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Referendum, ora Nordio vuole i nomi di chi finanzia il No: la lettera di Bartolozzi all’Anm


Dopo l’interrogazione del deputato di Forza Italia Costa, la capo di gabinetto chiede alle toghe “di rendere noto alla collettività i finanziamenti ricevuti” dal Comitato Giusto dire No

Referendum, ora Nordio vuole i nomi di chi finanzia il No: la lettera di Bartolozzi all’Anm. “Possibile conflitto d’interessi”

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – La mossa era stata annunciata e non si è fatta attendere neanche un giorno. Dopo un’interrogazione del deputato di Forza Italia Enrico Costa, il governo ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati di rendere pubblici i nomi dei finanziatori del comitato “Giusto dire No” – il principale tra i soggetti creati per la campagna contro la riforma Nordio – col pretesto di prevenire presunti conflitti d’interesse delle toghe che si trovassero a giudicarli. La richiesta, anticipata venerdì nella risposta all’interrogazione, ha preso la forma di una lettera ufficiale inviata al presidente dell’Anm Cesare Parodi e firmata da Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio.

“Gentilissimo presidente”, si legge nella missiva protocollata venerdì stesso, “è pervenuto al ministero un atto di sindacato ispettivo con il quale il parlamentare interrogante (Costa, ndr) riferisce che il segretario generale dell’Anm avrebbe dichiarato che il comitato “Giusto dire No” promosso dall’Anm ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente con una donazione volontaria. Da ciò l’interrogante assume un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm. Sottopongo alle Vostre valutazioni, pertanto, l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal comitato “Giusto dire No” da parte di privati cittadini”.

Tra i dirigenti del “sindacato” di giudici e pm – che hanno letto la lettera lunedì mattina – è in corso un confronto su come reagire a quella che viene considerata un’iniziativa intimidatoria, volta a scoraggiare chi vuole contribuire alla campagna del No. Il dubbio è se rispondere in privato o con un comunicato pubblico, e, in quest’ultimo caso, firmato da chi. Il comitato infatti, pur essendo stato promosso dall’Anm, è un soggetto giuridicamente autonomo, con il giudice Antonio Diella come presidente esecutivo e il costituzionalista Enrico Grosso come presidente onorario. La richiesta del governo, peraltro, è inattuabile in base alla legge sulla privacy, che garantisce la riservatezza degli aderenti e dei finanziatori delle associazioni e impone di nominare un responsabile del trattamento dei dati: nemmeno la stessa Anm, si fa notare, ha a disposizione l’elenco dei nomi.


Che voragine nei conti dello Stato!


(ANSA) – ROMA, 16 FEB – Alla fine del 2025 il debito delle amministrazioni pubbliche è stato pari a 3.095,5 miliardi, in aumento rispetto alla fine del 2024 quando era stato di 2.966,9 miliardi. Lo rende noto la Banca d’Italia. Il dato è in calo rispetto al mese di novembre quando è risultando pari a 3.124,9 miliardi.  

“L’aumento del debito rispetto all’anno precedente – sottolinea Bankitalia – ha riflesso il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (109,2 miliardi), l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (14,7 miliardi, a 52,4) e l’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del cambio (4,6 miliardi).   

La vita media residua del debito “è risultata in linea con quella di fine 2024 (7,9 anni). Nel corso del 2025 la quota del debito detenuto dalla Banca d’Italia è diminuita, collocandosi al 18,5%, dal 21,6 dell’anno precedente. Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito consolidato delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 132,0 miliardi, a 3.016,3, mentre quello delle Amministrazioni locali si è ridotto di 3,4 miliardi, a 79,1; il debito degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente stabile. 


Perché gli Usa possono bloccare le nostre carte di credito e ricattare le banche


Il potere del dollaro che tiene in scacco l'Europa

(di Francesco Bertolino e Milena Gabanelli – corriere.it) – Il 21 agosto il telefono di Nicolas Guillou ha smesso di funzionare: impossibile prenotare una corsa con Uber, un biglietto di treno, o fare un acquisto online. Le sue carte di credito sono state bloccate, impedendogli di pagare in supermercati e ristoranti o operare sul proprio conto corrente. Persino Expedia ha respinto la sua richiesta di riservare una camera di hotel in Francia. La «colpa» di Guillou e di altri quattro giudici della Corte penale internazionale dell’Aia è aver autorizzato l’emissione di un mandato di arresto per crimini di guerra contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro della difesa Yoav GallantPer questa decisione i cinque giudici sono stati sanzionati dall’amministrazione Trump, che ha proibito a ogni azienda americana o con interessi negli Stati Uniti di prestar loro qualsiasi tipo di servizio. Stessa sorte a luglio 2025 era già toccata alla relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, «rea» di aver invitato la Corte a indagare su aziende manager a suo giudizio complici dei crimini commessi dall’esercito israeliano a GazaPayPal è arrivata a bloccare i pagamenti che contenevano nella causale il nome «Francesca Albanese» che oggi non può aprire un conto neanche presso le banche italiane, preoccupate per le ritorsioni americane

Il circuito obbligato

Questo avviene perché buona parte delle transazioni elettroniche nell’area euro sono gestite dai circuiti americani Visa, Mastercard, American Express. Vuol dire che se un domani i circuiti Usa decidessero, su ordine di Trump, di spegnere l’interruttore noi europei non potremmo più effettuare pagamenti con carta di credito. Del resto, i Paesi dell’Eurozona non sono mai riusciti a mettersi d’accordo per creare una rete europea di pagamenti; mentre le banche europee sono sempre state felici di incassare le laute commissioni versate dalle americane Visa e Mastercard. Sta di fatto che le sanzioni statunitensi equivalgono a una «pena di morte finanziaria» per chi le subisce. E la mannaia è quello che l’ex presidente della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaing definì negli anni ’60 «il privilegio esorbitante» del dollaro.
Si parla sempre della supremazia militare degli Stati Uniti, ma la loro egemonia monetaria e finanziaria è ancor più rilevante pervasiva. Dai dati della Federal Reserve gli asset in dollari (titoli di Stato, depositi, fondi, azioni) detenuti fuori dagli Usa ammontano a 70 mila miliardi, e sostengono circa un terzo dei 38 mila miliardi di debito pubblico di Washington.
Da 80 anni l’architrave dell’impero finanziario americano è il dollaro, e la sua ubiquità aumenta enormemente la capacità di indebitamento Usa perché le banche centrali, i fondi e le aziende «parcheggiano» i dollari in eccesso derivanti dai loro investimenti o dai loro commerci sui titoli di Stato americani. E sono tanti.

Un impero globale

Il dollaro rappresenta infatti il 58% delle riserve valutarie delle banche centrali contro il 20% dell’euro, il 6% dello yen giapponese, il 5% della sterlina e il 2% del renminbi cinese. Ancor più centrale è il ruolo del biglietto verde nel commercio mondiale. 

Circa il 50% dei pagamenti internazionali è effettuato in valuta statunitense. Se si escludono le rimesse degli immigrati e gli scambi interni all’eurozona, nelle esportazioni vige un monopolio di fatto: è in dollari il 96% delle fatture commerciali nelle Americhe, il 74% nella zona Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo. Significa che tutte le aziende che fanno affari all’estero devono avere un conto in dollari per pagare i fornitori e incassare dai clienti: non a caso, il 60% dei depositi bancari internazionali è in dollari. Per gestire i pagamenti delle imprese, a loro volta, le banche sono obbligate ad aprire un conto presso un istituto statunitense, poiché ogni transazione in dollari deve avvenire all’interno del sistema bancario americano. Di conseguenza le informazioni su tutti i pagamenti in dollari – ammontare, ordinante, destinatari – sono tracciate dalle autorità americane, anche quando l’operazione non ha alcun altro legame con gli Stati Uniti. 

