Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Tutti gli uomini del presidente


(di Michele Serra – repubblica.it) – Si dice che Lenin, per lodare il comunismo, sostenesse che anche la sua cuoca, nella nuova società, sarebbe stata in grado di governare. Ma né la cuoca di Lenin né la casalinga di Voghera, a conti fatti diversamente illuse, sono riuscite a spuntarla.

I vecchi assetti del potere si sono lasciati appena scalfire dalle due grandi illusioni del Novecento, la rivoluzione socialista e la democrazia. E difatti siamo qui a fare i conti con la sola figura davvero dominante, che è l’affarista di Mar-a-Lago.

Con tutti i suoi derivati. Il finanziere, l’immobiliarista, lo speculatore, il manipolatore di bitcoin, il giocatore in Borsa, in parole semplici il ricco nel suo modello invariabile: maschio bianco ricco. Non c’è uno, dico uno degli uomini del presidente che non corrisponda a questo cliché.

Non c’è un tramviere, un operaio, un insegnante, un geologo, un elettricista, un politico; e tantomeno una tramviera, una operaia, una insegnante, una geologa, una elettricista, una politica. Fanno tutti lo stesso lavoro: l’uomo bianco molto ricco.

Il nuovo nome, ennesimo, è tale Josh Gruenbaum, 40 anni, ultimo arrivato nello staff di negoziatori americani per la guerra in Ucraina. Viene dal mondo finanziario: gestione fondi di investimento.

Sono fatti con lo stampino, gli uomini di Trump. Sono un comitato d’affari, stufo della democrazia e delle sue regole, effettivamente ingombranti, che ha deciso di mettersi al timone in prima persona. Anche nell’ipotesi che siano abili (ladri, ma abili) quello che li distruggerà è la loro monotonia. Sono tutti uguali, sono tutti la stessa persona. L’umanità non è disposta a morire di noia.


Bentornato, Miniculpop


Meta ha deciso che l’intervento di Alessandro Barbero sul referendum sulla giustizia doveva essere rallentato, meglio ancora affossato.

Bentornato, Miniculpop

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – È bastato un video. Un professore che parla. Un referendum che entra finalmente nelle case. Poi la mano invisibile che abbassa il volume.

Meta ha deciso che l’intervento di Alessandro Barbero sul referendum sulla giustizia doveva essere rallentato, meglio ancora affossato. Ufficialmente per “fact-checking”. In concreto per eccesso di diffusione. Troppo visto e troppo condiviso. In una parola: troppo politico.

Il meccanismo è noto: si prende un contenuto che contiene un’opinione, lo si passa al setaccio di una verifica pensata per le bufale grossolane, si isola una frase discutibile e la si trasforma in un giudizio totale. “Falso”. Da lì scatta la sanzione che conta davvero: il declassamento algoritmico. Il video resta online, come un soprammobile, ma smette di circolare. Non c’è bisogno di vietarlo, è già muto. 

Il punto non è Barbero. Il punto qui è il precedente che si crea. In una campagna referendaria, una piattaforma privata (con l’aiuto di un media italiano) decide che una posizione politica deve smettere di arrivare alle persone perché “virale”. È una dichiarazione di potere. E anche di metodo: si governa il dibattito regolando la portata, invece di discutere nel merito il contenuto. E così si altera il campo senza sporcarsi le mani.

C’è un dettaglio che andrebbe scolpito. I fact-checking che hanno ispirato l’intervento non smontano l’intero discorso di Barbero. Al massimo distinguono, correggono un passaggio. È il normale funzionamento del confronto pubblico. Meta prende quella complessità e la schiaccia in un bollino binario, buono per l’algoritmo e pessimo per la democrazia.

Così la campagna referendaria viene inquinata due volte. Prima perché una voce viene resa meno udibile nel momento in cui conta. E poi perché la discussione si sposta dal merito del referendum al teatro della censura, tra indignazioni, vittimismi e sospetti. Un favore gigantesco a chi non vuole discutere di giustizia ma solo controllare il rumore.

Tecnicamente si chiama censura per sottrazione. Funziona benissimo perché non lascia tracce visibili. E perché viene venduta come tutela ma in realtà è una scelta politica esercitata senza responsabilità politica. Un algoritmo che decide cosa è troppo, quando è troppo e per chi è troppo.

Bentornato, Miniculpop. 


Trump, ormai fuori controllo, si vanta di “numeri record ovunque!”


(ANSA) – NEW YORK, 23 GEN – Donald Trump rilancia l’ipotesi di un “quarto mandato” mentre i sondaggi mostrano il peggior indice di gradimento della sua presidenza. “Numeri record ovunque! Dovrei tentare un quarto mandato?”, ha chiesto Trump su Truth, come riportato da Newsweek.

Il presidente sembra considerare le elezioni del 2020, che ha perso, come il suo terzo mandato, il che renderebbe una vittoria alle elezioni del 2028 il suo quarto mandato. E i commenti arrivano poche ore dopo aver attaccato i “sondaggi falsi” e minacciato azioni legali per la proiezione del New York Times/Siena College secondo cui il suo indice di gradimento e’ sceso al 35%.

“I sondaggi reali sono ottimi, ma si rifiutano di pubblicarli”, ha scritto, prima di definire la proiezione del Nyt “fortemente distorta a favore dei democratici”.    

Non è la prima volta che il tycoon insiste sull’idea di un altro mandato: negli ultimi anni ha più volte alluso all’ipotesi, arrivando a dire di “non scherzare” e persino a vendere merchandising “Trump 2028”. Tutti i presidenti degli Stati Uniti sono limitati a due mandati dal 22mo emendamento della Costituzione, ratificato nel 1951 dopo la morte di Franklin D. Roosevelt durante la sua quarta presidenza.

Prima del 22mo emendamento non esisteva un limite legale ai mandati presidenziali, sebbene la scelta volontaria del presidente George Washington di dimettersi dopo due mandati avesse stabilito una tradizione informale che durò fino a quando Fdr la infranse nel 1940.


Voto di scambio in Campania, a un elettore il sindaco offre anche un maiale


Zannini, inchiesta voto di scambio a Castel Volturno. Dal sindaco suino e promessa lavoro a elettore. Con il consigliere regionale campano, i sindaci Marrandino (Castel Volturno) e Caterino (San Cipriano di Aversa). Avrebbe influenzato le elezioni comunali tenutesi a Castel Volturno nel giugno 2024

(di Raffaele Sardo – repubblica.it) – Nuovi guai giudiziari per il consigliere regionale di Forza Italia Giovanni Zannini, cui la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha notificato tramite i carabinieri un avviso di conclusione indagini per voto di scambio in relazione alle elezioni comunali che si sono svolte a Castel Volturno nel giugno 2024, quando fu eletto l’attuale sindaco Pasquale Marrandino.

L’avviso è stato notificato anche a quest’ultimo, così come al primo cittadino di San Cipriano d’Aversa Vincenzo Caterino – indagato in qualità di Presidente della GISEC (Gestione Integrata Servizi Ecologici Campania), l’azienda pubblica della provincia di Caserta che gestisce i rifiuti e i servizi ecologici nel territorio – e sempre per voto di scambio politico-elettorale.

In totale sono 9 le persone indagate nell’inchiesta dei sostituti Giacomo Urbano e Anna Ida Capone (Procuratore Pierpaolo Bruni). La nuova contestazione si aggiunge al già pesante quadro giudiziario che vede Zannini protagonista. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto per lui la custodia cautelare in carcere per concussione, corruzione e truffa aggravata ai danni dello Stato per quasi 4 milioni di euro. Il 4 febbraio Zannini dovrà affrontare l’interrogatorio di garanzia davanti al GIP Daniela Vecchiarelli.

