Il campano vuole essere sepolto in piazza Crescent nella sua città, l’altro dice che la Puglia gli è costata un infarto e tre angioplastiche

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Se il potere autentico è a vita, come di regola ne dispongono i re e i papi, è pur vero che qui in Italia i cacicchi si adeguano di buon grado ai cambiamenti e cascano in piedi, come dimostra il doppio e avventuroso destino di Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, governatori emeriti nel migliore dei casi, nel peggiore sopravvissuti al loro stesso dominio.
Per cui si potrebbe quasi dire, come un tempo per i gioielli, che un cacicco è per sempre, sennonché sia la formula promozionale che la denominazione di cacicco nel loro caso suona in realtà riduttiva, trattandosi piuttosto di fenomeni, archetipi e maschere del potere di cui non si riesce a fare a meno.
Ed ecco dunque, senza stare troppo a distinguere, lo Sceriffo, il Gladiatore, Padre Pio, le fritture, le cozze pelose, l’imitatore in prima serata, il fumetto per le scuole primarie, il murales in costume, i club, i filmati antologici e le gallery sulla rete, i tatuaggi che però spesso si rivelano essere effimeri, ma non meno significativi “trasferelli”.
Fra le meraviglie del Mezzogiorno, la cui classe dirigente già ai tempi di Guido Dorso era da considerarsi «un mistero divino», il tratto comune dei due soggetti è un’esuberanza che si nutre di dispotica autonomia rispetto a Roma e di un narcisismo sulfureo apprezzatissimo in quelli che la tribale vulgata della post-politica identifica come i rispettivi “territori”. Da cui De Luca ed Emiliano traggono la messe di voti che ha salvato la sinistra dal collasso e quasi certamente bloccato, altro loro merito, la dissennata autonomia perseguita da Calderoli.
A volerla mettere sul mesto piano socio-politologico, la permanenza dei due personaggi al differenziato banchetto del comando conferma la frantumazione del sistema politico in una molteplicità di sub-sistemi locali e feudali, ognuno deciso a fare da sé, diretta emanazione di vice-cacicchi che convivono e contrattano con interessi economici di cui restano buoni amici, naturalmente in nome dell’autonomia di Puglia e Campania; cioè alla faccia di qualsiasi Nazareno.
A tale riguardo, oltre a una serie di innumerevoli contumelie verso Schlein, De Luca ha anche scritto un feroce libretto sul suo partito, salvo poi ottenere che proprio suo figlio lo guidi in regione; mentre Emiliano, che ha avuto il fegato di sbeffeggiare Renzi («venditore di pentole») nel momento della sua massima supremazia, ha sempre fatto quello che gli passava per la testa imbarcando alleati a destra e a manca.
Se invece, tanto più nel tempo dell’intrattenimento e dell’esteriorità, si dovesse mettere a fuoco il tratto spettacolare del Gran Caciccato meridionale, beh, è bene chiarire subito che per descriverlo e rammemorarlo, più che un articolo servirebbe un’opera antologica di copiosa mole e maestoso rilievo. Là dove l’eventuale esordio ruoterebbe attorno all’interrogativo retorico: come si sarebbe mai potuto fare a meno di Emiliano e De Luca?
Del primo, che si è rotto un tendine ballando la tarantella davanti alle telecamere e che fino all’ultimo ha saturato le cronache con le sue peripezie sentimentali, oltre all’indubbia simpatia è notevole addirittura le phisique du role che lo avvicina a modelli di barbuta e sperimentata potenzialità narrativa quali Mangiafoco, Gargantua, Porthos, Obelix, Bud Spencer, Pavarotti e ora anche Cannavacciolo. Governare a lungo la Puglia gli è costato, parole sue, «un infarto e tre angioplastiche», ma avrebbe continuato volentieri.
Anche l’estroso e rigoroso De Luca è ovviamente un cult, innanzitutto per se stesso come si intuisce dal proposito di essere sepolto a Salerno, città che presto ricomincerà ad amministrare, nel centro geometrico della gigantesca piazza del Crescent, fatta realizzare su suo impulso dal mega architetto Bofil. All’imperterrita fantasia di Vicie’, spesso alimentata da un populismo autoritario mirato a gauche, si debbono fra le più formidabili invettive della storia politica tardo repubblicana, di norma pronunciate gigioneggiando fra gli applausi. Ognuno ha le sue preferite, qui ci si limita a ricordare quando, in tal caso alla radio, indicò la somiglianza fra il ministro Lupi e la figlia di Fantozzi, Mariangela.
Quanto tutto questo abbia influenza sui destini collettivi è difficile non solo da delineare, ma anche solo da indovinare.
INDAGINE SU GOVERNATORE MINNESOTA E SINDACO MINNEAPOLIS PER ICE

(ANSA) – NEW YORK, 16 GEN – Il Dipartimento di Giustizia ha lanciato un’indagine sul governatore del Minnesota Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey per presunta ostruzione all’attività dell’Ice. Lo riporta Cbs citando alcune fonti.
Il Dipartimento di Giustizia ha emesso due mandati di comparizione per Walz e Frey nell’ambito dell’inchiesta. I mandati inaspriscono ulteriormente la dura battaglia fra l’amministrazione Trump e le autorità locali scoppiata dopo che un agente dell’Ice ha sparato e ucciso una donna.
L’incidente ha scatenato molte proteste e Walz e Frey hanno denunciato di essere stati esclusi dall’inchiesta federale su quanto accaduto. Le citazioni indicano che il Dipartimento di Giustizia sta valutando se le dichiarazioni di Walz e Frey possano essere un’interferenza all’attività delle autorità.
GOVERNATORE DEL MINNESOTA, GIUSTIZIA USATA COME ARMA È TATTICA AUTORITARIA
(ANSA) – Il governatore del Minnesota Tim Walz critica l’indagine avviata dal Dipartimento di Giustizia nei suoi confronti. “Due giorni fa è stata Elissa Slotkin. La scorsa settimana è stato Jeroe Powell. Prima ancora Mark Kelly. Usare il sistema della giustizia contro gli oppositori è una tattica autoritaria.
L’unica persona non indagata per Renee Good è l’agente federale che ha sparato”, ha detto Walz riferendosi alla donna uccisa da un agente dell’Ice. Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey hanno criticato l’amministrazione per essere stati esclusi dall’indagini sull’incidente e hanno sollevato dubbi sulla correttezza dell’operato delle autorità federali.
IL SINDACO DI MINNEAPOLIS, INDAGINE È TENTATIVO DI INTIMIDAZIONE
(ANSA) – NEW YORK, 16 GEN – L’indagine del Dipartimento di Giustizia è un tentativo di intimidazione. Lo ha detto il sindaco di Minneapolis Jacob Frey con Cnn commentando l’inchiesta avviata dal Dipartimento di Giustizia nei suoi confronto e in quelli del governatore del Minnesota Tim Walz.
La replica: il leader del Movimento spiega la sua posizione nei confronti di Trump, delle manifestazioni a Teheran e del Venezuela. Se fossi io il presidente del Consiglio…

