Cosa Nostra non aveva mai organizzato un attentato che dovesse distruggere un obiettivo in movimento ad oltre 130 km/h. Perché lo fece? Quel cratere è ancora un buco nero

(Davide Mattiello, Articolo21 Piemonte, Deputato Pd XVII Legislatura – ilfattoquotidiano.it) – L’ordinanza della gip di Caltanissetta, dottoressa Luparello, del 19 dicembre del 2025 è costruita attorno ad una domanda: come mai Salvatore Riina decide improvvisamente di richiamare la squadra di assassini che era arrivata a Roma il 24 febbraio 1992 con l’obiettivo di uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli e Maurizio Costanzo? La squadra venne fatta rientrare il 4 marzo e Riina in quel momento aveva già chiaro che l’attentato si sarebbe fatto soltanto contro Giovanni Falcone (salvi Martelli e Costanzo) e che sarebbe stato realizzato con ben altre modalità. La gip Luparello insiste: ciò che stupisce non è tanto che Riina si sia determinato a colpire Falcone a Palermo invece che a Roma, infatti era sempre stata questa la sua opzione preferita e pare, tra l’altro, che avesse già avuto rassicurazioni su una “blanda” reazione da parte dello Stato se così avesse fatto, a stupire sono piuttosto le modalità scelte.
Aggiungo io: Cosa Nostra non aveva mai organizzato un attentato che prevedesse di distruggere un obiettivo in movimento ad oltre 130 km/h. Di auto-bomba Cosa Nostra se ne intendeva eccome: dopo la strage di Ciaculli nel 1963 (auto ferma imbottita di esplosivo), così era stato massacrato Rocco Chinnici nel luglio del 1983, ma Chinnici stava uscendo da casa sua per salire in macchina e così sarà ucciso Paolo Borsellino il 19 Luglio 1992, che invece dall’auto era appena sceso per entrare in casa. Niente a che vedere con la difficoltà tecnica di Capaci.
Basti pensare che l’unica altra volta che Cosa Nostra provò a realizzare lo stesso “schema” ovvero colpire l’obiettivo in movimento, fallì clamorosamente: in via Fauro a Roma, circa un anno dopo, il 14 maggio 1993 e nonostante l’impiego di quasi un quintale di esplosivo contro Maurizio Costanzo (tornato nel mirino), che sopravvisse insieme a Maria De Filippi. Fallimento tanto più significativo ai fini del ragionamento, tenendo conto che la macchina sulla quale viaggiavano Costanzo e De Filippi, per le strade strette dei Parioli di Roma, non andava di certo alla velocità tenuta dal corteo di auto che trasportava Falcone. L’auto di Falcone sarebbe stata sulla verticale dell’esplosivo soltanto per una frazione di secondo: le probabilità di un insuccesso erano altissime. Poteva permetterselo Riina? No, per niente.
Riina aveva già subito uno smacco personale durissimo con l’esito infausto del maxiprocesso, che si era concluso il 30 gennaio di quel 1992 con la conferma definitiva delle condanne e soprattutto con la definitiva consacrazione in sentenza del “teorema Buscetta”. Riina aveva rassicurato fino all’ultimo i suoi su un possibile “aggiustamento” in Cassazione, ma poi aveva dovuto prendere atto della sconfitta “politica” e già nella riunione degli “auguri di Natale” dell’inizio dicembre 1991 aveva annunciato che era arrivato il tempo in cui ognuno si prendesse le proprie “responsabilità”, tanto chi aveva provocato quella sconfitta (Falcone e Borsellino in testa) quanto chi non aveva fatto nulla per impedirla (Andreotti/Lima) o peggio, dopo aver incassato i voti di Cosa Nostra, aveva girato le spalle all’associazione portandosi addirittura Falcone al Ministero (Martelli).
Mi pare di vederlo Riina, con il bicchiere degli “auguri” in mano, torvo in viso mentre scruta i commensali per cogliere anche il più piccolo disappunto, rispondere a chi gli domandava cosa sarebbe successo a Cosa Nostra dopo una tale opera di vendetta: “Ci prendiamo quello che viene”. Punto e tanti auguri! Un uomo così, con una leadership traballante, poteva permettersi di sbagliare l’attentato contro Falcone? Sarebbe stata la fine. La sua prima di tutto. Perché rischiare? Falcone a Roma, seduto in un ristorante, senza scorta, sarebbe stato un gioco da ragazzi. Salvatore Riina, questo è il convincimento della gip Luparello (e per quel che vale, pure il mio), deve avere avuto delle garanzie. Ci deve essere stato qualcuno in grado di rassicurare Riina sul successo dell’operazione: avrebbero abbattuto il bersaglio lanciato sull’autostrada.
Una operazione militare. E’ questa convinzione che sorregge da un lato il giudizio severo sulla pervicacia con la quale la Procura di Caltanissetta (e con essa la Commissione parlamentare anti mafia, guidata da Chiara Colosimo ed “ispirata” da Mori) insiste sulla pista “mafia-appalti” per spiegare la strage di Via D’Amelio e in gran parte anche quella di Capaci (“Severa miopia”, approccio “mistico e dogmatico”) e dall’altro la necessità di fare ogni sforzo per indagare quegli ambienti che potevano avere competenze “professionali” tali da rassicurare Riina sulla buona riuscita dell’attentato-senza-precedenti.
Di qui l’interesse per Gladio, per il centro “Scorpione” e per la morte di Li Causi, per le indagini di Falcone sul delitto Mattarella, per il possibile coinvolgimento dell’eversione neo fascista in quello ed in altri episodi, per il ruolo dei Servizi segreti (che entrano certamente in gioco), per il ruolo di Paolo Bellini, Antonino Gioè, Roberto Tempesta e Mario Mori, per le dichiarazioni di Alberto Lo Cicero e Maria Romeo su Stefano Delle Chiaie, Mariano Tullio Troia, Guido Lo Porto, Stefano Menicacci, per le sabbie mobili di Stato che ingoiarono la “nota Cavallo” e pure il verbale che certifica l’interesse di Borsellino su Lo Cicero, per il giudice Ugo Sisti, per il ruolo di Contrada, per la eventualità (un eufemismo!) che l’interrogatorio fatto da Falcone a Licio Gelli, come quello fatto da Borsellino a Gaspare Mutolo, fosse stato captato in tempo reale, per l’attentato all’Addaura (“le menti raffinatissime”), per Giovanni Aiello e l’omicidio di Nino Agostino…
Il cratere di Capaci, in vero, è ancora un buco nero che risucchia il futuro della Repubblica, condannandola al respiro corto di chi porta sulle spalle il peso di troppi ricatti.

(Elena Basile – lafionda.org) – La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.
Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani. La repressione, in siffatto quadro, è un dovere dello Stato, che conserva il legittimo uso della forza. In Occidente non si sarebbe fatto altrimenti. Ricordiamo i 12.000 arresti di propalestinesi pacifici a Londra. Siamo costretti a ripetere ragionamenti razionali di fronte alla malafede che imperversa tra i politici e la loro classe di servizio. Si utilizza la retorica del liberal order per preparare il terreno all’aggressione israelo-americana. Essa dovrebbe avvenire con massicci bombardamenti a tappeto su civili e infrastrutture strategiche, mobilitando le comunità etniche opportunamente armate, come i curdi iracheni e i beluci, e ricorrendo al terrorismo sunnita e ai salafiti pakistani. Un attacco via terra, a cominciare dalle isole e con gli Emirati in prima fila, potrebbe completare il quadro. Secondo il professore Seyed M. Marandi, le rappresaglie dell’Iran all’attacco provocheranno enormi danni alle monarchie del Golfo, regimi che opprimono le donne, cancellano la libertà di opinione e schiavizzano la maggioranza della popolazione migrante. Si tratta infatti di monarchie vulnerabili. Se fossero colpiti gli impianti di desalinizzazione ed energetici, date le temperature raggiunte in questi mesi, la vita sarebbe insostenibile.
Durante il conflitto di febbraio, secondo molti analisti in grado di controllare i filmati che circolano in rete, gli iraniani sarebbero riusciti a colpire le basi americane e Israele in modo grave. Naturalmente le democrazie, fiore all’occhiello di giornali come il Corriere della Sera e Il Foglio, non hanno fatto trapelare notizie al riguardo. La propaganda israeliana domina gli apparati mediatici; come abbiamo visto, determina persino i risultati dell’Eurovision. Il regime criminale di Netanyahu, dopo il genocidio di Gaza, i crimini terroristici contro le leadership di Libano e Iran, dopo le violenze razziste in Cisgiordania e dopo aver spianato il Sud del Libano come Gaza, coinvolgerà Washington in una nuova guerra di sterminio contro l’Iran, con danni inimmaginabili anche all’economia mondiale. I Paesi europei sono atrofizzati, rilasciano dichiarazioni risibili, impongono sanzioni criminali alla vittima: l’Iran. Russia, Cina e i BRICS fanno quel che possono, poco, evitando un confronto diretto con l’Occidente e tenendo la barra alta esclusivamente per il loro interesse nazionale. Nessuno sembrerebbe fermare il criminale Netanyahu, che ha bisogno di una guerra permanente per sopravvivere politicamente. I suoi progetti, sostenuti dalla lobby americana di Israele, sarebbero assecondati da Trump e sostanzialmente dal Congresso. La finanza e le imprese di armi hanno tutto da guadagnare. Genocidio più, genocidio meno, cosa importa?
I difensori dei diritti delle donne, quelli che insorgevano contro l’obbligo del dressing code di una repubblica islamica (ignorando i diritti delle saudite e delle donne dei Paesi del Golfo), dove si sono rintanati? Nessuno vuole proteggere bimbi e donne dalla nuova aggressione annunciata? Le femministe divenute icone del liberal order non hanno nulla da dire nel caso di un nuovo massacro di bambine iraniane? In effetti poi crescono e si mettono il chador, come i bimbi di Gaza divengono terroristi: meglio eliminarli?
Il partito di Vannacci si prepara all’Assemblea. FI: “Meglio Calenda di lui”. Si rincorrono i nomi di deputati e senatori pronti a sostenere l’ex europarlamentare del Carroccio. Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni: “Nomi? Solo quando ci sarà l’ufficialità. Richieste anche dal M5s”

(di Alberto Marzocchi – ilfattoquotidiano.it) – Almeno la metà dei parlamentari che vogliono aderire a Futuro nazionale, la creatura politica di Roberto Vannacci, vengono da Fratelli d’Italia. L’ultimo passaggio ufficiale da uno dei partiti al governo è stato quello di Laura Ravetto, deputata di lungo corso di Forza Italia (e più recentemente della Lega) e sottosegretaria con Silvio Berlusconi. Ma in questi giorni si rincorrono i nomi di onorevoli e senatori con le valigie in mano, pronti a entrare – dopo aver debitamente citofonato – in Fn. C’è chi smentisce di volerlo fare, come la leghista emiliana Elena Murelli, e chi viene dato già per certo, come i veneti Gianangelo Bof ed Erik Pretto. E poi ci sono loro, i meloniani, un po’ delusi dal corso assunto dall’esecutivo, un po’ frustrati per non riuscire ad avere un posto in prima fila.
E se di fatti e numeri relativi a Futuro nazionale abbiamo parlato in questo articolo (iscritti e comitati in costante crescita, piazze piuttosto gremite ai comizi del generale, una folta schiera di amministratori locali e “riciclati” della politica che hanno già la tessera in tasca), qui per forza di cose prendono piede le ricostruzioni. Intanto, però, una data: 13 e 14 giugno. All’Auditorium della Conciliazione di Roma, Vannacci darà vita, ufficialmente, attraverso l’Assemblea costituente, a Fn. Verrà eletto presidente – il partito è già, o comunque sarà, plasmato intorno alla sua figura – verrà nominato un organo di garanzia, i delegati e un Comitato esecutivo. “Chi entra deve aderire totalmente a quello che siamo” ha detto il generale. Ogni snodo decisivo sarà nelle sue mani. E da qui a quella data è indubbio che i deputati e i senatori “cambia-casacca” verranno allo scoperto. Se non altro per partecipare ai lavori romani. E dimostrare di esserci dal (più o meno) giorno uno.
Le ricostruzioni, dunque. Contattato da ilFattoQuotidiano.it, il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni, un lungo passato in Alleanza nazionale e, fino a maggio 2024, in FdI, racconta: “A febbraio c’erano 26 parlamentari pronti a entrare in Futuro nazionale. Avremmo potuto creare un gruppo autonomo a Montecitorio, ma a noi non interessano le operazioni di palazzo. E così sono rimasti dov’erano. In questo momento siamo impegnati a far crescere il partito dal basso”. In ogni caso, i nomi circolano. “Quelli che vogliono passare con noi sono tanti, da FdI a Forza Italia, abbiamo avuto richieste anche dal M5s“. Quindi è coinvolto anche il partito della presidente del Consiglio. “Io vengo da lì, è un mondo che conosco molto bene, e le garantisco che c’è un malessere che si taglia col coltello. Quello sì che è un partito arroccato su se stesso: o fai parte della famiglia o della storia di Colle Oppio, oppure non hai chance. Il 50% delle persone che vogliono venire in Fn vengono da Fratelli d’Italia. Nomi? Non glieli faccio per correttezza, almeno finché non c’è l’ufficialità”.
Simoni tiene a specificare che “non siamo una scialuppa di salvataggio. Anche perché, diciamolo chiaramente, il 90% dei parlamentari è lì perché vi è stato messo, pochi sono sostenuti da un personale consenso da parte dei cittadini. Perciò facciamo un’attenta selezione delle figure che ci possono essere utili. Chi viene da noi deve conoscere il territorio, deve avere capacità nell’amministrare la cosa pubblica, deve essere attrattivo. Ma non ci interessa imbarcare chiunque, anche perché le adesioni, dal basso, sono esplose”. Attualmente Fn ha aperto più di mille comitati, con 56mila iscritti in circa quattro mesi. “Sono stato una vita in An, e non ho mai visto una cosa così” continua Simoni. In questi giorni, però, ci sono state anche delle defezioni. Ne ha parlato, per esempio, la Repubblica, intervistando Norberto De Angelis, fondatore dell’associazione Il mondo al contrario, che ha accusato Vannacci di essere “un traditore”. “Pensava che essendo un amico storico del Generale avesse più diritti degli altri, forse? Ma qui non funziona così, qui paga il merito”.
