Il bando per l’avanzamento economico del personale dipendente è stato pubblicato il 7 agosto e subito eliminato. L’azienda sanitaria ammette: “File erroneamente pubblicato, era riconducibile ad una ricognizione interna”. La Vardera presenta un’interrogazione in Regione: “L’amministrazione pubblica ha l’obbligo di trasparenza nei confronti di tutti”

All’Ospedale Civico di Palermo, un bando per l’avanzamento economico del personale dipendente è stato pubblicato il 7 agosto già “precompilato” con i nomi dei possibili vincitori: lo ha denunciato a Fanpage.it il sindacato degli infermieri NurSind, che spiega che i nominativi erano stati inseriti nelle griglie di valutazione della delibera. “Su altri bandi del comparto avevamo già avuto più di un sospetto, ma mancavano prove evidenti. Questa volta invece gli elementi sembrano esserci e chiediamo che si faccia piena luce”, ha detto Aurelio Guerriero, segretario della sezione palermitana del sindacato. Il bando è stato eliminato poco dopo la pubblicazione, ma nel frattempo la discussione si è accesa anche sul piano politico. Soprattutto perché tra i nomi dei papabili vincitori c’era anche quello di Luca Lagalla, figlio del sindaco del capoluogo siciliano Roberto Lagalla.
Gli screenshot del bando hanno iniziato a circolare nelle chat, arrivando anche ai sindacati e a Fanpage.it: dopo aver sollevato il caso, NurSind ha mandato una nota formale all’Ufficio per la Trasparenza e la prevenzione della corruzione del Civico chiedendo accertamenti: “Personalmente conosco molti dei nomi presenti nella griglia e sono sicuro della buona fede, professionalità e competenza. Siamo certi che, se il bando fosse stato espletato regolarmente, molti sarebbero stati tra i vincitori. Ma è proprio per questo che il metodo conta“, commenta ancora Guerriero.
Il deputato dell’Ars Ismaele La Vardera ha presentato un’interrogazione urgente all’assessore alla Sanità parlando di un fatto “di una gravità inaudita”: “Poi ci chiediamo perché la sanità siciliana è tra le ultime in Italia – sottolinea -. Non entro nel merito della bravura o meno del medico. Può anche essere il migliore ma l’amministrazione pubblica ha l’obbligo di trasparenza nei confronti di tutti”. Il presidente di +Europa e dei Radicali Italiani Matteo Hallissey ha definito l’episodio “uno dei casi più evidenti del rischio di nepotismo in ambito pubblico” e Lagalla come “l’uomo giusto al posto giusto, prima ancora di scegliere quale sia l’uomo giusto”.
L’azienda sanitaria ha replicato in una nota che “il file, erroneamente pubblicato, era chiaramente riconducibile ad una ricognizione interna, peraltro parziale, effettuata a monte dalla direzione sanitaria unitamente ai responsabili delle diverse strutture coinvolte (direttori di dipartimento e direttori di Uoc) finalizzata a verificare la platea della dirigenza potenzialmente interessata“. Infatti, la procedura prevede che le aree di interesse vengano individuate dai direttori di dipartimento prima di avviare la selezione. E assicura che la procedura si rifarà da capo nei prossimi giorni “nel rispetto di quanto deliberato e della normativa in materia”. Ma, nota Hallissey: “Oltre a questo caso, mi preoccupano tutti quelli in cui errori simili non si fanno e le liste precompilate non escono”.
Il segretario generale Fp Cgil Sicilia Francesco Fucile e il segretario generale Fp Cgil Palermo Andrea Gattuso hanno chiesto alla direzione generale dell’Arnas Civico-Di Cristina-Benfratelli “massima trasparenza e verifiche immediate sulla regolarità della procedura in corso”, ammonendo: “Vigileremo con la massima attenzione sull’intero iter e non esiteremo a chiedere l’intervento dell’assessorato regionale alla Salute e degli organi competenti qualora le circostanze denunciate risultassero fondate”.
Se le urne dovessero restituire Camere impiccate, servirebbe una figura capace di mettere d’accordo mondi lontani. L’ex premier, reduce da Palazzo Chigi e da una lunga stagione a Bruxelles, resta uno dei pochi nomi che non spaventa né il Quirinale, né i mercati, né gli avversari di sempre

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Roma esiste un termometro infallibile per misurare la febbre da poltrone: il numero di interviste rilasciate da chi giura di non avere alcuna ambizione. Ultimamente l’ago segna con insistenza Paolo Gentiloni, tornato nelle pagine di cronaca politica con una frequenza che nei corridoi di Montecitorio nessuno considera casuale. Non una dichiarazione fuori posto, il suo nome rimbalza da un giornale all’altro, e a Roma, si sa, le coincidenze raramente lo sono davvero.
Nei Palazzi il calcolo è aritmetico prima ancora che politico. Se le urne dovessero restituire Camere impiccate, senza una maggioranza chiara né a destra né a sinistra, servirebbe una figura capace di mettere d’accordo mondi lontani. L’ex premier, reduce da Palazzo Chigi e da una lunga stagione a Bruxelles, resta uno dei pochi nomi che non spaventa né il Quirinale, né i mercati, né gli avversari di sempre. Un identikit che, in caso di stallo, torna comodo a chiunque debba mettere insieme una maggioranza di governo presentabile all’Europa, capace di reggere il peso di un incarico nato più da necessità che da entusiasmo.
C’è però una seconda partita, forse più interessante della prima. Se la premier dovesse consolidare i numeri in Parlamento, difficilmente lascerebbe Chigi in anticipo: la vera battaglia si sposterebbe allora sull’elezione del prossimo capo dello Stato. Ed è lì che il profilo moderato ed europeista di Gentiloni diventa merce pregiata, capace di intercettare consensi anche fuori dal perimetro del centrosinistra, da spendere come punto di caduta se le trattative sui nomi più identitari dovessero incagliarsi.
Per ora l’interessato coltiva il suo classico understatement: nessuna uscita sopra le righe, nessuna investitura richiesta, nessuna intervista che assomigli a un programma elettorale. Ma a Roma vale una regola non scritta: più un nome si muove in silenzio, più cresce il sospetto che dietro ci sia una strategia costruita a tavolino. E mentre il centrosinistra continua a cercare una leadership condivisa che ancora non si vede, i più smaliziati osservano, prendono appunti, e aspettano che la partita vera cominci.
Per Colosimo il “conflitto di interessi” è soltanto una clava da adoperare contro gli avversari politici: non si spiega diversamente il suo silenzio sugli attacchi a Report

(Davide Mattiello – ilfattoquotidiano.it) – Chiara Colosimo poteva continuare a tacere sulla vicenda Ranucci oppure decidere di parlare ribadendo la centralità dell’informazione libera nel contrasto alle mafie, richiamando così ad un maggior contegno i suoi sodali di partito, almeno in ossequio ai giornalisti assassinati dalla criminalità organizzata.