Secondo l’avviso di conclusione indagini notificato stamattina, Zannini, Marrandino e Caterino si sarebbero incontrati il 16 giugno 2024 – otto giorni prima del ballottaggio del 24 giugno – all’interno dell’Hotel Sinuessa di Mondragone con l’imprenditore Luca Pagano e i suoi collaboratori. In quella occasione, secondo l’accusa, i tre politici avrebbero promesso a Pagano, in cambio del suo voto elettorale e di quello dei suoi collaboratori per Marrandino: “una commessa/appalto da parte del Comune di Mondragone o di una delle ditte di rifiuti collegate allo schieramento di Zannini” – e qui entra in gioco il ruolo di Caterino come presidente della GISEC, società che ha il potere di affidare appalti per la raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti nei comuni della provincia casertana. Non solo. Ai Pagano veniva anche promessa la “locazione in fitto di un piazzale di 5.000 mq con uffici nella disponibilità di Pagano Luca a Falciano del Massico” come “deposito di mezzi della nettezza urbana”. Infine, veniva promesso un incarico politico alla figlia di Pagano, che era candidata nella lista “Castel Volturno città”.

L’imprenditore, secondo quanto emerge dalle carte, avrebbe rifiutato tutte le proposte. Ma l’inchiesta della Procura svela un sistema molto più articolato di compravendita di voti alle elezioni comunali di Castel Volturno dell’8-9 giugno 2024, con successivo ballottaggio del 24 giugno. Secondo gli inquirenti, Pasquale Marrandino – candidato alla carica di Sindaco – insieme a Giulio Natale, Michele Cantone e Michele Antolini avrebbero costituito una vera e propria associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati elettorali.

La base operativa era il Bar Quattro Stagioni di Ischitella, zona del Comune di Castel Volturno, di cui Antolini Michele è il titolare. Qui, secondo la ricostruzione della Procura, si consumava la compravendita dei voti: Cantone Michele, seduto a un tavolo appositamente allestito all’interno del bar, consegnava banconote da 50 a 70 euro ai singoli elettori convocati appositamente. Gli elettori venivano chiamati in cambio del voto alla lista “Marrandino-Natale” e ricevevano anche un “facsimile della scheda elettorale” con l’indicazione precisa della sezione di appartenenza e dove recarsi per votare.

Tra gli episodi più gravi contestati a Marrandino c’è quello che riguarda le pressioni rivolte al pastore evangelico Amanzio Criscuolo, cui era stata affidata dal precedente sindaco Umberto Petrella la gestione del Parco Oasi di Castel Volturno. Secondo gli inquirenti, Marrandino avrebbe minacciato Criscuolo di togliergli la concessione una volta divenuto sindaco, se non gli avesse dato il voto.

A Marrandino viene contestato anche di aver dato a Morrone Attilio “un suino sprovvisto di documentazione di provenienza” e di avergli promesso un posto di lavoro, in cambio del suo voto e di quello della sua famiglia. In un altro episodio, avrebbe promesso l’assunzione del figlio di Giovanni Torrano – Torrano Roberto – come vigilante/guardiano in cantieri navali, sempre in cambio del voto di Torrano e della sua famiglia. Tra gli episodi più inquietanti c’è quello che vede protagonista Anna Giacobbe, madre di RUSSO Francesco Pio, candidato nella lista di Marrandino. Il 24 giugno 2024, giorno del ballottaggio, la Giacobbe avrebbe minacciato in modo intimidatorio Manuela Olivo e il compagno Quirino Verrico mentre si recavano al seggio per votare.

I due venivano accostati da una macchina di colore nero con due persone a bordo che in modo minaccioso chiedevano se stavano andando a votare, dicendo: “Dovete votare Marrandino, non Anastasia Petrella. E se vince Marrandino vi regaliamo un televisore”. Poi venivano seguiti in macchina fino al seggio. Ma non solo. Secondo le accuse, la Giacobbe avrebbe anche avvicinato diversi altri elettori fuori dal seggio di una scuola, intimando loro di votare Marrandino e consegnando buste contenenti soldi, turbando così il regolare svolgimento delle adunanze elettorali e impedendo il libero esercizio del diritto di voto. In totale gli indagati sono 9: oltre a Zannini, Marrandino e Caterino, anche Michele Antolini (titolare del bar Quattro Stagioni), Michele Cantone (quello che distribuiva i soldi al tavolo), Anna Giacobbe, Beniamino Granato, Attilio Morrone e Giulio Natale (attuale vicesindaco di Castel Volturno). Tutti difesi dall’avvocato Alberto Martucci del Foro di Santa Maria Capua Vetere.

L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Giacomo Urbano, lo stesso magistrato che insieme alla collega Gerardina Cozzolino ha firmato la richiesta di custodia cautelare in carcere per il procedimento su concussione, corruzione e truffa. Una coincidenza che evidenzia come la Procura di Santa Maria Capua Vetere stia conducendo un’indagine a 360 gradi sul sistema di potere che, secondo l’accusa, farebbe capo al consigliere regionale. Gli indagati hanno ora 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive, chiedere di essere interrogati o depositare documenti a propria discolpa prima che i magistrati decidano se chiedere il rinvio a giudizio. Per Zannini, che alle ultime elezioni regionali ha raccolto quasi 32mila preferenze risultando il più votato di Forza Italia in provincia di Caserta, si tratta dell’ennesimo colpo giudiziario in un momento già delicatissimo. Il consigliere regionale si trova ora a dover affrontare contemporaneamente due procedimenti penali: quello per concussione, corruzione e truffa (con richiesta di arresto e interrogatorio fissato per il 4 febbraio) e questo nuovo per voto di scambio alle elezioni comunali di Castel Volturno.


Meloni: “Ho chiesto a Trump di rivedere il Board of peace. Spero che potremo dargli il Nobel”


Meloni: “Ho chiesto a Trump di rivedere il Board of peace. Spero che potremo dargli il Nobel”

(repubblica.it) – “L’Europa deve scegliere se intende essere protagonista del suo destino o subirlo. Serve coraggio e responsabilità e trasformare le crisi in opportunità”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel punto stampa con il Cancelliere Friedrich Merz al termine del vertice intergovernativo Italia-Germania. “Serve un’Europa autorevole, consapevole del proprio ruolo”, dice la premier.

“Io personalmente sono convinta che in questo tornante della storia Italia e Germania abbiano una responsabilità particolare, chiaramente per storia, per peso, per leadership”, spiega Meloni. “Siamo due grandi nazioni europee, fondatrici dell’Unione, protagoniste delle dinamiche internazionali. Siamo le due principali potenze manifatturiere d’Europa con sistemi produttivi e industriali che sono fortemente interconnessi tra loro per molti aspetti”.

La premier aggiunge: “Sono complementari ma soprattutto siamo entrambi interpreti di una visione comune su alcuni dei dossier più strategici, e perseguiamo di fatto lo stesso obiettivo di fondo, e cioè costruire un’Europa autorevole, un’Europa consapevole del proprio ruolo nel mondo, capace di essere competitiva sullo scenario globale, capace di rafforzare la propria autonomia strategica con pragmatismo, con concretezza, con buon senso”.

Meloni spiega che “i nostri sistemi produttivi possono dare un contributo alla costruzione del pilastro europeo dell’Alleanza atlantica che per tanti anni abbiamo invocato senza fare passi avanti e agire di conseguenza. A questo fine ho comunicato al cancelliere Merz la decisione italiana di aderire all’accordo multilaterale che già esiste tra Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna sull’esportazione di armamenti”.

