Dell’atto di transazione con la JC Electronics, al ministero della Salute si è occupata la moglie del meloniano Cirielli

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – La transazione da oltre 100 milioni di euro tra lo Stato e la JC Electronics, anticipata da Repubblica nei giorni scorsi, incendia lo scontro politico sulla gestione dell’emergenza Covid. La maggioranza passa all’attacco contro l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, mentre il Movimento 5 Stelle replica accusando Fratelli d’Italia di «mistificare» i fatti e di confondere le diverse forme di scudo introdotte durante la pandemia.
Ad alzare il livello dello scontro è il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, che in un video pubblicato sui social sostiene che la vicenda sia la conseguenza delle scelte compiute dal governo Conte. «Il Tribunale di Roma ha condannato lo Stato italiano a pagare 250 milioni a un’azienda perché durante la pandemia il governo Conte ha stracciato un accordo sulle mascherine», afferma. Bignami rivendica poi la scelta dell’Avvocatura dello Stato di chiudere il contenzioso con una transazione, sostenendo che abbia evitato un esborso ben maggiore in caso di conferma della sentenza in appello. Il capogruppo di FdI rilancia quindi sul piano politico, chiedendo a Conte e agli altri protagonisti di quella stagione di «rinunciare allo scudo penale, erariale e anticorruzione» e annunciando la presentazione di un esposto. «Chi sbaglia paga».
La replica del Movimento 5 Stelle arriva con una nota del capogruppo nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Alfonso Colucci, che definisce le dichiarazioni di Fratelli d’Italia «un granchio clamoroso». Secondo il deputato pentastellato, il partito della premier «straparla di scudo penale dimenticando che riguardava esclusivamente il personale sanitario». Quanto allo scudo erariale, Colucci richiama invece l’audizione davanti alla Commissione Covid del procuratore generale della Corte dei Conti, Pio Silvestri, secondo il quale quella disciplina era giustificata dall’emergenza e accompagnata dal controllo concomitante della magistratura contabile. Lo stesso Colucci sostiene inoltre che sia stato il governo Meloni a prorogare lo scudo fino alla fine del 2025 e ad estenderlo alla gestione delle risorse del Pnrr.
«Sarebbe interessante capire se esistono precedenti analoghi» dice il deputato del Partito democratico, Gianni Cuperlo, commentando la transazione. «Qui c’è uno Stato che rinuncia ad attendere il responso sulla richiesta di sospensiva, precipitandosi a liquidare (con la bellezza di 100.221.429,85 euro) uno sponsor politico ed elettorale del partito di maggioranza relativa». Dalle opposizioni fanno poi notare anche un altro particolare: l’atto di transazione arriva nascosto in un decreto legge ad hoc che ne assicura la copertura. E con un iter al ministero della Salute che passa dalla dirigente Maria Rosaria Campitiello, moglie del viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli. Di Fratelli d’italia.

Bianchi audito due volte dalle Camere non ha citato il risarcimento. Ora dice: “Nessun favore politico, ma un vantaggio per l’erario”
(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – C’è un foglio A4 lasciato alla reception della Protezione civile all’origine della vicenda che è costata allo Stato oltre 100 milioni di euro. È così che Dario Bianchi ha raccontato davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid l’inizio del rapporto tra la sua società e il Dipartimento della Protezione civile. «Lasciammo un foglio A4 alla reception», ha spiegato. «Fummo contattati il 17 marzo 2020». Il giorno successivo, il 18 marzo, arriva la firma della lettera di commessa.
Ma chi è Dario Bianchi? E come nasce quella che lui definisce «la più grande fornitura» dell’era Covid? Bianchi è un imprenditore della provincia di Roma. È il fondatore della JC Electronics Italia srl, azienda con sede a Colleferro, costituita nel 2014, con un capitale sociale di 500 mila euro e poco più di una decina di dipendenti o collaboratori. Quando lascia quel foglio nella portineria della Protezione civile, siamo nel 2020, l’azienda ha un fatturato di 4,351 milioni di euro. Quello stesso anno la società finanzia con 800 euro Fratelli d’Italia: una cifra minima, certo, ma che politicamente forse significa qualcosa. L’attività principale dell’azienda è il commercio all’ingrosso di materiale elettrico per impianti industriali, apparecchiature elettroniche per le telecomunicazioni, articoli antincendio e antinfortunistici. Prima ancora si occupava di installazione e manutenzione di impianti elettrici, macchine per ufficio e computer. Chissà se immagina che quel foglio A4 lasciato in portineria gli cambierà la vita: con la sola transazione da 100 milioni il valore dell’accordo equivale a circa ventitré volte il fatturato dell’azienda.
Torniamo agli atti. Il contratto parla di una fornitura di 10 milioni di mascherine KN95, al prezzo unitario di 2,20 euro, per un valore complessivo di 22 milioni di euro. «Il 18 marzo del 2020 fui contattato dal dottor Colicchio, funzionario della Protezione civile», ha raccontato Bianchi alla Commissione. «Ci chiesero un’offerta e firmammo l’unico contratto a misura dell’intera vicenda Covid. Potevamo consegnare da un minimo di dieci milioni di mascherine fino a un numero indefinito». È l’ultimo contratto firmato dalla Protezione civile. Poche ore dopo viene nominato commissario straordinario l’allora amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. La fornitura con JC si blocca. Arcuri sostiene che fu la società a fermare le consegne. L’azienda sostiene il contrario. Presenta causa. E vince: il Tribunale di Roma, in primo grado, riconosce 200 milioni alla Jc. Una sentenza definita «abnorme» dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e criticata anche dall’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli durante la sua audizione in Commissione. Mentre si preparano i ricorsi, però, lo Stato decide di firmare una transazione da oltre 100 milioni di euro.
Nel frattempo succedono diverse cose. Bianchi diventa il principale teste dell’accusa davanti alla Commissione Covid sulla gestione Conte della pandemia. Viene sentito due volte: nel 2025 per raccontare la vicenda del contratto e nell’aprile del 2026. Intanto diventa anche uno degli ospiti simbolo di Fratelli d’Italia: sale sul palco di Atreju, partecipa alle convention del partito e interviene agli incontri dedicati alla gestione del Covid. Nell’ultima audizione, quella dell’aprile 2026, parlando della causa dice: «Abbiamo vinto il primo grado di giudizio, tre mesi fa la somma complessiva con gli interessi era arrivata a 270 milioni». Non dice, però, che da oltre cinque mesi quella causa non esiste più. Perché?
«Non è singolare», risponde Bianchi nella nota inviata a Repubblica tramite il suo avvocato Nicola Massafra, «che non si sia parlato della transazione perché l’oggetto dell’inchiesta parlamentare è la condotta tenuta durante il Covid». «La transazione – aggiunge – ha cercato di mitigare i danni accertati da un Tribunale arrivando a un accordo di estremo vantaggio per lo Stato». Bianchi respinge anche il riferimento ai rapporti con Fratelli d’Italia: «Quando c’è stato quel finanziamento non ero amministratore della società». E conclude: «Non si può far credere che l’accordo transattivo costituisca un indebito favore politico anziché l’esito, economicamente vantaggioso per l’erario, di una condanna esecutiva».
(di Michele Serra – repubblica.it) – La trasformazione degli adulti in bambini (meglio, la loro eterna permanenza nell’infanzia) è lo scopo ultimo del consumismo, ovvero del Paese dei Balocchi in cui viviamo con alterno godimento. La pubblicità, con rare eccezioni, ci parla come si parla ai bambini, con il tono coccolante e festoso che normalmente, nella vita vera, non è in uso dopo gli otto anni di età. (« Il pubblico ragiona come un bambino di otto anni», disse Berlusconi che sapeva bene come tenere buoni i sottoposti, cioè l’umanità quasi al completo). Il mercato ci vuole giocosi e incontentabili, in costante stato di desiderio, benché muniti — solo vero salto di qualità dell’età adulta — di carta di credito.
In rare e per questo preziose occasioni, l’adulto avverte che qualcosa non va: e prova a ribellarsi. È il caso di quei piloti di Formula Uno che hanno espresso fastidio per la parata pre-gara su automobiline costruite con i Lego, una delle tante maniere con le quali quel mondo, affamatissimo di quattrini, si finanzia. Benché imbottiti di soldi, e costellati dal casco alle babbucce da corsa di etichette ben pagate, e dunque partecipi consenzienti di quel bengodi, alcuni piloti, sfilando su quei trabiccoli sponsorizzati, si sono sentiti trattati da scemi. Verstappen ha detto: con i Lego preferisco giocarci con i miei bambini, a casa. Per la serie: quando è troppo, è troppo.

