
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – In fondo è sempre la stessa sindrome a dannare la cosiddetta sinistra: crede di rappresentare il Bene e il Giusto, dunque tutto le è dovuto, tutto le è permesso e nulla deve esserle rimproverato, incluso ciò che imputa alla destra brutta, sporca e cattiva. A Venezia si vota quel che passa il convento del Pd per “mandare a casa la Meloni” e, se il candidato è sbagliato, non è colpa […]
Dopo più di due mesi dal referendum, dell’appello di Conte su primarie e programma si sono perse le tracce

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Riavvolgiamo il nastro. Lunedì 23 marzo 2026: nei rulli dell’ultim’ora a reti unificate scorrono i risultati del referendum sulla riforma Nordio che demolisce il Consiglio superiore della magistratura. Mentre il vantaggio dei No aumenta con il passare dei minuti e la sconfitta del governo si fa via via più pesante, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte spariglia tra i festeggiamenti del centrosinistra: “Ci apriamo alla prospettiva delle primarie, che siano veramente aperte come occasione per i cittadini di contribuire a una discussione ampia per individuare il candidato o la candidata più competitivo e il migliore interprete del programma…”.
Sono trascorsi più di due mesi, ma dell’appello dell’ex premier agli altri leader della coalizione si sono perse le tracce. Intanto, il voto per le Comunali di domenica e lunedì scorso, in attesa dei ballottaggi, ci dice già due cose. Primo: sorvolando sugli exploit dei cacicchi che Elly Schlein aveva promesso di neutralizzare – tipo De Luca a Salerno e Crisafulli ad Enna – la coalizione ha tenuto e il Pd si è confermato primo partito nella maggior parte delle città al voto. Secondo: il risultato, sebbene positivo nel complesso, non è bastato ad assestare la spallata a un centrodestra stordito dalla batosta referendaria.
Chi sperava in un’analoga mobilitazione alle amministrative si è dovuto ricredere. Ma intanto si continua a ricamare sul perimetro del campo largo, interrogandosi sull’opportunità di imbarcare o meno Renzi – colui che si è vantato di aver mandato a casa il governo Conte II sostenuto pure dai dem – sulla scialuppa di salvataggio del Pd alle prossime elezioni. Così, negli ultimi due mesi, anziché uscire dalla secche, il centrosinistra è finito nella palude.
Uno scenario in cui il centrodestra, con tutti i suoi problemi, riesce tutto sommato a galleggiare. Guadagnando tempo, che il centrosinistra sta invece sprecando pur di evitare di rispondere all’appello di Conte: più si ritarda la definizione del programma (e la scelta del leader), più le probabilità di resuscitare un centrodestra agonizzante aumentano. Riusciranno i nostri eroi nell’impresa kamikaze?
Dopo quattro anni, si ritorna al punto di partenza. Tra slogan e scaricabarile. Come se finora al governo ci fosse stato qualcun altro.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Sarà come dice Giorgia Meloni che anche oggi il crollo (del centrodestra) è rinviato a domani. Ma se la spallata auspicata dal campo largo non c’è stata, di certo la maggioranza che sostiene il governo – a parte Venezia, Reggio Calabria e poco altro – non è che abbia poi molto da festeggiare per ultime Comunali. Insomma, Atene piangerà pure, ma Sparta di certo ha poco da ridere.
Dallo stallo sulla legge elettorale all’impasse sul fine vita, per non parlare dell’ultima rissa in ordine di tempo, scatenata dalla carica del generale Vannacci contro Marina Berlusconi. “Quale ruolo ha in Forza Italia? Fatemi capire perché io non ho ancora capito. Si vuol passare idea che Forza Italia sia partito eterodiretto, comandato da soldi ed editoria?”, ha detto il leader di Futuro Nazionale tanto per tenere alta la tensione nel sempre più affollato campo di battaglia del centrodestra. Domande, in ogni caso legittime, viste le vicende di cui il partito di famiglia fondato dalla buonanima di Berlusconi padre si è reso protagonista: dalla convocazione del leader Tajani direttamente nella sede di Mediaset al siluramento dei due capigruppo (Gasparri e Barelli) deciso direttamente dagli uffici di Cologno Monzese.
Intanto dall’incontro con i vertici di Confindustria, che lamentano salari troppo bassi – ma non sono loro a frenare da anni il rinnovo dei contratti? – e costi dell’energia troppo alti – dal dibattito resuscita l’evergreen del nucleare – Meloni coglie la palla al balzo, ma senza prendere impegni, per prendersela con la solita Europa matrigna. E pazienza se il Patto di Stabilità Ue che ci strangola lo ha firmato e approvato il suo governo. Meglio scommettere sulla memoria corta degli italiani che assumersi le proprie responsabilità. Intanto, non paghi della sportellata rimediata al referendum, da Forza Italia continuano ad armeggiare con la giustizia.
Rispolverando la responsabilità civile dei magistrati sulla quale, visto il precedente, stavolta è il ministro Nordio a chiudere. E dopo quattro anni, si ritorna al punto di partenza. Tra slogan che ricicciano e l’immancabile scaricabarile. Come se finora al governo ci fosse stato qualcun altro.
L’allarme di Vincenzo Musacchio al Summit mondiale sui crimini economici. Le nuove multinazionali del crimine organizzato non cercano più il rumore delle armi, ma il silenzio dei mercati finanziari. Dal palco internazionale della Nigeria, l’esperto italiano traccia la via per una risposta globale e coordinata.

Abuja (Nigeria) – I crimini economici e i reati dei cosiddetti “colletti bianchi” non sono più una minaccia collaterale, ma il vero motore della criminalità organizzata transnazionale. È questo il messaggio lanciato dal professor Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark, durante il suo intervento al Convegno Mondiale sui Crimini Economici. Davanti a una platea di magistrati, investigatori ed esperti d’intelligence provenienti da ogni angolo del globo, il giurista italiano ha analizzato la profonda metamorfosi che sta interessando le moderne organizzazioni mafiose. Nel suo discorso introduttivo, Musacchio ha evidenziato come il volto del crimine organizzato sia radicalmente mutato nell’ultimo ventennio. Le mafie tradizionali hanno compreso che la violenza manifesta attira l’attenzione dello Stato e destabilizza i loro affari. Hanno, di conseguenza, progressivamente abbandonato le armi per adottare sofisticate strategie d’integrazione economica mediante corruzione. “Oggi non assistiamo più a una semplice infiltrazione, ma a una vera e propria fusione tra capitale illecito ed economia legale. Le mafie si muovono come multinazionali finanziarie, sfruttando l’ingegneria societaria, i trust e le società schermo”. Il vero pericolo, secondo il professore, è rappresentato dall’area grigia: quella fitta rete di professionisti compiacenti – commercialisti, avvocati, banchieri, funzionari pubblici, esperti informatici – che mettono le proprie competenze al servizio dei clan per ripulire il loro denaro sporco. Dai crediti d’imposta ai subappalti legati ai grandi piani di ripresa internazionali (come il PNRR in Italia), ogni flusso di denaro pubblico diventa un bersaglio primario per queste “holding del crimine”. Per arginare un fenomeno che per sua natura ignora i confini geopolitici, Musacchio ha indicato tre direttrici fondamentali su cui i governi mondiali devono muoversi immediatamente. La cooperazione giudiziaria transnazionale che dovrà utilizzare strumenti d’intelligence finanziaria integrati a livello globale e riforme legislative omogenee. Se le mafie si muovono alla velocità di un clic finanziario, la giustizia non può restare bloccata dalle lentezze delle normative nazionali. L’utilizzo di tecnologie moderne, (intelligenza artificiale e big data) per l’analisi predittiva dei flussi finanziari e il monitoraggio in tempo reale dei contratti e dei subappalti. Il potenziamento di nuovi strumenti investigativi (come intercettazioni telematiche, trojan, reti mobili avanzate) per limitare i reati di corruzione nella pubblica amministrazione e di conseguenza le infiltrazioni mafiose. A conclusione del suo intervento, Musacchio ha ricordato che nessuna legge, per quanto severa, sarà mai sufficiente se non supportata anche da una profonda rivoluzione sociale e culturale. L’allarme finale dell’esperto italiano suona come un monito per le future generazioni: un’economia inquinata dai colletti bianchi distrugge la concorrenza leale, soffoca il mercato e toglie dignità al lavoro onesto. La lotta alla corruzione e ai reati economico-finanziari deve essere considerata una priorità assoluta per la tenuta stessa dei sistemi democratici globali. Combattere la corruzione significa anche contrastare le nuove mafie che corrompendo riescono a raggiungere i più alti centri del potere.
