
(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Trump invaderà l’isola di Kharg? Trump consente di azzardare una previsione sulla base dei suoi comportamenti passati. Quando Trump ha detto che stava valutando se condurre un’operazione militare, aveva già deciso di condurla. È accaduto nel giugno 2025, quando disse che stava valutando di bombardare l’Iran, e nel gennaio 2026, quando disse che stava valutando di bombardare Caracas. Da una parte, dichiarava di essere indeciso; dall’altra, costruiva l’armada. Due casi sono pochi per una generalizzazione, ma in tutti i casi osservati finora, Trump ha usato le dichiarazioni pubbliche per nascondere le decisioni operative.
[…]
In caso di invasione, gli scenari più probabili sono tre: 1) la vittoria facile; 2) lo stallo; 3) la guerra asimmetrica. Nello scenario della vittoria facile, Trump distrugge le capacità offensive dell’Iran e l’operazione diventa un gioco da ragazzi. Questo è lo scenario assicurato da Trump. A suo dire, l’invasione di Kharg sarebbe una passeggiata giacché l’Iran è disarmato. Nello scenario dello stallo, gli americani si ritrovano circondati dagli iraniani. Nello scenario asimmetrico, gli americani mantengono il controllo dell’isola, ma l’Iran attacca le navi nello Stretto di Hormuz e le strutture energetiche dei Paesi del Golfo. È improbabile che l’Iran baci la mano di Trump per una ragione culturale. Le leadership politiche non prendono decisioni nel vuoto, ma all’interno di sistemi di valori. La classe governante iraniana ha dimostrato di non avere paura di morire perché è sorretta dalla cultura del martirio. Trump uccide i leader iraniani per spaventare i loro sostituti. Secondo la teoria della “decapitazione” di Trump, nessun iraniano accetterà una posizione di comando per paura di morire. Eppure i sostituti sono più radicali dei predecessori. È la stessa cultura del martirio che ha reso impossibile distruggere Hamas e Hezbollah. La cultura di Trump esalta la vita e i piaceri della carne più della morte e della mortificazione del corpo. Trump ha l’esercito più potente del mondo, ma non conosce la cultura guerriera. A causa del suo etnocentrismo, era convinto che il regime iraniano si sarebbe arreso al primo bombardamento. Trump ha proiettato sui leader iraniani il modo di concepire la vita dei leader occidentali, figli di una società opulenta ossessionata dall’edonismo e dalla cura estetica del corpo.
[…] I festini di Epstein sono una “mappa culturale”. Nel frattempo, Netanyahu gongola. Israele, che prospera grazie agli aiuti Usa, non ha bisogno di stabilità. L’Iran, invece, potendo contare soltanto sulle proprie forze, può prosperare soltanto nei commerci e, quindi, nella pace. Israele ha un interesse strutturale nell’instabilità del Medio Oriente. Nelle guerre civili permanenti, i suoi vicini sono più deboli. Il fatto che Israele sia un Paese così piccolo e povero di risorse condanna il Medio Oriente a una tragedia permanente. Siccome Israele è debole, tutti devono essere più deboli di lui. Gli accordi di Obama rischiavano di stabilizzare il Medio Oriente e Netanyahu ha lavorato per disfarli. Anche con un presidente trumpiano, l’Iran continuerebbe a essere povero giacché gli Stati Uniti “toserebbero” ogni suo nuovo incremento di ricchezza per proteggere Israele. L’Iran, sotto il dominio americano, non potrebbe mai sviluppare appieno le proprie potenzialità. Il controllo coloniale di Gaza richiede il controllo coloniale dell’Iran. I palestinesi devono essere privati di ogni alleato e arma per difendersi dallo sterminio. Giorgia Meloni, appoggiando tutto questo, ha rinnovato la cooperazione militare con Netanyahu per altri cinque anni ed è entrata nel Board of peace di Trump.
Una delle aziende fallite, a lei riconducibili, possedeva opere per 1,8 milioni, poi svalutate. I conti di Bioera presso Signature Bank e i soldi inviati al misterioso fondo emiratino Negma

(Enrica Riera e Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Un dipinto del maestro surrealista Joan Miró. Capolavori di arte moderna come Charlemagne di Ouattara Watts, quadro stimato circa 40mila euro. E poi pezzi d’antiquariato: dal divano di Gio Ponti fino al mobile bar di Aldo Tura, passando per librerie, tavoli, vasi pregiati. Negli atti d’indagine dei pm di Milano su Bioera, la società fallita che ha comportato l’iscrizione per bancarotta fraudolenta di Daniela Santanchè, si fa il punto sui conti dell’azienda un tempo attiva nel settore dei prodotti alimentari biologici. E non solo emerge che, dalla vendita all’asta di 51 opere d’arte stimate circa 250mila euro, i curatori fallimentari hanno ricavato poco più di 34mila euro. Viene fuori anche un altro fatto, forse più interessante e inedito, che riguarda i beni di Bioera e, soprattutto, la sua gestione, non sempre cristallina, anche in riferimento ad alcuni bonifici “sospetti” che la srl avrebbe destinato ai conti di un fondo offshore negli Emirati Arabi.

Al 2018 la società, di cui l’ex ministra del Turismo è stata presidente fino al 2021, possedeva opere d’arte per un valore di 1,8 milioni di euro (solo nel 2015 ne ha acquisita una da un milione). Bioera ne è diventata proprietaria grazie al trasferimento da parte di Biofood Holding Srl, società della galassia Santanchè, a titolo di estinzione di un credito.
Cinque anni dopo però, nel 2023, il valore complessivo delle opere è sceso a 413mila euro. Un cambiamento da imputare, in base a quanto emerge, a variazioni e cessioni. Tradotto: la collezione d’arte di Bioera ha subito una pesante svalutazione in parte perché i periti esterni chiamati dalla srl a stimare il “costo” delle opere l’hanno ritenuto più basso rispetto a quanto credeva la stessa Bioera, in parte perché le opere sono state vendute.
Proprio sulle cessioni, realizzate due anni prima dell’asta giudiziaria, ci sarebbero i maggiori dubbi. Qual è stato il loro prezzo? Chi sono stati gli acquirenti? Abbiamo provato a chiederlo all’ex ministra del Turismo, ritirata a vita privata dopo l’atto di «obbedienza» nei confronti della premier Giorgia Meloni che ne ha chiesto le dimissioni a seguito della vittoria dei No al referendum sulla Giustizia. Santanchè ha detto di «non saperne niente e di rivolgersi a chi aveva le deleghe».

I misteri non finiscono qui. Dai bilanci emergono i rapporti tra Bioera e Signature Bank, banca commerciale statunitense con sede a New York, fallita il 12 marzo 2023. Il terzo fallimento più grande nella storia bancaria degli Stati Uniti. In questo istituto di credito Bioera possedeva due conti correnti: uno dichiarato e l’altro, invece, tenuto “nascosto” nella contabilità della società. Proprio da quest’ultimo conto, secondo quanto apprende Domani, è stato effettuato un bonifico di circa 100mila euro a favore di Negma, misterioso fondo con sede a Dubai. Di quel trasferimento non c’è tuttavia la causale.
Anche in questo caso abbiamo chiesto a Santanchè, che ha ribadito di «non saperne niente». Le ombre pertanto restano. D’altronde, Negma ha “prestato” milioni di euro a tutte le società in difficoltà della ministra del Turismo: oltre a Visibilia anche a Ki group e alla stessa Bioera. Il fondo, dei cui componenti non si conosce l’identità, avrebbe quindi sostenuto le società della senatrice di FdI, comprando obbligazioni convertibili, prima del fallimento dichiarato dal tribunale meneghino.
Di Negma, come già raccontato da Domani, si parla nelle carte giudiziarie di Equalize, la società dei dossier su cui indagano sempre i pm di Milano. In particolare, gli hacker di Enrico Pazzali, proprietario di Equalize ed ex presidente della Fondazione Fiera Milano, avevano stilato un report proprio sul fondo offshore Negma Group Investment Ltd. Agli atti c’è una chat tra «(Samuele Nunzio, ndr), Calamucci e Pazzali che traeva origine da un articolo di stampa sull’inchiesta Visibilia e proseguiva con la richiesta di alcuni approfondimenti su Negma e sul proprietario».
Così, si legge nelle carte, l’hacker Calamucci «ricostruiva per Pazzali la mappa societaria di Negma». Perché dunque queste indagini da parte del gruppo di via Pattari numero 6?
E perché sono state effettuate dagli uomini di Pazzali il giorno dopo del presunto incontro, di cui si parla nelle carte, tra Santanchè, Pazzali e il generale della Guardia di finanza, Fabrizio Carrarini? Un incontro, quello col comandante interregionale dell’Italia nordoccidentale, organizzato nel 2023 quando le indagini su Visibilia, condotte dalla Guardia di finanza milanese, erano in corso. Non è dato sapere se si sia tenuto o meno.
La posizione dell’ex ministra intanto non può che aggravarsi. Entro fine aprile, come già raccontato da questo giornale, la “pitonessa” potrebbe ricevere l’ennesimo avviso di conclusione delle indagini per i fallimenti delle sue tre società: da Bioera, passando per Ki group srl, fino a Ki group Holding spa.
Serve un sistema di voto che motivi i cittadini. Con i listini bloccati la nostra scelta non vale un fico secco. Nei referendum invece vale, ne decide il risultato

