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M5S e mezzo Pd in rivolta: “Stracceremo la cambiale”


Contrarie a vincolarsi al 5% del pil

M5S e mezzo Pd in rivolta: “Stracceremo la cambiale”

(ilfattoquotidiano.it) – “Stracceremo gli accordi che Giorgia Meloni sta facendo al summit Nato di Ankara”. Parola dei 5 Stelle. Il Pd ufficialmente è sulla stessa linea, tanto che Peppe Provenzano, il responsabile Esteri, parla della necessità di “ridiscutere” quegli accordi e prende ad esempio la Spagna. In realtà, mezzo Pd è sulle posizioni di Meloni. E per qualsiasi governo italiano è sempre stato praticamente impossibile sottrarsi a questo tipo di richieste. Ma intanto, la sfida è lanciata. “Il gossip sullo stato dei rapporti personali tra Meloni e Trump non ci deve far perdere di vista il fatto essenziale e gravissimo, ovvero che la presidente del Consiglio al summit Nato in Turchia confermerà il folle impegno italiano di portare le spese in Difesa al 5% del Pil, lasciando nuovamente sola la Spagna a contestare questa assurda pretesa del presidente americano”, dichiarano i capigruppo M5S nelle Commissioni Difesa di Camera e Senato, Arnaldo Lomuti e Alessandra Maiorino. Che denunciano come “ancora una volta Meloni accetta passivamente il diktat di Trump, interessato solo a vedere più armi Usa agli alleati, lasciando in eredità al Paese una cambiale da centinaia di miliardi insostenibile per le nostre finanze, al meno di non operare drastici tagli alla spesa sociale: sanità, istruzione, pensioni”.

Si tratta, insomma, di “una cambiale che per questo sarà nostro impegno stracciare non appena saremo al governo, lavorando invece per una vera difesa comune europea che ci faccia risparmiare, non per un riarmo volto principalmente a favorire il complesso militare industriale americano”.

In realtà il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, aveva sostenuto la stessa tesi appena qualche giorno fa: “Più armi, meno sanità pubblica, meno scuola pubblica, più tasse: una vera e propria stangata. Questo sarà il risultato dell’accordo imposto da Trump alla Nato e avallato senza fiatare anche dal governo Meloni”. Nel 2025, dunque, prendendo per buona la riclassificazione delle spese militari annunciata da Giorgetti, “l’Italia spenderà per la difesa e la sicurezza il 2% del Pil, cioè 45 miliardi di euro. In base all’accordo raggiunto nel vertice Nato dovremo aumentare la spesa entro il 2035 dal 2% al 5% del Pil. In valore assoluto, secondo le stime dell’Osservatorio sulle spese militari italiane, da 45 miliardi nel 2025 a 145 miliardi nel 2035, con un aumento a regime di 100 miliardi di euro”. Ma la linea del Nazareno cozza con l’entusiasmo di parte del suo partito per il riarmo. Senza contare che il sì al Safe – sbandierato ieri da Piero Fassino sul Foglio – in realtà è maggioritaria tra i dem. Spaccature in arrivo, a proposito di governi pronti a stracciare gli accordi presi.


Antifascismo omeopatico


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – In vista del premio Flaiano, mi sono riletto i suoi aforismi, incluso quello da lui attribuito a Maccari: “I fascisti in Italia si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”. L’ho sempre trovato troppo tranchant. Poi però ho ricevuto il modulo di iscrizione alla fiera “Più libri più liberi”, con la tragicomica dichiarazione di adesione all’Ue, alla Costituzione, all’antifascismo, alle norme antincendio e a non so che altro: in preda alle convulsioni […]


Meloni è nei guai. Vannacci sta risvegliando l’anima fascista di un pezzo d’Italia


(dagospia.com) – La Ducetta è nei guai. Vannacci sta risvegliando l’anima fascista di un pezzo d’Italia, a partire dagli elettori di Fratelli d’Italia che si sentono traditi dal centrismo della Meloni premier.

Secondo i sondaggisti, i consensi per Futuro Nazionale arrivano infatti da 1/3 da FdI, 1/3 di astenuti, 1/3 dalla Lega, e da una frangia dell’0,8% da M5s.

Con la Lega al 5% e Forza Italia al 7%, cambia tutto: il traguardo del 42% per incassare il premio di maggioranza sta diventando un miraggio per il centro-destra. Una chimera che potrebbe trasformarsi in un boomerang, se l’opposizione, come sembra, riesce a coalizzarsi e diventare alternativa presentando un programma di governo.

Che la nuova legge elettorale finirà nel cestino delle sconfitte meloniane, nei Palazzi Romani sono tanti che lo danno per certo o quasi probabile.

Quando in autunno sarà sottoposta all’esame del Senato, alla rogna non risolta delle preferenze, occorrerà aggiungere i ricorsi alla Corte Costituzionale e, nel caso che venisse approvata, potrebbe anche partire la raccolta firme per un referendum abrogativo.

Malgrado tutto ‘sto casino, Meloni non ha però altra scelta che intestardirsi per far passare lo “Stabilicum”: con il sistema elettorale vigente per le elezioni politiche,  il Rosatellum, che assegna circa 3/8 dei seggi con il maggioritario uninominale e 5/8 con il proporzionale, la batosta per Meloni sarebbe non probabile ma certa.

Che fare: porte aperte alla “vera destra” di Vannacci, per non perdere la cuccagna di Palazzo Chigi?

Intanto, un eventuale ingresso nella maggioranza di Futuro Nazionale, ma anche un sostegno esterno in parlamento, non conviene assolutamente a Vannacci.

Il suo modello è FdI di Meloni epoca governo Draghi e Afd dei nazistelli tedeschi, due partiti che stando in servizio permanente effettivo all’opposizione sono riusciti a incassare il dissenso popolare e diventare partiti di massa.

Idem con patate accadde alla Lega di Salvini e al Movimento 5 Stelle di Grillo che, grazie alla volatilità dell’elettore italico, giunsero ad oltrepassare il 30%, sbarcando infine a Palazzo Chigi.

Ma il più grande ostacolo che si trova a dover superare la Statista alle vongole, all’arrivo di Vannacci nel governo e dintorni, sono le conseguenze deflagranti non solo nella Lega smontata come un Lego dalle suicide mosse di Salvini e in Forza Italia by Marina Berlusconi, ma anche all’interno di FdI: ex democristiani come Crosetto e Fitto accetterebbero un alleato con il generale ex Folgore?

(Già all’uscita del libro “Il mondo al contrario”, il ministro della Difesa era intenzionato a cacciare dall’esercito il farneticante generale Vannacci, ma fu costretto a rinculare dai post-missini di via della Scrofa).