Ha fatto invece la scelta peggiore: intervenire per “sollecitare” la riduzione della scorta a Ranucci (valutazione che ovviamente non le compete), dimostrando una volta di più come il “conflitto di interessi” per lei sia soltanto una clava adoperata strumentalmente contro gli avversari politici e non uno strumento a presidio della democrazia.
Mi si potrebbe infatti obiettare ironicamente: cosa ti aspetti che faccia l’onorevole “pellegrina sulla via della verità” Colosimo, meloniana di ferro, quando i vertici del suo stesso partito che ricoprono incarichi istituzionali apicali (Giovanbattista Fazzolari, Ignazio Benito La Russa) attaccano sistematicamente una trasmissione come Report, che negli ultimi due anni (per tacere di altro) ha dedicato importanti servizi di approfondimento alla inchiesta Hydra?
Mi rendo conto. Ma dare per scontato il silenzio di Colosimo e quindi non sobbalzare davanti alla prova evidente dell’uso strumentale del “conflitto di interessi” rischia di renderci involontariamente complici del disfacimento della credibilità delle istituzioni repubblicane.
Era il 19 giugno 2023 quando Colosimo, da poco eletta presidente della Commissione parlamentare antimafia (con i voti della maggioranza), nonostante una lettera-appello di decine di famigliari delle vittime delle stragi di mafia e terrorismo italiane indignati per le relazioni intollerabili emerse anche grazie a Report (ops!), che aveva pubblicato la fatidica foto nella quale Colosimo appariva sorridente ed abbracciata a Luigi Ciavardini (ex Nar, condannato per gli omicidi del giudice Occorsio, dell’agente Evangelista e per la strage di Bologna), incontrava a Palazzo San Macuto quella curiosa delegazione composta dal generale Mario Mori, dall’avv. Fabio Trizzino, dall’allora segretario del partito Radicale Maurizio Turco e da Irene Testa allora tesoriera del medesimo partito.
Come è noto quell’incontro gettò le basi del successivo lavoro sulla strage di Via D’Amelio, da spiegare attraverso il rassicurante (per gli eredi del Duce e di Berlusconi) paradigma “mafia-appalti”, che però sarebbe dovuto passare per un tornante stretto ma imprescindibile: la neutralizzazione politica del senatore Roberto Scarpinato, “colpevole” di aver dedicato una vita proprio alla ricerca della verità su tutto quanto ha portato e si è mosso attorno ai “crateri” mafiosi del 1992.
L’arma da scaricare contro il Senatore venne suggerita in quell’incontro, lo si ricava dalle stesse dichiarazioni alla stampa che ne seguirono, e fu precisamente il “conflitto di interessi”: essendo stato Scarpinato direttamente coinvolto negli eventi che precedettero le stragi di Capaci e Via D’Amelio e in particolare nella prima gestione del dossier “mafia-appalti”, non avrebbe di certo potuto prendere parte ai lavori della Commissione, i quali avrebbero puntato a riscrivere la storia di quei medesimi accadimenti.
“Ri-scrivere” non è un eccesso polemico, ma una espressione adeguata al chiaro tentativo di sovvertire/riscrivere un documento fondamentale e mai, fino a questo momento, revocato in dubbio: la relazione firmata da Gian Carlo Caselli e da tutti gli altri componenti dell’Ufficio di Procura di Palermo e consegnata alla Commissione parlamentare anti mafia nel febbraio 1999. Il resto è storia.
Tornando a Report e selezionando soltanto per brevità l’oggetto della riflessione che vi propongo, siamo davanti ad una trasmissione giornalistica del servizio pubblico che negli ultimi due anni ha appunto dedicato importanti servizi di approfondimento all’inchiesta “Hydra” che sta affrontando a Milano il primo grado in rito ordinario, dopo che in abbreviato oltre 60 imputati sono già stati condannati a pene che arrivano fino ai 16 anni.
Tra questi anche Bernardo Pace, mafioso legato alla Cosa Nostra trapanese, in relazione con Matteo Messina Denaro, che aveva deciso all’inizio del 2026 di collaborare con la giustizia e che, trasferito per cautela nel carcere di Torino, è stato ivi trovato morto impiccato il 16 marzo scorso.
Il processo Hydra, che ha fatto scattare misure di tutela inaudite per i pm titolari, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, riguarda, tra l’altro, i rapporti tra mafia e politica a Milano e in particolare quelli con alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Per tutto ciò non è accettabile che Colosimo, nel suo ruolo di presidente della Commissione Antimafia, dopo aver taciuto sul caso “Delmastro-Caroccia”, taccia nuovamente, mancando di far notare quanto meno la inopportunità che ad attaccare Report, auspicandone una “diversa” traiettoria, sia proprio chi rappresenta la forza politica maggiormente coinvolta nei servizi sopra ricordati.
L’utilizzo intermittente e pretestuoso del “conflitto di interessi” purtroppo è sintomo di quella “occupazione delle istituzioni” contro la quale aveva usato parole inequivocabili proprio il grande mentore di Meloni&Colosimo: Paolo Borsellino.
(di Ilaria Sacchettoni – il Corriere della Sera) – Giurano i difensori che il loro cliente non è un criminale, lo vogliono in aula anziché in videoconferenza e, insomma, assicurano che tutto è frutto di un grande fraintendimento e che alla fine quell’ordigno ha solo portato in dote maggiore sicurezza a Ranucci. Quanto al metodo, Lavitola insiste nel tentativo di alleggerire la questione.
Voleva solo qualche sparo «innocente» in aria e non una bomba, dirà nuovamente. Si vedrà al riguardo anche cosa riveleranno i quattro esecutori del blitz che hanno chiesto un interrogatorio.
Il profilo penale di Lavitola sembra più consistente di quanto i suoi avvocati intendano accreditare. È stato lui stesso, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, a presentarsi come un imprenditore di calibro internazionale. «Ho fatto affari a Panama e in Brasile», ha spiegato. E da qui, puntuale, arriva una conferma, sia pure meno gratificante di quanto sperato.
«Sobre Valter Lavitola tem un procedimento » (su Lavitola c’è un procedimento) confermano dal ministero degli Interni brasiliano. Precisando che si tratta di un’inchiesta «secretata» molto tempo fa e apparentemente in stand-by. Parliamo di alcune tranche investigative (tre) che ipotizzano un riciclaggio da parte del faccendiere di origine campana attraverso alcune sue società, una delle quali ha come oggetto la stessa vendita di pesce che lo ha reso famoso con il Cefalù bistrot.