Non sappiamo come andrà a finire. Quasi certo che i piloti verranno ricondotti al loro ruolo, che è sì di destrezza sportiva e traiettorie virtuose, ma anche di obbedienza contrattuale. Però consola scoprire che esiste ancora una certa percezione del ridicolo. Qualcosa, in fondo al cervello umano, ancora ambisce alla libertà. Forse abbiamo dei neuroni Spartaco.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Ricordate le armi di distruzione di massa di Saddam? Gli ispettori Onu le cercarono per mesi, ma non le trovarono perché non esistevano. Eppure Colin Powell ne esibì una provetta (col piscio del suo gatto) e tutti finsero di credergli. Risultato: guerra illegale all’Iraq, 600mila morti. Ora Tulsi Gabbard, capo uscente della Direzione intelligence Usa (che unisce le 18 agenzie di spionaggio, dalla Cia in giù), ha desecretato […]
Basta lo scarto tra due cifre, tra parcelle e transazioni, per capire come lavora la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Cento milioni sono la scelta più responsabile per i conti pubblici, 454mila euro sono uno scandalo da indagare. Basta lo scarto tra queste due cifre per capire come lavora la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.
Da mesi la maggioranza, con il presidente Marco Lisei (FdI), insegue una parcella: i 454mila euro che la Adaltis avrebbe versato a legali dello studio di Guido Alpa, dove in passato aveva lavorato Giuseppe Conte, per una consulenza che un testimone ha ridotto al controllo di alcuni documenti e a una lettera di sollecito. «454mila euro per una lettera», ha sintetizzato in aula la deputata Alice Buonguerrieri (FdI). Filone legittimo. Solo che, mentre si scandalizzava sulla lettera, la stessa parte politica firmava un assegno di tutt’altra taglia.
Il 31 ottobre 2025 il governo ha sottoscritto una transazione da 100.221.429,85 euro con la JC Electronics Italia, la società di Dario Bianchi. In primo grado il Tribunale di Roma aveva condannato Palazzo Chigi e il ministero della Salute a oltre 203 milioni per le mascherine fornite nel 2020. Lo Stato aveva fatto appello e chiesto la sospensiva, poi ha pagato prima che la Corte d’Appello si pronunciasse. Due giorni prima un decreto aveva assegnato 110 milioni alla Salute per “sentenze di condanna e transazioni”, ha spiegato il ministro Orazio Schillaci.
E qui la coincidenza diventa altro. Bianchi è molto più di un fornitore: è il principale accusatore di Conte nelle stesse audizioni, ospite fisso di Atreju, il 12 giugno a un evento FdI intitolato “Mangiatoia Covid”. La sua azienda fatturava al più 4 milioni l’anno, quando andava bene perdeva 250mila euro, e ha scoperto di produrre mascherine giusto in tempo. Il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia dice che è la prima volta che si liquida un risarcimento senza attendere l’appello, malgrado la sospensiva. Lisei, da parte sua, chiama i cento milioni “130 milioni risparmiati”.
Così la commissione nata come clava contro l’opposizione ha consegnato alla maggioranza il suo testimone migliore, risarcito dallo Stato. Chiedono le carte su una lettera. Hanno firmato in silenzio una transazione da cento milioni. Tutto normale.
SONDAGGIO YOUTREND PER SKY TG24: FDI RESTA PRIMO PARTITO (MA IN CALO DI QUASI L’1%)
FdI resta il primo partito d’Italia: se si andasse a votare oggi vincerebbe con il 26,9%. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio di YouTrend per Sky TG24. La forza politica di Giorgia Meloni cala però dello 0,9% rispetto all’ultima rilevazione (18 giugno). Il secondo partito è sempre il Pd (22%, -0,2%), seguito dal MoVimento Cinque Stelle (12%, -0,1%), da Forza Italia (7,6%, -0,6%) e da Alleanza-Verdi Sinistra (6,6%, -0,2%).
FUTURO NAZIONALE UN PUNTO SOPRA LA LEGA
Come tutti gli altri partiti maggiori, anche la Lega scende leggermente (5,4%, -0,4%). In controtendenza Futuro Nazionale di Vannacci, unica forza dell’area di centrodestra in crescita, che sale al 6,4% (+0,5%) e allunga sul Carroccio portando il distacco a un punto pieno. Piccoli progressi nell’area centrista-liberale. Crescono infatti Azione e Italia Viva, rispettivamente al 3,4% (+0,3%) e Italia Viva al 2,5% (+0,4%).
IN AUMENTO INDECISI E ASTENUTI
In aumento anche +Europa (1,3%, +0,3%), mentre restano più indietro il Partito Liberaldemocratico all’1,1% (-0,1%) e Ora all’1,0% (-0,1).
Tornando al centrodestra, che insieme ottiene comunque il 40,7% (senza contare Futuro Nazionale, con cui sarebbe al 47,1%), Noi Moderati è allo 0,8% (-0,1%). Da segnalare la crescita della voce “altri” (3,0%, +1,2%) e degli indecisi e astenuti, che salgono al 33,5% (+1,2%): il lieve arretramento dei partiti maggiori si scarica soprattutto sull’area del non voto.
IL GIUDIZIO SULL’OPERATO DEL GOVERNO MELONI: 55% HA PARERI NEGATIVI
Più in generale, il giudizio sull’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è congelato rispetto al 18 giugno: i pareri positivi restano al 35%, quelli negativi al 55% e quelli indecisi al 10%, con un saldo che resta nettamente negativo. La frattura tra i poli è totale: nell’elettorato del campo largo i giudizi negativi arrivano al 90%, contro un apprezzamento del 91% nell’elettorato di centrodestra.
GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN DONALD TRUMP
Molto si è parlato negli ultimi giorni della rottura tra Giorgia Meloni e il presidente Usa Donald Trump.
La fiducia nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca in Italia è ai minimi: solo l’8% degli intervistati gli accorda “molta o abbastanza” fiducia, contro l’86% che ne ha “poca o nessuna”.
SFIDUCIA TRASVERSALE VERSO TRUMP
La sfiducia è trasversale a tutti gli elettorati – totale tra gli elettori Pd (100%), quasi totale nel campo largo (95%) – ma nettamente maggioritaria anche nel centrodestra e tra gli stessi elettori di FdI e Futuro Nazionale (84% in entrambi i casi), dove la fiducia non supera comunque il 16%. Sul piano anagrafico i più critici sono i giovani 18-34enni (95% di sfiducia) e i laureati (97%).
PER GLI ITALIANI MELONI DOVREBBE RICUCIRE CON GLI USA, MA SENZA TRUMP
Come dovrebbe comportarsi Meloni? La posizione largamente prevalente è quella di un atlantismo senza Trump.
Il 51% dei partecipanti al sondaggio vorrebbe mantenere la vicinanza agli Stati Uniti, tenendosi però a distanza dal presidente americano, mentre il 29% chiede una posizione più autonoma sia dal tycoon sia dagli Usa in generale. Soltanto il 7% suggerisce di ricucire rapidamente con Trump.
QUANDO SI DOVREBBE VOTARE PER LE POLITICHE?
Si discute anche della possibilità di elezioni anticipate. Quando si dovrebbe votare secondo gli italiani? La maggioranza relativa (43%) andrebbe verso la scadenza naturale della legislatura, nell’autunno 2027, mentre il 16% vorrebbe votare il prima possibile già entro il 2026. Le ipotesi che si torni alle urne nella primavera del 2027 (con o senza le elezioni comunali) raccolgono insieme il 25%.
I VANNACCIANI I PIÙ PROPENSI AL VOTO ANTICIPATO
La preferenza per la fine naturale della legislatura è massima tra gli elettori di centrodestra (56%, con il 60% tra quelli di FdI), a conferma di una domanda di stabilità nell’area di governo. Spingono invece per l’anticipo gli elettorati d’opposizione e, ancora una volta in modo distintivo, quelli di Futuro Nazionale: è tra i vannacciani che la quota di chi vorrebbe votare subito entro il 2026 tocca il valore più alto (37%).