Arma di pressione e ricatto

Questa egemonia monetaria assicura leve di pressione formidabili alle autorità statunitensi. Per un’azienda o per una banca essere esclusi dal circuito del dollaro equivale a una condanna al fallimento. Ne sa qualcosa l’istituto bancario lettone Ablv: accusato dagli Usa nel 2018 di complicità con il regime nordcoreano, è bastata la minaccia di sanzioni per scatenare una corsa allo sportello da parte dei correntisti. E così la terza banca della Lettonia è saltata nel giro di pochi giorni. Ne sa qualcosa anche un nutrito gruppo di banche europee che hanno effettuato per conto dei loro clienti pagamenti in dollari verso CubaIranSudan Libia. Paesi sotto embargo americano, ma all’epoca non oggetto di sanzioni europee. Gli Usa non hanno gradito. Ebbene, Unicredit, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Hsbc, Barclays, Credit Suisse, Commerzbank e altre, per non uscire dal circuito del dollaro hanno accettato, fra il 2010 e il 2020, di pagare al Dipartimento di Giustizia Usa multe per un totale di 18 miliardi di dollari. È anche per questo che nessuna banca osa aprire un conto ai funzionari Onu sanzionati dagli Usa e, anzi, congela i loro fondi, nonostante tali sanzioni, in teoria, non trovino applicazione automatica in Ue.
Anche per molti Stati l’accesso al dollaro è questione di vita o di morte economica: durante le crisi finanziarie, infatti, è la Federal Reserve a prestare dollari alle banche centrali degli altri Paesi per affrontare l’emergenza e «calmare» gli investitori. Cosa accadrebbe se questi flussi dovessero arrestarsi o se la Fed dovesse minacciare di negarli a chi si oppone alle pretese americane? Sarebbe il caos

Segnali di fuga 

La Cina ha da tempo avviato un programma per affrancarsi dal giogo del dollaro e nel 2025 circa il 40% dei suoi commerci è stato effettuato in yuan. Il ruolo globale della valuta cinese resta però limitato a causa dello stretto controllo del governo di Pechino sull’economia, sui capitali e sulle politiche monetarie. In Cina non si applica lo stato di diritto, e la mancanza di certezze sulle regole genera scarsa fiducia internazionale nei confronti dello yuan. Ma qualche serio dubbio ora sta emergendo anche verso gli Usa, alla luce delle instabili decisioni di Trump in politica estera. Motivo per cui la Bce sta accelerando il progetto di euro digitale che, intanto, consentirebbe di liberarsi dalla dipendenza dal circuito americano di carte di credito nei pagamenti interni, e di fornire un conto a tutti, anche agli individui sanzionati dagli Usa. 

Le prospettive dell’euro

Per quel che riguarda la proiezione internazionale dell’euro la strada è lunga, ma possibile. Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, l’euro potrebbe diventare un’alternativa credibile al dollaro se la Ue si dotasse di capacità di difesa autonome, se cominciasse ad emettere più debito comune per far capire agli investitori che l’euro è un progetto stabile, e se allargasse la sua influenza commerciale. 

I trattati di libero scambio appena firmati con India Paesi del Mercosur vanno in questa direzione, soprattutto se d’ora in poi l’import-export fra i due blocchi si svolgerà più in euro che in dollari. E poi il tema dei temi: il mercato unico dei capitali, ovvero la trasformazione delle 27 piazze finanziarie europee in una unica in grado di competere con Wall Street, dove ogni anno vengono investiti 300 miliardi di risparmi europei. Denaro che, invece di arricchire il nostro tessuto produttivo, va a sostenere il mercato Usa, il suo debito pubblico e i mega piani di spesa sulla difesa e tagli delle imposte promessi da Trump. Per fare tutto questo i 27 Paesi membri devono però marciare in un’unica direzione. Un rafforzamento che il Presidente americano sta tentando in tutti i modi di impedire, anche raccattando complici fra gli euroscettici, per avvelenare i pozzi lungo la strada

dataroom@corriere.it


Bugie e propaganda dei leader occidentali


Il principale blocco è il principio di unanimità, le divergenze tra le nazioni non potranno che accentuarsi

Bugie e propaganda dei leader occidentali

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Quale dramma stanno interpretando le leadership politiche occidentali? È possibile individuarne i tratti fondamentali, al di là delle parole, propagande, inevitabili menzogne e idiosincrasie di molti dei suoi eroi? La crisi dei rapporti tra Usa e Europa è strategica, davvero epocale, o deriva dal dèmone dell’attuale Amministrazione americana e da fattori contingenti di ordine essenzialmente economico-commerciale? L’Occidente è stato per secoli europeo, dalla fine del XIX secolo è americano, e oggi questa lunga storia è forse all’epilogo. Il “tramonto dell’Occidente” non significa, o non significa ancora, un collasso del suo potere economico e militare, ma la fine del sistema di alleanze, dell’ordine politico su cui si è costruita e retta la sua egemonia globale. Per la prima volta dal dopoguerra le divergenze di interessi economici e strategici tra le due sponde dell’Atlantico minacciano di porre in crisi quell’ordine e quindi quella egemonia nel suo complesso.

La linea di Trump esprime, con una franchezza magari imprevedibile per lo stile delle diplomazie, l’avversione americana a ogni vera unità politica europea, unico pilastro perché l’Europa possa svolgere un ruolo autonomo, da protagonista sulla scena mondiale. Questa avversione non è improvvisata da un leader affetto da turbe psicologiche, essa ha alle spalle una lunga storia ed argomenti drammaticamente forti a suo sostegno (li vedremo).

Alla prepotenza un po’ teatrale con cui, al momento, sembra manifestarsi si contrappongono efficacemente col loro mini-asse Merz e Meloni? Vorremmo crederlo, ma non è affatto così. I due parlano di “federalismo pragmatico”. Ora, di “pragmatico” ci sono soltanto decisioni – o annunci di decisioni – riguardanti il sostegno di Stato a settori industriali in crisi e accordi su dazi e altre misure fiscali. Cosa c’entri tutto ciò col “federalismo”, e cioè con l’idea di un assetto federale dell’unione europea, è misterioso. Diciamo la pura verità: non solo non c’entra nulla, ma sconta il completo fallimento di tale idea. Gli accordi Italia-Germania sanciscono la realtà di fatto maturata dall’euro in poi: che l’Europa è l’Europa degli Stati, punto e basta.

Logica conseguenza che i diversi Stati finiscano con l’accordarsi tra loro, attraverso patti bilaterali, perfino su problemi di politica estera, alla faccia delle chiacchiere sugli eserciti comuni – e se Bruxelles segue, bene, altrimenti pazienza. Merz e Meloni parlano dell’ostacolo amministrativo-burocratico rappresentato dalle tecnocrazie comunitarie. Ma, di grazia, non sarebbe appunto questo da attaccare e rimuovere? Il Consiglio europeo non dovrebbe adoperarsi a tale fine come al suo compito primo, partendo dal superamento del blocco rappresentato dal principio di unanimità? O si ritiene che i soffocanti meccanismi dell’Unione rappresentino ormai un guaio insanabile?

Se il pragmatismo Merz-Meloni darà qualche frutto lo vedremo, ma che esso abbia il minimo respiro strategico per le sorti dell’Unione o per quelle del rapporto tra Europa e Usa lo possiamo escludere fin d’ora. Le divergenze tra gli Stati europei non potranno che accentuarsi, tutti a questo punto tenderanno a rinegoziare la propria posizione nei confronti degli Stati Uniti, e proprio su quelle materie in cui sarebbe necessario assumere una linea comune.

D’altra parte, nessuna novità emerge dal mini-patto italo-tedesco in materia di politica estera. E che con Meloni al comando si possa pensare a una maggiore autonomia nei confronti di quella americana in tali materie è cosa difficile anche a pensare.

Non so se viviamo un vero salto d’epoca, non so se la linea politica che emerge dall’attuale leadership americana sia destinata a durare e rafforzarsi o se non produrrà, per la sua stessa prepotenza, contraccolpi tali da arrestarla o capovolgerla. È certo tuttavia che essa esprime tendenze di lungo periodo, se non un destino, e che tutte le correnti politiche e culturali europee dovrebbero discuterla con serietà e radicalità.

L’Occidente si va dividendo su questioni di principio, riguardanti il significato e la tenuta della democrazia rappresentativa, il ruolo e la potenza da attribuire al progresso tecnico-economico, i fattori che regolano il grande gioco tra gli Imperi e l’affermazione di forze egemoniche. Per l’attuale leadership americana l’Europa è del tutto impotente difronte a tali sfide. Vi è una intellighenzia intorno ai Trump, guai a lasciarsi ingannare dalla maschera del presunto Capo! Questa intellighenzia, che dispone di formidabili mezzi economici e finanziari, ritiene che l’Europa sia il centro storico-museale di un’idea del tutto anacronistica di democrazia, fondata su una divisione dei poteri che rende inefficace sia l’azione di governo che quella dei soggetti economici, e dall’insistere a perseguire fini astratti di uguaglianza, che si traducono in costi insostenibili e pressione fiscale.

Sul piano dei rapporti economici questi fini si esprimerebbero nei dogmi della concorrenza e del libero mercato. Nulla per i Thiel e i Musk di più arcaico. Il progresso viene deciso dagli innovatori, non da coloro che producono alle migliori condizioni vecchie merci, ma che sanno inventare nuovi beni, creare nuovi bisogni e affermarsi nel produrli e venderli in termini oligopolistici o, se ci riescono, monopolistici.

