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Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore?


Ci sono buoni motivi di badare a non eccedere con l’audacia anche perché correre alle urne potrebbe rivelarsi l’ultima spericolata e perdente prova d’autore

Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore?

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – 7 giugno 2026. Potrebbe essere questo il giorno in cui gli italiani tornano alle urne per decisione di Giorgia Meloni. Sarebbe il colpo di teatro, di cui c’è già traccia nei mille pensieri della premier e fatto adombrare – almeno come intendimento – nei retroscena dei giornali. Meloni deve infatti fare i conti non solo con la batosta referendaria ma soprattutto con la propria coalizione che se ne sta cedendo, sta infatti cadendo a pezzi.

Il governo così com’è sembra inservibile alle necessità. Il costo dell’amicizia con Donald Trump si sta rivelando tanto salato da rendere improcrastinabile una revisione del fidanzamento politico che sembrava fare immaginare una vera storia d’amore, diciamo così. Ma Meloni è nelle condizioni di chiudere con l’amico Donald passando di sfuggita da un punto stampa? Rinnegare la filosofia trumpiana del dominio del mondo attraverso le bombe senza spiegare e promuovere la sua terza via?

E con quali soldi si arriverà alla fine della legislatura se lo stato permanente di guerra porterà i mercati ad azzerare nei prossimi mesi ogni possibilità di immettere nelle tasche dei ceti sociali che più sono colpiti dalla crisi un po’ di euro?

C’è poi il buco nero dei ministeri rimasti praticamente senza titolare: quello del Turismo è la postazione meno grave, giacchè è un ministero senza portafoglio, le cui competenze sono in gran parte devolute alle Regioni. Invece al ministero della Giustizia risiederà per troppi mesi il principale protagonista della sconfitta referendaria: Carlo Nordio. Ogni giorno uno schiaffo, l’ultimo dei quali è la richiesta dell’Unione europea all’Italia di reintroduirre il reato di abuso d’ufficio. E cosa dire del ministero delle Imprese, guidato dall’imbelle Adolfo Urso, senza più un euro da offrire alle aziende che iniziano a boccheggiare?

Portare gli italiani alle elezioni anticipate sarebbe più ancora che una prova di orgoglio, un modo per cambiare rotta e registro narrativo e provare a deviare, bruciando sul tempo le mosse del centrosinistra, l’onda lunga favorevole all’opposizione.

Con le urne, questa l’idea, Meloni tutelerebbe il primato assoluto del suo partito, magari difendendolo dagli assalti pericolosi e imprevisti della destra radicale del generale Vannacci, in una coalizione che comunque in queste settimane cambierà pelle e tenterà a far mutare i rapporti interni. Forza Italia, l’alleata indiziata di regicidio, sarà ancora guidata da Antonio Tajani o – come la famiglia Berlusconi, (proprietaria del partito, è bene ricordarlo) chiede – non sarà invece nelle mani di una personalità esterna alla politica, magari con un leader estraneo al ceto romano e invece dentro il cerchio imprenditoriale lombardo? Una novità in casa, un nuovo competitore possibile.

Se rompe il gioco degli altri e chiama tutti alle urne, Giorgia Meloni potrà in effetti dedicarsi alla sfida finale con i progressisti a cui mancherà il tempo di realizzare le primarie. E dunque troverà Elly Schlein, la sua sfidante preferita, a contenderle palazzo Chigi.

Il guaio è che ci sono altrettanti buoni motivi, come i suoi familiari le sussurrano, di badare a non eccedere con l’audacia anche perché, visti i tempi, non è affatto detto che correre alle urne non si riveli l’ultima spericolata e perdente prova d’autore.


Donald, “pornomane” della guerra


(Daily Mail) – Donald Trump lascia intendere pubblicamente che un cessate il fuoco con l’Iran sia ancora possibile, ma – secondo fonti anonime del Dipartimento della Difesa – il Pentagono e la Casa Bianca starebbero preparando un’operazione molto diversa: un attacco su larga scala via aria, mare e terra per riaprire lo Stretto di Hormuz e colpire definitivamente Teheran.

Nel frattempo emerge un retroscena controverso: come riportato da fonti interne, il presidente seguirebbe quotidianamente l’andamento della guerra attraverso video-montaggi spettacolari dei bombardamenti, proiettati nella Situation Room. Clip di pochi minuti mostrerebbero “highlights” delle operazioni – tra migliaia di obiettivi colpiti – con immagini di esplosioni e distruzione.

Secondo diverse testimonianze, Trump sarebbe fortemente orientato alla dimensione visiva e richiederebbe continuamente nuovi filmati, discutendone poi con il suo entourage – tra cui Susie Wiles, Marco Rubio e il generale Dan Caine – e persino con giornalisti al telefono. La Casa Bianca ha smentito che la Situation Room sia trattata come un “cinema”, ma non ha negato l’esistenza dei briefing video.

Critici a Washington temono che questa esposizione continua a immagini di guerra stia alterando la percezione strategica del conflitto, alimentando una sorta di “dipendenza da distruzione”. Parallelamente, la comunicazione ufficiale diffonde contenuti propagandistici, con video che mescolano bombardamenti reali, meme e persino elementi da videogiochi.

Trump, che si era presentato come candidato anti-guerra, ha invece ampliato le operazioni militari in più teatri e sembra vivere il conflitto anche come spettacolo mediatico. Episodi recenti – come il racconto entusiasta di raid militari o la confusione tra video reali e falsi – alimentano le preoccupazioni.

Anche tra i repubblicani cresce il disagio: alcuni esponenti avrebbero lasciato un briefing segreto sull’Iran accusando l’amministrazione di scarsa trasparenza. Alla vigilia delle elezioni di medio termine, si diffonde il timore che il presidente abbia perso il contatto con la realtà e che la gestione della guerra sia influenzata più dall’impatto visivo che da una strategia lucida.


Iran, la guerra che logora l’America


La potenza del fuoco e la debolezza dello scopo

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un momento, in ogni guerra, in cui la superiorità militare smette di essere una garanzia e diventa una domanda. È il momento in cui la forza continua a colpire ma non sa più esattamente per quale risultato politico stia combattendo. È qui che si trova oggi Washington nel confronto con l’Iran. Non davanti a una sconfitta spettacolare, non davanti a una ritirata umiliante, ma davanti a qualcosa di più insidioso: l’erosione progressiva della propria credibilità strategica.

Gli Stati Uniti e Israele hanno certamente colpito duro. Hanno inflitto danni, distrutto installazioni, colpito infrastrutture, imposto all’Iran costi pesanti. Ma la domanda decisiva non è quante cose siano state distrutte. La domanda vera è se quei colpi abbiano prodotto l’effetto politico cercato. E qui la risposta appare sempre più incerta. Il cambio di regime non c’è stato. Il collasso del sistema iraniano non si è verificato. La paralisi dell’apparato militare di Teheran non è arrivata. La resa senza condizioni è rimasta uno slogan. E perfino il linguaggio di Washington, passato in poche settimane dalla minaccia assoluta alla trattativa forzata, mostra che il progetto iniziale si è scontrato con una realtà molto più resistente del previsto. 

L’Iran ha scelto il tempo

L’errore americano è stato pensare una guerra breve contro un avversario che ragiona invece sul lungo periodo. L’apparato dispiegato nel Golfo era pensato per un urto violento, rapido, concentrato. Non per una guerra di usura. L’Iran, al contrario, ha accettato fin dall’inizio la logica del sacrificio e della durata. Non ha cercato il colpo risolutivo immediato, ma il logoramento del nemico. Ha trasformato il conflitto in una gara di resistenza politica, psicologica e strategica. In questo quadro il tempo lavora meno contro Teheran di quanto lavori contro Washington.

È il punto più importante. Le democrazie occidentali, soprattutto quando agiscono dentro coalizioni nervose e su fronti multipli, soffrono i conflitti che non si chiudono in fretta. L’Iran invece combatte una guerra che considera esistenziale. E chi combatte una guerra esistenziale accetta perdite, allunga i tempi, rinuncia all’immediatezza. Non cerca di apparire invulnerabile: cerca di restare in piedi. Questa differenza di postura pesa più di molte analisi tecniche.

