
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Il pensiero unico bellicista ha fatto ormai retrocedere il dibattito pubblico sui negoziati con la Russia e sul riarmo dei Paesi Ue alla fase della lallazione: mamma, cacca, papà, pipì, popò, pupù. Per far digerire alle persone normali la follia di indebitarsi per 800 miliardi per il piano Rearm Eu, poi ribattezzato Prontezza 2030 e infine Preservare la Pace, i giornaloni attaccano chi lo chiama riarmo e lo […]
Da Ceuta è arrivata una lezione profonda: quando l’essere umano viene ridotto a un’arma, a crollare sono dignità e civiltà.

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – Sono in tanti a voler rappresentare a tutti i costi la linea di confine che separa l’Unione Europea dall’Africa, ora drammaticamente centrata sul focus di Ceuta, nel quadrante più sensibile e inquietante delle relazioni internazionali contemporanee. Serve senz’altro a diversi interessi elettorali costruire un’area critica: c’è sempre una stagione della “logica del nemico”, e oggi quel frame ideologico è utile come ‘tecnica di distrazione di massa’ applicandolo ai migranti per come è costantemente declinato dai movimenti sovranisti nel dogma della “remigrazione”.
Quale migliore rappresentazione plastica, per i teorici della ‘difesa dei confini’, di una calca oceanica che preme sulle barriere della ‘ fortezza europea’? Eppure, la narrazione si scontra con un paradosso geografico e politico elementare: Ceuta, pur spagnola, non si trova affatto in terra europea ma è incuneata in pieno continente africano, laddove i confini sono storicamente iper-presidiati, tanto è vero che la tanto paventata e spettacolarizzata invasione si è subito autoannientata per l’oggettiva impossibilità fisica dei migranti di trasferirsi in Europa, lasciando però sul campo la tragica realtà di oltre 60 morti di cui il dibattito pubblico continentale si è già frettolosamente dimenticato. In questo scenario, la decisione di diversi governi europei, Italia in testa, di ventilare una immediata sospensione del trattato di Schengen con la Spagna rappresenta l’atto più deleterio e miope che l’Europa potesse compiere in questo preciso momento storico.
Invece di decodificare una complessa strategia geopolitica, la politica continentale si è ripiegata in una disputa fratricida tra capitali, reagendo con il colpire un partner comunitario e ignorando la natura di “minaccia ibrida” perpetrata da Stati terzi che usano la disperazione umana come arma di ricatto diplomatico, segno evidente che l’Europa è ormai ostaggio delle sue stesse scelte sulle politiche migratorie. Bruxelles si è infatti appiattita sul dogma dell’esternalizzazione delle frontiere, illudendosi che delegare la difesa dei confini a regimi illiberali garantisse una duratura stabilità, laddove ha invece consegnato alle autocrazie una micidiale leva di pressione politica in un’epoca di profonda anarchia globale e di ritorno alle logiche egemoniche dei nuovi imperi, le cui radici affondano nel forte sostegno concesso al Marocco dalle amministrazioni americane orientate sulle politiche del movimento Maga.
Fin dal dicembre del 2020, con l’adesione di Rabat agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, Washington ha unilateralmente riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola occupata all’ottantuno per cento dalle forze del Regno alawita, alterando i fragili equilibri del Maghreb e inasprendo lo scontro con il Fronte Polisario e con l’Algeria. La Spagna del premier Pedro Sánchez si è trovata sospesa su un instabile pendolo diplomatico: dopo aver ceduto nel 2022 alle pressioni di Rabat appoggiando il piano di autonomia marocchino pur di tutelare le enclavi, Madrid ha recentemente tentato un necessario riavvicinamento strategico ed energetico con Algeri.
Così è derivata la mossa dell’allentamento immediato dei controlli alla frontiera da parte del Marocco, forte del ruolo di pivot d’Africa: è stata una risposta automatica a qualsiasi deviazione diplomatica europea, dimostrazione di come il flusso migratorio possa essere aperto o chiuso come un rubinetto negoziale. Ma tutto questo non è stato preso in considerazione in Europa e piuttosto ha fatto comodo accusare solo il governo di Madrid di aver alimentato irresponsabili politiche di accoglienza. La miglior risposta ai leader che hanno accusato la Spagna di demagogiche politiche incontrollate è arrivata direttamente dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il quale ha voluto ristabilire la realtà dei fatti: “La solidarietà e l’empatia sono opzionali. Il rispetto dei trattati europei e dei dati, no”. Brandendo le statistiche ufficiali fornite dall’agenzia Frontex, Sánchez ha dettagliato con esattezza il numero complessivo degli ingressi irregolari registrati nel periodo compreso tra il 2021 e il 2026: 478.600 attraverso l’Italia, 340.600 lungo la rotta dei Balcani occidentali, 259.800 dalla Grecia e 224.750 dalla Spagna, numeri che ridimensionano la retorica emergenziale contro Madrid.
Era inevitabile dunque il monito del premier spagnolo: “Non è tempo di dividere. È tempo di continuare a costruire un’UE forte e unita”. Di fronte a questa realtà, occorre un radicale cambio di paradigma che superi la sterile dicotomia tra la chiusura emergenziale e la cinica esternalizzazione, poiché una politica migratoria davvero realistica e lungimirante esige che l’Unione Europea smetta di subire la Realpolitik altrui e torni a scrivere la propria politica. Occorre l’istituzione di corridoi di accesso legali, sicuri e strutturati, capaci di sottrarre alle reti criminali e ai regimi ricattatori il monopolio della mobilità umana, uniti a un vero piano di partenariato economico paritario e di sviluppo condiviso con i paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana, slegato dalla mera logica neocoloniale o del gendarme di frontiera.
Che senso ha aver parlato del Piano Mattei senza poi tradurlo in pratica, con una visione che davvero crei occasioni di lavoro per chi sull’altra sponda del Mediterraneo sopravvive agli stenti e ancora vede i Paesi europei come sola speranza di crescita personale e familiare? Al contempo, diviene imprescindibile una gestione centralizzata e interamente comunitaria del diritto d’asilo, che sollevi i singoli Stati confinari del Mediterraneo dal peso esclusivo dell’accoglienza e metta fine ai veti dei nazionalismi interni, non solo per un’esigenza pragmatica, ma per un preciso orizzonte etico che non può dimenticare la storia delle nostre migrazioni del Novecento.
Da Ceuta è giunta una lezione profonda: quando l’essere umano viene ridotto a un’arma non convenzionale per fini geopolitici, a crollare sotto i colpi del ricatto non sono i muri di confine, ma la dignità stessa e la civiltà dell’intero continente europeo. È il momento di dire basta alla propaganda elettorale alimentata sulla ‘logica del nemico’ contro i migranti. I leader europei devono dare risposte concrete ad un’altra domanda: come porre le basi per restituire unità di intenti e dignità, all’Europa e all’umanità.
*Maurizio Delli Santi è membro dell’International Law Association
(AGI) – E’ bagarre nell’Aula della Camera, con la tensione che sale tra FdI e M5s. I deputati pentastellati protestano durante l’intervento di Alice Bonguerrieri di FdI che replica alle parole del capogruppo M5s Riccardo Ricciardi.
Tema del contendere l’audizione di Giuseppe Conte in commissione Covid: oggi il leader pentastellato si e’ dimesso da commissario per poter essere audito, ma il presidente della Commissione Lisei ha sconvocato sia la seduta di domani (quando si sarebbe dovuta svolgere l’audizione) che quella di dopodomani a causa delle votazioni nelle Aule di Camera e Senato.
Per FdI Conte “scappa” perche’ sapeva della impossibilita’ di svolgere l’audizione ma non ha indicato delle date alternative. Per M5s e’ invece FdI che non dice la verita’. Il presidente di turno Sergio Costa prima richiama all’ordine tutto il gruppo M5s, poi di fronte al proseguire delle proteste, scatenate dalla deputata FdI che continua a chiamare il leader M5s “Giuseppi”, e’ costretto a sospendere la seduta.