Meloni: “Chiesto a Trump di rivedere il Board of peace”

La presidente del Consiglio parla anche degli scenari internazionali: “Su Ucraina e Medio Oriente la nostra sintonia è sempre stata forte, continueremo a fare la nostra parte sia per arrivare a una pace giusta e duratura in Ucraina sia per costruire un quadro stabile di sicurezza e prosperità in Medio Oriente”. E sul Board of peace per Gaza a Donald Trump, confida, “ho detto che per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale per come l’iniziativa è stata configurata, chiedendo anche la disponibilità a riaprire questa configurazione per andare incontro alle necessità non solo dell’Italia ma anche di altri Paesi europei. Noi dobbiamo tentare di fare questo lavoro. La presenza di paesi come i nostri può fare la differenza. Questa è la nostra posizione, poi si vedrà quali sono i margini per trovare posizioni condivise”.

Meloni: “Salda volontà di cooperare con gli Usa”

Sul rapporto con gli Stati Uniti, Meloni risponde con “non direi” a chi domandava se il rafforzamento delle relazioni italo-tedesche è anche in funzione difensiva rispetto agli atteggiamenti di Donald Trump verso l’Europa. “La nostra volontà di cooperazione con gli Usa rimane salda, Italia e Germania sono tra le nazioni che in Europa intrattengono con gli Usa relazioni privilegiate, date anche dal fatto che nei loro paesi ci sono basi americane, e – continua – possono aiutare in questo rapporto, particolarmente se lavorano insieme anche grazie a un approccio pragmatico e non istintivo alle relazione con gli Usa”.

Meloni: “Sulla Groenlandia Usa pongono questione strategica esistente”

sulla Groenlandia afferma: “Io credo che, con i loro metodi sicuramente discutibili e assertivi, gli Stati Uniti pongano una questione strategica che però esiste, che riguarda l’Artico in questo tempo. L’Artico è uno dei grandi dei domini strategici del ventunesimo secolo e se l’Artico è uno dei grandi domini strategici del ventunesimo secolo io credo che questa questione si debba seriamente affrontare all’interno dell’alleanza atlantica, credo che per quello che riguarda la sicurezza, per quello che riguarda la gestione di future rotte marittime con lo scioglimento dei ghiacci, per quello che riguarda un territorio ricchissimo di materie prime, per quello che riguarda un territorio che ha una posizione privilegiata anche sul piano di una difesa missilistica antiaerea”.

Meloni: “Trump? Speriamo un giorno di dargli il Nobel”

Rispondendo poi a una domanda su presunti problemi nella salute mentale di Trump, la premier afferma: “Donald Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti. Questi stessi discorsi li ho sentiti fare su Joe Biden prima di lui. Li ho sentiti fare addirittura su di me quando a un certo punto mi sono dovuta assentare per cinque giorni perché non stavo bene. Sarà in grado Giorgia Meloni di guidare il suo Paese? Credo che occorra fare i conti con la democrazia e con leader che sono eletti e scelti dai propri cittadini con i quali noi ci interfacciamo perché non siamo noi ringraziando Dio a scegliere chi governa le altre nazioni”. Meloni aggiunge: “Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremo candidare Donald Trump al Nobel per la pace”.

Merz: “Non vogliamo dazi ma siamo pronti a difenderci”

Il cancelliere Merz, interpellato su possibili controdazi dell’Ue verso gli Stati Uniti commenta: “Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Siamo in grado di convocare il Consiglio europeo straordinario e l’azione dimostrata in questa settimana è la dimostrazione di quello che possiamo fare. Quello che era stata minacciato da Trump non è accaduto. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea”.


La Groenlandia? Sarà conquistata con l’Ia. Dietro l’operazione c’è il capo di Palantir


Attraverso la KoBold Metals, i tecnomiliardari Usa finanziano la caccia alle terre rare con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Il regista occulto del progetto è Peter Thiel, fondatore del colosso di sorveglianza digitale. E “autore” dell’ascesa di J. D. Vance

(Luca Ciarrocca – editorialedomani.it) – L’ossessione di Donald Trump per la Groenlandia risponde a una visione strategica che va oltre l’espansione territoriale. Sicurezza nazionale Usa e interessi degli oligarchi della Silicon Valley – tra cui Mark Zuckerberg e Peter Thiel – fanno dell’isola un centro nevralgico per l’approvvigionamento di materie prime e, sembra incredibile, anche un progetto di nuove forme di sperimentazione politica.

Il piano di “integrazione”, discusso fra Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte, prevede un aggiornamento dell’Accordo di difesa del 1951 tra Usa e Danimarca: l’installazione del Golden Dome, il sistema di difesa antimissile americano; la costruzione di nuove basi militari con il dislocamento di caccia F-35; “aree di difesa” per neutralizzare le presunte mire di Russia e Cina.

Il capitolo più sensibile, però, riguarda le materie prime e resta la clausola decisiva ancora da definire: rame, nichel e cobalto per reti elettriche e batterie, terre rare e litio per magneti ed elettronica dual use. Pechino controlla una quota rilevante della catena globale e l’America cerca alternative.

Dividendi immensi

Ovvio che c’è del metodo nella megalomania da bullo di Trump. Lui alimenta la retorica, i discorsi sul neoimperialismo, gli insulti all’Europa, ma la verità sta negli immensi dividendi in arrivo. Mentre il dibattito politico ingolfa i media, un consorzio di miliardari opera da anni nell’Artico. Attraverso KoBold Metals, società valutata 3 miliardi di dollari, investitori del calibro di Sam Altman, Bill Gates, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg finanziano operazioni di ricerca mineraria assistite dall’intelligenza artificiale. L’algoritmo di KoBold analizza i cambiamenti del paesaggio artico attraverso dati satellitari, elaborati in tempo reale.

Lo scioglimento dei ghiacci, oltre all’apertura di rotte navali per il grande commercio internazionale, rivela nuovi depositi. Il progetto Disko–Nuussuaq, in collaborazione con Bluejay Mining, sulla costa occidentale, è per ora l’avamposto di questa tecnologia. Tra i finanziatori storici di KoBold c’è Breakthrough Energy Ventures, veicolo creato da Bill Gates e sostenuto da un club che include Jeff Bezos e Michael Bloomberg.

Tra i soci anche Andreessen Horowitz, cofondata da Marc Andreessen, il vero boss del venture capital californiano. Ogni miliardario ha i suoi scopi, ma tutti puntano allo stesso obiettivo. Altman le terre rare per OpenAI e lo sviluppo di ChatGpt, Gates per la tecnologia delle energie rinnovabili, Bezos per i data center e il cloud computing di Amazon.

Linee d’azione

Il vero regista occulto di questo progetto è Peter Thiel, cofondatore di PayPal, socio di Elon Musk in SpaceX, oggi capo del colosso della sorveglianza e del controllo digitale Palantir. Lui è il principale architetto del “complesso politico tecnologico finanziario” che suggerisce le linee d’azione alla Casa Bianca.

Come racconto nel mio libro L’anima nera della Silicon Valley – La vera storia di Peter Thiel (FuoriScena), il suo capolavoro in termini di potere è JD Vance. Thiel è stato mentore e finanziatore della campagna elettorale di Vance nel 2022, garantendogli in Ohio l’elezione al Senato e promuovendo la sua nomina a vicepresidente degli Stati Uniti. È l’elemento di raccordo tra le ambizioni della Silicon Valley e l’apparato federale di Washington.