Missili, saturazione e vulnerabilità

Sul piano militare il conflitto non è una guerra di territori ma una guerra di saturazione. Missili, droni, bombe plananti, intercettori, radar, sistemi antimissile: questo è il lessico reale dello scontro. In un contesto simile, l’obiettivo non è soltanto distruggere, ma costringere l’altro a consumare risorse, a spostare difese, a rivelare i propri limiti. L’Iran sembra aver lavorato proprio su questo. Prima ondate intense, poi modulazione del ritmo, per testare e comprimere la tenuta dei sistemi avversari. L’effetto non è solo materiale: è psicologico. Mostrare che la difesa non è impermeabile significa incrinare la fiducia, e in guerra la fiducia è un’arma.

Da questo punto di vista emerge un elemento sempre più delicato per gli Stati Uniti: la scarsità relativa di sistemi antimissile e intercettori. Se per sostenere il fronte mediorientale bisogna spostare mezzi da altri teatri, allora il problema non riguarda più soltanto il Golfo. Riguarda l’insieme delle alleanze americane. Ogni spostamento segnala che le risorse non sono infinite, che la protezione promessa agli alleati dipende da una gerarchia mobile delle urgenze, che la deterrenza statunitense non è più una coperta illimitata ma una coperta corta. E questo, da Seul alle monarchie del Golfo, viene osservato con crescente inquietudine. 

Il paradosso delle monarchie arabe

Per anni la presenza americana nel Golfo è stata giustificata come garanzia di sicurezza contro l’Iran. Oggi quella stessa presenza produce l’effetto inverso. Le basi usate per colpire Teheran trasformano i territori che le ospitano in bersagli. Gli Stati arabi si ritrovano così in una posizione scomoda: dipendono dalla protezione americana, ma proprio quella protezione li espone al rischio. È una contraddizione devastante, perché mina il cuore del rapporto politico tra Washington e i suoi partner regionali.

Ne nasce un doppio scarto. Da un lato aumenta la prudenza delle monarchie del Golfo, che cercano canali di mediazione e non vogliono essere trascinate in una guerra totale. Dall’altro lato si rafforza l’idea che l’America non sia più un fattore di stabilizzazione, ma un acceleratore di instabilità. In Medio Oriente questo cambiamento di percezione conta quasi quanto l’equilibrio delle forze.

Kharg, Hormuz e la guerra dell’energia

La dimensione geoeconomica del conflitto è forse ancora più importante di quella militare. L’isola di Kharg, terminale vitale per l’export petrolifero iraniano, è il simbolo di questa realtà. Colpirla o cercare di occuparla significherebbe aggredire il cuore energetico del Paese. Ma proprio per questo la sua eventuale conquista sarebbe molto più facile da immaginare che da sostenere. Prendere un’isola è un conto. Tenerla sotto la minaccia continua dei missili iraniani è un altro.

Lo stesso vale per Hormuz. Non serve chiudere fisicamente lo stretto per paralizzarlo. Basta rendere troppo rischioso attraversarlo. Oggi i veri sovrani dei colli di bottiglia marittimi non sono solo le marine da guerra, ma le assicurazioni, i premi di rischio, i costi di trasporto, la paura degli armatori. È qui che l’Iran dispone di una leva formidabile. Può trasformare il rischio militare in shock economico, senza bisogno di controllare in modo assoluto ogni miglio nautico. Per l’Europa e per l’Asia significa energia più cara, logistica più fragile, inflazione più difficile da contenere. La guerra nel Golfo non resta nel Golfo: entra nelle fabbriche, nei bilanci pubblici, nei prezzi al consumo.

E se a Hormuz si aggiunge il possibile ritorno di una pressione su Bab el Mandeb, allora la crisi si allarga dal Golfo al Mar Rosso, cioè alla grande arteria che collega l’Oceano Indiano all’Europa. A quel punto il conflitto non sarebbe più soltanto una guerra regionale con effetti globali. Sarebbe una guerra direttamente globale nei suoi effetti economici. 

La trattativa sotto bombardamento

Anche sul piano diplomatico l’Occidente mostra un’ambiguità profonda. Si parla di negoziato, ma sotto le bombe. Si evocano canali di dialogo, ma dentro un quadro di ultimatum. Non è diplomazia nel senso classico del termine. È coercizione armata accompagnata da un lessico negoziale. L’obiettivo non è costruire un compromesso, ma imporre una capitolazione presentabile come accordo.

L’Iran, invece, sembra aver chiarito una linea semplice: fine dell’aggressione, garanzie contro una ripresa del conflitto, riconoscimento di una cornice politica più stabile. Si può discutere quanto questa posizione sia realistica o accettabile, ma almeno risponde a una logica coerente. La posizione americana, al contrario, oscilla continuamente tra annuncio di vittoria, minaccia di escalation e apertura negoziale. Questo oscillare non rafforza la deterrenza: la consuma.

La Russia media, l’Europa sparisce

In questo quadro colpisce il vuoto europeo. L’Unione Europea non orienta il conflitto, non media, non detta condizioni. È fuori dalla stanza dove si decidono le cose. La Russia invece, senza voler entrare direttamente in guerra, conserva una carta decisiva: parla con tutti. Con Teheran, con gli arabi, con Israele, con Washington. E nel Medio Oriente di oggi chi riesce a parlare con tutti vale spesso più di chi bombarda di più.

Anche questo è un segnale del nuovo disordine mondiale. L’Occidente mantiene una superiorità tecnica enorme, ma non sempre riesce a tradurla in architettura politica. Altri attori, pur meno forti sul piano militare, si ritagliano spazio proprio nelle crepe aperte da questa difficoltà.

La sconfitta che non ha bisogno di una disfatta

Il nodo finale è qui. Gli Stati Uniti possono continuare a colpire. Possono ancora infliggere distruzioni pesanti. Possono allargare il confronto e alzare il livello della violenza. Ma tutto questo non basta a garantire una vittoria. Per vincere occorre piegare la volontà dell’avversario e tradurre la forza in ordine politico. Finora questo non è accaduto.

L’Iran ha subito colpi durissimi, ma non è crollato. Ha perso uomini e strutture, ma non la capacità di combattere né quella di resistere. Anzi, sembra aver trasformato la propria vulnerabilità in una forma di potenza strategica: la potenza di chi costringe l’avversario a spendere di più, a esporsi di più, a dubitare di più.

È per questo che il vero rischio per Washington non è una disfatta militare classica. È una sconfitta più sottile e più moderna: entrare in una guerra con tutta la superiorità del mondo e uscirne con meno autorità di prima. 


I conquistadore di Silicon Valley


A Roatán, nell’isola senza regole dei nababbi della Silicon Valley. Acque limpide, barriera corallina, spiagge dorate. E ora anche un “porto franco” da capitalismo libertario spinto per anarco-nababbi alla Peter Thiel. Con zero regole e tassazione ai minimi. In Honduras. Mentre tutto intorno è miseria. Reportage

Il resort di Pristine Bay, nella stessa isola centramericana (Giovanni Porzio)

(di Giovanni Porzio – repubblica.it) – Roatán (Honduras). A cinque secoli dalla sciagurata spedizione di Gonzalo Pizarro in cerca della mitica El Dorado, un gruppo di neo-conquistadores digitali sembra infine aver trovato la città dell’oro in un’isola del Mar dei Caraibi. Roatán, un’ora di traghetto dalle coste dell’Honduras, è famosa per le sue acque cristalline, le immersioni nella seconda barriera corallina più grande al mondo e le spiagge da cartolina: gigantesche navi da crociera vi sbarcano ogni giorno centinaia di vacanzieri. Ma i turisti non sanno che in un angolo di quel paradiso tropicale alcuni investitori e nababbi della Silicon Valley stanno dando vita a Próspera, un controverso progetto di capitalismo libertario che si propone, niente meno, di “cambiare il corso dell’umanità”.Gli sponsor del progetto si rifanno ai testi di Ayn Rand, filosofa e scrittrice russa sostenitrice del capitalismo laissez-faire, emigrata nel 1926 negli Usa dove collaborò con la Commissione per le attività antiamericane di Joseph McCarthy; e più recentemente alla teoria delle “charter cities” elaborata dall’economista e premio Nobel Paul Romer: città-modello che, catalizzando tecnologia e investimenti, avrebbero contribuito alla crescita dei Paesi in via di sviluppo.

