Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Avanza l’ipotesi di un bis di Mattarella


(Marco Antonellis – tpi.it) – Il presidente della Repubblica uscente Sergio Mattarella è sempre in campo, con 46 consensi raccolti oggi. È quello che emerge dalla lettura dei voti della quinta votazione, con il quorum ormai fissato a 505.

Ma il comportamento in entrambi gli schieramenti non può non portare ad una riflessione ulteriore su Sergio Mattarella, Capo dello Stato uscente. I voti raccolti dal giurista siciliano sono stati 46, decisamente meno dei 166 di ieri. Ma lo schieramento progressista oggi non ha votato e quindi i consensi registrati nel pomeriggio sono facilmente ascrivibili al centrodestra e ad altri.

Come dire che se un domani si dovesse votare il bis di Mattarella, il Capo dello Stato uscente potrebbe raccogliere centinaia di voti, forte dell’appoggio da sempre avuto dallo schieramento di centrosinistra (che ricordiamo lo ha votato compatto nel 2015) al quale potrebbero aggiungersi voti provenienti da altre formazioni.

Indicativa in tal senso la frase pronunciata oggi da Salvini a proposito della candidatura Casellati: “Sopra di lei c’è solo Mattarella”. E dopo questo voto, dichiarazioni o mezze frasi raccolte in Transatlantico dicono: è il momento di Mattarella, solo con lui possiamo superare lo stallo.

Peccato però che nessuno abbia ancora avvertito Mattarella della volontà di riproporlo al vertice della Repubblica Italiana. Perché è vero che, come fatto sapere ieri da fonti del Colle, il presidente in questi giorni non ha contatti di nessun tipo con nessuno. Ma un “pensiero” riguardo l’attuale situazione politica lo dovrà pur avere.

In questo senso, chi lo conosce bene giura che il Capo (così lo chiamano nel palazzo dei Papi) sia a dir poco “sconcertato” dallo spettacolo che la politica sta offrendo in questi giorni al Paese. E non vorrebbe proprio che una classe politica tanto inadeguata lo “costringesse” alla fine a tornare sui suoi passi prolungandone la permanenza al Colle a scapito del mestiere di “nonno”.

Già, perché ancora oggi non ha la benché minima intenzione di tornare per un altro settennato alla guida della Repubblica Italiana: “Vuole godersi la vita da nonno e giocare con i nipotini”, spiega chi lo conosce bene. Insomma, al Quirinale sono “terrorizzati” che alla fine della fiera di fronte allo spettacolo che la politica sta dando al Paese non si potrà più dire di “no” e saranno costretti a restare in campo per chissà quanto altro tempo ancora. Una decisione che a quel punto sarebbe più subita che accettata.


Sanità: curarsi in Campania sarà un’impresa


Fissati tetti di spesa in centri convenzionati uguali a quelli del 2019: tetti già definiti insufficienti dal commissario ad acta

(MICHELE INSERRA – quotidianodelsud.it) – Se ti ammali in Campania non hai possibilità: o paghi o muori. La nuova delibera (dello scorso 28 dicembre) che stabilisce i tetti di spesa non per branca, ma per struttura (con vincoli di budget da rispettare) fa saltare il banco. Per la regione Campania il Covid non esiste. O meglio, è pura fantasia che le strutture pubbliche siano “affaticate”. È un falso scenario quelle delle liste di attesa, lunghe, lunghissime.

Se andranno in vigore le nuove disposizioni accadrà che se devi fare una Tac, perché temi di avere un cancro, se devi fare una amniocentesi perché pensi che il feto che porti in grembo sia malato e hai sotto casa una struttura convenzionata devi comunque prenotarti al Cup regionale, aspettare che ti chiamino (potrebbero farlo anche in una struttura lontana chilometri da casa tua) e sperare che, mentre arrivi il tuo turno, quella struttura non abbia terminato il budget, che è a questo punto è determinato mese per mese, almeno secondo le nuove regole che vorrebbe imporre il governatore-sceriffo della Campania, Vincenzo De Luca.

LA NUOVA DELIBERA

Una follia burocratica che invece di facilitare, in tempi di emergenza pandemica dove la sanità è paralizzata, complica ulteriormente la vita e la sopravvivenza a chi vive al Sud. Già, perché se abiti a Caserta e hai bisogno di un esame in convenzione e ti prenoti al Cup potrebbe anche darsi che dovrai fare una visita dopo 180 giorni, magari a Salerno. Sull’impegnativa è scritto urgente? Che importa. Il Cup è un imbuto. Le file interminabili.

Ma che cosa è accaduto? In pratica la nuova delibera, la 599 dello scorso dicembre, stabilisce tetti di spesa in strutture convenzionate uguali al 2019, quando non esisteva il Covid. Non solo. Quello stesso tetto 2018/2019, a detta della prefettura, nella persona del commissario ad acta Mario Ambrosanio, è insufficiente al fabbisogno.

Tutto questo non lo dicono le strutture in convenzione, i privati o i sindacati: lo ha messo nero su bianco proprio il prefetto il 24 novembre 2021 (delibera numero 1). Ambrosanio fu nominato commissario ad acta in esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato (sezione III 5293/19) e, per quanto riguarda il fabbisogno assistenziale sanitario nella specialistica ambulatoriale della regione Campania di quegli anni, scrisse: «La scelta che regolamenta i volumi dell’offerta del privato accreditato inserisce di fatto un limite all’accessibilità da parte dei cittadini. In particolare la trimestralizzazione influenza i flussi della domanda di prestazioni che temporaneamente non trovano risposta presso le strutture private accreditate e potrebbero rivolgersi altrove (strutture private non accreditate fuori regione)».

LE BACCHETTATE DEL COMMISSARIO AD ACTA

Pensate che lo stesso commissario ad acta bacchettò la Regione Campania proprio sul tetto fissato nel 2018-2019 affermando che «i dati delle prestazioni ambulatoriali specialistiche erogate negli anni passati non sono adatti a essere utilizzati per la previsione dell’offerta ambulatoriale per gli anni futuri, in quanto non può considerarsi manifestazione completa delle reali necessità dei cittadini, ma rendicontazione di quanto la Regione Campania ha potuto offrire».

Ecco, la Regione invece che cosa fa? A dicembre, pochi giorni prima della fine dell’anno, vara una delibera in cui non solo si fa riferimento al tetto dello storico del 2018- 2019, che a detta dello stesso prefetto era inadeguato, ma dimentica che a oggi, per causa del Covid, non è più possibile fare un ricovero neanche per un intervento di routine, figurarsi per la diagnostica.

Non parliamo di esami di poco conto (anche se nessuno esame lo è), parliamo di esami che possono determinare la salute dei cittadini, come una mammografia, una tac, un esame per un cancro alla prostata, all’utero, al pancreas.

C’è di più: la nuova delibera stabilisce non solo le prenotazioni al Cup, ma anche un tetto per ogni branca e mensile. Che cosa significa? Che se ti metti in fila e prenoti per un esame in una struttura in convenzione ti possono anche rimandare indietro, perché magari in quella stessa giornata si è raggiunto il picco delle prestazioni e non si potrà andare avanti perché altrimenti quegli esami non saranno pagati.

È chiaro che le associazioni di categoria si sono ribellate e hanno deciso non solo di non firmare i contratti imposti per ciascuna struttura dalle Asl, ma di rivolgersi al Tar. Per l’ennesima volta, lo avevano già fatto contestando il tetto del 2018- 2019, perché non era sufficiente per il fabbisogno reale. E vinsero al Consiglio di Stato. In realtà bastava un po’ di buonsenso, meno luoghi comuni e spot. Aumentare il tetto di spesa per tutti, lasciando libere le strutture pubbliche che ormai non erogano neanche una visita specialistica, prese dalla tempesta del Covid.

