Per Ixè, il 51% degli italiani fiducia nella magistratura contro il 12% rimediato dai partiti. Meglio separare politica dalla giustizia

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Alla fine le scuse, ai colleghi che indossano la divisa, le ha porte solo l’agente arrestato, con l’accusa di omicidio volontario, per il delitto di Rogoredo (leggi pezzo s pagina 4) che le destre, da Meloni e Salvini in giù, avevano già assolto dieci minuti dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del poliziotto. Di scuse, ai magistrati che hanno ricostruito i fatti con professionalità e diligenza nonostante il fuoco di fila aperto nei loro confronti da mezzo governo, invece, neppure l’ombra.
Così, l’occasione che a destra non vedevano l’ora di cavalcare per rilanciare l’ideona dello scudo penale agli agenti (poi allargato a tutti gli italiani, dopo l’intervento del Colle, nell’ennesimo pacchetto sicurezza) e l’urgenza del Sì al referendum del 22-23 marzo (che con la vicenda di Rogoredo non c’entra un fico secco) ha finito per rivelarsi il migliore assist ai sostenitori del No. Perché svela, se non fossero già bastate le “confessioni” di Nordio e Tajani, o l’outing involontario della leghista Matone sull’indicibile (in pubblico) verità sulla riforma del Csm, la forma mentis di questo centrodestra.
A cominciare da Meloni – in prima linea a gridare allo scandalo per la decisione della Procura di Milano di indagare il poliziotto di Rogoredo – che già dopo la brutale aggressione all’agente alla manifestazione di Torino, pregustando la vittoria dei Sì alla consultazione di marzo, si era portata avanti col lavoro formulando direttamente l’accusa (tentato omicidio) nei confronti dei picchiatori, al posto del pm che vogliono separare dal giudice con la riforma vergata dal ministro Nordio. Anche se, a giudicare dal risultato dell’ultimo sondaggio Ixè, che per la cronaca certifica il vantaggio (di sei punti) dei No al prossimo referendum, il 51% degli intervistati (dato in crescita rispetto al 45% dell’anno scorso) dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia nella magistratura a fronte di un misero 12% rimediato dai partiti, sarebbe forse meglio separare altro. Tipo la politica dalla giustizia.
La maggioranza si sta muovendo, per evitare rischi si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del presidente della Repubblica. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili

(Gianfranco Pasquino – editorialedomani.it) – Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949 e altri che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore.
Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana, si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita.
Insomma, la ricerca era indirizzata non a una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita a un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.

Da qualche tempo sembra che nel centrodestra, fino al suo vertice, si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’onorevole Ettore Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture.
Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per «continuare il lavoro» nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una presidente della Repubblica di destra.
Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.
Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.
Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti).
Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.
Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Sanremo è Sanremo e l’Ariston diviene l’arma di distrazione di massa che Ignazio (Benito) La Russa impugna da giorni e con una dovizia di attenzioni.
Palazzo Madama infatti invece che allarmarsi per l’ondata di scandali che sta piegando l’immagine delle forze dell’ordine proprio in tema di sicurezza, la bandiera assoluta del centrodestra, dirama note d’ordine a Carlo Conti, il poveretto che dovrebbe essere l’esecutore materiale dell’editto, perchè Andrea Pucci, comico rinunciatario del festival ma ormai ascritto allo schieramento conservatore, venga riassorbito nelle sue funzioni artistiche e trascinato sul palco del teatro così che nessun italiano perda la cifra del suo talento.
Nel tempo in cui il diritto si fa rovescio, La Russa straparla di Sanremo e l’opposizione invece che occuparsi di questa grave esondazione politica si attarda con Alessandro Zan (Pd) a giudicare il profilo artistico di Pucci, scambiando forse il palco dell’Ariston ancora per l’orto botanico della sinistra.
Non sappiamo perché La Russa disprezzi così tanto la buona educazione istituzionale, ma sappiamo che Giorgia Meloni, alla quale non fa difetto il discernimento della realtà dalla fantasia, si è volutamente attardata sulla notizia, infondata, che la voleva all’Ariston nella serata inaugurale, evitando con maestria di affrontare temi spinosi, per esempio la cronaca nera nella quale è sprofondata la polizia di Stato e un po’ la sua stessa maggioranza.
Il fatto è che Sanremo è da sempre il luogo eletto in cui il potere, sia di destra che di sinistra, tenta di esibirsi. Però è stonato. Amen.
Fino a tre mesi fa, l’obiettivo era di arrivare a mille camici in aiuto ai medici calabresi. Il cambio di rotta dopo la visita a Catanzaro dell’ambasciatore Hammer e del console Flynn. A rischio interi reparti e pronti soccorsi