(Giuseppe Conte * – corriere.it) – Caro direttore,
ho letto con interesse il suo doppio commento, sulla prima del Corriere e online dal titolo «Un sosia di nome Giuseppi» e «Iran, se Conte fosse ancora premier». Così tanto spazio al Movimento sui media non è mai buon segno di solito. Infatti mi sono imbattuto in diverse inesattezze e omissioni, accompagnate da toni irridenti e a tratti denigratori nei confronti delle scelte mie e del M5S. A proposito della provocazione del titolo , voglio rassicurarla: non sono il sosia del Conte premier. Sono sempre io. Oggi all’opposizione, come ieri al Governo, vivo la politica estera e le nostre storiche alleanze, come quella con gli Stati Uniti, senza mai abbandonare lo spirito critico, senza alcuna sudditanza.
Con alleati come gli Stati Uniti, al Governo ho collaborato, con Trump ho intrattenuto stretti rapporti in nome dell’amicizia storica con gli Usa. Da premier, con gli Stati Uniti, come altri alleati, ho stretto intese. Ma proprio agli Stati Uniti ho anche detto «no», quando ho ritenuto che fosse necessario per difendere i nostri interessi nazionali e i principi del diritto internazionale. Ho detto no al colpo di mano di Guaidò in Venezuela. Con Trump ho tenuto il punto quando non ha gradito il nostro lavoro di costruzione di intese commerciali per la via della Seta con la Cina, sollecitate dai nostri imprenditori. Con gli Stati Uniti mi sono confrontato in modo franco per diluire nel tempo e rimandare il raggiungimento del 2% del Pil in armi e difesa in sede Nato, rivendicando la priorità per gli italiani di investimenti per le emergenze di scuola e sanità. Oggi il Governo Meloni firma impegni al 5% sulle armi senza fiatare, mentre si tagliano i servizi e aumentano le tasse. Accettando la suggestione, «se Conte fosse premier» l’Italia avrebbe sanzionato Israele, avrebbe imposto l’embargo delle armi e lo stop alle collaborazioni militari con gli autori di un genocidio. Come quando — per primo — ho firmato lo stop della vendita di armi a giganti come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti perché spargevano sangue in Yemen violando il diritto internazionale. Se Conte fosse premier avrebbe lavorato per compattare l’UE e minacciare con fermezza contro-dazi anziché accettare tariffe al 15% contro le nostre imprese e prendere impegni per non disturbare i giganti del web americani sulle tasse.
Le scrivo mentre torno dalla piazza di solidarietà alla popolazione iraniana. Sull’Iran non posso lasciar credere ai suoi lettori che io abbia fatto mancare la condanna mia e del M5S al terribile regime di Teheran. Questa è un grave e totale falsità. Sarebbe bastato leggere le nostre dichiarazioni ufficiali di questi giorni per trovare il nostro sostegno alla popolazione iraniana che chiede diritti, libertà, vita. Sarebbe bastato informarsi per sapere che è stato il M5S a chiedere al Ministro Tajani di venire in Parlamento a parlare delle violenze in Iran oltre che del Venezuela.
La risoluzione di condanna all’Iran a cui si fa riferimento l’abbiamo condivisa in toto al Senato, abbiamo solo chiesto di aggiungere un passaggio cruciale al ragionamento: no interventi militari unilaterali in Iran al di fuori del diritto internazionale. Quando ci hanno detto di no, ci siamo astenuti, ma poche ore dopo, alla Camera, abbiamo presentato il nostro testo che ha unito l’intero campo progressista nel voto per condannare il regime iraniano (come previsto dal testo votato da tutti gli altri partiti al Senato) ma anche azioni militari unilaterali. Di questo lei non ha informato i suoi lettori. Lo faccio io adesso.
Perché per noi è così fondamentale quel passaggio sugli interventi militari? Li abbiamo già visti, anche di recente, gli interventi che si muovono fuori dallo schema del diritto internazionale, dell’azione corale della comunità internazionale e in balìa solo dell’interesse e degli appetiti di singole superpotenze sulle risorse di altri Paesi. Ricordiamo anche Libia, Iraq. L’Afghanistan, lasciato dopo 20 anni sotto il tacco dei talebani. Quindi non è un impegno indifferente aggiungere a una risoluzione di condanna del terribile regime di Teheran l’impegno a non ripetere gli errori del passato e a privilegiare scelte della comunità internazionale che possano mettere in ginocchio una tirannia e salvare le persone senza le bombe collegate agli interessi e gli appetiti di singole potenze superarmate. Non possiamo permetterci azioni stile Venezuela nella polveriera del Medioriente. Lì un attimo dopo le bombe e la consegna del governo alla vice dello stesso regime Maduro si sono riunite le compagnie petrolifere per prendere il controllo, non certo un gruppo di sociologi, politologi ed economisti per aiutare la transizione democratica.
L’Europa è un attore determinante e dobbiamo essere protagonisti delle scelte, attivandoci con forza a livello politico, diplomatico ed economico per fermare il terribile regime iraniano. Non possiamo solo aspettare che gli altri sgancino le loro bombe e tutelino i loro interessi.
* Presidente del Movimento Cinque Stelle