C’è di più. Nella famigerata delibera si fissa un tetto anche per gli esami fuori regione. Eppure non c’è limite per chi dalla Campania emigra al nord, magari in una struttura in convenzione. E questo non fa altro che aumentare il debito che in sede di compensazione la Campania ha con le altre Regioni. Una follia anche politica ed economica. Mentre qui al sud le eccellenze sono tante e non messe in condizioni di operare.

LIBERTÀ VIOLATA

«Con questa delibera che impugneremo non si tiene conto della sentenza del Consiglio di Stato che stabilisce un principio semplice: prima di fare i tetti bisogna contare il fabbisogno reale. Mancano tra gli 11 e i 13 milioni di prestazioni sulle 9 branche ambulatoriali» dice Pierpaolo Polizzi, presidente dell’Aspat, associazione della sanità privata accreditata.

E non è tutto. La delibera regionale voluta dall’assessore al Bilancio, Ettore Cinque, buttando tutto (privato accreditato e pubblico) nel Cup regionale non solo limita chi non riesce ad avere accesso alla rete (già, perché per prenotarsi bisogna farlo solo online), ma lede la libertà di scelta dei cittadini. Già, proprio così: se sei nato povero e non hai santi in paradiso, puoi anche morire. L’importante è risparmiare, non importa sulla pelle di chi.


Salvini prova la spallata: ecco cosa si nasconde dietro l’operazione Casellati


(Luca Telese – tpi.it) – Cosa ha spinto Matteo Salvini a provare la spallata, il “rien ne va plus” su Elisabetta Casellati? Non certo un istinto suicida, ma un calcolo ben studiato. L’idea che il centrodestra, se in questa chiama riuscisse a sommare almeno altri 50 voti alle sue forze (i 416 del centrodestra, più il gruppo misto) potrebbe eleggere un presidente della Repubblica a maggioranza, senza nessun accordo con i giallorossi.

Un azzardo, si dirà, ma con un doppio obiettivo: non solo quello (evidente e visibile) di portare sul Quirinale una donna “di destra” come ripetono da giorni tanti parlamentari della coalizione in nome di uno spirito “puro e duro”. Ma anche quello meno evidente, eppure a ben vedere molto più importante sul piano strategico, di far precipitare la crisi del governo e di andare al voto anticipato.

Il “doppio colpo” ha una vantaggio chiaro: liberarsi dei vincoli di maggioranza sopportati (con fatica) fino ad oggi, ovviamente. Ma anche assicurarsi di avere al Quirinale una presidente “amica” e riconoscente che possa conferire un mandato pieno ad un leader di centrodestra (possibilmente lui stesso) dopo le inevitabili elezioni politiche anticipate a cui si andrebbe per la rottura della maggioranza di governo.

La domanda è semplice: esistono davvero i numeri per fare questa operazione, dentro l’assemblea dei grandi elettori? Malgrado quello che si scrive in certi retroscena è molto difficile trovarli nelle fila del Movimento Cinque Stelle (che si asterranno per controllare meglio i propri magmatici gruppi). Ancora più difficile trovarli presso il gruppo degli ex Cinque Stelle che fino ad oggi hanno votato Nino Di Matteo (che come è noto paventano le elezioni anticipate come la peste).

Quindi, dati alla mano, la Casellati, che ieri tempestava di messaggi i leader del partiti di centrodestra implorando la propria candidatura (è convinta di farcela), dovrebbe prendere tutti i voti del centrodestra, tutti i voti del gruppo misto, e anche una parte dei gruppi di cui abbiamo parlato. Sarebbe la prima volta nella storia di un voto senza franchi tiratori. Per capire se questo miracolo si può realizzare, tuttavia, basta attendere la fine dello scrutinio: l’asticella è sempre fissata a quota 505.


Quirinale, “Berlusconi ripensaci”: la lettera-appello


“Torni a battersi, dimostri ancora una volta di essere vero patriota e grande statista italiano”

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(adnkronos.com) – Silvio come back! Di fronte al balletto di questi giorni in Aula per le votazioni del Colle sono tanti gli azzurri che rimpiangono Silvio Berlusconi, si rammaricano per il suo ‘passo indietro’ e chiedono il suo ritorno in campo, anche alla luce della telefonata del disgelo tra il Cav e Mario Draghi di ieri. C’è chi considera tardivo questo rammarico, ma fatto sta che molti ora invocano il loro leader. Tant’è che è spuntato anche un documento-appello iniziato a circolare ieri tra i forzisti, e promosso da vari senatori e deputati, a cominciare da Cristina Rossello, commissario cittadino di Milano. ”Caro, Presidente, per tutte queste le rivolgiamo un ossequioso appello affinché accolga il nostro grido d’allarme e revochi la sua decisione di rinunciare a concorrere per la presidenza della Repubblica”, si legge nel testo.

“Le chiediamo -è l’invito rivolto al presidente di Fi, ancora ricoverato al San Raffaele di Milano- con convinzione di tornare a battersi, esattamente come 28 anni 3 fa ed anche gli avversari dovranno riconoscere la incomparabilità di tutti i nomi in campo rispetto al suo. Dimostri ancora una volta come agisce un vero patriota, un grande statista italiano, mosso dall’interesse esclusivo e preminente della Nazione. Forza Presidente, siamo con Lei. Un gruppo di elettori del centro-destra”.

“Egregio Presidente -è l’incipit della misisiva- assistiamo ormai da giorni al balletto quotidiano di schede bianche, elenchi di nomi di fantasia, caminetti, conclavi, terne, rose, veti e controveti, sulla pelle delle nostre istituzioni repubblicane. Un teatrino politicante che non fa che aggravare la frattura tra popolo e classe politica… Avevamo creduto fortemente nella sua candidatura alla presidenza della Repubblica come Le era stata proposta da tutti i leader dei partiti di centrodestra ed accolta con entusiasmo da ampie fasce della popolazione”.

“Eravamo e siamo convinti -si legge ancora nel testo- che nessuno più di Lei abbia le caratteristiche adatte a rivestire la prima carica dello Stato. Le hanno affibbiato l’etichetta di personalità ‘divisiva’ poiché leader di partito, dimenticando strumentalmente che la maggior parte dei passati presidenti della Repubblica è stata scelta tra le file dei partiti politici e che chi varca le soglie del Colle si spoglia delle precedenti vesti per indossare la maglia della nazionale”.

“Lei -si sottolinea- ha diritto di concorrere e di guidare questo Paese in quanto è l’uomo politico che nella storia della Repubblica ha conquistato più voti in assoluto. E’ stato più volte leader del G7, del G8 e del G20, tre volte capo del governo ed ultimo premier scelto dei cittadini con libere elezioni. Ideatore del bipolarismo e fondatore del centrodestra italiano che è stato ed è tuttora, a distanza di 28 anni, un forte argine allo strapotere, culturale oltre che politico, delle sinistre”.


Green pass: loro saranno pure i Migliori, però non è che noi siamo proprio tutti cretini


Mentre il Paese attende con il fiato sospeso (e qualche sbadiglio) che il grande spettacolo dell’elezione quirinalizia arrivi a una conclusione, leggiamo con interesse sui giornali che il governo sta meditando nuove e avventurose decisioni sulle nostre vite.

