà affrontato sia come infrastruttura economica sia come questione di sostenibilità dei territori, con sessioni dedicate agli investimenti globali, alla pressione sulle destinazioni e al ruolo delle grandi piattaforme dell’ospitalità.
La cultura sarà discussa come asset strategico, capace di incidere su reputazione, soft power e posizionamento internazionale. Lo stesso vale per lo sport, sempre più letto come industria globale, mercato dei diritti, leva geopolitica e destinazione di capitali sovrani e privati.
Nel programma anche una sessione sul futuro delle Expo e sulla loro eredità economica e urbana, con Talal AlMarri di Expo 2030 Riyadh, Dušan Borovcanin di Expo 2027 Belgrade, Dimitri Kerkentzes del Bureau International des Expositions e il sindaco di Milano Giuseppe Sala.
La sessione “Capital Deployment Lab: AI & Deep Tech”, affronterà invece il tema della sovranità tecnologica e degli investimenti in AI e deep tech, con Roman Axelrod di XPANCEO, Ling Ge di Tencent e Ramin Hasani di Liquid AI, in un dialogo su chip, talenti, infrastrutture sicure, capitale e rischi di frammentazione geopolitica.
Al di là della lista degli speaker, il summit romano ha un obiettivo di posizionamento: cambiare la narrativa sull’Europa. Non negare i problemi, dalla bassa crescita alla frammentazione dei mercati finanziari, dal ritardo nello scale-up tecnologico alla dipendenza energetica e militare, ma provare a raccontare il continente come una piattaforma ancora centrale per capitali, innovazione e industria.
In questo senso, Fii Priority Europe arriva in un momento in cui il dibattito europeo è dominato da tre parole: competitività, sicurezza e autonomia. La domanda che attraverserà i lavori è se l’Europa sarà capace di mobilitare capitale privato e pubblico alla scala necessaria, costruendo un modello di crescita all’altezza della competizione con Stati Uniti, Cina e nuovi poli emergenti.
Per Roma, il summit rappresenta anche un’occasione di visibilità internazionale. Per l’Italia, una prova della sua ambizione a presentarsi come hub tra Europa, Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Per il Fii Institute, è il tentativo di portare nel cuore dell’Europa una piattaforma nata nel Golfo ma ormai globale, con un’agenda dichiarata: trasformare il dialogo tra finanza, politica e innovazione in investimenti concreti.

(dagospia.com) – Quizzone! La nuova legge elettorale, il “Melonellum” o “Stabilicum”, vedrà mai la luce?
Lo scenario politico sta cambiando rapidamente e la vertiginosa, quanto inattesa, crescita di “Futuro Nazionale” del generale Vannacci sta sparigliando le carte nel centrodestra. Giorgia Meloni, inizialmente convinta di modificare la legge elettorale per blindare il suo ritorno a palazzo Chigi, ora ha il cervello assediato da molti e pesanti dubbi.
I sondaggi SWG-La7 danno il neo-partito dell’ex parà al 5%, al pari con una Lega sempre più spaccata e sbandata; un risultato sorprendente per le Meloni di via della Scrofa dove erano certi che il Para-Guro della Folgore non andasse oltre il 2,5%.
Il consenso raccolto in questi mesi dal generale (che prende lo 0,8% dal mondo incazzato variabile ex grillino, mentre il restante da Lega e FdI) sta obbligando la Statista della Sgarbatella a cercare nuove strade: il taumaturgico premio di maggioranza previsto dal “Melonellum”, domani potrebbe riportare il centrosinistra a Palazzo Chigi.
Infatti, senza i voti di Futuro Nazionale, l’Armata Branca-Meloni rischia di tornare a casa. E non sarà facile, se non impossibile, aggregare la “sporca dozzina” di Vannacci nella coalizione.
Per tre ragioni.
1) La prima riguarda gli interessi e gli obiettivi politici dell’ex militare con la passione per la Decima Mas e per la Russia di Putin: di rietrare nei ranghi, sfumando le cazzate che spara, non gli conviene: finché resta fuori dal “sistema”, Vannacci vedrà lievitare i suoi consensi.
E’ una strategia già vista: il M5s delle origini tra un “vaffa” e l’altro è arrivato al 32%, poi sporcandosi con l’azione di governo si è sgonfiato come un soufflé venuto male. Idem Fratelli d’Italia: unico partito all’opposizione del governo Draghi, ha intercettato malumori e mal di pancia fino a vincere le elezioni 2022 (grazie soprattutto a un centrosinistra diviso e livoroso).
E’ l’effimera fortuna di chi può fare populismo un tanto al chilo senza l’incombenza di responsabilità di governo: si titilla l’elettorato più incazzato, si fanno proposte politicamente insostenibili, si evocano cambiamenti epocali e si ingrossa il granaio di voti.
Poi, una volta al potere, la musica cambia: i soldi che mancano, battaglie che finiscono e guerre che vanno avanti, i compromessi che prendono il posto delle promesse elettorali, le incombenze geopolitiche, i conflitti fratricidi per l’occupazione di posti, tolgono consensi e voti al pifferaio di turno.
Ma per ora Vannacci cavalca l’onda prepotente delle destre europee e veleggia verso percentuali di voto sempre più ingombranti.
2) La seconda ragione è che i suoi ex compagni di partito della Lega, da Zaia ai governatori Fontana, Fedriga e Stefani fino alla base padana del Nord, non vogliono vedere Vannacci neanche in cartolina.
