Le opposizioni chiedono chiarimenti su Marco Mattei, ex sindaco di Albano Laziale e assessore regionale con Polverini

(Paolo Molinari – agi.it) – AGI – Una informativa urgente da parte della presidente del Consiglio dei Ministri sulla eventuale indicazione di Marco Mattei alla Corte dei Conti. È quanto chiedono le opposizioni su impulso del Movimento 5 Stelle. In Aula alla Camera, il deputato Alfonso Colucci ha infatti preso la parola sull’ordine dei lavori “perché sembra che il governo stia per indicare dottor Marco Mattei, medico ginecologo che ha iniziato l’attività ai Castelli Romani, è stato sindaco ad Albano Laziale e assessore regionale presso la Giunta Polverini: un profilo poco accostabile con la funzione di magistrato in Corte dei Conti”, aggiunge il Cinque Stelle.
“La nomina è una competenza del Consiglio dei Ministri e viene da ricordare la designazione fatta dal governo di Raffaele Borriello alla carica di magistrato della Corte dei Conti. Quella nomina intercorse il 17 gennaio 2025 e dopo appena sette giorni il ministro Lollobrigida lo richiamò alla carica di capo di gabinetto. Serviva quindi un posto sicuro, non una funzione pubblica ma una assicurazione sulla vita. Il dottor Marco Mattei è amico di Giorgia e Arianna Meloni, siamo di fronte al più classico dei provvedimenti improntati ad amichettismo. Ma Marco Mattei”, aggiunge Colucci, “è entrato anche all’interno dell’inchiesta Mondo di Mezzo. E ho qui una ordinanza in cui si dice che Buzzi si incontrava presso un ristorante con Carminati e il consigliere del Lazio Marco Mattei. E nel corso dell’incontro Mattei mostrava dei documenti a Buzzi”, conclude Colucci. All’informativa si associano anche i dem.
Il deputato Toni Ricciardi commenta, sul filo dell’ironia, che “un ginecologo che transita presso la Corte dei Conti fa pensare che si stia per partorire un incesto. Ci associamo all’informativa del collega M5s, Alfonso Colucci, perché il governo ci convinca che un ginecologo può diventare un magistrato della Corte dei Conti. Ci ritroviamo davanti all’ennesimo tentativo di volere occupare una poltrona prestigiosa, significativa, fatta da un governo che vuole limitare la possibilità di controllo della Corte dei Conti“. Per Ricciardi le possibilità sono due: “O la nomina di un ginecologo alla Corte dei Conti è fatta per depotenziarla, oppure siete talmente privi di figure credibili che dovete rivolgervi a figure professionali diverse. Alla luce anche del risultato referendario, la giustizia e la macchina del controllo dei poteri e contropoteri meriterebbe rispetto e cautela”.
Anche Avs si associa alla richiesta di informativa: “Inutile premettere l’importanza strategica della Corte dei Conti che garantisce l’erario pubblico ed è presidio dell’interesse pubblico, come prescrive la Costituzione“, spiega il deputato Devis Dori. “L’informativa è per questo doverosa, tanto più che abbiamo sentito la presidente Meloni sfidarci sulla legalità in questa aula. Il governo ha il tempo di ritirare la nomina di Marco Mattei alla Corte dei Conti come magistrato. I nostri dubbi sono sia in merito alle competenze e poi anche rispetto all’accostamento del suo nome a vicende poco limpide, per essere delicati. Chiediamo che venga nominato alla Corte dei Conti una persona al di sopra di ogni ragionevole dubbio riguardo la propria persona”.
Se lo schema dovesse prendere corpo, le conseguenze sarebbero pesanti. Perché un asse tra centro e pezzi di centrosinistra, con una figura come la sindaca di Genova a fare da collante, potrebbe rimettere in discussione l’intero impianto politico italiano

(Marco Antonellis – lespresso.it) – C’è un nome che, sussurrato nei salotti buoni della politica e nei corridoi ovattati del potere, sta facendo alzare più di un sopracciglio a Palazzo Chigi: Silvia Salis. E non solo perché la sindaca di Genova si sta ritagliando uno spazio da outsider nel campo largo. Ma perché, secondo più di una voce insistente, avrebbe conquistato una estimatrice di peso: Marina Berlusconi.
Un dettaglio? Tutt’altro. Il punto politico è semplice e insieme esplosivo: se davvero una parte di Forza Italia (leggi Arcore) cominciasse a guardare con interesse a una figura come Salis, gli equilibri del centrodestra potrebbero iniziare a scricchiolare. E infatti, dalle parti di Giorgia Meloni, il dossier è aperto. Senza allarmi ufficiali, certo. Ma con una crescente attenzione. Perché lo scenario che prende forma è di quelli che, fino a pochi mesi fa, sembravano fantapolitica.
A muovere i fili, neanche troppo nell’ombra, è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva osserva, studia, attende. E poi affonda. La mossa è chiara: utilizzare la figura di Salis come elemento di rottura negli equilibri del campo largo, ma anche come possibile ponte verso il centro, ovvero Forza Italia. Non a caso, proprio mentre il Partito democratico si dibatte tra primarie sì e primarie no, Renzi spinge per una soluzione alternativa: un federatore. Una figura capace di tenere insieme mondi diversi, evitando lo scontro diretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
E qui Salis diventa perfetta. Non troppo schierata, non troppo divisiva, ma abbastanza spendibile da poter diventare il perno di un’operazione più ampia. Un’operazione che, nei sogni renziani, potrebbe addirittura ridisegnare i confini tra centrodestra e centrosinistra.
Il vero epicentro, però, resta Forza Italia. Dove le tensioni non mancano e il confronto tra Antonio Tajani e la famiglia Berlusconi è tutt’altro che risolto. I colloqui con Marina e Pier Silvio non hanno sciolto i nodi strategici. E il partito resta sospeso tra fedeltà al governo e tentazioni di riposizionamento. Perché il punto è tutto qui: FI può continuare a essere il pilastro moderato del centrodestra oppure può tornare a giocare una partita autonoma, guardando anche altrove. E in questo “altrove” lo schema Salis comincia a prendere forma.
Non si tratta ancora di un progetto strutturato. Piuttosto di un’ipotesi, di un laboratorio politico in fase embrionale. Ma abbastanza concreto da attirare l’attenzione di chi, come Renzi, ha fatto della capacità di spostare equilibri il proprio marchio di fabbrica.
Se lo schema dovesse prendere corpo, le conseguenze sarebbero pesanti. Perché un asse tra centro e pezzi di centrosinistra, con una figura come Salis a fare da collante (non a caso anche un democristiano di lungo corso come Dario Franceschini la vorrebbe a capo della gamba “centrista”), potrebbe rimettere in discussione l’intero impianto politico italiano. E soprattutto potrebbe mettere in difficoltà non solo Meloni, ma anche Matteo Salvini. Già alle prese con tensioni interne e con un consenso meno solido rispetto al passato.
Il rischio, per il centrodestra, è quello di essere stretto in una tenaglia: da un lato l’immobilismo di governo, dall’altro la nascita di un nuovo centro capace di attrarre voti decisivi. Quei voti che, come insegna la vecchia regola della politica, non si contano ma si pesano.
Per ora siamo alle manovre. Ai sondaggi esplorativi, ai contatti informali, alle suggestioni. Ma la sensazione, sempre più diffusa, è che qualcosa si stia muovendo davvero. E che questa volta la sorpresa possa arrivare da dove meno ce lo si aspetta: non dalle urne, ma dal centro. Dove Marina osserva, Renzi costruisce e Salis, aspetta l’incoronazione.