A un anno dalle elezioni, e ancora senza una legge elettorale definita – ammesso che si arrivi a una quadra per sostituire il Rosatellum – i partiti hanno già cominciato la propria partita a scacchi in vita delle alleanze, condita da dichiarazioni più o meno affidabili. Per esempio, Alberto Bagnai, esponente di spicco della Lega, dice che “ricucire con Vannacci dopo il tradimento plateale è impossibile“. E per Forza Italia, per bocca del viceministro Francesco Paolo Sisto, “Calenda è meglio di Vannacci. Preferisco il leader di Azione, Vannacci ha idee troppo radicali”. Gli fa eco Letizia Moratti: “Vannacci con noi è incompatibile”. Per Simoni di Fn “chi dice che Calenda è meglio di noi sta strizzando l’occhio a sinistra, però sarebbe corretto che lo dichiarassero agli elettori. Ma non ci preoccupiamo, possiamo anche correre la nostra partita da soli. Il Generale ha detto che nel caso di alleanze, la fiducia dev’essere reciproca, altrimenti non si va da nessuna parte”. La questione è: quanto vale Fn, alle elezioni, da solo? Il potenziale elettore di Vannacci preferirà votare la coalizione (e dunque FdI e Lega, verosimilmente) pur di non far vincere il centrosinistra, esprimendo dunque il cosiddetto voto utile, oppure resterà “fedele” al generale, rischiando di consegnare il Paese al Campo largo? È presto per dirlo, ma chi muove i fili dei partiti e gli osservatori politici già se lo stanno domandando.
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Tra le più disastrate c’è la carreggiata di via Enrico Alvino

Nell’ambito della municipalità collinare che comprende i quartieri del Vomero e dell’Arenella, dove vivono circa 120mila napoletani, anche alla luce dell’ultimo evento verificatosi in questi giorni con una voragine che si è all’improvviso aperta al centro della carreggiata di via San Giacomo dei Capri, causandone la chiusura temporanea con conseguenti notevoli problemi alla circolazione veicolare, torna alla ribalta delle cronache la situazione disastrosa delle strade con dissesti che ogni anno mietono tantissime vittime. Danni incalcolabili per la società civile ma anche per le già disastrate casse del Comune. Danaro che potrebbe essere più proficuamente investito per il risanamento delle arterie interessate, invece che per il risarcimento dei danni ai malcapitati. Intanto sul social network Facebook, tiene banco il gruppo dal titolo significativo: “ Buche partenopee, vedi Napoli e poi…cadi “, al link https://www.facebook.com/groups/buchepartenopee , gruppo fondato dal presidente del Comitato Valori collinari, Gennaro Capodanno, che sta riscuotendo notevoli consensi, con oltre 2.700 iscritti. Tantissime le segnalazioni di buche e di avvallamenti presenti in numerose strade e piazze della Città. Un contributo, anche fotografico, messo a disposizione di quanti interessati.
“ Questo gruppo – spiega Capodanno nella presentazione – nasce con il precipuo scopo di segnalare alle autorità competenti, con foto e racconti, i dissesti e le buche presenti sulle carreggiate e sui marciapiedi delle strade napoletane, che, in molti casi, sono datate. Numerosi i passanti vittime dei dissesti sui marciapiedi. Altrettanto folta la pattuglia degli automobilisti e, principalmente, dei motociclisti vittime di buche e voragini sulle carreggiate. Quando va bene a risentirne è la colonna vertebrale, per i continui sbalzi determinati dalle precarie condizioni di molte strade “.
“ Intanto continuano ad arrivare segnalazioni di nuovi dissesti presenti sia sui marciapiedi che sulle carreggiate delle strade – sottolinea Capodanno -. L’ultima strada segnalata con tanto di foto e video è via Enrico Alvino, la cui carreggiata versa in condizioni pietose, davvero inaccettabili, senza che però le numerose richieste inoltrate al riguardo agli uffici preposti dell’amministrazione comunale, ricevano risposte operative e concrete “.
” Il problema non è più dilazionabile – afferma Capodanno –. Bisogna subito porre rimedio a questa preoccupante situazione che riguarda innanzitutto la sicurezza e l’incolumità delle persone ma anche i danni causati agli autoveicoli, costretti a transitare su strade i cui dissesti si ripercuotono sulle parti meccaniche con conseguenze immaginabili “.
Capodanno al riguardo sollecita, ancora una volta, l’intervento dell’amministrazione comunale, segnatamente dell’assessore comunale alle strade, Cosenza, affinché, previa ricognizione, vengano messe in atto tutte le iniziative tese ad eliminare le tante buche e gli avvallamenti presenti lungo le strade comunali. Nel contempo chiede l’intervento della Magistratura per accertare eventuali responsabilità penali e amministrative per omessa manutenzione e omessa messa in sicurezza delle sedi stradali, verificando se i fatti riscontrati integrino ipotesi di reato, procedendo nel caso nei confronti dei responsabili degli uffici competenti.
Le celebrazioni, che si terranno dal 26 maggio al 26 luglio, prevedono la concessione dell’Indulgenza Plenaria

Si terrà sabato 30 maggio, alle ore 19:30, presso la Basilica Santuario dell’Assunta di Guardia Sanframondi, la presentazione, con conferenza stampa, delle iniziative dedicate ai 400 anni della proclamazione di San Filippo Neri a patrono della comunità guardiese (1626-2026).
L’incontro aprirà ufficialmente il percorso del ‘Tempo Giubilare Filippino’, promosso per celebrare il quarto centenario di un legame spirituale e identitario che accompagna la storia di Guardia Sanframondi da quattro secoli.
Nel corso della serata saranno illustrati il programma delle celebrazioni e le iniziative religiose, culturali e comunitarie previste dal 26 maggio al 26 luglio 2026. Le celebrazioni assumono un significato ancora più importante alla luce della concessione dell’Indulgenza Plenaria da parte della Penitenzieria Apostolica, segno di attenzione e vicinanza verso una comunità che continua a custodire con devozione la figura del ‘Santo della Gioia’, profondamente legata alla storia spirituale e civile di Guardia.
San Filippo Neri è infatti patrono della cittadina dal 1626: un legame che, nel corso dei secoli, ha attraversato la storia del paese, diventando simbolo di fede, identità e appartenenza per intere generazioni.
Per l’organizzazione del programma è stato costituito un comitato operativo composto da rappresentanti della comunità religiosa e civile, con l’obiettivo di valorizzare un anniversario considerato di grande importanza per la storia e la tradizione di Guardia Sanframondi.
Nel corso della serata saranno presentati gli appuntamenti previsti per il Giubileo Filippino, tra celebrazioni liturgiche, momenti di riflessione, eventi culturali e iniziative condivise che coinvolgeranno la comunità civile e parrocchiale
Interverranno P. Giustino Di Santo, preposito-parroco e presidente del Comitato, il sindaco di Guardia Sanframondi, che verrà proclamato il prossimo 25 maggio, il presidente della Pro Loco Amedeo Foschini, il componente del Comitato Abele Benevento, il grafico Giovanni Lombardi, lo scultore Ernesto Pengue e Michele Foschini, segretario del Comitato. Previsti anche intermezzi musicali del Coro Parrocchiale, che intonerà anche ‘O Santo della Gioia’, l’inno della manifestazione ideato e prodotto da Pasquale Di Cosmo. A moderare l’incontro sarà la giornalista Barbara Serafini.