(di Lucio Musolino – ilfattoquotidiano.it) – La salute dei calabresi è importante. Ma fino a quando non vengono toccati gli interessi di Trump e degli Stati Uniti. È stato un attimo per il governatore della Calabria Roberto Occhiuto passare dall’ “abbiamo già concordato con le autorità cubane” ad “abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici”. Nel mezzo gli incontri con gli emissari del governo statunitense, ma soprattutto la disastrata sanità calabrese che, senza i camici bianchi provenienti dall’isola comunista, rischia il default.
Gli effetti dell’embargo degli Stati Uniti contro Cuba, infatti, toccano anche la Calabria che corregge il tiro, rischiando di mettere in discussione una delle poche iniziative che, sebbene non abbia rappresentato la soluzione per uscire dal piano di rientro e dal commissariamento, ha sicuramente dato negli ultimi anni una boccata di ossigeno ai medici calabresi.
Ma andiamo con ordine. Nella Regione dove i concorsi continuano ad andare deserti (in quello del 2024 su 145 posti sono stati assunti solo 90 medici), dove i bandi certificano i numeri dell’emergenza (l’ultimo è per 705 medici) e dove il percorso per superare i problemi contabili nei bilanci di alcune Asp “ha avuto origine deduttiva”, i medici cubani sono diventati fondamentali: attualmente sono tra i 300 e i 400 e l’obiettivo era quello di arrivare fino a 1000. Se vanno via Occhiuto può chiudere interi reparti e pronti soccorsi di mezza Calabria.
Tutto è iniziato lo scorso ottobre quando alla Conferenza delle Regioni arriva una nota del ministero degli Esteri, trasmessa attraverso la presidenza del Consiglio. Sullo sfondo ci sono le minacce dell’amministrazione Trump per chi fa lavorare i medici cubani. In quella lettera, infatti, si faceva riferimento a “sanzioni specifiche, come il divieto di ingresso negli Stati Uniti, per i funzionari di paesi terzi coinvolti nella contrattazione di missioni mediche cubane gestite dal Ministero della Sanità cubana”. In sostanza, a “marzo 2025 il governo statunitense ha confermato l’entrata in vigore delle restrizioni sui visti americani nei confronti di funzionari di Paesi terzi (e loro diretti familiari) che abbiano a vario titolo agevolato l’arrivo, nei loro rispettivi Paesi, di missioni mediche cubane e quindi di personale medico non contrattualizzato individualmente”, ma “ricorrendo alla intermediazione dello Stato cubano (tramite la predetta CSMC S.A.)”. Il riferimento è alla Comercializadora de Servicios Médicos S.A. che è proprio quella con cui ha stretto l’accordo la Regione Calabria. Accordo che è stato rivendicato da Occhiuto nelle sue “linee programmatiche per il governo regionale 2025-2030” firmate lo scorso 19 novembre.
In una prima fase, infatti, il presidente della Regione sembrava voler tenere la barra dritta mettendo al primo posto la salute dei calabresi, per le cui cure fuori Regione l’ente, stando ai dati ufficiali del Fondo sanitario nazionale e di quello regionale, nel 2024 ha pagato 304 milioni di euro.
Le parole di Occhiuto, tre mesi fa, non lasciavano dubbi sulle sue intenzioni di proseguire l’esperienza con i medici cubani. D’altronde, il loro contributo, nelle linee programmatiche della Regione, è stato da lui definito “preziosissimo” perché i medici cubani “rappresentano un supporto fondamentale per far fronte alle carenze e per assicurare assistenza là dove era più urgente”. Sembrava scontata, quindi, la decisione di andare avanti. Tutto era stato messo nero su bianco agli atti della Regione Calabria: “Abbiamo già concordato con le autorità cubane uno sviluppo dell’accordo sottoscritto negli scorsi anni, che prevede la selezione di ulteriori camici bianchi fino ad arrivare alla cifra complessiva di 1.000 medici cubani in Calabria. Come abbiamo già fatto in questi anni, verrà prorogato il termine per poter ospitare questi professionisti fino a quando il nostro maxipiano di reclutamento dei medici (quello delle 705 assunzioni, ndr) non ci darà piena autonomia”.
Fin qui un Occhiuto galvanizzato dalla vittoria alle elezioni regionali e dalla riconferma alla guida della Calabria. Passano tre mesi e la barra inizia a piegarsi così tanto che “lo sviluppo dell’accordo già concordato con le autorità cubane” viene sacrificato sull’altare degli Stati Uniti che hanno intenzione di strangolare Cuba con l’embargo, anche a costo di spiegare a un presidente di una Regione italiana cosa deve fare.
È lo stesso Occhiuto, infatti, che dà la notizia dell’incontro avuto nel suo ufficio a Catanzaro con l’ambasciatore Mike Hammer, incaricato d’affari statunitense a Cuba, e con il console generale degli Stati Uniti d’America a Napoli Terrence Flynn. Sarebbe stato troppo mettere alla porta i cubani dopo aver ricevuto il loro aiuto. Meglio parlare prima di “strade alternative”, sottolineando quanto sono stati utili, e poi dargli il benservito “per procura”.
Con i due emissari Usa, infatti, Occhiuto dice di avere “avuto un lungo e cordiale colloquio, parlando delle urgenti necessità della sanità calabrese e delle complessità riguardo la missione dei medici cubani. Ho detto ad Hammer che i medici cubani, che stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della Calabria, sono ancora una necessità per la nostra Regione, perché la mia priorità assoluta è quella di assicurare il diritto alla cura dei cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande difficoltà”. “Ai miei interlocutori – si legge sempre nella nota stampa – ho anche spiegato che avevo in animo, in questo 2026, di incrementare la missione dei medici cubani fino a 1000 camici bianchi caraibici”.
Occhiuto “aveva in animo” ma non ce l’ha più. E qui inizia la “messa in riga” della Regione Calabria. “Nelle ultime settimane, però”, dice ancora, “anche in ragione di una proficua collaborazione instaurata con il Dipartimento di Stato Usa e con il consolato americano, abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici, e lo abbiamo fatto attraverso la pubblicazione (avvenuta a metà gennaio) di una manifestazione di interesse che si rivolge a tutti i camici bianchi Ue ed extra Ue che vogliano venire a lavorare in Calabria”. “Ho detto ad Hammer – conclude Occhiuto – che i medici stranieri sono assolutamente necessari, ma che la nostra Regione è disponibile ad accogliere tutti i medici (comunitari, extracomunitari, cubani non vincolati alla missione già esistente) che in autonomia vogliano venire a lavorare in Calabria, ed è disponibile a dare loro tutto il supporto logistico ed economico che abbiamo già garantito ai medici cubani che da qualche anno vivono da noi”.
La giravolta è servita ed era stata anticipata da alcune dichiarazioni rese all’Ansa da Occhiuto in merito alle presunte pressioni esercitate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, su diversi Paesi, tra i quali l’Italia, affinché venga interrotto l’impiego di medici cubani. “Una cosa è certa, – aveva detto il governatore – i medici cubani attualmente in servizio in Calabria resteranno anche nei prossimi anni. Sono stati, sono e continueranno a essere determinanti per garantire il funzionamento dei pronto soccorso e per mantenere aperti tutti gli ospedali della nostra regione. Avevamo un accordo per arrivare a mille medici caraibici in totale. Se il governo degli Stati Uniti intenderà aiutarci mettendo a disposizione nuovi medici stranieri per la Calabria, fino appunto ai 1.000 che ci servono, non abbiamo ovviamente alcuna preclusione: anzi, siamo pronti ad accogliere a braccia aperte chiunque voglia contribuire al rafforzamento del nostro sistema sanitario regionale”.
Tradotto: se gli Stati Uniti ci mandano altri medici per noi vanno pure bene. Il tema però va oltre quello della sanità calabrese. Lo centra Angelo Bonelli di Avs che chiede alla “presidente Meloni se intende protestare con Trump per far rispettare la sovranità italiana? Il governo italiano chiarisca con fermezza che le politiche sanitarie del nostro Paese non si decidono a Washington”.

(ANSA) – BOLOGNA, 24 FEB – “Qui sono molto arrabbiati con la comunità internazionale: perché la comunità internazionale non permette alla Russia di fare in Ucraina quello che permette a Israele di fare in Palestina”. Con queste parole il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca dei Latini a Gerusalemme, interviene in videocollegamento all’evento “Per continuare a parlare di pace”, in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. Un passaggio accolto dagli applausi del pubblico.
Presenti all’appuntamento dedicato ai quattro anni della guerra in Ucraina, oltre al presidente della Regione Michele de Pascale e dell’Assemblea legislativa Maurizio Fabbri, anche il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Tra gli spettatori, Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, e l’ex presidente Ucoii Yassine Lafram.
La costruzione della pace, per Zuppi, è una “via” che passa attraverso la “l’empatia e la responsabilità di ognuno di noi: se tutti, a ogni livello possibile, riconoscessero le proprie mancanze e si mettessero nei panni di chi soffre, inizierebbe la costruzione della pace”.
“Facilmente – aggiunge – oggi si è portati a pensare che tutto è inutile, cadendo nella globalizzazione dell’indifferenza”. Ma, proprio per questo, l’invito è di “essere uomini di pace, vincere la paura e ricordare che siamo tutti della stessa unica famiglia umana”. Continuando ad “aprire i canali del dialogo, del confronto” e non cadendo nella “comunicazione dell’impotenza, che ci fa dire che non si può fare nulla”. E, infine, di non dimenticarci “dei tanti pezzi di guerra mondiale” in giro per il mondo di cui “non sappiamo niente”.
“Oggi è un anniversario importante, quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia” ha commentato de Pascale. “Veniamo da mesi drammatici, per quello che le popolazioni hanno dovuto affrontare. Con il massimo dell’impegno abbiamo sostenuto le iniziative internazionali e umanitarie per la pace, accogliendo senza doppie morali nella nostra terra chi scappava dalla guerra. Mantenendo accesa – ha concluso – la luce della speranza”.