A tale proposito i Cola assicurano che la questione non li riguarda e che per loro è una novità ma, in futuro, i magistrati dell’antimafia potrebbero acquisire informazioni in merito.
Lavitola, intanto, mostra di credere al proprio personaggio. Durante l’interrogatorio a Rebibbia ha parlato della sua amicizia con Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile al suo terzo mandato. Conferma, insomma, la sua grande ambizione e il suo smisurato talento nell’arte di arrangiarsi .

(Dott. Paolo Caruso) – Il danno è stato notevole! Sorveglianti e sorveglianza con tanto di sirena scattata e interpretata come falso allarme: bidonati! In tre minuti due loschi figuri, ladri professionisti travestiti di nero con tuta aderente da motociclisti e casco integrale, sono entrati non riconoscibili alle telecamere e, in tre minuti, con una mazza di ferro hanno infranto l’ infrangibile vetro di protezione e rubato sei capolavori di Antonello da Messina, gioielli del MuMe, il museo a lui dedicato. Musei “colabrodo”? Alla mercè del ladro specializzato? L’offesa è alla collettività umana. Che fine faranno? Arricchiranno la collezione privata di opere d’arte di qualche sceicco o di un magnate americano? Furto su commissione, dunque, con il rischio di perdere per sempre capolavori di ineguagliabile valore data anche la vetusta età. Sono dipinti dall’Antonello giovanile (metà del XV secolo). Rammarica che dinanzi alla sfrontatezza dei ladri non sono bastate le protezioni per custodire i gioielli che appartengono a tutta l’umanità. A Palermo è ancora aperta la ferita del furto del quadro del Caravaggio, ” il martirio di San Lorenzo “, nell’omonimo oratorio. La mafia, per bocca dei suoi “pentiti”, ha fatto sapere che il quadro è andato perduto, perché ritagliato in tante parti per soddisfare più delinquenti (Sic!). Il recente furto di Messina ricorda per alcuni particolari quello di Louvre, per la repentinità e l’efficienza dei ladri professionisti. Del resto il mercato delle opere d’arte risulta fiorente e l’ Italia, uno dei più ricchi Paesi al mondo, si presenta fragile e esposta a queste azioni predatorie specialmente nelle chiese dove sono presenti opere e dipinti di inestimabile valore.
In vasca o su pista, i trionfi azzurri agli Europei certificano i nuovi talenti sportivi. E venerdì tocca alle pallavoliste di Velasco

(di Leonardo Coen – ilfattoquotidiano.it) – La meglio gioventù d’Italia non gioca più a calcio. Preferisce correre. Saltare. Lanciare. Dieci i titoli europei dell’atletica. Ama Nuotare: 43 podi e 13 ori agli Europei di Parigi, un tripudio soprattutto nei tuffi: 5 i titoli vinti da Chiara Pellacani in altrettante gare, figlia di un progetto che sta trasformando Roma in una delle capitali mondiali dei tuffi. Non solo. La pallavolo femminile, n. 1 del mondo, si appresta a dominare l’Europeo, con il ct Julio Velasco che ha donato alle azzurre due libri a testa (immaginate un calciatore alle prese con Borges, Cortazar, Aramburu…). Abbiamo la napoletana Manila Esposito che sbalordisce il mondo della ginnastica artistica, in questi giorni a Zagabria, regina del corpo libero, un corpo purtroppo vilipeso sui social, pugnalate alla schiena di una ragazza che ha già conquistato 12 medaglie (di cui 7 ori) europee e due olimpiche. Tanto il nostro sport evolve quanto invece è sempre più troglodita chi continua a esibire la subcultura ultrà dell’insulto. Che non intimorisce Manila né impedisce i successi eterogenei dei nostri atleti. Ai recentissimi mondiali universitari di canottaggio in Canada, 11 equipaggi azzurri in finale: 11 medaglie, 4 ori, compreso l’otto, l’armo più prestigioso. Non c’è sport cosiddetto “minore” – invenzione lessicale dei cronisti che consideravano il football padre padrone – in cui gli italiani non si facciano valere. Siamo un Paese di santi, poeti, navigatori e, ormai, di campioni.
L’eroe di questi giorni è il 34enne Gianmarco Tamberi, la Fenice del salto in alto (© l’Équipe). Dopo due anni di tribolazioni, malanni, angosce, conquista la quarta vittoria europea consecutiva. Il miracolo nello sport fa leggenda, e proseliti. Se lo vuoi puoi, ha detto da capitano ai compagni di squadra, “dovete osare”. Detto, e fatto. La staffetta 4×400 maschile ha sconfitto i britannici nell’ultima gara, fatidica per due motivi: a) specialità totem degli inglesi, la cui cultura sportiva è storica e immensa e la distanza del miglio frontiera da abbattere; b) il primato nel medagliere. A parità di ori (9-9), il Regno Unito era in vantaggio per due argenti. E favorito. Beh, gli è andata male. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno lottato come i tigrotti di Mompracem, l’ultimo stoico staffettista, il giovane Benati, ha resistito per tre piccolissimi centesimi davanti al più accreditato Charlie Dobson. Decimo oro azzurro, sorpasso, bis di Roma 2024. Come ha detto il dt della nazionale Antonio La Torre, “il testa a testa con la Gran Bretagna, e batterla, è qualcosa di superlativo”. Grandi prestazioni in tante discipline. Anche senza gli infortuni di Jakobs e Furlani, medaglie sicure.
Nel nuoto, situazione ribaltata rispetto a Birmingham. Infatti a Parigi ha prevalso la Gran Bretagna per un oro (14 a 13): fortunata, perché Thomas Ceccon e Benedetta Pilato hanno perso due gare per un centesimo. Ma in piscina gli azzurri vantano due record mondiali nei 50 dorso di Sara Curtis. Tre vittorie di Simona Quadarella (400, 800 e 1500 sl). Doppietta di Nicolò Martinenghi nei 50 e 100 rana. E una gragnola di argenti e bronzi. A far da corona, a questi successi reiterati da anni, la politica dell’integrazione e dell’inclusione – alla faccia dei Vannacci e degli xenofobi di casa nostra – che, specie nell’atletica, ha reso l’Italia una potenza e dimostrato che il razzismo è una becera forma di ignoranza. Certo, non tutto è oro quel che luccica. Metà delle scuole italiane sono prive di palestre. Siamo carenti di infrastrutture sportive pubbliche, specie al Sud. Quanto a piscine, quarto posto in Europa, grazie al boom delle private: 170 mila (365 mila secondo habitante.it). Quelle olimpioniche sono meno di 100, gran parte al Nord e nel Lazio. Gli iscritti alla Fin, la federazione italiana del nuoto, sono 1,4 milioni, di cui 210 mila tesserati agonistici e federali. Meno imponenti, le cifre Fidal (atletica): secondo i dati Coni, circa 290 mila tesserati. Gli atleti migliori sono stipendiati di Stato (appartengono ai vari corpi militari), chi può permetterselo va ad allenarsi all’estero, molti lavorano in team familiari (come Furlani, Battocletti, Iapichino). Una coincidenza. A contendersi il medagliere di atletica e nuoto sono stati i due Paesi “malati d’Europa”, come ha scritto l’Economist: società invecchiate, industrie in crisi, classi politiche incompetenti. Lo sport, come la fuga dei cervelli?