La sua ascesa garantisce ai grandi oligarchi dell’high tech un accesso diretto alle stanze del potere, con prospettive che guardano già alla candidatura repubblicana per il 2028 (sempre che le elezioni si tengano). Una Casa Bianca che gestirà sempre più le relazioni internazionali basandosi su logiche di venture capital, sicurezza nazionale e arricchimenti personali.

Per la Groenlandia, l’esecuzione diplomatica del piano è affidata a Kenneth Howery, nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Danimarca nel novembre 2025. Socio di Thiel in Founders Fund, suo primo partner e cofondatore di PayPal, Howery ha un profilo da deal-maker utile a tradurre obiettivi strategici in accordi, capitali e concessioni. Ma oltre alle materie prime, promuove una visione dell’isola nordica come laboratorio di ingegneria politico-economica.

Tramite Pronomos Capital – società fondata da Patri Friedman (nipote di Milton Friedman) – Howery e Thiel sostengono con capitali propri lo sviluppo di “charter cities” e zone economiche speciali. La Groenlandia – «dobbiamo averla», dice Trump – è concepita come un hub tecnologico a bassa regolamentazione, sede ideale per lanci spaziali, reattori micro-nucleari e progetti di sovranità digitale come quelli ipotizzati da Praxis Nation, che vede lì la futuristica sede di un “cripto-stato” autogovernato e fondato su ideali libertari. È il test per un nuovo ordine mondiale, ed è ovvio che gli oligarchi della nuova destra americana giocheranno duro.

Ecco la convergenza di piani – postura militare, materie prime, immaginario “startup state” – che spiega perché quel «pezzo di ghiaccio» sia diventato un dossier da prima pagina, con annessione, quasi-annessione e altre formule di influenza come variabili mediatiche volatili. La partita dell’Artico, con la regia di Peter Thiel, è appena cominciata.


Meta oscura il video di Barbero sul referendum, l’attacco di De Cristofaro: “Colpita un’opinione politica”


Il video dello storico, a favore del “No” al referendum sulla giustizia, è stato etichettato come “fuorviante” e limitato dalla società di Zuckerberg dopo il fact-checking

(lespresso.it) – Da intervento social a caso politico in una manciata di giorni. Meta ha limitato la diffusione di un video di Alessandro Barbero – pubblicato sui suoi canali personali – in cui lo storico spiegava le ragioni del suo “no” al referendum sulla Giustizia. In poco tempo il contenuto è diventato virale, tanto da portare la società di Mark Zuckerberg – che gestisce tra le altre Instagram, Facebook e Threads – a passarlo sotto la lente del fact-checking, realizzato in collaborazione con dei partner italiani. Da qui la decisione di oscurare il video, tra i vari motivi, “per affermazioni che risultano fuorvianti”. 

Su alcune pagine che lo hanno ripubblicato, il video è ancora disponibile. Eppure la scelta di Meta ha innescato un’immediata reazione politica. “È gravissimo che Meta abbia limitato la diffusione di un video di Alessandro Barbero, nascondendosi dietro il fact-checking”. A scriverlo è Peppe De Cristofaro, senatore di Avs e presidente del gruppo Misto a Palazzo Madama, che spiega come – per lui – il video non contenga “dati falsi. Contiene un’opinione politica. Barbero non dice, per esempio, che dal 2026 il governo potrà licenziare i magistrati che emettono sentenze sgradite. Questa sarebbe un’affermazione falsa e verificabile, quindi il fact-checking avrebbe senso. Dice che questa riforma aumenta il peso della politica sugli equilibri della magistratura. È un giudizio politico”.

Il fact-checking pubblicato da Open, ad esempio, contestava in particolare quattro passaggi del discorso di Barbero, riassumibili negli effetti dell’ipotetica vittoria del “sì”. Alcune affermazioni dello storico risulterebbero imprecise o formulate in maniera “fuorviante”, secondo il giornale. “Barbero sbaglia nel dire che il governo scelga i membri laici del Csm. È il Parlamento a votare gli elenchi, dai quali i membri vengono poi sorteggiati”. E ancora: “Nessuna norma consente all’esecutivo (governo) di dare ordini o sanzionare i magistrati”. È proprio su questo punto che si innesta lo scontro politico. Per De Cristofaro, il giudizio espresso da Barbero riguarda il peso politico che la riforma potrebbe esercitare sugli equilibri della magistratura: una valutazione interpretativa, spiega, non verificabile come dato di fatto.


Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza


Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi

Nelle immagini alcune delle illustrazioni contenute nel progetto “Great” che scommette sul trasferimento di quasi un quarto dei residenti e la realizzazione di edifici residenziali e alberghieri di lusso da offrire agli stranieri a Gaza

(di Nello Scavo, inviato a Ramallah – avvenire.it) – Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex vice ministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di 15 membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».

Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.

Un altro dei rendering del progetto

I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.

Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».

Come si presenta Gaza City oggi

Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.


La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia


(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Mark Carney a Davos ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda. L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.

Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.

Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.

Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.

Per anni questa finzione è stata utile. L’egemonia americana garantiva rotte marittime aperte, stabilità finanziaria, una certa sicurezza collettiva. In cambio, molti Paesi chiudevano un occhio sulle incoerenze del sistema. Un patto tacito: noi fingiamo che funzioni, voi continuate a farlo funzionare abbastanza da non farlo crollare.

Quel patto oggi è saltato.

Le crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche hanno mostrato il lato oscuro dell’integrazione globale. E ora le grandi potenze usano proprio quella integrazione come arma. Non più cooperazione, ma dipendenza. Non più interdipendenza virtuosa, ma vulnerabilità sfruttabile.

Carney lo dice chiaramente: non puoi continuare a raccontarti la favola del vantaggio reciproco se l’integrazione diventa il meccanismo della tua subordinazione.

A questo punto, molti Paesi reagiscono con l’istinto della fortezza: più autonomia, più protezionismo, più controllo su energia, cibo, minerali, finanza, supply chain. Comprensibile. Ma anche pericoloso. Perché un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile, più instabile. Un mondo dove tutti si blindano e nessuno si fida.

Il punto politico vero è un altro: se le grandi potenze smettono persino di fingere di rispettare regole e valori, allora l’intero sistema si trasforma in una gara di forza nuda. E in una gara così, le potenze medie rischiano di finire non al tavolo delle trattative, ma nel menu.

Carney prova a proporre una terza via: non la nostalgia per un ordine che non tornerà, né l’isolazionismo da bunker, ma un “realismo basato sui valori”. Tradotto: meno retorica e più coerenza. Meno prediche e più forza interna. Meno dipendenza e più resilienza.

Il passaggio più interessante è quello sull’onestà. Vivere nella verità significa smettere di chiamare “ordine basato sulle regole” ciò che ormai è un sistema di rivalità tra grandi potenze. Significa applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Significa smettere di indignarsi a giorni alterni, a seconda di chi è il colpevole.

Perché il vero scandalo non è che le regole vengano violate. È che molti fingano ancora che funzionino.

Carney dice: basta cartelli in vetrina. Basta partecipare a rituali che sappiamo essere falsi. Basta invocare un mondo che non esiste più. Se il vecchio ordine è morto, piangerlo non serve. La nostalgia non è una strategia.

Il messaggio, in fondo, è brutale ma lucido: i potenti continueranno a esercitare il loro potere. Ma anche i meno potenti hanno un’arma. Si chiama realtà. Dare un nome alle cose. Costruire forza in casa. Ridurre le dipendenze. E soprattutto smettere di fingere.

Perché la vera fine non è quella dell’ordine basato sulle regole. È la fine della favola che ci raccontavamo per non ammetterlo.


