
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Se non andiamo errati, l’“alternativa” è un’opzione diversa, se non opposta, a un’altra. Perciò abbiamo divorato l’intervista di Elly Schlein al Foglio sulla sua “alternativa” alla Meloni. Purtroppo, giunti faticosamente in fondo alle otto colonne di piombo, ci è uscito spontaneo un “tutto qui?”. Perché le analogie con le ricette meloniane superano ampiamente le divergenze. Diamo per letta la fiera delle banalità in sinistrese sulle violenze di piazza […]
La premier Meloni ieri ha annunciato la stretta sulla punibilità dei minori al grido di “chi sbaglia paga”. Politici esclusi, s’intende

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Le destre promettevano quello che oggi promette, rinfacciando loro di non aver mantenuto, il generale Vannacci. Una minestra riscaldata a base di rimpatri e sicurezza, riproposta nel menù sovranista ogni volta che c’è da inseguire il caso di cronaca del giorno. Roggero ha fatto da apripista all’elenco delle baggianate, con la Lega di Salvini in grande spolvero.
Prima con l’idea di candidare il gioielliere pistolero – condannato per il duplice omicidio di due rapinatori in fuga e il ferimento di un terzo – sapendo benissimo, almeno si spera, che non può essere candidato. Neppure se, malauguratamente, il presidente della Repubblica dovesse concedergli la grazia. Che estingue (in tutto o in parte) la pena ma non il reato né le pene accessorie. Come l’interdizione dai pubblici uffici che rende il graziato comunque incandidabile. Ma mentre Salvini diceva di “valutare” l’evidente insussistenza dei presupposti per mettere in lista Roggero, i suoi si scatenavano in Parlamento annunciando fantomatiche proposte di legge per riscrivere la disciplina della legittima difesa – quella vigente costata al gioielliere piemontese un condanna a 14 anni e 9 mesi di carcere – porta la firma proprio della Lega, ma fa niente.
L’ideona prevede che “qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. In pratica il ritorno al Far West. Paradossalmente non sarebbe punibile neppure il Roggero di turno che raggiunto il ladro in fuga, nel frattempo fermato dai carabinieri, aprisse comunque il fuoco giustificando la sua reazione come conseguenza della rapina subita.
Una mossa per arginare il dilagare di Vannacci nei sondaggi, a scapito della Lega ma pure di Fratelli d’Italia, che per non essere da meno, si sono lanciati all’inseguimento con l’ennesima norma spot varata ieri dal governo ed esibita con gaudium magnum dalla premier Meloni che ieri ha annunciato la stretta sulla punibilità dei minori al grido di “chi sbaglia paga”. Parlamentari e politici esclusi, s’intende.
Via libera dal Consiglio dei ministri alla proposta di abbassare la soglia dell’imputabilità. Le opposizioni: “Si vergognino”

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – “Si prevede che il minore che abbia compiuto quattordici anni e non abbia ancora compiuto diciotto anni sia, di regola, imputabile, salvo che risulti privo della capacità di intendere o di volere al momento del fatto”. Il consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che apporta modifiche in materia di imputabilità del minore. A margine del vertice dell’esecutivo il ministro Carlo Nordio ha detto che “è il tassello finale di un percorso iniziato col decreto Caivano. Non abbiamo abbassato l’età di imputabilità, abbiamo invertito l’onere della prova, per facilitare le indagini partendo dal presupposto che una persona di sedici anni sia in grado di intendere e di volere”.
Concetto rilanciato anche dalla premier, Giorgia Meloni, in un videomessaggio sui social: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne. Comincio da un principio che noi stiamo cercando di affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”.
“L’articolo 1 dello schema di disegno di legge – si legge nel testo – interviene sull’attuale disciplina dettata dall’articolo 98 del codice penale, introducendo una diversa regola probatoria in materia di accertamento della capacità di intendere e di volere dei minori di età compresa fra quattordici e diciotto anni”. “Nel sistema vigente il giudice è chiamato ad accertare positivamente, caso per caso, la sussistenza della capacità di intendere e di volere del minore, con conseguente esclusione dell’imputabilità ove tale capacità non risulti dimostrata. Il presente intervento normativo propone invece una diversa soluzione, fondata sull’introduzione di una presunzione relativa di imputabilità”.
“La riforma – si spiega nella relazione introduttiva – non modifica il principio del trattamento sanzionatorio differenziato previsto per i minori imputabili, restando ferma la diminuzione della pena stabilita dall’articolo 98 del codice penale. Essa si limita ad adeguare la disciplina dell’imputabilità all’evoluzione della realtà sociale, nella convinzione che il sistema penale debba essere costantemente aggiornato per rispondere efficacemente ai mutamenti della società, senza rinunciare ai principi di garanzia che caratterizzano l’ordinamento”.
Una proposta, quella al vaglio del Consiglio dei ministri, contro cui insorgono le opposizioni: “Trasformare l’attuale sistema dell’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni introducendo una presunzione generale di responsabilità penale sarebbe una scelta sbagliata, che rischia di indebolire la specificità della giustizia minorile” dichiara Michela Di Biase, capogruppo del Partito democratico in commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. “Autorevoli giuristi – aggiunge – hanno ricordato come il minore non possa essere considerato un adulto in miniatura: la responsabilità penale deve tenere conto del percorso di crescita, della maturità e della concreta capacità di comprendere il significato delle proprie azioni. Gli automatismi rischiano di sostituire alla valutazione della persona una risposta solo repressiva. Di fronte ai fenomeni di disagio minorile servono più prevenzione, servizi, educazione e sostegno alle famiglie. La sicurezza si costruisce anche intervenendo sulle cause della fragilità, non semplicemente anticipando ai minori il modello penale degli adulti”.
