Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il caso Renzi e il centro del campo largo


(Daniele Barni – lafionda.org) – Ci troviamo alla fine dell’estate e delle vacanze. E vogliamo trastullarci con un ultimo divertimento, come quei turisti che sulla spiaggia, sazi di sole e di risate, si concedono l’ultimo tiro di pallina o di pallone prima di chiudere l’ombrellone e recarsi a cena in hotel. Un divertimento, però, di logica, applicata alla politica italiana. In particolare, alla Sinistra e a Matteo Renzi, o a eventuali sue mascherature, come Silvia Salis e Alessandro Onorato.

Sembra che il Gran Rottamatore sia stato preso dalla fregola di rientrare a sinistra, nel cosiddetto “campo largo”. Fregola, a quanto pare, incoraggiata o non ostacolata da Elly Schlein e dagli altri dirigenti del PD. Intanto, dilaga lo sconcerto fra gli elettori, fra i partiti della coalizione, primo fra tutti il Movimento Cinque Stelle, e fra quei pochi analisti che ancora pensano senza buttare gli occhi alla banderuola. Possibile, si stanno chiedendo in molti, che il Partito Democratico sia posseduto da tanto autolesionismo, da tanto masochismo, da questa vera e propria Sindrome di Stoccolma? Possibile che il PD si fidi ancora di chi: ha fatto bere ai lavoratori italiani il ricinale Jobs Act; ha giurato solennemente, nel 2016, che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum confermativo sulla sua riforma costituzionale, per cavarsela, dopo la sconfitta, fischiettando; ha buggerato tutti i suoi alleati, da Giuseppe Conte a Carlo Calenda; fa l’amicone dello squarta-giornalisti Mohammad bin Salman Al Sa’ud; ha accolto, nel 2014, Silvio Berlusconi al Nazareno, sede del Partito Democratico, per stipulare con cotanto statista, frodatore del fisco (sentenza di Cassazione 35729/13) e finanziatore della mafia (sentenza di Cassazione 28225/14), un accordo su sciocchezzuole come la riforma della legge elettorale e della Costituzione?

Ma applichiamo la logica. Partiamo da una prima ipotesi disgiuntivo-esclusiva. O la Schlein e il gruppo dirigente del PD sono bischeri, come si dice a Firenze, minchioni, come si dice a Palermo, pirla, come si dice a Milano, oppure sono costretti da qualcuno a riaccogliere Italia Viva e il suo fondatore nella coalizione. Dato che, anche per tema di querele, dobbiamo escludere che Elly & Co. siano pirla, minchioni o bischeri, non possiamo che affidarci al secondo corno dell’ipotesi: qualcuno impone al Partito Democratico ciò a cui non vorrebbe sottostare.

Proseguiamo con un’ipotesi implicativa. Se qualcuno può imporre a un partito di concludere un’operazione politica, ovvero l’ingresso di Renzi e Italia Viva in coalizione, che, stando ai sondaggi, con ogni probabilità gli farebbe perdere elettori ed elezioni; cioè, se qualcuno può imporre a un partito politico di suicidarsi, questo qualcuno deve essere davvero potente. E chi potrebbe essere così potente? Più potente di un partito fatto di milioni di persone, elettori, militanti, dirigenti? Quale potentato interno o estero potrebbe essere più forte di un grande partito?

Proviamo a seguire le impronte, a unirle, per tracciare il disegno. Nel 2015, Denis Verdini, uomo forte di Berlusconi in Toscana, dopo un pranzo con questi, annuncia la sua fuoriuscita da Forza Italia e, trascorsi pochi giorni, appoggia il governo Renzi con un pugno di fedelissimi. Strano, vero? Una rottura tra due vecchi compari dopo un pranzo, a pancia piena. In realtà, è tutto concordato. Berlusconi, con questa operazione, dà l’avallo al governo renziano e vi pone a guardia un suo mastino. Nel 2014, come ricordato sopra, il Grande Rottamatore, da segretario del Partito Democratico, sigla con Berlusconi il cosiddetto “patto del Nazareno”. Ma non è la prima volta che i due si incontrano. Nel 2010, Renzi, da sindaco di Firenze, compie una visita riservata ad Arcore per parlare dei problemi del capoluogo toscano (sic!). Visita che susciterà in molti perplessità e polemiche. Nel 1994, il giovine Matteo partecipa su Canale 5 alla Ruota della Fortuna di Mike Bongiorno, vincendo 48,4 milioni di lire.

Già, Canale 5, Mediaset: proprio a Mediaset potrebbero condurre le impronte, e alla famiglia Berlusconi. Ma non famiglia in quanto tale, bensì in quanto perno del sistema gigantesco di interessi che le trottola intorno. La famiglia Berlusconi è la politica, in cui aggeggia tramite Forza Italia. È il sistema bancario, in cui si è intrufolata con Mediolanum. È il sistema industriale, in cui spicca con le sue tante aziende, prima fra tutte Mediaset. E con Mediaset è l’informazione, il cinema, la radio e, insieme alla casa editrice Mondadori, l’editoria. La famiglia Berlusconi, è il Sistema. Un pachiderma di denaro e di interessi spaventato da un topolino, il Movimento Cinque Stelle, con la sua carica antisistema, che potrebbe far deflagrare equilibri di potere sistemati con certosina cura nei decenni. Il sistema politico-economico italiano, con informazione al guinzaglio, è terrorizzato dal Movimento. Di tutto ha fatto per neutralizzarlo. E, oggi, un Renzi buttato nel centrosinistra potrebbe essere un utile strumento di interdizione e di ricatto.

Ma proviamo a seguire altre impronte, altri profili: Renzi conduce a bin Salman; questo all’Arabia Saudita; questa al suo grande alleato occidentale, gli Stati Uniti; questi a Israele, loro perno in Medio Oriente; questo alla guerra con Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran; queste guerre all’altra guerra, tra Russia e Ucraina; questa agli equilibri internazionali, in cui sono coinvolti, oltre l’Iran, Cina, India, Corea del Nord e del Sud, Brasile, Giappone e, alla fine della catena, l’Italia. Il nostro paese, provincia dell’impero talassocratico yankee, ne è pedina importante, posta in mezzo al Mediterraneo, tra Oriente e Occidente. Gli americani non possono e non vogliono rischiare che essa non risponda ai movimenti che loro intendono imprimerle sullo scacchiere mondiale e mediterraneo. Il governo Meloni, fascista o meno agli americani non interessa, così pedissequo alla Nato, al di là dell’Atlantico piace da impazzire. Così come piacerebbe un governo PD, dentro al centrosinistra o, meglio, in un’ammucchiata tecnica. Ma, ancora una volta, non piace per niente, in un momento storico e geopolitico delicato come questo, un governo del Partito Democratico con il Movimento Cinque Stelle. Quest’ultimi sono troppo filo-pacifisti, filo-palestinesi, filo-cinesi, insomma troppo liberi e ingestibili. E, ancora una volta, un Renzi buttato nel centrosinistra potrebbe essere un utile strumento di interdizione e di ricatto. Per gli americani di garanzia.

Ed Elly Schlein? Quali sono le sue tracce? Nel 2008 partecipa come volontaria alla campagna elettorale di Barack Obama. Replica per la sua rielezione nel 2012. Parla bene l’inglese. Non è per caso che da Washington o dall’ambasciata americana a Roma, in Via Vittorio Veneto, sia partita una telefonata alla segreteria del PD in cui si è fatta a Elly, in un inglese chiarissimo, un’offerta impossibile da rifiutare?

Non so se le nostre siano divagazioni estive o ipotesi vicine al vero. So, però, che applicare la logica aiuta a capire. E so che la politica si avvale spesso di personaggi improbabili per le sue macchinazioni. Basti osservare lo spazio, spropositato rispetto al gradimento e al consenso, che nei media è dato a Renzi e alla sua conventicola.