L’impero pirata 


(Michele Prospero – lafionda.org) – Il mondo non pare riorganizzarsi secondo la forma degli imperi, ossia macro-entità distinte che esercitano una piena egemonia entro territori omogenei. Il richiamo ossessivo di Washington al controllo completo dell’emisfero occidentale, Artico compreso, non implica insomma una rispolverata del disegno di Carl Schmitt, che negli anni Trenta immaginava un pianeta suddiviso in grandi spazi, ciascuno dei quali gestito in esclusiva (senza interventi stranieri) da un impero promotore di una “idea politica”.

Il rapimento spettacolare dei coniugi Maduro, l’invito alla rivolta degli iraniani per giustificare un blitz, la minaccia di usurpazione della Groenlandia segnano l’inaugurazione di una nuova tipologia di guerra: la violenza fulminea, senza i canonici stivali sul campo, per punire i riottosi e appropriarsi delle risorse in giro per il mondo. Il sogno, in sostanza, è quello di un impero pirata che manovra le reti di influenza su una scacchiera che, per il resto, può rimanere molto disordinata.

A destare il comandante in capo dal torpore è anzitutto l’impotenza del suo stesso governo nel rialzare gli indicatori della crescita. Non c’è modo di rilanciare le capacità competitive nell’economia-mondo di un sistema, come quello statunitense, abituato a consumare a credito. Con un debito pubblico impazzito, con i cenni di erosione del potere finanziario conferito dal primato del dollaro, si diffonde a dismisura, nelle élite come nell’America più profonda, la percezione di una vulnerabilità complessiva del paese. La data cerchiata in rosso dell’annus (poco) mirabilis, in cui è previsto lo smacco del sorpasso a opera di Pechino, preme come una lama insopportabile nel cervello del tycoon della Casa Bianca.

Per questo egli manda al diavolo ogni chiacchiera sui moventi ideali del soft power. Alla perdita della supremazia commerciale, che diffonde aspettative negative sul futuro, Trump oppone un nuovo-vecchio pensiero: la guerra come prosecuzione dell’economia con altri mezzi.

Per contro, con l’“operazione speciale” in Ucraina, Putin è alle prese con una spinta centrifuga che mira ad espropriare l’ex spazio sovietico: Mosca non conduce una vasta strategia di espansione verso l’Europa sotto i vessilli della potenza monolitica, piuttosto prova, con l’uso della forza, a limitare i danni della dissoluzione dell’Urss. Proprio a causa di questo deficit delle simbologie tipiche di un impero, dopo l’allargamento della Nato agli Stati dell’ex Patto di Varsavia e i progetti falliti con Georgia e Ucraina, adesso il Cremlino deve assistere all’anomala onda atlantica che, in sequenza, ribalta la fedele Siria, umilia l’alleato Iran, mette a soqquadro le autorità amiche di Caracas.

Per la Russia, l’epoca cominciata con il crollo del muro di Berlino si chiude oggi con l’allontanamento dal Vecchio continente e con una relazione più organica con la Repubblica Popolare. Neanche la Cina, dal canto suo, intende disporre le armate per dominare l’Asia. Gli equilibri di potere imposti da Giappone e India nell’area offrono rilevanti carte strategiche agli Usa e rendono irrealistico lo scenario di un grande quadrante agli ordini solitari di Pechino. Le mani su Taiwan, un’isola-rifugio che non gode di piena sovranità e non è riconosciuta quale membro dell’Onu, non indicano l’attivazione di una vocazione imperiale; al contrario, rivelano una volontà di soluzione dell’annoso nodo territoriale in conformità al principio storico-politico della “una sola Cina”.

Con l’esibizione di una geometrica capacità di colpire, gli Stati Uniti non perseguono l’obiettivo di una redistribuzione multipolare delle sfere d’influenza. Mirano invece a indurre le potenze rivali a una costosa e lunga distrazione dagli imperativi del calcolo economico in cui primeggiano. Perciò l’amministrazione Trump, in nome della sicurezza nazionale che sarebbe in gioco nelle acque e nei ghiacciai, tenta di sabotare le istituzioni finanziarie transnazionali e di indebolire le regole del commercio globale. La guerra ibrida americana (fuga dalle agenzie internazionali, dazi irragionevoli, sequestro di navi cargo, terrore verso nemici individuali, raid mirati, conquista di canali strategici) ha l’obiettivo di ostacolare la penetrazione silenziosa della mercanzia che viene dalla Cina.

Lo storico conservatore Niall Ferguson ritiene che dietro la follia di un giocatore irresponsabile come Trump, in realtà, covi l’ultima opportunità di rallentare l’ascesa del Dragone quale insurrogabile fabbrica del mondo (con 400 milioni di tute blu).

Alle tattiche più aggressive escogitate dai falchi di Washington in vista di un confronto militare risolutivo e alle sparate del presidente, che dice di non avere limiti nel diritto internazionale ma di avvertire solo i vincoli scolpiti nella “morale personale”, il governo di Pechino reagisce presentandosi come roccaforte dell’ordine mondiale. La centralità dell’approccio negoziale e cooperativo nel governo comune dei beni globali è rimarcata da uno dei più autorevoli studiosi cinesi di geopolitica, Yan Xuetong, direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Tsinghua. Teorico della competizione intelligente, nel cosiddetto dilemma della sicurezza egli subordina la forza (la deterrenza nucleare) all’attitudine a stipulare alleanze larghe per l’esercizio di una leadership globale equa e positiva.

Applicando i testi classici del pensiero pre-Qin (primo imperatore nel 221 a.C.), Yan teorizza un realismo morale che, nelle relazioni internazionali, adotta una “visione metaetica secondo cui esistono fatti morali oggettivi e valori morali”. Ciò comporta che le ambizioni egemoniche di una grande potenza rispecchino principi e scopi ricavati dalle norme internazionali riconosciute come vincolanti lungo un’intera fase storica. La sua convinzione è che «una leadership “morale”, che segue cioè le norme internazionali del suo tempo, diventerà forte e duratura, mentre una leadership “amorale”, che cioè va contro le norme internazionali, decadrà. Questa idea deriva dall’antico principio cinese dedao duozhu, shidao guazhu, secondo il quale una causa giusta gode di ampio sostegno, mentre una causa ingiusta vanta uno scarso supporto» (Yan Xuetong e Fang Yuanyuan, The Essence of Interstate Leadership. Debating Moral Realism, Bristol University Press, 2023).

Nella nuova dislocazione del potere mondiale, che dall’Atlantico si sposta al Pacifico, diventa cruciale, secondo Yan, risolvere il dilemma della leadership, ovvero misurare l’effettiva levatura delle élite e la loro abilità nel rimuovere le incertezze e le tensioni del vuoto tipico di un’età di transizione. A Trump e allo stile di una presidenza populista, che in una carenza di progettualità avvelena i pozzi con la de-globalizzazione, con la contrazione democratica a vantaggio dei signori delle nuove tecnologie digitali, con il rifiuto di fornire i beni comuni necessari per il mantenimento dell’ordine globale, Pechino deve quindi replicare con accorte strategie di rassicurazione ispirate a valori fondamentali.

Alla potenza discendente, che evoca la competizione militare per vincere anche la contesa economica e cerca di tamponare i ritardi nelle innovazioni avvalendosi della forza, la dottrina della potenza ascendente deve ribattere rifiutando l’hard power e le pratiche di de-integrazione economica. Più che nelle divise, Pechino confida in una rivalità cooperativa poggiante sul quasi monopolio dei minerali rari, sui vantaggi nell’intelligenza artificiale e nell’acquisizione dei big data, sulle ingenti riserve in dollari, sulla rete di relazioni commerciali che stringono nella partnership un centinaio di paesi (solo sette intrattengono rapporti preferenziali con gli Stati Uniti).