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Un referendum, due paradossi, tre lezioni. E all’orizzonte una sciagura: la nuova legge elettorale, che suonerebbe come uno sberleffo al popolo del no. Eppure stamani (martedì 31 marzo) è stata incardinata alla Camera, con l’intenzione di procedere al passo dell’oca.
Primo paradosso: il quorum. Quando serve (è il caso dei referendum abrogativi) non si raggiunge; e infatti negli ultimi vent’anni ne sono naufragati 35. Invece quando non serve (è il caso dei referendum costituzionali) si raggiunge: 52% di votanti sulla riforma Berlusconi nel 2006, 65% sulla riforma Renzi nel 2016, 51% sulla riduzione dei parlamentari nel 2020, 59% sulla giustizia adesso.
Da qui la prima lezione: sbarazziamocene. Cancelliamo con una riforma costituzionale — questa sì, necessaria — la condizione che si rechi alle urne la maggioranza del corpo elettorale, per la validità dei referendum sulle leggi ordinarie. E disarmiamo con un tratto di penna i furbetti dell’astensionismo organizzato. Perché l’appello all’astensione è «un trucco», come diceva Norberto Bobbio. E perché non c’è democrazia in una chiesa vuota di fedeli.
Secondo paradosso: quesito tecnico, per non dire astruso. Anche per chi non abbia una laurea di giurisprudenza in tasca, figuriamoci per gli altri. Più o meno ci domandava di scegliere tra un Csm oppure due, tra un sorteggio vero per i membri togati e uno finto per i membri laici, tra la carriera della magistratura requirente e di quella giudicante. Tuttavia gli italiani, che avevano disertato in massa le europee del 2024 e le regionali del 2025, stavolta sono andati in massa nei seggi elettorali. Smentendo doppiamente ogni pronostico: difatti maghi e sondaggisti avevano previsto un’affluenza microscopica; e avevano anche aggiunto che se le urne si fossero riempite, allora avrebbe trionfato facilmente il sì.
Da qui la seconda lezione: per mobilitare gli elettori deve scattare una scintilla, deve accendersi un’idea, anzi un ideale. E la nostra vecchia Carta è ancora capace di scaldare i cuori. Perché la Costituzione italiana organizza l’esercizio del potere, ma soprattutto detta un limite al potere, armando una rete di contropoteri. L’ordine giudiziario, pur con tutte le sue inefficienze, svolge per l’appunto quest’ultima funzione. Ma la riforma è stata percepita come un intervento normativo contro la magistratura, non in sua difesa. Sicché a difenderla hanno provveduto i cittadini. Difendendo al contempo la democrazia contro il vento autoritario che soffia in ogni dove, che scuote le coscienze pure alle nostre latitudini.

No, non è stato un voto a sostegno del vecchio Csm, o almeno non soltanto. È stato un voto contro la postura d’un governo che strizza l’occhio a Trump e a Netanyahu, che ha sequestrato il Parlamento, che detta un’informazione televisiva di regime, che limita il dissenso con i decreti sicurezza. E che ha tentato di cambiare la Costituzione manu militari, con quattro voti blindati tra Camera e Senato senza correggere una virgola nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri. È questa vocazione autoritaria, è questo metodo muscolare, che ha gonfiato le urne con un no secco e rotondo. Soprattutto dei giovani, loro hanno orecchie più sensibili alle sirene della libertà.
C’è però una terza lezione che sarebbe bene registrare. Nonostante l’apparenza, non c’è contraddizione tra il crescente astensionismo elettorale alle politiche e alle amministrative, rispetto all’affluenza che denota i referendum costituzionali.
Il denominatore comune è sempre uno: gli italiani non si fidano dei loro politici (sicché non vanno a votare) e dunque non si fidano delle riforme timbrate dai politici (sicché votano contro). Nel 2016 ne fece le spese la sinistra di Renzi, adesso la destra di Meloni.
Serve cautela, insomma, prima d’affermare che l’Italia si sia riconciliata con le proprie istituzioni. Serve un rinnovamento della politica e dei partiti. E serve un sistema di voto che motivi i cittadini. Con i listini bloccati il nostro voto non vale un fico secco. Nei referendum invece vale, ne decide il risultato. Dato che gli operai sono già al lavoro sulla nuova legge elettorale, la preghiera è una soltanto: fate in modo che somigli a un referendum.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Non so se sia un sentimento tacciabile di moralismo, di passatismo, di altre mie personali inadeguatezze: ma vorrei tanto non avere mai visto, nelle edizioni online di tutti i giornali, anche questo, l’insostenibile video, in soggettiva, dell’agguato all’arma bianca contro la professoressa Mocchi, che guarda ignara e inerme arrivare il suo alunno senza sapere che è il suo aguzzino. A diversi giorni dal misfatto quel video ancora guizza, qui e là, nel nostro palinsesto da tavolo e tascabile. E se mi ripugna vederlo non è tanto perché sia orrendo (lo è), quanto perché il movente fondamentale del suo giovane autore era che fosse mostrato, che il suo gesto avesse followers, che la fama (che è il solo vero Satana dei nostri tempi, tra i tanti immaginari) potesse baciarlo a soli tredici anni, precoce trionfo. Beh, è stato accontentato.
Si dice tanto che gli adulti sono responsabili del dissesto psicologico che scombina pensieri e parole di molti adolescenti: bene, ecco un’ottima occasione per mostrarsi, per una volta, adulti responsabili. Non si può far vedere tutto. Se la ragione, o il pretesto, è il diritto/dovere di informare, basta e avanza far sapere quello che è accaduto, dicendo dell’esistenza di quel video ma senza spiattellarlo davanti ai nostri occhi esterrefatti.
L’informazione, ogni giorno di più, si modella su format che non le appartengono e sono estranei alla sua funzione: che non è dare spettacolo, non è emozionare, non è scandalizzare, è dare notizie. I media, come è ovvio, devono rendere conto del presente, ma senza farsene colonizzare. Selezionare con intelligenza e con rispetto umano i materiali che si pubblicano fa parte, a pieno titolo, della libertà di informazione.
Tanti i campi minati sulla strada di Meloni verso il secondo mandato. E un’occasione per il centrosinistra. A patto che sappia coglierlaanti