Ci sembra opportuno concludere con una doppia implicazione logica. Se e solo se politici come Renzi saranno esclusi dal cosiddetto “campo largo” della sinistra, questa potrà rinnovarsi nei metodi e nei programmi al fine di cambiare, si spera in meglio, l’Italia.


L’Italia, la cuccagna degli imprenditori della sanità


Sanità, un euro in più sul ticket delle visite specialistiche. E aumenta il costo di 450 prestazioni. La novità riguarda soprattutto le Regioni, che pagheranno di più le prestazioni dei privati convenzionati. Ecco cosa cambia

Sanità, un euro in più sul ticket delle visite specialistiche. E aumenta il costo di 450 prestazioni

(di Michele Bocci – repubblica.it) – Lunedì prossimo cambiano le tariffe delle prestazioni sanitarie, anche se ancora, a tre giorni dalla data, deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che introduce le novità. I cambiamenti riguardano soprattutto i privati convenzionati con la sanità pubblica, ma in qualche caso anche i cittadini, che spenderanno un po’ di più (un euro) per i ticket di alcune visite specialistiche.

Cambiano 450 tariffe

Le tariffe sono i soldi riconosciuti dalle Asl ai privati che lavorano in convenzione per le attività specialistiche, visite ed esami. Servono anche per stabilire quanto una Regione deve dare a un’altra se un suo paziente si sposta per curarsi. Da anni si lavora per cambiarle e dopo battaglie, polemiche e ricorsi, l’impostazione definitiva prevede l’aggiornamento di 450 tariffe (su 2.100) di prestazioni ambulatoriali e su 222 codici di assistenza protesica (su 2.000). Il valore totale dell’aumento dei prezzi per le Regioni italiane è di circa 210 milioni (dei quali 180 per le prestazioni ambulatoriali), già coperti dalla manovra dell’anno scorso. Saranno coperte così le maggiori spese delle Regioni.

Quali sono gli aumenti

Sempre restando alle maggiori spese per il sistema sanitario, non per i cittadini, le prime visite specialistiche saranno pagate ai privati il 4,4% in più cioè più meno da 25 a 26 euro, l’ecocolordopplerdegli arti superiori passa da 47 euro a 48,75, la spirometria da 38 a 39,4 euro, l’elettorcardiogramma dinamico da 61,95 a 64,25 euro, la scintigrafia globale da 480 euro a 501 e così via. Ferme le tariffe per gli esami del sangue, ad aumentare sarà soltanto quanto viene riconosciuto ai privati convenzionati per il prelievo, che passa da 3,8 euro a 4,2 euro.

Cosa cambia per i cittadini

In Italia il ticket massimo a carico dei cittadini è di 36,15 euro e questa soglia non potrà essere superata (anche se nella ricetta ci sono più prestazioni, fino a otto della stessa branca). Tutte le prestazioni che valgono di più e hanno visto un aumento della tariffa, la maggior parte, non incidono quindi sulla spesa dei pazienti, che resterà appunto ancorata alla franchigia. Aumenti ci saranno in quelle che valgono di meno, come appunto le prime visite specialistiche (ma solo quelle che non prevedono contestualmente accertamenti diagnostici). Qui l’aumento sarà di circa un euro e dovrà pagarlo il paziente.

Quanto spendono le Regioni

A livello nazionale, le Regioni incasseranno 27 milioni di euro in più dai ticket, cifra piuttosto contenuta. Stando solo alla specialistica, quindi, e visto che l’aumento della remunerazione dei privati costerà 210 milioni, la spesa netta in più sarà di 187 milioni.


Virginia Raggi: “Vedo fermento anche nel Pd. Ma ora dicano cosa vogliono”


“Grillo? Faccia ciò che vuole, ma le nostre idee sono ancora quelle delle origini”

“Vedo fermento anche nel Pd. Ma ora dicano cosa vogliono”

(ilfattoquotidiano.it) – L’ex sindaca di Roma, Virginia Raggi, non è sorpresa dai punti di programma di Nova: “Sulle armi il Movimento ha da tempo una posizione netta. Vedo che anche in una parte del Pd sta crescendo un fermento interessante contro la guerra. Ma se i dem vogliono che il mondo vada verso un conflitto perenne lo dicano chiaramente”.

La vostra linea sull’Ucraina resta il principale motivo di distanza dai dem. Eppure per Schlein vi metterete comunque d’accordo.

Io dico che la linea seguita finora è stata fallimentare. Continuare a inviare armi in quattro anni non ha risolto né cambiato nulla.

Ma senza armi l’Ucraina verrebbe spazzata via da Putin, no?

Rifiuto questa narrazione, assieme a quella della Russia pronta a invadere l’Europa. Ora serve che torni in campo la diplomazia, con un approccio a un mondo che è ormai multipolare e che non può più essere schiacciato su Washington.

Con che postura voi del M5S dovreste sedervi al tavolo sul programma con gli altri partiti?

Con la consapevolezza di chi è molto fiero del suo percorso. Noi abbiamo già elaborato punti di programma, mentre altri nel centrosinistra si parlano un po’ addosso. Abbiamo dato risposte: ora bisogna comprendere quelle degli alleati. Ricordando a tutti che solo meno di un anno fa centinaia di migliaia di persone scesero in piazza a Roma contro tutte le guerre: chi si definisce progressista non può non tenerne conto.

Di certo nel Campo largo siete uniti sul chiedere a Crosetto di riferire in Parlamento sull’attacco a un aereo italiano e sulla missione Aspides.

Io sono perplessa e preoccupata. La Carta è molto chiara: non si possono prendere certe decisioni senza prima passare per le Camere.

È perplessa anche per il no di tanti del Pd alle primarie?

È un loro classico strumento, quindi mi sorprende. Dopo aver costruito il programma, che è sempre il fondamento di tutto, servirà trovare un candidato. E le primarie possono starci.

Beppe Grillo ha voglia di formare un nuovo partito. Che ne pensa?

È una sua scelta.

Sarà: ma non perde occasione per attaccarvi. Ora vi chiama Movimento Stelle Zero. Può trovare tanta gente per questo progetto?

Premetto che a Beppe, come a Gianroberto Casaleggio, dobbiamo gratitudine e affetto perché hanno portato tanta gente competente, onesta e appassionata in politica. Detto questo, io nel programma di Nova trovo tutti i temi cruciali nella storia dei 5Stelle, dalla sostenibilità ambientale alla sanità e alla pace, fino al Reddito di cittadinanza, alla partecipazione e all’acqua pubblica. Non mi pare proprio che siamo lontani dal Movimento delle origini.

@lucadecarolis


Non saranno i generali a “scatenare l’inferno”


(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando, l’altro giorno, è giunta la notizia che due Tornado italiani in servizio di pattuglia in Lituania avevano abbattuto un drone che era entrato nello spazio aereo di quel Paese, l’Italia è stata attraversata da un brivido di patriottico orgoglio. “È il secondo che abbiamo abbattuto” aveva commentato il comandante sul campo. Niente drammi, niente retorica: “Abbiamo ricevuto l’allarme a mezzanotte e dopo venti minuti avevamo neutralizzato l’intruso”.