L’hanno sopportato come vicesegretario, l’hanno vissuto come un ingombro, frutto dell’ennesima scellerata decisione di Matteo Salvini, ma ora basta. Fora dai ball e vai in mona.
D’altronde l’ex Truce del Papeete, che volle candidare Vannacci con la Lega alle elezioni europee (raccogliendo 500 mila voti), oggi è nel momento di massima debolezza e rischia di rompersi le ossa: se si arrivasse allo sdoppiamento del Carroccio, sul modello tedesco di Cdu-Csu, con una Lega Nord e una nazionale, Salvini sarebbe fritto.
La versione padana del partito, a guida Zaia-Fedriga-Fontana, avrebbe la forza di arrivare al 4%. Quella nazionale, affidata al tandem Salvini-Durigon, dove li prenderebbe i voti? A Latina? A Messina?
Il vicepremier e ministro dei Trasporti rischierebbe di non raggranellare i voti sufficienti per essere rieletto. E poi i suoi stessi fedelissimi, da Molinari a Romeo, oggi si oppongono a ogni apparentamento con l’ex parà. Discorso chiuso, sipario.
3) La terza ragione che rende davvero difficile l’ingresso di Futuro Nazionale nel centrodestra è Forza Italia. La svolta liberal, pro-diritti, europeista, atlantista anti-Trump imposta al partito da Marina Berlusconi è inconciliabile con le invettive da bar sport no-gay, pro-Russia e pro-Maga di Vannacci.
Come potrebbero lavorare insieme i vannacciani amici dei neonazi tedeschi di Afd e gli affiliati al Partito popolare europeo, che ha come vice-presidente Antonio Tajani? Se il Para-Guru toscano s’avvicina alla coalizione guidata da Giorgia Meloni, ai forzisti non resterebbe che scappare a gambe levate: o lui o loro.
In questo guazzabuglio, una nuova legge elettorale diventa una roulette russa. Intanto, quando si andrà a votare? Si arriverà alla naturale scadenza della legislatura, a ottobre 2027, con una finanziaria da far tremare i polsi da consegnare un mese dopo a Bruxelles?
Oppure ad aprile, come sogna Meloni? In tal caso, ci sarà un election day che accorpi politiche e amministrative? Il governo vorrebbe evitarlo, così da scongiurare un effetto-traino a favore del “Campo largo” (le grandi città al voto come Roma, Milano e Napoli sono tutte amministrate dal centrosinistra). Il Quirinale vuole invece accorpare le tornate elettorali così da risparmiare molti milioni in una fase delicata per l’economia nazionale.
Essì: al Manicomio Italia, ci mancava solo Vannacci…
In cupa assonanza con il tetro Farinacci, il parà salito sul taxi della politica dopo il passaggio offerto da Salvini rivendica di rappresentare la “destra autentica”, quella della Decima mas da lui tanto ammirata

(di Fulvio Abbate – unita.it) – Vannacci non c’è stato bisogno di vederlo arrivare. Vannacci era già lì, presente, inamovibile, soggetto antropologico periodicamente prevedibile nell’accidentato paesaggio politico nazionale. Vannacci carta del Mercante in Fiera della “massiccia” (giusto per usare un termine da porta carraia o Ufficio maggiorità d’ogni caserma) destra endemica, duodenale, della nostra incompiuta nazione. Un po’ “Vogliamo i colonnelli”, e un po’ nuovamente graduato, in quest’altro caso prossimo all’improbabile collega Buttiglione, e ancora, per non farsi mancare nulla, come incancellabile testimonial del bisogno individuale di Ordine, Disciplina e Gerarchia, sia pure remixato al tempo dei social, quindi ancor di più duodenale e pervasivo.
Irrilevante, quanto Vannacci possa essere assimilabile alle molte smerigliature caratteriali offerte dal sentire fascista, neofascista o post-fascista: i Vannacci, si è detto, ci sono sempre stati, inamovibili, come già quell’altro che si affacciava un tempo dal balcone di Palazzo Venezia, l’attuale ha inventato nulla, semmai altrettanto tirato fuori un sentire regressivo già presente, ripeto, nel duodeno italico. Più che naturale quindi che l’uomo mostri adesso narcisisticamente l’offerta pubblica di un proprio partito o movimento assai personale che ha la pretesa di mettere in chiaro certe istanze che, per semplificare, chiameremo ordinatrici. “Destra autentica”, così dichiara l’uomo. Con posa da escursionista, da diportista, da iscritto a club tennistico di seconda scelta, Vannacci per ragioni anagrafiche si discosta da certo contesto che vedeva i suoi predecessori citare sempre come salvifico un libro caro alle sezioni missine: Navi e poltrone, giunto al mondo delle letture da un ufficiale delle Regia Aeronautica, tale Antonino Trizzino da Bivona, che provò a spiegare il perché l’Italia perse, ahimè, la guerra: colpa delle spie inglesi insediate dentro i comandi di Supermarina.