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – In principio era la lotta agli “infami”. Poteri forti, traditori, sistema. Erano i tempi dei comizi incendiari, urlati con le vene a fior di pelle. Poi è arrivato il 2022 e la realtà ha bussato a Palazzo Chigi, scatenando nella nostra incendiaria una serie di epifanie a catena.
Ha scoperto, ad esempio, che i decreti legge d’urgenza e il voto di fiducia sono strumenti meravigliosi per decidere senza l’impiccio del Parlamento (ma Conte coi Dpcm in epoca Covid era un criminale). Ha capito che le accise e le tasse, un tempo ‘pizzo di Stato’, servono a pagare gli stipendi, compreso il suo. Ha rivalutato i poteri forti: quelli emersi dai file dell’archivio Epstein, con Bannon & C. impegnati a scardinare l’Europa, non si toccano. Perfino i pilastri della sua identità si sono sgretolati davanti alla convenienza: l’essere madre si è fermato ai confini geopolitici, permettendole di tacere sui bambini di Gaza, mentre l’essere cristiana pare non contare davanti ai bombardamenti degli asili, degli ospedali e degli edifici cristiani in Palestina.
Ma la scoperta più amara dev’essere stata la fallacia del sovranismo. Il termine suona bene: evoca indipendenza, petto in fuori, testa alta e tricolore al vento. In ‘Sovranistan’ siamo forti, bastiamo a noi stessi e possiamo permetterci di essere autoreferenziali; nel mondo reale invece, se Trump arriva gridando “America first”, ti devi piegare e dire che i dazi sono un’opportunità.
Siamo di fronte a un esperimento unico: la sovrapposizione quantistica di due Meloni diverse. All’estero sfila la statista pacata e gioviale che sorride ai giganti. Appena ritorna nel patrio suolo, cambia maschera e riprende l’esercizio del potere: delegittimazione del dissenso, manganellate agli studenti, disprezzo e risposte piccate per la stampa non sono segni di forza, ma lo specchio della sua impotenza fuori dai confini.
Come si regge il castello? Con la sindrome da accerchiamento, che le permette, nonostante la sempre maggior somiglianza con Draghi, di continuare a mostrarsi ai suoi come se fosse ancora in trincea insieme a loro: uno stato di perenne allerta contro il nemico.
In questa costante “mobilitazione contro”, oggi il nemico è la Magistratura. Il potere legislativo è già esautorato: 108 voti di fiducia da inizio legislatura parlano da soli. Ora è il turno dell’altro incomodo, perché se vivi la politica come esercizio di volontà assoluta, un potere indipendente che applica le leggi e non i desiderata del governo è un’anomalia da correggere.
Licio Gelli diceva “la magistratura deve essere un ordine, non un potere: il potere è del governo”. Oggi il venerabile arrossirebbe di fronte a cotanta riforma: il suo piano realizzato sotto le mentite spoglie di una giustizia migliore. La realtà è molto più semplice: nella degenerata idea di democrazia che i nostri condividono coi neri antenati, chi comanda non rende conto a nessuno.
Per un buffo e crudele paradosso, il governo delle destre ha tramutato il nostro Paese in zerbino totale del peggiore presidente statunitense mai esistito

(Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it) – Ancora una vergogna per tutti noi, nipoti di Mazzini e Garibaldi, Gramsci e Gobetti, Tina Anselmi e Lidia Menapace. Il governo italiano è stato l’unico tra quelli fondatori dell’Unione Europea a presenziare, sia pure con status ibrido e rappresentante amorfo (fino a un certo punto Tajani), all’insediamento della struttura che, secondo Trump, dovrebbe sostituire le Nazioni Unite e amministrare Gaza, sulla quale egli si riserva ovviamente poteri assoluti e che non ha al suo interno neanche l’ombra di un rappresentante palestinese, alla faccia del principio di autodeterminazione dei popoli.
Per un buffo e crudele paradosso, il governo delle destre, giunto al potere con grande sfoggio di patriottismo, tricolori al vento e inni nazionali, ha definitivamente tramutato il nostro Paese in zerbino totale del peggiore presidente statunitense mai esistito. Il servilismo nei confronti di Trump ha spinto il governo Meloni a santificare Netanyahu, contribuendo fattivamente al perpetuarsi del genocidio del popolo palestinese, alimentare il macello ucraino e, anche qui unico in Europa, giustificare il criminale e piratesco rapimento del legittimo presidente in carica del Venezuela, Nicolas Maduro e della sua consorte, la prima combattente Cilia Flores.
In aperto spregio dei fondamentali articoli 10 e 11 della Costituzione il governo Meloni non ha dato alcun contributo alla soluzione delle controversie internazionali, collaborando invece alla loro esasperazione e scegliendo dissennatamente la via del riarmo ad oltranza, mentre l’orologio dell’Apocalisse è ormai a soli 89 secondi dalla guerra nucleare e si sta per scatenare un nuovo devastante conflitto con l’Iran.
Il completo appiattimento senza riserve su Trump fa il paio col tentativo di rilanciare il funesto asse Roma-Berlino, e magari anche Tokyo, dato l’avvento del guerrafondaio governo di Sanae Takaichi. Merz e Meloni hanno in effetti in comune varie cose, oltre alla predisposizione a inginocchiarsi di fronte a Trump, per la verità più pronunciata in Giorgia. La nostra classe “dirigente” è composta da palazzinari, imprenditori improbabili sempre pronti a profittare dell’erario inventandosi grandi eventi e grandi opere tutti inevitabilmente destinati a peggiorare la qualità della nostra vita.
L’omogeneità di sentimenti ed intenti con Trump è totale ed assoluta. In comune col dittatorello dai capelli arancione i nostri governanti hanno anche il negazionismo climatico e l’odio per il diritto, sia interno che internazionale, vissuto esclusivamente come intralcio ai propri disegni individuali e collettivi.
Ciò spiega perché è Meloni & C. si siamo imbarcati nella fallimentare impresa del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, mentre Trump vorrebbe abolire definitivamente i giudici che pretendono l’applicazione delle norme alle sue trovate pubblicitarie dei dazi a manetta e della deportazione dei migranti separando le famiglie e distruggendo ogni residuo sentimento di umanità, concetto che mal si concilia col capitalismo decaduto dei nostri tempi difficili. Del resto l’attrattiva del perverso modello statunitense si vede anche su altri piani: da ultimo il tentativo in atto di pervertire le stesse Forze dell’Ordine, come dimostrato tra l’altro dal torbido episodio di Rogoredo o quello di trasformare un Paese tutto sommato tranquillo come il nostro in una miscela tra Far West e totalitarismo ideologico alla amatriciana.
Il tema dei migranti risulta in effetti cruciale, dato che il populismo di bassissima lega di Trump, Meloni, punta a renderli bersaglio della collera popolare che nasce dalle numerose frustrazioni sociali che dobbiamo subire ogni giorno, indirizzandola verso un falso obiettivo e permettendo a lorsignori di fare indisturbati gli interessi dei super ricchi da cui dipendono.
Peraltro bisogna anche tener conto del fatto che, nelle società occidentali, i migranti rappresentano una parte crescente della forza-lavoro sempre più sfruttata ed umiliata. L’organizzazione dell’unità di classe oltre ogni differenza di natura etnica, religiosa o culturale, per opporsi in modo compatto e vincente alla diminuzione del potere di acquisto dei salari, alla crescita di precarietà ed omicidi sul lavoro e al peggioramento della qualità dei servizi pubblici, a partire da istruzione e sanità, come dimostrato fra l’altro dalla straziante vicenda del piccolo Domenico.
La vocazione razzista e autoritaria, che si esercita in modo particolarmente efferato contro chiunque protesti contro il genocidio palestinese, costituisce un altro indubbio carattere comune tra Italia, Stati Uniti ed altri Stati occidentali. Oltre che paradossalmente anti-italiano il governo Meloni è quindi anche e soprattutto anti-umano e tra le due cose non vi è ovviamente alcuna contraddizione, checché ne dicano e facciano i sedicenti populisti e sovranisti di casa nostra ed altrui.
Per contrastare le tendenze distruttive del capitalismo, così ben esemplificate da Trump e dalla sua vassalla Meloni, occorre sviluppare azioni di confronto e lotta comune con la nuova sinistra statunitense così ben descritta dal recente numero di Millennium, per dare vita a un partenariato transatlantico di tipo nuovo, nella prospettiva del multipolarismo pacifico e cooperativo e della rivoluzione socialista mondiale, unica alternativa alla catastrofe bellica, sociale e ambientale che lorsignori stanno preparando, nell’esclusivo interesse proprio e delle ristrette e corrotte élites mondiali che rappresentano.