[…] L’intera compagine politica euroatlantica ha colto l’occasione per denunciare l’inaccettabile attacco russo, l’ennesima provocazione che tenta di mettere alla prova le capacità della Nato di respingere qualsiasi attacco. Identificato come Shahed in forza alla Bielorussia, ma presente anche negli arsenali russi, veniva da Est, dalla Bielorussia, appunto, e dirigeva verso ovest (mar Baltico). I resti del velivolo erano dispersi attorno alle cascine di Pratkunai, paesino a 100 km dal confine con Bielorussia (Est-Sud Est), un’ottantina da quello con la Polonia (Sud-Ovest). I droni di questo tipo seguono rotte predeterminate secondo coordinate geografiche (Gps) ed è normale che tali rotte prevedano punti di cambio di direzione (waypoint). La rotta impostata non è mai seguita con precisione, anzi il sistema prevede un continuo movimento a zig zag a cavallo della rotta in modo da eludere le intercettazioni e ingannare sull’obiettivo finale. A causa della bassa velocità (max 180 km/h), della bassa quota di volo (300 m) e del rumore del motore è più facile che sia individuato da terra che dall’aereo, soprattutto di notte. Di fatto l’intercettazione aerea è molto più rischiosa e costosa di un qualsiasi sistema antiaereo terrestre compreso tra il missile e la fionda. Evidentemente l’operazione di air policing (“polizia aerea”) in atto nei Paesi baltici è calibrato sulla minaccia maggiore piuttosto che su quella più probabile. Inoltre la stessa Nato ha fornito istruzioni che tendono a evitare reazioni eccessive, errori di identificazione o accidentali. Nonostante le fregole belliciste dei vertici della Nato e dell’Unione europea e i deliri di molti capi di Stato e di governo, gli organi militari esercitano ancora molta cautela nelle risposte operative. Non è soltanto rispetto delle norme stabilite dai trattati, è buon senso, rispetto di se stessi e coscienza delle conseguenze che ogni atto militare comporta. “Non sarò io a scatenare la terza guerra mondiale”. Così ragionò Sir Michael Jackson, comandante del corpo d’armata di reazione rapida della Nato quando ricevette l’ordine da un esagitato comandante supremo che gli intimava di invadere il Kosovo. Doveva distruggere uno sparuto nucleo corazzato russo che dalla Bosnia stava andando a presidiare gli aerei serbi schierati nel loro aeroporto di Pristina. Fu lui, invece, che poco tempo dopo raggiunse un accordo con i comandanti serbi per il cessate il fuoco e il ritiro delle loro truppe dalla loro provincia. Altri tempi e altri generali!

[…] Intanto sul drone in Lituania cominciano a sorgere i soliti dubbi. Dalle ultime precisazioni si è appreso che il drone era “armato”. Sarebbe stato strano se non lo fosse. Lo Shahed non è un velivolo senza pilota: per costruzione è una bomba volante. Ma questo deve essere stato un drone umanitario: è stato inseguito, abbattuto, fatto a pezzi sparsi sui campi e non è esploso. Giustamente, i tecnici della Nato stanno esaminando l’Ufo, oggetto straniero non identificato. L’Unione europea, come al solito, ha denunciato il piano deliberato di attacco da parte russa a tutta l’Europa e oltre. Sarebbe ora che qualcuno spiegasse agli strilloni che la pianificazione russa non prevede un attacco, ma una risposta a una provocazione. Se continuano a strillare finisce che saranno presi per provocatori. La risposta russa che la Nato si aspetta non è un drone solitario e umanitario, ma uno sciame di droni di saturazione seguito da centinaia di missili sui responsabili. Se non peggio. Il drone in questione ha superato il confine lituano proveniente da non si sa dove. Poteva essere la Bielorussia, la Russia stessa, la Germania, la Polonia e l’Ucraina che in Polonia è di casa. Un raggio d’azione di 1000-2500 chilometri permette qualsiasi ipotesi. Lo stesso esame dei resti può dire poco. Russi e ucraini, assieme a francesi e tedeschi si contendono il primato di replica dei droni. Potrebbe dire qualcosa di più conoscere l’obiettivo stabilito per il drone. A partire dallo sconfinamento si è diretto verso Ovest. Ha superato l’allineamento di Vilnius, che evidentemente non interessava, e ha continuato per 30 chilometri in direzione di… Kaliningrad. Quale obiettivo più succulento, non per una provocazione, ma per un casus belli? La Russia potrebbe dire di essere stata attaccata e risponderebbe. Europa e Ucraina potrebbero dire che la Russia si è bombardata da sola e la Russia rafforzerebbe la risposta. Fortunatamente il drone è stato abbattuto. Chi voleva la provocazione o addirittura il casus belli non sarà contento. Va a finire che se la prenderà con chi l’ha abbattuto. A noi invece va bene così. Non sarete stati voi a scatenare la terza guerra mondiale. Grazie ragazzi!


La pace è una cosa seria


La sinistra rischia di scordare la storia. Ci sono situazione che non si affrontano con slogan o diserzione. Il ritorno del massimalismo

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – La sinistra italiana scherza col fuoco. Essa rischia per la seconda volta nella sua storia di dare un contributo decisivo a consegnare il Paese ad un marasma irto di pericoli decretando, insieme, il proprio suicidio politico. E lo fa di nuovo a proposito della questione cruciale della guerra: come già fu nel 1919-20, quando la sua azione contribuì a produrre la nascita e la vittoria del fascismo.

Mi chiedo se di tutto questo abbia una pur pallida consapevolezza Virginia Libero, la ventottenne segretaria nazionale dei giovani del Partito democratico, fedelissima della Schlein, la quale l’altro giorno, in un comizio dai toni incendiari tenuto alla Festa dell’Unità a Reggio Emilia, rivolgendosi evidentemente alla maggioranza di governo ha detto: «Non saremo i soldati delle vostre guerre (…) alle guerre andateci voi perché noi organizzeremo i disertori. Per noi patria significa ripudiare la guerra (…) non saremo spettatori e arriveremo senza chiedere permesso». Una voce isolata? Per nulla. A rincalzo ecco infatti un altro membro della segreteria dei «giovani democratici» (mai denominazione mi è sembrata più inappropriata), Marco Rocco De Luca, che sempre in un comizio a Reggio Emilia, dopo aver rivendicato la propria qualifica di «nipote del comunismo italiano» ha dichiarato di voler «distruggere questo capitalismo e liberarci dal giogo imperialista Usa, dal giogo sionista e dall’oppressione dei potenti».

Sia quelle di Libero che quelle di De Luca sono parole intrise di un’aggressività roboante e di maniera, dettate solo da una sfrenata quanto infantile vis polemica, e specie per quanto riguarda la promessa di diserzione, gonfie di una retorica insurrezionalistica semplicemente grottesca dal momento che il governo italiano, oltre a una piena solidarietà politica, ha offerto all’Ucraina soprattutto materiale non militare e ha sempre assicurato che neppure un uomo o una donna del nostro esercito metteranno mai piede in quel Paese. Ma quelle risuonate a Reggio Emilia sono soprattutto parole stupefacenti sulla bocca di militanti del Pd perché incompatibili con qualsiasi opposizione che miri ad assumere responsabilità di governo in una democrazia parlamentare come quella italiana. Non da ultimo — vero segretaria Schlein? — per il piccolo particolare che esse sfidano apertamente il dettato di almeno due o tre articoli della Costituzione della Repubblica; e dunque sarebbe stato più che opportuno che qualcuno della segreteria del Pd si affrettasse a correggerle e magari a prenderne le distanze immediatamente e nel modo più netto.
Ciò che tuttavia dei comizi di Libero e di De Luca deve colpire di più l’opinione pubblica è qualcos’altro, a me pare. È il loro valore di sintomo, di spia, di un orientamento politico che negli ultimi anni ha conquistato parti significative della gioventù italiana. Di quella gravitante non solo nel mondo della sinistra diciamo così tradizionale. Sappiamo dai giornali, ad esempio, che Virginia Libero, oggi anche convinta militante pro Pal, è stata pure una «scout», cioè appartenente a un movimento giovanile proprio del mondo cattolico.

Che cosa si agita dunque nella mente di questa gioventù? Che cosa c’è dietro questo straparlare eccitato potenzialmente pronto però a divenire, o comunque ad alimentare, l’esaltazione violenta cui abbiamo assistito in tanti cortei degli ultimi anni?
Essenziale, mi sembra, una vasta ignoranza del passato, della storia. Dicendo questo non c’è in me alcuna volontà di disprezzo: se i giovani sanno poco è colpa soprattutto di noi «grandi» che negli ultimi decenni abbiamo fornito loro un’istruzione sbagliata e/o insufficiente.

