Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ci mancava solo quel macellaio di Greg Bovino, lo spietato capo dell’Ice, a ficcare il naso negli affari italiani


Il volto dell’Ice a Minneapolis Bovino: “Anche l’Italia faccia come noi, vi servono deportazioni”. Alla conferenza Cpac a Grapevine in Texas fa capire di prepararsi a una carriera politica nonostante sia diventato il simbolo degli errori dell’amministrazione Trump nella repressione anti migranti

Il volto dell’Ice a Minneapolis Bovino: “Anche l’Italia faccia come noi, vi servono deportazioni”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – «Sono di origini italiane e al vostro paese dico questo: avete troppi immigrati illegali che minacciano la sicurezza dei cittadini, dovete fare la deportazione di massa come noi». Greg Bovino si aggira per i corridoi della conferenza Cpac e mentre aspetta di fare un’intervista con la tv conservatrice Newsmax, si ferma a parlare con RepubblicaÈ stato la faccia delle retate dell’Ice a Minneapolis, andando in strada con quel cappotto che tanto ricordava i fantasmi del nazismo.

Greg Bovino (frame)

È stato il simbolo degli errori commessi dall’amministrazione, al punto che alla fine il presidente Trump è stato costretto a sacrificarlo. Ora è appena andato in pensione, ma la sua presenza qui, in jeans, stivali, maglietta della sua agenzia Border Patrol e taglIo di capelli alla mohicana, dimostra che probabilmente ha in mente la politica per il suo futuro.

Perché è alla conferenza Cpac?

«Mettiamola così: ho lasciato la tribù a cui avevo dedicato la mia vita, ma ora mi sto unendo ad un’altra tribù ancora più grande e importante».

E’ stato costretto alle dimissioni?

«Ho fatto il mio dovere. Il mio unico rimpianto è che avremmo dovuto arrestare e cacciare più illegali. È possibile immigrare negli Stati Uniti, ma bisogna farlo nel rispetto delle leggi».

Due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, sono stati uccisi dai suoi uomini. Non si sente responsabile?

«I cittadini americani rispettosi della legge non dovrebbero interferire con le attività legali delle forze dell’ordine, impegnate a svolgere un’operazione di ordine pubblico decisa dal presidente degli Stati Uniti».

Però alla fine il presidente l’ha fatta dimettere.

«L’operazione a Minneapolis è stata diversa da quella di Los Angeles perché le interferenze sono state continue. Avevamo le mani legate».

Lei ha criticato anche Tom Homan, lo zar del confine che Trump ha mandato a chiudere l’Operation Metro Surge.

«È stato debole. Di sicuro non vedrete me andare in giro a fare discorsi in cambio di una busta di soldi».

L’immigrazione illegale è un’emergenza anche in Europa?

«Certo. Guardate ad esempio la Svezia. Era un paradiso, dove tutti vivevano in sicurezza. Ora è diventata la capitale mondiale degli stupri commessi dagli illegali. Mi dispiace per i suoi cittadini, ma è ovvio che così non è possibile andare avanti».

Cosa pensa di quello che accade in Italia?

«Nel vostro paese ci sono troppi immigrati illegali, che fanno del male ai cittadini. E’ un dato di fatto. La sicurezza è il primo diritto delle persone rispettose della legge. Quando viene negata, è inevitabile che si risentano e chiedano di intervenire. I cittadini italiani hanno il diritto di essere protetti, come quelli americani e di tutto il mondo».

Secondo lei, cosa dovrebbe fare il governo Meloni?

«La deportazione di massa, come stiamo facendo noi. Non ci sono alternative. Gli illegali devono essere cacciati, altrimenti a pagare saranno i cittadini obbedienti alla legge».


Gerusalemme, da Israele schiaffo alla Pasqua: polizia blocca il cardinale Pizzaballa davanti al Santo Sepolcro


Gerusalemme: la polizia blocca il Patriarca Pizzaballa e il Custode Ielpo, impedendo la messa delle Palme al Santo Sepolcro. Uno strappo senza precedenti da secoli nella Città Santa.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Un evento senza precedenti ha scosso questa mattina il cuore della Città Vecchia di Gerusalemme, segnando una delle pagine più tese nelle relazioni tra le autorità israeliane e le istituzioni cristiane in Terra Santa. La polizia israeliana ha impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro.

Secondo quanto riferito in una nota congiunta dal Patriarcato e dalla Custodia di Terra Santa, i due massimi esponenti della Chiesa cattolica nella regione stavano procedendo a piedi per andare a celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Nonostante i religiosi si stessero spostando in forma privata, senza insegne cerimoniali o processioni che potessero giustificare restrizioni per motivi di ordine pubblico, sono stati fermati dagli agenti lungo il percorso.

Dopo un acceso confronto, le autorità di sicurezza hanno costretto il Cardinale e il Custode a tornare indietro, rendendo di fatto impossibile la celebrazione del rito solenne all’interno della Basilica. È la prima volta da secoli che ai vertici della Chiesa viene negato l’ingresso nel luogo più sacro della cristianità in un’occasione così significativa.

“Questo incidente – spiega in una nota congiunta il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa – costituisce un grave precedente e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme. I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, si sono attenuti a tutte le restrizioni imposte: le riunioni pubbliche sono state annullate, la partecipazione è stata vietata e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Chiesa del Santo Sepolcro.Impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, che detengono la massima responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata.Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo.Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono il loro profondo dolore ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata in questo modo impedita”.

Perché è un atto gravissimo

L’impedimento opposto al Patriarca e al Custode non è solo un incidente diplomatico, ma una ferita profonda inferta alla libertà di culto in un momento altamente simbolico. La Domenica delle Palme inaugura la Settimana Santa, rievocando l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme: bloccare proprio oggi i successori degli apostoli sulla soglia del Santo Sepolcro significa colpire al cuore l’identità cristiana della città.

L’episodio rappresenta una violazione plateale dello “Status Quo”, il complesso codice di norme e consuetudini che da secoli regola la convivenza e l’accesso ai Luoghi Santi, garantendo un fragile equilibrio in una terra martoriata. Impedire ai capi della Chiesa di officiare i riti pasquali invia un segnale di chiusura e ostilità, ma appare anche come una vendetta da parte di Israele per le posizioni assunte da Pizzaballa, che ha spesso denunciato i crimini dell’IDF durante il genocidio di Gaza.


“L’hanno fatta veramente incazzare”


L’avvertimento di Santanchè dalla villa in Versilia:“La vita è lunga e conta la squadra”. Riceve il presidente del Senato Ignazio La Russa. Il vicepremier Salvini la chiama per esprimerle “dispiacere umano” dopo l’addio al governo. Il compagno Kunz sta per aprire un nuovo bagno

La ministra del Turismo, Daniela Santanche’, mentre esce dal Ministero del Turismo, Roma, 25 marzo 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

(Ernesto Ferrara – repubblica.it) – «Se mi volevano fare fuori dovevano farlo quando mi indagarono», si sfoga in queste ore dal buen retiro della Versilia Daniela Santanchè con i pochi amici a cui risponde al telefono. L’arietta è mite ma dalla villa dove si è rifugiata l’ex ministra, la “casina rosa” di Marina di Pietrasanta, risuona amarezza. «Tutto bene tutto perfetto», tiene a dire solo il compagno Dimitri Kunzprincipe e imprenditore, sedicente discendente della casata D’Asburgo Lorena, che dopo le dimissioni la sta consolando con rose rosse, pranzi sul mare e passeggiate. «Daniela però è risentita – dice chi ci ha parlato – non ha davvero gradito che l’abbiano fatta passare da colpevole del referendum quando sul caso Visibilia non ha nemmeno il rinvio a giudizio».

La chat whatsapp del Consiglio dei ministri

Passa quasi tutto il giorno fuori casa, la Pitonessa. Pesce e bollicine al ristorante. Forse una capatina al nuovo stabilimento balneare che sta comprando il compagno, si chiamerà “Tala beach”, all’ingresso un cartello con su scritto «coming soon», tutti giurano che sarà una specie di “Twiga 2”, superglamour come negli anni ruggenti della società con Briatore. Dalla chat whatsapp del Consiglio dei ministri Santanchè non è ancora uscita: così gli ex colleghi allora smettono di scrivere. Diffidenza, imbarazzo. Pare che nelle ultime 48 ore abbia ricevuto più chiamate di solidarietà da leghisti che da esponenti del suo partito, FdI. L’eccezione è Ignazio La Russa, il presidente del Senato, amicissimo, che in questi giorni è andato a trovarla in Versilia, proprio lui che aveva dovuto convincerla a mollare dopo la richiesta della premier Meloni. Anche Salvini chiama Santanchè, svelano fonti del Carroccio: le esprime «dispiacere umano». Il ministro Crosetto ritwitta esprimendole vicinanza.

Lo sfogo sui social

Santanchè è una molla. Ha girato in giardino e postato sui social un video da cui filtrano messaggi in codice: «La vita è lunga e bisogna sempre ricordarsi di essere insieme, di essere una squadra» sentenzia, sorridente, rivolta agli ex collaboratori del ministero del Turismo. Come parlare a nuora perchè suocera intenda. Un messaggio al centrodestra, agli ex colleghi ministri. Nella lettera alla premier aveva scritto che si dimetteva perché «abituata a pagare anche il contro degli altri» e tanti dentro FdI ieri confidavano una certa preoccupazione interpretando il messaggio come lo sfogo di chi al partito, specie nella prima fase, ha fortemente contribuito economicamente. I frequentatori del parco raccontano di averla vista vestita due giorni fa «col cappello tipo western» a passeggio, altri giurano di aver visto Vannacci aggirarsi giorni fa nella villa con giardino e abusi edilizi tuttora oggetto di una pratica di sanatoria in Comune a Pietrasanta. «Io ritengo che da soli non si vince mai e credo che il ministero, per carità, con i nostri limiti, in questi anni ha lavorato veramente bene» dice lei, nel video sui social, rivolta al suo ex staff. In effetti le categorie tutte hanno ringraziato l’ex ministra, dall’amicissimo presidente di FederalberghiBernabò Bocca a Confindustria alberghi, Federturismo. «L’hanno fatta veramente inca…are» rivela un vecchio amico della “Santa”.