(Stefano Rossi) – Dopo numerosi processi di primo e secondo grado, finiti con le condanne, e alcuni rinvii dalla Cassazione al grado precedente, finalmente, dopo 17 anni, la Cassazione Penale chiude definitivamente il processo nei confronti dell’AD di FS e RFI, Mauro Moretti.
Immediatamente, senza nemmeno attendere le motivazioni della sentenza, che saranno depositate dopo l’estate, quasi tutti i quotidiani si sono schierati a favore di Moretti con argomenti che qualificano molto bene chi li ha pensati e scritti.
Traspare incredulità, risentimento, stupore per vedere un manager pubblico condannato e messo in galera come un comune cittadino.
Leggiamo alcuni passaggi.
Singolare il Manifesto che si arzigogola in un confronto più che ardito, manicomiale.
Cioè, secondo questo giornale, ad Alessandria, la procura, ha chiesto la condanna all’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti per i fatti della Cascina Spiotta avvenuti nel 1975, solo per essere i capi delle BR, per responsabilità da posizione dominante, secondo il linguaggio giuridico civilistico.
E tutta la stampa di sinistra ha criticato questa richiesta in quanto, notoriamente, le BR, non avevano una struttura verticistica compatta, ma ogni città e colonna erano a tenuta stagna (più o meno) rispetto alle altre.
Ma come diavolo si fa a mettere a confronto una responsabilità manageriale di una holding con il terrorismo? Da una parte ci sono leggi commerciali e penali e dall’altra leggi speciali contro il terrorismo.
Il sen. Walter Verini del PD, è andato subito a visitare Moretti in carcere e ci ha tenuto a far sapere che legge papa Leone e va a messa. Chissà se è mai andato a trovare i familiari delle 32 vittime. Il ministro Crosetto ha detto: “Andava punito perché serviva un colpevole simbolico”, come dire che non ha responsabilità”.
Francamente mi fermo qui perché le motivazioni sono solo pretestuose e chiunque può andarsele a leggere.
Dal Fatto si viene a sapere che, la holding Webuild S.p.A., a cui fanno capo una innumerevole serie di società sparse nel mondo in vari settori, ha comprato una pagina su la Repubblica per difendere Mauro Moretti al grido “la responsabilità penale è personale”, lasciando credere che Moretti sia stato condannato per fatti altrui.
E, tutto questo, ripeto, senza aver letto le motivazioni.
L’articolo o, meglio, l’appello è firmato da 250 persone tra cui: “ad di WeBuild Pietro Salini, il leader di Confindustria Emanuele Orsini, l’ex presidente della Camera Luciano Violante, l’ex ministra della Giustizia Paola Severino, il presidente del Cnel Renato Brunetta e quello dell’Enel Paolo Scaroni, l’archistar Massimiliano Fuksas”, ho copiato da il Fatto.
Vale la pena leggere un passaggio.
“Le tragedie che hanno segnato il nostro Paese hanno provocato dolore profondo e meritano rispetto, memoria e giustizia. Ma proprio perché la giustizia è un valore essenziale della nostra democrazia, essa deve restare saldamente ancorata ai principi dello Stato di diritto”, scrivono i firmatari. “Per questo l’accertamento della responsabilità individuale deve fondarsi sempre sui fatti, sulle condotte concretamente poste in essere, sui poteri effettivamente esercitati e sul nesso causale, mai sulla sola funzione ricoperta. Diversamente, il rischio è quello di introdurre, di fatto, una forma di responsabilità oggettiva incompatibile con i principi fondamentali del nostro ordinamento”.
Questi signori dimenticano, o non sanno, che dal 1942, nel codice civile esistono diverse responsabilità oggettive e riguardano diverse posizioni, tra cui, il datore di lavoro.
Tutte queste reazioni non tengono conto di quanto ha chiarito il sostituto procuratore Salvatore Giannino che ha sostenuto l’accusa per molti anni nei gradi di giudizio precedenti.
Ha ricordato che ben 28 giudici hanno giudicato colpevole Mauro Moretti tra primo grado, tre appelli e tre giudizi in Cassazione!
Egli è stato ritenuto colpevole non per la sua posizione manageriale, bensì per le scelte che ha preso in nome e per conto dell’azienda che rappresentava.
In pratica, FS dispone di una ottima flotta e la sicurezza dei mezzi è abbondantemente assicurata, ma, ecco il casus belli, proprio Moretti ha deciso di affidare alcuni servizi a soggetti esterni la cui serietà nella manutenzione non è mai stata accertata o garantita.
L’azienda FS, per decisione dei vertici, ha preferito rivolgersi a società estere per gestire alcuni trasporti eccezionali senza alcuna cura sul controllo di manutenzione e sicurezza.
“E’ stato trovato un documento con la individuazione di un break even point da cui era emerso il maggior profitto in caso di noleggio, rispetto alla dotazione di una flotta propria. La tragedia è stata provocata dal cedimento dell’assile di un carro che ha fatto deragliare il treno. Uno dei carri ribaltandosi si è squarciato facendo fuoriuscire il gpl. Sa quanto si pagava per affittare il carro che si è rotto? 25 euro al giorno, meno del noleggio di una Panda ”, così il dott. Giannino.
Per giudicare Moretti aspettiamo le motivazioni.
Invece, per giudicare in nostri politici e i pennivendoli è sufficiente leggere le loro affrettate e astruse dichiarazioni basate sul nulla.
O meglio, basate su interessi di cose loro.
Parchi chiusi mentre si cerca sollievo dal caldo asfissiante

” Questa mattina, con temperature che hanno raggiunto i 35°C, mentre il sole implacabile arroventava strade e piazze della popolosa municipalità collinare partenopea, dove vivono circa 120mila napoletani, il parco Mascagna e il parco della villa Floridiana sono rimasti chiusi ai cittadini per un’allerta meteo di colore giallo. Famiglie con bambini anche in tenera età e persone anziane in cerca di un po’ di refrigerio sono stati respinti da cancelli implacabilmente sbarrati mentre il caldo opprimente aumentava il rischio per i più fragili. Tutto questo è inaccettabile! “. A intervenire sulla vicenda è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, più volte intervenuto anche in passato per stigmatizzare la chiusura degli unici due polmoni a verde pubblico a disposizione dei residenti della zona.
” Non ci si accontenta di scuse burocratiche – sottolinea Capodanno – . L’allerta gialla non giustifica la chiusura totale e indiscriminata degli unici due polmoni verdi di un’area della città densamente popolata. Questi spazi sono essenziali per la salute pubblica, soprattutto in giornate di caldo intenso e umidità, come quella odierna. Chiudere i parchi significa mettere a rischio chi non ha altre possibilità per trovare ombra e aria più fresca “.
” Rivendichiamo inoltre – aggiunge Capodanno – la responsabilità politica diretta: il sindaco Manfredi e l’assessore al verde Santagada devono dare spiegazioni immediate e risposte concrete. La gestione degli spazi pubblici e la tutela dei cittadini non possono essere scaricate su giustificazioni tecniche quando mancano soluzioni pratiche e presidi sul territorio “.
” Al riguardo – puntualizza Capodanno -, persistendo l’anomala ondata di calore, chiediamo con forza l’apertura immediata e continuativa sia del parco Mascagna che della Villa Floridiana, anche se la gestione di quest’ultima è affidata al polo autonomo “Musei nazionali del Vomero”, con accesso regolato ma garantito; la presenza di presidi sanitari e di primo soccorso nelle ore più calde, con personale formato per colpi di calore; il coordinamento immediato tra Comune di Napoli, Direzione regionale dei musei e Protezione Civile per linee guida chiare, con procedure trasparenti e motivate, per qualsiasi eventuale chiusura futura, con preavviso e vie alternative per i cittadini: quando l’allerta è di colore giallo, i parchi non possono essere chiusi in modo indiscriminato! “.
” Non permetteremo – conclude Capodanno – che la burocrazia sostituisca il buon senso e la tutela della salute pubblica. Il Vomero difende i suoi pochi spazi verdi rimasti e, con essi, le persone più vulnerabili, a partire da anziani e bambini “.
Al Campania Teatro Festival 2026 debutta in Sala Assoli Moscato Coralin alla fine muore, thriller psicologico
con Rossella Pugliese e Adriano Falivene
venerdì 10 luglio, ore 21