Apprendiamo dalla stampa che “continua a crescere il “Giardino dei Ciliegi” di Morcone inaugurato nel 2019 allo scopo di piantare un ciliegio per ogni bambino nato nel corso dell’anno” e, nel rivolgere il più sincero apprezzamento al Sindaco Luigino Ciarlo, l’occasione è buona per far conoscere a tutti l’intervento pronunciato, 25 anni orsono, dal Sindaco di Guardia Sanframondi, Amedeo Ceniccola, in occasione della seconda edizione della “Festa dei Nati”:
“Cari ragazzi e ragazze, amici e concittadini,ci ritroviamo, a distanza di un anno, in questo luogo simbolo per la nostra comunità per celebrare la seconda edizione della “Festa dei Nati” e per accogliere i 55 bambini che sono nati nel corso dell’anno 2000 nel nostro paese. Con la messa a dimora di questi 55 alberi che si vanno ad aggiungere ai 58 lecci piantati lo scorso anno vogliamo dare attuazione ad una legge dello Stato, la legge n.13 del 1992, che obbliga tutti i Comuni a piantare un albero per ciascun nato. Una legge ignorata dai nostri predecessori e che vuol recuperare quell’anticha tradizione, diffusa in molti Paesi del mondo, di piantare un albero quando nasce un bambino ma anche, per stimolare una riflessione sulla più ampia questione ambientale. Purtroppo, come molto spesso accade, le leggi restano sulla carta e, anche in questo caso, non essendo stato previsto dal legislatore un regime sanzionatorio, fino ad oggi nessuno si era mai preoccupato di dare attuazione a questa legge che ha l’unico scopo di promuovere la difesa e la salvaguardia della cosiddetta Casa Comune. Posso comprendere che l’applicazione di questa legge nelle grandi città possa creare qualche difficoltà e però, anche in questo caso, il problema potrebbe essere facilmente risolto con la creazione di aree parco in cui concentrare le piante da mettere a dimora. Invece, è vergognoso che nemmeno dalle nostre parti sia stata applicata. Si tratta di un vero e proprio ritardo culturale in merito alla tematica ambientale ed è, francamente, inaccettabile perché in un paese poco urbanizzato, con poche nascite all’anno, è facile trovare lo spazio per mettere a dimora gli alberi e dare attuazione ad una Legge che lo Stato finanzia con ben 5 milioni di lire per favorirne l’applicazione. Infatti, in questi giorni, ho già avuto comunicazione che per il prossimo anno è stato deliberato dalla Regione Campania un finanziamento a favore del nostro comune di ben 5 milioni di lire per organizzare la III edizione della “Festa dei Nati” per omaggiare i bambini che nasceranno nel corso dell’anno 2001. Da parte mia, avvierò nei prossimi giorni le procedure per organizzare il prossimo evento incominciando ad individuare il luogo dove saranno messi a dimora i nuovi alberi e, tal proposito, abbiamo già pensato di sistemare la zona adiacente e antistante il Convento di San Francesco, area conosciuta con il nome di Monte Tre Croci. Per quanto riguarda la cerimonia odierna, fra poco vi sarà la consegna a ciascun genitore della targa metallica che abbiamo fatto realizzare su cui è inciso il nome e la data di nascita del proprio bambino che sarà posizionata sull’albero che ognuno può scegliere e della pergamena con la poesia scritta dal nostro carissimo don Giuseppe Lando per celebrare questa giornata “particolare” e poi procederemo alla messa a dimora dei 55 alberelli che sono stati messi a disposizione dall’Ente Forestale del Taburno e trasportati gratuitamente dalla ditta Foschini Damiano a cui va il mio più sincero ringraziamento. Un altro sincero ringraziamento non posso non rivolgerlo agli amici della Pro Loco guidata dall’amico Filippo Pengue, meglio conosciuto come il maestro Pippetto e agli amici del circolo “Viticoltori” e al presidente, Marino Mancinelli, che mi aiuteranno a piantare questi alberi. Non posso nascondere che il pensiero di vedere piantato un albero che porta il nome del proprio figlio e vederlo crescere assieme al proprio figlio/figlia, assume un significato particolare, stimola emozioni profonde e ci fa guardare con ottimismo al futuro. Dal profondo del cuore rivolgo a voi tutti i miei più sinceri e sentiti ringraziamenti”.