Gli affari di Kunz

Se non altro gli affari tengono banco in famiglia. Kunz sta rilevando due bagni in zona Fiumetto, sempre a Pietrasanta, il Felice e il Genzianella. Il primo è della famiglia dell’ex sindaco e senatore berlusconiano Massimo Mallegni, l’idea è trasformarli in stabilimento vip. La Versilia del resto pullula di affaroni balneari in questo periodo: Del Vecchio, Armani, russi, investitori della moda e del mattone, da Forte dei Marmi a Viareggio. In tanti si domandano come mai si compri e ricompri nonostante l’ombra della Bolkestein e le gare attese l’anno prossimo. A Kunz qualcosa che non sta andando come sognava tuttavia c’è: l’affare della discoteca “Flò” al piazzale Michelangelo, con vista mozzafiato su Firenze è da poco saltato. Il locale lo voleva chiamare “Santhouse”.


Conte: “Primarie aperte a tutti”. Nel Pd sono tanti a non volerle


Conte: “Primarie aperte a tutti”. Nel Pd sono tanti a non volerle

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Prima scena: in mattinata Giuseppe Conte entra a braccetto con Riccardo Magi alla convention di Più Europa a Roma. Un’immagine che colpisce, visto che Magi è stato sempre un deciso fautore degli aiuti militari all’Ucraina. Ma quando arriva Elly Schlein – inizialmente prevista in collegamento – l’avvocato è già andato via. Seconda scena: Conte arriva nella sede del Fatto per registrare Accordi&Disaccordi, in onda sul Nove. Il cronista gli fa notare il trambusto provocato dalla sua apertura alle primarie. E l’ex premier sorride: “Ma come, se sono stato l’ultimo a parlarne”.

[…]

Più di qualcosa si muove nel centrosinistra. Con Conte che alla convention ribadisce quanto già detto giorni fa: “Non dobbiamo acquistare il gas russo fino a quando non ci sarà un trattato di pace”. Sillabe che gli valgono perfino il plauso di Filippo Sensi, della destra dem. Poi scandisce: “L’Europa dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, che non ha nulla a che vedere col piano di riarmo”. Lo ha già detto e scritto varie volte, ma Enrico Borghi (Iv) si infiamma comunque: “Bene la svolta di Conte, ora andiamo alle primarie”. Ergo, nel centrosinistra la voglia di battere le destre, stordite dal referendum porta a una forzata urgenza di unità. Su cui pesa però la competizione tra Conte e Schlein, in lotta per la posizione di guida della coalizione. Così la segretaria dem ribadisce il “giusto sostegno” a Kiev, mentre propone un tavolo “anche sulle cose su cui non siamo d’accordo”. La politica estera, prima di tutto. Certo, a volere le primarie sono soprattutto loro due, l’ex premier e Schlein. Conte, dato in vantaggio da tutti i sondaggisti – “ma i sondaggi lasciano il tempo che trovano” sminuisce – semina paletti: “Dovremo farle dopo il programma, perché oggi trionferebbero i personalismi. E comunque non con regole da partiti: dovranno essere aperte a tutti”. Quindi anche online. Non solo: a Luca Sommi che gli chiede se vorrebbe Matteo Renzi nell’alleanza, risponde: “Chi starà dentro lo deciderà l’adesione a un preciso programma. Ma su giustizia e politica estera dovremo avere posizioni chiare, e io non accetterò negoziati preventivi su ministeri…”. Con aggiunta: “Se dovessi prevalere in eventuali primarie, io chiamerei subito Putin per aprire un negoziato”.

[…] Nel Pd è tutta una manovra. “Prima il programma” sembra una sorta di acronimo per dire “Primarie del poi, ovvero del mai”. Le vuole solo il circolo ristretto attorno a Schlein. Tutti gli altri sono perplessi, se non contrari. Non credono che la candidata premier giusta sia lei, ma non sanno come fermarla. Eccezion fatta per Goffredo Bettini – avrebbe già un accordo col leader del M5S – gli altri sono in difficoltà. Per esempio, si ragiona, davvero uno come Roberto Speranza, già ministro della Salute nel Conte-2, sosterrebbe la segretaria? Il più occupato nel cercare un’alternativa, possibilmente con un tavolo, è Dario Franceschini. Oggi celebrerà in un’iniziativa a porte chiuse a Roma i 50 anni della Dc. Presenti, tra gli altri, Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci e Pierluigi Castagnetti. Tra i più impegnati, peraltro, a trovare un anti-Schlein, che però potrà materializzarsi solo senza primarie. Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, non ha la forza per correre ai gazebo, dicono. Silvia Salis, sindaca di Genova, è contraria alle primarie: si considera la miglior candidata premier, aspetta l’invito. Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, è stato tirato in ballo da Renzi, ma a correre non ci pensa proprio. Mentre Rosy Bindi propone un federatore per il programma. Gli indizi portano a Pier Luigi Bersani. O a lei stessa.


Immobili, società: ecco tutti gli affari di governo


Il sottosegretario Sbarra a Domani smentisce la Camera di commercio: «Ho lasciato tutto appena nominato». Caputi ha rinnovato una consulenza con Notartel, e gli interessi immobiliari di La Russa e Santanchè

(Stefano Iannaccone e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Un via vai di affari privati che incrociano il ruolo di ministri, sottosegretari o parlamentari. La vicenda dell’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, è solo la più rumorosa, a braccetto con la storia di Daniela Santanchè. Ma l’impasto di interessi personali e ruolo istituzionale è una consuetudine diffusa nella destra italiana. Intrecci che spesso sfociano in palesi conflitti di interessi. Del resto non esiste ancora una legge seria che regoli la materia, che a differenza di altri paesi è considerata una questione marginale. In Germania, Francia, Inghilterra, le dimissioni arrivano per molto meno senza dover aspettare un “caso Bisteccheria” alla Delmastro, che nel pieno del suo mandato ha pensato bene di investire assieme alla figlia di un prestanome dei clan romani.

C’è un caso molto recente di attività e ruoli che si intrecciano, la vicenda riguarda, come è in grado di rivelare DomaniLuigi Sbarra, sottosegretario al Sud ed ex segretario Cisl, che non ha mai reciso il cordone con il sindacato. Con tutti i benefici del caso per l’organizzazione sindacale, oggi guidata da Daniela Fumarola, e le rispettive emanazioni. Palazzo Chigi, a metà marzo, ha concesso un affidamento diretto, da 90mila euro, alla Fondazione Ezio Tarantelli, che di fatto è il centro studi della Cisl. Fondazione in cui Sbarra risulta tuttora componente del comitato di gestione. Un cortocircuito. Gli uffici del sottosegretario fanno capo alla presidenza del Consiglio e lo stanziamento è stato ufficialmente messo a disposizione dal dipartimento della Coesione, guidato dal meloniano Tommaso Foti, altra struttura di Palazzo Chigi. E ancora: l’affidamento di 90mila euro ha durata di un anno e riguarda «la realizzazione di prodotti tecnico-scientifici relativi all’attuazione di attività concernenti al piano nazionale della famiglia». Un progetto affine alle politiche sulla famiglia, delegate alla ministra Eugenia Roccella. Il sottosegretario dichiara di non sapere nulla di questo affidamento. «Al momento della nomina a sottosegretario, avvenuta in data 12 giugno 2025, Sbarra ha rassegnato le dimissioni da tutti gli organismi collegiali e da qualsiasi ente, associazione, fondazione sindacale e non», fa sapere l’ufficio stampa. Non solo: «I funzionari della fondazione ci hanno confermato di avere chiesto l’aggiornamento delle scritture e di avere effettuato da poco un sollecito in tal senso. Il dato inveritiero deriva da tale intempestività». Insomma il sottosegretario ha lasciato, ma la Camera di commercio dice altro. In attesa di aggiornamento.

Dal cibo alla salute

Una delle passioni della destra degli affari è poi la ristorazione. Per una tagliata al sangue bastava rivolgersi – fino a qualche settimana fa – a Delmastro, alla sua Bisteccheria d’Italia, nel quartiere Tuscolano, a Roma. Lì c’era il locale suo e della giovanissima prestanome del padre, a sua volta uomo del boss Senese.

Per la cacio e pepe, invece, meglio bussare al parlamentare, e tra i leader di Fratelli d’Italia nel Lazio, Paolo Trancassini, proprietario del ristorante di famiglia la Campana (di recente sottoposto a lavori di ristrutturazione), nel cuore della capitale, tra via della Scrofa, sede del partito di Giorgia Meloni e i palazzi della politica. Proprio a Montecitorio, da deputato questore, vigila sulla Cd servizi, società in house della Camera, che ha nei servizi di ristorazione una delle principali attività.

La passione dei meloniani per la cucina arriva fino a Trezzano sul Naviglio, a Milano, dove Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, è socio di un ristorante di pesce. Ma non di solo cibo si nutre la destra che investe nelle attività private.

C’è la compravendita di immobili, dove è attivo il presidente del Senato, Ignazio La Russa, anche attraverso la famiglia.

La seconda carica dello Stato si divide tra la famiglia del bosco, la difesa di Santanché e qualche affare di famiglia nel tempo libero. La memoria torna alla villa, in zona Forte dei Marmi, immersa nel verde del parco della Versiliana, 350 metri quadrati su tre livelli, con giardino e piscina. E a quell’affare incredibile fatto tre anni fa dalla consorte del presidente del Senato, Laura De Cicco, e dal compagno dell’allora ministra Santanchè, Dimitri Kunz. Avevano comprato e rivenduto in meno di un’ora la stessa magione guadagnando un milione di euro. Passano due anni, ma non la voglia di fare affari con il mattone. Nel giugno 2025 proprio De Cicco, come procuratrice del marito La Russa, ha venduto un appartamento a 280mila euro in una palazzina in un comune in provincia di Vercelli. La parte venditrice «dichiara di aver ricevuto la somma prima d’ora dalla parte acquirente», si legge nell’atto tramite vaglia e assegni. A guardare in Camera di commercio il presidente del Senato mantiene ancora il suo ruolo di socio accomandante nella società Interiblea sas che si occupa di beni immobili e affitti, gestita dalla moglie, ma anche in Gibson dove possiede anche una quota.