E da Avs il capogruppo in commissione Giustizia, Devis Dori, osserva: “Ci eravamo illusi che la destra avesse toccato il fondo in materia di politiche giovanili con la pdl Fascina che abbassa l’età della imputabilità ai tredici anni. Invece oggi il Cdm sfodera un meccanismo perverso per rendere ragazzini e ragazzine imputabili sempre e comunque, a prescindere dalle valutazioni del giudice sulla personalità e sulla maturità del minorenne. Consola l’idea che la Consulta, semmai andranno avanti su questa strada, penserà a fermarli, anche perché nel diritto penale, come è noto, gli automatismi non devono operare (legittima difesa docet). I liberali di Forza Italia o si vergognano o, evidentemente, non sono più tanto liberali, seguendo questa assurda politica di criminalizzazione permanente dei giovani”.

(Giuseppe Conte) – Ministro Nordio, ricordo perfettamente quando si presentò in Parlamento, il 5 febbraio 2025, per giustificare gli ostacoli che lei stesso aveva frapposto all’esecuzione del mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del generale libico Almasri.
Il comportamento del Governo italiano rappresentò una delle pagine più disonorevoli per uno Stato di diritto: rimpatriare con un volo di Stato un uomo accusato di gravissimi crimini di guerra, in aperta violazione degli obblighi derivanti dalla giustizia internazionale.
Quel giorno lei sostenne argomentazioni a dir poco surreali: che la documentazione fosse in inglese; che vi fosse un’imprecisione nelle date; che l’arresto fosse stato eseguito, ma nel modo sbagliato perché si sarebbe dovuta attendere una sua richiesta; soprattutto, che la sua decisione non costituisse un “atto dovuto”, perché le sarebbe spettata una valutazione discrezionale sul merito della richiesta della Corte penale internazionale.
Ascoltai quelle spiegazioni con profondo sconcerto, incredulo che principi fondamentali della giustizia internazionale potessero essere piegati fino a questo punto.
Oggi è stata depositata la sentenza n. 143 del 2026 della Corte costituzionale, dedicata proprio al caso Almasri. Ed è una sentenza che smonta, punto per punto, quella ricostruzione e certifica ancora una volta l’inadeguatezza del vostro Governo.
La Corte chiarisce, anche a futura memoria, che la legge n. 237 del 2012, con cui l’Italia ha dato attuazione allo Statuto della Corte penale internazionale, non attribuisce alcuna discrezionalità al Ministro della Giustizia. Al contrario, gli impone di dare pronta esecuzione alla richiesta della Corte, trasmettendo immediatamente gli atti al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma. Solo in presenza dell’esigenza di tutelare principi costituzionali preminenti — come i diritti fondamentali o l’identità costituzionale della Repubblica — il Ministro può seguire un diverso percorso, ma anche in quel caso è tenuto ad agire con la stessa immediatezza.
In altre parole, la Corte costituzionale ha dovuto intervenire con una pronuncia additiva per impedire che interpretazioni arbitrarie della legge potessero ripetersi.
Ministro Nordio, ora che la Corte costituzionale l’ha smentita in modo così netto, cosa intende fare? Ritiene di trarne le conseguenze? Oppure resterà al suo posto, come se nulla fosse accaduto?
Temo di conoscere già la risposta.
Del resto, da un Governo che ha scelto di proteggere e rimpatriare un presunto criminale di guerra come Almasri, potevamo davvero aspettarci che non facesse scudo anche attorno al sottosegretario Delmastro?
(ANSA) – “Sto valutando un attacco massiccio. Più grande di qualsiasi altro. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti”. Lo ha detto Donald Trump ad Axios, dicendosi consapevole che la sua decisione avrà conseguenze e sottolineando di non aver ancora deciso in via definitiva.
“Se glielo chiedessi”, ha detto Trump ad Axios, Israele “si unirebbe in due minuti” all’eventuale attacco. Ma “non abbiamo bisogno di nessuno” per lanciare una nuova operazione, ha aggiunto. Il presidente Usa ha ribadito che l’Iran “vuole negoziare”, ma al momento non è pronto a fare un accordo. “Non hanno ancora sofferto abbastanza”, ha commentato.
#MAPUFF Ritorna il Mario Puzo Festival
Dal 19 al 24 agosto 2026 la XII Edizione di Corto e a Capo tra Irpinia e Sannio: Cinema, Territori e Grandi Ospiti
“Ogni proiezione è un piccolo e lucido atto di resistenza contro la rassegnazione. Vogliamo dimostrare che l’inerzia si può spezzare.”
Associazione di Cultura Cinematografica Daena APS
con il contributo di
Regione Campania
Campania Film Commission
presentano:
FESTIVAL MARIO PUZO
CORTO E A CAPO
Festival del Cinema nelle Aree Interne
XII EDIZIONE
19-24 agosto 2026
Direzione artistica:
Umberto Rinaldi

Portare il cinema dove solitamente non è di casa, trasformandolo in uno strumento di riflessione, riscatto e Inversione di Rotta per le aree interne è la missione da dodici anni del Mario Puzo Festival – Corto e a Capo (MAPUFF), pronto ad accendere i riflettori su piazze, aie, vicoli e spazi insoliti della Campania con un programma denso di proiezioni, incontri e dibattiti. Il festival si conferma un presidio culturale e un progetto politico volto a rimettere le aree interne al centro del dibattito comune. Oltre alle consuete sette sezioni in gara (cortometraggi, documentari e lungometraggi), due delle quali promosse in collaborazione con i partner Officine sostenibili e Slow food Avellino il programma si arricchisce dei tradizionali aperitivi cinematografici, quest’anno impreziositi dalla presentazione del secondo numero della riviste CineMOI, e del nuovo documentario di cinema partecipato, dedicato proprio al tema dello spopolamento e ai possibili scenari di rinascita dei territori.