Non conoscere la storia (e al suo posto invece una qualche mitologia ideologica) significa avere con la realtà sociale un rapporto che facilmente diviene un rapporto onirico, di sogno. In base al quale invece degli esseri umani in carne ed ossa ci si dipinge un mondo di angeli da una parte e di demoni dall’altra, un mondo in bianco e nero. Che o non conosce vincoli e costrizioni, e dunque nel quale tutto è possibile, o, viceversa, che è dominato da poteri onnipotenti e ostili con cui è inevitabile una guerra all’ultimo sangue. Ma dunque un mondo che per definizione non è quello della democrazia: intendo della democrazia dei partiti, delle elezioni e del parlamento, dominato dalla fatica del consenso e costantemente insidiato dal grigiore inevitabile del compromesso. Del compromesso non solo con l’avversario ma da quello ben più importante con i propri sogni.

E non basta, perché in una gioventù ignara della storia e perlopiù anche ignara — grazie al tenore di vita di cui bene o male gode — delle durezze dell’esistenza quotidiana, la mancanza di senso della realtà tende inevitabilmente a produrre quel veleno mortale della politica che è il moralismo. Moralismo che come si sa, è cosa ben diversa dall’avere principi morali e comportarsi seguendo tali principi, bensì vuol dire giudicare i fatti e le persone astraendo dalle circostanze e applicando unicamente il criterio di ciò che è formalmente giusto e ciò che è formalmente sbagliato. Ad esempio ponendo sullo stesso piano la violenza di chi aggredisce e la violenza di chi è aggredito e dunque considerando l’uno e l’altro colpevoli allo stesso modo di non volere «la pace».

Sono ormai anni che la sinistra italiana, lei stessa dimentica della storia, lungi dal contrastare tutto questo insieme di inclinazioni le ha viceversa coltivate e diffuse a piene mani trovando facile ascolto specie nella gioventù del Paese. Che oggi per bocca di Marco Rocco De Luca ci assicura baldanzosamente di essere pronta a «salpare con coraggio verso nuovi orizzonti». Benissimo, ma prima della partenza qualcuno l’avverta che Crosetto non è Cadorna, e che su quei nuovi orizzonti si staglia, in realtà, solo il profilo di un’ennesima, immancabile sconfitta.


Gaiani: “La presenza dei militari nell’area espone sempre più a rischi incomprensibili”


“La presenza dei militari nell’area espone sempre più a rischi incomprensibili”

(di Roberta Zunini – ilfattoquotidiano.it) – Già il 3 agosto su Analisi Difesa, un articolo avvertiva sul rischio che lo spostamento nel marzo scorso di 400 soldati italiani e mezzi militari dal Kuwait all’Arabia Saudita rappresentava per il nostro paese. La riflessione risulta oggi più che mai attuale dopo che durante la notte scorsa, la base aerea saudita di Ta’if è stata colpita da diversi attacchi in cui è stato danneggiato uno dei quattro Eurofighter Typhoon italiani presenti. “Constato che l’Italia – afferma Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa – ha trasferito i nostri soldati dal Kuwait all’Arabia Saudita per metterli al riparo da una guerra, quella americana contro l’Iran, che non era la nostra, per finire di coinvolgerli, per ora indirettamente, nelle nuove ostilità tra Arabia Saudita e Houthi perché dalla base di Ta’if partono i bombardamenti sauditi contro gli Houthi in Yemen”.

L’evacuazione dal Kuwait era legittima però?

Certo, ma lo spostamento in Arabia Saudita si è trasformato in una nuova missione senza averne le credenziali.

Anche questa guerra non ci riguarda?

Gli Houthi non colpiscono le nostre navi nello Stretto di Bab el Mandeb. Il problema è che aiutando i sauditi a controllare e difendere il loro spazio aereo, potremmo essere visti come cobelligeranti e venire coinvolti direttamente. Va anche sottolineato che gli Houthi non solo non colpiscono le nostre navi mercantili ma neanche quelle di altri Stati, bensì solo quelle saudite, motivo per cui gli Stati Uniti si sono rifiutati di correre in soccorso dell’alleata Riad. A maggior ragione non ha senso per noi rimanere lì.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto sta valutando il da farsi. Secondo lei che cosa è più urgente?

Innanzitutto spiegare e discutere questa missione in ambito governativo e farla approvare dal Parlamento perché se noi sosteniamo che aiutare l’Arabia Saudita, seppur indirettamente, contro gli Houthi sia nei nostri interessi e il Parlamento l’approva, allora diventa una missione come tutte le altre nonostante comporti dei rischi molto seri. Però questo passaggio cruciale in aula finora non c’è stato.

Insomma, l’Italia può solo rimetterci da questa situazione?

Sì, se gli Houthi ci considereranno nemici, allora la Difesa dovrà far scortare le nostre navi mercantili nello Stretto di Bab el Mandeb. Capisco la precauzione di continuare a mantenere la nostra fregata Bergamini e altri mezzi a Gibuti, specialmente per tranquillizzare i nostri armatori qualora ci fossero incidenti, ma rimanere in Arabia Saudita per aiutarla a difendersi per noi può essere controproducente, peraltro si tratta di uno dei paesi che spende di più per la Difesa e ha ben 450 aerei da guerra.

Anche per il trasferimento del nostro contingente dal Kurdistan iracheno agli Emirati non c’è stato il passaggio parlamentare?

È così.


Il dovere di aiutare Kiev


A decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza dell’Ucraina

Il dovere di aiutare Kiev

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Le navi della Marina accendono la sala macchine in attesa di salpare per Bab el-Mandeb, un Eurofighter tricolore viene colpito dalle milizie Houthi in una base saudita e l’Italietta va un po’ a ramengo. Giorgia Laqualunque alla canna del gas sgancia l’arma fine di mondo con l’abolizione del bollo auto, mentre Schlein in modalità auto-candidata premier insegue farfalle col “piano-energia in cinque punti”.

Danze macabre sotto il Vulcano. Più rimbombano i tamburi di guerra, più noi balliamo la salsa elettorale, rinunciando all’assunzione di ogni vera responsabilità di fronte al dilagare degli opposti estremismi nei due schieramenti. Da una parte si pencola tra Crosetto con l’elmetto e Vannacci col colbacco, dall’altra si oscilla tra la crescente foga bellicista dei “riformisti Dem” (chiunque siano adesso, al di là di Lorenzo Guerini) e il vibrante inno alla pace dei “giovani Pd” (qualunque cosa significhi, purché non la resa dell’Ucraina).

Tanti falsi movimenti ci chiudono l’orizzonte e ci impediscono di vedere quelli veri, che pure ci sono e ci riguardano molto da vicino. Quasi suo malgrado, si muove l’Europa, dove è sempre più chiaro che a decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza di Kiev. E qui, a parte il rituale discorso di von der Leyen sullo stato dell’Unione, colpisce di nuovo la discesa in campo di Mark Carney, che ancora una volta sveglia i sonnambuli del Vecchio Continente.

L’aveva già fatto il 26 gennaio al Forum di Davos, in un discorso memorabile. Quando aveva scosso le coscienze sbattendoci in faccia la dura realtà non della “transizione” ma della “rottura” e del “cambio d’epoca”. Aveva ricordato il fruttivendolo di Havel che ogni mattina nella Cecoslovacchia “sovietica” esponeva il cartello “lavoratori di tutto il mondo unitevi” col quale esibiva la sua conformità al sistema, sapendola falsa. Aveva paragonato quel piccolo uomo al Grande Occidente, abituato per decenni a esibire in vetrina lo stesso cartello col quale rinnovava la sua “fede” in un ordine mondiale formale basato sulla comoda egemonia americana, sapendola superata. E aveva invitato le medie potenze e l’Europa orfana di Trump a reagire con forza di fronte al ritorno degli Imperi e ad agire subito perché “se non sei al tavolo, sei nel menù”. A Strasburgo il primo ministro canadese, citando la quercia e le affinità elettive di Goethe, ha rilanciato la sfida chiedendo uno sforzo comune all’Europa.