L’angoscia di perdere il potere e ritornare nelle grotte di Colle Oppio a ideare Campi Hobbit, che attanaglia i gerarchi di Palazzo Chigi, trasuda sui giornali filo-governativi che, anziché domandarsi del fallimento del governo sul PNRR (con 200 miliardi non sono riusciti a fare una riforma strutturale ma solo clientelismo), da giorni si stanno dedicando a riempire pagine su pagine per azzoppare Giuseppe Conte, più temuto da Meloni rispetto a Elly Schlein come candidato premier.

E non sapendo come sbattere al muro il leader dei 5Stelle, che in caso di primarie viene dato favorito dai sondaggi, “La Verità” di Belpietro e gli altri quotidiani non hanno trovato di meglio che andare a ripescare il governo Conte del 2022 accusandolo di presunto traffico illecito di mascherine dell’epoca Covid.

Come si dice a Roma, “ariconsolatevi co’ l’aglietto”.


Con i maranza rispunta… Fascina


(Agi) – E’ stata incardinata in commissione Giustizia della Camera la proposta di legge di FI (a prima firma Marta Fascina), che mira ad abbassare l’eta’ minima di imputabilita’ penale da 14 a 13 anni.

L’obiettivo della proposta e’ arginare il fenomeno delle baby gang, garantendo la verifica caso per caso della capacita’ di intendere e volere.

Insorge Avs: “La proposta di legge di Forza Italia rappresenta un vero mostro giuridico, abbassando l’eta’ a 13 anni.

Non e’ bastato il decreto Caivano e tutto cio’ che ne e’ conseguito, con il sovraffollamento degli istituti penali minorili: la destra prosegue la sua rincorsa di Vannacci producendo obbrobri. 

Questa china è molto preoccupante e pericolosa, faremo una opposizione durissima. Pensano davvero cosi’ di affrontare il degrado delle nostre periferie? Mi appello a tutta l’avvocatura, Consiglio Nazionale forense, Organismo congressuale forense e tutte le associazioni forensi affinche’ si oppongano in maniera netta a questa ulteriore deriva panpenalistica della destra”, afferma il capogruppo di Avs in commissione Giustizia Devis Dori. 


Trump non si dimentica della Groenlandia


(Ansa) – La Groenlandia dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, è importante per gli Usa”. Lo ha detto Donald Trump a margine del bilaterale ad Ankara con Erdogan. 

La Groenlandia è uno dei motivi per cui i rapporti con la Nato si sono danneggiati perché la Groenlandia “non aiuta la Danimarca. La Danimarca non ha speso soldi per aiutare la Groenlandia ma è importante per gli Stati Uniti. E’ circondata da navi cinesi e russe. La Groenlandia dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti”, ha detto Trump.


Xi Jinping punta allo Xinjiang per rafforzarsi sia sul fronte economico che militare


«Io, primo ministro uighuro, vi racconto il genocidio nascosto del mio popolo». Abdulahat Nur guida in esilio il governo del Turkestan orientale, la regione che Pechino chiama Xinjiang: «Siamo a rischio sparizione»

Abdulahat Nur, primo ministro in esilio del governo del Turkestan orientale

(di Luca Miele – avvenire.it) – È un filo tenace, di ferro. Al tempo stesso, con il tempo che fugge inesorabile e la vita che si disperde, quel filo si fa sempre più sottile e fragile. Friabile. Quel filo è una delle ragioni di vita di Abdulahat Nur, primo ministro in esilio del governo del Turkestan orientale, la regione che Pechino chiama Xinjiang. Quel filo, oggi, rischia di spezzarsi. «Devo credere che tornerò, perché mi rifiuto di accettare l’alternativa, che è la morte in esilio. E l’esilio non è libertà. Persino qui, sparsi lontano dal cuore della nostra nazione, noi uighuri non possiamo veramente preservare la nostra identità e la nostra cultura; un popolo separato dalla sua patria svanisce lentamente». Da venticinque anni, Abdulahat Nur conduce una “doppia” vita in Canada. Qui ha trovato riparo, ha lavorato, ha cresciuto i suoi figli lottando, al tempo stesso, per il suo popolo. Nur non esita a nominare la parola “genocidio”. «Al ritmo attuale di colonizzazione e genocidio, la nostra finestra di opportunità per invertire la rotta si sta chiudendo rapidamente. Se il mondo non ci aiuterà a conquistare la nostra libertà in tempo, non ci sarà più alcun popolo da liberare. Cesseremo di esistere, sepolti nelle note a piè di pagina della storia. Ecco perché non possiamo permetterci il lusso di aspettare pazientemente; il tempo sta per scadere per la nostra nazione».

Perché parla di genocidio? Pechino ha sempre negato che sia un corso qualcosa di simile a un genocidio.

Mentre parliamo, milioni di uighuri, kazaki, kirghizi e altri popoli turchi rimangono imprigionati in campi di concentramento e carceri o ridotti in schiavitù in strutture di lavoro forzato. Secondo quanto ammesso dalla stessa Cina, tra il 2014 e il 2019 una media di oltre 1,29 milioni di persone all’anno sono state internate in campi di prigionia. Al di fuori dei campi si verificano sterilizzazioni e aborti forzati, il tasso di natalità è crollato, quasi un milione di bambini sono stati sottratti ai genitori e portati in strutture statali per essere assimilati come cinesi, siti religiosi e culturali vengono distrutti e la nostra gente viene sradicata dalle proprie città e mandata lontano per il lavoro forzato. Coloro che si trovano al di fuori di queste strutture sono costantemente sorvegliati, discriminati e molestati dalle forze di occupazione cinesi, vivendo nella paura in quella che è essenzialmente una prigione a cielo aperto sotto sorveglianza ad alta tecnologia.

Come definisce tutto questo?

Nel 2021 il governo degli Stati Uniti, insieme ai Parlamenti di Canada, Regno Unito, Francia e diverse altre nazioni europee, ha riconosciuto questi crimini come genocidio. Nel 2022 le Nazioni Unite hanno concluso che potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità.

Sta dicendo che è in gioco la sopravvivenza del suo popolo?

La nostra cultura è più che a rischio; viene sistematicamente cancellata di proposito. Il nostro stesso futuro e la nostra stessa esistenza come popolo sono presi di mira per lo sterminio da parte dello Stato cinese. Dopo l’occupazione cinese del nostro Paese nel dicembre 1949, i cinesi costituivano meno del 5% della popolazione, la maggior parte dei quali soldati, il resto amministratori coloniali e le loro famiglie, mentre gli uighuri e gli altri popoli turchi rappresentavano oltre il 90%. Oggi i coloni cinesi sono saliti a oltre il 42%, mentre gli uighuri e gli altri popoli turchi autoctoni sono scesi a poco più del 55%. Questo è il caso più grave di sostituzione demografica degli ultimi cento anni.