Questa XII Edizione ha per tema Inversione di Tendenza. Strategie per opporsi ad un cronicizzato declino. Il tema di questa edizione ci racconterà come in quelle aree che le stesse istituzioni vedono come destinate ad un inesorabile declino, non si cerca solo un dignitoso invecchiamento ma esistono sguardi e percorsi di speranza, progetti di vita e sociali ambiziosi e all’avanguardia. Punteremo le nostre telecamere su quel fiore nel deserto, su quel fiocco da neonato che splende su un portone di in un paese spopolato, su quelle idee e quei progetti che rendono unica, moderna e desiderabile anche la vita in periferia. Ci serviremo del cinema che da tempo immemore racconta di rivincite e rinascite, di finali imprevisti e imprevedibili, quel cinema che lontano dai grossi centri ha sempre trovato grande fonte di ispirazione e di vita. Da ‘900 di Bertolucci (che quest’anno compie 50 anni) a Nuovo cinema paradiso, passando per il Gattopardo, Riso Amaro e Il Postino, il grande cinema italiano ha sempre raccontato la provincia, le sue peculiarità e la sua capacità di vivere i cambiamenti della storia da protagonista e spesso anche da motore propulsivo. In questi anni di cambiamento, di rigenerazione e di perdita di identità, le aree interne custodiscono ancora la forza, le peculiarità e la voglia per opporsi ad un destino triste e segnato e per indicare ancora una volta la giusta rotta.
Si parte mercoledì 19 agosto: dopo l’inaugurazione mattutina a Tufo, la kermesse entra nel vivo con due presenze d’eccezione: Adriano Della Starza (docente, youtuber e critico cinematografico) presenta il volume John Ford e Clint Eastwood: I due sentieri del giuramento. Maura Delpero, tra i nomi di punta del cinema italiano contemporaneo, porterà la sua visione dopo il trionfo con Vermiglio (vincitore di due premi alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, quattro David di Donatello e designato come film italiano agli Oscar 2025). Il giorno successivo – giovedì 20 agosto – spazio alla magia del grande schermo con Sergio Stivaletti, maestro degli effetti speciali che ha legato il suo nome ai capolavori di Dario Argento. A Stivaletti verrà consegnato un premio speciale alla carriera; l’autore incontrerà il pubblico per svelare i segreti degli effetti speciali e presenterà il suo film Rabbia Furiosa – Er canaro. Dal giorno 20 inizieranno le proiezioni quotidiane della mattina e del pomeriggio, realizzate in collaborazione con importanti realtà associative locali come Migrantes (San Giorgio del Sannio) e Officine del fotogramma (Avellino) e alla libreria Casa Naima di Atripalda per la sezione libri, con eventi serali a San Martino Sannita.
Sabato 22 agosto sarà la giornata fulcro per la riflessione politica e sociale del festival a Venticano, un dibattito istituzionale sul futuro delle aree interne culminerà con la proiezione del film Ritorno al tratturo (scritto tra gli altri da Filippo Tantillo e interpretato da Elio Germano), presentato dal regista Francesco Cordio. La serata in cavea si chiuderà con un’intensa intervista-approfondimento con l’attore Stefano Fresi, incentrata sul divario tra cinema di città e di provincia, musica e segreti del mestiere. Domenica 23 agosto la presentazione del volume sul cinema inglese Giorni di gloria a cura del critico Giuseppe Borrone. A San Giorgio del Sannio, la serata vedrà protagonista Riccardo Scamarcio in un imperdibile incontro-intervista/masterclass a tutto campo sulla sua carriera internazionale (da Johnny Depp a Costa-Gavras, Woody Allen e Abel Ferrara, fino ai maestri italiani) e sul suo ruolo di produttore. Lunedì 24 agosto, il gran finale a Montefusco con le proiezioni dei lavori in concorso e fuori concorso, l’assegnazione dei premi e del prestigioso riconoscimento del pubblico, alla presenza di autori e cast. Ad impreziosire la giornata ci sarà la mostra fotografica a cura di Paolo Speranza, autore e critico cinematografico, dedicata ad Ettore Scola nel decennale della scomparsa del Maestro a cui il festival dedica di anno in anno un omaggio
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Mario Puzo Festival – Corto e a Capo
https://www.cortoeacapo.it/

(Dott. Paolo Caruso) – Un depistaggio infinito ha accompagnato i trentaquattro anni trascorsi da quel 19 luglio 1992 giorno della strage di via D’ Amelio che fece seguito, 57 giorni dopo, all’ attentato di Capaci e alla tragica morte di Giovanni Falcone. Nonostante i tanti processi che hanno infiammato le aule del Tribunale di Caltanissetta nel corso dei decenni non si è riusciti a diradare ( o meglio voluto ) la nube ” tossica ” che ancora oggi ricopre come un sarcofago quello che resta di quelle verità. Nulla di nuovo è emerso da quel pozzo nero che racchiude i tanti misteri che hanno attraversato gli anni più tristi della Storia repubblicana italiana. Una storia di depistaggi che ha lasciato solo sconforto e una lunga scia di polemiche. Tanti interrogativi restano senza risposta così come restano occulti i veri mandanti. Mafia, politica, massoneria, servizi deviati, estremismo nero, un concentrato di interessi che ha fatto da vero detonatore. Non sarà di sicuro la Meloni a dare una svolta politica ne tantomeno la tanto chiaccherata Presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, entrambe legate a quell’area opaca del Paese che avrebbe potuto portare alla pista nera. Pista convenientemente abbandonata, privilegiando piuttosto il mondo riduttivo degli appalti. Un nuovo scenario che tende a sminuire le cause che hanno portato alle stragi. È ancora vivo tra la