Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Alessandro Di Battista: a Cuba arrivati neurochirurgo e rianimatore del Policlinico Gemelli di Roma


L’ex deputato resta ricoverato a L’Avana dove sono arrivati i medici del Gemelli e la compagna Sahra Lahouasnia. Intanto, lui riappare sui social

Alessandro Di Battista ricoverato: a Cuba arrivati neurochirurgo e rianimatore del Policlinico Gemelli di Roma

(adnkronos.com) – Ore di apprensione per Alessandro Di Battista, il 48enne ex deputato del M5s, ricoverato da sabato all’ospedale ‘Hermanos Ameijeiras’ dell’Avana a Cuba in seguito a un malore. Sono arrivati i due medici dal Gemelli di Roma che dovrebbero valutare le sue condizioni al fine di determinare quando possa fare rientro in Italia, dal momento che finora è stato considerato “non trasferibile”. A quanto si apprende si tratta di un neurochirurgo e di un anestesista rianimatore. Arrivata nella Capitale anche la compagna dell’ex parlamentare, Sahra Lahouasnia.

A Di Battista – come riporta Il Corriere della Sera – l’esecutivo avrebbe offerto la possibilità di rientrare a bordo dell’aereo di Stato quando sarà possibile. Ma lui e il Movimento hanno declinato l’offerta.

Di Battista torna sui social con commenti e una storia Instagram

Nella giornata di domenica Di Battista si è fatto sentire sui social, anche per rassicurare sulle sue condizioni di salute. Dopo che in mattinata aveva commentato un post del pizzaiolo napoletano Gino  Sorbillo , sottolineando la sua volontà di vederlo presto dopo aver ricevuto il suo invito a Napoli, in serata – ora italiana – ha anche condiviso una storia su Instagram contro il genocidio a Gaza. Di Battista ha parlato nelle scorse ore anche al telefono con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che lo ha trovato “combattivo nel tono” e che gli ha garantito che il governo farà tutto il necessario, come per ogni cittadino italiano in situazioni simili.

Il reportage, poi il malore a Santa Clara: cosa è successo

Alessandro Di Battista si trovava a Cuba dove era impegnato in un reportage sulle condizioni sull’isola per il Fatto Quotidiano e TvLoft, nell’ambito del progetto ‘La polvere del mondo’. Prima del malore, avrebbe accusato un forte mal di testa. Venerdì scorso è stato ricoverato a Santa Clara e poi è stato trasferito 24 ore dopo circa in ambulanza all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana per esami più approfonditi, tra cui una Tac con contrasto. Secondo fonti informate, l’ex parlamentare ha parlato con il personale sanitario e avrebbe ripreso conoscenza prima del trasporto nella Capitale.


Volodymyr nella parabola del cesarismo


Ibernato dal conflitto, tenuto su paradossalmente da Putin, Zelensky fa i conti con il suo potere

(Massimiliano Panarari – lespresso.it) – La guerra è un’orribile fucina di morte. Ed è pure un laboratorio di paradossi, come quello di Volodymyr Zelensky oggi in qualche modo politicamente “tenuto su” (diciamo così…) da Vladimir Putin. Non è una boutade, ma una mera constatazione, che parte sempre – come doveroso, e lungi da qualsivoglia inaccettabile terzietà – dall’assunto della differenza fra l’invasore (il sanguinario dittatore russo coi suoi gerarchi, cortigiani e agit-prop) e l’aggredito (la popolazione ucraina sottoposta a inaudite sofferenze da quel maledetto giorno del 24 febbraio 2022 in cui il Cremlino ha orwellianamente dato il via alla sua «Operazione militare speciale»). Da quel momento, anche al prezzo dell’eroismo personale (il rifiuto dell’esfiltrazione organizzata dall’intelligence Usa), l’ex attore e comico entrato nella stanza dei bottoni grazie a un’efficace strategia comunicativa neopopulista, si è convertito in un «leader guerriero» e in uno statista. Nondimeno, come noto, il potere logora, specialmente nelle condizioni dello stato di emergenza e della legge marziale; così, dopo avere trionfato denunciando la corruzione della precedente classe dirigente, Zelensky il “Servitore del popolo” – nome prima del programma satirico in tv, e poi del partito – poco ha fatto per contrastare il malaffare dilagato nel frattempo tra le fila del proprio inner circle. Il presidente ucraino non è mai stato coinvolto direttamente, va specificato, ma il brutto spettacolo dei suoi fedelissimi che finiscono uno dopo l’altro sotto inchiesta appare indecoroso, mentre cominciano ad affacciarsi gli oppositori.

Vale dunque la pena domandarsi in cosa si sia tramutata la governance che reggeva l’Ucraina da prima dell’invasione russa, finita “ibernata” da questa tragedia epocale, che ha riportato la guerra sul suolo del nostro Continente. Congelata, giustappunto, nella dicotomia e nella sfida esistenziale con l’autocrate che comanda a Mosca, la cui aggressione – il paradosso – è diventata una sorta di fattore di legittimazione dello status quo a Kiev. Al punto da indurre il giovane e silurato ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, sostituito dal capo ad interim dello Sbu (i servizi segreti interni) Yevhenii Khmara, a rompere gli argini chiedendo le elezioni, sospese da due anni. 

L’affaire Fedorov è una fotografia esemplare (e una cartina di tornasole) della traiettoria e delle metamorfosi del potere ucraino – ovvero, in buona sostanza, dello zelenskysmo e della sua corte – nell’epoca della guerra con la Russia. L’Ucraina granaio d’Europa – che non riesce a consegnare le derrate, divenute quasi da subito un target dei missili avversari – si è trasformata in una caserma e in una potenza tecnomilitare che esporta droni armati di ogni genere e, come la Palestina per Israele, fa da tragico laboratorio in corpore vili per lo sviluppo di tecnologie militari di nuova generazione. Consegnandosi così, anche dopo la cessazione dell’assedio putinista (chissà quando…), a un destino verosimilmente segnato di economia di guerra  permanente nello scenario bellico a ciclo continuo in cui siamo sprofondati. Analogamente a quella della Russia che l’ha attaccata, secondo lo schema del brocardo simul stabunt aut simul cadent applicabile, per l’appunto, agli acerrimi nemici Zelensky e Putin. Proprio Fedorov, già startupper e imprenditore digitale, è stato il responsabile della conversione a tappe forzate di forze armate di impostazione e dottrina strategica post-sovietiche in un’armata high tech basata su sofisticati sistemi di sorveglianza e analisi dei dati, gamification, coordinamento e approvvigionamenti “Amazon-style” e stormi di Uav (droni e veicoli senza pilota) prodotti in maniera iper-flessibile e in quantitativi ingenti. Tale “rivoluzione”, da un lato, lo ha messo in contrasto con uno stato maggiore dalla forma mentis tradizionalista (e già frequentatore delle accademie militari moscovite) e, dall’altro, ne ha accresciuto fortemente la popolarità presso un’opinione pubblica pronta a mobilitarsi a suo favore, oltre che a mostrare una straordinaria resilienza e capacità di sopportazione – e questa, insieme all’esistenza di una società civile attiva e di una magistratura in grado di indagare anche su chi siede dentro i palazzi, rappresenta un’altra grande differenza rispetto al regime putiniano e alle maree di gogoliane anime morte che, malauguratamente, compongono la grande maggioranza della popolazione russa. La rimozione di Fedorov ha aperto un ennesimo fronte interno per Zelensky, assai scrupoloso nel mettere da parte chi potrebbe fargli ombra, anche se l’invocazione delle elezioni da parte dell’ex ministro enfant prodige non incontra il favore della maggioranza degli ucraini. Certo è che le operazioni anticorruzione e le indagini stanno colpendo vari esponenti di prima fila del clan zelenskyano che occupano posti chiave, mettendo seriamente a repentaglio il “contratto sociale di guerra” che, dal 2022, aveva cementato società civile, media e governo in una coalizione inscalfibile. La concentrazione di potere senza precedenti in seno all’ufficio presidenziale, giustificata in origine dalle necessità emergenziali, ha finito per generare un vortice di dinamiche opache e un senso di impunità in alcuni gruppi del cerchio magico al vertice. A cui si accompagnano una spiccata refrattarietà alle riforme strutturali e la reiterata tentazione di descrivere il dissenso come una minaccia per la sicurezza nazionale. È finito, così, il tempo glorioso dei videomessaggi motivazionali e della politica pop trasfigurata in epica resistenziale, tra la felpa kaki fattasi brand globale e le dirette con lo smartphone sotto le bombe. E la leadership di Zelensky, dopo avere offerto una formidabile narrazione di liberazione collettiva, è andata sempre più riconfigurandosi come un cesarismo bellico che copre l’arroccamento nell’esercizio di un potere orfano di ogni idea originaria di trasparenza democratica. 