Il problema non sono il Ponte o il Viminale, si può sopravvivere al Papeete, ai comizi pro Putin e anche a Vannacci. Ma quando è la tua buona classe dirigente a metterti alla porta, meglio trovare un lavoro

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Sono stufo di parlar male di Salvini, un tempo il Truce poi il senatore Salvini, che personalmente è persona affettuosa e candida nonostante le sue trovate aberranti e il modo grottesco di sostenerle in pubblico. Qui la questione è tecnica, e uno di esperienza, ormai, come lui è, non può non capirlo. Andare male alle elezioni può capitare. Se però azzecchi le alleanze e il successo di un altro, anzi di un’altra, ti porta al governo, tanto di guadagnato. Il problema non è il ponte, ricordando sempre come diceva Buttafuoco che la Sicilia è un’isola, non è il 5 per cento, non è il sorpasso di Forza Italia o di Vannacci, non è il ministero dell’Interno, che Maroni e Piantedosi hanno gestito in epoche diverse con discrezione e una certa efficacia. Il problema è che si può sopravvivere al tuffo nei pieni poteri del Papeete. E uno. Si può cercare di cavarsela dopo un comizio pro Ucraina in Polonia, improvvisato e terminato dall’esibizione di una maglietta o di una felpa con l’immagine armata di Putin, e chiamiamola gaffe. E due. Ma l’arruolamento di quello che poi ti sbertuccia e ti tradisce a tre stelle, ti rende cornuto e mazziato, mentre una classe dirigente di amministratori e ministri e parlamentari mica male fa la sua strada, prende voti, ragiona su identità e futuro della Lega in modo non sconclusionato, questo è un tre, non c’è due senza tre, tecnicamente insostenibile.
Spiace, ma la compostezza simpatica e disciplinata di un Giorgetti, l’improvviso coraggio di un Fontana in Lombardia, la tessitura di Fedriga in Friuli, il carisma bestiale di Zaia in Veneto, e tutto il resto del cucuzzaro, sono segni o segnali che un leader non può ridimensionare, ci deve fare i conti, Pontida o non Pontida. Salvini ha il classico problema della exit strategy, deve trovare come nei cinema di un tempo la lucina di sicurezza, farsi da parte senza suicidarsi, garantire un futuro che con lui è di una imbarazzante precarietà, senza di lui un’incognita con qualche speranza. E’ stato un attivista, un giovanilista del primo bossismo con uno sfondo di sinistra, combattivo, che ha pietrificato nel solco di un destrismo influenzato dal peggio del peggio, da Trump all’AfD fino a Marine Le Pen quando era diabolizzata mica male. Con quella complicazione a doppia mandata che è il putinismo, popolare come sempre quando si tratta di piegare le ginocchia davanti a un uomo forte, scarsamente giustificabile in una prospettiva di governo in Europa, il pezzo d’occidente che il riverito mandante di Salvini vuol fare a pezzi. Quanto alla sicurezza, il progetto della paura, da paura, è rozzo, confligge con i dati qui illustrati e ripresi dal Corriere della sera, e per l’immigrazione illegale ci sono mezzi diversi dall’ideologia blindata per farvi fronte. Insomma, a Salvini il terreno è franato sotto i piedi. Se ne deve convincere. Un po’ anche per il suo bene.
Una situazione rieducativa del suo Sé troppo espanso, un caso alla Ranucci forse, sarebbe una soluzione per lui e per la base inquieta del suo partito, che rischia in una guerra civile guerreggiata di scomparire davvero e di danneggiare gli alleati. Il senatore, ex Truce, può rivendicare soltanto, e non è pochissimo, il fatto di non aver torto un capello a coloro che oggi chiaramente vogliono sostituirlo con non si sa bene che cosa, ma qualcosa, alla guida della Lega di governo, partito nordista e imprenditoriale, pragmatico e affidabile, invece che caricatura delle destre nazionaliste europee più arrembanti ma, in Italia, affette dal ridicolo. Si faccia bello dell’unica cosa ragionevole che ha fatto, non eliminare il barlume di classe dirigente al quale non ha mai dato retta, con un eccesso di supponenza, e si trovi un lavoro politico dignitoso ma non pretenzioso. Questo gli spetta. Non altro.

(ilfattoquotidiano.it) – Partirà domani ad Aliano, in Basilicata, “La luna e i calanchi”, la “festa della paesologia” ideata e curata da Franco Arminio. Letture, dibattiti sull’attualità, teatro e musica animeranno il centro lucano per 23 ore al giorno fino alla chiusura prevista il 23 agosto. Stasera alle 21, in piazza Lufrano, è in programma un’anteprima del festival a Sant’Arcangelo (Potenza) con il monologo a più voci scritto e interpretato da Francesca Ritrovato. Gli eventi ad Aliano, paese in cui è seppellito Carlo Levi, partiranno domani alle 16 in piazza San Luigi.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] La voglia del centrosinistra di sconfiggersi da sola è sconfinata. L’ultimo caso, che ha quasi del mitologico, riguarda Milano. Il candidato voluto da Elly Schlein sarebbe Pierfrancesco Majorino, uomo che sicuramente conosce Milano e che altrettanto sicuramente è preparato, ma che agli occhi di giornaloni e riformisti (spesso la stessa cosa) sconta due enormi colpe: essere troppo estremista e non essere un vincente. È vero che Majorino non sarebbe (come qualsiasi altro candidato) in grado di garantire la vittoria. Al tempo stesso, se una brava e mite persona come lui assurge a estremista irricevibile manco fosse Bakunin, allora siamo messi parecchio male.
[…]
Quello che sta capitando a Milano è l’ennesimo revival del “vinci solo se ti sposti al centro”, un mantra mai fuori moda dalle parti del Pd. In Italia oggi abbiamo una destra percentualmente fortissima (tra i pochi che ancora vanno a votare). La Meloni sta poco sotto il trenta per cento, Vannacci è accreditato del dieci e Salvini sta attorno all’otto. Sommandoli otteniamo un quarantasei per cento di voti “neri”. Cifra monstre, mai verificatasi nella storia repubblicana.