gente il ricordo di quel tragico 19 luglio quando l’esplosione di una automobile uccise Paolo Borsellino e la sua scorta, facendo ripiombare Palermo due mesi dopo la strage di Capaci nella Beirut degli anni ’80. Purtroppo, dopo ripetuti processi che hanno solo lambito le cosche mafiose, la “normalizzazione” già avviata dalla “schiforma” Cartabia ha trovato seguito nell’operare dell’attuale Ministro della giustizia Nordio, il quale dopo l’abolizione del reato di Abuso d’Ufficio e del reato di Traffico di influenze, cerca di limitare l’ uso delle intercettazioni, strumenti fondamentali soprattutto per le indagini di mafia e corruzione, voluti fermamente da Falcone e Borsellino. La riduzione dei tempi di prescrizione, lo scudo dei politici, stridono con tutte le promesse di legalità fatte dalla ” Ducetta della Garbatella “. Oggi infatti con scelte sconsiderate cerca di ostacolare sempre più la Magistratura o come nel caso del gioielliere Roggero condannato per duplice omicidio si lascia andare a giudizi severi come qualsiasi altra popolana della Garbatella. Ha abdicato da tempo a quei valori di legalità cui la destra si ispirava, e in cui l’Uomo Borsellino, integerrimo servitore dello Stato, si ritrovava. Il pensiero espresso in più occasioni da Paolo Borsellino, per cui ” I partiti non devono soltanto essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati”, viene oggi dileggiato dai fatti, e di sicuro non trova seguito nei comportamenti dello stesso partito della Premier ( caso Santanchè, la vicenda Delmastro e la mancata autorizzazione dell’ utilizzo delle chat da parte della Procura di Roma, e in Sicilia i casi corruttivi Galvagno e Amata ). Fratelli e Sorelle d’Italia tutt’altro che trasparenti. La presenza della Meloni nei giorni scorsi a Palermo per la cerimonia dello svelamento della Croma di Falcone non nasconde di certo le contraddizioni tra l’ eredità morale di Paolo Borsellino e le sue politiche di governo. Una passerella elettorale quella di Palermo e nulla più. Tele Meloni ha inondato gli schermi televisivi con l’enfasi che la caratterizza, rimarcando i passi avanti fatti dal governo nella lotta alla mafia, nella lotta alla corruzione e alla evasione, tralasciando tutte le negatività rappresentate dalla riforma Nordio. Ancora una volta nulla di nuovo sotto il sole rovente di questa estate palermitana. I cittadini, poco proclivi ai rituali del momento, si chiedono allora quanta ipocrisia attraversi questa destra sempre pronta a tutelare la casta di governo e a scoraggiare la ricerca della verità anche in seno alla commissione parlamentare antimafia. Una Meloni che nasconde la sua ambiguità dietro la figura di Borsellino, una sorta di passaporto della legalità di questo integerrimo Magistrato, di questo Uomo che con il suo esempio ha dato lustro alla Sicilia e all’ Italia intera, smascherando in parte i tanti “Ominicchi” che si annidano all’ interno dei Partiti e nelle stesse Istituzioni.
Il ddl approvato in Senato amplia le aree e le specie cacciabili, allunga il calendario venatorio e toglie i limiti all’orrido uso dei richiami vivi. Provvedimenti che violano più articoli della Carta

(Paolo Maddalena – ilfattoquotidiano.it) – Il testo del disegno di legge n. 1552, approvato dal Senato il 23 giugno 2026, recante modifiche alla vigente legge sulla caccia (la n. 157 del 1992), e ancora in corso di esame dal Parlamento, si caratterizza per aver ampliato gli ambiti dell’attività venatoria di carattere ricreativo, e per aver dimostrato una totale insensibilità per le sofferenze inflitte alla fauna selvatica e in particolare all’avifauna. E ciò non ostante la legge costituzionale n. 1 del 2022 avesse introdotto nell’art. 9 Cost., come principio fondamentale, la “tutela degli animali”.
L’ampliamento degli ambiti dell’attività venatoria a fini ricreativi è perseguita, innanzitutto, con l’apertura alla caccia delle “aree e dei territori del demanio forestale dello Stato, delle regioni e degli enti pubblici in genere”. Si tratta di un complesso forestale di 110 Km quadrati, costituenti il 33,8% dell’intero patrimonio forestale, cioè di un enorme territorio nel quale l’attività venatoria è vietata dalla legge attualmente in vigore, e che il disegno di legge mette a disposizione dei cacciatori. La finalità di ampliare gli ambiti territoriali di caccia è poi perseguita con altre numerose modifiche della legge vigente, come quella che “abroga” il “divieto dell’attività venatoria nelle zone non vincolate per l’opposizione manifestata dai proprietari o conduttori di fondi, o come quella che consente di cacciare “su terreni coperti in tutto o nella maggior parte di neve”.
Peraltro, oltre all’ampliamento degli ambiti territoriali di caccia, la finalità di consentire ai cacciatori di catturare un maggior numero di esemplari è perseguita dal disegno di legge in vari altri modi. Si pensi, solo per fare qualche esempio, alla riduzione delle specie protette (diventa cacciabile il lupo), all’allungamento dei termini del calendario dell’attività venatoria, alla previsione di una caccia senza limiti per gli uccelli di allevamento, alla eliminazione del divieto dei “fini di lucro” per le aziende faunistico venatorie, e soprattutto all’aggravamento dell’orrida pratica dei “richiami vivi”. Si consideri in proposito che si tratta di uccelli catturati o allevati, “confinati in luride gabbie piccolissime. Sbattuti, feriti, stressati, e usati come esca mortale. Tenuti per mesi al buio, vedono la luce solo quando devono attirare con il loro canto i loro simili” (così secure.avaaz.org).