Ranucci, Corrado Formigli: “Credo che abbia commesso alcuni errori, forse d’ingenuità”


SBAGLIATA L’AMICIZIA CON LAVITOLA, COSÌ RANUCCI HA PRESTATO IL FIANCO»

(di Filippo Paganini – il Secolo XIX) – «Per me Sigfrido Ranucci ha fatto una serie di errori. Se critichi il potere devi anche essere molto credibile e devi essere al di sopra delle ambiguità».

Corrado Formigli non fa sconti al suo collega della Rai, anchorman del programma di inchiesta “Report”, al centro della tempesta del caso Lavitola. Nella piazza storica di Santo Stefano Magra, […] il conduttore della trasmissione di LA7 “Piazza Pulita”, va di taglio nell’affrontare la spinosa vicenda che sta arroventando il clima politico e il febbricitante mondo della Rai.

Nel corso di un talk show organizzato dall’amministrazione comunale […], Formigli tira le orecchie a Ranucci. Malgrado una carriera molto simile e un’appartenenza di entrambi al mondo della sinistra, il caso Lavitola i divide i due giornalisti televisivi.

Anche se il conduttore di “Piazza pulita”, davanti a una platea gremita, si affretta a manifestare stima nei confronti del collega e dallo staff di “Report”. Ma anche se Formigli nega che si tratti di uno scontro tra “fratelli-coltelli” […], le sue considerazioni sul comportamento del collega […] vanno quasi in contro tendenza.

Sostiene il conduttore di “Piazza Pulita” che «se noi giornalisti vogliamo continuare a farci sentire e a mettere sotto osservazione il potere, dobbiamo essere trasparenti anche nel criticare le cose che ci riguardano».

Formigli si spiega: «Conosco bene da molti anni Ranucci, che lo stimo, come conosco e stimo Milena Gabanelli e i colleghi che lavorano a “Report”. Credo che Sigfrido abbia commesso alcuni errori, forse d’ingenuità, forse per un peccato di autostima e forse ha perso un po’ il contatto con quello che stava succedendo.

Un errore è questa amicizia con Lavitola, che non è come andare a parlare con una fonte che dà notizie, perché si tratta una persona doppia, tripla o molto pericolosa, che ha rapporti con i servizi segreti di mezzo mondo.

Lavitola lo conosco molto bene perché mi sono occupato personalmente dell’inchiesta che riguardava Gianfranco Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini, e la casa di Montecarlo e l’ho inseguito per mesi nei Caraibi; è andato in galera e uscito e ha messo su una pescheria.

Per me la regola che bisogna seguire come giornalisti e che quando tu vai per prendere informazioni con uno di questi personaggi, a un certo punto tiri fuori il taccuino o il registratore, il ché è come dire io sono un giornalista e tu sei Lavitola e quindi io e te non siamo la stessa cosa, non siamo amici. Detto questo, sono sicuro che Ranucci non si è messo la bomba e non ha commesso reati.


Negli ultimi cinque anni il carrello della spesa in Italia è cresciuto del 29,5%


(di Michela Finizio e Pietro Spotorno – Il Sole 24 Ore) – A luglio il Fao Food Price Index, l’indicatore delle Nazioni Unite che misura l’andamento mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari, ha raggiunto 131,1 punti, in crescita dello 0,6% rispetto a giugno.

Un dato ancora […]  che oggi tocca il livello più elevato da gennaio 2023, dimostrando la fragilità dei mercati alimentari internazionali.   

Guerre, clima estremo, energia e logistica influenzano i prezzi dei prodotti che finiscono nel carrello anche delle famiglie italiane, vista la marcata dipendenza del nostro Paese dalle importazioni di determinate materie prime agricole.

Il Sole 24 Ore ha svolto una simulazione su un carrello dal valore di 100 euro a luglio 2021, indicativo della spesa settimanale di una coppia con un figlio. Lo stesso paniere di 31 prodotti è stato poi rivalutato usando i prezzi aggiornati a luglio 2026.

I prezzi del 2021 e del 2026 sono stati stimati applicando i relativi coefficienti Nic, specifici dei 31 prodotti presi in esame, alle ultime rilevazioni disponibili pubblicate dall’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Il risultato è un carrello della spesa passato da 100 a 129,50 euro in cinque anni: per comprare la stessa quantità di cibo una famiglia-tipo oggi spende il 29,5% in più, un rincaro sostanzialmente in linea con l’indice Istat sull’inflazione alimentare calcolato sullo stesso arco di tempo (pari al 30%, ben oltre il 21% registrato dall’indice di inflazione generale).

Il dettaglio dei prodotti

I rincari più elevati riguardano due prodotti molto comuni: l’olio extra vergine e il caffè tostato. Il caffè è passato da un prezzo medio di 11,64 € al chilo a 17,55 € (+51%), mentre il prezzo al litro dell’olio è cresciuto da 4,73 € a 6,97 € (+47%).

Il reparto più colpito è quello della verdura: +34% secondo l’indice Istat di ortaggi, tuberi e legumi e +39% nella spesa simulata dal Sole 24 Ore che comprende solo le verdure più comuni.

Gli aumenti più importanti, infatti, riguardano gli ortaggi più presenti nelle cucine delle famiglie italiane come le zucchine, il cui prezzo è aumentato del 51%, i pomodori (+45%) e le patate (+44%). Il prezzo è aumentato più del 40% anche per le melanzane (+41%) e il cavolfiore (+42%). Rincari più contenuti per carote (+21%) e lattuga (+24%).

La frutta secondo gli indici Istat risulta più cara del 28,6%. Nel paniere del Sole 24 Ore l’aumento si ferma invece al 14% perché comprende soltanto banane e mele, due frutti molto acquistati, ma meno colpiti rispetto ad arance (+31%), fragole (+48%), limoni (+37%) o pere (+26%).

Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno ridotto il consumo di carne bovina, mentre è cresciuto quello di pollame, generalmente più conveniente.

Ma è proprio quest’ultimo ad aver registrato il rincaro maggiore: tra il 2021 e il 2026 il prezzo del petto di pollo è passato da 10,2 a 13,7 euro al chilo (+34%). Per ogni chilo di carne bovina, invece, si pagano quasi 6 euro in più, pari a una crescita del 31%.

L’inflazione colpisce anche la colazione: +21% per il latte e +27% per yogurt, merendine e biscotti. Restano infine alcuni prodotti essenziali della spesa quotidiana. Tra questi spiccano le uova e il riso, con aumenti del 43 e del 44 per cento; seguono il pane (+28%), la passata di pomodoro (+26%), il tonno in scatola (+25%) e la pasta (+24%).

Prezzi sempre più difficili da sostenere per molte famiglie. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, la quota di nuclei familiari che dichiarano di aver ridotto la quantità o la qualità dei prodotti acquistati è passata dal 24,3% nel 2021 al 31% nel 2024. Da allora i prezzi alimentari hanno continuato a crescere, seppure più lentamente […]


Report, Giulia Innocenzi: “Spero che Presutti e Piervincenzi capiscano di essere stati usati e facciano un passo indietro”


INNOCENZI, ‘SU REPORT APERTI A TRATTARE MA NO A FIGURE ESTERNE’

(ANSA) – “Spero che Presutti e Piervincenzi si mettano una mano sulla coscienza, capiscano di essere stati usati e facciano un passo indietro”.