“Quattro secoli fa – dichiara Padre Giustino Di Santo – la comunità guardiese affidava il proprio cammino a San Filippo Neri, il santo della gioia, della carità e della fraternità. Oggi celebriamo non solo una ricorrenza storica, ma una memoria viva che continua ad accompagnare il nostro popolo. Questo anniversario vuole essere un’occasione di partecipazione, di condivisione e di rinnovamento spirituale per tutta la comunità”.
Per l’occasione, presso il Santuario saranno esposti alcuni lavori realizzati nelle scuole guardiesi, inseriti nel programma delle iniziative dedicate al IV centenario.
Il messaggio al Festival del lavoro in corso a Roma

(adnkronos.com) – “Il lavoro è il vostro core business, diciamo così, però è anche un po’ il nostro. La strategia del Governo è stata chiara fin dall’inizio su questo tema, sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro. Ogni provvedimento adottato in questi anni va in questa direzione, i risultati in qualche modo ci stanno dando ragione. L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con un milione e duecentomila occupati stabili in più e cinquecentocinquantamila precari in meno”. Così la premier Giorgia Meloni in un video messaggio inviato al Festival del lavoro dei consulenti del lavoro, in corso alla Nuvola all’Eur a Roma.
“Il tasso di disoccupazione, sia generale che giovanile, ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia -ha continuato la premier- abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici. Abbiamo affrontato il problema dei salari con misure concrete, agendo su diversi fronti. Con il taglio del costo del lavoro e non solo, abbiamo aumentato il netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio bassi. Abbiamo sbloccato stipendi che erano fermi da anni nel pubblico impiego e puntato sul rinnovo dei contratti nel settore privato, incentivandone i rinnovi”, ha spiegato ancora.
“Ma soprattutto abbiamo scelto di rimettere al centro la contrattazione di qualità, perché è lì che si tutelano davvero i diritti dei lavoratori settore per settore”, ha detto.
“Con il Decreto Lavoro – ha continuato – abbiamo sancito un principio: solo chi applica il salario giusto, cioè il trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni più rappresentative, può accedere agli incentivi pubblici per le assunzioni. È una scelta che il Governo rivendica con forza e per la quale devo ringraziare il ministro Calderone, che chiaramente molto si è impegnata su questo come su tanti altri fronti”.
“Ma non ci stiamo occupando solamente -ha continuato Meloni- di rilanciare il mercato del lavoro e di renderlo più dinamico. Noi stiamo concentrando la nostra attenzione anche sulle sfide che i nostri lavoratori e le nostre imprese sono chiamati ad affrontare, come l’impatto dell’intelligenza artificiale, una risorsa chiaramente straordinaria, se rimarrà centrata sulla persona, mentre un danno se si limiterà a sostituire i lavoratori”, ha rimarcato.
Per la premier “l’intelligenza artificiale investirà prima o poi tutto il mercato del lavoro e non sarà limitata ai profili intellettuali o tecnologici. In futuro continueremo ad avere bisogno di operai, insegnanti, artigiani, medici. Quello che cambierà sarà il modo di svolgere quei lavori, e sarà necessario avere le competenze per farlo. Ed ecco che emerge con forza il valore della competenza e di chi quella competenza la mette al servizio degli altri, con equilibrio e con saggezza, come fanno i tanti professionisti italiani che insieme disegnano un modello unico che questo Governo, come nessun altro prima, ha promosso e valorizzato con riforme e con interventi di sistema. E quindi ai consulenti del lavoro, grazie a tutti voi per il contributo, le proposte, le idee che sono emersi in questi giorni, ma anche in questi anni. Ne faremo come sempre tesoro, come sempre abbiamo fatto fin qui e cercheremo di tradurli in atti concreti nel migliore dei modi, per il bene dell’Italia, per il bene degli italiani”, ha concluso.
Stoccata del leader del M5S anche alla giunta regionale siciliana, che accusa di immobilismo

(adnkrono.com) – Giuseppe Conte torna a parlare di campo largo durante una visita a Palermo, ma smorza le etichette giornalistiche. Il leader del M5S spiega che per lui conta “un progetto serio e condiviso con obiettivi chiari e strategici”, più che le formule di alleanza.
Il focus dell’intervento è sulla Sicilia e sull’amministrazione Schifani. Conte accusa la giunta regionale di immobilismo e di essere “decimata da inchieste che riguardano quasi tutti gli assessori e gli esponenti di maggioranza”. Definisce la situazione “uno scempio poco dignitoso per la comunità siciliana” e chiede di “voltare pagina”.
Dura anche la stoccata al centrodestra e al governo nazionale. Secondo Conte Vannacci è ormai “una spina nel fianco” per Meloni, Lega e Fratelli d’Italia. Dopo il referendum, per il leader del M5S l’esecutivo sarebbe “politicamente azzoppato”, oltre che in lite su tutto e in declino di consenso. Vannacci, dice, “rosicchia consensi sia alla Lega che a FdI” e diventa “un’alternativa seria” per l’elettorato deluso dalle “promesse tradite”.
Nel giorno in cui si onora Giovanni Falcone, Conte collega l’attualità economica e istituzionale. Attacca il governo per i rincari e “le spese folli militari”, mentre, dice, l’esecutivo considera prioritaria una legge elettorale per “preservare le poltrone”.
Gli dobbiamo in ogni caso un omaggio sentito: egli è il grande giornalista che stravince nel campionato che va dagli Andrea Scanzi alle Lilli Gruber, passando per i Corrierini, le Repubblichette e i cinque quarti della nobilissima contessa Berlinguer

(di Andrea Marcenaro – ilfoglio.it) – Riassunto di una settimana minore. Lui ha sputtanato mezzo mondo? Vero. Rovinato altre persone e famiglie? Sì. Spiegato, con montanneliana brillantezza, perché qualsiasi Minetti debba essere disprezzata, mentre il di lui Maestro portato alla scrittura poteva agire in modo disinibito con le sue preferite tenendo la morale sul comodino? Con lo schioppo? Anche. Potrà mai esserci sembrato, infine, di aver verificato talune sue caratteristiche minori?
La passione costituzionale per Putin? La foia antiebraica? (povero Padellaro). Figlie entrambe dell’acchiappo virtuoso di un suo personale target al caciocavallo? Sarà pure. Con ciò? Pretendereste forse che chiedesse scusa ogni volta che massacra l’onore di qualcuno? O che sputa sulle più buone o meno buone ragioni di nazioni intere? Pretendereste che capisse, dopo ogni provata infamia già stampata, come apparirebbe urgente scusarsi e togliersi il cappello? Pazienza. Gli dobbiamo in ogni caso un omaggio sentito: egli è il grande giornalista che stravince nel campionato che va dagli Andrea Scanzi alle Lilli Gruber, passando per i Corrierini, le Repubblichette e i cinque quarti della nobilissima contessa Berlinguer. Staremo parlando di chi?