Vannacci, va da sé, ama semplificare, ridurre tutto a una X, nel senso di Decima Mas, dunque, così come I Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni” allo stesso modo Vannacci dice semmai di mettere una Decima nelle prossime urne; i suoi trascorsi nella Folgore in questo senso parlano con evidenza, fino a consentirgli di compiere il resto del miracolo, la sua fortuna nel piccolo contesto della destra endemica. Gli è bastato un pamphlet, Il mondo al contrario, nel quale mostrava il suo pensiero orgoglioso rispetto alla presunta “flaccidità” della sciapa democrazia giunta a noi dalla guerra di Liberazione. Non sappiamo quanto Vannacci abbia fiutato l’aria, come già Bossi trent’anni fa, intuita l’esistenza di uno spazio nel quale incunearsi, e quale occasione migliore di un governo di centrodestra con presidente del Consiglio una ex militante del Fronte della gioventù quale Giorgia Meloni? Magari accusando quest’ultima di moderazione. Così nel momento in cui il girmi della politica sembri rimescolare ogni frattaglia, consegnando l’esistenza di un fronte rosso-bruno. Irrilevante domandarsi quanto Vannacci saprà nuocere a Fratelli d’Italia, quanti voti porterà via loro, così come alla Lega di Salvini che lo aveva premiato con il titolo di vicesegretario, molto più interessante intuire che tipo di magnete socio-antropologico in questo momento l’uomo rappresenti, quindi quanta limatura di ferro cosiddetta identitaria riuscirà ad attrarre nella convinzione di presentarsi come concessionario unico di una realtà politica marcatamente di destra estrema, affiancandosi alla Afd presente in Germania e al Rassemblement national di Jordan Bardella in Francia, magari lungo le vie di un nuovo impero pronto a ravvisare nella Russia di Putin un modello possibile. E il fantasma dei migranti come spettro da agitare.
Visto da vicino, Vannacci, si è detto, sembri assomigliare al classico iscritto di circolo nautico o magari tennistico, c’è da immaginarlo in accappatoio mentre esce dalla doccia dopo aver terminato un doppio o fatto alcune vasche in piscina, restituendo così il racconto di una medietà per l’appunto da diportista. Non è da escludere neppure che possa risultare “piacente” alle signore pronte a immaginarlo in lotta, se non proprio contro l’Idra rossa, come accadeva nelle raffigurazioni anti-comuniste degli anni 30, magari con i cinghiali che talvolta appaiono nel paesaggio cittadino romano residenziale, ecco, sì, c’è proprio da figurarselo mentre placca un cinghiale sul Grande Raccordo Anulare o alla Camilluccia: Vannacci così Salvatore della Patria e adesso anche della circolazione, della libera circolazione stradale. Vannacci certamente piace anche ai complottisti, gli stessi che sicuramente hanno transitato in passato sotto i gazebi del Movimento Cinque Stelle, già infatuati di Beppe Grillo, e infine delusi, ma adesso finalmente certi di avere trovato un nuovo approdo: Vannacci, forte di un’affermazione quale: “Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare”, così rivolto a Lilli Gruber che, pensando alle sue carenze sulla questione LGBTQ+ gli domanda: “E se lei fosse gay?”
Non sembri un dettaglio, ma anche il suo cognome si presta al compimento dell’opera identitaria, come già nel caso di Farinacci, di Bombacci, e ancora di Catenacci, il gerarca fascista immaginario messo al mondo delle parodie da Giorgio Bracardi. Il nostro paese non si è mai davvero rassegnato alle ragioni del gioco democratico, custodendo da sempre ogni genere di spinte centrifughe, pronte a fluttuare verso la destra, possibilmente estrema, e quindi a suo modo, come già Mussolini, Vannacci appare, agli occhi di alcuni, al momento, l’uomo del destino elettorale. Vannacci come un nostro cognato che avremmo preferito non avere al cenone di Natale al nostro stesso tavolo, lui e i suoi discorsi sulla remigrazione al momento del tiramisù.

“Il Rapporto Caritas diffuso oggi fotografa un Paese che arretra. Nel 2025 la rete Caritas in Italia ha accompagnato 282.539 persone, altrettanti nuclei familiari: è il valore più elevato mai registrato, con una crescita dell’1,7% rispetto al 2024. Sono numeri che pesano come macigni e che raccontano una realtà che il governo continua ostinatamente a negare.” Lo dichiara Carmela Auriemma, Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati e Coordinatrice M5S della Provincia di Napoli.
“Mentre l’esecutivo Meloni celebra sé stesso e racconta un Paese che non esiste, le Caritas certificano che le famiglie in difficoltà non sono mai state così tante. È il risultato di scelte precise: l’abolizione del Reddito di Cittadinanza ha lasciato senza tutele centinaia di migliaia di persone, e i pochi strumenti messi in campo si sono rivelati inadeguati e inefficaci.”
“Dietro ogni numero ci sono persone, storie, bambini. Il Movimento 5 Stelle continuerà a battersi perché la lotta alla povertà torni al centro dell’agenda politica, con misure strutturali a sostegno del reddito e del lavoro dignitoso. Non possiamo girarci dall’altra parte: questi dati impongono a tutti, a partire dal governo, un’assunzione di responsabilità.”
Ufficio stampa
On. Carmela Auriemma
Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli

Quanto accaduto presso l’Ospedale Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di Sant’Agata de’ Goti, con pazienti rimandati a casa senza poter effettuare le TAC prenotate, è un episodio grave che non può e non deve passare sotto silenzio.
Mi unisco all’appello del consigliere regionale Fernando Errico, che da mesi richiama l’attenzione sulle criticità della sanità nelle aree interne e sulla necessità di garantire servizi adeguati ai cittadini del Sannio e della Valle Caudina.
Da cittadino di Sant’Agata de’ Goti, prima ancora che da rappresentante politico, provo amarezza e indignazione nel vedere anziani, malati e persone fragili costretti a fare i conti con continui disservizi. Non è accettabile che chi ha bisogno di cure e diagnosi debba vivere nell’incertezza o essere costretto a spostarsi altrove per ricevere prestazioni sanitarie essenziali.