Infine, non possiamo non rivolgere qualche domanda a tutti i Sindaci che nell’ultimo quarto di secolo si sono succeduti alla guida della comunità di Guardia Sanframondi:
-per quale motivo è stata affossata anche questa straordinaria manifestazione di ambientalismo comunitario che aveva fatto di Guardia Sanframondi un esempio virtuoso da poter emulare nel Sannio e in Campania?
– Che fine hanno fatto le targhe con il nome dei ragazzi/e che erano state collocate sul tronco degli alberi messi a dimora e che oggi rappresentano una bellissima isola verde nei pressi della Basilica dell’Assunta e del convento di San Francesco?
– Per quale motivo il sindaco Di Lonardo ha disatteso e cestinato questa straordinaria iniziativa pur avendola inserita nel programma della lista “EsserCi” sotto la voce:
PROGETTI COERENTI DI RAPIDA ATTUAZIONE?
RINASCITA GUARDIESE

(estr. di Phillip Nieto – dailymail.co.uk) – Donald Trump ha dichiarato lo Stretto di Hormuz “permanentemente aperto” dopo colloqui segreti con Xi Jinping, sostenendo che il leader cinese avrebbe accettato di smettere di armare l’Iran.
Il presidente ha fatto l’annuncio mercoledì su Truth Social, aggiungendo che Xi gli avrebbe dato “un grande, caloroso abbraccio” in un prossimo incontro.
«La Cina è molto felice che io stia aprendo permanentemente lo Stretto di Hormuz», ha scritto Trump su Truth Social. «Lo sto facendo anche per loro — e per il mondo. Questa situazione non si ripeterà mai più».
«Hanno accettato di non inviare armi all’Iran. Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana», ha continuato Trump.
«Stiamo lavorando insieme in modo intelligente, e molto bene! Non è meglio che combattere??? MA RICORDATE, siamo molto bravi a combattere, se necessario — molto più di chiunque altro!!!».
Dopo il fallimento dei colloqui di pace con il regime islamico nel fine settimana, il presidente ha lanciato un blocco navale dello Stretto di Hormuz, un passaggio petrolifero cruciale attraverso il quale transita circa un quinto delle forniture mondiali.
Trump ha imposto il blocco per costringere Teheran a tornare al tavolo negoziale, mostrando — secondo quanto riferito — una certa riluttanza a riprendere la campagna di bombardamenti che ha portato il caos in Medio Oriente.
Non è ancora chiaro se Trump intendesse dichiarare lo stretto immediatamente aperto al traffico marittimo o se stesse segnalando l’intenzione di raggiungere una soluzione permanente mentre i negoziati con l’Iran proseguono. […]
Trump e Xi dovrebbero incontrarsi per un vertice diplomatico a Pechino a metà maggio, per discutere della gestione dei dazi commerciali e dell’accesso degli Stati Uniti alle terre rare.
Il vertice sarà il primo grande viaggio all’estero di Trump dall’inizio della guerra contro l’Iran — il principale alleato mediorientale della Cina.
La Cina, insieme alla Russia, ha assistito l’Iran durante le cinque settimane di conflitto fornendo immagini satellitari e intelligence utilizzate per colpire basi militari statunitensi con missili balistici e droni kamikaze.
Nelle ultime 24 ore, le forze armate statunitensi hanno bloccato sei petroliere nel tentativo di attraversare lo stretto.
Il Pentagono, nel frattempo, si prepara a inviare altri 6.000 soldati nella regione a bordo della USS George H. W. Bush e di diverse altre navi da guerra.
Pechino ha criticato il blocco imposto da Trump, con Xi Jinping che lo ha definito “pericoloso e irresponsabile”, aggiungendo che il mondo non deve “tornare alla legge della giungla”. […]