Clemente Mastella: «Con i miei calzini corti facevo impazzire De Mita. Mi telefonò Ratzinger, pensai che fosse Fiorello». Lo storico esponente democristiano: «Convinsi Raffaella Carrà a votare Dc. Che follia gli 11 anni di calvario giudiziario per me e Sandra»

(di Tommaso Labate – corriere.it) – Clemente Mastella, mezzo secolo nelle istituzioni.
«Entrai a Montecitorio con le elezioni del 20 giugno 1976, contro tutti i pronostici. De Mita mi chiese: “Ce la fai a prendere 18 mila preferenze a Benevento?”. Girai in lungo e in largo il collegio, che comprendeva anche Salerno e Avellino, arrivando a fare venti comizi al giorno. Andavo a letto con la bava alla bocca».
Risultato?
«Ne presi 34 mila solo a Benevento e quasi 65 mila totali. La Dc in quel collegio elesse dieci deputati, io arrivai settimo. Lo schema della corrente di De Mita era facile da memorizzare: si vota l’anno, il 1976. Nella lista al numero 1 c’era Ciriaco, al 9 io, al 7 Peppino Gargani, al 6 Gerardo Bianco».
La prima cosa che fece a Roma?
«Comprai dei calzini lunghi, non ne avevo mai posseduto un paio. Prima giravo con quelli corti, che facevano impazzire De Mita perché quando stavo seduto i pantaloni si sollevavano e si vedeva mezza gamba, quasi fino al ginocchio. “Clemente, con questi calzini sembri un cafoncello di paese!”. E io: “Ma io sono un cafoncello di paese, Ciriaco”».
È vero che fece litigare Pertini e De Mita?
«Un giorno, mentre Moro era prigioniero delle Brigate Rosse, io e Guglielmo Zucconi vedemmo Pertini che si aggirava per Montecitorio. Con fare decisamente antipatico, riferendosi a quello che il presidente della Dc stava dicendo ai terroristi e che i terroristi facevano sapere al Paese tramite i comunicati, urlava nei corridoi della Camera che un cattolico se la faceva sotto davanti ai carcerieri mentre lui e gli altri avevano tenuto duro quando erano nelle mani dei fascisti. Giurai a me stesso: “Appena ho l’occasione, gliela faccio pagare”».
Moro si poteva salvare?
«No».
Perché?
«Perché Moro, nel coinvolgere nella maggioranza il Partito comunista, aveva rotto lo schema di Yalta, che Stati Uniti e Unione Sovietica continuavano a difendere. Seppi, e lo dissi in un’interrogazione parlamentare, che nel momento del sequestro a Roma agivano contemporaneamente agenti della Cia e del Kgb. E su questa storia rilasciai tre o quattro interviste».
Risultato?
«Ogni volta che ne parlavo, poche ore dopo mi trovavo l’appartamento di Roma e l’ufficio sottosopra. Entravano e mettevano tutto a soqquadro, senza rubare nulla. Sistematicamente».
Tornando a Pertini, poche settimane dopo venne eletto presidente della Repubblica.
«Io non lo votai. Lo scrissi pubblicamente nel “Diario del grande elettore” che tenni su Panorama per due numeri consecutivi, col settimanale che arrivò a vendere un milione e passa di copie. Non lo votai io e non lo votò nemmeno Zucconi».
Pertini sarebbe diventato «il presidente più amato dagli italiani».
«Avrebbe recuperato in simpatia, e in molto altro, una volta a Quirinale. Perché simpatico non era per nulla, almeno a me».
Praticamente lei votò in dissenso dal resto del gruppo della Dc.
«Zaccagnini voleva prendere provvedimenti. De Mita mi salvò».
Con Pertini finì lì?
«Macché, si vendicò. Per sette anni non ho mai messo piede al Quirinale. E per qualche mese non ci mise piede De Mita, visto che Pertini pretendeva che Ciriaco mi cacciasse dal giro dei suoi collaboratori più stretti, cosa che non fece».
Era il suo capo ufficio stampa.
«Divenni la faccia della sconfitta della Dc alle elezioni del 1983, quelle del tracollo. Era la prima volta che si facevano le dirette televisive del dopo voto e la prima volta della Dc sotto il 35 per cento. A Piazza del Gesù nessuno voleva andare giù e parlare davanti alle telecamere. Toccò a me. Due anni dopo, alle amministrative del 1985, ci sarebbe stata la risalita e tutti avrebbero sgomitato per farsi vedere. De Mita fermò la ressa: “Ci va Clemente perché ci è andato due anni fa”».
Andare in tv le piaceva?
«Ero diventato amico di Arbore e di Boncompagni. Ma soprattutto di Raffaella Carrà, che mi invitava a Pronto, Raffaella? con qualsiasi scusa, anche per parlare dei prodotti tipici del Sannio».
Erano tutti e tre di sinistra.
«Con Raffaella, Gianni e Renzo era sempre la stessa storia. Dicevano “Clemente, tu sei giovane, tu ci piaci. Ma la Dc, De Mita…”. E io: “Sì, ragazzi, ma sappiate che se fottono De Mita sono in mezzo a una strada pure io”. Nel 1985 convinsi la Carrà, che aveva sempre votato comunista, a dare almeno un voto alla Dc. Si votava con tre schede: regionali, provinciali, comunali. Raffaella mi disse: “Clemente, in una di queste barrerò il simbolo della Dc. Ma lo faccio solo per te”».
Un mese dopo quelle amministrative, Cossiga divenne presidente della Repubblica.
«Alla prima votazione. Non senza lo zampino del sottoscritto».
Come andò?
«Prima che iniziasse la girandola dei voti, De Mita venne da me e mi disse: “Ho parlato con Natta. I comunisti sono pronti a votare per uno dei nostri. Ma quell’uno dev’essere Cossiga”. La lontana parentela con Berlinguer, di cui si parlava tanto all’epoca, non c’entrava nulla. Semplicemente, Cossiga era il Dc più scolorito di tutti; da presidente del Senato, non aveva rinnovato neanche la tessera».
Scusi, e il suo zampino?
«Il problema era che al Quirinale puntavano in tanti: da Fanfani ad Andreotti, passando per Forlani. Se ci fossimo divisi a colpi di franchi tiratori, l’alternanza laico-cattolico al Colle sarebbe saltata; e infatti, Pertini stava aspettando l’occasione buona perché era sicuro di fare il bis, Spadolini scalpitava perché aveva ottimi rapporti Oltretevere… Insomma, la Dc non poteva permettersi divisioni».
Come andò?
«Il giorno del voto nei gruppi parlamentari sul candidato da sostenere dissi in giro che la Dc era compatta e che dopo la relazione di De Mita, che avrebbe indicato Cossiga, tutti si sarebbero esposti. E invece, una volta che finì di parlare Ciriaco, nella saletta calò il gelo. Andreotti, invitato a prendere la parola, guardando verso di me disse: “Leggo sui giornali che sono iscritto a parlare d’ufficio…”. Insomma, quando contammo le schede, Cossiga aveva a stento la maggioranza. Io bruciai tutte le tracce di quel voto interno e dissi ai giornalisti che i parlamentari lo avevano votato in massa. Ci cascarono tutti: i gruppi di potenziali franchi tiratori si sentirono isolati e in Aula si andò dritti su Cossiga, che venne eletto al primo scrutinio».