Lo afferma Giulia Innocenzi, giornalista di Report, in un’intervista a Quotidiano Nazionale. “Ci sono due battaglie in corso. Da un lato l’azione legale di Ranucci, che ha il diritto dalla sua parte; dall’altro c’è la nostra mobilitazione per far sopravvivere Report a questo killeraggio politico”, spiega Innocenzi.

“Vogliamo spingere la Rai a tornare sui propri passi: la trattativa è aperta e la prossima settimana incontreremo il direttore degli approfondimenti, Corsini. Faremo di tutto per salvare la trasmissione”.

La redazione ha già elaborato una proposta: “Quando l’azienda ci ha annunciato informalmente che avrebbero fatto fuori Ranucci, confermando le voci, abbiamo proposto un progetto per rafforzare il format sui più alti standard del giornalismo d’inchiesta internazionale, affiancato da una conduzione alternativa con Giorgio Mottola e Giulio Valesini.

Non sapevamo, però, che alle nostre spalle i giochi fossero già fatti”. Sul confronto con la Rai, Innocenzi chiarisce: “Siamo aperti a trattare, ma non si può accettare una proposta calata dall’alto, con la benedizione dei partiti di maggioranza”.

Netto anche l’avvertimento della redazione: “Abbiamo scoperto dalle agenzie di stampa la scelta di una nuova conduzione mai condivisa con noi, decisa con la complicità di colleghi che ci hanno pugnalato alle spalle.

Se la proposta della Rai resterà questa, noi inviati d’inchiesta ce ne andremo in blocco. E senza di noi, Report non esiste più perché le inchieste le facciamo noi”.

L’obiettivo resta comunque quello di mantenere Report in Rai: “Lo spazio naturale di Report è la Rai, dove è nato trent’anni fa e dove Milena Gabanelli ha donato il nome e il format. Il giornalismo d’inchiesta è un dovere del servizio pubblico”.


Torrecuso e Belluno, un gemellaggio nel segno delle Pro Loco e delle tradizioni a Vinestate


Due territori lontani, due comunità profondamente legate alle proprie tradizioni, ma soprattutto due Pro Loco che hanno scelto di incontrarsi, conoscersi e costruire un percorso comune nel segno della valorizzazione dei rispettivi patrimoni culturali, gastronomici e identitari. È questo lo spirito che accompagna la partecipazione della Nuova Pro Loco Torricolus APS alla 51ª edizione di Vinestate, in programma a Torrecuso dal 3 al 6 settembre 2026, e che vedrà come ospite speciale la Pro Loco Pieve Castionese di Belluno, nella giornata di sabato 5 settembre. Il rapporto tra le due realtà associative affonda però le proprie radici proprio a Vinestate 2025. È stato infatti in occasione della scorsa edizione della kermesse del vino che alcuni rappresentanti e amici della Pro Loco Pieve Castionese sono arrivati a Torrecuso per vivere da vicino le giornate di festa, conoscere il territorio e partecipare agli appuntamenti di VinEstate. Quell’incontro, nato inizialmente come occasione di conoscenza e condivisione, ha fatto emergere fin da subito una forte sintonia tra le due realtà. Ed è stata proprio la Nuova Pro Loco Torricolus APS a lanciare alla Pro Loco Pieve Castionese la proposta di avviare un vero e proprio gemellaggio tra le due Pro Loco. Una proposta accolta con entusiasmo e che, nei mesi successivi, ha portato a consolidare un rapporto di amicizia e collaborazione. Il percorso ha vissuto un momento particolarmente significativo alla fine di giugno 2026 a Belluno, dove le due realtà associative si sono incontrate nuovamente, rafforzando quel legame nato a Torrecuso e condividendo esperienze, idee e valori comuni. Da VinEstate 2025 a Belluno e, ora, nuovamente a Torrecuso: un viaggio fatto di incontri, ospitalità e reciproca conoscenza che trasforma la distanza geografica tra il Sannio e il territorio bellunese in un’opportunità di confronto e di crescita. A pochi mesi dall’incontro di Belluno, sarà dunque Torrecuso ad accogliere gli amici bellunesi, all’interno della “Taverna sulla Croce”, lo stand gastronomico della Nuova Pro Loco Torricolus APS allestito in Località Croce – Via Padre Nicola Rillo. La giornata di sabato 5 settembre rappresenterà un vero e proprio incontro tra sapori e tradizioni: la Pro Loco Pieve Castionese porterà a Torrecuso alcuni prodotti tipici e le specialità della tradizione bellunese, che incontreranno i prodotti e la gastronomia del territorio sannita. Sarà un’occasione per raccontare, attraverso la cucina, il vino e la convivialità, le peculiarità di due territori diversi ma accomunati da un forte senso di appartenenza e dall’impegno quotidiano delle rispettive Pro Loco nella promozione delle comunità locali. “Questo gemellaggio – sottolinea Mirko Angelone, presidente della Nuova Pro Loco Torricolus APS – nasce da un incontro che ha avuto inizio proprio qui a Torrecuso, durante Vinestate 2025. Quando abbiamo conosciuto gli amici della Pro Loco Pieve Castionese abbiamo subito percepito una grande sintonia e da lì è nata la nostra proposta di costruire un gemellaggio. Dopo l’incontro di giugno a Belluno, oggi siamo felici di poterli accogliere nuovamente a Torrecuso. Per noi è molto più di un semplice rapporto tra associazioni: è l’inizio di un’amicizia e di un percorso di collaborazione che vogliamo coltivare nel tempo. Vinestate sarà l’occasione per ricambiare l’ospitalità ricevuta a Belluno e per far conoscere ai nostri amici bellunesi il calore, i sapori e l’identità di Torrecuso e del Sannio”. La presenza della Pro Loco Pieve Castionese arricchirà così la 51ª edizione di VinEstate, creando un ponte ideale tra le Dolomiti bellunesi e le colline del Sannio, attraverso i prodotti tipici, le tradizioni, la cultura dell’accoglienza e la passione dei volontari delle Pro Loco. Belluno e Torrecuso, due territori, due identità, un’unica grande passione: custodire, valorizzare e raccontare le proprie tradizioni. È questo il valore più autentico del gemellaggio tra le due Pro Loco: non soltanto uno scambio di prodotti e iniziative, ma soprattutto la volontà di mettere in relazione persone, storie e comunità, nella consapevolezza che la promozione del proprio territorio diventa ancora più preziosa quando si accompagna alla capacità di aprirsi, conoscere e valorizzare quello degli altri. Un rapporto che guarda già al futuro e che trova in Vinestate un nuovo importante momento di condivisione. La Nuova Pro Loco Torricolus APS intende rivolgere un sentito ringraziamento al Comitato Vinestate per il grande lavoro che sta svolgendo per l’ottima riuscita della manifestazione, all’Amministrazione comunale di Torrecuso, all’UNPLI di Benevento, a tutte le associazioni territoriali, alle cantine, agli operatori, ai volontari e a tutti coloro che, con il proprio impegno, contribuiscono alla valorizzazione del territorio. Un ringraziamento particolare va naturalmente alla Pro Loco Pieve Castionese di Belluno, per aver creduto in questo percorso e per aver trasformato un primo incontro in una vera occasione di amicizia e collaborazione. A Vinestate 2026, dunque, un grande brindisi tra Trrecuso e Belluno, nel segno dell’amicizia, delle tradizioni e dell’accoglienza.


La citazione e il giudizio


Dal caso Bonaccini a Sciascia: perché tagliare una frase dal suo contesto — in politica come in un romanzo — non l’accorcia, la travisa. E perché solo gli aforisti possono permettersi di stare in una riga sola.

