
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Sulla stupidità della censura c’è ampia letteratura. Ma quando a praticarla sono politici e giornalisti, il concetto di stupido si rivela pericolosamente minimalista. Ranucci conduce il programma d’informazione Rai più seguito. Un amico pregiudicato, Lavitola, gli fa esplodere una bomba sotto casa, per motivi incomprensibili a tutti fuorché agli psichiatri. Cariche e scariche istituzionali con […]
Il boss di cosa nostra Giuseppe Graviano, al 41bis dove sta scontando più ergastoli, è disponibile a parlare con i magistrati di Caltanissetta sul suo rapporto con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. L’avvocato di Salvatore Borsellino: “Che sia sentito in contraddittorio”.

(di Giorgia Venturini – fanpage.it) – Potrebbe essere sentito dai magistrati di Caltanissetta Giuseppe Graviano, il boss di cosa nostra del quartiere Brancaccio di Palermo legato ai Corleonesi di Totò Riina. Sta scontando più ergastoli al 41 bis, come il fratello Filippo: entrambi non sono mai stati collaboratori di giustizia. Tra le condanne anche quella che lo ritiene un mandante delle stragi del ’93 a Firenze, Milano e Roma.
La lettera dell’avvocato di Giuseppe Graviano inviata al gip
Il 12 agosto l’avvocato di Giuseppe Graviano, il legale Antonio Sanvito, ha inviato una lettera al giudice per le indagini preliminari Santi Bologna di Caltanissetta in merito al procedimento penale a carico dell’ex senatore Marcello Dell’Utri inerenti alle stragi di mafia che la Procura ha deciso di archiviare: “Nel mese di giugno 2026, Giuseppe Graviano ha appreso — attraverso i notiziari televisivi — dell’udienza camerale, svoltasi il 15 giugno 2026 dinanzi a codesto gip, nell’ambito del procedimento a carico di Marcello Dell’Utri per le stragi del 1992, relativa alla opposizione, formulata dalle PP.OO., alla richiesta di archiviazione avanzata da codesta spett.le Procura della Repubblica. Da tale notizia è emerso che tra le piste investigative indicate come ancora da percorrere figurano i rapporti tra Dell’Utri e Giuseppe Graviano”.
L’avvocato precisa di aver parlato con il suo assistito e sono arrivati alla decisione di “rendere pubblica la posizione di Graviano” optando “per la via istituzionale”, ovvero quella di presentarsi davanti ai magistrati. Anche perché “le conoscenze in possesso di Graviano costituiscono un patrimonio informativo di indubbio rilievo pubblico, rispetto al quale il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a essere compiutamente informati su vicende che hanno segnato la storia del Paese non possono essere compressi né differiti oltre il tempo strettamente necessario a rispettare le forme istituzionali qui prescelte”.
Giuseppe Graviano durante il processo ‘ndrangheta stragista aveva risposto alle domande sul suo rapporto tra l’ex leader di Forza Italia Silvio Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri. Quest’ultimo è stato condannato in via definitiva nel 2014 a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa: i giudici lo hanno ritenuto responsabile di essere il mediatore tra la mafia e Silvio Berlusconi dal 1974 al 1992. In quegli anni è stata pagata cosa nostra in cambio di protezione. Silvio Berlusconi non venne mai condannato.
Ultimamente sia la Procura di Firenze (che ha continuato a indagare sulle stragi del ’93) che quella di Caltanissetta (titolare del fascicolo sulle stragi del ’92) hanno presentato le richieste di archiviazione sulle ultime indagini nei confronti di Marcello Dell’Utri. Alla decisione della Procura di Caltanissetta si è opposto l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo Borsellino ucciso nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992.
In questo contesto è arrivata anche la lettera dell’avvocato di Giuseppe Graviano, che precisa: “La presente comunicazione non deve essere letta, né interpretata, come un messaggio occulto, criptato o subliminale che Giuseppe Graviano intende veicolare verso l’esterno attraverso i canali giudiziari. È esattamente il contrario: si tratta di ribadire, nelle sedi competenti e con la trasparenza che questa vicenda impone, quanto Graviano ha già dichiarato pubblicamente, a verbale, dinanzi alla Corte di Assise di Reggio Calabria. Nulla di nuovo, dunque. Nessun messaggio in codice. Solo la reiterazione, nelle forme istituzionali appropriate, di dichiarazioni già rese e già agli atti”.
L’avvocato Sanvito: “Graviano non sarà mai un collaboratore di giustizia”
A Fanpage.it l’avvocato Sanvito ha dichiarato che Graviano aveva già risposto alle domande in merito al suo rapporto con i due politici ma, se venisse sentito a Caltanissetta, potrebbe rispondere ad altre domande e quindi potrebbe emergere qualcosa di nuovo. Il legale ha poi aggiunto: “Il mio assistito non sarà mai un collaboratore di giustizia. Il primo a parlare di questo rapporto tra il mio assistito e Berlusconi e Dell’Ultri è stato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Giuseppe Graviano era pronto a parlare ma solo attraverso un dialogo e confronto con Spatuzza, cosa che non avvenne mai”. Che Giuseppe Graviano sia coinvolto nelle strage in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? “Lui dice di sapere la sua verità”, conclude l’avvocato. Ma cosa ha detto Giuseppe Graviano nel processo davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria nell’udienze del 23 gennaio e del 7 e 14 febbraio 2020 nel processo di ‘ndrangheta stragista?
I presunti incontri tra Silvio Berlusconi e Giuseppe Graviano
Nella lettera inviata al giudice per le indagini preliminari l’avvocato riporta parte dei verbali del processo del 2020. Davanti ai giudici Giuseppe Graviano dichiarò di aver incontrato “personalmente Silvio Berlusconi in più occasioni. Il primo incontro avvenne all’hotel Quark di Milano, alla presenza del nonno Quartararo Filippo e del cugino Graviano Salvatore, che li presentò. Un altro incontro avvenne in una data successiva che Graviano non ha precisato. In un altro incontro — che Graviano colloca nel dicembre 1993, a Milano Tre — si discusse della formalizzazione dei rapporti economici in essere: erano presenti Graviano e il cugino Salvatore, mentre Berlusconi aveva con sé altre persone che non furono presentate. L’incontro del dicembre 1993 incluse anche una cena”.
Nella lettera si legge anche che “Berlusconi nel 1992, in un periodo collocato da Graviano nei primi mesi dell’anno e comunque prima della strage di Capaci, aveva manifestato al cugino Salvatore l’intenzione di scendere in politica, chiedendo un appoggio in Sicilia, e che il cugino aveva risposto che non era necessario fare campagna elettorale: era sufficiente portare avanti i progetti di sviluppo della Sicilia già discussi, e la gente avrebbe votato da sola”.
Ma c’è di più: “Nel dicembre 1993, al momento dell’incontro a Milano Tre, l’obiettivo era di fissare un successivo appuntamento — per il febbraio 1994 — nel quale formalizzare l’ingresso dei soggetti investitori nelle società immobiliari. L’arresto di Graviano, avvenuto il 27 gennaio 1994, impedì che quell’appuntamento si tenesse”.