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Se il giudice accoglierà la richiesta della procura, Jacques Moretti potrà uscire dal carcere pagando 200mila franchi, circa 215mila euro, e altrettanti dovrà versarne la moglie Jessica per non entrarci. Valanghe di film e telefilm americani si rincorrono nella memoria, restituendoci il ricordo di una sensazione di disagio. Intendiamoci: anche da noi, abitanti di un’altra civiltà giuridica, l’imputato benestante è privilegiato perché può permettersi gli avvocati migliori. Però il meccanismo della cauzione ti sbatte più brutalmente in faccia il potere della ricchezza.
Non importa la gravità delle accuse, come nel caso di Crans Montana. Se hai i soldi, esci. Se non li hai, rimani dentro.
Al di là dell’aspetto morale, trovo incongruente che prima lo Stato ti arresti nel timore che scappi, e poi fissi il prezzo per cui è disposto a correre il rischio che tu lo faccia davvero. Un prezzo, oltretutto, che finisce per premiare i più furbi. Quelli che, come i proprietari del locale andato a fuoco, non dichiarano redditi, ma solo ipoteche e leasing. A una persona che risulta nullatenente senza esserlo, così certifica la procura svizzera, non si possono chiedere più di 200mila franchi per comprarsi la libertà. Ma è proprio l’idea in sé che il denaro possa comprarsi tutto, anche la libertà, a risultare particolarmente odiosa in certe circostanze.
Davanti a una tragedia che chiama in causa l’avidità e l’incuria degli uomini bisognerebbe muoversi con un po’ più di rispetto per i morti, e per i vivi.
“Stipendi troppo bassi”. “Salgono soprattutto i prezzi di cibo e bollette: così pagano i più poveri”
(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – “Il governo è stato insufficiente sui salari, che non hanno recuperato l’inflazione. Anche se più lento, il carovita continua a colpire gli stipendi reali, si accumula alla perdita di questi anni e penalizza i più poveri”. Chiara Saraceno, sociologa, osserva una realtà diversa dalla narrazione ottimistica di Meloni e soci: “La povertà energetica aumenta e sono stati diminuiti i sussidi per le bollette. La crescita di occupati, se sono a bassi salari, non è sempre una buona notizia”.
Professoressa, l’Inps ha detto che i salari non hanno recuperato l’inflazione 2021-2024, anche se consideriamo le buste paga reali e le detassazioni. Il governo Meloni ha affrontato male il problema?
L’ha affrontato in modo non sufficiente: ha puntato sulla defiscalizzazione, ma i salari bassi continuano a essere bassi, c’è al massimo una riduzione del danno. Non sono un’economista, ma leggevo su lavoce.info qualcosa che sospettavo: va alzato non solo il netto, ma anche il lordo. Bisogna lavorare sull’obbligo dei rinnovi contrattuali, perché i ritardi di più anni aggravano la distanza tra reddito reale e costo della vita. Non si può fare per legge, ma lo Stato per primo dovrebbe rinnovarli. A sinistra si parla di salario minimo, ma anche quello non minimo è insufficiente.
La Banca d’Italia dice che i consumi crescono piano e aumenta la propensione a risparmiare…
Ci sono pochi soldi da spendere, le perdite rispetto all’inflazione non saranno più recuperate, quindi chi può preferisce risparmiare piuttosto che comprare cose non necessarie. È aumentata anche la povertà energetica e sono diminuiti un po’ i sussidi.
Il “carrello della spesa”, dice Istat, è aumentato del 24% dal 2021 e a dicembre accelerano alimentari e prodotti per la casa…
L’inflazione sarà un punto solo, ma si aggiunge agli aumenti non recuperati. Ed è molto selettiva: chi ha un reddito modesto ha meno possibilità di fare rinunce. I più poveri sono penalizzati se si colpiscono consumi essenziali come gli alimenti o i detersivi. Se aumenta il prezzo del ristorante meno persone ci andranno, è diverso se aumentano il latte o le uova.
Il governo propone un bonus da 400 euro al mese per 52 mila caregiver su 7 milioni… È così che si riconosce il lavoro di cura?
Intanto mancano i decreti attuativi della legge sulla non autosufficienza. Di tanto in tanto vengono fuori queste cose: i mille euro per chi è ultra-ottantenne e poverissimo, ora questi 400 euro. Meglio di niente, ma manca l’attenzione all’appropriatezza della cura. Ti do i soldi e poi sono fatti tuoi. La caregiver deve avere competenze e forza. Invece si lavora ai margini, dando 400 euro a un piccolissimo gruppo. Hanno introdotto per la prima volta un livello essenziale di prestazione per la non autosufficienza: un’ora a settimana, a risorse date. In un’ora a settimana ci si fa al massimo un bagno nella vasca.
Aumentano le donne inattive per motivi familiari e anche questo fa scendere la disoccupazione. Un altro problema che si finge di non vedere?
C’è un dato strutturale di lavoratrici che escono per la nascita di un figlio, per l’assenza di politiche della cura verso i bambini, ma soprattutto verso anziani e fragili. Il divario non è solo tra uomini e donne, ma anche tra donne ad alta e bassa istruzione. Una donna a bassa istruzione, al Sud, dove i servizi non ci sono, non aspira a un gran reddito e se ha un grosso carico, sta a casa. È una fregatura perché non avrà autonomia e pensione, ma nell’immediato pare l’unica soluzione.
C’è una crisi sociale nascosta dietro i dati con il segno positivo di Pil e occupazione?
In parte sì, l’aumento di occupazione in un contesto di bassi salari non è per forza una bella notizia, perché le industrie preferiscono il lavoro a basso costo all’investimento in innovazione e ricerca. Il Paese continua a galleggiare, non va avanti. Non è solo colpa del governo, anche delle imprese, di tutti noi, ma al posto di questa narrazione positiva, scegliendosi l’indicatore che serve ogni volta, prendiamo tutti i dati e osserviamo il quadro in chiaroscuro, a partire dal segnale preoccupante dei giovani che vanno via.
L’obiettivo è un altro e ben chiaro. L’ottica in cui agisce questo governo è quella della partigianeria, dell’interesse di cordata e di clan. L’ondata di nomine di amici e camerati senza nessuna qualificazione aveva già indicato qual era la direzione di marcia del governo

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Il governo prosegue nella sua corsa verso il controllo del dissenso. Dopo il fondamentale decreto contro i rave party, che evidentemente imperversavano per tutta Italia arrecando danni gravissimi alle strutture fatiscenti e isolate in cui si ritrovano i partecipanti, siano passati al decreto sicurezza che introduce una specie di fattispecie di reati per coloro che protestano. Ed ora siamo ad una nuova ondata di provvedimenti restrittivi delle libertà ammantati dalla promessa di mantenere l’ordine e garantire ai cittadini città senza microcriminalità: l’ultimo caso di cronaca di ieri, il ragazzo accoltellato in una scuola a La Spezia, in realtà, dimostra che finora la ricetta securitaria serve solo alla propaganda e non risolve alcunché.
L’esempio americano è sempre lì ad orientare la nostra presidente del Consiglio la cui piaggeria nei confronti di Donald Trump sconcerta e imbarazza. Non una parola è venuta in merito dell’omicidio di una donna , indifesa e disarmata, freddata con spirito da killer da un membro dei nuovi squadroni della morte messi in giro per tutta l’America dal presidente.

Per l’omicidio del razzista Charlie Kirk si è arrivati all’insulto istituzionale di un minuto di silenzio nella nostra Camera, come se l’odio che seminava quel personaggio fosse pari alle parole di pace del non-violento reverendo Martin Luther King. E poi perché non un minuto di silenzio per l’omicidio della povera Renee Nicole Good. Non era forse più meritevole di considerazione una donna che si preoccupava di difendere i diritti dei migranti dalle violenze di uno che disprezzava i neri perché non avevano un cervello come i bianchi e sosteneva che le condanne a morte dovrebbero essere veloci e trasmesse in televisione? Un ayatollah ad honorem
La deriva estremista del governo che non esita ad usare tutte le strade per penalizzare le amministrazioni di sinistra. Dopo aver ridisegnato la mappa dei comuni di alta collina e di montagna intitolati a ricevere contributi dello stato per escludere quelli dell’Appennino centrale dove governa la sinistra a favore di quelli alpini dove governa la destra, si è dedicata a scardinare i sistemi scolastici di queste regioni che sono tra i migliori d’Italia.
Ma che importa? L’obiettivo è un altro e ben chiaro. L’ottica in cui agisce questo governo è quella della partigianeria, dell’interesse di cordata e di clan. L’ondata di nomine di amici e camerati senza nessuna qualificazione (addirittura un concessionario di automobili di Frosinone chiamato al ministero della Cultura – forse per spirito futurista?) aveva già indicato qual era la direzione di marcia del governo. Altro che merito, come aveva detto la premier nel suo discorso di investitura. Siamo tornati ai tempi più cupi del clientelismo, e, inevitabilmente, dell’affarismo come questo giornale denuncia – inascoltato – ogni giorno. Ed è perfettamente in linea con questo clima lo scatenamento degli appetiti di una pletora di personaggi insediati nelle numerosissime authority, ai quali, poverini, non bastano i 225.000 euro stabiliti dal governo Renzi come tetto massimo degli emolumenti. Ha iniziato il miracolato Renato Brunetta il quale, invece di dover abbandonare l’inutile poltrona del Cnel, a suo tempo presa di mira dal referendum costituzionale del 2016, aveva avanzato l’ipotesi di un congruo aumento della propria indennità.