Non sarà una “svolta storica”, ma è un atto politico di grande portata in questo momento cruciale della guerra di Putin e del disimpegno di Trump. Di fronte all’onda nera filo-russa che preme sugli argini e fa tremare le cancellerie dell’Ue, non è affatto banale ripetere che “la libertà va difesa ogni giorno”, che “abbiamo valori comuni per i quali abbiamo lottato e che dobbiamo continuare a difendere restando vigili” e che “perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti e minacciare la nostra sovranità, la nostra integrità territoriale, le nostre democrazie”. È come se Carney, nell’ora più buia di Churchill, desse ai leader europei il coraggio che gli manca per rialzare la testa, resistere al’urto delle autocrazie, prosciugare i fiumi dell’odio nei quali sguazzano le forze estremiste e ultra-nazionaliste che sfasciano l’Europa dall’interno.

È vero che le elezioni in Svezia sono state una boccata d’ossigeno per i socialisti, che lì governano da 109 anni ininterrotti. Ma domani si vota a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania, e dopo il trionfo in Sassonia-Anhalt il partito neo-nazista punta a bissare la vittoria nei laender dove trent’anni fa iniziarono le prime rivolte xenofobe e a contendere la capitale a una Cdu sempre più esausta e confusa. Che succede se anche lì si realizza quel Alles ist möglich, tutto è possibile, col quale Alice Weidel e Tino Chrupalla – quelli che vogliono cacciare tutti gli stranieri, compresi i figli di migranti tedeschi di seconda generazione, e istituire le classi separate per i disabili e i “meticci” – aggiungono da mesi mattone a mattone, per ricostruire la Fortezza Germania che rompe con Palazzo Justus Lipsius e ricuce col Cremlino?

Per adesso nella galassia dell’ultradestra sovranista a marcare qualche distanza dall’Afd è stata solo Marine Le Pen, e non certo per le posizioni filo-russe dei tedeschi, visto che lo stesso Rassemblement National è finanziato ufficialmente da Russia Unita. Per il resto, esultano tutti, dal neo-franchista Santiago Abascal in Spagna al brexiteer Nigel Farage in Gran Bretagna. Giorgia Meloni, come sempre quando c’è un intricato nodo identitario da sciogliere, si finge morta come l’opossum: non abbiamo ancora sentito una sua sola parola su quanto sta accadendo in Germania e su quanto possa costringerla a cambiare linea l’ideale ritorno di fiamma di Salvini sulla Piazza Rossa, risucchiato nel gorgo dal generale pacifinto che pretende a ogni costo la fine del conflitto e delle sanzioni.

In questo inquietante “cupio dissolvi” europeo, Zelensky può solo sperare. Nelle nostre armi, ma prima ancora nei nostri cuori. Prima del solito inverno al gelo – con le infrastrutture energetiche colpite dai missili Kh-101 e i 3M Kalibr lanciati dalla flotta del Mar Nero – il popolo ucraino deve fare i conti con l’autunno del nostro scontento, che ci vede sempre più stanchi di guerra. E che stavolta incrocia pure il voto per il rinnovo della Duma nella Federazione Russa e nei territori occupati.

Per quel che valgono le elezioni in una democratura – e considerato che nei villaggi del Donetsk la gente va alle urne “accompagnata” dai soldati armati di Ak-47 – non è un fatto da poco: lo Zar può costruire il suo primo “Parlamento di guerra”, senza nemici visibili visto che il partito della pace Yabloko è bandito dalla Corte suprema russa e tutti gli altri oppositori sono in rotta, da Yulia Navalnaya a Maxim Katz. La Madre Russia, che già spende in armi più di 20 miliardi di dollari al mese, è quasi in ginocchio.

Ma come diceva Alfred Koch, ex ministro delle Privatizzazioni negli anni ’90, “a Stalin non si poteva mentire, mentre a Putin non si può dire la verità”. Ecco perché Bunkerny Ded – il “nonno del bunker” come lo chiamava il povero Navalny – non smetterà mai di bombardare. Ed ecco perché i russi continuano rassegnati a ripetere quello che diceva il diavolo Voland nel capolavoro di Bulgakov, Il maestro e Margherita: “Un giorno finirà”, perché “alla fine tutto andrà come deve andare, è su questo che poggia il mondo”.

Ma la fine è ancora molto, molto lontana. E per questo noi europei, senza tentare a ogni ora del giorno la via diplomatica, abbiamo il dovere morale e politico di non lasciare sola l’Ucraina. E qui sta l’unico rilievo che si può muovere all’appassionata apologia della pace di Virginia Libero dal palco di Reggio Emilia: è sacrosanto gridare “noi non saremo mai i soldati delle vostre guerre”. Ma la resistenza di Zelensky e del suo popolo non è una guerra “loro”. E noi europei, quando su quel treno per Kiev c’era ancora un bel pezzo d’Europa, Slava Ukraini l’abbiamo urlato molto prima che Meloni entrasse a Palazzo Chigi e Trump tornasse alla Casa Bianca. Per questo dobbiamo urlarlo ancora.


L’Italia in guerra senza dirlo al Colle


La missione Aspides. Crosetto minimizza sull’Eurofighter distrutto e rilancia sull’operazione nel Mar Rosso, di cui non aveva parlato col Quirinale

L’Italia in guerra senza dirlo al Colle

(estr. di Ilaria Proietti e Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Guido Crosetto compulsa le agenzie che piovono dall’Europa, con aria soddisfatta. E ai suoi ripete: “Il mio obiettivo era scuotere l’Unione sulla missione Aspides, e l’ho raggiunto”. E così a fine giornata l’Eurofighter italiano colpito dagli Houthi nella notte passa in secondo piano, benché si tratti dell’attacco forse più grave inflitto ai nostri mezzi militari negli ultimi dieci anni. Certamente prova, a dispetto delle parole pronunciate pochi giorni fa da Antonio Tajani, che i nostri soldati sono tutt’altro che al sicuro lì – in Arabia Saudita – dove il governo ha deciso di dislocarli. Con una decisione su cui il Parlamento non ha toccato palla neppure quando, per l’intervento dell’Arabia nel conflitto con l’Iran, la base area di Ta’if è diventata un bersaglio naturale. “Vogliamo sapere se ora Crosetto vuole riportare i nostri in Italia o intende lasciarli lì e a far cosa. Quali sono diventate le regole d’ingaggio? Non si può trasformare una missione di pace in una missione di guerra”, dicono al Fatto usando una sola voce tutti i partiti del campo progressista.

[…]

Crosetto però pensa positivo: è contento perché l’intenzione di assicurare una scorta della Marina alle navi mercantili italiane in transito nel Mar Rosso senza aspettare la “burocrazia europea” – leggasi la missione Aspides –, ha fatto breccia. Innanzitutto tra la platea degli armatori riuniti a La Spezia, di fronte a cui si è presentato giovedì dopo aver presenziato a Monte Romano nell’alto Lazio alle esercitazioni di “Aegis 26”, una delle manovre tattiche più rilevanti dell’anno pianificate dall’esercito italiano, in compagnia del capo dello Stato, Sergio Mattarella. E così sono in molti a credere che Crosetto prima di prendere la parola a La Spezia, avesse già informato l’inquilino del Quirinale ricevendo la copertura necessaria per mettere in mora l’Europa sulla missione. Ma a quanto apprende il Fatto Crosetto non avrebbe anticipato nulla a Mattarella. E forse questo spiega perché la decisione di predisporre la scorta della Marina per ripristinare rapidamente il traffico dei mercantili italiani attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb è diventata con il passare delle ore un’ipotesi. Poi uno stimolo all’Europa: ieri Crosetto ha scritto all’Alta rappresentante Ue per gli Esteri, Kaja Kallas, per ottenere dagli Stati membri nuovi mezzi e nuovi contributi alla missione europea nel Mar Rosso.