Il vecchio capitalismo liberal-concorrenziale è un ferro vecchio come le vecchie democrazie rappresentative. Per questi critici spietati delle idee su cui dopo la Guerra si era andata costruendo l’Unione europea, le ragioni dell’indefinito progresso tecnico-economico è il valore fisso di ogni equazione e il Politico ha senso soltanto se lo asseconda e assicura, eliminando ogni conflitto sociale che possa frenarlo. Da qui il ruolo essenziale che svolgono per il nuovo capitalismo globale le politiche identitarie e di “sicurezza” che sbandierano i Trump grandi e piccini.

Queste sono le tendenze epocali da conoscere e, se si vuole e può, affrontare. Nazionalismi, sovranismi, nostalgie para-fasciste non sono che loro farsesche coperture. E pensare che si possano solo contenere con qualche regola di prudenza fondata su buon senso e antichi costumi potrà solo ritardare lo sforzo perché si formino nuove idee e nuove élites politiche per la democrazia e per l’Europa.


A destra la sindrome da ultima spiaggia


A destra la sindrome da ultima spiaggia

(Flavia Perina – lastampa.it) – La sindrome dell’ultima spiaggia è il rischio vero dell’ultimo tratto di campagna referendaria ed è un problema notevole. La destra, per la prima volta, si rende conto che l’idea di sterilizzare una eventuale sconfitta (il famoso «non ci saranno conseguenze» di Giorgia Meloni e molti dei suoi) è un’illusione. Al minimo, pagherà un alto dazio il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che si è assunto il ruolo di frontman della contesa con la magistratura: se vincerà il No diventerà il primo bersaglio anche dei suoi, con l’accusa di aver favorito più la mobilitazione degli avversari che il voto degli amici. Anche per questo a quaranta giorni dal voto siamo già all’ordalia, con una totale perdita di lucidità su quelle che, all’inizio, sembravano le due principali linee strategiche della propaganda referendaria. Primo, non politicizzare la campagna (FdI aveva addirittura deciso di non usare il suo simbolo, a differenza di FI e Lega). Secondo, tenersi stretto quel pezzo di sinistra orientato a votare Sì, rassicurandolo sul carattere tecnico della consultazione.

Ma anche in caso di vittoria la sindrome dell’ultima spiaggia avrà conseguenze negative, perché il governo si troverà a gestire un rapporto con la magistratura in macerie e un elettorato diviso in due, con metà del Paese lacerato dal sospetto che il fronte del Sì coltivi progetti autoritari. I decreti attuativi diventeranno un calvario, e non si capisce come l’esecutivo potrà gestire il necessario dialogo con giudici e pm dopo averli accusati per settimane di essere complice di scafisti, anarchici, sabotatori, e da ultimo di aver utilizzato metodi para-mafiosi nella distribuzione degli incarichi. Lo stesso Nordio aveva ben presente il problema prima che la campagna degenerasse, quando dichiarava che subito dopo il voto, in caso di vittoria del Sì, avrebbe aperto un tavolo di confronto «per definire le norme di attuazione in uno spirito di dialogo». È sicuro, adesso, che sarà possibile? Il tono attuale del confronto fa pensare piuttosto al contrario, a una sorda guerriglia che ostacolerà qualsiasi soluzione condivisa anche dopo, anche se per il governo andasse nel migliore dei modi.

Chiedersi perché la maggioranza si sia infilata in questo tunnel non è esercizio inutile. L’attuale vicenda referendaria è l’opposto di quella vissuta durante il governo di Matteo Renzi, che vide il referendum costituzionale partire in salita, bersagliato da autorevoli ex-capi della sinistra, perdente o quasi nei sondaggi fin dall’inizio. Sulla Giustizia, al contrario, il consenso sembrava solidissimo, una vittoria facile: nel luglio scorso, poco prima della conclusione dell’iter parlamentare sulla separazione delle carriere, il Sì era dato al 44 per cento, il No al 21: un abisso. Cinque mesi dopo era già testa a testa. Ha contato lo spirito vagamente vendicativo ostentato nelle feste di piazza. Ha contato l’eccesso di sicurezza nelle dichiarazioni pubbliche. Hanno contato, forse, i nuovi allarmi arrivati dall’America, col timore di contagio della dottrina Maga che vede i giudici non allineati come ostacoli da licenziare, indagare, scacciare. E si capisce che questo repentino cambiamento alimenti confusione e irrazionalità nella maggioranza, ma la sindrome dell’ultima spiaggia è una cattiva consigliera, comunque vada a finire.


Vale tutto


Referendum, bestiario di balle e insulti del Sì (tra Askatasuna, migranti e Barbero). I violenti di Torino votano No e invece Montanelli è meloniano. La sparata di Carlo Nordio sulle logiche “para-mafiose” dentro il Csm non è che l’ultima chicca di una campagna elettorale in cui il fronte del Sì, impegnatissimo a fare la morale al No, ha dato prova di una certa fantasia in tema di balle e scorrettezze.[…]

Referendum, bestiario di balle e insulti del Sì (tra Askatasuna, migranti e Barbero)

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] La sparata di Carlo Nordio sulle logiche “para-mafiose” dentro il Csm non è che l’ultima chicca di una campagna elettorale in cui il fronte del Sì, impegnatissimo a fare la morale al No, ha dato prova di una certa fantasia in tema di balle e scorrettezze.

Certo, anche l’altro fronte non è stato immune da scivoloni, ma certe parole in bocca a ministri (magari della Giustizia) o partiti di maggioranza hanno un altro peso. In questo Nordio regala materiale ogni settimana. Un mese fa 15 giuristi stavano raccogliendo centinaia di migliaia di firme per un nuovo quesito referendario e avevano pure avanzato ricorso al Tar contro la decisione del governo di anticipare il voto. Nordio ostentava sicurezza: “Il ricorso è inutile, anche perché il quesito non si può cambiare, non è un referendum abrogativo”. Risultato? Quesito cambiato dalla Cassazione. La stessa Cassazione che infatti sarà massacrata dalla destra (basti per tutti il capogruppo FdI Galeazzo Bignami: “La decisione dimostra che bisogna votare Sì, c’erano due giudici schierati per il No”).

Matteo Salvini punta da tempo sui casi mediatici più noti, senza perdere occasione di collegarli alla separazione delle carriere: “Il referendum è un passo avanti fondamentale di civiltà – è un suo post dello scorso autunno – Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dall’incredibile vicenda di Garlasco al sequestro dei tre bambini portati via in modo indegno e vergognoso”. Cosa c’entrino Garlasco e i bimbi nel bosco non è chiaro, ma la cronaca è spesso utilizzata per fini elettorali. Basta farsi un giro sulla pagina social di Fratelli d’Italia. Un montaggio mostra le violenze al corteo di Torino di un paio di settimane fa. Didascalia: “Loro votano No e ringraziano la toga rossa”. Cioè il gip che ha scarcerato tre manifestanti. “Già a piede libero – si indignava Salvini – Vergogna. Votare Sì è un dovere morale”. “E poi dicono che non si deve votare Sì”, seguiva Maurizio Gasparri da FI. Ma il pm aveva chiesto il carcere e il gip ha detto no: un perfetto esempio di autonomia.

La strategia social di FdI però è chiara: semplificare. Altri esempi: “Il governo Meloni vuole più sicurezza”, si legge accanto al fiero mezzobusto della premier, “le forze dell’ordine arrestano i delinquenti”, e si fa vedere un uomo in divisa, ma poi “le toghe rosse le liberano”. Sintesi: “Sì, ci siamo stancati”. Un’altra card mostra una famiglia a tavola che guarda la tv: “Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati”.

E che dire del caso di Alessandro Barbero. I comitati del Sì si sono superati, essendo riusciti per giorni ad accreditare la versione – poi sbugiardata con una certa fatica – che lo storico avesse detto fake news sulla riforma. In realtà Barbero aveva spiegato in un video le ragioni del suo No al referendum, spiegando come funziona oggi il Csm e come, secondo lui, (non) funzioneranno le cose se passasse la riforma Nordio. Fact checker improvvisati hanno iniziato il linciaggio spacciando come balle le opinioni personali (basate su fatti veri) del professore e Meta ha persino censurato il filmato. I partiti non vedevano l’ora, come dimostrano alcuni post che ancora si trovano sui social in cui le parole di Barbero vengono liquidate come “informazioni false”. Mica come quelle del governo.

Appena due giorni fa il ministro Adolfo Urso spronava a votare “per avere una giustizia più veloce”. Ma era lo stesso Nordio ad ammettere che “la separazione delle carriere non rende i processi più veloci”. Slogan per slogan, anche FI si sta dando da fare. Autobus e manifesti riportano una scritta a lettere cubitali: “La legge sarà uguale per tutti. Vota Sì”. Un claim che dovrebbe allarmare chi finora ha goduto di privilegi: forse i politici che possono farsi le leggi per salvarsi dai processi?.