Sulle sue orme si è mosso il presidente dell’autorità sui Trasposti Nicola Zaccheo che ha portato la propria indennità a 311.000 euro. In effetti l’inflazione ha morso sul carrello della spesa, e magari anche sul costo dei biglietti ferroviari. Ultimo arrivato, Pasquale Stanzione, garante della Privacy, sul quale si sono accessi i fari della giustizia per malversazioni varie. Mentre i soldi per gli alti papaveri mulinano allegramente, il governo è piuttosto intento a varare altri provvedimenti liberticidi. Sta arrivando “il fermo di prevenzione”, la possibilità di trattenere in questura o in galera – non è chiaro – chi si presume possa commettere un reato. Siamo a Minority Report. Se uno ha una faccia un po’ così, come cantava Paolo Conte, allora lo si mette dentro. Come accadeva al mio bisnonno, in odore di anarchia – repubblicanesimo, quando un esponente della famiglia reale passava per la Romagna. Non hanno nulla da dire i difensori rocciosi delle libertà individuali? La piaggeria nei confronti della premier arriva a far cadere fette prosciutto davanti ai loro occhi. O, forse, sono a raccogliere vongole.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Odio la retorica “anti-casta”, che è stata la nefasta base ideologica del populismo. Mi piacerebbe tanto, però, che la casta (ovvero: chi lavora alle dipendenze della Repubblica italiana) aiutasse a diradare i sospetti e le dicerie sul proprio conto.
Per esempio: le carte della Procura di Roma sulle attività dei membri del Garante della Privacy, sebbene soggette, come è ovvio, alle controdeduzioni degli avvocati difensori, non consentono di nutrire eccessive speranze sul rigore etico delle persone coinvolte: in teoria civil servants, servitori della comunità.
Sia ben chiaro: non ho niente contro le auto blu, considero ovvio che chi lavora per lo Stato sia, dallo Stato, equamente retribuito e degnamente assistito nelle sue attività. Ma il macellaio, santo cielo, me lo pago da solo, e dopo cinquant’anni di fortunato lavoro e di tasse felicemente versate (viva Padoa-Schioppa!) viaggio in economy perché la business, per me, è troppo cara.
Chiunque rivesta incarichi pubblici deve avere ben presente che vive di quattrini pubblici. E pretendere alberghi a cinque stelle da raggiungere in business class non dimostra una speciale preoccupazione in questo senso.
L’immoralità pubblica è dieci volte peggiore di quella privata. Non lede questo o quello, lede la comunità intera. Servire lo Stato non è facile, chiama fatica e pretende trasparenza. Bisogna sentirsi pronti. Sentirsi all’altezza.
Nel nostro Paese, duole dirlo ma va detto ugualmente, spesso si pensa che sia lo Stato che deve servire noi. Ed è da questo esiziale equivoco che dipende la maggior parte dei nostri mali: politici, culturali e morali.
(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – La politica è il mezzo, la crapula il fine. Crapula e crapuloni sono parole desuete e insieme attualissime. Le usava il Boccaccio, nei suoi racconti di allegra gozzoviglia e qualche volta Montaigne, nei suoi precetti d’alta morale. Più di recente rappresentate nelle sontuose tenebre del Fellini Satyricon. Riguarda la fame atavica dell’umana specie, quella che appena agguanta un po’ di soldi, li trasforma in polli arrosto da masticare, nettare d’uva da bere, ambrosia e miele da trangugiare. Fino alla sventura e anche oltre.
Sono di sicuro innocenti i nostri eroi dell’Authority per la Privacy, ci mancherebbe, fino a prova contraria, no, anzi fino al terzo grado di giudizio, mi correggo, fino alla prescrizione o alla improcedibilità del reato, che non è tanto reato, una modica quantità di reato. Si capisce già adesso che troveranno il modo di risarcire il maltolto come già hanno fatto la signorina Ferragni per avere mangiato troppi pandori e il signorino Elkann che i miliardi non gli bastano mai, anche se gli sgocciolano dal tovagliolo. Non è questo il punto, siamo garantisti.
Il punto sta invece in quella golosità di carne & lusso con cui si sono imbottiti i nostri bravi funzionari. Sta in quei 6 mila euro di soldi pubblici spesi al bancone della premiata macelleria Feroci, e rubricati alla voce “pasti pronti”. Sta nei viaggi in Business Class, negli alberghi di lusso, nella pretesa delle tessere Vip e delle Auto Blu, nei parrucchieri d’alto rango, negli affitti per l’alta rappresentanza, magari con la cresta che rientra cash.
È in quella fame atavica che diventa insonne avidità, il cuore della faccenda. Persino al netto delle maggiori corruzioni che i pm rintracceranno, vedremo. Diceva uno di loro – negli anni 90 – che il compito dei magistrati è quello dei predatori che nelle praterie “selezionano gli erbivori più lenti”, quelli che per troppa fame continuano a mangiare invece di scappare. Si dimenticò, quella volta, dei carnivori che in piena zona Ztl se ne stanno da Feroci a ordinare il pasto pronto.
Camere d’albergo da 500 euro a notte e spese incontrollate: ora il rischio è il danno erariale. La svolta grazie alle talpe

(di Giuliano Foschini e Giuseppe Scarpa – repubblica.it) – Camere d’albergo da cinquecento euro a notte. Auto di servizio usate non soltanto per lavoro. E ancora: biglietti del treno messi a carico dell’Autorità nonostante, probabilmente, non se ne avesse diritto. E poi spese bizzarre affrontate con la carta di credito aziendale – fiori, parrucchiere, palestra – e restituite solo quando arrivavano le contestazioni dagli uffici amministrativi. Infine, la corsa a mettere le carte a posto dopo le prime denunce di Report: è a novembre, per esempio, che viene modificato un verbale del gennaio precedente per evitare un possibile conflitto di interessi, parlando di «errore materiale» nella compilazione del vecchio verbale.