Dieci anni dopo la Dc non c’era più.
«I segnali del tracollo non erano evidenti ma io li avevo colti. In Giappone, dove c’era un partito che governava dalla fine della Seconda guerra mondiale, quel partito era crollato. Sa, quando andavo a ballare con mia sorella, da ragazzini, con uno sguardo alla sala ero in grado di dire chi le faceva il filo… Allo stesso modo, capii che la Dc era vicina al capolinea. La volta che lo pronosticai a De Mita, mi guardò come se fossi uno scemo».
Anno 1994: ministro del Lavoro col Berlusconi I, dopo che con Casini avevate fondato il Centro cristiano democratico, alleato col Cavaliere.
«Qualche anno prima, nel corso di una seduta spiritica sul Taburno a cui aveva partecipato mia moglie Sandra, venne fuori che avrei fatto il ministro del Lavoro. Era l’unico tema di cui non mi ero mai occupato in vita mia. Ci avevo riso sopra».
E invece.
«L’idea venne a Bossi. “In questo governo sono tutti di destra, chi parla coi lavoratori? L’unico di sinistra è Mastella, chiediamolo a lui”. Accettai».
Anno 2006: ministro della Giustizia col Prodi II.
«Quando iniziò la storia delle unioni civili, che all’epoca si chiamavano “Dico”, spiegai a Prodi che intestardirsi su un provvedimento del governo avrebbe fatto saltare tutto. Doveva occuparsene di sua iniziativa il Parlamento, com’era successo con l’aborto all’epoca della Dc. Lui si impuntò e io da ministro votai contro, da cattolico. Quando scoppiò la polemica, un giorno la mia segretaria mi passò una chiamata dal Vaticano. “Grazie, grazie”, disse la voce tedesca dall’altro capo del telefono. “Grazie a lei, padre Georg”, risposi io. Ma non era padre Georg».
Era Benedetto XVI?
«Sì. Solo che quando si presentò come il Santo Padre, io per un po’ risposi convinto di parlare a Fiorello, che faceva un’imitazione perfetta. Con Benedetto XVI da allora nacque un rapporto di simpatia. Mi consultò quando si trattava di stabilire le modalità di organizzazione del Family day. E quando si dimise da pontefice, ad Angelo Scelzo, l’ex vicedirettore della sala stampa vaticana che ogni tanto andava a trovarlo, chiedeva: “Ma Mastella come sta? C’è ancora in politica?”».
Col governo Prodi finì malissimo.
«Qualche mese prima dell’inchiesta per concussione e dell’arresto di Sandra, un mio parente di Napoli, che lavorava per i Servizi, mi disse: “Guarda che ti vogliono fottere”. Chiamai preoccupato Franco Gabrielli e lui mi rassicurò. Su di me, insomma, non c’erano indagini. E invece aveva ragione il parente di Napoli».
Per tutta risposta, lei fece cadere il governo.
«Non lo feci cadere io. I parlamentari di Dini, la sinistra dei Rossi e dei Turigliatto… la maggioranza non c’era più e non a causa mia. Io me ne andai perché mi avevano lasciato da solo. Tutti tranne Vannino Chiti, a cui sarò grato a vita, che fu l’unico al mio fianco mentre parlavo all’Aula per dimettermi da ministro. Alla sinistra avevo fatto vincere le elezioni; loro, per tutta risposta, lasciandomi da solo in quel modo è come se avessero detto ai magistrati: “Prego, fate pure!”».
Come finì l’inchiesta?
«In un nulla di fatto ma dopo undici anni di calvario. Si poteva chiudere in mezzo secondo. Accusavano me e mia moglie di concussione nei confronti di Bassolino? Ecco, bastava interrogare Bassolino e chiederglielo. Non lo fecero mai; lo chiamò la mia difesa come testimone».
Si è mai chiesto il perché?
«Neanche durante Tangentopoli un partito era stato indagato come un’associazione a delinquere. Undici anni tra inchiesta e processi e all’Udeur neanche una fattura fuori posto hanno trovato».
Dopo dieci anni da sindaco di Benevento, avrebbe voglia di tornare in Parlamento?
«Sono vecchio. (Pausa). Però…».
Però?
«Sempre meno vecchio di Trump, che sta alla Casa Bianca. E direi che di testa sto messo molto meglio di lui».

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – La Flotilla, piaccia o meno agli idioti e ai colli torti, è divenuta la pietra dello scandalo. La prova provata che questo Israele chiude ogni varco di umanità al mondo, negando e rimuovendo un fatto assodato: a Gaza v’è etnocidio, distruzione e dispersione di un popolo alla fame. Su questo, ahi noi, non v’è distinzione tra destra e sinistra. Entro cui inserire un’azione politica feconda di alleanza, umanitaria e politica. Poiché quasi tutto il panorama interno israeliano considera da un lato la Flotilla una proiezione del nemico, e dall’altro ciò serve a Israele per negare l’impronunciabile. L’inammissibile, il perturbante da negare, su cui destra e sinistra, salvo minoranze esigue, convengono: il genocidio. Che — per evitare la trappola biologica del Terzo Reich — io definisco etnocidio, nel senso di distruzione della dignità di un popolo, della sua anima e delle sue basi materiali di esistenza. Come già dal 1944 teorizzò Lemkin, inventore del termine genocidio nelle sue varie accezioni. Da Gaza alla Cisgiordania.
Ecco dunque spiegato anche il parallelismo tra il negazionismo israeliano trasversale e quello nostrano oggi, da destraccia a riformisti o pseudo tali. Inclusa purtroppo la sinistra per Israele, tipo il Riformista, che riduce tutto a notiziola, o la coppia Verità e Libero, e la Vandea del Foglio o L’Inkiesta. Emblematica quest’ultima stamane: “Flotilla e opposti estremismi, avanguardia del nemico e reattive oltranze Ben Gvir”.
Il punto è invece molto chiaro, fuor d’ipocrisia e isteria perbenista. Sta avvenendo oppure no la distruzione di un popolo? Sta trascinando Netanyahu il mondo verso un nuovo abisso? Se è sì, allora non si scappa e dunque non ci si chieda più quanto fruttuosa sia tatticamente la Flotilla. Perché essa è un gesto non politico e totalmente fuori dalla cosiddetta etica della responsabilità. Ovvero totalmente dentro la denuncia dell’inammissibile. Fatto etico. Etnocidio perpetrato da un Paese che, da destra a sinistra, si è ormai trasformato in Stato etnico e — nella morsa della guerra — sempre meno democratico. Stato apartheid, dove la sinistra residua si rifiuta di allearsi con i partiti arabo-palestinesi interni, e dove i cittadini arabi, formalmente tali, sono divenuti di serie B.
È una profonda mutazione genetica questa, che va avanti da decenni e che si è impennata dopo l’assassinio di Rabin nel 1995 e gli errori di Arafat con il rifiuto dello Stato cantonale del 2000, che poteva essere una base di partenza.