Al Campania Teatro Festival, giunto alla sua diciannovesima edizione e diretto da Ruggero Cappuccio, organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano, e finanziato dalla Regione Campania, debutta in prima assoluta in Sala Assoli Moscato venerdì 10 luglio, alle ore 21, “Coralin alla fine muore” scritto e diretto da Rossella Pugliese, che è anche in scena con Adriano Falivene e si ringrazia il noto attore e conduttore Flavio Insinna per aver regalato la sua voceal personaggio dell’avvocato Lorenzi. La direzione tecnica e disegno luci sono affidati a Errico Quagliozzi, i costumi sono di Giuseppe Avallone, le musiche originali di Ivo Parlati e la realizzazione scene è di Neo Scenografie di Paolo Iammarrore e Vincenzo Fiorillo. Si aggiungono l’aiuto regia Arina Sazontova e la sarta di scena Francesca Romano. La produzione dello spettacolo è Deneb e ETS.
In un loft spoglio, durante una notte di tempesta, una donna e un uomo si affrontano in un gioco ambiguo e pericoloso, dove vittima e carnefice sembrano continuamente scambiarsi di ruolo.
Coralin è un’avvocata penalista brillante, feroce, abituata a difendere uomini colpevoli e a sopravvivere in un ambiente dominato dal potere e dalla manipolazione. Timoleone Copì è un uomo spezzato, ossessionato da un dolore che non riesce a contenere e da una colpa che lo divora da tempo.
Quando Timo rapisce Coralin segregandola in quel loft isolato, prende forma un confronto sempre più serrato. Ciò che inizialmente appare come un sequestro si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più complesso: un rituale emotivo in cui entrambi cercano disperatamente di difendere la propria versione del fallimento, della colpa e di ciò che sono diventati.
Nel corso dei giorni, i ruoli si ribaltano di continuo. Vittima e carnefice finiscono per confondersi, mentre i due protagonisti vengono trascinati dentro un territorio sempre più instabile; identità, memoria e senso di colpa lentamente si sgretolano.
“Coralin alla fine muore” è un thriller psicologico che attraversa la violenza invisibile delle relazioni umane e accompagna i suoi protagonisti fino al punto in cui sopravvivere a sé stessi sembra impossibile.
Come dichiara Rossella Pugliese nelle sue note di regia «“Coralin alla fine muore” nasce dal desiderio di indagare il lato più ambiguo delle relazioni umane: quel territorio fragile in cui controllo, dipendenza emotiva e violenza psicologica convivono senza più confini netti.
Il testo si sviluppa come un thriller psicologico a due personaggi, ma evita volutamente le dinamiche tradizionali del genere. Non esistono eroi né innocenti assoluti. Coralin e Timo combattono continuamente per il controllo della narrazione, cercando di imporre all’altro una versione della realtà che li renda sopportabili ai propri occhi.
Lo spazio scenico è essenziale, quasi astratto: un loft vuoto, una finestra sprangata, tende bianche innaturalmente lunghe, un materasso, pochi oggetti. Tutto è reale e insieme mentale. La scena diventa una trappola emotiva, un luogo sospeso dove il tempo sembra collassare e ripetersi.
Anche il linguaggio registico lavora sulla tensione tra verità e rappresentazione: i corpi degli attori oscillano continuamente tra naturalismo e deformazione, tra intimità quotidiana e dimensione rituale. Il temporale, il vento, il suono improvviso dello sparo e il movimento delle tende diventano elementi drammaturgici vivi, quasi presenze.
La drammaturgia procede per stratificazioni, lasciando emergere lentamente le ferite profonde dei personaggi senza mai spiegare tutto in modo definitivo. Lo spettatore è chiamato a entrare dentro le contraddizioni dei protagonisti, a prendere posizione e subito dopo a rimettere in discussione ciò che credeva di aver compreso.
“Coralin alla fine muore” non cerca risposte assolute né consolazioni. Attraversa il senso di colpa, il bisogno di essere riconosciuti e la difficoltà di sostenere la verità su sé stessi. Fino a lasciare in scena due esseri umani incapaci di distinguere se ciò che li tiene ancora vivi sia il desiderio di salvarsi o quello di sparire definitivamente».
CORALIN ALLA FINE MUORE
debutto Sala Assoli Moscato, venerdì 10 luglio alle ore 21
scritto e diretto da Rossella Pugliese
con Rossella Pugliese, Adriano Falivene
voce dell’avvocato Lorenzi Flavio Insinna
direzione tecnica e disegno luci Errico Quagliozzi
costumi Giuseppe Avallone
musiche originali Ivo Parlati
realizzazione scene Neo Scenografie di Paolo Iammarrore e Vincenzo Fiorillo
aiuto regia Arina Sazontova
sarta di scena Francesca Romano
produzione Deneb e ETS
durata 80 minuti
Per prenotazioni, acquisto biglietti e programma completo: www.campaniateatrofestival.it/
Il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente: “Se ha accuse da fare venga in Commissione Trasparenza.”

“Le parole di Vincenzo De Luca contro la Giunta regionale guidata dal presidente Roberto Fico sono gravi e politicamente irresponsabili. Parlare di ‘opacità’ significa attaccare non solo il lavoro della Regione, ma anche uomini, scelte e pezzi di classe dirigente che appartengono al suo stesso Partito e alla sua stessa stagione di governo”. Lo dichiara il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente, Nino Simeone.
“Per questo il Partito Democratico chiarisca subito se condivide le accuse di De Luca senior oppure se intende prenderne le distanze. De Luca dovrebbe essere chiaro fino in fondo: sta forse chiedendo di usare oggi lo stesso metodo da lui adottato dieci anni fa quando nominò il buon De Gregorio all’Eav? Perché se contesta procedure e scelte amministrative di questa Giunta, allora dica apertamente quale modello propone, invece di lanciare accuse generiche per confondere i cittadini”.
“Se avesse elementi, documenti o contestazioni precise da presentare, da vicepresidente della Commissione Trasparenza del Consiglio Regionale, lo invito a venire in Commissione a riferire. Ricoprendo ruoli istituzionali bisogna assumersi la responsabilità di quello che si dichiara. Le istituzioni si rispettano e non si usano come bersaglio per regolare conti politici”.
“Roberto Fico – conclude Simeone – sta governando con serietà, equilibrio e trasparenza alla luce del sole senza opacità”.

Il primo appuntamento pubblico dell’Amministrazione Di Lonardo è stato dedicato alle associazioni del territorio.
Un momento di ascolto, confronto e condivisione, nato su iniziativa del Vicesindaco con delega ai rapporti con le associazioni, Fiorenza Ceniccola, per avviare un dialogo stabile con chi ogni giorno contribuisce alla crescita della comunità.
Tra le proposte illustrate dal Vicesindaco, la costituzione della Consulta delle Associazioni, prevista dallo Statuto comunale, uno strumento pensato per valorizzare il ruolo delle associazioni, favorire la partecipazione e costruire una rete di collaborazione capace di sviluppare iniziative e progettualità condivise.
Nel corso della serata, il Sindaco ha ribadito la volontà dell’Amministrazione di promuovere un nuovo modo di amministrare, fondato sull’ascolto, sul dialogo e sul coinvolgimento attivo della comunità, mentre l’Assessore Guidi ha annunciato l’avvio di un analogo percorso di confronto con le attività produttive del territorio.
Un percorso che mette al centro la partecipazione, nella convinzione che la crescita del territorio passi dalla collaborazione tra istituzioni, associazioni, imprese e cittadini.

La svolta? Alessia, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Non ho più sentito Di Battista». Intervista all’ex ministro e capo M5S, che il 6 luglio compie 40 anni e che ha lasciato la politica italiana. «Nel 2018 davamo per scontato che toccasse a me. Ma alla macchinetta del caffè io e Salvini decidemmo per Conte. Ho sempre preso atto dei miei limiti. E quindi studio. Tanto»

(di Claudio Bozza – corriere.it) – Ma Luigi Di Maio dov’è finito? Ci sono voluti mesi per convincerlo a fare questa intervista. Di Maio antisistema, poi al governo dell’Italia. Il primo Conte premier “inventato” con Salvini davanti alla macchinetta del caffè del Pirellone. Gli strappi dolorosi con Grillo, Fico e Di Battista. Il populismo rinnegato. Di Maio che perde tutto e riparte da Berlino. Luigi “il Freddo”, per 13 anni fisso sotto ai riflettori senza mai parlare di sé. E oggi accetta di farlo per 7. Per i suoi 40 anni, l’ex capo del M5S racconta la sua ascesa e caduta politica. Poi la rinascita, grazie alla famiglia. Siamo a Bruxelles, nel cuore della Commissione europea. Nel suo ufficio da rappresentante speciale per il Golfo Persico ci sono foto con Sergio Mattarella, Mario Draghi, re Carlo, emiri e leader arabi. Di Maio pesa ogni parola. Ma ora è sereno. E si toglie più di un sassolino dalla scarpa.
Lei ha guidato il M5S, primo partito d’Italia, arrivato al 32,7% cavalcando toni populisti. Oggi è qui, nel cuore del sistema, in un ruolo diplomatico prestigioso. Voltandosi indietro, cosa pensa?
«Che ogni esperienza è stata fondamentale. La sconfitta elettorale del 2022, quando persi tutto incassando lo 0,6% con Impegno civico, mi ha cambiato molto in positivo. Ricordo benissimo il 22 ottobre 2022, quando ho lasciato ad Antonio Tajani il mio tavolo al ministero degli Esteri: è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo».