Eppure il “dossier” uighuri sembra si sia inabissato. Perché la comunità internazionale tace? Pensa sia possibile rompere il muro del silenzio che avvolge il suo popolo, visto che la Cina sta diventando sempre più potente?

Il silenzio non è casuale: è comprato. La Cina usa il commercio, i prestiti e la Belt and Road Initiative per rendere i governi dipendenti da essa, e un governo che dipende dalla Cina non vota per condannarla. Pechino siede anche nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e persino nel comitato responsabile della decolonizzazione, quindi il criminale contribuisce a giudicare il crimine. Questo è il muro.

Qual è, allora, la posta in gioco?

La Cina sta usando il Turkestan orientale come trampolino di lancio per la sua espansione. Dalla nostra patria occupata costruisce la Belt and Road Initiative, attraverso la quale Pechino proietta il suo potere e la sua influenza in Asia, Africa e in Europa, Italia compresa. Sul nostro territorio testa le sue armi nucleari a Lop Nur, schiera i missili che punta contro altre nazioni e perfeziona lo stato di sorveglianza che ora esporta ad altri governi. Il Turkestan orientale non è una questione secondaria. È il fondamento su cui la Cina sta costruendo il suo potere globale.

Come governo in esilio, non riconosciuto dalla Cina, come vi state muovendo?

Nel luglio 2020, il governo in esilio del Turkestan orientale ha presentato una denuncia formale alla Corte penale internazionale chiedendo l’indagine e il perseguimento dei funzionari cinesi per genocidio e crimini contro l’umanità. Nel maggio 2026, il nostro governo ha presentato una petizione al Comitato speciale delle Nazioni Unite per la decolonizzazione affinché il Turkestan orientale venga riconosciuto come territorio non autonomo e affinché venga attuata la Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali. È la prima volta in oltre settant’anni che la nostra richiesta giunge all’attenzione di un organismo per la decolonizzazione. Non chiediamo solo compassione. Offriamo al mondo un percorso legale per agire.

Cosa si può fare per sensibilizzare l’opinione pubblica e migliorare le condizioni di vita degli uighuri?

A questo punto, l’unica cosa che può migliorare le condizioni di vita del popolo uighuro è la decolonizzazione e il ripristino dell’autodeterminazione e dell’indipendenza nazionale del Turkestan orientale. Settantasei anni di occupazione coloniale cinese e dodici anni di genocidio in corso ci hanno dimostrato una cosa senza ombra di dubbio: sotto il dominio cinese non possiamo godere dei diritti umani e non possiamo nemmeno salvaguardare la nostra esistenza come popolo. Condizioni migliori all’interno di una prigione restano pur sempre una prigione.

Lei la lasciato, orami da molti anni, la sua terra. Come convive con la nostalgia? Cosa le manca?

Mi manca tutto, compresa mia figlia, i parenti e gli amici che ho lasciato, con i quali non ho più avuto contatti dal 2017. Vengo da Maralbeshi, ai margini del Taklamakan, il secondo deserto sabbioso più grande del mondo, dove le dune incontrano le oasi verdi alimentate dal fiume Yarkand. Mi mancano la sabbia e la luce del deserto. Mi manca sedermi con gli amici a bere una tazza di dogh ghiacciato, la nostra bevanda a base di yogurt, nel caldo. Mi manca l’ospitalità, i mercati, il profumo della terra. Lì abbiamo antiche foreste di pioppi toghrak. Diciamo che il toghrak vive mille anni, rimane in piedi mille anni dopo essere morto e giace intatto mille anni dopo essere caduto. Abbiamo la volontà di resistere del toghrak, ma un albero non può sopravvivere se la foresta stessa viene distrutta, ed è quello che la Cina ci sta facendo.


Il trionfo della Russia e dell’Iran


(Tommaso Merlo) – La speranza è che la Nato in Ucraina subisca una disfatta tale da disintegrarsi. La speranza è un trionfo russo dopo decenni a buttare via miliardi in guerre folli in modo da aprire una nuova stagione di buonsenso politico e di pace. La Nato da organizzazione difensiva è diventata la nostra principale minaccia. Perché cocciutamente guerrafondaia nonostante l’infinita collezione di disastri e perché talmente potente da forzare singoli paesi a dissanguarsi nonostante i loro cittadini scivolino in miseria. Dopo decenni ad insanguinare il mondo, la Nato ci ha portato la guerra in casa e da anni ormai ci costringe a regalare a Zelensky arsenali interi nella speranza sconfigga Putin per conto nostro e coroni il sogno occidentale di marciare su Mosca. Un trionfo russo metterebbe la parola fine ai rigurgiti da guerra fredda, silenzierebbe i russofobi una volta per tutte e costringerebbe gli americani a levarsi finalmente dai piedi. Una bella notizia dopo l’altra. Ma non solo, un trionfo russo creerebbe un’onda d’urto politica tale da far crollare tutti i governi europei che hanno sponsorizzato il suicidio ucraino fregandosene per anni della verità sia nelle trincee del Donbas che in quelle delle loro società. Buttare via miliardi in una guerra autolesionista ed evitabile con un minimo di prudenza quando il tuo popolo soffre, è un crimine politico imperdonabile. E non finisce qui. Un trionfo russo affonderebbe l’attuale Commissione Europea di guerrafondai nella fogna della storia come merita e si aprirebbe l’opportunità di ricostruire dalle fondamenta il progetto europeo. In un mondo sempre più continentale serve una “massa europea”, ma il pantano ucraino ha dimostrano quanto sia pericoloso il mostro tecnocratico che hanno creato. Putin sembra l’unico adulto della situazione e la speranza è che si limiti a distruggere la Nato senza allargare il conflitto in Europa nonostante la diretta complicità di alcuni paesi. I cittadini europei vogliono la pace, non vedono l’ora di ristabilire rapporti di amicizia e di collaborazione col popolo russo e non è giusto paghino per le indegne élite che li governano. E non finisce qui. La speranza è che trionfi anche l’Iran mettendo fine a decenni di catastrofica egemonia americana. Una leadership tutta dollari, basi militari ed ipocrisia che ha insanguinato il mondo con l’unico risultato di renderlo più ingiusto e pericoloso. Trump ha firmato un memorandum di resa per prendere tempo e manipolare sia il mercato del petrolio che quello politico. Incombono le elezioni e per colpa dello Stretto di Hormuz non può raccontare balle. Vanno dal benzinaio e a far la spesa anche gli invasati maga superstiti che non sanno nemmeno cosa sia l’Iran e l’unica cosa che leggono è il proprio conto corrente. Mesi di bombardamenti hanno solo svuotato gli arsenali di un paese già sull’orlo di una bancarotta finanziaria ma anche sociale per una giungla oligarchica ormai fuori controllo e una presidenza demenziale. Trump è incaprettato. La mafia sionista ormai lo tampina anche al cesso, degli Stati Uniti non gliene è mai fregato nulla ma dopo tutti i soldi spesi per comprarsi quella manica di burattini politici che gironzolano per Washington, non si rassegnano. Vogliono che quell’idiota dello sceriffo a stelle e strisce continui a duellare con gli ayatollah per conto loro e gli consegni l’agognata egemonia regionale. In modo che persiani e tutti gli arabi e un domani pure i turchi facciano la fine dei palestinesi. Deliri ideologici che un trionfo iraniano archivierebbe per sempre. Una bella notizia dopo l’altra perché checche strilli la propaganda mainstream, l’Iran vuole libertà, giustizia e rispetto del diritto internazionale per se stesso, per il Libano e per il martoriato popolo palestinese. Dopo ottant’anni di persecuzione e oppressione, vuole la fine di ogni atrocità e che i palestinesi abbiano il sacrosanto diritto di decidere sul proprio destino a casa loro. È questa la speranza. Un trionfo russo ed un trionfo iraniano che interrompano decenni di ipocrisie politiche occidentali e di miliardi buttati via con l’unico risultato di rendere il mondo più ingiusto ed insicuro. Putin e gli iraniani sembrano gli unici adulti della situazione e la speranza è che riescano a sconfiggere la Nato, gli Stati Uniti ed i sionisti evitando una escalation perché non è giusto che i cittadini paghino per le indegne élite che li governano. La speranza è che cambino schemi ed equilibri che reggono il mondo in modo da aprire una nuova stagione di buonsenso politico e di pace.