[…] Su questo e sul rischio che l’Italia venga trascinata sempre più nell’escalation militare in Medio Oriente le opposizioni ieri hanno chiesto discontinuità. “Vista l’importanza e la delicatezza della questione, chiediamo al governo di non ricorrere a cavilli legali – la cornice autorizzativa della missione Aspides – per evitare il coinvolgimento del Parlamento, peraltro già evocato dallo stesso ministro Crosetto. Non basta un’informativa: chiediamo con la massima urgenza comunicazioni dettagliate, un dibattito approfondito e un voto in aula” sostengono i Cinque Stelle. Sulla stessa linea Avs, con Angelo Bonelli: “Decisioni che riguardano l’impiego delle nostre Forze armate in un’area di guerra non possono essere assunte senza un pieno confronto parlamentare. L’Italia deve lavorare per fermare l’escalation e riaprire la strada della diplomazia, non rischiare di essere trascinata sempre più dentro una guerra”. Tutto il Campo largo ricorda come il governo Meloni abbia deciso di spostare il contingente nella base di Ta’If al confine con lo Yemen senza passare dal Parlamento, ma solo grazie all’applicazione di un codicillo approvato nel 2024 per spostare forze e assetti nella stessa area geografica dove già insistono missioni autorizzate. Diventata però teatro di guerra.


La sostituzione della realtà


(di Michele Serra – repubblica.it) – Che per l’addestramento di AI siano stati usati milioni di testi d’autore (articoli, libri, saggi, corsi universitari, conferenze, sceneggiature eccetera) senza chiedere il permesso e senza pagare un centesimo, è ormai accertato. Il lavoro degli altri non è un problema che levi il sonno agli artefici così come ai padroni di AI. Il parassitismo è congenito in una macchina che parla solo perché ha assorbito il già detto.

Però, in prospettiva, non mi sembra questo il guaio più rilevante. In quanto autore (ma farei lo stesso discorso in quanto lettore, o spettatore) e soprattutto in quanto persona, penso che il vero guaio sarebbe la falsificazione: ovvero, ammesso che AI impari a scrivere come l’originale, o anche “meglio” dell’originale, la grave, inammissibile manomissione sarebbe che AI parlasse fingendosi “qualcuno”, e prendendone il posto.

Per farmi capire, nel mio piccolo: se AI fosse in grado di scrivere un’Amaca migliore delle mie, me ne farei facilmente una ragione. Ma se AI si spacciasse per me, facendo credere di essere me, mi sentirei violato gravemente, e gravemente violata sarebbe la realtà. La vera sfida – legale, etica, politica – è la trasparenza. Bisogna che ogni singola sillaba di AI appaia, di qui in poi, attribuibile a AI. Bisogna che ogni persona nel mondo, qualsiasi sia il suo livello culturale, sia sempre in grado di capire, quando parla AI, che è AI che ha parlato. Non è questione di diritto d’autore. È questione di tutela della realtà, contro la sua sostituzione. Mentre i fascisti blaterano di sostituzione etnica, la minaccia che riguarda tutti (perfino i fascisti) è la sostituzione della realtà.


Dal popolo all’élite: Lollo imborghesito loda i conti in ordine e lo spread basso


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] – Poveraccio, il ministro Lollobrigida, intervistato dal Corriere per festeggiare la trovata elettorale della sua ex cognata di “abolire” (in realtà sospendere per un anno) il bollo dell’auto, e infilatosi da solo sul finale dentro un cul-de-sac ideologico che vale come un atto di fallimento (o liquidazione giudiziale) del governo in cui presta diciamo servizio.

[…] Alla domanda se sia preoccupato del calo elettorale di Lega e FI, Lollo risponde: “Le prossime elezioni saranno un confronto tra due idee di Italia: la prima è stabile, ha abbassato lo spread, ha tenuto i conti in ordine e si è fatta valere all’estero. L’altra è una somma di partiti senza ancora nemmeno un leader”. Non gli viene in mente proprio nessun’altra medaglia da appuntarsi al petto, a Lollo, ministro di punta del primo governo dei post-fascisti, a parte conti in regola (vabbè: rapporto deficit-Pil sopra il 3%; debito pubblico tra i più elevati dell’Eurozona; crescita ferma e salari bassi) e spread sotto controllo.

Dal sacrario di Affile dedicato al gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani, alla cui inaugurazione un giulivo Lollo partecipò in quanto assessore della Regione Lazio, ne è passata di acqua sotto i ponti!

[…] Nei suoi discorsi, Mussolini si scagliava spesso contro la borghesia, intesa come categoria cultural-finanziaria posta a difesa della consuetudine, contrapposta al futurismo nuovista e fracassone del fascismo; sprezzante verso gli avversari, Mussolini ostentava sarcasmo, capacità di nuocere e manie di grandezza, avendo la romanità come mito (privo di IA, doveva lavorare di fantasia, facendo credere al popolo che i Romani avrebbero apprezzato come un valoroso guerriero uno con le sue mediocri doti fisiche). Poi, vabbè, anche Mussolini parlava di difesa della famiglia e del pericolo di invasione (non del “nero”, ma del “giallo”, anche se il nero esponeva al meticciato nelle colonie). Anche lui, come i ragazzi del Colle Oppio, tra cui Giorgia e Lollo, elogiava “il senso della virilità, della potenza e della conquista” (Gadda lo chiamava “fabulatore ed ejettatore di scemenze”), ma mai nella vita avrebbe elogiato i feticci dei nuovi borghesi: conti in ordine e spread basso.

Chi glielo va a dire, sulla tomba di Predappio, che i suoi eredi – che hanno preso i voti presentandosi come testa d’ariete per scalzare le élite finanziarie sovranazionali – ora si vantano di piacere alla borghesia?


Crosetto cerca rogne


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Ieri, a causa dell’attacco degli Houthi yemeniti che l’ha centrato in pieno, abbiamo scoperto che l’Italia ha (o aveva) un caccia Eurofighter nella base saudita di Tàif, dove schieriamo la task force Air-Arabia con 400 militari. Lì, ad agosto, grazie a uno scoop del Giornale, scoprimmo di avere altre decine di militari: una porzione di un’altra task force, la Land, formata da almeno 260 uomini fra Arabia, Bahrein ed Emirati con una batteria missilistica Samp/T, due radar Kronos e una batteria di cannoni Skynex. Cosa ci facciano ancora lì le due task force non è dato sapere, visto che da Tàif i sauditi bombardano lo Yemen e dalle altre basi gli Usa e le satrapie sunnite bombardano l’Iran. Il che rende i nostri 700 soldati bersagli legittimi delle rappresaglie di Teheran, delle milizie sciite irachene e degli Houthi che controllano il Nord dello Yemen e hanno appena conquistato lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso. In agosto Crosetto, alle opposizioni che chiedevano al governo di riferire in Parlamento, rispose che era tutto noto e normale: i nostri militari sono nel Golfo dal 2014 per la missione Inherent Resolve contro l’Isis. Ma non c’è nulla di noto o normale dopo che il 28 febbraio Usa e Israele aggredirono l’Iran e il nostro governo dovette trasferire in tutta fretta i militari nelle retrovie saudite per metterli in salvo. Peccato che non lo siano neppure lì, con la vittoria travolgente degli Houthi e l’entrata in gioco – al fianco loro e dell’Iran – delle milizie sciite irachene (inquadrate nell’esercito regolare di Baghdad).