Il rapporto con i politici emerse anche “nelle intercettazioni con il sig. Adinolfi Umberto”. Emergono riferimenti “al senso di tradimento maturato nei confronti di Berlusconi, per il mancato rispetto degli accordi economici, e a dinamiche politiche e legislative che Graviano ha messo in relazione con la propria vicenda detentiva. In particolare, Graviano dichiara che Berlusconi, dopo essere entrato in politica, non rispettò i patti economici assunti con il nonno Quartararo Filippo, e che le leggi approvate durante i governi Berlusconi — che Graviano giudica persecutorie nei suoi confronti — sono espressione di quel tradimento”.
Giuseppe Graviano si dichiara estraneo alle stragi di mafia
Giuseppe Graviano, in quelle udienze a Reggio Calabria, si dichiarò estraneo alle stragi di mafia. Punto che viene specificato nella lettere inviata al gip: “Se Graviano è estraneo alle stragi e se al contempo esistono rapporti documentabili tra la sua famiglia e i soggetti che le indagini hanno nel tempo messo a fuoco, allora la ricostruzione dei fatti non può dirsi completa. Vi sono aspetti che, nel corso dell’esame dinanzi alla Corte di Assise di Reggio Calabria, non sono stati approfonditi perché estranei all’oggetto di quel procedimento, ma che potrebbero risultare di rilievo per il procedimento di Caltanissetta. Graviano è disponibile a ripetere dinanzi all’Autorità Giudiziaria di Caltanissetta quanto già dichiarato a Reggio Calabria e, ove occorra, a precisare aspetti che in quella sede non sono stati approfonditi, nei termini e nelle forme che l’ordinamento consente e nel rispetto del perimetro da lui stesso definito”.
L’avvocato di Salvatore Borsellino: “Graviano sentito in contraddittorio”
La disponibilità di Giuseppe Graviano di parlare con i magistrati sul suo rapporto con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri arriva dopo l’opposizione presentata dall’avvocato Repici, legale di Salvatore Borsellino, alla richiesta di archiviazione. Il legale Repici, a seguito della lettera dell’avvocato Sanvinto del 12 agosto, ha scritto al gip di Caltanissetta: “Alla luce della nota del difensore di Giuseppe Graviano, si rende doveroso l’esame di Giuseppe Graviano nel contraddittorio delle parti, cosicché appare necessario che il pm voglia formulare, alla luce della nota del difensore di Giuseppe Graviano, richiesta di incidente probatorio affinché si proceda all’esame di Giuseppe Graviano sui seguenti temi: la strage di via D’Amelio; i rapporti tra Giuseppe Graviano, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri; le intercettazioni delle conversazioni fra Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi”.
A questo punto l’avvocato Repici chiede che venga sentito non solo su Berluscono-Dell’Utri ma anche sulla strage di via D’Amelio. Dopotutto, “tale soluzione a maggior ragione è l’unica rispettosa della ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio, considerato che l’analisi della posizione di Giuseppe Graviano, come giudiziariamente accertata, e perfino l’analisi della nota del difensore di Giuseppe Graviano attestano che la cosiddetta causale mafia-appalti su via D’Amelio ha la stessa gigantesca infondatezza della pista palestinese sulla strage alla stazione di Bologna, nonostante su quella causale (mafia-appalti: cioè la pista palestinese sulla strage di via D’Amelio) si siano sperticati con sforzi degni di meno peggior causa il Procuratore della Repubblica e un difensore di persone offese dal reato”. E proprio per l’importanza di quello che Giuseppe Graviano potrà dire, il legale del fratello di Paolo Borsellino ha chiesto che il boss di cosa nostra venga sentito in contraddittorio.
Indiscrezioni sull’ipotesi di sostituzione. Lavitola gli scrisse in chat ‘rischi la salute’

(ansa.it) – Una decisione della Rai sul futuro di Sigfrido Ranucci e di Report presa in questa fase “sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità” e “ogni altra giustificazione” sconterebbe “le già manifestate indicazioni condizionanti di esponenti di vertice governativo e istituzionale”.
Il conduttore della trasmissione di Rai Tre, tramite il proprio legale, l’avvocato Roberto De Vita, interviene in merito alle indiscrezioni, sempre più insistenti, su una sospensione del giornalista dopo gli sviluppi dell’indagine sull’attentato ai suoi danni e la confessione dell’imprenditore Valter Lavitola, in carcere dal 10 agosto scorso, di essere il mandante dell’azione dinamitarda del 16 ottobre 2025.
Ma appunto quelle che l’avvocato commenta sono indiscrezioni mentre non c’è nessuna comunicazione ufficiale in merito da parte della Rai che, al momento, tace. La relazione del Comitato Etico è stata consegnata all’amministratore delegato Giampaolo Rossi il 13 agosto, e non ci sarebbero accelerazioni mentre, al contrario, sarebbero in corso ulteriori approfondimenti prima della decisione finale che dovrebbe arrivare però al massimo tra qualche giorno. Difficile comunque, a quanto si apprende, ipotizzare una sospensione mentre sembra possibile che al conduttore di Report, anche vicedirettore, venga proposto un incarico alternativo.
Da parte sua comunque il legale di Ranucci sostiene che in questo frangente “ogni iniziativa” che la Rai dovesse assumere “sarebbe inquinata dalle falsità” che, “nonostante la posizione netta e chiara” degli inquirenti sul ruolo di “vittima e inconsapevolezza” del giornalista, “sono state alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’Azienda”. La posizione del conduttore sembra quindi chiara.
“Motivazioni laterali alla vicenda”, aggiunge il suo legale, “quali frequentazioni, fonti e inchieste controverse” sarebbero “espedienti e artifici formali e sostanziali”. E ancora: legare la possibile sospensione a “motivazioni di incompatibilità ambientale” rappresenterebbe una “punizione della vittima” che troverebbe poco spazio “nel nostro ordinamento”. Altre giustificazioni, è l’affondo di De Vita, ricondurrebbero la scelta dei vertici Rai alle “già manifestate indicazioni condizionanti di esponenti di vertice governativo e istituzionale, collocando nell’orbita della decisione politica le iniziative della Rai nei confronti del conduttore e della trasmissione”. Dalla parte di Ranucci si invita l’Azienda “a saggezza ed equilibrio” e ad attendere che “la conclusione delle indagini consenta di solidarizzare senza esitazione con la vittima di un grave attentato e anche per questo di confermarla alla guida” della trasmissione. Sul fronte politico il leader del M5s, Giuseppe Conte, invita a “tenere alta la guardia su Report: le sue inchieste – afferma l’ex premier – non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta. Il problema degli italiani è un governo che dopo 4 anni è rimasto immobile senza offrire soluzioni”.
Intanto sul fronte dell’indagine non è stato ancora fissato l’interrogatorio chiesto dai quattro della banda che ha piazzato l’ordigno all’esterno della villetta di Pomezia. L’atto, presumibilmente, potrebbe slittare alla prossima settimana negli stessi giorni in cui Lavitola, come annunciato dal suo difensore, comparirà davanti ai giudici del Riesame per fare dichiarazioni spontanee. “Non una ritrattazione della sua confessione, ma alcune puntualizzazioni”, spiega l’avvocato Arturo Cola. Per la Procura di Roma la bomba alla gelatina di cava venne collocata non per fare aumentare la scorta a Ranucci, come sostenuto dall’imprenditore, ma per lanciarlo in politica e diventarne “il king maker”, come scrive la Procura nella richiesta di arresto. “Un obiettivo da raggiungere a tutti i costi”, aggiungono nell’atto i pm coordinati da Francesco Lo Voi. “Lavitola sfrutta ogni occasione utile per persuaderlo, approfittando del fatto che gli attacchi che subisce ne aumentano la popolarità e il consenso da parte dell’opinione pubblica”. In un’intercettazione agli atti, l’indagato arriva a dire a Ranucci: “Credo che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente; cerca di cogliere l’occasione, altrimenti rischi la salute”.