L’afflusso infatti, nei decenni, di russi, sefarditi mediorientali, falascià con natalità crescente, ha modificato la morfologia di Israele, rendendola di fatto etnofoba e integrista, reattiva. A questo punto quali gli spiragli e quale mai l’opposizione da aiutare? Sempre più difficile. Ci si chiede se, insomma, Israele non sia divenuto un Sudafrica da isolare e contrastare sul piano internazionale, in attesa di un De Klerk e di un Mandela, per porre fine a un apartheid di fatto sotto una necessaria pressione internazionale, che occorre promuovere assieme alla ricerca di residue sponde democratiche interne a Israele e in vista delle elezioni.
Sulla Flotilla e Gaza la nostra indignazione è selettiva. Le condanne di Meloni? Too little, too late. Zero “red lines”. Torture agli attivisti: ora lo sdegno sia la scintilla per fermare l’occupazione. Ben- Gvir? Il problema è il sistema, non lui

(di Maddalena Oliva – ilfattoquotidiano.it) – Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo.
L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.
‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.
Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.
È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?
È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.
Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…
La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.
Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?
Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.
Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…
Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.
Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?
Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotilla ci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.
È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.
Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…
Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…
È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.
A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?
È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.

Dopo i saluti istituzionali del sindaco Claudio Cataudo, ha preso il via la terza edizione del Festival del Libro di Ceppaloni.
Tra i protagonisti della giornata il giornalista Giovanni Mari e Walter Veltroni, che hanno guidato il pubblico attraverso temi centrali del nostro tempo: libertà di stampa, crisi del pensiero critico, social network, disagio giovanile, educazione, memoria storica e bisogno di ascolto.
Nel suo intervento, Giovanni Mari ha soffermato la sua attenzione sulla libertà di espressione, partendo dalla storia italiana e dal progressivo smantellamento della stampa durante il fascismo. Ricordando il delitto Matteotti e la scelta del regime di distruggere il pluralismo dell’informazione, Mari ha sottolineato che la libertà di stampa non muore mai da sola, ma viene indebolita quando chi dovrebbe difenderla sceglie di voltarsi dall’altra parte.
Una riflessione che si è poi spostata sull’attualità, con un’analisi della crisi del giornalismo e del ruolo sempre più dominante dei social network. Secondo Mari, oggi i poteri politici, economici e finanziari puntano a eliminare il filtro del pensiero critico e dell’informazione professionale, parlando direttamente ai cittadini attraverso strumenti sempre più rapidi e privi di mediazione.
«I social sembrano amici, ma rischiano di diventare un veleno molto pericoloso», ha spiegato, denunciando una comunicazione costruita sempre più sugli slogan e meno sulla comprensione reale dei problemi. Da qui il richiamo allo slogan del Festival “Dal labirinto si esce leggendo”, indicato come una risposta concreta alla superficialità del dibattito contemporaneo.
Mari ha inoltre invitato a recuperare forme di partecipazione dal basso, ricordando come le grandi resistenze del Novecento siano nate anche attraverso strumenti semplici come i volantini clandestini distribuiti nelle fabbriche e nei luoghi pubblici. «Oggi non possiamo abbandonare il campo dei social, ma dobbiamo smettere di fare gli influencer e tornare a essere informatori», ha concluso, ribadendo l’importanza di continuare a fare domande per difendere la democrazia.
Grande attenzione anche per l’incontro con Walter Veltroni, che ha affrontato il tema del disagio giovanile e della fragilità sociale contemporanea partendo dal personaggio di Buonvino, protagonista della fortunata saga letteraria ideata dallo stesso Veltroni.
Veltroni ha definito il disagio psicologico degli adolescenti «una grande emergenza sociale troppo spesso ignorata», ricordando dati allarmanti cresciuti soprattutto dopo il Covid. Ha citato l’aumento delle richieste di intervento nei pronto soccorso pediatrici e il crescente senso di solitudine che colpisce i più giovani in una società dominata dalla pressione dei risultati, dalla competitività e dalla paura di fallire.
Particolarmente toccanti i riferimenti a episodi di cronaca che raccontano il peso delle aspettative sulle nuove generazioni, in un contesto che spesso valuta i ragazzi soltanto in base ai risultati e non alla loro condizione emotiva.
Al centro del dialogo anche il tema dell’ascolto, indicato da Veltroni come la vera “investigazione” di cui la società avrebbe bisogno oggi. «I ragazzi devono poter parlare, raccontarsi, essere ascoltati», ha spiegato, denunciando una società che tende invece a isolare le persone e a sostituire le relazioni umane con la dipendenza tecnologica.
Ampia la riflessione sull’impatto degli smartphone e dei social network, descritti come strumenti che hanno progressivamente sottratto tempo, concentrazione e autonomia alle persone. «Quel telefono si è preso la nostra vita», ha affermato, sottolineando come la continua connessione abbia ridotto la capacità di leggere, concentrarsi e vivere relazioni autentiche.
Veltroni ha poi ricordato il trauma collettivo della pandemia, parlando della didattica a distanza come di una “contraddizione in termini”, perché educare significa guardarsi negli occhi, condividere esperienze, vivere la socialità e non restare isolati davanti a uno schermo.
Nel corso dell’incontro si è discusso anche del rapporto tra genitori e figli. Veltroni ha osservato come molti genitori contemporanei tendano a essere troppo protettivi e poco autorevoli, cercando di eliminare ogni conflitto, mentre la conflittualità rappresenta spesso un passaggio naturale verso l’autonomia personale.
Spazio infine a una riflessione sulla speranza e la memoria storica. Di fronte alle paure del presente, Veltroni ha invitato a non abituarsi mai alla barbarie, all’indifferenza e alla semplificazione del pensiero, ricordando come l’Italia abbia saputo rialzarsi anche dopo le tragedie del Novecento grazie all’impegno civile, culturale e sociale di intere generazioni.
La giornata inaugurale del Festival del Libro di Ceppaloni si è così trasformata in un grande momento di confronto, rilanciando il valore della cultura, della lettura e del pensiero critico come strumenti indispensabili per comprendere il presente e costruire il futuro.
Il Festival prosegue sabato 23 maggio con una nuova giornata di incontri e appuntamenti dedicati soprattutto ai giovani e al racconto della realtà contemporanea. Tra gli ospiti Vanessa Roghi, Daniele Aristarco e Anna De Giovanni.
Un impegno comune per il futuro del pianeta: domenica 24 maggio un Panda Point alla Reggia per coinvolgere i cittadini nella citizen science.

CASERTA – La biodiversità è una vera e propria assicurazione sulla vita per l’umanità: garantisce cibo, acqua, aria pulita e stabilità climatica. La salute dell’ambiente e quella dell’uomo sono strettamente interdipendenti (secondo l’approccio One Health) e la salvaguardia della vita, in ogni sua forma, deve essere un impegno corale per istituzioni e cittadini.
Da questa consapevolezza, in occasione della Giornata Internazionale della Biodiversità e della Giornata Mondiale delle Api e degli Impollinatori, il WWF Caserta allestirà, nella mattina di domenica 24 maggio, un “Panda Point” nel Parco della Reggia di Caserta (ingresso da Via Giannone).
Lo spazio sarà dedicato all’accoglienza dei visitatori e all’illustrazione di “Natura Regia”, un percorso di monitoraggio della biodiversità dal Parco Reale e ai Monti Tifatini. Il progetto è sviluppato dal WWF Caserta in sinergia con la Direzione della Reggia di Caserta che ha mostrato da subito grande sensibilità e supporto operativo . L’iniziativa è stata selezionata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO.
