Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Perché una guerra nucleare è un pericolo sopravvalutato e (forse) irrealistico


(Alberto Canciani – lindipendente.online) – Coloro che prestano fede nella Bibbia possono leggere come la stirpe umana sia nata, all’origine, dall’omicidio di Abele da parte del fratello Caino (Genesi 4,8). Possono, inoltre, leggere in che modo l’allora migrante popolo di Israele sterminò i popoli nativi della cosiddetta “Terra promessa” (Libro dei Numeri 21, 1-3 e Numeri 21, 21-35 e Numeri 31 tutto e poi altri), mascherando, con pretesti religiosi, la loro bramosia di accaparrarsi le risorse di altri. Nel seguito dei Libri, è evidenziata, molto spesso, la violenza, fisica e/o psicologica, dei “molti” contro i “pochi”. 

Vedendo come gli Israeliani di adesso trattano i Palestinesi di Gaza, viene da considerare che la Storia si ripete, ma con maggiore cattiveria e con tecnologie innovative. Molte volte, tuttavia, ho pensato che la Storia non sia “maestra di vita”. Se fosse così, Hitler non avrebbe invaso la Russia alle soglie dell’inverno come fece, sbagliando, anche Napoleone. Tuttavia, molte volte, l’attuale innovazione sociale ci porta a vedere nuovi significati del nostro passato. In effetti, potremmo considerare che le guerre e le rivoluzioni sociali possano apparire non più eventi a sé stanti, ma parti costituenti della vita di tutti i popoli, spesso con vantaggi e svantaggi non corrispondenti ai relativi successi, o insuccessi, sul campo. 

I peccati originali sono pragmatici

Gli attuali problemi mondiali, tra cui le continue guerre, derivano spesso da una miriade di cause ed effetti tra loro strettamente correlati che originano confusione o disinteresse in chi li subisce. Quasi mai questi problemi sono considerati nel loro insieme integrato o ridotti a dimensioni più semplici e comprensibili. Le teorie che tentano di spiegarli sono parziali, spesso “di parte”, e vengono modificate di continuo, forse, per far sì che non siano capite. Per comprendere meglio l’attuale stato di guerra continua, al posto delle inefficaci dichiarazioni di “pace”, di “civiltà” e di “democrazia”, bisogna chiedersi «a chi maggiormente conviene» fare una certa cosa e «per quale ragione» è stata fatta, ma senza partire dai risultati ottenuti, i quali sono, per loro natura, “di parte”. 

Una possibile risposta è che un conflitto con armi  convenzionali e in zone lontane dagli interessi delle grandi Potenze potrebbe avere, in prevalenza, la giustificazione di “svecchiare” gli arsenali militari delle stesse Potenze, producendo danni limitati e mediaticamente dimenticabili. Di contro, un conflitto nucleare causato da una importante parte geo-politica mondiale non avrebbe alcun senso pratico, poiché la risposta immediata della controparte sarebbe quella di estendere il conflitto al mondo intero. L’ultima parola contro l’intera Specie Umana non l’avrebbe dunque un Governo, ma solamente le radiazioni mortali causate dalla catastrofe nucleare

Un eventuale conflitto nucleare mondiale potrebbe, infatti, significare: 

  1. La perdita di molti milioni di attuali clienti commerciali (“clienti”, non persone …);
  2. Il crollo totale e subitaneo delle risorse e dell’economia mondiali;
  3. L’effettiva inutilità, nel medio periodo, di ogni tentativo di ricostruzione; 
  4. L’effettiva inconsistenza di un qualunque vincitore. 

A chi gioverebbe, dunque, un eventuale conflitto nucleare esteso a tutto il mondo? Al momento, a nessuno

Per argomentare che un conflitto nucleare mondiale non avrebbe una sostanziale utilità pratica e che non porterebbe vantaggi ad alcuno, accenno solamente a 3 argomenti sostanzialmente tecnici. 

Primo: la complessità del Teatro Militare Spaziale

Fino alla metà degli anni ’80, il predominio dello spazio spettò sostanzialmente agli USA e all’URSS, i quali spesero miliardi di dollari nella corsa spaziale. Furono anche gli anni di quello straordinario, ma costosissimo, sviluppo tecnologico che meritò all’Inghilterra, alla Francia, alla Germania e all’Italia il primato dello sviluppo dei sistemi più innovativi nel campo delle telecomunicazioni, dell’osservazione della Terra, della navigazione satellitare e dei lanciatori di classe media.  