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Ricominciamo da dove, in fondo, non era mai cominciato niente di serio, ma che per una voglia vogliamo affrontare seriamente. Il 24 agosto, ad Albenga, Stefano Bonaccini ragiona a voce alta sulla débâcle del voto popolare a sinistra: il boom di Trump, della Brexit, di Le Pen e della destra italiana avrebbe la sua base soprattutto tra chi ha un titolo di studio più basso, vive nelle periferie e nelle aree interne, sta peggio economicamente. Bonaccini inseriva quel dato dentro un discorso più largo sulle trasformazioni sociali degli ultimi anni e sul progressivo allontanamento delle classi popolari dalla sinistra: non un affondo contro l’elettorato di destra, ma un campanello d’allarme rivolto al proprio campo. Passano tre giorni e Giorgia Meloni mette in rete un frammento ritagliato ad arte da un colloquio video che l’avversario aveva concesso giorni prima a una testata locale, e nel montaggio il bersaglio si capovolge: non più un’autocritica interna al Pd, ma un disprezzo della sinistra per chi vota a destra. Da lì la sarabanda consueta: Tajani parla di un’offesa agli elettori del centrodestra, Salvini la liquida come il solito vizio della sinistra di giudicare le persone dal titolo di studio, Nordio parla di idee confuse, Foti accusa la sinistra di un complesso di superiorità culturale e morale, Vannacci rivendica con orgoglio quel voto, il Pd ribatte che le parole sono state tagliate fuori dal loro contesto e usate in modo improprio, e infine Carlo Calenda mette il sigillo: «Bella questa polemica Meloni-Bonaccini. Degna conclusione del nulla agostano». Tre giorni di titoli, e nessuno che abbia discusso il merito, cioè perché in tutto l’Occidente il voto delle classi popolari scivoli verso la destra. Si è discusso solo del taglio.

Il taglio, appunto, è la vera notizia sotto la notizia. Ed è un meccanismo molto più vecchio di TikTok, anche se i social — con la loro grammatica della frase isolata, del video di pochi secondi, della didascalia che sostituisce il contesto — lo hanno trasformato in una macchina industriale, capace di produrre in un’ora quello che un tempo richiedeva un titolo di giornale scelto con malizia. Il taglio politico esiste da quando esiste il discorso politico: si prende un pezzo di un ragionamento, lo si separa dal resto, e lo si fa reggere da solo, sapendo che da solo non regge, o regge in un modo diverso, spesso opposto. Non è propriamente menzogna, nel senso classico: non si inventa una frase mai detta. È qualcosa di più subdolo: si usano parole vere per far dire a chi le ha pronunciate un pensiero che non ha mai avuto.

Ci sono casi più antichi e istruttivi, che riguardank non la politica ma la letteratura, e proprio per questo mostra il meccanismo allo stato puro. Uno mi sta particolarmente a cuore. Ne «Il giorno della civetta» di Sciascia, chi divide l’umanità in cinque categorie — «gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà» — non è Sciascia. È don Mariano Arena, il capomafia, che pronuncia quella classificazione nell’incontro con il capitano dei carabinieri Bellodi, per spiegargli a modo suo perché lo rispetta pur sapendo che lo manderà in carcere. È una battuta messa in bocca a un boss per fargli dire, con la sua logica di potere, chi merita rispetto e chi no; il senso del romanzo, semmai, sta nell’amarezza con cui persino un carabiniere onesto viene giudicato “uomo” solo secondo il metro morale del suo nemico. Eppure quella frase circola da sessant’anni come se fosse un aforisma di Sciascia in persona, il suo pensiero sull’umanità, buono per bacchettare il vicino di condominio. Si toglie la cornice — chi parla, a chi, perché, con quale ironia — e resta solo la sentenza, che a quel punto dice un’altra cosa. Non è più un romanzo che mette in scena una visione del mondo per giudicarla dall’esterno: sembra un’approvazione di quella visione, come se venisse da lui. È lo stesso movimento della citazione politica fuori contesto: si scambia la voce del personaggio per la voce dell’autore, la premessa di un ragionamento per la sua conclusione.

Proprio per questo non tutte le citazioni brevi sono uguali, e vale la pena distinguerle. Ci sono stati autori il cui mestiere è stato comprimere un pensiero intero dentro una riga sola, senza lasciare fuori nulla: Karl Kraus, che passò una vita a scrivere sentenze chiuse su se stesse come porte blindate; Ennio Flaiano, capace di condensare un intero trattato di disincanto in due righe di battuta; Marcello Marchesi, che dal cabaret alla pubblicità dei caroselli fece della battuta fulminante un genere autonomo. Citarli in poche parole non tradisce nulla, perché in poche parole sta già tutto: l’aforisma non ha un prima e un dopo da cui viene strappato, nasce chiuso, autosufficiente, pensato apposta per reggersi da solo. È l’esatto contrario del discorso politico, che per natura è disteso, condizionale, pieno di premesse e distinguo — e che perciò, tagliato a metà, non si accorcia: si travisa.

È questa la differenza che manca al dibattito pubblico italiano, dove ogni intervento di venti minuti viene trattato come se fosse già, di per sé, un aforisma, e dove la caccia al fotogramma incriminabile ha sostituito la lettura del discorso intero. Bonaccini avrà anche scelto male le parole, si può discutere se la sua diagnosi sia giusta o sbagliata: ma non è quella la discussione che si è fatta nei giorni scorsi. Si è discusso di un fantasma costruito con le sue stesse parole, rimontate. Nelle prossime settimane succederà a qualcun altro, di qualunque colore politico, perché il taglio non ha bandiera: è ormai l’unico genere che la metodologia italiana della politica sa ancora praticare con regolarità. Alla fine viene da pensare a don Mariano e alla sua ultima categoria, quella dei quaquaraquà, destinati a un’esistenza priva di senso non diversa da quella di anatre in una pozza d’acqua: perché è lì che sta finendo il dibattito pubblico, non più un discorso da ascoltare per intero, ma un rumore da ritagliare e far starnazzare a comando.


Peggio dell’ignoranza, la sottocultura. E forse sei tu il deplorable


Le fortune della destra dovute all’ignoranza? Bonaccini non ha messo in conto l’Italia e nemmeno chi si imbeve di pregiudizi, chi crede alle sciocchezze semicolte che girano sul web e nella tv perbenista, chi mangia pane e Costituzione senza sapere di che si tratti

Immagine di Peggio dell’ignoranza, la sottocultura. E forse sei tu il deplorable

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Secondo i sociologi Stefano Bonaccini, presidente del Pd, non ha torto. Addebitare le fortune della destra all’ignoranza è segno di puzza sotto il naso, una maledizione per la sinistra ex di classe, ma a parere del professor Giovanni Orsina è “un ragionamento condivisibile ed empiricamente fondato”, sebbene maledetto. Per l’Italia, questo strano paese, non si direbbe, visto che i famosi deplorables omofobi, razzisti eccetera, che è la definizione di Hillary Clinton dell’elettorato trumpiano prima di perdere le elezioni, si sono dovuti cercare un quartierino vannacciano, una loro Decima Mas, perché l’andazzo della destra vincente finora, la destra di governo, non soddisfaceva lo standard del brutto e cattivo. Anzi, si può dire che gli ex populisti del centrodestra hanno funzionato come una volta la scuola di partito delle Frattocchie, hanno indottrinato e irregimentato politicamente, a forza di votare von der Leyen, fare scuola di geopolitica, tenere i conti in ordine, abbracciare Zelensky, denunciare l’antisemitismo, masse una volta disponibili alle peggiori avventure del carattere e dell’intelligenza. Se pensiamo a luoghi dove il conservatorismo, che in Italia è tornato in auge con la destra meloniana, è stato o rischia di essere sconfitto dal nazionalismo, dallo spirito völkisch, dal folclore ottuso dei Maga, insomma se pensiamo alla Germania e agli Stati Uniti, le conclusioni possono essere diverse, molto diverse. Eppure a questi sconclusionati ma obbligati ragionamenti, per essere “empiricamente fondati”, manca qualcosa di essenziale.