Meglio stare sul generico, almeno non si viene smentiti. È andata peggio alla Fondazione Luigi Einaudi, che per spingere il Sì ha arruolato pure Indro Montanelli rispolverando alcuni estratti di un’intervista di 40 anni fa in cui, per altro, mai diceva di essere a favore della separazione delle carriere. È dovuta intervenire sul Fatto Letizia Moizzi, nipote del giornalista, per chiedere alla Fondazione di non appropriarsi a sproposito di Montanelli. Ma con un Nordio così, chi è la Fondazione Einaudi per fare ammenda?


Fenomenologia del furbetto


(di Gabriele Romagnoli – repubblica.it) – C’è quello che salta la fila poi si gira indietro e offre un ghigno a chi è rimasto al proprio posto. C’è il raccomandato che si prende la poltrona al posto del meritevole, ma gli sbatte in faccia un curriculum ineccepibile (e taroccato). C’è l’evasore fiscale che in tv ripete: “Il problema di questo Paese è l’assenza di senso dello Stato”, poi si rivede negli highlight su internet e ride. C’è il tassista che racconta ai colleghi al posteggio di Termini che una coppia giapponese gli ha chiesto di andare a Pompei, trecento euro e passa la paura, manco tanto, sì ma li ho scaricati a Ostia antica e mi hanno dato pure la mancia. Risate e pacche sulle spalle.

Diceva Nanni Moretti che ce lo meritiamo Alberto Sordi, maschera di quello che con arrendevole condiscendenza viene definito “arci-italiano”. E probabilmente il calcio nazionale e la sua stessa nazionale si meritino Alessandro Bastoni. Che sarebbe un difensore dell’Inter con la faccia da bravo ragazzo, ma da tempo non più ragazzo e neppure più tanto bravo. La sua simulazione durante la partita con la Juventus e la successiva esultanza per l’immeritata l’espulsione dell’avversario ha ridato per la seconda volta in pochi giorni luce a San Siro sui media di tutto il mondo. Un’altra tragicommedia: “da medaglia d’oro del volo planato” ha scritto l’Equipe. Poi, si sa: se lo straniero contesta, con l’elmo di Scipio l’Italia si desta.

Con Bastoni, invece se la sono presa quasi tutti, perfino qualche tifoso della sua squadra, addirittura l’esule Enrico Letta (“non va convocato in nazionale”) e chissà se sarebbe intervenuto anche da segretario del pd, o avrebbe temuto di perdere voti nella Milano nerazzurra. La vicenda sportiva acquista valore simbolico. Ripropone l’eterno protagonista della scena (non solo italiana): il furbetto, detto anche l’impunito, in senso letterale e non. Un danno ambulante, ma anche un capro espiatorio. Una peste e una scorciatoia. Il furbetto è il caporale di Totò, un’onnipresenza che grava sulle nostre esistenze ammorbandole. Lo fa in situazione diverse, con differenti volti, rimandandoci a casa con tristi aneddoti e tutti intorno che scuotono la testa, partecipi (anche quello che il giorno prima si è comportato alla stessa maniera). Troppo facile però accusare soltanto Bastoni e l’archetipo che rappresenta. Ha colpe, ma non tutte. Non può nascondere l’incompetenza dell’arbitro: ma come si arriva a San Siro la sera di gala con quella carica e un’insufficiente preparazione? Non può far trascurare il sistema di controlli che non controlla. La Var è la Consob del calcio, stessa efficacia: poi l’azienda fa il crac annunciato ma non si poteva intervenire perché lo statuto, perché il protocollo, perché l’organo che controlla i controllori, perché si moltiplicano le posizioni, gli stipendi, i posti in sala, le trasferte pagate, per ottenere gli stessi risultati. Non può sopperire alla percezione sociale per cui il furbetto è un nemico pubblico soltanto quando gioca contro e anche allora un po’ d’invidia la provoca (“l’avessimo avuto noi uno che si buttava”, “che ogni tanto ci vuole pure quello”, “per portare a casa il risultato, che puoi mica sempre giocare e basta”). E già s’ode la musica del così fan tutti. Dov’è la riprovazione sociale unanime se l’allenatore, quel perfetto comunicatore di Chivu, se n’esce con la più sciocca delle giustificazioni che nulla giustificano? Se i genitori dell’allievo che ha copiato vanno a menare l’insegnante che l’ha bocciato? Se Gattuso, ct per caso, convocherà Bastoni perché non possiamo indebolirci in vista di due (se va bene) partite decisive? Non abbiamo centrali decenti in questo momento, ma neppure Bastoni lo è, in mezzo alla difesa a tre. Una notazione tecnica che porta all’estrema risorsa dei giusti, l’appello a San Giovanni, che notoriamente non porta inganni. Che altro resta? Sparando sul “politicamente corretto” hanno abbattuto il “corretto” e lasciato in piedi il “politicamente” che sostiene, copre e garantisce impunità. Ragion di Stato, acquiescenza di massa, anestesia morale: tutti assi di briscola, contro un due di Bastoni.


Il trombettiere Tommaso Cerno


(Gioacchino Musumeci) – Pare che Tommaso Cerno abbia scritto di Gratteri: “Un accusatore nerboruto, prototipo stesso del mastino che insegue la sua preda. Uno che, pur di spararla più grossa dei già fantasiosi interpreti del No al referendum sulla giustizia, che stanno snocciolando una litania di fake news da fare impallidire un terrapiattista di Scientology, è capace di dare del criminale o del massone a giuristi del calibro di Sabino Cassese.”

Facciamo una analisi del pensiero di Cerno. Dà a Gratteri dell’accusatore nerboruto “prototipo stesso del mastino che insegue la sua preda”. Certo detto dal nobile chihuahua di Angelucci, che appena gli ordinano di abbaiare si esibisce dalla redazione del Giornale in attesa della ciotola, è abbastanza paradossale.

Cosa voglio dire: siamo tutti bravi a caricaturare personaggi pubblici, il problema nasce quando il giornalista non spiega il contenuto della riforma di cui è sostenitore ma si riduce agli attacchi personali contro chi non la condivide.

A parte questo Cerno scrive che i sostenitori del No “stanno snocciolando una litania di fake news da fare impallidire un terrapiattista di Scientology”. La frase di Cerno è ancora una volta una fallacia argomentativa clamorosa : se i sostenitori del No divulgano fake news, il giornalista degno dovrebbe smentirle. Ma Cerno, sfortunatamente per chi lo legge me compreso, non sa fare il proprio mestiere, e questo spiega almeno due cose:

1) Essere nominato direttore di una testata dove il propagandista scrive millantando il credito del giornalista.

2) Aver gettato la propria dignità dalla finestra e spiego perché. Angelucci è un conflitto di interesse semovente: editore parlamentare della destra che sostiene Giorgia Meloni, ha fatto fortuna coi denari pubblici gentilmente offerti da politici disinteressati ai cittadini comuni offerti come bancomat all’imprenditore tentacolare Angelucci. Il che equivale a dire che i suoi giornali hanno un solo interesse: divulgare informazioni tese a difendere gli interessi della casta imprenditoriale vicina al governo contro ogni sano principio di concorrenza. Perciò dirigere un quotidiano di Angelucci è semplicemente servire i potenti in cambio di briciole, più che sufficienti per le ambizioni di Cerno, uomo molto piccolo.

Un quadro avvilente che testimonia quanto in Italia i media siano diventati megafoni del potere opulento a approfittatore; il reale molosso che scarnifica i cittadini in nome della democrazia liberale distorta a piacere attraverso media vergognosi. In quanto a fake news gli italiani aspettano ancora l’invasione europea da parte della Russia “nazista” un giorno fallita, un giorno capace di conquistare mezzo mondo. Ma prima di questo attendono il carburante senza accise e meno tasse come promesso da Giorgia Meloni.

Chiudo con la terza fallacia argomentativa del genio Cerno. “ Gratteri sarebbe capace di dare del criminale o del massone a giuristi del calibro di Cassese. Al netto del pensiero di Gratteri distorto e strumentalizzato dai cani da guardia del governo Meloni, Cerno non è credibile: per anni si è spacciato di sinistra ma poi ha cambiato idea: “Con questa sinistra stupida e sottovuoto non ci posso stare”. E’ sempre possibile cambiare ma la verità non dipende dal nostro datore di lavoro. Nella dichiarazione rilasciata al Foglio è contenuta la cifra di quanto Cerno sia superficiale e volatile. Se si crede autenticamente negli ideali di sinistra non si diventa alfieri della destra tanto facilmente.

Inoltre da destra o sinistra di provenga, sarebbe auspicabile portare rispetto a un magistrato che vive da anni sotto scorta per garantire tutti i cittadini onesti indipendentemente dal colore politico.

