
(Alberto Bradanini – lafionda.org) – 1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.
Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!
Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, sia tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti “devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola – così strategica per la difesa del territorio nordamericano! – cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!
La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.
M. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.
Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.
2. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbe potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.
La storia offre dunque un’occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.
[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere – tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation – furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.
Le uscite sull’annessione della Groenlandia erano state liquidate come spacconate. Invece Trump fa sul serio. “Se gli Usa attaccano la Nato, è l’inizio della Terza guerra mondiale”

(Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – Il presidente agita la sciabola contro la Groenlandia ed è estremamente allarmante. Se gli Stati Uniti attaccassero davvero la Nato, in base all’articolo 5 del Patto Atlantico, non avrebbe altra scelta se non quella di intervenire. Di fatto, sarebbe l’inizio della Terza guerra mondiale». Le parole di Claire Finkelstein, rodata esperta di diritto internazionale, non sono un’iperbole accademica, ma un avvertimento condiviso da molti altri osservatori. Con Donald Trump, la politica estera americana rispolvera il lessico dell’impero e mette in soffitta i trattati.
Se all’indomani della vittoria elettorale del 2024 le uscite sull’annessione della Groenlandia o sull’inglobamento del Canada come cinquantunesimo Stato, erano state liquidate come spacconate del tycoon, oggi la macchina comunicativa che lo incorona conquistatore delle Americhe e padrone del “suo” emisfero, non fa più sorridere. L’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, nell’operazione dell’unità speciale Delta Force del 3 gennaio a Caracas, è stato un messaggio al mondo interno: se la sovranità può essere sospesa senza conseguenze in America Latina, può esserlo ovunque. Anche nell’Artico. Trump sostiene che agli Stati Uniti la Groenlandia serva per la propria sicurezza nazionale, citando le crescenti attività di Russia e Cina nella regione. E insiste sul fatto che incorporare l’isola dei ghiacci danese e i suoi 57mila abitanti rafforzerebbe la posizione americana grazie alla collocazione strategica e a risorse minerarie chiave per l’alta tecnologia. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che l’amministrazione sta valutando «una gamma di opzioni», senza escludere l’ipotesi di ricorrere alle forze armate. Checché ne dica il documento congiunto firmato da sette Paesi europei, Italia inclusa, che richiama una sicurezza artica costruita collettivamente tra alleati Nato, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite, della sovranità e dell’inviolabilità dei confini.
«Non è che un’ulteriore escalation della tendenza americana a ignorare i vincoli del diritto internazionale e a sentirsi legittimati a imporre condizioni asimmetriche sulla scena globale», denuncia a L’Espresso Claire Finkelstein, che all’Università della Pennsylvania insegna diritto e filosofia. Per lei, le mire espansionistiche del nuovo «imperatore d’Occidente» sono un pericolo reale. «Durante il primo mandato ci eravamo convinti che Trump fosse un cane che abbaia ma non morde: parlava molto, ma spesso non dava seguito alle minacce. Questo perché era circondato da figure che fungevano da argini e lo trattenevano negli impulsi peggiori», spiega. «Oggi non è più così. Ha scelto con maggiore attenzione ministri e consiglieri, persone disposte a seguirlo anche nelle direzioni più estreme». Il riferimento è al cerchio magico che detta la linea: il vice J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro della Difesa Pete Hegseth e il vicecapo di gabinetto Stephen Miller. A rendere il quadro ancora più inquietante, un altro elemento decisivo: «La Corte Suprema gli ha riconosciuto l’immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni ufficiali. È come se fosse stato liberato da ogni vincolo».
Compresi quelli della legge, come dimostra quanto accaduto in Venezuela, dove i dubbi sulla legittimità dell’operazione, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, sono ormai ridotti al minimo. «L’articolo 2, paragrafo 4, consente l’uso della forza solo in caso di autodifesa, di legittima difesa di un altro Stato o su esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. In questo caso non è avvenuto nulla di tutto ciò». Non esiste autodifesa, perché «non c’è alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti derivante dal narcotraffico venezuelano». Il traffico è riferito alla cocaina, mentre «il vero rischio per gli Stati Uniti è il fentanyl, che non compare tra le accuse contro Maduro». In sintesi, né sul piano del diritto internazionale né su quello interno esiste una giustificazione per l’uso della forza. Se non la soddisfazione della sete di potere e di petrolio, visto che Trump ha già annunciato che le autorità venezuelane della presidente ad interim Delcy Rodríguez consegneranno agli Stati Uniti tra 30 e 50 milioni di barili.
Il nodo giuridico resta aperto. «Dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush valutò di trattare la guerra al terrorismo come un’operazione di polizia. Poi scelse un’altra strada, dichiarò di essere in guerra contro talebani e Al-Qaeda e avviò un conflitto armato, prima in Afghanistan e poi in Iraq. Era fondamentale definirla una guerra, perché si voleva usare la forza militare. Qui accade l’opposto, si parla di operazione di polizia, ma si impiega la forza militare». Una contraddizione destinata a pesare, visto che nella prima udienza del processo Maduro si è definito prigioniero di guerra.
I piani di Trump, intanto, non incontrano contraccolpi. «I giuristi militari che avevano espresso riserve sono stati emarginati o rimossi», dice la professoressa. «Se il Congresso o la comunità internazionale non riuscissero a fermare il presidente, quanto accaduto in Venezuela diventerebbe il primo di una catena di eventi in cui il mondo ha fallito nel contenere un leader autoritario che si appropria del territorio sovrano di altre nazioni».
E difatti l’orizzonte si allarga. Oltre alla faccenda Groenlandia, il repubblicano non ha escluso iniziative contro Colombia, Messico e altri Paesi dell’America Latina. E poi c’è Cuba (32 cubani sono morti nell’azione di Caracas). Trump e Rubio lo hanno detto senza giri di parole, il collasso del regime potrebbe essere non solo un effetto collaterale della caduta di Maduro ma un obiettivo politico. In questa stagione imperialista, Trump continua a brandire la vecchia dottrina Monroe del 1823, ribattezzata Donroe. «Non ha senso nel mondo diplomatico di oggi. Afferma, in sostanza, che gli Stati Uniti controllano la propria sfera di influenza, cioè tutto ciò che accade nel loro “cortile di casa”, nelle Americhe. Qualsiasi altro Paese tenti di esercitare potere in questa area sarebbe soggetto a un diritto di interferenza da parte Usa. Ma non è così che funziona il diritto internazionale, dove tutti gli Stati sovrani sono uguali», sottolinea Finkelstein. Il precedente, però, è ormai esplosivo. Cosa accadrebbe se Vladimir Putin applicasse una sua versione della dottrina per riaffermare il controllo dell’ex impero sovietico? Il rischio, avverte la professoressa, è immediato: «Potremmo ritrovarci con la Cina che invade lo stretto di Taiwan, giustificando l’azione con un proprio equivalente Monroe. Mi sembra una catastrofe politica, oltre che una situazione profondamente problematica dal punto di vista giuridico».
Sul fronte interno, però, l’idea del nuovo impero non scalda. Un sondaggio Reuters-Ipsos rileva che solo un americano su tre approva l’operazione Maduro, mentre sette su dieci temono di restare impantanati nella palude venezuelana. Per i democratici, come pure per una parte dei conservatori, i repubblicani avrebbero tradito la promessa “America First”, ovvero quella di occuparsi prima dei problemi di casa. Trump, dal suo canto, è già in piena modalità campagna elettorale, con le midterm di novembre da vincere a ogni costo. Ma questa sterzata gli complica il percorso, perché sposta l’attenzione dai dossier carovita e sicurezza domestica estremamente cari alla sua base. Un’incognita che pesa e che difficilmente aiuterà, mentre il popolo Maga guarda al portafogli più che alle mappe geopolitiche.