(di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano) – Mentre il Paese attende con il fiato sospeso (e qualche sbadiglio) che il grande spettacolo dell’elezione quirinalizia arrivi a una conclusione, leggiamo con interesse sui giornali che il governo sta meditando nuove e avventurose decisioni sulle nostre vite. Secondo il mitico decreto di inizio anno, quello che regola il green pass gold (rilasciato ai vaccinati e ai guariti), il passaporto ha un tempo di validità di sei mesi. Ma qui todo cambia ogni cinque minuti e siccome molte certificazioni verdi cominceranno a scadere nelle prossime settimane (la terza dose era stata autorizzata a metà settembre) il termine, secondo i ben informati, sarà presto “prorogato” per chi ha completato il ciclo vaccinale. Funziona un po’ come il Presidente della Repubblica: non sarebbe più comodo lasciarlo lì ancora un po’? Massì proroghiamolo…. Certo con la Costituzione è più difficile fare tira e molla, ma con i decreti è un giochetto da ragazzi. E così, dopo il parere del Comitato tecnico scientifico, il nuovo passaporto che dà diritto a fare quasi tutto si avvia a diventare eterno. Voi direte: qual è la ratio? Studi sulla durata della protezione? Sull’andamento del virus? Sull’efficacia del siero contro la variante predominante? No, pare che il green pass per chi ha la terza dose di vaccino varrà fino a quando non arriverà il via libera alla quarta da parte di Ema e Aifa. Poi, altro giro altra corsa. Il problema dei molti pass in scadenza è oggettivo e va affrontato, ma il continuo cambiamento di regole disorienta anche i cittadini più pazienti e ligi, che non capiscono più perché sottostare a regole di cui sfugge il senso. Sui green pass ante 5 gennaio (ne abbiamo la prova!) è indicata una scadenza di 9 mesi, “salvo diverse disposizioni di legge”. Poi sono diventati sei e tra poco ci diranno che non ha scadenza, fino a prossimo ordine: sembra il gioco dell’oca. Non potevano fare altro? Allora hanno sbagliato prima. Sicuramente il passaporto infinito fa piacere ai molti che, completato il ciclo di immunizzazione, cominciano ad avere dubbi sulla necessità di vaccinarsi ogni quadrimestre, però è difficile non sentirsi trattati come bambini inconsapevoli: a non dire che il green pass eterno dà vagamente l’idea che sia eterno anche il sistema di regole “emergenziali”.

L’organizzazione dei divieti che discende dal decreto del 5 gennaio ha un vago, e spiacevolissimo, sapore etico. Tanto è vero che l’esecutivo ha dovuto rettificare in corsa – con una faq sul sito del governo – la disposizione sui beni “voluttuari” che i cittadini non vaccinati non avrebbero potuto acquistare anche nei negozi dove si può entrare senza il pass gold: pane sì, calzini no. I tabaccai sono giustamente sul piede di guerra: sono rimasti aperti durante la prima, drammatica, fase dell’epidemia e ora sono accessibili solo ai 3 g. È un modo per incentivare? O per punire? Il dubbio ci viene perché abbiamo letto sul Fatto di qualche giorno fa un articolo sul nuovo vaccino Novavax, ribattezzato il vaccino dei no vax e non solo per assonanza: il farmaco utilizza la biotecnologia delle proteine ricombinanti, già utilizzata da decenni per altri vaccini. E mentre la Regione Lazio ha fatto sapere che i cittadini potranno continuare a scegliere (come sempre) con quale vaccino immunizzarsi, la Lombardia – faro della sanità nel periodo della pandemia – ha fatto la scelta opposta. Il coordinatore della campagna vaccinale Guido Bertolaso aveva già anticipato la posizione lombarda in un italiano “randomizzato” (un po’ casuale, tipo la durata del pass): “Quando sarà disponibile anche questo ulteriore vaccino verrà dato in modo random”. La decisione è stata confermata dalla Regione: per fortuna che lo scopo dell’obbligo era vaccinare quanti più cittadini possibile…

Insomma: loro saranno pure i Migliori, però non è che noi siamo proprio tutti cretini.


Quirinale, verso il Mattarella bis


Una o due, questo è il primo dilemma. Al quinto giorno di votazioni a vuoto, il Parlamento comincia ad avvertire un fastidioso ticchettio. C’è bisogno di accelerare, di smuovere le acque, ché lo stallo non è solo brutto da vedere, ma è pure pericoloso, non sia mai si scivoli verso finali senza sceneggiatura.

(DI PAOLA ZANCA – Il Fatto Quotidiano) – Una o due, questo è il primo dilemma. Al quinto giorno di votazioni a vuoto, il Parlamento comincia ad avvertire un fastidioso ticchettio. C’è bisogno di accelerare, di smuovere le acque, ché lo stallo non è solo brutto da vedere, ma è pure pericoloso, non sia mai si scivoli verso finali senza sceneggiatura. Così stamattina, la conferenza dei capigruppo valuterà se procedere con due votazioni al giorno, come si è sempre fatto, prima che il Covid dilatasse i tempi elettorali a causa di distanziamenti e sanificazioni. Anche perché la storia repubblicana insegna che alla quinta chiama – quella convocata alle 11 di oggi – non si è mai eletto nessuno. Meglio passare rapidamente alla sesta, sempre che i leader riescano a mettersi d’accordo e non lascino mani libere alle spinte che vengono “dal basso”.

Ieri, per legare quelle mani, il centrodestra ha imposto ai suoi di non ritirare la scheda. Risultato: 441 astenuti, lontani dai 505 voti che servono per eleggere il capo dello Stato, anche considerando i 12 che hanno disobbedito all’ordine. Giorgia Meloni non ha gradito, avrebbe preferito andare alla conta su un nome. Ma Salvini le ha spiegato che nessuno – a cominciare dalla decapitata Forza Italia – poteva garantire di fermare i segnali incontrollati. Come quelli arrivati dall’altra metà dell’emiciclo che ieri ha tributato 166 voti a Sergio Mattarella.

Un parlamentare su tre dei 540 votanti ha chiesto al capo dello Stato di fare il bis. Un appello trasversale, probabilmente più scarno del previsto perché il Pd (e i 5S, costretti poi a dire che si era lasciata “libertà di coscienza”) hanno messo i caporioni a conteggiare i secondi di permanenza nel catafalco per obbligare tutti alla scheda bianca: ci sono gli eletti di Leu, un pezzo di 5 Stelle (un nutrito gruppo di senatori sostiene questa tesi da tempo), alcuni seguaci di Luigi Di Maio, esponenti dem vicini a Dario Franceschini. Il sogno del mantenimento dello status quo (Draghi a palazzo Chigi, Mattarella al Quirinale) è quello che consentirebbe di blindare la legislatura per un altro anno, la soluzione indolore, il freezer della politica. Ma è chiaro che sarebbe anche un segnale di estrema debolezza – oltreché dai profili costituzionali labilissimi – a cui arrivare solo per conclamata disperazione. Anche perché, dal Colle lo hanno chiarito più volte, per convincere Mattarella a restare servirebbe un’acclamazione del Parlamento intero (al massimo si tollererebbe l’astensione di Giorgia Meloni) e soprattutto dovrebbe arrivare dopo una processione dei leader al Quirinale.

Già, i leader. Per quanto allo sbando, sono tutti in balia della Lega e del suo capo. Quel Matteo Salvini che non si capisce a che gioco stia giocando. Sibilano i leghisti in Transatlantico: “Siamo anche disposti a votare Draghi, se ci promette che scioglie le Camere e ci fa andare a votare”. Qualcun altro, quando si è fatta sera, ritira fuori l’ipotesi di un blitz su Maria Elisabetta Alberti Casellati. I numeri per fare da solo – lo hanno certificato le astensioni di ieri – il centrodestra non li ha, ma la speranza è sempre quella di pescare nel magma del gruppo misto. Ovviamente, anche questa soluzione sarebbe finalizzata alle elezioni anticipate. Poi è Matteo Salvini ad azzardare un’altra mossa che dà l’idea di quanto si proceda a tentoni, rimettendo sul tavolo il nome di Franco Frattini – già bocciato dai giallorosa – e preparando una nuova rosa di candidati, tra i quali c’è anche Giampiero Massolo (già bocciato da Forza Italia). Il suo nome circolò già ai tempi della formazione del governo gialloverde, come punto di intesa tra Salvini e Di Maio, prima che spuntasse dal nulla l’avvocato Giuseppe Conte. Curiosamente Massolo è un diplomatico come Elisabetta Belloni. Doppiamente curioso il fatto che lui sia stato a capo Dipartimento delle informazioni per la sicurezza tra il 2012 e il 2016, lo stesso incarico di coordinamento dei servizi segreti che da pochi mesi ricopre la stessa Belloni e che – nelle valutazioni delle ultime ore – costituiva il principale ostacolo alla sua candidatura al Quirinale.