Un più giusto e multipolare ordine mondiale è la ricetta cinese contro le tentazioni neo-imperiali di ostacolare ogni risposta costruttiva ai cambiamenti avvenuti nella configurazione del potere internazionale.

Anche qui: https://www.unita.it/2026/01/22/limpero-pirata-di-trump-ecco-la-strategia-di-donald-spargere-caos-per-fermare-la-cina-e-rallentare-la-decadenza-usa/


Gratteri: “Il sorteggio per i due Csm? E’ truccato”


(ANSA) – Il criterio del sorteggio per designare i componenti dei due Csm “è truccato”. Non usa mezze misure, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, a chi gli chiede della riforma della Giustizia.

“Si propone di realizzare due Csm e l’Alta Corte”, spiega Gratteri, “con un sorteggio secco per i magistrati, cioè sorteggiando tra tutti i magistrati” mentre per i laici è ‘temperato’: cioè il Parlamento sceglie, ad esempio, 50 candidati, li mette in un’urna e tra questi 50 già selezionati, ne estraggono 10 per il Csm dei Giudici e 10 per il Csm dei pm”. “Ma questo – evidenzia Gratteri – saranno componenti laici nominati e non sorteggiati”.

Gratteri torna anche sulla vicenda del suo vecchio video pubblicato “senza permesso” sul profilo Fb di Fratelli d’Italia, nel giorni scorsi. Un gesto che ha spinto il procuratore di Napoli ad annunciare una denuncia.   

“In quel video – spiega ancora – non ho assolutamente considerato l’ipotesi dei due Csm e dell’Alta Corte – perché ho sempre pensato a un solo Csm con il sorteggio. Non si può dire, quindi, che Gratteri due anni fa era per il sorteggio e invece oggi ha cambiato idea se chi propone questo referendum propone cose completamente diverse rispetto a quello che è il cosiddetto sorteggio secco”, sottolinea il magistrato.


Roger Waters: “È un mondo perfetto per i nazisti e Meloni è il vostro Mussolini”


Roger Waters parla in un’intervista al Fatto Quotidiano:  “È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo“.

Roger Waters

(ondamusicale.it) – L’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters afferma che i governi europei sostengono l’idea della guerra perché ciò risulta conveniente per i loro “padroni“, in particolare per le élite statunitensi, israeliane e tedesche che controllano la maggior parte dell’industria bellica. Secondo l’artista, questa spirale di spese militari porterebbe all’impoverimento dei popoli, creando un “mondo perfetto” per l’ascesa di quelle forze che lui definisce “naziste”.

Da convinto antimilitarista, Waters (classe 1943) ha esteso le sue critiche alla Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, equiparando la sua retorica sulle spese militari a quella di un “nuovo Mussolini“. “La guerra è un racket“, ha affermato il musicista, “ma non tutti si piegano a questa logica. Mi incoraggia sapere che organizzazioni come l’USB in Italia si stanno ribellando a questi ‘Mussolini’ contemporanei. Oggi, Meloni è il vostro Mussolini. Ma sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Stati Uniti, Starmer Farage nel Regno Unito”.

“Da Kiev a Gaza, la guerra è solo per profitto. Col riarmo i governi impoveriranno i popoli”: intervista esclusiva a Roger Waters

L’esclusiva. Il musicista: “I problemi dell’Ucraina sono stati tutti imposti dagli Stati Uniti In Palestina è ancora in atto un genocidio”

“Da Kiev a Gaza, la guerra è solo per profitto. Col riarmo i governi impoveriranno i popoli”: intervista esclusiva a Roger Waters

(Estratto dell’intervista integrale di Fabrizio Rostelli al Fatto Quotidiano) – L’antimilitarismo è un tratto distintivo delle sue opere musicali e del suo impegno politico dai tempi dei Pink Floyd. “Mother do you think they’ll drop the bomb?” (Mamma pensi sganceranno la bomba?) cantava in The Wall. Nella Fletcher Memorial Home – la casa di riposo per re, tiranni incurabili e spietati statisti ideata in The Final Cut – oggi Roger Waters troverebbe spazio per gli attuali leader europei e per i magnati delle Big Tech come Musk, Bezos e Zuckerberg. “La guerra è utile solo a fare profitti. Non dobbiamo farci schiavizzare – ammonisce Waters – anche se è questo che fa il capitalismo.

[…] Siamo già in 1984, c’è un controllo sempre maggiore, ma abbiamo ancora gli strumenti per reagire”. Il musicista e intellettuale britannico analizza il complesso quadro internazionale e sul programma di riarmo europeo la sua posizione è netta: “L’idea che i leader dell’Ue parlino di imporre una spesa militare del 5% del Pil ai cittadini per ingrandire gli eserciti e prepararsi alla guerra con la Russia è ovviamente una follia. Così come è stata una follia far saltare il Nord Stream. Quel gasdotto rappresentava la volontà dei popoli della Russia e dell’Europa di cooperare, scambiarsi gas ed energia e vivere in pace. Non gli è stato permesso perché non conveniva a un piccolo gruppo di persone estremamente ricche negli Usa e altrove. La guerra è un racket ma non tutti si piegano a questa logica e mi incoraggia l’idea che ci siano organizzazioni, come l’Usb in Italia, che si stanno ribellando a questi Mussolini, di nuovo. Meloni oggi è il vostro Mussolini. Sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Usa, Starmer e Farage nel Regno Unito”.

Ieri è stato annunciato il trilaterale per la pace in Ucraina. Ma quali sono i reali ostacoli?

Gli ostacoli sono il neo liberal-imperialismo e il capitalismo. I problemi politici dell’Ucraina sono tutti imposti dall’esterno, dagli Usa. Con il colpo di Stato di Maidan è scoppiata una guerra civile tra l’amministrazione di Kiev – legata all’estrema destra – e la popolazione russofona dell’Ucraina orientale. Il conflitto non si è mai fermato e gli Accordi di Minsk non sono stati rispettati perché dalla morte di soldati ucraini e russi si ricavano enormi profitti. Profitti che finiscono nelle mani dei plutocrati degli Usa, forse anche in Germania o nel Regno Unito, ma soprattutto nell’industria bellica statunitense. I colloqui tra Trump, Putin e Zelensky sono irrilevanti, sono delle marionette anche se Putin è molto più lucido e acuto. Quando Trump morirà – e sarà un buon giorno per l’umanità – un altro burattino sarà pronto a prenderne il posto: potrebbe chiamarsi Marco Rubio o JD Vance. Non conta il nome, ma il sistema: quello dei Palantir, dei Peter Thiel, di quelli che vogliono costruire uno Stato fascista globale, controllato dall’Ia, con moneta digitale, dove possono decidere di silenziare chiunque, semplicemente togliendogli tutto. Non credono nello Stato di diritto, ma solo nella legge della giungla […]

Con il Board of Peace di Trump c’è il rischio che cali l’attenzione su quello che accade in Palestina?