(Valentina Brini – ANSA) – Aprirà un mercato di libero scambio da 700 milioni di consumatori, promette di ridisegnare l’import-export tra le sponde dell’Atlantico e si propone come arma per arginare la guerra dei dazi di Donald Trump. A oltre un quarto di secolo dal suo concepimento – dopo un lungo rosario di rinvii e veti incrociati – il maxi-accordo commerciale tra l’Ue e il Mercosur è a una firma dal traguardo: la maggioranza dei Paesi membri ha dato il via libera, aprendo la strada al sigillo finale di Ursula von der Leyen, atteso il 17 gennaio in Paraguay.
Un passaggio che, nelle rivendicazioni della numero uno di Palazzo Berlaymont, consacra l’Europa come “partner affidabile”, capace di “tracciare la propria rotta”. A sbloccare l’impasse è arrivato il sì dell’Italia che, incassate le ultime garanzie, ha sciolto le riserve e messo il proprio peso sul piatto, consentendo di raggiungere la soglia decisiva per un’intesa sostenuta a gran voce da Berlino e Madrid.
La svolta italiana, ha evidenziato la premier Giorgia Meloni, è stata possibile “alla luce delle garanzie ottenute per i nostri agricoltori” che rendono l’equilibrio ora “sostenibile”. Ma nella maggioranza si è consumata la spaccatura, con la Lega che ha ribadito la propria “storica contrarietà” mentre la protesta agricola si allargava anche a Milano, raccogliendo le “forti perplessità” delle principali organizzazioni di settore – Confagricoltura, Coldiretti e Cia – preoccupate dal rischio di concorrenza sleale.
Riuniti in mattinata, gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno trovato “l’ampio sostegno” necessario a chiudere l’intesa sui suoi due testi: l’accordo commerciale ad interim (iTA) e quello di partenariato (Empa) con il Mercosur. Cinque i governi contrari – Francia, Polonia, Austria, Ungheria, Irlanda -, mentre il Belgio si è astenuto.
Uno strappo che per Parigi, ancora assediata dai trattori, ha aperto immediati riflessi interni: secondo fonti governative citate dall’AFP, l’esecutivo transalpino valuta lo scenario di elezioni anticipate qualora dovesse cadere su una mozione di sfiducia minacciata dalle opposizioni estreme – il Rassemblement National (Rn) e La France Insoumise (Lfi) -, che potrebbe portare allo scioglimento dell’Assemblea nazionale.
La limatura decisiva per convincere l’Italia e trascinare il placet europeo è arrivata sul terreno delle salvaguardie: la soglia che fa scattare le indagini sui prodotti agricoli sensibili in caso di turbamenti di mercato scende dall’8% al 5%. Un aggiustamento tecnico chiave: il governo non avrebbe potuto dare il via libera “a scapito delle eccellenze delle nostre produzioni”, è stata la sottolineatura di Meloni nel ribadire di non aver mai avuto “una preclusione ideologica”.
A rassicurare Roma, anche le concessioni incassate nelle ultime settimane: un fondo di compensazione da 6,3 miliardi di euro, il rafforzamento dei controlli fitosanitari, l’impegno a non aumentare i prezzi dei fertilizzanti e la possibilità di destinare altri 45 miliardi di euro del prossimo bilancio Ue alla Pac. Condizioni salutate con favore anche dal vicepremier Antonio Tajani e dal ministro Francesco Lollobrigida che, tuttavia, non hanno convinto il Carroccio. “Mi piacerebbe poter condividere l’ottimismo di Lollobrigida ma temo che i rischi siano ancora superiori ai benefici”, ha gelato gli entusiasmi il senatore leghista Claudio Borghi.
Messo a segno il punto decisivo pur tra le resistenze transalpine e l’annuncio di Varsavia di voler ricorrere alla Corte di giustizia Ue, von der Leyen si prepara a volare ad Asunción il 17 gennaio, forte della sponda di Berlino. Da dove il cancelliere Friedrich Merz ha salutato l’intesa come “una pietra miliare della politica commerciale europea”, capace di offrire “un segnale di sovranità strategica”, pur ammonendo che “venticinque anni di negoziati sono troppi” ed esortando l’Europa a essere “più rapida in futuro”. Il plauso sudamericano è stato invece pieno, a partire dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo anni di frustrazione, per i partner terremotati dalla dottrina Trump l’aggettivo che domina il racconto dell’accordo è uno soltanto: “storico”.
Meloni gioca con i numeri dell’economia, ma la verità è che il paese è fermo. Dalle stime del Pil ai dati sull’occupazione e sui salari, fino alle crisi aziendali e alle operazioni sul settore bancario. Nella conferenza stampa la premier non può negare l’evidenza ma legge i dati a modo suo, scarica la responsabilità su chi l’ha preceduta e, quando non riesce a fare di meglio, fa finta di essere una semplice spettatrice

(Vittorio Malagutti – editorialedomani.it) – L’economia italiana viaggia al rallentatore e perde terreno nei confronti dell’Europa? Giorgia Meloni non può negare l’evidenza, ma prova a giocare con i numeri. «L’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del Pil nel 2023 e questo potrebbe avvenire anche per il 2024 e il 2025», ha detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa. Insomma, in mancanza di risultati positivi, Meloni spera, non si sa bene su quali basi, nella revisione dei dati, una sorta di vittoria a tavolino.

Intanto, la stima del Pil per il 2025 non va oltre un +0,5 per cento, la metà rispetto all’un per cento del 2023 e allo 0,7 per cento del 2024, i primi due anni di governo del centrodestra. Ma la frenata è anche l’effetto «del rallentamento della Germania», ha aggiunto la premier, che però ha omesso di ricordare che, senza le risorse del Pnrr, l’Italia sarebbe in recessione o quantomeno ferma.
In attesa di una prossima ripartenza di Berlino, e con tutte le incognite legate alla fine del paracadute Pnrr, Meloni ha però assicurato che la crescita sarà uno dei due focus dell’azione di governo per il 2026, insieme alla sicurezza.

I salari però restano bassi rispetto agli altri paesi europei e rispetto al 2021 fanno segnare una diminuzione dell’8 per cento. Anche in questo caso la presidente del Consiglio ha preferito buttare la palla in tribuna. I dati dell’Istat riguardano le retribuzioni lorde, ma i nostri interventi hanno fatto crescere gli stipendi netti, ha replicato Meloni alla domanda sul tema, ricordando che il problema dell’erosione dei salari «è molto antico» e intestando al suo governo il merito di aver fatto aumentare di 20 miliardi il potere d’acquisto degli italiani.
Un dato, quest’ultimo, che riguarda il periodo ottobre 2024-settembre 2025 a confronto con ottobre 2023-settembre 2025. Lo dice l’Istat, ma la stessa Istat ha anche più volte segnalato che i consumi degli italiani ristagnano o crescono pochissimo. Significa che le famiglie, temendo per il futuro, preferiscono accantonare denaro piuttosto che spenderlo.

