Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Per sempre sì


Per sempre sì

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Certo, il livello è quello che è. E non fa eccezione neppure la premier Meloni, quella che passa per statista al cospetto di certi ministri del suo governo che continuano a collezionare gaffe e scivoloni come se non ci fosse un domani. Se del resto l’Armageddon escogitata dalla presidente del Consiglio per raddrizzare le sorti di un referendum dall’esito sempre più incerto è arruolare – come rivelato da Repubblica – il cantante Sal Da Vinci, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo con Per sempre Sì, allora siamo messi davvero male.

Sempre meglio, d’altra parte, delle sparate di Nordio (tipo quella sul sistema “paramafioso” del Csm) e Tajani (che vorrebbe sottrarre la polizia giudiziaria al pm). Per non parlare della performance della capo di gabinetto del guardasigilli, Bartolozzi (“Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone d’esecuzione”). Insomma, se gli argomenti sono questi, meno si parla del merito della riforma che demolisce il Csm e meglio è per il centrodestra. Deve esserselo detto pure il direttore de Il Giornale, Cerno, che ieri nella seconda puntata della sua striscia quotidiana su Rai2, ha deciso di seguire proprio lo spartito della canzone di Sal Da Vinci.

Prima per parlare di referendum e poi, ospite di BellaMa’, per esibirsi chitarra in mano nella cover del vincitore di Sanremo. Un propiziatorio Per sempre Sì in vista della consultazione del 22 e 23 marzo. Sempre che, dopo quello degli ascolti tutt’altro che entusiasmanti della prima puntata, gli elettori non rifilino un 2 di picche pure a Meloni.


La “zarina” sa troppo: non si può toccare  


FONTI, NIENTE SCUSE PUBBLICHE, IL CASO BARTOLOZZI SARÀ GESTITO INTERNAMENTE

(ANSA) – Da parte di Giusi Bartolozzi, al momento, non sono in arrivo scuse pubbliche, e “verrà gestito internamente” il caso nato dopo le parole con cui il capo di gabinetto del ministro della Giustizia ha definito la magistratura “plotoni di esecuzione”. È quanto si apprende da più fonti di governo.

Un’uscita che non è piaciuta per niente alla premier Giorgia Meloni, fortemente contrariata. Bartolozzi “deve tenere a freno la lingua”, una delle considerazioni che si fanno all’interno dell’esecutivo in queste ore, mentre la polemica continua a essere al centro del dibattito in vista del referendum sulla giustizia.

Non sono però in vista decisioni drastiche, e lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio ha chiarito in queste ore che il suo capo di gabinetto “non deve dimettersi”. Ieri Nordio, spiegando che Bartolozzi “si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati”, si diceva certo che “non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che, sono certo, non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura, di cui, tra l’altro lei stessa fa parte”.

REFERENDUM: FONTI, ‘IRRITAZIONE MELONI SU BARTOLOZZI, SI ATTENDONO SCUSE’

 (LaPresse) – La capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, al centro della bufera per le parole pronunciate in una trasmissione televisiva contro le magistratura, per il momento tace.

Ma resta la richiesta di scuse rinnovata pure oggi dal Guardasigilli Carlo Nordio che – stando a quanto confermano fonti qualificate di governo – sarebbe avallata anche da Palazzo Chigi. Così come resta l’irritazione della premier Giorgia Meloni per “un’uscita infelice” – riferiscono fonti di Palazzo Chigi – che si ritiene possa rendere vani gli sforzi messi in campo finora per il referendum.


Von der Leyen giustifica i raid di Usa e Israele. Costa le risponde: “La libertà non si conquista con le bombe”


La presidente della Commissione cerca di dettare la sua linea in politica estera e provoca la reazione della famiglia socialista: “Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto internazionale”, ha replicato il politico portoghese

(di Gianni Rosini – ilfattoquotidiano.it) – Gli interessi strategici dell’Europa vengano prima del rispetto delle regole internazionali. Ursula von der Leyen parla come Donald Trump e apre un’altra spaccatura nella già instabile maggioranza centrista al Parlamento europeo. Una maggioranza che da diversi mesi mostra uno spostamento sempre più a destra, come voluto da un’ampia fetta del Partito Popolare Europeo, tanto da essere stata ribattezzata ‘maggioranza Giorgia‘. E anche questa volta le dichiarazioni della presidente della Commissione provocano la reazione non solo della famiglia socialista, ma anche dei vertici di altre istituzioni Ue e membri della stessa Commissione, come il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la commissaria per la Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera.

Le ultime uscite dell’ex ministra tedesca sul conflitto in Iran le avevano già attirato critiche, come successo sia per l’Ucraina che per Gaza. Non spetta a lei, hanno ribadito i critici, dettare la linea dell’Ue in politica estera che rimane invece di competenza dell’Alto rappresentante Kaja Kallas e del Consiglio Ue. Non a caso, è proprio Costa a prendere una posizione diversa dalla capa del Berlaymont: “Dobbiamo difendere l’ordine internazionale basato sulle regole. Dobbiamo sostenere i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, come delineato nei nostri Trattati. Le violazioni del diritto internazionale non devono essere accettate, che si tratti di Ucraina, GroenlandiaAmerica LatinaAfrica, Gaza o Medio Oriente. Le violazioni dei diritti umani non devono essere tollerate, che si tratti di Iran, Sudan o Afghanistan“, ha dichiarato l’ex primo ministro portoghese. Una risposta chiara alle parole di von der Leyen che, parlando agli ambasciatori dell’Ue lunedì, aveva detto che l’Europa “non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale” e ha bisogno di “una politica estera più realistica e orientata agli interessi“: “Dobbiamo riflettere urgentemente se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale, tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e multilateralismo, abbiano tenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito, con tutti i suoi tentativi, benintenzionati, di consenso e compromesso, sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.

La presidente della Commissione, però, deve fare i conti col fatto che non tutti all’interno del suo team considerano credibile un cambio di postura a livello internazionale che vada addirittura contro ai principi impressi nei Trattati dell’Unione europea. Lei stessa aveva salutato i raid israeliani e americani contro la Repubblica islamica come “una rinnovata speranza per il popolo oppresso dell’Iran e sosteniamo fermamente il suo diritto a determinare il proprio futuro”. Ma per Costa non è questo l’approccio che deve avere l’Ue: “L’Ue è al fianco del popolo iraniano. Sosteniamo il suo diritto a vivere in pace e a determinare il proprio futuro – ha continuato – Ma la libertà e i diritti umani non possono essere conquistati con le bombe. Solo il diritto internazionale li tutela. Proteggere i civili, garantire la sicurezza nucleare e rispettare il diritto internazionale è fondamentale. Dobbiamo evitare un’ulteriore escalation. Un percorso del genere minaccia il Medio Oriente, l’Europa e oltre. Le conseguenze sono gravi, anche in ambito economico”. Ed è proprio quel sistema unilaterale, nato dopo la fine dell’Unione Sovietica e che gli Stati Uniti stanno cercando di difendere a ogni costo, che deve essere combattuto: “Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto internazionale. La guerra è motivo di estrema preoccupazione. L’Iran è responsabile delle cause profonde di questa situazione. Ma l’unilateralismo non potrà mai essere la strada giusta”. E conclude: in Medio Oriente “finora c’è un solo vincitore, la Russia. Continua a minare la posizione dell’Ucraina offuscando il diritto internazionale. Ottiene nuove risorse per finanziare la sua guerra contro l’Ucraina con l’aumento dei prezzi dell’energia. Trae profitto dalla deviazione di capacità militari che altrimenti avrebbero potuto essere inviate a sostegno dell’Ucraina. E beneficia della ridotta attenzione al fronte ucraino, mentre il conflitto in Medio Oriente diventa centrale”.

Critiche sono arrivate anche dalla vicepresidente della Commissione per la Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera. Le dichiarazioni sull’ordine mondiale, ha detto, sono state “una riflessione ad alta voce con cui si può essere d’accordo o meno”, chiarendo di avere una posizione diversa. “È importante ricordare che il rispetto del diritto internazionale è una premessa fondamentale, non solo dal punto di vista morale o di costruzione della pace, ma anche dall’ottica della sicurezza dello spazio europeo – ha dichiarato Ribera ai media – Credo sia molto pericoloso entrare in un dibattito in cui sembra essere messo in discussione il diritto internazionale o la necessità di lavorare al margine del diritto internazionale. Non credo fosse questa la sua intenzione, ma non mi sembra appropriato il modo in cui si è espressa”. Ribera prova quindi a fornire una soluzione alternativa al confronto con le altre potenze mondiali senza venire meno ai principi stabiliti dai Trattati Ue: “Noi come europei abbiamo un dovere speciale, una speciale responsabilità nella difesa dell’ordine internazionale. E naturalmente ci sono bulli, ma non si fa fronte ai bulli infrangendo le regole e accettando l’abuso. Al contrario, li si affronta cercando una coalizione. È fondamentale che oggi l’Europa difenda con fermezza il valore del diritto internazionale, che chiuda le fila con il segretario generale delle Nazioni Unite, che cerchi la formula per portare il dibattito dove corrisponde, che è se questa guerra è legale o è illegale, se l’uso della forza sia legittimato o meno e in che modo si possa arrivare a una de-escalation e tornare a una situazione in cui i conflitti si risolvono in maniera pacifica”.


