Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Netanyahu tiene per le palle Trump


LIBANO: 3 MORTI IN RAID IDF, CHIESTO STOP ATTACCHI A ISRAELE

(AGI) – I media libanesi riferiscono di tre morti in un raid aereo israeliano nel sud del Libano. Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e’ stato colpito un edificio residenziale nella città di Mayfadoun, nel distretto di Nabatieh, causando tre vittime e la distruzione del palazzo.

Fonti locali riportano inoltre di altri attacchi israeliani contro le città di Haris e Toul, sempre nel sud del Libano. Due bombardamenti sono stati segnalati anche ad Al-Kafour, nella provincia di Nabatieh.

In territorio israeliano sono invece scattate le sirene antiaeree che avvertono di un sospetto attacco con droni di Hezbollah contro le comunità vicine al confine con il Libano. Gli allarmi sono stati uditi nella città settentrionale di Kiryat Shmona e nelle comunità circostanti.

Al contempo, secondo quanto riportato da Axios, Beirut e Washington avrebbero chiesto una sospensione temporanea degli attacchi contro Hezbollah. Axios ha citato due fonti secondo le quali Beirut e Washington si sarebbe rivolte a Israele per chiedere di sospendere temporaneamente gli attacchi contro Hezbollah in vista di colloqui diretti Iran-Usa di oggi in Pakistan, come riportato anche dall’agenzia stampa Tasnim.

ISRAELE, ‘NESSUNA TRATTATIVA PER CESSATE FUOCO CON HEZBOLLAH’

(AGI) – Israele ha accettato di avviare colloqui di pace formali con il Libano martedì prossimo a Washington, ma Hezbollah non prenderà parte alla trattativa. Lo ha detto l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti.

“Israele si è rifiutato di discutere un cessate il fuoco con l’organizzazione terroristica Hezbollah, che continua ad attaccare Israele ed è il principale ostacolo alla pace tra i due Paesi”, ha dichiarato l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Leiter. Stando a una dichiarazione dell’ufficio del presidente libanese, i colloqui previsti per martedi’, mediati dagli Stati Uniti, dovrebbero vertere su un cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e Libano.

LIBANO: HEZBOLLAH CONTINUA A COLPIRE LE FORZE ISRAELIANE CON MISSILI E DRONI

 (LaPresse) – Hezbollah ha dichiarato che i suoi combattenti hanno preso di mira un assembramento di truppe israeliane nell’insediamento di Kiryat Shmona, nel nord di Israele, con missili e droni. Il gruppo, riporta Al Jazeera, ha anche annunciato che i suoi combattenti hanno colpito la caserma di Ya’ara con una salva di razzi.

LIBANO: MEDIA, USA E BEIRUT CHIEDONO PAUSA ATTACCHI A ISRAELE PRIMA DEI COLLOQUI

 (LaPresse) – Stati Uniti e governo libanese hanno chiesto a Israele una “pausa” negli attacchi contro Hezbollah prima dell’avvio di negoziati diretti tra Israele e Libano, previsti martedì a Washington sotto l’egida del Dipartimento di Stato. Lo riporta Axios.

 La richiesta, avanzata tramite mediatori Usa, punta a favorire una de-escalation e a creare le condizioni per un possibile cessate il fuoco. Beirut propone di tornare alle intese del novembre 2024, limitando le operazioni israeliane alle sole minacce imminenti. Washington sostiene questa linea e sta facendo pressione su Israele perché accetti.

Il premier Benjamin Netanyahu sta valutando la proposta, mentre fonti israeliane sottolineano che al momento “non c’è alcun cessate il fuoco”, pur non escludendo una breve pausa tattica nei raid.

Israele si dice disponibile a negoziare un accordo con il Libano, ma rifiuta l’ipotesi di discutere un cessate il fuoco con Hezbollah. I primi colloqui saranno guidati dagli ambasciatori dei due Paesi negli Stati Uniti e dovrebbero essere seguiti da negoziati più approfonditi.

L’offensiva israeliana in Libano resta intanto un punto di tensione nei colloqui tra Stati Uniti e Iran, che accusa Israele di violare il cessate il fuoco, accusa respinta da Washington. In questo contesto, Usa, Israele e Libano mirano a evitare che Teheran influenzi gli sviluppi sul terreno a favore di Hezbollah. Il primo ministro libanese Nawaf Salam è atteso la prossima settimana a Washington per incontrare il segretario di Stato Marco Rubio, nella prima visita bilaterale di alto livello dall’insediamento dell’amministrazione Trump.


Cingolani non voleva fa’ l’americano


(dagospia.com) – È stata la mano dello zio Sam? O quella dello Zio “Fazzo”? Sulla defenestrazione di Roberto Cingolani dal vertice di Leonardo, “Domani” pubblica una interessante ricostruzione sulle pressioni americane, in particolare di Alexander Alden, consigliere di Palantir e rappresentante militar-trumpiano in Europa. 

Ma come scrive Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”, la “pista americana” non spiega tutto: “‘Colpa degli americani’, hanno ripetuto per settimane a Palazzo Chigi, cercando di trovare una motivazione nobile a una scelta che invece era dettata da banali logiche politiche.

Cingolani, questa era la tesi, s’era lanciato con troppo entusiasmo, e senza chiedere le adeguate autorizzazioni al governo, su progetti di difesa comune europea che avrebbero indisposto il Pentagono, la Casa Bianca, la CIA, la NASA, il Ku Klux Klan o chissà chi. La verità era più banale di così: altro che Trump, Cingolani aveva indisposto Fazzolari, e tanto basta, in questa stagione del melonismo paranoico, a decretare la condanna per un manager pubblico. 

Cingolani non è mai entrato in sintonia con i palazzi della politica romana, e coverebbe molto rancore. Sempre secondo Valentini, si sarebbe sfogato con i suoi confidenti così “Io avevo capito che volessero una big tech world class. Ma evidentemente Leonardo deve essere una municipalizzata del Grande Raccordo Anulare per gli affarucci romani…”

Meloni, generali e trumpiani: così Cingolani è stato silurato

Al suo posto è tornato Mariani. Il manager ha pagato lo scarso feeling con i vertici militari. Ma contro l’ad uscente ha pesato il giudizio di Alden, emanazione trumpiana e di Palantir

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – I mercati hanno accolto con preoccupazione il cambio al vertice di Leonardo, dove è arrivato Lorenzo Mariani come amministratore delegato al posto di Roberto Cingolani. Il titolo in Borsa è affondato, finendo per perdere oltre il 5 per cento alla fine delle contrattazioni a Piazza Affari. Le nomine, ufficializzate delle liste depositate giovedì sera (e in attesa di ratifica degli organi sociali) hanno confermato la sostituzione al vertice del colosso degli armamenti.

Alla presidenza, così come previsto, approderà Francesco Macrì, in quota Fratelli d’Italia, molto apprezzato per il lavoro di mediazione tra ad è consiglio fatto nel consiglio di amministrazione negli ultimi tre anni. La sua nomina porta il marchio di Guido Crosetto in asse con Francesco Lollobrigida. Non solo i mercati hanno osservato la vicenda. «Il cambio andrebbe spiegato», ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi.

I militari e la governance

Ora Domani ha scoperto che ci sono ragioni multiple per il defenestramento. Deciso in persona da Giorgia Meloni, su suggerimento di alcuni soggetti chiave. In primis, chi ha soffiato contro Cingolani sono stati alcuni generali a tre e quattro stelle. In questo triennio, l’ex ministro della Transizione ecologica si è fatto troppi nemici tra i militari. Non ha costruito un dialogo con le forze armate, tranne che con Luciano Portolano, capo di stato maggiore della Difesa.

Era uno dei pochi, se non l’unico, interlocutore nell’ambiente. Cingolani non aveva buoni rapporti nemmeno con il capo di stato maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, ultimamente molto stimato dalla premier. Lo ha incontrato di recente ed è stata positivamente colpita. Nemmeno l’inchiesta sulla società Tekne, che comunque non riguarda Masiello (solo sentito dalla procura ma non indagato), ha messo in discussione la stima.