Memoria dell’Olocausto e giudizio su Israele


(Elena Basile – lafionda.org) – Alcuni intellettuali lamentano che l’analisi del conflitto israelo-palestinese sia deviata dalla compassione per le vittime palestinesi e sfugga a una razionale equidistanza, base della mediazione. In particolare, temono che lo stigma rivolto a Israele quale “Stato genocida” possa portare a un nuovo odio verso Israele e il popolo ebraico.

Seguendo questa impostazione, si dovrebbe dedurre che il riconoscimento dell’Olocausto avrebbe dovuto essere vietato, al fine di non stigmatizzare l’intero popolo tedesco. Il percorso della tormentata storia occidentale ci insegna l’opposto. I valori umanistici hanno rappresentato un punto di riferimento nella lotta della civiltà contro la barbarie, a cominciare dall’apprezzamento della vita umana e dall’uguaglianza degli uomini davanti a Dio del cristianesimo, per giungere, attraverso i valori illuministici di «liberté, égalité, fraternité» e l’utopia marxista di una società senza ingiustizie sociali («a ciascuno secondo i suoi bisogni»), alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, al multilateralismo e alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. I valori umanistici sono parte di un’identità occidentale che dovrebbe coinvolgere il popolo ebraico, vittima dell’Olocausto, e lo Stato di Israele, che fu concepito dalla parte migliore dei sionisti come un rifugio per le popolazioni perseguitate e non come un progetto di dominio coloniale, nel quale è stato invece subito trasformato, a partire dalla Nakba.

Non si può pervenire a una mediazione nel conflitto israelo-palestinese se si sotterra la compassione per le vittime e non si ammette il tentato genocidio da parte di Israele e la pulizia etnica iniziata ben prima del 7 ottobre 2023.

Il popolo ebraico recupera le tradizioni migliori dell’ebraismo se riconosce i crimini di Israele e non li nasconde sotto la polvere del tempo, tentando di giustificarli con l’esistenza di Hamas, un’organizzazione per la lotta armata e la liberazione di un popolo, che compie attentati terroristici e che è nata a causa dell’occupazione illegale dei territori palestinesi. Essa è stata finanziata e tenuta in vita dal governo israeliano al fine di non accettare un dialogo diplomatico per la nascita dello Stato palestinese.

La rinascita della Germania democratica è stata possibile in virtù del riconoscimento dell’Olocausto e dell’ammissione delle proprie colpe storiche da parte del popolo tedesco.

Hannah Arendt potrebbe essere citata in quanto, insieme a tanti altri intellettuali ebrei, prese le distanze da Israele ai tempi dell’ex primo ministro (e terrorista) Begin.

Non mi sembra che la politica occidentale sia stata severa con la storia di Israele. Ha sempre condonato le violazioni del diritto internazionale, iniziate almeno nel lontano 1967, reiterate con le punizioni collettive dei palestinesi e con la creazione di un regime di apartheid in Cisgiordania. Che alcuni esponenti illustri della Chiesa cattolica, come Pizzaballa, portino avanti il dialogo interreligioso e levino la loro voce per ricordare il dolore delle vittime non è demagogia, ma recupero dell’umanesimo cristiano che la politica internazionale tende a cancellare.

Di fronte al genocidio di un popolo ancora in corso, non può essere citato quale giustificazione il dolore della diaspora ebraica oppure la vulnerabilità di Israele, accerchiato da Paesi arabi nemici. Questi argomenti erano forse credibili nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi sono mistificazioni che non tengono conto dei rapporti di forza cambiati, dell’arroganza di uno Stato, avamposto della NATO in Medio Oriente, che perpetua i suoi crimini in virtù del sostegno militare e finanziario statunitense e della complicità politica ed economica europea. Certamente Hamas ha commesso innumerevoli errori politico-strategici e ha governato anche con il terrore la Palestina. Sicuramente Hamas ha compiuto attentati terroristici. Considerare, tuttavia, l’organizzazione e l’intero asse della resistenza — Hezbollah, Houthi e Iran, l’unico Stato che si è opposto non a parole al genocidio — quali cause del comportamento israelo-americano non risponde alla realtà storica dei fatti.

Il volto odierno, il più atroce del sionismo, è il risultato della potenza israeliana, non certo della sua vulnerabilità.

Stento a comprendere i tanti intellettuali che credono che la libertà di espressione significhi difendere l’arbitrio del potere. La nostra Costituzione vieta l’apologia del fascismo, ma tutela il pluralismo democratico. Non ammetteremmo le esternazioni pubbliche dei negazionisti dell’Olocausto. La condanna del genocidio è un imperativo a difesa dei valori fondamentali delle costituzioni democratiche. Siamo al paradosso di voci dell’intellighenzia che vengono in soccorso di Israele, Stato sostenuto da una potentissima lobby internazionale. Ci raccomandano di non esagerare nella protezione dei palestinesi, i paria dimenticati dalla storia!