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – A poco meno di due anni dall’entrata in vigore della riforma Nordio, un pezzo importante del provvedimento rischia di essere bocciato dalla Corte Costituzionale. La Corte d’Appello di Milano, infatti, ha sollevato questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta sul divieto per il pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento per i reati a citazione diretta, previsto dalla riforma che porta la firma del Guardasigilli. Il giudice delle leggi è così chiamato nuovamente a pronunciarsi su una disciplina che, già nel 2007 con riforma Pecorella, era stata dichiarata illegittima. Un potenziale altro “colpo” per la legge Nordio dopo l’approvazione della direttiva anticorruzione di fine marzo da parte dell’Europarlamento, che, di fatto, chiede la reintroduzione del reato di abuso d’ufficio, abrogato dalla medesima riforma.
La legge Nordio è entrata in vigore il 25 agosto 2024. Tra le varie modifiche, ha riscritto l’articolo 593 del codice di procedura penale, stabilendo che il pubblico ministero non può appellare le sentenze di proscioglimento per i reati che si giudicano con citazione diretta a giudizio. Sulla carta, si tratterebbe di reati “minori”, ma l’elenco – in seguito all’entrata in vigore della riforma Cartabia nel 2002 – si è significativamente ampliato, vedendo ormai al suo interno delitti tutt’altro che secondari, tra i quali falsa testimonianza, evasione aggravata, lesioni personali stradali gravi, truffa aggravata, furto aggravato e frodi assicurative.
Nello specifico, il caso da cui tutto è partito riguarda un procedimento per truffa nel quale una donna è stata processata per aver ottenuto con un raggiro una somma di denaro da chi gestiva un negozio di fiori, sostenendo che servisse per un funerale. Il tribunale di Busto Arsizio ha però deciso di non proseguire, ritenendo che mancasse una valida querela, perché chi l’aveva presentata non era legittimato a farlo. Non condividendo tale conclusione, i pm hanno cercato di impugnare la decisione. Ma, per l’appunto, l’iniziativa di appello era destinata a scontrarsi con la nuova norma che lo vieta. L’obiettivo della Procura era ovviamente quello di sollecitare il vaglio della Consulta: la Corte d’appello di Milano ha ritenuto inevitabile chiedere se una disciplina del genere possa davvero reggere sul piano costituzionale.
Nell’ordinanza pubblicata lo scorso 8 aprile, i giudici scrivono testualmente che «non appaiono manifestamente infondati i dubbi di compatibilità dell’art. 593» con la Carta Costituzionale. La norma, osservano i giudici, crea una disparità palese: il pm non può appellare un’assoluzione (dunque quando perde completamente), mentre può farlo se il primo grado ha solo ridotto una pena o escluso un’aggravante (quando perde solo in parte). Una contraddizione che la Consulta aveva già bocciato nel 2007, dichiarando illegittima la cosiddetta “riforma Pecorella”. Ma c’è di più. Secondo i giudici milanesi, verrebbe violato anche l’articolo 111 della Costituzione, che garantisce il giusto processo e la parità tra le parti. «La disposizione denunciata – si legge nell’ordinanza – non permetterebbe all’accusa di far valere le sue ragioni con modalità e poteri simmetrici a quelli di cui dispone la difesa». È vero che l’imputato e il pm non devono avere poteri identici, ma ogni disparità dev’essere giustificata da una ragionevole finalità. Nel caso del rito abbreviato, per esempio, la limitazione all’appello del pm è accettabile perché l’imputato rinuncia al contraddittorio in cambio di una pena ridotta e di un processo più veloce; al contrario, nel giudizio ordinario, «la limitazione dei poteri di impugnazione del pubblico ministero si presenta come del tutto unilaterale, priva cioè di qualsivoglia contropartita in particolari modalità di svolgimento del processo». Ora la palla passerà alla Consulta.
Oltre alle limitazioni all’appello per i pm, la legge Nordio ha previsto l’abolizione del reato di abuso di ufficio, ossia l’articolo specifico con cui si sanzionava «un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle sue funzioni, compie un atto in violazione di leggi o regolamenti, con l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure di arrecare ad altri un danno ingiusto», ma anche la riformulazione del reato di traffico di influenze illecite e una forte stretta all’utilizzo e alla pubblicazione delle intercettazioni. A fine marzo, però, l’Europarlamento ha approvato una direttiva anticorruzione che introduce una fattispecie comune sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche. In sostanza, la traduzione europea di una condotta che, nel contesto giuridico italiano, risulta sovrapponibile al perimetro dell’ex reato di abuso d’ufficio. Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e, una volta pubblicato, entrerà in vigore dopo 20 giorni. Da quel momento, l’Italia avrà 24 mesi per recepire la direttiva nel proprio ordinamento; in caso di mancato o incompleto adeguamento, la Commissione europea potrà avviare una procedura d’infrazione.
Marco Travaglio si scaglia duramente contro Mediaset, in particolare contro Pier Silvio e Marina Berlusconi, accusandoli di entrare nelle dinamiche politiche di Forza Italia, in maniera inaccettabile.