La Guardia di finanza ha sul tavolo da qualche ora una mole di documenti che nelle prossime settimane verranno letti e incrociati con quanto già acquisito e con le dichiarazioni dei dipendenti, coperti dall’anonimato per tutelarli, che in queste settimane hanno collaborato sotto traccia con le indagini. Perché la storia del Garante della privacy non è soltanto quella dei conti del macellaio o dell’affitto di una casa da quasi quattromila euro al mese per il presidente. Ma il sospetto di un «sistematico uso di denaro pubblico» per «finalità estranee al mandato», come scrive la procura di Roma, che indaga per corruzione e peculato. Non a caso, accanto alla Procura, indaga anche la Corte dei conti, chiamata a valutare l’eventuale danno erariale.
Secondo la Gdf esistono una serie di spese completamente fuori controllo. È vero che c’era un budget – 5.000 euro, aumentato sensibilmente negli ultimi anni – a disposizione dei membri del Collegio, utilizzabile con una certa libertà. Ma è altrettanto vero che esisteva un regolamento, di fatto mai applicato, che fissava modalità e limiti per l’uso di quei fondi. Regole che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai state rispettate. Per esempio: chi non è residente a Roma ha diritto al rimborso delle spese di alloggio. È il caso di Pasquale Stanzione, che prende casa in piazza della Pigna e se la fa pagare dall’Autorità. 2.900 euro al mese di affitto, poi diventati 3.700, per un aumento che l’ex segretario generale Angelo Fanizza ha definito «considerevole» e «anomalo», tanto da spingerlo a bloccarne il pagamento in attesa di chiarimenti. Ma il punto non è soltanto il canone. Stanzione, pur essendo di fatto domiciliato a Roma, si muoveva come un «fuori sede», mettendo in nota spese il vitto – per esempio i 6.600 euro pagati alla macelleria Angelo Feroci – e, secondo gli inquirenti, forse anche i trasporti.
La Finanza sta approfondendo proprio l’utilizzo dell’auto blu. Quella vettura, con autista, doveva essere a «disposizione esclusiva del presidente» per «inderogabili ragioni di servizio», e non per gli spostamenti «tra abitazione e luogo di lavoro». E invece le fiamme gialle, durante mesi di appostamenti, hanno accertato che veniva utilizzata anche per «finalità estranee alle esigenze di servizio». C’è Stanzione che si fa accompagnare in una clinica privata. E c’è Agostino Ghiglia che, oltre a recarsi nella sede di Fratelli d’Italia il giorno prima della multa a Report, la utilizzava abitualmente per gli spostamenti dal suo hotel a cinque stelle all’aeroporto di Fiumicino.
La Finanza vuole verificare inoltre se fossero a carico del Garante anche gli spostamenti da Roma verso Salerno, dove Stanzione risiedeva, o quelli eventualmente riferibili ai suoi familiari. Non a caso è stato disposto di estrarre dai telefoni cellulari tutto ciò che riguarda le trasferte, con particolare riferimento, tra le altre cose, a parole chiave come «Termini» e «stazione». Ma non è questo l’aspetto più delicato. Perché la Procura di Roma – nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco e dalla pm Chiara Capoluongo – intende ricostruire anche la vera storia della multa a Report. Sigfrido Ranucci, in un servizio di Chiara De Luca, aveva raccontato come Ghiglia si fosse recato nella sede di Fratelli d’Italia per incontrare Arianna Meloni poche ore prima che il Garante sanzionasse la trasmissione per il caso Boccia-Sangiuliano. Ora la Procura ha chiesto di estrarre tutte le chat che contengono le parole «Ranucci», «Report», «multe». Si saprà quindi se davvero la politica ha fatto pressioni per indirizzare le decisione di un’autorità di garanzia. A Repubblica risulta che alcuni membri abbiano cambiato telefono dopo lo scandalo. Una coincidenza, forse. Ma i tecnici della Procura hanno ricevuto mandato di recuperare anche i backup cancellati delle app di messaggistica. Perché questa storia, ormai, non è più soltanto una questione di privacy.
Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, come un trofeo nella vetrina sbagliata.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco. Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso. Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.
Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.
La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.
Tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà e i sostenitori di Pahlavi. Gualtieri: ‘La comunità internazionale si mobiliti’

(ansa.it) – In piazza del Campidoglio a Roma svettano gli striscioni di Amnesty International e del Movimento ‘Donna, vita, libertà’ che hanno lanciato l’appuntamento. ‘Vergogna’ recita quello di Amnesty a sfondo giallo. Sono diverse le anime della popolazione iraniana in piazza, con momenti di tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà’ e una decina di manifestanti a sostegno di Reza Pahlavi, in piazza con l’antica bandiera monarchica dell’Iran.
Questi ultimi sono stati poi allontanati. Mentre proseguono gli interventi al microfono di attivisti e associazioni in solidarietà alle proteste in Iran, la òpiazza si è andata va via riempiendo. Tante le bandiere portate dalle diverse anime che hanno aderito alla manifestazione. Ci sono i vessilli dei partiti- Pd, Avs e Rifondazione comunista – accanto a quelli delle sigle universitarie. Ma anche una bandiera ucraina e una dell’Unione europea.
Le antiche bandiere della monarchia iraniana si affiancano a quelle odierne, ma con il simbolo al centro cancellato e la scritta: “no alla teocrazia”. In piazza anche una rappresentanza del popolo curdo con bandiere gialle, rosse e viola.
Alcuni manifestanti hanno portato la foto simbolo delle proteste, in cui una ragazza iraniana senza velo accende una sigaretta con il ritratto di Khamenei in fiamme. Tanti slogan sugli striscioni: “proteggere il diritto di protesta”, “no alla pena di morte”, “no alla dittatura islamica”, “democrazia in Iran”, “basta esecuzioni”. Da una piazza del Campidoglio piena fino a oltre la metà si alza di frequente il coro “libertà per l’Iran”.
Foto di gruppo per il campo largo alla manifestazione a sostegno delle proteste in Iran, al Campidoglio a Roma. La segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5s Giuseppe Conte e i leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno tenuto insieme un improvvisato punto stampa. “La piazza c’è”, hanno poi commentando Schlein e Conte parlottando fra loro. In piazza c’è anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi.
“Assolutamente dobbiamo dare un segnale anche concreto per stare vicino a tutti i cittadini, le associazioni e soprattutto gli iraniani, giovani, donne in particolare, studenti universitari, dissidenti. Che sono preoccupatissimi per la repressione violenta che in questo momento il regime, un regime ovviamente dispotico, un regime dittatoriale, sta imprimendo. Una svolta violenta che condanniamo con la massima fermezza e siamo qui a testimoniare la nostra massima solidarietà”, ha detto Conte.
Sulle risoluzioni sull’Iran, ha aggiunto, “la strumentalizzazione è venuta da tutti. Abbiamo detto dall’inizio che eravamo assolutamente d’accordo con la mozione che è stata presentata. Abbiamo chiesto soltanto un impegno in più, cioè una condanna verso opzioni militari unilaterali”.
“Se continuiamo ad andare avanti così stiamo sfasciando completamente il quadro internazionale del diritto. Serve un fortissimo intervento da parte della comunità
internazionale, da parte della politica, della diplomazia, sanzioni a tutti i livelli, perché quella repressione non può continuare”.
Progressisti uniti sull’Iran? “Noi ci siamo e il Pd è sempre stato al fianco del movimento Donna vita e libertà”, ha commentato Schlein. “E’ importantissimo per noi essere qua a dare piena solidarietà e supporto al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà”, ha aggiunto ricordando che “il regime sta facendo una brutale repressione, si parla di oltre 12.000 morti ammazzati dal regime nelle manifestazioni, si parla del fatto che stanno facendo pagare le famiglie per restituire i corpi delle vittime del regime. Hanno bloccato internet e dicono che vogliono tenerlo bloccato fino a marzo”.
“Non è accettabile, serve che la comunità internazionale e l’Unione Europea usino ogni leva diplomatica e facciano ogni sforzo per isolare il regime, per evitare che anche dai paesi vicini possa arrivare alcuna forma di supporto a questa repressione. Siamo qui per sottolineare il supporto alla autodeterminazione del popolo iraniano”.
“Siamo qui in piazza per condannare il massacro brutale che sta avvenendo ai danni delle ragazze e dei ragazzi iraniani che stanno lottando per la democrazia a Teheran e nelle altre città iraniane. Soprattutto per dare voce a loro, perché il problema principale che c’è adesso è il silenzio che il regime vuole, e vuole questo silenzio perché non vuole che ci sia una mobilitazione delle democratiche e dei democratici di tutte le opinioni pubbliche europee che possono fare pressione sulla comunità internazionale sul regime di Teheran. É necessario intensificare le sanzioni, è necessario rendere la vita difficile a un regime che crollerà prima o poi, ma che può fare ancora tanti morti e tanti massacri”, ha detto il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
“Oggi è importante anche dire che c’è un’attenzione fortissima della comunità internazionale: l’Unione Europea purtroppo è sempre lenta e fa sempre tardi a svegliarsi, ma speriamo che possa anche avere il suo ruolo nell’ampliare e nel rendere più dure le sanzioni, perché se è accaduto quello che sta accadendo nei giorni scorsi, cioè le più ampie manifestazioni che ci fossero nel paese dal 2009, cioè da quando c’erano state le proteste dopo i brogli elettorali, è anche per effetto delle sanzioni europee. In Italia, sarebbe stato importante avere un segnale unitario del Parlamento italiano: purtroppo non c’è stato perché c’è sempre chi deve fare un posizionamento personale o di partito in più”.
“Non si aggiunga violenza alla violenza, serve l’impegno delle organizzazioni internazionali. Anche l’Europa faccia sentire la sua voce e assuma un ruolo attivo. Bisogna sostenerla libera autodeterminazione del popolo iraniano. Tutta la comunità internazionale si mobiliti affinché la repressione si fermi”, ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri alla manifestazione.
“Mi pare naturale essere unitariamente al fianco di un popolo di lotta, per la sua libertà, per la democrazia, per i diritti civili. Per quel che ci riguarda, penso ad Avs, ma credo di poter parlare a nome di tutto il campo progressista, siamo sempre al fianco dei popoli che lottano per la loro libertà”, ha detto Fratoianni parlando con i cronisti.
“Siamo tutti e tutte insieme e lo siamo non da oggi, lo dico a chi dalle parti del centrodestra gioca in modo strumentale accusandoci di ambiguità – aggiunge -. L’indirizzo dell’ambasciata iraniana lo conosciamo bene perché ci siamo stati molte volte, quando questa vicenda non era sotto i riflettori del mondo, quando la situazione non era quella che viviamo in questo momento e dunque per noi. Per noi è assolutamente naturale essere qui oggi, come siamo sempre stati dalla parte dei popoli che lottano per la libertà”.
Nel merito delle polemiche sulle divisioni per la risoluzione approvata in Senato e alla Camera, Fratoianni spiega che “noi abbiamo sottoscritto e votato entrambe le risoluzioni, condividiamo la risoluzione che è stata da tutti e da tutte le forze politiche, e naturalmente condividiamo anche la necessità di esprimersi in modo molto chiaro contro qualsiasi ipotesi di intervento militare straniero”.
Il piano governativo presentato dal sottosegretario Delmastro prevede la costruzione di sette nuove carceri speciali, tre delle quali sull’isola