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – E’ la legge del consenso. Volatile come l’elettorato. Che per oltre tre anni è rimasto granitico e inscalfibile. Finché 15 milioni di italiani hanno demolito la riforma dell’ingiustizia sulla quale Giorgia Meloni aveva messo la faccia.
Una battuta d’arresto per la maggioranza che inizia a riverberarsi anche nei sondaggi con la prima flessione nei consensi per i partiti di governo che neppure il repulisti (tardivo) imposto dalla premier (Delmastro, Bartolozzi e Santanché) e non solo (Gasparri liquidato da capogruppo FI per volere di Marina Berlusconi), all’indomani della débâcle referendaria, è servito ad evitare. L’ultima vittima è Elena Chiorino – ex socia, come Delmastro, di Caroccia jr, figlia del prestanome dei Senese (vicenda sulla quale l’inchiesta della Procura di Roma si è arricchita ieri di un nuovo capitolo) – che, dopo quelle da vice presidente, ha rassegnato le dimissioni anche da assessora regionale del Piemonte.
Certo, non è un’emorragia, ma è comunque un segnale. Molto più preoccupante perché le opzioni a disposizione della premier per invertire la rotta scarseggiano. La bocciatura della legge Nordio chiude il capitolo delle riforme costituzionali: il premierato è ormai un’utopia mentre la Corte costituzionale ha già ridimensionato pesantemente i provvedimenti sull’Autonomia differenziata. Le tre riforme portanti del programma elettorale sono evaporate. I prezzi dei carburanti continuano a correre: gli aumenti si sono già mangiati lo sconto (per soli 20 giorni), introdotto per decreto, prima della scadenza . Gli imprenditori sono sul piede di guerra per la scure sugli incentivi agli investimenti, calata dal ministro Giorgetti, per far quadrare i conti. Ad agosto scadrà il Pnrr, unica vera leva sul Pil che ha evitato finora al Paese la recessione. A metà aprile è atteso il Dpef, ma le casse sono vuote per le spese militari.
Il voto anticipato non è un’opzione: tra guerre ed economia al palo, il Quirinale le proverebbe tutte per formare un governo di emergenza nazionale. Anche sulla riforma della legge elettorale, per blindarsi al prossimo giro, la strada è tutta in salita. Un campo minato sulla strada di Meloni verso il secondo mandato. E un’occasione per il centrosinistra. A patto che sappia coglierla, evitando i soliti casini.

(Andrea Zhok) – C’è una moralità della memoria, che noi nel mondo occidentale abbiamo dismesso.
Nella storia ogni popolo che abbia posseduto una capacità di radicamento storico ha rispettato varie forme di moralità, non solo verso l’interno, ma anche verso gli altri popoli con cui si confrontava, anche militarmente.
Popoli noti per la durezza delle proprie rappresaglie, come i Turchi o gli stessi Romani, ci tenevano molto a presentare l’eventuale crudeltà come il giusto equilibrato contrappasso per una violazione. Questa rivendicata affidabilità dei patti (Pacta Sunt Servanda) non era un segno di debolezza, ma di forza consapevole.
Per fondare imperi, per rimanere radicati in terre conquistate, era necessario fornire una cornice normativa che consentisse anche all’avversario di ieri di trovare un proprio spazio nel lungo periodo.
Lo sterminio, la cancellazione del nemico, erano legittimati solo di fronte alla percezione di una violazione dei patti.
La ragione di questa esigenza di giustizia – sia pure la propria giustizia – era semplice: l’esercizio della violenza arbitraria, del tradimento, dell’inganno non sono “immorali” perché “non sta bene”, non per ragioni formali, ma profonde: immorale è ciò che mina il “mos”, mina il costume, incrina la possibilità di convivere nella cornice dei medesimi costumi.
Che il guerriero sconfitto in battaglia divenisse schiavo può inorridirci, ma era parte delle regole del gioco (l’alternativa era farsi uccidere in battaglia). Questo non significava che tutto fosse concesso, neppure verso lo schiavo.
Il senso del comportamento morale nei confronti del nemico è semplice: serve a creare una piattaforma di convivenza nel lungo periodo, anche con il nemico vinto. Se non lo si fa, non si perviene mai davvero ad una vittoria.
L’esibizione di comportamenti irriducibilmente arbitrari, il sopruso, la violenza insensata sul più debole creano il terreno per un illimitato desiderio di vendetta e rivalsa. E questo significa che il conflitto rimarrà sotto traccia, pronto sempre a riaccendersi: la “vittoria” non giunge davvero mai perché non c’è alcuna chiusura.
Una delle ragioni per cui i nazisti finirono per essere travolti era la grande difficoltà culturale che avevano nel trattare gli altri (anche i collaborazionisti) come loro pari. Il suprematismo nazista lasciò ovunque una memoria risentita e appena la superiorità militare iniziò a scricchiolare, tutto prese a crollare rapidamente.
Questa lezione che tiene insieme politica di potenza e moralità è scomparsa nella cultura israeliana e statunitense, dove da tempo è prevalsa l’idea di Trasimaco, per cui il giusto equivale a ciò che è di vantaggio per il più forte. Va detto che il fu impero britannico, con tutti i suoi limiti, manteneva l’idea di un necessario abbinamento di potenza e moralità, che invece i suoi eredi storici hanno cancellato.
Israele e gli USA rappresentano oggi una temibile potenza militare. Di quali orrori siano ancora disposti a macchiarsi, possiamo solo immaginarlo. Hanno già mostrato di non essere neppure sfiorati dall’idea che possa esserci uno spazio per la reciprocità, per il rispetto dell’altro, per la parola data, per i patti, per una qualche forma di giustizia morale diversa dal proprio interesse.
Questo è ciò che li rende enormemente pericolosi, certo, ma è anche ciò che li condurrà al baratro. La ragione per cui una popolazione derelitta e abbandonata dal mondo come quella palestinese ha continuato a rappresentare una spina nel fianco di Israele è che la violenza arbitraria non si dimentica mai, rimane nella memoria delle generazioni.
La stessa cosa avverrà per l’Iran, per il Libano, e anche per quei paesi che ora sono apparentemente domati come l’Iraq.
Per quanto la nostra cultura secolarizzata pensi di aver raggiunto una coscienza più sgamata, resta vera un’intuizione religiosa antica: nel lungo periodo il male fatto si paga sempre.
Il presidente della Corte Costituzionale Amoroso è tornato su premio di maggioranza, ballottaggio e candidature a liste bloccate