Da tempo si parla della necessità di rafforzare il presidio ospedaliero santagatese, di ripristinare pienamente i servizi e di garantire una rete dell’emergenza-urgenza adeguata a un territorio che serve migliaia di cittadini tra il Sannio e l’area casertana. La sanità pubblica deve essere vicina ai cittadini, soprattutto nei territori più lontani dai grandi centri urbani. Non possiamo permettere che chi vive nelle aree interne sia costretto a spostarsi altrove per ottenere prestazioni che dovrebbero essere garantite sul proprio territorio.
Per questo rivolgo un appello al Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, affinché si intervenga immediatamente per accertare le responsabilità di quanto accaduto e per garantire continuità ed efficienza nei servizi sanitari dell’Ospedale di Sant’Agata de’ Goti.
La salute non può essere un diritto a giorni alterni. Le aree interne meritano rispetto, attenzione e servizi all’altezza dei bisogni delle comunità.
Continuerò a farmi portavoce delle preoccupazioni e delle esigenze dei cittadini, perché il diritto alla salute non può conoscere differenze territoriali.
Il messaggio agli elettori: “Segnatevi queste due date, 8 e 15 luglio”. Summit tra Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. La foto sui social e l’annuncio di un doppio appuntamento con il popolo progressista

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Il campo largo ora è realtà. Dopo un lungo stop and go, i quattro leader di Pd, M5S e Avs – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli – si sono incontrati a sorpresa per discutere il programma con cui si presenteranno insieme alle elezioni politiche.
Un’occasione per fare il punto sulle questioni più calde – dalla politica estera alla politica economica – e cominciare a individuare i gruppi di lavoro chiamati a elaborare una sintesi fra le posizioni delle singole forze politiche del centrosinistra.
Dopo l’anticipazione di Repubblica, sui social è stata diffusa una foto dei quattro leader con una didascalia che sa di promessa: “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste due date: 8 e 15 luglio”. L’annuncio di un doppio appuntamento, finalmente unitario, con il popolo progressista. L’inizio di un cammino che dopo l’estate punterà ad allargare, coinvolgendo anche i centristi.
Tajani: “Nessun dubbio sulla sua estraneità”. “Salvo” invece Salvatore De Meo (anche lui di Forza Italia), per il quale l’Eurocamera ha respinto la richiesta seguendo le indicazioni della commissione Juri. La revoca dell’immunità non rappresenta una valutazione sul merito delle accuse né implica responsabilità penali

(lespresso.it) – Il Parlamento europeo ha revocato l’immunità parlamentare a Fulvio Martusciello, capodelegazione di Forza Italia a Bruxelles, aprendo la strada agli accertamenti della procura federale belga nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate, il caso che da oltre un anno scuote le istituzioni europee e che ruota attorno alle attività di lobbying attribuite al colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei.
La decisione è stata approvata oggi (16 aprile) dalla plenaria di Strasburgo con 344 voti favorevoli, 234 contrari e 25 astensioni, confermando il parere espresso il 3 giugno dalla commissione Affari giuridici (Juri). Diversa la posizione dell’altro eurodeputato azzurro coinvolto nella richiesta avanzata dalle autorità belghe: Salvatore De Meo conserva invece le garanzie parlamentari, come raccomandato dalla stessa commissione.
La revoca dell’immunità non rappresenta una valutazione sul merito delle accuse né implica responsabilità penali. Consente però agli investigatori di procedere senza le limitazioni previste per i membri del Parlamento europeo, in una delle indagini più rilevanti aperte negli ultimi anni sui rapporti tra gruppi di pressione e istituzioni comunitarie.
”Rispetto la scelta del Parlamento europeo che mi consentirà di poter chiarire quanto prima la mia posizione. Ribadisco quanto ho detto sin dal primo momento: sono estraneo ai fatti contestati – ha dichiarato Martusciello -. La revoca dell’immunità consente alla Procura di avviare le indagini. Ringrazio tutti i colleghi che, leggendo gli atti, hanno votato a mio favore”.
Secondo la procura federale belga, Huawei avrebbe promosso una rete di influenza finalizzata a orientare decisioni politiche e regolatorie dell’Unione europea, in particolare sui dossier legati alle telecomunicazioni e allo sviluppo delle reti 5G. Gli inquirenti ipotizzano che l’attività di lobbying abbia oltrepassato i confini dell’azione legittima, trasformandosi in un sistema di presunti favori, regalie e vantaggi destinati a esponenti politici, collaboratori parlamentari e intermediari.
L’indagine, emersa pubblicamente nel marzo 2025, ha portato a perquisizioni in diversi Paesi europei e all’iscrizione nel registro degli indagati di lobbisti e figure legate all’azienda cinese. Tra le ipotesi di reato contestate figurano corruzione, riciclaggio, falsificazione di documenti e partecipazione a un’organizzazione criminale. Dopo l’esplosione del caso, il Parlamento europeo ha sospeso l’accesso ai propri edifici ai rappresentanti di Huawei.
Martusciello ha sempre respinto ogni contestazione e sostenuto la propria estraneità ai fatti. A difenderlo è intervenuto anche il vicepremier e segretario di Forza Italia Antonio Tajani. “Dopo aver esaminato la documentazione non ho alcun dubbio sul comportamento di Fulvio Martusciello e sulla sua estraneità ai fatti contestati”, ha dichiarato il leader azzurro. “Apprendo con rispetto la decisione del Parlamento europeo di procedere alla revoca dell’immunità parlamentare, ma ritengo politicamente importante che la nostra famiglia del Ppe e molti europarlamentari di altri gruppi, che ringrazio, abbiano sostenuto la nostra posizione”.