Anche sull’occupazione, tradizionale cavallo di battaglia della propaganda di governo, Meloni si è intestata i risultati in crescita, che però, come dimostrano le statistiche più recenti, ha riguardato nella quasi totalità gli ultracinquantenni.
Il dato sui giovani resta al palo mentre aumentano gli inattivi, cioè chi rinuncia a cercare un’occupazione. Del resto, la produttività in Italia resta su livelli molto modesti rispetto ai grandi paesi europei («ma è un problema storico», si è giustificata Meloni) e sul fronte industriale restano aperte gravi situazioni di crisi.
Prima tra tutte l’Ilva e qui la presidente del Consiglio ha dato l’impressione di prendere le distanze rispetto all’offerta del miliardario inglese Michael Flacks, emersa nei giorni scorsi e confermata dal diretto interessato a mezzo stampa.
«Si è aperta una fase di negoziazione con operatori economici che si sono dichiarati interessati», ha detto Meloni. Aggiungendo che però il governo non avallerà nessuna «proposta di carattere predatorio». In effetti sarebbe sorprendente il contrario. Il problema, però, per Palazzo Chigi, è che al momento le offerte scarseggiano, per usare un eufemismo, mentre la situazione dell’acciaieria si fa sempre più difficile.

Anche sul fronte dell’automotive, che in Italia significa Stellantis, il governo che due anni prometteva il rilancio della produzione sul suolo nazionale fino a un milione di auto è costretto a prendere atto che nel 2025 dalle fabbriche di Stellantis sono uscite 213 mila auto, il 24 per cento in meno dell’anno prima. Colpa del Geen Deal europeo, ha ribadito Meloni come già molte altre volte in passato, anche se sembra davvero difficile pensare che un crollo di simili dimensioni possa essere interamente da attribuire alle regole dell’Unione europea, dove altre case automobilistiche hanno fatto segnare risultati, a volte in calo, ma comunque molto migliori di quelli di Stellantis.
Il messaggio però è chiaro: il governo non c’entra, le responsabilità vanno cercate altrove. E del resto, stando a quanto detto in conferenza stampa, Palazzo Chigi avrebbe fatto da spettatore anche sulla partita delle scalate bancarie.
«La procura ha detto che nelle azioni del governo non c’è niente di illegittimo», ha voluto sottolineare Meloni ha proposito dell’inchiesta penale sulla scalata di Mps a Mediobanca. Sorvolando, però, sull’uso del golden power che è servito a bloccare l’offerta di Unicredit a Banco Bpm. Un uso così disinvolto che dopo i rilievi critici della Commissione europea,la maggioranza di governo non ha potuto fare a meno di cambiare la legge in materia.
La presidente del Consiglio ha addirittura affermato che «noi non abbiamo voce in capitolo sul terzo polo bancario». Davvero? Provate a chiedere un’opinione sul tema ad Andrea Orcel, l’amministratore delegato di Unicredit.

(di Marcello Veneziani) – Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana.
Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali. La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco. Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi. Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini. Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato. Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero. Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva. Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale. Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali. Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?
La politica annoia, e vi capisco; ma se il rimedio è Garlasco o roba simile, siete messi male, scendete perfino al di sotto del teatrino politico. Ma tuffatevi in un bel programma storico, per esempio, non dico culturale che è per pochi e neanche ce ne sono; vedete i documentari sugli animali o sui luoghi esotici, a volte persino gli insetti sono più avvincenti del solito copione di cronaca nera. Andate sui film o sullo sport. Meglio sarebbe decidere di spegnere la tv e leggere qualcosa, ascoltare, vedere altro; e quando è possibile uscire, incontrare, visitare qualcuno, ultimare quel lavoretto a lungo rinviato, fare esercizi ginnici, cucire. Giocate col cane, o col gatto. Se tutto questo vi è impossibile, almeno variate il menù, cercate la novità e non ingarlaschitevi pure voi. Altra iattura sono i programmi di cucina che ingrassano le menti senza deliziare i palati; troppi teorici di gastronomia, pochi pratici. Ci sono poi programmi all’insaputa del pubblico che fanno meno ascolti delle pecorelle degli intervalli tv di un tempo, che almeno avevano una funzione rilassante, se non lassativa. Quei programmi sarebbero da studiare per capire il segreto del loro insuccesso. Andrebbero visti per una missione umanitaria, curarsi dei programmi più sfortunati, soccorrere evangelicamente la pecorella smarrita, scappata dai vecchi intervalli…
Vedere la tv per me significa esercitare l’arte rapida dello slalom: cambio canale appena appare quel cerchio di persone intorno ai pacchi che agita le mani e vive una convulsione collettiva; o quando sento la sigla mortifera di alcuni programmi ormai insopportabili per lungodegenza; o quando appaiono quelle facce da divano per spot ripetitivi; autentici stalker del sofà, che andrebbero denunciati per molestie reiterate, come altri onnipresenti spot. Poi ci sono le facce ormai insopportabili da talk show, gli ospiti fissi, le compagnie di giro, sai già sai cosa diranno e come, le conduttrici che portano sempre lì, allo stesso punto, parli dello Yeti o del terremoto nelle Filippine e loro riconducono la colpa a Giorgia Meloni… Ormai non solo le loro labbra sono finte, anche le parole che vi escono non hanno alcuna attinenza con la realtà. Sgomma via…
La tv suscita un virtuoso esercizio di fuga, slalom e zapping continuo; l’unica salvezza è un film, a patto che non ci siano i soliti quattro ingredienti woke – migranti e neri, donne abusate e femministe, omosex e omofobi, e se film storici, i soliti cattivi, i turpi nazifascisti. Dopo alcuni tentativi di fuga, di solito mi arrendo ma non nel senso che accetto quel che passa il pessimo convento ma cambio stanza se sono in compagnia o spengo la tv; passo a leggere, a pensare, ad ascoltare, a fare altro. E sono grato alla tv perché stimola il desiderio di evaderla, aguzza l’ingegno di trovare alternative migliori; più è ripetitiva, molesta, miserabile e più suscita reazioni virtuose e perfino creative, ci rende più laboriosi, mossi dall’ardente desiderio di sfuggire al castigo televisivo. Questa è la vera funzione culturale, catartica, educativa, pedagogica della tv: a vederla ti spinge a fare altro; attiva facoltà altrimenti atrofizzate, ti fa riscoprire relazioni e mansioni altrimenti dimenticate. Naturalmente devi avere dentro di te un residuo spirito critico, una minima capacità reattiva e intellettiva, altrimenti vieni fagocitato o ipnotizzato da qualunque tele-minchiata.
Un tempo la tv era considerata il focolare domestico, oggi più semplicemente è la brace dell’istupidimento collettivo; fa pendant con la padella, che è l’i-pad, o lo smartphone, che si contende con la tv il ruolo di fabbrica per il peggioramento della specie umana. Ma anche quella, a saperla usare, sarebbe perfino preziosa…Un tempo Pasolini esortava a spegnere la tv, ma oggi se lo fai vuol dire che ti consegni definitivamente al concorrente tascabile, all’i-phone. Non suggerisco, perciò, di spegnere nulla ma di “assumere” tutto per poco e ben filtrato, selezionando il menu in una dieta bilanciata, valorizzando le alternative. Parola d’ordine: non Garlasco più.