(di Marcello Veneziani) – Non chiedete agli italiani di scegliere tra i politici e i magistrati, perché li spingete a non andare a votare. So che nessuno esplicita in questo modo brutale la contesa sui referendum del 22 marzo e che ambo le parti dicono agli italiani di votare per se stessi e non pro o contro i giudici, e nemmeno pro o contro i politici. Ma alla fine la contesa rischia di ridursi a quell’assurdo referendum tra due soggetti verso i quali i cittadini nutrono scarsa fiducia e a volte ripugnanza. Sicché la traduzione del quesito è: preferite punire i giudici o il governo?
Fino al ’93-94 un referendum del genere avrebbe portato al trionfo dei magistrati. Era l’epoca non solo di Mani pulite che gli italiani a larga maggioranza sostenevano anche in funzione punitiva verso i partiti e i politici. Ma era l’epoca in cui era ancora vivo il ricordo di Falcone e Borsellino e dei magistrati che avevano perso la vita nella lotta contro la mafia e la criminalità. Adesso, la magistratura è una delle categorie più screditate d’Italia, per proprio demerito prima che per le campagne altrui. Ma i politici, nel frattempo, non sono risaliti nella fiducia degli italiani: certo, ha buoni sondaggi la premier Meloni e pure il presidente Mattarella, ma se il discorso riguarda la categoria dei politici precipita fino a sprofondare in un abbraccio mortale con i giudici. Si salvano le forze dell’ordine ma spesso di loro si dice che hanno le mani legate dal tradimento dei magistrati e dalla pavidità dei politici.
Sul referendum confesso subito: sono tiepidamente propenso al sì, alla separazione delle carriere e a gran parte del resto. Ma l’essere tiepidamente mi mette ulteriormente a disagio davanti alla radicalizzazione di questi giorni, dovuto a un clima che ha coinvolto non solo la Meloni e la classe politica ma anche magistrati che reputo stimabili, come il ministro Carlo Nordio e il procuratore Nicola Gratteri. Clima avvelenato, non c’è dubbio, linguaggi forti, generalizzazioni improprie, comunque lo sconfinamento dei magistrati è un fatto reale e allarmante. Se nella prima repubblica deploravamo la connivenza e il silenzio della magistratura davanti ai misfatti della politica, dopo la stagione di Mani pulite dobbiamo al contrario deplorare il rovinoso protagonismo, le assurde invasioni di campo di singoli esponenti, procure o organi rappresentativi dei magistrati rispetto al potere esecutivo e legislativo ma anche rispetto alla sicurezza e alla vita reale dei cittadini.
Il problema è che le sentenze assurde che spesso ci fanno sobbalzare e indignare non sono in gran parte dei casi il risultato di una decisione collegiale ma di singoli o pochi magistrati, mentre quella assunta da un governo o da una forza parlamentare rappresenta un soggetto plurale che parla e agisce con un’investitura popolare. Però sono specifici interventi di singoli magistrati che fanno giurisprudenza, compiuti da singoli o al più da ristretti team e procure, magari con la copertura poi di organismi associativi. A volte a pronunciarsi sono sezioni della corte dei conti o delle corte di cassazione, a volte sono iniziative di singoli magistrati con un retroterra ideologico e militante ben preciso. A volte si sovrappone alla magistratura interna la corte suprema europea, e il quadro si complica ulteriormente con altri conflitti di competenza. Dunque può succedere che pochi magistrati paralizzino l’azione di un governo, vanifichino il lavoro del parlamento, intervengano in vicende che hanno implicazioni internazionali e largamente popolari. Singole iniziative hanno ricadute generali.
Quel che accade in piccolo nel caso delle Ong e di Carola Rackete, è avvenuto in grande con la corte suprema statunitense che ha bocciato i dazi di Donald Trump. A ulteriore conferma che la questione magistrati non riguarda solo l’Italia e sta investendo o ha investito l’Inghilterra, la Germania, la Francia, la Spagna, solo per citare i maggiori paesi europei. I dazi di Trump sono odiosi e criticabili; ma Trump non sta sconfinando, ingerendosi nella vita e nella legislazione di altri Stati sovrani; sta dicendo – con la brutalità che lo caratterizza – che se volete trattare con gli Stati Uniti queste sono le nostre condizioni. Sta esercitando cioè il potere legittimo e sovrano di un Capo dello Stato nei rapporti con gli altri Paesi. Scelta, ripeto, non condivisibile, prepotente, ma non possono essere i magistrati a impedirla. Al più e al limite possiamo benedire la loro intrusione per frenare una scelta bestiale, ma resta un abuso di potere, non tocca a loro farlo.
Tornando a noi, e all’Italia, bisogna dunque riuscire a essere il più possibile incisivi e il meno possibile offensivi; cioè bisogna badare al risultato e a risanare le anomalie del nostro sistema mediatico-giudiziario-politico, evitando il più possibile le drammatizzazioni e i veleni, le guerre spettacolari, i pronunciamenti da repubblica delle banane. E dire che ne avevamo già fatta di esperienza in questo senso ai tempi di Berlusconi, e avevamo accumulato nausea per quel can-can imbastito tra caccia all’uomo e vittimismi in mondovisione. Ora ci stiamo ricascando e risalgono i toni man mano che ci avviciniamo al referendum. La Meloni teme a intestarsi la battaglia referendaria, memore dei precedenti infausti, come quello di Renzi; ma svolge una guerra parallela, intervenendo su singoli fatti e singoli giudici col chiaro intento di suggerire indirettamente un voto per il si. Mattarella interviene per ristabilire sobrietà e correttezza dei rapporti istituzionali, ed è giusto; ma tempi e luoghi del suo intervento, al Csm e dopo quel che ha detto Nordio, suggeriscono la preferenza per lo schieramento avverso.
Il lato tragico e grottesco di questa polarizzazione continua, a cui naturalmente la sinistra e le opposizioni danno molta miccia, è che la guerra è tra due ma il vincitore designato sembra essere il terzo, ovvero colui che non va a votare e che in pectore è dei tre il soggetto più numeroso. È come combattere una guerra e sapere che oltre il nemico dichiarato c’è un nemico più forte, interno e trasversale: il disertore, l’imboscato, il non votante con cognizione di causa. L’astensionismo è il populismo dei delusi; quando il populismo non ha sbocchi e non ha possibilità di incidere sulla realtà e modificarne gli esiti, e quando la scelta è tra l’arsenico e la cicuta, allora la gente si ritira, non vota, impreca o si deprime, e si occupa d’altro. Il nemico principale del prossimo referendum è proprio quello, e lo è di entrambi gli schieramenti anche se penalizza di più i fautori del si, che restano nonostante tutto in potenziale vantaggio, con la prospettiva di risultare la maggioranza della minoranza di votanti. Ma dietro quel grande numero di persone che non si schiera c’è il duplice rifiuto, verso i magistrati e verso i politici, i primi troppo invasivi e prevaricatori, i secondi troppo evasivi e incapaci. La speranza del voto è affidata così allo spirito punitivo e vendicativo degli italiani contro qualcuno e contro qualcosa. Non è confortante.
Nelle simulazioni il nodo di uno scenario con testa a testa che assegna 71 seggi di vantaggio. Maggioranza inesistente con tre poli