(ANSA) – Fratelli d’Italia scende sotto il 27% (26,7%), facendo registrare uno dei peggiori risultati dell’intera legislatura e risultando il partito calato di più nel periodo tra il 16 e il 29 luglio (- 0,3%). A crescere è ancora Futuro nazionale, con il partito di Vannacci che fa registrare un +0,6% che gli permette di sfondare quota 7%, staccando ancora Lega e Avs.
Questi i risultati dell’ultima Supermedia Youtrend per SkyTg24. Gli altri partiti nel periodo di riferimento rimangono invece per lo più stabili, con il Pd fermo al 21,2%, il M5S in lieve crescita al 13 (+0,2%, secondo dato migliore dopo quello di Fnv). Forza Italia rimane saldamente quarto partito nazionale con una media dell’8%, con un vantaggio di un punto percentuale sui futuristi.
Leggera flessione per Avs al 6,4% (in calo dello 0,1), mentre è da segnalare lo stop della perdita di consensi della Lega, stabile al 5,9%. Tra i partiti di centro, Azione rimane al comando con il 3,1%, seguita da Italia viva al 2,3% e da +Europa all’1,4.
Chiude le rilevazioni Noi moderati, che fa segnare un calo di 0,2 punti percentuali e si arresta all’1%. Sul fronte delle coalizioni, per la seconda volta di fila il centrodestra (quindi escluso Futuro Nazionale) nella supermedia non raggiunge il 42% di consensi (si ferma al 41,6), soglia minima prevista dallo Stabilicum per accedere al premio di maggioranza.
Campo Largo stabile complessivamente al 44,3%, con un margine di quasi tre punti sull’attuale coalizione di governo
NOTA METODOLOGICA: La Supermedia Youtrend/AGI è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 16 al 29 luglio, è stata effettuata il giorno 30 luglio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati.
I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Demopolis (data di pubblicazione: 29 luglio), EMG (24 luglio), Ipsos (25 luglio), SWG (20 e 27 luglio) e Youtrend (24 luglio).
La segretaria del Partito democratico risponde al presidente del Movimento 5 Stelle su Ucraina e primarie

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – “Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. Elly Schlein stoppa Giuseppe Conte. La segretaria del Pd non ha preso bene la fuga in avanti dell’alleato cinquestelle sul nodo Ucraina che, ha annunciato ieri, “faremo decidere agli italiani”, anteponendo i gazebo per individuare il candidato premier all’intesa sui punti programmatici.
“Ma adesso non perdiamoci in discussioni tra di noi”, ha spiegato la leader dem al Tg3, “concentriamoci sui fallimenti di questo governo e sulle nostre proposte concrete, come quella che abbiamo firmato tutti sul congedo paritario, per sostenere milioni di famiglie italiane con cinque mesi pagati al 100% per entrambi i genitori”.
Non è l’unica reazione quella di Schlein. Già in mattinata il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, aveva osservato che “in tutto il mondo ci sono due sinistre, con idee diverse sull’economia, la politica estera, l’energia. Ci sono da sempre gli Obama e i Sanders, i Biden e le Ocasio-Cortez. E le primarie servono a decidere candidato e sensibilità programmatiche. Il nodo è che il giorno dopo nessuno si può tirare indietro, chiunque vinca. Perché dall’altra parte c’è Trump in America come Meloni in Italia. Ci sono due idee di sinistra. Andiamo alle primarie e che vinca il migliore. Con un patto di ferro da sottoscrivere prima: il giorno dopo tutti insieme. Altrimenti non sono primarie ma è una presa in giro”.
Ma sulla sua opinione Renzi non si nasconde dietro a un dito: “E a chi mi scrive ‘io non condivido le idee di Conte’, rispondo: nemmeno io. Sull’Ucraina non mi pare che siano molto diverse da quelle di Salvini. Ma in democrazia ci si confronta e ci si misura. Le nostre idee si difendono ai gazebo, non coi proclami. Noi siamo pronti alle primarie. E soprattutto vogliamo vincere le secondarie per evitare Meloni al Quirinale, Salvini al Viminale e Vannacci premier”.
Più netto da Avs Nicola Fratoianni: “Che siano posizioni diversi su alcuni temi è noto ed è normale all’interno di una coalizione. Ma le primarie, o le eventuali primarie, non possono diventare lo strumento che stabilisce il programma. Non siamo mica nel presidenzialismo. Non è che chi vince le primarie stabilisce il programma dell’intera coalizione”. Piuttosto, aggiunge il co-leader di Avs, “a settembre vediamoci per fare sintesi, concordare un programma. Di questo questo passo, ci arriviamo dopo le elezioni politiche”.
E anche per il co-portavoce di Avs, Angelo Bonelli, la linea è netta: la priorità sono “i programmi, non le persone. Gli italiani non ci chiedono di discutere di candidature, ma di dare risposte alla crisi climatica, agli stipendi bassi, alla sanità pubblica e al caro vita. Prima decidiamo tutti insieme il programma, poi il leader ne sarà l’espressione”.

(Paolo Giuliodori – lafionda.org) – Chiariamo fin da subito a quale sovranità mi riferisco: quella dell’individuo. Le nuove tecnologie sono infatti in grado di conoscere ed influenzare nell’intimo l’essere umano. È un discorso molto antico, in molte tradizioni spirituali, emerge la figura di un essere umano che si deve liberare dai condizionamenti, dalle proprie distorsioni, dalle proprie percezioni limitate. In questa epoca digitale, gli strumenti di condizionamento e distorsione sono diventati molto potenti, pervasivi e profondi. La possibilità di raccogliere ed elaborare una quantità di dati smisurata sul singolo individuo permettono una profilazione precisissima. La costante interazione con strumenti digitali abilita una efficace manipolazione di azioni, pensieri ed emozioni. Si è raggiunto un livello di alienazione dell’individuo mai visto nella storia umana. Solitamente lo stato mentale in cui siamo durante l’interazione con i vari strumenti digitali è quello di alienazione. Spesso finiamo nel doomscrolling (scorriamo le app dei nostri social in modo passivo e per lungo tempo) che ci porta ad allontanarci da noi stessi, a perdere la concezione del tempo e a finire in uno stato di fatica mentale per gli innumerevoli stimoli ricevuti.
Dall’altro lato, le ultime tecnologie, come gli LLM, favoriscono il cosiddetto scarico cognitivo, ne consegue un degrado cognitivo individuale e collettivo. Siamo sempre più portati a “chiedere a ChatGPT”, a cercare una risposta pronta senza sforzo, senza tentativi, senza errori. Il problema non è tanto chiedere ad un chatbot, ma è acquisire la sua risposta come fosse verità assoluta senza metterla in discussione e ragionarci sopra. Su molte questioni pratiche può anche andar bene, ma su temi più politici/sociali/filosofici ed in generale di riflessione rischiamo di essere pesantemente condizionati. Siamo sempre più in difficoltà nel leggere la realtà intorno a noi e darne una interpretazione coerente e significativa. Il mondo della post-verità ci avvolge, il limite tra verità e fakenews si è talmente assottigliato che è scomparso, non ci interessa più discriminare il vero dal falso, siamo rassegnati, non riusciamo a stare dietro al numero ed alla complessità delle informazioni che riceviamo.
C’è un altro aspetto non meno importante, quello della socialità. Nel corso degli ultimi decenni, in preda alla narrazione del “bastare a sé stessi”, le relazioni tra essere umani sono state distanziate, si è entrati in una spirale di individualismo. I social network hanno accelerato questa tendenza che si completa con chatbot, agenti “intelligenti” e simili. In fondo, l’altro ti altera, è meglio tenerlo a debita distanza. La paura di essere contagiati, e quindi di morire, del periodo Covid è stata un ulteriore elemento di distacco dal prossimo, si ottiene quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama “espulsione dell’Altro”1. È sempre più difficile aprirsi, interagire e fare comunità, di conseguenza anche fare politica (vera).