Che poi attenzione caro Cerno al calibro di Sabino Cassese: all’epoca della pandemia fu tra i tanti che gridava alla deriva illiberale contenuta nei Dpcm di Giuseppe Conte. Per farlo tacere occorse l’allora presidente emerita della Corte Costituzionale Marta Cartabia (firmataria a sua volta della riforma della giustizia che all’epoca di Draghi gettò le fondamenta per l’uscita dei 5 Stelle dal governo).

Questa chiarì definitivamente che la Carta della Repubblica conteneva ( e contiene) tutti gli strumenti idonei a definire la necessità dei Dpcm nel contesto emergenziale pandemico. Il problema era un altro, Conte non piaceva e non piace all’establishment perché non liscia il pelo a chi invece la destra e i suoi sodali spolverano il tappeto.


Nel mondo di Maga Melò. Se la fascinazione per Trump inguaia la premier-patriota


Meloni flirta con l’ideologia di Donald e Kirk, e li imita. Ma sa che “sovranista grande mangia quello piccolo”

Nel mondo di Maga Melò. Se la fascinazione per Trump inguaia la premier-patriota

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – ROMA – Per quanto sia saggio diffidare delle formulette a effetto, e ancora di più delle immagini tratte da personaggi della cultura pop, ieri la premier italiana ha vinto il trofeo di vicinanza e affinità ideologica a Trump meritandosi, sia pure per un giorno, il titolo europeo di Maga Melò.

Che non suoni irrispettoso, la strega della Spada nella roccia c’entra solo per assonanza. Quando nell’ormai remoto settembre del 2018 i fratelli d’Italia invitarono ad Atreju Steve Bannon, non si può dire che Giorgia ne fosse rimasta così contenta. Eccitato dalla Città eterna, l’allora teorico presidenziale dell’Alt-right si inerpicò in una delle sue sparate mischiando le radici cristiane con Sparta e perfino con i fratelli Gracchi. Il giorno dopo, a scanso di equivoci, Meloni chiarì in televisione: «Non mi faccio dire cosa fare da un americano, né — soggiunse per educazione — da un francese o da un tedesco, insomma da nessuno. Mi considero troppo patriota».

È possibile che dipendesse anche dal fatto che in quel momento, per Trump e i suoi compari suprematisti Giorgia rappresentava una terza scelta, dopo “Giuseppi” e Salvini. Sennonché troppa acqua è passata sotto il ponte dell’Isola Tiberina dove avevano allestito Atreju. Otto anni in politica sono una tale eternità che, una volta divenuta premier, fece addirittura in tempo a lasciarsi schioccare un bacione in fronte da rimbam-Biden. Ma poi, tornato Trump alla Casa Bianca sull’onda Maga, nell’aprile scorso Meloni non solo riuscì a farsi perdonare, ma rilanciò la fatidica sigla lievemente mutandola a vantaggio dell’intero occidente, Make West Great Again.

L’imperatore, che nei giorni di buonumore già l’aveva coperta di complimenti — «fantastica», «bellissima», «donna eccezionale», «che bel suono ha il suo italiano», attribuendole perfino il soprannome di “Spitfire”, come un aereo da guerra, secondo indiscrezioni raccolte da Gigi Bisignani — insomma, Trump ne fu molto lieto. Lei, che non è sciocca, comprese subito i benefici e i rischi del farsi portabandiera di quella specie di tirannia anarchica che viveva di predazioni, predicazioni e affari; senza programmi, per giunta, se non la promessa messianica di un ritorno all’età dell’oro. Vedi del resto, sia pure in miniatura, il claim della manifestazione estiva dei Fratelli capitolini al laghetto dell’Eur: «Sei Grande. Tornerai, Roma» — e Arianna sorella aggiunse altisonante dal palco: «Dopo anni e anni di declino».

Più che una fascinazione o una moda, come la intese Gennaro Sangiuliano indossando il cappellino rosso Make Napoli Great Again sullo sfondo del Vesuvio, c’è materia per dire che la “guerra culturale” di Trump è per Meloni un trascinamento, un investimento e, in fondo, una scelta tanto obbligata, però, quanto complicata. A livello di idee e progetti, come tutti gli altri partiti di oggi Fratelli d’Italia assomiglia a un parco giochi gonfiabili, a un minestrone scipito e a una scatola vuota. Né francamente basta a dargli contenuto e spessore la scritta sul muro di qualche idiota «Meloni come Kirk», ma neanche la retorica della premier per cui «è per me motivo di orgoglio perché Kirk ha fatto della sua vita una battaglia» eccetera.

Le somiglianze con il movimento Maga sono, per quanto riguarda Palazzo Chigi, abbastanza visibili a occhio nudo: rivendicazione identitaria, revanchismo, rancore, riflesso securitario, contrasto all’immigrazione, rafforzamento dei poteri esecutivi, fastidio per i contrappesi (stampa e magistrature), archiviazione della solidarietà, allergia per le rivendicazioni delle minoranze che in America si fanno rientrare nella cultura woke mentre in Italia Meloni, con assidua genericità, mette sistematicamente in conto a «la sinistra».

Ma il problema non è tanto che pure Salvini, in parte Forza Italia e adesso Vannacci la pensano più o meno allo stesso modo dando vita a una vistosa competizione. Il guaio vero, per Maga Melò, sta nel fatto che nell’era selvaggia del ferro e del fuoco, dell’irragionevolezza strisciante e dell’imprevedibilità sistemica, non si può essere patrioti di due patrie o, peggio, di una patria altrui. Con il che le attrazioni ideologiche non vanno d’accordo — vedi i dazi e tutto il resto — con gli interessi nazionali. In altre parole: Sovranista grande mangia sovranista piccola. Meloni certamente lo sa e anche se non può dirlo, lo fa capire con astuzie diplomatiche, scatti, slanci, compromessi, acrobazie, sottintesi e sudditanze, ma per quanto ancora?


Sul caso Beatrice Venezi, nessuno come Andrea Ruggeri


(dagospia.com) – Al di là del triste caso di una direttrice d’orchestra più ambiziosa che talentuosa che si è infilata o è stata infilata in un vicolo cieco da sponsor politici che le hanno definitivamente distrutto una carriera che non c’è mai stata, il caso Beatrice Venezi ha almeno un merito: quello di certificare la penosa inadeguatezza della classe dirigente politica e giornalistica (di intellettuali meglio non parlare) che l’ha gestito.

Detto in parole povere, così magari le capiscono, fra i troll che sui social inveiscono contro i “poveri comunisti” dell’Orchestra della Fenice e propongono di licenziarli tutti e personaggi come il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro o il sottosegretario Gianmarco Mazzi o il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, non c’è alcuna differenza di preparazione, savoir faire, cultura e forse nemmeno di sintassi.

Però è sempre vero che, toccato il fondo, si può ancora scavare. Nessuno era ancora sceso alle profondità di becera volgarità e ignoranza raggiunti dal parrucchinato Andrea Ruggieri.

Per chi ha la fortuna di non conoscerlo, informiamo che si tratta di un ex deputato della “moderata” Forza Italia e attuale editorialista di una ex testata prestigiosa come “Il Giornale” e di una ex testata e basta come “Il Tempo”.

È anche l’ex fidanzato di Anna Falchi e tuttora, a meno che non l’abbia disconosciuto dopo questa performance, il nipote di Bruno Vespa. In un video incredibile a una manifestazione di quell’altro maître-à-penser di Nicola Porro, Ruggieri, che in precedenza aveva spiegato di non sapere nulla di musica, presenta una “lectio magistralis” di Venezi informando che è “acclamata in tutto il mondo come un fenomeno”.

Per la verità, qualsiasi giornale straniero che si sia occupato delle sue disavventure veneziane ha scritto esattamente l’opposto, e il fenomeno che tutto il mondo acclama poi nessuno se lo piglia, visto che la signora non ha incarichi né scritture importanti, anzi non ha quasi scritture tout court, a parte che nel suo feudo sudamericano e in particolare al Colòn di Buenos Aires, teatro prestigioso fino circa a un secolo fa, ma che l’ineffabile Brugnaro assicurò essere più importante della Fenice “perché l’aveva letto su ChatGtp”.

Tornando a Ruggieri, chi si oppone a una nomina insensata nel merito e indecente nel merito sono “quattro pippe senza curriculum”, cioè dei professori che hanno vinto un difficile concorso internazionale suonando dietro una tenda in modo che non li si potesse riconoscere.

Ma, “in questa Nazione di cagacazzi”, sempre secondo il raffinatissimo Ruggeri, “si vede la politica dappertutto”. E qui ha ragione. Soltanto una polemica politica, e di questo altissimo livello intellettuale, può portare qualcuno che sa nulla di una questione a blaterarne: per esempio, lui.

E comunque l’argomento principe, il sillogismo definitivo, la sintesi folgorante arriva subito dopo: “Beatrice Venezi è una figa bestiale”. Nemmeno Eduard Hanslick o Franco Abbiati (Ruggieri può scoprire chi erano cliccando su Wikipedia) avevano mai elaborato una critica musicale così approfondita e perspicua.