Cingolani, per conto suo, aveva seguito a Leonardo la linea di rottura concordata proprio con Meloni al momento della nomina, affidandosi meno alla relazione con i vertici delle forze armate e alle società a loro vicine. In secondo luogo, Meloni non ha apprezzato la gestione di alcune risorse interne.

Tra queste l’ascesa di Helga Cossu, ex giornalista di Sky da pochissimo promossa capo della comunicazione dell’azienda, e diventata direttrice generale della fondazione Leonardo. Cossu è entrata in rotta di collisione con Luciano Violante, direttore della fondazione fino al 2024, che ha deciso di non rinnovare il mandato. Tensioni che hanno attirato l’attenzione di Palazzo Chigi, soprattutto del sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, che è in ottimi rapporti con Violante, nonostante la diversa estrazione culturale.

La voce trumpiana

Ma il turning point è arrivato solo qualche settimana fa, quando gli statunitensi, o meglio i trumpiani, hanno spiegato al governo i loro dubbi sul manager. Un ruolo centrale è stato ricoperto da Alexander Alden, rappresentante del mondo trumpiano in Europa, allievo del politologo Edward Luttwak, e consigliere di Palantir, il colosso che fa capo al controverso Peter Thiel. La società – come svelato da Domani – fornisce già delle tecnologie della difesa all’Italia.

Alden vanta un ottimo feeling con Meloni (è tra i pochi che scrive e parla direttamente con la premier) ed è stato protagonista di una cena – secondo quanto apprende questo giornale da fonti di governo – in cui avrebbe manifestato delle perplessità sulla governance di Leonardo davanti a rappresentanti delle forze dell’ordine, vertici istituzionali e politici, alcuni di questi molto ascoltati dalla presidente del Consiglio. Le lamentele dell’uomo di Palantir non riguardavano tanto il Michelangelo Dome, ma un’impermeabilità di Cingolani ai business dei colossi americani. Rimostranze sull’eccesso di “europeismo” nella gestione di Leonardo da parte di Cingolani (l’affare Rheinmetall, quello con i droni in Turchia, lo scudo spaziale europeo) sono state quindi avanzate dai trumpiani a Meloni.

Per ordine di importanza, si mormora a Palazzo Chigi, la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è stato il venir meno della fiducia personale di Meloni verso Cingolani. Il motivo risiederebbe in alcune conversazioni fatte dal manager con altre persone, in cui avrebbe riferito il contenuto di alcuni suoi confronti con la premier. Per le regole del club Meloni, uno sgarbo inaccettabile. Cingolani è comunque furioso. Crede che i motivi opposti siano fuorvianti e ingenerosi. Il manager ha commesso certamente un errore: non si è voluto piegare in questi anni ai riti bizantini della politica romana, che ha sempre detestato, anche durante l’esperienza ministeriale nel governo Draghi.

Secondo chi lo conosce, Cingolani è rimasto sé stesso, concentrato sul lavoro e puntando ai risultati sul mercato. Restando autonomo (forse troppo, essendo Leonardo una partecipata) dalle dinamiche politiche. Alla fine ha pagato dazio. L’amministratore uscente di Leonardo ora potrebbe finire a Hitachi, multinazionale giapponese che lo aveva già cercato prima della nomina del 2023 al vertice del colosso degli armamenti.

Per quanto riguarda la partita delle altre nomine, non ci sono stati intoppi. Giuseppina Di Foggia lascerà Terna per il ruolo di presidente di Eni. Nel cda del cane a sei zampe resta anche Cristina Sgubin, manager rampante ex stretta collaboratrice dell’avvocato Piero Amara, sponsorizzata dall’asse Giancarlo Giorgetti e Gianni Letta.


L’orso bruno non dorme più: l’allarme che arriva dagli Appennini


(Michele Agagliate – lafionda.org) – Il tempo delle tane blindate e dei lunghi sonni sotto la neve sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Oggi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’orso bruno (Ursus arctos) deve fare i conti con un nemico più insidioso dei bracconieri: il termometro. Con temperature che non accennano a scendere e l’assenza cronica di manti nevosi, il letargo – pilastro biologico per la sopravvivenza della specie – sta diventando un optional pericoloso.

I numeri parlano chiaro: sono rimasti circa sessanta esemplari. Un equilibrio fragilissimo che il riscaldamento globale sta facendo saltare. Se in passato era il freddo a “chiudere” gli orsi bruni nelle tane, oggi la scarsità di neve spinge molti individui a restare attivi. “Il periodo di ibernazione si è ridotto drasticamente e in alcuni casi è del tutto assente”, spiega Stefano Orlandini, presidente dell’associazione Salviamo l’Orso. Il caso limite? Una femmina con tre cuccioli che quest’anno non è mai andata in letargo.

È un dettaglio fondamentale: per le femmine, partorire fuori dalla protezione della tana o interrompere il riposo significa bruciare riserve energetiche vitali. Il rischio concreto è che i piccoli non superino l’inverno o che il successo riproduttivo della specie crolli verticalmente.

Altro fattore importante: quando l’orso bruno non dorme, cerca cibo. E se i frutti selvatici scarseggiano a causa della siccità appenninica, l’animale si sposta verso valle, attirato dagli odori dei centri abitati. È qui che la biologia incrocia la cronaca. La “confidenza” con l’essere umano, spesso forzata dalla fame, trasforma l’orso bruno in un frequentatore di cassonetti, aumentando il rischio di incidenti, investimenti o conflitti sociali.

Valeria Barbi, naturalista e responsabile comunicazione dell’associazione, conferma la tendenza: il letargo è ormai un “termometro” della crisi ecologica. Se gli orsi americani (bruni e neri) stanno già modificando i ritmi stagionali da anni, il Marsicano – isolato geneticamente da millenni – è ancora più vulnerabile a questi sbalzi.

La partita per salvare il più grande mammifero italiano si gioca ormai fuori dai confini protetti, nei cosiddetti “corridoi d’espansione” che arrivano fino al Terminillo e alle Marche. Qui, l’attivismo civile prova a tappare i buchi della gestione pubblica. Tra l’installazione di recinti elettrici per proteggere gli apiari e la sostituzione dei cassonetti tradizionali con modelli “a prova d’orso” (già 49 quelli posizionati), l’obiettivo è uno solo: rendere possibile la convivenza.

Resta però il nodo delle risorse idriche. Il progetto Drop by Drop punta i riflettori sulla sete dell’Appennino: senza acqua pulita e accessibile in quota, l’orso bruno è condannato a scendere tra le case.

In ultima analisi, la mancata latenza invernale altera l’omeostasi della sottospecie: il passaggio da un regime di ipometabolismo a uno di attività costante in assenza di trofismo naturale espone gli esemplari a un deficit calorico che ne compromette la fitness riproduttiva. La persistenza di questo trend climatico rischia di trasformare l’Appennino in un sink ecologico, dove la sopravvivenza dei sessanta individui rimasti dipenderà esclusivamente dalla capacità di minimizzare il dispendio energetico legato alle interferenze antropiche.

Fonte: https://www.repubblica.it/green-and-blue/2026/04/07/news/orso_marsicano_letargo-425259887/


Il karma della sinistra


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Silvia Salis ha detto che è disposta a sfidare Giorgia Meloni, se glielo chiedono, però non vuole fare le primarie. Anche Giuseppe Conte aveva detto che è disposto a sfidare Giorgia Meloni, se glielo chiedono, perciò vuole fare le primarie. E pure Elly Schlein, primarie o non primarie, continua a dire che è disposta a sfidare Giorgia Meloni, però non riesce a capire perché non glielo chiedono, o comunque non tutti e non abbastanza.

Il karma del centrosinistra è implacabile. Quando si presenta diviso, perde. Ma se si compatta, lo fa vergognandosi di affidare la guida della coalizione al leader del partito più votato, come avviene in tutte le altre democrazie dell’universo. Così costui, o costei, dal giorno dopo le elezioni eventualmente vittoriose comincerà a fare la guerra a chi considera un usurpatore che governa con i suoi voti. Non è uno schemino tanto difficile da capire, eppure si ripete da decenni con millimetrica precisione. 