(lespresso.it) – Una riorganizzazione speciale delle carceri richiesta dal governo che – secondo l’amministrazione regionale della Sardegna – rischierebbe di trasformare il territorio in una “Cayenna” (o Guantanamo, che dir si voglia) d’Italia. Il ministero della Giustizia e la Regione a statuto speciale stanno cercando un punto d’incontro nell’ambito della trasformazione del sistema carcerario di massima sicurezza sull’isola. Dal verbale della seduta del 18 dicembre della conferenza Stato-Regioni – reso noto oggi, venerdì 16 gennaio – emerge che il governo vorrebbe lasciarsi alle spalle l’attuale modello.
Ad oggi, i detenuti in regime di 41-bis sono ospitati in 12 istituti, quasi tutti caratterizzati dalla “promiscuità” con altri circuiti detentivi. Secondo il piano governativo, presentato dal sottosegretario Andrea Delmastro, si prevede la costruzione di sette carceri speciali in totale, di cui 3 su suolo sardo, nei poli di Sassari, Nuoro e Cagliari Uta.
Le preoccupazione della Regione
La Sardegna teme così che la sua insularità diventi una condanna. “Quello che bisogna fare adesso è una presa di responsabilità di tutte le parti politiche, abbandonare i colori e cominciare a difendere la propria terra”, ha detto la presidente della Regione Alessandra Todde che ha aggiunto: “Non ci meritiamo di essere considerati come la Cayenna d’Italia”. Anche l’assessora della Difesa dell’ambiente Rosanna Laconi ha espresso “estrema preoccupazione”, ricordando i decenni in cui la Sardegna è stata percepita come una colonia penale e citando il caso dell’Asinara.
L’adeguamento alle linee della Corte Costituzionale
Le sette strutture che accoglieranno i 750 detenuti in regime di 41-bis rispondono all’obiettivo di adeguarsi alla sentenza n. 30 della Corte Costituzionale del 2025, che impone di garantire ai detenuti almeno quattro ore d’aria. Tale requisito sarebbe difficile da rispettare nelle strutture attuali, troppo vecchie e promiscue. Per assicurare ai detenuti speciali – che secondo la legge no dovrebbero avere contatti con gli altri – un adeguato numero di “passeggi”, sarebbe necessario dunque trasferirli in strutture apposite.
Se passerà il nuovo pacchetto Sicurezza, il poliziotto non sarà indagato quando un fatto potenzialmente criminoso è compiuto nell’adempimento di un dovere

(Susanna Marietti, Coordinatrice Antigone – ilfattoquotidiano.it) – Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione.
Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni.
Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale.
Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere.
Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento.
Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati.
È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare.
L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico.