Nulla è perduto, anzi, nelle profondità dell’essere umano c’è un anelito alla libertà, spesso inascoltato. Cercare una libertà presuppone un lavoro molto faticoso: di scavo, di lotta, di abbandono di finte certezze. Essere liberi vuol dire anche prendersi la responsabilità delle proprie azioni, spesso preferiamo lasciarci teleguidare, non si rischia di sbagliare, di essere criticati, di finire fuori dal gruppo/branco. Questa spinta alla libertà comunque rimane, possiamo soffocarla (soffrendo) o decidere di perseguirla. In questo le nuove tecnologie, volgarmente chiamate “intelligenza artificiale”, possono esserci di aiuto. Partiamo proprio dalla loro impropria definizione: intelligenza. Che cosa vuol dire essere intelligenti? Domanda alla quale è molto difficile rispondere univocamente, ci sono innumerevoli sfumature e accezioni. Le macchine sono davvero intelligenti? La risposta è sì, se riduciamo l’intelligenza a una abilità logico-matematico-statistica. Se invece intendiamo l’intelligenza come intuizione e sensibilità allora questa è una proprietà solo dell’essere umano incarnato (l’IA può avere certamente un surrogato). Su questo rimando al bellissimo libro “Antropo-logos” di Giovanni Amendola2.
È fondamentale acquisire una lucidità di pensiero che ci permetta di usare gli strumenti digitali e di non essere usati. È indubbio che l’interazione con LLM o simili può amplificare e consolidare la nostra riflessione, questi sistemi infatti possono fungere da stimolanti del pensiero. Come dimostrato da vari studi, se nell’utilizzo abbiamo un approccio attivo di apertura e analisi critica dei contenuti che ci vengono restituiti, le nostre capacità cognitive vengono potenziate, aumenta proprio l’attività del cervello e la creazione di nuovi percorsi cerebrali. Se invece manteniamo un approccio passivo, ci instradiamo verso il degrado cognitivo di cui parlavo sopra. Lo stesso vale per i social network, se scrolliamo, cadiamo nell’alienazione, se li utilizziamo come strumenti di creazione e comunicazione, possono essere molto potenti.
Stiamo vivendo una stretta, il tentativo è quello di accerchiare l’individuo, alienarlo e condizionarlo nella sua intimità. Si cerca di distruggere l’autonomia e la capacità epistemica, ovvero la capacità di conoscere il mondo, e quindi la capacità di azione politica dell’essere umano. Qui torniamo al concetto iniziale di sovranità, possiamo dirci realmente liberi? Si sta combattendo una sorta di guerra cognitiva invisibile, non tanto verso un nemico, ma verso una figura di essere umano realmente libera ed autentica che ognuno di noi custodisce. Possiamo vedere questa guerra come una grande opportunità di conoscere come funziona l’essere umano, di conoscerci: i nostri automatismi, le nostre ferite, i nostri talenti. Un’opportunità di rifondare la nostra lotta politica su un terreno veramente solido: quell’anelito alla libertà, alla giustizia, alla gioia.
Riferimenti:
Il leader del M5s scrive una lettera al presidente della Camera Lorenzo Fontana. “Spetterà a me, finalmente, parlare in modo da spazzare via tutto il fango”, commenta Conte

(ilfattoquotidiano.it) – Giuseppe Conte ha rassegnato le proprie dimissioni da componente della Commissione Covid, in vista dell’audizione fissata alle ore 9:30 di martedì. La notizia era attesa e il leader del Movimento 5 stelle l’ha ufficializzata sui social postando anche la lettera inviata al presidente della Camera Lorenzo Fontana. “Spetterà a me, finalmente, parlare in modo da spazzare via tutto il fango“, ha commentato Conte invitando a seguire il suo intervento in diretta streaming sui suoi canali.
Nella lettera destinata al presidente di Montecitorio, Conte conferma la sua disponibilità a essere audito: una disponibilità, sottolinea, “già anticipata nell’ottobre del 2024, del 27 giugno 2026 e, da ultimo, del 6 luglio 2026“. Le dimissioni dalla carica di membro della Commissione sono finalizzate a “evitare ogni possibile situazione di incompatibilità“, scrive ancora.
L’audizione di Conte in qualità di testimone – da ex presidente del Consiglio all’epoca della pandemia – sarà un momento cruciale dopo uno scontro che da mesi contrappone Fratelli d’Italia all’ex premier e ai Cinque Stelle sulla gestione dell’emergenza Covid. “I disertori di ieri sono diventati i leoni di oggi, martedì ne vedremo delle belle“, aveva preannunciato domenica Conte intervistato alla manifestazione “PiazzAsiago”.
Il leader del M5s potrà affrontare così tanti temi, a partire da quello più contorti per i meloniani: cioè la transazione da 100 milioni tra lo stato e la Jc Electronics Italia, la società dell’imprenditore Dario Bianchi. Si tratta dello stesso Bianchi che in commissione Covid ha accusato l’allora governo Conte per la gestione della pandemia, indicando l’avvocato Luca Di Donna – ex collega di studio di Conte – come il mediatore che gli avrebbe proposto di agevolare le commesse in cambio di una percentuale. L’imprenditore, ospite più volte degli eventi del partito di Giorgia Meloni, aveva fatto causa allo Stato per un mancato appalto per la fornitura delle mascherine. E dopo aver vinto in primo grado, ha ottenuto la transazione di cento milioni, stanziati dal governo con un decreto ad hoc nell’ottobre scorso: prima che la Corte d’Appello si pronunciasse sulla richiesta di sospensione della sentenza. Transazione firmata il 31 ottobre del 2025 all’insaputa della commissione stessa: la notizia è divenuta di dominio pubblico solo lo scorso 2 luglio, come comunicato in Parlamento dal ministro della Salute Orazio Schillaci che ha risposto a un’interrogazione dei senatori del Partito democratico.
Domani, pertanto, Conte andrà al contrattacco e, secondo il Movimento 5 stelle, l’audizione potrebbe trasformarsi in un “boomerang per Fdi”.

(facebook) – La lettera aperta a Giorgia Meloni è un capolavoro. Smaschera in modo chiarissimo il tentativo della destra di governo di strumentalizzare la vicenda di Ceuta. Vi invito a leggerla…
“Cara Giorgia,
a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio.
Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri.
Menti sapendo di mentire.
Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina.
Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto.
I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra.
Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.
Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump.
Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca.
Te lo dico in breve:
1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale.
2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci.
3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini.
Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari.
Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri.
Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X.
Questo non è governare.
Questo è sciacallaggio.
Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea.
Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco.
Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione.
Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre.
I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia.
Loro no.
È l’unica differenza.
Una madre lo sa.
Da cristiana non ne parliamo neanche.
Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera.
Non quella retorica dei tuoi tweet.
Ti chiediamo una cosa sola: smettila.
Smettila di mentire agli italiani sulle cause.
Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump.
Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali.
E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre.
E sei cristiana.”

Agostino Sella, Associazione “Don Bosco 2000”, scrive a Giorgia Meloni. La sua lettera dopo i gravi fatti di Ceuta. Il comunicato integrale di Agostino Sella:
(radioluce.it) – 2 Agosto 2026 – “Cara Giorgia, a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio. Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire. Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina. Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto. I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra. Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità. Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico che continui a difendere.
Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve: 1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale. 2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci. 3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini. Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari. Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati.
E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X. Questo non è governare. Questo è sciacallaggio. Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea. Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione. Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella retorica dei tuoi tweet. Ti chiediamo una cosa sola: smettila. Smettila di mentire agli italiani sulle cause. Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump. Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana”. GAETANO MILINO
La protesta dei rappresentanti pentastellati sul caso delle conversazioni tra l’ex sottosegretario e Mauro Caroccia

(lespresso.it) – A qualche ora dalla riunione della Giunta per il regolamento della Camera, che dovrà esprimersi sulla possibilità o meno da parte di un’altra Giunta – quella per le autorizzazioni – di visionare le conversazioni tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, torna la protesta del Movimento 5 stelle in Aula. I deputati e le deputate pentastellate hanno esposto due striscioni con scritto “Fuori le chat” e “Aprite subito la cassaforte”.