Pnrr: Meloni, rimane ultimo miglio, spingere il più possibile su acceleratore

(LaPresse) – “Ora non ci rimane che fare l’ultimo miglio, probabilmente il più impegnativo, ma come accade anche nello sport, questo è il momento decisivo nel quale bisogna dare il massimo, spingere il più possibile sull’acceleratore, perché il traguardo è in vista e manca davvero pochissimo per tagliarlo”.
Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un videomessaggio inviato in occasione del convegno ‘L’Italia del Pnrr – Creare il modello. Fare sistema. Orientare il futuro. Una sfida che si racconta’ a Milano.
“Agli italiani avevamo promesso che avremmo prima migliorato il Pnrr, che poi lo avremmo attuato passo dopo passo. Ed è quello che abbiamo fatto senza fermarci mai, neanche davanti agli imprevisti più grandi, perché per noi gli impegni coi cittadini vanno rispettati sempre e a qualunque costo”, ha sottolineato, aggiungendo che “oggi, senza timore di smentita, possiamo dire che il Pnrr non è qualcosa di astratto e quindi grazie del lavoro che abbiamo fatto e grazie soprattutto del lavoro che continueremo a fare per vincere questa sfida”.
IL “FINANCIAL TIMES: “IL PIANO DELL’UE PER DARE UNA SPINTA ALL’ECONOMIA ITALIANA È STATO UN FALLIMENTO”
(ANSA) – BRUXELLES, 27 MAG – L’Italia è stata la principale beneficiaria del fondo di ripresa post-pandemia della Ue, ma l’economia del Paese rimane stagnante. Lo evidenzia il Financial Times parlando di un “fallimento” del Pnrr, il “piano dell’Ue per dare una spinta decisiva all’economia italiana”.
Tra gli economisti intervistati dal quotidiano, figura anche l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo il quale l’Italia non è riuscita a usare le somme ricevute per migliorare il suo potenziale di crescita e che questo, dato un debito già elevato, “rappresenta un grave problema”.
I risultati macroeconomici rimangono, nel migliore dei casi, deludenti, evidenzia il quotidiano finanziario: il Pil italiano è cresciuto dello 0,5% nel 2025, uno dei tassi più bassi d’Europa, e si prevede che rimanga invariato quest’anno e il prossimo. Il rapporto debito/Pil è salito da poco meno del 134% nel 2023 a oltre il 137% alla fine del 2025, e si prevede che salirà al 138,5% quest’anno.
Sinora l’Italia si è assicurata nove delle dieci tranche previste, per un totale di 166 miliardi di euro, che Tommaso Foti, ministro degli Affari europei, ha presentato come prova del fatto che Roma abbia “superato le debolezze strutturali che hanno frenato l’Italia per decenni”.
Tuttavia, secondo Eurostat, alla fine del 2025 l’Italia aveva speso solo il 57% dei fondi assegnati. Boeri sostiene che il Pnrr fosse “eccessivamente ottimistico” e “del tutto irrealistico” fin dall’inizio, vista la scarsa capacità dell’Italia di utilizzare i fondi Ue. Sebbene le riforme fossero “assolutamente necessarie”, erano “mal progettate”, non tenendo conto dell’inevitabile resistenza e delle scadenze serrate.
Il Financial Times evidenzia tuttavia che, secondo molti economisti, senza il sostegno del Pnrr l’Italia sarebbe probabilmente entrata in recessione già lo scorso anno. Bruxelles, dal canto suo, respinge le accuse di un ridimensionamento del piano sostenendo che le revisioni abbiano modificato la strategia degli investimenti senza ridurne l’ambizione.
Pnrr: Meloni, rispettata tabella di marcia, siamo stati all’altezza del compito
(LaPresse) – “Abbiamo speso ogni giorno per costruire le condizioni affinché ogni investimento, ogni progetto, ogni cantiere potesse essere avviato. Non è stato ovviamente un cammino semplice, però abbiamo rispettato la tabella di marcia e oggi possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all’altezza del compito”.
Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un videomessaggio inviato in occasione del convegno ‘L’Italia del Pnrr – Creare il modello. Fare sistema. Orientare il futuro. Una sfida che si racconta’ a Milano.
“Grazie all’impegno corale del sistema Italia, dei ministeri, delle amministrazioni centrali, delle regioni, delle province, dei comuni, dei soggetti attuatori, siamo riusciti in questi anni a tenere sempre il passo”, ha sottolineato.
Pnrr: Meloni, primato Italia in attuazione piano, 416 traguardi raggiunti

(LaPresse) – “L’Italia ha raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo nell’attuazione del piano. Un primato che trova corrispondenza nei numeri che abbiamo maturato finora e che continueranno a crescere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, 166 miliardi di euro ricevuti, 416 traguardi raggiunti, 660.000 progetti finanziati, di cui 550.000 conclusi e circa 100.000 in fase avanzata di realizzazione”.
Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un videomessaggio inviato in occasione del convegno ‘L’Italia del Pnrr – Creare il modello. Fare sistema. Orientare il futuro. Una sfida che si racconta’ a Milano.
Pnrr: Foti, ‘realizzate nove rate, manca ultima da 28,4 mld’
(Adnkronos) – “Fino ad oggi siamo arrivati ad aver realizzato nove rate con gli obiettivi di tutte le nove rate, 166 miliardi di euro che sono stati assegnati e liquidati all’Italia dalla Commissione Europea. Abbiamo un’ultima rata con 159 obiettivi e pari a 28,4 miliardi di euro, praticamente siamo nelle condizioni di dover fare tre volte gli sforzi medi in un terzo dei tempi a disposizione”.
Lo ha detto oggi il ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le Politiche di Coesione, a margine dell’evento “L’Italia del Pnrr. Creare il modello, fare sistema, orientare il futuro”, in corso a Milano.

(Reuters) – Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha assistito la polizia spagnola in un’indagine per riciclaggio di denaro che ha portato a un’inchiesta dell’Alta Corte spagnola nei confronti dell’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, ha dichiarato un portavoce del DHS.
Martedì il tribunale spagnolo ha affermato che Zapatero è indagato per aver presumibilmente guidato una rete di traffico di influenze e riciclaggio di denaro, in un nuovo colpo per il governo di sinistra alle prese con scandali di corruzione.
Secondo il tribunale, la rete avrebbe tratto profitto facendo pressione sulle autorità pubbliche per conto di terzi — principalmente la compagnia aerea spagnola Plus Ultra, salvata dallo Stato nel 2021.
Zapatero, alleato chiave dell’attuale primo ministro e compagno socialista Pedro Sánchez, e alla guida della Spagna dal 2004 al 2011, ha negato martedì qualsiasi illecito.
Il portavoce del DHS ha dichiarato che l’ufficio di Madrid della Homeland Security Investigations «ha assistito la Polizia Nazionale spagnola in un’indagine sul riciclaggio di fondi pubblici internazionali» che ha portato al procedimento contro Zapatero.
«Sebbene al momento non possiamo commentare i dettagli specifici dell’indagine penale, HSI resta impegnata a collaborare con i propri partner internazionali per combattere il crimine globale, proteggere le nostre comunità e difendere lo stato di diritto», ha detto il portavoce, riferendosi all’acronimo di Homeland Security Investigations.
Nel proprio provvedimento, l’Alta Corte ha affermato che l’HSI ha estratto informazioni da un dispositivo mobile di Rodolfo Reyes, legato a Plus Ultra e anch’egli indagato, e ha consegnato tali informazioni alla polizia spagnola.
Zapatero è ancora attivo in politica e recentemente è apparso a manifestazioni a sostegno del candidato socialista nelle elezioni regionali in Andalusia. Sul piano internazionale, ha svolto il ruolo di mediatore con il governo venezuelano per ottenere la liberazione di prigionieri politici.
Mercoledì Sánchez ha espresso sostegno a Zapatero ed ha escluso la convocazione di elezioni anticipate.
Tra le urla di scherno dei deputati dell’opposizione, ha dichiarato alla camera bassa del parlamento di rispettare pienamente la magistratura e la presunzione d’innocenza, aggiungendo: «Tutto il mio sostegno al primo ministro Zapatero».
Il leader dell’opposizione Alberto Núñez Feijóo ha accusato Sánchez di essere salito al potere per «saccheggiare tutto» e ha affermato che la Spagna è governata da persone corrotte.
«Dove finisce l’attività di lobbying e dove inizia il traffico di influenze? Se è vero, è una schifezza», ha detto al leader socialista Gabriel Rufián, del partito catalano di sinistra ERC — un alleato chiave di Sánchez.
Martedì il tribunale ha dichiarato che il presunto schema mirava a influenzare l’approvazione di 53 milioni di euro (61,51 milioni di dollari) di aiuti pubblici a Plus Ultra attraverso il fondo spagnolo di sostegno alla solvibilità durante la pandemia di COVID-19.