(Francesco Grignetti – lastampa.it) – Il messaggio ai naviganti, a volerlo capire, c’è stato. Forte e chiaro. Ed ora è ben difficile ignorarlo. Ci ha pensato il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nel corso della conferenza stampa di qualche giorno fa, parlando di leggi elettorali. Discorso che vale per quelle del passato come per quella in discussione in queste ore. Il presidente Amoroso ha infatti citato le due sentenze con cui la Consulta nel 2004 demolì il Porcellum, di Roberto Calderoli, e poi nel 2017 inibì in via preventiva l’Italicum, a firma di Matteo Renzi. «Nella prima sentenza del 2004 – ha detto – ma direi forse ancor di più nella seconda sentenza del 2017, sono affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature a liste bloccate».
Tre paletti che il Parlamento non potrà ignorare, pena una sicura nuova bocciatura. «Sono quelli i principi che la Corte ha affermato e che quindi non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale», ha concluso.
Ebbene, quasi dieci anni sono trascorsi dall’ultima pronuncia, i giudici costituzionali sono tutti cambiati nel frattempo, ma il presidente Amoroso ha avvertito: quei capisaldi non si abbandonano.
Ha anche fatto capire, nell’intervista che apre l’Annuario 2026, che c’è particolare attenzione ai possibili effetti distorsivi di ogni eventuale nuova legge elettorale. Si riferiva all’Italicum, la legge elettorale che non fu mai applicata proprio perché bocciata in un ricorso preventivo. La legge fu dichiarata incostituzionale nella parte sul turno di ballottaggio. «Perché mancava la previsione di una soglia minima di voti ottenuta al primo turno. Una lista poteva accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciò nonostante ottenere il premio, vedendo in ipotesi notevolmente incrementato il numero di seggi rispetto a quelli che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno».
Occhio ai paletti della Corte costituzionale, dunque. Il legislatore deve sapere che non c’è soltanto un limite per il premio di maggioranza, su cui la sentenza del 2017 è stata particolarmente chiara (è ammissibile un premio di maggioranza per una coalizione che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti, consegnandogli al massimo il 55% dei seggi). La Corte ha fissato anche un secondo principio, vietando le lunghe liste bloccate, perché va restituita all’elettore la possibilità di scegliersi quale eletto vuole.
«Il parametro non è aritmetico», spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, entrato però in rotta di collisione con il suo partito sul referendum appena celebrato perché spingeva per il Sì. «Mentre sul premio hanno disposto il parametro chiaro, i giudici costituzionali non hanno messo un numero “magico” sulle liste bloccate. Hanno solo detto al legislatore: non devi fare liste bloccate troppo lunghe».
Che cosa potrebbe significare oggi? «Non è una indicazione verso il proporzionale o verso le preferenze. È chiaro comunque che il principio enunciato nel 2017 potrebbe entrare in conflitto con la questione dei collegi, ma anche con il premio di maggioranza. Dipende tutto da come si costruirà la legge. Dal punto di vista della Costituzione, l’importante è dare la possibilità di scelta all’elettore».
Aggiunge il professor Gaetano Azzariti, costituzionalista anche lui, che si è speso per il No al referendum: «Si gioca con il fuoco – avverte – perché la Corte costituzionale è stata esplicita nell’affermare il principio che affidare alle segreterie di partito la scelta sugli eletti, attraverso lunghe liste bloccate, è incostituzionale». Che siano le preferenze su una lunga lista di candidati, o che siano collegi uninominali, o ancora piccole liste bloccate, «il principio che vale è l’individuabilità dei candidati».
Il professor Azzariti personalmente preferirebbe il sistema dei collegi uninominali. «Non è l’unico, ma il migliore per rispettare quanto dice la Corte costituzionale. A quel punto tutto è chiaro». In subordine c’è il ritorno alle preferenze. “Una lunga lista e l’elettore sceglie. Forse non è il sistema migliore, ma è compatibile con quanto dice la Corte».
E poi c’è la terza via. Quella delle liste bloccate e del potere di vita e di morte delle segreterie di partito. «La terza, chissà perché, o forse senza chissà perché, è la più delicata sotto il profilo costituzionale ma è anche quella più perseguita dai partiti», commenta con tono sarcastico. «Ecco perché dico che oggi si sta giocando col fuoco. Con la scelta delle liste bloccate, ci si sta allontanando terribilmente da quanto la Corte costituzionale ha stabilito».
A volere imporre di nuovo le liste bloccate, la partita sarà sulla loro lunghezza. Se fossero 3 o massimo 4 candidati, le si può ritenere ammissibili dalla Corte. Se fossero 10 candidati, molto difficile. Ancor di più se si arrivasse a 12 candidati come vogliono alcuni boatos. «Già la legge elettorale vigente – dice ancora il professor Azzariti -, ovvero il Rosatellum rivisto e corretto alla luce del taglio dei parlamentari, secondo alcuni è a rischio di incostituzionalità. Ovvio: con la riduzione del numero di parlamentari, automaticamente si sono allungate le liste dei candidati. E se si continua ad allungare la lista bloccata, è evidente che la Corte a un certo punto interverrà».
Insomma, il presidente Amoroso nei giorni scorsi ha lanciato il suo “alert”. Si vedrà presto se e quanto sarà ascoltato.
Il giornalista, vicino alla galassia Maga e schierato contro l’interventismo militare della Casa Bianca, compra i diritti del doc bandito in Israele che mostra il lato oscuro del potere del premier: regali di lusso, pressioni sui media e le accuse di aver messo a rischio la sicurezza nazionale

(di Eleonora Bianchini – ilfattoquotidiano.it) – “Mentre gli Stati Uniti vengono trascinati in un’altra guerra all’estero, vale la pena conoscere l’uomo che ci ha costretti a entrarvi. Guarda il film talmente rivelatore da essere stato bandito in Israele. The Bibi Files è ora disponibile in streaming su TCN”. Acronimo di Tucker Carlson Network, il canale del giornalista vicino alla galassia Maga, già anchorman di Fox e critico accanito del governo di Netanyahu, oltre che in prima linea contro l’interventismo militare di Donald Trump. Un cambio di rotta del presidente, che per diversi esponenti vicini al capo della Casa Bianca nasconde la mano di Israele, inclusa la spinta verso il conflitto con Teheran. Carlson ha comprato i diritti di “The Bibi Files“, diretto da Alexis Bloom e prodotto da Alex Gibney, che attraverso oltre mille ore di filmati trapelati – registrati tra il 2016 e il 2018 – mostrano, tra gli altri, gli interrogatori di Netanyahu, di sua moglie Sara e del figlio Yair. Un documentario che è stato bandito in Israele e che con Carlson è diventato virale. Molte delle dichiarazioni più incisive provengono da Raviv Drucker, giornalista investigativo e produttore del documentario, e da Uzi Beller, un amico d’infanzia che si è poi schierato apertamente contro di lui.
“Questo film – scrive Carlson su X – svela anni di storie che il governo Netanyahu vuole tenere nascoste. Accuse di corruzione esagerate, loschi accordi sottobanco, le manovre geopolitiche anti-americane del primo ministro e molto altro ancora”, mostrando “un lato del potere che i cittadini comuni non avrebbero mai dovuto vedere. Mentre l’America – sottolinea – si addentra sempre più nella guerra con l’Iran, capire chi tira le fila è più importante che mai”. Al centro le accuse di frode, corruzione e abuso di ufficio (noti come Casi 1000, 2000 e 4000), suggerendo un legame diretto tra i problemi legali del premier e le sue decisioni politiche e militari, che che sarebbero funzionali a distogliere l’attenzione dai processi. La proiezione del film è attualmente vietata in Israele a causa di restrizioni legali che impediscono la pubblicazione di filmati di interrogatori di polizia senza autorizzazione del tribunale.
The Bibi Files scava nel fitto intreccio di favori che lega Netanyahu ad alcuni dei più influenti miliardari del globo – tra cui anche il produttore hollywoodiano Arnon Milchan, il quale, secondo l’accusa, aveva fatto regali ai Netanyahu per centinaia di migliaia di dollari – con un focus particolare sulla coppia israelo-statunitense formata da Miriam e Sheldon Adelson. Il film fa emergere anche una strategia di lungo periodo nei confronti di Hamas: secondo le tesi esposte, il sostegno economico e logistico garantito negli anni dal premier non sarebbe stato un errore di calcolo, ma una precisa tattica volta a frammentare il fronte palestinese, indebolendo Fatah (ritenuta un interlocutore politico più pericoloso e credibile a livello internazionale) per rendere impossibile la soluzione a “due Stati”. Sul fronte giudiziario, spicca l’accusa di aver ricevuto beni di lusso da Milchan e i presunti accordi con l’editore Arnon Mozes per ottenere una copertura benevola sul quotidiano Yedioth Ahronoth, screditando sistematicamente gli oppositori. Un dettaglio cruciale riguarda l’attualità politica: a novembre 2025, Netanyahu ha presentato ufficialmente al Presidente Herzog una richiesta di grazia, un tentativo di chiudere i conti con la giustizia che è tuttora oggetto di aspro dibattito (lo stesso Trump, in passato, aveva invitato Herzog a concederla).
Il film riporta testimonianze e analisi sul fatto che Netanyahu abbia indirettamente incoraggiato il finanziamento al gruppo islamista che governa Gaza (attraverso fondi provenienti dal Qatar, “miliardi di dollari nell’arco di una decina di anni” per il New York Times) con l’obiettivo di mantenere i palestinesi divisi. Sebbene l’afflusso di denaro fosse ufficialmente destinato a scopi umanitari, la critica è che sia servito a “comprare la calma” permettendo ad Hamas di consolidarsi militarmente. Drucker documenta come il premier abbia utilizzato lo stato di conflitto permanente per ritardare i propri processi, rendendo la presenza di Hamas funzionale a una narrativa di “sicurezza”. Diversi commentatori nel film definiscono il 7 ottobre come la conseguenza indiretta di questa politica: il più grande fallimento della sicurezza israeliana, causato dalla convinzione di poter “gestire” Hamas anziché contrastarlo.
A colpire, nelle centinaia di ore di filmato, sono anche gli spezzoni degli interrogatori a Miriam Adelson e al marito, Sheldon, il magnate degli hotel e dei casinò scomparso nel 2021. Lei, invece, è ancora attivissima nella galassia del presidente Usa: è la miliardaria-ombra che più di tutti ha fatto pressione su Trump affinché si arrivasse a un accordo per liberare gli ostaggi israeliani rapiti da Hamas dopo il 7 ottobre. Nata a Tel Aviv, cresciuta a Haifa e naturalizzata americana, è una delle principali finanziatrici dell’attività politica pro-Israele e una donatrice per le cause ebraiche, oltre che essere l’editrice del diffusissimo foglio Israel Hayom, secondo giornale più diffuso nel Paese dopo Haaretz. Proprio la sua attività di editrice è al centro anche di alcuni spezzoni, dai quali emerge che la coppia Netanyahu esigesse un atteggiamento di favore sul suo quotidiano. Pessimo il giudizio di Sheldon nei confronti di Sara, che durante un interrogatorio sembrava volesse prendere le distanze dalla coppia (“Il Paese starebbe meglio se lei non si intromettesse. È intransigente… non credo che gli sarò ancora amico”). I filmati rivelano come la coppia Netanyahu pretendesse regali di lusso: sigari da cento dollari l’uno o gioielli di Tiffany. Vengono descritte anche le sfuriate telefoniche della première dame per foto non gradite sul giornale e l’accusa paradossale rivolta agli Adelson: se l’Iran avesse attaccato, la colpa sarebbe stata loro perché non difendevano abbastanza il governo del marito. “Se questo filmato venisse fuori, sarei morta”, dice Miriam in un passaggio, consapevole della gravità delle rivelazioni. Il rapporto tra le due coppie, seppur di lunga data, divenne insostenibile.
La tesi del film è che, attraverso metodi, favoritismi e pretese di regali di lusso, Netanyahu abbia messo a repentaglio la sicurezza di Israele. Per bloccare la diffusione del documentario, il premier ha invocato il segreto processuale. Ma quello che mostrano le immagini non è solo la cronaca di un processo, ma il ritratto di una rete capillare di relazioni illecite tra finanza, media e istituzioni. È la storia di come il Primo Ministro più longevo nella storia d’Israele abbia costruito e mantenuto il proprio potere.
La vicenda che ha coinvoltoDelmastro è rivelatrice di un meccanismo criminale che ha imparato sempre più a mimetizzarsi