[…]

La Meloni e Crosetto possono arrampicarsi sugli specchi finché vogliono, come già fecero quando Rutte svelò che 500 aerei Usa erano decollati dalle basi americane in Italia per la guerra nel Golfo. Ma non possono dire che le due task force abbiano qualcosa a che fare con la missione anti-Isis del 2014. Invece hanno molto a che fare con la guerra illegale di Usa e Israele all’Iran, che la Meloni disse di “non condividere né condannare”. E allora perché vi partecipa, con una cobelligeranza tanto occulta quanto evidente? E chi l’ha autorizzata, visto che il Parlamento è all’oscuro di tutto? Lo stesso vale per Crosetto che vuole inviare navi militari nel Mar Rosso per scortare i mercantili italiani nello stretto contro gli Houthi. Ma questi finora hanno garantito il passaggio di tutte le navi, escluse quelle saudite, ma incluse quelle occidentali e persino quelle Usa (infatti Trump sta lasciando solo Bin Salman contro gli Houthi). Perché mai allora i nostri sovranisti della mutua tengono in zona di guerra 700 uomini e vogliono inviarvi financo la Marina militare: per esporre soldati e navi alle rappresaglie sciite? Quando ce ne andremo di lì, sarà sempre troppo tardi. A proposito: com’era quella dell’aggressore e dell’aggredito?


Dall’abuso di ufficio alla cannabis all’orario di lavoro, tutte le proposte dei 5s


Venti i temi: salario minimo, congedo paritario, i soldi del Ponte alla scuola, stop delle armi a Kiev. La scheda

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(ansa.it) – Si va dalla reintroduzione dell’abuso di ufficio alla depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis per uso personale, dall’ok alle adozioni omogenitoriali alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario fino al ripudio della guerra con lo stop di invio di armi a Kiev.

Sono venti le aree tematiche della proposta programmatica che il M5s mette da oggi fino a domenica al voto degli iscritti.

Eccole in punti:

1) “La salute non è un privilegio”; si prevede tra le altre cose l’istituzione di un fondo perequativo finanziato dalla sanità privata gestito da una struttura straordinaria di coordinamento nazionale per abbattere le liste di attesa, con poteri di intervento destinato al personale e ampliamento dell’uso di diagnostica, sale operatorie e servizi;

2) “Un lavoro dignitoso”; con “il salario minimo legale”, “la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”, il “congedo paritario” e la garanzia delle tutele in caso di malattia e maternità anche ad artigiani, commercianti e autonomi;

3) Le “pensioni giuste”;

4) “Indipendenza per le persone con disabilità e diritti per chi li cura”;

5) “Meno tasse sul lavoro”, con una strategia nazionale contro l’evasione;

6) “Prezzi equi, filiere corte e legalità in agricoltura”;

7) “Meno burocrazia e più credito alle pmi”;

8) “Controlli e legalità nella pa”, con la “reintroduzione dell’abuso di ufficio;

9) “Bollette più basse ed energia più pulita”;

10) “Un piano casa pubblico contro caro affitti e immobili vuoti”;

11) “Scuola pubblica e sicura”, con il trasferimento di “13,5 miliardi di euro” dal Ponte sullo Stretto alle “nostre scuole”;

12) “Protezione del territorio, acqua e aria”;

13) “Stop al consumo di suolo, città più verdi”;

14) “Informazione libera e protezione dalla violenza digitale”, progressiva riduzione del finanziamento pubblico diretto all’editoria, “fuori i partiti dalla Rai” e “Intelligenza artificiale di Stato, perché le nostre istituzioni pubbliche non siano condizionate dallo strapotere delle Big Tech;

15) “Lotta alle mafie, appalti puliti”, con “una vera legge sul conflitto di interessi e regolamentazione delle lobby” e la “depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis per uso personale”;

16) “Più sicurezza nei quartieri”;

17) “L’Italia ripudia la guerra” con il riconoscimento, tra le altre cose, dello Stato di Palestina.

Il nodo Kiev viene sciolto così: “Cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti della guerra in Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace. È necessaria una svolta negoziale”.

18) “Immigrazione, stop al modello Albania”, previste l’istituzione del “Ministero delle politiche migratorie e l’integrazione” e lo Ius scholae.

19) “Più democrazia e partecipazione”, con il voto ai sedicenni e ai fuorisede per ogni consultazione;

20) “Diritti e pari dignità”, matrimonio egualitario, legge contro l’omolesbobitransfobia, adozioni omogenitoriali, legge sul fine vita”.


Bollo di scambio


(dagospia.com) – I conti non tornano, Bruxelles è incazzata e le Regioni sono sul piede di guerra. La trovata elettorale di Giorgia Meloni di sospendere per un anno il bollo auto, la “tassa più odiata”, si sta rivelando un gran pasticcio.

La misura è stata voluta e decisa dalla Statista della Sgarbatella in autonomia, o meglio con il suo “cerchio tragico”, senza chiedere l’approvazione da parte di Lega e Forza Italia, e soprattutto con la contrarietà di Giancarlo Giorgetti.

Una fuga in avanti in stile meloniano, per prendere in contropiede Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, cercare disperatamente di frenare l’ascesa di Roberto Vannacci e per gettare fumo negli occhi agli italiani, che intanto da mesi pagano una tassa molto più cara del bollo, quello del caro-carburanti, che non si arresta.

Davanti alla trovata del “bollo di scambio” della premier, Giorgetti, il ministro “mani di forbici” che ha passato questi quattro anni a frenare le richieste dell’Armata Branca-Meloni in nome del rispetto dei conti, ha chinato il capo e obbedito alla Ducetta.

E si è ritrovato a dover trovare in quattro e quattr’otto le coperture per 2,3 miliardi dei 7,68 miliardi di gettito totale della “tassa più odiata” solo per il 2027. Tanto, secondo le prime stime, è quanto verrà a mancare alle Regioni dal mancato incasso del bollo su auto e motocicli previsti dal decreto.

E dove prendere il tesoretto per questo spot elettorale? Il governo ha tirato fuori la “furbata” del secolo: attingerà dai “risparmi” dei prestiti che il governo ha ottenuto con il Pnrr, il piano europeo nato per finanziare progetti e investimenti per incentivare la crescita economica dopo la crisi del Covid.  

Una scelta che solleva più di un dubbio sulla fattibilità dell’operazione. Tanto che dalla Commissione europea hanno acceso subito un faro sulle coperture della misura spericolata varata dal governo due giorni fa.

Oggi Giorgetti, evidentemente stizzito, per non dire sull’orlo di una crisi di nervi, ha replicato a Bruxelles che quanto “risparmiato” dai progetti finanziati con il Pnrr “sono ormai soldi nazionali, non risorse europee. Sono risorse del bilancio dello Stato: il governo e soprattutto il Parlamento ne dispongono come meglio ritengono”. Tradotto: Bruxelles non si impicci.

Una lettura che appare bizzarra, al limite del paraculo. Anche perché molti progetti sono stati ridimensionati e modificati in corso, con un conseguente “risparmio”. Non si è operato in modo virtuoso, probabilmente non sono stati messi a terra tutti i progetti inizialmente previsti dal Pnrr. E’ così che si spiega il tesoretto avanzato?

Diversamente, in che modo, nelle pieghe dei progetti del Pnrr, tra ritardi, cancellazioni e rimodulazioni, il Tesoro è riuscito a “risparmiare” 2,3 miliardi di euro?

Lo scorso febbraio, Palazzo Chigi aveva previsto con un decreto che tutti i risparmi del Recovery per i progetti portati a termine sarebbero finiti alla Tesoreria generale. E il testo quantificava questi “risparmi” in 1,7 miliardi di euro. Molto meno di quanto serve per coprire il taglio del bollo auto solamente per il prossimo anno, ovvero 2,3 miliardi.

Perché questo è un altro, enorme, nodo della misura. Presentandosi inaspettatamente in conferenza stampa due giorni fa per intestarsi in pieno l’operazione, Giorgia Meloni ha parlato di “misura strutturale”.

Eppure, come è scritto nero su bianco sul decreto pubblicato in Gazzetta ieri, il taglio del bollo al momento sarà effettivo solo nel 2027. Altro che “strutturale”: si tratta di una mossa da piazzista nell’anno del voto. E poi? Campa cavallo!