In questa srl, impegnata nello stesso settore, ci sono anche l’ex deputato Massimo Corsaro e Sergio Conti, quest’ultimo in passato processato e assolto, imputato prima per estorsione e poi per esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato che prevede una querela di parte, mai presentata dalla presunta vittima. Un passato di incroci pericolosi con soggetti vicini alla ‘ndrangheta. Il caso è stato nuovamente al centro delle cronache tre anni fa, ma La Russa è ancora lì: in società con lui.

Quote societarie erano nelle mani anche di Guido Crosetto, il potente ministro della Difesa, che le deteneva in tre srl insieme ai fratelli Mangione nel settore dell’accoglienza e dei B&B. Passato burrascoso per i Mangione, in informative e carte giudiziarie sono stati accostati a nomi di peso della criminalità romana come Massimo Carminati. Accostamenti che sono stati sempre respinti dagli imprenditori: il boss Carminati era solo un cliente del ristorante.

Lo scorso novembre Domani ha raccontato la cessione delle quote da parte di Crosetto con incasso di 250mila euro. «Le quote societarie citate sono state cedute al prezzo che corrisponde, peraltro neanche interamente, ai capitali investiti ed ai finanziamenti, tutti tracciati e regolari effettuati da un libero cittadino italiano che oggi è ministro», aveva confermato. Poi c’è il settore della sanità privata dove giganteggia Antonio Angelucci, deputato della Lega (nella precedente legislatura con Forza Italia) capostipite della dinastia della sanità privata, con il gruppo San Raffaele, beneficiario di milioni di euro di fondi pubblici oltreché di rottamazioni fiscali varie di cui il suo gruppo ha beneficiato. Ufficialmente ha lasciato tutto agli eredi. Ma Angelucci è anche fondatore di un polo editoriale. Sotto il suo controllo ci sono i quotidiani LiberoIl Giornale e Il Tempo.

Ci sono poi dirigenti di governo, come il capo di gabinetto, Gaetano Caputi, che ha avuto interessi societari in varie realtà anche durante il proprio mandato a Palazzo Chigi. E, intanto, di recente ha rinnovato la «consulenza professionale in ambito scientifico e giuridico con Notartel s.p.a.» per la cifra di 50mila euro, che si somma ai vari incarichi come quello di presidente (fino al marzo 2027) dell’organismo indipendente di valutazione dell’Ismea, ente del ministero della Agricoltura, di Unirelab (15mila euro), società in house del dicastero di Francesco Lollobrigida, e di componente dell’Oiv del ministero della Difesa (20mila euro all’anno). Non ci sono imprese di mezzo, ma la professione di vigilante di Caputi.

Insomma, non ci sono solo volti mediatici, come l’ex ministra Santanchè, che fino all’incarico governativo aveva una serie di interessi imprenditoriali, dagli stabilimenti balneari, il Twiga, all’editoria con Visibilia, foriera poi di guai giudiziari. Il suo possibile erede, Gianluca Caramanna, che tra partito e consulenze varie nelle regioni governate dalla destra, ha gestito l’affittacamere “Gianluca Caramanna”, in via XX Settembre, nel centro di Roma, ceduto a due signori nati nelle Filippine e amministrata dall’indiano Jacob Thottapallil.

Tra i ministri che coltivano interessi privati c’è quello dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, socio della E-co, società che opera nel campo della ricerca nelle tecnologie per la mobilità del futuro.

Alle spalle di ministri e sottosegretari, vecchi o futuribili, ci sono poi i parlamentari meno noti, come Luca Squeri, deputato di Forza Italia e segretario della commissione Attività produttive alla Camera, che è proprietario di una pompa di benzina. Ma risulta anche consigliere Figisc service, una srl che si occupa del marketing e della promozione degli impianti della distruzione di carburanti.

La società è al 90 per cento della Federazione italiana che tutela i gestori degli impianti di carburante e al 10 per cento dell’Associazione nazionale imprese servizi autostradali, due lobby del settore che hanno un loro naturale interlocutore a Montecitorio. Nel centro nevralgico delle scelte sulle politiche energetiche. La capogruppo di FdI in commissione Bilancio alla Camera, Ylenja Lucaselli, è la principale azionista (con il 30 per cento delle quote, insieme alla Day Advisory Group) della Hc Consulting, amministrata dal marito, Daniel Hager. La società si occupa di servizi legati alle operazioni doganali. Altra materia di cui il Parlamento si occupa.

Sotto gli affari

Al ministero dell’Economia c’è come sottosegretaria la forzista Sandra Savino. È socia della Esse re, detiene il 20 per cento delle quote. Una srl che si occupa dell’acquisto e della vendita di terreni e beni immobili e che, a sua volta, detiene quote di minoranza di un’altra sigla: la Esse.Data, quelle di maggioranza sono in mano al figlio. Una srl impegnata nell’offerta di servizi di raccolta ed elaborazione dati, relativi anche alla contabilità, per imprese e aziende. Tra il 2025 e il 2026 alla srl sono arrivati due affidamenti, in tutto 50mila euro, per il servizio di gestione degli adempimenti amministrativi del personale dell’istituto Rittmeyer per ciechi, un istituto regionale commissariato che, nei mesi scorsi, ha messo all’asta tre immobili per ripianare i debiti. «Si tratta di aziende di famiglia, la mia partecipazione è priva di qualsiasi ruolo gestionale o potere di indirizzo. L’istituto richiamato non è di competenza statale. Non sussiste alcuna situazione, diretta o indiretta, di conflitto di interessi», dice Savino.

Altro ministero, altro sottosegretario. Si tratta di Marcello Gemmato, fedelissimo di Giorgia Meloni. Ha mollato, dopo polemiche e spot per la sanità privata, le quote di una srl, la Therapia di Bitonto, che ha finanziato in passato anche Fratelli d’Italia. Ma ha ancora un piede nella farmacia storica di famiglia. E anche questa, nemmeno a dirlo, ha sostenuto il partito. La farmacia resta il mondo di riferimento di Gemmato. Un ministro ombra che con quello vero manco parla più. Orazio Schillaci da una parte, Gemmato il farmacista-sottosegretario dall’altra.


Scossa referendum: giù FdI, su M5S. Ma il sorpasso del campo largo non c’è


Le intenzioni di voto in vista delle Politiche 2027. La vera partita si gioca sula legge elettorale

Giorgia Meloni il giorno del voto per il referendum

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – All’indomani dello scossone prodotto dal risultato referendario, ci si sarebbe potuti attendere un mutamento significativo nelle intenzioni di voto. In realtà, le variazioni registrate appaiono ancora contenute, quasi fisiologiche, tuttavia ben lontane dalle “esultanze” e dai “tormenti” amplificati dal racconto mediatico. Si osserva piuttosto un lento calo, con piccole perdite di consenso giorno dopo giorno, dovute anche agli eventi che nell’ultima settimana hanno coinvolto Fratelli d’Italia.

La Presidente del Consiglio ha infatti offerto fin da subito un segnale chiaro: avviare un’opera di “pulizia interna”, molto probabilmente per non trascinarsi dietro ombre e vulnerabilità in vista della prossima campagna elettorale. Già nel 2022 aveva rivendicato di non essere ricattabile sotto alcun profilo, e i fatti, finora, sembrano confermarlo. Da qui la necessità di restare fedele ai propri principi, evitando di portare con sé pesanti fardelli che potrebbero offrire il fianco a uno stillicidio mediatico continuo da parte delle opposizioni. Se è noto che gli italiani tendono a dimenticare rapidamente le dinamiche politiche, relegandole in secondo piano, appare tuttavia più complesso affrontare gli ultimi mesi di governo e la manovra finanziaria autunnale sotto la pressione di continue rivendicazioni da parte delle opposizioni sulla composizione della squadra di governo. In questo contesto, emerge con chiarezza, tanto all’interno di Fratelli d’Italia quanto tra gli alleati di coalizione, una crescente esigenza di rinnovamento e trasparenza: al di là delle percezioni, sono infatti i numeri a restituire la fotografia più fedele del momento.

Come era prevedibile, si registra un lieve calo di Fratelli d’Italia, che si attesta al 27,8%, un dato di poco superiore rispetto alle politiche del 2022, ma inferiore al risultato delle europee del 2024. Anche gli alleati, con i loro tormenti interni, mostrano segnali di rallentamento, con Forza Italia all’8,8% e la Lega all’8,1%. Nonostante ciò, la coalizione di centrodestra -sostenuta anche da Noi Moderati- conserva un vantaggio complessivo sul cosiddetto “campo largo” delle opposizioni. Quest’ultimo, infatti, che va dal Partito Democratico (21,9%) al Movimento 5 Stelle (12,1%), passando per Alleanza Verdi e Sinistra (6,4%), Italia Viva di Renzi (2,6%) e +Europa (1,3%), raggiunge il 44,3%. Un dato che segnala una sostanziale tenuta, ma non ancora sufficiente a colmare il divario competitivo. La novità, semmai, è un progressivo avvicinamento tra i due fronti, che sembrano tendere a un equilibrio sempre più marcato. Restano invece ai margini della competizione i soggetti politici non coalizzati: Azione di Calenda (3,2%) e Futuro di Vannacci (3,1%), la cui collocazione -o mancata collocazione- potrebbe rivelarsi decisiva solo in presenza di un sistema elettorale proporzionale puro o in scenari di forte frammentazione. Ed è proprio la legge -altro argomento lontanissimo dalle priorità dei cittadini elettori- a offrire lo spunto più interessante. Se infatti si ragiona in termini di “puro esercizio matematico”, applicando l’attuale “Rosatellum” -con cui si è votato nel 2022- centrodestra e centrosinistra risulterebbero oggi sostanzialmente appaiati nella distribuzione dei seggi, tuttavia lo scenario cambia radicalmente se si prende in considerazione l’ipotesi di uno “Stabilicum”, con l’introduzione di un premio di maggioranza pari a 70 seggi. In questo caso, sulla base dei dati attuali, il centrodestra si troverebbe nelle condizioni di governare con circa 235 seggi alla Camera e 116 al Senato, determinando un divario significativo: quasi 100 seggi a Montecitorio e circa 50 a Palazzo Madama rispetto alle opposizioni. In sintesi, chi vince prende tutto. E considerando che oggi il divario tra le due coalizioni appare inferiore al punto percentuale, la scelta del sistema elettorale diventa tutt’altro che neutrale. Da un lato, la possibilità di garantire maggiore stabilità all’azione di governo; dall’altro, l’opzione di favorire un confronto più equilibrato e rappresentativo tra le forze politiche. È su questo crinale che si giocherà una partita decisiva per gli assetti futuri del Paese.