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – A Roma il potere non è mai solo politica. È denaro, è relazione, è capacità di entrare nei circuiti giusti senza farsi vedere. E dentro questo sistema Michele Senese resta uno dei nomi che contano. Uno dei re di Roma. Non è più l’uomo delle pistole e delle guerre di mafia. Non è solo quello. È diventato altro: un imprenditore criminale globale, uno che ha capito prima degli altri che il vero potere non è controllare una piazza di spaccio, ma i soldi che quella piazza produce.

Si muove sottotraccia, dentro i flussi di denaro, nei rapporti tra politici, imprenditori e faccendieri, nelle relazioni che tengono insieme pezzi di economia legale e capitale criminale. È in questo spazio opaco che continua a esistere, e a contare, Michele Senese. È in questo spazio che il denaro cambia pelle e i nomi si nascondono dietro prestanome, che il sistema di questo boss incrocia anche pezzi della politica. Non con relazioni dirette, quasi mai. Ma attraverso società, quote, intestazioni formali.
È il caso della vicenda che ha coinvolto Andrea Delmastro Delle Vedove: una società creata a Biella, “Le 5 Forchette”, proprietaria della “Bisteccheria d’Italia” a Roma, dove, secondo l’accusa, sarebbero stati reinvestiti capitali del clan Senese tramite la famiglia Caroccia, già condannata per intestazione fittizia legata alla stessa organizzazione. Il meccanismo è sempre lo stesso: una giovane incensurata come schermo, capitali che arrivano da altrove, soci che entrano ed escono, formalmente inconsapevoli, sostanzialmente inseriti in una catena economica che ha una regia. Non è necessario che la politica sappia. È sufficiente che entri. Perché il potere mafioso, oggi, non chiede appartenenza: chiede accesso.
La storia di Michele Senese è nota. Meno evidente è la sua trasformazione. Oggi lui non è più soltanto il capo di una struttura radicata nelle piazze di spaccio. È il regista (nonostante si trovi detenuto continua a impartire ordini) di un sistema economico criminale che ha imparato a mimetizzarsi. La violenza resta, ma è una risorsa residuale. Il vero potere è altrove: nella capacità di produrre, spostare, ripulire denaro.
Le carte giudiziarie descrivono un modello stabile. Il clan interviene nelle crisi finanziarie delle imprese, offre liquidità, rileva debiti. Non è assistenza, è acquisizione di controllo. L’imprenditore salvato diventa dipendente. Le aziende entrano in una rete che consente di reimmettere nel circuito economico i proventi del traffico di droga. Non c’è settore escluso: ristorazione, edilizia, commercio, immobiliare. Il denaro si muove e, muovendosi, si legittima. Questo sistema non si interrompe con la detenzione del capo. Al contrario, si rafforza. Senese continua a dirigere e monitorare gli investimenti, a impartire indicazioni operative, a orientare le scelte dei familiari. In particolare del figlio Vincenzo, che svolge una funzione di cerniera tra la “casa madre” e le articolazioni territoriali del gruppo.
È un potere che si esercita per delega, ma resta centralizzato. La famiglia, allargata e coesa, garantisce continuità. Moglie, figli, uomini fidati: ciascuno ha un ruolo nella gestione dei capitali, nella cura delle relazioni, nella tenuta del sistema.
La dimensione romana, tuttavia, non basta più. Gli atti giudiziari indicano con chiarezza una proiezione nazionale e internazionale. Milano è uno dei nodi principali. Qui il gruppo non si impone con metodi tradizionali. Non serve. Si insinua nell’economia, utilizza società, professionisti, strumenti finanziari. È una presenza silenziosa, ma strutturata, capace di movimentare decine di milioni attraverso società formalmente pulite.
Il salto di qualità è nella gestione del riciclaggio. E qui emerge una figura chiave: Tonino Leone. Secondo le autorità svizzere, Leone avrebbe operato come intermediario finanziario del clan, costruendo architetture societarie funzionali al trasferimento e alla pulizia dei capitali.
Società registrate a Ginevra, conti bancari aperti presso istituti di primo livello, operazioni di trasferimento verso entità italiane riconducibili alla rete Senese. Le cifre non sono episodiche: centinaia di migliaia di euro, fino a importi milionari. Il denaro attraversa confini, cambia intestazione, si ricolloca in nuovi investimenti.
Non si tratta di episodi isolati. L’indagine evidenzia una struttura stabile: immobili acquistati per conto di esponenti del clan, società utilizzate per fornire copertura lavorativa e residenziale, fondi trasferiti anche verso l’est Europa. Una parte delle risorse viene investita in Romania, altra prova di una strategia di diversificazione e protezione del capitale.
Questa è la nuova forma del potere criminale. Non più visibile, non immediatamente percepibile. Non ha bisogno di territori esclusivi, ma di accesso ai mercati. Non impone, si insinua.
E tuttavia, il fondamento resta invariato. Il denaro nasce ancora dalle attività tradizionali: traffico di stupefacenti, estorsioni, usura. È lì che si genera la liquidità che alimenta il sistema. La differenza è che oggi quella liquidità non resta nei circuiti criminali. Viene trasformata.
Il punto di equilibrio è proprio questo: la capacità di tenere insieme economia illegale ed economia legale senza soluzione di continuità. Un imprenditore che entra nel circuito Senese può continuare a operare formalmente nella legalità, ma diventa parte di un sistema che risponde ad altre logiche.
In questo senso, il nome di Senese conserva una funzione decisiva. Non è solo un riferimento operativo. È una garanzia. Nel mercato criminale, dire di essere “in affari con Senese” equivale a esibire una protezione, una forza finanziaria, una capacità di intervento. È qui che si coglie la natura del suo potere attuale. Non nella presenza fisica, ma nella reputazione. Non nella violenza esercitata, ma nella possibilità che venga esercitata. Non nel controllo diretto dei territori, ma nella gestione delle relazioni che li attraversano.
Roma resta il centro simbolico e operativo. Ma il sistema non è più circoscritto. Si espande dove il denaro può essere investito e moltiplicato.In questo scenario, Michele Senese appare per ciò che è diventato: non soltanto un capo criminale, ma un operatore economico illegale capace di muoversi tra mercati, ordinamenti e confini. Un soggetto che ha accompagnato, e in parte anticipato, la trasformazione della criminalità organizzata in un fenomeno finanziario.
Il dato, più di ogni altro, è questo: il potere non si è ridotto. Si è raffinato.
Esclusiva: Bulgaria, Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia perseguono attivamente politiche regressive, secondo quanto rilevato da un organismo di controllo.
“Attacco alla giustizia”: come gli attacchi dell’estrema destra minacciano lo stato di diritto in Europa

(Jon Henley – theguardian.com) – Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell’UE stanno erodendo “in modo sistematico e intenzionale” lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.
Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l’Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come “smantellatori” che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.
Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.
Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l’Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, “rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento”.
In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi “in declino”: luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.
Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Grecia, l’Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come “paesi stagnanti”, ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.

Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l’indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.
Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia “dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un’indipendenza istituzionale compromessa”. Solo la Lettonia si è meritata lo status di “paese che si impegna a fondo”, con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto.
Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell’UE per affrontare l’erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea .

È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.
Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. “Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete”, ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.
Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.
Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell’UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano “rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri”, ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.
“Hanno normalizzato l’uso di procedure legislative eccezionali e accelerate, smantellato importanti tutele dei diritti fondamentali e condotto una campagna concertata contro le organizzazioni di controllo”, ha affermato Kersty McCourt, consulente senior per la difesa dei diritti presso Liberties.
Quando ciò accade, ha aggiunto McCourt, le istituzioni “minano la credibilità dell’UE e dei suoi stessi rapporti sullo stato di diritto”.
Secondo Liberties, nel 2025 le condizioni dello stato di diritto si sono deteriorate maggiormente nel pilastro democratico dei “controlli e contrappesi”: la capacità delle ONG indipendenti e della società civile di organizzarsi, contestare le decisioni e chiedere conto ai governi.

Secondo la ricerca, si sta assistendo a un aumento delle leggi regressive e delle pene severe per la partecipazione a manifestazioni vietate, anche in Ungheria, dove gli eventi del Pride sono stati proibiti e i loro organizzatori, tra cui il sindaco di Budapest, sono stati sottoposti a indagini formali.
In Italia è stato adottato un decreto di sicurezza estremamente restrittivo che criminalizza i blocchi stradali e altre forme di dissenso, ma rafforza le garanzie per le forze dell’ordine. In diversi Stati membri, i manifestanti per il clima e a favore della Palestina hanno subito divieti e sono stati criminalizzati.
Anche il pilastro della giustizia ha mostrato una mancanza di progressi, ha affermato Liberties, evidenziando in particolare quella che ha definito “una tendenza emergente di discorso politico sempre più critico o ostile nei confronti della magistratura e delle istituzioni per i diritti umani”.
Anche nella lotta alla corruzione si sono registrati scarsi progressi. E in materia di libertà di stampa, solo un numero limitato di Stati ha compiuto progressi tangibili. Gli attacchi contro i giornalisti sono aumentati in Bulgaria, Croazia, Italia, Paesi Bassi e, soprattutto, in Slovacchia .
Il referendum appena svolto ha mostrato ancora una volta l’estrema capacità dei cittadini di cogliere il nocciolo di temi

(Marco Politi – ilfattoquotidiano.it) – C’è un referendum che non si farà mai: sulla politica estera dell’Italia. La Costituzione (saggiamente) ha previsto che siano soltanto i deputati e i senatori scelti dal popolo a valutare e decidere su certe materie come ad esempio trattati internazionali e leggi di bilancio. Per sottrarle a stati d’animo momentanei e far sì che le scelte siano ben ponderate dopo un approfondito dibattito.
E tuttavia il referendum appena svolto ha mostrato ancora una volta l’estrema capacità dei cittadini di cogliere il nocciolo di temi, che toccano equilibri profondi della società e dello Stato. Sarebbe bene che di questa lucidità le forze politiche tenessero conto anche nell’ambito della politica estera: soprattutto in un momento in cui il nuovo corso della presidenza americana ha inaugurato a livello internazionale una stagione segnata dal caos e dal “grande bastone”.
Capire ciò che pensano gli italiani non è difficile, i dati ci sono tutti, basta non far finta di niente e considerare scema la popolazione. Sull’Ucraina, ad esempio, la grande maggioranza degli italiani ha sempre condiviso un moto di solidarietà e di sostegno con la nazione aggredita da Mosca. Approvando aiuti economici e finanziando l’invio di armi per Kyiv per una guerra difensiva. Allo stesso tempo l’intuito popolare ha condiviso da subito la visione di papa Francesco, che ha colto nel conflitto uno scontro tra imperi, avvertendo che non si trattava della “favola di Cappuccetto Rosso”.
Sbeffeggiato spesso da commentatori come “pacifintista”, ingenuo o peggio utile idiota di Putin, questo popolo maggioritario ha sempre avuto l’idea che si possa arrivare ad una pace giusta con l’Ucraina fuori dalla Nato e dentro l’Unione europea e i russofoni del Donbass liberi di scegliere la loro strada come gli albanesi del Kosovo o come i “tedescofoni” dell’Alto Adige, ancorati all’Italia ma dotati di autonomia amministrativa, finanziaria e culturale. Non è un caso se le manifestazioni per la pace a Roma in piazza San Giovanni riunivano centomila persone mentre le manifestazioni a Milano di appoggio sic et simpliciter al nazionalismo ne mettevano insieme cinquemila.
E’ lo stesso popolo maggioritario che ha sempre respinto istintivamente le censure contro artisti ed esponenti culturali russi, condividendo quanto disse nel dicembre del 2022 il presidente Mattarella alla prima alla Scala del Boris Godunov: la cultura russa è parte integrante della cultura europea, un “elemento che non si può cancellare. Mentre la responsabilità della guerra va attribuita al governo di quel Paese, non certo al popolo russo”.
La volontà popolare, facilmente misurabile, vuole adesso con chiarezza la fine della guerra, senza manovre dilatorie di “volonterosi”, perché non porta nessuno alla vittoria e sta costando centinaia di miliardi di euro agli italiani e agli europei. Uno studio del centro Polidemos dell’Università Cattolica ha appena evidenziato che il 53 per cento degli intervistati non sta “né con Mosca né con Kyiv”: con un realismo che gli storici potrebbero definire bismarckiano.
Secco è stato anche l’immediato responso degli italiani sull’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran. Un sondaggio realizzato per La7 ha mostrato l’orientamento contrario del 70 per cento degli intervistati. L’animo popolare ha colto ciò che i veterani della diplomazia, dei servizi segreti, degli stati maggiori sapevano da subito: l’Iran non stava “minacciando” nessuno, non è a un passo dall’avere la bomba atomica e soprattutto è stato Israele a progettare l’attacco trascinando Trump dietro a sé.
Perché questa non è la Terza guerra del Golfo, ma la Guerra d’Israele per il predominio nell’area mediorientale. D’altronde il governo Netanyahu ha già occupato nuovi pezzi di terra siriani, sta occupando un vasto spazio nel Libano e si è installato – nonostante il “cessate il fuoco” – in più della metà della Striscia di Gaza.
L’animo popolare ha le idee ben chiare: alla vista di un milione di sfollati nel Libano, scacciati come mandrie di bestiame dall’esercito israeliano, vorrebbe lo stop ad ogni collaborazione nel settore degli armamenti con Netanyahu. Mentre i governi europei si limitano a flebili e contorti comunicati, la maggioranza degli italiani ha capito che il governo israeliano ha deciso di cancellare ogni idea di Stato palestinese.
Intanto prosegue incessante l’ondata di devastazioni operata dai coloni ebrei in Cisgiordania con la complicità dell’esercito. Palestinesi aggrediti, feriti, uccisi, case e auto incendiate, bestiame massacrato, campi e uliveti devastati. Le vittime palestinesi sono oltre mille (quasi quanto le vittime ebree per causa del barbaro attacco di Hamas il 7 ottobre 2023). I bambini palestinesi uccisi più di trecento. I nazionalisti ebrei vogliono cacciare i palestinesi dalle loro terre.
Il cardinale Pizzaballa, bloccato arrogantemente domenica davanti al Santo Sepolcro, ricorda il peggioramento costante della situazione e la paura che cresce in Cisgiordania tra cristiani e musulmani. Ci fosse un referendum, gli italiani saprebbero come votare.
Se Giorgia Meloni sta pensando di andare a elezioni anticipate è perché la prossima legge di bilancio, tra regole europee, spread, promesse a Trump e crisi economica sarà un vero problema.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – C’è un numero che agita i sonni di Giorgia Meloni e che, probabilmente, è la causa di tutte le riflessioni su possibili elezioni anticipate.
Quel numero è il tre. O meglio, è il 3%, la percentuale di deficit rispetto al PIL che il governo italiano non deve superare per uscire dalla procedura d’infrazione dell’Unione Europea e non essere soggetto alle regole stringenti del nuovo patto di stabilità e crescita.
Tradotto per i non addetti ai lavori: se sta sotto quella soglia, il governo può fare una legge di bilancio, la prossima, molto generosa, diciamo pure elettorale: taglio delle tasse, bonus a pioggia, eccetera. Altrimenti, anche a questo giro, non c’è trippa per gatti.
Fino a qualche mese fa, Meloni & co erano sicuri di stare sotto al 3%, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, proprio nei giorni in cui il No trionfava al referendum sulla giustizia, hanno rifatto i conti è hanno scoperto che – ahia – il rapporto deficit/Pil dovrebbe assestarsi attorno al 3,1%.
Dire che è un bel problema è poco.
Perché i soldi sono meno proprio quando, a causa della guerra in Iran di Trump e Netanyahu, le emergenze sono di più. Con una crisi economica molto pesante in arrivo, il governo, ora come ora, avrebbe bisogno di un sacco di risorse per tagliare le accise, per calmierare le bollette, per aiutare le imprese che già stanno cominciando a tagliare posti di lavoro o chiudere bottega.
Non solo: al problema si aggiunge problema. Perché allo stesso Trump, l’amico Trump che ci ha messi nei guai, abbiamo promesso che avremmo comprato armi fino a raggiungere – ecco che torna il maledetto 3 – il 3% del prodotto interno lordo. Stando sotto il 3% del rapporto deficit più potremmo accedere al programma europeo di finanziamento del riarmo, indebitandoci a tassi agevolati per raggiungere questo obiettivo e scorporando le spese militari dai vincoli di bilancio. Senza, ci tocca farlo con tassi d’interesse molto più elevati, quelli del nostro debito pubblico. Che, complice la congiuntura, stanno ricominciando a salire.
Per Meloni non ci sono molte strade, da qui all’autunno.
O disubbidisce all’Europa e viola il patto di stabilità che lei stessa ha firmato, facendo impennare lo spread.
O disubbidisce a Trump e si rimangia la promessa di comprare armi americane, compromettendo il suo rapporto col presidente Usa.
O si rimangia le promesse, e va al voto con una legge di bilancio senza aiuti a imprese e famiglie e senza tagli di tasse, facendo arrabbiare il suo elettorato.
Oppure, ultima possibilità, evita tutti questi problemi con una bella crisi di governo, andando a votare prima. Rimandando al dopo voto le scelte complicate. O passando la patata bollente agli altri.
Capito, adesso, perché si parla di elezioni anticipate?
Giorgia Meloni tace. Interviene per solidarizzare con il Cardinal Pizzaballa, esalta il decreto sicurezza, ma di politica non parla. Forse sente, come tutti, la propria maggioranza che scricchiola.