Come spezzare la ruota delle morti e delle rinascite del centrosinistra? Una soluzione rivoluzionaria consisterebbe nell’osservare i potenziali elettori. Quelli che negli ultimi tempi hanno riempito le piazze in difesa di Gaza e le urne in difesa della Costituzione. Non sono andati dietro a un nome, e tantomeno a una faccia, ma a un’idea. Forse, prima di scannarsi per decidere a chi tocchi ritirare lo scontrino per Palazzo Chigi, ai politici di centrosinistra converrebbe mettersi d’accordo su qualche idea. Sempre che ne abbiano.


L’amarezza di noi vecchi ormai estranei alla vita


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Se c’è un periodo particolarmente amaro per un vecchio è quello delle feste pasquali. A Natale va un po’ meglio perché, come dice il detto popolare, “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Il Natale è abitudine passarlo in famiglia, se ne hai ancora una, a Pasqua i figli, i ragazzi, se ne vanno per i fatti loro. Ciaone. Inoltre l’inverno, col suo buio, in qualche modo ti copre, ti copre soprattutto alla vista degli altri, mentre in estate, con la sua luce, sei esposto.[…]

Ma in fondo queste sono solo quisquilie. Il problema vero è l’invecchiamento, piano piano le forze ti abbandonano e ciò che un tempo facevi con facilità diventa arduo. La “quarta età”, ho scritto, comincia quando hai difficoltà a metterti le mutande. Prendo ad esempio, per quello che mi riguarda, il mare. Un tempo, con l’ardire, la spensieratezza e anche l’incoscienza della giovinezza, affrontavo ogni tipo di mare, anche quello in burrasca, con onde altissime, oggi se c’è un po’ di “bulesume”, come si dice in dialetto ligure, me ne sto sulla spiaggia, non voglio fare la fine di Sgarbi.

Del resto alla mia età non dovrei nemmeno andarci al mare. I miei coetanei infatti scelgono la collina, non la montagna perché a certe altezze ti manca il respiro. Il mare, si sa, irrita i nervi, la collina no. È più riposante, ma è un riposo troppo simile all’eterno riposo. E poi in collina, per le ragioni che ho abbozzato, ci vanno soprattutto i vecchi. E se c’è una cosa che il vecchio non tollera è di essere circondato da altri vecchi. E di che cosa parlano i vecchi? Di medicine, di malattie, di ospedali. Se ho ancora qualche fortuna con i ragazzi e le ragazze è perché a me piace ancora parlare di “Dio, l’anima e il mondo”, come facevo da giovane.

[…]

Ma torniamo alla Pasqua. Nel silenzio della città, perché tutti quelli che possono se la sono svignata, senti le ambulanze e dici a te stesso “per questa volta me la sono cavata, ma se non sarà questa volta sarà la prossima”. E questo ha a che fare col suicidio dei vecchi, in costante aumento, fenomeno addirittura nuovo rispetto a un passato non troppo lontano. Il suicidio del giovane ha un suo fascino estetico e anche epico, perché si gioca tutto ciò che ha, la vita. Quello del vecchio è patetico perché si gioca solo degli spiccioli.

[…] Ti aggiri per le strade silenziose della tua città, dove hai vissuto per tanti anni e ti senti estraneo, non a Milano, se parliamo di Milano, ma alla vita. Tutto è cambiato, gli attori, le letture di riferimento, le musiche, le canzonette, se sono rap o trap non le capisci, se sono musiche della tua giovinezza è ancor peggio, perché rimandano a un tempo perduto per sempre. Una volta che intervistavo una grande attrice di teatro, Paola Borboni, allettata come si dice nell’orribile gergo medico, ebbi l’imprudenza di dirle: “Però almeno lei ha dei bei ricordi”. “I ricordi?” sibilò lei, facendo quasi un balzo sul letto, era pur sempre una grande attrice: “I bei ricordi sono la cosa più tormentosa per un vecchio”. Perché enfatizzano, per contrasto, la pena presente, meglio i ricordi brutti che impallidiscono col tempo. Diciamo la verità, una volta tanto, il vecchio perde ogni curiosità e per riempire in qualche modo gli sgoccioli di una vita che se ne sta andando si occupa di cose di cui non gli è mai importato un cazzo (Bouvard et Pécuchet, Flaubert). I vecchi sono avarissimi, tesaurizzano il denaro. Ho visto dei vecchi andare nel panico per l’ovo che era aumentato di 20 cent. E questo è uno dei tanti paradossi della vecchiaia, perché il denaro, in estrema essenza, è futuro e un vecchio ne ha molto meno degli altri (Il denaro, “sterco del demonio”).

[…] Poiché insieme al vecchio invecchiano le sue arterie, tutto ciò che gli sta attorno, e che esula dalla normalità, gli dà fastidio. Per decenni ho parcheggiato la mia macchina sul marciapiede, adesso una macchina sul marciapiede mi manda in bestia, la mia vendetta, inutile, è spaccare con un martello gli specchietti retrovisori o pisciare fra due macchine, preferibilmente lussuose, troppo accostate.

Per molti anni abbiamo dominato la vita, adesso è la vita che domina noi. Tutto ci appare lontano, lontano. I ricordi vagano fra gli amici morti, quelli che se ne sono andati, e un tempo, non più nostro, diventato irraggiungibile.

A guardarli dalla nostra età tutti i decenni trascorsi hanno la potenza abissale di un rimorso, per tutto ciò che potevamo fare e non abbiamo fatto e anche per quello che abbiamo fatto e non avremmo dovuto fare. Non siamo più i protagonisti, viviamo di resoconti.


Le tre incognite sul futuro del Meloni bis


Le tre incognite sul futuro del Meloni bis

(Flavia Perina – lastampa.it) – Adelante, con juicio. L’esortazione manzoniana è la miglior sintesi dello spirito con cui Giorgia Meloni ha aperto la campagna elettorale per il 2027Grandi carte da giocare non ce ne sonoNon ci sono soldi. Lo schema conservatore e sovranista frana sotto il peso delle mattane di Donald Trump e di due conflitti dagli sviluppi indecifrabili. L’aura vincente del centrodestra si è dissolta con il referendum e i prossimi dodici mesi appaiono come un percorso paludoso: correre sarà impossibile, ma forse basterà non fermarsi per presentarsi all’appuntamento con la “chance” di conquistarsi un secondo mandato.

La principale opportunità su cui scommette il centrodestra è la stessa che lo ha reso vincente nel 2022: la difficoltà di fare sintesi dei suoi avversari, i troppi galli che cantano nell’area progressista. Elly Schlein e Giuseppe Conte si avviano a un duello mortale, che Giorgia Meloni ha furbescamente aizzato anche nel suo ultimo intervento parlamentare eleggendo a “competitor” la segretaria del Pd ed evitando persino la citazione del capo dei Cinque Stelle. In gioco, da quelle parti, non c’è solo una premiership ma anche le rispettive leadership. Uno scontro per la sopravvivenza. Comunque vada a finire, e persino se ritrovasse spazio la tesi del Papa straniero, del federatore, del “nuovo Prodi”, il centrodestra immagina un campo largo terremotato per mesi da rivalse, vendette, scontri sul programma e sulle liste. Insomma, il nemico perfetto per una campagna fondata sul motto: con noi la stabilità (per quanto grigia), con loro il caos.

Tutto il resto è avvolto nella nebbia e contribuisce ad alimentare timori nuovi per una coalizione che, fino a due mesi fa, si percepiva come sicura vincente. È imprevedibile il quadro politico e sociale, dove si teme uno spostamento in massa dell’elettorato popolare e del voto di protesta che quattro anni fa aveva consegnato la vittoria a FdI. Nel 2022 si era rivolto alla destra un terzo del consenso operaio insieme con un elettore su sei del vecchio Movimento Cinque Stelle. È un bacino enorme. A dar retta ai sondaggi è rimasto alquanto fedele a Giorgia Meloni, ma potrebbe esprimere all’improvviso la sua delusione voltandole le spalle. Le statistiche su occupazione, salari, lavoro femminile snocciolate in ogni occasione dalla premier non sono un vezzo auto-elogiativo, ma il tentativo di tenersi stretti mondi che le hanno aperto una linea di credito senza finora ricevere molto in cambio.