(dagospia.com) – Riuscirà Giorgia Meloni, in versione Pulzella della Garbatella, a imporre il baldo Gian Marco Chiocci (“ah, se ci fossi tu qui…’’) alla diffidentissima Fiamma Magica (Fazzolari, Arianna, la coppia Giuseppe Napoli-Patrizia Scurti, Mantovano), che dal 2022 blinda Palazzo Chigi da qualsiasi soggettone avulso al “Mondo di Giorgia”?
Il primo tentativo di far traslocare il Pennellone turbo-meloniano dal Tg1 per porlo al centro di gravità della comunicazione della premier, sappiamo bene come è stato bruciato dal “fuoco amico”: dopo che Simone Canettieri, all’epoca ancora cronista al “Foglio” prima del passaggio al “Corriere della Sera”, ne scrisse rivelando la trama per portare Chiocci a palazzo Chigi, scoppiò un gran casino.
Ne venne fuori un polverone che fece emergere le faide della destra tv in Rai (Chiocci-Sergio vs Rossi-Mellone) e la Statista di Colle Oppio lo prese in quel posto. Il suo sogno evaporò e Chiocci comprese di essere stato fregato dai suoi stessi “camerati”, ovvero quella legione di pretoriani di Giorgia che proprio non lo voleva tra le palle.
Del resto, quando un partito nel giro di pochi anni si gonfia come una mongolfiera dal 4% al 30, sono fisiologiche le guerre intestine. Infatti tra la ridotta di “paFazzo Chigi” e le truppe asserragliate a via della Scrofa, ad esempio, i rapporti non sono per nulla idilliaci.
Se Meloni adora il “nero” ex cronista di nera de “il Giornale” (“di lui mi fido”), per la Fiamma Magica di Palazzo Chigi la pensa diversamente. Il dinamico e tosto Chiocci sarà pure de’ destra, anche più di loro, ma porta con sé il peccato originale di essere estraneo alla confraternita rampelliana dei ”Gabbiani’’ di Colle Oppio.
Quindi è considerato poco controllabile, dunque “inaffidabile”, perché, grazie a una lunghissima esperienza giornalistica (è stato anche direttore di AdnKronos), Chiocci è dotato di una ricchissima rete di relazioni trasversali.
Il suo network si estende in tutte le direzioni, dal mondo della sinistra all’intelligence di destra, dalla finanza (nel senso di Fiamme Gialle) al Vaticano. Una rete tentacolare ignota ai camerati come Fazzolari che, nel 2018, era uno sconosciuto dirigente di seconda fascia alla Regione Lazio, grazie a Renatona Polverini.
E poi Chiocci, si sa, ha un caratterino poco remissivo o incline ad accettare ordini e dinieghi. Bisognava silurarlo prima che la sora Cecioni della Garbatella lo traghettasse ai piani più alti di palazzo Chigi. La nomina di Chiocci a portavoce del presidente del Consiglio sarebbe entrata in collisione con il sedicente “genio” di Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario factotum che gestisce la comunicazione non solo del governo ma anche del partito (coadiuvato da Francesco Filini, deputato e responsabile dell’ufficio studi di Fratelli d’Italia).
Ora, dopo quattro mesi dall’”imboscata” che bruciò la promozione di Chiocci, a Giorgia Meloni servirebbe eccome un mastino nel ruolo di portavoce. S’avanza un anno complicato, tra referendum sulla giustizia, riforma della legge elettorale, le nomine delle partecipate di primavera, con un occhio teso alle politiche del 2027.
Lega e Forza Italia, ogni santissimo giorno, fanno ballare la rumba alla Ducetta con distinguo, polemiche, capricci e minacce più o meno velate. A questo s’aggiunge la mina vagante rappresentata dal generale Vannacci: pronto a una scissione nella Lega, l’ex militare puo’ terremotare il centrodestra portando via un 2-3% di voti al Carroccio e dunque alla coalizione, sfidando dall’estrema destra la leadership camaleontica di “Io so’ Giorgia”.
In questi giorni il direttore del Tg1 tace e aspetta. E’ in attesa di ricevere da Palazzo Chigi una proposta di contratto, nella quale però pretende sia ben definita la ripartizione delle deleghe sulla comunicazione. Non vuole né sovrapposizioni né invasioni di campo da parte del duo Fazzolari-Filini. L’uscita di Chiocci da Saxa rubra è prevista per marzo. L’Ad Giampaolo Rossi è già stato avvisato e, al momento, il nome successore sulla tolda di comando del Tg1 è uno solo: Nicola Rao, mitico autore della “Trilogia della Celtica”.
A differenza degli altri politici italiani che sanno cosa è bene per l’Ucraina, per il Venezuela e per l’Iran, il M5S ha una sola grande certezza: il ripudio della guerra

(di Angelo Palazzolo – ilfattoquotidiano.it) – Dopo che la Commissione Esteri del Senato ha approvato la mozione sull’Iran presentata dalla forzista Stefania Craxi con i voti favorevoli di tutto l’arco parlamentare, politici e mass media si sono accaniti contro l’astensione del Movimento 5 Stelle. I senatori pentastellati avevano chiesto di inserire una frase all’interno della risoluzione: “la contrarietà ad azioni militari unilaterali condotte fuori dal quadro del diritto internazionale”. Questa frase, tanto chiara quanto essenziale, è stata rigettata.
In altre parole, il Movimento 5 Stelle viene stigmatizzato e accusato di essere al fianco degli ayatollah solo per aver dimostrato, una volta di più, di avere un cervello proprio e di non farsi accecare da facili ricette e risposte preconfezionate; a poco servono le parole del capogruppo Stefano Patuanelli: “no a caricature di un M5S pro Ayatollah, sosteniamo senza ambiguità il popolo iraniano che si ribella a un regime teocratico brutale”, ormai la macchina del fango e della mistificazione è partita.
Ritengo che il M5S abbia fatto bene ad astenersi su questa risoluzione, ponendo come condicio sine qua non il rispetto del diritto internazionale. Spiego questo mio endorsement alla luce della cornice di eventi che hanno sconvolto il mondo contemporaneo e rimarcando, di volta in volta, il ruolo ricoperto dall’Italia:
1) Israele è alla sbarra dell’Aja per genocidio e l’Italia è stata al suo fianco offrendole assistenza politica, militare e logistica;
2) La politica europea ha fallito in modo colossale la gestione del conflitto russo-ucraino e l’Italia ha contribuito a questo fallimento toccando solo palle sbagliate: scommessa sulla sconfitta militare della Russia, esecrazione della diplomazia, diffusione di fake news;
3) la storica subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti ha toccato vette mai viste (dal bacino in testa dato da Biden alla nostra premier, all’accettazione supina di misure draconiane su dazi e riarmo); a questa triste realtà a cui ci eravamo abituati si aggiunge l’inedita sudditanza verso Israele (l’azione della Global Sumud Flotilla ha scoperchiato i veri rapporti di forza tra noi e lo Stato ebraico) e l’inaudita genuflessione verso la Libia (vedi caso Almasri);
4) a capo degli Stati Uniti si trova un megalomane senza scrupoli che – anziché fare i conti con la realtà e cercare di riposizionare il proprio Paese in un’ottica di necessario multilateralismo – sta collocando gli Usa fuori dalla legalità internazionale senza neanche più preoccuparsi di nascondere un animo meramente opportunista e imperialista (bombardamento dell’Iran, rapimento del Presidente venezuelano, sequestro di navi in acque internazionali, minacce di annessione alla Groenlandia e mi fermo qui per problemi di spazio).
Nonostante ciò, l’Italia continua ad orbitare attorno ad un Paese sempre più simile ad “un bufalo ferito, che infuria in tutto il mondo” per parafrasare un verso del cantante e poeta Umberto Fiora.
Non esistono più punti di riferimento esterni su cui fare affidamento (l’Ue si è trasformata in un ectoplasma belligerante, gli Usa hanno gettato la maschera disvelando un volto da film horror), pertanto bisogna ripartire dai fondamentali del nostro Paese. Il perimetro all’interno del quale muoversi è il rispetto della legalità internazionale e il faro da seguire è la nostra Costituzione. I 5S impuntandosi sulla necessità di quella frase dimostrano di averlo capito.
“La volpe sa molte cose – scriveva il poeta greco Archiloco – ma il riccio ne sa una grande”. A differenza degli altri politici italiani – di destra e di sinistra – che sanno sempre tutto (cosa è bene per l’Ucraina, cosa è bene per il Venezuela, cosa è bene per l’Iran), il M5S ha una sola grande certezza: il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Si è dimesso il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli ‘mutati gli scenari’