Il riferimento è a quanto successo alla fine della scorsa settimana, quando il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha fatto chiudere la cassaforte contenente il cd con le conversazioni tra l’ex sottosegretario e l’uomo ritenuto essere dagli inquirenti prestanome del clan Senese, dopo che il presidente della Giunta per le autorizzazioni, Devis Dori di Avs, aveva invece disposto che i componenti dell’organismo potessero prendere visione della documentazione. Il Movimento 5 stelle torna a chiedere “trasparenza per far sì che emergano tutte le informazioni utili per la magistratura che sta indagando sul clan Senese”.
“Ma cosa c’è scritto in quelle chat? È incredibile quello che state facendo per coprire quello che Delmastro ha detto e scritto con Caroccia – ha attaccato in Aula il capogruppo 5 stelle Riccardo Ricciardi -. Chi è Caroccia? Caroccia è stato condannato per essere il prestanome della famiglia Senese” che “è la famiglia camorristica che controlla il traffico di droga”. “Questo è il personaggio con cui il nostro sottosegretario aveva conversazioni. E voi parlate di legalità? La presidente Meloni deve rendere conto di tutto questo”.
“Il presidente della Giunta per le autorizzazione Devis Dori non ha potuto accedere alla documentazione che riguarda il caso Delmastro, così gli altri colleghi della Giunta, per volontà del presidente della Camera, che aveva mandato i documenti alla Giunta stessa. La decisione in merito alla richiesta della Procura di Roma di essere autorizzata alla visione dei messaggi nell’ambito di una indagine molto importante verrà così presa al buio. Chiediamo al presidente Fontana di rendere conto di questa decisione, un vero e proprio alt che limita fortemente le prerogative del presidente Dori e di tutti i membri della Giunta, non è tollerabile questa situazione che non ha precedenti”, così in Aula la capogruppo di Avs alla Camera Luana Zanella.
“È gravissimo l’attacco alle prerogative dei parlamentari”, “ci dispiace che questa destra stia riuscendo con questa azione di pressione politica a condizionare anche l’azione del presidente della Camera – ha detto il deputato del Pd Federico Gianassi -. La Camera è chiamata a scegliere tra tutelare la riservatezza dei messaggi che un sottosegretario si è scambiato con una persona condannata per reati di mafia o l’interesse delle istituzioni a perseguire i reati di mafia. E’ questa la posta in gioco”, “se la destra, FdI e Meloni decidono che bisogna tutelare la segretezza di quella conversazione a costo di sacrificare un procedimento contro la mafia, almeno non andassero più a celebrare Borsellino e i caduti per la mafia”, ha aggiunto.
A Santa Croce del Sannio per l’edizione 2026 di ScenAria
Peppe Barra rende omaggio a Enzo Moscato
con Lalla Esposito e Giuseppe Affinito
11 agosto, ore 21:15

Nel teatro all’aperto di piazza Aldo Moro a Santa Croce del Sannio, per l’edizione 2026 della rassegna “ScenAria” martedì 11 agosto, alle ore 21:15, Peppe Barra rende omaggio a Enzo Moscato interpretando con maestria uno dei suoi testi più emblematici.
Il noto attore porta in scena il genio del poeta e drammaturgo con “Spiritilli” coadiuvato da due straordinari interpreti, Lalla Esposito, storica presenza moscatiana, con cui Barra da anni condivide con grande successo la scena della “Cantata dei Pastori”, e il giovane talentuoso Giuseppe Affinito, legittimo e acclarato erede del succitato grande drammaturgo. I due lo accompagnano cimentandosi in estratti da “Festa al Celeste e Nubile Santuario” e da “Rondò”.
Con la sua straordinaria voce, Barra attraversa le parole di Moscato per l’edizione 2026 di “ScenAria”, la rassegna nata nel 2008 immaginata e realizzata da Angelo Cassetta e da Nicolina Zeoli, è sostenuta dal Comune e dalla Pro-Loco del borgo sannita. Con questo nuovo appuntamento Santa Croce del Sannio si conferma luogo di cultura condivisa.
“Spiritilli” racconta l’incontro tra il mondo umano e familiare con l’elemento mitico e favoloso che da sempre, a Napoli, abita cuori e case. Una storia di fantasmi e presenze che visitando le esistenze degli umili e dei diseredati le arricchiscono di visioni e rivelazioni, ma al tempo stesso le sconvolgono conducendole verso un esito dirompente.
In “Festa al Celeste e nubile santuario” la scena si concentra su un vicolo e su un basso napoletano, dove prendono forma le vite di “insolite” sorelle nubili, ritratte in una quotidianità ripetitiva e apparentemente banale. Un’esistenza sospesa, riscattata soltanto da un culto esasperato per la Vergine Immacolata e dalla rigidissima morale etico-sessuale che ne governa gesti e destini. “Rondò” racconta il sogno e il desiderio di riscatto che, durante la dominazione francese e spagnola, faceva delle donne di Napoli ignare eroine delle battaglie, che venivano poi, puntualmente disilluse e offese dall’invasore di turno. La composizione drammaturgica è curata da Claudio Affinito da sempre direttore della compagnia teatrale “Enzo Moscato”, la produzione è di “Casa del Contemporaneo”.
Un appuntamento unico, che celebra la parola poetica e teatrale di Enzo Moscato e il suo straordinario immaginario sospeso nello spazio e nel tempo.
L’evento è ad ingresso libero fino ad esaurimento posti.