Di certo la mossa a sorpresa sul bollo auto dimostra chiaramente che Giorgia sta rincorrendo Roberto Vannacci. Infatti il programma elettorale di Futuro Nazionale, presentato dal Generale lo scorso agosto, prevedeva proprio il taglio della tassa sul possesso dei veicoli.

E infatti, le truppe dell’ex parà della Folgore, hanno avuto gioco facile ad attaccare la premier su due aspetti: 1) la tempistica di una misura, che non è mai stata discussa nel centrodestra né prevista dal programma di coalizione del 2022; 2) la validità temporanea dello stop al balzello, mentre il programma di Futuro Nazionale prevede una cancellazione strutturale e definitiva della tassa automobilistica per tutti, senza limiti di potenza.

Siamo alla frutta, se la leader del principale partito italiano si ritrova a copiare il programma di un partito, Futuro Nazionale, che propone soluzioni fiscali impossibili da realizzare, a meno che non si vogliano mandare all’aria i conti del paese.


I pifferi poi sono sempre gli italiani…


(Dott. Paolo Caruso) – Oggi gli italiani si sono svegliati più ricchi. Non pagheranno per il 2027 il bollo auto. La Caciottara della Garbatella ha superato finanche Vanna Marchi, la regina delle televendite. Ha sospeso per l’ anno 2027 una delle tasse più odiate dagli italiani dopo il canone della televisione, il bollo auto. La furbastra ha voluto presentarla erroneamente come abolizione strutturale nascondendo la sua transitorietà e il vero scopo della sospensione, la cosiddetta mancetta elettorale. Mancetta che va applicata guarda caso solo per il 2027, anno delle consultazioni elettorali. Che combinazione ! Il dibattito sulla sospensione del bollo auto e moto approvata dal Consiglio dei Ministri sta sollevando forti reazioni e scetticismo nella pubblica opinione, ricalcando le critiche che spesso accompagnano questo tipo di provvedimenti temporanei. Una enorme bolla di sapone, una presa in giro per allocchi. La misura anche se tocca una platea molto ampia (circa 13 milioni di automobilisti e 7 milioni di motociclisti), presenta vincoli restrittivi specifici ed è per ora limitata a un solo anno, poi si vedrà e dovrà andare in bilancio. Chi vivrà vedrà ! La discussione si che tra chi vede nella norma un aiuto concreto e chi, come evidenziato dai più, la giudica una mossa di facciata o puramente elettorale . Molti osservatori e utenti sottolineano che una sospensione valida solo per il 2027 rischia di apparire come un beneficio a breve termine piuttosto che una riforma strutturale delle tasse automobilistiche. Inoltre, l’adozione del limite dei 80 kW viene criticata da chi fa notare che la potenza del motore non rispecchia necessariamente il valore economico del mezzo o il reddito del proprietario: paradossalmente, un’utilitaria datata di media potenza potrebbe restare esclusa, mentre un veicolo moderno e costoso ma sotto la soglia dei chilowatt beneficerebbe del taglio. Rimane poi il nodo delle coperture e del potenziale impatto sulle casse delle Regioni, a cui il bollo è destinato. Una perdita di 2,3 miliardi di euro che dovrà essere rimpiazzata dallo Stato con il PNRR, se è possibile, oppure saranno le stesse Regioni a dover provvedere con l’ aumento dell’ IRPEF o con altri balzelli, con la riduzione dei servizi, aumento dei ticket sanitari, ticket trasporti ecc. I partiti di governo sostengono nella loro cronica malafede invece che l’esenzione sia mirata a tutelare le famiglie a reddito medio-basso che utilizzano utilitarie e city car per gli spostamenti quotidiani. Il limite di una sola esenzione per cittadino è stato inserito proprio con l’intento di evitare abusi da parte di chi possiede più veicoli o mezzi di lusso. Insomma una pura elemosina che non si accompagna a cambiamenti legislativi degni di tal nome. La venditrice di pentole ha iniziato la prima promozione che passo dopo passo la porterà alla consultazione elettorale del 2027. La pifferaia magica oggi ci invia solo illusioni e i pifferi in effetti siamo noi cittadini.


Nel programma 5 Stelle la sanità è il primo punto: più risorse e personale, stop alle nomine politiche e soldi dal privato per le liste d’attesa


Tra i venti punti del testo – che sarà votato dagli iscritti e poi portato al tavolo della coalizione progressista – molto spazio è dedicato alla necessità di superare le disuguaglianze esistenti

Nel programma 5 Stelle la sanità è il primo punto: più risorse e personale, stop alle nomine politiche e soldi dal privato per le liste d’attesa

(ilfattoquotidiano.it) – Il primo dei venti punti del programma M5S, che sarà votato sulla piattaforma dagli iscritti fino a domenica, per poi essere portato al tavolo della coalizione progressista, è dedicato alla sanità. Il titolo del paragrafo è: “La salute non è un privilegio: conta la tessera sanitaria, non la carta di credito”. La priorità è lavorare per superare le disuguaglianze, sociali e territoriali, esistenti nel Servizio sanitario. Per far sì che, indipendentemente dal reddito o dal Cap della propria residenza, il diritto alla salute sia ugualmente esigibile da tutti.

Le proposte sono il frutto dei suggerimenti di attivisti, eletti e associazioni, riuniti per Nova, l’iniziativa del M5S che sabato e domenica vedrà il suo atto conclusivo con un evento a Milano. Giovedì il Consiglio nazionale, di fatto il Politburo del Movimento, aveva lavorato tutto il giorno per riassumere e limare le proposte, che contribuiranno a costruire il programma di tutto il centrosinistra.

Con una “modifica del titolo V della Costituzione” si propone di “rafforzare i poteri di coordinamento dello Stato nella gestione del Servizio Sanitario nazionale”. Poi “aumentare strutturalmente il finanziamento del Ssn per recuperare il divario rispetto alla media Ocse. Adeguare le retribuzioni del personale sanitario pubblico agli standard europei” ed “eliminare il tetto alle assunzioni e avviare un piano straordinario di reclutamento”.

Altro tema è lo “stop alle nomine politiche nella sanità”, attraverso una “selezione dei dirigenti per merito e non per appartenenza partitica”. Si prevede inoltre di “istituire un fondo perequativo finanziato dalla sanità privata gestito da una struttura straordinaria di coordinamento nazionale per abbattere le liste di attesa, con poteri di intervento destinati al personale e ampliamento dell’uso di diagnostica, sale operatorie e servizi. Stabilire tempi massimi nazionali per visite, esami e interventi e usarli nella valutazione dei sistemi regionali”. E ancora, affiancare ai già esistenti Lea, livelli essenziali di assistenza, i “tempi essenziali di assistenza“.

L’ultimo aspetto è dedicato alla “prevenzione come investimento”. La proposta è quella di “scorporare dai vincoli di bilancio europei gli investimenti in prevenzione sanitaria”, per smettere di inquadrarla come “un costo da contenere” e iniziare a pensarla come “un investimento sulla salute e sulla sostenibilità futura del Ssn”.

I venti punti del programma del Movimento dedicano uno spazio di rilievo anche al tema della disabilità. Il punto quattro è titolato: “Rendere effettiva l’autonomia delle persone con disabilità e riconoscere il lavoro di cura”. Tra le proposte, quella di “finanziare programmi per la vita indipendente e assegni per assistenti personali qualificati”. Oltreché “riconoscere i caregiver attraverso reddito di cura, tutela previdenziale, sostegno psicologico, protezione del lavoro o del percorso di studi e servizi di sostituzione nell’assistenza”. Infine, il testo sostiene l’importanza di potenziare il co-housing sociale per gli anziani, i centri diurni e le Rsa pubbliche, rendendo questi servizi più accessibili grazie a un maggiore sostegno pubblico delle rette.