(di Jacopo Tondelli – glistatigenerali.com) – Nei palazzi della politica e sui giornali serpeggia un fantasma, ed è il fantasma della crisi di governo, anticamera del voto anticipato. I giorni infatti passano e Giorgia Meloni tace. Dopo il video con gli uccellini, diffuso a sconfitta referendaria ormai certa, una settimana fa, interrompe il silenzio nel fine settimana, per accodarsi alla solidarietà espressa da tutti, proprio tutti, al Cardinal Pizzaballa, tenuto fuori dal Santo Sepolcro di Gerusalemme dalle autorità israeliane: lei che sulla guerra di Trump in Iran non aveva “abbastanza elementi” per dirsi d’accordo o in dissenso. Come a dire che quando in campo c’è l’amico Trump si tace, se ci sono l’amico Netanyahu e il Vaticano, in Italia, si sa, si sceglie il Vaticano, per non rischiare. Subito dopo interviene di nuovo, sui social, per dire che “il decreto sicurezza funziona”, alla faccia di “certa sinistra” sventolando il fermo preventivo di novantuno persone.
Un lungo divagare e parlar d’altro per non riferire in parlamento, cioè al Paese, della crisi tutta politica che si è aperta con la sconfitta nelle urne. Pensa, lei, di aver parlato coi fatti, dimissionando Delmastro, Bartolozzi e soprattutto Santanchè: sperando così di ripartire col piatto pulito, avendo eliminato dal suo campo la malapianta, avendo sottratto agli avversari, ai giornalisti, a “certa sinistra”, i pretesti per nuovi attacchi e critiche e i punti di frattura che possono allargarsi. Chissà se non sa, o non vuole credere, che gli incidenti che oggi non si immaginano sono dietro l’angolo, gli scandali possono spuntare dove non ce li si aspetta, i capri espiatori di ieri – da che mondo e mondo – sono bombe parlanti in giro per la città, cioè il contrario dell’antidoto ai problemi di domani.
Poi ci sono i sondaggi, tanto disprezzati e sempre compulsati. I primi del dopo-referendum potrebbero essere anche letti mentre si tira un sospiro di sollievo, nelle stanze frequentate da Giorgia Meloni, sua sorella, suo cognato e gli altri politicamente intimi. Il calo c’è, ovvio, ma niente di spaventoso. C’è un indicatore che va tenuto al centro dei pensieri, però: ed è la fiducia nella presidente del Consiglio. Cala di qualche punto, un calo abbastanza netto. Dentro a una china discendente lenta ma continua, che non è iniziata ieri. Bisogna solo capire se finirà domani o se, invece, una goccia dopo l’altra, questa fiducia fredda, quest’apatia di fondo, continuerà a mangiarsi pezzettini dell’Italia che a Meloni aveva dato fiducia, per convinzione, per assenza di alternative, per conformismo. Magari, chissà, se la discesa continua, potrebbe essere proprio lei a voler cercar la “bella morte”, a interrompere il dissanguamento e a far cadere il suo governo per provare ad andare a votare. Come? Certo, non è facile immaginarlo. Come si costruisce una dimissione, con quali pretesti, sulla base di quali sconfitte parlamentari, senza che queste segnino un punto sfavorevole in vista del voto? Il voto, già, e con quale legge elettorale? Quella attuale che, stante l’attuale perimetro delle coalizioni, e immaginando una situazione non sostanzialmente cambiata, in termini di consenso, consegnerebbe il Paese a un parlamento confuso e senza maggioranze? Oppure un’altra, quella di cui si parla da mesi, immaginata per dare stabilità ai governi sacrificando un altro po’ di rappresentanza?
Non sappiamo naturalmente il futuro, ma possiamo fare qualche ipotesi. Non sembra impossibile o irrealistico che alla fine la legislatura finisca prima del previsto. In teoria mancherebbe un anno abbondante, alla scadenza naturale, ma riempire quattrocento giorni in queste condizioni non è certo facile. Bisogna fronteggiare una recessione che gli osservatori di mezzo mondo vedono sempre più vicina. Il responsabile principale è uno, si chiama Donald Trump, e Meloni ha paura anche di dire che è biondo, perché a lui potrebbe non piacere. Una Confindustria finora umbratile e paziente se la prende col Governo che cambia le regole sugli incentivi. Altro segnale. L’obiettivo sarebbe appunto cambiare la legge elettorale pro domo propria. Ma se non si riesce, che si fa? Se si capisce – cosa probabile – che in questo finale di legislatura travagliato non ci sono le condizioni per mettersi d’accordo, mentre la crisi economica continua a mordere, si sale al Colle, magari dopo uno, due, cinque incidenti parlamentari, e si racconta la storia del “non son qui per vivacchiare, ma per cambiare il Paese”.
A quel punto, Sergio Mattarella dovrà verificare la possibilità di una sopravvivenza della legislatura, cioè di una maggioranza che sostenga un nuovo governo. In questo quadro, visti gli equilibri interni ai partiti e la vicinanza temporale del termine naturale della legislatura, è abbastanza improbabile che ci siano i numeri e la voglia. E quindi si potrebbe tornare a votare, magari, ancora una volta, come nel 2022, in autunno, lasciando “a chi verrà dopo” l’onere di fare una manovra di bilancio difficile. E chi verrà dopo? Chi lo sa. Ma non sembra improbabile immaginare, a sistema elettorale inalterato, che non ci siano i numeri per nessuno dei due campi larghi, in entrambi i rami del Parlamento, E quindi? Chi vorrà farà parte di un accordo per far partire la legislatura lo troverà. Con davanti cinque anni, non ci sono impegni e promesse solenni fatte in campagna elettorale che i parlamentari non siano in grado di interpretare, anche se le hanno fatto loro stessi. Poi saranno cinque anni importanti, nei quali inizierà il dopo Mattarella. Questa volta sarà vero ed è, in fondo, la vera posta in gioco.
Il Presidente della Fondazione Super Sud Giovanni D’Avenia: “Le aree interne non sono periferie, ma territori con una propria identità: puntare su diversità, cultura e giovani è la chiave per uno sviluppo duraturo e condiviso”