Lettera a Meloni, le scrivo per un amico…


(Dott. Paolo Caruso) – Presidente Meloni, da tempo mi chiedo che cosa lo attragga di Trump, di questo abominevole individuo, che lo guarda, come la ritrae la foto, in estatica ammirazione. Probabilmente perché per certi aspetti avete molti punti in comune; lo stesso piglio, la stessa arroganza, la stessa visione di governo autocratico. Sovrapponibili nel rapporto tossico “giustizia e magistratura”, intolleranti agli organismi di controllo e al dissenso. Speculari anche nel creare sempre lo straccio di un colpevole e di un nemico immaginario, i migranti. Certo tutto con le dovute proporzioni come può essere tra “il gigante” e “la bambina”. Si sarà resa conto, almeno lo spero, che egli non fa altro che strumentalizzare tutto a suo egoistico favore, vuole tutti ai suoi piedi. E chi si ribella paga. Ne sa qualcosa anche lei. Anche l’arbitro di calcio, o chi per lui, deve concedergli la revisione del verdetto del campo, a favore della squadra degli USA. Mi ricorda Nerone, quando tenne le Olimpiadi ad Atene, dove egli fu protagonista indiscusso, e, manco a dirlo, fu il vincitore di tutti i giochi olimpici. Bastò infatti che un giudice (si fa per dire!) sollevasse l’ombra di un sospetto sulla sua prestazione, che fu fatto uccidere. Questo è Trump. Bisonte senza freni. Delirante onnipotenza. Non va preso sul serio. Lo fa con convinzione Sanchez, con buoni risultati. Lo fanno i Russi e i Cinesi che lo tengono in pugno. Solo dall’Europa non teme contraccolpi, e può dire di noi, impunito, peste e corna. La cura? Non va “degnato d’un guardo”. Inevitabile sarà oggi, ad Ankara, doverlo incontrare. Lo affronti con la schiena dritta per la dignità sua e del popolo italiano. Non si atteggi a serva sciocca come sempre avvenuto. Otterrebbe l’ effetto contrario. Lo sa bene ormai quanto sia sclerotico fino alla schizofrenia. In prevedibile contraddizione con se stesso, e con una fissazione: il potere dei soldi. Si vende perciò al miglior offerente. Non potremo sperare mai nulla di buono da lui. Ci svende ogni volta che fa piacere al suo amico. Tutto è business per lui: armi, petrolio, gas… Ce li fa pagare più cari che altrove. Ma ci impone a comprarli da lui, altrimenti ci penalizza con nuovi dazi. Ma davvero questo cordone ombelicale con quest’ America non si può spezzare? Quanti altri mercati nel mondo potrebbero in modo più redditizio per noi soddisfare le nostre esigenze? Oggi, alla NATO, voleranno stracci… Allora come dicevano i latini, ” Sursum corda “. Auguri Presidente! Non ci deluda ancora una volta.


Perchè in Italia ci sono poche pizzaiole?


(ANSA) – Resta una eccezione la professione di pizzaiola in Italia: il tasso di donne dietro a un forno è al 2%.

Il dato dell’ Osservatorio Socio-Economico della Pizza Napoletana, istituito dall’Università degli Studi di Napoli ‘Parthenope’ con il Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Dsu), Associazione Verace Pizza Napoletana (AVPN) e Fipe Confcommercio Regione Campania, è rilanciato oggi a Roma con l’apertura di “Pizza Convention”, evento giunto alla seconda edizione e in programma fino a domani 7 luglio presso Officine Farneto con show cooking, talk, approfondimenti e contest professionali con una particolare attenzione al ruolo delle donne nel mondo dell’arte bianca e alla valorizzazione professionale del mestiere del pizzaiolo.

L’appuntamento è anche occasione per la presentazione del manifesto programmatico “Pizzaiolo: un mestiere da tutelare” che offrirà un momento di confronto sul percorso che ha come obiettivo quello del riconoscimento professionale della figura del pizzaiolo e su un comparto della pizza che vale in Italia, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio, 15 miliardi di euro l’anno, con più di 50.000 pizzerie, oltre 300.000 addetti e oltre 8 milioni di pizze sfornate ogni giorno.


Trump è peggio di un bullo, scherza con la brutalità di chi disprezza le regole. E per ora vincono i meme


Chiunque ami la serietà detesta i modi del presidente americano. Ma non è invocando goffamente il rispetto che ci si fa rispettare. O lo si ignora, riparandosi dietro l’impersonalità dei rapporti politici fra stati e gente di stato, oppure gli si rende al momento opportuno pan per focaccia

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Inutile e perfino grottesco, anche se formalmente corretto, inveire contro il bullismo di Trump, esprimere solidarietà a Giorgia Meloni, fare finta che i rapporti personali debbano corrispondere a quelli tra diplomazie e stati all’insegna del rispetto reciproco. Trump disse di Macron che “sua moglie era stata molto dura con lui”, che “non si è ancora ripreso dal suo gancio destro sulla mascella”. Macron non è solo il capo dell’esecutivo ma rappresenta simbolicamente e incarna come presidente eletto la nazione francese tutta ovvero il paese europeo che rese possibile la vittoria contro gli inglesi nella guerra di Indipendenza appena celebrata. Nel linguaggio giuridico e mondano in questi casi, anche e soprattutto nei rapporti tra stati, si oppone una fin de non-recevoir. Inaccoglibile. Irricevibile. Punto.

Però è punto fino a un certo punto. C’è qualcosa da decrittare. Non c’entra lo sforzo di Meloni per mettere avanti l’unità dell’occidente, per cambiare l’ordine del discorso di fronte alle provocazioni antieuropee del tycoon fattosi presidente con un linguaggio infantile e modi volgarissimi, solo raramente spiritosi. Trump è uno che può impunemente dire, durante le esequie dell’uomo che ha ammazzato in guerra: “Potremmo far fuori tutti ai funerali di Khamenei, ma poi non avremmo con chi trattare”. Esordì maltrattando malmostoso un portatore di handicap e parlando con tono allusivo del ciclo mestruale di una giornalista non amata. Semplicemente, è un bruto, molto più che un bullo. Ma non tutti i bruti sono stupidi, sebbene tutti non capiscano che a furia di esagerare nella brutalità ci si può far molto male, che sembrerebbe oggi il suo caso (incrociamo le dita per le elezioni del prossimo novembre). Al di là di questo, Trump sente con la sua speciale “finezza” istintiva che il suo popolo elettorale adora la sostituzione scorrettissima del linguaggio personale, nella sua truce verità psicologica, alla lingua di legno dei rapporti diplomatici, con le sue regole. Il popolo di Trump detesta le regole, e in fondo all’animo di molti che a quel popolo non appartengono il mancato rispetto delle norme di cortesia e buona educazione evoca la dimensione della forza, e più si è scorretti più ci si avvicina, specie se si è alla testa di una nazione che primeggia in armi e tecnologia e ambizione, a una specie di onnipotenza. A proposito di onnipotenza, non bisogna scordare che Trump non ha solo criticato Papa Leone, che sarebbe normale o quasi, ha irriso lo Spirito Santo, che per i cardinali della Sistina, veni creator spiritus, è l’ispiratore finale, dopo molti colloqui troppo umani, magari, dell’elezione di un Pontefice romano. Senza di me, ha tronfieggiato, Leone non sarebbe mai diventato Papa.