Il secondo rebus riguarda la tenuta interna dei partiti della coalizioneIn Forza Italia, l’operazione rinnovamento sollecitata da Marina Berlusconi può funzionare ma anche risolversi in una faida interna senza fine. Se andrà bene, Giorgia Meloni dovrà fare i conti con un alleato più rivendicativo e competitivo rispetto agli ultimi quattro anni. E magari anche con un vero conflitto tra l’area liberale della maggioranza e il sovranismo di Matteo Salvini, che ricomincia ad alzare le bandiere della remigrazione e dell’alleanza con l’estremismo europeo. Se andrà male, se il mondo forzista si avviterà in una lotta intestina, vai a vedere: in passato il centrodestra è stato quasi sempre sconfitto proprio dalle sue improvvise crisi interne.

Infine, c’è uno specifico rischio di immagine che riguarda direttamente la premier. È evidente, concreto, legato alle sue relazioni personali con Donald Trump e con Victor Orban, che restano nella memoria collettiva malgrado il tentativo di minimizzarle o raccontarle come il mero adempimento di linee di politica estera di vecchia data. Quelle parentele speciali sembravano due carte vincenti, all’estero e in patria. Si sono rivelate un problema enorme, che peggiora ogni giorno: la dimostrazione sul campo che la cultura Maga produce sfracelli e divora se stessa. Anche per questo, avviandosi “con juicio” sulla strada accidentata verso le prossime elezioni, il centrodestra preferisce dimenticare gli amici e confidare nella debolezza dei nemici


Prigionieri di questa diplomazia bugiarda


Henry Kissinger

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Stringere la mano non è una invenzione del galateo: è un accorgimento di sopravvivenza, perché serve, in epoche feroci, a dimostrare reciprocamente al nemico che in mano non stringi il pugnale. E che quindi si può trattare. Per archiviare le grandi mischie tra le nazioni, per voltar la pagina della pace di questa briciola, ormai ci accontentiamo per non coltivare pensieri spengleriani: che i nemici di ieri si stringano la mano soprattutto davanti alle telecamere esibendo un sorriso più o meno impacciato dopo aver promesso di affaccendarsi a praticare i piaceri della coesistenza pacifica. Insomma noi per credere a un futuro provvidenzialmente gaio vogliamo una fotografia, un selfie, una immagine. È nata, da questa pratica dell’istantaneo, una nuova diplomazia della bugia, della riserva mentale, del mischiar le carte. Direte: non è novità, poiché regnano immanenti dee oscure e la luce si affievolisce nell’aria. Già. Ma oggi si negozia proprio soltanto per quello, per nascondere la realtà. E tutto diventa posticcio, provvisorio, teatro e talora avanspettacolo.

Chissà se a Islamabad, non a caso un Paese proprietà di servizi segreti feroci subdoli e onnipotenti, virtuosi del doppio e triplo gioco, alleati inaffidabili e nemici maligni, il vicepresidente americano Vance e l’iraniano Qalifab la stringeranno davvero questa benedetta mano, ovviamente con la solita retorica politica, adatta a discorsi inaugurali. Nel caso intravedo titoli: miracolo, capolavoro, svolta epocale, inizia una nuova era… e sì viviamo in tempi meschini. Tra queste due mediocri comparse si erge una montagna: da quando la prima rivoluzione politica in nome di dio cacciò lo scià corrotto e pasticcione ci sono 47 anni di odio sincero e di lotta apparentemente perpetua. Ancora una volta gli Stati Uniti sembrano rassegnati, dopo tre settimane di “vittorie”, per non esser trascinati in acque ancora più profonde, ad allungare la mano al demonio di turno dopo aver spergiurato che l’avrebbero annientato. I precedenti parlano chiaro: sono una galleria di celebri strette di mano, concentrato in miniatura del declino americano, una esibizione di impotenza mascherata da attività. 27 gennaio 1973, Parigi: Kissinger, il Metternich del Novecento, il maestro della diplomazia della navetta, e Le Duc Tho, un maledetto comunista, firmano l’accordo per il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe americane dal Vietnam e la liberazione dei prigionieri. Ai due protagonisti verrà come ricompensa il premio Nobel per la pace (che il politico vietnamita non ritirerà mai). Spente le telecamere, completati i riti della giornata storica iniziò la prosa del dopo. L’accordo non fu mai rispettato e appena due anni dopo i vietcong e i nordvietnamiti entrarono a Saigon.

L’America guardò il tutto in tv. Si diceva di Kissinger che non fosse un bugiardo: altrimenti in diplomazia avrebbe rapidamente perso ogni credibilità. Semplicemente, come il suo modello austriaco, utilizzava un abilissimo modo di dire soltanto una parte della verità. La stretta di mano copriva pudicamente la necessità per l’America di uscire da una guerra in cui aveva perso migliaia di giovani, dilapidato miliardi e mostrato che omini asiatici in sandali nel loro maligno reticolo di risaie e argilla rossa potevano sconfiggerla usando astuzia e pazienza. Non era questione di bombe e tecnologia, era un altro modo per portare a conclusione una guerra con altri mezzi. Ma la parola “asimettrica” non era ancora di moda.

Doha, hotel Sheraton, 29 febbraio 2020: chi conosce la storia di quanto accadde in Afghanistan dal 2001, da quando Bin laden dal suo rifugio di Kandahar diede il via all’attentato del secolo, pensò alle scene di un film di fantascienza. Si stringevano la mano facendosi le fusa un inviato della Casa bianca, Khalizad, e un barbuto in turbante dall’aspetto pretesco, Abdul Ghani Baradar. L’americano era una comparsa, spedito da Trump (sempre lui) a fare la figuraccia. L’afghano era uno dei fondatori, insieme al mullah Omar, dei feroci talebani, i fanatici della sharia e del burqa. Era l’incarnazione di un incubo americano, un uomo che aveva protetto e stretto amicizia con Bin laden. L’avevano tirato fuori dalla galera per trattare il ritiro americano e la riconsegna di Kabul ai vecchi padroni. Trump era allora isolazionista: quella guerra non gli apparteneva, non poteva gloriarsene. Per assistere alla impossibile stretta di mano si accalcavano rappresentanti di 36 Paesi e organizzazioni internazionali. Nella delegazione afghana c’erano facce fino al giorno prima nell’elenco di ricercati vivi o morti, cinque tra loro potevano scrivere libri sull’inferno dei terroristi, Guantanamo, come Mohammed Mazlom, ex capo dell’esercito talebano, e Noorullah Noori, il signore di Mazar–i-Scharif. L’accordo prevedeva il ritiro degli americani entro 14 mesi e in cambio la promessa dei guerriglieri di non offrire più appoggio ad Al Quaida. E il governo “democratico” del nuovo presidente Ghani, e gli afghani che avevano creduto nell’aiuto degli Stati Uniti? Una disinvolta omissione come la sorte dei sudvietnamiti nel 1973, altri “amaleciti” direbbe la Bibbia, outsider destinati a esser sacrificati. Come purtroppo gli iraniani che sognano il cambio di regime. Il 5 marzo Trump si congratulò per telefono con l’ex terrorista Baradar.

Il 15 agosto del 2021 tutto il mondo è di nuova davanti alla tv. Ma questa volta non ci sono storici allacciamenti, c’è solo la disperazione di una folla di afghani che cerca di salire su uno dei giganteschi aerei della fuga americana. Mentre i giovani talebani, kalashnikov in pugno, passeggiano tra le vie di kabul. Ventun anni di guerra e una stretta di mano per arrivare a tutto questo! E allora? Islamabad sarà un’altra Parigi o Doha (e Camp David altro esempio di una stretta di mano inutile, che nascose incrociate e tenaci volontà di sabotaggio)? Dopo l’ennesima guerra sbagliata dove non c’era eroismo da sprecare per cose come la patria, l’onore e obbiettivi militari. Al contrario di Kissinger, che era un diplomatico senza principi morali, Trump è semplicemente un affarista bugiardo. È pronto a scavalcare tutto con un pugno di falsi slogan emotivi. Questa volta a chi telefonerà per congratularsi della Pace? Forse al figlio di Khamenei se è sopravvissuto.