(Tommaso Merlo) – Che paesi sul lastrico come l’Italia buttino via una marea di soldi per missioni militari all’estero, è davvero uno scandalo. In tempi di vacche magre si riducono le spese superflue, vale per una famiglia come per un paese gestiti da persone responsabili. E le missioni miliari all’estero sono uno degli sprechi di soldi pubblici più palesi ed indigeribili. Basti pensare alla mitica missione militare nel Sud del Libano che da quasi mezzo secolo assiste a guerre e invasioni e ultimamente perfino ad un genocidio senza muovere un dito. E che dire della missione di pace in Afghanistan, vent’anni di occupazione per poi ridare il paese ai Talebani su un piatto d’argento o del bordello iracheno e dello stallo kosovaro. Decenni in cui comunque sono girati un sacco di soldi per le armi, gli equipaggiamenti, la logistica ed ovviamente generosi stipendi per tutti gli eroici protagonisti. Ma la missione militare in Arabia Saudita sembra batterle tutte, militari italiani a difesa del regime più retrogrado e misogino del pianeta, una distesa di sabbia su cui fantomatiche monarchie retaggio del peggiore colonialismo impongono ai loro schiavi regole da medioevo mentre gli sceicchi appena possono salgono sui loro jet privati e vanno a fare gli sporcaccioni nelle capitali occidentali. Ma si sa, non conta quello che c’è sopra la sabbia ma quello che c’è sotto. Mari di oro nero e nuvole di gas che servono a far funzionare il lunapark capitalistico. Scopo della missione italiana quella di difendere i cieli dell’Arabia Saudita dall’Iran. Peccato che quella all’Iran sia una aggressione illegale perpetrata dagli americani su ordine della mafia sionista, una aggressione che calpesta il diritto internazionale anche nel modo in cui si combatte visto il bombardamento di scuole ed ospedali. Oramai siamo una colonia degli Stati Uniti che sono una colonia di Israele e alla faccia dell’articolo 11 della Costituzione i governanti italioti si ostinano a credere nella guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma c’è di più. I militari italiani sono stati mandati tra le dune per aiutare l’Arabia Saudita a proteggersi da missili e droni. Peccato che l’Iran da mesi colpisce come e quando e dove vuole e non solo in Arabia Saudita ma in tutta l’Asia Occidentale e questo per il semplice fatto che i suoi missili e droni sono tecnologicamente superiori ai costosissimi sistemi di difesa Made in USA come i Patriot ed i Thaad e ferraglia simile. È cronaca dal fronte. L’Iran ha devastato tutte le mega basi militari americane sparse nella regione, basi in teoria super protette coi Marines costretti a scappare a gambe levate. I droni iraniani non li vedono neanche mentre i missili di ultima generazione cambiano rotta in volo e sono precisi come punture. L’Iran ha poi distrutto miliardi di super radar e sistemi di allarme che hanno reso gli aggressori mezzi orbi. Non si capisce quindi cosa ci facciano in quell’inferno 700 soldati italiani, speriamo almeno qualcuno abbia comunicato a Teheran in che oasi si trovano per evitare finiscano nel mirino. Negli ultimi giorni poi, l’Arabia Saudita ha aggredito inspiegabilmente sia lo Yemen che l’Iraq, con gli Houthi che hanno risposto devastando come se nulla fosse una delle centrali petrolifere saudite più avanzate del mondo e chiuso lo stretto sul Mar Rosso alle petroliere saudite mentre da Baghdad si attende ancora la rappresaglia. Una escalation orizzontale alimentata dai deliri senili di Trump a loro volta aizzati da quelli ideologici sionisti. Hanno provato a distruggere l’Iran scaricandogli addosso il meglio degli arsenali americani per settimane, ma gli iraniani non hanno fatto una piega ed anzi si sono presi Hormuz e sono passati al contrattacco. Trump ha minacciato l’ennesimo infermo ed invece all’ultimo minuto ha fatto di nuovo il coniglio. Oltre che gli arsenali vuoti e le palle piene degli americani, a fermarlo sono stati i suoni generali a corto di piani e gli sceicchi terrorizzati che l’Iran risponda pan per focaccia radendo al suolo le loro centrali elettriche facendoli finire tutti cotti al forno. Secondo alcuni analisti, quella con l’Iran si prefigura come una sconfitta peggiore di quella del Vietnam perché porterà la fine dell’egemonia americana ed un effetto domino anche economico devastante. E non si capisce cosa diamine ci faccia l’Italia a fianco di un impero decadente e di uno stato genocida, a buttare via soldi mentre i cittadini faticano a mantenere i loro figli. Ma ormai le decisioni belliche vengono prese lontano dai cittadini, come se la guerra fosse un affare di stato che non li riguarda. Peccato che la guerra viene finanziata coi soldi dei cittadini e se a furia di giocare col fuoco scoppierà un conflitto mondiale, saranno quei figli che faticano a mantenere a finire in trincea. Le missioni miliari all’estero sono uno degli sprechi di soldi pubblici più palesi ed indigeribili e dato che l’articolo 11 della Costituzione non è ancora stato abolito, sarebbe ora che i governanti italioti di turno si decidano a rispettarlo.
Dai dati del bilancio 2025 la ‘cassaforte’ della destra italiana possiede 30 mln di immobili e oltre 27 mln di titoli di Stato. Giordano: “Rafforzata presenza nella vita politica del centrodestra”

(Vittorio Amato – adnkronos.com) – Oltre al ‘tesoro’ dell’ex Movimento sociale italiano, formato prevalentemente da immobili del valore di circa 30 milioni di euro e più di 27 milioni di euro in Fondi di deposito bancario e soprattutto in titoli di Stato italiani, custodisce il patrimonio culturale dei ‘patrioti’, a cominciare dal simbolo della Fiamma tricolore, e possiede il 100 per cento del quotidiano ‘Secolo d’Italia’. Stiamo parlando della Fondazione Alleanza Nazionale, costituita il 18 novembre 2011 con apposito rogito notarile. Qualcuno l’ha ribattezzata la ‘cassaforte’ della destra italiana. Qualcun altro il ‘forziere’ di Giorgia Meloni, perché pur non essendoci con Fratelli d’Italia un legame propriamente giuridico, resta quello di carattere strettamente politico, visto che il partito della premier di fatto affitta a prezzi di mercato vari immobili di prestigio del suo ‘portafoglio case’. Non solo. La vicinanza con la premier è anche ‘fisica’ e ‘familiare’. La Fondazione ha i suoi uffici e l’archivio in via della Scrofa 39, stesso luogo della sede nazionale dei ‘meloniani’, e nel suo organigramma (come componente del cda), dalle ultime politiche, c’è anche la sorella della presidente del Consiglio, Arianna Meloni. Nel cda compaiono i nomi dei big di FdI, tanti sono parlamentari di lungo corso: da Ignazio La Russa (‘autosospeso’ da quando è diventato presidente del Senato) a Roberto Menia, da Fabio Rampelli, a Italo Bocchino, attuale direttore editoriale del Secolo d’Italia. Ma ci sono anche figure di spicco di altri partiti di centrodestra, come l’azzurro Maurizio Gasparri, senatore di Fi e a capo della commissione Esteri-Difesa di P.Madama. Secondo l’ultimo bilancio chiuso il 31 dicembre 2025 e pubblicato online, la Fondazione, presieduta da Giuseppe Valentino, presenta un ‘disavanzo di esercizio’ pari a 116mila 931 euro, ma non c’è un allarme conti. Anzi, il ‘passivo’, assicura Valentino, si è ridotto di oltre l’80 per cento, per effetto soprattutto della scelta di reinvestire in titoli di Stato, specialmente Btp, secondo una precisa scelta ‘patriottica’.
Oltre al ‘tesoro’ dell’ex Movimento sociale italiano, formato prevalentemente da immobili del valore di circa 30 milioni di euro e più di 27 milioni di euro in Fondi di deposito bancario e soprattutto in titoli di Stato italiani, custodisce il patrimonio culturale dei ‘patrioti’, a cominciare dal simbolo della Fiamma tricolore, e possiede il 100 per cento del quotidiano ‘Secolo d’Italia’. Stiamo parlando della Fondazione Alleanza Nazionale, costituita il 18 novembre 2011 con apposito rogito notarile. Qualcuno l’ha ribattezzata la ‘cassaforte’ della destra italiana. Qualcun altro il ‘forziere’ di Giorgia Meloni, perché pur non essendoci con Fratelli d’Italia un legame propriamente giuridico, resta quello di carattere strettamente politico, visto che il partito della premier di fatto affitta a prezzi di mercato vari immobili di prestigio del suo ‘portafoglio case’. Non solo. La vicinanza con la premier è anche ‘fisica’ e ‘familiare’. La Fondazione ha i suoi uffici e l’archivio in via della Scrofa 39, stesso luogo della sede nazionale dei ‘meloniani’, e nel suo organigramma (come componente del cda), dalle ultime politiche, c’è anche la sorella della presidente del Consiglio, Arianna Meloni. Nel cda compaiono i nomi dei big di FdI, tanti sono parlamentari di lungo corso: da Ignazio La Russa (‘autosospeso’ da quando è diventato presidente del Senato) a Roberto Menia, da Fabio Rampelli, a Italo Bocchino, attuale direttore editoriale del Secolo d’Italia. Ma ci sono anche figure di spicco di altri partiti di centrodestra, come l’azzurro Maurizio Gasparri, senatore di Fi e a capo della commissione Esteri-Difesa di P.Madama. Secondo l’ultimo bilancio chiuso il 31 dicembre 2025 e pubblicato online, la Fondazione, presieduta da Giuseppe Valentino, presenta un ‘disavanzo di esercizio’ pari a 116mila 931 euro, ma non c’è un allarme conti. Anzi, il ‘passivo’, assicura Valentino, si è ridotto di oltre l’80 per cento, per effetto soprattutto della scelta di reinvestire in titoli di Stato, specialmente Btp, secondo una precisa scelta ‘patriottica’.