Una matassa apocalittica che Mario Draghi spera ancora di venire chiamato a sbrogliare. Sempre che – lo avvertono – riesca a prendere 505 voti.


Caserta: Piantumazioni in villa Giaquinto, così i minori stranieri sperimentano l’inclusione sociale e la cittadinanza attiva


Sabato a partire dalle ore 10 i giovanissimi volontari al fianco della Lipu. Nelle prossime settimane interventi anche in piazza Cavour e via Gemito

L’inclusione sociale nasce dalla partecipazione attiva alla vita di una città. E’ questo lo spirito che muove le iniziative realizzate nell’ambito di LGNet, progetto finanziato dal Ministero dell’Interno e realizzato dal Comune di Caserta, in qualità di ente capofila, insieme all’associazione Cidis. Tanti gli stranieri, spesso anche minori non accompagnati, che, da oltre un anno, sono impegnati in attività di cura e manutenzione del verde pubblico, recupero e rigenerazione urbana, supporto sociale a bambini, anziani, disabili e famiglie in difficoltà. Sabato mattina alle ore 10 un gruppo di giovanissimi volontari, tutti minori soli, beneficiari del progetto di accoglienza SAI, tornerà a villa Giaquinto. Questa volta per la messa a dimora di una siepe di alloro e la piantumazione di alcuni arbusti. Si tratta, in questo caso, di una iniziativa promossa dalla Lipu in collaborazione con il comitato di villa Giaquinto che vedrà i minori stranieri impegnati per l’intera mattinata in una attività di grande valore simbolico sul piano della promozione della cittadinanza attiva. E che conferma l’importanza e le potenzialità del ‘fare rete’, della collaborazione tra le diverse realtà del mondo associativo, del coinvolgimento degli enti locali. L’obiettivo è infatti quello di garantire l’integrazione e scongiurare così i rischi derivanti dalla marginalità sociale. Una manifestazione, quella di sabato, intitolata ‘La marcia degli alberi’, che farà da apripista ad un ciclo di eventi, promossi sempre nell’ambito del progetto LGNet, che nelle prossime settimane coinvolgerà volontari italiani e stranieri, tutti impegnati in alcune delle piazze e delle strade della città di Caserta, tra queste piazza Cavour e via Gemito, per interventi di riqualificazione del tessuto urbano. Una risposta concreta alle esigenze del territorio e soprattutto alle istanze di una comunità. 


Giuliano Ferrara ricoverato in rianimazione dopo essere stato colpito da infarto


(leggo.it) – Giuliano Ferrara è ricoverato in rianimazione a Grosseto, all’ospedale Misericordia, dopo essere stato colpito da infarto. Il giornalista e fondatore del quotidiano Il Foglio, per anni volto televisivo soprattutto sui canali Mediaset, secondo quanto scrive MaremmaOggi, riportato dal quotidiano Il Tempo, è stato ricoverato ieri sera, giovedì 27 gennaio, poco dopo le 23.

Ferrara lotta tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione cardiologica dell’ospedale grossetano. Le sue condizioni, scrivono i media locali, sarebbero molto gravi. Il giornalista, 71 anni, si è sentito male nella sua casa di Scansano in cui vive da tempo: soccorso dal 118, è stato subito portato in ospedale.


La bomba di “Domani”: Casellati “Mazzanti Vien Dal Mare” si rifà casa con i soldi sello stato?


(Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – A Padova, nella centralissima via Euganea, c’è una villa che in città conoscono tutti. Un palazzetto del Settecento extra lusso di tre piani e 546 metri quadri più giardino annesso e scale d’epoca. Un immobile di proprietà di Giambattista Casellati, avvocato e presidente dell’ente Veneranda Arca di San Antonio, e della di lui moglie Maria Elisabetta Alberti Casellati, ex avvocato di Silvio Berlusconi e attuale presidente del Senato.

Una dimora che negli ultimi tempi, in gran segreto, è stata sottoposta a qualche importante lavoro di ristrutturazione. Pagato con i fondi del ministero dell’Interno e della prefettura padovana.

Anche se Casellati vive a Roma a palazzo Giustiniani e torna a casa di tanto in tanto nei weekend, Domani ha scoperto che l’organo periferico del Viminale (il ministero al tempo delle prime richieste autorizzative era guidato da Matteo Salvini) ha già speso la bellezza di 175mila euro. A cui vanno aggiunti 94mila euro di lavori già preventivati ma non ancora realizzati.

In pratica, lo stato ha già investito o sta per investire 271mila euro nella casa dell’avvocata per la sostituzione degli infissi, la sopraelevazione e ristrutturazione del muro del giardino che circonda la casa, più altri interventi ufficialmente destinati «alla messa in sicurezza, a tutela, dell’abitazione del presidente», spiega il prefetto Raffaele Grassi, che ha ereditato la pratica da pochi mesi: l’ex direttore dello Sco della polizia e questore di Reggio Calabria è arrivato in città solo a maggio scorso.

La cifra è consistente, e così Domani ha cercato di capire se c’erano precedenti di spesa confrontabili con quelli fatti per Casellati. La presidente non ha risposto alle domande che le abbiamo fatto attraverso il suo ufficio stampa.

Abbiamo però contattato le prefetture competenti, lo staff di Sergio Mattarella, il presidente della Camera Roberto Fico, gli ex numeri uno di Montecitorio e palazzo Madama, cioè Laura Boldrini e Pietro Grasso: non risultano lavori con costi lontanamente comparabili per la messa in sicurezza delle loro abitazioni.

PALAZZO CASELLATI

Casellati è tra i candidati papabili alla presidenza della Repubblica. Salvini è il suo principale sponsor, ma anche Giuseppe Conte e un pezzo dei Cinque stelle sono tentati di votarla in chiave anti Draghi.

Nonostante dall’inizio del suo incarico sia stata spesso criticata per l’uso di risorse pubbliche, in primis per i costi dei suoi viaggi. Il quotidiano Repubblica ha raccontato qualche mese fa «di 124 voli di stato in un anno» («falso, sono di meno, e non ho violato alcuna legge», replicò lei), mentre altri giornali spiegarono come la presidente si facesse accompagnare dalla sua scorta anche all’interno del bar di palazzo Madama.

La casa di via Euganea era già diventata protagonista delle cronache della stampa locale e del Corriere della Sera nel 2018, a causa delle proteste del vicinato, innervosito dalla decisione delle forze dell’ordine di vietare la sosta delle auto ai residenti sulla via, scelta fatta per «proteggere la sicurezza» dell’avvocata specializzata nelle cause di nullità davanti alla Sacra Rota.

«È un privilegio», disse qualcuno a sinistra, forse in antipatia a una politica di fama, vicinissima allo storico legale di Berlusconi, Nicolò Ghedini, e celebre per il carattere assertivo e non facile, che secondo i maligni l’ha costretta durante i primi quattro anni del suo mandato a cambiare sette portavoce.

Ora, la messa in sicurezza delle abitazioni dei vertici istituzionali e di soggetti a rischio è disciplinata da norme che prevedono tutele e investimenti pubblici decisi dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduta dai vari prefetti. Ma com’è possibile che si sia arrivati, per Casellati, a quasi trecentomila euro, cifra con cui è possibile comprare a Padova un appartamento nuovo di 100 metri quadri?

E come mai a Domani risulta che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la sua storica casa a Palermo, molto esposta essendo un attico in via Libertà, ha goduto solo di sistema d’allarme elettronico con un investimento pubblico minimo, mentre il presidente Roberto Fico non ha avuto nelle sue abitazioni private a Napoli alcun lavoro strutturale né blindatura di sicurezza?

Infine, come è stata scelta la ditta, il Gruppo Garbo, che ha fatto (e dovrà ancora fare, fossero approvate le ultime autorizzazioni) i lavori di villa Casellati?

AUTORIZZAZIONI

Dal momento che la casa della presidente è vincolata, chi scrive ha chiesto innanzitutto informazioni alla soprintendenza archeologica delle Belle arti di Venezia e Padova. L’accesso agli atti richiesto nei mesi scorsi ci è stato però negato dagli uffici dell’ente.