(Andrea Zhok) – Sui giornali italiani l’opposizione armata in Iran di solito viene nominata col termine “dimostranti” o “manifestanti”.
Sono gli stessi giornali che quando qualche esagitato brucia un cassonetto in Italia chiamano la Digos e l’Antiterrorismo.
Ora, per essere chiari, le proteste in Iran sono partite da una situazione interna oggettivamente difficile dovuta prima alla lunga siccità che ha creato gravi problemi di approvvigionamento idrico e poi alla crisi economica, innescata dalle sanzioni internazionali e culminata in una svalutazione monetaria pesante.
Rispetto a queste proteste il governo iraniano si è attivato non solo consentendo piena libertà di manifestazione (vogliamo ricordare come sono finite le ultime manifestazioni filopalestinesi in Inghilterra e Germania?), ma si è anche assunto la responsabilità dell’accaduto, pur essendo tale responsabilità solo parziale (e così deve fare un governo: ma non credo di aver mai sentito in Italia un governo ammettere una qualunque responsabilità per un qualunque problema; è sempre colpa del governo precedente o degli italiani scansafatiche o degli astri).
Su queste proteste inizialmente pacifiche si è innestata una frangia radicale armata (ci sono filmati di pattuglie di questi soggetti che ingaggiano le forze dell’ordine armati di AK-47), che ha messo letteralmente a ferro e fuoco alcune città del paese, devastato luoghi di culto, attaccato ospedali, bruciato automobili, ucciso numerosi membri della sicurezza interna, abbattuto statue. Simultaneamente Trump ha detto che se ci dovesse essere una repressione armata dei “manifestanti” lui si vedrà costretto ad intervenire (aspettiamoci l’ennesimo bombardamento umanitario).
Ora, che questo sia l’ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata” fomentata da USA (e Israele) per ottenere un cambio di regime è del tutto evidente. Israele ha una fortissima capacità di infiltrazione in territorio iraniano, anche in ragione della forte tolleranza confessionale esistente in Iran, dove esiste la seconda maggiore comunità ebraica del Medio Oriente, dopo Israele.
Che questo tentativo di regime change non sia fatto nell’interesse del popolo iraniano è ovvio a chiunque non sia del tutto rimbecillito.
Esiste tuttavia in Occidente una folta rappresentanza di illuminati che reputano che un rovesciamento violento del regime, sostenuto dall’esterno, sia un bene in quanto l’Iran sarebbe una teocrazia misogina ed arretrata.
Ora, sarebbe facile mostrare come le sole forme di maturazione sociale duratura e solida sono quelle che procedono per sviluppo interno, mentre quando sono prodotte da interventi esterni generano sistematicamente ibridi culturali deformi e fragili.
Ma voglio soffermarmi su un altro aspetto, che ha a che fare con il nostro atteggiamento nei confronti delle civiltà che consideriamo sotto questo o quell’aspetto “arretrate”.
Come ricordava un amico siciliano di nascita, la situazione di costume nella Sicilia del secondo dopo guerra era certamente più “arretrata” per la condizione femminile dell’odierno Iran, dove le donne hanno mediamente elevati titoli di studio e occupano posizioni di responsabilità in tutti i settori dello stato. Se giriamo lo sguardo un istante con un minimo di prospettiva storica vediamo che quando nascevo io (anni ’60) negli USA esisteva ancora l’apartheid e in Svizzera le donne non avevano ancora il diritto di voto. Le “leggi contro la sodomia” esistevano in molti stati americani fino al 2003. L’altro ieri.
Nelle narrazioni progressiste sembra sempre che la storia sia una gara di corsa in cui si deve arrivare il più presto possibile ad una predeterminata meta emancipativa.
E questa meta è predeterminata da chi si autodefinisce “avanzato” rispetto a chi lui medesimo definisce “arretrato”.
Si dimentica con indecente presunzione che quella eventuale meta, laddove si sia anche convinti della sua ottimalità, è sempre solo un prodotto di ricerca interna ad una cultura: non è qualcosa di ovvio, di dato in natura, che semplicemente aspetta di essere raggiunto ed afferrato.
La storia non è una gara di corsa a chi arriva prima al progresso. Non c’è nessun premio per chi arriva primo e non è mai facile distinguere davvero cosa sia “progresso”, se non proiettando i proprio pregiudizi.
A parte ciò, noi dimentichiamo con troppa rapidità quello che eravamo noi stessi ieri o l’altro ieri e ci slanciamo, con lo zelo del neofita, del neoconvertito, ad ammaestrare gli altri, violentandoli per il loro bene, alle nostre incerte e confuse “conquiste”.
Tanto era dovuto a quelli che di fronte ai regime change eterodiretti pensano in buona fede di assistere ad un evento emancipativo.
Poi naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente che vincano i cowboy, che rambo spazzi via i musi gialli e che le moschee siano rimpiazzate dai megastore, perché quello è il progresso. E per quelli non esiste alcun argomento.

(dagospia.com) – A volte non dire nulla è la migliore risposta. Il silenzio non può essere frainteso, soprattutto se viene dedicato a un partner che rimane determinante per la vita del tuo governo. Se Salvini non se l’è filato di pezza, relegato sullo sfondo della conferenza stampa (si fa per dire: è inconcepibile che un giornalista non possa fare un follow-up alla risposta) replicando a una domanda sul filo-putinismo del leader della Lega, sezione Mosca.
Per la terza e turbolentissima gamba del suo governo, Lady Macbeth si è limitata a mollare un paio di siluri XMas nel fondoschiena del vice segretario del Carroccio Robertino Vannacci, l’unico Generalissimo che vuole fare l’amore ma non la guerra e guai se gli parlate di Riarmo, Difesa, eccetera.
Però, nel suo attuale corso accelerato di democristianeria applicato alla realpolitik, la Ducetta magari ha fatto tesoro dell’ammonimento di Marcello Veneziani (“C’è Meloni, c’è solo lei, il resto è contorno di comparse”) e si è gettata a fare un monumento di saliva a quel ‘’miracolo’’ bipede di Antonio Tajani.
Un messaggio ovviamente diretto alla Famiglia Berlusconi che, un giorno sì e l’altro pure, annuncia il “largo ai giovani”, fuori i settantenni, auspicando l’arrivo di un leader capace di tenere a bada i diktat della Fiamma Magica.
Una tale dichiarazione di amour fou agli eredi del partito fondato e (questo davvero un miracolo!) mantenuto in vita dall’Alto del Ciel dalla buonanima del Cavaliere, che si può tradurre così: cara Marina, dolce Pier Silvio su, fate i carini, non mi fate fuori l’unico segretario di partito orgoglioso di entrare a Palazzo Chigi col tovagliolo sul braccio… ma dove lo trovo un altro maggiordomo così? Già ho tra i piedi quel rompicojoni non-stop di Salvini, su lasciate al suo posto Antonio bello…
MELONI, CREDO DL UCRAINA AVRÀ I VOTI IN AULA, MI STUPISCE VANNACCI
(ANSA) – ROMA, 09 GEN – “Ascolto tutte le valutazioni che arrivano dalla maggioranza, ho letto di qualcuno che auspicava che il dl ucraina non ottenesse i voti in Parlamento. Non credo andrà così e mi stupisce che” questa riflessione “arrivi da un generale.
I soldati sono i primi che capiscono quanto le forze armate siano utili per costruire la pace”. Così la premier Giorgia Meloni, nella conferenza di fine anno, risponde a chi gli chiede della posizione di alcuni esponenti della Lega sul dl Ucraina.
MELONI, SENZA IL CARISMA DI BERLUSCONI TAJANI CON FI HA FATTO UN
(ANSA) – ROMA, 09 GEN – “Non credo che possa creare tensioni e non metto bocca sulle dinamiche interne a un altro partito della maggioranza, sono materie che riguardano loro”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella tradizionale conferenza stampa di fine anno rispondendo a chi le chiede se la richiesta di rinnovamento di Forza Italia arrivata dai figli di Silvio Berlusconi possa creare tensioni nella maggioranza.
“Quello che posso dire e che credo che valga la pena di dirlo è che io penso che quello che ha fatto Antonio Tajani negli ultimi tre anni, soprattutto dopo che FI non poteva più contare sul carisma di Silvio Berlusconi, abbia oggettivamente del miracoloso. Nessuno pensava che fosse possibile vedere lo stato di salute che vediamo in Forza Italia. Penso che tutti dobbiamo dire, per essere onesti, che Antonio Tajani insieme agli altri dirigenti di Forza Italia ha fatto un lavoro straordinario”.
MELONI, NON C’È UN VETO FILO-PUTINIANO DI SALVINI, POLITICI I FILI NON LI HANNO
(ANSA) – ROMA, 09 GEN – “Non condivido il riferimento al veto putiniano di Salvini, è una lettura che considero un po’ di parte. Ho già detto in varie occasioni che i dibattiti che si fanno all’interno della maggioranza particolarmente su Russia e Ucraina non sono dibattiti tra filorussi e ucraini, tra filoamericani e non so bene cosa… ho sempre pensato che i fili ce li hanno burattini mentre i politici i fili non li hanno”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella tradizionale conferenza stampa di fine anno a una domanda sull’ipotesi di invio di truppe italiane in Ucraina.
Nel confronto diretto per Palazzo Chigi, secondo You Trend il leader del M5s è l’unica figura dell’opposizione che può trasformare la sfida con la premier in un testa a testa. Ma i dati sui partiti e sulle coalizioni confermano il vantaggio stabile del centrodestra