(repubblica.it) – Una forca per le impiccagioni con cabine dalle quali i familiari delle vittime del terrorismo potranno assistere all’esecuzione dei condannati. Il cantiere di questo nuovo centro per la pena di morte ha voluto mostrarlo orgogliosamente il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, nell’ennesimo gesto propagandistico compiuto dal leader di Otzma Yehudit, partito dell’ultradestra, in vista delle elezioni d’autunno. D’altra parte Ben-Gvir rivendica al suo partito (e al governo) anche il merito di aver fatto approvare la legge, varata dal Parlamento il 30 marzo scorso, che destina all’impiccagione i palestinesi condannati per reati di terrorismo. Il provvedimento è stato duramente criticato dalla comunità internazionale, ma è andato avanti e ora il braccio della morte sta per diventare operativo. I familiari delle vittime dovranno richiedere un permesso apposito per assistere alle esecuzioni.
(di Andrea Gagliardi – Il Sole 24 Ore) – Che il Parlamento abbia perso centralità nell’esercizio della funzione legislativa non è una novità. Ma il fenomeno è confermato e rafforzato dall’ultima ricognizione, aggiornata al 13 luglio 2026, del Servizio studi di Montecitorio sulla produzione normativa.
Nell’attuale legislatura (la XIX, a partire dal 13 ottobre 2022), delle 340 leggi complessivamente approvate (di cui 337 ordinarie e 3 costituzionali) 257 sono di iniziativa governativa (il 75,6%), ripartite tra 117 leggi di conversione di decreti-legge, 139 disegni di legge e una legge costituzionale. Costrette a concedere la corsia preferenziale ai testi del governo le Camere hanno approvato solo 78 leggi di iniziativa parlamentare (il 22,9%, rispetto al 23,4% della precedente rilevazione del 13 maggio).[…]
Non solo. I testi del governo escono dall’iter parlamentare appesantiti e a volte disomogenei. Con una dilatazione dei commi del 58,1% nel caso dei decreti legge, a causa del gran numero di emendamenti approvati (3.134) nel corso della conversione alle Camere.
Sul fronte degli emendamenti le opposizioni sono riuscite a lasciare il segno nel 31,9% dei casi, con 1.011 emendamenti “autonomi” approvati e con altri 926 ritocchi votati insieme alla maggioranza. Su un totale di 6.077 emendamenti approvati, sono state 5.891 le modifiche che hanno ottenuto il disco verde in prima lettura e 186 in seconda lettura. Il grosso degli emendamenti (5.564) ha avuto il via libera in commissione. I restanti 513 in Aula.
Non va dimenticato il fenomeno del monocameralismo “di fatto”, o “alternato”, per cui il 92% delle leggi ordinarie approvate (310 su 337) è stato modificato da un solo ramo del parlamento, con mera ratifica del secondo. Ad essere accomunate da questo destino sono prima di tutto le leggi di conversione dei decreti, che rappresentano di fatto la principale attività del Parlamento (il resto dei testi approvati è costituito prevalentemente da disegni di legge d’iniziativa governativa).
Infatti 115 dei 117 decreti convertiti in legge fino al 13 luglio scorso hanno registrato le correzioni di una sola Camera. Soltanto per due testi, il decreto Sport e il secondo dei provvedimenti in materia di prezzi dei prodotti petroliferi, si è resa necessaria una terza lettura.
Un cammino simile è toccato a 132 delle 139 leggi ordinarie d’iniziativa governativa che hanno ricevuto il disco verde finale: solo per sette testi (tra questi la delega fiscale, il Ddl su competitività e riforma del mercato dei capitali, la legge sull’intelligenza artificiale e la legge annuale per le piccole e medie imprese) si è giunti al terzo passaggio in Aula.
(tg24.sky.it) – Un numero scritto sulla fronte e sulle braccia, il “44”, dopo essere stato fermato dai militari israeliani. È la denuncia di Ahmed Hatna, abitante della località di Qabatiyah, nel nord della Cisgiordania, uno dei palestinesi coinvolti in un blitz dell’Idf finito al centro delle polemiche. Una vicenda che riaccende i riflettori sulla condotta dei soldati israeliani in una terra già segnata dalle continue violenze dei coloni estremisti.
Come lui, secondo fonti locali, anche altri palestinesi trattenuti in un blitz dell’Idf di lunedì sono stati rilasciati dopo esser stati contrassegnati “con numeri scritti a pennarello” in alcune parti del corpo. Alcuni sarebbero inoltre stati “picchiati” durante l’arresto e torchiati con minacciosi interrogatori. Il caso, riferito da Haaretz, ha suscitato particolare scalpore, tanto da portare lo stesso esercito israeliano ad ammettere che i soldati coinvolti hanno esagerato. […]
Nel dare una prima versione ufficiale sui fatti, l’Idf ha spiegato di aver condotto un’irruzione in un centinaio di edifici per cercare individui “coinvolti nella pianificazione di attentati”, arrestando due sospetti e interrogando altre persone. Fonti del posto hanno parlato di un numero maggiore di fermati e del fatto che alcuni avevano subito percosse. “Non ci trattano come esseri umani”, ha denunciato uno dei coinvolti.
Successivamente, l’esercito ha ammesso che i militari avevano “contrassegnato i sospetti che venivano interrogati nell’ambito dell’operazione” e che il rimprovero dei loro superiori per tale azione, ritenuta “grave”, era stata occasione di “imparare le lezioni opportune”.
Non è la prima volta che accade qualcosa di simile: ad aprile, soldati israeliani avevano scritto numeri sulle mani di donne palestinesi che entravano nel campo profughi di Jenin, pratica definita poi dall’Idf come una “cattiva valutazione”.
Il blitz di Qabatiyah è avvenuto nell’ambito di una escalation di tensione in Cisgiordania, dovuta ad azioni spesso violente di coloni volte a recuperare insediamenti precedentemente dismessi, cui generalmente governo e forze militari reagiscono con silenzio e inazione.