Bene (cioè male): di fronte a uno scenario simile, i petulanti feticisti del riformismo centrista sono convinti che per sconfiggere questa onda nera non sia necessaria una reazione uguale e contraria di sinistra e radicalismo civico. No: secondo loro occorre a tutti i costi un frizzantissimo brodino centrista. Ed ecco quindi che pure a Milano, per controbilanciare il rischio bolscevico del sovversivo Majorino, si è pensato a uno dei nomi più mesti, furbini, cerchiobottisti e neutri del lotto: Mario Calabresi. Wow! Che bella idea! Che spettacolo! Come se non bastasse poi lo sconfinato cerchiobottismo vendicativo del finto buono Calabresi, una parte del Pd sta pensando pure di “rafforzare” la sua sfavillante candidatura aggiungendo quella di Lia Quartapelle come vicesindaca.
Ora: conoscete qualcuno nel mondo reale che a) conosce Lia Quartapelle, b) sarebbe disposto a votarla? Ovviamente una candidatura moscia come quella di Calabresi ha già ottenuto il plauso convinto di riformisti, Sala, renziani, Calenda e tutto quel mondo che Fabrizio D’Esposito – su questo giornale – ha genialmente chiamato “i sette nani bellicisti spacciati per armata di settemila”. Ovvero quella nomenclatura piddina che nessuno vota e che nessuno conosce (o avrebbe mai voluto conoscere), roba tipo Guerini, Fassino, Merola, Malpezzi, Carè, Sensi e appunto Quartapelle.
Siamo sempre lì: buona parte del centrosinistra, un po’ per smisurata insipienza politica e più che altro per odio nei confronti della sinistra cosiddetta “radicale” e dei Cinque Stelle, preferisce perdere – con la scusa del voto moderato – che costruire una reale alternativa di governo.
[…]
Giorgia Meloni rischia di vincere ancora le elezioni, e a questo punto pure le amministrative a Milano, non certo perché è brava. Lei lo è poco e i suoi ancora meno. Rischia di rivincere perché manca totalmente l’alternativa. O perché, quando l’alternativa c’è, la si nasconde, indebolisce e/o distrugge. Capita con le Salis, capita con i Calabresi, capita con i Renzi, capita con le Quartapelle. Tutte realtà politiche adorate da giornaloni e lobby furbine quasi-di-sinistra, ma detestate – o peggio ancora ignorate – dall’elettorato reale. Contro una Quartapelle, vincerebbero financo un Gasparri o un Donzelli (chiedo scusa per la ripetizione).
Per vincere le prossime elezioni, il fantomatico campo progressista deve fare anzitutto una cosa: riportare al voto astenuti e delusi. È l’unica maniera per vincere le elezioni. Davvero c’è qualcuno convinto che gli astenuti e i delusi torneranno a votare centrosinistra grazie a renziani, bellicisti, cerchiobottisti, paraculi e sempiterni sfollatori di consensi? Ci credono scemi o cosa? Continuiamo così, facciamoci del male…

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Mia madre, classe 1931, la persona meno razzista del mondo, era sinceramente convinta che i neri non primeggiassero nel nuoto perché avevano le ossa pesanti. Mi spiace non ci sia più, perché mi sarebbe piaciuto vederla gioire, e smentirsi, e capire, per Sara Curtis. Sinceramente. Lei.
La presenza di “nuovi italiani” nel trionfo azzurro agli Europei di atletica, il 30 per cento delle medaglie contro il 12 all’anagrafe nazionale, potrebbe invece essere salutata con un flashmob sotto casa del generale Vannacci, agitando all’unisono il braccio destro, sorretto da quello sinistro a comporre un coreografico, stentoreo, liberatorio gesto dell’ombrello.
Nel caso di Meloni, che ha definito ogni medaglia «il racconto di un’Italia che sa vincere», la coreografia andrebbe infine integrata col suono coordinato di millemila kazoo, ma vanno bene anche esecuzioni a cappella di brevi suoni gutturali, dacché l’Italia che sa vincere è stata per una buona parte quella che lei detesta. E addita.
Ma sarebbe inutile e greve.

L’occasione è invece grata per una piccola analisi storica. La diaspora intercontinentale dei migranti italiani consta di due momenti fondanti. Partiamo dal secondo, inizio Novecento, ché Ellis Island e la sua crudeltà la conosciamo tutti. Qualcosa come 4 milioni di italiani salgono su una nave per New York, a frontiere ancora spalancate (chiuderanno nel 1924) e cercano un futuro a stelle e strisce. Li trattano malissimo. Li considerano spazzatura. Li chiamano «dago», un insulto su base razziale non disgiunto dalla pigmentazione: non sono considerati realmente bianchi.
Gli italiani, quasi tutti del Sud, fanno – come direbbe Meloni – fronte. Si compattano in una comunità che si integra per quanto può, si difende per quanto deve. Coprono lavori umilissimi e squassanti. Il senso di clan e la povertà estrema, oltre alla discriminazione, favoriscono la criminalità. Negli Usa, la mafia, la portiamo noi.

Prima, dal 1870 circa, c’era stata la diaspora verso il Sud America: 4,5 milioni di emigranti sparsi principalmente tra il Brasile, carente di manodopera causa abolizione della schiavitù, e l’Argentina così ricca di terre e, all’epoca, denari. Ma povera di abitanti. La pianura padana veniva battuta da emissari delle aziende e del governo di Baires che offrivano viaggio gratuito, terra, esenzioni fiscali.
Anche lì non mancarono sfruttamento, soprusi. Ma le cose andarono meglio. L’integrazione, veloce. Il razzismo, quasi assente: eravamo bianchi, cattolici, lavoratori. Molti divennero presto imprenditori. Oggi, quattro argentini su dieci hanno origini italiane ma sono soprattutto argentini. Chi andò, è diventato il cuore del Paese in cui vive e in massima parte è rimasto oltreoceano. Di quelli che emigrarono negli Usa, la metà tornò in Italia.

Un ulteriore dettaglio: in Italia gli sport olimpici sono appannaggio quasi esclusivo di forze armate e dintorni. È il nostro modo per ovviare alla drammatica carenza scolastica sul tema. Tra i “nuovi italiani” di Birmingham, solo lo staffettista Mohamed Soudassi milita in una polisportiva civile: Derkach è aviera, Desalu un finanziere, Battocletti (mamma marocchina) appartiene alle Fiamme Azzurre, Iapichino alla polizia, come lo stirato Jacobs, e così via. Persino Sara Curtis è caporalmaggiore dell’Esercito.
Cavandosela con una battuta, verrebbe da dire che “stranieri va bene, basta che vadano veloce”. Più compiutamente, a differenza dell’ipocrisia meloniana, il trionfo tricolore, questo tricolore, ci dice che esiste un’Italia fuoriuscita dal cliché razzista della Destra.