Successivamente alla prima guerra del Golfo, dopo il 1990, i Sistemi Spaziali hanno trovato nuovi e crescenti ruoli nel supporto alle varie forme di guerra convenzionale, fornendo rilevanti vantaggi operativi e tattici ai Militari. Le risorse spaziali sono, infatti, fondamentali in molte operazioni militari tra cui gli allarmi missilistici, la geo-localizzazione, l’identificazione dei bersagli ed il rilevamento delle attività avversarie. Ogni attività militare, difensiva o aggressiva, nucleare o convenzionale, è impensabile senza il supporto dei Sistemi Spaziali. L’occupazione dello Spazio a fini militari è divenuta poi ancora più preponderante all’inizio degli anni 2000, con l’avvento della cosiddetta guerra al terrorismo. Sono state coniate, allora, le parole “tecnologie duali”, quelle tecnologie che possono soddisfare sia i bisogni civili che quelli militari, adottando un’ambivalenza dettata dall’interesse economico o strategico.  

Una replica dello Sputnik 1,  il primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla Terra: la replica è conservata nel Museo Nazionale dell’Aria e dello Spazio.

L’uso “duale” dei Sistemi Spaziali può fare diventare “bersagli” gli obiettivi, i “vettori” diventano missili intercontinentali e il “carico utile” diventa esplosivo mortale. I molti e non-chiari problemi mondiali degli ultimi anni hanno, inoltre, permesso l’ulteriore moltiplicazione delle spese militari, nonché le speculazioni delle società finanziarie, le quali si sono sviluppate attorno al pretesto della ricerca di una sedicente maggiore sicurezza internazionale e di una maggiore estensione della democrazia. La finanza mondiale deve molto al “terrorismo”, dovrebbe ringraziarlo per questo enorme giro  di denaro che si dimostra molto più rilevante di quello del traffico della droga, della prostituzione e delle tecnologie innovative. 

Tuttavia, la crescente militarizzazione dello spazio è in parte ostacolata dai Trattati internazionali i quali, essendo scomodi, sono quasi sempre disattesi o modificati in maniera unilaterale. La tendenza a ritrattare gli accordi internazionali deriva dal fatto che lo Spazio, a differenza del territorio, non presenta limiti, se non quelli economici, per lo sviluppo dei relativi programmi e delle tecnologie sempre più complesse.  

Agli inizi degli anni 2000 ci fu un profondo mutamento tecnologico e finanziario nello sviluppo dei lanciatori e dei satelliti, dovuto essenzialmente alla diversa concezione della loro affidabilità operativa. Prima di allora, i lanciatori e i satelliti costavano molto, erano pochi, avevano dimensioni più grandi, erano costretti in orbite più alte e ospitavano quasi il doppio degli apparati elettronici e delle protezioni meccaniche necessari al funzionamento, un’opportuna ridondanza operativa calcolata perché questi continuassero a funzionare normalmente anche in caso di eventuali guasti. Grazie anche all’avvento delle più performanti tecnologie “duali” e militari, prodotte in larga serie e quindi più economiche, si passò alle costellazioni di molti satelliti, di dimensioni più piccole e posizionati a quote orbitali più basse (dai 100 ai 2000 Km invece che dai 10.000 ai 36.000 Km), soppiantando la filosofia operativa del “singolo satellite” con quella del “sistema operativo di molti satelliti”. Tutto questo ha mutato non solo il concetto stesso di affidabilità, ma anche i costi delle Assicurazioni spaziali e della Finanza spaziale, determinando una loro drastica riduzione che ha a sua volta favorito il proliferare incontrollato delle flotte spaziali e dell’occupazione orbitale.  