Sul piano politico, almeno per ora, non si registrano conseguenze immediate. Da Strasburgo non filtrano indicazioni su possibili dimissioni di Martusciello dalla guida della delegazione di Forza Italia all’Eurocamera. Fonti parlamentari riferiscono che il tema non è attualmente sul tavolo del partito.
La decisione dell’Aula segna comunque un passaggio rilevante nell’inchiesta belga. Con il voto di Strasburgo viene rimosso uno degli ultimi ostacoli procedurali che separavano gli investigatori dall’approfondimento della posizione dell’eurodeputato azzurro. Un nuovo capitolo del caso Huaweigate, destinato a mantenere alta l’attenzione sui rapporti tra lobbying e politica europea dopo le ferite ancora aperte lasciate dal Qatargate.
L’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana, ma in chiave anti-sinistra

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.
Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).
Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.
Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.
Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.
In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.
L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.
Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.
I comportamenti di Trump distraggono da interessi, idee e strategie in corso. Non si tratta di fascismi o destre tradizionali, ma di un neocapitalismo come quello dell’imprenditore tedesco

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Il saggio di Paolo Perulli, che ripercorre criticamente “vita e opere” di Thiel, aiuterà spero a uscire dall’ “incantamento” che sembra produrre la figura di Trump su tanti commentatori e politici. Grazie ai suoi comportamenti, alle sue battute, alle sue provocazioni più o meno deliranti, si possono occultare gli immensi interessi, le idee e le strategie dei gruppi di potere che egli in questo momento rappresenta, o che comunque lo hanno “intronato”. Ci si può così magari illudere che si tratti alla fine di un fenomeno passeggero, senza radice nella cultura e nella geopolitica, derubricare il tutto a psicologismi d’accatto e continuare a sperare nel ritorno di prudenza e buon senso (che si immaginano doti del buon tempo antico). Paolo Perulli disillude. Il tempo che passiamo è di rottura. Non una crisi come un’altra, non una “solita” crisi del sistema sociale capitalistico di produzione. Né una “riforma” delle istituzioni, col pendolo destra-sinistra, da decenni ben noto: cambiar qualcosa per non cambiare nulla.
No, nulla è destinato a ritornare come prima. Ci resta da vedere quale nuovo ordine uscirà dalla catastrofe (mutamento di stato) che attraversiamo, e quale ne sarà il prezzo. La rottura d’epoca si mostra nelle caratteristiche che assume oggi l’innovazione tecnica. Sempre la Tecnica è stata più che un fatto semplicemente tecnico. Ma ciò che conta sono le differenze tra salto e salto. Differenze che comportano diverse visioni complessive del mondo. L’homo technicus attuale è solo nel nome analogo ai suoi predecessori. Il suo prometeismo ha mutato aspetto: non è più rivolto a denaturare naturam, ora mira a trasformare la sua stessa evoluzione. Si potrebbe dire con Oswald Spengler che la Tecnica attuale assume un carattere esplicitamente e coscientemente faustiano. Conseguenza ovvia che essa non considera più la Terra come nostra necessaria dimora. L’homo technicus ha avuto fin qui sempre natura terranea, per quanto la Terra sotto i suoi piedi fosse, di momento in momento, terremotata.
L’attuale Tecnica assume come propria una prospettiva cosmico-spaziale. Nient’affatto nel senso, parodiato da tanti grandi autori della fantascienza, di insediare su Marte villaggi e villini, ma in quello del tutto realistico che oggi, per essere padroni della Terra, occorre saperla dominare dall’alto, saperne controllare metafisicamente gli ordini, le reti, i canali, le onde attraverso cui comunichiamo e per i quali in futuro sempre più combatteremo. Di questa Tecnica è protagonista, in quanto megacapitalista e, insieme, ideologo, Peter Thiel.
La seconda dimensione della grande rottura è quella geopolitica. I grandi spazi in cui si è suddiviso e articolato il mondo versano in una crisi radicale e irreversibile. La grande ondata dell’Occidente che ha tenuto il mondo per secoli sotto pressione, che lo ha costretto a uno sforzo e a un’accelerazione spasmodica, si sta ritirando. La coscienza di questo riflusso è ben chiara in Thiel, ed è proprio da qui che egli inizia il suo ragionamento. Demografia, crescita produttiva, tecnologia mostrano chiaramente, in tutti i loro indicatori, che l’Occidente è ormai solo americano e che l’Europa, per motivi storici che non possiamo qui analizzare (lo abbiamo fatto in decine di articoli e interventi), denuncia ormai un gap insuperabile rispetto agli altri grandi spazi politici. Ma l’Occidente solo americano è infinitamente più debole dell’Occidente euro-americano o atlantico. Se non vuole che la relativa decadenza si trasformi in tramonto è necessario adotti una nuova strategia e una nuova filosofia, intesa proprio come magistra vitae. La potenza attuale non sta nell’aumento quantitativo del prodotto lordo, tantomeno in “sapienze” ridistributive della ricchezza. La potenza sta nell’accelerazione dell’innovazione, della ricerca e sviluppo, in termini che risultino insostenibili da parte di qualsiasi competitore, avversario o nemico. Ogni energia e ogni risorsa va indirizzata a questo fine. Ciò comporta la liberazione di tutti gli spiriti innovativi di un paese da ogni ostacolo, freno, impedimento. Un’assoluta meritocrazia, che non si misura con titoli di studio e concorsi universitari, ma col successo nella lotta. È ideologia? Paolo Perulli spiega bene come l’ideologia svolga, anche questa volta, una funzione essenziale, strutturante. È necessario convincere la “plebe” della bontà e giustizia di una tale strategia. E demonizzare coloro che la combattono o semplicemente la frenano.