(di Ilaria Costabile – fanpage.it) – Durante la puntata di Otto e mezzo di martedì 14 aprile, Marco Travaglio si è scagliato in maniera decisa contro Mediaset, parlando in maniera diretta di Marina e Pier Silvio Berlusconi. Il direttore del Fatto Quotidiano non si è risparmiato e ha parlato di come l’azienda di Cologno Monzese influenzi le dinamiche interne di Forza Italia, in maniera a suo avviso inaccettabile.
Il giornalista aveva già affrontato la questione nell’editoriale pubblicato a inizio settimana sul quotidiano da lui diretto ed è tornato sulla questione, ospite di Lilli Gruber, nel corso di un blocco dedicato alle parole che il presidente Trump ha rivolto a Giorgia Meloni, definendola “poco coraggiosa”. Travaglio è poi passato a commentare l’incontro tra il Ministro Tajani e Pier Silvio Berlusconi avvenuto nelle sedi Mediaset e anche in collegamento nel noto talk show ha dichiarato:
Forse in Italia, finito di dare lezioni di liberaldemocrazia agli ungheresi, si comincerà a notare una sconcezza tutta nostra: un’azienda privata nata e ingrassata per 50 anni violando mezzo Codice penale, corrompendo giudici, politici, finanzieri e testimoni, finanziando la mafia, falsificando i bilanci e frodando il fisco, controlla tuttora la cassa di un partito al governo e dunque ne decide il segretario, la linea politica, i candidati e persino i capigruppo parlamentari.
Il giornalista è poi entrato nel dettaglio e si è scagliato in maniera piuttosto dura contro i Marina e Pier Silvio Berlusconi, facendo anche un paragone con il padre, verso il quale non si è mai risparmiato esprimendo sempre il suo dissenso. Anche in questa occasione, Travaglio ha sottolineato come questo modo di agire non sia accettabile in un paese democratico:
L’altro giorno Antonio Tajani, segretario di FI, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, con tutto quel che accade nel mondo, è stato convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese e lì tenuto in ostaggio quattro ore per ricevere ordini da Marina e Pier Silvio B. e da altri due tizi mai eletti da alcuno per assumere decisioni politiche: Gianni Letta e tal Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. (…) Ma dove siamo, in Ungheria? Anzi, in Corea del Nord?
FdI tocca un nuovo minimo e scende al livello più basso dalle europee, al 28,4%. In calo anche la Lega, al 7,1%. Risale FI all’8,5%. Nel campo largo si segnala la crescita di Pd e M5s. Ecco l’ultimo sondaggio di Termometro politico.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Fratelli d’Italia tocca un nuovo minimo e scende al livello più basso dalle elezioni europee, ovvero da giugno 2024. Oggi il partito di Meloni è dato al 28,4%. In retrocessione anche la Lega, al 7,1%. Nel centrodestra sale solo Forza Italia, che arriva all’8,5%. Decisamente più positivo il quadro nel campo largo: Partito democratico e M5s salgono entrambi, rispettivamente al 22,2% e al 12,6%. Vediamo nel dettaglio l’ultimo sondaggio di Termometro politico.
I consensi ai partiti
Non è più solo l’effetto referendum quello che sta facendo calare i consensi di Fratellid’Italia, ora al 28,4%. Nelle ultime settimane il partito di via della Scrofa si è trovato a fare i conti con una serie di scandali interni che hanno riguardato prima l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, poi l’ex ministra Santanchè, dopo ancora il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
A queste vicende si sono aggiunte le tensioni internazionali. Ieri per la prima volta da quanto è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha scaricato Giorgia Meloni, dopo che quest’ultima aveva deciso di prendere le distanze e andare in difesa di Papa Leone, anche lui finito nel mirino del tycoon. Un cambio di posizionamento strategico che potrebbe giovare ai consensi di FdI.
Nel resto del centrodestra, si segnala l’arretramento della Lega, al 7,1%, compensato dalla risalita di Forza Italia, all’8,5%. Negli azzurri proseguono i tentativi di rinnovamento richiesti dalla famiglia Berlusconi. Dopo le dimissioni di Gasparri da capogruppo al Senato, sostituito da Stefania Craxi, sono arrivate quelle di Paolo Barelli alla Camera e la conseguente nomina di Enrico Costa.
Nel centrosinistra, le due principali forze di opposizione risultano in aumento. Il Pd è al 22,2%: il distacco con FdI si è ridotto a circa sei punti. Il M5s invece, si attesta al 12,6%. Infine, Alleanza Verdi e Sinistra è ferma al 6,5%. Rimanendo all’interno del campo largo, si osserva da una parte il calo di +Europa, all’1,6%, dall’altra la crescita di Italia Viva, al 2,6%. In entrambi i casi si tratta di movimenti marginali che mantengono partiti su livelli abbastanza stabile.
Al di fuori delle coalizioni troviamo: a destra, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che ormai sembra essersi stabilizzato sul 3,2%; più verso il centro, Azione, in discesa al 3%, percentuale peggiore dall’inizio dell’anno.
La media dei sondaggi
Dopo la media dei sondaggi di 7 istituti diversi (Eumetra, TP, Tecné, Piepoli, Demopolis, Only Numbers, Lab2101) riportiamo qui di seguito le tendenze a favore e a sfavore per ogni partito:
Fratelli d’Italia:
Tendenza a favore: Lab2101 (29,2%)
Tendenza a sfavore: Winpoll (26,7%)
Forza Italia:
Tendenza a favore: Piepoli (9,0%)
Tendenza a sfavore: Lab2101 (7,2%)
Futuro Nazionale:
Tendenza a favore: Demopolis e Lab2101 (3,5%)
Tendenza a sfavore: Tecné (2,7%)
Lega
Tendenza a favore: Only Numbers (8,4%)
Tendenza a sfavore: Piepoli e Winpoll (6,5%)
Partito Democratico
Tendenza a favore: Winpoll (22,8%)
Tendenza a sfavore: Lab2101 (20,6%)
Alleanza Verdi e Sinistra
Tendenza a favore: Winpoll (7,2%)
Tendenza a sfavore: Piepoli (6,0%)
Movimento 5 Stelle
Tendenza a favore: Lab2101 (14,0%)
Tendenza a sfavore: Winpoll (11,1%)
Azione
Tendenza a favore: Eumetra (3,3%)
Tendenza a sfavore: Demopolis (2,7%)
Italia Viva / Casa Riformista
Tendenza a favore: Winpoll (3,1%)
Tendenza a sfavore: Eumetra (2,2%)
+Europa
Tendenza a favore: Lab2101 (2,2%)
Tendenza a sfavore: Eumetra e Demopolis (1,4%)

(Dott. Paolo Caruso) – La Caciottara d’ Italia finalmente si è svegliata e ha rotto la catena che la legava vergognosamente al Tycoon americano e al criminale Netanyahu. Era ora che si svestisse dei panni di ” Serva sciocca “. Forse avrà capito anche per sua personale convenienza che il legame che l’ha unito fino ad oggi a Trump non è stato positivo ai fini di gradimento popolare, infatti i sondaggi e il risultato referendario ne sono un esempio. Non vuole essere più la gattina che faceva le fusa al padrone americano mentre il Tycoon la lisciava a piacimento. L’insulto di Trump a papa Leone è stato per la Meloni uno spartiacque con il passato, un momento altrettanto grave come l’affossamento del suo Referendum contro i magistrati, e la caduta del suo anfitrione Orban. Scosse che l’hanno fatto riflettere e considerare che con la subalternità a Trump perdeva popolarità in Italia e la faccia negli altri Paesi europei. Ora tocca alla Meloni dimostrare che non si tratta di semplice calcolo opportunistico quello di essersi messa di traverso, anche se in ritardo, a difesa di papa Leone. Si è resa conto che seguire Trump non è strada che spunta, e peggio ancora seguire Netanyahu tanto che ha sospeso il memorandum bilaterale di cooperazione militare con Israele. Il mondo è guidato da un pazzo megalomane che dovrebbe sostenere e favorire la pace, ma per il suo istinto prepotente e non incline al dialogo è intenzionato a rompere con il mondo intero. Le accuse alla Nato ( tigre di carta), all’ Europa codarda, e in queste ultime ore alla sua “amica” Giorgia ( sconcertante e priva di coraggio ) sono il suo tratto distintivo. La Schlein, in parlamento, da oppositrice ha espresso solidarietà alla Premier mentre i restanti leader d’ opposizione hanno rimarcato che tale resipiscenza sia arrivata tardivamente. Intanto papa Leone, che continua il suo viaggio pastorale in Africa, ha risposto candidamente a Trump di non temere le sue minacce né i rimbrotti del fedelissimo Vance, che pur dichiarandosi cattolico, indica al Papa i temi da trattare: strettamente morali. Ma il Vangelo è anche politica sociale perché questa è utile per la convivenza e il benessere dei popoli. Per la Meloni allora sarà vera gloria o altro? Agli Italiani l’ ardua sentenza.