Il giudice istruttore José Luis Calama ha rilevato indizi secondo cui la rete avrebbe utilizzato società di comodo, documenti simulati e canali finanziari opachi per nascondere l’origine e la destinazione di fondi per un ammontare di 1,95 milioni di euro.
Dalla comfort zone alle ideologie: perché la mente preferisce una bella narrazione alla realtà

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – La trappola dell’ideologia è una delle più difficili da smascherare. Non perché siamo stupidi, ma perché la mente ragiona per storie e sfugge – riluttante – al concetto – ostico e controverso – di verità. Non a caso, le storie che difendiamo con più ostinazione sono quasi sempre quelle che ci raccontiamo su noi stessi. Psicologia, sociologia, filosofia lo hanno studiato a lungo, ciascuna con i propri strumenti, arrivando quasi sempre alla stessa conclusione: cambiare mentalità, anche dopo aver capito come la mente inganna sé stessa, non solo è raro: è pressoché impossibile.
Non so dove ho letto che la maggior parte degli esseri umani non tollera le verità scomode. E, non a caso, preferisce rifugiarsi nella comfort zone: ossia in un mondo spesso fatto di illusioni, che ci proteggono, ci separano dal dolore, e ci portano alla giusta distanza – quella tollerabile dalla cruda realtà. Lontani da quello che non vogliamo vedere. È, in fondo, un meccanismo di difesa di chi non vuole mischiarsi al flusso dell’incertezza, e che, pur di sopravvivere in un dato contesto o ambiente, continua a raccontarsela in un certo modo, indipendentemente da quello che succede lì fuori.
Perché? Innanzitutto perché la complessità del reale fa paura. Specie se magari si è tentato di affrontarla una volta e se ne è usciti con le ossa rotte. E così l’istinto – antidiluviano, perché ragiona con il peso di milioni di anni di esperienza – ha buon gioco. Stessa cerchia di amici, magari un po’ pesanti o pallosi, ma almeno si ride. Stessa meta di vacanza, perché studiare ogni volta percorsi nuovi è faticoso e richiede tempo e risorse. Stessa pizzeria, perché almeno lì non si mangia da cani. E così via.
C’è dunque qualcosa che la mente fa per proteggerci ogni giorno. Quasi involontariamente. Ci difende dall’ignoto, dall’inedito, da ciò di cui non abbiamo esperienza. O di cui non vogliamo averne. E così facendo, ci porta a ripercorrere gli stessi itinerari mentali, perché almeno in quei percorsi già conosciuti è sicuro che non incontreremo nessun lupo cattivo. Parlo di una paura antica e inspiegabile, la stessa che è alla base di un film horror: l’orrore del buio, dell’incerto, dell’indefinito, dell’horror vacui, di ciò che non si vede e di quello che non si conosce.
Rassicurare. È questo il verbo giusto della comfort zone. Rassicurare la mente, i pensieri, farli camminare su sentieri profumati, pieni di fiori e di rigogliose colline digradanti verso il mare blu. La meditazione d’altra parte funziona proprio così. Si prende aria e la si espelle, si scaccia il pensiero insano, si neutralizza l’ansia che rimane minacciosa in agguato dietro ogni angolo, pronta a trascinarti in una spirale senza fine. È più o meno quello che – coscientemente o meno – facciamo tutti per andare avanti.
Bisogna, però nutrire i propri pensieri. Tenerli al sicuro. Farli prosperare insieme a noi. E quindi bisogna raccontare a se stessi e agli altri quello che succede attorno a noi. Ma cosa succede se poi il mondo che ci raccontiamo non coincide più con la realtà? Se i racconti che nutrivano la nostra anima, finiscono per sostituirsi alla concretezza di ciò che accade?
La narrazione è qualcosa con cui la mia generazione ha avuto una familiarità importante. Negli anni Ottanta alle medie – non so adesso – non c’era programma scolastico che non prevedesse almeno un’ora di “narrativa” a settimana. In quell’ora abbiamo letto in classe: Tom Sawyer e Huckleberry Finn di Mark Twain, Cuore di De Amicis, Robinson Crusoe di Defoe e perfino Le tigri di Mompracem di Salgari. Con quelle storie ci siamo nati e cresciuti. Abbiamo giocato con la fantasia a puntate, aspettando il giorno dopo una storia che non era finita. Vivevamo con essa: era parte di noi, ci apparteneva. Era l’esatta metà di ciò che eravamo nella realtà, una specie di nostro alter ego.
Cosa erano, poi, i cartoni animati giapponesi di quegli anni, se non il prolungamento della nostra esistenza? Il completamento della nostra personalità. Il mezzo attraverso cui imparavamo a capire chi eravamo, che ruolo avevano gli altri e cosa volevamo tutti dal mondo: Lady Oscar, Georgie, Annette, Holly e Benji, Pollon, Lupin III e cento altri ancora. Abbiamo vissuto dentro quelle storie, dividendo spesso i sogni dei protagonisti, le loro paure, i loro desideri. Abbiamo vinto e perso con loro. E abbiamo anche imparato tanto.
La narrativa ci ha fatto capire, a poco a poco, chi eravamo e cosa ci sarebbe piaciuto diventare. Una cosa però non poteva insegnarci: la realtà così com’è, dura o morbida che sia. Il confine tra il desiderio, il sogno e il reale. Perché la narrativa vive sospesa nell’irrealtà, in un mondo parallelo che solo occasionalmente sfiora quello reale. Ecco forse perché quando ricordiamo la gioventù tendiamo a colorarla con i nostri sogni, con tutto ciò che faceva parte del bagaglio dei nostri desideri.
Insomma, il racconto in ogni tempo, che vive nei cartoni, nei romanzi, nei manga, nei fumetti, nelle storie, altro non è che una ideologizzazione ad hoc dei concetti. Perché l’ideologia, si nutre della narrativa, mescolando fatti veri a cose completamente inventate.
Su questo stesso terreno prosperano i terrapiattisti, i complottisti, i seguaci dei rettiliani, i no‑vax e, in fondo, i fanatici di ogni religione e latitudine: tutti nutriti dalla stessa fame di certezze semplici, di narrazioni totali che cancellano la fatica del dubbio. Ed è lì, nella narrazione, che le grandi lobby politiche populiste trovano terreno fertile: investono in queste fragilità, alimentano sacche di ignoranza “per sentito dire” e finiscono per monopolizzare il pensiero critico, sostituendolo con narrazioni semplici, rassicuranti e spesso tossiche.
A cosa bisogna votarsi, allora? A spanne, direi sempre alla realtà improntata alla scienza. Per non sbagliare. Alle cose misurabili e verificabili. È questo ciò che ci ha insegnato il filosofo Popper, all’indomani della teoria della relatività di Einstein, che aveva messo in discussione le fondamenta del pensiero scientifico. Popper ha detto una cosa incontrovertibile: se una teoria è falsificabile allora è scienza; ciò che invece non si può falsificare rimane allo stato di racconto, o di dogma. Dio, la metafisica, i mostri alieni, l’inferno, il diavolo, tutti concetti non falsificabili, perché nessuno ne sa parlare con cognizione. Per questo, la scienza ha bisogno di procedere per continue revisioni e aggiustamenti. Altro che ideologie.
Dall’altro lato c’è Kuhn, grande storico della scienza, che complica le cose, e fa bene a farlo. Secondo lui, la ricerca scientifica non è il regno neutro della verità oggettiva che immaginiamo: funziona per paradigmi. Il paradigma non è altro che un insieme di presupposti, metodi e concetti che una comunità scientifica dà per scontati, e dentro cui i dati acquisiscono senso. E la cosa più importante: il paradigma è valido solo in un preciso momento storico. La fisica di Newton era un paradigma; poi arrivò Einstein e ne raccontò uno nuovo. Fra cento anni arriverà qualcun altro che ne racconterà un altro ancora. E questo vale non solo per la fisica, ma a maggior ragione per la filosofia, la politica, i valori, la morale.
Popper e Kuhn non vanno d’accordo su quasi nulla. Eppure, letti insieme, dicono la stessa cosa essenziale: la conoscenza non è un edificio immutabile e definitivo, è un cantiere permanente. Popper esige che ogni teoria si esponga alla smentita e questo già la distingue radicalmente dall’ideologia, che non ammette smentite per principio. Kuhn aggiunge che persino la scienza più rigorosa è disposta a farsi correggere. Non certo a farsi abbindolare dall’ideologia.
La differenza, alla fine, è tutta qui. La narrazione alimenta un sistema chiuso che vive di sé e delle proprie storie – le cose che ci raccontiamo perché ci fanno stare in pace con il mondo e con noi stessi. Il paradigma scientifico è invece un sistema aperto: funziona fino a un certo punto, fino a quando viene falsificato e sostituito da qualcosa di meglio. Dal paradigma di Newton a quello di Einstein sono passati tre secoli. Le ideologie, figlie della narrazione – fascismo, nazismo, comunismo e così via – spesso vivono lo spazio di una stagione; e quasi sempre muoiono delle proprie contraddizioni.