Chiunque ami la serietà detesta i modi di Trump. Chiunque detesti la seriosità è incantato dalla sua velenosa e perfida capacità di dare alle relazioni personali uno spazio anche irascibile, maligno, ributtante, che la cancel culture della diplomazia ha sempre correttamente cercato di escludere. Ma non è invocando e magari goffamente il rispetto che ci si fa rispettare. O lo si ignora, riparandosi come si deve dietro l’impersonalità dei rapporti politici fra stati e gente di stato, oppure gli si rende al momento opportuno pan per focaccia, come si dice. Oggi le cose stanno così, bisogna abituarcisi. Tra una geremiade da violato tappeto rosso e un meme vince invariabilmente il meme.


Ecco chi teme un’alleanza per la nostra Costituzione


(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […] In un articolo sul Corriere della sera, il prof. Sabino Cassese ha criticato la proposta di Conte di costituire una “alleanza per la Costituzione” per le prossime elezioni nazionali, assumendo che si tratterebbe di una sorta di appropriazione indebita in quanto la Costituzione è di tutti. Si tratta di una affermazione smentita dalla realtà storica del paese che attesta che sin dai suoi albori la Costituzione non è mai stata di tutti, ed è stata ostracizzata da settori rilevanti del mondo del potere che l’hanno sempre vissuta come un corpo estraneo, subendola come imposta dai vincitori della seconda guerra mondiale, accettabile obtorto collo sino a quando fosse rimasta solo un catalogo di buone intenzioni e da contrastare invece con tutti i mezzi ove fossero maturati equilibri politici idonei a tradurla in realtà, colpendo così oligopoli, privilegi economici e rendite parassitarie che la Repubblica con l’art. 3 si impegnava a rimuovere perché costituivano “gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” .

[…] Proprio perché divisiva nella misura in cui si proponeva di attuare un programma di riforme finalizzate a rimuovere progressivamente le disuguaglianze sociali, la Costituzione è rimasta l’epicentro del conflitto politico durante tutta la storia repubblicana. Un conflitto svoltosi contemporaneamente su due livelli, tra loro sinergicamente intrecciati: sulla scena pubblica in modo incruento mediante la dialettica parlamentare, sindacale, le manifestazioni di piazza; dietro le quinte nel fuori scena, in modo cruento mettendo in campo la risorsa dello stragismo, delle minacce di colpi di stato, di omicidi politici chirurgici, per orientare l’evoluzione del processo politico nelle contingenze storiche nelle quali maggiore appariva il pericolo di attuazione di parti rilevanti della Costituzione.

[…] La strage politico mafiosa di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 che tiene a battesimo la nascita della Repubblica, inaugura la strategia della tensione dopo che il cartello delle sinistre aveva vinto le elezioni in Sicilia e mentre era infuocato il conflitto sulla questione agraria che contrapponeva latifondisti del Sud, agrari del Nord, già colonne portanti del regime fascista, alle masse contadine, e mentre era in elaborazione l’articolo 44 della Costituzione che si proponeva di riequilibrare i rapporti di forza tra quei mondi. Il progetto di colpo di Stato “Solo” del generale De Lorenzo pronto a essere attuato nel 1964 col sostegno della presidenza della Repubblica, rientra soltanto quando il governo di centro sinistra che aveva nazionalizzato la produzione dell’energia elettrica attuando l’art. 43 della Costituzione e colpendo gli interessi dei potenti oligopoli privati del tempo, rinuncia a dare seguito ad altre riforme.

L’approvazione dello Statuto dei lavoratori che attua l’art. 36 della Costituzione riequilibrando i rapporti di forza tra capitale e mondo del lavoro, innesca la stagione dello stragismo e dei progetti di colpi di stato degli anni settanta. L’operazione Moro, l’omicidio di Piersanti Mattarella definito da Falcone come il “Moro bis”, le stragi sanguinose programmate nel 1979 e fallite solo per fatti accidentali, la strage di Bologna chiudono in un lavacro di sangue la stagione de riformismo, e bandiscono dal panorama politico il progetto del compromesso storico che ambiva a sancire una alleanza tra masse cattoliche e socialcomuniste come straordinario volàno per rilanciare l’attuazione della Costituzione. Le sentenze definitive sulla strage di Milano del 1969, di Peteano del 1972 , di Milano del 1973, di Brescia del 1974, di Bologna del 1980 – solo per citare le più note – hanno accertato il coinvolgimento in questa guerra sporca svoltasi dietro le quinte, dei nemici della Costituzione: una triade composta da neofascisti, potentati economici confluiti in cabine di regia come la P2 ed altre organizzazioni similari, l’alta mafia, ciascuna area con le proprie proiezioni in postazioni strategiche delle istituzioni e della politica. Una triade gattopardescamente riciclatasi sino ai nostri giorni, attraversando anche la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta.

[…]

Da quando si è insediato il governo Meloni è iniziata una stagione di regolamenti di conti con il passato, che non a caso ha come epicentro la Costituzione. Forze politiche eredi di quelle che da sempre l’hanno avversata sulla scena e nel “fuori scena”, hanno deciso di approfittare degli attuali rapporti di forza per rompere l’attuale quadro costituzionale, dando vita a una seconda Repubblica con una transizione dalla divisione e dal bilanciamento dei poteri alla loro concentrazione in un unico vertice oligarchico, cinghia di trasmissione di interessi di potenti oligarchie economiche nazionali ed internazionali, comitati di affari, lobby. Un progetto da attuare con riforme costituzionali come il premierato, la riforma della magistratura, l’autonomia differenziata e con leggi ordinarie ma di sostanza costituzionale come, per citare solo i casi più noti, i pacchetti sicurezza e la legge elettorale.

Se questa è la vera radicale posta in gioco della prossima tornata elettorale, se la sfida sarà tra nemici e falsi amici della Costituzione da una parte, e patrioti della Costituzione dall’altra, allora occorre assumere coscienza che questa sfida potrà essere affrontata e vinta solo con una mobilitazione di massa che chiami a raccolta sotto la bandiera della Costituzione lo stesso popolo che avendo compreso quale era la vera posta in gioco nel referendum del marzo 2026, ha seppellito con una valanga di No il tentativo del governo Meloni di manomettere la Costituzione, un No che ha bloccato anche la riforma del premierato. La sfida è stata solo rimandata e sarà totale. L’alleanza per la Costituzione per metterla in salvo e per assumerla come programma di governo, cancellando nei primi cento giorni di legislatura le principali leggi vergogna di questo governo, è una responsabilità collettiva imposta dalla cogenza storica.