L’ignoranza non è peggio della sottocultura. Se te ne stai sulle tue solo con il tuo rancore, ti affidi supino al mito della nazione, in modo più o meno sornione, trascuri di coltivare il significato delle istituzioni democratiche e della loro storia repubblicana, reagisci alla parola scientifica o alla complessità filosofica con un’alzata di spalle, se ti ingozzi di calcio e varietà e trascuri il cineforum, se vai appresso agli influencer invece di leggere buoni libri, non so bene come voterai, come ti farai una coscienza civile anche mediocre, così, da ignorante, chissà. Ma se ti imbevi di pregiudizi ideologici, credi a tutte le sciocchezze semicolte che girano sul web e nella tv perbenista, se il tuo romance etico è tipo Ranucci, se aderisci alla decostruzione di Derrida come fosse una tecnica di muratura, se anticipi con il sentimento ogni possibile banalità lineare, democratica, massificata con pretese, e in più ci metti il tuo giudizio saccente, se il tuo modo di vedere il mondo assomiglia pericolosamente a una trasmissione di Raitre o Radiotre, se ti lasci incantare dai romanzi non come don Chisciotte che voleva riscattare Dulcinea ma come la Bovary che voleva farsi una sveltina in carrozza con l’amore, se vivi la relazione cosiddetta con l’altro come in un asilo nido pedagogico, se mangi pane e Costituzione da mane a sera senza sapere di che davvero si tratti, se hai avuto la tentazione del famoso woke e poi subitanea la paura del politicamente corretto, fase 1, crazy, perché te l’ha detto AOC, ecco che la tua sottocultura comincia sfidare l’ignoranza, e in certi casi vince. Questo Bonaccini non l’ha messo nel conto, ma forse il deplorable sei tu.


Dal gas del Levante ai resort in Salento: la strategia israeliana nel Mediterraneo che Ue e Italia non vogliono vedere


Nel seguente contesto l’Europa appare soltanto spettatrice senza voce in capitolo

Dal gas del Levante ai resort in Salento: la strategia israeliana nel Mediterraneo che Ue e Italia non vogliono vedere

(di Samuele Lucia – ilfattoquotidiano.it) – Nel Mediterraneo orientale si consuma una riorganizzazione strategica di portata continentale che i governi europei, e in particolare quello italiano, preferiscono liquidare con formule di circostanza. Non parliamo soltanto di giacimenti di gas o di esercitazioni navali; è il chiaro tentativo da parte di Israele di consolidare un corridoio di influenza energetica, militare e immobiliare che dal Levante arriva fino alle coste pugliesi e siciliane.

Chi oggi parla di stabilità mediterranea senza collocare al centro questo processo omette il nodo più rilevante. Israele ha edificato in pochi anni un asse operativo con Grecia e Cipro che trascende la diplomazia energetica. Vertici trilaterali, programmi di cooperazione militare, esercitazioni congiunte e condivisione di intelligence proteggono le piattaforme di Leviathan e Tamar e assicurano rotte alternative verso l’Europa.

Il gas israeliano alimenta già gli impianti di liquefazione egiziani. Progetti come l’EastMed e il corridoio Imec delineano una geografia costruita deliberatamente per escludere la Turchia. Quasi l’intero commercio estero e i cavi sottomarini vitali di Tel Aviv transitano da queste acque: la proiezione non è più soltanto difensiva, ma strutturale.

Di fronte a questo schieramento, la Turchia risponde alla Libia. Il memorandum marittimo del 2019 con Tripoli rimane lo strumento giudico con cui Ankara rivendica una zona economica esclusiva che attraversa le acque contese. La presenza militare a Misrata e Al-Watiya, insieme ai recenti contatti con le autorità di Cirenaica, mira a consolidare quella proiezione. Non esiste alcuna condivisione di potere con Israele e Libia: da Gerusalemme giungono allarmi espliciti sul rischio di interdizione delle rotte commerciali ed energetiche.

A questa dimensione geostrategica si affianca una penetrazione economica concreta sul territorio italiano. In Salento l’agenzia Coral 37, fondata a Lecce dall’imprenditrice israeliana Orit Lev Marom, ha proposto pubblicamente una “colonia israeliana”: un insediamento agro-turistico autosufficiente con servizi interni destinato a famiglie israeliane. Nello stesso periodo a Ostuni, sulla costa di Mogale, il fondo israeliano Omnam Investment Group, in partnership con la catena Four Seasons (di cui Bill Gates detiene una quota di maggioranza), porta avanti un mega-resort da circa 100 milioni di euro: 49 edifici, 150 camere, spa e beach club su nove ettari di territorio ad alto pregio paesaggistico. L’iniziativa ha ottenuto facilitazioni tramite la Zes Unica.

In Sicilia e in altre aree del Mezzogiorno si registrano investimenti israeliani in rinnovabili e immobili di pregio. Sul piano ideologico, l’idea di un “Grande Israele” continua a circolare in ambienti della destra israeliana (estrema), e viene utilizzata come chiave interpretativa. Nel seguente contesto l’Europa appare soltanto spettatrice senza voce in capitolo. L’Italia, che ha interessi diretti sia nei giacimenti orientali sia nella stabilizzazione libica, si trova nella posizione più esposta. Ma anche in questo caso cala il silenzio.

Il quadro per Israele è già chiaro, l’Europa e l’Italia continuano a non vedere, o meglio, fanno finta di non vedere ciò che succede e può succedere nel loro spazio.


Gli Usa dichiarano guerra alla Cina


BESSENT, ‘IL G20 RIESAMINI LE CONDIZIONI COMMERCIALI CON LA CINA’

(ANSA) – “Il mondo non può permettersi una Cina con un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari”: a poche ore dall’apertura del G20 Finanze di Asheville, in North Carolina, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent attacca Pechino: “L’economia cinese è piuttosto debole. Stanno cercando di uscirne puntando sull’export ma devono riequilibrare la loro economia”.

Bessent, in un’intervista alla Reuters pubblicata sul suo sito, incoraggerà il G20 nella due giorni di lavori a riesaminare le condizioni commerciali con la Cina per ridurre gli squilibri globali e spingere Pechino a riequilibrare l’economia, dall’export ai consumi interni

BESSENT, ‘SANZIONARE CINA PER ACQUISTI DALL’IRAN? TUTTE LE OPZIONI SUL TAVOLO’

(ANSA) – Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha affermato che gli Stati Uniti intendono sanzionare un’altra banca questa settimana, dopo le misure contro l’egiziana Misr, nell’ambito del giro di vite sulle transazioni economiche con l’Iran.   

Bessent ha parlato con i media a margine del G20 ad Asheville, in North Carolina. Il segretario del Tesoro ha anche riferito che parlerà con i suoi omologhi cinesi alla riunione e che “tutte le opzioni sono sul tavolo” riguardo alla possibilità di sanzionare Pechino per i suoi rapporti commerciali con Teheran. Bessent ha sottolineato infine che Cina e Stati Uniti concordano sulla necessità di riaprire lo stretto di Hormuz e di impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari.