Un’Italia normale, colorata come le pare, che lo Stato protegge, rispetta, aiuta, considera (oddio) risorsa. Che sia stata appena naturalizzata o sia di seconda generazione. Senza spaventare nessuno e con vantaggio di tutti. Praticamente, un programma di governo. Ci fosse un fronte progressista, dovrebbe essere capace di raccontarlo agli elettori tutti, anche ai “loro”. Un voto alla volta. Una medaglia alla volta. Per destarli dalla propaganda e spargere contezza su cosa potremmo diventare se solo fossimo un po’ meno rinchiusi e razzisti: felici e vincenti. Anche fuori da vasche e piste. Mica perché siamo italiani brava gente: perché ci conviene.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il dibattito su chi sia in vantaggio tra Putin e Zelensky nella guerra in Ucraina ha ormai assunto una dimensione morbosa, direi addirittura malata nella sua dimensione paranoica, che mostra tutti i limiti dell’informazione in Italia sulla politica internazionale.
[…] La risposta alla domanda è agevole. Basta usare il metodo della comparazione, che, almeno nella sua impostazione elementare, può essere usato da qualunque lettore. Occorre prendere carta e penna e appuntare le dichiarazioni rese da Zelensky nel periodo tra il 24 febbraio 2022, il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, e il 20 novembre 2024, il giorno in cui Zelensky, in un’intervista a Fox News, dichiarò che l’esercito ucraino non aveva la forza di recuperare i territori occupati dai russi: “Comprendiamo di non avere ancora la forza di respingere (Putin) fino alla linea del 1991 con le armi in pugno”. Nel mezzo, c’era stata la controffensiva ucraina, iniziata il 5 giugno 2023, che aveva semi-devastato l’esercito ucraino, costretto a invocare 500 mila nuove reclute per bocca di Valery Zaluzhny, e semi-demilitarizzato l’Unione europea e il Regno Unito, costretti a un riarmo drammatico in un clima psicologico non molto diverso dall’evacuazione di Dunkerque.
[…]
Ebbene, nella prima fase, Zelensky rifiutava qualunque dialogo diplomatico con Putin; equiparava la parola “pace” a una bestemmia e insolentiva chiunque proponesse una soluzione diplomatica, incluso Papa Francesco. Nella prima fase, Zelensky assicurava che avrebbe vinto la guerra; che avrebbe liberato i territori armi in pungo (pure la Crimea!); che avrebbe costretto la Russia a inginocchiarsi al suo cospetto infliggendole un’umiliazione smisurata. Questa perdita totale di contatto con la realtà, pericolosissima per la vita di noi tutti, è stata sostenuta e alimentata da Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Libero, il Giornale, il Foglio, Radio Rai, il salotto di Porta a Porta, la quasi totalità dei partiti politici italiani e il Quirinale. È stato uno dei più grandi fallimenti della classe dirigente italiana. Il 22 novembre 2023, al G20 presieduto dall’India, Giorgia Meloni disse a Putin che avrebbe dovuto ritirarsi da tutti i territori, senza chiedere niente in cambio ovviamente, dopo avere assicurato, nelle sue comunicazioni ufficiali, che l’Ucraina avrebbe vinto la guerra. Il Giornale scrisse che Meloni aveva “schiaffeggiato” Putin, reo di avere chiesto di trovare una soluzione diplomatica alla guerra. E poi è arrivata la seconda fase, in cui Zelensky invoca il cessate il fuoco e Putin lo rifiuta. Questa è la prova che Zelensky sta perdendo la guerra e la Russia la sta vincendo. Gli Stati iniziano a chiedere il cessate il fuoco con largo anticipo sul loro cedimento. Non chiedono il cessate il fuoco il giorno prima di terminare le munizioni: lo chiedono il giorno dopo avere calcolato che le finiranno. Gli Stati sono inclini alla diplomazia quando prevedono che la prosecuzione del conflitto produrrà un deterioramento della loro posizione negoziale. La previsione di questa rubrica era corretta: “Quanto maggiore sarà il volume di fuoco dell’Ucraina contro la Russia, tanto più grande sarà il volume di fuoco della Russia contro l’Ucraina”. I droni contro Mosca non ribalteranno gli equilibri del conflitto. L’esaurimento progressivo dei missili Patriot e dei soldati è un nodo scorsoio per Zelensky. Quanto tempo ci vorrà? Questa rubrica non può mostrare un calcolo. Ma Zelensky deve averlo fatto, se è passato dalla certezza assoluta di vincere alla richiesta quotidiana del cessate il fuoco. Sta perdendo chi chiede di congelare il conflitto. Sta vincendo chi rifiuta.
Nel gruppo anche la sorella Arianna, l’ex compagno Giambruno e il sottosegretario Gemmato

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – I depistaggi degli amici per proteggerne la privacy (fanno molto curriculum, nella gara di fedeltà). E poi i sussurri, le indiscrezioni più o meno informate, qualche mitomane che non manca mai, la verità da chi qualcosa sa. «Giorgia? È nella solita masseria a Ceglie». Macché, «ha preso una villetta a Polignano, molto discreta, impossibile incrociarla». No e ancora no, strano che non vi sia arrivata la voce, «è alle pendici di Locorotondo, sapete quel trullo dell’anno scorso?».
Valle d’Itria, estate 2026: il trionfo del telefono senza fili. Montagne di suggestioni, invisibilità tenace. In realtà, gli indizi delle ultime ore conducono altrove e indirizzano verso il super resort di Borgo Egnazia: la presidente del Consiglio, sono gli spifferi che arrivano da chi si occupa dei dispositivi di sicurezza sul territorio, sarebbe stata lì il 14, poi ancora il 16 agosto (in mezzo, una visita lampo a Roma per Ferragosto). Così giurano anche alcuni ospiti del resort a cinque stelle mentre viaggiano su piccole auto d’epoca lungo verdi prati da golf, «ieri era qui, oggi però no». E così, poi, lascerebbe supporre il nervosismo dello staff e pure la presenza di alcuni agenti in borghese che escono dalla struttura per chiedere i tesserini professionali ai cronisti delle principali testate nazionali presenti. Poi però puff, nel gioco dell’oca si torna al punto di partenza, ad ora di pranzo Meloni sembra svanita di nuovo.
La presidente del Consiglio, come sempre, sceglie vacanze riservatissime e in famiglia. E dunque, a questo spartito si adattano anche i fedelissimi della cerchia più stretta, la popolazione autoctona, i sindaci di destra e pure quelli di sinistra, i consiglieri regionali con la fiamma nel cuore, i ristoratori e gli immancabili millantatori: tutti vendono la suggestione di un avvistamento, nessuno però che sfoggi un selfie o una certezza.