Un chiosco nel villaggio di Crawfish Rock, a Roatán, in Honduras. (Giovanni Porzio)

“República bananera”

L’Honduras, dove la metà della popolazione vive sotto la linea della povertà, era il banco di prova ideale: una “república bananera” (nel Novecento la United Fruit e le altre compagnie bananiere possedevano 40 mila ettari di terra), con una storia di colpi di Stato e di governi corrotti e asserviti a Washington. Nel 2009, dopo l’ennesimo golpe, fu approvata una legge che autorizzava la creazione di zone di sviluppo speciale. La Corte suprema la dichiarò incostituzionale, ma i giudici furono destituiti e tre anni dopo il Parlamento presieduto da Juan Orlando Hernández approvò un decreto che istituiva le Ze-de (Zonas de Empleo y Desarrollo Económico), da cui Próspera è nata. Non senza intoppi e strascichi legali. Hernández, che riuscì a vincere due consecutive elezioni presidenziali platealmente truccate, fu in seguito arrestato, estradato negli Usa e condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico: è stato graziato lo scorso dicembre da Donald Trump. Xiomara Castro, succeduta al narco-presidente, ha ottenuto l’abrogazione della legge sulle Zede, ritenute contrarie all’interesse nazionale, ma Próspera non ne ha tenuto conto e ha risposto con una causa internazionale del valore di 11 miliardi di dollari, pari a circa il 40 per cento del Pil honduregno, sostenendo che l’Honduras stesse violando gli obblighi contrattuali nei confronti degli investitori.La disputa non avrà seguito in tribunale, visto che in gennaio al posto di Xiomara si è insediato Nasry Asfura, uomo di Trump e dei suoi amici miliardari. Ma chi sono gli sponsor di Próspera? E cosa stanno davvero facendo a Roatán?

I finanziatori

La società, Honduras Próspera Inc., è registrata nel Delaware a nome di Erick Brimen, imprenditore venezuelano che figura come amministratore delegato e che ha speso centinaia di migliaia di dollari per influenzare il Congresso di Washington a favore del suo progetto. Tra i finanziatori spiccano l’anarco-capitalista e teorico libertario Patri Friedman, nipote dell’alfiere del liberismo economico Milton Friedman; Balaji Srinivasan, investitore e tecnologo delle criptovalute, che nel suo libro The Network State prevede la sostituzione degli Stati-nazione con micro stati privati e comunità digitali; Marc Andreessen, uno dei pionieri del web e dell’intelligenza artificiale; e il venture capitalist e libertario radicale Peter Thiel, tycoon miliardario della Silicon Valley, co-fondatore (con Elon Musk) di PayPal e di Palantir, la società di software specializzata nell’analisi segreta dei “big data” utilizzata dalle agenzie di intelligence, dall’esercito americano e da numerosi governi. Nomi che ricorrono anche nelle altre smart cities in gestazione, come l’East Solano Plan nella baia di San Francisco, Liberland tra Serbia e Croazia o Praxis, un cripto-stato che dovrebbe sorgere in California o “da qualche parte nel Mediterraneo”.

A disposizione dei residenti della “startup city”, anche il Bitcoin Center (Giovanni Porzio)

Vantaggi palesi

Próspera è invece già in funzione. Per accedere alla “startup city” bisogna munirsi di un permesso online, attraversare le foreste e le colline di Roatán per una strada a tratti sterrata e superare i controlli delle guardie private che presidiano la zona. Non è ancora una città, anche se conta 350 aziende e un numero variabile di abitanti, in gran parte e-residents che vivono altrove. Consiste per ora di un edificio residenziale di 14 piani, la Duna Tower, completo di piscina, palestra e spazi di co-working, e collegato con la navetta “Liberty Line” al Bitcoin Center e a Pristine Bay, un lussuoso resort con spiaggia privata, campi da tennis, golf a 18 buche e una scuola Montessori per i figli dei “nomadi digitali” che lavorano al progetto. I vantaggi per gli investitori sono palesi: tasse all’1 per cento, registrazione di una società “in sei click online”, transazioni in criptovaluta, arbitrati privati per le controversie, governance digitale, totale libertà di ricerca, possibilità per le imprese di aderire a normative giuridiche estere e di aggirare i regolamenti nazionali e i protocolli internazionali nei campi più avanzati dell’innovazione tecnologica e biomedica.Infinita VC, il primo fondo di venture capital con sede a Próspera, fondato dal tedesco Niklas Anzinger, finanzia soprattutto startup nei settori della terapia genica e delle biotecnologie come Minicircle e Symbiont Labs, che propongono trattamenti per allungare la vita “rendendo la morte opzionale” o di trasformare gli esseri umani in cyborg, organismi cibernetici, mediante l’impianto di chip sottocutanei. Principale testimonial di Minicircle è il biohacker e guru dell’immortalità Bryan Johnson, che a Próspera si è sottoposto a una terapia a base di follistatina (un’iniezione nell’addome costa 25 mila dollari) che non è autorizzata da alcuna autorità sanitaria del pianeta.Gonçalo Hall, imprenditore portoghese che incontro a Pristine Bay, minimizza queste pratiche ai limiti della legalità: «Siamo solo una delle cinquemila zone economiche speciali oggi esistenti al mondo, create per attirare investimenti in un ambiente fiscale favorevole, senza burocrazia, corruzione e controlli asfissianti. L’obiettivo di Próspera è formare una comunità di ricercatori che si scambiano idee ed esperienze per stimolare l’innovazione e l’economia. Il resto sono fantasie». Può darsi. Ma intanto, almeno finora, l’economia dell’isola non ne ha tratto alcun beneficio. E gli abitanti della zona sono sul piede di guerra.A cinque minuti di cammino dalla Duna Tower e dai bancomat che sfornano Bitcoin, il villaggio di Crawfish Rock, 700 neri caraibici appollaiati su palafitte con il tetto di lamiera, una scuola elementare senza banchi e senza libri, una pulperia che vende banane fritte e CocaCola, sprofonda nella povertà e nell’abbandono, nelle piaghe della droga e dell’alcolismo.

Pescatori a mani vuote

Ariel Webster, 77 anni, pulisce le cernie e i barracuda che ha pescato pagaiando tra le mangrovie dall’alba al tramonto. «Oggi è andata bene» dice. «Ma spesso torno a mani vuote. Devo sfamare una famiglia numerosa e un terzo del pescato è per il proprietario della canoa». Gli occhi azzurri di Ariel, chissà da dove vengono, sono pieni di tristezza e di rassegnazione. Una delle sue figlie è rimasta vedova, con cinque bambini, e la sua palafitta cade a pezzi, come le altre del paese. «Da noi i turisti non vengono» racconta. «Scendono dalle navi dall’altra parte dell’isola, si fermano per poche ore, comprano un po’ di T-shirt, scattano qualche selfie e se ne vanno. I gringos sono arrivati qui con le tasche piene di dollari, hanno comprato i terreni e hanno cominciato a costruire».«Ci hanno ingannato» sostiene Luisa Connor, leader della comunità di Crawfish Rock, che dal 2020 si batte contro Próspera. «Credevamo volessero costruire un resort. Poi ci siamo accorti che progettavano di espandersi espropriando le nostre terre ancestrali. Ma noi continueremo a difendere la nostra cultura e le nostre case. Da qui non ce ne andremo».La comunità è divisa. La smart city impiega come manovali e giardinieri soprattutto lavoratori importati dalla Moskitia honduregna, con salari di 9.000 lempiras (400 dollari al mese) e senza diritti sindacali, ma anche giovani del villaggio come Henry, che ha aperto a Próspera una startup di noleggio auto e gestisce la navetta Liberty Line. «L’indotto» afferma «genera profitti anche per la popolazione locale».Intanto, a poche centinaia di metri dalla catapecchia di Ariel Webster, le ruspe sono in azione. La società Nomad Homes si appresta a realizzare una serie di abitazioni modulari disegnate dallo studio di architetti Zaha Hadid, mentre ai 400 ettari di Próspera si sono aggiunti, sulla terraferma, il porto di Satuyé, a La Ceiba, e la zona economica speciale di Morazan, a San Pedro Sula, fondata dal finanziere italiano Massimo Mazzone, proprietario di una catena di farmacie finite sotto inchiesta per la presunta distribuzione di medicinali alterati.Ma il nocciolo della questione, secondo Michele Kettmaier, uno dei più autorevoli studiosi dei media digitali e dell’impatto sociale delle tecnologie, è un altro. «Próspera» argomenta Kettmaier nel suo blog Informazione civica «non è soltanto una città-startup; è un prototipo di governance post-statale, un esempio tangibile di ciò che può accadere quando la legittimazione politica viene trasferita a soggetti che non rispondono a un bene comune ma a un portafoglio di investimenti. Il cuore del dispositivo non è la fiscalità leggera, né la promessa di innovazione, ma l’idea che la sovranità possa essere spacchettata in componenti, resa modulare, ricomposta in un regime privato dove la legittimazione non proviene dal popolo ma dal capitale e dove le regole non sono vincolate a un processo deliberativo, ma al modello di business di una società che opera come infrastruttura politica oltre che finanziaria».Una cosa è certa: nella città-Stato governata dagli algoritmi e dai “nomadi digitali” non ci sarà mai posto per i pescatori di Crawfish Rock.

Sul Venerdì del 27 marzo 2026


Daniela Santanchè riappare sorridente per la prima volta sui social, dopo le dimissioni


(ANSA) – ROMA, 28 MAR – Daniela Santanchè riappare sorridente per la prima volta sui social, dopo le dimissioni dal ministra del Turismo rassegnate giovedì in serata, per ringraziare la “fantastica squadra” dei collaboratori del MiTur. “Ognuno – dice in un video – ci ha messo passione, volontà, determinazione e siamo stati in questi tre anni e mezzo una squadra, perché io ritengo che da soli non si vince mai e credo che il ministero del Turismo, per carità, con i nostri limiti in questi anni ha lavorato veramente bene”. “Mi ricorderò di ognuna di queste persone, perché la vita è lunga e bisogna sempre ricordarsi di essere insieme, di essere una squadra”.

L’ex ministra del Turismo nel videomessaggio spiega: “Voglio veramente ringraziare tutti i collaboratori del ministero del Turismo. Vorrei ringraziarli uno per uno. Voglio ringraziare dal Segretario Generale, al Capo di Gabinetto, all’Ufficio Stampa, al Portavoce, alla Segreteria, al Capo dell’Ufficio Legislativo, a tutti coloro che hanno lavorato”.   

E facendo un bilancio spiega che crede di aver lavorato bene in questi 3 anni e mezzo: “Il merito non va a me, va a questa squadra fantastica che voglio ringraziare personalmente”. Infine la raccomandazione: “Bravi, continuate a lavorare così, continuate a portare avanti il ministero del Turismo, perché, come abbiamo sempre detto, è importante per la crescita della nostra economia nazionale. Grazie, il mio è veramente un ringraziamento che sento, perché siete stati fantastici e meravigliosi. Grazie a tutti”.    

La ministra, che appare sorridente e rilassata con un completo in due nuance di marrone, è all’aperto all’esterno della villa nel cuore del parco della Versiliana dove si è temporaneamente ritirata con i suoi familiari dopo le dimissioni di giovedì sera.


Veneziani: “Ascoltate invece di offendervi”


(estr. di Marcello Veneziani) – Insomma, che succede al governo Meloni con la botta del referendum perduto? La spiegazione piatta e superficiale è che ha vinto l’Italia del No, che era poi non solo il No alla riforma ma soprattutto il No al governo Meloni. […]  Era scontato che l’Italia di opposizione, con poche defezioni, votasse compatta in quel modo, ma non era prevedibile che il No diventasse la maggioranza dei votanti : resta da spiegare perché un arcipelago di minoranze si trova poi maggioranza nelle urne […]

A mio parere la principale spiegazione resta il mutato clima internazionale tra dazi, occupazioni, invasioni, guerre, distruzioni, minacce e gli effetti che ha generato nella gente tra riflessi e paure. Una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele nel Medio Oriente; il governo Meloni è stato assimilato per affinità politica al duo Trump-Netanyahu, scontando colpe altrui. […] per noi italiani […] vuol dire crisi energetica, ricaduta economica nella vita corrente.

[…] la politica estera, è diventato il suo punto debole: la Meloni doveva essere il ponte tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, l’alleata preferita di Trump, ma tutto questo si è capovolto da quando l’aspirante Nobel della Pace ha preteso il Nobel della guerra. Così la Meloni è rimasta schiacciata tra la prepotenza dell’alleato e l’impotenza dell’Unione europea […]

Insomma la politica estera è diventata il tallone d’Achille della Meloni e la smentita nei fatti del sovranismo con cui si era presentata agli italiani. Bisogna pure aggiungere che il voto giovanile al referendum è stato molto condizionato dal quadro internazionale: il loro era un No alla guerra, a Trump, a Israele e al loro terminale italiano, oltre i pro Pal o gli antifa.

Dopo tre anni e mezzo di prudenza e piccoli passi, in cui il bene principale del governo era la sua stabilità duratura, l’unica cosa che veniva prospettata al Paese era la riforma della giustizia, ossia il compimento di un progetto berlusconiano. […] ma si possono concentrare gli sforzi su quella riforma rispetto a ogni altra priorità e riforma, mobilitare il Paese su quel tema che veniva recepito come un regolamento di conti tra politica e magistratura?

Qui permettetemi di dar voce a quel segmento critico di elettori della Meloni che dice: l’abbiamo votata per cambiare, dopo aver avuto un governo tecno-politico di coalizione generale; ma dopo tre anni e mezzo cosa è cambiato davvero per noi italiani, per noi cittadini, per noi contribuenti, per noi famiglie? Cosa è cambiato sul piano dei flussi migratori, della sicurezza, del declino culturale e sociale, dei «valori», della salute, della vita pubblica, dei servizi e della pubblica amministrazione?

Quella fetta di elettorato risponde che non è cambiato niente o quasi e qualcuno aggiunge: di tracce della destra sociale e nazionale al governo neanche l’ombra. […] Insomma sul referendum ha influito il clima generale di sfiducia; la gente, o meglio una fetta non maggioritaria ma determinante del popolo italiano, non si fida di nessuno, e ha paura; e chi ha paura non vuole scossoni, diventa conservatore ma non nel senso dei valori.

Questo è un Paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti; la cosa più difficile da fare sono le riforme. La Meloni non ha perso la simpatia popolare che riscuote nel Paese, anche se si è appannato il suo appeal e si è incrinata quell’aura vincente.

Com’era prevedibile il superamento della sconfitta richiede riti sacrificali e si sono perciò trovati alcuni capri espiatori. Qui magari hanno ragione i critici e gli oppositori a osservare: c’è stato bisogno di una sconfitta per farli dimettere, non sarebbe stato più credibile farlo prima? Se mandi via dal governo i tuoi che sono stati attaccati dalla stampa e dall’opposizione dai un segno di debolezza. Se lo fai dopo una sconfitta, invece, può essere un rito sacrificale per riprendere vigore.

Resta ora da compiere una scelta di fondo per l’ultimo giro di boa prima del voto: tirare a campare senza più osare riforme oppure tentare il colpo d’ala e di reni, coi rischi che comporta un’azione tardiva in una compagine ammaccata. Temo la sintesi al peggio: la parvenza di un drastico cambio di passo solo annunciato per continuare poi di fatto a galleggiare. E magari rinchiudersi in un bunker in cui ci si fida solo dei famigliari.

Però lasciateci tornare sul tema dell’inadeguatezza del ceto di governo; la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio. Inadeguati sono in tanti, anche nel cerchio più ristretto e militante della Meloni, e lo vediamo ogni giorno. […] chi, come noi, aveva espresso «da destra» critiche ragionate al governo Meloni evidentemente non aveva torto. Se le avessero prese in considerazione anziché sentirsi traditi e pugnalati, e se avessero capito che volevano spingere a cercare rimedi e non facevano «il gioco della sinistra» per trarre immaginari vantaggi, sarebbe stato più utile per loro. Una critica preventiva vale molto più della constatazione postuma del sinistro. Aprite la mente e gli scenari, chiudete le sezioni in cui siete ancora barricati.


La denuncia di Ilaria Salis e la perquisizione in hotel a Roma: “L’Italia ormai è un regime”


Ilaria Salis, il racconto della perquisizione: «Io tenuta per un’ora nella stanza dell’hotel. Mi hanno chiesto se andavo al corteo, non hanno nemmeno fatto il verbale». «Ho detto subito che sono una deputata europea ma loro sono andati avanti con le domande e alla fine non hanno fatto il verbale. Sono arrivati direttamente alla porta della stanza senza l’avviso della reception».

ILARIA SALIS POLITICO - COMMISSIONE DELL'EUROCAMERA SÌ ALL'IMMUNITÀ PER ILARIA SALIS - FOTO ARCHIVIO - fotografo: IMAGOECONOMICA

(di Rinaldo Frignani – corriere.it) – «Sono arrivati alle 7,30 in hotel, hanno bussato direttamente alla porta della camera e sono rimasti oltre un’ora. Mi hanno chiesto se avevo intenzione di andare alla manifestazione se avevo con me oggetti per offendere». 

È provata ma anche sconcertata Ilaria Salis per quanto accaduto oggi, sabato 28 marzo, giorno di manifestazione prevista a Roma. Perché si tratta di una deputata del Parlamento europeo e perché il controllo di polizia scattato all’alba «era evidentemente collegato al corteo».

«Sono arrivata a Roma giovedì – spiega Salis – e ho svolto alcune attività per il mio ruolo di parlamentare europeo. Non era un mistero che fossi nella Capitale. Però fino a oggi non era accaduto nulla. E invece questa mattina alle 7,30 hanno bussato alla porta della mia stanza e quando ho aperto mi sono trovata davanti i poliziotti. Mi hanno detto che erano arrivati per semplici accertamenti».

Salis chiarisce che non c’è stata – come solitamente avviene in questi casi – una telefonata preventiva da parte della reception dell’hotel. E poi continua: «Appena li ho visti ho spiegato che sono una parlamentare ma loro mi hanno cominciato a fare domande dirette sul corteo. “Ha intenzione di partecipare?” “Custodisce oggetti particolari?”. Ho ribadito di essere una parlamentare ma sono andati avanti e sono rimasti nella mia stanza per circa un’ora».

Alla fine, nonostante la richiesta di Salis, «hanno deciso di non compilare alcun verbale. Sono andati via come nulla fosse ma era evidente che erano arrivati perché oggi a Roma c’è il corteo».

Le accuse, la detenzione, l’elezione: la storia di Ilaria Salis

Ilaria Salis – all’epoca una insegnante 39enne, da sempre impegnata in movimenti antifascisti -venne arrestata l’11 febbraio 2023 con l’accusa di aver partecipato al pestaggio di alcuni neonazisti durante un evento di skinheads e hooligans, radunatisi a Budapest per commemorare un battaglione nazista. I due neonazisti riportarono ferite lievi; Salis venne fermata in un taxi, assieme con due «antifa» tedeschi, ore dopo l’aggressione, a cui ha sempre sostenuto di essere del tutto estranea.

Inizialmente fu accusata di aver preso parte a quattro aggressioni; per due di queste la contestazione cadde, visto che all’epoca dei fatti non era ancora arrivata in Ungheria. Quando venne fermata, Salis fu trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha raccontato poi suo padre). Tenuta per mesi in carcere in Ungheria, in condizioni degradanti, Salis venne poi eletta con Alleanza Verdi e Sinistra al Parlamento europeo: per questo gode dell’immunità riservata agli eurodeputati, e per questo è stata liberata nel giugno del 2024, dopo un anno, quattro mesi e tre giorni di detenzione.

Nell’ottobre del 2025, la plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo votò per la conferma dell’immunità a Salis, con un solo voto di scarto. Su Instagram Salis postò una foto di sé in piedi in Aula con il pugno alzato e la caption«Siamo tutti antifascisti!». E parlando fuori dall’Aula disse che «è una vittoria dell’antifascismo, dell’Europa antifascista». In una nota rimarcò poi come quello fosse «un voto per la democrazia, lo stato di diritto e l’antifascismo. Questa decisione dimostra che la resistenza funziona. Dimostra che quando rappresentanti eletti, attivisti e cittadini difendono insieme i valori democratici, le forze autoritarie possono essere affrontate e sconfitte». Avvertendo però: «La lotta è tutt’altro che finita. Le minacce permangono e continuare a lottare è essenziale. Tutti gli attivisti antifascisti presi di mira per aver sfidato l’autoritarismo e le forze fasciste devono essere difesi».

In che cosa consiste l’immunità parlamentare

Come spiega il Parlamento europeo qui, l’immunità parlamentare «non è un privilegio personale dei deputati, ma una garanzia che un deputato al Parlamento europeo possa esercitare liberamente il suo mandato senza essere esposto a una persecuzione politica arbitraria», e prevede che i membri del Parlamento europeo «non possano essere ricercati, detenuti o perseguiti per le proprie opinioni o per i voti espressi nella loro veste di deputati al Parlamento europeo». 

L’immunità degli europarlamentari è duplice e consiste anzitutto «in una immunità analoga a quella concessa ai membri del parlamento nazionale, nel territorio dello Stato membro di origine; e nell’esenzione da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario, nel territorio di ogni altro Stato membro».

L’immunità non può comunque essere invocata «nel caso di flagrante delitto».


Lo sbarco, lo stop a Trump e la pace


(Tommaso Merlo) – Trump sta negoziando con l’arteriosclerosi non con l’Iran e sta pure soccombendo. Mette e toglie ultimatum da solo vantandosi della grandiosa vittoria mentre barcolla come un bullo da bar qualsiasi e il mondo tiene il fiato sospeso per lo sbarco. Davvero importante amare i propri figli in modo che non facciano del male a se stessi e al mondo. Vale per Trump come per tutti coloro che lo hanno votato e la mafia lobbistica che lo manipola. Davvero fragile la democrazia in tempi di pandemia egoistica devastante. In attesa dello sbarco imperversano manovre diversive come prima di quello in Normandia anche se oggi tutto puzza più di invasione della Polonia. A furia di servire il dio danaro, l’Occidente ha svenduto pure l’anima e da paladini del mondo libero siamo diventati aggressori sanguinari di chiunque osi infastidire la nostra egemonia. Davvero importante l’educazione, invece che insegnare odio e paura dobbiamo insegnare ai nostri figli come abbattere ogni muro mentale perché è la pace il bene supremo sia personale che collettivo. Ma nel frattempo il mondo tiene il fiato sospeso per lo sbarco e si chiede chi e cosa possa stoppare Trump. Se avesse una coscienza sana si potrebbe appellare a quella, ma oggi per fare politica non serve e Trump la sua l’ha barattata con Epstein in cambio di ragazzine. Neanche il cervello di Trump ci può aiutare, da narcisista patologico non cagava nessuno già prima, figurarsi oggi in pieno marasma senile. Snobba perfino i suoi generali mentre si pavoneggia circondato da imbarazzanti signorsì che nemmeno Kim Jong Hun. Potrebbero essere le bare di soldati americani a stoppare Trump. Dopo decenni di sanzioni la soglia di dolore dei persiani e infatti a livelli palestinesi, gli americani vanno invece nel panico guardando i telegiornali e facendo la spesa. La crisi intestina è poi tale che se Trump fa crepare soldati americani per gli assurdi deliri sionisti o per qualche sconcio scheletro personale, è la volta che finisce a testa in giù. Al momento ha inviato qualche migliaio di incursori, ma per invadere un paese vasto come l’est europeo di oltre novanta milioni di persone ci vuole ben altro. Iraq docet e Afghanistan pure. Gli americani potrebbero avere in mente una azione terroristica o una operazione simbolica per salvare il faccione arancione del presidente e good bye. Del resto gli americani abbandonano le guerre con la stessa facilità con cui le scatenano e sanno anche loro che se entri in una guerra di logoramento preparato per una guerra lampo, sei fottuto. Ma a stoppare Trump potrebbero anche essere i titoli di stato americani o meglio la bancarotta, a quel punto perfino la mafia lobbistica sarebbe costretta a rinculare insieme agli oligarchi. Se va a fuoco la giungla di mercato, si salvi chi può. Perfino la mega lobby sionista sarebbe costretta a togliere il cappio al suo burattino presidenziale perché se crollano economicamente gli Stati Uniti rimangono soli e nudi circondati da decine di milioni di arabi, persiani e turchi col coltello tra i denti e pure affilatissimo dopo il genocidio del secolo. Già, l’arma economica iraniana è peggiore dei missili ipersonici, non solo la chiusura ermetica dello Stretto ma anche quella del Mar Rosso con gli Houthi dello Yemen più arzilli che mai. Roba che torniamo alla circumnavigazione dell’Africa come ai tempi di Vasco da Gama col rischio di non poterci più permettere tutta la spazzatura che produciamo. Americani e sionisti hanno sganciato l’inferno sull’Iran ma che a stoppare Trump sia una resa persiana appare improbabile per adesso, la Repubblica islamica è determinata a vendere cara la pelle e ogni crimine di guerra la rafforza. Un conto è demolire edifici dal cielo, un conto vincere le guerre. I sionisti hanno bombardato un buco come Gaza a tappeto per due anni senza ottenere nulla, figuriamoci con un paese immenso come l’Iran e con un esercito vero. Anche la resistenza libanese doveva essere piegata ed invece sta battendo ogni record di carrarmati sionisti frantumati. Pezzi grossi israeliani criticano apertamente Netanyahu che li ha trascinati in una guerra totale senza vincerne mezza e confessano che il loro esercito è sull’orlo del collasso. Stremato, traumatizzato ma anche senza mezzi e motivazioni e col paradosso che potrebbe essere la lobby sionista a Washington a supplicare di nuovo Trump di placare la furia dei Pasdaran prima di fare la fine dei profughi palestinesi. Non resta che attendere col fiato sospeso uno sbarco americano che puzza più di Polonia che profumare di Normandia, tante incognite e poche certezze come la fragilità della democrazia in tempi di pandemia egoistica devastante. Come l’importanza di amare i propri figli ed insegnarli ad abbattere ogni muro mentale essendo la pace il bene supremo sia personale che collettivo.


Dimissioni e referendum nascondono il vero punto debole del governo Meloni: la cultura magmatica di partenza


Una volta preso il potere nazionale, è mancata alla leader di Fratelli d’Italia la lucidità di volersi aprire decisamente al di fuori dell’ambito originario

Dimissioni e referendum nascondono il vero punto debole del governo Meloni: la cultura magmatica di partenza

(Paolo Martini – ilfattoquotidiano.it) – Nella temperie politica del momento, distratti dai casi Delmastro, Santanchè and co. e dalla vittoria del No, si tende a dimenticare il vero punto debole di Giorgia Meloni, che peraltro la sua capacità di leadership riesce a non far distinguere. E si può esattamente far risalire all’estrazione comune di una gran parte della classe dirigente meloniana, tempratasi non solo e non tanto dinanzi alla fiamma che nel simbolo di Fratelli d’Italia indica la continuità con il Movimento Sociale Italiano, ma in una destra-destra davvero sui generis.

Meloni e tanti suoi più stretti collaboratori e interlocutori, a ben vedere, hanno in comune radici che vanno dalle varie correnti romane dell’Msi, come i Gabbiani, agli ex ‘rautiani’ (Pino Rauti fu il leader di una sorta di sinistra dell’Msi, che voleva riportarsi a una maggiore fedeltà verso le radici ideologiche nazional-popolari rivoluzionarie) e persino in fondo ai post-fascisti che si richiamavano vuoi alla Nouvelle Droite francese, vuoi addirittura a una certa re-visione delle basi culturali di riferimento del nazismo (aderendo a una certa lettura di Nietzsche, dell’esoterismo, del neo-paganesimo, di Heidegger, e via elencando).

Sembrano paroloni ma indicano una sostanza magmatica, che produce quello che il filosofo francese Alain Badiou imputa, sul fronte opposto, alla cultura dominante progressista, generando cioè ‘disorientamento culturale’, con categorie d’interpretazione della realtà non proprio fresche né adeguate al presente, tanto novecentesche quanto sempre tentate di rivolgersi a un’idea quasi eterna del mondo, più magica che razionale (Plotino, la Tradizione, i miti, gli arcani). A prescindere dal giudizio, si tratta di una cultura comunque ‘minoritaria’, e non solo nelle parti estreme che si rivolgono esplicitamente a pochi eletti: basti pensare anche soltanto che questa destra si fonda sull’aperta contrapposizione non tanto semplicemente all’ideologia marxista, comunista e/o a quel che ne resta, ma anche ai cattolici e al pensiero sociale della Chiesa, per non dire del liberalismo che, nella più recente versione turbo-liberista, domina il mondo da almeno trent’anni.

Meloni non solo ha rivendicato con orgoglio queste radici, sue e della sua classe dirigente, ma ha provato a praticare una sorta di ‘contro-egemonia’ per ribaltare questa stessa posizione minoritaria in fondamento dell’esercizio del potere culturale. Tutte le posizioni chiave in questo ambito, dalla televisione pubblica alla Biennale di Venezia, per citare la vetrina più importante, di peso internazionale, sono state occupate da figure di questa stessa estrazione culturale e politica, Dicastero e Commissioni parlamentari competenti in primis, con il clou del Ministro Giuli celiato persino per la paradossale continuità – pure nel look – coi gerarchi dei famigerati regimi dell’album di famiglia.

Prescindendo persino dall’analisi di un’eventuale inadeguatezza del gruppetto amichettistico che a cascata è stato chiamato a operare per la fantomatica ‘contro-egemonia’, è il disorientamento culturale originale che ha minato alla radice tante scelte, rendendole poco efficaci oppure, al meglio, addirittura controproducenti.

Il caso più trasparente è quello di Pietrangelo Buttafuoco, che a Venezia si è limitato con signorilità a innervare qua e là elementi della sua cultura in piccoli spazi (l’Archivio e una rivista), e alla fine pure con qualche tocco condiviso nei programmi dei singolari curatori che ha scelto (l’attore Willem Dafoe per il Teatro, la techno-musicista Caterina Barbieri, la curatrice Koyo Kouoh per l’Arte). Per poi ritrovarsi adesso sotto accusa non solo per l’apertura alla Russia di Putin, ma anche per i contenuti considerati troppo ‘woke’ di molte sue Biennali. Era evidente, anche soltanto rileggendo la brillante produzione giornalistica di Buttafuoco, che si trattasse di una personalità molto spiccata e certo alla fine disfunzionale a quel tentativo di restaurazione dei valori dell’Occidente a cui la Meloni di governo si è andata allineando.

Ecco il punto: una volta preso il potere nazionale, è mancata alla leader di Fratelli d’Italia la lucidità di volersi aprire decisamente al di fuori dell’ambito originario, rinunciando, così come dichiara di aver preso le distanze da fascismo e nazismo, all’orgogliosa rivendicazione di questa cultura post-missina e post-fascista, destinata a generare fatalmente disorientamenti. Con questo calderone di letture distorte di Tolkien, di richiami fuori tempo massimo ad Evola e agli aforismi più ambigui di Nietzsche, no, non si può pensare di governare un grande Paese senza finire prima o poi fuori strada.


Così è partito (ed è stato pianificato) l’assalto alla democrazia e al pensiero critico


Non soltanto l’opinione pubblica, ma anche i politici, i docenti, gli intellettuali, gli autori tv: si tratta di colpire il pensiero, privilegiare la mediocrità e umiliare il merito

Così è partito (ed è stato pianificato) l’assalto alla democrazia e al pensiero critico

(Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – Era il 2008 quando il saggista americano Chris Anderson, in quel momento direttore della più importante rivista di tecnologia al mondo (Wired), scrisse un articolo profetico fin dal titolo: The end of theory (la fine della teoria).

In anticipo su quello che sarebbe poi accaduto, Anderson vaticinava la fine del metodo scientifico che aveva fin lì innervato l’Occidente.
Il metodo scientifico era quello che considerava insufficiente la correlazione dei dati (per esempio comparare due avvenimenti contemporanei), in assenza di un metodo razionale sottostante con cui dimostrare anche la causalità fra quei due avvenimenti. Esempio: se la destra torna preponderante a livello globale e la democrazia cede il passo, con molti cittadini sfiduciati rispetto all’utilità del voto, non significa che per la medesima destra sarà agevole dare un colpo di grazia alla democrazia, che so, ponendo il potere giudiziario sotto lo scacco della politica. Giorgia Meloni se n’è accorta in maniera traumatica.

Insomma, mettere insieme dei dati senza avere alla base un metodo ermeneutico con cui analizzarli significa produrre solamente rumore. Ebbene, secondo Anderson proprio la Rete, grazie alla sua mole incredibile di dati, avrebbe reso obsoleto tale metodo scientifico con cui individuare cause ed effetti. “Ora c’è un modo migliore – scriveva il guru delle tecnologie – perché i petabyte ci permettono di dire che la correlazione è sufficiente. Possiamo smettere di cercare modelli ermeneutici, cioè possiamo analizzare i dati senza ipotesi su ciò che potrebbero mostrare. È sufficiente gettare questa enorme mole di dati nei più grandi cluster informatici che il mondo abbia mai visto e lasciare che gli algoritmi statistici trovino modelli al posto della scienza che impiegherebbe chissà quanto tempo e risorse”.

Se ci si riflette con attenzione, Anderson stava affermando che ad essere obsoleto, insieme al tradizionale metodo scientifico, era anche il pensiero umano, la cui capacità di ragionare sulle cause e gli effetti nonché costruire modelli ermeneutici per intendere il reale poteva essere sostituito in maniera molto più efficace dall’opulenza informativa del web, che in connessione con il metodo computativo degli algoritmi avrebbe prodotto risultati più veloci e infallibili.

Spostiamo lo scenario, solo cronologicamente, perché siamo sempre negli Usa ma nel 1975, quando venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale, think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si intitolava Crisi della democrazia (in italiano uscito con la prefazione di Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della democrazia perché c’erano troppe persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di livello elevato. Nelle università troppi professori di “sinistra” (Herbert Marcuse su tutti) e in televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi emerge la classe politica.

Non è un caso che il quoziente intellettivo medio della popolazione, sempre salito dal 1907 quando si iniziò a misurarlo, ha fatto registrare un calo dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha letto).

La tecnologia a supporto delle disabilità umane è sempre stata benvenuta (si pensi agli occhiali per chi vede male), ma oggi assistiamo a un salto inquietante: una tecnologia come ChatGpt parte dal presupposto che siamo tutti disabili a livello cognitivo, essendo congegnata per pensare al posto nostro comparando miliardi di dati, scrivere, svolgere ricerche, comporre opere d’arte etc.

L’assenza di studio, pensiero e parola elevati (i greci antichi riassumevano con un solo termine: lógos) conduce alla mediocrità, e questa è il vero male della democrazia. In Italia ne sappiamo più di qualcosa. Non soltanto l’opinione pubblica, ma anche i politici, i docenti, gli intellettuali, gli autori televisivi: si tratta di colpire il pensiero, privilegiare la mediocrità e umiliare il merito. Informati su tutto senza conoscere nulla, così ci vogliono. L’assalto alla democrazia è cominciato almeno trent’anni fa. Ed è stato pianificato.


Bollette, dalla guerra una stangata su luce e gas per oltre 15 miliardi


La stima della Cgia con gli impatti sui conti di imprese e famiglie. La ricaduta maggiore in Lombardia

Bollette, dalla guerra una stangata su luce e gas per oltre 15 miliardi

(repubblica.it) – Un mese di guerra che potrebbe costare oltre 15 miliardi in bolletta a famiglie e imprese italiane. Quello energetico è il principale dazio da pagare al conflitto tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra, con i noti cascami su stretto di Hormuz e produzione di Gnl dal Qatar.

Un subbuglio epocale che sta portando tutti i previsori ad alzare le stime sull’inflazione (e abbassare quelle sulla crescita) mentre – nota la Cgia di Mestre – i mercati energetici hanno già reagito con forza: il prezzo del gas è aumentato di 26 euro per MWh (+81 per cento), mentre quello dell’energia elettrica è salito di 41 euro per MWh (+38 per cento).

“Un’evoluzione che – dicono gli artigiani – inevitabilmente, si rifletterà sulle bollette, con prospettive tutt’altro che rassicuranti”.

Secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia, ipotizzando che nel 2025 e nel 2026 i consumi delle famiglie e delle imprese siano in linea con quelli registrati nel 2024, i rincari previsti per quest’anno rispetto al 2025 potrebbero raggiungere complessivamente i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi legati all’energia elettrica e 5 miliardi al gas.

L’ipotesi è fatta stimando per l’anno una media di 150 euro al megawattora per l’energia elettrica (la metà di quel che si registrò nel 2022 a seguito dell’invasione della Russia in Ucraina) e di 50 per il gas, che ovviamente è suscettibile di grandi cambiamenti a seconda di come evolverà il conflitto.

In questo scenario, comunque, a pagare caro sarà il sistema produttivo: le imprese dovrebbero sostenere circa 9,8 miliardi di costi aggiuntivi, mentre alle famiglie ne verrebbero imputati 5,4, stima la Cgia. “Si tratta di una vera e propria stangata, con il rischio concreto di mettere sotto pressione i bilanci domestici e la tenuta finanziaria di molte aziende”.

La mappa degli impatti

Se si guarda alla mappa degli impatti, si segue ovviamente la densità di imprese e nuclei sui territori. Per quanto riguarda le famiglie, ad esempio, le più colpite saranno quelle lombarde, con un rincaro complessivo stimato in 1,1 miliardi di euro. Seguono quelle venete con 557 milioni, le emiliano-romagnole con 519 e le laziali con 453.

Regioni e ripartizioni202420252026Var. ass.
2026-2025
Lombardia24.96725.69229.1273.436
Veneto12.12312.47614.1551.679
Emilia-Romagna11.94112.29313.9701.677
Piemonte9.4029.67710.9891.311
Toscana7.4517.6698.7061.037
Lazio7.4187.6338.6491.015
Campania5.6465.8106.583772
Sicilia5.4345.5926.334742
Puglia5.4745.6326.373741
Friuli-Venezia Giulia3.5223.6244.111486
Marche2.7012.7793.152372
Trentino-Alto Adige2.4482.5202.859339
Abruzzo2.4052.4752.808333
Liguria2.2472.3122.622310
Sardegna2.0812.1412.418277
Umbria1.9381.9952.263268
Calabria1.6371.6841.907222
Basilicata9249501.076126
Molise50752259270
Valle d’Aosta30931836143
ITALIA110.575113.797129.05315.256
NORD OVEST36.92537.99943.0985.099
NORD EST30.03430.91435.0954.181
CENTRO19.50920.07722.7702.693
MEZZOGIORNO24.10824.80728.0903.283

Fonte: Uff. Studi Cgia di Mestre


La guerra in Iran si allarga: gli houthi si uniscono al conflitto!


GLI HOUTHI DELLO YEMEN RIVENDICANO IL PRIMO ATTACCO CONTRO ISRAELE  

(ANSA-AFP) – SANA’A, 28 MAR – Gli Houthi dello Yemen rivendicano il loro primo attacco contro Israele dall’inizio della guerra in Medio Oriente. I ribelli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato il loro primo attacco contro Israele dall’inizio della guerra in Medio Oriente, un mese fa. In una dichiarazione pubblicata su X, il gruppo, che controlla gran parte dello Yemen settentrionale e ha preso di mira Israele con droni e missili per gran parte della guerra di Gaza, ha affermato di aver lanciato missili contro siti militari israeliani. Poche ore prima, l’esercito israeliano aveva dichiarato di aver identificato un attacco proveniente dallo Yemen e di essere al lavoro per intercettarlo. 

ESERCITO ISRAELIANO, RILEVATO IL LANCIO DI UN MISSILE DALLO YEMEN

E’ il primo incidente di questo tipo in un mese di guerra in Medio Oriente

(ANSA-AFP) – GERUSALEMME, 28 MAR – L’esercito israeliano ha dichiarato di aver rilevato il lancio di un missile dallo Yemen. E’ il primo incidente di questo tipo in un mese di guerra in Medio Oriente, dopo che i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno minacciato di entrare nel conflitto. Le forze israeliane “hanno identificato un lancio di missile dallo Yemen verso il territorio israeliano; i sistemi di difesa aerea sono in azione per intercettare questa minaccia”, ha affermato l’esercito su Telegram.

ESERCITO ISRAELIANO, COLPITI “OBIETTIVI DEL REGIME” IN IRAN

Giornalista a Teheran: ‘Udite forti esplosioni’

(ANSA) – GERUSALEMME, 28 MAR – L’esercito israeliano ha dichiarato di aver lanciato attacchi contro “obiettivi del regime” iraniano. Un breve comunicato militare afferma che “le forze israeliane stanno attualmente colpendo obiettivi del regime terroristico iraniano in tutta Teheran”, senza fornire ulteriori dettagli.    Un giornalista dell’AFP nella capitale Teheran ha riferito di aver udito circa 10 intense esplosioni e di aver visto una colonna di fumo nero.


Il folle processo alla famiglia angloaustraliana nel bosco spiegato con i casi rimossi di familismo morale e immorale in giro per l’Italia


In certi accampamenti ci sono bambini educati a rubare per conto della comunità famigliare. Nelle scuole si fa molto, si fa quel che si può, che non è sempre molto. Dovevano proprio prendersela con una piccola comunità forse piena di illusioni, ma condotta da princìpi solidamente regressivi nella civiltà del progresso?

Immagine di Il folle processo alla famiglia angloaustraliana nel bosco spiegato con i casi rimossi di familismo morale e immorale in giro per l’Italia

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Da mesi processiamo una famiglia angloaustraliana che voleva tenere tre figli in un boschetto, al riparo dalla civiltà relazionale di Trescore Balneario, risparmiando sapone, magari, cercando pulizia nel contatto con animali e natura e acqua del pozzo, sfiduciata nello sviluppo scolastico, fiduciosa sopra tutto nell’apprendimento casalingo e nei suoi ritmi dissonanti con l’obbligo, estranea al mondo digitale e alle sue relazioni pericolose, a rischio al massimo di una intossicazione da funghi porcini, innamorata dell’Italia e dei suoi valori, addirittura. E non ci rendiamo conto, nel paese che da cinquant’anni fa di Pier Paolo Pasolini un Santo laico del finto pensiero cattolico, dell’enormità di quello che è successo nel mondo dell’igiene assoluta e dell’obbligo praticato, nel mondo stregato e fatato della civiltà educativa spinta, non solo le coltellate, lo smartphone al collo, la scacciacani nello zaino, il manifesto dal titolo neocontemporaneista, “La soluzione finale”, tradotto con l’AI, l’isolamento, il disprezzo per l’umanità, la fobia omicida verso i genitori e gli insegnanti, la competizione per il buon voto in forma di bullismo estremo contro la profia, la sensazione di impunità del tredicenne non processabile.

Ora il Cretino Collettivo che ha dannato e perseguitato i coniugi Trevallion, con il cestino da picnic e tutto il resto, si sente edificato e assolto da una bella lettera di perdono, di comprensione, di empatia verso il piccolo carnefice potenziale, di solidale riconoscimento della comunità in cui vive, di amore eterno per la scuola, scritta dall’ospedale dalla professoressa mezza ammazzata e dettata al suo avvocato. Cosa fatta capo ha. Invece questa storia di Trescore Balneario, di un bambino che non conosce il bosco, il vento, la penuria, la fatica e l’allegria della famiglia, ma vive nella foresta dei simboli e delle immagini TikTok, nella pazzia di Telegram, nel divorzio suburbano di una famiglia disfunzionale, avrebbe molto da insegnare a una società distratta dai peggiori pregiudizi di stato, sicura del fatto suo solo se certificato dai servizi sociali e dai magistrati minorili del partito del No, pronta a separare di forza ciò che l’amore e i cani e gli asinelli e le galline avevano unito in un trabiccolo di casa così lontano dalla villetta dei suburbia. Un caso isolato, raro, non replicabile, libero. Intanto bisognerebbe apprendere un semplice: non giudicate se non volete essere giudicati; e magari schiaffeggiati da un genitore preoccupato della discriminazione del voto e da una autorità diversa dalla sua nella competizione scolastica oppure pugnalati nella finzione triste della Soluzione finale, l’igiene del sangue, la psicologia dell’agguato, la pulsione a essere nel non essere degli altri. Eppure in casa di Repubblikas ce l’avevano uno psicoterapeuta intelligente, il primo che ho incontrato sui giornali, il professor Giuseppe Lavenia che insegna anche a Chieti, a due passi dal bosco e dai suoi bambini, e che spiega con tecnica e vera empatia quel telefonino appeso al collo che risolve l’azione nel suo contenuto, l’esperienza nella sua rappresentazione, tutta bonanza per un ragazzino che si sente invisibile, frustrato, unico, e che trova nella violenza lo sbocco di una peculiare forma di civiltà. 

Da qualche parte in Sicilia ci sono bambini tenuti nella merda dalla comunità di un guru. In certi accampamenti ci sono bambini educati a rubare per conto della comunità famigliare. Nelle scuole si fa molto, si fa quel che si può, che non è sempre molto, si fa più di molto, ci si ama e si comunica l’eros eterno dell’insegnamento, e che Dio preservi lo spirito repubblicano e laico della scuola, che si estenda la comprensione laica anche all’educazione cattolica, per carità. Esempi di familismo amorale e immorale, anche nella scuola anarchica che abbiamo costruito in mezzo secolo di cazzate, anche nella famiglia destrutturata che abbiamo amato e promosso in nome della libertà, sono molti e parlanti. Dovevano proprio prendersela, quelli del servizio sociale di procura, con una piccola comunità forse sbalestrata, piena di illusioni e magari di pessime idee, ma condotta da princìpi solidamente regressivi nella civiltà del progresso?


Meloni e i giovani: perché la comunicazione non basta per conquistarli


I giovani comprendono, valutano, giudicano e quando possono scelgono. Anche contro le aspettative di chi li ha troppo a lungo sottovalutati

(di Alessandra De Guilmi – ilfattoquotidiano.it) – L’idea che i giovani siano privi di coscienza sociale ed etica, disinteressati a ciò che accade intorno a loro e incapaci di leggere il presente – politico e lavorativo – è, oggi più che mai, un errore grossolano. E diventa ancora più grave quando a commetterlo è chi, per mandato elettivo, dovrebbe occuparsi proprio del loro presente e del loro futuro.

È probabile che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, abbia ritenuto sufficiente aggiornare il linguaggio e adattare i canali comunicativi per intercettare consenso tra le nuove generazioni. Da qui, forse, la scelta di partecipare a format come Pulp Podcast, alla vigilia di un passaggio delicato come quello referendario. Una mossa che tradisce una convinzione di fondo: che basti parlare “come i giovani” per convincerli.

Ma i giovani non sono un pubblico da intrattenere: sono una generazione che vive quotidianamente una realtà fatta di precarietà, limiti e opportunità negate. Una generazione che si confronta con un contesto in cui il dissenso viene spesso stigmatizzato, quando non apertamente ostacolato. Dalla scuola ai luoghi di aggregazione, fino al mondo del lavoro e alle grandi questioni internazionali, come il dramma ancora in corso a Gaza, i giovani dimostrano tutt’altro che disinteresse o inconsapevolezza.

Colpisce, piuttosto, la distanza tra la retorica e i risultati. A fronte di promesse ambiziose – incentivi all’occupazione giovanile, sostegno alle startup, un più efficace collegamento tra formazione e lavoro, accesso al credito, misure per l’autonomia abitativa e familiare – il bilancio appare deludente. Molti di quegli impegni sono rimasti tali, senza tradursi in interventi strutturali capaci di incidere realmente sulle condizioni di vita delle nuove generazioni.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un numero crescente di giovani sceglie di lasciare l’Italia, non per spirito di avventura, ma per necessità. Cercano altrove ciò che qui non trovano: stabilità, prospettive, possibilità concrete di costruire un futuro. Emblematica, in questo senso, è la vicenda del voto fuorisede. Annunciato come un passo avanti verso una maggiore inclusione democratica, si è trasformato nell’ennesima promessa disattesa. Un segnale che alimenta la percezione di una distanza profonda tra parole e fatti.

Forse è proprio questo il nodo centrale: i giovani non sono ingenui né manipolabili. Comprendono, valutano, giudicano. E, quando possono, scelgono. Anche contro le aspettative di chi li ha troppo a lungo sottovalutati. E forse è proprio questo che si è temuto in questo referendum: che, dando loro piena voce, l’ago della bilancia avrebbe finito per orientarsi verso un esito scomodo.


Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione


Dalla bisteccheria dell’ex sottosegretario alle praline di Onorato, passando per la pasta di Verdini e l’agriturismo di Cirinnà: i politici italiani hanno smesso di andare al ristorante e hanno aperto il proprio — perché nell’era dell’AI e dei mandati brevi, meglio avere sempre una cucina di riserva

(Michele Masneri – ilfoglio.it) – Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo. All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.