Referendum Giustizia, la mossa di Trump per blindare Giorgia Meloni


A Washington cresce il timore di una sconfitta al referendum e il tycoon manda un segnale politico forte: l’endorsement che parte dalla Casa Bianca e arriva fino al Colle

(Marco Antonellis – lespresso.it ) – A Washington osservano con attenzione quello che sta accadendo a Roma. E soprattutto guardano con una certa inquietudine al referendum sulla Giustizia che potrebbe trasformarsi in una trappola politica per il governo guidato da Giorgia Meloni. Secondo gli ultimi sondaggi circolati nei palazzi romani e resi pubblici nei giorni scorsi, infatti, il rischio di una sconfitta del governo non è affatto remoto. Uno scenario che potrebbe aprire nuove tensioni nella maggioranza e rimettere in movimento la macchina delle manovre politiche in vista del 2027.


Ed è proprio per questo che Donald Trump ha deciso di muoversi con largo anticipo. L’endorsement del presidente americano alla premier italiana non è arrivato con il classico post incendiario su Truth o con un comizio. Questa volta il segnale è stato molto più raffinato e diplomatico. Trump ha scelto infatti il Corriere della Sera, il quotidiano più influente del sistema mediatico italiano, per far arrivare il suo messaggio politico.

Le parole del tycoon: “Meloni è una leader fantastica”

Nel virgolettato pubblicato dal quotidiano milanese, il tycoon ha speso parole molto chiare per la premier italiana. Trump ha definito Meloni “una leader fantastica” e “una persona molto forte”, aggiungendo che “sta facendo un lavoro eccellente per l’Italia”. Un elogio pubblico che a prima vista potrebbe sembrare solo una dichiarazione di stima personale. Ma nei palazzi della politica romana viene letto in modo molto diverso. Perché quando un presidente degli Stati Uniti decide di mandare un messaggio attraverso il principale quotidiano italiano, difficilmente è solo diplomazia.

Il precedente che tutti ricordano: “Giuseppi” Conte

Il film, per molti osservatori, ricorda da vicino quanto accadde nell’estate del 2019. In piena crisi politica, mentre la maggioranza giallo-verde stava implodendo, Trump decise di sostenere pubblicamente l’allora premier Giuseppe Conte con un tweet rimasto famoso. Nel messaggio il presidente americano lo chiamò “Giuseppi”, definendolo un leader molto apprezzato negli Stati Uniti. Pochi giorni dopo quel tweet arrivò il ribaltone parlamentare che portò alla nascita del Conte bis, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico.

Il messaggio implicito al Quirinale

Oggi il contesto è molto diverso. Meloni è alla guida di un governo eletto e sostenuto da una solida maggioranza parlamentare. Ma una eventuale sconfitta al referendum potrebbe comunque aprire una fase di turbolenza politica. Ed è proprio per questo che l’endorsement di Trump contiene anche un messaggio implicito al Quirinale guidato da Sergio Mattarella. La linea americana sarebbe semplice: la stabilità dell’Italia è considerata strategica dagli Stati Uniti in un momento in cui la scena internazionale è dominata dalla guerra in Medio Oriente e dalle tensioni globali. Per la Casa Bianca, dunque, la permanenza di Meloni a Palazzo Chigi viene vista come un elemento di continuità fondamentale nei rapporti tra Roma e Washington.

Perché Meloni è diventata centrale per Washington

Negli ultimi mesi la leader di Fratelli d’Italia si è ritagliata un ruolo sempre più rilevante nel quadro europeo. RomaParigi e Berlino stanno cercando di coordinarsi sulla crisi mediorientale, mentre la Nato continua a essere il principale perno strategico per gli Stati Uniti. In questo scenario, agli occhi della Casa Bianca, Meloni rappresenta oggi uno degli interlocutori europei più affidabili. Ed è anche per questo che l’endorsement arrivato attraverso il Corriere viene letto nei palazzi romani come un segnale politico molto preciso. Un messaggio che, tradotto dal linguaggio diplomatico, suona più o meno così: anche se il referendum dovesse andare male, Giorgia deve restare a Palazzo Chigi. Nessuno pensi a soluzioni alternative.


Per andare dietro a Netanyahu si sta isolando in America


(ANSA) – Alcuni consiglieri di Donald Trump lo hanno esortato privatamente a cercare un piano di uscita dalla guerra in Medio Oriente in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio e di preoccupazione per il fatto che un conflitto prolungato potrebbe scatenare una reazione politica. Lo scrive il Wsj.

Secondo fonti vicine alla questione, alcuni consiglieri del presidente lo avrebbero incoraggiato negli ultimi giorni a elaborare un piano per ritirare gli Stati Uniti dalla guerra e dimostrare che Washington ha ampiamente raggiunto i suoi obiettivi.

Secondo alcune fonti, Trump è stato informato su alcuni sondaggi riguardanti la guerra. I sondaggi d’opinione pubblicati negli ultimi giorni mostrano che la maggioranza degli americani è contraria a un’azione militare in Iran.

Alcuni funzionari dell’amministrazione Trump hanno però dichiarato al Wsj che finché l’Iran continuerà ad attaccare i paesi della regione e Israele sarà ancora disposto a colpire obiettivi iraniani, è improbabile che gli Stati Uniti riusciranno a uscire facilmente dalla guerra.


Napoli: domani 11 marzo alla Fondazione Banco di Napoli la presentazione e proiezione del film “Operazione Batiscafo Trieste”


Scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, il film è stato girato in Italia e negli Stati Uniti e per la prima volta riunisce Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli di Jacques Piccard e Don Walsh che pilotarono il Batiscafo Trieste a 11mila metri di profondità, fino al punto più basso del pianeta. Una produzione Movie&Theatre Film con RAI Cinema e Armundia. Una straordinaria storia italiana e internazionale, che anticipa i temi della “geopolitica del mare” e parla di pace: perché l’impresa del Batiscafo Trieste ha voluto fare della scienza uno strumento di pace e collaborazione internazionale. Il documentario spiega anche come l’oceano sia stato salvato dalle scorie radioattive: la scoperta di forme viventi con la discesa del Batiscafo, che ha raggiunto la profondità di 11mila metri (era il 1960), ha impedito che le fosse oceaniche venissero utilizzate per smaltire i residui radioattivi.

NAPOLI – Dopo la proiezione di oggi a Roma, nell’Aula dei Gruppi parlamentari alla Camera dei Deputatisi proietta domani – mercoledì 11 marzo – a Napoli, alle 17.30 nella sala della Fondazione Banco di Napoli, il film Operazione Batiscafo Trieste, lungometraggio scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, commissionato dal Comune di Trieste e prodotto da Movie&Theatre con RAI Cinema e Armundia. Un documentario internamente dedicato alla tecnologia immersiva ad alta innovazione concepita 70 anni fa per il Batiscafo che, nel lontano 1960, toccava il punto più estremo della crosta terrestre, l’abisso Challenger nella Fossa delle Marianne alla profondità di 10.916 metri. Solo nel 2019 questo record straordinario è stato ritoccato, di appena 12 metri, dal sommergibile di Victor Vescovo che ha raggiunto i 10.928 metri nelle stesse acque. Progettato in Svizzera per iniziativa degli esploratori e scienziati Auguste Piccard e Jacques Piccard, costruito a Trieste, Monfalcone, Terni e Castellammare di Stabia, il Batiscafo Trieste diventa adesso una storia per il grande schermo. Il film (50’, colori + b/n) ripercorre la sua genesi, il varo e l’emozionante impresa delle Marianne il 23 gennaio 1960, ma anche l’avventura recentissima della sua ricostruzione in copia 1:1 per riportarlo, nell’autunno 2025, nel cuore della città in cui ha preso vita, l’idea di trasformarlo in una permanente icona di scienza per la pace e la collaborazione internazionale. Un’ulteriore proiezione è prevista a Milano, martedì 17 marzo alle 19 al Cinema Arlecchino. E a fine mese il documentario si spingerà oltreoceano: il 30 marzo sarà proiettato a New York, presso l’Istituto Italiano di Cultura e il 31 marzo a Washington nella sede dell’Ambasciata italiana.