”E’ importante evidenziare come il bilancio al 31 dicembre 2025 -scrive Valentino nella sua relazione gestionale- abbia registrato un abbattimento del disavanzo di esercizio di circa l’85% rispetto a quello osservato nell’anno precedente (da circa 775 mila euro è passato a quasi 117 mila euro), essenzialmente grazie da un lato agli effetti del riposizionamento degli investimenti mobiliari dai fondi ai titoli di Stato ed obbligazionari, con conseguente incasso di flussi cedolari regolari e sensibile riduzione di oneri e commissioni, e dall’altro grazie alle ottimizzazioni realizzate sugli importi relativi ai servizi editoriali e di gestione spazi”.
”Abbiamo rafforzato -assicura all’Adnkronos il deputato di Fdi Antonio Giordano, vicepresidente vicario della Fondazione- la presenza nella vita politica del centrodestra, attraverso eventi, iniziative e il rilancio del ‘Secolo d’Italia’, oggi tra i primi cento siti italiani di informazione online”. Il ‘Secolo’, rivendica, “è stato riportato al pareggio senza sacrificare posti di lavoro, mentre la razionalizzazione ha restituito il patrimonio immobiliare alla sua funzione, rendendolo profittevole”. E ancora: ”Le risorse sono state inoltre investite patriotticamente in titoli di Stato italiani. È stato infine restituito prestigio alla sala convegni tra Camera e Senato, che dalla prossima stagione produrrà reddito”. Questo “conferma che, a destra, la buona politica sa coniugarsi con una gestione efficiente”.
Analizzando i ‘numeri’, il totale del patrimonio netto è di 52 milioni 653mila 688 euro, solo le cosiddette ‘immobilizzazioni finanziarie’ arrivano a 49 milioni 437 mila 631 euro, di cui 18 milioni 708 mila 505 euro di ‘partecipazione in imprese’, 3 milioni 519 mila 327 euro di ‘crediti finanziari’ e ben 27 milioni 209 mila 799 euro di ‘altri titoli’. Non solo: la Fondazione può contare anche su una liquidità di oltre un milione di euro, per l’esattezza 1 milione 194mila 268 euro, e dispone di 228 mila 338 euro di ‘proventi’, dovuti ad ‘attività editoriali, manifestazioni, altre attività-arrotondamenti attivi’. Quanto alle passività, i debiti verso fornitori sono di appena 28mila 396 euro, mentre il costo per il personale è stimato in 235 mila 530 euro e quello per il ‘godimento di beni terzi’ (comprensivo di canoni locatizi) si ferma a 150 mila 071 euro. Le ‘attività istituzionali e iniziative’ sono costate 271mila 880 euro; circa 300 mila euro rientrano invece nella voce ‘spese ordinarie’.
Carte alla mano, il principale asset, dunque, è sempre rappresentato dagli immobili: appartamenti e palazzi, sedi di sezioni (la maggior parte periferiche) ma anche garage e scantinati (circa una settantina in tutto), terreni e fabbricati, disseminati sull’intero territorio nazionale, compresa la sede storica di via della Scrofa: tutti beni provenienti da contributi e risparmi dei militanti del vecchio Movimento sociale italiano. A tal proposito Valentino spiega, sempre nella sua relazione: ”Per quanto concerne la gestione dell’attivo patrimoniale deve primariamente essere ricordata l’attività espletata da ‘Italimmobili srl’, società completamente detenuta dalla Fondazione in cui è stata fatto confluire nel tempo la proprietà della quasi totalità del nostro patrimonio immobiliare, che ha continuato ad operare nella gestione oculata dei propri flussi di spesa, ad esercitare una costante attività di salvaguardia, conservazione e valorizzazione degli immobili posseduti e ad individuare e cogliere le opportunità di messa a reddito del patrimonio con caratteristiche in linea e compatibili con le finalità culturali e sociali della Fondazione, procedendo nel complesso in un percorso di sana e prudente gestione che ha consentito di registrare anche nel 2025 un risultato di esercizio positivo”. In particolare, al 31 dicembre scorso ‘Italimmobili srl’ ha un capitale sociale di 1 milione 530mila euro e un patrimonio netto di 1 milione 468 mila 653 euro, mentre il valore delle partecipazioni detenute dalla Fondazione in questa società è pari a 18 milioni 621 mila 205 euro.
Sfogliando il bilancio si scopre poi che “nel corso dello scorso anno la ‘Italimmobili srl’ ha provveduto alla completa ristrutturazione, conclusasi ad inizio 2026, della sala convegni dello storico immobile di Roma dove hanno sede anche gli uffici della stessa Fondazione, realizzando una integrale riqualificazione degli spazi disponibili, e della relativa infrastruttura tecnologica, che ha reso gli ambienti molto più funzionali, moderni e pienamente rispondenti alle loro finalità istituzionali”. Nessun accenno viene fatto alle spese del restyling ma a quanto si apprende, sarebbe costato circa 300 mila euro. ”Nell’ambito delle attività di gestione del patrimonio mobiliare della Fondazione -racconta Valentino- è stato poi portato a conclusione il processo, attivato a suo tempo su mandato del Consiglio di amministrazione, di riposizionamento degli investimenti finanziari, allocati in precedenza su fondi a rischio contenuto gestiti da vari istituti di credito, su emissioni, con scadenze differenziate, di buoni del tesoro poliennali dello Stato italiano e di altri titoli obbligazionari, tutti in grado di garantire al contempo il rispetto del principio di prudente investimento delle disponibilità finanziarie, un rendimento del capitale investito in linea con le offerte più interessanti riscontrabili sul mercato e costi di intermediazione e gestione finanziaria del tutto contenuti”. Questa operazione di investimento che complessivamente consta di 27 milioni 209 mila 799 euro viene riportata nella nota integrativa del bilancio, alla voce ‘Altri titoli’ che “fa riferimento a un Fondo deposito presso Fideuram e a titoli di Stato”.
Altro asset della Fondazione è la srl ‘Secolo d’Italia’ (con un capitale sociale di 87mila 300 euro e un patrimonio netto di 2 milioni 198 mila 609 euro) che gestisce lo storico quotidiano di destra, disponibile solo nella versione online. ”II Secolo d’Italia Srl, di cui la Fondazione possiede la totalità delle quote -rimarca nella relazione gestionale Valentino- ed è la società editrice dell’ultimo giornale storico di area ancora operante, in continuità, nel panorama nazionale, ha, d’altra parte e come già accennato, continuato a mantenere e consolidare il posizionamento della testata nel segmento culturale di elezione (nel 2025 il giornale ha avuto circa 72 milioni di visualizzazioni e 14 milioni di utenti unici), rimanendo un punto di riferimento imprescindibile nel panorama dell’editoria del centrodestra e strumento fondamentale per il perseguimento delle finalità statutarie della Fondazione”. Nel “corso dello scorso anno”, ricorda Valentino, ”l’azienda ha attivato e gestito un corposo processo di restyling del sito web del giornale, conclusosi all’inizio di quest’anno, finalizzato non solo a migliorare e rendere più attraente l’aspetto grafico della testata ma anche alla creazione di un ambiente che, oltre alla mera lettura degli articoli proposti, rende possibile per l’utente l’acquisto sia di prodotti editoriali che di contenuti (foto, articoli, edizioni passate) presenti negli archivi storici della società, ii) completato un generale processo di assestamento organizzativo, successivo al piano di crisi dell’esercizio precedente, attraverso alcune promozioni interne e l’inserimento di nuove figure”.
“L’assetto finale”, sottolinea Valentino, “vede, in particolare, la presenza di due professioniste di comprovata esperienza e professionalità nel ruolo di vicedirettrici, configurazione che rappresenta con ogni probabilità un caso unico nel panorama dell’editoria italiana ) articolato un profilo di offerta del proprio prodotto editoriale che ha consentito di conseguire nell’anno una adeguata raccolta pubblicitaria”. Gli” effetti combinati di tali azioni, nonché della sensibile riduzione dei costi di gestione realizzata progressivamente nel tempo a seguito dell’attuazione di quanto previsto dal piano strategico aziendale, hanno portato la società a consuntivare anche nel 2025 un risultato di esercizio in sostanziale pareggio e a presentare un assetto economico, patrimoniale e finanziario stabile, sostenibile e giudicato, in costanza di vigenza delle previsioni di legge attualmente applicabili, mantenibile nel tempo”. La Fondazione vanta ‘crediti finanziari’ verso ‘Italimmobili srl’ per 3 milioni 519 mila 327 euro, nessuno invece, nei confronti di ‘Secolo d’Italia srl’.