Legge elettorale: 150 avvocati studiano i ricorsi alla Consulta

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – Ricorsi e mobilitazioni: è un attacco a più punte, che utilizza due corsie, quello che si sta organizzando contro il Melonellum. La base già c’è ed è costituita dalla rete che ha portato avanti la campagna per il No al referendum. C’è già stata una prima manifestazione a Roma, il 30 giugno, organizzata da Roberto Zaccaria, che è uno dei coordinatori di Costituzione e Democrazia (e anche l’animatore del gruppo Whatsapp), un’altra ci sarà a Milano il 28 settembre alla Camera del Lavoro. Nel frattempo, 150 avvocati coordinati da Enrico Grosso – che è stato il presidente del Comitato del No – stanno cercando di individuare i punti deboli della legge elettorale da sottoporre alla Consulta. Come spiega Pietro Adami (l’avvocato del Comitato dei 15 giuristi che aveva promosso la raccolta delle firme per il referendum) sotto osservazione non ci sono solo la questione delle preferenze (che in realtà potrebbero essere introdotte nel passaggio in Senato, nonostante la bocciatura che c’è stata alla Camera) e il premio di maggioranza, ma anche il listone bloccato, ovvero un elenco di candidati – concordato preventivamente dai partiti della coalizione – che entrano in Parlamento secondo l’ordine stabilito. La sua composizione è dunque affidata agli accordi interni tra le forze coalizzate e non dipende dalle preferenze degli elettori. Il nucleo storico del gruppo è quello creato nel 2014 da Felice Besostri per il no all’Italicum, che introdusse il principio per cui i ricorsi si potevano basare sulla possibilità di chiedere l’intervento della Corte in quanto alcuni meccanismi delle riforme elettorali ledono il diritto di voto dei cittadini. Gli avvocati sono partiti da lontano: il 20 maggio Adami ha convocato una riunione per mantenere attiva la rete e studiare le strategie.
Adesso, l’idea è di presentare i ricorsi in una quindicina di distretti giudiziari diversi, magari confezionando più testi. Bisogna aspettare la versione definitiva della legge: secondo Zaccaria ragionevolmente dovrebbero essere consegnati entro il 15 dicembre, o comunque due mesi dopo l’approvazione definitiva. Ci sono i tempi perché la Corte si pronunci in tempo per le elezioni? Il dibattito è aperto. Zaccaria tira fuori un altro elemento: “Di fronte a dei ricorsi pendenti è molto difficile non aspettare il giudizio della Corte per le elezioni”. Questo metterebbe in discussione l’ipotesi del voto ad aprile. “Lo scioglimento anticipato delle Camere dipende da Mattarella: e davvero lui sarebbe pronto a farlo davanti a 10-12 rinvii alla Corte?”. Intanto, a settembre la mobilitazione entrerà nel vivo: sono già previsti altri 3 eventi (sia al Sud che al Centro), oltre a quello di Milano. Nella Rete per un voto libero e uguale ci sono una trentina di associazioni, tra costituzionalisti, avvocati, organizzazioni che fanno attività in difesa della Costituzione. Si aspetta che scendano in campo i pesi massimi, dalla Cgil all’Anpi, all’Arci. E i partiti di opposizione? Per dirla con Zaccaria, la lotta al Melonellum sarà un elemento di campagna elettorale. Soprattutto nel Pd guardano con particolare interesse alla questione: sulla carta, se la Corte si dovesse pronunciare contro la legge, le primarie sarebbero meno necessarie. Anche se in realtà il metodo con cui scegliere il leader è una questione politica.

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – A centosette anni si può ancora avere una prima volta. Erminia Di Giannantonio, nata a Trasaghis nel 1919 quando presidente del Consiglio era Francesco Saverio Nitti, ha appena presentato la richiesta per la sua prima tessera di partito almeno così raccontano alcune cronache di qualche settimana fa. Dopo essere stata protagonista, nel corso dei primi mesi dell’anno, dei classici articoli sugli ottuagenari tipici di certa stampa locale italiana, ha scoperto all’inizio dell’estate un desiderio prepotente di politica.
Non l’aveva mai fatta prima: il padre finanziere non ne aveva mai avute, la madre si era adeguata, e così per un secolo Erminia ha attraversato una monarchia, due repubbliche, diversi papi, due epidemie, il Friuli, Trieste, Gorizia, Lecce e infine la Toscana, oltre al diritto di voto esercitato senza interruzione dal 2 giugno 1946, senza mai sentire il bisogno di una tessera in tasca. Ora, a Fratelli d’Italia, l’ha chiesta.
La prima tentazione, di fronte a una notizia così, è considerare tutto quanto frutto della senilità — nel senso più affettuoso, quello del vezzo tardivo, della curiosità che torna quando tutto il resto si è defilato. Ma è la lettura sbagliata. Chi racconta Erminia — è il figlio a farlo, in un’intervista — descrive una donna lucidissima, chiacchierona, che ricorda i titini che le volevano tagliare i capelli nel ’44, il parto affrontato da sola su un filobus per Trieste, e chiama ancora Mussolini “Sua Eccellenza” senza vergogna e senza retorica costruita a tavolino: è, ahinoi, memoria vissuta, non nostalgia di seconda mano.
La vera senilità, quella di Svevo, non è un dato anagrafico: è l’incapacità di uscire da uno schema, l’autoinganno di chi scambia un rito per un sentimento e continua a ripeterlo senza più saperne il perché. Un secolo dopo la sua nascita, la politica italiana produce ancora la tessera come reliquia da consegnare a domicilio, il capo da incontrare come un santo protettore, l’adesione come gesto affettivo prima che come programma. Dopo qualche settimana dalla notizia di Erminia, il sindaco di Catania bacia in diretta social il vero teschio di Sant’Agata durante la processione del nono centenario dal martiro della santa patrona, e l’UAAR bolla il gesto come superstizione legata al culto dei morti. Accusa ingenerosa, forse, per un sindaco in processione, soprattutto considerando che non si tratta certo del primo (a Napoli a più d’uno saranno fischiate le orecchie): più esatta se rivolta alla politica in generale, che di reliquie — ossa vere o tessere di carta — si nutre da sempre, e dei riti resta serva più che padrona. Non bacia le ossa (o il sangue rappreso) perché ama i morti: le bacia perché è più facile che inventare qualcosa per i vivi.
Anche la tessera di Erminia, del resto, non si accontenta di essere celebrata in privato: viene messa in vetrina, con gli strumenti di sempre. A raccontare Erminia per primo, con dovizia di dettagli e un titolo da fiaba, è stato il quotidiano di partito — un altro reperto del secolo che lei ha attraversato, di quando ogni forza politica aveva la sua testata oltre alla sua tessera — e da lì la notizia è rimbalzata sui giornali d’area, di testata in testata, fino a diventare un caso mediatico costruito più che scoperto. Una tessera a centosette anni diventa comunicato, prova di un consenso che scalda il cuore prima ancora di contare i voti, mentre il bilancio vero, fatto di provvedimenti mantenuti, resta fuori dall’inquadratura.
Non è un vizio di una parte sola: la sinistra ha i suoi tic divenuti liturgia, la destra le sue tessere-onorificenza consegnate ai centenari. Non è la nonna d’Italia a essere fuori tempo. È il sistema, intero, identico a se stesso da tre generazioni, a non essere mai davvero uscito dal Novecento che lei ha attraversato per intero.
Erminia, dopo la tessera, vorrebbe incontrare Giorgia Meloni. Chissà se le toccherà lo stesso “Sua Eccellenza” riservato a Mussolini: per restare fedeli al secolo, in fondo, basta cambiare il nome e lasciare intatto l’inchino.