In tutto questo il dato veramente interessante è che ad oggi ancora il 45,5% degli intervistati sarebbe indeciso sul partito da votare il che confermerebbe una volta di più il fatto che la vittoria del No al referendum è stato principalmente un segnale di dissenso al governo e non l’adesione ad un partito o ad un altro. Detto questo, il punto non è tanto fotografare chi sia avanti oggi, quanto comprendere come le regole del gioco possano ridefinire il risultato finale. In un sistema tendenzialmente bipolare, ma ancora attraversato da spinte centrifughe, la legge elettorale torna a essere il vero campo di battaglia: non solo uno strumento tecnico, ma una leva decisiva capace di trasformare un equilibrio nei consensi in una maggioranza solida o, al contrario, in una fase di possibile stallo politico. In questo quadro, la strategia dei partiti appare inevitabilmente condizionata: costruire coalizioni credibili prima del voto o puntare su una competizione frammentata può fare la differenza tra governare e restare all’opposizione. Ed è probabilmente su questo terreno che si giocherà la partita più importante delle prossime settimane: una partita cruciale per gli equilibri politici, ma ancora lontana dalle priorità quotidiane dei cittadini, mentre la politica continua, in larga parte, a discutere soprattutto di sé stessa.


Il Paese più strano del mondo


(di Michele Serra – repubblica.it) – «Amici di tutti, nemici di nessuno» è uno slogan sospettabile di ingenuità bonacciona da un lato, di opportunismo ruffiano dall’altro. Oppure — terza possibilità — è un concetto di qualche decennio o secolo più avanti rispetto al presente della politica internazionale, che sembra dominata dall’«amici di nessuno, nemici di tutti».

Stiamo parlando dell’Oman (vertice sudorientale della Penisola Arabica) e della dottrina del suo fondatore, il defunto sultano Qaboos (Kabús), che Anna Lombardi, su questo giornale, sceglie come incipit del suo reportage da quel Paese così “strano” nella sua ostinata neutralità, amico dell’America, in buoni rapporti con l’Iran, estraneo alle feroci ostilità tra Islam sunnita e sciita, lontanissimo dal fondamentalismo, meta turistica sempre più frequentata benché del tutto dissimile dal cliché un po’ pacchiano e imbellettato — tutto grattacieli, luminarie e lusso — dei vicini Paesi del Golfo.

Dell’Oman, fino a poco tempo fa, era molto raro sentir parlare. Se ne parla molto di più, ultimamente, perché lo schiacciamento pauroso del mondo sugli scenari di guerra e sulla forza bruta rende quasi esotico il racconto di un posto così pacifico, dunque così differente.

Sicuramente qualcuno saprà spiegarci per quali connessioni di interessi economici e di opportunità strategiche quel Paese, almeno fino a oggi, è riuscito a mantenersi al di fuori della mischia. Per ora ci accontentiamo di sapere che un luogo simile esiste, e per giunta è a un passo dalle incandescenze mediorientali. Gli omaniti vivono accanto al rogo, ma non si bruciano. Sono comunque un’eccezione da studiare. Magari qualcosa si impara.


Usa-Ue, c’erano una volta gli amici e i nemici


Gli Stati Uniti sono in lotta per la sopravvivenza. E si scrollano di dosso tutti i tabù. Il principale e per noi più interessante riguarda il modo di rapportarsi al resto del mondo: niente più alleanze, solo transitori, pragmatici, flessibili allineamenti parziali

Washington, 27 marzo: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Nella nebbia di guerra stiamo perdendo di vista la rottura strategica che segna la rivoluzione americana, incarnata da Trump ma certo non riducibile alla sua gaia indifferenza per il principio di non contraddizione. Gli Stati Uniti sono in lotta per la sopravvivenza, se non come nazione di sicuro quale superiore potenza. Per questo si scrollano di dosso tutti i tabù. Dei quali il principale e per noi più interessante riguarda il modo di rapportarsi al resto del mondo: niente più alleanze, solo transitori, pragmatici, flessibilissimi allineamenti parziali. Addio schema amico-nemico.

In concreto: non sono più avversari i russi e nemmeno — clamoroso! — quei cinesi che fino a ieri erano dipinti incubo strategico. Pace universale, allora? Al contrario: caos illimitato. Tutti possono svelarsi amici o nemici su questo o quel dossier, per questo o quel contenzioso geopolitico o economico. La scena cambia nel battere di un ciglio di Trump, per ricambiare senza preavviso. Regoliamo i nostri orologi sull’ora illegale.

In metafora, è come se la scena internazionale si diluisse in duelli bilaterali a maggiore o minore intensità. Ciò perché nell’uno contro uno noi siamo e saremo sempre i più forti, spiegano i Soloni d’Oltreatlantico.

La svolta ci riguarda da vicino. L’Italia ha costruito il suo modo di stare al mondo sulla garanzia di sicurezza americana firmata Nato. Senza quel presunto ombrello siamo a zero. Esposti a qualsiasi malevola incursione di predatori, tra cui diversi “alleati”, che ci scrutano come il lupo goloso attratto dal dolce agnello.

Mentre la guerra guerreggiata batte alle nostre porte e quella economica ci sfonda casa, la politica parla d’altro (di sé). Eppure i convulsi passi di lato del nostro ex protettore dovrebbero suscitare un fervore di proposte su come reagire a tanto disordine. Nulla di ciò. Semmai l’opposto: acqua in bocca, occhi bassi, muoversi sul posto. Con giudizio.

Così distratti, non vogliamo percepire che nella variegata compagnia europea finora unanime nel riconoscere utile e necessaria la superiore protezione a stelle e strisce ognuno sta affrontandone la crisi a modo suo. Curando ferite profonde, lenendo indicibili paure, scaricando i propri guai sui compagni di viaggio del deragliato convoglio euroatlantico. Nato e Unione Europea, alle origini e in fin dei conti strumenti dell’egemonia a stelle e strisce sul Vecchio Continente, sono formicai impazziti. Nessuno si fida più dell’altro.

Come potrebbe essere diversamente, se gli Stati Uniti minacciano di invadere la Groenlandia, sì che la Danimarca improvvisa piani di guerriglia per resistere all’aggressore/alleato e allena le sue truppe all’asimmetrico scontro con l’ex capocordata? Che altro deve accadere prima che ci si decida a considerare che le organizzazioni euroatlantiche costruite per il soleggiato tempo di pace — vero nome della guerra fredda — non possono per definizione funzionare in tempo di guerra? Si sa, l’inerzia tecnocratica è una delle poche caratteristiche comuni a tutti gli Stati. Quando il clima imbrutta, il riflesso difensivo diventa ingovernabile. Ogni tartaruga nel suo carapace.

Uno sguardo alle dinamiche in corso dovrebbe spingerci a considerare che l’improvviso agnosticismo europeo di Washington, unito alla tentazione di ridurre le relazioni internazionali a deal tra oligarchi cucinati da immobiliaristi e finanzieri allenati a tattiche di stile borsistico, sta sfigurando il volto pacioso della nostra Europa.

All’inerzia si tenta di sopperire, specie in Germania, Francia e Regno Unito — insomma nei pianeti di qualche consistenza in quello che fu il centro del mondo e non rinuncia a pensarsi tale — con un riarmo che di europeo non ha nulla se non gli slogan.

Quanto a scandinavi, baltici, polacchi e romeni, con la testa e alcuni fatti sono già in guerra contro la Russia. Sicuri che prima o poi l’Orso tirerà la sua zampata oltre l’Ucraina in decomposizione, prima vittima della virata trumpiana.

Riaffiorano le faglie storiche che immaginavamo sepolte grazie all’America europea. A partire dalla famosa coppia franco-tedesca, mai tale anche quando ben recitata, ormai scoppiata. Conclusione: se restiamo fermi cadremo all’indietro. E non da soli. Qualche idea nella prossima puntata.


Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore?


Ci sono buoni motivi di badare a non eccedere con l’audacia anche perché correre alle urne potrebbe rivelarsi l’ultima spericolata e perdente prova d’autore

Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore?

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – 7 giugno 2026. Potrebbe essere questo il giorno in cui gli italiani tornano alle urne per decisione di Giorgia Meloni. Sarebbe il colpo di teatro, di cui c’è già traccia nei mille pensieri della premier e fatto adombrare – almeno come intendimento – nei retroscena dei giornali. Meloni deve infatti fare i conti non solo con la batosta referendaria ma soprattutto con la propria coalizione che se ne sta cedendo, sta infatti cadendo a pezzi.

Il governo così com’è sembra inservibile alle necessità. Il costo dell’amicizia con Donald Trump si sta rivelando tanto salato da rendere improcrastinabile una revisione del fidanzamento politico che sembrava fare immaginare una vera storia d’amore, diciamo così. Ma Meloni è nelle condizioni di chiudere con l’amico Donald passando di sfuggita da un punto stampa? Rinnegare la filosofia trumpiana del dominio del mondo attraverso le bombe senza spiegare e promuovere la sua terza via?