Il gabbiano Molli, paladino italiota anti-Peppa (e “Fatto”)


Gesti d’alto valore. Prendersela col cartoon che veicola la dottrina “gender” o dare calci al 5Stelle Donno che voleva consegnare un Tricolore a Calderoli. Fino alla toppa per rimediare al “pasticcio” sul film per Regeni

Il gabbiano Molli, paladino italiota anti-Peppa (e “Fatto”)

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Federico Mollicone, detto dai suoi camerati “Sotto la cravatta nulla”, viene anche lui dalla nidiata della sezione di Colle Oppio, sede di quel seminterrato esistenziale del Movimento sociale che vuole dire fiamma & rancore in purezza. Proprio come la sua amica Giorgia Meloni e il più anziano di loro, Fabio Rampelli, il capo dei cosiddetti Gabbiani, che ancora oggi si sentono figli della Nazione, non della Repubblica, grazie a una spiccata memoria selettiva che tiene insieme l’orbace della tradizione con il suprematismo digitale di nuovo conio, ma sempre passando dalle “Fettuccine di Alfredo”, uno dei loro documentari popolani preferiti.

[…]

Cresciuto in quella penombra, oggi Mollicone sta nella piena luce di Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, con tutte le maiuscole del caso, a spezzare di giorno in giorno, di saga in saga, le catene della odiata egemonia culturale della sinistra. La quale, proprio in queste ore, sta strumentalizzando un inciampo di cui lui non ha colpa, il mancato finanziamento pubblico del docufilm sulla vita e sull’atroce morte di Giulio Regeni, il nostro ricercatore, sequestrato, torturato e ucciso dai Servizi segreti egiziani. Che sarà mai?

[…] Occupato com’era a valorizzare il progetto “Fantastico Medioevo”, e a promuove un “Nuovo immaginario nazionale”, Molli non aveva tempo per dare un’occhiata a Tutto il male del mondo che la commissione ministeriale ha scartato, preferendo finanziare storie meno drammatiche, ma di sicuro per loro più illustri, la biografia di Gigi D’Alessio, la commedia di Pier Francesco Pingitore, quello del Bagaglino, il giallo con Manuela Arcuri, il favoloso film di Giulio Base (un milione e mezzo di euro) per il suo Albatross, incassi al botteghino, 34 mila euro. “Non sapevo del documentario – ha detto Mollicone –. L’ho appreso dai giornali”. Così come ha appreso dai giornali (per smentirlo) l’amichettismo che regola le sue nomine, le sue segnalazioni, nelle più varie istituzioni culturali, dalle fondazioni teatrali alle produzioni Rai, dai festival ai convegni.

Stesso inciampo per il suo camerata maggiore, Alessandro Giuli, addirittura ministro della cultura, detto “L’Elegantone” per via delle basette, dei panciotti con catena e del soprabito in pelle nero-nazi, che a suo tempo s’è infilato nei panni del povero Gennaro Sangiuliano, l’ex ministro dimissionato quando ancora gli sanguinavano il cuore e la cabeza. Anche Giuli, esperto di “pensiero meridiano solare”, sapeva niente del docu su Regeni. Ma si è affrettato a tirarsene fuori: “Non condivido la scelta della commissione, ma non è stata il frutto di una decisione politica”.

Semmai, ha ragionato di rincalzo Molli, è la sinistra che ha scelto la polemica per trarne un frutto politico: “Ho il timore, purtroppo, che tutto questo scandalo sia stato costruito a tavolino”. Per la banale ritorsione di una sinistra “in queste ore colta da crisi isterica” perché vede “sfarinarsi la sua egemonia”.

[…]

Ma costruita a tavolino cosa? La storia di Regeni? La composizione della Commissione? La decisione di non finanziare? La circostanza che nessuno ne sapeva nulla? Lo scaricabarile che in piccolissima e miserabile misura replica quello del governo egiziano?

Federico Mollicone non sa, non vede, non c’era. Per la testa ha ben altro: una cultura come perimetro, come spazio nazionale da presidiare. Del resto è camerata romano da quando è nato, nell’anno 1970. L’ha istruito il babbo Nazzareno, classe 1939, dirigente missino, autore del libro-moschetto “L’aquila e la fiamma”, seguace di Pino Rauti, l’ideologo, che ci ha lasciato in eredità l’intera storia della sua organizzazione, Ordine Nuovo, ispirato dal pensiero di Julius Evola, antiliberale, anticomunista, anticapitalista, razzista. Che Rauti maneggiò in modo complementare con la linea in doppiopetto di Giorgio Almirante. Praticando un estremismo antisistema che lo condusse a suo tempo, a essere indagato – e poi assolto – per le stragi fasciste che hanno insanguinato gli Anni Settanta.

Molli studia al liceo linguistico. Poi smette. Le sue sua passione sono la politica e le bretelle. Milita accanto a Gianni Alemanno, marito al quel tempo di Isabella Rauti, figlia in carta carbone del padre. Poi in scia di Giorgia Meloni, quando abbandona Alleanza nazionale. Invece di Tolkien, ogni volta che può cita Nietzsche, “filosofo del futuro” di cui si sente allevo. Partecipa alle associazioni “Fare futuro” e “Fare verde”. Anche se campa scegliendo il mestiere di fare comunicazione e fare marketing.

La svolta nel 2018, e poi nel 2022, quando viene due volte eletto deputato in Fratelli d’Italia. Si fa notare per qualche intervento d’alto valore culturale, come l’assalto e le botte a un deputato dei 5 Stelle, Leonardo Donno, colpevole di voler consegnare in Aula un tricolore al ministro Calderoli, quello del matrimonio druidico e della secessione padana. Donno rimedia 3 giorni di prognosi per pugni e calci. Mollicone 15 giorni di sospensione. Archiviati i quali si impegna in una polemica contro Peppa Pig, il cartone animato, colpevole di veicolare una pericolosa scheggia di “cultura gender”, presentando un personaggio “con due mamme” dunque con il rischio di “indottrinamento dei nostri figli”. I giornali abboccano. Peppa non replica. Molli s’avventura a definire le famiglie omosessuali “illegali in Italia” e la maternità surrogata “un reato peggio della pedofilia”. […]

Non contento il 2 agosto 2024, anniversario della strage di Bologna del 1980, 85 morti, 216 feriti, s’è spinto a definire le sentenze di Cassazione “un teorema per colpire la destra”. Accompagnando l’iniziativa con una interrogazione al ministro della Giustizia, il […]magico Carlo Nordio, per “sapere se nello sciame di processi siano state rispettate le garanzie di accusa, difesa e il giusto processo”. Alzando un polverone di polemiche con massima irritazione del Quirinale, dei parenti delle vittime, persino di Giorgia Meloni che avrebbe preferito il silenzio a quella sgangherata difesa degli antichi camerati, Mambro, Fioravanti, Ciavardini, Bellini, meglio sorvolare.

Mollicone quando non deve, non replica. Nel frattempo macina benemerenze. Critica l’uso di parole straniere nei documenti pubblici. E altrettanto l’uso di attori stranieri in ruoli di personaggi italiani, pratica di perfida “appropriazione culturale”. In quanto alla difesa della identità nazionale asseconda l’autorevole Carlo Calenda, il quale ha appena chiesto in parlamento “se il Fatto Quotidiano prenda oppure no i soldi da Putin”. Astuta polemica culturale che Molli da oggi aggiunge a Peppa Pig per il curriculum.