La Palestina siamo noi. Se non capiamo questo, non abbiamo capito niente. Tutta questa storia – colonialismo, apartheid, pulizia etnica – l’abbiamo già fatta noi europei bianchi in Nord e Sud America e in Africa. Mi accusano di essere antisemita perché di Israele ne faccio un “caso speciale”. Certo che lo critico: stanno commettendo un genocidio! Esattamente come mio padre criticava i nazisti negli anni 30 del Novecento. Questo fanno le persone con un cuore e un’anima. Israele è uno Stato disgustoso, xenofobo, segregazionista, che sta compiendo un genocidio contro le persone che vivono in quella terra, colonizzata illegalmente per tutto il XX secolo e oltre. Non ho nulla contro gli ebrei. Sono ateo: penso che tutte le religioni siano assurde. Se fossimo tutti umanisti, non avremmo bisogno di alcuna religione per sapere cosa è giusto, per avere una bussola morale: la sentiremmo dentro di noi. Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo respiro.

I governi europei ci stanno preparando alla guerra?

Probabilmente sì. È conveniente per i loro padroni statunitensi che possiedono la maggior parte delle fabbriche di armi, insieme agli israeliani e ai tedeschi. Per questo sostengono volentieri l’idea della guerra. Le spese militari impoveriranno completamente i nostri popoli. È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo. Non ci sarà istruzione, né servizi sanitari, né servizi sociali, niente. La vita diventerà sempre più dura e convinceranno le persone che la colpa è degli stranieri, dei neri, delle persone che parlano arabo. Il tema dell’immigrazione è centrale e in questo senso è importante la storia della lista del Pentagono – svelata dal generale statunitense Wesley Clark – dei Paesi da colpire dopo l’11 settembre 2001. Gli Usa hanno devastato tutti quei Paesi: Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Siria. Qual è l’unico che non hanno distrutto? L’Iran. Per ora. Il Venezuela non era in quella lista, ma avrebbe potuto esserci. In passato con Guaidó organizzarono un tentativo di colpo di Stato per eliminare il governo socialista bolivariano e rubare il petrolio. Niente a che vedere con la libertà o la democrazia.

Cinquant’anni fa usciva Wish You Were Here, oggi a chi la dedicherebbe?

Non posso rispondere, vorrei solo che la gente capisse che è la mia canzone. Gilmour fece quell’introduzione, io la usai ma la canzone non ha nulla a che vedere con lui, anche se sostiene di averla scritta. Quando sento Dave cantare Wish You Were Here mi irrita un po’ perché non ha mai capito di cosa parlassero le mie canzoni. La parte più importante è: “Did you exchange, a walk-on part in the war, for a lead role in a cage?”. Descrive perfettamente me e Gilmour. Io ho accettato di essere una comparsa nella guerra, lui ha accettato un ruolo da protagonista in una gabbia. È come Starmer: può fare il premier, ma solo se vive nella gabbia e obbedisce. È un burattino, non decide nulla. Io invece ho scelto di prendere parte alla guerra, anche se solo come comparsa. È questo il senso della canzone. Melania Trump voleva usarla nel documentario sulla sua vita per il funerale della madre. Mi hanno offerto un’enorme quantità di denaro. Le ho scritto che mi dispiaceva per la sua perdita, ma che non posso essere associato a un’amministrazione che sostiene un genocidio. Mai.


Giorgia Meloni continua a tenere clamorosamente il piede in due staffe!


Meloni chiama Trump e prende tempo sul Board for peace. Il tycoon: “Vuole aderire”. La premier non ottiene il bilaterale a Davos con il leader Usa ma al telefono gli spiega il suo no all’adesione: “Non è definitivo, valutiamo”. Al Consiglio Ue cerca sponde e fa asse con Merz: lanciamo nuove idee. Breve confronto con la danese Frederiksen per smorzare le tensioni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Consiglio europeo 

(Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – BRUXELLES – Niente Davos, si vola a Bruxelles. A metà mattinata all’entourage di Giorgia Meloni tocca rassegnarsi: il presidente Usa non concede udienza. Il bilaterale con Donald Trump sulle Alpi svizzere chiesto per due giorni da Palazzo Chigi non ci sarà. Dopo mille insistenze e pressioni, Meloni deve accontentarsi di una chiamata. Per spiegare, in soldoni, che il suo no al Board for peace, largamente condiviso con il Quirinale, in realtà sarebbe un nì. Un non adesso, ma più in là, possibilmente con qualche ritocco all’impalcatura dell’organismo. Così sistetizzano il colloquio fonti diplomatiche. Non è un caso se, dall’aereo di ritorno negli States, lo stesso Trump dica che l’Italia vuole entrare nel panel: «Ha bisogno dell’approvazione del Parlamento per aderire».

Possibile che la premier abbia corretto il tiro dopo il rifiuto del faccia a faccia. Per Meloni, l’unica occasione di stringere la mano a The Donald sarebbe stato il lancio di questa simil Onu con Orbán e soci. Ma appunto la presidente del Consiglio a quell’iniziativa non ha voluto partecipare: ragioni giuridiche, imbarazzi politici. Forse anche il sospetto che quella foto sarebbe invecchiata male.

L’aereo di Stato della premier, pronto fin dall’alba, rimane allora a Ciampino per tutta la mattina. Decolla solo alle quattro e mezza, direzione Belgio, per il Consiglio europeo straordinario convocato proprio per discutere delle relazioni transatlantiche ammaccate dalla crisi groenlandese.

Dal tavolo del summit Ue, Meloni manda segnali che possono essere colti anche dall’altro lato dell’oceano: con gli Usa, ripete, non va alzata la tensione. Anzi, è l’ora di abbassare i toni. Serve unità. Certo, con alcune linee rosse condivise col resto dell’Unione, come l’integrità territoriale di un Stato membro, che peraltro fa parte della Nato. Su questo approccio, c’è sintonia soprattutto con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.

In attesa di capire se l’assenza al varo del board trumpiano avrà strascichi nella “special relationship” con il tycoon, Meloni cerca sponde in Europa. Obiettivo: uscire dall’angolo, dopo lo strappo sui soldati nella terra dei ghiacci, iniziativa a cui avevano aderito le principali cancellerie del continente, Roma no. Proprio con la premier danese (socialista) Mette Frederiksen, Meloni strappa un breve bilaterale prima che inizi il summit. La tensione pare smorzata: baci, abbracci, sorrisoni a favore di flash. Le due si accomodano una accanto all’altra nel tavolone del consiglio.

C’è un fattore che forse può aiutare Meloni, nelle dinamiche brussellesi. Le ultime sortite di Emmanuel Macron – l’idea del bazooka commerciale per ribattere ai dazi sulla Groenlandia, quella del G7 lampo a Parigi, poi fallita, i toni usati sul palco di Davos – hanno avvicinato la premier a Merz, irritato per le giocate in solitaria dell’inquilino dell’Eliseo. La tattica di Roma sarebbe insomma questa: incunearsi nella fessura, sganciare Berlino dall’asse collaudato con Parigi. A consiglio europeo appena iniziato, Palazzo Chigi fa sapere di un bilaterale a margine tra Meloni e Merz. Quando? Subito dopo la foto con Merz pubblicata da Macron.

Non è solo questione di narrativa social, però. La premier vedrà il cancelliere tedesco oggi a Roma, vertice corposo, atterreranno nell’Urbe 10 ministri teutonici. Già ieri il leader della Cdu ha confermato che con Meloni si lavora a un pacchetto di sinergie. L’iniziativa principale è una proposta sulla competitività che Italia e Germania spediranno a von der Leyen in vista del summit Ue di metà febbraio. «Con Meloni abbiamo elaborato nuove idee per cambiare l’Ue e ridurre la burocrazia», dice Merz. Quali idee? «Una sospensione d’emergenza della burocrazia, una discontinuità nell’attività legislativa, un bilancio modernizzato che ponga la competitività al centro». In tutto saranno siglati una decina di accordi governativi, un piano d’azione sulla «cooperazione strategica rafforzata», un’intesa sulla difesa per coordinare meglio le industrie (tanti attori coinvolti, da Leonardo a Rehinmetall). Previsto cin cin sotto gli stucchi di villa Pamphili. Sperando che la telefonata di ieri abbia ricucito lo strappo con la Casa bianca.