Di Battista: i post e la voglia di pizza. Conte invia medici, Meloni chiama


L’ex 5Stelle sente la premier e Tajani: “Farò di tutto per tornare presto”. E posta la foto del suo pasto in ospedale

Di Battista: i post e la voglia di pizza. Conte invia medici, Meloni chiama

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] L’ex trascinatore del Movimento non molla: neanche un po’. Lo fa capire chiaramente a Giorgia Meloni e a Antonio Tajani, che lo chiamano in ospedale. Lo ribadisce sui social, rispondendo a un post di Ilaria Loquenzi, veterana dell’ufficio comunicazione del M5S, sua amica dai tempi dei primi meet up: “Ce la metterò tutta per tornare presto”. Ha fame, financo. Tanto che al noto pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo lo promette, sempre sui social: “Vi vengo a trovare presto, ne ho bisogno”. E a corredo, allega la foto di un piatto con pollo e riso: cibo da ospedale, cubano. Alessandro Di Battista ha la forza e la voglia di farsi sentire. Il ricovero improvviso venerdì a Cuba, dove è andato per fare alcuni reportage per il Fatto Quotidiano e Tv Loft, non gli ha tolto spirito e verve: anche se lo ha costretto nei letti di ospedale, prima a Santa Clara, dove lo avevano ricoverato venerdì sera (ora italiana), e poi a L’Avana, dove è stato trasportato in ambulanza sabato, per effettuare esami più approfonditi. “Dite a Marco Travaglio che vi preparerò un bel reportage” fa sapere al Fatto. “L’ho trovato combattivo, non indebolito nel morale” dice il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri gli ha telefonato. Tanto che l’ex deputato M5S gli ha chiesto di di aiutare il popolo cubano, provato dall’embargo americano. E in serata è arrivata anche la chiamata di Meloni. “È stata gentilissima, una bella telefonata” raccontano. Altri gli scrivono: come Giancarlo Giorgetti. Tutti quelli che gli hanno parlato in queste ore confermano che Di Battista è reattivo. Gli hanno scritto in tantissimi, anche degli ex del Movimento. E a moltissimi ha risposto, via messaggio, anche scherzando. Vuole rassicurarli. “Lo aspetto presto in Italia” aggiunge Tajani.

[…]

Il governo ha ribadito di essere pronto a mettergli a disposizione un aereo per riportarlo a Roma. Ma l’ex deputato per ora non lo ritiene un tema all’ordine del giorno. E comunque di viaggiare in aereo, qualunque esso sia, per ora non se ne parla, come hanno confermato ieri fonti sanitarie cubane. Trasportarlo comporterebbe rischi che vanno assolutamente evitati. Anche per questo, ieri sono partiti per Cuba due medici del Policlinico Gemelli di Roma, attivati da Giuseppe Conte, che porteranno nell’isola anche alcune attrezzature mediche. Oltre che a dare supporto ai medici cubani, dovranno valutare se l’ex deputato sia trasportabile in Italia con un aereo sanitario, in grado di volare a un’altitudine più bassa rispetto alle normali rotte. In queste ore Di Battista sta venendo sottoposto a molti esami, dopo la prima Tac a Santa Clara di venerdì scorso. E ieri c’è stata una riunione sul suo caso tra gli specialisti dell’ospedale Hermanos Ameijeiras, a cui hanno partecipato anche il viceministro cubano alla Salute e l’ambasciatrice italiana nell’isola, Simona De Martino.

Ogni decisione va valutata con cautela. Mentre ieri è partito dall’Italia un volo con a bordo la madre dei due figli dell’ex parlamentare, Sahra, e alcuni suoi amici. In contatto costante con Di Battista e i suoi familiari c’è anche Giuseppe Conte, che ha garantito da subito il sostegno del Movimento. L’ex parlamentare ha un’assicurazione sanitaria, ma ovviamente anche il Fatto si è subito messo a disposizione per supportare lui e la famiglia per ogni necessità. Nell’attesa di novità, dall’Italia continuano a piovere comunicati e post di solidarietà. Ieri Luigi Di Maio, che sabato aveva parlato con Di Battista al telefono, ha rilanciato sui suoi social vari articoli che raccontavano della sua vicenda, corredati della scritta “Forza Alessandro” e dell’emoticon di un bicipite.

Mentre l’ex ministro del Movimento Danilo Toninelli pubblica un lungo elogio di Di Battista: “Alessandro è uno che ha avuto il coraggio anche di perdere posti, occasioni, convenienze, consenso, e di dire cose scomode quando sarebbe stato molto più facile stare zitto. Lui rappresenta la speranza che esistano persone non disposte a vendersi”. Ma c’è anche l’europarlamentare del Pd, Sandro Ruotolo, che al Fatto racconta: “Ero alla festa de l’Unità a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, dove ci siamo tutti alzati in piedi per fare un applauso a Alessandro”. Un mare di affetto, trasversale.


Patriarcato e linea anti-woke: così gli uomini cercano la rivincita su Meloni e Schlein


Vannacci più esplicito, Conte più sottile: l’altra partita contro Schlein e Meloni

Patriarcato e linea anti-woke: così gli uomini cercano la rivincita su Meloni e Schlein

(Flavia Perina – lastampa.it) – La politica “vera” rialza il sipario questa settimana con il duello in terra di Puglia tra Giorgia Meloni (venerdì a Bari) ed Elly Schlein (domenica a Martina Franca). Appuntamenti simmetrici segnati da un problema simmetrico: dopo quattro anni di leadership femminili assolutamente inedite per l’Italia, piuttosto solide e ripetutamente convalidate da successi elettorali, c’è la netta sensazione che da entrambe le parti il mondo maschile stia cercando di prendersi la sua rivincita.

Roberto Vannacci e Giuseppe Conte, con le loro iniziative estive (la seconda parte del programma di FN, il lungo intervento critico sulla cultura woke e il dibattito contro le primarie che ne è seguito) hanno impostato operazioni parallele di delegittimazione di un potere femminile che, in tutta evidenza, soffrono e giudicano finalmente scalabile anche alla luce del virilismo planetario che domina i tempi.

L’azione di Vannacci, ormai arrivato all’8 per cento, è assai scoperta ed è persino sorprendente che a destra non ne abbiano colto fino in fondo la caratura. La grottesca formula del “patriarcato mediterraneo” che troneggia nelle tesi politiche appena pubblicate è tutt’altro che la solita provocazione. Dietro a quel titolo, dietro a quel capitolo, il leader di Futuro Nazionale espone una precisa visione che tocca da vicino anche il ruolo della premier. L’invocazione di “maschi forti, capaci di dominare le passioni, proteggere le donne e offrire se stessi per la costruzione e la difesa della società”, dice qualcosa di assai specifico. Lo spazio pubblico è degli uomini, uomini come lui, e alle donne tocca il ruolo “complementare” ben descritto in altri passaggi: custodi della casa e dei figli, in obbedienza di una non meglio precisata legge naturale. Il contrappunto pratico di questa posizione di principio è molto chiaro: io posso fare meglio di Meloni perché sono un maschio, e sono i maschi i titolari predestinati del governo delle cose.

Giuseppe Conte è stato più sottile. In apparenza la sua esternazione anti-woke aveva come obbiettivo il risveglio di un progressismo sociale più attento ai diritti collettivi che a quelli individuali, ma in realtà incartava una suggestione tagliata su misura di Elly Schlein e del suo essere donna e dichiaratamente lesbica. Per coglierne il senso bisogna ricordare che l’elezione della segretaria del Pd, nel marzo 2023, coincise con il momento d’oro della wokeness Usa e con l’ora più buia del trumpismo, travolto dall’incriminazione di Donald Trump per decine di capi d’accusa. All’epoca, l’irruzione di una giovane signora, orgogliosa delle sue scelte personali, a capo del principale partito di opposizione italiano sembrò lo scatto di rinnovamento di un mondo che da anni esprimeva solo tattiche di sopravvivenza, un balzo verso i tempi nuovi imprevisto e stupefacente.

Ora Conte dice: quel momento è ormai storia, una storia piena di ombre e di errori. E il sottotesto è chiaro: oggi un sessantenne maschio di solida esperienza offre migliori garanzie di una giovane donna catapultata al potere quasi per caso dalla folle ondata woke. Il calendario dei prossimi giorni ci dirà fino a che punto queste offensive parallele potranno avere successo. Di fatto, entrambe sembrano scavare all’interno degli schieramenti.