Di più indecente di questo sproloquio c’è soltanto che, subito dopo, salga sul palco ad abbracciarne l’autore la diretta interessata. Evidentemente, Venezi è d’accordo sul fatto che i professori, che vorrebbe a tutti i costi dirigere, siano “quattro pippe”.

Ci si chiede allora perché abbia mosso mari e monti per ottenere quel podio; e soprattutto come mai non capisca che, comportandosi in questo modo, non riuscirà mai a salirci. Peggio dei nemici, ci sono solo degli amici così.

TESTEO DELL’INTERVENTO DI ANDREA RUGGERI ALL’EVENTO “LA RIPARTENZA”

Bene, io adesso vi devo presentare quello che in realtà è un caso solo italiano, cioè il caso di una pippa conclamata che però viene acclamata in tutto il mondo come se fosse un fenomeno. Una donna che peraltro ha la colpa accessoria, perdoniamoglielo, di essere anche bella, oltre che giovane, colta, brillante, vivace e questo lo scoprirete tra poco nella sua lectio magistralis.

Viene acclamata in tutto il mondo come un fenomeno, poi però in Italia si trova a dover essere valutata in un curriculum eccellente da quattro pippe. Quattro pippe che, senza avere loro un curriculum dove magari figurano titoli di studio tipo “battesimo”, decretano che Beatrice Venezi, ripeto, acclamata come un fenomeno in tutto il mondo, è in realtà una sega colossale e che dunque non si può nominare al vertice di nessuna istituzione musicale perché altrimenti è lottizzazione.

E chi te lo dice? Degli orchestrali sindacalizzati, burattini di un grande burattinaio. Perché voi sapete che i sindacalisti, solo in Italia, sono persone che non hanno mai lavorato perché  ritengono volgare lavorare, è una cosa superata. E dunque hanno scansato il lavoro e hanno preferito fare la carriera sindacale.

Poi ci domandiamo come mai i salari non crescano, la produttività nemmeno e via dicendo. Comunque Beatrice Venezi è una, scusate la licenza slang, una figa bestiale che io sono contentissimo di presentare oggi qui è una donna di cui in una nazione che si voglia bene saremmo tutti orgogliosi tutti. ma in questa nazione siamo riusciti a rompere i coglioni a Roberto Baggio che era il calciatore più forte di tutto il mondo romperemmo le palle anche a Roger Federer se fosse italiano come qualcuno lo fa con Sinner rompono i coglioni pure a Sinner, alcuni miei parenti anche (Bruno Vespa, ndr) Allora noi siamo diventati una nazione, scusate, di cacacazzi, ve lo dico così, ok?

Siamo diventati una nazione di rompiscatole, campioni del mondo nell’impedire a chi vuole far fruttare il proprio talento che è costato molti sacrifici e farlo in favore di tutti, bene, bisogna impedirglielo ed è un grande peccato. Ho ascoltato la fine del panel sulle infrastrutture.

Ok signori, noi abbiamo gente bravissima, ma è ora di togliergli i lacci. Meno regole, meno tasse, ma di questo ne parleremo alle 18 e 30. Allora, Beatrice Venezi rappresenta un’altra cosa e poi, dopodiché, vi lascio a lei. Rappresenta quella caso di eccessiva, nociva faziosità di chi a sinistra, come sempre, vede politica dappertutto, anche laddove non dovrebbe vederla, e con ciò umilia il talento di cui.

Beatrice Venezi è portatrice sana. Il lavoro enorme, pieno di sacrifici, magari poco raccontati ma reali, che hanno consentito di mettere a frutto questo talento e dopodiché stracciano anche un altro principio su cui cianciano per delle stupidaggini rilevanti di tutti i giorni, quello del femminismo.

Il tanto decantato femminismo ha una pausa di validità soltanto se riguarda persone che non siano di sinistra e siccome in questo Paese così fondato ormai su pensierini da quinta elementare un po’ straccioni e molto terzomondisti, tutto quello che non è di sinistra è automaticamente fascista, cosa ridicola, io vi presento lo strano caso della fantastica Beatrice Venezi. Cui però, siccome voglio, siccome voglio mettermi nei guai, chiedo a lei e a Nicola di venire qui a fare un selfie con voi dietro. Se volete, alzatevi, fate una coreografia stupenda.


Referendum, Nordio e le parole sul “sistema para-mafioso al Csm”


Il Guardasigilli, parlando di uno degli aspetti della riforma costituzionale, ha detto che “il sorteggio rompe il meccanismo ‘para-mafioso'”. Schlein: “Inaccettabile, Meloni prenda le distanze”

Carlo Nordio - (Ipa)

(adnkronos.com) – Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è al centro di una nuova bufera dopo un’intervista in cui ha attaccato duramente il sistema delle correnti della magistratura. Secondo Nordio, il funzionamento dell’organo di autogoverno dei giudici (Csm) avrebbe “meccanismi para-mafiosi” che solo il sorteggio – inserito nella riforma costituzionale della Giustizia, che sarà sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo – potrebbe interrompere, favorendo così una maggiore trasparenza e rompendo i rapporti di potere interni.

Le parole di Nordio

”Il sorteggio rompe questo meccanismo para-mafioso, questo verminaio correntizio, come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche. Lo scandalo Palamara ha mostrato tutto questo: ma hanno messo il coperchio su questo scandalo, 4 o 5 disgraziati costretti alle dimissioni e poi nulla è cambiato”, ha detto Nordio al ‘Mattino di Padova’.

Alcuni magistrati, magari vittime di questo sistema, sono contrari alla riforma, spiega Nordio, ”perché sanno che non ci sono argomenti contro questa riforma civile, liberale, voluta dagli italiani. E quindi cercano di portarla sul piano politico: governo sì, governo no”.

La politicizzazione del referendum non mi preoccupa, aggiunge, ma ”mi delude”. ”I sondaggi dicono chiaramente che la maggioranza degli italiani è favorevole alla riforma – sottolinea – Ben 2 su 3 sono favorevoli alla separazione delle carriere. Ma alcuni di loro voteranno no sperando di far cadere il governo”.

Dopo la bufera scatenata dalle sue dichiarazioni il Guardasigilli ha detto di non capire “tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del Csm”. “Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, riportate dal Fatto quotidiano e da altri giornali, quindi fonti non particolarmente vicine a noi, nel settembre 2019. Di Matteo parlò di ‘mentalità e metodo mafioso’. Altri esponenti del ‘partito del No’ si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo”.

Anm: “Parole Nordio offendono memoria vittime mafia”

“Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di avvelenare i pozzi accusando i magistrati di usare metodi paramafiosi, paragonando l’elezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura ai comportamenti della criminalità organizzata. Le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività”, afferma l’Associazione nazionale magistrati in una nota della Giunta esecutiva centrale.

Mentre ì il consigliere laico del Csm Ernesto Carbone afferma: “Ministro Nordio faccio appello al suo senso di responsabilità e al suo passato di magistrato. Abbassi i toni. Abbia rispetto per i magistrati, e per le forze dell’ordine che la mafia ha barbaramente ucciso”.

Opposizione all’attacco

Le parole del Guardasigilli hanno scatenato forti reazioni da parte dell’opposizione. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, le ha definite “gravissime” e ha chiesto alla premier Giorgia Meloni di prendere le distanze. “Stamattina ci siamo svegliati con una intervista del ministro Nordio che assimila i magistrati ai mafiosi. La trovo una cosa gravissima, soprattutto se a farla è il ministro della Giustizia. Ci aspettiamo che Meloni prenda immediatamente le distanze da queste parole. Ci aspettiamo le scuse da parte del ministro”, ha detto Schlein a margine di una iniziativa a Bari, a sostegno della campagna ‘Vota No per difendere la Costituzione’. ”C’è una campagna elettorale ma non si possono fare affermazioni che paragonino i magistrati ai mafiosi. E’ una cosa che insulta anche la storia di tanta magistratura che si è battuta per anni contro la mafie e ha pagato anche con il prezzo della vita. Parliamo di persone come Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici. E’ inaccettabile che un ministro parli così dei magistrati”.

Replicando a Nordio, che ha detto di non capire Schlein visto che la riforma della giustizia servirà anche al Pd quando sarà al governo, la segretaria Pd ha spiegato che “non vogliamo che ci serva. Noi vinceremo le prossime elezioni politiche, andremo al governo e vogliamo essere controllati, perché cosi funziona la democrazia”. ”Pensavo che a Nordio fosse uscita così – ha sottolineato – invece l’ha scritta anche nel libro”.