Ecco perché, nella vita pratica, bisognerebbe evitare di cadere a capofitto nelle trappole che ci tendono le storie. In televisione, sui social, in piazza a un comizio. Le storie sono costruite per stare in piedi anche senza basi scientifiche: sono sorrette dalla sola verità di chi le racconta e le fa vivere. Ci piacciono certo. Ci portano lontano, ci fanno sognare. Ci lasciamo coccolare, abbindolare e vincere dalle storie. Le condividiamo, le scambiamo con altri, che le fanno proprie. E che a loro volta le spacciano per realtà.
La filosofia, in questo mondo distratto e veloce che tutto fagocita e nulla tiene per sé, serve esattamente a questo: smascherare la narrativa fuorviante, le storie false e tendenziose, e indicare con spirito critico la direzione di ciò che è più vicino alla verità. Aletheia, la chiamavano i greci antichi. Non una certezza inscalfibile, ma una bussola.

(Michele Agagliate – lafionda.org) – “La nostra biodiversità è un tesoro che dobbiamo proteggere e valorizzare.” Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente, 22 maggio 2026
C’è qualcosa di profondamente osceno, nel senso letterale del termine — qualcosa che dovrebbe restare fuori scena, nascosto, perché troppo imbarazzante da mostrare alla luce del sole — nella coincidenza temporale che ha caratterizzato il 22 maggio 2026. In quella data, mentre il mondo celebrava la Giornata Mondiale della Biodiversità, mentre le Nazioni Unite ricordavano l’urgenza di proteggere gli ecosistemi del pianeta, mentre botanici, ecologi, naturalisti e semplici cittadini innamorati della natura alzavano la voce contro la sesta estinzione di massa in corso, il Ministro dell’Ambiente italiano Gilberto Pichetto Fratin pubblicava una nota ufficiale per celebrare il patrimonio naturale del nostro paese. L’Italia, scriveva con orgoglio, “è uno dei principali hotspot di biodiversità del Continente”: ospita oltre sessantamila specie animali e più di ottomila specie di piante vascolari, concentra circa un terzo delle specie animali europee e quasi la metà di quelle vegetali.
Parole bellissime. Parole che, in bocca a qualsiasi altro ministro di qualsiasi altro governo degno di questo nome, avrebbero potuto accompagnare politiche concrete di tutela, investimenti nella protezione dei parchi naturali, un rafforzamento della normativa contro il bracconaggio, un impegno serio nella lotta alla perdita di habitat. Invece, quelle stesse parole venivano pronunciate da un membro di un governo che, in quei giorni esatti, stava accelerando l’iter parlamentare di una delle leggi più distruttive per la fauna selvatica italiana degli ultimi trent’anni: il disegno di legge n. 1552, la nuova riforma della caccia fortemente voluta dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, già approvata in prima lettura dalle Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato.
Questa è la storia di un inganno; uno di quelli sistematici, strutturali, che si perpetuano attraverso le parole giuste dette nel momento sbagliato, o meglio: dette precisamente per coprire le azioni sbagliate che si compiono in silenzio. È la storia di un governo che parla di “tesori da proteggere” mentre consegna quei tesori alle lobby venatorie. È la storia di un Paese che si vanta di essere un hotspot di biodiversità mentre costruisce le condizioni legislative per devastarlo. È, in fondo, la storia di come la politica italiana — e non solo quella di destra — abbia da decenni trattato la natura come un’appendice, un orpello, un affare da sistemare tra una crisi economica e l’altra, mai come una priorità assoluta, mai come una questione di civiltà.
Ma è anche, e soprattutto, la storia della resistenza. Delle più di cinquanta associazioni che si sono mobilitate. Degli scienziati che hanno firmato appelli. Della LIPU che ha scritto persino al Papa. Dei cittadini che non accettano di vivere in un paese svuotato della sua meraviglia biologica. Di tutti coloro che credono che la difesa della natura non sia un lusso da radical chic, ma una necessità etica, politica ed economica di prima grandezza.
Per capire la profondità dell’inganno, bisogna partire dalla struttura stessa del governo Meloni e dalla sua comunicazione ambientale. Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che un esecutivo di destra usa il linguaggio dell’ecologia per coprire politiche anti-ambientali. È anzi uno dei tratti distintivi della destra contemporanea a livello globale: appropriarsi del vocabolario verde — “sostenibilità”, “biodiversità”, “ecosistemi” — svuotandolo completamente di contenuto, trasformandolo in mera scenografia comunicativa.
Il caso Pichetto Fratin è emblematico. Il ministro è noto per le sue posizioni tutt’altro che ambientaliste: ha spesso difeso le fonti fossili, ha rallentato la transizione energetica, ha dichiarato in più occasioni un fastidio visibile per le politiche climatiche più ambiziose dell’Unione Europea. Eppure, nella Giornata della Biodiversità, eccolo evocare “ecosistemi da rafforzare” e “sfide del cambiamento climatico da affrontare”. Il tutto mentre il suo stesso governo vara la riforma più regressiva sulla fauna selvatica degli ultimi decenni.
Questa doppiezza non è una svista. Non è nemmeno la classica ipocrisia della politica. È una strategia precisa, consapevole, che serve a occupare lo spazio narrativo dell’ambientalismo istituzionale per svuotarlo dall’interno. Se il ministro dell’ambiente dice che la biodiversità è un tesoro, chi osa dire che il governo la sta distruggendo? Il meccanismo è perverso nella sua efficacia: le dichiarazioni di facciata creano una cortina di fumo che rende più difficile vedere — e far vedere — cosa accade realmente nelle stanze del potere legislativo.
Ma i fatti sono ostinati: dicono che mentre Pichetto Fratin celebrava la natura, le Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato davano il primo via libera al DDL 1552; dicono che questo disegno di legge — che stravolge la legge 157/1992, l’unico baluardo normativo rimasto a protezione della fauna selvatica — è stato definito dalla Commissione europea, in una lettera ufficiale inviata al governo italiano nel dicembre 2025 e “volutamente ignorata” dall’esecutivo Meloni, incompatibile con il diritto comunitario. I fatti dicono che oltre cinquanta associazioni — dall’ENPA alla LAC, dalla LAV a Legambiente, dalla LIPU-BirdLife Italia al WWF — hanno alzato la voce contro un testo che, nelle parole delle stesse organizzazioni, è stato “aggravato da numerosi emendamenti presentati dalla maggioranza, tutti mirati a fare ulteriori concessioni alle lobby venatorie”.
I fatti, insomma, raccontano una storia molto diversa da quella delle note ufficiali ministeriali.
L’Italia è un paese di transizione migratoria di importanza cruciale: attraverso la nostra penisola, ogni anno, passano decine di milioni di uccelli che si spostano tra l’Africa e l’Europa. Molte di queste specie sono già in stato di declino preoccupante: secondo i dati di BirdLife International, in Europa negli ultimi quarant’anni abbiamo perso quasi seicento milioni di uccelli. Le cause sono molteplici — perdita di habitat, pesticidi, cambiamenti climatici — e la caccia si aggiunge come fattore di pressione ulteriore su popolazioni già vulnerabili. Il DDL 1552, nella sua versione emendata dalla maggioranza, punta ad allargare sia il numero di specie cacciabili sia la durata della stagione venatoria: un doppio colpo per gli uccelli selvatici che la LIPU ha definito “devastante”.
È per questo che il presidente della LIPU Alessandro Polinori ha fatto il passo straordinario di scrivere a Papa Leone XIV, chiedendo al pontefice di intercedere “per le sorti e il futuro della natura in Italia”. È la testimonianza di quanto profonda sia la preoccupazione degli esperti, di quanto ci si senta soli di fronte a un governo sordo alle ragioni della scienza e della conservazione. Scrivere al Papa — in un Paese laico, nel 2026 — significa riconoscere che tutti gli altri canali istituzionali sono stati chiusi. Che il dialogo con il governo è impossibile. Che si è costretti a cercare mediazioni straordinarie perché quelle ordinarie non funzionano.
Ma il caso forse più emblematico, quello che più di ogni altro rivela la pericolosa irresponsabilità del DDL 1552, è quello dello stambecco delle Alpi.
Lo stambecco delle Alpi — Capra ibex — è una delle storie di conservazione più straordinarie e istruttive della storia naturale europea. È, in un certo senso, la storia di come l’umanità abbia quasi commesso un delitto irreparabile e poi, in extremis, abbia trovato la saggezza per fermarlo e ripararlo.