Nessuna utopia del Weltstaat dunque, dello Stato mondiale. Il mondo è e resterà diviso. La divisione passerà per grandi spazi: quello americano e quello asiatico-cinese. È necessario evitare che quest’ultimo si allarghi. È necessario che l’India rimanga “lontana” sul piano della potenza tecnologica. Tuttavia, le mappe del pianeta futuro restano incertissime e, per i Thiel, se gli Usa non adotteranno politiche aggressive nei confronti dei competitori (a partire dai dazi) e non compiranno un nuovo balzo nelle nuove tecnologie aereo-spaziali, biomediche, Ai, il reflusso dell’ondata dell’Occidente lascerà sulle nostre spiagge solo rovine.
Anche l’opzione della grande guerra rientra necessariamente in questa prospettiva. Nessun diritto internazionale sarà mai in grado di metterla “fuori legge”. Il diritto per i Thiel è immanente all’esercizio concreto, attuale della potenza. Non contiene l’uso della forza, ma si riduce alla pura espressione della violenza legittima dello Stato, che si giustifica da sé anche nei confronti di un altro Stato. Da qui la saldissima alleanza tra le grandi corporation e ministeri della Difesa o della Guerra, da qui il rafforzamento del sistema economico-militare. Come si vede, non si tratta né di fascismi, né di destre tradizionali. È una cultura politica nuova, che nasce sul solido terreno di un capitalismo produttore di un salto tecnologico dai caratteri antropologicamente nuovi. Bisogna ben conoscere chi si combatte, finché si è in tempo. Paolo Perulli ci aiuta a farlo.
Dopo aver incendiato il Medio Oriente con la guerra in Iran, ora Trump e Netanyahu lasciano noi a sminare Hormuz

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Hanno scatenato un conflitto senza capo né coda. Donald Trump si è lasciato trascinare da Benjamin Netanyahu in una guerra senza senso all’Iran. E quando lo ha capito ha provato disperatamente a salvare il salvabile cercando disperatamente un accordo che il suo alleato ha tentato in ogni modo di sabotare. Così il presidente Usa ha scoperto a sue spese in quale sciagurata avventura si fosse imbarcato fidandosi della stessa persona che ora apostrofa con ben altri epiteti: “Non capisci proprio un c…”, ha detto Donald a Bibi.
Il crollo di popolarità, certificato dai sondaggi negli Stati Uniti, è il prezzo che Trump ha dovuto pagare allo scellerato seguito accordato al suo sodale di sventura. Ma mai tanto alto quanto quello che noi europei – e noi italiani in particolare – abbiamo già pagato e continueremo a pagare per rimettere insieme i cocci di un Medio Oriente trasformato in una bomba ad orologeria dalle aggressioni illegali perpetrate dal governo israeliano con la copertura di quello americano e la rassegnata connivenza dell’Unione europea, incapace di trattare le violazioni del diritto internazionale del ricercato Netanyahu al pari di quelle commesse dall’altro ricercato Vladimir Putin.
E anche ora che il disastro è sotto gli occhi di tutti e le conclamate responsabilità rendono i principali attori protagonisti indifendibili, ci apprestiamo pure a pagare l’ultimo prezzo della dissennata campagna contro l’Iran. Italia, Francia, Germania e Regno Unito si sono già dichiarate disponibili ad una missione navale per lo sminamento e la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Una “missione strettamente difensiva e indipendente” per ripristinare le rotte commerciali nell’area.
“Siamo pronti, insieme agli altri partner e ferma restando la necessaria autorizzazione parlamentare (inevitabile e scontata, ndr), a contribuire a una presenza navale internazionale”, assicura Gorgia Meloni facendosi avanti. Per la serie, dopo il danno pure la beffa. Trump e Netanyahu fanno e disfanno. Poi lasciano noi – gli alleati servili – a riparare i danni che loro stessi hanno provocato. Senza neppure bisogno che ce lo chiedano. Magari per favore.
Patel: “Diverse persone fermate”. Fox: “Piano prevedeva l’uso di droni e cecchini”

(repubblica.it) – L’Fbi ha sventato un attacco per colpire la Casa Bianca durante gli incontri di arti marziali miste dell’Ultimate Fighting Championship organizzate dal presidente americano, Donald Trump, in occasione del suo 80esimo compleanno il 14 giugno. Secondo quanto riferito da Fox, gli arresti sono stati cinque mentre 23 persone state identificate come facenti parti del complotto.
Il piano prevedeva l’impiego di droni carichi di esplosivo per colpire edifici in prossimità dell’evento, così da far scattare l’evacuazione e convogliare la folla nei dintorni di una squadra di cecchini precedentemente posizionata. Una seconda ondata dell’attacco prevedeva l’assalto ai cancelli della Casa Bianca.