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Basterà lo 0,1% in più degli avversari per scavare una distanza abissale in termini percentuali (il 18%) e di seggi tra le due coalizioni. È uno degli scenari che si aprono con la nuova legge elettorale della destra. Repubblica è in grado di anticipare le simulazioni che si ottengono applicando queste regole.
Un passo indietro. Qualche settimana fa, l’opzione di un premio di maggioranza che regalava il 55% alla coalizione capace di superare il 40% si è infranta sui dubbi di costituzionalità. E, come anticipato da questo giornale, il governo ha cambiato strada. L’obiettivo del nuovo meccanismo resta la governabilità. Stavolta il premio è calcolato in seggi: 70. Da aggiungere a quanto racimolato nel proporzionale. Semplificando al massimo (e supponendo un quadro bipolare): con un voto in più su base nazionale – e senza correttivi come il doppio turno o uninominali, che favoriscono la rappresentanza – chi vince godrebbe comunque di un premio che gli assicurerebbe ben oltre la maggioranza assoluta e, in prospettiva, la scelta del prossimo presidente della Repubblica. Lasciando aperto un interrogativo sul rispetto dei principi di rappresentanza e ragionevolezza. Vediamo nel dettaglio queste proiezioni.

Prendiamo la Camera, dove vanno assegnati 391 seggi (restano fuori dal calcolo gli otto eletti all’estero e il deputato della Valle d’Aosta). Numeri utili a capire: la soglia di sbarramento per i partiti è del 3%, del 40% per le coalizioni che vogliono accedere direttamente al bottino extra (se invece restano sotto il 40% – ma comunque sopra un’asticella da definire – si procede al ballottaggio). Prima ipotesi, allora: una corsa serrata tra centrodestra e centrosinistra (a cui aggiungere i partiti di Carlo Calenda e Roberto Vannacci, entrambi sopra lo sbarramento) che termina con il primo polo al 45%, il secondo al 44,9%. Chi vince ottiene il premio e 221 posti (il 56,5% del totale). E chi perde di un soffio? Avrà 150 deputati, il 38,4%. Lo scarto tra coalizioni diventa del 18,1%, anche se il bonus fa balzare soltanto dell’11,5% i vincitori. Agli “altri” sarebbero attribuiti 20 scranni (5,1%).

La destra che ha elaborato questo sistema sostiene che la scelta di scomputare prima del voto i 70 parlamentari del premio “addolcisce” la legge, in nome della rappresentanza. Valesse la legge dei comuni – che sottrae a chi perde, e solo dopo il ballottaggio, i seggi del premio – questo risultato del “quasi-pareggio” produrrebbe un effetto distorsivo ancora più accentuato: 255 scranni (65%) al primo, 116 al secondo.
Ma torniamo all’ultima bozza. Chi l’ha scritta, insegue il principio della governabilità. È però un fatto che altrove anche i sistemi ultra maggioritari presentano correttivi: il doppio turno oppure l’uninominale secco all’inglese, che permette un rapporto di prossimità tra eletto ed elettore. Quasi nessuno, in Occidente, prevede un premio nazionale sulla base di una conta nazionale.
Ma passiamo alle altre ipotesi simulate. Che accade ad esempio se nessuna delle due coalizioni supera il 40%? Scenario plausibile in presenza di un terzo polo. Ipotizziamo che tre coalizioni raccolgano il 36%, 35% e 24%. Le prime due corrono al ballottaggio. Risultato: 192 seggi al primo (il 49,1%), 118 scranni (30,1%) al secondo, 81 per il terzo (20,7%). Nessuno raggiungerebbe la maggioranza assoluta. Per quella, in uno schema tripolare, serve il 37,5%, o più voti ai partiti sotto soglia. E se invece una coalizione si afferma in modo netto? Simuliamo ancora: 48,5% contro 42% (e un’altra sola forza sopra il 4%). I primi ottengono 235 seggi (60,1%), gli altri 143 (36,5%). La bozza prevede comunque un limite del 60% di deputati per chi vince.
Infine, prendiamo i risultati del 2022, ottenuti con il Rosatellum. In quel caso, lo schema fu quadripolare: solo la destra corse unita, strappando per questo quasi tutti gli uninominali. È la ragione per cui l’attuale bozza penalizzerebbe i vincitori di allora. Il centrodestra ottenne infatti il 43,79% dei voti e 235 seggi. Con la riforma, si fermerebbe a 221 deputati (56,5% del totale). Pd e sinistra, con il 26,12%, passerebbero da 80 a 90 seggi (23%). M5s, Azione-Iv e Svp avrebbero in tutto 80 deputati (20,5%), mentre oggi si fermano a 76.
Il sottosegretario di Palazzo Chigi: “In Russia non c’è la separazione delle carriere. Vannacci? Chi è contro il sostegno a Kiev si autoesclude dalla coalizione”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – “Putin voterebbe no al referendum? Beh, in Russia non mi risulta che ci sia la separazione delle carriere. Sicuramente voterebbe no”. Sorriso. Giovanbattista Fazzolari, in un angolo della sala Zuccari del Senato, collega l’anniversario dei quattro anni di guerra in Ucraina al referendum italiano della giustizia.
È una battuta, ma racconta anche l’approccio del centrodestra alla consultazione sulla giustizia. Fazzolari è in Senato, a Palazzo Giustiniani, per un convegno organizzato da FdI sui quattro anni di conflitto tra Mosca e Kiev. Presente anche il presidente del Copasir (e deputato dem) Lorenzo Guerini.
A margine dell’appuntamento, parlando con i giornali tra cui Repubblica, il braccio destro di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi interviene anche sull’ingresso di Roberto Vannacci e del suo Futuro Nazionale in coalizione, visto il voto contro il decreto Kiev. “Abbiamo un programma unico del centrodestra che prevede il sostegno all’Ucraina, chi vota contro si auto esclude. Ergo…”