Il peso enorme del voto su Orbán


I risultati delle elezioni in Ungheria condizioneranno tutto il panorama della destra

La Gen Z in piazza a Budapest, maxi-concerto dei giovani contro Orban

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Per capire la posta in palio delle elezioni di domani in Ungheria basta leggere l’ultimo post di Donald Trump: “Viktor Orbán è un leader veramente forte e potente, con un record di risultati fenomenali. Ama il suo grande Paese e il suo popolo, proprio come faccio io per gli Stati Uniti… Lavora duramente per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare lavoro, promuovere il commercio, fermare l’immigrazione illegale e garantire legge e ordine… Domenica votate per Orbán, è un vero amico, combattente e vincitore… sono con lui fino in fondo!”. Il “voto a distanza” del commander in chief è la prova di quanto sia cruciale per le destre trumpiste il ruolo politico-ideologico del fedelissimo “amico magiaro”. Se rivince, continua la sua missione speciale: quella di “agente patogeno” che si insinua nelle vene del continente europeo per svuotarlo e distruggerlo da dentro. Se perde, il processo di decostruzione endogena della Ue subisce una seria battuta d’arresto: i tre imperi che speculano sulla disunione europea perdono un asset strategico, e la sua caduta può diventare preludio di una frana più vasta dell’Internazionale sovranista. Dice bene Romano Prodi: dal risultato ungherese può dipendere il futuro della libertà e della democrazia in Europa.

I sondaggi danno in vantaggio “Tisza”, il partito di opposizione guidato da Péter Magyar, più liberale e più vicino a Palazzo Justus Lipsius che non alla Casa Bianca. Ma il dispotico Viktor, a conferma del suo irriducibile disprezzo per le regole, non è tipo che si ritira in buon ordine. Al pari del maestro di Washington — che dopo la vittoria di Biden lanciò l’assalto a Capitol Hill — anche l’allievo di Budapest prepara già il suo quasi-golpe, accusando gli avversari di brogli e di complotti con le intelligence straniere. Cosa farebbe, di fronte a una sconfitta? Non esagera Anne Applebaum, a chiedersi se manipolerà il risultato, invaliderà le elezioni o farà esplodere qualche scandalo. In sedici anni di governo ininterrotto,Orbán ha assegnato a se stesso e alla sua piccola nazione da 9,5 milioni di abitanti un compito ambizioso e sedizioso: fare del suo partito, Fidesz, un modello di conservatorismo autoritario, ultra-nazionalista e xenofobo da offrire al suo paese, all’Europa e al mondo. La sua dottrina l’ha illustrata nel luglio 2014 in Romania, in un discorso alla Bálványos Summer Free University: la democrazia occidentale ha fallito, io costruirò uno “stato illiberale”. Non a caso, la stessa teoria che Putin perfezionò nel 2019, spiegando al Financial Times che “l’ideologia liberale è ormai obsoleta” perché con il multiculturalismo e le politiche migratorie “non tutela gli interessi dei popoli”.

“We were Trump before Trump”, come ha giustamente ricordato qui Paolo Gentiloni: con quel progetto, Orbán ha ispirato l’America First prima ancora che il tycoon ce l’avesse in testa e lo usasse come slogan per vincere le presidenziali del 2016. Nell’attuarlo, il primo ministro ungherese è stato inesorabile, trapiantando in Europa quel regime di “democratura” che negli stessi anni si consolidava in Russia. Orbán ha picconato sistematicamente la Costituzione, per abbattere tutti i contropoteri (e il Partito popolare europeo, al quale Fidesz ha aderito dal 2004 al 2021, ha l’enorme responsabilità di averlo tollerato). Il primo fronte è stato quello della giustizia, aggredita con “riforme” che ora a noi italiani suonano assai familiari. Ha disarmato la Corte costituzionale, aumentando il numero dei membri “laici” nominati dal partito. Ha introdotto norme che accrescono l’influenza politica sulla giurisdizione della Corte Suprema. Ha creato l’Ufficio giudiziario nazionale, organo di disciplina della magistratura guidato sempre da figure vicine a Fidesz. Ha ridotto da 70 a 62 anni l’età pensionabile dei giudici, sostituendo i più “anziani” con toghe di nomina politica. Il secondo fronte è stato quello dell’informazione, silenziata con bavagli di ogni genere. Ha creato una “Fondazione della stampa e dei media”, nella quale ha fatto confluire giornali, tv, radio e siti web sotto il controllo governativo. Ha fatto chiudere più di 90 media indipendenti, obbligando le aziende pubbliche a negargli la pubblicità. Ha varato decreti persecutori, contro i migranti e le comunità Lgbtq. Per queste continue violazioni dello Stato di diritto, l’Ungheria è tuttora sottoposta a una procedura d’infrazione Ue, che le ha congelato 16 miliardi di fondi del Next Generation Eu.

Oggi l’Ungheria è un paese in crisi. Poca crescita e alta inflazione, bassi salari e tanta corruzione. Nonostante questo, Orbán è diventato capofila tra i 27 delle forze sovraniste che impediscono all’Europa di accelerare sulla via dell’integrazione, imbrigliandola con le catene del voto all’unanimità. Per questo i tre imperi l’hanno scelto come “utile idiota”. L’America di Trump, che chiede agli ungheresi di rivotarlo perché divide e indebolisce la Ue. La Cina di Xi Jinping, che lo usa come testa di ponte per i suoi investimenti nel Vecchio continente. E la Russia di Putin, che lo foraggia con gas e petrolio ottenendo in cambio un’interdizione continua, a colpi di diritto di veto, sui tentativi europei di rafforzare gli aiuti militari a Kiev o inasprire le sanzioni contro il Cremlino. A suggellare l’asse del male Mosca-Budapest c’è la trascrizione della telefonata del 17 ottobre 2025, pubblicata da Bloomberg, con Orbán che dice “Vlady, sono pronto ad aiutarti in qualunque modo, sono al tuo servizio”, e Putin che risponde “grazie caro Viktor, apprezzo molto il tuo atteggiamento flessibile sull’Ucraina”. E tutti e due, naturalmente, si sdilinquiscono per Trump: “Ha una sorprendente abilità”, “si muove come un carrarmato”. E via così, “spasibo” e “dasvidania”.

La rielezione di Orbán è essenziale, per le autocrazie che odiano la democrazia e per le destre che non amano l’Europa. Ecco perché il voto ungherese conta anche per l’Italia. Come ha riconosciuto martedì scorso il vicepresidente Vance, in visita “pastorale” al Mathias Corvinus Collegium di Budapest, l’Amministrazione Usa è rimasta “molto delusa dai leader europei, abbiamo avuto aiuti solo da alcuni, il più utile è stato Viktor, ma anche Giorgia Meloni è stata molto utile…”. Dal punto di vista dello sceriffo di Washington, Fidesz e Fratelli d’Italia fanno parte della stessa catena di comando, funzionale al signoraggio americano e al sabotaggio europeo. Dal punto di vista della Sorella d’Italia, il sostegno alla campagna elettorale orbaniana è stato costante e imbarazzante. Lo testimonia quel video di gennaio, dove lei si spertica di lodi per l’amico magiaro: “Insieme difendiamo un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose, Dio vi benedica tutti!”. La premier non esita a “metterci la faccia”, accostando la sua a quella dei peggiori estremisti occidentali: da Netanyahu a Milei, da Marine Le Pen ad Alice Weidel. Dopo la disfatta referendaria, e prima dell’ordalia del mid-term di novembre, si profila un altro test decisivo, per fiutare il vento di un possibile cambiamento. Se Viktor va a casa, la campana suona anche per Giorgia.


Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno


Clemenza per esigenze familiari

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

[…]

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

[…]

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

[…] A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.


Super partes in che senso?


(di Michele Serra – repubblica.it) – La crisi isterica di Bruno Vespa con Peppe Provenzano mi è sembrata sincera: questo significa che Bruno Vespa si considera per davvero un giornalista al di sopra delle parti. Mi sono chiesto, dunque, perché non vedo nemmeno un minuto di una sua trasmissione da una trentina d’anni, come minimo (la sfuriata a Provenzano l’ho intercettata in una delle decine di repliche online): forse perché io sono decisamente di parte, e dunque non sopporto quelli super partes come lui?