L’Fbi è venuta a conoscenza della minaccia il 10 giugno e ha raccolto prove sufficienti per procedere all’arresto a Cincinnati. Gli investigatori hanno poi scoperto delle chat su Signal in cui diverse persone avrebbero discusso di un attacco all’evento. Un primo esame dell’iPhone di un sospettato ha rivelato che almeno 23 utenti di Signal discutevano di attività preparatorie all’attacco. Uno dei sospettati avrebbe dichiarato agli inquirenti che l’obiettivo era colpire le “élite capitaliste”, i “miliardari” o i politici che avevano ricevuto donazioni dall’American Israel Public Affairs Committee.
“Lo sventato attacco alla Casa Bianca durante gli incontri dell’Ultimate Fighting Championship è un ulteriore segnale del clima politico americano”, ha detto il vicepresidente JD Vance in un’intervista a Fox. “Questo è quello che succede quando si alza così tanto il tono della retorica, al punto che dissentire da qualcuno diventa motivo di violenza”, ha osservato Vance.
Incontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump a margine del G7: la presidente del Consiglio prova a chiarire gli screzi degli scorsi mesi.

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – Si torna alla normalità. Con Giorgia Meloni che cerca a tutti i costi di compiacere Donald Trump e di rinsaldare un asse che sembrava ormai in crisi dopo lo scontro che ha seguito gli attacchi del presidente Usa a Papa Leone XIV. Prima l’ha fatto prendendo l’impegno di sminare lo Stretto di Hormuz, a spese dell’Italia, dopo i danni della guerra voluta proprio da Trump, insieme a Benjamin Netanyahu, in Iran.
E tra ieri e oggi l’ha fatto di nuovo in occasione del G7 di Evian-les-Bains, con un “incontro di chiarimento” tra Meloni e Trump, come fanno sapere fonti diplomatiche italiane. Un confronto senza “battute né scherzi”, sottolineano le stesse fonti. Il messaggio che si vuole far passare è che resta un po’ di freddezza, almeno così si vuole far credere. La certezza è che l’obiettivo di Meloni è quello di ricucire i rapporti con Trump, costi quel che costi.
Le tensioni tra i due leader si erano accese dopo le critiche di Trump al pontefice. Meloni, costretta a difendere il Papa, è stata poi attaccata dallo stesso Trump: “Pensavo avesse coraggio”, ha detto negli scorsi mesi riferendosi alla presidente del Consiglio. Ora Meloni cerca la via della pace, con un incontro che non ha avuto focus specifici. A fare da apripista il giorno prima era stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, volato negli Usa per incontrare il segretario alla Guerra, Pete Hegseth.
Tra Meloni e Trump c’è invece stato quello che viene definito un “utile scambio”, sulla base del “principio di unità dell’Occidente”, invocato da Meloni e ritenuto “assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”. Un principio, sottolineano le fonti, chiarito da “entrambe le parti”. Lo scambio è servito “a chiarirsi”, ma la presidente del Consiglio “non chiede segnali” dal punto di vista comunicativo a Trump. Ovvero, Meloni non pretende neanche che ci sia un segnale pubblico: basta e avanza la versione fatta filtrare da Palazzo Chigi, nella speranza che non la faccia apparire troppo appiattita sulle posizioni di Trump.
D’altronde, Meloni sa bene che una dichiarazione pubblica del presidente Usa, con la sua imprevedibilità, potrebbe essere più dannosa che altro. Da Trump ci si può aspettare di tutto, quindi meglio non far diventare pubblica la questione. Insomma, meglio far passare il messaggio che l’unica cosa che conta è l’unità dell’Occidente e non la retromarcia sulle dichiarazioni pubbliche che hanno indispettito Trump.

(Mario Catania – lindipendente.online) – Dal giugno 2021 a oggi, l’industria globale degli alcolici ha bruciato circa 830 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. L’indice Bloomberg che monitora le cinquanta principali aziende quotate del settore segna un -46% rispetto al picco. Secondo gli analisti non si tratta di una crisi momentanea, ma di una trasformazione strutturale del mercato.
Nel 2025, nei 22 principali mercati mondiali che rappresentano circa il 75% del consumo globale, i volumi complessivi di alcol sono diminuiti del 2% e il valore del 4%. Una forbice che mostra il fatto che non solo si beve meno, ma si è più cauti anche nello spendere. Il 24% degli adulti a livello globale ha smesso del tutto di bere nel 2025, un record, in aumento del 19% rispetto al 2022. Laurence Whyatt di Barclays, citata da Bloomberg, ha sintetizzato così: “Abbiamo visto quattro volte l’impatto della crisi finanziaria sui consumi di alcol”.
Le cause sono stratificate. La prima è culturale: il movimento che predica la moderazione e che può essere riassunto con l’espressione “bere meno, ma meglio”, ha smesso di essere una tendenza di nicchia per diventare sempre più diffuso, spinto dall’attenzione alla salute mentale e fisica, dai costi della vita in aumento e dalla crescita di un’offerta analcolica sempre più sofisticata. La seconda è demografica, ma con un paradosso. La narrativa dominante dà la colpa alla Gen Z astemia: i dati più recenti la smentiscono parzialmente. Secondo IWSR, la quota di adulti Gen Z che ha consumato alcol nei sei mesi precedenti è salita dal 66% nel marzo 2023 al 73% nel marzo 2025, sostenendo che il calo giovanile fosse in parte finanziario, e non solo ideologico. Anche perché dai dati risulta che chi ha redditi più alti, beve di più. La terza causa, meno nota, è farmacologica. L’EY-Parthenon GLP-1 Consumer Survey del marzo 2025, racconta che il 44% degli utenti di farmaci come Ozempic e Wegovy beve meno dopo aver iniziato il trattamento, e l’82% mantiene queste abitudini anche dopo averlo sospeso. Non è ancora un fenomeno di massa, ma è una variabile strutturale che il settore non può ignorare.