(ANSA) – Avere più tempo per se stessi e il proprio benessere: per l’88,2% degli occupati dovrebbe essere un diritto per tutti. E per il 71,3% ci sono le condizioni tecnologiche ed economiche per tagliare il tempo dedicato al lavoro, con ad esempio la settimana corta di quattro giorni. Lo pensano l’82,8% dei 18-34enni, il 72,9% dei 35-49enni e il 64% degli over 50. In sintesi: meno lavoro, più vita. È quanto emerge dal nono Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale.
Tra i capitoli, spunta anche quello di dare senso al lavoro. Per il 55,1% dei dipendenti far carriera non è una priorità nella vita, per il 33,8% sì, l’11,1% non esprime un’opinione. Al 64,7% dei lavoratori capita di perdere il senso del proprio lavoro, concepito solo come fonte di reddito. Per il 44,7% degli occupati è più un obbligo che una passione, per il 42,7% no e il 12,6% non ha un’opinione preciso.
E c’è il diritto alla disconnessione. Ricevere e-mail, messaggi, telefonate fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. E il 43,9% ha scelto di praticare il ‘right to disconnect’, non rispondendo; mentre il 49,3% continua a farlo e il 6,8% non ha fatto scelte in proposito. Non rispondono a e-mail e messaggi fuori dall’orario di lavoro il 57,7% dei giovani, il 47,5% dei 35-49enni e il 33,7% degli over 50.
Altro tema centrale l’irruzione dell’intelligenza artificiale insieme alle paure. Il 36,7% degli occupati italiani utilizza l’Ia nel proprio lavoro, il 59,7% no e il 3,6% non risponde in merito. Il 42,6% teme che l’Ia possa sostituirlo nel lavoro e il 55,3% pensa che i dirigenti della propria azienda ripongano più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori. Non manca il prisma deformante dei social: il 64,4% degli occupati crede che veicolino un’idea di lavoro fuorviante, irreale e falsa, contro il 15,6% che non ritiene sia così e il 20% che non ha formulato un’opinione in merito.

(france24.com) – L’ambasciatore statunitense Charles Kushner “non si è presentato” dopo essere stato formalmente convocato in seguito ai commenti dell’amministrazione Trump sull’omicidio di un attivista di estrema destra in Francia, ha dichiarato lunedì il Ministero degli Esteri. Kushner non avrà più accesso diretto ai ministri del governo, ma gli sarà consentito di svolgere determinati incarichi diplomatici, ha affermato il Ministero.
Lunedì il massimo diplomatico francese ha chiesto che all’ambasciatore statunitense Charles Kushner non sia più consentito l’accesso diretto ai membri del governo francese, dopo che quest’ultimo ha saltato un incontro per discutere i commenti dell’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump in merito al pestaggio mortale di un attivista di estrema destra .
“Alla luce di questa apparente incapacità di comprendere i requisiti fondamentali della missione di ambasciatore e l’onore di rappresentare il proprio Paese, [il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ] ha chiesto che non gli venga più consentito l’accesso diretto ai membri del governo francese”, ha affermato il ministero.
Kushner non avrà più accesso ai ministri del governo, ma gli sarà consentito di continuare a svolgere i suoi doveri diplomatici e di avere determinati “scambi” con i funzionari, ha affermato il ministero.
“In seguito alla pubblicazione da parte dell’ambasciata statunitense di commenti su una tragedia avvenuta in Francia e che riguarda esclusivamente il nostro dibattito pubblico nazionale – che rifiutiamo di permettere venga strumentalizzato – l’ambasciatore Charles Kushner è stato convocato oggi al ministero. Non si è presentato”, ha dichiarato una fonte diplomatica a Reuters.
L’ambasciatore, il cui figlio Jared è sposato con la figlia di Trump, Ivanka, ha inviato al suo posto un alto funzionario dell’ambasciata, citando impegni personali, ha riferito una fonte all’AFP.
“Naturalmente, resta possibile per l’ambasciatore Charles Kushner svolgere i suoi compiti e presentarsi al Quai d’Orsay, in modo che possiamo tenere le discussioni diplomatiche necessarie per appianare i problemi che inevitabilmente possono sorgere in un’amicizia che dura da 250 anni”, si legge.
La faida è scoppiata in seguito ai commenti rilasciati da membri dell’amministrazione Trump sulla morte di un attivista di destra in seguito a una violenta rivolta a Lione il 14 febbraio.
Quentin Deranque, 23 anni, è morto per le ferite alla testa riportate in seguito agli scontri tra sostenitori di estrema destra e di estrema sinistra a margine di una manifestazione contro un politico del partito di sinistra France Unbowed (LFI) nella città del sud-est.
Sei uomini sospettati di essere coinvolti nell’aggressione mortale sono stati incriminati per l’omicidio, mentre un assistente parlamentare di un deputato dell’LFI è stato accusato di complicità.
L’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha condannato il ruolo del “violento radicalismo di sinistra” nel caso.
Sarah Rogers, sottosegretario per la diplomazia pubblica del Dipartimento di Stato americano, ha affermato che l’omicidio di Deranque dimostra “perché trattiamo la violenza politica, il terrorismo, con tanta durezza”.
“Quando decidi di uccidere le persone per le loro opinioni invece di persuaderle, hai scelto di uscire dalla civiltà”, ha scritto su X.
L’ambasciata statunitense in Francia e l’Ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano hanno dichiarato di stare monitorando il caso, avvertendo su X che “il radicalismo violento di sinistra è in aumento” e dovrebbe essere trattato come una minaccia per la sicurezza pubblica.
Analisti e altri hanno subito sottolineato che i gruppi di estrema destra sono da tempo responsabili della maggior parte delle violenze di matrice politica , prendendo spesso di mira musulmani , immigrati ed ebrei, nonché oppositori di sinistra.
La sociologa Isabelle Sommier ha sottolineato che, delle 57 morti legate alla violenza tra gruppi politici registrate tra il 1986 e il 2017, la destra radicale è stata responsabile di tutte tranne cinque.
Il ministro degli Esteri francese ha risposto affermando di aver respinto con veemenza i tentativi degli Stati Uniti di sfruttare la tragedia “per fini politici” e ha affermato che avrebbe convocato l’ambasciatore statunitense .
“Convocheremo l’ambasciatore degli Stati Uniti in Francia , poiché l’ambasciata statunitense in Francia ha commentato questa tragedia… che preoccupa la comunità nazionale”, ha dichiarato domenica Barrot ai media locali .
“Rifiutiamo qualsiasi strumentalizzazione di questa tragedia, che ha gettato una famiglia francese nel lutto, per fini politici”, ha dichiarato Barrot. “Non abbiamo lezioni da imparare, in particolare sulla questione della violenza, dal movimento reazionario internazionale”.
Sabato, una manifestazione a sostegno di Deranque ha radunato circa 3.200 persone nelle strade di Lione, alcune delle quali indossavano simboli nazionalisti bianchi. Le autorità francesi hanno dichiarato di aver avviato un’indagine sulle segnalazioni secondo cui alcuni membri della folla avrebbero eseguito saluti nazisti .
Il presidente francese Emmanuel Macron terrà martedì una riunione per discutere dei “gruppi di azione violenta” in seguito alla morte di Deranque, che ha acceso le tensioni tra la sinistra e la destra politica.
Influencer, fake news e fondi pubblici per la macchina del sì. La campagna martellante della maggioranza è finanziata da risorse di poco inferiori a quelle stanziate per le politiche