(Salvatore Bianco – lafionda.org) – Dopo la perla di Massimo Giannini di ieri (nel suo editoriale su Repubblica: “Difendere l’Ucraina sarebbe l’occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un progetto di difesa europea”), non poteva essere da meno il Corriere oggi con l’ode a Djokovic in caratteri cubitali: “Forgiato dalla guerra a dodici anni!”. Sia chiaro: l’immensità di Djokovic non si limita al solo campo da tennis, dove la sua grandezza è indiscutibile, ma risiede anche nel suo spessore di cuore e pensiero. Detto questo: siamo per caso alle prove tecniche per tentare di forgiare quel medesimo spirito guerriero che langue da tempo sulle nostre sponde? Per inciso, si segnala alla redazione del Corriere che Sinner a 12 anni non ha imbracciato alcun fucile e, in proiezione, pare avviato ai medesimi orizzonti di gloria di Djokovic. Di grazia, Lorsignori potrebbero rendere edotta la servitù dispersa sulle loro reali intenzioni?
Una premessa è d’obbligo. Una classe dirigente degna di questo nome per l’appunto dirige, e non fa scommesse o, peggio, tira i dadi. Ma forse noi non ci troviamo realmente al cospetto di una classe dirigente, di cui in effetti si è smarrito financo il nome. No, qui ci troviamo in presenza di un fenomeno particolare che andrebbe seriamente indagato. La nostra realtà è quella di un protettorato — come ben detto dall’ambasciatore Bradanini — perché quello siamo diventati. Strutturalmente, un protettorato non esprime classi dirigenti autonome, ma tecnicamente agenti e commissari del centro imperiale.
Per carità di patria, poi, centellinate l’uso del termine “Occidente”, così come quello di “Europa”: entrambi sono costrutti ampiamente eccedenti rispetto ai miserabili simulacri rappresentati da un impero al tramonto con le sue colonie UE. Viene quasi il sospetto, se non la certezza, che oltre alla bussola stiate perdendo pure la dignità. D’accordo, il mondo pluriverso spaventa, non siete abituati; ma attingendo a quella stessa tradizione di pensiero di cui vi vantate, è possibile riscoprire una ricchezza di filoni culturali e di pensiero critico che porta ad esaltare il dialogo e a ripudiare la guerra. Il che, tradotto nelle relazioni internazionali, vuol dire una cosa sola: diplomazia.
Non ne siete capaci perché non sapreste collocare correttamente neppure uno Stato su una cartina geografica, figuriamoci comprenderne il substrato religioso e storico-culturale? Non è un problema, passate laicamente la mano. Questo Paese, come tanti altri nel contesto europeo, saprà adeguatamente rimpiazzarvi. Non è molto complicato. Proprio in questi giorni stiamo scoprendo di avere un patrimonio di atleti, donne e uomini inestimabile. Siamo pressoché certi che, scavando un poco di più, troveremo le risorse umane per riprendere il nostro destino nelle nostre mani.
Un’ultima preghiera: non ci propinate l’ennesima operazione trasformistica dell’uomo tutto chiacchiere e distintivo. La società è più ricca e articolata di come ci viene venduta in modo interessato tutti i santi giorni. Serve solo un poco di organizzazione e di studio accanito per far uscire dalle sabbie mobili e dalla palude questo Paese, che non è morto e soprattutto non vuole morire.
Ritrovare unità per non “farla finita”. La minoranza riformista chiede chiarezza su Campo largo, Europa e difesa. Mentre il progetto di una lista centrista fatica a prendere forma

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – La politica estera ha costituito il motivo dell’ultimo scontro. E da quello stesso tema, che divide il centrosinistra, si ripartirà a settembre. Dopo aver preso le distanze dalla risoluzione parlamentare del Campo largo sulla difesa europea e avendo anche polemizzato con Giuseppe Conte sulla posizione nei confronti dell’Ucraina che il leader dei Cinque stelle vorrebbe affidare alle primarie e non definire prima, la minoranza del Pd spingerà per un chiarimento. «Da parte nostra – dice la deputata Lia Quartapelle – non ci sono toni ultimativi. Ma i partiti che intendono sfidare Meloni devono sapere una cosa: ogni giorno che non si riesce a trovare un’idea comune di Italia è un giorno buttato. Vale non solo per la politica estera ma anche per l’economia, il lavoro e l’ambiente». In particolare, «resta un mistero – sottolinea la vicepresidente della commissione Esteri di Montecitorio – la formula magica per la pace che una parte del centrosinistra ritiene di detenere, ma che nessuno in Europa ha mai visto». Il Campo largo, dunque, non può esistere con posizioni divergenti al proprio interno sui temi cruciali del nostro Paese.
In tema di alleanze, la minoranza guarda con attenzione a quei settori politici che dovrebbero costituire la Quarta Gamba, anche nella consapevolezza di un paradosso. Se accanto a Pd, Cinque stelle e Alleanza verdi sinistra dovesse nascere un soggetto “centrista” con una lista unitaria, ne farebbero le spese proprio coloro che all’interno del Pd, dopo la segreteria Letta, da anni conducono una battaglia per impedire che si rompano gli ormeggi con la tradizione riformista. Perché? La presenza di una lista unitaria più orientata verso l’area elettorale moderata consentirebbe al Pd di rappresentare una sinistra-sinistra, una riedizione dei Ds, secondo uno schema teorizzato da Goffredo Bettini, il guru del Campo largo. Una prospettiva che influirebbe sulle vicende della minoranza Pd, con altri esodi dal Nazareno, come quelli che hanno visto protagoniste tre donne: Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini. Ma un Pd “meno plurale”, ridotto solo alla componente legata al filone Pci-Pds-Ds, sarebbe un partito più debole, con meno consensi, e non converrebbe a Elly Schlein, anche nella sfida “interna” con Conte (incoraggiato sempre da Bettini). Del resto, un’aggregazione dei centristi del Campo largo – da Matteo Renzi, ad Alessandro Onorato, a Ernesto Maria Ruffini, compresa la pattuglia di +Europa e altre associazioni come Primavera di Vincenzo Spadafora – si è allontanata di gran lunga, anche per la perdurante inconciliabilità fra l’assessore capitolino, in buoni rapporti con Giuseppe Conte su input di Bettini, e il leader di Italia Viva, che ha sempre rivendicato il merito della caduta del secondo governo guidato dall’avvocato pugliese. È lo stesso Onorato, intervistato dal Corriere della sera alla vigilia di Ferragosto, a ritenere «tramontata» l’idea di «un federatore», confermando la partecipazione di Progetto Civico Italia alle primarie, che saranno la premessa anche del dispiegamento delle liste elettorali nel Campo largo. Si è sempre sottratta al ruolo di federatrice dei centristi Silvia Salis, ma a lei continua a guardare Italia Viva, che avrà, comunque, un proprio candidato. Sarà lo stesso Renzi? Quanto alla sindaca di Genova, c’è attesa, nel centrosinistra, per il suo libro in uscita a settembre, nella speranza di capire quali siano gli obiettivi di una personalità “spendibile” per l’intera alleanza progressista e non solo per l’ala moderata. Poi c’è Ruffini. Si racconta che il fondatore del movimento Più Uno abbia coinvolto nel proprio progetto l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli. Pronto a candidarsi è anche Riccardo Magi. Alle primarie ci sarà più di un esponente riformista, con una polverizzazione dell’area “a destra” del Pd. Si preannunciano candidature in ordine sparso, che poco possono aggiungere alla sfida che ruoterà intorno a Schlein e Conte.