In Fratelli d’Italia esiste, come hanno dimostrato le dichiarazioni del sottosegretario Edmondo Cirielli, un’area di simpatizzanti vannacciani che aspira al ruolo di apripista di una possibile alleanza pre o post elettorale, nella speranza di creare un contrappeso al potere assoluto finora esercitato da Giorgia Meloni: un ruolo che né la Lega né Forza Italia riescono più ad esercitare fino in fondo. Nel Pd e nell’area culturale della sinistra il contismo sta diventando polo d’attrazione per pezzi di classe dirigente convinti che con lui si possa trattare meglio che con Schlein.

È un mondo che aveva scommesso sul rapido tramonto della segretaria, prima alle Europee, poi alle Regionali, infine al referendum, ogni volta puntualmente smentito. Ora tifa apertamente contro le primarie (Michele De Pascale), per primarie con prestanome simbolico (Roberto Speranza), per un garante di programma (Goffredo Bettini), e chissà che dietro a tanto fervore non ci sia anche un dubbio inconfessato: è vero, ogni sondaggio commissionato sui gazebo del campo progressista dà Conte vincente, ma se anche stavolta Schlein smentisse le previsioni?

Ai nastri di partenza per la ripresa politica autunnale sarà interessante seguire anche questa silenziosa partita. Il tentativo di rivincita maschile sulle inedite leadership femminili italiane ha una prospettiva? Oppure Meloni e Schlein, ancora una volta, ci stupiranno, rivelandosi ossi più duri di quelli immaginati dai maschi alfa, o presunti tali, che assediano le loro posizioni?


Ma mi faccia il piacere


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Sciacalli. “Malore a Cuba, ansia per Di Battista: volo di Stato per riportarlo in Italia” (Repubblica, 30.8). Vi piacerebbe.

Priorità. “La Mani Pulite di Kiev logora Zelensky. Ora teme più la corruzione dei missili” (Anna Zafesova, Stampa, 24.8). Quindi affare fatto: al posto dei missili, solo manette.

Dalla padella alla brace. “Una doverosa premessa: Alexandria Ocasio-Cortez non ha ripudiato la cultura wok” (Elisabetta Gualmini, eurodeputata Azione, intervistata da Hoara Borselli, Giornale, 24.8). Anche perché il wok è una padella cinese.

[…]

Come S’ofri. “Kiev, il colpo dell’ex ministro Fedorov: ‘Stiamo lentamente perdendo la guerra’” (Corriere della sera, 27.8). “Nel Donbass le truppe di Mosca avanzano, sia pure lentamente” (Mark Galeotti, Repubblica, 28.8). “Fedorov: ‘Stiamo perdendo’. E Mosca avanza a Kramatorsk” (Giornale, 28.8). “L’esercito russo oltrepassa la linea difensiva ucraina” (Riformista, 28.8). “Io penso ai poveri russi che da quattro anni leggono sul Fatto ogni settimana che l’Ucraina sta perdendo la guerra” (Luca Sofri, X, 27.8). Io penso ai povero Sofri che ora lo legge anche sugli altri giornali.

Lavoro autonomo. “La Rai è autonoma, decide come crede” (Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, FI, 29.8). Un po’ come lui da Mediaset.

Sconfitta virtuale. “Addestramento virtuale e droni per ogni plotone. Così l’Italia impara da Kiev” (Messaggero, 30.8). Come se non fossimo capacissimi di perdere le guerre da soli.

Stanno arrivando. “Londra vara il ‘manuale di guerra’: ‘Fate scorte di acqua e cibo’” (Corriere della sera, 27.8). Imminente lo sbarco dei cosacchi a Dover.

Lievissima confusione/1. “‘Putin prepara l’escalation’. Drone ucraino su bus nel Lugansk: 9 morti” (Repubblica, 26.8). Pensa se l’escalation la preparavano gli ucraini.

Smemoranda. “Si è parlato, ad esempio, dell’allora sindaco di Venezia (ora ex) Luca Zaia” (Stefano Folli, Repubblica, 19.8). Naturalmente Zaia non è mai stato sindaco di Venezia, sennò Folli non l’avrebbe mai scritto.

Fascisti su Marte. “La Rai rimuove Ranucci da Report: ‘Al suo posto non sceglieremo un marziano’” (Repubblica, 25.8). Ma due.

Colpevole di essere vittima. “Ranucci alza il livello della polemica… L’escalation come arma di sopravvivenza, la retorica combat per guadagnare consenso… Nella creduloneria nazionale un sottogruppo di fideistici adoratori del partigiano Johnny Sigfrido, di terrapiattisti ranucciani, di seguaci del piffero di Report che continua a suonare anche quando non suona più, si trovano sempre” (Mario Ajello, Messaggero, 27.8). C’è gente talmente credulona che legge ancora il Messaggero.

Lievissima confusione/2. “La Russia ha devastato l’Europa favorendo la Brexit, inoculando il virus Orbàn e pagando tutti i partiti neofascisti europei (a parte quelli italiani perché noi siamo così, generosi). Ma per Travaglio non siamo più amici solo per un complotto di Trump, ossia il migliore amico di Putin. Che mondo meraviglioso” (Luca Bottura, X, 21.8). Mai detto che non siamo più amici della Russia per colpa di Trump: semmai dei suoi predecessori. Però in effetti è un mondo meraviglioso quello in cui la Brexit l’hanno votata i russi al posto degli inglesi e Orbàn l’hanno eletto e rieletto i russi al posto degli ungheresi.

Salvatori. “Così Cossiga e Martelli salvarono Falcone da Cosa Nostra” (Francesco Damato, Dubbio, 25.8). Ammazza che salvataggio!

Come volevasi dimostrare. “Si sono alzate diverse voci in difesa di Falcone e contro l’accusa mossagli da Travaglio di essere andato a Roma a lavorare per il governo Andreotti” (Marcello Sorgi, Stampa, 27.8). “Claudio Martelli: ‘Falcone venne a lavorare con il governo Andreotti. L’avrebbe fatto anche col governo Belzebù” (Stampa, 28.8). Appunto: nessuna accusa, solo cronaca.

Senti chi parla/1. “Bonaccini: ‘Chi vota a destra studia poco’. ‘Deficienti e un po’ scemi’: il vizio di insultare” (Giornale, 29.8). Ma tipo B. che dava dei “coglioni” agli elettori del centrosinistra?

Senti chi parla/2. “Tabacci: ‘Primarie ridicole, rischiamo un’ordalia’” (Repubblica, 26.8). Infatti chi si candidò alle primarie del 2012? Tabacci.

[…]

Il titolo della settimana/1. “Per vincere serve una proposta prima di un leader” (Michele Serra, Repubblica, 30.8). Infatti le primarie si fanno per scegliere il candidato premier, non il leader.

Il titolo della settimana/2. “Michele de Pascale, presidente dell’Emilia Romagna: ‘Il nostro popolo contrario alle primarie, ma non bisogna averne paura’” (Stampa, 27.8). Quindi, siccome le primarie in Italia le ha inventate il Pd, il popolo del Pd non è del Pd.

Il titolo della settimana/3. “Uno spettro di aggira per l’Europa e quello spettro è l’agenda di Mario Draghi” (Riformista, 27.8). Brrr che paura.

Il titolo della settimana/4. “L’ipocrisia del pacifismo da remoto” (Marco Bentivogli, Stampa, 24.8). Disse il bellicista in smart working che non si arruola mai.

Il titolo della settimana/5. “Chiude Striscia la notizia. Oltre lo spettacolo, finisce una ‘cattiva maestra’?” (Domani, 26.8). Ma va a ciapa’ i ratt.

Il titolo della settimana/6. “Un nuovo programma garantista. Suggeriamo un titolo: ‘Non è Report’” (rag, Claudio Cerasa, Foglio, 27.8). Tipo il Foglio: “Non è un giornale”.