La risposta non è questa. Vespa, da sempre, non fa parte del mio palinsesto perché è un uomo di potere, abita dentro il potere, parla il linguaggio del potere. Ne è il cerimoniere, l’accompagnatore, l’illustratore (vedi lo show di Berlusconi con il modellino del Ponte sullo Stretto: era il 2001, santiddio, pensa da quanto tempo ci prendono per i fondelli, con il Ponte).

Non mi aspetto da lui neppure un grammo di inedito o di inaspettato o di spiazzante. Ultimamente, del potere, Vespa è anche il tour operator, visto che ospita fior di potenti nella sua tenuta di Nonsodove. Alle presentazioni dei suoi libri annuali ci sono sempre o quasi sempre: un cardinale, un politico di destra, un politico di sinistra, l’affresco del consociativismo capitolino.

Curiale e di destra, dicono che ultimamente trascuri la curialità in favore del tifo per la destra — si sa che da vecchi in un certo qual senso si ringiovanisce, perché si perdono i freni inibitori. Non si conoscono frizioni o scontri tra politici di destra e Vespa, che nella Rai melonizzata si trova come un pesce rosso nella sua boccia. Super partes, dunque, che cosa vorrebbe dire, esattamente? Nel mio caso, per esempio, vuol dire vivere lontano dal potere, dunque da Bruno Vespa. Vedi come è relativo, il concetto.


Abbiamo già dato


(Giancarlo Selmi) – Ricordate la prima versione di Renzi? Quella del sindaco in bicicletta, della nuova sinistra, del nuovo che avanza? Quella del rottamatore, del moralizzatore, del riformatore? Diceva tutto e il suo contrario, spinse un sacco di gente autenticamente progressista a innamorarsi, in perfetta buona fede, dei suoi proclami. Bene era esattamente il contrario di quello che dichiarava di essere.

Nel suo tranello cascarono in tanti. Fu l’inizio del crollo della sinistra storica, la morte dell’idea che si potessero continuare ad attuare politiche redistributive. Che si potesse continuare ad avere in Italia un welfare degno di questo nome. Fu l’inizio della galoppata, anche dall’altra parte, del neoliberismo, del capitalismo rapace voluto da Berlusconi. Con Renzi sinistra e destra smisero di essere differenti. Berlusconi da una parte, Renzi dall’altra, volevano le stesse cose.

Meno tutele nel lavoro, fine dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, fine delle assunzioni a tempo indeterminato, fine dell’Art. 18, dello Statuto dei Lavoratori, fine della Sanità Pubblica così come pensata dai Padri Costituenti, fine di quella scuola pubblica che ci invidiava il mondo intero. Centinaia di contratti di lavoro, alcuni firmati da sigle sindacali farlocche, precarietà, zero tutele, contratti anche di un giorno.

Il privilegio dei pochi e il definitivo sotterramento del bene comune, presero il sopravvento su qualunque idea di progresso e di comunità. Parole d’ordine: edonismo, individualismo, capitalismo rapace, accumulazione. Renzi fu un vero e proprio cavallo di Troia della restaurazione e delle destre economiche. Il suo successo fu voluto dalla grande finanza, dai poteri forti, dall’establishment.

Il resto lo conoscono tutti. Si badi bene: nessuna riforma sociale, nessun rilancio del welfare, nessun miglioramento della qualità di vita degli italiani, può essere messo a terra senza politiche economiche redistributive. In parole povere: fare pagare di più ai ricchi, limitandone di un pochetto la capacità di accumulazione, per fare stare meglio la maggioranza dei cittadini. Tutti i cittadini.

Ma questo lo vuole solo Giuseppe Conte. Non lo vogliono quelli che detengono il vero potere in Italia. Quelli, per essere chiari, che vollero Renzi e spinsero per il golpe bianco contro Conte. Cose già viste e che si rivedranno. Attuando l’eterno gattopardismo, diventato patrimonio nazionale. Cambiare tutto per non cambiare nulla. Ha garantito Draghi, ha garantito Meloni, non garantisce a pieno la Schlein, non garantisce per niente Conte.

E allora ci risiamo: spunta dal cilindro Salis. Il nuovo Renzi. Mentre Conte è oggetto di campagne di comunicazione che definire d’odio è un eufemismo. Salis è il nuovo Renzi, né più né meno. È la continuazione, anzi il tentativo di perpetuazione di un progetto, cominciato 30 anni fa, che ha impoverito il Paese, ma ha soddisfatto la bulimica fame di risorse degli squali che comandano veramente tutto.

Per questo i sostenitori della centralità della dignità della persona e del progresso, non possono prescindere da Giuseppe Conte. Mentre possono tranquillamente prescindere dai cosiddetti riformisti senza riforme, destra infiltrata e corresponsabili del disastro. La Salis avrà tempo per dimostrare che chi ha pensato male, come me, ha sbagliato. Abbiamo già dato.


Meloni sedotta e dissanguata da Trump


Chissà se Meloni se lo sarà chiesto. In caso contrario glielo domandiamo noi: ne è valsa davvero la pena svenarsi per Trump?

Meloni sedotta e dissanguata da Trump

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Chissà se Giorgia Meloni se n’è pentita. Chissà se si è chiesta, “ma chi me l’ha fatto fare?”. Anche se in Parlamento, ieri l’altro, ha rivendicato autonomia (“Agli alleati diciamo quando non siamo d’accordo”), essersi legata mani e piedi a Donald Trump, nel solco di un’internazionale sovranista che va da Washington a Budapest (leggi Viktor Orbán) passando per Roma fino a Tel Aviv, dritto verso l’estrema destra di Benjamin Netanyahu non ha portato bene alla premier che sognava di fare da ponte tra gli Usa e l’Europa, in forza di un rapporto privilegiato con Tycoon.

Un legame ideologico che, invece, si è rivelato disastroso. E non solo per il consenso granitico che fino alla débâcle del referendum costituzionale sulla riforma Nordio sembrava inscalfibile. Perché quello che considerava un punto di forza si è rivelato un fardello. Non solo per la crescente difficoltà di giustificare al proprio elettorato le relazioni pericolose con un personaggio – al quale Meloni auspicava un giorno di poter consegnare il Nobel per la pace – che se ne va in giro per il mondo a scatenare guerre dagli effetti dirompenti per la nostra economia. Ma anche, e soprattutto, per aver ereditato, proprio grazie a Trump, un ultimo anno di legislatura, quello che porterà l’Italia alle prossime politiche, che si preannuncia già come un vero e proprio calvario.

Il conflitto in Iran, aperto dagli Usa al guinzaglio di Israele, ha di fatto ipotecato la politica economica del governo. Costretto a spendere già circa un miliardo – e il conto potrebbe salire se il conflitto non si chiuderà in tempi rapidi – per il taglio delle accise a fronte dell’impennata dei prezzi dei carburanti. Senza contare il signorsì pronunciato da Meloni dinanzi all’ordine impartito dal presidente Usa di portare al 5% del Pil la spesa militare in ambito Nato. Risultato: il piatto piange e gli spazi di manovra per misure elettorali in vista delle Politiche sono sempre più stretti (leggi articolo a pagina 9). Chissà se Meloni se lo sarà chiesto. In caso contrario glielo domandiamo noi: ne è valsa davvero la pena svenarsi per Trump?


«Gli iraniani sono vivi solo per negoziare». Trump e la diplomazia delle minacce


Il presidente in vista dei colloqui in Pakistan evoca una furiosa ripresa delle ostilità in caso di mancato accordo. Teheran risponde che non si siederà al tavolo se non cessano i raid israeliani sul Libano. L’Europa alza la voce. Sánchez: «Non permetteremo che Beirut diventi un’altra Gaza»

(LUCIA MALATESTA – editorialedomani.it) – Se è vero quello che ha scritto Donald Trump su Truth, oggi avverrà «il più potente reset del mondo». E accadrà in Pakistan, dove è arrivato il suo vice per discutere delle prospettive di un cessate il fuoco e della pace con la delegazione iraniana – già arrivata due giorni fa a Islamabad. «Attendiamo con interesse i negoziati. Penso che saranno positivi. Vedremo, ovviamente».