Questo scenario, un po’ desolante per i centristi, convince i riformisti del Pd che è meglio non spostarsi. E non oltrepassando i confini di partito, difficilmente potrebbero votare per una premiership che non sia quella che coincide con la guida del Nazareno, in ottemperanza a quanto prevedono le regole interne. Dunque, voto a favore di Schlein, nonostante sia una corrente di minoranza che sulla politica estera ha una posizione più europeista, in linea con le scelte di Bruxelles anche sulla difesa dell’Unione. «La nostra battaglia resta nel Pd e per il Pd», taglia corto Filippo Sensi, il senatore che più si espone nella polemica con i Cinque stelle sulla politica estera, rimproverando ai vertici del Nazareno una certa arrendevolezza nei confronti di Conte. L’uscita dal Pd, per candidarsi alle primarie con Italia Viva, è esclusa al momento da Giorgio Gori, l’esponente di punta dei riformisti che pure è in disagio nel partito. I rapporti interni al Nazareno appaiono piuttosto legati al risultato delle elezioni politiche. Una vittoria del centrosinistra sotto la guida di Schlein congelerebbe i rapporti di forza. Una netta sconfitta produrrebbe uno tsunami sull’intera alleanza. Solo il pareggio potrebbe aprire prospettive inedite per riformisti e centristi. È lo scenario sul quale punta Carlo Calenda, saldamente al di fuori dei due schieramenti. Il leader di Azione continua a proporre, per la guida del futuro governo, Paolo Gentiloni, la cui caratura riformista è apprezzata dagli esponenti della minoranza Pd. Per non sacrificarlo prima delle elezioni in un ipotetico totogoverno (essendo l’ex premier “spendibile” a sinistra anche per il Quirinale), preferiscono non parlarne.
(Carlo Tarallo – dagospia.com) – Il giallo dell’estate si arricchisce oggi di diversi nuovi e interessanti capitoli. La vicenda che ruota intorno a Sigfrido Ranucci, utilizzata anche (ma stavolta non soprattutto) per tenere impegnati gli italiani su una vicenda che non influisce minimamente sulle loro vite, a differenza degli aumenti dei prezzi dei carburanti e delle sempre più difficili condizioni economiche di famiglie e imprese, riserva oggi qualche spunto interessante.
Il primo, è tutto politico: dopo un lungo silenzio, Giuseppe Conte scende direttamente in campo con un post sui social: “Meloni fa interviste”, scrive Giuseppi, “per dire che ‘l’Italia è più forte di prima’ e cercano di coprire l’emergenza economica arruolando tutti i giornali e le tv che controllano per buttare fango 24 ore su 24 sulla redazione di un programma d’inchiesta quale Report, che ha costituito una vera spina nel fianco di un Governo che vuole TeleMeloni a reti unificate soprattutto adesso che la campagna elettorale è alle porte. Teniamo alta la guardia: Report e le sue inchieste”, conclude l’avvocato del popolo, “non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta. Il problema degli italiani è un governo che dopo 4 anni è rimasto immobile senza offrire soluzioni”.
Conte non cita mai Ranucci, ma la sua presa di posizione è una svolta: mentre il Pd si è inabissato, e anzi alcuni suoi esponenti rilasciano interviste tutt’altro che affettuose nei confronti di Sigfridone, evidentemente il leader del M5s ha capito che la strategia del centrodestra di assaltare sia il conduttore latin-lover che l’intera trasmissione inizia a mostrare qualche crepa.
Del resto, l’idea del Tempo di pubblicare i costi dei giornalisti (costi e non stipendi), non è sembrata azzeccata. Innanzitutto, è stato facile per il M5s chiedere conto a questo punto degli stipendi di conduttori Rai come Antonino Monteleone, Salvo Sottile, Tommaso Cerno e Bruno Vespa, di area centrodestra e con ingaggi da calciatori professionisti, senza lo share di Report; in secondo luogo, ha compattato una redazione che sembrava scricchiolare.
Da cosa capiamo che l’assalto a Report si ferma davanti all’area di rigore ma non produce ancora il gol decisivo? Innanzitutto dal fatto che oggi Il Giornale, che sta producendo una lunga serie di articoli sul caso-Ranucci, oggi mette nel mirino, per la prima volta e esplicitamente, il gip del caso-Lavitola, Iole Moricca, attraverso un articolo di Luca Fazzo intitolato: “La toga che ‘scagiona’ Ranucci nominata al Dap dal ministro 5s. Coincidenze.
Il gip Iole Moricca, nelle 198 pagine dell’ordinanza sulle malefatte di Lavitola, non affonda mai il colpo sul giornalista. Nel 2020 venne scelta dal grillino Bonafede per un prestigioso incarico a Roma”.
“Centonovantotto pagine”, scrive il Giornale, “per raccontare le malefatte di Valter Lavitola, senza mai affondare il colpo sul beneficiario (a sua insaputa) delle sue imprese dinamitarde: l’ordinanza di custodia emessa dal giudice preliminare romano Iole Moricca contro il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci dribbla con accuratezza il vero tema che incombe sulla vicenda. Ovvero la consapevolezza che il giornalista avrebbe avuto, almeno dopo l’esplosione, del coinvolgimento dell’amico Lavitola nell’organizzazione dell’agguato”.
Dribbla con accuratezza: in sostanza, lo fa apposta, la giudice Moricca, a non affondare il colpo su Ranucci. E perché? “Che percorso ha”, si chiede Il Giornale, “il giudice Moricca? È a capo di qualche corrente, è una militante della Anm? Risposta: no. Viene considerata una ‘centrista’, ma non ha mai ricoperto cariche di rilievo, non risulta attiva nel dibattito e nelle chat. Ha però un passaggio che in qualche modo la caratterizza politicamente. In passato ha lavorato al ministero della Giustizia, e in particolare al Dap, il dipartimento delle carceri. Un incarico prestigioso e ben retribuito.
A nominarla nel 2020 è stato il ministro dell’epoca, Alfonso Bonafede, dirigente del Movimento 5 Stelle. Cioè di un partito che ha, al pari della Anm, in Sigfrido Ranucci un eroe senza macchia e senza paura della libertà di stampa, ed è l’unico partito che anche in questi giorni complicati sta cercando di salvare ad ogni costo la poltrona di Ranucci”.
L’attacco è diretto, ruvido, allusivo. Segno che, come dicevamo, probabilmente qualcosa non sta andando per il verso desiderato. Ma andiamo avanti: altro segnale che il meccanismo per far fuori Ranucci da Report e al tempo stesso delegittimare la redazione sta nel fatto che il Comitato etico della Rai, al quale spetta il compito di mettere la firma sulla ormai certa defenestrazione di Ranucci, evidentemente non ha trovato la “pistola fumante”, e quindi deve approfondire la sua inchiesta.
“E ora ai piani alti della Rai”, scrive Ilaria Proietti sul Fatto Quotidiano, “si teme il precedente Santoro: l’ad Giampaolo Rossi ha ordinato un supplemento di indagine al Comitato etico, che già gli aveva consegnato gli esiti dell’istruttoria sulla correttezza di Sigfrido Ranucci , in modo da avere la garanzia totale che ogni decisione sul futuro del conduttore di Report sia a prova di giudici.
Il rischio infatti è che una decisione aziendale possa essere impallinata da un eventuale ricorso in via d’urgenza e possa portare a un reintegro, come già accaduto in passato in altri casi.
Nel caso di Ranucci, una decisione che risultasse avventata dal punto di vista legale significa mettere in conto di ritrovarselo in video alla guida della trasmissione d’inchiesta magari già a febbraio, in piena campagna elettorale.