Anche a Davos, il ” Bullo ” di sempre…


(Dott. Paolo Caruso) – A Davos, in Svizzera, alla riunione dei magnati della economia mondiale, Trump ha parlato senza il gobbo, per circa due ore, recitando a soggetto. Chissà quante volte avrà ripassato quanto aveva da rinfacciare ai suoi ex-amici europei. Squittiva con labbra semichiuse le mille cose da lui compiute, chiaramente tutte positive, nel suo anno immemorabile di regno. Ma soprattutto quelle che macinava in pancia, da tempo, contro l’ Unione Europea, definita da lui ” in declino “. Le sciorino’ una per una con rimbrotti ripetuti, accusando i suoi ex alleati di avere osato negargli la Groenlandia. Un pezzo di ghiaccio, così l’ ha definita, che non invaderà militarmente, almeno per il momento. Dopo non si sa. Ma se gli Europei non gliela vogliono dare anche comprandola, egli “se ne ricorderà” (sic!). Una minaccia? Vale come le altre. Ormai il Tycoon ci ha abituati. Ma è sulle ragioni per cui vuole la Groenlandia che lascia perplessi. La vuole, ha affermato, ” perché la può difendere se gli appartiene “. E dell’ articolo 5 della NATO, che impone a ogni membro, delle 34 Nazioni che la compongono, di intervenire a sostegno di quella attaccata, come si pone? Oppure della organizzazione che ci ha garantito pace per ottanta anni, non gli importa più nulla? Certo qualche perplessità anche sul futuro della NATO rimane. Oggi proverà a convincere Zelensky di venire a più miti pretese e di cedere quei territori occupati come richiesto dal suo compare Putin. E sarà pace fatta. E per merito suo, si intende. Intanto Zelensky sferza l’ Europa accusandola di “essere divisa e smarrita”. Proprio un bel riconoscimento da parte del Presidente Ucraino che proprio dall’ Europa ha avuto sostegno, armi, finanziamenti, pagando a caro prezzo la scelta di campo contro la Russia e ritrovandosi per questo impantanata in una economia di guerra. Una Europa pavida, è vero, ma che non ha esitato maldestramente a tenere il moccolo alle due super potenze. Una strada senza ritorno che ci ha impedito di poter scegliere la via negoziale. Europa quindi fuori da tutti i tavoli e per giunta bistrattata dal suo principale alleato.


Trump, Gaza e il Board of Piss


(Tommaso Merlo) – Trump ha lanciato il Board of Piss, vogliono trasformare Gaza da un campo di concentramento ad un carcere moderno più funzionale in cui poter sorvegliare tutto e tutti, annientare sul nascere ogni rivolta e completare l’annessione anche di quel brandello di Palestina. Per ora ha aderito al Board qualche camerata come Orban e Milei, qualche paese corrotto a suon di dollari come Giordania ed Egitto e qualche dittatore sparso. I paesi seri hanno frenato perché devono rispettare le loro costituzioni e il diritto internazionale, almeno per adesso. Il progetto lanciato da Trump sembra un mix tra un suo golf club di lusso con adesione da un miliardo di dollari ed un progetto di speculazione immobiliare carceraria. Di palestinesi nel Board neanche l’ombra e nel documento fondativo non viene citata Gaza e tantomeno il genocidio. Come se volessero letteralmente metterci una pietra sopra. Ora, Trump, suo genero ma anche Rubio e compagnia bella, sono tutti dei conclamati sionisti e dato che sulle questioni mediorientali alla Casa Bianca non si muove una foglia senza il permesso di Netanyahu e soci lobbistici, è facile intuire che si tratta di una pagliacciata partorita insieme. L’obiettivo è quello di costruire un carcere moderno che permetta ai sionisti di imporre meglio il pugno di ferro, togliere ai palestinesi ogni sovranità e favorire in futuro la progressiva fuga dei prigionieri. Il solito progetto coloniale ma con una pulizia etnica più graduale e meno cruenta. Del resto Netanyahu ha perso la guerra a Gaza ed ha bisogno di una via di uscita. Certo, Israele ha sterminato una marea di innocenti e raso al suolo città, ma con l’unico risultato di far capire al mondo cosa sia davvero il sionismo, rovinando cioè decenni di propaganda e corruzione politica e mediatica. Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi strategici a Gaza. Hamas è ancora lì come lo sono i palestinesi superstiti che volevano cacciare altrove. E come si sapeva dal primo giorno di genocidio, la soluzione militare ha fallito e non offre nessuna prospettiva, anzi. Dopo due anni di sangue innocente, l’estremizzazione dei palestinesi è ai massimi storici mentre a furia di crimini contro l’umanità in diretta social, Israele non è mai stato così isolato, detestato, dilaniato e quindi debole. E quindi adesso i sionisti ci provano anche con altri mezzi. Mentre continuano a sterminare tra le tende fregandosene del cessate il fuoco, stanno al gioco dei deliri di onnipotenza di un presidente americano che si crede dio mentre il mondo intero lo deride e lo disprezza. Nel lanciare il Board of Piss, Trump attacca le Nazioni Unite per non aver risolto la questione palestinese, ma se non ci sono riuscite la colpa è dei venduti come lui e degli Stati Uniti che hanno sempre messo il veto per garantire impunità all’occupazione illegale sionista e ai suoi crimini. Israele considera l’ONU un covo di terroristi mentre solo in questi giorni sta demolendo la sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est e da sempre calpesta il diritto internazionale. È proprio vero, a certe latitudini, ogni accusa è una ammissione. I sionisti non solo si ritengono superiori agli altri, ma anche ad ogni regola. E questo mentre i palestinesi vengono brutalmente perseguitati da decenni solo perché non si arrendono e ancora ambiscono a vivere liberamente a casa loro e alla giustizia. Amalek indegni di essere ascoltati e capiti, indegni di ogni compromesso, indegni di diritti politici e civili garantiti ad ogni cittadino del pianeta. Obbrobri da libri di storia. A Davos quel criminale di guerra di Netanyahu non c’era per paura di essere arrestato, ma ha aderito al Board. Il carnefice di bambini palestinesi deciderà il futuro di quelli superstiti. Obbrobri su cui stanno letteralmente provando a mettere una pietra sopra. Il tutto mentre i soldati israeliani continuano a suicidarsi a livelli record a dimostrazione di come puoi lavare i cervelli ma non la coscienza, e il tutto mentre il regime sionista continua a bombardare anche in Libano fregandone di ogni cessate il fuoco e fallito l’ennesimo colpo di stato in Iran, sta già pensano al prossimo attacco. La paura di molti è che se i missili ipersonici iraniani mettessero in pericolo il regime sionista, quel criminale di guerra di Netanyahu ed i suoi complici potrebbero ricorrere alla bomba atomica che detengono illegalmente alimentando una pericolosa escalation per tutti. Ma è il momento del Board of Piss e non resta che attendere le mosse palestinesi. Vedremo se decideranno di stare al gioco per liberarsi almeno della morsa omicida e svergognare il bluff, oppure se resisteranno. Del resto i trump e le ideologie passano mentre i popoli restano. Non solo la ragione e la morale, ma anche la storia è dalla parte del popolo palestinese che prima o poi otterrà quelle libertà e quei diritti che spettano ad ogni cittadino del pianeta.