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – Milioni di follower. Una storia perfetta per diventare virale. Lo youtuber Ale Della Giusta pubblica un video: «Mi hanno occupato casa». Racconta l’angoscia, l’impotenza, la trafila. Chiama un avvocato che gli spiega cosa fare. C’è un disclaimer: quell’avvocato è anche un sindaco di Fratelli d’Italia. Poi la scena si sposta in caserma: denuncia ai carabinieri con tanto di disperazione: «Mi hanno detto che sarà difficilissimo fare qualcosa». E infine, come per incanto, compare un cartellone per il Sì al referendum sulla giustizia. La morale è evidente: con questa riforma certe cose non succederebbero più. Solo che non era successo nulla. Nessuna casa occupata. Nessuna denuncia. Era tutto inventato. Una fiction social costruita per orientare l’opinione pubblica. E anche se dopo arriverà il video di ammissione e scuse, il primo, quello con il cartellone del Sì, resta.

Seconda scena. Il presidente della Repubblica invita ad «abbassare i toni». Un richiamo alla sobrietà mentre lo scontro sulla giustizia si fa sempre più acceso. E la risposta arriva, più che abbassandoli i toni, amplificandoli con la cassa dritta. Come in discoteca. Anzi no, all’Ariston. Visto che Fratelli d’Italia lancia una campagna che gioca con il Festival di Sanremo. Grafiche, citazioni, ironie. Magistrati e avversari politici messi in caricatura. La riforma costituzionale raccontata come fosse una gara canora.
Ma dietro il tono leggero c’è una macchina pesante. E costosa. Il gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera ha finanziato la campagna per il Sì con 644 mila euro; quello al Senato con una cifra leggermente inferiore. Complessivamente circa un milione di euro proveniente dai fondi dei gruppi parlamentari, cioè risorse pubbliche destinate all’attività istituzionale, fattispecie che secondo alcuni non sarebbe legittima. Il capogruppo Galeazzo Bignami ha rivendicato la scelta: «Noi li impieghiamo anche per informare i cittadini». Non è l’unico capitolo. Forza Italia ha messo in campo un piano da circa un milione di euro tra affissioni 6×3, autobus di linea e turistici, maxi led nelle stazioni, una cinquantina di città coinvolte e centinaia di iniziative territoriali. La fondazione Luigi Einaudi di Roma, tra i soggetti più attivi nel fronte del Sì con il comitato “Sì separa”, ha ricevuto uno stanziamento nella legge di bilancio da 1,2 milioni di euro per attività culturali. Tutti soldi pubblici. E non sono i soli.
È stata proposta una raccolta di contributi tra i singoli parlamentari per sostenere il comitato referendario. Si è discusso di micro-donazioni interne. Ci sono state resistenze, distinguo, tensioni tra gruppi. Alcuni hanno preferito finanziare direttamente la propria comunicazione, altri hanno frenato sull’idea di alimentare un comitato formalmente “civico” ma politicamente connotato. Il risultato è una campagna sostenuta da più canali, con sovrapposizioni e qualche attrito.
C’è poi un dato che dà la misura dell’investimento. Alle ultime elezioni politiche Fratelli d’Italia ha speso 3 milioni e 436 mila euro per l’intera campagna nazionale, come da rendiconto depositato presso la Corte dei Conti. Oggi, per il solo referendum, tra fondi dei gruppi parlamentari, iniziative nazionali, rete di comitati e comunicazione digitale, la cifra complessiva si avvicina a quella soglia, per una consultazione confermativa su una riforma costituzionale.
La campagna, inoltre, si muove su un crinale sottile: la sovrapposizione tra comunicazione istituzionale e messaggio politico. Ieri i deputati del Pd Andrea Casu e Debora Serracchiani hanno presentato un’interrogazione segnalando che il 18 febbraio sui canali social della premier sono stati pubblicati, a distanza di pochi minuti, due video «caratterizzati da impostazione, inquadrature, formato e stile comunicativo pressoché identici»: il primo dedicato al decreto bollette, il secondo contenente un attacco all’operato della magistratura nel pieno della campagna referendaria. L’interrogazione chiede di sapere chi abbia curato progettazione e diffusione, con quali risorse siano stati prodotti i contenuti e se siano state utilizzate strutture o fondi pubblici, sollevando il tema della separazione tra comunicazione istituzionale e propaganda. A proposito di toni.

(Gioacchino Musumeci) – “Qualche giorno fa un agente spara a uno spacciatore che gli puntava al volto una pistola. Quell’agente viene indagato per omicidio volontario. Penso che ci sia un doppiopesismo di certa parte della magistratura e penso che questo renda un po’ difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini”.
Queste le parole pronunciate dalla premier, comparsa in Tv il 5 febbraio in prima serata su Rete 4, in merito alla vicenda che ha visto Carmelo Cinturrino , assistente capo della polizia di Stato, indagato per la morte di Abderrahim Mansouri, ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo.
Come si legge le parole della Meloni sono inequivocabili. Secondo lei la sicurezza dei cittadini è precarizzata da certa parte della magistratura. Una conclusione fallace che deriva da errori deliberati ai danni dei cittadini ormai sottoposti a gaslighting quotidiano.
La premier non conosce i fatti, eppure descrive le dinamiche come avesse assistito alla scena, perciò è intellettualmente disonesta. Dà per scontato che il poliziotto non abbia commesso reati nello svolgimento della professione, ergo indagarlo è un ingiustizia.
Nell’operazione deliberata di delegittimazione di certa parte della magistratura, Giorgia Meloni non si preoccupa di conoscere la verità, irrilevante!L’ obiettivo è convincere cittadini che la sua riforma della giustizia finalmente impedirà indagini ingiuste. Ancor più se gli indagati sono tutori dell’ordine a cui il governo sembra tenere in modo particolare purché non chiedano stipendi migliori. Se fosse dipeso da Giorgia Meloni e i trombettieri che si sono spesi in dichiarazioni contro le indagini, Cinturrino non si sarebbe dovuto indagare. Eppure tutta la compagine di governo si è espressa strumentalmente su ciò che ignorava per delegittimare i magistrati inquirenti a cui forse vorrebbe impartire ordini a piacere.
Cinturrino ha ammesso di aver sparato e ucciso Mansouri. Non solo: ha alterato la scena del crimine deponendo una pistola giocattolo accanto al corpo senza vita dello spacciatore. Questo coinvolgendo un collega che si è recato al commissariato per prendere lo zaino contenente la pistola giocattolo.
Cinturrino sostiene di aver mistificato i fatti temendo le conseguenza derivanti dalla morte di Mansouri. Tuttavia non è dato sapere il perché di uno zaino con una pistola giocattolo. Forse per casi d’emergenza da dove uscire indenni nonostate un morto ammazzato, non si sa.
All’indomani di imbarazzanti rivelazioni ecco le parole di Giorgia Meloni: “ Leggo con sgomento gli ultimi sviluppi sull’uccisione di uno spacciatore nel noto «boschetto della droga» di Rogoredo» e «se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell’Ordine”
Io invece leggo il tradimento alla nazione nelle parole della premier Meloni. “ Se quanto ipotizzato trovasse conferma” è una formula retorica subdola , non c’è niente da confermare, c’è la confessione di un delitto e la mistificazione della scena del crimine. Inoltre la premier non si cura di segnalare il buon lavoro dei magistrati precedentemente delegittimati. Nonostante il poliziotto abbia ammesso le proprie gravissime responsabilità dopo le prese di posizione di tutta la destra a favore di Cinturrino, nemmeno una parola per ringraziare chi ha smascherato un bugiardo.
Non posso nutrire fiducia in un governo così in malafede, non posso stimare coloro che nelle veci dei magistrati hanno deciso proclamare anzitempo l’innocenza di un poliziotto colpevole di omicidio.
Il disegno di legge in parlamento entro la prossima settimana. Matteralla vigila. Il perimetro è quello della sentenza del 2017