E con quali soldi si arriverà alla fine della legislatura se lo stato permanente di guerra porterà i mercati ad azzerare nei prossimi mesi ogni possibilità di immettere nelle tasche dei ceti sociali che più sono colpiti dalla crisi un po’ di euro?

C’è poi il buco nero dei ministeri rimasti praticamente senza titolare: quello del Turismo è la postazione meno grave, giacchè è un ministero senza portafoglio, le cui competenze sono in gran parte devolute alle Regioni. Invece al ministero della Giustizia risiederà per troppi mesi il principale protagonista della sconfitta referendaria: Carlo Nordio. Ogni giorno uno schiaffo, l’ultimo dei quali è la richiesta dell’Unione europea all’Italia di reintroduirre il reato di abuso d’ufficio. E cosa dire del ministero delle Imprese, guidato dall’imbelle Adolfo Urso, senza più un euro da offrire alle aziende che iniziano a boccheggiare?

Portare gli italiani alle elezioni anticipate sarebbe più ancora che una prova di orgoglio, un modo per cambiare rotta e registro narrativo e provare a deviare, bruciando sul tempo le mosse del centrosinistra, l’onda lunga favorevole all’opposizione.

Con le urne, questa l’idea, Meloni tutelerebbe il primato assoluto del suo partito, magari difendendolo dagli assalti pericolosi e imprevisti della destra radicale del generale Vannacci, in una coalizione che comunque in queste settimane cambierà pelle e tenterà a far mutare i rapporti interni. Forza Italia, l’alleata indiziata di regicidio, sarà ancora guidata da Antonio Tajani o – come la famiglia Berlusconi, (proprietaria del partito, è bene ricordarlo) chiede – non sarà invece nelle mani di una personalità esterna alla politica, magari con un leader estraneo al ceto romano e invece dentro il cerchio imprenditoriale lombardo? Una novità in casa, un nuovo competitore possibile.

Se rompe il gioco degli altri e chiama tutti alle urne, Giorgia Meloni potrà in effetti dedicarsi alla sfida finale con i progressisti a cui mancherà il tempo di realizzare le primarie. E dunque troverà Elly Schlein, la sua sfidante preferita, a contenderle palazzo Chigi.

Il guaio è che ci sono altrettanti buoni motivi, come i suoi familiari le sussurrano, di badare a non eccedere con l’audacia anche perché, visti i tempi, non è affatto detto che correre alle urne non si riveli l’ultima spericolata e perdente prova d’autore.


Donald, “pornomane” della guerra


(Daily Mail) – Donald Trump lascia intendere pubblicamente che un cessate il fuoco con l’Iran sia ancora possibile, ma – secondo fonti anonime del Dipartimento della Difesa – il Pentagono e la Casa Bianca starebbero preparando un’operazione molto diversa: un attacco su larga scala via aria, mare e terra per riaprire lo Stretto di Hormuz e colpire definitivamente Teheran.

Nel frattempo emerge un retroscena controverso: come riportato da fonti interne, il presidente seguirebbe quotidianamente l’andamento della guerra attraverso video-montaggi spettacolari dei bombardamenti, proiettati nella Situation Room. Clip di pochi minuti mostrerebbero “highlights” delle operazioni – tra migliaia di obiettivi colpiti – con immagini di esplosioni e distruzione.

Secondo diverse testimonianze, Trump sarebbe fortemente orientato alla dimensione visiva e richiederebbe continuamente nuovi filmati, discutendone poi con il suo entourage – tra cui Susie Wiles, Marco Rubio e il generale Dan Caine – e persino con giornalisti al telefono. La Casa Bianca ha smentito che la Situation Room sia trattata come un “cinema”, ma non ha negato l’esistenza dei briefing video.

Critici a Washington temono che questa esposizione continua a immagini di guerra stia alterando la percezione strategica del conflitto, alimentando una sorta di “dipendenza da distruzione”. Parallelamente, la comunicazione ufficiale diffonde contenuti propagandistici, con video che mescolano bombardamenti reali, meme e persino elementi da videogiochi.

Trump, che si era presentato come candidato anti-guerra, ha invece ampliato le operazioni militari in più teatri e sembra vivere il conflitto anche come spettacolo mediatico. Episodi recenti – come il racconto entusiasta di raid militari o la confusione tra video reali e falsi – alimentano le preoccupazioni.

Anche tra i repubblicani cresce il disagio: alcuni esponenti avrebbero lasciato un briefing segreto sull’Iran accusando l’amministrazione di scarsa trasparenza. Alla vigilia delle elezioni di medio termine, si diffonde il timore che il presidente abbia perso il contatto con la realtà e che la gestione della guerra sia influenzata più dall’impatto visivo che da una strategia lucida.


Iran, la guerra che logora l’America


La potenza del fuoco e la debolezza dello scopo

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un momento, in ogni guerra, in cui la superiorità militare smette di essere una garanzia e diventa una domanda. È il momento in cui la forza continua a colpire ma non sa più esattamente per quale risultato politico stia combattendo. È qui che si trova oggi Washington nel confronto con l’Iran. Non davanti a una sconfitta spettacolare, non davanti a una ritirata umiliante, ma davanti a qualcosa di più insidioso: l’erosione progressiva della propria credibilità strategica.

Gli Stati Uniti e Israele hanno certamente colpito duro. Hanno inflitto danni, distrutto installazioni, colpito infrastrutture, imposto all’Iran costi pesanti. Ma la domanda decisiva non è quante cose siano state distrutte. La domanda vera è se quei colpi abbiano prodotto l’effetto politico cercato. E qui la risposta appare sempre più incerta. Il cambio di regime non c’è stato. Il collasso del sistema iraniano non si è verificato. La paralisi dell’apparato militare di Teheran non è arrivata. La resa senza condizioni è rimasta uno slogan. E perfino il linguaggio di Washington, passato in poche settimane dalla minaccia assoluta alla trattativa forzata, mostra che il progetto iniziale si è scontrato con una realtà molto più resistente del previsto. 

L’Iran ha scelto il tempo

L’errore americano è stato pensare una guerra breve contro un avversario che ragiona invece sul lungo periodo. L’apparato dispiegato nel Golfo era pensato per un urto violento, rapido, concentrato. Non per una guerra di usura. L’Iran, al contrario, ha accettato fin dall’inizio la logica del sacrificio e della durata. Non ha cercato il colpo risolutivo immediato, ma il logoramento del nemico. Ha trasformato il conflitto in una gara di resistenza politica, psicologica e strategica. In questo quadro il tempo lavora meno contro Teheran di quanto lavori contro Washington.

È il punto più importante. Le democrazie occidentali, soprattutto quando agiscono dentro coalizioni nervose e su fronti multipli, soffrono i conflitti che non si chiudono in fretta. L’Iran invece combatte una guerra che considera esistenziale. E chi combatte una guerra esistenziale accetta perdite, allunga i tempi, rinuncia all’immediatezza. Non cerca di apparire invulnerabile: cerca di restare in piedi. Questa differenza di postura pesa più di molte analisi tecniche.

Missili, saturazione e vulnerabilità

Sul piano militare il conflitto non è una guerra di territori ma una guerra di saturazione. Missili, droni, bombe plananti, intercettori, radar, sistemi antimissile: questo è il lessico reale dello scontro. In un contesto simile, l’obiettivo non è soltanto distruggere, ma costringere l’altro a consumare risorse, a spostare difese, a rivelare i propri limiti. L’Iran sembra aver lavorato proprio su questo. Prima ondate intense, poi modulazione del ritmo, per testare e comprimere la tenuta dei sistemi avversari. L’effetto non è solo materiale: è psicologico. Mostrare che la difesa non è impermeabile significa incrinare la fiducia, e in guerra la fiducia è un’arma.

Da questo punto di vista emerge un elemento sempre più delicato per gli Stati Uniti: la scarsità relativa di sistemi antimissile e intercettori. Se per sostenere il fronte mediorientale bisogna spostare mezzi da altri teatri, allora il problema non riguarda più soltanto il Golfo. Riguarda l’insieme delle alleanze americane. Ogni spostamento segnala che le risorse non sono infinite, che la protezione promessa agli alleati dipende da una gerarchia mobile delle urgenze, che la deterrenza statunitense non è più una coperta illimitata ma una coperta corta. E questo, da Seul alle monarchie del Golfo, viene osservato con crescente inquietudine. 

Il paradosso delle monarchie arabe

Per anni la presenza americana nel Golfo è stata giustificata come garanzia di sicurezza contro l’Iran. Oggi quella stessa presenza produce l’effetto inverso. Le basi usate per colpire Teheran trasformano i territori che le ospitano in bersagli. Gli Stati arabi si ritrovano così in una posizione scomoda: dipendono dalla protezione americana, ma proprio quella protezione li espone al rischio. È una contraddizione devastante, perché mina il cuore del rapporto politico tra Washington e i suoi partner regionali.

Ne nasce un doppio scarto. Da un lato aumenta la prudenza delle monarchie del Golfo, che cercano canali di mediazione e non vogliono essere trascinate in una guerra totale. Dall’altro lato si rafforza l’idea che l’America non sia più un fattore di stabilizzazione, ma un acceleratore di instabilità. In Medio Oriente questo cambiamento di percezione conta quasi quanto l’equilibrio delle forze.

Kharg, Hormuz e la guerra dell’energia

La dimensione geoeconomica del conflitto è forse ancora più importante di quella militare. L’isola di Kharg, terminale vitale per l’export petrolifero iraniano, è il simbolo di questa realtà. Colpirla o cercare di occuparla significherebbe aggredire il cuore energetico del Paese. Ma proprio per questo la sua eventuale conquista sarebbe molto più facile da immaginare che da sostenere. Prendere un’isola è un conto. Tenerla sotto la minaccia continua dei missili iraniani è un altro.