Più disponibile è stato il sovrintendente Fabrizio Magani, intervistato nella splendida biblioteca nei suoi uffici patavini. «I lavori a casa della presidente sono partiti da anni, ben prima che io arrivassi qui. Sono stati autorizzati dalla prefettura. Sono loro la stazione appaltante, non noi» spiega.

«La soprintendenza ha dato il via libera a tre autorizzazioni, solo per quel che ci competeva: la prima risale al 19 marzo 2019, c’era ancora il mio predecessore Andrea Alberti, e riguarda la fornitura e l’installazione di serramenti vari e vetri antisfondamento.

La seconda riguarda l’ancoraggio di una porta finestra. La terza, del settembre 2020, la sopraelevazione del muro di cinta. Qui forse bisogna fare una variante perché la parete va prima consolidata. Lavori degli spazi interni? Non mi risultano».

Almeno una volta, ad aprile 2021, la presidente ha verificato di persona l’andamento della pratica della ristrutturazione della sua villa, andando a supervisionare i progetti insieme agli uomini della prefettura e a quelli della soprintendenza.

«Sì, ci sono andato anche io due volte a casa Casellati – dice Magnani – Dovevo verificare come i lavori erano stati eseguiti. Il vecchio muro del giardino per esempio non era del tutto allineato, ed era intenzione di portarlo allo stesso livello». La «friabilità» del muro avrebbe inciso sul prezzo dell’opera, che ha un costo preventivato di 94mila euro, pagata sempre con denaro pubblico.

L’IMPRESA

L’azienda incaricata è un’impresa di Padova: si tratta della impresa individuale Edili Garbo, dodici dipendenti (non ci sono bilanci depositati alla Camera di commercio), specializzata in edifici residenziali. L’elenco dei lavori per mettere in sicurezza la dimora privata della presidente prevede il montaggio di finestre blindate, l’innalzamento del muro esterno, forse l’impianto di videosorveglianza, che dovrebbe essere realizzato da un’altra ditta specializzata del settore.

Non sappiamo se con i soldi della prima tranche già spesi sia stato fatto altro. Il prefetto di Padova, «in qualità di committente unico dei lavori», indica a Domani solo l’importo notevole già finanziato: «La loro esecuzione ammonta a 175.916 euro. La sopraelevazione del muro di cinta perimetrale dell’abitazione padovana della presidente del Senato allo stato non è ancora stata realizzata», ci dice con trasparenza il prefetto Grassi.

La necessità di realizzarlo «per esigenze di sicurezza» è stata però già «attestata», e «la somma preventivata per tali lavori ammonta a 94.588 euro. Non ci sono state pressioni da parte della presidente per questi lavori e queste spese. La ditta? Non c’era bisogno di fare la gara, abbiamo fatto affidamento diretto»

ARRIVANO I GARBO

Per avere altri dettagli sui lavori della presidente del Senato abbiamo dunque contattato la Edili Garbo. La procuratrice speciale Giorgina Garbo ha negato un loro coinvolgimento: «Non mi risulta affatto, non so di cosa sta parlando. Comunque non sono io che mi occupo di cantieristica, arrivederci». Anche Giampietro Garbo, l’ingegnere titolare dell’impresa, non ha voluto dare alcuna precisazione sui lavori: «Si tratta solo di preventivi, nessuno ha incassato niente, non abbiamo ancora iniziato alcun lavoro da nessuna parte».

Non sappiamo quali sono i criteri con cui la prefettura abbia scelto la Garbo. «Una ditta seria e affidabile», dicono a Padova. Consultando documenti degli uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia risulta che Giampietro nel 2009 abbia usufruito dello scudo fiscale varato dall’allora governo Berlusconi. In quegli anni Garbo ha riportato in Italia quasi 5 milioni di euro complessivi, sia dalla Svizzera sia da San Marino.

Per la cronaca, all’epoca la loro concittadina Casellati (che ha come migliore amica e stilista del cuore Rosy Garbo, che ha disegnato anche i vestiti che sta indossando durante le votazioni di questi giorni: su fonti aperte non risultano parentele) era sottosegretario alla Giustizia del governo Berlusconi che promulgò il mega condono per chi aveva tesori all’estero.

Casellati all’epoca era pure impegnata nella strenua difesa del premier dagli “attacchi” dei pm di Milano e della stampa avversa al premier. Tanto che l’allora deputata disse in tv che il nome di Karima El Mahroug, alias Ruby Rubacuori (spacciata dal Pdl per la nipote dell’ex presidente egiziano) «pare sia venuto fuori in un incontro ufficiale» tra Berlusconi «e Mubarak, che aveva parlato di questa sua nipote».

UN FICO SECCO

Se non ci sono illeciti, e se non conosciamo i dettagli dei lavori fatti con i soldi del Viminale per la villa di via Euganea, è possibile però fare dei raffronti, e verificare se medesime cifre siano state investite anche per la sicurezza delle altre alte cariche istituzionali, sia del presente sia del passato.

Mentre a Roma Mattarella vive nel palazzo del Colle, fonti qualificate del Quirinale spiegano che a Palermo non sono mai stati fatti dalla prefettura competente investimenti per la sicurezza della casa del presidente uscente. «Mattarella vive all’ultimo piano, e qualcuno di noi pensò che fosse doveroso cambiare gli infissi, perché gli affacci sono molto esposti. Ma alla fine non si è fatto nulla: la sicurezza viene garantita da una volante e da un sistema elettronico che costa poche migliaia di euro».

Roberto Fico, tra i leader di un movimento che ha fatto della lotta agli sprechi veri e presunti della casta politica mantra elettorale, durante il mandato da presidente della Camera dice di non aver avuto mai lavori in casa pagati dalla la prefettura di Napoli o dal ministero dell’Interno. «Nei primi anni il presidente ha vissuto in una casa in affitto, poi si è trasferito in un residence. Ma in nessun caso ci è stata proposta una “blindatura” dell’abitazione, né lui l’avrebbe mai chiesta», assicura il suo portavoce.

Domani ha sentito anche Laura Boldrini, che è stata alla guida di Montecitorio dal 2013 al 2018. Minacciata per un lustro da fanatici e gruppi fascisti sul web, ha ricevuto buste con proiettili. Nel 2017 i giornali di destra la criticarono a tutta pagina inventando la bufala di un «trasloco (e sarebbero comunque stati pochi migliaia di euro, ndr) pagato dagli italiani», ma l’ex presidente chiarisce che, nonostante non abbia mai vissuto a Montecitorio, la sua abitazione a Trastevere a Roma non ha mai subìto lavori di ristrutturazione pagati dallo stato per aumentarne la sicurezza.

«C’era solo un sistema d’allarme elettronico vecchio che hanno migliorato perché vivevo al piano terra a via delle Mantellate, davanti al carcere di Regina Coeli. Lo hanno solo collegato all’ispettorato della Camera. Il costo? Credo sia stato irrilevante» dice. «Nessuna finestra, nessuna telecamera e nessun muro nuovo, nessun intervento per migliorare la casa. Ho sempre avuto una porta sgangherata che si poteva aprire con una spallata e che non è mai stata cambiata. Ma va bene, non c’era bisogno di blindarla, anche perché avevo i miei agenti di scorta come tutte le alte cariche dello stato».

A Domani risulta però che il ministero dell’Interno abbia speso alcune migliaia di euro per la protezione di una casa di campagna nelle Marche, buen retiro di Boldrini e di proprietà (anche) dei suoi fratelli. «Quanto è costato? Ma credo pochissimo: si tratta di una rete, di quelle verdi con l’anima di ferro, che hanno voluto mettere perché non c’era alcun tipo di recinzione tra il mio giardino e la strada» dice Boldrini. «Una volta mi sono trovata nella mia proprietà mentre ero in pigiama delle persone che volevano farsi un selfie, mentre un’altra volta alcuni ragazzini entrarono – a causa di un incidente – con la loro macchinetta dentro il mio terreno. Ma la rete sarà costata poco e nulla, ora ci ho fatto crescere delle siepi davanti perché è davvero orrenda».