Nel film parlano, fra gli altri Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli di Jacques Piccard e Don Walsh che pilotarono il Trieste nell’immersione della Fossa delle Marianne. Fra le testimonianze quella del giornalista e scrittore Antonio Ferrara, che domani interverrà alla presentazione a Napoli, E ancora Julie Kowalsky, Direttrice del National Museum of the United States Navy, il promotore del progetto Giorgio Rossi, Assessore alle Politiche della Cultura e Turismo del Comune di Trieste, l’AD di M23 Bruno Peracchi che ha coordinato la ricostruzione del Batiscafo, l’archivista delle acciaierie Terni Valeria Sabbatucci, lo storico Enrico Halupca e il testimone dell’epoca Cosimo Cosenza. Il trailer del documentario è disponibile sul canale youtube del Comune di Trieste. Oggi l’originale del Batiscafo Trieste si trova a Washington, al Museo Navale della Marina Americana. Il regista Massimiliano Finazzer Flory ha seguito le fasi della rinascita dell’unità sommergibile: dalla minuziosa lavorazione dei pezzi nei capannoni bergamaschi della M23, alle mani sapienti che ne hanno ricostruito le linee, fino all’atteso viaggio verso il mare e la città che gli diede i natali.

L’impresa Batiscafo Trieste del ha anticipato i temi della geopolitica del mare e parla al nostro tempo:negli anni Sessantaaveva persino scongiurato la decisione di utilizzare per lo smaltimento dei residui radioattivi la Fossa delle Marianne, perché nella discesa verso i fondali oceanici i ricercatori a bordo avevano scoperto la presenza di forme di vita e pesci abissali.Il viaggio cinematografico nella storia del Batiscafo Trieste non è un semplice diario tecnico, ma un racconto poetico che intreccia immagini dall’Istituto Luce e memoria, capace di restituire la tensione epica dell’impresa e l’emozione di veder risorgere un gigante degli abissi. Le telecamere hanno registrato non solo bulloni e lamiere, ma anche lo spirito di chi, settant’anni dopo, ha voluto restituire al presente il sogno dei Piccard e di Diego de Henriquez. La proiezione offre una vera e propria esperienza estetica e civile: la possibilità di guardare negli occhi l’avventura del Batiscafo Trieste attraverso la lente del cinema, e di sentirne vibrare ancora oggi, in un tempo in cui tornano inquietanti eco di guerra, il messaggio di coraggio, conoscenza e pace.

PRESS Vuesse&c            ufficiostampa@volpesain.com


Roma, Teatro Trastevere: Dal 20 al 22 marzo 2026 “London Dream – Roma-Londra solo andata”


LONDON DREAM

Roma – Londra solo andata

Dal 20 al 22 marzo 2026

con

DAVID MASTINU

LEONARDO ZARRA

REGIA : PAOLO VANACORE

DRAMMATURGIA: DAVID MASTINU

AIUTO REGIA: BEATRICE MARIA BARBETTI

MUSICHE: ALESSANDRO PANATTERI

COSTUMI: ALESSIO PINNELLA

COLLABORAZIONE: CASA DEGLI ARTISTI

SCENE: ASSOKAPPA

PRODUZIONE: DAMARTE

PRODUZIONE ESECUTIVA: NUTRIMENTI TERRESTRI

Roma, 1980, Tor Pignattara. Quartiere a poche centinaia di metri dal centro, ma troppo lontano per dinamiche e sviluppo dalla capitale aristocratica. A Tor Pignattara sono più ombre. Mauro lo sa bene, quel quartiere non può dargli un futuro, difatti è da un po’ che si reca a Londra in cerca di fortuna, con lavoretti sporadici. Peppe, suo amico, invece, è intrappolato nella ragnatela quotidiana del suo quartiere, Tor Pignattara lo ha catturato e non se ne rende conto, o forse, per paura o mancanza di stimoli, preferisce lasciare passare il tempo tra le urla delle vie.

Ma non è solo Tor Pignattara a gridare, è una nazione intera. Siamo negli anni di piombo, delle Brigate, dei Nar, in giro ci sono tutti, anche i fanatici di partito, pronti a sparare per una giacca o una scarpa che ne identifica l’ideale politico. In questo contesto, di miseria e piombo, nasce London Dream, una storia dalla linea comica di amicizia e speranza.

La storia di due ragazzi uomini, che prendono in mano la loro vita, per gridare alla vita la libertà e la dignità. Questa è la storia di Mauro e Peppe, due amici di borgata, con un sogno da vivere, e un obiettivo da raggiungere. Londra.

PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00

-prevista tessera associativa-

giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it


La guerra infinita di Bibi e Donald


(Dott. Paolo Caruso) – Ancora una volta Trump insieme al suo alleato guerrafondaio Netanyahu si fa beffa del Diritto Internazionale e della stessa ONU che dimostra la sua attuale debolezza.L’ Europa balbettante, come al solito non pervenuta. Nonostante i proclami di una vittoria già conquistata, Trump non riesce a convincere il Mondo delle reali motivazioni di questa guerra all’Iran, terzo produttore di gas e petrolio. È proprio su questi è indirizzata la sua attenzione. Accusato falsamente è il nucleare, deterrente per Israele e i Paesi arabi vicini, visti dagli ayatollah conniventi con gli USA. Va però notata la grave approssimazione del primo giorno di guerra. La tempesta di fuoco, contro gli obiettivi previsti (Ali Khamenei e il suo concistoro), non ha risparmiato le centocinquanta bambine della scuola vicina. La tanta decantata precisione chirurgica non si è dimostrata tale. Su Teheran bombardata cadono dall’atmosfera, come sulla Pompei del 79 d. C., lapilli di petrolio in un’atmosfera asfissiante. La NATO non sa come muoversi perché non riesce a comprendere il Tycoon che si è guardato bene dal rivelare i suoi piani agli alleati. Questi si dichiarano poco informati di una guerra che ha come registi il duo Bibi e Ronald e che li trova impreparati a sostenere le spese di un’altra guerra, dopo l’Ucraina. Sanchez, premier spagnolo, ha platealmente negato di concedere basi logistiche per la guerra non voluta. In guerra è stata trascinata l’Europa, che fa i conti con l’emorragia economica di un’altra guerra altrettanto inutile di cui da quattro anni porta ferite ideologiche e sociali. Cipro intanto, avamposto d’Europa va difesa. L’Italia della Meloni, beatamente come Pilato “non condivide e non condanna”. Non si sa nulla delle eventuali concessioni delle basi americane dislocate nel nostro Paese ne tantomeno del ruolo che la Premier ha intenzione di svolgere in questa nuova crisi medio-orientale. Di certo avremmo dovuto sentire fin dai primi giorni in Parlamento la Meloni che invece, da Caciottara quale è, ha preferito i social e il monologo da RTL 102.5. Gli altri Stati europei mugugnano, alle prese con le opposizioni interne che meditano come uscire da una organizzazione che non garantisce più, per le bizzarrie del principale suo componente. Putin ha tutto il potere di ridere e di irridere l’Europa in difficoltà di approvvigionamento energetico, per la chiusura dello stretto Hormuz. C’è tanto da far crescere l’ansia nel Paese reale, per una economia che mortifica i già tanti mortificati per il carrello della spesa, fattosi più vuoto e costoso. Cosa ci aspetta? Politologi temono la recrudescenza del terrorismo nei vari Stati, alleati del Tycoon, il quale si mostra spavaldamente ansioso di coronare l’alloro della vittoria, e candidarsi unico al Nobel per la Pace. Forse per la pace eterna. E noi, come “le stelle” di Cronin “stiamo a guardare” la Meloni con le sue menzogne sfegatata a propagandare di votare Si, contro i giudici, quali suoi personali e attuali nemici.


Tutte le bugie (e le omissioni) nel video di Meloni sul referendum


A due settimane dal voto, la premier entra a piedi uniti nella campagna con un’arringa di 13 minuti sui social in cui invita a votare Sì spiegando – a suo modo – i contenuti della riforma. Con moltissime affermazioni false o distorte

Separazione delle carriere, sorteggio, Csm e politica: tutte le bugie (e le omissioni) nel video di Meloni sul referendum

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – “Il 22 e 23 marzo scegliete voi, e io spero che scegliate il cambiamento, che scegliate di aiutarci a liberare la magistratura dalla politica, a renderla più autorevole e più meritocratica. Io spero che scegliate il Sì“. A due settimane dal referendum sulla riforma Nordio, Giorgia Meloni entra a piedi uniti nella campagna con un video da 13 minuti pubblicato sui social, in cui invita gli elettori a “non lasciarsi ingannare” e “scegliere nel merito e con coscienza”. La premier spiega a suo modo i tre pilastri della legge – separazione delle carriere, sorteggio dei Csm, Alta Corte disciplinare – accusando il fronte del No di usare “semplificazioni, slogan e in molti casi informazioni parziali o peggio completamente distorte”. A guardare il suo intervento integrale, però, l’accusa può essere tranquillamente ribaltata: moltissime delle affermazioni della Presidente del Consiglio sulla riforma sono palesemente false e smentibili con dati di fatto, altre omettono elementi fondamentali risultando di fatto scorrette. Le abbiamo analizzate una ad una.

“Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla”.

Per smentire questa tesi bastano i numeri della Sezione disciplinare del Csm, l’organismo che sanziona i magistrati per i loro illeciti deontologici. Nell’attuale consiliatura (da febbraio 2023 a dicembre 2025) sono state emesse 199 sentenze82 di queste, cioè il 41%, sono di condanna. Per quanto riguarda le specifiche sanzioni, solo in due casi è stato deciso per la meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).

Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema è più severo di quello dei Paesi paragonabili: nel 2022 in Italia sono stati puniti disciplinarmente 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).

Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia: il Guardasigilli infatti ha il potere, come la Procura generale della Cassazione, di mettere sotto accusa i magistrati e impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Suprema Corte (a questo scopo ha a disposizione una struttura apposita, l’Ispettorato generale). Può inoltre opporsi alle richieste di archiviazione della Procura generale, imponendo di svolgere indagini e/o di tenere il processo di fronte al Csm. Ebbene, negli ultimi tre anni Nordio ha esercitato l’azione disciplinare contro i magistrati in media 28 volte l’anno, mentre la Procura generale (cioè la magistratura stessa) 52. Soprattutto, non ha impugnato quasi mai le decisioni dell’organo di autogoverno: nell’intera consiliatura l’ha fatto appena sei volte. Tanto che persino il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, eletto in quota Lega, ha rinfacciato al ministro questo dato, definendo “destituite di fondamento” le sue accuse alla Sezione disciplinare.

“La riforma rende la giustizia più libera dai condizionamenti della politica. Attualmente il Csm viene eletto dai magistrati sulla base di liste organizzate dalle correnti ideologizzate, e dal Parlamento con logiche di spartizione politica. La riforma sostituisce questo modello, in mano alle correnti e ai partiti, con un sorteggio”.

La premier omette un elemento fondamentale: il sorteggio non sarà uguale per magistrati e politici. Anzi, per i secondi sarà finto: i membri “laici” dei due futuri Csm, cioè professori universitari e avvocati, saranno estratti nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Quindi, mentre giudici e pm perderanno il diritto di scegliere i propri rappresentanti, i parlamentari (e quindi il governo) continueranno di fatto a farlo: i membri laici, pertanto, avranno un peso specifico molto superiore di quello che hanno adesso, e l’influenza della politica sui Csm inevitabilmente crescerà. La riforma, peraltro, non specifica quanto devono essere lunghe le liste dei “sorteggiabili”: più saranno brevi più il sorteggio sarà finto. E non è specificata neppure la maggioranza necessaria per compilarle: se le leggi attuative non imporranno un quorum qualificato – come quello dei tre quinti previsto adesso per garantire le opposizioni – basterà la maggioranza semplice. In quel caso, il governo di turno potrà sostanzialmente accaparrarsi tutti i posti.

“Istituiamo l’Alta Corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, composta anch’essa di magistrati e membri laici estratti a sorte tra persone altamente qualificate, senza logiche di corrente o di partito”.

Idem come sopra: anche per l’Alta Corte il sorteggio dei laici sarà “pilotato”, cioè avverrà nell’ambito di una lista votata dal Parlamento. Il loro peso, inoltre, crescerà anche numericamente: mentre nell’attuale Sezione disciplinare del Csm i membri di nomina politica sono due su sei, nel nuovo organo saranno sei su 15 (di cui tre scelti dal presidente della Repubblica). Questi 15, però, non giudicheranno mai tutti insieme: contro le sentenze dell’Alta Corte, infatti, non è più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei membri che hanno deciso in primo grado. Una parte dei giudici, quindi, costituirà il collegio (o i collegi) di primo grado, un’altra parte il collegio (o i collegi) d’appello. Ma quanti saranno, in ciascuno di questi tribunali, i membri laici e i membri togati? In teoria nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.

“Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia. Invece io penso che lo faccia partendo dalla radice, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza alcuna conseguenza”.

La maggioranza relativa delle condanne disciplinari, 17 su 82, in questa consiliatura è stata emessa proprio per “reiteratograve e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti”; per questa tipologia di illecito le condanne superano le assoluzioni, che sono state 13. In particolare, sono state inflitte 11 censure, tre perdite di anzianità, due sospensioni e una rimozione dal servizio. Meloni, peraltro, finge che i ritardi e le inefficienze della giustizia italiana siano colpa dei magistrati, mentre per capirne le ragioni basta guardare di nuovo i dati del Consiglio d’Europa: secondo il rapporto 2024 (dati 2022), in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5, e 3,7 pubblici ministeri ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. Il nostro Paese, quindi, ha un quarto dei pm rispetto agli altri e poco più di metà dei giudici. E quanto lavorano? Molto di più: ogni giudice civile gestisce in media 176 fascicoli l’anno, nel resto d’Europa 88; ogni giudice penale 154, nel resto d’Europa 76; ogni pubblico ministero 1.230, nel resto d’Europa 204.

“La riforma è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente. Forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo”.

I magistrati in servizio che si sono schierati apertamente a favore della riforma, sottoscrivendo l’apposito appello, sono 34 su 9.657 (intervistati quasi quotidianamente dai giornali di destra). All’ultima assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati, lo scorso ottobre, il documento finale che lanciava la campagna per il No è stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. È certamente possibile, come dice la premier, che altri giudici e pm sostengano la riforma e preferiscano non dirlo (non è chiaro per quale motivo). Ma è un’affermazione ovviamente indimostrabile.

“È una riforma che serve a far recuperare alla magistratura un prestigio compromesso e ad aumentare la fiducia dei cittadini verso la giustizia”.

Certamente la magistratura non gode del suo momento di maggiore popolarità. Ma un sondaggio Ixé pubblicato nelle scorse settimane mostra che la fiducia nei magistrati è comunque il quadruplo di quella nei partiti: il 51% degli intervistati dice di averne “molta” o “abbastanza” (dato in crescita di sei punti rispetto al 2025) mentre solo il 12% afferma lo stesso dei politici (l’anno scorso era il 14%).

“Se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro, con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa? Noi pensiamo di sì”.

Opinione legittima, ma i numeri dicono altro: nell’anno giudiziario 2020/21 (ultimi dati resi noti dal ministero) il 54,8% dei giudizi ordinari di merito – cioè quelli che si svolgono nel contraddittorio delle parti in seguito a un’udienza preliminare – termina con una sentenza di assoluzione, il 36,8% con una sentenza di condanna, l’8,4% con sentenze “miste” (assoluzioni per alcuni capi d’accusa e condanne per altri). Considerando anche i giudizi “speciali”, cioè quelli accelerati – a cui si ricorre per reati meno gravi o quando la prova è particolarmente solida – i due esiti sono quasi alla pari: 46,2% di condanne e 46,3% di assoluzioni. Spostando lo sguardo alla fase delle indagini, invece, si scopre che nel 40% dei casi è lo stesso pm a chiedere l’archiviazione.

“Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito”.

Anche qui, i dati comparati dicono il contrario: nei Paesi dove giudici e pm appartengono a due ordini separati, o dove i magistrati dell’accusa rispondono all’esecutivo, gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono molti di più che in Italia. I numeri: in Italia tra il 2018 e il 2024 sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni ogni anno su 49.037 arresti in fase d’indagine, l’1,15%. Troppe? Può darsi, ma a guardare la Francia sembrano poche: Oltralpe le ingiuste detenzioni viaggiano tra le 500 e le 520 l’anno, ma su un totale di 12-15 mila arresti, con un’incidenza quindi di circa il 4%, più che tripla rispetto all’Italia. Passando agli errori giudiziari veri e propri, in Italia le condanne annullate in sede di revisione sono in media sette l’anno, pari a 0,12 casi per milione di abitanti; nel Regno Unito sono 0,31, più del doppio; negli Usa 0,44, oltre il quadruplo.

“Il sorteggio dei magistrati avverrà su una platea qualificata, formata da persone che normalmente decidono della libertà dei cittadini, sulla sorte delle famiglie, dell’economia italiana. Mi volete dire che le stesse persone non sarebbero capaci di decidere chi va a fare il procuratore della Repubblica o il presidente di un Tribunale?”.

Come tutto il fronte del Sì, Meloni distorce il ruolo del Csm descrivendolo come un ufficio di collocamento che si occupa solo di nomine e promozioni. In realtà l’organo di autogoverno ha un ruolo molto più ampio e importante, che è sostanzialmente politico: garantisce l’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalle ingerenze degli altri poteri, in primis del governo. Lo fa proteggendo i magistrati nel mirino della politica con le cosiddette “pratiche a tutela“, ma anche vigilando sulle scelte degli stessi magistrati in posizioni di potere: ad esempio, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo toglie a un pm un fascicolo delicato in violazione delle regole interne. Il Consiglio esprime pareri su disegni di legge in materia di giustizia e decide, attraverso circolari interne, i criteri di organizzazione degli uffici e quelli per la nomina dei dirigenti: può optare per modelli più “orizzontali” o più verticistici, può scegliere di valorizzare alcune esperienze rispetto ad altre. Tutto questo fa già capire come il ruolo del consigliere del Csm sia molto diverso da quello del giudice o del pm: richiede competenze specifiche, esperienza, sensibilità politica e una legittimazione che può essere fornita solo da un voto dei colleghi.