(ilfoglio.it) – C’è un dato, nel nuovo sondaggio YouTrend, che emerge più di forte di altri: se la sfida per Palazzo Chigi fosse oggi personalizzata, l’unico leader dell’opposizione in grado di trasformarla in un vero testa a testa con Giorgia Meloni sarebbe Giuseppe Conte. Tutti gli altri, per ragioni diverse, restano un passo indietro.
Nel confronto diretto, l’ex presidente del Consiglio arriva al 49,9 per cento, a due decimi dalla premier. Un margine statisticamente irrilevante, ma politicamente eloquente: Conte continua a essere l’unica figura capace di competere sul piano personale con Meloni, nonostante il Movimento 5 Stelle resti lontano dai numeri di Fratelli d’Italia.
Subito sotto si collocano Antonio Decaro e Silvia Salis, entrambi poco sopra il 48 per cento. Elly Schlein, invece, si ferma al 46,4 per cento: un risultato che conferma le difficoltà della segretaria del Pd nel confronto diretto con Meloni, soprattutto sul terreno della credibilità di governo. Ancora più marginale Ernesto Maria Ruffini, contro cui la presidente del Consiglio raggiunge il massimo vantaggio.
Se però si sposta lo sguardo dai leader ai partiti, il quadro torna a essere molto più favorevole alla maggioranza. Secondo l’ultimo sondaggio di Lab21, Fratelli d’Italia resta stabilmente sopra il 30 per cento, primo partito senza rivali, mentre il Pd cresce di un decimale e il Movimento 5 Stelle arretra leggermente. Movimenti minimi, che non alterano i rapporti di forza. Il centrodestra nel suo complesso viaggia intorno al 48 per cento, il centrosinistra resta fermo sotto il 40.
Qui sta il nodo politico che i due sondaggi rilevano: Meloni non è inattaccabile sul piano personale, ma governa dentro un campo solido e percepito come coerente. L’opposizione, al contrario, mostra potenziali leader competitivi ma non riesce a tradurli in una proposta di coalizione vincente. Conte può insidiare Meloni. Il centrosinistra, per ora, no.
I nuovi elementi raccolti dai pm di Roma sarebbero riconducibili al clan. L’inchiesta parallela dell’Antimafia veneta sugli affari tra clan e armatori

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Due persone sono state sentite lunedì 29 dicembre dalla procura di Roma che indaga sull’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Due persone informate sui fatti che, in base a quanto apprende Domani, avrebbero fornito particolari importanti sui fatti del 16 ottobre scorso quando una bomba è esplosa davanti alla casa di Pomezia del giornalista distruggendo due sue auto.
Il cerchio, dunque, sembra stringersi attorno a una sola pista, che, sempre in base a quanto si apprende, condurrebbe alla camorra.

Non è la prima volta che gli elementi raccolti dagli inquirenti fanno riferimento a quel mondo.
Nei mesi scorsi, infatti, la redazione di Report aveva ricevuto una lettera anonima che collegava la vicenda intimidatoria subita da Ranucci proprio ad ambienti camorristici.
In più ci sarebbe tutto il capitolo che dalla Campania porta fino in Veneto e riguarderebbe il cantiere navale di Adria, al centro di un servizio della trasmissione di Raitre firmato da Daniele Autieri. Nel corso delle riprese alcuni dipendenti del cantiere avevano infatti rinvenuto due casse di legno con dentro due mitragliatrici da guerra non registrate.
Dopodiché a susseguirsi era stata una serie di fatti misteriosi: poche ore dopo l’esplosione dell’ordigno davanti a casa di Ranucci, Francescomaria Tuccillo, ex amministratore delegato del cantiere navale, riceveva una pec da parte del presidente del cantiere, Roberto Cavazzana, con la quale gli veniva revocato l’incarico. Inoltre, sempre in seguito agli avvenimenti, l’ex ad denunciava anche l’intrusione nella sua abitazione di uomini incappucciati.
Ma cosa c’entra la camorra? Il servizio di Report ha spiegato che nella società Arkipiù di Caserta (estranea alle indagini), che avrebbe finanziato parte degli 8,2 milioni necessari a Cavazzana per acquistare il cantiere, ci sarebbe un ex socio in affari in un’altra società con Luigi Russo, condannato per concorso esterno con il clan dei casalesi capeggiato dal boss Giuseppe Setola.
Tutti fatti su cui Tuccillo, in qualità di persona informata sui fatti, è stata sentita dai pm di Roma. L’interrogatorio è stato secretato.
Al momento non è chiaro se gli elementi di novità, riconducibili alla pista camorristica e apportati dai testimoni sentiti a fine anno dalla procura di piazzale Clodio, siano ricollegabili ai fatti di Adria o alla lettera anonima.
Di certo, in concomitanza all’audizione dei due testimoni in procura a Roma, la Distrettuale Antimafia di Venezia ha sentito lo stesso Tuccillo, sempre in qualità di persona informata sui fatti. L’antimafia veneta, col supporto del gruppo Gico della Guardia di finanza di Venezia, starebbe indagando per riciclaggio e associazione di tipo mafioso.
Alla denuncia originaria di Ranucci sull’attentato di ottobre, come già raccontato da questo giornale, se ne è aggiunta un’altra: quella integrativa degli inviati della trasmissione, assistiti dall’avvocato Roberto De Vita.
«Questo orribile, vigliacco e potenzialmente tragico attentato che ha colpito Ranucci era sì destinato alla sua figura di uomo e giornalista indipendente, ma era altresì rivolto ad intimidire almeno un altro videogiornalista, autore di inchiesta, di Report e/o anche il modello di giornalismo di inchiesta e di informazione incarnato dalla trasmissione Report in quanto tale, di cui sono concreta e fattiva espressione tutti i videogiornalisti che lavorano al fianco dello stesso Ranucci», è quanto si legge nelle ventotto pagine dell’esposto.
Adesso tuttavia, dopo gli ultimi riscontri investigativi, non si brancolerebbe più nel buio. Escluse molte delle piste che erano state prese in considerazione, a farsi largo, supportata da elementi concreti, sarebbe proprio quella legata al mondo della criminalità organizzata.
Chi, dunque, ha piazzato l’ordigno davanti a casa del giornalista? Chi l’ha fatto conosceva i suoi spostamenti? Perchè voleva intimidirlo? E mentre sul fronte giudiziario l’inchiesta è aperta, non mancano le polemiche politiche che coinvolgono Ranucci e Report.