Lei è fuori dalla politica italiana da ormai tre anni. Quanto le manca?
«Nel senso di essere protagonista, non mi manca. Ma la seguo con molta attenzione. Chi oggi è al centro della politica deve avere una grande capacità di mantenere sangue freddo».
In Parlamento dicono che lei sta lavorando per tornare. È pronto per le elezioni politiche?
«Sono romanzi fantasy, informazioni prive di fondamento. Dico solo che, per me, oggi sarebbe molto difficile dire le cose che, da opposizione, sostenevamo in campagna elettorale. Consiglio a tutti i partiti di andare a Palazzo Chigi. Perché solo quando governi fai i conti con la realtà».
Il 6 luglio compirà 40 anni. A 26 è stato il più giovane vicepresidente della Camera, due volte deputato, ha guidato tre ministeri, ora è pure professore al King’s College. In pochi accumulano tante cariche in così poco tempo. Chi è la persona a cui deve di più?
«Mia mamma, Paolina, mi ha sempre sostenuto. Anche nei momenti di massima conflittualità con mio padre Antonio, per le scelte che facevo. La svolta della mia vita è stata Alessia, il mio amore. Ho passato 35 anni provando a essere qualcuno per tante persone. Oggi quelle che contano sono tre: la mia compagna, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Oggi non mi chiedo più se sto facendo bene il ministro, ma se sono un buon padre».

Suo papà, già dirigente del Msi e poi di An, di certo i grillini non li digeriva…
«Oggi lo capisco: uno nato missino, con un figlio che stava con Beppe Grillo… Non è stato semplice. Poi papà, dal 2013, è stato sempre al mio fianco: mi ha votato e sostenuto. E non ha mai smesso di farmi i “cazziatoni”. Ricordo il primo comizio a Pomigliano, appena eletto deputato, in cui dissi che “Napolitano doveva ascoltare le nostre istanze”. Papà mi prese da una parte e mi disse: “Il presidente Napolitano… È il presidente della Repubblica, mica è tuo fratello”».
I suoi 40 anni in una sola parola?
«Velocità. È successo tutto velocemente, troppo. Dovrei paradossalmente ringraziare gli elettori per quello 0,6% che mi hanno dato. Il voto del settembre 2022 fu un bagno di realtà. Persi tutto. In un giorno feci gli scatoloni al ministero e pure a casa, perché io e la mia precedente compagna ci lasciammo. Volai a Berlino a trovare degli amici. Ero rimasto solo. Decisi di cambiare aria e lì incontrai Alessia, che era già stata candidata del M5S nel 2018, ma ci eravamo persi di vista per anni».
A 32 anni è diventato ministro e vicepresidente del Consiglio. C’è stato un momento in cui ha pensato che sarebbe potuto diventare premier?
«Sì, nel 2018, quando sfiorammo il 33% e Salvini aveva preso il 17%. Lo davamo per scontato».

Poi arrivarono i cento giorni di braccio di ferro. Una trattativa infinita per il “governo gialloverde”…
«Io e Salvini non riuscivamo a metterci d’accordo. Mi ricordo un pomeriggio al Pirellone. Matteo voleva che una parte del contratto con gli italiani si scrivesse a Milano, non solo a Roma. Proposi anche una staffetta tra me e lui. Poi davanti alla macchinetta del caffè, prendendo atto dell’impasse, decidemmo per la soluzione di Conte premier, raccomandata da Alfonso Bonafede».
I suoi avversari l’attaccavano con epiteti di ogni tipo: “Giggino, il bibitaro” su tutti. Nella prima fase aveva mostrato molti limiti. Come li ha superati?
«Ho incontrato le persone giuste, che mi hanno sostenuto. Già da vicepresidente della Camera mi sostenne molto Roberto Giachetti, che sulla carta era un avversario del Pd. E anche tutti i miei capi di gabinetto sono stati fondamentali. Ho sempre preso atto dei miei limiti. Alla Farnesina, ad esempio, facevo lezioni d’inglese la mattina presto, in maniera quasi martellante. Tre settimane dopo mi trovai a fare i bilaterali in inglese all’Onu, da ministro. Ho studiato, che fa sempre la differenza. Ora studio il tedesco, la lingua che Alessia parla con i bambini, e non può rimanere una lingua “segreta” per me».

Per anni, anche i suoi fedelissimi, la chiamavano “Luigi il freddo”. Pochi sentimenti, tanta politica. Riservato, quasi impenetrabile. Era una scelta o una difesa?
«Non sono cresciuto in una famiglia molto sentimentale. A casa erano molto importanti il valore delle regole, della correttezza e dell’educazione. Poi quello empatico era sempre stato Alessandro Di Battista, io semmai ero quello un po’ più “bacchettone”» (ride, ndr).
La cosa fatta con il M5S a cui tiene di più?
«Sicuramente il reddito di cittadinanza. Su questo non torno indietro. Però abbiamo peccato di troppo ottimismo. Andava fatto diversamente, con più controlli. Io ero profondamente convinto, da ministro del Lavoro, che quella misura servisse a liberare le persone in difficoltà dal ricatto e dalle prepotenze».
E quella di cui si è pentito?
«Quando volevamo fare i fenomeni».
Si riferisce al 27 settembre 2018, quando si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi per annunciare: «Abbiamo abolito la povertà»?
«Sì. Ma non ce n’era bisogno, perché avevamo approvato una misura per noi vitale, mantenendo una promessa fatta in campagna elettorale. Ma eravamo in una competizione talmente sfrenata con Salvini che facevamo a gara a chi la sparava più grossa. Ho imparato molto da quell’errore».
Nel maggio 2018 chiese addirittura l’impeachment del presidente Mattarella. Pentito?
«In realtà, in quei giorni, fu tutto molto veloce. Cercammo subito l’opportunità per vederci e proseguire con la costruzione del governo».

Cosa accadde in quell’incontro?
«Il presidente della Repubblica mi disse semplicemente: “Mettiamo da parte quello che è successo negli ultimi giorni e pensiamo al Paese”. Dimostrò ancora una volta di essere un grande uomo di Stato».
E di “Parlateci di Bibbiano” contro il Pd?
«Su questo no comment».
Con Roberto Fico, oggi governatore della Campania, vi siete rivisti dopo tre anni, a Napoli… Lui fu durissimo quando lei fece la scissione dal M5S.
«Ci siamo salutati. Almeno da parte mia non c’è mai stato un fatto personale. Roberto è uno che ha cominciato prima di tutti nel Movimento. Ha sempre creduto nelle sue battaglie, anche quando all’inizio andava contro un muro».
Cosa è rimasto oggi del Luigi del “Vaffa Day”?
«Non ho mai perso la voglia di cambiare le cose. Però ho capito che per riuscirci dobbiamo farlo attraverso le istituzioni, non combattendole».
E con Beppe Grillo da quanto non vi sentite?
«Mi ha fatto gli auguri per mio figlio».
Cosa prova verso il fondatore?
«Beppe era già conosciuto da trent’anni quando ha fondato il M5S e ha dato a tutti noi una grande opportunità. Di questo gli sono grato. Quello che non mi è piaciuto per niente è stato che, dopo il 2022 e il mio 0,6%, abbia iniziato a fare spettacoli contro di me. Sono stato costretto a rispondergli pubblicamente. Non avrei voluto ricordargli che prendeva 300mila euro di consulenza dal partito e da Conte. Quella cosa fu l’inizio della sua fine».
E con Alessandro Di Battista, eravate inseparabili?
«Mai più sentito. È finito tutto con il mio appoggio a Draghi».
Giuseppe Conte, nella sua biografia, le ha dato del traditore senza giri di parole.
«Conte deve realizzare che ha vinto tutto con me, mentre io ho perso tutto. Il giorno in cui capirà questa cosa sarà in pace con me. E magari smetterà di continuare a nominarmi».
Potrebbe fare il premier per la terza volta?
«Non è un fatto che mi riguarda. L’unico augurio che faccio all’Italia è che chiunque vinca le prossime elezioni resti al governo per cinque anni. Gli italiani devono poter giudicare dopo un mandato intero. Io ho fatto tre volte il ministro in quattro anni e mezzo perché sono caduti tre governi».
Si dice che lei debba molto a Mario Draghi.
«Durante il suo governo, il presidente ha mantenuto la parola sulle due cose che gli avevamo chiesto: mantenere il reddito di cittadinanza e fondare il ministero della Transizione ecologica, con Cingolani».