E così l’azienda punta a blindarsi e si è data ancora qualche giorno per la decisione che deve incrociare le valutazioni di natura disciplinare, gli eventuali elementi che emergeranno dall’inchiesta della Procura di Roma che ha arrestato Valter Lavitola come mandante dell’attentato all’amico Sigfrido”. E qui torniamo al punto politico: Fratelli d’Italia sta bombardando il fortino di Sigfrido, ma per ora le mura reggono.
E lui, a Longarone, ha stra-riempito la sala. Delle due l’una: o viene fuori la pistola fumante, o una volta cacciato da Report con una decisione non blindata ma contestabile e criticabile, diciamo pure strumentalizzabile, potrebbe essere un candidato perfetto per il M5s alla Camera o al Senato.
Valter Lavitola sognava Ranucci a Palazzo Chigi: pura follia, ma ciò non significa che il giornalista non potrebbe (una volta cacciato da Report) accettare una candidatura in parlamento.
Un seguito, piaccia o no, ce l’ha: trovate qualcun altro in grado di riempire con centinaia di persone una sala in pieno agosto per presentare un libro. La politica non è bianco o nero, ma tante sfumature di grigio.
Il report di ActionAid: programmati 4,85 miliardi di euro, ma il 66,3% degli interventi non ha ancora superato la fase progettuale. Ritardi soprattutto su scuole, municipi e strutture sanitarie

(lespresso.it) – A dieci anni dal terremoto che devastò il Centro Italia, la ricostruzione dell’edilizia pubblica resta incompiuta. È quanto emerge dal report Dieci anni dopo: i dati raccontano, curato da ActionAid sulla base di dati ottenuti tramite accesso agli atti e aggiornati al 30 aprile 2026: al momento risultano programmati 3.667 interventi per un valore complessivo di oltre 4,85 miliardi di euro – 125 opere e circa 252 milioni in più rispetto al 2025 – ma il 66,3% si trova ancora in una fase precedente all’avvio materiale dei lavori. Solo il 33,6% degli interventi è entrato nella fase esecutiva o è stato completato. Il ritardo attraversa tutte le aree del cratere sismico, con intensità diverse. Nelle Marche, la regione con il maggior numero di interventi programmati, 1.243 opere – il 66,4% del totale regionale – non hanno ancora visto l’apertura del cantiere. In Abruzzo la quota è del 61,5% (446 interventi), mentre Lazio e Umbria mostrano le percentuali più alte: rispettivamente il 69,7% (365 interventi) e il 69,2% (378 interventi).
Se si punta la lente di ingrandimento sui 44 Comuni più duramente colpiti dal sisma il quadro non migliora. Qui, sono concentrati 1.544 interventi – circa il 42% del totale nazionale – per un valore di circa 2,1 miliardi di euro. Anche qui, circa sette opere su dieci (1.031) non hanno ancora raggiunto la fase di cantiere, mentre solo il 18,4% è arrivato a fine lavori o al collaudo. I casi più critici, secondo il report, sono Amatrice, dove il cantiere non è ancora partito per 136 interventi su 172, e Accumoli, con 64 opere su 86 ancora ferme. Arquata del Tronto mostra invece un avanzamento più consistente, legato soprattutto a un maxi-intervento da 71 milioni di euro per la stabilizzazione del centro storico – un passaggio comunque propedeutico alla vera ricostruzione del centro urbano, più che una sua conclusione. E il dato più delicato riguarda le infrastrutture che pesano più direttamente sulla vita quotidiana delle comunità: scuole, palestre, università, municipi e strutture sanitarie e sociosanitarie. Su 767 interventi di questo tipo, appena 235 – il 30,6% – hanno raggiunto almeno la fase di avvio dei lavori, e solo 77, pari al 10%, sono arrivati al collaudo.
Per Patrizia Caruso, responsabile dell’Unità Resilienza di ActionAid Italia, si tratta di ritardi che pesano concretamente sulle scelte di vita delle persone: una scuola non ricostruita, spiega, può incidere sulla decisione di una famiglia di restare o andarsene, così come un municipio ancora chiuso allontana i servizi di prossimità e una struttura sanitaria non disponibile rende più fragile la permanenza di anziani e persone vulnerabili. Caruso segnala inoltre l’assenza di uno strumento pubblico unico e accessibile per monitorare l’avanzamento della ricostruzione: i dati, denuncia, restano “disperse, frammentate, non sempre aggiornate né complete”, tanto che verificarli richiede oggi il lavoro di richieste di accesso agli atti da parte della società civile.
ActionAid è presente nei territori del cratere sismico dal 2016, con percorsi di supporto psicosociale, orientamento al lavoro e rafforzamento dell’associazionismo locale; dal 2023 l’impegno prosegue attraverso il programma R.E.T.I. – Riattivazione, Empowerment, Territorio e Innovazione, dedicato al contrasto delle povertà socioeconomiche nelle aree colpite dal sisma.
A rivelarlo è Tom Barrack che, parlando al Jerusalem Post, ha detto che la decisione di Tel Aviv di non avvertire Ankara sui propri piani di attacco ha rischiato di provocare l’intervento dei caccia turchi

(ilfattoquotidiano.it) – Il recente attacco israeliano sulle basi militari in Siria ha rischiato di scatenare uno scontro che, potenzialmente, poteva coinvolgere anche gli Alleati della Nato. A rivelarlo è l’ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale di Washington per la Siria, Tom Barrack, che parlando al Jerusalem Post ha spiegato come la decisione di Tel Aviv di non avvertire Ankara sui propri piani di attacco ha rischiato di far decollare gli aerei da guerra di Erdoğan per paura di una minaccia imminente.
“Le forze turche non erano a conoscenza del fatto che gli aerei israeliani fossero diretti verso quella specifica base siriana, né del loro scopo, e pertanto avrebbero potuto essere indotte a far decollare i propri jet credendo di essere a loro volta sotto attacco“, ha spiegato il diplomatico. Che ha poi aggiunto: “Gli eventi di ieri sono stati gravi e preoccupanti. Tuttavia, siamo sollevati dal fatto che nessuna vita umana sia stata messa a rischio e che la situazione non sia degenerata”.
È di martedì la notizia, diramata dal governo siriano dell’ex qaedista Ahmad al-Sharaa, di otto raid aerei israeliani sulla pista e sui depositi di Abu al-Duhur, a circa 70 chilometri a est del confine turco, nella provincia di Idlib. Il governo israeliano ha motivato la sua azione sostenendo che ospitando gli aerei turchi Damasco ha violato lo “status quo concordato con Israele in materia di sicurezza. Israele ha ripetutamente avvertito la Siria che un simile dispiegamento avrebbe rappresentato una minaccia per la sicurezza di Israele. La Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti”, fanno sapere dall’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu.