Il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato una ulteriore interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio e una in commissione di Vigilanza Rai, dopo quanto emerso sul consulente della trasmissione, il commercialista Gian Gaetano Bellavia, travolto da una bufera mediatica: i partiti di governo e i giornali a loro vicini lo hanno accusato di aver spiato esponenti politici di destra utilizzando documenti ottenuti dalle procure, a cominciare da quella di Milano, di cui lo stesso Bellavia è stato apprezzato collaboratore per più di un quarto di secolo.
«Si chiede al ministro Nordio di sapere – dice Gasparri in una nota – se, alla luce dei gravi elementi emersi riguardo alla vicenda nella quale è coinvolto il dottor Bellavia, ritenga di attivare urgenti poteri ispettivi nei confronti dei magistrati coinvolti, al fine di verificare la reale portata del presunto dossieraggio, i motivi e i fini per i quali il commercialista conservasse i dati giudiziari sensibili». Il forzista, infine, chiede «in Commissione di Vigilanza Rai di sapere come i vertici della Rai valutino i gravi elementi emersi riguardo alla vicenda e, in particolare, la posizione del conduttore di Report, Ranucci».

(Flavia Perina – lastampa.it) – Si può solo immaginare la fatica di rimettere a sistema, almeno a parole, un Occidente, un’Europa, un’Italia attraversati da conflitti vertiginosi, un Donald Trump partito alla conquista della Groenlandia, un Macron diventato stella dei Volenterosi dell’Unione, una Lega che vuol mettere fiori nei cannoni di Crosetto e della Nato, un’economia ferma allo zero virgola e pure le paure di un referendum che vai a vedere come va a finire. È lo sforzo che ha affrontato Giorgia Meloni nella sua quarta conferenza stampa di inizio d’anno: riannodare filo dopo filo la fune da equilibrista su cui ha camminato finora, trovare il modo di percorrerla fino alle prossime Politiche e al tempo stesso offrirla come cima di sicurezza a un’opinione pubblica spaventata dai cambiamenti del mondo.
Scordarsi la battutista, la provocatrice, quella che non le manda a dire agli avversari. Ne è rimasto appena il lampo nelle risposte più arrabbiate ai giornalisti giudicati ostili. Per il resto, calma e gesso. Le minacce americane alla Danimarca sono solo «metodi molto assertivi per indicare l’importanza strategica dell’area artica». Le sparate di Donald Trump contro il diritto internazionale non sono condivisibili, ma meglio «guardare le luci piuttosto che le ombre». La legge elettorale deve essere condivisa perché conviene pure alle opposizioni. Il referendum sulla riforma del Csm non porterà scossoni, non ci saranno dimissioni se la maggioranza perde né elezioni anticipate se vince. La Presidenza della Repubblica non è nei piani per il futuro, piuttosto «vorrei lavorare pagata per Fiorello», e su tutto il resto – sicurezza, lavoro, salari, casa – ci sono piani, progetti, cambi di passo alle porte.
L’incontro-fiume con la stampa ha fornito comunque risposte su tre elementi centrali dell’identità del centrodestra. Il primo sono i rapporti con il mondo Maga, che fino al settembre scorso, fino all’omicidio di Charlie Kirk e alla sua celebrazione senza precedenti nel Parlamento italiano, sembravano un riferimento di primo piano per la maggioranza, una medaglia da appuntarsi al petto. Quel tipo di emozione è alquanto scemato. Il rapporto con Trump comincia ad essere vissuto come un problema e la premier preferisce semmai esibire la sua capacità di dirgli no quando serve, come è successo con la dichiarazione europea sulla Groenlandia, e richiamarsi al pensiero di Mattarella sulle direttrici di politica estera (assai severo verso certe esondazioni della Casa Bianca contro l’Europa e gli organismi internazionali).
Poi c’è la questione sicurezza, fonte principale delle fortune della destra, alquanto appannata dagli ultimi episodi di cronaca, e anche lì si comincia a intuire la tattica per la prossima campagna elettorale: spostare la responsabilità sulle toghe più che produrre nuovi provvedimenti-choc (al massimo una mini-norma sui coltelli ai minorenni). Si dovrà attribuire ogni disgrazia alla scarsa collaborazione della magistratura, alle scarcerazioni improvvide e a una presunta indifferenza dei giudici alle esigenze “law and order” del Paese che rende «vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento». Qui la destra punta soprattutto ad arginare il fuoco amico della concorrenza leghista. Ieri Meloni aveva appena finito di parlare che entrambi i capogruppi del Carroccio, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, già la incalzavano: se ha tanto a cuore la questione perché sta riducendo il contingente militare della missione Strade Sicure? Ecco, domande come queste vanno eluse con abilità. E la linea è: abbiamo fatto quel che dovevamo, non è colpa nostra se tanti delinquenti restano a piede libero.
La terza sterzata riguarda un ambito più generale, i toni, i modi, le facce. La campagna elettorale 2027 non potrà essere giocata sulle pulsioni dell’Italia arrabbiata e in cerca di cambiamenti radicali. Presentarsi come fattore di protezione rispetto alle incertezze del mondo e a un’alleanza Pd-M5S presentata come un salto nel buio diventa l’obiettivo. E dunque: farsi campioni di continuità dopo essere stati protagonisti di clamorosi strappi. Rassicurare gli elettori dopo averli galvanizzati, elettrizzati, spinti al conflitto contro un intero sistema politico-culturale. Coltivare l’immagine dei prudenti timonieri dopo aver esaltato l’avventura di un cambio radicale di prospettiva al seguito dei sovranismi internazionali, cercando peraltro di non perdere il consenso di chi ancora ci crede. È questa la nuova fune che Meloni deve intrecciare per arrivare al bis in equilibrio, evitando scivoloni pericolosi per il consenso: ieri ha cominciato a farlo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – C’è già la dichiarazione (ennesima) di totale rifiuto di ogni precedente regola di convivenza: «L’unico limite al mio potere è la mia moralità». Ovvero: sono ingiudicabile, se non da me stesso. Ci sono già i pretoriani, o le camicie brune come già qualcuno le chiama in America: i corpi speciali dell’Ice, cacciatori e deportatori di migranti, assassini a freddo (e con il volto mascherato) di una donna inerme, fedeli all’uomo della Casa Bianca e a nient’altro, certo non alla Costituzione federale, non alle leggi dei singoli Stati che li vedono arrivare come occupanti disposti a qualunque sopruso.
C’è poi la miseranda corte dei suoi cooptati al potere, quasi tutti mediocri e sconosciuti, miracolati dall’avvento di Trump e dunque non richiesti di autonomia di giudizio, di coscienza, di azione: non suoi collaboratori o consiglieri, ma suoi cortigiani.
Eppure, in questo quadro così nitido, così autodefinito (nel senso che è il suo stesso autore, Trump, a definirlo per quello che è: niente e nessuno al di sopra di me), sbalordisce la diffusa esitazione nel prendere atto che il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti è un tiranno.
Il potere che teorizza (e pratica) è un potere assoluto, slegato dal rispetto di chiunque non sia suo vassallo; un potere padronale («meglio comperare la Groenlandia piuttosto che affittarla, la proprietà ha grandi vantaggi psicologici») e un potere bugiardo, che solo nella menzogna può mettere radici, perché la verità lo avrebbe già ucciso in culla.
Fiduciosi fino all’incoscienza, parecchi osservatori ci rassicurano: la democrazia americana ha i suoi anticorpi, e reagirà. Nell’attesa che questo avvenga (e sarà un giorno meraviglioso), è la descrizione del già avvenuto che lascia molto a desiderare. C’è un tiranno alla Casa Bianca. È strano? Sì è strano. Ma è anche vero. Non sarebbe ora di prenderne atto?