Nel 1821, quando si fece il primo censimento serio della specie sulle Alpi italiane, si scoprì che di stambecchi ne erano rimasti meno di cento esemplari. Solo cento. E tutti concentrati sulle montagne del Gran Paradiso. Il resto della catena alpina era stato svuotato: il caprino era scomparso dalla Svizzera, dalla Germania, dall’Austria, dalla Slovenia. Secoli di caccia intensiva — caccia anche per motivi assurdi, come la credenza popolare che la polvere delle corna di stambecco delle Alpi avesse proprietà curative quasi magiche — avevano portato una specie un tempo diffusa sull’intero arco alpino sull’orlo dell’estinzione.
Ci vollero decenni di protezione rigida, di riproduzione in cattività, di reintroduzioni pazienti e costose per riportare lo stambecco sulle Alpi. Un lavoro lungo, difficile, che ha impegnato generazioni di naturalisti, guardiaparco, istituzioni. Oggi, grazie a quell’impegno straordinario, la Capra ibex è tornata a popolare buona parte dell’arco alpino: si stima che in Italia vivano tra i diecimila e i quindicimila esemplari, distribuiti in diverse colonie che colonizzano parchi naturali, riserve e zone di protezione.
Lo stambecco delle Alpi è diventato un simbolo. Non solo della conservazione alpina in senso stretto, ma dell’idea stessa che sia possibile riparare i danni inflitti dall’uomo alla natura, che non tutto sia perduto, che la perseveranza e la scienza possano fare la differenza. È un simbolo di speranza in tempi in cui di speranza per la natura ce n’è sempre meno.
Ebbene, nel testo del DDL 1552 presentato in Commissione al Senato, lo stambecco delle Alpi è incluso tra le specie potenzialmente cacciabili.
Lasciamo che questo fatto si sedimenti. Lo stambecco potrebbe tornare ad essere bersaglio di cacciatori. Per cosa? Per soddisfare le richieste delle “lobby venatorie”, come le chiama la nota congiunta delle associazioni ambientaliste. Per dare qualcosa in più alle organizzazioni di cacciatori che finanziano partiti e campagne elettorali.
Non esiste alcuna ragione scientifica, gestionale o ecologica che giustifichi la caccia allo stambecco delle Alpi nell’Italia del 2026. Le popolazioni, seppure in ripresa, restano vulnerabili e concentrate in aree specifiche. Le pressioni sul loro habitat — cambiamento climatico, turismo, espansione delle attività umane in montagna — sono già significative. Aggiungere la caccia a queste pressioni significherebbe rischiare di vanificare un secolo di lavoro di conservazione.
Ma evidentemente, per il governo Meloni e per il ministro Lollobrigida, un secolo di lavoro non conta. Conta di più il consenso delle maledette lobby venatorie.
Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda è il trattamento riservato dal governo italiano alla lettera ufficiale della Commissione europea. Inviata a dicembre 2025 — in pieno iter parlamentare del DDL 1552 — la lettera esprime le preoccupazioni della Commissione riguardo alla compatibilità del provvedimento con le direttive comunitarie sulla protezione della natura, in particolare la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat.
Si tratta di una lettera diplomatica seria, il modo in cui l’Unione Europea comunica ai governi nazionali che stanno per violare il diritto comunitario. In genere, quando arriva una lettera simile, i governi aprono un dialogo con la Commissione, modificano i provvedimenti più controversi, cercano un punto di equilibrio. È quello che fa qualsiasi governo responsabile che voglia evitare procedure di infrazione, sanzioni economiche e conflitti istituzionali con Bruxelles.
Il governo Meloni ha scelto di ignorarla.
La lettera — che le associazioni ambientaliste sono riuscite a ottenere e rendere pubblica — è rimasta senza risposta. La Presidente del Consiglio e la maggioranza di centrodestra hanno preferito procedere nell’iter parlamentare come se quella lettera non esistesse. Come se le direttive europee non esistessero. Come se l’Italia potesse fare ciò che vuole della propria fauna selvatica senza rispondere a nessuno.
Questo atteggiamento rivela un rapporto distorto con le istituzioni europee, con il diritto internazionale, con il concetto stesso di responsabilità condivisa nella protezione dei beni naturali comuni. La fauna selvatica — come ci ricorda la nostra stessa Costituzione, che all’articolo 9 riconosce la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi — non è proprietà di nessun governo. Non può essere svenduta alle lobby venatorie come se fosse un asset da monetizzare.
L’Europa, in questo caso, non è il nemico: è il presidio. Le direttive comunitarie sulla protezione della natura — pur con tutti i loro limiti e le loro insufficienze — rappresentano il minimo comune denominatore di civiltà ambientale che gli Stati membri si sono impegnati a rispettare. Ignorarle non è un atto di sovranità, ma un mero atto di irresponsabilità verso le generazioni future e verso la natura stessa.
L’Italia ha già subito in passato condanne da parte della Corte di Giustizia europea per violazioni delle direttive sulla protezione degli uccelli. Ogni condanna costa milioni di euro ai contribuenti italiani. Ma evidentemente, per questo governo, il costo politico di scontentare le lobby venatorie è più importante del costo economico di violare il diritto europeo.
I cacciatori italiani, secondo le stime più recenti, sono circa 500.000-600.000. Un numero in continuo calo (per fortuna) — erano oltre un milione negli anni Ottanta — ma ancora politicamente significativo, soprattutto perché concentrato in specifiche aree geografiche e demografiche che corrispondono a bacini elettorali importanti per la destra italiana. I cacciatori votano compatti, si organizzano, finanziano associazioni di categoria potenti, hanno rappresentanti in ogni livello istituzionale.
Le associazioni venatorie — alcune delle quali siedono ai tavoli istituzionali accanto alle organizzazioni ambientaliste — esercitano da decenni una pressione costante e capillare sulla politica italiana. Non solo a Roma, ma in ogni regione, in ogni provincia, in ogni comune dove si discute di fauna selvatica, di piani di gestione, di periodi di caccia. Sono attrezzate, finanziate, ben connesse. Hanno ottimi avvocati, ottimi lobbysti, ottimi rapporti con i media locali.
Di fronte a questa macchina di pressione politica, le associazioni ambientaliste — pur numerose, agguerrite e sostenute dalla scienza e da una parte crescente dell’opinione pubblica — si trovano in una posizione strutturalmente svantaggiata. Non finanziano partiti, non garantiscono pacchetti di voti compatti e non hanno rappresentanti radicati nei luoghi in cui vengono prese molte decisioni concrete. Possono esercitare pressione attraverso i media, le manifestazioni e i ricorsi legali — e infatti lo fanno, con un’efficacia sempre maggiore. Ma la macchina del potere venatorio opera soprattutto ai livelli più bassi, più capillari e più difficili da intercettare con le campagne mediatiche.
Esiste poi un’altra dimensione, spesso trascurata: quella delle associazioni agricole. Il DDL 1552 è stato sostenuto anche da una parte del mondo agricolo, quella che vede nella caccia uno strumento per “gestire” le popolazioni di animali selvatici considerate dannose per le colture. La logica è quella del cosiddetto “controllo faunistico”: abbattere cinghiali, caprioli o cervidi che provocano danni ai campi. Una logica che, di per sé, non è illegittima — il controllo delle popolazioni animali può rappresentare uno strumento di gestione del territorio — ma che, nel DDL 1552, viene spesso piegata e trasformata in un pretesto per liberalizzare la caccia tout court.
Come sottolinea la nota congiunta delle associazioni ambientaliste, gli emendamenti della maggioranza al DDL 1552 rispondono agli interessi “di quella parte delle associazioni agricole che intende sfruttare anche la caccia come strumento di profitto, a scapito dei veri interessi di migliaia di agricoltori”. Una distinzione fondamentale: non è il mondo agricolo nel suo complesso a sostenere questa legge, ma una sua componente specifica, che ha trovato nella caccia un business aggiuntivo. Gli agricoltori che vogliono davvero proteggere le proprie colture dispongono già di strumenti alternativi, spesso più efficaci e molto meno devastanti per gli ecosistemi.
In questo dibattito, la scienza ha una voce chiara. Le discipline che studiano la fauna selvatica convergono su alcune conclusioni fondamentali che il DDL 1552 ignora completamente.
La prima: le popolazioni animali non si gestiscono con il fucile. O meglio, la caccia può essere uno strumento di gestione faunistica in contesti molto specifici, con target molto precisi, quando applicata nell’ambito di piani scientificamente fondati e monitorati. Non è quello che propone il DDL 1552, che punta invece a una liberalizzazione generalizzata del prelievo venatorio senza un corrispondente rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio e controllo.
La seconda: la perdita di biodiversità è una crisi sistemica, non risolvibile con misure settoriali. La fauna selvatica non è un problema a sé: è parte di un ecosistema complesso in cui ogni specie ha un ruolo. Ridurre le popolazioni di predatori o erbivori può avere effetti a cascata imprevedibili su tutta la rete ecologica. La scienza degli ecosistemi ci ha insegnato che i sistemi naturali sono interconnessi in modi che sfuggono alla logica semplificata del “ce ne sono troppi, quindi cacciamoli”.