IL PREDECESSORE

Insomma, i 270mila euro spesi per Casellati sembrano un unicum. Abbiamo però contattato anche il portavoce di Pietro Grasso, predecessore di Casellati alla presidente del Senato ed ex procuratore Antimafia.

Alcune fonti avevano infatti raccontato a Domani che anche l’ex presidente Grasso aveva avuto finestre nuove pagate dallo stato. «È falso» dice il portavoce Alessio Pasquini: «Quando fu eletto lui viveva in zona Laurentina, in periferia di Roma, perché aveva rinunciato a vivere a palazzo Giustiniani, come voleva lo spirito anti casta del tempo. L’allora prefetto gli mandò però una lettera, con allegati un preventivo molto alto per la messa in sicurezza della sua abitazione.

Lui rispose che non voleva pesare per centinaia di migliaia di euro sui contribuenti, e così si convinse a spostarsi con tutta la famiglia a palazzo Giustiniani». Grasso però ha pure un’abitazione a Palermo. Abbiamo chiesto se sono stati fatti lavori almeno lì: «C’è solo una garitta costruita anni fa, null’altro», conclude Pasquini. «Tra l’altro gli sembrò opinabile che da procuratore nazionale antimafia minacciato dai clan avesse bisogno di minori protezioni rispetto a quando è diventato capo del Senato»

A sentire le fonti dirette, solo Elisabetta Casellati avrebbe dunque goduto di un superbonus immobiliare così oneroso destinato alla sua villa. E quanto ci è dato sapere la presidente non è mai stata obiettivo dei clan come Grasso.

Le uniche minacce conosciute verso Casellati sono quelle ricevute un anno fa via social da due uomini: un 62enne di Teramo e un 42enne della provincia di Verona, “leoni da tastiera” disoccupati, con piccoli precedenti alle spalle e non appartenenti a frange estremiste. Fortunatamente sono stati individuati dai carabinieri. Ma difficilmente la coppia sarebbe riuscita a entrare nella villa-bunker che il Viminale ha voluto per la presidente.


Sul Quirinale tira un’ariaccia


(Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it) – Chi si fosse perso quello che diceva di Matteo Salvini il prof. Sabino Cassese può facilmente trovarne traccia su internet. Il complimento migliore può essere sintetizzato in un “capisce poco e niente”. E infatti Salvini l’ha proposto come Presidente della Repubblica.

La mossa è arrivata al termine di un’altra giornata di caos tra i partiti e nei partiti, a dirla lunga su quale campo di battaglia sarà la prosecuzione del governo, soprattutto ora che il no all’autocandidatura di Draghi al Colle equivale a una sfiducia di fatto del premier.

La candidatura di Sabino Cassese

Ma torniamo a Cassese, costituzionalista caro agli establishment e quindi alla Sinistrache però la destra ha scoperto improvvisamente quando in mezzo alla pandemia ha cominciato a contestare con argomenti giuridici (poi caduti nel vuoto) i dpcm e le misure d’emergenza prese dal Governo Conte.

Misure che poi lo stesso illustre professore ha invece difeso quando a farle uguali uguali arrivò Draghi. Cose che succedono quando si interpreta la legge, e le simpatie politiche trasformano anche gli arbitri in calciatori di una squadra o dell’altra.

Esattamente quello che non dovrebbe mai fare un Presidente della Repubblica, per dettato costituzionale garante della Carta e di tutti, a prescindere dal colore politico.

Tuttavia, Cassese è tra i nomi rimasti in ballo una delle soluzione più digeribili, a meno di ritrovarci al Quirinale Casini o Amato, cioè due virgulti di ogni repubblica, e chissà che cercando bene negli annali non lo si ritrovi già nel Senato di Giulio Cesare.

Più o meno gli stessi anni in cui Cassese nasceva (ne ha 86). E però tra bere o affogare, questa è al momento la soluzione sul tavolo, a meno di non rivedere oggi i 101 franchi tiratori che impallinarono Prodi, o anche di più, oppure un altro nome tirato fuori dal cilindro nella notte, quando ormai la gran parte degli italiani eravamo a nanna, sognando ben altro che un certo tipo di presidente.

Un’ariaccia sul Colle

Tra bollette carissime, tasse fin sopra i capelli e le banche che in molti casi stanno chiedendo di rientrare delle scoperture sui conti correnti, la novità è che l’Europa vuole già ridurci i prestiti che ancora neppure ci ha erogato.

Che sia Cassese o chi per lui, l’aria sul Colle nei prossimi anni non sarà granché bella.


Pensione, quando posso andare? Ora te lo dice un’app: scopri come funziona


(affaritaliani.it) – Quando posso andare in pensione? Quanti anni ho accumulato? Quanti me ne mancano? Ora a dirtelo ci pensa “Pensami”, acronimo di “Pensione a misura“, la nuova app lanciata dall’Inps per aiutare gli utenti a calcolare l’assegno futuro. “In linea con la trasformazione digitale in atto, verso servizi semplici e sempre più vicini al cittadino” grazie a “Pensami” l’utente può visualizzare i possibili scenari pensionistici che gli si prospettano e quindi orientarsi tra le diverse possibilità legate alla sua particolare posizione.

L’applicativo si articola su tre livelli da percorrere in sequenza obbligata, che forniscono informazioni sulle prospettive di accesso alla pensione via via più approfondite a fronte di domande più specifiche.

Al primo livello, sulla base di poche e semplici domande, il servizio fornisce informazioni sulle principali prestazioni pensionistiche alle quali il richiedente può accedere valorizzando tutta la contribuzione, con il dettaglio relativo al sistema di calcolo applicato.

Il secondo livello, indicando i periodi di contribuzione nelle diverse gestioni, fornisce la decorrenza teorica delle prestazioni contemplate nel primo livello, nonché le ulteriori prestazioni conseguibili a carico di ciascuna gestione.

Il terzo livello consente di avvalersi di alcuni istituti che influiscono sul diritto e sul sistema di calcolo delle pensioni (ad esempio, servizio militare, valorizzazione della contribuzione accreditata presso le casse professionali, ecc.) e di visualizzarne gli effetti sui propri scenari pensionistici.

Durante tutto il percorso l’utente ha la possibilità di chiarire dubbi mediante apposite note informative e, se lo desidera, di approfondire gli istituti pensionistici mediante appositi link alle schede di prestazione presenti sul sito istituzionale http://www.inps.it.

Il servizio è stato progettato avvalendosi del confronto diretto con gli utenti fin dalle prime fasi della progettazione, in modo da garantire la massima facilità d’uso ed è stato aggiornato rispetto alle ultime novità legislative in materia di accesso alla pensione anticipata: ovvero ‘opzione donna’ e ‘quota 102’.

Il servizio “Pensami” è raggiungibile senza necessità di registrazione all’indirizzo: serviziweb2.inps.it oppure dal sito www.inps.it cliccando su “Prestazioni e servizi”, poi su “Servizi” e quindi su “Pensami-simulatore scenari pensionistici”.


M5S: resistere al “migliore”


Conte insiste su Belloni, Di Maio frena e tifa ancora per il premier. I giallorosa in tilt. Resistere al migliore. Il leader del M5S va avanti con la sua linea: la candidatura del capo del Dis e lo scontro col ministro degli Esteri

(DI LUCA DE CAROLIS – Il Fatto Quotidiano) – Resistere e tenere la linea: no a Mario Draghi, comunque vada. La scelta definitiva anche in un giovedì intossicato, una rotta che non si può invertire per Giuseppe Conte. Anche se di fronte ai mille ostacoli pure qualche contiano tentenna, temendo l’uscita dal governo. Anche se la faida con i dimaiani succhia alternative e energie, e sembrano già prove di scissione. Anche se mercoledì sera il trasloco di Draghi al Colle sembrava scongiurato, e invece no. A metà giornata, dopo che l’assemblea congiunta del M5S era saltata per il ritardo di 40 minuti proprio dell’avvocato, Conte sparisce per ore, quasi volesse sfuggire a un assedio. “È preoccupato” sussurrano, mentre l’avvocato consulta tutti i giocatori della partita del Colle, ma soprattutto quello che è l’ago della bilancia, Matteo Salvini, che in serata ributta in mezzo Franco Frattini. Ma sembra solo un altro bluff, “o magari un modo per far capire al Pd di smetterla con Draghi” butta lì un big grillino.