Contano dunque solo gli indizi. Dell’ipotesi Borgo Egnazia si è detto: è una location stranota ed evocativa anche per il grande pubblico. Per chi non ricordasse, è la struttura di lusso (duemila a notte su Booking) che Meloni individuò per ospitare il G7 italiano del 2024, quello con Joe Biden, Papa Francesco e il tavolone scolpito nel legno colpito dalla xylella. È a tre minuti dalla costa rocciosa di Savelletri e dai ristorantini che servono pasta ai ricci. Non la classica masseria, quella coi muretti a secco originali, la terra rossa e gli ulivi secolari, ma un resort ricostruito da cima a fondo. Lussuoso, con accenti “quasi hollywoodiani — scriveva questo giornale prima del summit dei Grandi — meta di celebrità come Barbara Berlusconi, Madonna, location di matrimoni indiani con elefanti al seguito».
Nessuno può confermare oltre ogni ragionevole dubbio, ma Meloni avrebbe dunque scelto il resort come base per vacanze itineranti nella regione. E in agenda potrebbe esserci anche una rapida puntata in Grecia, in settimana. La titolare di Borgo Egnazia, contattata, non risponde alla chiamata. Nel frattempo, le epifanie pugliesi si moltiplicano: c’è chi ha visto (e scritto) che la premier — e con lei l’eterno anfitrione delle ferie pugliesi, il sottosegretario Marcello Gemmato, la sorella Arianna, l’ex compagno Andrea Giambruno e qualche altro amico — si sarebbe mossa venerdì scorso in barca dal porticciolo di Polignano, chi sostiene che domenica notte abbia assistito ai fuochi notturni di Locorotondo. E ancora, articoli e post della stampa locale sul relax in Valle d’Itria, i ristoratori di Ceglie che sostengono di dover organizzare catering per il melonismo, il ministro Francesco Lollobrigida che posta sui social un video di una sua visita a un’azienda di pelati della valle.
Fissiamo almeno un punto, nel frattempo: Meloni potrebbe muoversi tra le spiagge pugliesi anche il prossimo weekend, visto che di certo venerdì sarà a Taranto per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Nel frattempo, chissà quanti altri avvistamenti.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Storditi dalla calura, rischiavamo di sottovalutare la notizia dell’anno, se non del biennio: Carlo Calenda, il politico più serio e competente su piazza – come certificato da enti imparziali quali lui stesso e i suoi fan sui social (enti che peraltro spesso coincidono) – intervistato da Repubblica (che è come i figli dei separati: un giorno con Renzi, uno con Calenda), ha appena fondato il Grande Centro italiano, naturalmente guidato da Calenda. Praticamente a lui risulta che con la nuova legge elettorale “nessuno riuscirà a raggiungere la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza”, e ciò spalanca un orizzonte stupendo: “Avremo un Vannacci meno forte di quel che si pensi fuori dall’alleanza di centrodestra, il filorusso Di Battista (che gli editorialisti giurano di aver avvistato mentre si candidava contro Conte, come i picchiatelli che filmano il mostro di Loch Ness, ndr) fuori dal centrosinistra e il nostro polo liberaldemocratico… […] L’unica strada sarà formare in Parlamento un governo europeista che abbia un baricentro centrale”. Il “nostro polo”, che comprenderebbe “la Picierno, la fondazione Einaudi, i libdem di Marattin”, in pratica gli eredi di De Gasperi, è stato ribattezzato con un eccesso di fantasia “Terzo polo”, anche dopo la perdita di Renzi, degradato da Calenda da suo datore di lavoro a capo di una tristissima “quarta gamba centrista” che finirà nel fango del Campo largo putiniano. L’intervistatrice viene colta da un dubbio, e cioè dove pensa di andare Calenda col suo 3%, pur sommato a quelle frattaglie di zero virgola; al che Calenda cala l’asso: farà una coalizione “con quelli che sono già in maggioranza nella Ue: il Pd; una FI a tendenza Marina e non Tajani che è sottomesso a Meloni; i centristi dislocati nei due poli”. Decodifichiamo il pizzino: “il Pd” sono i sedicenti “riformisti del Pd”, cioè i cripto-renziani pro-riarmo che non hanno alcuna voglia di fare la fame col Rottamato e preferiscono mantenersi a nostre spese sotto le insegne di un partito al 20%; i “centristi dislocati” sono la sempiterna reincarnazione dei paraculi bipartisan; “una FI a tendenza Marina”, e questa è la vera notizia, è il fenomeno che avevamo previsto un istante dopo la deposizione delle ceneri del caro estinto nel mausoleo di Arcore. Tutte le manovre dentro FI, il non-partito fondato da Berlusconi per sfuggire alla legge insieme a quel Dell’Utri che ne gestiva i rapporti con Cosa Nostra, lasciano pensare che Marina, cavaliera del Lavoro come il babbo per l’evidente merito di aver ereditato un impero costruito con la frode, voglia dare una riverniciatina alla proprietà per rivendersela come partito liberal-moderato, favorevole ai diritti civili, pro-Lgbtq e un po’ pro-aborto e pro-eutanasia (sì, il partito di quello che da capo del governo fece un decreto legge per opporsi all’interruzione autorizzata dalla Cassazione dell’alimentazione forzata per Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992, sostenendo che “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”).
[…]
Per far passare questa boiata senza stridore, Calenda, ex ministro in governi di centrosinistra (e “magnete per i moderati” secondo Enrico Letta), deve inventarsi che Tajani è “sottomesso a Meloni”, il che peraltro sarebbe ovvio, visto che è il suo vice e ministro degli Esteri, quando tutti ricordiamo l’umiliante convocazione di Tajani negli uffici Mediaset, dove venne istruito dai padroncini Marina e Pier Silvio su questioni politiche in presenza dell’amministratore delegato di Fininvest.