Il recente viaggio di Pedro Sánchez ad Algeri è visto come la goccia che ha fatto traboccare un vaso invero già fragile. La città autonoma sarà il vero terreno di scontro nei prossimi mesi

(Andrea Lupi e Pierluigi Morena (Avvocati internazionalisti) – ilfattoquotidiano.it) – I 18 chilometri quadrati di Ceuta li percorri in poco più di 40 minuti. Un promontorio dove respiri precarietà, alla frontiera controlli serrati, recinti fortificati lungo ampi tratti di costa, in ormeggio al porto tante piccole imbarcazioni e una corvetta battente bandiera spagnola.
Che sia avamposto sospeso tra due mondi lontani che si guardano con sospetto lo avverti in ogni angolo di questa città vagamente decadente, dall’identità ibrida.
Ceuta si affaccia sullo stretto di Gibilterra, davanti all’Andalusia. Quando rientri in Marocco, via terra, ti aspettano gli stessi recinti, imponenti e minacciosi, una fila per controlli snervanti, desueti per noi europei. Nell’ultimo lembo di terra europea prima dell’alt della polizia di frontiera scorgi sulla collina verso est il barrio El Príncipe, un quartiere in stile magrebino fatto di casette colorate fatiscenti, è uno dei posti più pericolosi di Spagna dove regnano disoccupazione e gang violente che si battono per il controllo dello spaccio di stupefacenti.
Questo promontorio ha avuto un ruolo nella mitologia greca rappresentando la seconda colonna d’Ercole, il punto estremo della conoscenza. Politicamente il lembo fu portoghese, prim’ancora cartaginese, romano e arabo, dal 1668 fu ceduto dai lusitani e rimasto da allora sotto la Corona spagnola.
La città autonoma di Ceuta sarà il vero terreno di scontro nei prossimi mesi: ha rappresentanza, con Melilla, nel Parlamento di Madrid, ma Rabat considera entrambe residui coloniali e ne rivendica la restituzione. La politica spagnola fa orecchie da mercante di fronte alle pretese della Corona marocchina, ed anzi l’ultradestra di Vox mette al centro del suo programma politico la sovranità di Madrid su quegli antichi avamposti. La politica è però l’arte del possibile e, da qualche tempo, Muhammad VI ha due alleati potenti, gli Usa e Israele, ovvero i principali avversari di Pedro Sánchez. Trump e Natanyahu difficilmente dimenticheranno le posizioni assunte dal premier socialista sulle basi americane di Rota e Morón, negate all’uso per il conflitto contro l’Iran. Né lasceranno cadere nell’oblio le ripetute denunce con le quali Sánchez ha pubblicamente qualificato l’intervento a Gaza dell’IDF come genocidio.
Il Re del Marocco, da parte sua, è mosso dal cinismo, poco interessa il sacrificio di 70 giovani e più risucchiati dai flutti del Espigón. Quei disperati cercavano una speranza al di là del recinto, alcuni giunti sulla rocca scortati dalla Gendarmeria nazionale, convinti dai social che già nei primi metri oltre la frontiera avrebbero trovato ospitalità e accoglienza, lasciando alle spalle miserie e stenti. Accadimenti verificatisi poco prima che il monarca celebrasse la Festa del Trono, il 27° anniversario del suo regno, lì a pochi chilometri, nel palazzo di Tetuán un tempo occupato dall’Alto Commissario spagnolo all’epoca del Protettorato, senza che si sia fatta menzione alcuna dell’assalto che ha sollevato un polverone internazionale.
L’alleanza con Stati Uniti e Israele è il punto di forza del Marocco, divenuto membro del Board of peace per Gaza per volere di Trump e sottoscrittore degli storici Accordi di Abramo con lo Stato ebraico. Una fedeltà acritica che porterà i suoi frutti, un primo indizio si è registrato lo scorso aprile quando un report di una commissione del Congresso Usa ha ricordato come le enclavi di Ceuta e Melilla sono situate in territorio marocchino e rivendicate da Rabat. Analisti spagnoli in queste ore mettono in luce come il dossier è sul tavolo di Marco Rubio, lì dove autorevoli consiglieri del segretario di Stato spingerebbero per un sostegno deciso alle aspirazioni di Rabat.
Marocco e Spagna hanno vissuto tanti momenti di tensione politica e diplomatica, la questione del Sahara è carne viva, con la regione subsahariana, ex colonia spagnola, al centro di uno scontro che vede contrapposti sahariani indipendentisti del Polisario, sostenuti da Algeri, e Rabat che, di fatto, ha annesso i territori, ora con il pieno avallo di Trump e Netanyahu. Madrid ha giocato su più tavoli, dapprima sostenendo l’autonomia dell’ex colonia, poi abbandonando la questione del Sahara e rompendo relazioni con l’Algeria. Riprendere, dopo quattro anni, i rapporti con Algeri, l’arci-nemica di Rabat, ha dato la stura all’organizzazione dell’ondata migratoria dei 50mila disperati.
Dietro gli ultimi fatti si annida molta geopolitica, non è credibile pensare che l’assalto a Ceuta sia conseguenza della sentenza dell’8 luglio resa dal Tribunale Supremo di Madrid secondo cui sono illegittime le “devoluciones en caliente”, i rimpatri a caldo, se la frontiera è attraversata a nuoto. Né può immaginarsi che abbia avuto un ruolo la proposta di legge volta a concedere la nazionalità ai sahariani nati prima del 1976, quando la regione era una provincia iberica.
Alla crescente rete di contatti del Marocco fa da contraltare una Spagna fiacca con il dirimpettaio nord africano, è come se la politica spagnola fosse timorosa di disturbare la monarchia magrebina, sempre pronta ad usare come arma di ricatto il flusso irregolare di migranti. Non si sollevano proteste quanto il Regno del Marocco chiude unilateralmente le frontiere con Melilla, o quando cinge d’assedio le due enclavi impedendo ogni commercio nelle aree di confine. Né si protesta quando il Marocco autorizza la installazione di impianti di acquacoltura nelle acque contese prossime alle isole Chafarinas.
Una arrendevolezza che poteva avere giustificazione quando il Marocco guardava all’Africa, non ora che il regno di Muhammad VI volge lo sguardo verso Occidente e i potenti della Terra gli sono amici.
Taruffi, braccio destro di Schlein: «Prima dei gazebo va condiviso il programma»

(ALESSANDRO DI MATTEO – lastampa.it) – L’appuntamento di Napoli non è stato un eccesso di entusiasmo, e del resto nel Pd nessuno aveva più dubbi, dopo aver visto i manifesti “La guerra la paghi tu” che M5s ha preparato per la campagna estiva contro il «riarmo». Giuseppe Conte rilancia e, per certi versi, fa più male di quando alla prima manifestazione del “Campo largo” dell’8 luglio aveva detto che la Russia non rappresenta una minaccia tale da giustificare nuove spese militari. Stavolta va oltre, trasforma le primarie in un sorta di referendum tra il pacifismo, ovviamente rappresentato da lui, e il “bellicismo”, che quindi sarebbe la linea degli altri “competitor”, vale a dire al momento solo Elly Schlein.
Una sortita che manda in fibrillazione la minoranza Pd e che preoccupa la maggioranza che sostiene Elly Schlein, anche perché la frase di Conte diventa un assist che il centrodestra non manca di raccogliere, con Antonio Tajani e Tommaso Foti che maramaldeggiano sulle divisioni della sinistra in politica estera, omettendo di ricordare che loro hanno lo stesso problema con Matteo Salvini e con Roberto Vannacci. «Bisognerebbe che Conte chiedesse al Pd, il suo più grande alleato, se la pensa come lui: questa è la grande contraddizione che c’è a sinistra. Stare contro l’Ucraina vuol dire anche allontanarsi dall’Europa». Il leader M5s, aggiunge Tajani, «è libero di stare dalla parte dell’aggressore. Noi insieme a tutto l’Occidente, siamo dalla parte di chi è aggredito».