(ANSA) – Il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli ha rassegnato le dimissioni. Poco prima delle 13.30 il primo cittadino ha consegnato nelle mani della segretaria generale la lettera con cui ha reso nota la sua decisione. “Sono mutati gli scenari politici”, ha detto pochi minuti fa Napoli ai cronisti che gli chiedevano le motivazioni del suo addio.
Sindaco Salerno, ‘De Luca non ha avuto nessun peso sulle mie dimissioni’
(ANSA) – “Ho rassegnato nelle mani del segretario generale la mia lettera di dimissione dal mio incarico. La segretaria generale ha provveduto al protocollo della stessa e la invierà ai consiglieri comunali e al presidente del consiglio comunale, Angelo Caramanno, così come prescrive la procedura”.
Lo ha detto il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, comunicando alla stampa la sua decisione di lasciare l’incarico di primo cittadino. “Sono stato sindaco di Salerno per oltre 10 anni. Ho lavorato in un contesto complesso, basti ricordare ad esempio il Covid, che ha reso complicata la vita amministrativa. Posso dire con certezza e con fierezza che ho svolto il mio incarico al meglio delle mie possibilità e, come dice la Costituzione, con disciplina e onore”.
Per Napoli in questa fase “si sono verificate delle modifiche sostanziali dei riferimenti politici del quadro politico che impongono alcune riflessioni. Da un lato noi saremmo andati alle elezioni da qui a sei mesi se tutto fosse andato senza Covid. Quindi ora si correva il rischio di svolgere questa fase di consiliatura delegandola ad un’azione ordinaria che non possiamo permetterci.
C’è bisogno invece di una spinta propulsiva, nuove progettualità, nuove iniziative che abbiano davanti un tempo ragionevole per la loro organizzazione. Quindi, piuttosto che fare quest’anno stancamente, ho immaginato che fosse utile per la città e per i miei concittadini, avere un’amministrazione con una durata di cinque anni che potesse svolgere un’azione di progettazione e di proposte e di realizzazioni assolutamente adeguate alle nostre esigenze”.
Sul possibile ‘peso’ avuto nella scelta da Vincenzo De Luca, il sindaco Napoli è categorico: “Non è assolutamente vero. Ripeto, da qui a un anno saremmo andati alle elezioni e quindi questo pezzo di storia della nostra città si giocava sull’ordinaria amministrazione. Non sarebbe stato giusto.
Quindi si svolge una funzione a mio parere intelligente dando la possibilità ai miei concittadini di esprimersi dal punto di vista elettorale e di decidere del destino della città”. Sul rapporto con De Luca: “Certo, lo sento costantemente. Se ci siamo confrontati? Noi facciamo politica e quindi i nostri ragionamenti sono politici il che naturalmente non inficia il fatto che ci sono dei legami di amicizia fraterni che si sono cementati nel corso del tempo”.
Salerno: Iannone (Fdi), ‘Napoli e De Luca giocano con le istituzioni’
(ANSA) “Si gioca con le Istituzioni come se fossero il salotto di casa. Il Sindaco di Salerno Enzo Napoli si dimette perche’ De Luca e’ rimasto senza poltrona e deve ricandidarsi a qualcosa per non stare disoccupato. Siamo alla gravita’ estrema e senza precedenti se si considera che Napoli e’ stato messo solo poco tempo fa a fare anche il Presidente della Provincia. E secondo la legge Delrio ora occorrera’ eleggere il nuovo Presidente entro 90 giorni. Cosa dice il Pd nazionale di questo scandaloso modo di interpretare le Istituzioni da parte dei propri uomini? Si terminano anticipatamente mandati solo per calcolo politico in disprezzo totale dei cittadini e delle norme. Non c’è’ nessuna decente motivazione fornita dal Sindaco Napoli per questa decisione. Siamo tornati al tempo di Celestino V e Bonifacio VIII.” Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Antonio Iannone, commissario regionale del partito in Campania.
Salerno: Ferrante (Fi), dimissioni per ricandidare De Luca sono indecenti
(ANSA) – “Le dimissioni di Vincenzo Napoli da sindaco di Salerno dimostrano ancora una volta la concezione padronale delle istituzioni da parte del Pd. Un passo indietro che avviene non per l’evidente incapacità politica di amministrare il territorio, ma solo per lasciare il posto alla ricandidatura di Vincenzo De Luca che, dopo l’esclusione dalle elezioni regionali, tenta di riconquistare la poltrona di sindaco. Siamo di fronte a un utilizzo indecente delle funzioni pubbliche, con gli interessi collettivi piegati alle ambizioni personali, l’ennesimo schiaffo ai cittadini e alle istituzioni da parte di un sistema di potere che troppo a lungo ha malgovernato il nostro territorio. Forza Italia, già a partire dalle prossime elezioni amministrative, sarà in prima linea per dare a Salerno un’alternativa seria e credibile, che metta fine alla gestione clientelare e dia alla città una vera prospettiva di sviluppo”. Lo afferma il deputato campano di Forza Italia Tullio Ferrante, sottosegretario al Mit.

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Gli Stati Uniti avrebbero esercitato pressioni sul governo italiano per cancellare contratti pubblici con il fornitore cinese di apparecchiature di sicurezza Nuctech, parlando di rischi per la sicurezza italiana e statunitense.
Nel dettaglio, Washington avrebbe presentato “lo scorso anno” formali proteste diplomatiche, chiedendo di annullare l’esito di gare per circa 20 milioni di euro relative a scanner utilizzati dall’Agenzia delle dogane in vari porti italiani.
Secondo Bloomberg, infatti, i timori statunitensi riguardano la possibilità che le immagini dei macchinari installati nei porti del Paese possano essere accessibili alle autorità cinesi. Gli Usa avrebbero portato direttamente il caso all’ufficio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Nuctech è inserita dagli Stati Uniti nella Entity List come minaccia per la sicurezza nazionale e l’Ue ha avviato indagini sull’azienda cinese. ‘Tutti i dati generati dalle nostre apparecchiature appartengono ai clienti, che ne mantengono il pieno controllo’, ha dichiarato Nuctech, sostenendo che i prodotti installati in Europa rispettano gli standard su privacy, protezione dei dati e cybersecurity.
Nonostante ciò, la società è già soggetta a restrizioni in Lituania e Belgio.
Sempre secondo le fonti, Roma avrebbe risposto a Washington che annullare retroattivamente le gare sarebbe stato impossibile per i rischi legali e le possibili ripercussioni diplomatiche con Pechino. Tuttavia, avrebbe assicurato che nei bandi futuri avrebbe privilegiato le offerte di aziende con sede in Italia, in Paesi Nato o alleati della Nato.