Alle ultime Europee chi ha votato?
«Non glielo dico. È uno dei vantaggi di non fare più in politica».
Che giudizio dà di Giorgia Meloni premier?
«Lo do sulla politica estera, vista dai Paesi arabi. Un governo così longevo dà stabilità all’Italia, non solo per i mercati, ma garantisce credibilità e solidità nei rapporti con i Paesi esteri, consentendo di concretizzare accordi e obiettivi».
Il momento più delicato da ministro degli Esteri?
«La missione in Russia, una decina di giorni prima dell’invasione dell’Ucraina. Furono i giorni del glaciale faccia a faccia tra Putin e Macron, quello con il tavolo lungo venti metri. Arrivai a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri Lavrov. Prima feci un briefing diplomatico con l’ambasciatore Giorgio Starace. E poi quello militare con l’addetto alla Difesa: si chiamava Roberto Vannacci, proprio lui. Mi illustrò i tre scenari. Putin avrebbe potuto invadere Donetsk e Lugansk, spingersi fino al fiume Dnipro oppure puntare fino a Kiev».

L’ipotesi giusta era la terza, la peggiore…
«E l’Europa lo ha impedito».
Qual è l’abitudine del ragazzo di Pomigliano che il diplomatico non è ancora riuscito a togliersi?
«Pensare in napoletano. Per i primi sette anni della mia vita sono cresciuto con i miei nonni materni, che parlavano in dialetto stretto. Ancora oggi, nei momenti di stress, questa cosa mi aiuta molto. Ed è un piacere».
Qual è il giorno in cui si è sentito più solo?
«Quando ho dovuto decidere di fare il primo governo. È paradossale. Ma fu la prima volta in cui portai i Cinque stelle dentro una coalizione di governo, con la Lega, una cosa inimmaginabile. Il problema non era Conte. In quel primo esecutivo, senza offendere nessuno, lui era l’amministratore delegato di una società in cui gli azionisti eravamo io e Salvini. Fui ingenuo, perché con il capo della Lega credevo di avere un rapporto personale».
Qual è l’ultima volta che ha avuto paura?
«Quando mio padre è stato operato per un tumore. La paura di perdere una persona cara è terribile. Per questo devo ringraziare la sanità pubblica di Napoli».
E l’ultima che ha pianto?
«Quando è nato Gabriel. Ho assistito al parto e non ho avuto il coraggio di piangere davanti ad Alessia. Ma nello spogliatoio sono scoppiato a piangere davanti allo specchio».
È mai stato sulla tomba di Casaleggio, al cimitero Monumentale di Milano?
«Non ci sono mai stato. Ma la sua morte mi fece sentire perso. Io non sono mai stato allievo di Grillo, ma di Casaleggio, sono stato sempre in sintonia con lui».
Sicuro-sicuro che non torna a Roma?
«Io vivo tra Bruxelles e Berlino. E visto che questa intervista è diventata pure una seduta psicologica, adesso mi scusi perché devo volare là, dalla mia famiglia».
Il presidente M5s a Napoli presenta il suo libro con il suo amico dem più caro: «Giuseppe Non si dice di sinistra? Lo difendo io: perché il termine è diventato generico». Con loro il presidente della Regione Fico. E il sindaco Manfredi: «Questa città è il luogo ideale per il dialogo, presto una nuova primavera politica e sociale»

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Per la presentazione del suo libro Una nuova primavera (Marsilio) a Napoli, Giuseppe Conte ha chiamato un trio di politici, ma amici. Più che amici: Goffredo Bettini, che è il dem a lui più vicino, per non dire consigliere speciale, oltreché grande sponsor dell’alleanza fra M5s e Pd; verso di lui nel libro usa espressioni di grande stima e gratitudine. C’è il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che di Conte è stato ministro; ora è uno dei più assidui tessitori della futura coalizione di centrosinistra (peraltro a sua volta governa la città con un’alleanza larghissima). E infine Roberto Fico, oggi presidente della regione Campania, ai tempi del governo giallorosso era presidente della Camera, e a sua volta anche lui fautore dall’inizio dell’alleanza con il Pd.
All’entrata del Circolo dei canottieri, Manfredi benedice la futura alleanza. Il prossimo 8 luglio Schlein, lo stesso Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno scelto proprio Napoli per presentarsi insieme sul palco e mettere in piazza, letteralmente, un inizio di coalizione. «Napoli è il luogo ideale per il dialogo», dice il sindaco, «e per una nuova primavera politica e sociale», e la “nuova primavera” in questa città significa «che noi oggi dobbiamo parlare di un Mezzogiorno molto più dinamico, competitivo, con risultati economici sicuramente positivi. Abbiamo voltato pagina. Certo va fatta una proposta di visione del futuro in grado di interpretare i grandi cambiamenti economici e geopolitici che stiamo vivendo. Però questa è una stagione positiva, ci deve essere un nuovo protagonismo del Sud, e un nuovo protagonismo di Napoli che è la città guida del Mezzogiorno».

Conduce la giornalista di Repubblica Conchita Sannino, introduce il professore Franco Vittoria. Quando prende la parola Bettini, che è direttore del periodico online Rinascita, annuncia una lettura del libro «da comunista italiano», «da uomo della sinistra che ha maturato un legame con M5s, che via via è cresciuto nella battaglie politiche». Ripercorre le pagine di «un libro un po’ personale e molto politico», «di una storia che lo porta quasi casualmente a incontrare la politica» e per questo «è disinteressato agli obiettivi materiali, come chi ha già una solida vita alle spalle», quella di avvocato e docente universitario, attratto «sì dal tema della trasparenza e dell’onestà ma soprattutto dal tentativo visionario della rappresentanza diretta». Quello che altri chiamano populismo.

Bettini condivide le critiche che Conte muove alla sinistra – non così a Lecce aveva fatto invece Massimo D’Alema – perché, dice, quella sinistra ha vissuto «una fase di un nuovismo elitario, di distanza con la povertà e l’esclusione», e sono queste le ragioni per cui il M5s è nato e poi cresciuto – in realtà poi però è anche decresciuto –. Conte, continua, «ha il merito storico di aver mantenuto un popolo nel perimetro democratico dopo l’errore storico della caduta del Conte due. E di aver trasformato i Cinque stelle in una forza di governo».
Difende l’ex premier dagli attacchi che subisce sul Covid, definisce «agguato» la trasmissione di Nicola Porro, su Rete4, dove «da solo ha combattuto con onore contro le accuse di una destra corrotta. Ma se fossero così sicuri delle loro ragioni, perché ha dovuto combattere per essere ascoltato nelle sedi istituzionali?».
Ma soprattutto Bettini manda due messaggi. Il primo «all’insieme del nostro campo e al mio partito», cioè il Pd. Quando Conte dice che la sua è «una forza progressista collocata nel campo democratico, qualcuno invece di cogliere una svolta alza il ditino: “perché non si dice di sinistra?», «E allora lo difendo io: perché il termine “sinistra” è diventato generico. Ci sono tante sinistre, la mia sinistra per esempio non è quella di Blair, né quella di Renzi, che pure è stato il segretario di una forza di sinistra».

Il secondo messaggio è, appunto, per Renzi. Anzi per Conte e per Matteo Renzi: «La foto dei quattro» leader del centrosinistra, «è un primo passo», «ora bisogna allargare. Ci sono energie nuove, bisogno dare fiducia», e qui elenca Ernesto Ruffini e il “suo” Alessandro Onorato, il cui Progetto civico «per gelosia viene definito un prodotto in vitro, e invece è un prodotto nato dal basso».