Ma il Consiglio può diventare anche un terreno di resa dei conti della politica nei confronti del potere giudiziario: in questi anni abbiamo assistito più volte a tentativi, da parte del ministro o dei membri laici in quota centrodestra, di punire magistrati sgraditi attraverso iniziative disciplinari infondate o richieste strumentali di trasferimento. Queste offensive sono sempre finite nel vuoto grazie alla compattezza dei consiglieri togati eletti – compresi quelli di orientamento conservatore – che si sono opposti. Dei consiglieri sorteggiati, trovandosi per caso in un ruolo di così grande potere, esposti alle lusinghe dei membri scelti dalla politica, avrebbero la stessa forza?


Questi non sono speculatori, sono criminali


Codacons, su alcune autostrade gasolio servito oltre i 2,6 euro al litro

(ANSA) – Il gasolio in modalità servito ha sfondato la soglia psicologica dei 2,6 euro al litro in diversi impianti autostradali, mentre in quasi tutta Italia sulla rete stradale il diesel al self supera i 2 euro al litro. Lo denuncia il Codacons, sulla base dei dati comunicati tra ieri e oggi dai gestori al Mimit.

Sulla A4 Milano-Brescia il diesel ha raggiunto 2,654 euro al litro (2,429 euro la benzina), sulla A21 Torino-Piacenza 2,639 euro/litro (2,419 euro la benzina), sulla diramazione A8/A26 2,614 euro/litro, sulla A13 Bologna-Padova 2,609 euro/litro – rileva il Codacons, associazione che da giorni sta monitorando l’andamento dei carburanti alla pompa – Numerosi i distributori ubicati lungo la rete autostradale che vendono il gasolio al servito a prezzi abbondantemente superiori ai 2,5 euro al litro.

Per quanto riguarda il diesel in modalità self, in tutte le regioni italiane il prezzo medio ha superato oggi la soglia dei 2 euro al litro, ad eccezione di Umbria e Marche: i listini più elevati a Bolzano (2,040 euro/litro), in Calabria (2,031 euro/litro), Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sicilia (2,030 euro/litro) – aggiunge il Codacons.

Di fronte a questi dati il governo non ha più scusanti e deve intervenire oggi stesso con lo strumento delle accise mobili riducendole di almeno 15 centesimi di euro al litro, allo scopo di evitare una catastrofe economica paragonabile a quella causata dalla pandemia Covid – conclude l’associazione.


Gustavo Zagrebelsky: “Viviamo nell’era della prepotenza, ma si può risalire”


L’effetto domino delle guerre. Le ragioni del più forte che prevalgono sulle libertà. Il giurista ragiona sul disordine mondiale

Gustavo Zagrebelsky: “Viviamo nell’era della prepotenza, ma si può risalire”

(di Simonetta Fiori – repubblica.it) – TORINO – “Siamo entrati nell’era della prepotenza che non conosce limiti, ma attenzione a non cedere al realismo di chi si arrende o ci naviga dentro. Questo realismo si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”, dice Gustavo Zagrebelsky. I venti di guerra arrivano in questo bel palazzo torinese di inizio Ottocento, proiettato su una facciata antonelliana che invita a ragionamenti limpidi, geometricamente composti. “Al tema dei conflitti nella storia stavo lavorando per un mio libretto, quando è arrivato il bombardamento in Iran di Stati Uniti e Israele. Se siamo sull’orlo della terza guerra mondiale? L’esperienza ci insegna che ogni guerra, anche la più minuscola, ha un “effetto domino” dagli esiti imprevedibili”. Sul tavolo una colonnina di libri che parlano della fine della democrazia, della fine del diritto internazionale, della fine del vecchio ordine mondiale. Il professore li guarda, con un moto di insofferenza. “Basta con questo crogiolarsi nel finis mundi. Non se ne può più!”.

Ma non siamo davanti a una rottura della storia, a un cambiamento d’epoca?

“No, non lo credo. Perché la nozione di rottura contiene in sé l’idea dell’irrimediabilità, come se non ci fosse più niente da fare. Direi meglio: siamo in una fase di discesa nell’abisso da cui però non è escluso che si possa risalire. Il pendolo della storia ci insegna che ad azione corrisponde reazione. E il nostro dovere di intellettuali oggi è ricordare che esiste un’alternativa alla rassegnazione: altrimenti cediamo a quello che Julien Benda ha chiamato il tradimento dei chierici. Il futuro non è già scritto una volta per tutte. Il futuro dipende da noi. Ex malo bonum. Dal male bisogna ricavare il bene”.

Però dobbiamo riconoscere che tutto quello che abbiamo alle spalle è venuto meno: la fiducia nella democrazia, il diritto internazionale, gli organismi a tutela della pace.

“Ma con quale spirito lo diciamo? Bisogna distinguere tra gi idealisti, che lamentano il disordine mondiale nella prospettiva di porvi riparo. E i realisti che invece alzano le braccia in un atteggiamento di resa: così va il mondo, bisogna adeguarsi; c’è la guerra, bisogna armarsi. Una siderale distanza morale separa i due atteggiamenti mentali. Oggi nella testa dei nostri governanti prevale questo secondo atteggiamento”.

Un atteggiamento espresso dall’infelice frase del ministro degli esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto.

“Il diritto vale o non vale. E, poi, chi stabilisce il punto oltre il quale non vale più’? Qualche giorno fa, durante il dibattito parlamentare, il ministro della Difesa Crosetto è caduto nello stesso errore, dicendo quasi con nonchalance: ‘certo che l’attacco in Iran è stato fuori del diritto internazionale’. Perché usare l’eufemismo ‘fuori’? Rispetto al diritto che dice che cosa è lecito e che cosa non lo è, o sei dentro o sei contro. E poi perché parlarne con tanta leggerezza? Non stai cianciando. Un importante esponente del governo che dice al Parlamento che è in atto un’azione bellica contro il diritto internazionale ne dovrebbe trarre le conseguenze, con la condanna esplicita dei paesi aggressori. E non dovrebbe arrendersi al fatto compiuto, vivacchiando dentro il perimetro bellico disegnato dai prepotenti. Il realismo, dicevamo all’inizio, alla fine si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”.

La presidente del Consiglio ripete che non siamo in guerra e non dobbiamo entrarci.

“Non condivide ma non condanna. Prende atto che c’è chi del diritto si fa beffe, ma si guarda bene dal condannare. Anzi aggiunge che come lei, tranne Sánchez, fanno tutti gli altri paesi europei. Così fan tutti. E nel frattempo il governo attrezza le forze armate perché il conflitto può riguardarci, mentre Trump dichiara, come riferisce il Corriere, che dalla sua amica italiana si aspetta fedeltà”.

“Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra: l’hanno detto in tanti, anche la presidente italiana.

“Forse ignorano che la pace a cui si riferisce il detto latino è la pax romana, ossia la pace fondata sul dominio imperiale, cioè sull’arbitrio dei più forti. Non è la pace basata sulla verità e sulla giustizia tra i popoli. A quella frase oggi molto citata dovremmo opporne un’altra, usando una parola che nel latino classico non esiste: ‘si vis pacem, para …. democratiam’, se vuoi la pace prepara la democrazia. Pace e democrazia sono due lati della stessa medaglia”.

Non è un caso che le guerre esplodano con il diffondersi delle autocrazie. Putin è stato il primo a portare il conflitto in Europa.

“Le guerre esprimono il massimo della diseguaglianza perché chi le decide non le fa, manda gli altri a farle. La democrazia è la forma istituzionale che più garantisce l’eguaglianza e di conseguenza la pace. Ma non aiuta la pace chi allestisce una ‘santa barbara’ per impressionare il nemico: le armi, perché facciano paura, devi essere disposto a usarle. Mi riferisco alla corsa europea agli armamenti, in nome della pace universale. È come riempire di benzina un barile con l’intenzione dichiarata di spegnere il fuoco. Senza poi considerare lo scandalo etico delle armi in Borsa”.

Cosa intende?

“Durante le guerre, gli investimenti che garantiscono sicuri profitti sono quelli nelle azioni delle aziende produttrici di armi. Ma è una vergogna: sono soldi che nascono da morti e devastazioni. Ce ne rendiamo conto? Se potessi, proporrei una legge per evitare questo obbrobrio: le aziende d’armi dovrebbero, se mai, lavorare per il governo, senza fini di lucro. La nostra, si dice, è un’epoca apocalittica, nel senso originario del disvelamento che mette di fronte la realtà, senza via di scampo: ora possiamo vedere con limpidezza la civiltà che abbiamo edificato, una costruzione nel segno del dominio e della rapacità. L’arricchimento non per mezzo di produzione di beni, ma per mezzo della distruzione di vite. Vogliamo dirlo: questo è il capitalismo che abbiamo”.

Prima faceva riferimento all’effetto domino delle guerre.