Lo stesso vale per Hormuz. Non serve chiudere fisicamente lo stretto per paralizzarlo. Basta rendere troppo rischioso attraversarlo. Oggi i veri sovrani dei colli di bottiglia marittimi non sono solo le marine da guerra, ma le assicurazioni, i premi di rischio, i costi di trasporto, la paura degli armatori. È qui che l’Iran dispone di una leva formidabile. Può trasformare il rischio militare in shock economico, senza bisogno di controllare in modo assoluto ogni miglio nautico. Per l’Europa e per l’Asia significa energia più cara, logistica più fragile, inflazione più difficile da contenere. La guerra nel Golfo non resta nel Golfo: entra nelle fabbriche, nei bilanci pubblici, nei prezzi al consumo.

E se a Hormuz si aggiunge il possibile ritorno di una pressione su Bab el Mandeb, allora la crisi si allarga dal Golfo al Mar Rosso, cioè alla grande arteria che collega l’Oceano Indiano all’Europa. A quel punto il conflitto non sarebbe più soltanto una guerra regionale con effetti globali. Sarebbe una guerra direttamente globale nei suoi effetti economici. 

La trattativa sotto bombardamento

Anche sul piano diplomatico l’Occidente mostra un’ambiguità profonda. Si parla di negoziato, ma sotto le bombe. Si evocano canali di dialogo, ma dentro un quadro di ultimatum. Non è diplomazia nel senso classico del termine. È coercizione armata accompagnata da un lessico negoziale. L’obiettivo non è costruire un compromesso, ma imporre una capitolazione presentabile come accordo.

L’Iran, invece, sembra aver chiarito una linea semplice: fine dell’aggressione, garanzie contro una ripresa del conflitto, riconoscimento di una cornice politica più stabile. Si può discutere quanto questa posizione sia realistica o accettabile, ma almeno risponde a una logica coerente. La posizione americana, al contrario, oscilla continuamente tra annuncio di vittoria, minaccia di escalation e apertura negoziale. Questo oscillare non rafforza la deterrenza: la consuma.

La Russia media, l’Europa sparisce

In questo quadro colpisce il vuoto europeo. L’Unione Europea non orienta il conflitto, non media, non detta condizioni. È fuori dalla stanza dove si decidono le cose. La Russia invece, senza voler entrare direttamente in guerra, conserva una carta decisiva: parla con tutti. Con Teheran, con gli arabi, con Israele, con Washington. E nel Medio Oriente di oggi chi riesce a parlare con tutti vale spesso più di chi bombarda di più.

Anche questo è un segnale del nuovo disordine mondiale. L’Occidente mantiene una superiorità tecnica enorme, ma non sempre riesce a tradurla in architettura politica. Altri attori, pur meno forti sul piano militare, si ritagliano spazio proprio nelle crepe aperte da questa difficoltà.

La sconfitta che non ha bisogno di una disfatta

Il nodo finale è qui. Gli Stati Uniti possono continuare a colpire. Possono ancora infliggere distruzioni pesanti. Possono allargare il confronto e alzare il livello della violenza. Ma tutto questo non basta a garantire una vittoria. Per vincere occorre piegare la volontà dell’avversario e tradurre la forza in ordine politico. Finora questo non è accaduto.

L’Iran ha subito colpi durissimi, ma non è crollato. Ha perso uomini e strutture, ma non la capacità di combattere né quella di resistere. Anzi, sembra aver trasformato la propria vulnerabilità in una forma di potenza strategica: la potenza di chi costringe l’avversario a spendere di più, a esporsi di più, a dubitare di più.

È per questo che il vero rischio per Washington non è una disfatta militare classica. È una sconfitta più sottile e più moderna: entrare in una guerra con tutta la superiorità del mondo e uscirne con meno autorità di prima. 


I conquistadore di Silicon Valley


A Roatán, nell’isola senza regole dei nababbi della Silicon Valley. Acque limpide, barriera corallina, spiagge dorate. E ora anche un “porto franco” da capitalismo libertario spinto per anarco-nababbi alla Peter Thiel. Con zero regole e tassazione ai minimi. In Honduras. Mentre tutto intorno è miseria. Reportage

Il resort di Pristine Bay, nella stessa isola centramericana (Giovanni Porzio)

(di Giovanni Porzio – repubblica.it) – Roatán (Honduras). A cinque secoli dalla sciagurata spedizione di Gonzalo Pizarro in cerca della mitica El Dorado, un gruppo di neo-conquistadores digitali sembra infine aver trovato la città dell’oro in un’isola del Mar dei Caraibi. Roatán, un’ora di traghetto dalle coste dell’Honduras, è famosa per le sue acque cristalline, le immersioni nella seconda barriera corallina più grande al mondo e le spiagge da cartolina: gigantesche navi da crociera vi sbarcano ogni giorno centinaia di vacanzieri. Ma i turisti non sanno che in un angolo di quel paradiso tropicale alcuni investitori e nababbi della Silicon Valley stanno dando vita a Próspera, un controverso progetto di capitalismo libertario che si propone, niente meno, di “cambiare il corso dell’umanità”.Gli sponsor del progetto si rifanno ai testi di Ayn Rand, filosofa e scrittrice russa sostenitrice del capitalismo laissez-faire, emigrata nel 1926 negli Usa dove collaborò con la Commissione per le attività antiamericane di Joseph McCarthy; e più recentemente alla teoria delle “charter cities” elaborata dall’economista e premio Nobel Paul Romer: città-modello che, catalizzando tecnologia e investimenti, avrebbero contribuito alla crescita dei Paesi in via di sviluppo.

Un chiosco nel villaggio di Crawfish Rock, a Roatán, in Honduras. (Giovanni Porzio)

“República bananera”

L’Honduras, dove la metà della popolazione vive sotto la linea della povertà, era il banco di prova ideale: una “república bananera” (nel Novecento la United Fruit e le altre compagnie bananiere possedevano 40 mila ettari di terra), con una storia di colpi di Stato e di governi corrotti e asserviti a Washington. Nel 2009, dopo l’ennesimo golpe, fu approvata una legge che autorizzava la creazione di zone di sviluppo speciale. La Corte suprema la dichiarò incostituzionale, ma i giudici furono destituiti e tre anni dopo il Parlamento presieduto da Juan Orlando Hernández approvò un decreto che istituiva le Ze-de (Zonas de Empleo y Desarrollo Económico), da cui Próspera è nata. Non senza intoppi e strascichi legali. Hernández, che riuscì a vincere due consecutive elezioni presidenziali platealmente truccate, fu in seguito arrestato, estradato negli Usa e condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico: è stato graziato lo scorso dicembre da Donald Trump. Xiomara Castro, succeduta al narco-presidente, ha ottenuto l’abrogazione della legge sulle Zede, ritenute contrarie all’interesse nazionale, ma Próspera non ne ha tenuto conto e ha risposto con una causa internazionale del valore di 11 miliardi di dollari, pari a circa il 40 per cento del Pil honduregno, sostenendo che l’Honduras stesse violando gli obblighi contrattuali nei confronti degli investitori.La disputa non avrà seguito in tribunale, visto che in gennaio al posto di Xiomara si è insediato Nasry Asfura, uomo di Trump e dei suoi amici miliardari. Ma chi sono gli sponsor di Próspera? E cosa stanno davvero facendo a Roatán?

I finanziatori

La società, Honduras Próspera Inc., è registrata nel Delaware a nome di Erick Brimen, imprenditore venezuelano che figura come amministratore delegato e che ha speso centinaia di migliaia di dollari per influenzare il Congresso di Washington a favore del suo progetto. Tra i finanziatori spiccano l’anarco-capitalista e teorico libertario Patri Friedman, nipote dell’alfiere del liberismo economico Milton Friedman; Balaji Srinivasan, investitore e tecnologo delle criptovalute, che nel suo libro The Network State prevede la sostituzione degli Stati-nazione con micro stati privati e comunità digitali; Marc Andreessen, uno dei pionieri del web e dell’intelligenza artificiale; e il venture capitalist e libertario radicale Peter Thiel, tycoon miliardario della Silicon Valley, co-fondatore (con Elon Musk) di PayPal e di Palantir, la società di software specializzata nell’analisi segreta dei “big data” utilizzata dalle agenzie di intelligence, dall’esercito americano e da numerosi governi. Nomi che ricorrono anche nelle altre smart cities in gestazione, come l’East Solano Plan nella baia di San Francisco, Liberland tra Serbia e Croazia o Praxis, un cripto-stato che dovrebbe sorgere in California o “da qualche parte nel Mediterraneo”.