In riferimento a questi poveri uccelli, la legge vigente limita l’utilizzo a fini di richiamo a poche specie di avifauna, tassativamente enumerate; il disegno di legge, invece, non richiama più detto elenco, estendendo questa abominevole pratica a tutti gli uccelli cacciabili o provenienti da allevamenti, precisando inoltre che “non sono posti limiti numerici all’utilizzo di richiami nati e allevati in cattività”.
Non è dubbio, tuttavia, che questo complesso di modifiche sia da ritenere in palese contrasto con i “principi fondamentali” della Costituzione. Innanzitutto, viene violato il citato l’art. 9 Cost., che tutela, non solo il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”, ma anche gli “animali”, la cui conservazione e il cui benessere sono fortemente peggiorati dal disegno di legge. Viene violato, inoltre, l’articolo 42 Cost., poiché la fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato”, cioè è “proprietà pubblica” dell’intera collettività, e l’aumento degli esemplari che possono essere abbattuti costituisce certamente una perdita per tutti. Infine, per quanto riguarda le disposizioni sui “richiami vivi”, risulta violato l’art. 3 Cost., poiché è contro la dignità dell’uomo maltrattare gli animali.
Che il Parlamento voglia tener conto di queste osservazioni, e voglia riformulare questo disegno di legge alla luce dei citati principi fondamentali della Costituzione.
Il solo fatto che una simile ipotesi venga evocata, ci fa capire quanto si sia abbassata la soglia di tollerabilità

(di Anna di Milano – ilfattoquotidiano.it) – Confesso che quando ho letto ieri questa notizia sulla homepage del FQ, ho provato una repulsa fisica totale. Non perché sia solo grottesca, ma perché fotografa negativamente in modo aderente la percezione della realtà, del tempo che stiamo vivendo. L’idea che Trump possa sponsorizzare Gianni Infantino per un ruolo di vertice all’Onu non è una semplice provocazione: è il segnale di un potere che non riconosce più limiti e che considera le istituzioni internazionali come spazi da occupare, piegare, usare. Come se il mondo intero fosse proprietà privata dei più forti.
Da questo punto di vista, Infantino è persino il nome “perfetto”. Incarna una certa idea di servilismo globale: il dirigente che sorride ai potenti, che si adatta a tutto, che non disturba il manovratore. Il profilo ideale per un mondo capovolto, dove la fedeltà al capo conta più dell’autonomia, del diritto e della credibilità. Detto questo, una precisazione è necessaria (mi sono documentata): per fortuna Trump non può imporre da solo il nuovo Segretario generale dell’Onu. Esiste una procedura precisa, con candidature presentate dagli Stati membri, il passaggio decisivo nel Consiglio di Sicurezza e poi il voto dell’Assemblea Generale. Quindi non siamo davanti a una nomina automatica calata dalla Casa Bianca. E questa è una rassicurazione importante. Ma il problema politico resta tutto: il solo fatto che una simile ipotesi venga evocata, ci fa capire quanto si sia abbassata la soglia di tollerabilità.
E infatti non è un episodio isolato. Fa parte della stessa visione del mondo che si intravede nel delirante progetto trumpiano del “board of peace” per Gaza, dove il dramma di un popolo massacrato, affamato e privato di tutto, viene trattato come materia da amministrare, quasi da liquidare. È questo che sconvolge: la tendenza a guardare ai territori distrutti, ai morti, ai sopravvissuti, come se fossero caselle da ridisegnare secondo convenienza, nella disumanità totale. Non persone, non diritti, non popoli: solo interessi e dominio.
Ed è proprio qui che tutto il contesto torna a riferirsi inevitabilmente all’Onu. Perché un organismo internazionale serio dovrebbe servire a impedire questo scempio. Dovrebbe far prevalere il diritto internazionale sulla prepotenza; difendere la sovranità degli Stati e impedire che i soliti Paesi privilegiati, usino il veto come una clava per bloccare qualunque decisione sgradita. Finché questo meccanismo resta in piedi, l’Onu continuerà troppo spesso a sembrare un teatro impotente.
Per questo mi torna in mente il Professor Pino Arlacchi. E lo dico sinceramente: quando lessi qualche mese fa sulla app del FQ della sua candidatura come rappresentante del “Mondo del Sud” (fra cui c’è anche Gaza), mi commossi. Perché la parola Sud implica automaticamente una parte molto significativa di quella fetta di Mondo, che di solito rimane esclusa da tutti i consessi internazionali. Per una volta vedevo un nome con spessore, preparazione, visione politica e idea di riforma. Una figura che sembrava parlare la lingua che oggi servirebbe davvero: quella della credibilità, della competenza e del coraggio.
Mettere accanto a quell’idea il nome di Infantino, fa quasi male fisicamente. Da una parte una candidatura che prova a restituire senso a un’istituzione svuotata. Dall’altra un nome che evoca compiacenza verso il potere più arrogante del momento. È difficile immaginare un contrasto più netto. Ed è proprio per questo che “la riforma dell’ONU non è più solo un tema da specialisti”. È una necessità storica: togliere il privilegio del veto, rafforzare il diritto internazionale, difendere davvero i popoli e gli Stati aggrediti.
Se oggi qualcuno pensa di poter piazzare il proprio uomo anche lì, allora vuol dire che il recinto della Democrazia si è ristretto ancora. E che il lupo non si accontenta più di travestirsi da agnello: adesso vuole anche riscrivere da solo le regole del mondo.