Sabato 18 aprile, a partire dalle ore 15:30, presso la sede di Futuridea, in contrada Piano Cappelle a Benevento, si terrà l’evento di presentazione e confronto dal titolo “Conversione Economica dell’Ecologia – Un percorso tra pratiche, politiche e visioni per il futuro”, promosso dall’Associazione Sostenibilità Equità Solidarietà, che per l’occasione riunisce a Benevento la propria Assemblea Nazionale. L’iniziativa rappresenta un momento di approfondimento e dibattito sui temi della transizione ecologica e della sostenibilità, con particolare attenzione al rapporto tra modelli economici, innovazione sociale e politiche pubbliche orientate al futuro.
Al confronto interverranno Gianfranco Nappi, coordinatore di Rigenera Campania e direttore della rivista InfinitiMondi, Maurizio Pallante, saggista e presidente dell’Associazione Sostenibilità Equità Solidarietà, e Francesco Nardone, responsabile delle Relazioni Istituzionali di Futuridea. L’incontro offrirà un’occasione di dialogo tra esperienze e visioni diverse, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di nuovi paradigmi di sviluppo sostenibile, capaci di coniugare tutela ambientale, equità sociale e innovazione economica. Sarà inoltre possibile seguire l’evento online tramite piattaforma Zoom.
Per ulteriori informazioni sulle modalità di partecipazione è possibile consultare il sito ufficiale: https://sostenibilitaequitasolidarieta.it/ oppure contattare la segreteria all’indirizzo: segreteria@sostenibilitaequitasolidarieta.it
DOPPIO APPUNTAMENTO SETTIMANALE AL TEATRO TRASTEVERE A ROMA
con il Teatro Contemporaneo DA NON PERDERE
23 e 24 aprile ore 21
IL COMPLEANNO DI NIKI
Una fumettista, un lupo e la sindrome dell’impostore
drammaturgia e regia: Pier Vittorio Mannucci
con: Gledis Cinque, Erica Del Bianco
produzione: PaT – Passi Teatrali – www.passiteatrali.org

Torna a Roma, dopo il debutto al ROMA Fringe Festival, Il Compleanno di Niki, commedia drammatica scritta e diretta da Pier Vittorio Mannucci. Giovedì 23 aprile e venerdì 24 aprile, sul palco del Teatro Trastevere, Gledis Cinque ed Erica Del Bianco vestono rispettivamente i panni di Anna, una fumettista di successo, e Niki, il lupo immaginario protagonista della striscia che l’ha resa famosa.
Il compleanno di Niki è una commedia drammatica che racconta il malessere di un’intera generazione, e in particolare uno dei grandi disagi psicologici del nostro tempo: la sindrome dell’impostore. Anna, una fumettista, non riesce a proseguire la striscia che l’ha resa celebre, Anna & Niki. Inseguita da mostri invisibili, cerca tranquillità e ispirazione nel suo studio, un’oasi dove non è ammesso nessuno se non Niki, un lupo, protagonista della striscia e sua amica immaginaria fin dall’infanzia…
“Il compleanno di Niki è anche un testo sulla sofferenza del diventare grandi” – racconta Pier Vittorio Mannucci, autore e regista – “Una crescita che è in parte un trauma, per quanto necessario, che ci permette di combattere e, perché no, sconfiggere i mostri che da sempre si frappongono sulla strada di eroine ed eroi alla ricerca del Graal dell’autorealizzazione.”
25 aprile ore 21 e 26 aprile ore 17:30
FARGO
liberamente tratto da “Fargo” di Ethan e Joel Coen
regia di Enrico Maria Carraro Moda
con: Enrico Vulpiani Enrico, Maria Carraro Moda, Federico Balzarini, Fabio Traversa
e con Larissa Cicetti
Una riscrittura contemporanea del film del ’96 dei fratelli Coen, basato su una storia paradossale dei dialoghi serrati e la NEVE. Tutto ruota intorno al denaro, come sempre, e alla follia dilagante nella mente di uomo medio che decide di mostrare il DITO MEDIO alla sua precaria condizione contravvenendo alle logiche della vita comune. Unfilmcultcherappresentaunaimportantesfidasiapertuttigliinterpreticheperla regia, provando a dare una chiave di lettura su tutto quello che il nostro protagonista tace e su tutto quello che lo muove verso un vortice di vicende a dir poco pericolose.
PRESS OFFICE del Teatro Trastevere
Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
feriali ore 21, festivi ore 17:30 (il 25 aprile ore 21)
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: 13.00 intero e 10 ridotto
-prevista tessera associativa-
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847
info@teatrotrastevere.ithttps://www.teatrotrastevere.it/

(di Marcello Veneziani) – Ma cosa avrà capito della vita quel bambino di undici anni che ha visto suo padre massacrato da un branco di ragazzini, poco più grandi di lui? Stava con suo padre, un carpentiere di 47 anni, la sua compagna e suo cognato, quando hanno visto che quei ragazzi stavano tirando bottiglie contro una vetrina. Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei video-giochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che “conto solo io, gli altri sono nulla”? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
Trump merita la sconfitta, ma i suoi attuali nemici iraniani non meritano la vittoria a tavolino