Anche Giuseppe Conte dei 5 Stelle ha criticato l’accostamento tra magistratura e mafie, definendolo inaccettabile. ”Il Ministro Nordio dopo aver annunciato tagli alle intercettazioni per “modestissime mazzette” ora addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche “para-mafiose”. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero. Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un Governo che getta fango e ombre sulle Istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste. Fermiamoli, votiamo no”, scrive sui social il presidente del Movimento Cinque Stelle.

”Un indecente ministro, Carlo Nordio, parla di sistema paramafioso attaccando i magistrati dopo aver detto che con la sua riforma non ci sarebbe stato il caso di Garlasco”, dichiara Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde. ”Nordio è il ministro che ha ridotto gli investimenti sulle intercettazioni e imposto limiti di 45 giorni, rendendo più difficile il lavoro di chi combatte mafia e corruzione. Ha abolito l’abuso d’ufficio, cancellando un presidio di legalità, facendo un regalo alle mafie”.

Bignami (FdI): “Schlein-Conte ridicoli”

“Rasentano il ridicolo Elly Schlein e Giuseppe Conte con i loro attacchi verso il ministro Nordio, a cui va la mia solidarietà. La verità è che in questo modo gli alleati giallo-rossi cercano maldestramente di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri, ai limiti dell’eversione (copyright Barbera, ex giudice costituzionale). Piuttosto che scandalizzarsi per le dichiarazioni del ministro Nordio, avrebbero potuto leggere il libro di Palamara e rendersi conto di come oggi le correnti sono un sistema di potere da scardinare. E per Fratelli d’Italia l’unico modo è votare Sì al referendum del prossimo 22 e 23 marzo”. Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami.


L’Italia torni dalla parte giusta


(Giuseppe Conte) – Leggo sui giornali che dopo la prefazione alla sua autobiografia firmata dal figlio di Trump, Meloni incassa anche quella del vicepresidente Usa Vance sul libro-intervista in cui è celebrata da Sallusti. Buon per lei, per le sue vendite e i suoi affari.

Da italiano però mi preoccupa altro: la strategia senza senso e le ambigue scelte del Governo Meloni che stanno penalizzando l’Italia e l’Europa, indebolendole enormemente.

Il Governo Meloni ha accettato i dazi Usa promettendo nuovi acquisti di armi, gas, sconti ai giganti del web Usa.

Non ha preteso e ottenuto le scuse per l’oltraggio alla memoria dei nostri militari morti in Afghanistan.

Non appena il cancelliere tedesco Merz ha osato criticare le politiche di Trump, Meloni è scattata sull’attenti per difendere gli Stati Uniti rompendo immediatamente la favoletta dell’asse Roma-Berlino per una grande Europa con l’Italia centrale, raccontata da Chigi e dai giornali al seguito.

Senza neanche passare dal Parlamento e nonostante i paletti della Costituzione Meloni annuncia che saremo “osservatori” del Board of peace su Gaza, che si sta strutturando come un comitato di affari che di fatto emargina sempre più l’Onu. Meloni continua a infangare l’Italia pur di compiacere Washington: dopo avere offerto copertura politica e militare al Governo di Netanyahu adesso degrada il nostro paese al ruolo di “spettatore” di un progetto di speculazione immobiliare che non sembra offrire nessuna prospettiva di reale riscatto a una popolazione palestinese martoriata da anni di vessazioni e da ultimo falcidiata da un genocidio. Meloni può fare tutti gli inchini che vuole. Ma li faccia a titolo personale. Non in nome dell’Italia, che anziché essere spettatrice dovrebbe essere promotrice di un processo di reale sviluppo sociale per Gaza rispettoso delle tradizioni e della cultura palestinese e dovrebbe essere in prima linea a condannare il nuovo progetto di Netanyahu di rafforzamento degli insediamenti abusivi in Cisgiordania.

L’Italia torni dalla parte giusta: difesa degli interessi nazionali ed europei, dignità e rigore nella gestione della storica alleanza con gli Usa, lavoro in Europa per costruire un solido asse tra i Paesi che vogliono gli eurobond, come abbiamo fatto nel 2020 per portare a casa i 209 miliardi. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un piano straordinario di investimenti strategici, basati sul debito comune, per affrontare la crisi della manifattura, le sfide dell’intelligenza artificiale e della robotica, i costi dell’energia, della difesa comune inesistente. Dobbiamo aumentare il bilancio pluriennale Ue, rivedere il Patto di stabilità, cambiare lo statuto della Bce.

Abbiamo bisogno di visione, di strategie, non di tatticismi e furbizie innaffiati dalla illusoria propaganda domestica.


Ti prendi Gramsci? E io mi prendo Tolkien


(di Marcello Veneziani) – Trovo fuori luogo, fuori tempo, fuori formato la gara che si è aperta ai bordi della politica, nei ritagli oziosi del tran tran politico quotidiano, per accaparrarsi nomi illustri della cultura e della letteratura e intestarsi targhe famose di scrittori e autori del passato. L’ultima in ordine di tempo è stata Elly Schlein che ha rivendicato un inesistente diritto di proprietà della sua area politica su J.R.Tolkien, l’autore del Signore degli anelli che da più di mezzo secolo è rivendicato come l’autore prediletto della nuova destra giovanile e postfascista. Risale all’uscita del libro, pubblicato da Alfredo Cattabiani da Rusconi su consiglio di Elémire Zolla agli inizi degli anni settanta. Ebbe grande successo di pubblico senza connotazioni di parte. Ma diventò subito la bibbia dei ragazzi di destra che volevano liberarsi della storia e della discendenza dal fascismo e cercavano nella fantasy una via d’uscita, poi santificata nei Campi Hobbit degli anni settanta. Una parabola lunga mezzo secolo se si considera Atreju, l’appuntamento annuale della destra meloniana dedicato a lui e a la storia infinita di Michael Ende. Ora, d’improvviso, la leader dei dem non si limita, come sarebbe giusto, a “liberare” Tolkien e gli Hobbit da affiliazioni indebite di partito e a restituirli a tutti i lettori; no, si spinge a chiedere il suo trasloco da Fratelli d’Italia e la galassia destrorsa ai Dem e al mondo della sinistra, sotto l’auspicio di Chiara Valerio e la benedizione postuma di una tolkeniana “spuria” come Michela Murgia. “Riprediamoci Tolkien” ha detto Elly Schlein, ignorando che Tolkien non è mai stato un autore “organico” alla politica e tantomeno alla sinistra e ai dem.

Ma l’appropriazione indebita risponde in realtà ad analoghe operazioni compiute dal versante opposto nei confronti di autori come Antonio Gramsci o Pierpaolo Pasolini, che pure militavano nel Partito comunista. Un conto è riscoprire il nazionalpopolare di Gramsci, la sua centralità della cultura, il suo debito nei confronti di Gentile(e di Sorel), il suo sofferto rapporto con il potere staliniano; un’altra cosa è appropriarsene. La stessa cosa vale per Pasolini, che fu certo autore antimoderno, trasgressivo anche rispetto alla cultura radical-progressista e antifascista, a suo modo religioso e amante della civiltà contadina, dialogante con autori e giovani del versante opposto; ma certo non ascrivibile alla “destra”, a Fratelli d’Italia o al neo-fascismo. Semplificazioni brutali, riduzioni della cultura a una versione calcistica, da figurine Panini e da calcio-mercato. Autori irregolari, solitari, refrattari a ogni allineamento, costretti a indossare la maglia della squadra che decide di appropriarsi delle sue spoglie. In realtà, a destra bisogna distinguere tra i rozzi tentativi di accaparrarsi marchi e autori solitamente attribuiti alla sinistra e i servili tentativi individuali di compiacere l’egemonia culturale della sinistra, come è capitato, ad esempio con certi inconsistenti libretti su Gramsci, utili solo a compiacere e farsi accettare dai poteri culturali dominanti.

Nei confusi e volpini stoccaggi di intellettuali e partiti che si sono fatti nei giorni scorsi, è capitato di vedermi coinvolto sul Corriere della sera in veste di autore di un inesistente “Gramsci e Nietzsche si davano la mano”. In realtà il mio libro è dedicato a Nietzsche e Marx e nulla ha a che vedere con la gara a chi si prende un autore del campo avverso; è un saggio sui due pensatori che più hanno inciso nella nostra epoca, sui loro punti di convergenza e sulla fecondità di un dialogo di confine tra chi la pensa diversamente, se non agli antipodi. Una prospettiva rivolta al pensiero critico e alla civiltà del dialogo, del tutto remota dalla gara patetica di accaparramento e assimilazione di cui si diceva.