C’è chi dice sì


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per poter fare il Trump non basta essere Trump. Ci vuole qualcuno che ti consenta di farlo. 
Qualcuno come Gianni (Giandomenico?) Fracchia Infantino
Eravamo abituati al servilismo verso i potenti, non ancora a quello dei potenti. Infantino è il presidente del governo mondiale del calcio. Non ha un arsenale di atomiche, ma tutto il resto sì: soldi, relazioni, segreti. Può permettersi il lusso di tenere la schiena dritta, o comunque di abbassarla solo quando conviene a lui. E allora perché ha avallato un sopruso che gli procurerà un mucchio di guai? Un omaccione di Stato ti sfianca al telefono per chiederti di sospendere la squalifica del suo centravanti, ricorrendo al solito schema di seminare dubbi sull’onestà del giudice, che in questo caso è l’arbitro che lo ha espulso. E tu, come un Rutte qualsiasi, anziché spiegargli che non si può, che non si deve e che non si fa, chini la testa creando un precedente che ti toglie autorevolezza agli occhi dei tifosi di tutto il mondo, cioè dei tuoi stessi clienti? Si pensava che tra un satrapo e la realizzazione dei suoi capricci si interponesse, se non la legge, almeno la schiena dritta degli altri satrapi. Invece ormai ne hanno una di gomma persino loro. 

Chissà se Infantino, tra una telefonata di Trump e l’altra, ha mai trovato il tempo di leggere il racconto di Melville sull’impiegato di Wall Street che a ogni richiesta del suo superiore rispondeva gentile, ma risoluto: «I would prefer not to».


Un narciso ultrà alla Casa Bianca


Dall’attacco a Meloni ai Mondiali di calcio Trump e il potere dell’Io: quando la presidenza diventa spettacolo

(di Barbara Stefanelli – corriere.it) – Come trascorre la domenica — le domeniche, i giorni — il presidente degli Stati Uniti d’America? Scrivendo decine e decine di messaggi sulla sua piattaforma social, Truth, che vorrebbe dire «verità». Uno via l’altro, senza distinguere tra un bomber squalificato da riammettere subito al Mondiale, Folarin Balogun, perché lui ha deciso che quel fallo da cartellino rosso «no, non c’era», e un meme sessista. Quel meme, tra i tanti suoi, ritrae la leader di un Paese alleato, un’estatica Giorgia Meloni, per la quale sempre lui pretende, questa volta sì, il cartellino rosso — «un ordine restrittivo», come si fa con gli stalker, i molestatori — in vista del vertice Nato.

Fermiamoci: qui c’è già un’anomalia da registrare. Nella comunicazione trumpiana, non esiste una scala di gravità. L’invasione di campo calcistica e la didascalia a un fotomontaggio sono intercambiabili, quanto la frase «cancro comunista» pronunciata sabato 4 luglio, durante la celebrazione dei 250 anni di democrazia statunitense.
I suoi proclami sui social, i suoi atti pubblici e semi privati, le sue «facce» rispondono alla stessa bramosia: occupare la scena, sempre, comunque, a qualunque costo — per gli altri. L’impulso resta quello di saturare il feed, come si dice, monopolizzare l’attenzione globale e dominarla. Al cospetto della sua «grandezza», il mondo deve apparirgli popolato di bambine e di bambini, spesso indisciplinati, quindi da punire.

Di fronte all’ultimo assalto, persino più scomposto e inaccettabile dei precedenti, Palazzo Chigi ha reagito con un silenzio che ripropone giustamente la strategia messa a punto nella sequenza di giugno. Prima la scelta, rispetto ad altri capi di governo maltrattati e assai più cauti, di rispondere apertamente («Io e l’Italia non imploriamo mai», dove «io» veniva prima dell’Italia). Poi la scelta di dire «basta», interrompendo unilateralmente lo scambioNon per remissività. Perché continuare a replicare avrebbe significato restare intrappolata nella cornice che Trump imbastisce ogni volta: quella di un duello dove il protagonista assoluto non può essere che lui, in quanto capo di Stato della nazione più potente e in quanto — naturalmente — «The Donald». L’uomo che in un video autoprodotto con l’Intelligenza artificiale si presenta in camice bianco e stetoscopio: il dottor Trump, che guarisce ogni male.

«Essere tua amica mi ha danneggiata», aveva scritto Meloni annunciando l’intenzione di tacere da quel momento in poi. Non uno sfogo, bensì la fine di un investimento personale. È la linea sulla quale stare. E restare oggi, durante gli incontri ad Ankara, e poi domani e anche dopodomani. L’amicizia tra due leader, così come l’inimicizia che ora la sostituisce, non dovrebbe mai pesare più di una piuma sulla bilancia degli interessi nazionali e delle alleanze internazionali che quegli interessi meglio custodiscono.
Adesso che questo conto appare chiuso e finalmente spostato su un’idea di Occidente — o più Occidenti — da rielaborare insieme a chi condivide un perimetro essenziale di valori e (sempre) interessi comuni, rimane da capire che cosa attendersi dalla Casa Bianca. Dai fronti di guerra agli accordi multilaterali sulla Difesa, se ce ne saranno, fino agli esiti delle competizioni sportive… Non è vero, come abbiamo pensato, che Trump faccia confusione: che non distingua, cioè, tra la carica rappresentata e la sua persona, tra l’istituzione e il suo immaginario. Distingue benissimo, semplicemente subordina la carica alla persona. Ogni funzione — ogni sua apparizione — diventa l’episodio di un’unica storia. La sua autobiografia permanente. È una forma di solipsismo di Stato, ha spiegato tempo fa sul Corriere lo psichiatra Claudio Mencacci, che supera il narcisismo. Il narcisista, infatti, si preoccupa del pubblico, al quale desidera piacere. Non assistiamo dunque alla solitudine del potere, bensì al potere interpretato come prosecuzione ininterrotta dell’Io in mezzo a folle percepite sconfinate.

Ci interroghiamo, non solo in Italia, su quanto questo «sistema» di relazioni possa tenere, su quali fratture siano contenibili e quali non più. Nel frattempo, non commettiamo l’errore di confondere il 45esimo e ahinoi 47esimo (poiché rieletto) presidente Usa con l’America intera. Fu un americano, David Foster Wallace, a scrivere — tre decenni fa — di Johnny Gentile, capo del Governo, con la fobia dei germi, «che tira sul podio un pugno guantato di gomma così forte da far quasi staccare il Sigillo e dichiara che, cazzo, ci deve essere qualcuno, a parte noi, a cui dare la colpa. Per unirci nell’opposizione a qualcuno. E promette di mangiare leggero e dormire molto poco fino a che non li troverà — tra gli ucraini, o i teutoni, o quei pazzi dei latini». (Infinite Jest, 1996)


La neolingua scaccia-elettori


Dal “piuttosto che” dell’italo-vivo alle “missioni di pace” per le guerre di aggressione: cosa si è disposti a dire per convincere e ingannare la gente (a botte di propaganda)

La neolingua scaccia-elettori

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidino.it) – […] Per loro sfortuna, i politici odierni devono (ancora) fare i conti col suffragio universale:

Siccome per farsi votare non ci possono ipnotizzare, né costringerci con la forza, né possono abolire le elezioni – anche se l’astensionismo crescente li aiuta nell’obiettivo di dover rendere conto a un sempre minor numero di cittadini – a questi individui, in attesa che l’Intelligenza Artificiale prima o poi li sostituisca del tutto, rimane un solo mezzo per ottenere consenso e conquistare o mantenere il potere: la parola. Sulla parola si fonda da sempre la propaganda; la parola ha soggiogato le masse e ha rovesciato i troni e gli altari; ma il modo in cui lo ha fatto, ebbene: quello è diverso a seconda di chi l’ha scritta o pronunciata e delle motivazioni che l’hanno mosso. (…).