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Il rovesciamento della frittata è un’arte culinaria non difficile, specie quando non si prenda abbastanza sul serio il fatto che vincere una guerra contro un regime terrorista, una volta cominciata, è importante almeno quanto il prezzo delle uova e il costo di un traghetto per le isole. Questo negli ultimi anni non è più un giornale, per grazia di Dio, è un elenco delle malefatte di Donald Trump, un tentativo di requisitoria permanente contro il suo cinismo velleitario ma truce, la sua collusione con Putin in Ucraina, il devastante progetto di dividere e umiliare l’Europa e l’alleanza occidentale, la pretesa di imporre la legge del più forte a scapito della competizione globale di mercato, la ubris tecnologica e il suo sistematico abuso nell’avida promozione cleptocratica del più potente conflitto di interessi mai visto nella storia, il culto della personalità nella buffa forma del populismo autoritario modello Monty Python, la deriva autoritaria nel tentativo di spezzare le ossa allo scheletro liberale della divisione dei poteri a favore di una corte clanica inguardabile e dei suoi immobiliaristi, il catalogo è quello ed è molto lungo. Ora che il Papa di Chicago reagisce con fiera dignità a un’intemerata da bassifondi, ora che Meloni si butta a sinistra senza fare un plissé, pure con qualche tentazione pro Pal, ora che l’Unione europea, liberata del burattino Orbán, si ricompatta fiera su una linea di astensione politica e militare in medio oriente, ora che si sollecitano certificati psichiatrici per mettere in manicomio il Potus e in galera il primo ministro israeliano, i due malvagi, ecco, ora è il momento di sollevare un dubbio.
Trump merita la sconfitta, ma i suoi attuali nemici iraniani non meritano la vittoria a tavolino. E non la merita la Cina multipolarista che tronfieggia con la sua diplomazia distante. Trump si è messo da solo, con Big Mac e patatine fritte, nel sacco, e come tutti i cinici velleitari paga e fa pagare a tutti il costo della sua incertezza e volubilità, ma banchettare e festeggiare sulla sua alleanza con Israele per la distruzione di un odioso regime della forca islamista è la Grande Bouffe di un mondo che vuole morire del croissant nucleare più o meno senza saperlo. Di fronte all’esplosione atomica del pogrom del 7 ottobre, di fronte all’uranio in arricchimento a Natanz e all’approntamento di una potenza missilistica corrispondente, di fronte alla fucilazione di migliaia di iraniani che protestavano contro il regime del cappio e della tortura, di fronte alla moltiplicazione degli eserciti sterminazionisti ai confini di Israele Trump e Netanyahu possono anche aver sbagliato tutto, secondo la vulgata che prende piede mentre il combattimento è in corso e l’economia mondiale è in ostaggio del ricatto energetico, ma nessuno ha indicato un’alternativa seria, da nessuna parte è venuta un’analisi seria e un serio sforzo di aggregare una coalizione per la riscrittura della pace e della stabilità nella regione dove è in ebollizione da decenni l’attacco al piccolo e al grande Satana.
Che il Golfo Persico e la Via della seta siano snodi critici mortali dello scontro di civiltà è cosa nota, esplosivamente, almeno dall’11 settembre 2001 (se non dal 1979, quando i Foucault e gli altri bardi della gauche antioccidentale celebravano la loro microfisica della Rivoluzione mascherati da ayatollah). Da quelle parti si è combattuto e si combatte da tempo immemorabile, e la via degli accordi ha prodotto il nulla, se non un chiaro vantaggio per i tagliagole. Tutto resta vero, del catalogo di errori funesti elaborato per giudicare le presidenze Trump. E al fumo di disprezzo per i suoi modi burlesque e per le sue politiche ondivaghe, si aggiunge, legittimamente, il sospetto della conduzione più incompetente dell’unico grande piano di risistemazione della mappa mediorientale. Ma chi non è mai stato in grado di arginare con un piano alternativo il nemico della civiltà, e ha lucrato su una posizione di passività e di mediazione, ora ci risparmi il rovesciamento della frittata nello Stretto di Hormuz.
BANKITALIA, SALE IL DEBITO, A FEBBRAIO SFIORA 3.140 MILIARDI

(ANSA) – ROMA, 15 APR – Lo scorso febbraio il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 27,3 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 3.139,9 miliardi. L’incremento riflette il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (14,2 miliardi), la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro (12,9 miliardi, a 74,8), nonché l’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,2 miliardi). E’ quanto emerge da “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” di Bankitalia.
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, l’aumento del debito è imputabile a quello delle Amministrazioni centrali (26,9 miliardi) e a quello delle Amministrazioni locali (0,4 miliardi); il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato. La vita media residua è rimasta stabile a 7,9 anni.
La quota del debito detenuto dalla Banca d’Italia ha continuato a diminuire, collocandosi al 18,0 per cento (dal 18,3 del mese precedente). A gennaio (ultimo mese per cui questo dato è disponibile) la quota detenuta dai non residenti era aumentata al 34,9 per cento (dal 34,3 per cento del mese precedente), mentre quella degli altri residenti (principalmente famiglie e imprese non finanziarie) era diminuita al 14,3 per cento (dal 14,5 per cento del mese precedente). Nel complesso dei primi due mesi del 2026 le entrate tributarie del bilancio dello Stato sono state pari a 90,2 miliardi, sostanzialmente in linea (+0,2 per cento) con quelle osservate nello stesso periodo dell’anno scorso.
Giorgia Meloni impara a proprie spese la regola aurea del cinismo internazionale: se non sei seduto al tavolo, allora sei nel menu