Matteo Salvini continua a vantare i dati sul miglioramento della puntualità dei treni da quando lui è ministro. Tuttavia, un rapporto realizzato dall’Osservatorio sui Conti pubblici italiani mette in discussione la sua versione. In particolare l’Alta velocità, negli ultimi anni, sembra essere nettamente peggiorata.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Per Matteo Salvini i treni non sono mai stati così puntuali. È la versione che va ripetendo da settimane, ribadita oggi durante il question time al Senato. Tuttavia, un rapporto indipendente realizzato dall’Osservatorio sui Conti pubblici italiani mette in discussione i dati forniti dal ministro, soprattutto per quanto riguarda l’Alta velocità, che negli ultimi anni sembra essere nettamente peggiorata.
I numeri di Salvini sulla puntualità dei treni
“Nel corso dell’ultimo triennio, dal 2024 al 2026, i dati sulla puntualità del servizio mostrano un miglioramento costante. Per l’Alta velocità si è passati dal 74 al 77%, per gli Intercity dall’82 all’85%”, ha detto oggi in Aula rispondendo al question time. “Per il trasporto regionale, che è quello che ogni giorno coinvolge l’80% di coloro che prendono il treno si è passati dall’88,9% al 90,5%. Giusto per fare un raffronto nel triennio del suo ex compagno di partito Delrio, la puntualità chiudeva al 76%, all’85% all’89, ben al di sotto dei dati che i tecnici oggi ci forniscono”.
Qualche giorno fa il ministro era tornato a difendere il suo operato alla guida dei Trasporti. Sulle linee ferroviarie “c’è il massimo storico di lavori in corso, di treni circolanti e di passeggeri trasportati”, aveva dichiarato giustificando i ritardi lamentati da cittadini e turisti nelle ultime settimane. “Nonostante questo, i treni regionali hanno un tasso di puntualità del 91%, quindi per i pendolari il ritardo è l’eccezione e non la regola”, si era spinto a dire.
Cosa dice il rapporto che mette in crisi la versione del ministro
Ma la situazione è decisamente meno rosea di come la descrive Salvini. Alle notizie di ritardi, disservizi e disagi sulla rete ferroviaria accumulatesi in queste settimane, si aggiungono i dati messi in fila dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Il rapporto, pubblicato lo scorso 21 luglio mette in discussione la narrativa portata avanti dal leader della Lega.
A differenza di quel che sostiene Salvini, l’Alta velocità non è migliorata negli ultimi anni. Le percentuali fornite dal ministro infatti possono essere “molto lontane dalla puntualità effettivamente sperimentata dai passeggeri” e “ciò dipende dal modo in cui viene calcolato l’indicatore”.
Sono due le misure principali che vengono utilizzate e pubblicate dalla Rete Ferroviaria Italiana (Rfi). La prima, denominata “Nessuna Esclusione”, rappresenta “la puntualità effettivamente sperimentata dai passeggeri, qualunque sia la causa”, viene spiegato. La seconda, “Puntualità RFI” considera invece “esclusivamente i ritardi attribuibili alla responsabilità del gestore della rete, escludendo quindi non solo i ritardi dovuti, ad esempio, a condizioni meteorologiche avverse o a scioperi, ma anche quelli causati da guasti ai treni”. Naturalmente, quest’ultima, non tenendo conto di una grossa quota di ritardi dà risultati migliori, con percentuali che oscillano tra il 78% e l’81%, in linea con la versione di Salvini.
L’Alta velocità è peggiorata negli ultimi anni
Ma se si allarga lo sguardo a tutti i ritardi che effettivamente sperimentano i viaggiatori, indipendentemente dalle cause che li provocano, le percentuali crollano rapidamente. Il tasso di puntualità sull’Alta velocità scende al 63%-66%. Tradotto: un treno su tre è in ritardo.
Non solo, se si fa un confronto con il 2018 (ovvero l’ultimo anno di mandato di Delrio da ministro dei Trasporti), si scopre che la situazione dei ritardi è peggiorata. Le percentuali di puntualità (sempre misurate sulla base dell’indicatore “Nessuna esclusione”) sono passate dal 61,1% del 2018 al 63,3% del 20b25.
Il trasporto regionale è rimasto stabile
Per il trasporto regionale invece, il quadro è rimasto abbastanza stabile: 90,4% nel 2022, 89,8% nel 2023, 88,9% nel 2024 e 90,1% nel 2025, seppur con notevoli differenze a livello territoriale. In particolare, Milano e Genova – si legge – mostrano le performance peggiori, seguite da Torino, Bologna e Firenze, tutte tratte caratterizzate da un’intensa circolazione.
Supermedia AGI/Youtrend: calo FdI, Campo largo sempre avanti

(AGI) – Roma, 23 lug. – A causa delle poche rilevazioni per l’arrivo dell’estate quella di oggi e’ una ‘Supermedia’ molto meno ‘solida’ del consueto, poiche’ si basa sulle rilevazioni provenienti solo da tre istituti. Le variazioni registrate, a cominciare dal forte calo di FdI (-1,4%) vanno quindi interpretate con grande cautela.
Questa, nel dettaglio, la Supermedia liste: FDI 26,3 (-1,4) PD 21,0 (-0,5) M5S 12,9 (-0,1) Forza Italia 8,0 (+0,2) Futuro Nazionale 6,8 (+0,6) Verdi/Sinistra 6,2 (-0,3) Lega 6,2 (+0,4) Azione 3,1 (+0,1) Italia Viva 2,5 (+0,2) +Europa 1,3 (=) Noi Moderati 1,3 (+0,3)
Questa la Supermedia Coalizioni 2022: Centrodestra 41,8 (-0,5) Centrosinistra 28,5 (-0,9) M5S 12,9 (-0,1) Terzo Polo 7,3 (+0,8) Altri 9,5 (+0,7)
Questa, invece, la Supermedia Coalizioni 2026: Campo largo 44,0 (-0,7) Centrodestra 41,8 (-0,5) Futuro Nazionale 6,8 (+0,6) Centro 4,7 (+0,5) Altri 2,7 (+0,1)
NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (9 luglio 2026).
NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi e’ una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto.
La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 9 al 22 luglio, e’ stata effettuata il giorno 23 luglio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. 
I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 17 luglio), Piepoli (17 luglio) e SWG (13 e 20 luglio). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato e’ disponibile sul sito ufficiale http://www.sondaggipoliticoelettorali.it.

(Tommaso Merlo) – Trump concede il nucleare al suo amico Mohammad bin Salam, capoccia dell’Arabia Saudita che ha conosciuto ai bei tempi di Epstein quando i due sfogavano le loro mire di grandezza sulle ragazzine. Il Salam è anche quello che ha dato due miliardi al genero sionista di Trump Jared Kushner per il suo fondo di investimento, lo stesso ceffo della Riviera degli Orrori a Gaza e dell’oasi albanese di Sazan per farci l’ennesimo asilo nido extralusso per ricchi che si ostinano a non accettare che coi soldi ci compri solo minchiate e se sei un minchione ci rimani per sempre. E a proposito di Trump, dando il nucleare al Salam è riuscito con uno dei suoi celebri colpi di demenza, a far incazzare tutti. Sia le persone dotate di senno che non si capacitano del perché un regime autoritario, liberticida e misogino come l’Arabia Saudita possa avere il nucleare mentre la Repubblica iraniana no, a meno che il criterio sia la vicinanza alle chiappe flaccide di Trump. Sia coloro che il senno lo hanno donato al nazi sionismo preoccupati che il progetto della Grande Israele venga archiviato come la barzelletta del secolo. La propaganda di massa con cui il sionismo ha infatti infinocchiato mezzo mondo per decenni, serviva anche a celare la strategia regionale e cioè il dominio militare assoluto. E cioè i nazi sionisti possono avere l’atomica anche illegalmente mentre tutti gli altri no e nemmeno per uso civile, Iran in primis. E solo loro possono avere i cacciabombardieri mentre tutti gli altri no e via privilegiando. E tutto questo in modo da poter intimidire, soggiogare e colpire a piacere chiunque osi ribellarsi al suprematismo del popolo eletto da Dio o da chi per esso. Non un piano ma la drammatica storia degli ultimi decenni con arabi e persiani che si sono messi a traforare le montagne e i deserti come gruviera per difendersi. Se poi le bombe non bastano, il nazi sionismo e gli amichetti americani passano allo strangolamento finanziario e agli infiltrati tra i marciapiedi come nei palazzi del potere. È la storia del Libano, un paese martoriato da decenni che da Svizzera del Medioriente oggi si trascina da una bancarotta all’altra e per l’ennesima volta si ritrova il sud occupato e devastato mentre a Beirut dei burattini venduti tramano con Tel Aviv. La colpa del Libano è la stessa della Siria e dell’Iran ma anche dell’Iraq, opporsi alla persecuzione dei palestinesi e rifiutare la servitù a quel progetto coloniale che la propaganda ha spacciato alle masse come una democrazia modello nonché avamposto della superiore civiltà occidentale. A passarsela meglio sono paesi come la Giordania o quelli del Golfo che hanno venduto l’anima al diavolo per un pugno di dollari. Come il Salam, classico esempio di sceicco bacchettone che non appena mette il naso fuori dalla tenda fa lo sporcaccione e il gradasso tramando coi peggiori furfanti del pianeta tipo Trump che ha ricoperto d’oro massiccio in cambio di affari e di una protezione militare che alla prova della storia si è rivelata un bidone colossale. Se gli iraniani volessero, potrebbero dronare il Salam anche quando al mattino si siede sul trono a rilasciare i reali escrementi. Ma s’intravede l’alba di una nuova era. Sionisti e americani pensavano di avere in pugno quei deserti roventi ed invece i bolidi ipersonici scagliati dalle montagne iraniane li stanno costringendo a rinculare verso il Mediterraneo. Sceicchi e reucci si arroccano indignati ma i popoli dell’Asia Occidentale si prosternano a ringraziare il Profeta quando scorgono i missili Made in Persia sorvolare le dune. Anche i cammelli se la ridono, anche a loro stanno alquanto sulle gobbe quegli sceicchi mollaccioni ed ipocriti che li hanno abbandonati a favore di orde di businessman dal muso pallido e baldracche provenienti da ogni angolo del globo. Schiavi e cammelli da una parte, sceicchi dall’altra. Ma impazza la cronaca di un marasma senile diventato geopolitico e di una lobby sionista sempre più all’angolo. Nelle ultime settimane Trump ha chiesto al tagliatore di teste piazzato a Damasco di attaccare gli Hezbollah in Libano, ai Curdi di invadere l’Iran e pare sia stato lui a spingere il Salam a bombardare lo Yemen. Mossa davvero geniale con gli Houthi che hanno risposto bloccando il Mar Rosso alle petroliere saudite mentre dallo Stretto di Hormuz non passano più neanche i pesci che si sono rotti le branchie delle esplosioni e delle stronzate della Casa Bianca. E così a breve la benzina costerà come lo champagne e potranno brindare solo i ricchi. Popoli e pesci da una parte, sciacalli borsistici dall’altra. Ma menomale che s’intravede l’alba di una nuova era. La fine di ogni suprematismo e la riscoperta della pari dignità di ogni essere umano, la fine di ogni estremismo e la riscoperta della ragionevolezza, la fine di ogni violenza e la riscoperta del dialogo e della pace come scelta vitale, la fine di un degrado interiore che fattosi politica ha devastato l’Asia Occidentale e il mondo intero.