“Innovazioni possibili per lo sviluppo delle aree interne”, l’evento promosso dalla Fondazione Super Sud presso il NEXT – Ex Tabacchificio di Paestum, ha rappresentato un momento strategico per discutere come le aree interne della Campania possano diventare protagoniste di uno sviluppo sostenibile, innovativo e integrato. La giornata ha riunito istituzioni, università, imprese e comunità locali, con l’obiettivo di promuovere progetti concreti che valorizzino identità dei territori, biodiversità, cultura e giovani, creando opportunità di crescita condivisa e duratura. Ad aprire i lavori, i saluti istituzionali del Presidente della Fondazione Super Sud Giovanni D’Avenia, del Sindaco di Capaccio Paestum Gaetano Paolino, dell’assessore regionale Vincenzo Maraio e del Consigliere provinciale Elio Guadagno.
“Le aree interne non sono periferie, ma territori con una propria identità e caratteristiche uniche – ha dichiarato Giovanni D’Avenia – Puntare sulla diversità, sulla cultura e sui giovani significa costruire le basi di uno sviluppo duraturo e condiviso”.
La giornata è proseguita con tavoli tematici su innovazione tecnologica, sociale, economica e ambientale, coordinati da esperti. La Professoressa Genoveffa Tortora ha guidato il confronto sull’innovazione tecnologica, con focus su digitalizzazione, infrastrutture intelligenti, telemedicina e smart working, mentre il Professore Gianpaolo Basile ha coordinato l’innovazione sociale, affrontando welfare di comunità e partecipazione civica. L’innovazione economica, con l’analisi di filiere produttive, turismo sostenibile e attrazione di investimenti, è stata condotta dal Professore Salvatore Farace, e Giovanni Moccia ha guidato il dibattito su innovazione ambientale e transizione ecologica, con attenzione a comunità energetiche, risorse naturali e resilienza territoriale. Tra i relatori e partecipanti ai tavoli sono intervenuti anche il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Salerno Emmanuel Ruggiero, il Direttore Generale della Banca Monte Pruno Cono Federico e il Direttore della BCC Capaccio Paestum e Serino.
L’Assessore regionale Vincenzo Maraio ha sottolineato come investire sulle aree interne significhi collegarle al litorale e valorizzare attrattori culturali e naturali, costruendo un’offerta turistica integrata e competitiva in grado di generare opportunità per le comunità locali. Claudia Pecoraro, Assessora all’Ambiente della Regione Campania, ha evidenziato che parlare di aree interne significa sviluppare progetti sostenibili, compatibili con la biodiversità e le caratteristiche dei territori, in cui economia verde, smart economy e resilienza delle infrastrutture diventano strumenti concreti di crescita e qualità della vita. Il Rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Virgilio D’Antonio, ha ribadito l’importanza di coinvolgere i giovani nello sviluppo dei territori, affinché le competenze acquisite possano tradursi in innovazione concreta e opportunità occupazionali.
Raffaele Sibilio ha evidenziato come lo sviluppo delle aree interne richieda cooperazione tra territori, istituzioni e operatori economici, sottolineando che valorizzare la diversità dei territori significa trasformarla in una forza competitiva e sostenibile. Corrado Matera, Presidente della Commissione Bilancio in Consiglio regionale, ha ricordato le criticità ancora presenti: sanità, trasporti e istruzione, pur rappresentando punti di forza teorici a livello nazionale, restano punti deboli nella pratica a causa di carenze di organico, collegamenti insufficienti e rischi di accorpamento scolastico. Nonostante ciò, le aree interne possiedono un patrimonio culturale, naturalistico e gastronomico che può diventare un motore di sviluppo se sostenuto da strategie condivise e infrastrutture adeguate.
Nel pomeriggio la restituzione dei lavori dei tavoli ha aperto la sessione plenaria tecnico-istituzionale, con confronto diretto con i rappresentanti delle aree SNAI: Girolamo Auricchio per il Cilento Interno e Giovanni Caggiano per il Sele Tanagro. La plenaria è proseguita con interventi tecnici e scientifici di Carmelo Petraglia, Amedeo Lepore e Antonio Visconti, e con la partecipazione del Presidente dell’Intergruppo parlamentare Alessandro Caramiello, moderata dai giornalisti Barbara Landi e Ernesto Pappalardo. Caramiello ha dichiarato: “Sostenere le aree interne significa costruire opportunità concrete per i cittadini e valorizzare le identità locali. È fondamentale che le politiche pubbliche siano integrate e che le esperienze di successo, come quella di Paestum, possano diventare modello per altre regioni”.
A chiudere la giornata, Giovanni D’Avenia ha rilanciato la visione strategica della Fondazione: “Paestum deve diventare un modello replicabile per tutte le aree interne della Campania. Valorizzando la loro identità, coinvolgendo i giovani e creando reti tra comunità e istituzioni, possiamo trasformare territori marginali in centri di innovazione, cultura e sviluppo sostenibile. Tutti gli spunti emersi oggi saranno raccolti e inclusi in un documento finale che sarà inviato a tutte le istituzioni e ai Presidenti delle aree SNAI, per consolidare un percorso condiviso e tradurre le riflessioni in azioni concrete”.
Un pessimo biglietto da visita anche per i turisti

” Al Vomero, quartiere collinare partenopeo dove, anche a ragione dell’orografia che caratterizza la città di Napoli, esistono numerosi antichi percorsi con la presenza di scale, a partire da quelle che collegano la parte bassa con la collina, come le scale delle rampe del Petraio o della salita della Pedamentina o della calata San Francesco, per citarne alcune, mentre altre servono solo come collegamenti all’interno dello stesso quartiere, come le scale in via Luca Giordano, in via Cimarosa o in via Scarlatti, si registrano sempre più numerose segnalazioni sullo stato d’incuria nel quale vengono lasciati i suddetti percorsi, a ragione della mancanza di un’idonea quanto costante manutenzione “. A intervenire sul problema, molto avvertito dai residenti, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero.
” Le ultime segnalazioni, pervenute in questi giorni – puntualizza Capodanno -, riguardano le scale di via Scarlatti al Vomero, che collegano detta strada con via Morghen, che versano da diverso tempo a questa parte in un grave stato di abbandono e di degrado “.
“ Tale degrado – sottolinea Capodanno – riguarda entrambe le rampe che hanno bisogno di urgenti e non più differibili lavori di manutenzione e di riqualificazione. I muri laterali sono in diversi tratti o privi d’intonaco o con intonaco ammalorato e fatiscente, compromettendo sia l’aspetto estetico che principalmente quello strutturale “.
” Da sottolineare – continua Capodanno – che le suddette scale sono utilizzate non solo dai tantissimi residenti della zona ma anche dalle persone che utilizzano la funicolare Montesanto o che si devono recare presso la sede comunale oltre che dalle migliaia di turisti che vengono ad ammirare i beni storici e artistici presenti nell’area di San Martino “
Capodanno al riguardo sollecita l’immediato intervento degli uffici comunali competenti, affinché vengano eseguiti, in tempi rapidi, tutti i lavori necessari per restituire dignità e decoro alle antiche scale di via Scarlatti, montando nel contempo apparecchiature mobili, allo stato assenti, atte a favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche.