Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Chi nota la differenza?


(Stefano Rossi) – Al Board of Peace, Italia e Germania parteciperanno come “osservatori” e non come partecipanti di diritto. Oddio, di diritto è un azzardo, visto l’incredibile regolamento: diritto di veto del presidente (Trump) con incarico a vita, oltre il suo mandato presidenziale, “fiches” per sedersi al tavolo come partecipanti, un miliardo di dollari, sembra la sceneggiatura di un film, ma è tutto vero.

La Germania, giustamente, non spreca il suo ministro degli Esteri per andare come semplice osservatore, termine elegante per non dire che si sbircia dal buco della serratura.  Ha mandato un funzionario del ministero preparato sui problemi del Medio Oriente.

L’Italia, no. Il ministro degli Esteri, Tajani, da buon provinciale, è andato di persona.

Ci sono cose che non si spiegano. Non si possono spiegare.

Le dovresti capire da solo.

È come quello che, a tavola, sbiascica e smangiucchia come un maiale. Non glielo puoi dire che è maleducazione. Che non si fa. Che nel XVI secolo, un certo Giovanni della Casa, scrisse un libro sui comportamenti consoni.

Non si può.

Te ne fai una ragione  e guardi da un’altra parte.


Separazione delle carriere, la lezione degli Epstein files


Se un governo decide quanta verità su Epstein rivelare, è il caso di farsi qualche domanda in più sul referendum costituzionale.

Separazione delle carriere, la lezione degli Epstein files

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Per mesi hanno venduto la separazione delle carriere come un bollino di qualità occidentale. Alcuni vedono gli Stati Uniti come modello, l’Italia come ritardo da colmare. Poi arrivano gli Epstein files, diffusi dal Dipartimento di Giustizia americano con omissis consistenti, e la narrazione si incrina.

Negli Stati Uniti il pubblico ministero federale è parte dell’esecutivo. L’Attorney General è nominato dal Presidente e risponde al Presidente. I procuratori federali dipendono gerarchicamente dal Dipartimento di Giustizia. L’azione penale, a livello federale, è dunque incardinata dentro il potere politico. Un esempio? il vergognoso accordo di non divulgazione (Non-Prosecution Agreement) del 2008. All’epoca, il procuratore federale di Miami (Alexander Acosta, ramo esecutivo, nominato dalla politica e poi diventato ministro del Lavoro di Trump) fece un accordo segreto con i potenti avvocati di Epstein, garantendogli un’immunità di fatto, nascondendo l’accordo alle vittime e affossando un’indagine dell’Fbi.

In quel modello la gestione dell’azione penale e delle informazioni investigative è collocata nell’area di governo. Negli Stati Uniti il prosecutor gode di ampia discrezionalità. In Italia l’articolo 112 della Costituzione impone l’obbligatorietà dell’azione penale e inserisce il pm nell’ordine giudiziario, soggetto soltanto alla legge. Chi sostiene la riforma costituzionale italiana replica che la separazione delle carriere proposta non comporta alcuna subordinazione al governo. Formalmente è così ma il nodo sta nella prospettiva: spezzare l’unità della magistratura modifica l’equilibrio originario e apre la strada a un pubblico ministero sempre più definito come parte e più esposto a future ridefinizioni del suo status. Negli Usa il tema dell’indipendenza del Dipartimento di Giustizia è stato al centro di conflitti istituzionali, dal Watergate alle recenti tensioni sulla gestione delle indagini federali. La questione riguarda il confine tra indirizzo politico e azione penale.

Nordio assicura che l’Italia non è l’America. Ma le riforme si valutano anche per dove portano, non solo da dove partono. E quando il punto di arrivo potrebbe essere un sistema che consente a un’amministrazione di decidere quanta verità su Epstein rivelare, forse è il caso di farsi qualche domanda in più prima di mettere la croce sul Sì. Buona riflessione.


La catastrofe europea e le sue cassandre


(Andrea Zhok) – Nella mitologia greca Cassandra, sorella di Ettore, era dotata di capacità divinatorie, ma venne condannata da Apollo a rimanere inascoltata.

Oggi, e da un po’ di tempo, in Europa per capire i processi in corso non c’è bisogno di essere dotati di divine capacità profetiche. Basta avere una formazione storico-politica decente e non farsi pere quotidiane con gli stupefacenti forniti dal sistema mediatico.

L’Europa odierna è piena di Cassandre che godono del discutibile privilegio di vedere continuamente a posteriori di aver avuto ragione, mentre quelli che avevano torto marcio continuano ad appuntarsi reciprocamente medaglie sul petto, intoccati dai propri fallimenti.

Così, sentire il cancelliere tedesco Merz fare la voce grossa contro il residuo stato sociale tedesco e chiedere sacrifici per alimentare una nuova corsa agli armamenti mette quasi allegria per tutti quelli, e non sono pochi, che ricordano la Germania di Schaüble, la Germania che faceva lezioncine di produttività e moralità all’Europa meridionale (gentilmente connotata con l’acronimo PIGS), mentre utilizzava la leva di un euro artificialmente sottovalutato per nutrire il proprio export.

La Germania che tra il 2011 e il 2016 ha letteralmente sventrato la Grecia – prendendosi una bella rivincita dopo il ’45 – spiegava che non era proprio possibile aiutare la solvibilità greca in quanto sarebbe stato un caso di “azzardo morale”.

La Germania, secondo una tradizione di lungo periodo, si presentava come virtuosa, frugale, produttiva, come costitutivamente superiore e destinata solo da una sorte cinica e bara, che l’aveva vista perdente nella Seconda Guerra Mondiale, ad un ruolo di comprimario mondiale.

E qual era il modello economico che la genialità tedesca proponeva come sapienza economica e virtù morale? Semplice, puntare tutte le proprie carte su una bilancia commerciale in attivo, su un costante surplus delle esportazioni.

E quali erano le chiavi del successo di quella strategia?

Ancora più semplice: 1) bassi costi energetici (con forniture dalla Russia), 2) compressione salariale (in parte nel proprio mercato interno, ma soprattutto presso i propri contoterzisti come l’Italia), e infine 3) la già citata sottovalutazione dell’euro (moneta comune il cui valore era quello medio con paesi meno industrialmente sviluppati).

Questa geniale strategia economica era un esempio da manuale di “beggar thy neighbour policy”: una politica economica che puntava tutto sul relativo impoverimento dei propri vicini.

Oggi la Germania, dopo aver infilato un 2023 e un 2024 in recessione, ha chiuso il 2025 con un penoso +0,2%, con un comparto industriale in continua contrazione, congiunturale e tendenziale.

Ora, quando anni fa si cercava di spiegare (anche a colpi di documenti pubblici, raccolte di firme, ecc.) che una strategia che accettava di impoverire il mercato interno dell’Europa, per conquistare i mercati con le esportazioni, non era solo socialmente ingiusta, ma era anche fondamentalmente cretina, credo che tutti ricordiamo come la nostra stampa genuflessa aderisse senza resti alla vulgata tedesca, chiedendo austerità, chiedendo una “riduzione del perimetro dello stato”, chiedendo la precarizzazione generalizzata come “stimolo alla produttività”.

Oggi, quando l’Europa a guida tedesca ha segato il ramo energetico su cui era seduta, troncando i rapporti con la Russia (certo, per ragioni di superiore moralità, si sa), oggi che il naufragio tedesco sta portando a fondo con sé l’Europa (di nuovo, un evergreen), un’Europa privata di un mercato interno capace di sostenere la produzione; oggi che si è riusciti nella mirabile impresa di abbinare una politica di sfruttamento dei ceti lavoratori, una politica impietosa verso i paesi in difficoltà, e simultaneamente perdente anche per il proprio grande capitale, oggi sarebbe il momento di togliersi la soddisfazione di aver sempre avuto ragione.

Ma questa soddisfazione ci è sottratta, perché per rimediare alla catastrofe prodotta, la stessa classe dirigente che l’ha prodotta ci spinge a porvi rimedio alimentando venti di guerra.

Nessuna componente dell’establishment occidentale è più intensamente concentrato dell’UE a guida tedesca nell’ostacolare ogni tentativo di pace, nessuno è più dedito a preparare con parole ed atti una guerra futura.

Nell’Odissea e nell’Orestea, Cassandra venne presa in ostaggio da Agamennone, predisse al re la catastrofe che lo aspettava (la congiura di Clitennestra), ma, una volta di più, rimase inascoltata.

E questa volta perì nella susseguente catastrofe.

Spiace dirlo, ma prevedere tutti le disgrazie senza rovesciare il potere che le gestisce non serve a un tubo.


Uno dei capitoli più bassi e inquietanti sulla nostra sudditanza nei confronti dell’America trumpiana


(dagospia.com) – No, non è a un remake del film “Mr. Smith” va a Washington” (1939) diretto da Frank Capra, con la sua morale patriottica. E non assisteremo all’happy ending del protagonista, James Stewart, che da “yes man” del suo potente capo politico e imbroglione in affari diventerà un eroe nazionale. 

Anzi, prima del “The End” parteciperemo all’ennesima brutta figura del Bel paese nei confronti dei nostri alleati europei che hanno detto “no” all’invito dell’amico e sodale della spia e pedofilo Jeffrey Epstein, l’ex immobiliarista di New York, Donald Trump. 

La cui convention si è aperta dopo le italianissime note di Umberto Tozzi “Gloria”, non parlando di pace, ma di imminente guerra all’Iran (sic). E proprio nel giorno il cui il fratello Andrea di Re Carlo III, veniva arrestato per le frequentazioni nell’isola di Jeffrey il porcone. Quel diniego del premier Keir Starmer a Trump forse ha salvato dal naufragio il suo traballante governo laburista. 

Anche la Santa Sede di Papa Leone XIV non parteciperà al board “per la particolare natura, che non è evidentemente quella degli Stati”. Il cardinale Parolin ha fatto notare poi “che ci sono punti che lasciano un po’ perplessi. Ci sono alcuni punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.

Il viaggio solitario a Capitol Hill del nostro ministro degli Esteri, Mr. Tony Tajani, osservatore nel “Board for peace” per Gaza, segna allora uno dei capitoli più bassi e inquietanti sulla nostra sudditanza nei confronti dell’America Maga. 

Già, la Evita della Garbatella, Giorgia Meloni, che agita il tricolore in Italia, ma non passa giorno senza usare la bandiera bianca per lucidare gli stivali con gli speroni del Bullo della Casa Bianca. 

Nel dopoguerra, neanche l’umile De Gasperi andò con il cappello in mano a chiedere stima politica e aiuti economici (Piano Marshall) da chi aveva vinto la guerra in Europa contro Mussolini e il nazismo di Hitler. Mr. Tony Tajani, invece, va a Washington da “osservatore” non pagante dopo che alla Camera è passata la risoluzione del centrodestra con il voto pure del triglione con le stellette, Vannacci. 

“E’ come violare l’art.11 della Costituzione”, insorge la segretaria del Pd, Elly Schlein.  Forse anche lei ignara, alla pari dei giornaloni in caduta libera in edicola, che per iscriversi al Board – su invito presieduto “a vita” da Trump, il costo di un seggio permanente è fissato a un miliardo di dollari. 

Che occasione persa per i sinistrati, avrebbe osservato Luigi Pirandello quando il tragicomico fonde il dolore della tragedia. Quello di vedere la Evita della Garbatella, staccare dalle casse dello stato un assegno di 849.679,03 euro per visitare, al momento, l’immenso cimitero di Gaza dove sono sepolti oltre 70 mila palestinesi.  


Il genio italiano spiegato al mondo


(ilnapolista.it) – Questa è una storia troppo “italiana” per passare inosservata agli inviati stranieri alle Olimpiadi. E quindi la Faz ci si è buttata. La storia è questa: a causa della carenza di posti letto, circa 200 tra poliziotti e carabinieri “a cui normalmente sono riservati alloggi piuttosto spartani – scrive il giornale tedesco – sono ospitati in un hotel a cinque stelle. Il palazzo, situato a 1224 metri di altitudine, fu costruito all’inizio del XX secolo, con una sala colazioni rivolta a est per iniziare la giornata con i primi raggi di sole, e una sala da tè e aperitivi rivolta a ovest per ammirare il tramonto sullo sfondo delle cime delle montagne”.

Un posto mitico: “La porta girevole all’ingresso è già stata varcata da Clark Gable, dalla famiglia reale di Persia, da Brigitte Bardot e dalla cantante italiana Ornella Vanoni; le camere sono ampie, dotate di lampadari e alcune hanno balconi con vista sulle Dolomiti. Certo, tutto è un po’ decadente, un po’ vecchio”.

Perché la cosa più bella è un’altra: “L’Hotel Miramonti è chiuso da tre anni. Il motivo è la mancata conformità alle norme antincendio. Ma in Italia non sono solo flessibili, ma anche intraprendenti. Polizia e Carabinieri non volevano certo rinunciare a questa sistemazione attraente. Quindi, per la loro sicurezza, è stato semplicemente alloggiato lì anche un plotone di vigili del fuoco”. Geniale.


La richiesta di dimissioni di Francesca Albanese per parole mai dette è un’operazione di delegittimazione


Non si tratta di condividere le analisi di Albanese, né di entrare nel merito delle sue posizioni. Si tratta di difendere un metodo: prima i fatti, poi le accuse

La richiesta di dimissioni di Francesca Albanese per parole mai dette è un’operazione di delegittimazione

(di Angelo Palazzolo – ilfattoquotidiano.it) – Il 23 febbraio, al Consiglio per i Diritti umani dell’Onu, verranno chieste formalmente le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati. A promuovere l’iniziativa sarà il ministro degli Esteri francese, affiancato dai colleghi di Germania, Italia (non poteva mancare il nostro Tajani), Austria e Repubblica Ceca. L’accusa è pesante: aver definito Israele “nemico comune dell’umanità”. Una formula che, se fosse vera, sarebbe gravissima. Ma non è vera. È il prodotto di un video tagliato, estrapolato, rilanciato fuori contesto e trasformato nel giro di poche ore in una verità ufficiale. La prova regina di una colpa che non esiste.

Francesca Albanese quelle parole non le ha mai pronunciate. Non solo: il senso del suo intervento non è nemmeno lontanamente assimilabile a ciò che le viene attribuito. Sostenere il contrario significa o non aver capito nulla — analfabetismo funzionale — oppure, più realisticamente, confidare nella distrazione e nella superficialità di un sistema mediatico che amplifica prima e verifica poi (se va bene), o è semplicemente corrotto da interessi diversi da quelli della ricerca della “verità sostanziale dei fatti”.

L’intervento integrale, pronunciato a Doha e diffuso dalla stessa Albanese, smentisce in modo limpido l’accusa. Eppure la macchina del fango non si è fermata. Perché quando una narrazione prende piede, rettificare non fa notizia.

Qui non siamo davanti a un incidente comunicativo. Siamo davanti a una operazione di delegittimazione tout court. Colpire Albanese significa colpire il ruolo che ricopre: quello di chi, nel quadro del diritto internazionale, documenta violazioni e richiama governi e poteri alle proprie responsabilità. Francesca non è un’opinionista da talk show. È una funzionaria delle Nazioni Unite che da anni lavora su dossier che molti preferirebbero non leggere.

Ed è qui che il discorso si fa politico. Che questa destra — la peggiore, a mio giudizio, dai tempi più bui della nostra storia repubblicana — non abbia sentito il dovere di difendere una cittadina italiana finita nel mirino di governi stranieri è coerente con la sua postura internazionale: l’allineamento prima di tutto.

Più difficile da comprendere è il silenzio del Presidente della Repubblica. Il 18 febbraio ha presenziato ai lavori del Consiglio Superiore della Magistratura, riaffermando con autorevolezza l’autonomia e l’equilibrio dell’ordine giudiziario. Un gesto giusto, istituzionalmente ineccepibile. Proprio per questo sarebbe stato altrettanto importante affermare un principio semplice: nessun cittadino italiano può essere esposto alla gogna internazionale sulla base di parole mai pronunciate, senza che lo Stato pretenda rigore e rispetto dei fatti.

Non si tratta di condividere le analisi di Albanese, né di entrare nel merito delle sue posizioni. Si tratta di difendere un metodo: prima i fatti, poi le accuse. Prima il diritto, poi la propaganda. In altre stagioni della Repubblica, di fronte ad attacchi infondati contro un connazionale, le istituzioni intervenivano con misura ma fermezza. Oggi prevale un gelo che inquieta. Perché il silenzio, in certi casi, non è neutralità: rischia di diventare una forma di acquiescenza.

Albanese, intanto, continua il suo lavoro, senza arretrare. In democrazia si può e si deve criticare. Ciò che non è accettabile è la condanna preventiva costruita su parole mai dette.

Se l’Italia vuole essere qualcosa di più di un’eco timida delle capitali europee, dovrebbe dirlo chiaramente: basta manipolazioni, basta diffamazioni politiche contro chi richiama al rispetto dei diritti umani.

Francesca Albanese è oggi la voce di chi non ha voce. Difenderla significa difendere il diritto di dire ciò che è scomodo, senza temere di essere travolti da una campagna costruita ad arte. Perché quando si colpisce chi dice ciò che è scomodo, si colpisce la libertà di tutti.


Quella “curiosità” su Grillo: e se votasse per la riforma?


(corriere.it) – Il comitato del «Sì» sulle tracce di Beppe Grillo. Strano, ma vero. Tra i promotori della riforma c’è chi ha la curiosità di capire come voterà il fondatore del M5s, ammesso che alla fine si presenterà al seggio. Chi lo frequenta, fuori dalla politica, è convinto che Grillo non abbia dubbi, tanto sarebbe forte l’amarezza nei confronti della magistratura per la vicenda che ha visto condannato il figlio Ciro. Sarebbe la svolta definitiva ma anche la nemesi, per Grillo, che costruì un partito sul primato dei giudici e sulla palingenesi dei pm. L’ennesimo testacoda che vedrebbe il comico-guru dalla parte opposta rispetto al successore Giuseppe Conte, fiero paladino del «No». Grillo potrebbe intervenire oppure restare in silenzio, concentrandosi, come ha fatto ieri dal suo blog, sull’Intelligenza artificiale. La scorsa settimana ha trascorso tre giorni a Roma, all’Hotel Forum, con gli amici di sempre. Culla l’idea di tornare in tv.


La Corte Suprema ha bocciato i dazi di Trump


‘Trump, la decisione sui dazi una vergogna, ho piano di riserva’

(ANSA) – NEW YORK, 20 FEB – La decisione della Corte Suprema è una “vergogna”. Lo ha detto Donald Trump, secondo quanto riporta Cnn. Il presidente ha anche assicurato di avere un piano di riserva.

La Corte Suprema ha bocciato i dazi con 6 voti a favore, 3 contro

(ANSA) – NEW YORK, 20 FEB – La Corte Suprema ha bocciato i dazi di Donald Trump con sei voti a favore e tre contrari.

La Corte Suprema ha stabilito che Donald Trump non può imporre i dazi in base all’International Emergency Powers Act, quello a cui ha fatto ricorso il presidente per giustificare i dazi del ‘Liberation Day’.

La legge dà al presidente l’autorità di affrontare “minacce straordinarie” in caso di un’emergenza nazionale, inclusa quella di “regolare” l’importazione” di “beni esteri”, ed è stata approvata negli anni 1970 per limitare i poteri presidenziali in materia di sicurezza nazionale dopo i dazi imposti da Richard Nixon per affrontare la crisi della bilancia dei pagamenti in seguito al crollo del sistema monetario di Bretton Woods.

La norma non fa alcun riferimento esplicito ai dazi, competenza esclusiva del Congresso come le tasse e per i quali sono state concesse solo alcune deleghe al presidente.

Dazi bocciati, Ue: “Contatti con gli Usa per avere chiarezza”. Canada: “Dimostra che erano ingiustificati”. Le reazioni

Dal resto del mondo attivano reazioni piene di incertezza, in attesa di conoscere le prossime mosse del presidente Usa Donald Trump

Dazi bocciati, Ue: “Contatti con gli Usa per avere chiarezza”. Canada: “Dimostra che erano ingiustificati”. Le reazioni

(ilfattoquotidiano.it) – Dopo la sentenza della Corte Suprema Usa che ha bocciato i dazi voluti da Donald Trump, dal resto del mondo attivano reazioni piene di incertezza, in attesa di conoscere le prossime mosse del presidente Usa. A partire dall’Unione europea. “Prendiamo atto della sentenza e la stiamo analizzando attentamente”, fa sapere un portavoce della Commissione Ue: “Restiamo in stretto contatto con l’amministrazione statunitense – aggiunge – per chiarire quali misure intende adottare in risposta a tale sentenza”. “Le imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico – viene fatto presente – dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali. Continuiamo quindi a sostenere tariffe basse e a lavorare per ridurle”.

Intanto l’Eurocamera si prepara a rinviare il voto sulla possibile ratifica sull’intesa commerciale Usa-Ue previsto in Commissione Commercio internazionale il 24 febbraio. “La sentenza è un segnale positivo per lo stato di diritto. I giudici hanno dimostrato che nemmeno un presidente degli Stati Uniti può operare in un vuoto giuridico. Sono state imposte barriere legali, l’era dei dazi illimitati e arbitrari potrebbe ora volgere al termine”, scrive su X il presidente della commissione Commercio ed eurodeputato socialista tedesco Bernd Lange. “Dobbiamo ora valutare attentamente la sentenza e le sue conseguenze. Pertanto, ho appena convocato una riunione straordinaria del team negoziale del Parlamento europeo sull’accordo Turnberry per lunedì, al fine di valutare le possibili implicazioni sui lavori in corso e, in particolare, in vista del voto della commissione“, spiega Lange.

La sentenza conferma che le tariffe erano “ingiustificate“, ha commentato il ministro canadese responsabile del Commercio Internazionale Dominic LeBlanc assicurando che Ottawa collaborerà con Washington per “creare crescita e opportunità su entrambi i lati del confine”. La Gran Bretagna fa sapere che intende lavorare assieme agli Stati Uniti per “valutare in che modo l’annullamento dei dazi di Donald Trump influenzerà l’accordo commerciale tra i due Paesi” e il resto del mondo, ha dichiarato un portavoce del governo aggiungendo che il Regno Unito si aspetta che la sua “posizione commerciale privilegiata con gli Stati Uniti continui”.

Dall’Italia arriva il commento del ministro degli Esteri: “Ci sono delle misure temporanee che possono adottare gli americani, che già si aspettavano questa decisione, quindi non credo che ci saranno grandi cambiamenti. Non credo che ci saranno effetti particolari per quanto riguarda le nostre esportazioni“, ha dichiarato Antonio Tajani aggiungendo che “è sempre una buona notizia quando si tolgono i dazi, ma non credo – ha ribadito – ci saranno grandi cambiamenti”.

L’incertezza riguarda anche e soprattutto le aziende. “Il mondo del vino paradossalmente non può festeggiare la bocciatura della legittimità dei dazi da parte della Corte Suprema americana. Si profila una più che probabile reimposizione delle tariffe attraverso vie legali alternative a cui si aggiunge il forte rischio incertezza che tale decisione può determinare nei rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti”, dichiara il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi. “Considerati i danni arrecati al settore in questi mesi – ha aggiunto -, auspichiamo che la situazione di stallo possa risolversi a breve per non alterare ulteriormente le dinamiche commerciali e monetarie“.


“Comunista, anticattolica, pro teorie Lgbtq+”: FdI vuole schedare le scuole del paese. Il sindaco: “Così iniziò il fascismo”


I consiglieri meloniani di Bagno a Ripoli chiedono un cambio di denominazione per evitare che le menti “vengano plagiate nel momento in cui sono più vulnerabili”

“Comunista, anticattolica, pro teorie Lgbtq+”: FdI vuole schedare le scuole del paese. Il sindaco: “Così iniziò il fascismo”

(di Francesco Lo Torto – ilfattoquotidiano.it) – Per i consiglieri di Fratelli d’Italia di Bagno a Ripoli, comune alle porte di Firenze, le scuole del territorio sono ormai troppo “politicamente schierate a sinistra”. Sono troppi anni che i loro figli vengono traviati da esternazioni su “orientamenti sessuali di ogni tipo” o da “corsi ed interventi palesemente in difesa di religioni e culture extracomunitarie, a danno e scapito delle tradizioni italiane”. Quindi, poiché i genitori hanno il diritto di sapere se la scuola in cui stanno per iscrivere i loro figli è “favorevole alle teorie Lgbtq+”, oppure se impartisce insegnamenti “antifascisti”, è necessario che a fianco al nome di ogni istituto venga aggiunta un’etichetta. Un cambio ufficiale nella denominazione delle scuole, per identificare chiaramente “l’orientamento insegnato”. Per evitare che le menti “delle future generazioni di elettori vengano plagiate nel momento in cui sono più vulnerabili e indifese”.

È il contenuto della mozione arrivata sul tavolo del sindaco di Bagno a Ripoli, Francesco Pignotti, a firma di Michele Barbarossa, Serena Giannini e Fabio Venturi. Dopo il caso di Monica Castro – la consigliera di FdI di Calenzano che si è opposta al gemellaggio del suo comune con “gli storpi” palestinesi di Jenin in Cisgiordania – il partito della premier Meloni torna a far parlare di sé nella provincia fiorentina. Per far sì che le famiglie bagnesi possano individuare e scegliere gli istituti più adatti all’orientamento “politico, sociale, sessuale, culturale e religioso dei propri figli”, i promotori della misura propongono l’aggiunta di queste denominazioni: “Politicamente schierata a sinistra”; “ideologicamente comunista”; “favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke”; “antiamericana, antisionista, antifascista, antilibertà di pensiero, anticattolica, antidemocratica”. Per FdI, queste etichette dovrebbero d’ora in avanti andare ad affiancare i nomi delle scuole del territorio, comprese le primarie. Le hanno scritte tutte, nero su bianco, sulla mozione protocollata e inviata all’amministrazione.

“I consiglieri di Fratelli d’Italia ci chiedono di schedare le nostre scuole. Proprio come al tempo del fascismo”, ha commentato il primo cittadino Pignotti, pubblicando il testo integrale della proposta. “Non è solo una grave provocazione – continua -, ma un attacco vergognoso alla libertà delle nostre scuole, un’intimidazione senza pudore a insegnanti e dirigenti. L’orrore del fascismo cominciò proprio così, distinguendo le persone in base alla loro ideologia politica, alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale. È lì che vogliono riportarci, ai tempi del Ministero dell’educazione nazionale fondato da Mussolini, con le liste di proscrizione dei professori non allineati”.

Le critiche sono piovute da tutte le parti. La Flc Cgil di Firenze ha annunciato “iniziative contro questa intimidazione”, collegando la mozione di FdI alla campagna di Azione Studentesca, con cui il movimento giovanile di destra lanciava un questionario sull’orientamento politico dei professori. Per il segretario toscano del Pd Emiliano Fossi si tratta di “un fatto inquietante, un’aggressione diretta alla libertà e all’autonomia del sistema scolastico”. Mentre Usb Scuola Toscana denuncia un “attacco frontale alla scuola pubblica statale e alla libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione”, parlando apertamente di una logica “autoritaria e intimidatoria”. Secondo il sindacato, dietro la retorica della tutela delle famiglie si nasconderebbe il tentativo di colpire chi promuove pensiero critico e diritti civili, creando “un clima di sospetto” nei confronti dei docenti. “L’idea di bollare una scuola come antifascista come fosse un’accusa è uno scandalo politico”, affermano, ricordando che l’antifascismo è alla base della Repubblica. E concludono: la scuola pubblica “non si etichetta, si difende”.


Prof. Di Maio. L’ex leader M5s diventa “Honorary professor” del King’s college di Londra


L’inviato speciale Ue per il Golfo sale in cattedra, si occuperà di sicurezza internazionale con lezioni e seminari

(Ruggiero Montenegro – ilfoglio.it) – Dal San Paolo di Napoli fino a Londra, passando per il Golfo. Luigi Di Maio sale in cattedra, “Honorary Professor”. L’ex leader M5s ha iniziato infatti a collobarare con il King’s college. Si occuperà di difesa e sicurezza, politiche pubbliche, tenendo lezioni e seminari periodici, insieme ai docenti titolari di cattedra,

“Sono stato nominato Professore Onorario presso il Dipartimento Di Defence Studies. Assumerò questo nuovo incarico con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, sulle relazioni Europa-Golfo e sulle dinamiche geopolitiche”, spiega oggi lo stesso Di Maio. 

La nomina come “professore onorario” da parte dell’istituto di Londra risale al primo gennaio e si svilupperà nelle prossime settimane. Si tratta di una collaborazione a titolo gratuito. Di Maio ricopre attualmente la carica di Inviato speciale dell’Unione europea nel Golfo persico: un incarico assunto nel 2023, dopo il flop elettorale di Impegno civico – la sua creatura, nata in seguito alla scissione dal M5s per sostenere il governo di Mario Draghi – alle politiche del 2022. 


Meloni ha chiesto di compilare un dossier sulla malagiustizia. E prepara un tour per l’Italia


La presidente del Consiglio vuole riprendere a girare l’Italia. Il referendum sarà l’inizio di una lunga campagna elettorale, verso le elezioni politiche

(Giovanni Lamberti – ilfoglio.it) – La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha chiesto che venga compilato a Palazzo Chigi un dossier sui casi di malagiustizia. Lo userà negli ultimi dieci giorni della campagna referendaria. In tv. Ma non è l’unica novità strategica. La premier vuole riprendere a girare l’Italia. Sarà l’inizio di una lunga campagna elettorale, verso le elezioni politiche. Negli ultimi due giorni i video per commentare le sentenze dei giudici che a suo dire si muovono contro la lotta del governo all’immigrazione clandestina – come quello che riguardava le decisioni sulla Sea Watch di Carola Rackete – sono stati dettati dalla cronaca quotidiana. Da qui il j’accuse sui social contro quei magistrati politicizzati che si “mettono di traverso” nel far rispettare le leggi. Ma è su altro, e su altri casi, meno noti e di natura diversa, che a Palazzo Chigi intendono puntare davvero.

Poiché ritiene ci siano tanti casi da raccontare, utili per la propaganda a favore del Sì, Meloni ha chiesto al “fronte del Sì” di far recapitare dati e testimonianze di persone che sono state vittime della giustizia. E’ un dossier a cui sta lavorando Palazzo Chigi in modo che la premier abbia tutti gli strumenti quando si recherà in tv e parlerà negli eventi in fase di preparazione negli ultimi dieci giorni prima del referendum. Per poter spiegare, con esempi forti, agli italiani le ragioni per le quali serve “una giustizia diversa”. Messaggi semplici che possano rendere “traducibile” il contenuto della riforma. L’interrogativo è anche banale: come si arriva alla gente? Come si riuscirà a mobilitare i cittadini per il voto? Per far capire cosa significa la separazione delle carriere dei magistrati, per spiegare cosa è l’Alta corte disciplinare, per sottolineare perché ora le valutazioni dei magistrati per il Csm sono positive al 99 per cento, l’assunto è che si debba partire dalla vita delle persone, dalle loro storie con la giustizia. Come per esempio ha fatto l’azzurro Enrico Costa, che ieri ha portato alla Camera “le voci degli innocenti”, come quella del signor Angelo Massaro che ha passato 21 anni di vita in carcere: “Non auguro a nessuno di subire quello che ho patito”. Nessuna pubblicazione di atti, la premier – spiegano fonti informate sul dossier – si servirà della casistica sulla malagiustizia (l’esempio più eclatante, quello della vicenda Garlasco, come ricordato mesi fa ad Atreju) per rilanciare una riforma che “non è contro qualcuno, ma a sostegno di qualcuno” mentre la sinistra “ha impostato la campagna referendaria tutta contro il governo”. Meloni non ha in programma viaggi all’estero fino al referendum, a eccezione della trasferta a Bruxelles per il prossimo Consiglio europeo fissato per il 19 marzo. La sua volontà, confidata a più di un interlocutore, è quella di ritrovare il contatto con la gente. Di riprendere a girare per l’Italia, sul modello delle presentazioni degli accordi per lo sviluppo e la coesione siglati nelle regioni con il fedelissimo Raffaele Fitto. Magari con qualche tappa al sud dove è più alto il numero degli indecisi e di quelli che potrebbero votare No al referendum.


Santanchè, udienza per truffa rinviata di 8 mesi: il processo non si chiuderà nel 2026


La vicenda riguarda la presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid

Santanchè, udienza per truffa rinviata di 8 mesi: il processo non si chiuderà nel 2026

(repubblica.it) – Altri otto mesi di rinvio per l’udienza preliminare che vede imputata la ministra Daniela Santanchè e altri quattro, tra cui il compagno Dimitri Kunz e due società del gruppo Visibilia, per la vicenda della presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid. E i tempi sono destinati, a quanto pare, ad allungarsi ancora.

Oggi, infatti, la gup di Milano Tiziana Gueli, dato che pende un conflitto di attribuzione con la Procura sollevato dal Senato alla Consulta sull’inutilizzabilità di alcuni atti di indagine, ha deciso di aggiornare il procedimento ‘congelandolo’, come era previsto, e ha fissato la prossima udienza al 14 ottobre. Da quanto si è saputo, però, solo per effettuare il primo vaglio di ammissibilità del ricorso del Senato, a cui dovranno seguire poi udienza e decisione, la Consulta per questo genere di questioni impiega circa 6 mesi.

Quindi è probabile che per ottobre non sarà arrivata una decisione della Corte Costituzionale e sarà necessario un nuovo rinvio del procedimento a carico della senatrice di FdI, difesa dai legali Salvatore Pino e Nicolò Pelanda, e degli altri imputati. Dunque, difficile che si chiuda entro la fine dell’anno. La richiesta di processo per Santanchè e gli altri risale a quasi due anni fa, al maggio 2024.

Dopo il deposito del ricorso del Senato, la Corte Costituzionale effettuerà un primo vaglio di ammissibilità, senza contraddittorio, e poi nel caso fisserà un’udienza di discussione, per poi decidere.

Già nell’udienza del 9 luglio la difesa Santanchè aveva sollevato la questione di inutilizzabilità di una serie di registrazioni di conversazioni private tra la senatrice ed Eugenio Moschini, ex direttore di Pc Professionale, rivista del gruppo Visibilia, e di messaggi di posta elettronica in cui compariva come messa in copia per conoscenza. Inutilizzabilità perché, per la difesa, non venne chiesta dai pm per l’acquisizione l’autorizzazione a procedere del Parlamento.

Il 24 settembre, il Senato aveva approvato la proposta di sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzione con la Procura su quegli atti. I pm Luigi Luzi Marina Gravina si erano opposti allo stop del procedimento con una memoria al gup. Dopo la richiesta di processo di quasi due anni fa, l’udienza preliminare non si è ancora conclusa, tra tempi rallentati e vari stop and go. Resta, comunque, sospesa in questa fase la prescrizione.

Per l’accusa, Visibilia Editore e Concessionaria avrebbero chiesto e ottenuto “indebitamente” la Cig in deroga, “a sostegno delle imprese colpite dagli effetti” della pandemia, per 13 dipendenti e per oltre 126mila euro, ammontare della presunta truffa, tra maggio 2020 e febbraio 2022. Questo, tra i procedimenti a Milano a carico di Santanchè, è quello che è stato ritenuto il più delicato politicamente per il tipo di accusa.


L’aggressione terroristica all’Iran


(Tommaso Merlo) – Quel pupazzo sionista di Donald Trump ha schierato un’immensa potenza di fuoco nel Golfo. A spese del contribuente americano, Netanyahu sta per coronare il suo sogno di distruggere anche l’Iran colpevole di essere avverso al progetto coloniale sionista in Palestina. Israele è un micro paese ed ha dovuto corrompere la superpotenza americana per coronare i suoi deliri ideologici. Vogliono la Grande Israele e dominare con la forza bruta l’intera regione nella totale impunità e calpestando tutto e tutti. Ma i terroristi sono gli altri, ci mancherebbe. Israele è una democrazia modello, un avamposto occidentale intento a difendersi dagli incivili e che dobbiamo quindi sostenere a prescindere. Barzellette che hanno determinato la storia degli ultimi decenni e sono alla base di questa nuova aggressione terroristica all’Iran. Quel pupazzo sionista di Donald Trump ha lanciato le solite false trattative. Praticamente pretende che l’Ayatollah gli dia le chiavi di casa e faccia sedere a capotavola il figlio dello Scià che scalpita a Washington. Peccato che la bomba atomica la detiene illegalmente Israele, non l’Iran. Ed è Israele che calpesta il diritto internazionale e bombarda di continuo altri paesi facendo stragi di civili, non l’Iran. Ma oramai quello che passa nella testa di Trump non lo sa neanche lui. I sionisti l’hanno comprato al chilogrammo e pare che Epstein abbia girato un’intera videoteca sulle sue porcherie rendendolo ricattabile fino al midollo spinale. E si è messa di mezzo pure la salute, con la demenza senile che galoppa al punto che ormai siamo alla circonvenzione d’incapace. Quello che passa nella testa di Netanyahu invece si sa benissimo, ridurre l’Iran come l’Iraq, la Libia e la Siria in modo poi da passare alla Turchia che i falchi di Tel Aviv hanno già messo nel mirino. L’ennesima conferma della strategia autodistruttiva dei sionisti. Sono oltre settant’anni che ammazzo innocenti, che rubano terre e radono al suolo paesi interi e sono più insicuri e malconci che mai. Non capiscono che la violenza non fa altro che ritorcersi contro chi la perpetua creando nemici sempre più minacciosi. Già, se gli ebrei israeliani non si libereranno del sionismo, rischiano davvero una brutta fine in Medioriente. Perché la protezione americana non è affatto eterna e perché più le ideologie sono fanatiche, più il loro destino è tragico. Secondo gli esperti del Pentagono l’invasione di terra dell’Iran non è fattibile a breve. Terreno troppo vasto e montagnoso e molti Marines potrebbero fare il gesto dell’ombrello davanti all’ennesima pagliacciata. L’aggressione terroristica si limiterebbe quindi ad attacchi aerei per distruggere le infrastrutture militari e civili e per decapitare Ayatollah e soci fomentando contemporaneamente le proteste attraverso gli infiltrati dei servizi. La solita operazione di “regime change” ma con delle complicazioni pericolose. L’Iran si prepara da decenni a questa guerra ed i cervelloni persiani pare abbiano prodotto un arsenale missilistico devastante che si è solo intravisto nella guerra dei 12 giorni. Le nuove tecnologie hanno ridotto il gap militare tra ricchi e poveri e trasformato il mondo in un sanguinario videogioco. Se i missili ipersonici iraniani affondassero le portaerei americane o radessero al suolo la Knesset, tremerebbe l’Impero aprendo scenari inquietanti. Con Israele che potrebbe ricorrere all’atomica per non sparire dalle mappe e l’Ayatollah che potrebbe rimuovere la fatwa e fare altrettanto visto che ti lasciano in pace solo se ce l’hai. Ma non solo. L’Iran è la terza riserva petrolifera al mondo nonché serbatoio cinese. Dopo il Venezuela, Pechino rischia di restare a secco e la pazienza ha un limite per tutti. Con Russia ed Iran hanno poi siglato una alleanza strategica e se il conflitto dovesse degenerare, la Cina potrebbe decidere con altri paesi Brics che è ora di smetterla coi deliri a matrice sionista e dare il colpo di grazia al disastroso impero americano. Quanto a noi larve europee, non ci resta che goderci il macabro spettacolo dal divano tra propaganda mainstream travestita da giornalismo e fregnacce dei politicanti di turno nella speranza che la situazione non degeneri. Rischiamo nuove ondate di rifugiati, di dover rompere i salvadanai se chiudono lo stretto di Hormuz e perfino che figli e nipoti ricevano strane letterine. Già, è l’inconsapevolezza il vero male dell’uomo e quindi del pianeta. In un mondo sano, gli iraniani sarebbero liberi di esprimere il governo che desiderano e gli oppositori di contestarlo mentre in Palestina arabi, cristiani ed ebrei conviverebbero in pace con pari diritti e doveri come cittadini di una stessa repubblica democratica. E noi occidentali ci occuperemmo di risolvere i nostri problemi e di rendere il mondo migliore invece di insanguinarlo rischiando un devastante conflitto mondiale.


Referendum: valore democratico o spia della crisi della rappresentanza?


(Giuseppe Melillo – lafionda.org) – Il referendum occupa un posto singolare nelle democrazie contemporanee. È uno strumento antico nella sua ispirazione, cioè l’idea che il popolo possa pronunciarsi direttamente, ma moderno nei suoi effetti politici e mediatici. Ogni volta che viene convocato, riattiva un’immagine potente della sovranità popolare, con i cittadini chiamati a decidere senza intermediari, senza mediazioni parlamentari, senza compromessi di corridoio. In tempi di crescente diffidenza verso partiti e istituzioni, questa promessa di immediatezza esercita un fascino evidente.

Eppure il referendum non è soltanto un istituto giuridico previsto dalla Costituzione. È un fatto sociale complesso. È un momento collettivo che mobilita linguaggi, simboli, emozioni, appartenenze. Non si limita a sottoporre un quesito agli elettori; racconta qualcosa del clima politico e del grado di fiducia che attraversa una comunità. Ogni consultazione referendaria è, in fondo, una fotografia del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Non sorprende che il ricorso al referendum si intensifichi nelle fasi in cui le istituzioni appaiono più fragili. Quando i partiti perdono capacità di mediazione, quando il Parlamento viene percepito come distante, quando il conflitto sociale non trova canali riconosciuti di espressione, cresce la domanda di decisione diretta. Dietro molte mobilitazioni referendarie si avverte una duplice istanza: non solo “vogliamo decidere”, ma anche “chi dovrebbe rappresentarci non lo fa più”.

In questo senso il referendum assume un valore ambivalente.

Da un lato può riaprire spazi di discussione, riportare al centro dell’agenda pubblica temi che la politica aveva accantonato, costringere i decisori a misurarsi con domande rimaste inevase. La storia repubblicana è ricca di strumenti di democrazia diretta che hanno contribuito a sbloccare questioni che il circuito parlamentare tendeva a rinviare.

Dall’altro lato, però, il referendum semplifica ciò che per sua natura è complesso. Trasforma problemi stratificati in un’alternativa binaria: sì o no. La rappresentanza, invece, è un processo continuo, fatto di negoziazione, compromesso, responsabilità che si esercita nel tempo. Il voto referendario interrompe questa continuità e concentra tutto in un momento puntuale. Può diventare, in alcuni casi, una forma di delega rovesciata: non è più il cittadino a delegare il rappresentante, ma il rappresentante a trasferire sul corpo elettorale il peso di una decisione controversa, trasferendone anche la responsabilità.

C’è poi un elemento meno evidente ma decisivo. L’uguaglianza formale del voto non coincide con un’uguaglianza sostanziale nelle condizioni di partecipazione. L’accesso alle informazioni, la capacità di orientarsi tra argomenti tecnici, le risorse culturali e comunicative sono distribuite in modo diseguale. Nelle campagne referendarie la competizione si gioca spesso sul terreno delle narrazioni: conta chi riesce a imporre la propria cornice interpretativa, chi sa mobilitare emozioni, chi dispone di maggiore visibilità mediatica. Il referendum non sospende le sproporzioni della società, le attraversa e può accadere che le amplifichi.

Per questo può essere letto come uno “stress test” della democrazia. Se il sistema rappresentativo, infatti, è solido e gode di fiducia diffusa, il referendum può integrarlo, rafforzarlo, offrire uno spazio supplementare di partecipazione. Se, invece, la rappresentanza è percepita come inefficace o autoreferenziale, la consultazione popolare diventa un alert, una spia rossa sul cruscotto della democrazia: segnala una frattura, rende visibile un disagio che precede il voto e che il voto, da solo, non può risolvere.

La questione non è “chi buttare dalla torre”, evitando l’opzione binaria: scegliere tra referendum e rappresentanza come se si trattasse di modelli alternativi e incompatibili. La sfida di una società politicamente matura è interrogarsi sull’equilibrio tra i due. La democrazia diretta può essere un correttivo prezioso, una valvola di partecipazione, uno stimolo per una politica che rischia di chiudersi su sé stessa, ma non può sostituire la funzione permanente della mediazione, della deliberazione, della responsabilità istituzionale.