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – La sovranista che voleva dare il Nobel per la Pace a Donald Trump è stata licenziata dal capo. Il Presidente degli Stati Uniti la liquida come una mezza cartuccia senza coraggio dalle colonne del Corriere della Sera. Un brusco risveglio per Meloni che, dagli stand del Vinitaly, tenta di celare quel sapore amaro commentando il suo ‘licenziamento’ con la nonchalance di chi parla di tannini e retrogusti legnosi. Anche sul fronte degli accordi con lo stato di Israele, Meloni ritratta le dichiarazioni da lei stessa fatte poche ore prima, quando ne sosteneva l’inevitabilità. Che succede a Giorgia Meloni?
La sua è una triste parabola che ha inizio con un silenzio ostinato, lungo mesi, sulle centinaia di migliaia di civili palestinesi uccisi, feriti e deportati. Mentre scuole, ospedali e persino tendopoli venivano polverizzate, la “madre cristiana” non vedeva, non parlava, non disturbava, anzi forniva appoggio praticamente incondizionato, ad eccezione di qualche sparuta tiratina d’orecchie quando veniva compiuta un’azione particolarmente efferata sulla quale persino da parte sua sarebbe stato indecente tacere. Silenzio su Gaza, silenzio sul Libano, silenzio sull’Iran. Poi, d’improvviso, la giravolta: il mancato rinnovo degli accordi.
In merito alla sudditanza nei confronti di Trump, il nostro Presidente del Consiglio non ha fatto una piega di fronte alla barbarie dell’Ice, non una parola sui dazi, appoggio totale sul Venezuela, “non condanno né condivido” sull’Iran, nemmeno quando Trump minacciava “li rispediremo all’età della pietra”, oppure “un’intera civiltà morirà stanotte”.
Mentre l’escalation iniziava a mandare in rovina l’economia nazionale, Meloni è rimasta intrappolata tra il sovrano statunitense e l’alleato israeliano che, oltre a bombardare l’Iran, iniziava a replicare in Libano quanto fatto a Gaza. Eppure non è stato il massacro degli innocenti a farla ricredere: ci voleva l’attacco verbale al Papa, quello è stato il confine invalicabile.
La presa di posizione sulle parole di Trump e il mancato rinnovo dell’accordo con Israele sono giravolte che vengono oggi vendute come un ‘atto di forza e indipendenza’, mentre è evidente che si tratta di una manovra di emergenza di chi ha capito che il costo elettorale di questa complicità è diventato insostenibile. Il No al referendum e la caduta di Orban in Ungheria sono stati i rintocchi finali: rimasta senza un partner ideologico in Europa e con una sconfitta elettorale in casa, la premier cerca di smarcarsi.
Ma sono sempre il tempismo e la sostanza delle sue scelte a tradirla: come per le purghe arrivate dopo il referendum, è tardi per cercare di mostrarsi risoluta e, soprattutto, è oltremodo ridicolo avvertire l’urgenza di farlo per un attacco verbale al Pontefice dopo aver avallato più di uno sterminio senza batter ciglio. È partita con “Dio, Patria e Famiglia” e ha finito con “Dio, Trump e Famiglia”, sacrificando la sovranità della patria al sultano di turno.
Ed eccoci dunque all’epilogo di questa triste parabola: si palesa così il fallimento del sovranismo, di cui avevo scritto in precedenza. Con un benservito pubblico arrivato da Washington, Giorgia Meloni impara a proprie spese la regola aurea del cinismo internazionale: se non sei seduto al tavolo, allora sei nel menu. Per anni la premier ha creduto di avere un posto d’onore tra i grandi; oggi scopre che il suo nome non era scritto sul segnaposto, bensì sulla lista delle portate. Non c’è alcuna autorevolezza nell’indignazione per il Papa dopo aver avallato massacri di bambini e civili innocenti. Resta l’immagine di un governo che ha barattato la dignità del paese per un’illusione di potenza, ritrovandosi oggi isolato e screditato dall’idolo sul quale aveva puntato tutto.

(Andrea Zhok) – Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l’aggressione americana all’Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.
Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la “concorrenza sleale” cinese.
Ok, giusto per intenderci.
La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l’approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.
Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l’Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia…).
Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l’attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.
Al contempo, chi parla di “concorrenza sleale” della Cina è rimasto all’epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell’intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.
Dunque, per capirci, la Cina sta scalzando l’Occidente (e l’Europa in particolare) come “officina del mondo”, sta occupando fette di mercato industriale e tecnologico sempre più grande, sta al contempo aumentando il proprio potere d’acquisto interno, diventando essa stessa un grande mercato, e sta ottenendo petrolio a costi competitivi dai suoi vicini, Russia in testa.
Lo sta facendo serenamente, anche perché l’unica vittima sacrificale della guerra di aggressione israelo-americana all’Iran è – chi se lo sarebbe mai aspettato? – proprio l’Europa.
Quell’Europa che, dopo essersi ripetutamente sparata su entrambi i piedi e nelle mutande, sanzionando l’Iran, lasciandosi distruggere il North Stream 2, rinunciando al petrolio russo, litigando con la Cina per la via della seta, sanzionando il mercato russo e delocalizzando le industrie in Asia (per poter abbassare i salari al proprio interno), ora, di fronte alla doppia chiusura ermetica del Golfo Persico si ritrova:
senza approvvigionamenti energetici,
con mercati di sbocco ristretti per le proprie merci,
con costi di produzione fuori mercato,
con un mercato interno impoverito dalla perdita di potere d’acquisto dei propri lavoratori,
e con Lady Ursula che ti spiega, con il suo sorrisetto da garrota, che:
1) “l’energia meno costosa è quella non usata” (ricordate “Take that Putin!” rinunciando alla doccia calda? quella roba là) e che
2) il nostro errore è stato di non essere stati ancora più veloci nell’elettrificazione del sistema (mentre il 90% della produzione di impianti fotovoltaici è oramai cinese).
In un’immagine. Ci siamo confezionati un nodo scorsoio facendo terra bruciata verso tutti i partner utili, ci siamo messi un cappio al collo indebolendo il nostro tessuto industriale e il mercato interno, abbiamo insaponato il cappio inventandoci un green deal per fare qualche favore a zii e cugini dei commissari europei, e infine, quando gli americani hanno dato un calcio alla sedia, abbiamo cercato con voce strozzata di ringraziarli per il GPL a prezzi esorbitanti.
Orgoglio europeo.