È il passaggio sulle primarie quello che fa scattare l’allarme: dopo aver chiarito che lui non voterà più invii di armi all’Ucraina Conte afferma che il nodo della politica estera «lo scioglieremo con le primarie. Faremo decidere gli italiani». Se vincerà lui, ha precisato, «il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale». Messa così, però, sembra che se invece vincesse qualcun altro il centrosinistra non lavorerebbe per la «soluzione negoziale». Ma se l’alternativa è così radicale, se si confrontano programmi antitetici, gli elettori dello sconfitto faticheranno a sostenere il vincitore, o la vincitrice.
Non a caso Igor Taruffi, braccio destro di Elly Schlein, veste come al solito i panni del pompiere: «Mi pare evidente – precisa – che il campo progressista dovrà concentrarsi prima nella stesura di un programma condiviso, consapevoli che non partiamo da zero ma dal lavoro comune fatto in questi anni in Parlamento». Insomma, la piattaforma programmatica deve essere comune per tutti. «Va da sé infatti – aggiunge Taruffi – che chi vincerà le primarie avrà l’onere e l’onore di guidare tutta la coalizione e non solo un singolo partito».
Chi non usa diplomazia è Giorgio Gori, che lancia un avvertimento: «L’alleanza sì, testardamente, ma non a qualunque costo». Per l’europarlamentare Pd «sostegno all’Ucraina e sicurezza dell’Europa non sono negoziabili. Chi oggi parla come Vannacci, e tira la corda, tenga presente». Simili le reazioni degli altri “riformisti” dem. «Bene – dice Lia Quartapelle – Si prenda atto che c’è chi vuole rompere la coalizione».
Filippo Sensi è più ottimista: definisce Conte «il Vannacci del campo largo» che «si agita, promettendo una agenda filorussa e giocando allo sfascio. Non ci riuscirà. Dovrà fare pippa (dovrà rinunciare, in romanesco, ndr)». Critici anche Simona Malpezzi e Piero Fassino. Carlo Calenda attacca: «Se il Pd esistesse ancora politicamente, dovrebbe sancire oggi la fine del campo largo o costringere questo populista opportunista a fare retromarcia. Ma faranno finta di nulla. Come sempre».
Ma anche Sandro Ruotolo, europarlamentare, sostenitore della segretaria, sembra preoccupato: «È chiaro che bisogna smussare». I gazebo non possono essere una conta tra visioni opposte «non si va con lo scontro alle primarie, devi prima definire una base condivisa, valorizzare i punti in comune». Ruotolo si dice fiducioso: «È chiaro che tutti lavoriamo per costruire la pace e non per la guerra, su questo credo che siamo tutti d’accordo, la guerra non la vince chi ha più armi. Ma è chiaro che il sostegno a Kiev non è negoziabile. Quello che dobbiamo evitare è di abituarci alla parola guerra, dobbiamo spingere per trovare un accordo di pace. Da qui alle primarie troveremo i punti di mediazione». Un altro dirigente Pd, della maggioranza schleiniana, sembra un po’ più allarmato: «Conte farà la campagna delle primarie sul disarmo, lo sapevamo. Ci sta. Ma così rischia di essere destabilizzante».
(Giorgio Vallortigara a “Noos”) – Von Holst aveva preso uno di questi pesciolini e gli aveva tolto la parte frontale del cervello, producendo un animale incredibilmente audace e coraggioso.
Per cui questo pesciolino, quando vedeva qualcosa di interessante, lasciava il gruppo e andava a cercarlo.
Ma la cosa interessante è quello che facevano gli altri che vedendo questo compagno audace e coraggioso prendevano di inseguirlo e in breve tempo lui diventava il leader. Ma questi pescetti non si rendevano conto che il loro leader era un leader totalmente decerebrato.
IL CONFORMISMO
(estr. da “Il cosiddetto male”, di Konrad Lorenz (1963), – vocineldeserto.substack.com) – La forma più primitiva di “società”, nel senso più ampio della parola, è la formazione di schiere anonime, di cui i pesci viventi nel libero mondo marino ci offrono l’esempio tipico.
All’interno del branco non c’è alcuna struttura di nessuna specie, nessuno che conduce e nessuno che viene condotto, ma solo un enorme assembramento di elementi uguali.
Certamente questi si influenzano a vicenda, certamente ci sono alcune semplicissime forme di “comunicazione” fra gli individui che formano il branco.
Se uno percepisce un pericolo e fugge, contagia col suo umore tutti gli altri che hanno percepito il suo spavento. Quanto si sparga poi il panico in un grande branco di pesci, se sia in grado di indurre tutto il branco a voltarsi e a fuggire è una questione puramente quantitativa, legata esclusivamente al numero di individui che si spaventano e fuggono e dall’intensità con cui lo fanno.
Situazioni stimolo che attraggono il pesce possono trovare una risposta in tutto il branco anche se un solo individuo ha ricevuto gli stimoli. Il suo risoluto nuotare in una determinata direzione trascina certamente altri pesci e di nuovo è una questione di numero se tutto il branco si lascia trascinare o no.
L’azione puramente quantitativa, in un certo senso molto democratica, di questo processo chiamato dai sociologi “induzione sociale” significa che un branco di pesci è tanto più lento nelle decisioni quanti più individui comprende e quanto più forte è il loro istinto gregario.
Un pesce che, non importa per quali ragioni, incomincia a nuotare in una determinata direzione non può fare a meno di capitare in poco tempo fuori dal branco e di ritrovarsi isolato nell’acqua libera.
Qui cade sotto l’influsso di tutti quegli stimoli che cercano di riportarlo nel branco; quanti più pesci, in base a stimoli esogeni qualsiasi, nuotano decisi nella stessa direzione, tanto più presto si tireranno dietro il branco; quanto più grande è il branco e quindi l’attrazione al ritorno, tanto meno lontani arriveranno i suoi membri intraprendenti prima di venire risucchiati come da un magnete all’interno o attorno al branco.
Un grosso branco di piccoli e fittissimi pesci offre quindi un’immagine di pietosa indecisione. Si forma sempre una piccola corrente di singoli animali intraprendenti che si protende come uno pseudopodio di una ameba.
Più lunghi diventano questi pseudopodi, più s’assottigliano e più forte appare la tensione in direzione longitudinale. In genere tutta l’avanzata finisce in una fuga precipitosa in grembo al gruppo. È terribilmente snervante assistere a questi traffici e non si può fare a meno di dubitare della democrazia e di vedere i vantaggi di una politica autoritaria.
Che questo sia invece poco giustificato lo dimostra un esperimento molto semplice ma di grande portata sociologica, che Erich von Holst fece una volta con dei cabacelli.
Levò a un pesciolino di questa specie la parte anteriore del cervello dove sono situate tutte le funzioni di gruppo.
Il cabacello senza cervello anteriore vede, mangia e nuota come un pesciolino normale, l’unico particolare aberrante nel comportamento è che non gliene importa niente se esce dal branco e nessuno dei compagni lo segue.
Gli manca quindi l’esitante riguardo del pesce normale che, anche se desidera nuotare con tutta l’intensità in una determinata direzione, già dopo i primi movimenti si volta verso i compagni e si lascia influenzare dal fatto che alcuni lo seguano e quanti. Di tutto questo, al compagno senza il cervello anteriore non gliene importava assolutamente niente; quando vedeva qualcosa da mangiare o se per una qualsiasi altra ragione voleva andare da qualche parte, nuotava via con decisione, ed ecco che l’intero branco lo seguiva.
L’animale senza testa era diventato appunto, per via del suo difetto, il capo indiscutibile del branco.