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Tra questa settimana e al massimo l’inizio della prossima – in un mese caldissimo con il referendum della giustizia del 22 e 23 marzo – il centrodestra a trazione Fratelli d’Italia è pronto a fare la sua mossa in vista delle prossime politiche.
Fonti parlamentari d’area assicurano che il testo della nuova legge elettorale è sostanzialmente pronto per essere presentato, forse già domani. Scelta a sorpresa: si tratterà di un disegno di legge di iniziativa parlamentare, che verrà presentato in entrambe le Camere da un gruppo di senatori e deputati. Poi si valuterà sulla base del calendario da dove farne cominciare il percorso, ma l’Aula prediletta sarebbe quella di Montecitorio. La certezza è che la presentazione arriverà «prima del referendum» e con uno scopo preciso: lanciare un «segnale» politico alle opposizioni. L’interpretazione è lineare: l’esito referendario non influirà sulla rotta del governo, che rimane tracciata.
Non è un mistero – era stato chiarito all’indomani delle elezioni regionali – che la premier consideri la riscrittura delle regole elettorali in cima alle priorità di fine legislatura. Dunque, a prescindere dall’esito del voto, e anzi forse proprio perché ora la sorte sembra sorridere al No, la maggioranza è decisa a cambiare la legge elettorale e lo farà. Ma con una via diversa rispetto a quella scelta per la legge costituzionale della giustizia.
Il Quirinale vigilerà attentamente sulla pratica, in particolare sul rispetto di tutti i paletti posti in questi anni dalla Consulta, e l’esecutivo si asterrà, almeno formalmente, dai diktat che invece aveva imposto con la riforma Nordio, uscita da via Arenula e immodificata nelle quattro letture parlamentari, con il divieto implicito di emendamenti anche da parte dei partiti della maggioranza.
Il parlamento avrà la libertà di discuterla anche se, di fatto, l’orientamento del centrodestra è definito: viene infatti confermato che il modello è quello delle leggi elettorali delle regioni a statuto ordinario, con un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Prendere o lasciare: verrà detto alle opposizioni.

Il modello è quel Tatarellum del 1995 che porta il nome nobile, per FdI, di Pinuccio Tatarella, da aggiustare su base nazionale.
Le bozze ipotizzano un premio di maggioranza da far scattare col 40 per cento dei voti, inoltre si sta ragionando anche dell’ipotesi di ballottaggio nel caso in cui le coalizioni non raggiungano la soglia. Su questo, però, incombe la sentenza costituzionale sull’Italicum di renziana memoria.
Nel 2017, la Consulta ha stabilito l’incostituzionalità del ballottaggio tra le due liste più votate che non avessero raggiunto il 40 per cento per ottenere il premio di maggioranza, perché avrebbe «effetto distorsivo» (una lista che al primo turno ha ottenuto un consenso esiguo del 20 per cento, per esempio, potrebbe in astratto accedere al ballottaggio e vincerlo, vedendo così raddoppiati i suoi seggi). Se davvero si volesse scegliere la via del ballottaggio servirebbero quindi dei correttivi, in ogni caso l’ostacolo è anche politico, con la contrarietà di Lega e Forza Italia.
Quanto al premio di maggioranza, la Corte lo aveva dichiarato costituzionale fino al 55 per cento dei seggi per la coalizione che superi il 40 per cento dei voti. Sempre secondo fonti di maggioranza, però, si starebbe discutendo anche di un meccanismo diverso: un premio fisso del 15 per cento per la coalizione che superi il 40 per cento. Questa previsione, però, rischia lo scoglio costituzionale.
Con il 55 per cento dei seggi, la maggioranza non può eleggere da sola gli organi di garanzia come il presidente della Repubblica o i giudici costituzionali per cui è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi. Con un premio fisso del 15 per cento, invece, una coalizione che vince per esempio con il 45 per cento, otterrebbe il 60 per cento dei seggi e questo sì presenterebbe problemi di costituzionalità, perché rischierebbe di inficiare i meccanismi a tutela della minoranza parlamentare.

Altra questione sono i listini (o listoni) bloccati di coalizione per assegnare il premio di maggioranza, che alla Camera sarebbe di 70 seggi con base nazionale e al Senato di 35 su base regionale: il meccanismo viene considerato da alcuni «una stortura da prima repubblica», da altri un meccanismo inevitabile. In ogni caso costringerebbe a un complicato accordo pregresso interno alle coalizioni. Dentro Fratelli d’Italia si discute ancora anche delle preferenze: a Giorgia Meloni sono sempre piaciute, maggiori perplessità invece hanno manifestato gli alleati. La via di mezzo trovata sarebbe quella di capolista bloccati, ma liste con preferenze.
Infine c’è la soglia di sbarramento. I costituzionalisti sono concordi nel ritenere che, se si prevede un premio di maggioranza, la soglia di sbarramento deve essere necessariamente tenuta bassa, al 3 per cento, e così dovrebbe essere. La soluzione gioverebbe ad Azione di Carlo Calenda, che in questo modo potrebbe correre da solo come auspicato dal centrodestra per parcellizzare il campo progressista. Scontenterebbe però la Lega che caldeggia una soglia al 4 per cento, perché in questo modo la spina nel fianco del nuovo partito di Roberto Vannacci (attualmente attestato attorno al 3,5 per cento) entrerebbe più facilmente in parlamento.
Il punto politico, tuttavia, rimane: la strategia di Meloni è quella di depotenziare il peso del referendum introducendo prima del voto la riforma della legge elettorale che è anche l’anticamera del premierato, ora arenato in commissione ma che la premier non ha ancora rinunciato a riprendere in mano. Depositare il disegno di legge sarà un modo in più per ribadire, per fatti concludenti, che una sconfitta al referendum non toccherà l’esecutivo e, anzi, lo motiverà ancora ad accelerare.