Il referendum resta uno strumento potente. Democratico nelle intenzioni, ambivalente negli effetti. Può ampliare la partecipazione oppure accentuare le fratture. Molto dipende dal quesito sottoposto ai cittadini. Tutto dipende dalla qualità del sistema politico che lo ospita e dalla sua capacità di rappresentare, di includere, di meritare fiducia.


Il peccato originale con l’IA che stana neonati criminali


Perfida Albione. Pensa di individuare, fin dai primi giorni di vita, chi potrebbe avere tendenze delinquenziali. Il governo di Londra ha deciso di utilizzare l’Intelligenza Artificiale per individuare, fin dai primi giorni di vita, i soggetti che potrebbero avere tendenze criminali. Lombroso, a questo punto, diventa un dilettante perché individua le tendenze criminali su individui già adulti. È chiaro che un progetto del genere si presta a ogni sorta di discriminazione: sociale, razziale, ambientale, familiare.

Il peccato originale con l’IA che stana neonati criminali

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il governo di Londra ha deciso di utilizzare l’Intelligenza Artificiale per individuare, fin dai primi giorni di vita, i soggetti che potrebbero avere tendenze criminali. Lombroso, a questo punto, diventa un dilettante perché individua le tendenze criminali su individui già adulti. È chiaro che un progetto del genere si presta a ogni sorta di discriminazione: sociale, razziale, ambientale, familiare. Ed è particolarmente inquietante che questo progetto venga proprio da Londra che è la città più multietnica del mondo perché, a ragione del secolare dominio coloniale dei britannici, vi si mescolano tutte le possibili etnie, indiane, africane, sudafricane.[…]

Il re d’Inghilterra, al momento lo sfortunato Carlo III, che ha dovuto aspettare decenni prima di salire al trono a causa della longevità della regina Elisabetta, per beccarsi subito un tumore, è il capo del Commonwealth delle nazioni, 56, che sono tuttora soggette, almeno formalmente, all’Impero britannico. È per questo motivo che, durante la Seconda guerra mondiale, i ragazzi sudafricani vennero a combattere per la libertà di un’Europa di cui non gli poteva importar di meno. Perché noi siamo stati ‘liberati’ anche dai razzisti sudafricani, è bene ricordarlo. Si vada a vedere il commovente cimitero del Commonwealth vicino a San Siro. Fra le tante tombe bianche, tutte uguali, ne troverete moltissime di ragazzi sudafricani, tutti poco più che ventenni, venuti a combattere inutilmente per la libertà d’Europa. Al Cemetery war io vado, a volte, a raccogliermi.

[…] Londra, come dicevo, è una città multietnica dove le etnie si mischiano e non va confusa, poniamo, con New York che è una città di ghetti dove gli yankee stanno nel centro, i chicanos nel Bronx, i neri ad Harlem, gli italiani a Little Italy.

Gli inglesi hanno preso una “cattiva strada”, De André, perché da paese in cui le libertà democratiche sono state sempre rispettate si stanno trasformando in un paese liberticida. È recente il provvedimento del governo inglese di vietare il fumo ai nati dopo il 2009. Un provvedimento del genere è stato preso anche da noi, dal sindaco Sala, ma per fortuna noi siamo italiani e di questi divieti, di fatto, ce ne fottiamo.

Insomma è il mondo “orwelliano” che si invera, come ha notato sul Corriere della Sera il corrispondente da Londra, Luigi Ippolito. Perché il problema autentico è che si affida all’Ai la selezione delle classi dirigenti, la discriminazione sociale e in sostanza la scomparsa del ceto medio che, in qualsiasi società, ha […] la funzione fondamentale di tenere in qualche modo legate le classi abbienti con quelle meno abbienti o per nulla abbienti. Questo sistema di indagine preventiva abbatte la presunzione di innocenza che è uno dei cardini di ogni sistema democratico (che poi in Italia la presunzione di innocenza, cioè il ‘garantismo’, sia usata per mettere al sicuro ‘lossignori’, a causa della lunghezza del nostro processo, da ogni conseguenza dei loro reati, Berlusconi docet, è un altro discorso).

Ed il vero problema della Giustizia italiana non è la separazione delle carriere, su cui si stanno accapigliando i fautori del Sì e del No, ma proprio la lunghezza dei nostri processi.

[…] Il diritto anglosassone ha preso dal diritto romano, che è un diritto contadino, pragmatico che privilegia la celerità dei processi a scapito della matematica certezza delle decisioni. Noi invece abbiamo introiettato il diritto bizantino, di Gaio e Giustiniano, che attraverso una serie infinita di controlli, sub controlli, ricorsi, controricorsi pretende di arrivare a una certezza assoluta. Il che poi, di fatto, non avviene, perché dopo vent’anni alcuni testimoni sono morti, le carte sono ingiallite e illeggibili e così via. Questa pesantezza è stata poi aggravata dal “diritto berlusconiano” che ha infilato nel nostro Codice tutta una serie di leggi, finto garantiste, che hanno la sola funzione di salvare ‘lor signori’, politici e imprenditori, dalla galera. Fu questo l’inestimabile apporto di Mani Pulite che riportò la classe politica e imprenditoriale al rispetto di quella legge che noi tutti, cittadini comuni, siamo chiamati a osservare. È da allora che è cominciata una guerra senza quartiere, da parte della classe dirigente di destra ma anche di sinistra, contro la Magistratura. Non a caso oggi il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che non è responsabile di bere oltre misura (“Nordio mezzolitro” lo chiama il bacchettone Travaglio, che è astemio) ma del fatto che quando era Pm a Venezia e i magistrati di Mani Pulite mandavano in galera corrotti, corruttori, concussori, non fu capace o non volle intercettare altrettali trasgressioni di “lor signori” a Venezia, dove pur, come ovvio, esistevano corruttori, concussori. A mio avviso è una specie di inferiority complex che lo muove mentre cerca di intimidire i giudici con esami psicoattitudinali ai magistrati, non solo all’inizio della loro carriera, ma anche alla fine (in verità, a questi esami, se non avessero un senso solo intimidatorio, dovrebbe essere sottoposto lo stesso Nordio).

Ed è particolarmente inquietante che la Giustizia britannica, in genere, per la sua storia, pragmatica, abbia dimenticato la presunzione di innocenza per condannare a priori i bambini appena nati. Ancora un passo e arriveremo al feto.[…]