“La storia ci insegna che la scintilla più piccola può accendere un conflitto mondiale. Ne è un esempio la Grande Guerra: chi poteva immaginare che dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe scaturita una conflagrazione di quelle proporzioni? Nessuno la voleva. Lo stesso sta accadendo adesso: il misfatto del 7 ottobre ha originato una guerra che si generalizza. Le conseguenze di qualunque scontro bellico sono sempre fuori controllo, perché poi sulla guerra c’è chi specula, cercando il proprio utile. E questa espansione a macchia d’olio è difficile da circoscrivere, soprattutto nel mondo globalizzato, caratterizzato da innumerevoli connessioni politiche, ideologiche ed economiche”.

A proposito della Grande Guerra, la convince l’analogia tra le nostre classi dirigenti e “i sonnambuli” evocati dallo storico Christopher Clark in riferimento ad ambasciatori e governanti di primo Novecento? Presentivano il disastro, ma non furono in grado di evitarlo.

“Siamo sull’orlo dell’abisso, ha detto Crosetto. Ma siamo capaci di svegliarci in tempo per non caderci dentro? Una forma di sonnambulismo l’ho riscontrata quando il ministro della Difesa ha detto – a proposito del possibile impiego bellico delle basi militari americane in Italia – che in caso di richiesta ci sarebbe stato il voto parlamentare, ma non ha aggiunto quale sarebbe la posizione del governo. In apparenza è una scelta saggia. In realtà inquietante, perché implica uno scarico di responsabilità, un navigare senza meta. Lei parla di sonnambuli; io aggiungerei la ‘nave dei folli’, un’immagine diffusa nel Medioevo. Si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli che invade i paesaggi familiari: minacce e derisioni, vertiginosa e ridicola irragionevolezza”.

A che cosa allude?

“Spetta al governo far rispettare le clausole degli accordi internazionali che non prevedono l’uso delle basi per muovere guerra a un paese sovrano. Semmai si pone il problema di cambiare queste regole, ma non può essere un qualsiasi voto parlamentare a farlo: la modifica degli accordi internazionali richiede una procedura complessa, sotto lo sguardo vigile del capo dello Stato alla luce del ‘ripudio della guerra’ scritto nell’articolo 11 della Costituzione”.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

“Una formula molto chiara, nata da un impulso morale, condiviso dalla totalità dei costituenti all’indomani della devastazione della guerra. Tutti avevano bruciante memoria di morti, dolori, fame e privazioni, atrocità che sempre accompagnano tutte le guerre. Oggi questa memoria non ci appartiene più, sostituita da un ricordo di seconda o terza mano, filtrato dai libri, dal cinema, dalla Tv. Non è un qualcosa di impresso a fuoco – è il caso di dirlo – nei nostri corpi e nella nostra mente. Anche in questo caso interviene una sorta di sonnambulismo, che porta i governanti a parlare di pace e guerra con tanta leggerezza”.

Però nel tempo sono stati accostati alla guerra diversi aggettivi: guerra difensiva, guerra preventiva, guerra giusta. In occasione della prima guerra del Golfo, dopo l’invasione in Kuwait di Saddam Hussein, il suo maestro Bobbio parlò di guerra giusta a proposito dell’attacco americano a Baghdad.

“Nel tempo l’articolo 11 è diventato il bersaglio di un tiro a segno incessante da parte dei giuristi, con l’effetto di svuotare del suo valore etico un articolo che possiede una formidabile limpidezza morale. Quanto a Bobbio, egli stesso, successivamente, giudicò quella sua sortita ‘un passo più lungo della gamba’. Tengo a ricordare che uno dei suoi libri più celebri mette in discussione la distinzione tra guerra giusta e ingiusta, essendo la guerra un male in sé dopo l’atomica. Ma forse abbiamo perso memoria di quei corpi che d’improvviso s’incendiano come torce umane. L’alternativa non è più tra guerra giusta e ingiusta, ma tra vita e orrore”.

I sondaggi dicono che gli italiani in larghissima maggioranza disapprovano l’attacco americano.

“Forse, non abbastanza. Altrimenti scenderebbe nelle piazze a urlare che le guerre non si fanno. E che coloro che le muovono e permettono sono potenziali assassini. La guerra in Vietnam è finita per molte ragioni, ma non è stata irrilevante la ribellione dei più giovani”.

Sento già arrivare l’obiezione dei cosiddetti “realisti”: voi idealisti siete solo delle anime belle. “La mentalità bellica è entrata così pervasivamente nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili, non sono frutto di un destino crudele. Appartengono alla storia dell’umanità, ma non sono prodotto di natura o biologia. Non c’entra un irresistibile istinto di morte di cui parlava Freud, perché dentro di noi agisce fortissimo anche l’istinto di vita. Gli esseri umani possono decidere se fare guerra o fare pace. Dipende da noi”.

Anche qui la storia ci insegna che gli esseri umani non sono fatti per le guerre: un’altissima percentuale di chi ha combattuto in prima linea, nella seconda guerra mondiale, è finita negli ospedali psichiatrici.

“E infatti – come ho detto prima – chi decide le guerre manda gli altri a farle. Quasi sempre nel nome di un dio, il proprio. Ha visto la scena di Trump nello studio ovale con le mani dei pastori evangelici poggiate sulle sue spalle? Anche gli attacchi in Iran rispondono dunque alla volontà divina? A questo proposito vorrei aggiungere che le guerre non sono mai fatte invocando il valore della guerra, ma sempre in nome della pace. Nel 1936, quando Addis Abeba cadde e la guerra d’Etiopia finì, Mussolini disse che finalmente la pace giusta era raggiunta. Perfino Hitler e il suo megafono Goebbels dicevano che la Germania, con la guerra, aspirava a una pace onorevole. Questo che cosa vuol dire? Dal punto di vista ideale, la pace vale sempre più della guerra”.

L’Europa cosa dovrebbe fare?

“Se vuole avere un ruolo, non lo ottiene solo armandosi fino ai denti, ma mantenendo vivo ciò che di buono ha espresso nella storia. Il premier spagnolo Sánchez è stato capace di dire un chiarissimo no a questa guerra, dando voce agli idealisti che alla fine sono la maggioranza. Gli altri, i realisti che navigano intorno alla guerra per averne il minor danno, se non il maggior guadagno, tradiscono l’Europa. Tradiscono quell’Europa che tra tante aberrazioni è pur sempre una sede ideale di ciò che c’è di buono nella cultura politica dell’Occidente: diritti umani, giustizia sociale, rispetto per i popoli, laicità. E, appunto, la pace”.


Pure questa guerra si poteva evitare


Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in un conflitto totale, benvoluto solo in Israele: escluso Sánchez, l’Unione europea si è arresa al decadimento del diritto internazionale. Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo […]

Pure questa guerra si poteva evitare

(estr. di Barbara Spinelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo già pronto con Teheran, che avrebbe “impedito una volta per tutte l’acquisizione iraniana dell’atomica” e scongiurato il disastro economico che si prepara.

[…] Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in una guerra totale, benvoluta solo in Israele. È la guerra che Tel Aviv chiede da decenni: Netanyahu assieme alla vasta lobby israeliana negli Stati Uniti l’ha infine imposta. È quanto ha rivelato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati Usa-Teheran, un giorno prima dell’attacco. Albusaidi si è precipitato a Washington per informare Vance, vice di Trump, e se il 27 febbraio è uscito allo scoperto in un’intervista alla Cbs è perché temeva che i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero nascosto a Trump il vero risultato dei negoziati: la “piena disponibilità di Teheran allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”; il conseguente abbandono di ogni aspirazione all’atomica; l’accettazione non solo di ispettori dell’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma anche di supervisori Usa (Israele non ha mai accettato ispezioni dei propri siti atomici). “L’accordo era molto più avanzato di quello negoziato da Obama. Era pronto e in tre mesi avremmo perfezionato i punti tecnici”, ha precisato Albusaidi. Perfino sui missili iraniani era prevista un’intesa, da negoziare regionalmente fra Teheran e Stati del Golfo (Cbs, Face The Nation). […]

Tanto più impressionante è la riluttanza degli Stati europei – eccettuata Spagna e in parte Norvegia – a condannare l’assalto all’Iran. Nessuno di loro fa accenno a quanto rivelato da Albusaidi e al fatto non controvertibile che questa guerra, difficilmente vincibile non essendo l’Iran somigliante al Venezuela, era evitabile. I governanti europei si aggirano sul palcoscenico come nella “seconda infanzia” descritta da Shakespeare: “Puro oblio, senza denti, senza vista, senza gusto, senza niente”. Non fanno neanche finta di rappresentare un’Unione e l’ostacolo non è affatto l’impossibilità di decidere a maggioranza piuttosto che all’unanimità. È proprio che l’Europa non ci sta con la testa. Giorgia Meloni l’incarna alla perfezione: “Non condanno né condivido, non ho gli elementi… per prendere posizioni categoriche”. Su un punto i capi europei sono d’accordo: l’Iran che appellandosi al diritto internazionale si difende colpendo interessi Usa e raffinerie negli Stati del Golfo è colpevole, va fermato. Quel che divide i governanti europei è proprio questo: il giudizio su Onu e diritto internazionale, che Israele e Usa ancora una volta calpestano. Il ministro della guerra Peter Hegseth l’ha detto: “Niente stupide regole di ingaggio, niente impantanamenti nelle ricostruzioni nazionali (nation building), niente esercizi di costruzione della democrazia, niente guerre politicamente corrette. Combattiamo per vincere, non sprechiamo né tempo né vite umane”.