Il vero problema è che la politica ha perso da troppi anni ogni respiro culturale e ideale, mantenendo al più un viscido rimasuglio ideologico che copre l’ignoranza abissale dei suoi nuovi esponenti. Di conseguenza, appare fuori luogo ogni rivendicazione di affiliazione d’autori e opere; anche perché una volta che hanno rinnegato le loro case d’origine, incluse le matrici comuniste o fasciste, non ha più senso poi tentare di appropriarsi autori che appartengono a quei mondi da tempo negati. In realtà tutti possono leggere tutto, e ciascuno a livello personale potrà arricchirsi della lezione di un autore, anche distante dai propri orizzonti. Ma un conto è rivendicare e praticare letture diverse, eretiche o trasgressive rispetto al proprio patrimonio ideale e habitat politico, un altro è pretendere di portarseli a casa e vestirli con l’uniforme della propria parrocchietta di partito. Sarebbe una crescita qualitativa se i politici trovassero il tempo e l’ingegno per leggere e per inoltrarsi anche in autori impervi o distanti; allargherebbero i loro orizzonti e le loro curiosità, rivedrebbero i loro pregiudizi, acquisterebbero un’attitudine all’ascolto di pensieri diversi e dunque sarebbero meno tentati dalle censure e dalle chiusure partigiane.

Invece brandirli come cimeli, bottino di guerra, vessilli strappati al nemico, è solo un grezzo rito tribale che non fa crescere né la cultura né le politica e non genera circolazione delle idee; è solo sequestro di persona e cattività in uno spazio chiuso chiamato partito. Perciò insisto su una tesi che espongo ormai da tempo: carriere separate per la cultura e la politica, per carità.


Referendum Giustizia: Alta Corte col trucco, ora deciderà la politica chi processerà le toghe


Meccanismo. Una legge ordinaria per la sua composizione. L’assalto a Nicola Gratteri per aver detto che per il Sì voteranno “indagati, imputati e massoneria deviata”? Secondo lo stesso procuratore di Napoli “è l’anticipazione di quello che succederà con l’Alta Corte disciplinare”. Un riferimento, quello contenuto nella dichiarazione al Corriere, che […]

(di Giuseppe Pipitone – ilfattoquotidiano.it) – […] L’assalto a Nicola Gratteri per aver detto che per il Sì voteranno “indagati, imputati e massoneria deviata”? Secondo lo stesso procuratore di Napoli “è l’anticipazione di quello che succederà con l’Alta Corte disciplinare”. Un riferimento, quello contenuto nella dichiarazione al Corriere, che accende i riflettori su uno dei possibili effetti provocati dalla riforma: i magistrati processati da un tribunale composto soprattutto da uomini scelti dalla politica. E non solo a livello mediatico, come è successo a Gratteri. Il meccanismo è nascosto in un comma di cinque righe, l’ultimo del nuovo articolo 105 della Costituzione, quello sull’Alta corte, cioè l’organo che dovrebbe assorbire le funzioni disciplinari interne alla magistratura, svolte finora dal Csm in primo grado e dalle Sezioni Unite civili della Cassazione per i ricorsi. “La legge determina gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, indica la composizione dei collegi, stabilisce le forme del procedimento disciplinare e le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte e assicura che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegio”, recita la riforma.[…]

[…] Cosa vuol dire? “Che in pratica si riserva al legislatore ordinario il potere di modificare la normativa sugli illeciti disciplinari, ma anche di fissare le regole per il funzionamento dell’Alta Corte, tra cui la composizione dei collegi, punto sul quale la norma costituzionale non impone il rispetto di alcuna regola proporzionale, ma solo l’assicurazione della presenza di almeno un giudice e un pm”, spiega Marco Patarnello, sostituto procuratore generale della Cassazione e componente del comitato centrale dell’Anm. L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: 9 togati, sorteggiati tra magistrati ed ex della Cassazione, 6 laici, di cui 3 indicati dal presidente della Repubblica e altri 3 dal Parlamento con lo stesso meccanismo usato per i consiglieri laici del Csm, dunque un’estrazione sulla base di un elenco prestabilito. Visto che contro le sentenze dell’Alta Corte si potrà fare ricorso solo alla stessa Alta Corte, non accadrà mai che i 15 saranno chiamati tutti a giudicare lo stesso caso: dovranno essere formati almeno due collegi, uno per il primo grado e l’altro per il secondo. “Un meccanismo simile non si è mai visto. Per tutti i procedimenti giurisdizionali si può fare ricorso in Cassazione, ma se vincesse il Sì solo i magistrati non potrebbero più farlo”, dice Patarnello. Il vero nodo, però, riguarda i collegi che dovranno giudicare le toghe: la riforma non ne indica la composizione, ma lascia che sia una legge ordinaria a deciderlo. “Attraverso questa normativa che demanda alla legge ordinaria, quindi votata a maggioranza, si è sottratta la composizione dei collegi disciplinari al principio costituzionale che stabiliva il rapporto laici-togati all’interno del Consiglio superiore. Occorrerà solo che ci siano sia laici che togati, ma non si indica in che percentuale”, dice l’esponente dell’Anm. In pratica, in caso di vittoria del Sì al referendum, nulla vieta alla destra di prevedere tribunali per magistrati in cui le decisioni saranno prese a maggioranza dai consiglieri indicati dalla politica. “Potrebbero fare anche collegi con due laici e due togati e quindi con una maggioranza interamente laica, perché in caso di parità prevale il voto del presidente, che sarà sempre un laico appunto”, avverte Patarnello.

[…] In pratica la maggioranza ha seguito la stessa strategia usata per l’elezione dei componenti politici nei Csm: solo dopo il referendum sarà decisa l’effettiva profondità dell’elenco sul quale operare il sorteggio. Nulla vieta di estrarre a sorte i 23 consiglieri (20 per i due Csm, 3 per l’Alta corte) da una lista di 23 nomi, tutti indicati dai partiti di maggioranza. Sembra quasi che la destra abbia voluto tenersi le mani libere per una sorta di secondo tempo della riforma, in caso di vittoria alle urne il 22 e 23 marzo. “La norma – aggiunge il sostituto pg della Cassazione – prevede anche di riscrivere, sempre con legge ordinaria, gli illeciti disciplinari. Possiamo dunque ipotizzare che sarà introdotto un illecito che inibisce il diritto di manifestazione del pensiero per i magistrati”. In quel caso è facile immaginare l’esito di un processo a un magistrato che, come Gratteri, osasse dire la sua sul referendum.


Andrea Pucci e il politicamente scorretto


Mai sottovalutare i tesori che si possono incontrare scavando dove non guarda nessuno

Andrea Pucci e il politicamente scorretto

(Gianluca Nicoletti – lastampa.it) – Ancora un indomito combattente della dura e sanguinosa guerra al politicamente corretto. Il comico Andrea Pucci si è guadagnato il sostegno delle massime cariche dello Stato, in quanto vittima (auto immolata) del pensiero unico, dell’egemonia culturale, di quella parte della popolazione che oramai viene definita con un termine onnicomprensivo “la sinistra” o “i sinistri” o, per i più strutturati con nostalgie ottocentesche, “i progressisti”. Non è il primo dei comici che si conquista il plauso delle destre, in quanto espressione di una vox populi liberata dal giogo ideologico del dovere fare attenzione al linguaggio, ai diritti delle minoranze, al rispetto per chi fa scelte affettive e sessuali fuori dai canoni più comuni. Angelo Duro si era già felicemente prodotto nel medesimo rischiosissimo esercizio, che poi sarebbe quello di aver intuito da che parte tiri il vento in questo frangente storico e di seguire l’onda. Ancora prima ci fu il caso di Pio e Amedeo, che rappresentavano due rozzissimi uomini pugliesi, chissà perché a un certo punto pure loro si sono dovuti arruolare nella crociata del politicamente scorretto, attribuendo un valore “politico” a una divertente parodia della pugliesità burina. Naturalmente a dare esistenza e spessore ideologico a signori sono in primo luogo le critiche degli scandalizzati. Per ogni richiesta di scomunica, un comico mediocre diventa un eroe del libero pensiero da tutelare. Riflettiamo piuttosto sul fatto che esista una vastissima fetta di popolazione a cui fanno ridere ancora le battute razziste, sui gay, sulle anomalie fisiche, sulla femminilità descritta per stereotipi.

Chi non ride non lo fa per infezione di politicamente corretto, pensa solo che non siano più attuali atteggiamenti di insulto a categorie umane in condizioni di fragilità. Non siamo diventati più buoni, pensiamo piuttosto che sia vecchiume stantio il libero bullizzare chi ha meno difese. Per amore di leggerezza preferiamo evitare ad altri afflizioni, imbarazzi, sensi di vergogna. Essere civilizzati non significa censurare parole, per usarne altre edulcorate; a volte significa conservare memoria del passato. Ci fu un’epoca in cui ci si abituò a definire “parassiti” dei nostri concittadini, ci si abituò talmente che quando furono deportati per essere sterminati la maggior parte di noi fece finta di nulla.