A disposizione dei residenti della “startup city”, anche il Bitcoin Center (Giovanni Porzio)

Vantaggi palesi

Próspera è invece già in funzione. Per accedere alla “startup city” bisogna munirsi di un permesso online, attraversare le foreste e le colline di Roatán per una strada a tratti sterrata e superare i controlli delle guardie private che presidiano la zona. Non è ancora una città, anche se conta 350 aziende e un numero variabile di abitanti, in gran parte e-residents che vivono altrove. Consiste per ora di un edificio residenziale di 14 piani, la Duna Tower, completo di piscina, palestra e spazi di co-working, e collegato con la navetta “Liberty Line” al Bitcoin Center e a Pristine Bay, un lussuoso resort con spiaggia privata, campi da tennis, golf a 18 buche e una scuola Montessori per i figli dei “nomadi digitali” che lavorano al progetto. I vantaggi per gli investitori sono palesi: tasse all’1 per cento, registrazione di una società “in sei click online”, transazioni in criptovaluta, arbitrati privati per le controversie, governance digitale, totale libertà di ricerca, possibilità per le imprese di aderire a normative giuridiche estere e di aggirare i regolamenti nazionali e i protocolli internazionali nei campi più avanzati dell’innovazione tecnologica e biomedica.Infinita VC, il primo fondo di venture capital con sede a Próspera, fondato dal tedesco Niklas Anzinger, finanzia soprattutto startup nei settori della terapia genica e delle biotecnologie come Minicircle e Symbiont Labs, che propongono trattamenti per allungare la vita “rendendo la morte opzionale” o di trasformare gli esseri umani in cyborg, organismi cibernetici, mediante l’impianto di chip sottocutanei. Principale testimonial di Minicircle è il biohacker e guru dell’immortalità Bryan Johnson, che a Próspera si è sottoposto a una terapia a base di follistatina (un’iniezione nell’addome costa 25 mila dollari) che non è autorizzata da alcuna autorità sanitaria del pianeta.Gonçalo Hall, imprenditore portoghese che incontro a Pristine Bay, minimizza queste pratiche ai limiti della legalità: «Siamo solo una delle cinquemila zone economiche speciali oggi esistenti al mondo, create per attirare investimenti in un ambiente fiscale favorevole, senza burocrazia, corruzione e controlli asfissianti. L’obiettivo di Próspera è formare una comunità di ricercatori che si scambiano idee ed esperienze per stimolare l’innovazione e l’economia. Il resto sono fantasie». Può darsi. Ma intanto, almeno finora, l’economia dell’isola non ne ha tratto alcun beneficio. E gli abitanti della zona sono sul piede di guerra.A cinque minuti di cammino dalla Duna Tower e dai bancomat che sfornano Bitcoin, il villaggio di Crawfish Rock, 700 neri caraibici appollaiati su palafitte con il tetto di lamiera, una scuola elementare senza banchi e senza libri, una pulperia che vende banane fritte e CocaCola, sprofonda nella povertà e nell’abbandono, nelle piaghe della droga e dell’alcolismo.

Pescatori a mani vuote

Ariel Webster, 77 anni, pulisce le cernie e i barracuda che ha pescato pagaiando tra le mangrovie dall’alba al tramonto. «Oggi è andata bene» dice. «Ma spesso torno a mani vuote. Devo sfamare una famiglia numerosa e un terzo del pescato è per il proprietario della canoa». Gli occhi azzurri di Ariel, chissà da dove vengono, sono pieni di tristezza e di rassegnazione. Una delle sue figlie è rimasta vedova, con cinque bambini, e la sua palafitta cade a pezzi, come le altre del paese. «Da noi i turisti non vengono» racconta. «Scendono dalle navi dall’altra parte dell’isola, si fermano per poche ore, comprano un po’ di T-shirt, scattano qualche selfie e se ne vanno. I gringos sono arrivati qui con le tasche piene di dollari, hanno comprato i terreni e hanno cominciato a costruire».«Ci hanno ingannato» sostiene Luisa Connor, leader della comunità di Crawfish Rock, che dal 2020 si batte contro Próspera. «Credevamo volessero costruire un resort. Poi ci siamo accorti che progettavano di espandersi espropriando le nostre terre ancestrali. Ma noi continueremo a difendere la nostra cultura e le nostre case. Da qui non ce ne andremo».La comunità è divisa. La smart city impiega come manovali e giardinieri soprattutto lavoratori importati dalla Moskitia honduregna, con salari di 9.000 lempiras (400 dollari al mese) e senza diritti sindacali, ma anche giovani del villaggio come Henry, che ha aperto a Próspera una startup di noleggio auto e gestisce la navetta Liberty Line. «L’indotto» afferma «genera profitti anche per la popolazione locale».Intanto, a poche centinaia di metri dalla catapecchia di Ariel Webster, le ruspe sono in azione. La società Nomad Homes si appresta a realizzare una serie di abitazioni modulari disegnate dallo studio di architetti Zaha Hadid, mentre ai 400 ettari di Próspera si sono aggiunti, sulla terraferma, il porto di Satuyé, a La Ceiba, e la zona economica speciale di Morazan, a San Pedro Sula, fondata dal finanziere italiano Massimo Mazzone, proprietario di una catena di farmacie finite sotto inchiesta per la presunta distribuzione di medicinali alterati.Ma il nocciolo della questione, secondo Michele Kettmaier, uno dei più autorevoli studiosi dei media digitali e dell’impatto sociale delle tecnologie, è un altro. «Próspera» argomenta Kettmaier nel suo blog Informazione civica «non è soltanto una città-startup; è un prototipo di governance post-statale, un esempio tangibile di ciò che può accadere quando la legittimazione politica viene trasferita a soggetti che non rispondono a un bene comune ma a un portafoglio di investimenti. Il cuore del dispositivo non è la fiscalità leggera, né la promessa di innovazione, ma l’idea che la sovranità possa essere spacchettata in componenti, resa modulare, ricomposta in un regime privato dove la legittimazione non proviene dal popolo ma dal capitale e dove le regole non sono vincolate a un processo deliberativo, ma al modello di business di una società che opera come infrastruttura politica oltre che finanziaria».Una cosa è certa: nella città-Stato governata dagli algoritmi e dai “nomadi digitali” non ci sarà mai posto per i pescatori di Crawfish Rock.

Sul Venerdì del 27 marzo 2026


Daniela Santanchè riappare sorridente per la prima volta sui social, dopo le dimissioni


(ANSA) – ROMA, 28 MAR – Daniela Santanchè riappare sorridente per la prima volta sui social, dopo le dimissioni dal ministra del Turismo rassegnate giovedì in serata, per ringraziare la “fantastica squadra” dei collaboratori del MiTur. “Ognuno – dice in un video – ci ha messo passione, volontà, determinazione e siamo stati in questi tre anni e mezzo una squadra, perché io ritengo che da soli non si vince mai e credo che il ministero del Turismo, per carità, con i nostri limiti in questi anni ha lavorato veramente bene”. “Mi ricorderò di ognuna di queste persone, perché la vita è lunga e bisogna sempre ricordarsi di essere insieme, di essere una squadra”.

L’ex ministra del Turismo nel videomessaggio spiega: “Voglio veramente ringraziare tutti i collaboratori del ministero del Turismo. Vorrei ringraziarli uno per uno. Voglio ringraziare dal Segretario Generale, al Capo di Gabinetto, all’Ufficio Stampa, al Portavoce, alla Segreteria, al Capo dell’Ufficio Legislativo, a tutti coloro che hanno lavorato”.   

E facendo un bilancio spiega che crede di aver lavorato bene in questi 3 anni e mezzo: “Il merito non va a me, va a questa squadra fantastica che voglio ringraziare personalmente”. Infine la raccomandazione: “Bravi, continuate a lavorare così, continuate a portare avanti il ministero del Turismo, perché, come abbiamo sempre detto, è importante per la crescita della nostra economia nazionale. Grazie, il mio è veramente un ringraziamento che sento, perché siete stati fantastici e meravigliosi. Grazie a tutti”.    

La ministra, che appare sorridente e rilassata con un completo in due nuance di marrone, è all’aperto all’esterno della villa nel cuore del parco della Versiliana dove si è temporaneamente ritirata con i suoi familiari dopo le dimissioni di giovedì sera.


Veneziani: “Ascoltate invece di offendervi”


𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐚 𝐟𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐧𝐨?

(di Marcello Veneziani) – Insomma, che succede al governo Meloni con la botta del referendum perduto? La spiegazione piatta e superficiale è che ha vinto l’Italia del no, che era poi non solo il no alla riforma ma soprattutto il no al governo Meloni. Ma è una spiegazione che non spiega nulla. Era scontato che l’Italia di opposizione, con poche defezioni, votasse compatta in quel modo, ma non era prevedibile che il No diventasse la maggioranza dei votanti: resta da spiegare perché un arcipelago di minoranze si trova poi maggioranza nelle urne; da dove proviene la differenza, lo scarto di due milioni di voti a vantaggio del no, quando si partiva da uno scarto equivalente a favore del governo Meloni? È lì che bisogna trovare la chiave.

A mio parere la principale spiegazione resta il mutato clima internazionale tra dazi, occupazioni, invasioni, guerre, distruzioni, minacce e gli effetti che ha generato nella gente tra riflessi e paure. Una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele nel Medio Oriente; il governo Meloni è stato assimilato per affinità politica al duo Trump-Netanyahu, scontando colpe altrui. Naturalmente la guerra per noi italiani non vuol dire solo paura del conflitto, mobilitazione in armi; vuol dire crisi energetica, ricaduta economica nella vita corrente.

Fino a ieri il quadro internazionale era il punto di maggior consenso per la Meloni: vederla considerata e rispettata nei consessi mondiali è stata la prima argomentazione di questi anni in suo favore. Quando chiedevi quale fosse il successo della Meloni ti rispondevano con quello che vedevano in tv: il suo protagonismo internazionale era visto come il segno di una mutata considerazione dell’Italia a livello mondiale. Ora, quello che è stato il punto di forza della Meloni, la politica estera, è diventato il suo punto debole: la Meloni doveva essere il ponte tra l’Unione europea e agli Stati Uniti, l’alleata preferita di Trump, ma tutto questo si è capovolto da quando l’aspirante Nobel della Pace ha preteso il Nobel della guerra. Così la Meloni è rimasta schiacciata tra la prepotenza dell’Alleato e l’impotenza dell’Unione Europea; e tra la situazione esplosiva del Medio Oriente e l’appiattimento europeo sull’Ucraina nella guerra unilaterale che abbiamo dichiarato alla Russia a nostro danno. Insomma la politica estera è diventata il tallone d’Achille della Meloni e la smentita nei fatti del sovranismo con cui si era presentata agli italiani. Bisogna pure aggiungere che il voto giovanile al referendum è stato molto condizionato dal quadro internazionale: il loro era un no alla guerra, a Trump, a Israele e al loro terminale italiano, oltre i ProPal o gli Antifa.