Quest’ultimo attacco non fa che alzare ulteriormente la tensione tra Israele e Siria, presto risalita nonostante il cambio alla guida del Paese dopo il colpo di Stato che ha portato al potere al-Sharaa, sostenuto anche dagli Stati Uniti. Tel Aviv, invece di cercare di instaurare buoni rapporti di vicinato, ha colto l’occasione per dare inizio all’occupazione di una fetta di terreno ancora maggiore sulle Alture del Golan siriane, sfruttando anche gli scombussolamenti interni al Paese dopo il rovesciamento del regime di Bashar al-Assad. “Attualmente siamo impegnati in colloqui riservati con tutte le parti interessate per rilanciare una cellula di de-escalation tra Israele e Siria. La Turchia potrebbe essere invitata a partecipare direttamente o indirettamente – ha spiegato Barrack – Sarebbe chiaramente vantaggioso istituire un sistema di questo tipo in modo permanente e a tempo pieno, con una cellula di coordinamento attiva 24 ore su 24 e composta da personale che parla fluentemente ebraico, arabo, inglese e turco, sia attraverso una struttura formale che tramite un canale più flessibile e informale. Una comunicazione affidabile rimane essenziale”.
A preoccupare Israele, però, non è tanto la guida a Damasco, bensì i rapporti sempre più stretti che la nuova leadership ha avviato con Ankara, da anni ormai in aperto conflitto regionale con Tel Aviv. Il disimpegno dei Paesi del Golfo e lo sforzo iraniano nel preservare la propria integrità dagli attacchi di Usa e Israele hanno infatti convinto Recep Tayyip Erdoğan a presentarsi come il difensore della causa palestinese nel mondo musulmano e non solo. Una mossa che ha ulteriormente peggiorato i rapporti con lo Stato ebraico. Ma uno scontro militare avrebbe conseguenze devastanti su tutto il pianeta: si tratterebbe di una guerra tra il principale alleato degli Stati Uniti nell’area e la seconda potenza militare della Nato che ha recentemente siglato un accordo di Difesa anche con Arabia Saudita e Pakistan.
Il legale del giornalista: «Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità».

(ilsole24ore.com) – Il giornalista Sigfrido Ranucci ha dato mandato ai propri legali per procedere nei confronti della magistrata Clementina Forleo dopo il post pubblicato domenica 16 agosto su Facebook. Lo apprende l’Ansa da fonti vicine al giornalista.
Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, si è chiesta «Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report (trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con ”tutti“? E chi sono i ”tutti” di cui parla?». Dichiarazioni che hanno convinto il conduttore a muoversi per vie legali.
Il legale di Ranucci, Roberto De Vita, ha detto: «Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità che, nonostante la posizione netta e chiara della Autorità Giudiziaria sulla vittima e la sua inconsapevolezza, sono state alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’Azienda». Oggi, 19 agosto, il quotidiano Libero sostiene che la Rai avrebbe deciso di sollevare Ranucci dalla conduzione di Report e di valutare un’altra adeguata collocazione all’interno dell’azienda.
Per il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami, «è surreale che Sigfrido Ranucci invece di chiarire le molte zone d’ombra del suo comportamento quereli il magistrato Clementina Forleo che, in virtù della sua esperienza, segnala una serie di anomalie che riguardano il caso Ranucci-Lavitola. Cosa farà ora l’Anm, difenderà un magistrato dall’attacco arrogante di Ranucci o tripudierà all’amico del cuore del pregiudicato Lavitola un’altra standing ovation?». Opposte le parole dell’ex premier, Giuseppe Conte (M5S): «Meloni fa interviste per dire che “l’Italia è più forte di prima” e cercano di coprire l’emergenza economica arruolando tutti i giornali e le tv che controllano per buttare fango 24 ore su 24 sulla redazione di un programma d’inchiesta quale Report, che ha costituito una vera spina nel fianco di un Governo. Teniamo alta la guardia: Report e le sue inchieste non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta».
L’avvocato di Ranucci: “Ogni iniziativa Rai sarebbe inquinata da falsità”. Il legale del giornalista: “Rischio di punire la vittima”. Milena Gabanelli rivela di aver ricevuto l’offerta di tornare alla guida del programma: “Ma il rito della riesumazione non va bene”

(ilfattoquotidiano.it) – “Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità che, nonostante la posizione netta e chiara della autorità giudiziaria sulla vittima e la sua inconsapevolezza, sono state alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda”. Mentre si attende la decisione di viale Mazzini sul futuro del conduttore, il suo avvocato Roberto De Vita interviene sull’ipotesi di una sospensione per i rapporti con il faccendiere Valter Lavitola, mandante reo confesso dell’attentato ai suoi danni. “Motivazioni laterali alla vicenda, quali frequentazioni, fonti e inchieste controverse, sarebbero espedienti e artifici formali e sostanziali“, avverte il legale. “Motivazioni inerenti una “incompatibilità ambientale” attesa la ridondanza della vicenda e i suoi riflessi negativi per l’azienda sarebbero pretesto cortese e si tradurrebbero di fatto nella punizione della vittima, che ben poco ospizio ha nel nostro ordinamento. Ogni ulteriore ed altra giustificazione sconterebbe inoltre le già manifestate indicazioni condizionanti di esponenti di vertice governativo e istituzionale, collocando nell’orbita della decisione politica le iniziative della Rai nei confronti del conduttore e della trasmissione”.
La sospensione di Ranucci è data già per certa da Libero, piuttosto informato sulla questione come gli altri quotidiani di destra, secondo cui la Rai sta valutando di offrirgli un posto da caporedattore a RaiNews, ruolo in linea con la sua qualifica professionale, in modo da evitare controversie legali. Ma chi lo sostituirebbe alla guida di Report? In un colloquio con il Giornale, la storica conduttrice Milena Gabanelli fa sapere che la richiesta del gran ritorno le “è stata fatta pervenire. Ma per me”, spiega, “il pervenuto vale quasi zero. Quindi non intendo tornare anche perché non va bene il rito della riesumazione”, afferma. “E poi sia chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Uno da solo non fa niente. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto”.
Sull’accanimento della stampa governativa contro Report interviene anche il leader M5s Giuseppe Conte in un post sui social dedicato al caro carburanti. “Meloni fa interviste per dire che “l’Italia è più forte di prima” e cercano di coprire l’emergenza economica arruolando tutti i giornali e le tv che controllano per buttare fango 24 ore su 24 sulla redazione di un programma d’inchiesta quale Report, che ha costituito una vera spina nel fianco di un governo che vuole TeleMeloni a reti unificate soprattutto adesso che la campagna elettorale è alle porte. Teniamo alta la guardia: Report e le sue inchieste non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta. Il problema degli italiani è un governo che dopo quattri anni è rimasto immobile senza offrire soluzioni”, attacca l’ex premier.
Nel frattempo Ranucci fa sapere di aver querelato Clementina Forleo, giudice della Corte d’Appello di Roma – famosa per il suo scontro col Parlamento ai tempi dell’inchiesta sulla scalata alla Bnl – per un post da lei pubblicato nei giorni scorsi su Facebook: “Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report (trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?”. Il riferimento riguarda una frase attribuita al conduttore da alcune testate: “Se mi tolgono la conduzione, allora ci divertiamo, nel mio telefono ho le chat di tutti”. “Dispiace che una magistrata, ben consapevole dell’importanza delle dichiarazioni pubbliche di chi riveste ruoli istituzionali, abbia fatto affermazioni prive di fondamento e gravemente calunniose, per le quali il dottor Ranucci è costretto a rivolgersi all’autorità giudiziaria. Parole che vanno ben oltre la perdita di sobrietà, con gravi conseguenze legali”, dichiara all’agenzia LaPresse il suo avvocato.