La terza: il cambiamento climatico sta già mettendo a dura prova la fauna selvatica italiana. Le specie si spostano verso nord e verso quote più elevate, i cicli riproduttivi si alterano, le relazioni predatore-preda vengono distrutte. Aggiungere la pressione venatoria a un ecosistema già sotto stress climatico è come colpire uno zoppo che sta cercando di rialzarsi.
La quarta, forse la più importante politicamente: la tutela della biodiversità è un investimento economico: gli ecosistemi sani forniscono servizi — impollinazione, regolazione del ciclo idrico, fertilità dei suoli, purificazione dell’aria, sequestro di carbonio — che hanno un valore economico misurabile e inestimabile. Distruggere quegli ecosistemi significa distruggere una ricchezza reale, concreta, che nessun mercato finanziario potrà mai riprodurre artificialmente.
La scienza, insomma, non solo non sostiene il DDL 1552: lo contraddice radicalmente. Ma il governo Meloni ha scelto, come fa su molte questioni — dal cambiamento climatico alle energie rinnovabili — di ignorare la scienza in favore del consenso politico di breve periodo.
Una delle ragioni per cui questa vicenda non ha ancora prodotto la mobilitazione di massa che meriterebbe è il modo in cui i media italiani l’hanno trattata — o, meglio ancora, ignorata.
La riforma della caccia è una notizia scomoda per molti. È scomoda per i media di destra, che non hanno alcun interesse a criticare un governo di cui spesso sono corresponsabili o politicamente vicini. È scomoda per i media mainstream, che continuano a trattare le questioni ambientali come marginali rispetto all’economia, alla politica interna o alla politica estera. Ed è scomoda anche per molti media locali, spesso legati — direttamente o indirettamente — a interessi economici connessi al mondo venatorio e alla gestione del territorio. È il problema strutturale dell’agenda-setting ambientale in Italia: le questioni ecologiche vengono sistematicamente marginalizzate, relegate alle ultime pagine e trattate come temi di nicchia per appassionati, anziché come questioni centrali della vita democratica. Eppure riguardano tutti noi. La perdita di biodiversità riguarda la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo e del cibo che mangiamo. Riguarda la salute delle generazioni future, l’economia delle aree rurali e, in definitiva, il futuro stesso del Paese.
In tutto questo, dov’è la “sinistra” italiana? Dov’è il Partito Democratico? Dov’è il Movimento 5 Stelle? Dove sono le forze progressiste che dovrebbero fare dell’ambiente una priorità assoluta?
La risposta onesta è: ci sono, ma non abbastanza. Gli emendamenti presentati dall’opposizione al DDL 1552 — tutti respinti dalla maggioranza — dimostrano che esiste una voce critica in Parlamento. Ma quella voce non è abbastanza forte, abbastanza coerente, abbastanza capace di trasformare una questione tecnica in una questione politica di massa.
Il problema della sinistra italiana con l’ambientalismo è antico e profondo. Per decenni, una parte del centro-sinistra ha trattato le questioni ambientali come un terreno di compromesso con le lobby produttiviste — agricole, industriali, venatorie — nel timore di perdere consenso nelle aree rurali. Il risultato è una posizione spesso timida, ondivaga, incapace di fare dell’ambiente un asse identitario chiaro.
È, banalmente, una questione di visione del mondo. L’ambientalismo radicale — quello che parte dal riconoscimento dei limiti del pianeta, dalla necessità di cambiare il modello produttivo e dall’imperativo etico di proteggere le altre specie — richiede un coraggio politico che la sinistra italiana fatica ancora a trovare. È molto più facile parlare di lavoro, welfare e disuguaglianze — temi importantissimi, sia chiaro — che affrontare la questione più scomoda di tutte: il fatto che il nostro modello di sviluppo sia profondamente insostenibile e che difendere la natura significhi inevitabilmente sfidare interessi economici e culturali consolidati.
L’emergenza climatica e la crisi della biodiversità non aspettano. Ogni anno perso è un anno in meno per invertire tendenze che, se continuano, diventeranno irreversibili. La sinistra italiana deve scegliere: può continuare a trattare l’ambiente come uno dei tanti temi, oppure può farne il cuore del suo progetto politico, capendo che difendere la natura significa difendere il futuro delle persone, a cominciare dalle più vulnerabili.
Il DDL 1552 è un test. Se la sinistra non riesce a mobilitarsi con decisione contro questa legge — non solo in Parlamento, ma nel Paese, nelle piazze, nelle scuole, nei media — allora vuol dire che ha ancora molta strada da fare prima di essere all’altezza della sfida.
Torniamo, per concludere, alle parole del ministro Pichetto Fratin: “La nostra biodiversità è un tesoro che dobbiamo proteggere e valorizzare”.
Questo tesoro è sempre più fragile. È già sotto pressione da decenni di urbanizzazione, inquinamento, sfruttamento intensivo del territorio e cambiamenti climatici. Ha bisogno di protezione concreta; tutto il resto è soltanto fuffa.
Un Paese che custodisce l’aquila reale, il lupo grigio, la lontra eurasiatica, il capovaccaio, la cicogna nera, lo stambecco delle Alpi è un Paese più ricco — non solo ecologicamente, non solo economicamente, ma spiritualmente, culturalmente, moralmente. Un Paese capace di convivere con la selvaticità, di lasciare spazio all’alterità della natura, di riconoscere il valore intrinseco delle altre specie — al di là della loro utilità umana — è un Paese più maturo, più saggio, più degno del futuro.
Il tesoro, dunque, esiste. Sta a noi proteggerlo davvero: non a parole, ma con i fatti.
E’ il destino dei direttori di Libero, Giornale e Tempo. Li chiamano, li richiamano, li mandano via e li richiamano. Ma non è solo editoria: di mezzo c’è Meloni, i rapporti con il governo e con il mondo della destra

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Gli Angelucci vogliono sostituire Mario Sechi alla direzione di Libero e richiamare Alessandro Sallusti. Li chiamano, li richiamano, li mandano via e li richiamano. E’ il destino dei direttori di Libero, Giornale e Tempo. Non è solo editoria: di mezzo c’è Meloni, i rapporti con il governo e con il mondo della destra. L’intenzione è maturata in questi giorni. Sechi è stato nominato nel 2023 dopo la sua esperienza a Palazzo Chigi come portavoce di Meloni. Chi c’era al posto di Sechi? C’era Sallusti, a cui è stato chiesto di spostarsi, ancora una volta, al Giornale. Sallusti accetta malgrado voglia continuare a dirigere Libero.
A novembre di quest’anno un altro cambio. Sallusti, che aveva strappato la firma della Stampa, Giovanni Orsina, viene sostituto con Tommaso Cerno, ex direttore del Tempo (sempre del gruppo Angelucci). Sallusti lascia il Giornale e firma un contratto con Politico Quotidiano, il giornale online di Nicola Porro. Decide di continuare a scrivere sui giornali di carta, ma sceglie La Verità di Maurizio Belpietro, altro quotidiano della destra. Sallusti oggi è in corsa per ottenere una sua trasmissione a Mediaset, un suo spazio. E’ il solito effetto paradosso. Il Giornale rischia di avere in casa un Libero moderato (quasi come il Giornale) e Libero di avere un Giornale che fa Libero. Per Sallusti è la prova che gli Angelucci si fidano solo di lui, e Feltri, ma si apre il caso Sechi, ex direttore dell’Agi. Lodato da Antonio Polito, come “pezzo pregiato” della destra, stimato da Meloni, tanto da chiamarlo a Palazzo Chigi, uscirebbe dal gruppo. Sechi è molto amato da Fazzolari, da FdI, è ospite su La7, è rispettato anche dall’opposizione, da Giuseppe Conte. Perfino Matteo Renzi, pochi giorni fa, ha scelto Libero per replicare a Meloni, con una lettera. Antonio Angelucci, il padre, proprietario di Libero, è deputato della Lega, e la Lega ha lamentato nei mesi scorsi un trattamento non favorevole sui giornali del gruppo. Sallusti ne esce alla grande, Sechi come il liberale. Solo per ricordare: gli Angelucci volevano acquistare anche l’Agi…

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Zapat-ero. E ora chi sei? Le cronache raccontano di questa icona della sinistra mondiale che nella cassaforte di casa non teneva la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma cataste di gioielli e orologi di provenienza dubbia. Un malloppo con cui meditava di scappare a Caracas come certi cattivi dei film di James Bond. Sembra un falso confezionato dalla propaganda di destra. Invece è vero, è Zapatero. Il socialista dal volto umano e dagli occhi da cerbiatto, l’anello di congiunzione tra Neri Marcorè e Bambi. Per lungo tempo fu il principe azzurro della sinistra italiana orfana di Berlinguer. Il leader progressista e austero, capace di rimanere tale anche al governo. Il fustigatore incorruttibile, il campione dei matrimoni gay e della tv pubblica sganciata dai partiti. La muleta da agitare sotto il naso di Berlusconi.