[…] Intendiamoci: questi di adesso non hanno inventato niente. Da dove viene la frase “I centri in Albania funzioneranno; fun-zio-ne-ran-no!” di Giorgia Meloni? Da Cicerone e Quintiliano: è fondata sull’epanalessi, che è la ripetizione di una parola allo scopo di creare tensione comunicativa e amplificazione emozionale. (…). Meloni fa spesso ricorso all’iperbole (dal greco hyperbolé, composto da hypér, “oltre”, “sopra”, e bàllo, “lancio”, “getto”, col significato di esagerare o ridurre la rappresentazione della realtà): “Cercheremo gli scafisti per tutto il globo terracqueo”. (…). Il tono di voce, l’enfasi oratoria, il linguaggio non verbale (l’espressione seria, i tratti del viso induriti, la tensione muscolare, persino): tutto in lei mira a creare un clima emergenziale e una sensazione di accerchiamento. Così si ottiene un duplice risultato: distogliere l’attenzione dalla “struttura”, cioè dai rapporti di forza in ambito economico e geopolitico, e giustificare la mancata realizzazione delle promesse, se non proprio del programma di governo, come effetto dei bastoni messi tra le ruote da una generica “sinistra” che “tifa contro l’Italia”. Italia che, si badi bene, per Meloni è sempre “nazione”, termine che evoca comunità di sangue, stirpe, storia, cultura e lingua, e non “Paese”, sostantivo che deve apparirle troppo da Ulivo, da Festa dell’Unità di Modena. (…).

Salvini e Renzi hanno condiviso l’esortazione “aiutiamoli a casa loro”, verso persone che spesso non hanno nemmeno una casa. Contrariamente a quanto molti pensano, è stato Salvini a copiare a Renzi l’uso del termine “ruspa” (Salvini voleva usarla per “spianare tutti i campi Rom e i centri sociali”): fu Renzi nel suo libro Stil novo (2012) a elogiarne per primo l’uso, da sindaco di Firenze che una volta all’anno, come una sorta di sacrificio laico”, sale sulla ruspa per abbattere “qualcosa”, esaltando il “benefico, forse salvifico, potere della ruspa”. Stessa cosa per “professoroni”, un accrescitivo usato in senso denigratorio, condiviso in duplex dai due Matteo per indicare intellettuali rompiscatole, menagramo che bloccano le loro riforme con pretesti da azzeccagarbugli. (…). Una curiosità: da chi viene l’espressione “professoroni”? Da Marine Le Pen, da un discorso che ella pronunciò durante la Festa dei lavoratori, il ° maggio 2011, quando tenne a precisare peraltro che stava festeggiando Giovanna D’Arco, in un passaggio contro le élite europeiste. (…).

[…] Un disturbo sintomatico della neolingua Milano-centrica che ormai ha colonizzato la Roma dei Palazzi, nonché l’espressione che fa letteralmente ululare i miei sensori di pataccheria come i rilevatori di fumo nella fucina di Efesto, è il “piuttosto che” in funzione non avversativa né comparativa, le uniche due che la lingua italiana ammette, bensì in senso disgiuntivo, al posto di “oppure” e di “o anche”. Dalla peste del “piuttosto che” è affetto Renzi, che l’ha usato per fare gli infiniti elenchi della sua stagione da presidente del Consiglio: “Dobbiamo parlare con le imprese, piuttosto che con i sindacati, piuttosto che con le associazioni”, intendendo che voleva parlare con tutti e tre i soggetti; lo usa la romanissima Giorgia Meloni: “Posso immaginare, a esempio, un social housing piuttosto che un asilo nido”, intendendo che le due scelte si equivalgono; lo usa Vannacci, il difensore dell’italianità: “Un reato non può essere più reato se rivolto a un omosessuale piuttosto che a un nero, a uno zingaro o a un sinti” (…).

La guerra è genitrice di un vocabolario specifico, perlopiù costituito da antifrasi (“missione di pace” per guerra di aggressione), da ossimori (“attacco preventivo”, per giustificare un’aggressione), più spesso da eufemismi, usati allo scopo di attenuarne l’essenza violenta (“danni collaterali” per l’uccisione di civili, “intervento umanitario” per partecipazione ai combattimenti tra Paesi in guerra, o sedare rivolte popolari, o partecipare a golpe, destituzioni di leader, cambi di regime, “interrogatorio potenziato” per le pratiche di tortura a Guantanamo), burocratizzazione o medicalizzazione della guerra (“bombardamento chirurgico”, come se fosse un atto medico, “bombe intelligenti”, al fine di eliminare il sangue dalla scena bellica rappresentando i bombardamenti come un atto preciso, pulito e asettico), etc. La morte di migliaia di civili, dovuta a errori o a calcoli esatti come nel caso di Gaza rasa al suolo dall’esercito israeliano, fa parte dei “danni collaterali”. Anzi: per Gaza la manipolazione del linguaggio è stata radicale, fin dalla descrizione della situazione: chiamare “guerra” la punizione collettiva e il massacro deliberatamente programmato da Israele contro i palestinesi è pura fallacia, perché “la parola guerra” presuppone il dispiegamento di due eserciti sul campo, mentre a Gaza c’è uno Stato col suo esercito ipertecnologico che “guerreggia” contro una popolazione inerme. (…).

È interessante l’aggiornamento costante della propaganda bellica messo in atto dai governanti e diffuso dagli editorialisti dell’informazione mainstream, sempre seguendo la regola orwelliana per cui un termine, se occorre al regime che controlla la lingua di una comunità, può finire per significare il suo esatto contrario. Così il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro, inizialmente denominato “ReArm Europe”, è diventato il più delizioso e smart “Readiness2030”, “Prontezza2030” (che a sua volta è un ossimoro, dato che nessuno direbbe di essere pronto, però tra 5 anni), che deve essere sembrato più efficace agli esperti di comunicazione dell’Unione europea. (…). È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.