Durante l’appuntamento verrà mostrato il contributo che i singoli cittadini possono offrire al programma di citizen science per la mappatura della biodiversità locale, attraverso l’uso di semplici strumenti digitali, nello specifico l’applicazione per smartphone iNaturalist.
“La Natura va amata, conosciuta e protetta”: è il messaggio lasciato dal compianto Presidente Fulco Pratesi. Un’eredità che, in occasione dei 60 anni dell’associazione, vede il WWF ancora più impegnato nella tutela degli ecosistemi e nella valorizzazione del ruolo fondamentale svolto dagli impollinatori. Le due ricorrenze globali rappresentano un momento cruciale per richiamare l’attenzione sulla ricchezza biologica e sul contributo essenziale di api, farfalle e bombi per la sicurezza alimentare e la resilienza climatica.
Per il Panda Team del WWF Caserta
Renato Perillo
Dr. Renato Perillo
Presidente WWF Caserta OA ETS
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WWF Caserta OA ETS
Sede Legale : Via F.lli Correra 8 Caserta
Sede Operativa : Via P.Harris 8/a San Nicola la Strada
C.F. 93066670618
mail : caserta@wwf.it

(Dott. Paolo Caruso) – Strage di Stato o cos’altro? Trentaquattro anni sono passati dalla strage di Capaci. Quel 23 maggio 1992 segnò drammaticamente la storia della Sicilia e del Paese intero. Da allora si svolgono con cadenza annuale manifestazioni programmate , ” per non dimenticare “. Rituali cari alle Istituzioni, ma che visti i tanti interrogativi ancora presenti, suscitano la stessa indignazione di allora e un sentimento di profonda avversione verso una politica connivente che ha incarnato per certi aspetti i lati oscuri di quella stagione stragista, accompagnandone con tanta ipocrisia il trentennale percorso. Effettivamente nel giorno della ricorrenza c’è poco da dire che non sia già stato detto, e i tanti sospetti pesano ancora come macigni nella memoria di ognuno di noi. Oltre l’attentato terroristico mafioso che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta, ci sono i trentaquattro anni trascorsi che oltre avere affidato alla giustizia Totò Riina quale principale responsabile della strage di Capaci non sono riusciti a dirimere le fitte nebbie che avvolgono tale eccidio. Intrecci tra politica, mafia, servizi segreti deviati e matrice nera avvolgono in una coltre putrida di interessi e di menzogne i veri mandanti. Totò Riina fu riconosciuto il principale responsabile dell’attentato, su cui puntarono i servizi deviati dello Stato e uomini delle Istituzioni, ma ancora oggi, dopo più di trent’anni, tutta la verità è di là da venire e rimane incerta la regia. Inizia proprio da quel lontano 23 Maggio la lunga scia di sangue che portò tanto dolore e lutti a Palermo e nel resto del Paese, in primis a Firenze in via dei Georgofili. In questa giornata del ricordo, Palermo si ferma per onorare le vittime della strage di Capaci e i tanti servitori dello Stato caduti per mano mafiosa. Alle note del “silenzio d’ ordinanza” alle 17,58, ora della strage, non può che riecheggiare la frase simbolo di Giovanni Falcone: “Gli Uomini passano, le idee restano, e restano anche le loro tensioni morali che continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Un silenzio “istituzionale” a cui si contrappone il corteo dei giovani liberi e il giudizio sprezzante della Storia con i tanti interrogativi e le mancate risposte. Una bocciatura sull’ operato del governo Meloni in merito alla Giustizia, su quello che sarebbe stato giusto fare per contrastare il sistema politico affaristico mafioso che infiltra i gangli vitali della società e ne scardina i pilastri fondanti della democrazia. La Meloni ben lontana da quella destra sociale e giustizialista che attraversò parte del secolo scorso, pare abbia dimenticato l’ impegno antimafia andando a indebolire con le sue riforme i meccanismi fondamentali della lotta alla criminalità mafiosa voluti, a prezzo della vita, dai magistrati Falcone e Borsellino. L’ impegno politico della Premier, di cui tanto si vanta, legato alla strage di via d’Amelio, non appare proprio in linea con i principi di legalità di Paolo Borsellino che avrebbe duramente criticato la riforma Cartabia – Nordio che ha reso più difficoltosa la lotta alle mafie e ai crimini dei cosiddetti colletti bianchi. Le limitazioni alle intercettazioni, l’ abolizione dell’Abuso d’ ufficio e il ridimensionamento del Traffico di influenze ci hanno fatto capire da che parte sta il governo Meloni. Addirittura ha cercato di destabilizzare il sistema giudiziario indebolendone il suo ordinamento. Il progetto portato avanti da questa destra di governo sulla separazione delle carriere, la creazione di due CSM, e soprattutto di un organo disciplinare sotto controllo politico, tanto caro al piduista Licio Gelli e al Caimano di Arcore, è stato sonoramente bocciato dal referendum costituzionale di marzo, mettendo in luce lo scollamento esistente tra Paese reale e il fantastico mondo di Giorgia. Il Popolo ha capito e ha difeso la Costituzione. La Meloni tenta di riscrivere la Storia del nostro Paese costellata di stragi e omicidi eccellenti cercando di occultare le connivenze politiche mafiose e l’eversione nera. La nomina di Chiara Colosimo alla Presidenza della Commissione parlamentare antimafia, deputata di Fratelli d’Italia, e legata a ambienti dell’ultra destra, serve infatti a condizionarne i lavori. Si va così da tutt’altra parte da quel che si professa, e il chiacchiericcio delle Istituzioni in questa giornata del Ricordo rappresenterà solo un distintivo da ostentare nelle tante passerelle allestite per l’ occasione, così da poter dire: ” io c’ ero “. La lotta alla mafia non si fa con i discorsi roboanti di circostanza della politica a cui spesso fanno seguito leggi che vanno nella direzione opposta, ma con fatti concreti che includono Diritti sociali, ambientali, economici e civili. Le mafie infatti prosperano dove i diritti vengono meno, e in una città come Palermo vittima dell’incuria, del degrado, del disinteresse delle Istituzioni, incidono fortemente sul tessuto sociale. Allora viene da chiedersi se sia valsa veramente la pena sacrificare la propria vita per un Paese dove menzogne, corruzione, collusione politico mafiosa continuano a proliferare, portando indietro le lancette del Tempo. Ah se i morti potessero parlare ! Quanti sepolcri imbiancati verrebbero alla luce. A noi, memoria vivente della tragedia di Capaci, rimane il compito di tenere alta la vigilanza denunciando a gran voce i legami tra borghesia mafiosa e politica, le zone grigie dove l’ impegno civico cede spesso il passo all’ indifferenza, e tramandare alle nuove generazioni i valori di legalità, giustizia e coraggio. Coinvolgendoli nella responsabilità si potrà così costruire un futuro libero da condizionamenti e una società più giusta e solidale. Ancora oggi, 23 maggio 2026, serve un impegno collettivo, la memoria non è un atto rituale ma una scelta, un impegno che deve rinnovarsi quotidianamente.