«Non vanno posti veti», dice all’indirizzo dell’amico ex premier che vorrebbe tenere fuori dall’alleanza Iv, «ma contano i comportamenti. Spero che quest’area si possa unire, ma questo si fa se si ha misura e si dà spazio a una nuova classe dirigente, se non si vuole fare cioè tutto da soli, come ho sentito oggi dalle dichiarazioni di Casa riformista». Renzi avvisato, si sposti di lato.

Infine sulla premiership del centrosinistra: «Diciamo di essere contro il premierato, ma poi siamo troppo assillati dal tema del leader: rischiamo di cadere nella postura del comando verticale. A noi tocca costruire una squadra, e un programma. Poi sceglieremo il leader il migliore. L’importante che si faccia in amicizia».
Trump incarna l’ultimo paradosso degli Usa, un paese nato dal rifiuto del sovrano. Il caso criptovalute: il tycoon si è arricchito a scapito dei piccoli risparmiatori

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Nessuna nazione moderna ha legato la propria origine al rifiuto della monarchia quanto gli Stati Uniti. La Dichiarazione d’indipendenza è, nella sua parte meno citata, un lungo atto d’accusa contro Giorgio III. Si tratta di un elenco di soprusi teso a dimostrare che il monarca è inadatto a governare un popolo libero. Pochi mesi prima, il pamphlet più infiammabile della rivoluzione, Common Sense di Thomas Paine, aveva demolito il principio ereditario come assurdità logica prima ancora che politica. La natura stessa, scriveva, smentisce il principio di successione, dando spesso all’umanità «un asino al posto di un leone».
L’America emerge dalla convinzione che nessun uomo riceva dalla nascita il diritto di comandare, che non esistano corti, ranghi, aristocrazie, sangue. È il suo mito fondativo e la sua pretesa di eccezione. Eppure, fin dall’inizio, il progetto americano convive con la tentazione inconfessabile di ricreare in altre forme e con altri nomi le strutture da cui si era appena liberato. La storia dei 250 anni che il paese celebra in questi giorni è anche la storia di questa perversione, giunta oggi alla sua manifestazione più esplicita, quella dello pseudo-monarca Donald Trump, che fra archi di trionfo e miliardi incassati attraverso i suoi cortigiani incarna tutto il peggio della tradizione regale.

Già fra i padri fondatori si trovano già i difetti dell’odiata nobiltà del vecchio mondo. I grandi proprietari terrieri della Virginia, come Washington, Jefferson e Madison, erano una specie di gentry inglese fatta di latifondi, servitù, matrimoni strategici e senso del rango. La schiavitù fornisce a questa classe la base materiale che l’aristocrazia europea ricavava dal privilegio feudale. Non a caso il sud schiavista si pensò come civiltà cavalleresca in polemica con il volgare mercantilismo del nord. Jefferson teorizzò la distinzione tra l’«aristocrazia naturale» dei talenti e delle virtù e quella «artificiale» della ricchezza e del sangue, sostenendo che la repubblica avrebbe dovuto selezionare la prima e neutralizzare la seconda.
Anche l’istituzione più originale del nuovo ordine, la presidenza, nasce guardando al trono. Nel 1789 il Senato discusse seriamente come rivolgersi a Washington, e Adams propose “Sua Altezza il Presidente degli Stati Uniti e Protettore delle loro Libertà”. Prevalse il più sobrio “Mr. President”, ma la sostanza sacrale rimase.
La presidenza è il centro di quella che il sociologo Robert Bellah chiamò la religione civile americana, che ha bisogno di un pontefice laico che consacra, perdona, benedice. Il monarca era stato cacciato dalla porta, il suo fantasma democratico è rientrato dalla finestra. Il principio ereditario, formalmente abolito, si è riorganizzato come costume. La politica americana ha prodotto dinastie repubblicane favolose e innumerevoli tribalismi clientelari nelle pieghe della politica locale. Gli Adams, gli Harrison, i Roosevelt, i Kennedy, i Bush e i Clinton sono soltanto gli esempi più noti. Parallelamente è cresciuto il potere dell’uomo al comando.
Franklin Delano Roosevelt infranse la regola non scritta dei due mandati fissata da Washington e nel gennaio 1945 pronunciò il suo quarto discorso inaugurale da presidente in guerra, con poteri economici e militari senza precedenti. Il Congresso corse ai ripari con il ventiduesimo emendamento, ma la traiettoria era segnata. Nel 1973 lo storico Arthur Schlesinger diede il nome di «presidenza imperiale» a questa istituzione repubblicana di autogoverno che ormai era diventata uno smisurato collettore di poteri e funzioni quasi ereditarie.
Del passaggio intergenerazionale del privilegio si sono occupate una serie di istituzioni che sono meritocratiche solo in apparenza: le università d’élite. Harvard, Yale, Princeton e le altre sorelle dell’Ivy League sono da secoli la fucina della classe dirigente, e i meccanismi che le regolano sono orientati più alla difesa del rango che alla selezione del talento. Le famose “legacy admission” riservano corsie preferenziali ai figli degli ex alunni e le generose donazioni agevolano l’accesso. È l’aristocrazia artificiale di Jefferson certificata da un titolo accademico.
E la più potente fra le oligarchie è nata nella California libertaria, dove i signori della tecnologia sono confortati dalle loro voci intellettuali di riferimento, come Curtis Yarvin, sulla necessità di superare la democrazia in favore di una monarchia manageriale. Una delle immagini più potenti di questa fase politica è quella che ritrae la corte della Silicon Valley in prima fila alla cerimonia di insediamento del secondo Trump.

Nel racconto della sublimazione monarchica in America, Trump ha soltanto reso sfacciato e pacchiano ciò che era implicito e presentabile. Ha condiviso un’immagine di sé con la corona e la scritta “Long live the king”, rilanciata dagli account ufficiali della Casa Bianca, accarezza l’ipotesi di un terzo mandato e coltiva i figli come eredi politici. Le egomaniacali celebrazioni del 250esimo anniversario dell’indipendenza mostrano tutto questo in modo inequivocabile e domani il presidente farà il comizio finale al Lincoln Memorial.
In questi giorni di ricorrenze si è parlato molto dell’incredibile fortuna, stimata in 2 miliardi di dollari, che il presidente ha incamerato nell’anno e mezzo del suo secondo mandato, impiegando senza vergogna né scrupolo esattamente le tecniche clientelari e cortigiane che erano proprie delle decadenti corone europee che i padri fondatori volevano superare.
Non deve stupire che i 636 milioni di dollari che ha guadagnato con i memecoin siano stati fatti a discapito di piccoli risparmiatori su di giri per l’investimento trumpiano. Il sovrano, insomma, ha accumulato ricchezze personali a spese dei sudditi. E non deve nemmeno stupire che gli accoliti del presidente abbiano registrato in Venezuela il marchio commerciale “Trump Home”, veicolo per nuove imprese estrattive nel regime che ha decapitato e riprogrammato al proprio servizio.
Trump dà il corpo peggiore alla dialettica di repulsione e attrazione per la monarchia che si svolge dall’inizio dell’esperimento americano. L’America che è nata rifiutando il monarca è condannata a tornare sempre a misurarsi con il corpo del re.
(di Guido Olimpio – corriere.it) – La saga dell’intelligence Usa-Israele, fatta di rivelazioni e contromosse, ha un nuovo capitolo. Solo in parte inedito. Gli israeliani, secondo fonti citate dal New York Times, volevano uccidere i due negoziatori iraniani, Abbas Araghchi e Mohammad Ghalibaf, nel mezzo delle trattative. Quando gli americani lo hanno scoperto hanno allertato Teheran attraverso intermediari spingendo la Repubblica islamica ad adottare ulteriori misure di sicurezza.
Già durante il conflitto Israele aveva reso chiaro di considerare obiettivi legittimi i rappresentanti del regime, dai politici ai militari. E ne ha uccisi a decine, compresa la Guida Alì Khamenei. […] Poi è arrivata la tregua, osteggiata dal governo Netanyahu deciso ad andare avanti con gli strikes. E sono nati i contrasti, anche pubblici, con la Casa Bianca. Tel Aviv avrebbe allora progettato di colpire i principali protagonisti del negoziato, un modo per bloccare il dialogo e riaccendere la guerra.
La minaccia è stata percepita da Teheran che aveva chiesto garanzie per i suoi emissari mentre Washington ha attivato le proprie antenne. Tutti erano consapevoli dei rischi: gli israeliani avevano adottato la stessa tattica cercando di spazzare via la dirigenza all’estero di Hamas con il raid su Doha, in Qatar. […]
L’allarme è cresciuto in occasione del previsto incontro ad aprile ad Islamabad tra il vicepresidente americano Vance e la delegazione iraniana. Teheran, preoccupata, ha ottenuto la protezione del Pakistan, così caccia pachistani hanno scortato l’aereo con a bordo Aragchi e Ghalibaf. Ma non è finita.
Dopo i colloqui, durante il volo di rientro, i servizi di sicurezza sono stati informati della presenza di due caccia israeliani in arrivo dal territorio iracheno. Un’incursione che poteva far pensare ad un intercettamento. Ed allora è stato deciso di dirottare il velivolo sull’aeroporto di Mashad, il più vicino al confine pachistano. I mediatori hanno poi proseguito il loro viaggio verso la capitale via terra.
La storia raccontata dal New York Times rientra in una fase particolare. Dopo lo stop delle operazioni belliche «spezzoni» dell’amministrazione americana – hanno fatto trapelare informazioni costanti su due punti: 1) Israele e Usa hanno linee diverse, aspetto evidente ma rimarcato con dettagli spionistici. 2) In diversi momenti le indiscrezioni hanno riguardato le attività dell’intelligence israeliana. All’origine delle notizie ci può essere la volontà della Casa Bianca di mandare messaggi all’Iran ma vanno anche considerate le posizioni molto critiche verso Tel Aviv di funzionari ad ogni livello.
È il 2 luglio americano, a Villa Taverna, all’ambasciata, ma sembra il matrimonio a Fuorigrotta: una trumpata delle cerimonie. Giorgia Meloni era assente, ma c’era Arianna. La Russa: “Il ponte con l’America non è mai crollato, ma ora bisogna costruire il ponte con la Sicilia”