Inutile dire che il sogno di Calenda coincide con le più sfrenate fantasie centrofile dei giornali padronali, da sempre suoi sponsor (a febbraio 2019 titolavano: “Calenda punta a superare il 30% alle Europee”: infatti prese il 4% dei voti dentro la coalizione del Pd, l’1,04% del voto nazionale). Da uomini di mondo, sanno che “si vince al centro”: hanno fatto il militare in Francia, dove alle elezioni volute da Macron hanno vinto le sinistre guidate da Mélenchon e l’estrema destra di Le Pen, ciò che non ha impedito a Macron di formare tre governi di centro guidati da grigi burocrati che non hanno mai visto un voto in vita loro. Se l’altra soluzione per cui si era speso l’establishment, quella di introdurre nella legge elettorale un “ballottaggio” in caso di parità tra le due coalizioni, non è praticabile al fine di neutralizzare “gli estremi” (ma in realtà di impedire al Pd di diventare un partito vagamente di sinistra), ecco pronto Calenda, l’eroe dei due mondi, che sosterrebbe indifferentemente un governo di centrosinistra, purché guidato da Gentiloni o da altro cartonato similare, o uno “di responsabilità nazionale” riarmista-draghiano di destra a trazione Marina. Sarebbe fantastico: del resto questa finta democrazia ha già mostrato tutti i suoi limiti, per esempio portando uno come Calenda alla ribalta nazionale.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Ieri, sul prestigioso Libero, al posto del consueto editoriale dell’autorevole Alessandro Sallusti, ne campeggiava uno del quasi altrettanto illustre Antonio Polito. Il quale l’aveva pubblicato su Facebook, non trovando spazio sul Corriere di cui fu financo vicedirettore. Il motivo dell’umiliante diniego non dev’essere il tema (il “metodo Travaglio”). Né l’italiano malfermo (la virgola prima della “e” o tra soggetto e verbo, “quanto” al posto di “quando” e altre delizie): quello, alla sua età, è ormai irrimediabile. L’incipit del cosiddetto articolo, scritto temerariamente “come lo scriverebbe Travaglio”, aiuta a capire: “Travaglio il Raglio ha fatto sentire la sua voce in difesa di Ranucci. È comprensibile. Per uno che ha creduto a una sconosciuta massaggiatrice uruguaiana (sconosciuta in senso letterale: pare che non l’abbiano mai incontrata) deve sembrare un peccato veniale aver creduto a Lavitola”. Eh già: il Fatto intervistò “una sconosciuta massaggiatrice uruguayana” (anziché una delle tante famose su piazza), “una donna senza volto” (ma con foto sui social), su quanto aveva visto nella tenuta di Cipriani&Minetti. E lo fece “su input di una manina sconosciuta” (le famose manine che danno input) per “mettere sotto impeachment il Presidente Mattarella” (i famosi impeachment a mezzo stampa), “accusandolo di aver concesso la grazia a Minetti” (in realtà dando la notizia a tutti, lui compreso, visto che il Colle l’aveva nascosta). E sapete perché? Perché Mattarella è “estremamente inviso a Mosca” e io sono il “best friend italiano dei russi”. Ergo la manina dell’input è Putin: “Io mi farei qualche domanda”, arguisce Hercule Polito.
[…]
Sorvoliamo per carità di patria su altre minchiate assortite, tipo che “Travaglio ha preferito fare lui (sic, nda) da press agent” ai partiti di Ingroia e De Magistris (fatti mai accaduti); “cominciò la sua carriera con il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi” per “il talento comico” (il pover’uomo confonde la satira con la comicità e mi ringiovanisce pure: iniziai la carriera nel 1984 e il premio lo vinsi nel 2007); e ora dirigo “un giornaletto” (il terzo quotidiano generalista italiano per copie vendute, al contrario del Riformista fondato e affondato da Polito, Velardi e Angelucci a spese nostre). E torniamo al motivo per cui il Corriere ha costretto il tapino a rifugiarsi su Libero dell’amico Angelucci: la massaggiatrice senza volto (ma con foto), dopo aver parlato col Fatto, fu intervistata da un inviato del Corriere, non sappiamo se su input di Putin o di un’altra “manina”. Titolo: “Caso Minetti, parla la massaggiatrice Graciela: ‘Dentro a quel locale ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta’” (11.5.’26). Quindi Polito non legge neppure il giornale che generosamente lo fa scrivere (ma non sempre). O, se lo legge, non lo capisce.
(di Mario Giordano – La Verità) – Caro Paolo Mieli, caro ex direttore del Corriere della Sera, nonché editorialista del medesimo, nonché saggista, storico ed ex presidente Rcs libri, le scrivo questa cartolina per ringraziarla perché ancora una volta, come accade da decenni, lei ci ha impartito una grande lezione di giornalismo.
Dopo giorni di silenzio, infatti, ha finalmente spiegato la sua partecipazione al progetto con cui Valter Lavitola voleva lanciare Sigfrido Ranucci in politica. E ha detto che sì, in effetti il faccendiere le mandò un sondaggio, ma lei «non lo aprì né chiese per chi fosse».
Ottimo. Non è forse così che fanno i cronisti di razza? Perché farsi travolgere dalla curiosità? O, peggio, dalla voglia di indagare? E poi cos’è quest’abitudine di leggere le cose prima di concedere la propria approvazione? Lei «appena ricevuto il documento» ha risposto: «È perfetto, meraviglioso, va benissimo così».
[…] Pensi che qui alla Verità abbiamo un direttore che pretende di leggere gli articoli prima di pubblicarli. Ma le pare? Ho provato a dirgli: prendili a scatola chiusa e dimmi «è perfetto, meraviglioso, va benissimo così», ma niente, non si lascia convincere.
Vuole sempre sapere cosa c’è scritto. Glielo spiega lei, per favore, che non si fa così? Delle persone ci si fida, soprattutto se si chiamano Lavitola e servono gli spaghetti con le vongole «già sgusciate, senz’aglio e senza spezie». Lei ha spiegato infatti che il suo rapporto con Lavitola è nato così. E quando si costruiscono rapporti sulle vongole è ovvio che poi ci si fida ciecamente.
Non viene nemmeno il sospetto che, insieme alle vongole, si possa anche prendere un granchio. Lei ha raccontato al Corriere della Sera che da quel giorno delle vongole è andato sempre più spesso al ristorante di Lavitola. E poi si faceva quasi sempre riaccompagnare a casa da lui. Era diventato «una specie di rito».
Durante quei viaggi lei «ascoltava con attenzione» Lavitola quando parlava del passato, di Dell’Utri e del berlusconismo. Poi però quando passava a parlare dei suoi progetti attuali «spegneva l’interruttore dell’attenzione». Ovvio, no? Perché un giornalista deve essere interessato all’attualità?
Ad un certo punto il ristoratore-faccendiere le ha parlato di un progetto politico per il centrosinistra con un nome eccezionale in grado di battere tutti, ma lei non ha voluto sapere chi fosse. Perché, si sa, per essere buoni giornalisti è importante tenere gli occhi chiusi. Quello che conta è che siano aperte le vongole.
Romano, 77 anni, pluripremiato, sempre riverito, conteso dai salotti chic, ci chiedevano, caro Mieli, come facesse lei a essere protagonista di questa storia assurda. E lei, dopo qualche settimana di imbarazzato silenzio, ce l’ha spiegato: galeotta fu la vongola sgusciata.
E perciò le siamo grati per la sua lezione: abbiamo finalmente capito che per un vero cronista gli unici contenuti che contano sono i contenuti del piatto. Specie se sono molluschi, che per altro hanno la schiena più dritta di certi re del giornalismo.