A complicare ulteriormente il quadro c’è un competitor che fino a pochi anni fa non esisteva: le bevande alla cannabis, negli Stati in cui è legale. In diversi stati USA, infatti, bibite e bevande che contengono THC, il principio attivo e stupefacente della pianta, vengono vendute fuori dai dispensari tradizionali, nei negozi di liquori e nei minimarket. Il mercato globale di questi prodotti è proiettato a sfiorare i 3 miliardi di dollari entro il 2032 (Forbes Business Insights). I grandi gruppi alcolici hanno risposto con una strategia doppia: da un lato pressioni normative per limitare la concorrenza, dall’altro acquisizioni dirette nel settore: Constellation Brands ha investito pesantemente in Canopy Growth, Anheuser-Busch InBev ha lanciato proprie linee a base di CBD. Il principio, per chi controlla il mercato, è semplice: se non puoi batterli, comprali, ed è ciò che sta avvenendo.
La previsione più autorevole arriva da IWSR, che ha pubblicato la sua prima analisi decennale su 160 mercati. Il consumo globale di alcol continuerà a scendere almeno fino al 2031, per poi stabilizzarsi: nel 2035 i volumi complessivi resteranno solo dell’1% sotto i livelli del 2025, nonostante una popolazione mondiale in età legale cresciuta del 9%. Tradotto: il pianeta avrà molti più consumatori potenziali e berrà comunque meno. Le categorie non saranno colpite in modo uniforme: il vino perderà il 14% dei volumi nel decennio, i distillati il 2%, la birra l’1%. Cresceranno invece i ready-to-drink – cocktail premiscelati e simili – del 17%. La stabilizzazione dal 2031 sarà trainata dalla crescita della popolazione in età legale nei mercati emergenti e da un riequilibrio geografico del consumo globale.
L’Italia è il Paese più esposto d’Europa a questa doppia crisi, strutturale e commerciale. La filiera nazionale di vino, spirits e aceti vale 21,5 miliardi di euro, conta oltre 40mila imprese a carattere industriale e garantisce l’occupazione di oltre 81mila addetti diretti. Sul mercato interno, i dati YouGov certificano una contrazione del 6% dei consumi familiari tra il 2023 e il 2025, con le alternative analcoliche che guadagnano terreno. Nei consumi fuori dalle mura domestiche la situazione è peggiore: nel primo quadrimestre 2025, vino e bollicine hanno segnato rispettivamente -12% e -13% rispetto allo stesso periodo del 2024, con cocktail e amari anch’essi in calo.
Ma è l’export il nervo scoperto. L’export di vino italiano verso gli USA vale circa 2 miliardi di euro, il 24% dell’export totale, e il vino italiano rappresenta il 40% dell’intero export europeo di vino verso gli Stati Uniti, un’esposizione nettamente superiore a Francia (20%) e Spagna (11%). Quando Washington ha esteso le tariffe ai vini europei ad aprile 2025, l’Italia era la più vulnerabile. Il valore complessivo dei dazi statunitensi sul vino importato ha raggiunto 492,2 milioni di dollari nel 2025, rispetto agli 81,8 milioni del 2024. Per il vino italiano l’aliquota effettiva nel 2025 è stata dell’8,8%, media ponderata tra il 10% applicato da aprile ad agosto e il 15% scattato poi ad agosto. A un anno dall’entrata in vigore delle tariffe, le esportazioni italiane negli USA hanno registrato una flessione del 17%, passando da 1,99 a 1,65 miliardi di euro, per una perdita secca di oltre 340 milioni. Nei primi due mesi del 2026, le spedizioni verso gli USA sono calate del 34% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le aziende hanno risposto abbassando i prezzi per limitare il danno sul consumatore finale, ma a proprie spese. Il prezzo medio dei vini fermi italiani negli USA è crollato da 6,55 euro al litro a inizio 2025 a 5,07 a inizio 2026, un calo del 21%. Gli spumanti sono scesi da 5 a 4,2 euro al litro (-16%). Margini compressi, non recuperabili nel breve periodo. Il presidente di Federvini Giacomo Ponti ha definito il 2025 un anno di prova “con un’intensità senza precedenti”. La risposta del settore punta sulla diversificazione: l’accordo UE-Mercosur apre un mercato di 260 milioni di consumatori potenziali, mentre l’intesa con l’India – che riduce i dazi sul vino dal 150% al 20-30% – ha già prodotto risultati per il Prosecco, con un export cresciuto del 165%. Strade promettenti, ma che richiederano anni per compensare la perdita del primo mercato al mondo.
Non tutte le aziende italiane navigano nella stessa direzione. Campari Group (Aperol, Campari, Grand Marnier) ha chiuso il 2025 con vendite a 3,05 miliardi di euro e una crescita organica del 2,4%. La ricetta: concentrazione sugli aperitivi, mercati emergenti, portafoglio no-alcol in espansione. È la direzione che il settore nel suo complesso fatica ad imboccare con la stessa velocità. Il 2026, secondo l’Osservatorio UIV (Unione Italiana Vini), è “l’anno della verità”. Con i dazi americani al 15% a regime pieno e la domanda interna che non mostra segnali di ripresa, le imprese meno strutturate rischiano di non reggere: non è la fine di un settore, ma il cambiamento di un modello di crescita che durava da trent’anni.