L’avvocato invece sonda e ridiscute varie ipotesi, da Paola Severino a Filippo Patroni Griffi. Confida nell’ultimo rifugio, cioè il bis di Sergio Mattarella, su cui sicuramente pungola, ancora, Salvini. Ma soprattutto rilancia e insiste fino a sera, con tutti, su Elisabetta Belloni: la direttrice del Dis, la carta su cui lavorava da settimana. Ieri mattina per un paio di ore Belloni era parsa la soluzione quasi di tutti. Il tempo di registrare le aperture di Enrico Letta e di Giorgia Meloni, e di confusi segnali positivi dalla Lega. Poi erano subito riemerse a galla le obiezioni di Salvini e di parecchi dem. E si era fatto sentire Luigi Di Maio, l’avversario, affilato come un bisturi: “Elisabetta è un profilo alto, ci ho lavorato insieme alla Farnesina ma non bruciamo nomi e non spacchiamo la maggioranza di governo”.

Sillabe lette come un agguato dai contiani: “È Luigi a volerla bruciare, in testa ha solamente Draghi”. In serata, Di Maio fa arrivare al Fatto la sua versione: “Elisabetta è più che valida, magari venisse eletta, ma noi non giochiamo con nomi di spessori come il suo per meri tatticismi politici”. Un altro segno della distanza, tra l’avvocato che vuole tenere Draghi a Palazzo Chigi, e il ministro che ha avuto decine di incontri ma che tanto lì voleva arrivare, a eleggere al Colle l’ex presidente della Bce. Uno scontro totale, che frantuma il M5S in gruppi che ormai si controllano a vicenda, con tanto di rispettivi emissari a prendere nota di chi parla con chi. Una faida che si manifesta anche nella quarta chiama, perché contiani e dimaiani prima danno la consegna di scheda bianca, poi cambiano idea e si rincorrono, tentando di intestarsi i voti a Mattarella, come prova di forza in un campo di battaglia dove tutti sono deboli. Di sicuro dai vertici avevano prima ordinato scheda bianca e poi virato sulla libertà di coscienza, fiutando i voti in arrivo per il presidente. E anche i dimaiani dovrebbero aver cambiato in corsa. Chi non ha invece cambiato idea è un gruppo di senatori del M5S, che invocano il Mattarella bis da settimane. Eletti come Primo Di Nicola e Danilo Toninelli, per ora neutrali. Ore più tardi, il Pd e la dimaiana Laura Castelli bocciano Frattini (“Salterebbe il governo”). Ma anche il contiano Ettore Licheri si espone: “Non è questo l’approccio giusto.

Conte invece tratta, innanzitutto su Belloni. Matteo Renzi ovviamente dice no. “Invece Pd e Lega sono combattuti al loro interno, perché lei verrebbe dai Servizi” racconta un maggiorente. Ma c’è chi accusa Letta: “Anche lui vuole solo arrivare a Draghi”. Continua a dilatarsi la faglia tra i giallorosa, aperta dalle ambizioni del premier. Così con il passare delle ore ci si aggrappa ancora al piano B, Mattarella. “Però è un casino” riassumono dal M5S. A sera inoltrata Conte batte un colpo: “Non ho incontrato o sentito Frattini né potenziali candidati, serve una soluzione condivisa per non complicare ancora il quadro”. Una via d’uscita, per l’avvocato che si gioca tutto.


Così Draghi “il migliore” ha gettato il Paese nel caos tentando di “scappare” al Quirinale


Riforme bloccate, Pnrr al rallentatore, crisi energetica, sanità allo stremo. E la guerra per il Colle che ha gettato il Paese nel caos

(Luca Telese – tpi.it) – Missione fallita, promesse non mantenute, governo indebolito. Come in tutte le storie appassionate e complesse, come in ogni thriller avvincente, nella vicenda da libro-giallo del governo Draghi c’è un prima e un dopo, un punto di svolta, un momento in cui l’impresa è abortita, senza che nessuno dei protagonisti (e degli osservatori) se ne rendesse apparentemente conto.

Tutto inizia in estate, con continue indiscrezioni sul tema del governo, della legislatura e delle ambizione quirinalizie dell’ex governatore della Bce. Ma il vero passaggio di svolta, il momento di non ritorno, per il governo Draghi, arriva, come un fulmine a ciel sereno il 2 novembre del 2021. È quello, infatti, il giorno in cui uno degli uomini più vicini a Mario Draghi, il ministro Giancarlo Giorgetti, si lascia andare (mentre è intervistato da Bruno Vespa) a una confidenza di cui, probabilmente, in quelle ore non prevede le conseguenze.

La frase (contenuta in un libro che in quei giorni fra l’altro non è ancora uscito) ovviamente viene anticipata dal conduttore di Porta a Porta alle agenzie, e produce un putiferio: «Draghi al Colle? Perché no? Da lì – spiega Giorgetti – guiderebbe il convoglio, sarebbe un semipresidenzialismo de facto». Riletta oggi, con il senno di poi, si capisce come quella frase contenesse fin da allora due notizie e due problemi per il governo e per il suo capo. Prima notizia e primo problema: Draghi e il suo entourage prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di una ascesa al Colle, e lo stavano di fatto rivelando al mondo (non ci fu nessuna smentita alle anticipazioni di Vespa, né di Giorgetti né del presidente del Consiglio) sia pure attraverso un ventriloquo.

Seconda notizia e secondo problema: la prima linea del governo avvertiva e si era posta fin da allora il problema del venir meno delle garanzie e dei contrappesi che questa successione – mai verificatasi prima nella storia repubblicana – produceva nell’architettura costituzionale italiana (criticità che spiega bene il costituzionalista Michele Ainis a pagina 16 di questo giornale). In quel colloquio, forse con eccessiva leggerezza, Giorgetti individuava la soluzione nell’idea del «presidenzialismo de facto». Ovvero di una riscrittura empirica della nostra Carta costituzionale senza nessun voto parlamentare, senza riforme né referendum. Siccome non c’è tempo, non si può perdere tempo: l’orologio biologico della legislatura diventa un ironico strumento di logoramento implicito della maggioranza.

A Palazzo Chigi, secondo le ipotesi di Giorgetti, si sarebbe insediato «un governo del presidente», con un premier designato e (tele)guidato direttamente dal Colle, e al suo fianco avrebbe operato un esecutivo-fotocopia, con gli stessi ministri designati da Draghi…


Wall Street Journal: “Se volete salvare il mondo dovete essere realisti”


(Wall Street Journal – dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione”) – Gli investitori che pensano di poter salvare il mondo e fare profitti devono ripartire dalle basi. Rallentare il riscaldamento globale ha un requisito essenziale, che i combustibili fossili siano lasciati nel terreno.

Date la priorità alla sostenibilità, ma gli investitori saranno lasciati in una posizione difficile: supponendo che lo spostamento dai combustibili fossili avvenga, hanno la scelta di fare la differenza, o fare più profitto.

In una serie di articoli questa settimana, ho dato uno sguardo critico alla moda dell’investimento sostenibile che sta investendo Wall Street. Conosciuto anche come ESG, o investimento ambientale, sociale e di governance, in primo piano tra le questioni che comprende è l’idea che gli investitori possono usare i loro dollari per salvare il mondo dal riscaldamento globale.