[…]

Le stupide regole di ingaggio sono quelle iscritte nella Carta Onu, che vieta guerre preventive contro Stati che non attaccano.La strategia Trump-Netanyahu prevede la decapitazione a ogni costo: prima della guida suprema Khamenei, poi del figlio successore. Più in genere, punta ad abbattere gli Stati deboli e piccoli che sono sgraditi – Venezuela ieri, Cuba domani – che del diritto internazionale hanno disperato bisogno. In Occidente invece il decadimento del diritto internazionale è dato per scontato da politici e commentatori. Il cancelliere Merz lo ripete fin dall’attacco all’Iran del giugno scorso. L’idea non cambia: per fortuna ci sono Israele e Usa a “fare il lavoro sporco per la sicurezza di noi tutti”. Sul fronte opposto nell’Ue c’è Sánchez, che alza la bandiera del diritto internazionale, rifiuta ogni complicità con gli aggressori e vieta l’uso delle basi Usa in Spagna. È l’unico nell’Unione a parlare di genocidio a Gaza, a respingere il riarmo Nato, a non dare per scontato il degrado della Carta Onu. A parole altri Stati europei constatano che la guerra è “fuori dal diritto internazionale”, ma non ne deducono nulla. Per il ministro Tajani il diritto internazionale “conta fino a un certo punto”. Merz ha attaccato Sánchez, quando Trump ha minacciato sanzioni contro Madrid. Starmer invia una portaerei e un cacciatorpediniere a Cipro in difesa di basi che Londra mette a disposizione e che ancora intrattiene, non si sa con che diritto, dopo l’indipendenza cipriota del 1960. Macron manda otto fregate e la portaerei Charles de Gaulle per proteggere le vie marittime, il Libano e Cipro colpito da Hezbollah per i rapporti stretti che l’isola intrattiene con Israele.

Così l’Unione perde senso. Era un progetto di pace e legalità internazionale, e ambiva a fiancheggiare l’Onu nel difendere tali principi. Ora è un’alleanza di guerra, rissosa al suo interno e più che mai vassalla degli Usa avendo rinunciato all’energia russa. Candidata a entrare nell’Ue, l’Ucraina è esemplare. Zelensky entra con la pistola in tasca, come un fuorilegge in un saloon. Il 5 marzo ha minacciato l’Ungheria, Stato Ue, per le obiezioni di Orbán al ventesimo pacchetto di sanzioni antirusse e al prestito di 90 miliardi a Kiev. Il messaggio è mafioso: “Ci auguriamo che una persona nell’Ue non blocchi i 90 miliardi, altrimenti forniremo l’indirizzo di questa persona ai nostri ragazzi (esercito e servizi, ndrperché possano chiamarla e parlarle nella loro lingua”. Kiev ha anche offerto agli aggressori le sue armi (droni intercettori) in una guerra cui l’Ue per ora non partecipa. In cambio, Kiev esige da Trump i missili Patriot che gli servono, magari per rivenderli.

[…] La guerra sta insegnando altro: le basi Usa nel Golfo (comprese quelle inglesi a Cipro) non proteggono ma sono un bersaglio. Meglio non averle, né nel Golfo né in Europa. Macron ha promesso il 2 marzo di scongiurare tale sovraesposizione, europeizzando le proprie atomiche. Prospetta di dispiegarne in otto Paesi – tra cui Germania e Polonia – ma non europeizza alcunché: “Non ci sarà condivisione della decisione finale, né della sua pianificazione, né della sua attuazione”. Tutto questo avviene senza che Washington e Israele indichino gli obiettivi perseguiti, se l’Iran non si sfascia e gli iraniani non insorgono. Eppure dovremmo saperlo: è impossibile indurre Teheran ad abbandonare l’indipendenza e l’autonomia nella scelta dei propri capi senza un cambio di regime, raggiungibile solo con un’invasione terrestre (già catastrofica in Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, ecc). Quel che si conosce, di contro, è lo scopo specifico d’Israele: dominare come unica potenza atomica la regione, occupando altri territori e smembrando l’Iran. Tel Aviv si batte per questo dagli anni 90, sia ai tempi del sionismo socialista di Peres e Rabin sia con la destra sionista. Il regime iraniano è responsabile di sanguinose repressioni ma anche Netanyahu lo è, che ha annientato Gaza e annette la Cisgiordania sotto lo sguardo benevolo del Board of Peace. Lo scopo della guerra presente non è la democrazia in Iran, ma il suo assoggettamento e lo sfruttamento coloniale delle sue risorse. Con una pietra d’inciampo tuttavia: la strage delle 165 bambine e maestre della scuola elementare in Iran, simile al massacro di My Lai in Vietnam nel 1968. Se la colpa Usa sarà confermata, anche questa macchia resterà per sempre.


Medio oriente, il Wall Street Journal: “Trump è pronto a uccidere il nuovo leader iraniano”


Il racconto degli expats: «Il cielo a Teheran è ancora nero, sembra piovere acido. L’elezione della nuova Guida Suprema? Una pessima notizia: a massacri seguiranno massacri»

(Bianca Senatore – editorialedomani.it) – «Solo un minuto. Ho sentito la voce di mio padre che diceva che lui e mia madre stanno bene e poi basta. Da sabato in Iran c’è totale blackout delle telefonate e quelle poche, veloci conversazioni che si riescono a fare sono spiate». A raccontarlo è una giovane iraniana che vive in Italia.

La sua identità deve rimanere anonima per ora, perché domenica il regime ha inviato un Sms, firmato Repubblica islamica, a molti iraniani all’estero e ai loro familiari per avvertirli di stare attenti a quel che dicono e fanno. Anche se sono lontani e alcuni di loro non vi faranno mai più ritorno a casa, la minaccia è molto chiara: pensate a voi stessi, ma soprattutto alle vostre famiglie. «Gli iraniani che sostengono, accompagnano o collaborano con il nemico sionista americano all’estero saranno soggetti a sanzioni legali, inclusa la confisca dei beni», si legge nel messaggio. «Dopo che il capo del parlamento giudiziario ha detto che chiunque parli male dell’Iran o faccia affermazioni pro-guerra sarà considerato un nemico, la gente è molto cauta – racconta ancora la giovane iraniana – e tutti coloro che, in queste ore, stanno divulgando foto e video dei bombardamenti sui siti militari di Teheran rischiano la condanna a morte. Ma ora più che mai vogliamo che l’assalto militare continui, altrimenti il regime riprenderà forza e controllo. E farà un nuovo massacro».

La notizia della nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema dell’Iran ha gettato nell’angoscia gran parte della popolazione. «Nelle ultime ore non ho parlato con nessuno a causa del blocco delle comunicazioni – ha raccontato ancora l’iraniana – ma posso dire che stiamo vivendo male questa elezione. Eppure, siamo fiduciosi che l’intervento armato possa eliminare anche questa nuova gerarchia, anche se i bombardamenti saranno massicci». E lei sa bene cosa vuol dire. I genitori della nostra fonte, infatti, si trovavano a casa di parenti a Esfahan quando sono piovute dal cielo le prime bombe israeliane sui siti nucleari e lei per ore e ore non ha saputo più nulla di loro. Solo dopo molto tempo ha avuto conferma che erano vivi ed erano riusciti a scappare.

Grazie a un vecchio telefono satellitare, ieri mattina Selina è riuscita a parlare con sua madre per quasi due minuti, prima che la linea cadesse. «Hanno detto che il cielo è ancora nero, sembra piovere cenere e acido che ha bruciato le piantine e corroso le tende», racconta Selina con l’agitazione nella voce. «Sono chiusi in casa e non aprono a nessuno, perché hanno paura». Anche Mokhtar ha sentito la sua famiglia solo per qualche minuto, giusto il tempo di dire che Teheran trema, l’acqua nei rubinetti e poca e l’aria è talmente irrespirabile che in molti stanno avendo crisi d’asma. «Sono preoccupato, perché i bombardamenti sono sempre più vicini e della mia famiglia nessuno si aspettava che sarebbe stata così dura», racconta Mokhtar. Anche lui ha ricevuto minacce, ma crede che l’invito a non esporsi sia solo propaganda, almeno per adesso. «L’elezioni del figlio di Khamenei è una pessima notizia, perché significa che il regime non si sta indebolendo e anche se gli arsenali militari sono ridotti, la loro piramide del potere è intatta. Se non si dà la spallata ora, saremo tutti morti».

Intanto, però, Donald Trump ha detto di non essere contento della nomina di Khamenei jr. Stando al Wall Street Journal, il presidente avrebbe detto ai suoi consiglieri che sarebbe favorevole all’uccisione della nuova Guida Suprema se non cederà alle richieste Usa, a partire dalla chiusura del programma nucleare. Dunque, nulla di escluso, al momento.

La situazione sul campo, però, è difficile e non tutti stanno vivendo bene questi momenti a Teheran e nelle altre città colpite. «Ci sono stati dei morti civili – dice un’altra giovane iraniana trasferitasi da qualche mese in Italia. I suoi familiari sono in un palazzo che, in linea d’aria, non è lontano dai centri bombardati e le polveri sottili nell’aria si sono infiltrati anche dalle finestre chiuse. Tosse, bruciore agli occhi, gola secca. «Avevano detto che sarebbero stati interventi mirati alle strutture militari – dice la studentessa – e chissà quanto durerà la guerra, ammesso si riesca a eliminare il regime. Iniziamo ad avere paura che poi sarà anche peggio».


L’ipocrisia, i doppi standard, le menzogne alimentate a titolo gratuito


(Andrea Zhok) – Io non me la prendo con le von der Leyen, con i Merz, con i Macron, con le Kallas, con i Tajani. Dopo tutto la loro ipocrisia, i loro doppi standard, le loro menzogne sono facilmente spiegabili: devono render conto a chi li ha messi là (che non è l’elettorato).

Io me la prendo con quelli – cittadini, elettori, frequentatori dei social – che l’ipocrisia, i doppi standard, le menzogne le alimentano fervidamente a titolo gratuito.

Quando vedo le immagini di Teheran o di Beirut in questi giorni, quando vedo il quartiere Dahieh nel sud di Beirut, raso al suolo dai caccia israeliani, con 80 bambini morti (dati Unicef), quando vedo la scuola a Minab distrutta da un Tomahwak statunitense con 168 bambine dentro, quando vedo il cielo di Teheran occupato da un’apocalittica nube prodotta dal bombardamento dei depositi petroliferi, che si sta trasformando in pioggia acida (inaridendo tutto ciò che incontrerà e migrando verso l’Uzbekistan), quando vedo gli impianti di desalinizzazione colpiti e 700.000 cittadini iraniani trasformati in profughi senzatetto, quando vedo tutta questa catastrofe umanitaria ed ecologica, prodotta da un’aggressione unilaterale dei “nostri alleati”, una cosa non posso fare a meno di chiedermi:

Ma dove è finita la pletora delle associazioni dirittumaniste che chiedevano vendetta al cielo per l’eccessivo ricorso alla pena di morte in Iran?

Dove sono finiti i temibili attivisti climatici che imbrattavano musei per protestare contro le emissioni della Panda euro 5 e il gasolio per autotrazione?

Dove sono andati i gruppi di militanti dei diritti delle donne che inorridivano per lo strazio delle iraniane cui era raccomandato (non obbligato) lo hijab?

Dove sono finiti tutti questi utili idioti che hanno servito per anni a sostenere TUTTE le cause dell’establishment, pensando di essere alfieri del progresso? Questa gente che riempiva le rubriche di casi umani e storielle confezionate per promuovere la demonizzazione di intere nazioni?

Ora che a produrre stragi indiscriminate e catastrofi ecologiche mille volte peggiori sono quelli grossi, quelli con le atomiche, quelli con il portafoglio spesso e gli agganci giusti, ora, perché non li vedo incatenarsi ai cancelli dell’ambasciata di Israele o USA, come prima facevano con le ambasciate di chi gli USA dichiaravano essere “stati canaglia”? Perché non occupano le televisioni con condanne senza appello e grida di sdegno? Perché non tuonano dalle colonne dei giornali per richiamarci alla civiltà, al futuro del pianeta, alla necessità di soccorrere i popoli oppressi? Cos’è, questa settimana avevano judo?


La vittoria iraniana e la cruda realtà


(Tommaso Merlo) – Le difese aeree di Tel Aviv sono state polverizzate. Gli israeliani sono rintanati nei bunker mentre fuori tuona ovunque e le case di quei belzebù di Netanyahu e Ben-Gvir sono ridotte in cenere. Siamo al festival del karma mediorientale col mondo intero che scrolla gioioso. Eventi inauditi che il circo mainstream censura chirurgicamente. Cruda realtà da una parte, verità dall’altra col giornalismo che subisce un quotidiano vilipendio di cadavere. Eventi inauditi e che nessuno prevedeva. L’arroganza con cui sionisti ed americani hanno aggredito l’Iran faceva pensare che finisse tutto come al solito, con la libizzazzione dell’ennesimo paese colpevole di stare dalla parte sbagliata della storia o meglio da quella palestinese e di essere pure farcito di oro nero. Una guerra alla sionista, calpestando il diritto, decapitando oppositori e bombardando a tappeto. Ormai certa cocciutaggine sorprende più della brutalità con cui hanno ammazzano un leader anche religioso e bombardato una scuola sterminando 170 bambine. E Trump ha avuto pure il fegato di dare la colpa all’Iran quando un video immortala il tomahawk che lo inchioda tra i peggiori criminali di guerra in circolazione. Se il cervello gli è andato in pappa, il cuore non l’ha mai avuto. È passata una settimana e doveva esserci già stata la sua passerella trionfale e invece dalla Casa Bianca echeggiano solo logorroiche farneticazioni. Il pallino ce l’ha l’Iran e la seconda fase del piano prevede la distruzione delle infrastrutture civili, economiche e militari israeliani in modo da riportare il paese ai livelli del 1948 anche a livello di interazione col popolo palestinese. Inutile del resto mettere pezze, meglio ripartire da zero. Lo vuole Teheran e il mondo intero ma non certo i sionisti che terrorizzati di dover fare le valigie stanno chiedendo di trattare un cessate dietro le quinte. Benvenuti nell’era missilista, mentre sionisti e americani pensavano ai dollari e a frequentare isole degli orrori, i persiani pensavano a come salvare la pellaccia da chi li impoverisce e tiene nel mirino da decenni. Benvenuti nella cruda realtà israeliana coi belzebù al potere che hanno lanciato all’arrembaggio le truppe sioniste già stremate da oltre due anni di follia bellica, con un genocidio sulla coscienza e un caos interiore che si fa sociale mentre dal cielo grandina di tutto e a nord le stanno prendendo pure dai redivivi libanesi. Ci sfido che vogliono una tregua, il problemino è che per i sionisti il cessate il fuoco vale solo per gli altri e se l’Iran accettasse chiamerebbero al volo i loro amichetti miliardari per rimuovere le macerie e riarmarsi in vista della prossima aggressione. Il loro obiettivo è la Grande Israele e finché non verranno sradicati certi deliri ideologici suprematisti, non vi sarà mai pace. E l’Iran lo sa, a giungo ha accettato di fermarsi ed oggi sono sotto un immenso nuvolone nero a contare migliaia di morti. Il loro piano adesso prevede di passare ai missili più potenti a meno di una resa incondizionata. Siamo al festival del karma mediorientale col mondo intero che scrolla gioioso ad altissima velocità. Sogna la liberazione di Gaza coi sionisti costretti a pagare danni e ricostruzione, sogna i criminali di guerra portati davanti alle corti internazionali, sogna la nascita della nazione palestinese e la libertà per quel popolo martoriato, sogna il ritorno all’umanità e al buonsenso e che quella terra torni ad essere santa per tutti. Ma un conto sono i sogni, un altro la cruda realtà e molto dipende dagli americani. Se Trump rilancia si rischia una terza guerra mondiale per cui gli Stati Uniti non sono pronti. Se Trump volta invece le spalle ad una lobby sionista mai così potente, rischia che i suoi immondi altarini finiscano in mondovisione o peggio ancora l’osso del collo visto che l’ultimo che ha osato è stato JFK. Ma un conto è il presunto complottismo, un altro la cruda realtà. Trump sta cercando di cavarsela col solito pasticcio e dalla Casa Bianca echeggiano logorroiche farneticazioni. Ma la questione è seria. L’esercito americano è stato cacciato a calci nel sedere dal Golfo manco fosse una manica di ladri. Secondo alcuni analisti la peggiore legnata da Pearl Harbor, secondo la stampa mainstream bazzecole. E mentre gli americani sono rimasti ciechi e sordi in quella regione strategica, Cinesi e Russi riescono ad identificare anche le mosche che tra dune e grattacieli rimasti deserti si chiedono dove diamine siano finiti tutti i puttanieri e le ignare vittime del capitalismo esistenziale. Un impressionante ribaltamento degli equilibri di potere e degli scenari futuri e se davvero gli americani rinunciassero a quelle risorse e rotte commerciali, significherebbe la fine dell’impero e di conseguenza quella del sionismo che ha aggredito l’Iran per l’egemonia e si ritorvare a pregare per la sopravvivenza. Il tutto mentre il mondo intero scrolla gioioso e nella speranza che finisca la sofferenza immane del popolo palestinese e quella terra torni ad essere santa per tutti.