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Giorgia Meloni si presenta in conferenza stampa come se fosse sul palco di una televendita: voce ferma, slogan pronti, responsabilità assenti. Il governo, ancora una volta, è un dettaglio secondario rispetto alla sua narrazione personale. La bugia più grave riguarda il caso Paragon. Alla domanda elementare – che cosa sta facendo il governo per chiarire uno spionaggio che coinvolge giornalisti e cittadini – Meloni risponde spostando tutto su di sé. «La spiata sono io». È il solito ribaltamento della realtà.
Non solo perché nessuna evidenza la riguarda, ma perché serve a cancellare il punto. È il suo metodo, sempre: chiagnere e fottere. Poi c’è la libertà di stampa, evocata come una bandiera mentre viene svuotata nei fatti. Meloni sostiene che l’Italia punirebbe già le querele temerarie. Ma non esiste una legge specifica. La direttiva europea viene recepita senza volontà di protezione reale, mentre ministri e maggioranza continuano a usare le cause come clava. Una premier allergica alle conferenze stampa che finge di difendere i giornalisti mentre governa un sistema che li logora per anni in tribunale.
Sulla sicurezza, il copione diventa grottesco. Arresti e sequestri vengono messi in vetrina come meriti dell’esecutivo, mentre i fallimenti vengono scaricati sui giudici. L’esempio dell’imam di Torino viene citato come “pericolosità provata”, quando procure e Corti hanno stabilito l’opposto. Qui la bugia è giuridica prima ancora che politica: si spaccia una valutazione amministrativa per una prova giudiziaria. E così lo stato di diritto finisce ridotto a slogan. Infine l’economia. Crescita evocata per fede, salari raccontati come in ripresa, potere d’acquisto gonfiato a colpi di dichiarazioni. I dati dicono stagnazione industriale, stipendi reali erosi, occupazione sostenuta dagli ultracinquantenni e aumento degli inattivi. Meloni non governa questi numeri: li aggira, li piega, li nega.
La conferenza stampa non è stata un confronto. È stata un esercizio di autoassoluzione. Le domande cercavano atti, tempi, responsabilità. Le risposte hanno offerto vittimismo, propaganda, spostamenti di campo. È il tratto costante di un potere che tollera il contraddittorio solo come scenografia. E la democrazia resta fuori dall’inquadratura. Insieme alla realtà.
La premier stigmatizza i magistrati, che «rendono vano» il lavoro di parlamento e forze dell’ordine. Nessun interesse – almeno per il momento – al Quirinale e un auspicio affinché le opposizioni collaborino alla stesura della nuova legge elettorale. Carezze per Tajani, carbone per Salvini

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – Giorgia Meloni ha bisogno di avversari. La conferenza stampa di inizio anno permette alla presidente del Consiglio di individuarli e indicarli ai suoi seguaci in maniera chiara. In cima alla lista ci sono senz’altro i magistrati: la temperatura intorno al referendum – confermato nelle date del 22 e 23 marzo – inizia a salire e la premier non va per il sottile.
«Delegittima i magistrati la campagna dell’Anm che è stata fatta nelle stazioni», non il governo, è il sottinteso. «Parliamo di persone che sulla ricerca della verità hanno uno spiccato senso della responsabilità» ha continuato, e citando alcuni recenti casi di cronaca ha spiegato che spesso sarebbero i giudici a «rendere vano il lavoro di parlamento e forze dell’ordine». Insomma, è il messaggio che passa tra le righe, se fossero contenuti a nessuno ne verrebbe danno.

Meloni in ogni caso evita di assecondare la strategia referendaria del centrosinistra e cedere a una personalizzazione della consultazione: l’argomento è ovviamente nell’aria e viene affrontato nel merito, ma a domanda sulle conseguenze dell’esito del voto la premier non si lascia legare a un destino. «Non intendo dimettermi nel caso in cui gli italiani dovessero bocciare la riforma» ha detto.
Al contrario, però, la capa del governo non vuole neanche avvalorare la tesi per cui in caso di esito positivo del referendum sarebbe pronta ad andare al voto anticipato per capitalizzare il suo consenso: «Farò del mio meglio per garantire quella stabilità per arrivare alla fine della legislatura».

L’altra grande incognita che pende sul prossimo voto, oltre alla data, è la legge elettorale con cui si andrà alle urne: sulle caratteristiche del testo Meloni calcia il barattolo più avanti, confermando interlocuzioni con le opposizioni e raccomandando loro di convergere sulla prospettiva di una norma proporzionale. «È una riforma che consente a chi prende più voti di governare cinque anni con una maggioranza solida: è un vantaggio per tutti» ha detto, auspicando che non ci siano «chiusure pregiudiziali».

Oltre alle opposizioni, avversarie per definizioni, Meloni fa trasparire una certa insofferenza anche per il capo dello Stato. Certo, Sergio Mattarella «quando si tratta di difendere l’interesse nazionale italiano c’è» ma «non siamo sempre d’accordo». Rapporti ottimi che non sarebbero turbati nemmeno dalle ambizioni di salire al Quirinale da tempo attribuite alla presidente del Consiglio.
«Mi basta quello che sto facendo, mi appassiona quello che sto facendo. Attualmente non c’è nei miei radar quello di salire di livello». Contro gli avversari vanno anche ribadite le priorità tematiche: Meloni ha occasione di lanciare un altolà sul fine vita. Per altro, rispedendo la palla nel campo del parlamento, che deve legiferare sull’argomento. «Per quanto riguarda il governo, io penso che il compito dello Stato e delle istituzioni non sia favorire percorsi per suicidarsi».
Ovviamente torna d’attualità la sicurezza: la presidente promette una norma contro le baby gang e anticipa un possibile intervento anche su sottrazioni e affidi di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.
Uniche parole al miele, per il proprio campo – e, soprattutto, sé stessa. «Se c’è un fatto che conosciamo è che i fatti personali non di Cancellato, ma di Giorgia Meloni sono finiti su tutti i giornali. Quindi figuratevi se non sono solidale e se non capisco di cosa state parlando» risponde al direttore di Fanpage che chiede aggiornamento sul caso degli spiati con il software Graphite.
Una carezza arriva anche ad Antonio Tajani: «Quello che ha fatto negli ultimi tre anni, soprattutto dopo che FI non ha potuto contare sul carisma di Silvio Berlusconi, abbia oggettivamente del miracoloso» dice la premier sull’alleato che teme di meno. Meno gentilezze per Matteo Salvini: la critica più forte è al suo vicesegretario Roberto Vannacci, lui stesso si deve accontentare di una difesa d’ufficio contro l’accusa di essere filoputiniano.
Gianni Alemanno deve scontare la pena di 1 anno e 10 mesi con l’accusa di traffico di influenze illecite arrivata da uno dei filoni dell’indagine sul Mondo di Mezzo