Zapat-ero. E ora chi sei? O eri così anche prima? Blair e Clinton non promettevano di cambiare il mondo, solo di comprarne un pezzo. Ma loro erano la sinistra degli affari, mentre lui predicava quella dei valori non quotati in Borsa. Eppure, se Trump è un cinico alla luce del sole, come definire chi viene sorpreso a fare l’esatto opposto delle aspettative che ha saputo suscitare?
Chissà se un giorno la sinistra smetterà di cercare i suoi modelli tra i capi della nomenclatura, invece che tra le tante persone della società civile che certi valori li enunciano di rado, forse perché li praticano davvero.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Sarà per l’età e i ricordi annessi (Fiat Seicento, Fiat Millecento D, Fiat Millecinque, Fiat 131, Fiat Uno, Fiat Punto: furono le automobili di mio padre), ma l’arrivo sul mercato di una nuova Fiat, anzi due, è una notizia che ancora un poco mi tocca. E posso dirlo più serenamente ora che questo giornale è in altre mani.
Mi tocca anche perché di nuove Fiat ce ne sono state ben poche, negli ultimi decenni, e si pensava che quell’inceppo produttivo fosse ormai irreversibile, uno dei tanti segni del declino industriale italiano, della finanziarizzazione di quel gruppo e di quella famiglia, sempre più lontana dalle fabbriche e sempre più vicina alle Borse. Per altro, niente è eterno, e Fiat poteva benissimo essere una parola novecentesca, rimpiazzata da nuove parole cinesi. Di marchi ormai sepolti ce ne sono a bizzeffe, la memoria di ognuno di noi è piena di oggetti, merci, simboli che il tempo si è portato via.
Ora, non sono un addetto ai lavori e non saprei dire che cosa ci sia di davvero “italiano” nelle nuove Fiat in arrivo. E che cosa invece discenda dall’ibridazione con americani, francesi e quant’altri. Ma l’idea di una “nuova Fiat” è qualcosa che un poco mi appartiene, come italiano stagionato.
In quanto ex proprietario di una 127 usatissima che ruppe il motore ad Ancona, neopatentato grazie alla Cinquecento azzurra di mio fratello sulla quale imparai a fare la “doppietta” (cambio non sincronizzato, i meno giovani sanno di quale epopea sto parlando), autore di una “Ode alla Duna” in occasione del memorabile “Dunaraduno” di Cuore, beh, mi sento partecipe di questi inattesi segnali di vita. Per noi novecenteschi le merci ebbero un ruolo da protagoniste, e le automobili sono state quasi esseri viventi. Della finanza, a conti fatti, ce ne importa un fico.

(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Quasi orfani di Lollobrigida, che ormai parla solo quando è brillo, abbandonati da Delmastro, che comunque ieri, audito in Antimafia, ci ha regalato una perla lamentando la mancanza di “alert” (sic) istituzionali sulla bisteccheria con cui è entrato in società (sì: ci toccherà pagare un ente che avverta la gente di governo che sta per fare affari con la mafia), ci dobbiamo accontentare di Tajani. Durante l’evento “Italia-Africa: culture in gioco”, l’ineffabile ministro degli Esteri ha sostenuto che i legami tra europei e africani sono antichi sulla base di un’autocertificazione impressionante: “Io ricordo sempre qual è l’origine del mio cognome: è ‘Tijani’, un profeta dell’Islam molto conosciuto in Africa, non soltanto nel Nord, ma anche nell’Africa Centrale, in Marocco (che è Africa del Nord, ndr) e quindi vuol dire che qualcuno arrivato da là è venuto qua”. Ma senti senti. Ecco da dove veniva quel suo sapor mediorientale. Per carità: nel partito dove la marocchina Ruby era la nipote dell’egiziano Mubarak, può anche darsi che Tajani da Ferentino (Frosinone) sia discendente di questo Tijani. Per scrupolo, abbiamo interpellato l’IA, anche se quel “profeta dell’Islam” insospettiva (c’è un solo profeta nell’Islam, ed è Maometto). Il presunto avo del ministro è at-Tijaniyy (1735–1815), mistico sufi algerino. Secondo Gemini, però, la zona di origine del patronimico è più su, a Vietri sul Mare (Salerno) e decisamente più prosaica: deriverebbe dal termine dialettale taja (“taglia”), che indica “un antico mestiere legato al taglio di legno o pietra”. Noi stavamo già bruciando gli incensi in onore del ministro, e invece dobbiamo prendere la sega circolare (tra l’altro Wikipedia dice che Antonio discenderebbe proprio dal ceppo campano). Niente sostituzione etnica. Abbiamo consultato Geneanet, portale di genealogie: hai visto mai “Tajani” è un gentilizio noto solo ai Servizi segreti, che ne hanno informato il detentore. Ma sfuma l’ipotesi che agli Esteri abbiamo l’uomo dei due mondi Ciociaria-Maghreb: “È probabile che il raro soprannome, diventato patronimico, sia stato dato in origine a una sola persona. In altre parole, tutte le persone con tale cognome sono probabilmente cugini lontani”. Non tutto è perduto per la diplomazia. Di Tajani ne risultano 158 nel mondo: 18 ad Amalfi, 16 a Vietri sul Mare, 2 a Salerno, 4 a Mosca… Fossimo in Tajani, coi cugini russi due chiacchiere ce le faremmo.
Il giornalista: “Tolte con la scusa dei Mondiali di calcio”. Replica la direzione Approfondimento: “La riduzione non ha riguardato solo la trasmissione d’inchiesta, conseguenza dei tagli disposti dal Mef”

(repubblica.it) – Nuovo caso Report in Rai. Denuncia Sigfrido Ranucci alla presentazione del libro ‘C’era una volta la Rai’ di Barbara Floridia, presidente della commissione di Vigilanza Rai: “Nel servizio pubblico non va difeso il pluralismo, perché il pluralismo è una parola che non significa nulla. Va difesa l’indipendenza, l’indipendenza intellettuale, l’indipendenza nell’agire. E siccome il titolo del libro è ‘C’era una volta la Rai’, c’erano una volta quattro puntate di Report che ci devono restituire, perché ce l’hanno tolte con la scusa dei Mondiali di calcio. Io ho scritto anche al cda Rai due mesi fa e aspetto una risposta su questo, perché io mi ritrovo a non poter mandare in onda delle persone che rappresentano la storia della Rai, la storia di Report. Sono state tagliate quattro puntate non si capisce a beneficio di che cosa – spiega Ranucci – Quindi io questa è una cosa che lo devo al pubblico, al servizio pubblico che ha sempre premiato Report e riconosciuto in Report la trasmissione di qualità che più incarna lo spirito del servizio pubblico”.
Il giornalista e conduttore della trasmissione d’inchiesta di RaiTre prosegue: “Io voglio lanciare un grandissimo allarme. Io sono un privilegiato a lavorare nel servizio pubblico. Lo dico sempre: sono stato libero. Ci sono stati momenti in cui abbiamo battagliato di più, altri un po’ meno, ma fare giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico è un privilegio e vorrei che si estendesse questo privilegio anche a tutti i colleghi della stampa locale, perché questo è un paese malato, un paese che è abituato a convivere con la sua patologia come se fosse la normalità. Lo abbiamo visto tantissime volte – conclude Ranucci – Ebbene, i giornalisti locali sono quegli anticorpi periferici che con la loro azione, con la loro indipendenza, tutelandoli, devono intercettare il male prima che divori il corpo”.

Aggiunge Floridia: “All’inizio della mia presidenza abbiamo lavorato sul contratto di servizio e abbiamo fortemente voluto la valorizzazione del giornalismo d’inchiesta. È uno dei motivi per i quali il M5S ha votato il contratto di servizio. Quindi, tagliare delle puntate a una trasmissione di giornalismo d’inchiesta che funziona come Report è chiaramente contro i principi del contratto di servizio che abbiamo fortemente voluto. Ma con la commissione di Vigilanza bloccata non possiamo vigilare e chiedere conto”.