Ma torniamo alle cose di casa nostra. Dopo tre anni e mezzo di prudenza e piccoli passi, in cui il bene principale del governo era la sua stabilità duratura, l’unica cosa che veniva prospettata al paese era la riforma della giustizia, ossia il compimento di un progetto berlusconiano. Riforma condivisibile, intendiamoci, che non metteva a repentaglio la Costituzione, l’equilibrio tra i poteri, la democrazia: ma si possono concentrare gli sforzi su quella riforma rispetto a ogni altra priorità e riforma, mobilitare il paese su quel tema che veniva recepito come un regolamento di conti tra politica e magistratura? Qui permettetemi di dar voce a quel segmento critico di elettori della Meloni che dice: l’abbiamo votata per cambiare, dopo aver avuto un governo tecno-politico di coalizione generale; ma dopo tre anni e mezzo cosa è cambiato davvero per noi italiani, per noi cittadini, per noi contribuenti, per noi famiglie? Cosa è cambiato sul piano dei flussi migratori, della sicurezza, del declino culturale e sociale, dei “valori”, della salute, della vita pubblica, dei servizi e della pubblica amministrazione? quella fetta di elettorato risponde che non è cambiato niente o quasi e qualcuno aggiunge: di tracce della destra sociale e nazionale al governo neanche l’ombra. A loro io continuo a replicare che se l’avesse fatto, avrebbero fatto cadere il suo governo. Comunque non ci ha nemmeno provato, neppure in quegli ambiti meno condizionati dagli assetti sovranazionali. Poi, se si andasse a votare, di fronte all’alternativa della sinistra al governo, una parte degli scontenti ripiegherebbe comunque sul sostegno alla Meloni. Intendiamoci, questo ragionamento o questo malumore non riguarda l’intera platea degli elettori meloniani ma solo una porzione, pur consistente; però le elezioni si vincono se tieni unito il corpo sparso del tuo consenso, e invece si perdono se quel coagulo elettorale si sfilaccia. C’è chi obbietta: ma quel malcontento riguarda quel cinque, dieci per cento di destra, il voto alla Meloni è più ampio. Vero, ma se togli quel cinque, dieci per cento, la Meloni perde la sfida.

Insomma sul referendum ha influito il clima generale di sfiducia; la gente, o meglio una fetta non maggioritaria ma determinante del popolo italiano, non si fida di nessuno, e ha paura; e chi ha paura non vuole scossoni, diventa conservatore ma non nel senso dei valori. Questo è un paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti; la cosa più difficile da fare sono le riforme. La Meloni non ha perso la simpatia popolare che riscuote nel Paese, anche se si è appannato il suo appeal e si è incrinata quell’aura vincente. In ogni caso, l’insofferenza verso la Meloni non è paragonabile all’odio che si avvertiva in mezza Italia contro Berlusconi quando era al governo. La Meloni non suscita odio, e l’antipatia che riscuote in una parte del paese resta di tipo politico e ideologico, non è personale o umana.

Com’era prevedibile il superamento della sconfitta richiede riti sacrificali e si sono perciò trovati alcuni capri espiatori. Qui magari hanno ragione i critici e gli oppositori a osservare: c’è stato bisogno di una sconfitta per farli dimettere, non sarebbe stato più credibile farlo prima? Vero, ma in politica non conta ciò che è giusto o ciò che è bene ma conta il messaggio di forza o di debolezza che dai al Paese. Se mandi via dal governo i tuoi che sono stati attaccati dalla stampa e dall’opposizione dai un segno di debolezza. Se lo fai dopo una sconfitta, invece, può essere un rito sacrificale per riprendere vigore.

Resta ora da compiere una scelta di fondo per l’ultimo giro di boa prima del voto: tirare a campare, come un governo democristiano di piccolo cabotaggio, senza più osare riforme oppure tentare il colpo d’ala e di reni, coi rischi che comporta un’azione tardiva in una compagine ammaccata. Temo la sintesi al peggio: la parvenza di un drastico cambio di passo solo annunciato per continuare poi di fatto a galleggiare. E magari rinchiudersi in un bunker in cui ci si fida solo dei famigliari.

Però lasciateci tornare sul tema dell’inadeguatezza del ceto di governo; la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio. Inadeguati sono in tanti, anche nel cerchio più ristretto e militante della Meloni, e lo vediamo ogni giorno. Ma questa è la realtà, ora non si può fare altrimenti. Vorreste per questo lasciare il campo a Schlein & C. o ai tecnici alla Draghi e Monti? No, per carità. E qui siamo punto e daccapo. Però lasciateci dire infine una cosa: chi, come noi, aveva espresso “da destra” critiche ragionate al governo Meloni evidentemente non aveva torto. Se le avessero prese in considerazione anziché sentirsi traditi e pugnalati, e se avessero capito che volevano spingere a cercare rimedi e non facevano “il gioco della sinistra” per trarre immaginari vantaggi, sarebbe stato più utile per loro. Una critica preventiva vale molto più della constatazione postuma del sinistro. Aprite la mente e gli scenari, chiudete le sezioni in cui siete ancora barricati.


La denuncia di Ilaria Salis e la perquisizione in hotel a Roma: “L’Italia ormai è un regime”


Ilaria Salis, il racconto della perquisizione: «Io tenuta per un’ora nella stanza dell’hotel. Mi hanno chiesto se andavo al corteo, non hanno nemmeno fatto il verbale». «Ho detto subito che sono una deputata europea ma loro sono andati avanti con le domande e alla fine non hanno fatto il verbale. Sono arrivati direttamente alla porta della stanza senza l’avviso della reception».

ILARIA SALIS POLITICO - COMMISSIONE DELL'EUROCAMERA SÌ ALL'IMMUNITÀ PER ILARIA SALIS - FOTO ARCHIVIO - fotografo: IMAGOECONOMICA

(di Rinaldo Frignani – corriere.it) – «Sono arrivati alle 7,30 in hotel, hanno bussato direttamente alla porta della camera e sono rimasti oltre un’ora. Mi hanno chiesto se avevo intenzione di andare alla manifestazione se avevo con me oggetti per offendere». 

È provata ma anche sconcertata Ilaria Salis per quanto accaduto oggi, sabato 28 marzo, giorno di manifestazione prevista a Roma. Perché si tratta di una deputata del Parlamento europeo e perché il controllo di polizia scattato all’alba «era evidentemente collegato al corteo».

«Sono arrivata a Roma giovedì – spiega Salis – e ho svolto alcune attività per il mio ruolo di parlamentare europeo. Non era un mistero che fossi nella Capitale. Però fino a oggi non era accaduto nulla. E invece questa mattina alle 7,30 hanno bussato alla porta della mia stanza e quando ho aperto mi sono trovata davanti i poliziotti. Mi hanno detto che erano arrivati per semplici accertamenti».

Salis chiarisce che non c’è stata – come solitamente avviene in questi casi – una telefonata preventiva da parte della reception dell’hotel. E poi continua: «Appena li ho visti ho spiegato che sono una parlamentare ma loro mi hanno cominciato a fare domande dirette sul corteo. “Ha intenzione di partecipare?” “Custodisce oggetti particolari?”. Ho ribadito di essere una parlamentare ma sono andati avanti e sono rimasti nella mia stanza per circa un’ora».

Alla fine, nonostante la richiesta di Salis, «hanno deciso di non compilare alcun verbale. Sono andati via come nulla fosse ma era evidente che erano arrivati perché oggi a Roma c’è il corteo».

Le accuse, la detenzione, l’elezione: la storia di Ilaria Salis

Ilaria Salis – all’epoca una insegnante 39enne, da sempre impegnata in movimenti antifascisti -venne arrestata l’11 febbraio 2023 con l’accusa di aver partecipato al pestaggio di alcuni neonazisti durante un evento di skinheads e hooligans, radunatisi a Budapest per commemorare un battaglione nazista. I due neonazisti riportarono ferite lievi; Salis venne fermata in un taxi, assieme con due «antifa» tedeschi, ore dopo l’aggressione, a cui ha sempre sostenuto di essere del tutto estranea.

Inizialmente fu accusata di aver preso parte a quattro aggressioni; per due di queste la contestazione cadde, visto che all’epoca dei fatti non era ancora arrivata in Ungheria. Quando venne fermata, Salis fu trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha raccontato poi suo padre). Tenuta per mesi in carcere in Ungheria, in condizioni degradanti, Salis venne poi eletta con Alleanza Verdi e Sinistra al Parlamento europeo: per questo gode dell’immunità riservata agli eurodeputati, e per questo è stata liberata nel giugno del 2024, dopo un anno, quattro mesi e tre giorni di detenzione.

Nell’ottobre del 2025, la plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo votò per la conferma dell’immunità a Salis, con un solo voto di scarto. Su Instagram Salis postò una foto di sé in piedi in Aula con il pugno alzato e la caption«Siamo tutti antifascisti!». E parlando fuori dall’Aula disse che «è una vittoria dell’antifascismo, dell’Europa antifascista». In una nota rimarcò poi come quello fosse «un voto per la democrazia, lo stato di diritto e l’antifascismo. Questa decisione dimostra che la resistenza funziona. Dimostra che quando rappresentanti eletti, attivisti e cittadini difendono insieme i valori democratici, le forze autoritarie possono essere affrontate e sconfitte». Avvertendo però: «La lotta è tutt’altro che finita. Le minacce permangono e continuare a lottare è essenziale. Tutti gli attivisti antifascisti presi di mira per aver sfidato l’autoritarismo e le forze fasciste devono essere difesi».

In che cosa consiste l’immunità parlamentare

Come spiega il Parlamento europeo qui, l’immunità parlamentare «non è un privilegio personale dei deputati, ma una garanzia che un deputato al Parlamento europeo possa esercitare liberamente il suo mandato senza essere esposto a una persecuzione politica arbitraria», e prevede che i membri del Parlamento europeo «non possano essere ricercati, detenuti o perseguiti per le proprie opinioni o per i voti espressi nella loro veste di deputati al Parlamento europeo». 

L’immunità degli europarlamentari è duplice e consiste anzitutto «in una immunità analoga a quella concessa ai membri del parlamento nazionale, nel territorio dello Stato membro di origine; e nell’esenzione da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario, nel territorio di ogni altro Stato membro».

L’immunità non può comunque essere invocata «nel caso di flagrante delitto».