La Russa: “La metodologia di Report andava abolita”


Ranucci è la prova che le inchieste erano bufale”. L’avvocato del giornalista: “Incompatibile? Ci dicano perché”. Faraone (IV): “Report va salvato due volte. Da chi considera Sigfrido Ranucci un santone infallibile e insostituibile e da una destra che vorrebbe approfittare dei suoi errori per regolare i conti con la più importante trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico e con la libertà di informazione”

La Russa: “La metodologia di Report andava abolita. Ranucci è la prova che le inchieste erano bufale”. L’avvocato del giornalista: “Incompatibile? Ci dicano perché”

(ilfattoquotidiano.it) – “Non ho mai chiesto la sostituzione di Ranucci, semmai andava abolita la metodologia di Report“. Nel bel mezzo dello scontro tra Sigfrido RanucciReport e la Rai, con l’azienda che ha già comunicato i nomi dei sostituti alla conduzione della storica trasmissione d’inchiesta, Andrea Piervincenzi e Giulia Presutti, anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, interviene in occasione di EtnaForum. E lo fa attaccando il giornalista che ha raccolto il testimone di Milena Gabanelli, ironizzando sulla sua rimozione: “Io ho detto ‘tenetelo Ranucci’. Perché qualunque inchiesta di Report, adesso, tutti capiranno che è una bufala, che Dio ce lo conservi”.

Fin dall’inizio della vicenda la politica ha assunto un ruolo centrale. E oltre ai commenti della seconda carica dello Stato, nella giornata di domenica si registra anche quello di Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva-Casa Riformista, critico sia nei confronti del conduttore che del governo, accusato di ingerenza: “Report va salvato due volte. Da chi considera Sigfrido Ranucci un santone infallibile e insostituibile e da una destra che vorrebbe approfittare dei suoi errori per regolare i conti con la più importante trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico e con la libertà di informazione – ha dichiarato – Vedere una maggioranza che in questi anni ha occupato sistematicamente gli spazi della Rai, cavalcato inchieste piene di nefandezze scatenate da giornali e tv amici contro gli avversari politici, scoprire improvvisamente la deontologia giornalistica e festeggiare lo scalpo di Ranucci è una conversione francamente poco credibile”.

Intanto, l’avvocato del giornalista continua a dichiarare illegittima la rimozione del suo assistito dalla conduzione di Report, ritenendo infondata l’accusa di incompatibilità dopo le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto: “Se Ranucci è incompatibile con la conduzione di Report, bisogna spiegare il perché – ha detto l’avvocato Roberto De Vita, che coordina il team legale di Ranucci, in merito alla lettera di contestazione formale inviata ieri contro la decisione della Rai di un avvicendamento nella conduzione della trasmissione – Si tratta di capire perché è stato rimosso, quali sono i fatti. Se il tema è il rapporto con Lavitola era già noto dal 2023, se il tema è l’attentato lui è la vittima, se il tema dovessero essere le presunte avances andrebbero dimostrate. Le interferenze continue, le pressioni, l’opacità di cui parla il provvedimento della Rai devono essere specificate in fatti e circostanze, in relazione a chi le avrebbe fatte, a quali giornalisti le avrebbero subite e in relazione a quali inchieste. Per questo abbiamo chiesto di spiegare quali siano i fatti sottostanti e a fornire la documentazione a supporto della decisione. La Rai ha dato 30 giorni di tempo a Ranucci per decidere sulla sua potenziale ricollocazione, nessuna valutazione può essere fatta in assenza di fatti e circostanze che hanno portano alla sua rimozione da Report“.


I pericolosi giochi di guerra fra la Russia e la Nato


L’abbaglio europeo è pensare di poter sostenere un conflitto con la Russia senza troppe conseguenze, magari usando gli ucraini come proxy. Ma Kiev è esausta e l’Europa è vecchia. L’Europa appare l’unico approdo per non perdersi nel caos geopolitico

(Mario Giro – editorialedomani.it) – Giochi di guerra tra Russia e Nato. Ci si spaventa a vicenda ma soprattutto ci si auto-terrorizza, finendo per credere alle stesse paure che si è create. È una via pericolosa perché si scivola sempre più giù su un piano inclinato.

La Russia è preoccupata per la via baltica: una volta Svezia e Finlandia erano neutrali e il passaggio verso Kaliningrad garantito. Oggi non è più così e per Mosca si tratta di un tema strategico: Pietroburgo è facilmente isolata e il transito verso l’Atlantico molto ridotto. Se si aggiunge il semi-blocco del Mar Nero grazie alla guerra navale ucraina, si può avere una vaga idea dei nervosismi russi.

A Mosca rimane aperta la via artica dove però si agitano gli americani: vedi Groenlandiareferendum in Islanda e così via. Mettersi paura a vicenda è un gioco pericoloso che può sfuggire di mano.

Le esercitazioni Nato senza preavviso attorno all’enclave di Kaliningrad hanno fatto scattare tutti gli allarmi russi. Allo stesso modo gli Stati Uniti si inquietano per i sottomarini di Mosca che dall’Artico scendono verso l’Atlantico Nord. Russi e americani si parlano per cercare di smussare le reciproche paure ma quello che è sempre meno chiaro è il ruolo della Nato.

Il ruolo della Nato

Al Cremlino ci si chiede chi controlla l’alleanza. Gli americani sono in ritirata (o in fredda) mentre britannici e altri mantengono le loro classiche posizioni, come ha ribadito il neo premier Andy Burnham. Londra è rinomata per l’utilizzo – ove possibile – dello strumento militare, non importa quale sia il colore della maggioranza a Westminster. La Francia si dice pronta per una «guerra ad alta intensità», come ha più volte confermato il capo di stato maggiore, dividendo gli europei in «carnivori ed erbivori».

Secondo tale tesi in un mondo di carnivori (la Russia), occorre esserlo a propria volta (una volta più poeticamente si diceva «quelli di Marte e quelli di Venere»). I polacchi si preparano a contrastare una «indiscutibile e indubbia» invasione russa e le autorità tedesche cercano di convincere (con difficoltà) la loro opinione pubblica della medesima cosa. In Europa c’è chi è convinto – e lo dice oramai apertamente – che se l’offensiva russa è sicura, tanto vale attaccare per primi. L’appetito per la guerra vien mangiando. 

Nella Nato sono questi i discorsi dei politici che giungono ai comandi militari, molto meno convinti della ragionevolezza di tali teorie. Da un anno l’Ucraina resiste all’aggressione russa con soldi e armi provenienti dall’Europa. Gli Usa hanno smesso di aiutarla ma Kiev non cede. L’attuale dibattito sui Patriot riguarda la possibilità che la Nato offra sistemi d’arma performanti contro la volontà americana. Washington è tra due fuochi: da una parte la fedeltà all’alleanza atlantica che deep state e alti gradi Usa non vogliono abbandonare.

La volontà di Trump

Dall’altra la volontà di Donald Trump e dei MAGA di uscire da un sistema che non controllano pienamente e che non possono utilizzare a piacimento. Bruciano i diversi no ricevuti da parte degli alleati per l’avventura iraniana (tra cui quello italiano, particolarmente irritante per il tycoon). In altre parole: Trump pensa che se non può comandare la Nato come vuole, tanto vale abbandonarla. Ma dentro l’amministrazione Usa c’è chi è contrario a tale eventualità.

L’insistenza dei partner occidentali sui missili a lungo raggio per l’Ucraina è divenuta fonte di malumore per la Casa Bianca anche per il pessimo giudizio dei russi sul fatto che gli Usa non riescono più a controllare gli europei. D’altra parte questi ultimi si stanno facendo dei film pericolosi, convincendosi di poter agire da soli mentre la stessa storia del continente dimostra l’opposto: da soli non si conclude nulla di buono ma si finisce nel baratro della guerra. L’abbaglio europeo è pensare di poter sostenere un conflitto con la Russia senza troppe conseguenze, magari usando gli ucraini come proxy. Ma Kiev è esausta e l’Europa è vecchia: con una età mediana nella Ue di 45 anni chi andrà a combattere? Fare affidamento su innovazioni tecnologiche e robot militari è illusorio: la guerra in Ucraina è un misto tra tecnologia e trincee, droni e fango. Eppure l’Europa appare l’unico approdo per non perdersi nel caos geopolitico.