Vance rivendica idee chiare prima dell’avvio dei colloqui – perché «linee guida piuttosto chiare» gliele ha date il presidente Trump prima di partire – ma prima di salire a bordo dell’aereo che lo avrebbe condotto in Medio Oriente, ieri, il numero due della Casa Bianca – da sempre contrario a interventi oltre confine e invio di truppe in terra straniera – ha avvertito Teheran lanciando un monito: bisogna non «prendere in giro» Washington, «se vogliono giocare, sappiano che noi non ci staremo».

Risposte letali

Se è un gioco, di certo somiglia sempre più a una battaglia navale, perché in serbo c’è altro fuoco per l’Iran: il tycoon ha avvertito che se i colloqui pakistani dovessero fallire, la risposta sarà immediata e letale: i suoi vascelli sono carichi di armi. «Stiamo riorganizzando le nostre forze. Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai prodotte», ha detto al New York Post, aggiungendo: «Se non raggiungeremo un accordo, le useremo, e le useremo in modo molto efficace». Ma tra le mani, secondo il presidente, gli sciiti non hanno più “alcuna carta da giocare». Insomma, non si placano le ennesime minacce: «Se sono ancora vivi, è solo per negoziare».

A guidare la squadra di Teheran sarà il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento, Mohammad-Bagher Ghalibaf. È stata la guida suprema Mojtaba Khamenei a volere alla testa della squadra sciita Ghalibaf che ha chiosato che però i negoziati non inizieranno nemmeno senza il «rilascio dei beni iraniani bloccati» e un cessate il fuoco in Libano: «Due delle misure concordate tra le parti non sono ancora state attuate», ma un piano in dieci punti è stato concordato come base per far procedere i colloqui.

«Abbiamo sempre accolto con favore la diplomazia, ma non i colloqui basati su false informazioni volte all’inganno»: con questa fermezza si è espresso ieri il viceministro degli Esteri Majdi Takht Ravanchi.

Il primo incontro tra israeliani e libanesi si terrà martedì al Dipartimento di Stato americano. Le crepe diplomatiche sono sempre più evidenti, sempre più tensioni emergono in superficie, mentre il Libano si conferma snodo cruciale su più tavoli, anche distanti tra loro, per la tenuta della stabilità regionale: tese, secondo la ricostruzione della Cnn, sono state anche le tre telefonate intercorse tra Trump e Netanyahu prima che Israele rendesse noto che sarebbero cominciati i negoziati con Beirut per il cessate il fuoco. Bibi, intenzionato a tenere separati il dossier libanese e quello iraniano, alla fine si è dovuto piegare e cedere alla pressione dell’alleato: il tycoon ha imposto l’immediata apertura dei colloqui diretti con Beirut – subito – oppure, in alternativa, un ordine di tregua per mettere fine agli attacchi contro Hezbollah sarebbe partito direttamente dalla Casa Bianca. A gravare sull’intero quadro, le ultime offensive di Tel Aviv che sotto le macerie hanno lasciato 303 vittime.

Europa alza la voce

Mentre procedono quelli di Islamabad, sono dunque proprio i negoziati per il paese dei Cedri ad essere a rischio: che non ci saranno se non avverrà un cessate il fuoco, lo riferisce anche Beirut; in Europa ribadisce il messaggio il premier britannico Starmer (gli attacchi «devono cessare») e l’omologo spagnolo Sánchez: «Non possiamo permettere una nuova Gaza in Libano». L’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, che ha applaudito lo sforzo negoziale tra le controparti, rende noto che l’Ue «contribuirà a tutti gli sforzi diplomatici in questo ambito, tenendo conto dell’intera gamma dei propri interessi e delle proprie preoccupazioni, in coordinamento con i partner».

Attenzione a Hormuz

Ringrazia soprattutto il Pakistan e i partner regionali per la mediazione che garantirà la libertà di navigazione «nonché il passaggio libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità al diritto internazionale». Anche lei ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità in Libano, «che stanno causando un pesante tributo alla popolazione civile»: la fine del fuoco è strategica per ottenere «una pace duratura in tutto il Medio Oriente». Per garantire equilibrio ovunque, nel mondo, «utile a entrambe le sponde» invece è «essenziale» la Nato, ha detto ieri Mattarella.

Con Trump – che già si lamenta del «pessimo lavoro» di Teheran nella gestione dello Stretto di Hormuz, dove è transitata una sola petroliera – ha parlato al telefono con Keir Starmer e ha litigato il segretario della Nato Mark Rutte: il primo ha dichiarato di aver discusso di «opzioni militari» e di star organizzando una coalizione di diversi paesi per consentire la navigazione nello Stretto; il secondo, dicono indiscrezioni del giornale Politico, a porte chiuse, ha subito l’ira e frustrazione del presidente americano perché gli Alleati non hanno fornito le basi per gli attacchi contro l’Iran.


Il vero problema di Giorgia Meloni è che ha fatto male i conti e ora non ci sono più soldi


Il destino di Giorgia Meloni è appeso a 678 milioni di euro, tre decimali di PIL. Quelli che le servono per uscire dalla procedura d’infrazione e avere i soldi per rilanciare l’azione del suo governo. Se non li trova, sarà una lenta agonia fino al voto.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Le parole più importanti ieri al Parlamento non le ha dette Giorgia Meloni, ma il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti. Ha detto che la crisi energetica rallenterà le stime di crescita. Ha detto che anche per questo motivo il deficit rispetto al PIL è pari al 3,07%. E che per arrivare al fatidico 3,04% che consentirebbe all’Italia di rientrare dalla procedura d’infrazione, mancano 678 milioni di euro. 

Ha detto anche, Giorgetti, che “crede nei miracoli”, bontà sua, e che il governo ha circa un mese per venire a capo del problema. Dovesse farcela, potremmo aumentare il budget sulla difesa fino al 3% del PIL come abbiamo promesso a Donald Trump, senza  gravare sui bilanci pubblici – e quindi senza fare nuovo debito a tassi italiani, o senza alzare le tasse, o senza tagliare la spesa sociale – grazie al piano di riarmo europeo.

Non dovessimo farcela, invece, quel poco di soldi che abbiamo da spendere, se ne andrebbe in buona parte in armamenti, anziché in scuola, sanità, pensioni, crescita, nell’ordine che volete voi.

C’è poco da fare i romantici, e molto da fare i contabili: il destino della legislatura passa da qui, da quanto saranno bravi i ragionieri del ministero dell’economia e delle finanze, o da quanto saranno zelanti e indipendenti dalle pressioni politiche gli statistici dell’Istat. Se ci sono i soldi, Giorgia Meloni potrà provare a invertire la rotta decadente della sua parabola di governo. Altrimenti, sarà solo una lenta agonia fino al voto.

Lei stessa ne è consapevole del resto, visto che ieri a Camera e Senato ha rivendicato molto l’azione del governo finora, e ha detto molto poco sul futuro. Perché sa benissimo che per parlare di futuro servono soldi che, per ora, non ha. 

A dire il vero, l’unico momento di verità in ore di chiacchiere è stato quando ha detto che se la crisi dovesse perdurare e peggiorare, l’Unione Europea dovrebbe derogare dal Patto di Stabilità, consentendo ai governi del continente – cioè, a lei – di spendere quel che vogliono, senza alcun vincolo. Cosa che potrebbe succedere, paradossalmente, solo se saltassero le trattative tra Usa e Iran, tra un paio di settimane. Solo se, cioè, la crisi globale diventasse talmente grave da far saltare tutto.

Di fatto, il destino di Giorgia Meloni e del suo governo è nelle mani di ragionieri italiani e negoziatori pakistani, e di quel che combineranno nelle prossime due settimane. Non esattamente il finale che avrebbe sognato, Giorgia Meloni. Ma forse, dopo aver buttato miliardi in progetti senza senso come i centri per migranti in Albania, è il finale che si merita.