Concorrenza, il diritto alla doggy bag e alla ricarica

(di Andrea Ducci – corriere.it) – Diritto alla «doggy bag» da parte dei consumatori e incentivi a convertire i tradizionali distributori di carburante all’elettrico. Sono queste alcune delle novità contenute nel disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza, che dovrebbe approdare oggi in consiglio dei Ministri. Nel provvedimento figura, dunque, il pacchetto di misure per accelerare la chiusura delle vecchie stazioni di servizio, ridicendone il numero complessivo, ormai di gran lunga superiore alla media europea. In dettaglio, il ddl rivede il meccanismo di autorizzazione per i distributori, introducendo requisiti soggettivi, etici, tecnico-organizzativi ed economici dei titolari degli impianti. Le vecchie autorizzazioni restano valide, ma verranno revocate in assenza di adeguamento alle nuove regole. La chiusura scatterà se oltre ai carburanti non verranno erogate ricariche alternative (per esempio, elettricità o idrogeno). Il provvedimento prevede un contributo per la dismissione degli impianti che verranno riconvertiti con un fondo da 40 milioni di euro all’anno nel periodo dal 2028 al 2030. Il ddl sancisce, inoltre, il diritto alla «doggy bag» per i consumatori che chiedono agli esercenti di portare via cibi e bevande avanzate. Nel testo non ci sarebbero, invece, disposizioni contro il telemarketing selvaggio.

(diChiara Appendino * – ilfattoquotidiano.it) – Caro direttore,
Matteo Renzi ha deciso di rispondere alle mie critiche politiche speculando sulla tragedia di Piazza San Carlo. Su quella ferita voglio essere breve, perché merita rispetto e non strumentalizzazione. Poi parliamo di ciò di cui Renzi non vuole parlare: la politica.
Ho sempre affrontato i processi a testa alta, mi sono sempre difesa nei processi e mai dai processi. E il dolore per quanto accadde il 3 giugno 2017 lo porterò con me per sempre. Ma quella vicenda pone una domanda che riguarda tutti i sindaci d’Italia: fino a che punto un primo cittadino può rispondere penalmente di ciò che accade in una piazza, compreso il panico scatenato con lo spray al peperoncino da una banda di ladri? Per questo ho ricevuto la solidarietà di sindaci ed ex sindaci di ogni colore che conoscono bene la “paura della firma”. È di questo che un Paese serio discuterebbe. Tra quegli ex sindaci c’era anche Matteo Renzi. Il 28 gennaio 2021, il giorno dopo la sentenza di primo grado, mi dedicò la sua Enews, dichiarando la sua vicinanza e auspicando la mia assoluzione. Scriveva che lui non è come chi “usa i processi per regolare i conti della politica”. Parole giuste, che sottoscrivo.
La sentenza su Piazza San Carlo, da allora, non è cambiata. È cambiato ciò che conviene a Renzi: nel 2021 poteva farsi bello del garantismo e prendere le distanze dal Movimento, oggi si scopre giustizialista per mettermi a tacere quando dico quello che penso di lui. Ma non mi tocca e di certo non mi zittisce.
Passiamo dunque al terreno che a Renzi è più alieno: la coerenza. Renzi mi sfida a parlare del passato? Parliamone. Noi siamo quelli del Reddito di cittadinanza. Lui quello che l’ha combattuto. Noi quelli del salario minimo. Lui quello che non l’ha voluto. Noi quelli della Spazzacorrotti. Lui quello che l’ha ostacolata. Noi quelli che una legge sul conflitto d’interessi la vogliono. Lui quello che ne è terrorizzato, e sappiamo tutti perché. Noi quelli dei 209 miliardi del Pnrr. Lui quello che ha fatto cadere il governo per non farceli gestire.
Ed eccolo, il vero tema: prima ancora delle idee, l’affidabilità. Renzi – il Loki della politica italiana, il dio dell’inganno e del trasformismo – ha una sola coerenza documentata: distrugge tutto. Ha rottamato Enrico Letta dopo avergli detto di stare sereno, ha stretto il Patto del Nazareno con Berlusconi, ha fatto cadere il governo Conte II in piena pandemia, ha logorato ogni tavolo a cui si è seduto. Un alleato così non è un alleato: è un conto alla rovescia.
E mentre il Paese reale soffre, lui si candida a costruire l’ennesimo finto “centro”, impegnato a barattare emendamenti alla legge elettorale cuciti su misura per la propria sopravvivenza. È lo stesso che, pur di colpire il Movimento 5 Stelle, fa sponda con la destra fino a votare quella vergognosa Commissione d’inchiesta sul Covid: un processo politico a Giuseppe Conte e a chi si è trovato a gestire la più grande crisi dal dopoguerra.
Come ha ricordato Roberto Scarpinato su queste colonne, la bussola del Movimento resta l’articolo 3 della Costituzione: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza. La storia politica di Renzi parla la lingua opposta: il Jobs Act, la “Buona Scuola” contro cui scioperò tutta Italia, la vicinanza ai potentati e alle lobby. Chi vuole rimuovere quegli ostacoli non può allearsi con chi li costruisce. E c’è un dato che nessun sondaggio smentisce: Renzi i voti non li fa guadagnare, li fa perdere. Nei territori la gente me lo dice in faccia: se andiamo con Renzi, loro restano a casa. Perché qui il problema non è tanto il passato quanto il futuro. E in futuro, io a casa preferisco lasciarci Renzi. Non i nostri elettori
* Deputata Movimento 5 Stelle