Per come la vedo io, ci sono quattro modi in cui il mondo riduce il suo uso di combustibili fossili e quindi le emissioni di carbonio. Comunque sia, gli investitori che possiedono i combustibili fossili che non vengono estratti saranno bloccati in perdita – scrive il WSJ.

Ecco le opzioni per la società e gli investitori:

1. L’azione del governo costringe i proprietari di carbone, petrolio e gas naturale a lasciare il combustibile nel terreno. Non lo vedo terribilmente plausibile di per sé (anche se i lettori dovrebbero sentirsi liberi di chiedere al presidente Vladimir Putin di smettere di trivellare).

Ma sarebbe fantastico per gli investitori sostenibili, che tipicamente evitano o detengono meno azioni di combustibili fossili. Non avrebbero bisogno di fare nulla, ma batterebbero massicciamente gli investitori tradizionali bloccati con beni sotterranei ormai senza valore che non saranno mai estratti.

Gli investitori sostenibili potrebbero sentirsi compiaciuti di questo risultato, ma non avrebbero fatto la differenza, dato che i governi hanno fatto tutto il lavoro. Questo è un esempio di fare la giusta scommessa politica, non di usare i tuoi dollari di investimento per forzare il cambiamento.

Questo è successo in qualche misura con il carbone; la scadenza del Regno Unito del 2024 per terminare la produzione di energia dal carbone ha colpito il valore delle centrali a carbone esistenti, costringendo alcune a convertirsi ad altri usi e altre a chiudere prima della fine della loro vita utile.

2. Gli azionisti costringono le aziende a lasciare i combustibili fossili nel terreno, sostituendo i dirigenti e chiudendo volontariamente miniere e pozzi redditizi. Solo gli azionisti che hanno davvero a cuore l’ambiente lo farebbero, e potrebbero davvero fare una grande differenza per il mondo. Ma gli azionisti attenti all’ambiente subirebbero una grossa perdita, dato che sarebbero loro ad essere colpiti.

Questa è filantropia come investimento. E un avvertimento importante: i più grandi produttori di petrolio e gas sono statali, e non sono suscettibili alla pressione degli investitori.

Un esperimento serio con questo è stato lanciato l’anno scorso dalla Banca Asiatica di Sviluppo, riunendo filantropi, alcune istituzioni finanziarie e governi con un piano per comprare centrali elettriche a carbone e mandarle in pensione prima del previsto. I rendimenti per gli investitori saranno probabilmente più bassi di quelli che accetterebbero di solito. Un piano del settore privato di Citigroup, Trafigura e altri per fare qualcosa di simile con le miniere di carbone è stato accantonato l’anno scorso.

3. La nuova tecnologia risolve il problema. Pensate a come andare oltre l’età del petrolio: così come l’età della pietra non è finita perché abbiamo finito le pietre, si dice che l’età del petrolio non finirà perché abbiamo finito il petrolio. I combustibili fossili non avrebbero più valore se fosse più conveniente utilizzare micro reattori nucleari, solare, eolico, idrogeno verde, batterie o fusione.

Qualsiasi investitore che si aspetta un tale sviluppo dovrebbe evitare i combustibili fossili, così come chi prevede la produzione di massa dell’automobile non investirebbe in produttori di carretti trainati da cavalli.

Ma non c’è bisogno di voler salvare il pianeta; una nuova tecnologia a buon mercato in grado di sostituire il petrolio o il gas sarebbe immensamente redditizia, e l’aspetto salvifico del pianeta sarebbe solo un beneficio benvenuto. Il solare e l’eolico si sono già ribaltati per attrarre gli investitori mainstream che vogliono solo fare soldi, ma generare o immagazzinare energia a basso costo quando è buio e calmo è ancora una questione di ricerca.

Quando o se funzionerà è, diciamo, difficile da prevedere; il punto dell’età della pietra è stato fatto da un ingegnere di una compagnia petrolifera che sperava che le celle a combustibile a idrogeno sarebbero state presto finanziariamente praticabili… nel 1999. È la tecnologia di domani, ma forse lo sarà sempre. Le startup che lavorano su tecnologie sconosciute sono intrinsecamente rischiose.

4. Consumare meno. L’ultima opzione è consumare meno energia, risparmiando e accettando il colpo alla crescita. La via più semplice è quella di usare le tasse per forzare le aziende a internalizzare il costo del carbonio. L’energia pulita diventerebbe più attraente, non perché l’energia pulita diventa più economica, come tutti dovremmo desiderare, ma perché i combustibili fossili diventano più costosi. Nel complesso, un costo più alto dovrebbe significare un minor consumo.

I governi europei hanno adottato questo approccio e hanno messo un prezzo sulle emissioni di carbonio per alcune grandi industrie. L’effetto collaterale indesiderato è quello di rendere i prodotti fatti in casa meno competitivi rispetto alle importazioni da paesi che non seguono lo stesso approccio. Questo ha portato l’Unione europea a pianificare un “meccanismo di aggiustamento alla frontiera del carbonio” dal 2026 – una tassa sulle importazioni da luoghi che non fanno pagare il carbonio.

Laddove i governi fanno troppo poco, alcuni investitori pensano di poter incoraggiare le aziende a cambiare comprando le azioni e le obbligazioni di quelle che sono più pulite, e vendendo le azioni e le obbligazioni delle aziende sporche. Se abbastanza persone lo fanno, secondo la teoria, cambierà il prezzo, inviando un segnale al management e abbassando il costo del capitale per le operazioni più pulite. In pratica, ha funzionato bene solo quando ha gonfiato una bolla, come ho spiegato in una colonna precedente – e questo non è un buon risultato a lungo termine per gli investitori.

Le quattro opzioni qui esposte portano ad approcci direttamente opposti per gli investitori che vogliono migliorare il mondo. L’approccio filantropico significa comprare azioni di combustibili fossili per lasciare il carbonio nel terreno. L’approccio delle nuove tecnologie significa comprare startup di energia pulita per lavorare su fusione, alghe, gru che immagazzinano energia e simili.

Quando il governo viene coinvolto, o con la regolamentazione (opzione uno) o con le tasse (opzione quattro), gli investitori dovrebbero aspettarsi che le riserve fossili valgano molto meno, forse zero – anche se il fatto che le azioni dei combustibili fossili siano un buon investimento dipende da quanto l’azione del governo sia già prezzata.

I gestori di fondi che lanciano l’investimento ESG sostengono tipicamente che si può usare il proprio denaro per aiutare a salvare il mondo senza sacrificare i profitti. Tornare alle basi mostra che non c’è una soluzione così semplice.


La prova costume


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Una ditta cerca receptionist per un prestigioso conglomerato di uffici a Napoli. Alla ragazza — perché deve avere meno di trent’anni, altrimenti può risparmiarsi lo sforzo di rispondere all’inserzione — si richiede di parlare un inglese fluente, ma anche di inoltrare una foto «a figura intera in costume da bagno o similare». E qui la faccenda si complica. Stanno forse cercando receptionist per una piscina? Parrebbe di no. Allora si tratta di un set cinematografico, di una sfilata di moda, di una festa in costume (da bagno)? Macché. E che cosa significa: «o similare»? Che una foto in sottoveste sarebbe altrettanto gradita, se non di più?

Il costume rischia di far passare in secondo piano lo stipendio: cinquecento euro al mese per 24 ore di lavoro alla settimana. Grossomodo, cinque euro all’ora. Riepilogando: se hai meno di trent’anni, parli bene l’inglese e superi la prova costume, vali cinque euro all’ora. Sono cinque in più rispetto a quelli guadagnati da una giovane schiava con buona padronanza del latino che avesse fatto la receptionist a Neapolis nel 22 avanti Cristo. Lei però aveva vitto e alloggio pagati. Adesso, invece. Considerato che un costume decente costa cinquanta euro, la fortunata prescelta potrà comprarne uno al mese, e gliene resteranno pur sempre 450 per pagarsi l’affitto, le nuove super-bollette e, se proprio insiste, il pranzo e la cena, ma col rischio di non entrare più nel costume. Ditemi voi se non abbiamo fatto progressi.