La direzione Approfondimento della Rai risponde a Ranucci: “La riduzione del numero di puntate non ha interessato esclusivamente Report, ma si inserisce in un più ampio processo di rimodulazione dell’offerta editoriale del Genere, resosi necessario in conseguenza delle misure di contenimento del budget aziendale derivanti dai tagli disposti dal Mef. Il numero di slot di palinsesto destinati ai programmi dell’Approfondimento è stato definito e comunicato lo scorso anno in occasione della presentazione dell’offerta Rai 2025/2026 – prosegue la nota Rai – Nell’ambito dell’autonomia editoriale e di una corretta gestione delle singole trasmissioni, ciascuna redazione ha pertanto avuto tutto il tempo per definire e pianificare con congruo anticipo contenuti, servizi e inchieste da mandare in onda nelle rispettive puntate. Resta naturalmente confermata l’attenzione dell’azienda per il lavoro giornalistico svolto dalla trasmissione e per la valorizzazione dei contenuti editoriali realizzati”.
“È gravissimo che Giorgetti abbia disertato l’audizione sulla riforma E sulla procedura della Ue mente”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Quando si parla di Rai Giancarlo Giorgetti si fa inafferrabile. Ieri il ministro dell’Economia doveva essere ascoltato dalla commissione Bilancio del Senato sulla riforma della governance della Rai, un’audizione lungamente attesa e invocata dalle opposizioni. Ma il leghista ha marcato visita. E la presidente della Vigilanza Rai, la 5Stelle Barbara Floridia, spiega di non poterne più: “È un fatto gravissimo, ma è ancora più grave il gioco sporco della maggioranza sulla pelle dei cittadini, portato avanti per poter disporre a proprio piacimento della televisione pubblica”.
Floridia, perché è così dura?
Giorgetti ha disertato all’ultimo minuto l’audizione. Il presidente della commissione Bilancio, Claudio Fazzone (Forza Italia), ha parlato di “impegni sopraggiunti” del ministro. Ma poi i capigruppo di maggioranza in Senato hanno candidamente ammesso di aver chiesto loro al ministro di posticipare: ‘Vogliamo attendere i pareri della Bilancio sulla riforma della Rai, necessari per una corretta visione d’insieme’ (l’audizione è stata spostata al 10 giugno, ndr). Solo che è Giorgetti a dover ancora fornire i pareri del Mef sulla riforma.
Quindi?
Quindi è un cane che si morde la coda. Ma soprattutto, una presa in giro. Anche perché Giorgetti ha mentito, di fatto.
Cioè?
Nelle settimane scorse, il ministro ha raccontato di un’interlocuzione con la Commissione europea che lo avrebbe tranquillizzato rispetto a un’eventuale procedura d’infrazione per la mancata applicazione del Media Freedom Act, ossia del regolamento Ue che obbliga i paesi dell’Unione a garantire l’indipendenza del servizio pubblico. Gli ho scritto una lettera formale, in cui gli chiedevo conto di questo carteggio con la Commissione che lo avrebbe rassicurato. Ma non mi ha mai risposto. In compenso, è certo che a gennaio la Commissione ha scritto all’Italia, come a diversi altri Paesi Ue, sollecitandola ad applicare il regolamento. E mi risulta che il Mef abbia risposto solo a marzo.
Ora quali passi intende fare?
Domani (oggi, ndr) riuniremo la Vigilanza, come avevamo concordato di fare per spingere il deputato Roberto Giachetti a sospendere lo sciopero della fame e della sete che aveva intrapreso contro il blocco forzato alla Commissione. Ma non ci saranno votazioni o audizioni. Temo che sarà una seduta puramente formale, senza atti concreti.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva bollato come “inaccettabile” la paralisi della Vigilanza. Ma le destre pretendono l’elezione di un loro nome alla presidenza per sbloccare tutto.
Potremmo riunire la Commissione anche per fare altro, come ad esempio ascoltare i direttori di tg o compiere altri atti. La verità è che la maggioranza usa questo pretesto perché il blocco della Vigilanza le consente di fare tutto ciò che vuole della Rai. Non vogliono essere controllati, quindi che la Commissione vigili. E poi alla Lega conviene avere come presidente ad interim un uomo di sua fiducia come Antonio Marano. Il Carroccio non sembra davvero avere fretta di risolvere la situazione.
Sembra che si pensi a un’ipotesi alternativa a Simona Agnes, il nome indicato da FI per la presidenza.
Il punto non è il nome, ma il metodo. Bisogna condividere la scelta con le opposizioni, lavorando per una personalità che convinca tutti, o almeno su una rosa di nomi. Ma l’atteggiamento del centrodestra non cambia. Ed è una chiara strategia, mentre sull’Italia si fa sempre più concreto il rischio dell’infrazione e quindi di una multa da parte dell’Europa, che pagherebbero i cittadini.
Dalla legge elettorale alle nomine, passando per il premierato, è un carosello di rinvii

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Se sbagli una volta, poi t’assale la paura. Ti paralizza, t’impedisce di decidere. Ti toglie sicurezza, specie se l’errore è stato grave. Succede, in politica così come nella vita. Sta succedendo adesso al governo Meloni. Dopo il referendum sulla giustizia: doveva essere un trionfo, è stato un tonfo. E da quel momento l’esecutivo più decisionista annaspa nell’indecisione.
Ne è prova, per esempio, la legge elettorale. Urgente, necessaria, indispensabile per evitare che vincano quegli altri. Già, ma quale legge? Giorgia Meloni si era impegnata pubblicamente a ripristinare le preferenze, dopo vent’anni di listini bloccati. In realtà non le vuole nessuno, forse nemmeno lei.
Sicché si traccheggia, s’alzano segnali di fumo, si studiano escamotage per trasferire la scelta dalla commissione all’aula, dove il voto è segreto, dunque non si potranno mai conoscere i colpevoli del loro affossamento. D’altronde, a questo punto, non si conosce neanche il testo. O meglio: ce ne sarebbe uno, sul quale si sono esercitate le audizioni di dottori e professori; ma è già in forno un testo bis, l’appetito vien mangiando.
E i sapori di quest’ultima pietanza? Inizialmente lorsignori avevano previsto d’elargire un premio in seggi per chi avesse superato il 40 per cento dei consensi; ora spostano l’asticella al 42 per cento, sai che rivoluzione. E con meno deputati in confezione regalo, però quanti non si sa.
C’era l’eventualità del ballottaggio tra le due coalizioni più votate, e invece no, hanno cambiato idea. Soglia di sbarramento al 3 per cento, sennonché pensando e ripensando s’aggiunge un posto a tavola per il miglior perdente di ciascuna coalizione. Via i collegi uninominali, anche se alla Lega questa soluzione procura il mal di pancia. Sul resto si vedrà, sempre che in ultimo si decida di decidere.
E poi c’è la madre di tutte le riforme, promessa al popolo plaudente entro la fine della legislatura. Che tuttavia ha imboccato già l’ultima curva, ancora orfana di cotanto senno. Dov’è finito il premierato? E perché non se ne trova traccia? L’elezione diretta del presidente del Consiglio ottenne il timbro del Senato nel giugno 2024; successivamente è rimbalzata nella commissione Affari costituzionali della Camera, e dopo due anni giace ancora lì.
Troppo pericoloso il referendum cui dovrebbe sottoporsi alla fine della giostra, dato che Renzi ci rimise la poltrona. Meglio battezzarlo dopo le prossime politiche, e intanto in questa legislatura incassare la doppia approvazione delle assemblee parlamentari. Mancano però tre votazioni: montagne russe, con l’aria che tira. Sicché in ultimo prevale la paura; e la paura — diceva Publilio Siro — non ha mai portato nessuno alla vetta.
In altri casi l’indecisione è figlia dei veti incrociati, dei bisticci tra i compari della stessa maggioranza. Accade sui temi economici — dalle tasse alle pensioni — dove il ministro Giorgetti è un uomo solo contro tutti. Accade sui diritti — dallo ius scholae all’eutanasia — dove Forza Italia spinge, Fratelli d’Italia frena. E accade, tra lamenti e tormenti, sulle nomine.
La Consob è senza presidente dall’8 marzo, mentre i vari candidati cadono come birilli a uno a uno. Sulla presidenza dell’Antitrust (vacante da tre settimane) si succedono infruttuosamente vertici e riunioni di governo, benché la scelta spetti ai presidenti delle Camere. Quanto alla Rai, non ne parliamo: la commissione di Vigilanza non ha il suo presidente da un anno e mezzo, mentre la maggioranza fa mancare il numero legale disertandone le sedute. Insomma, un carosello di rinvii; ma se rinvii troppo il parto, rischi d’uccidere il bambino.
Anche l’opposizione, tuttavia, parrebbe vittima di questa stessa sindrome. Le elezioni s’avvicinano, però manca tutt’oggi un programma, un progetto condiviso tra i partiti del centrosinistra. Non servono le 281 pagine, distribuite in 12 capitoli, firmate da Prodi nel 2006. Basterebbe un’intenzione comune sulla politica estera, su quella economica, sui diritti di cittadinanza. E basterebbe stabilire quantomeno il metodo per la scelta del leader, con le primarie oppure senza, e che tipo di primarie, e quando. Sì o no; non è più permesso dire boh.