Make paisa great again. Caro Trump, mangnate la carbonara di Ignazio La Russa, inginocchiati di fronte alla mamma di Rocco Casalino: ce ne vuole per rompere questo amore! Panna sui pantaloni, spalle strascicate, maionese e ketchup a fiumi. È il 2 luglio americano, a Villa Taverna, all’ambasciata, ma sembra il matrimonio a Fuorigrotta: una trumpata delle cerimonie. Meloni è assente ma c’è Arianna, e ‘Gnazio, presidente del Senato, che dice: “Il ponte con l’America non è mai crollato, ma ora bisogna costruire il ponte con la Sicilia”. Arriva Simona Agnes, la (non) presidente Rai designata, la donna che alla fine ha fatto dimettere una Commissione di Vigilanza e come Catone spiega: “La Rai si ama sempre”. Come l’America, Dylan, De Niro e Faulkner. E’ un red carpet delle sue ministrità: Salvini, Lollobrigida, Pichetto, Mantovano, Biancofiore, e poi Giorgetti che ha il passo del boy varessotto. Sono tutti brilli già al primo gin tonic. Great!
Schlein: non sei mai dove sei, non sei mai dove sai. Perché non viene? La delegazione Pd è composta da Ciccio Boccia, capitano, Andrea Casu, e senza dubbio c’è Lorenzo Guerini, ma gli occhi, e le orecchie sono per Rocco Casalino e mamma. I comunisti veri non disertano. Arriva all’ambasciata Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, del Pd, vestito di nero Minniti che ci regala la frase: “Il legame Italia-America è inscindibile. E lo ripeto. Inscindibile. Avere diversità è un valore”. Sì, Minniti, ma se Trumpaccio lascia le basi americane, noi che ci facciamo? I campi di golf. Ma Minniti, che tutto sa (passa vicino il capo dell’Aise, Caravelli) ci garantisce che “le basi servono all’America. Fanno parte della potenza americana”. Scriviamo senza il favore dell’hamburger e con le rotative che si fermano prima delle 21 (in pratica al terzo Tonic) e senza la complicità dei poteri forti. Anche perché i forti sono semplici. Incontriamo Gianni De Gennaro. Lei è De Gennaro, il vero potere forte italiano, Polizia, Servizi? E De Gennarro da babbo: “Non sono il grande sono solo il vecchio De Gennaro e il vecchio De Gennaro legge ogni mattina il Foglio”. Dentro, in sala, c’è Tilmann Fertitta, l’ambasciatore, che è un tipo tosto (ama andare all’hotel Minerva di Roma) e che di Trumpaccio se ne impipa. Lancia baci a mezzo governo e ci confidano che non ami tanto le interviste che rilascia Zampolli, anche detto, sul pratone di Villa Taverna, “Zampollo, mo ti mollo”. E per fortuna che i rapporti Italia-America dovevano cambiare… C’è Roma intera, Tronchetti Provera, Scaroni, Malagò. Si viene paparazzati come alla mostra del Cinema di Venezia. Salvini stringe la mano della bella Francesca Verdini e ha un sogno, lo ha raccontato ai giovani di Milano Marittima: “Quando finirà tutto, un giorno, io voglio tornare al Papeete”. Sigarette a mucchi, riporti e gessati inverecondi, droni nel cielo…Facciamo quel che possiamo. Giorgio Mulè parla ancora del ponte con l’America: “È come con l’Apollo 13. Si perde il contatto con la base, ma poi, magicamente, si riprendano i contatti e l’insuccesso diventa successo”. L’ambasciatore Fertitta, ancora, ganzo, altro che Trump, dichiara che “il rapporto Italia-America è al livello più alto di sempre”.
Trump ha detto che “Meloni gli ha fatto pena”, ma cosa volete che sia l’offesa di Trumpaccio? Qui ci sono problemi più importanti: la Rai e Vannacci. A La Russa gli viene chiesto come pensa di risolvere il caso delle dimissioni dei membri della Vigilanza e lui: “Si potrebbe dimettere un membro della sinistra in cda e indicare un presidente di garanzia”. Vedrete: rischia di finire con Mario Orfeo presidente della Rai. Laura Ravetto, la rosa del ventennio, si fa fotografare mezz’ora e poi spiega che “Vannacci è a Bruxelles”. Il barbecue fuma che è una meraviglia, Casalino fa la fila per il gelato. E’ un’orda di ex grillini, forse c’è anche D’Inca (lo ricordate?). Forza Italia si sdoppia: Tajani e Occhiuto, specialista in baciamano. Il dilemma Meloni (“viene o non viene”) lo risolve per fortuna il solito La Russa: “Ho sentito che non viene che ha un appuntamento”. Il geniale Daniele Alberti, lo Shakespeare dei The Journalai, fa la domanda che separa il mondo: “La Russa, meglio la carbonara o l’hamburger?”. E la Russa: “La Carbonara tutta la vita”.
Sul palco parte la musica e non si capisce bene se è Stevie Wonder o Pino Daniele. Che differenza fa? Preti, vescovi, Melania Rizzoli che viene da Milano, ufficiali gentiluomini con la panza; altro che Richard Gere… Trump ci chiede le armi ma La Russa al massimo gli offre un’alabarda perché: “La spesa va aumentata ma in autonomia”. Chi glielo dice a Trump che il suo ambasciatore ama l’Italia più di Lollo, di Angelo Mellone, direttore Rai, e di Linea Verde? Fertitta anticipa che “celebrerà il 4 luglio in Sicilia, la terra dei miei bisnonni che emigrarono più di 130 anni fa. L’Italia? E’un partner affidabile”. Tilmann, fa venire i lucciconi: “Il rapporto con gli alleati costituisce una delle pietre angolari”. Chiama Crosetto “vero amico” e Tajani, se potesse, lo porterebbe sul suo yacht. Non è finita. Come diceva Berlusconi: l’amore vince sempre sull’odio e Trump. Tajani, l’angioletto che ci ha lasciato il Cav., loda Fertitta e agli americani: “Gli Stati uniti sono un alleato storico. Il mio personale rapporto con Rubio è improntato sull’amicizia”. Noi ci fermi amo qui: danno tutti pacche a Tilmann, gli abiti puzzano come se avessimo cucinato un allevamento di buoi. Make paisà great again. L’amore America e Italia non si leva. Come il ketchup.