(corriere.it) – Ricorso respinto, Gianni Alemanno resta in carcere. L’ex ministro dell’Agricoltura durante uno dei governi Berlusconi, ex sindaco di Roma, e militante della destra sociale estrema (da qualche anno con il movimento Indipendenza da lui stesso definito «pacifista») — Gianni Alemanno, 66 anni, un anno fa era tornato in carcere per volontà del Tribunale di Sorveglianza che aveva revocato nei suoi confronti la misura alternativa ai servizi sociali, contraria alle regole la frequentazione con Paolo Colosimo, avvocato condannato per il processo Fastweb e dunque pregiudicato. La decisione del 28 gennaio 2025 aveva stabilito per l’ex politico la pena di 1 anno e 10 mesi nel carcere di Rebibbia per l’accusa di traffico di influenze illecite, reato emerso in uno dei filoni dell’inchiesta noto come «Mondo di Mezzo».
Indagato per l’inchiesta «Mondo di mezzo», Gianni Alemanno quando era da poco uscito dall’esperienza di sindaco della Capitale aveva ricevuto – secondo l’accusa del procuratore capo dell’epoca Giuseppe Pignatone e i suoi magistrati Prestipino, Tescaroli, Cascini e Ielo – l’avviso di garanzia per associazione mafiosa (poi caduta) e finanziamento illecito dei partiti. Circa centotrentamila euro che, nelle carte della maxi inchiesta ribattezzata Mafia Capitale, gli sarebbero stati veicolati dalle cooperative di Salvatore Buzzi, uomo storicamente di centrosinistra secondo la commistione alla quale gli approfondimenti dei carabinieri del Ros ci avevano abituati. Nel 2017 era sopravvissuta l’unica accusa di finanziamento illecito dei partiti, mentre quella di associazione mafiosa venne archiviata alla pari con altre figure di spicco fra le oltre quaranta finite nel limbo processuale del Tribunale di Roma.
In primo grado arrivò la condanna con le seguenti motivazioni: «Il modulo organizzativo utilizzato dal sindaco Alemanno non è stato di certo un valido presidio a garanzia della trasparenza, dell’economicità ed efficienza nell’operato dell’amministrazione ma ha contribuito alla formazione di zone d’ombra idonee a generare comportamenti distorsivi e illegittimi». Alemanno avrebbe speso quei soldi di provenienza buzziana per scopi «personali». Il calvario giudiziario continua fino in Cassazione, dove l’avvocato Placanica riesce a ridimensionare le accuse e ad ottenere per il suo assistito un anno e dieci mesi con l’accusa di traffico di influenze. Si apre il percorso dei servizi sociali che Alemanno sceglierà di fare nell’ambito di una comunità religiosa. Riprende intanto quota politica. È spesso ospite di trasmissioni televisive dove si è battuto per la pace. Critico con l’attuale esecutivo, tenta di riallacciare i legami con ciò che resta della destra sociale.
Un mondo nel quale “l’uomo è lupo per l’uomo” e non può fare niente di meglio che riunirsi in branco per sopravvivere, contendendo territori di caccia e altre risorse fondamentali

(Davide Mattiello, Articolo21 Piemonte – ilfattoquotidiano.it) – Dalla conferenza stampa della presidente Meloni è uscita chiara, coerente e spaventosa la morale del “carciofo”, che può sedurre nell’immediato ma porta soltanto alla tragedia della guerra.
Cosa è la morale del carciofo? Il mix tra “deterrenza” e “interesse nazionale”.
La parola deterrenza è stata usata con entusiasmo da Meloni che ha raccontato di essersi recentemente appassionata alla sua etimologia, scoprendo che il termine arriva dal latino e indica la capacità di tenere lontana (una minaccia) facendo paura. Ha ribadito con forza la presidente Meloni che è precisamente con la deterrenza che si costruisce la pace e non con la debolezza, cioè la “pace” sarebbe la diretta ed esclusiva conseguenza della capacità di intimorire sempre e chiunque possa rappresentare una minaccia.
Minaccia a cosa? All’interesse della nazione, cioè l’interesse di un gruppo identificato in maniera univoca, come se su ciascun individuo fosse stampato da qualche parte il medesimo codice a barre, che in quanto tale ha interessi specifici, non coincidenti con quelli degli altri gruppi, il che rende possibile che nascano conflitti per i quali appunto è meglio prepararsi sprigionando una irresistibile forza di intimidazione che suggerisca ai gruppi diversi dal proprio atteggiamenti che virino dal prudente al servile. A seconda di quanto impressionante sia la capacità di “deterrere”.
Ma che mondo ha in mente Meloni? Un mondo nel quale “l’uomo è lupo per l’uomo” e non può fare niente di meglio che riunirsi in branco per sopravvivere, contendendo territori di caccia e altre risorse fondamentali. Il mondo dei branchi è proprio quello che hanno in testa i nazionalisti, come lei e Trump, Netanyahu, Putin, Orban, Le Pen, Abascal (etc): un mondo dove ciascuno sta al proprio posto, digrignando i denti verso gli altri, preventivamente. E’ il mondo sognato dal neonazista stragista Breivik che sterminò nel 2011 a sangue freddo 69 tra ragazzi e ragazze della gioventù labourista norvegese ad Utoya, che avevano ai suoi occhi la colpa gravissima di lavorare per un mondo fondato su una società aperta, inclusiva, laica e democratica. Lo stesso sangue freddo con il quale gli agenti dell’Ice hanno assassinato a Minneapolis la poeta Renee Nicole Good e per la stessa, inconfessabile, colpa gravissima.
Chissà se Meloni, appassionata neofita di etimologie, abbia mai letto da qualche parte che “carciofo” non è soltanto il termine con il quale si può sintetizzare la convergenza infausta tra “deterrenza” e “branco/nazione”, ma è anche la parola che in dialetto siciliano identifica la mafia: “cosca”. La “morale del carciofo” è precisamente quella che ha storicamente fondato e alimentato il modo di stare al mondo delle mafie: cosche appunto con riferimento alle foglie del carciofo che in maniera plastica, raccogliendosi strettamente le une attorno alle altre e terminando con poco rassicuranti, lunghe spine rivolte verso l’esterno, contro ogni forestiero, raccontano di una filosofia di vita basata su identità e intimidazione.
La pace mafiosa questa è sempre stata, e per i mafiosi non ce n’è un’altra possibile, pena la dissoluzione stessa della mafia. Così i più attenti osservatori stanno spiegando le “sparate” allo Zen di Palermo: vecchi arnesi mafiosi, detenuti o ai domiciliari, starebbero armando mani bambine per far tornare alla mente dei più il vecchio, schifoso, adagio: “Però quando c’era la mafia queste cose non succedevano!”. Alimentare il disordine per far rimpiangere chi a suon di “ceffoni” sapeva mantenere l’ordine, quello dell’ubbidienza e della omertà. Puro marketing mafioso. Quello di chi intimidisce gli oppositori e pratica le esecuzioni extragiudiziali: da Matteotti a Renee Nicole Good, il filo nero è lo stesso.
Davvero è questo l’unico mondo possibile? Davvero è soltanto la deterrenza a costruire pace? Davvero non c’è altro oltre la “morale del carciofo” che accomuna sovranisti, razzisti, guerrafondai e mafiosi?
Tornano ancora una volta alla mente le parole altrettanto chiare e forti di un senza-potere come don Milani: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.” Sono parole che valgono voti? Di solito, e per poco tempo, soltanto dopo l’inferno di una guerra. A noi fare eccezione.