Secondo: la complessità delle Strutture di Comando e di Controllo delle armi spaziali

Nelle operazioni militari di una qualunque Parte, la conoscenza non contaminata delle informazioni ha sempre svolto un ruolo fondamentale per il successo delle missioni. Un’efficace operatività dei Sistemi Spaziali Militari, soprattutto quelli nucleari, richiede necessariamente una o più specifiche Strutture di Comando e di Controllo. Tuttavia, qualsiasi componente di queste strutture è vulnerabile agli attacchi della controparte, che vanno dalle vulnerabilità fisiche dei siti di terra alla cosiddetta guerra elettronica (EW), che possono interrompere o deteriorare le connessioni tra il segmento spaziale e gli operatori. L’insieme di tutti questi strumenti, applicazioni, servizi e funzioni è stato tradizionalmente sintetizzato nell’acronimo C3I2 ovvero: “Comunicazione, Comando, Controllo, Informazione e Intelligence”. Negli ultimi anni la sigla C3I2 si è arricchita di altri termini tra cui: Computer, Collaborazione, Interoperabilità, Informatica, Sorveglianza e Nucleare, parole a cui corrispondono Sistemi d’arma che devono necessariamente essere interoperabili fra loro, ma che implicano un loro sistema autonomo di comando e controllo che complica la loro affidabilità operativa. 

Tutte queste Strutture prevedono un insieme di variabili dipendenti molto complesse che crescono in funzione del relativo numero dei satelliti operativi. La logistica e l’elettronica che le compongono, per esempio, sono particolarmente complesse perché ogni Rete Satellitare operativa richiede almeno due identiche Strutture dedicate, situate in posti lontani tra loro e in ridondanza operativa per la loro necessità di sicurezza e di sopravvivenza ad un attacco della controparte. Questo implica necessariamente un’ulteriore connessione informatica, che a sua volta è soggetta alle contromisure di una eventuale guerra elettronica. Si consideri, infatti, che, per motivi di massima sicurezza contro eventuali attacchi del “nemico”, ogni Struttura Militare di Comando e Controllo deve essere duplicata e la seconda deve essere pronta a subentrare completamente ed in pochissimi secondi alla Struttura gemella eventualmente distrutta. 

Ma in quale luogo si possono allocare queste Strutture di comando e controllo in modo tale che non si sappia dove siano, al fine di minimizzare un eventuale attacco nucleare distruttivo della controparte? In quale sede logistica si possono far vivere le decine di persone addette a queste Strutture senza far sapere chi esse siano e cosa facciano? Chi potrà garantire l’assoluta impenetrabilità delle informazioni, sia volontaria che involontaria, in ingresso ed in uscita? Quanto si devono pagare gli “addetti ai lavori” al fine di proteggersi dalla fuga intenzionale di notizie classificate?  

Come risulta evidente, la complessità tecnologica, logistica e finanziaria di queste Strutture di Comando e di Controllo è di gran lunga superiore a quella degli stessi Sistemi Satellitari Militari. Ricordiamoci, tuttavia, che tanto maggiore è la complessità dei Sistemi d’arma, tanto minore è la loro affidabilità operativa in termini di reazione alla minaccia. 

Proprio dalla complessità e dagli enormi costi di sviluppo e di gestione di questi capolavori tecnologici, logistici e finanziari di cui i militari sono giustamente fieri, si può trarre l’ipotesi che un qualunque conflitto nucleare che li possa distruggere sia effettivamente poco probabile. Un conflitto nucleare mondiale genererebbe solamente un mucchio di perdenti morti e di vincitori destinati, prima o poi, a morire a loro volta, oltre che a un mucchio di macerie contaminate dalle radiazioni per moltissimi anni. I militari non potrebbero più ottenere le ingenti sovvenzioni nazionali e neanche potrebbero utilizzare più i loro costosissimi apparati, una volta che questi verrebbero distrutti o contaminati. Nessun avversario avrebbe alcuna possibilità di azzerare l’intero arsenale nucleare dell’altro e/o di sfuggire ad un apocalittico attacco di rappresaglia. Il senso pratico, oggi, di una tale resistenza sarebbe solamente quello di morire per ultimi

Terzo: l’enorme giro economico finanziario mondiale dovuto alle Multinazionali e alle loro collegate

Oggi la Cina detiene l’effettiva proprietà di almeno un quarto degli asset degli USA e volendo potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia a stelle e strisce

Fino alla fine degli anni 1990, gli USA si sono posti come i principali artefici di questo giro. Oggi, invece, lo scenario vede una pluralità di concorrenti e si caratterizza per un fortissimo contrasto mondiale, esteriormente militare, mediatico e sociopolitico, ma che, nella sostanza, è economico e finanziario. Ne sono protagonisti due grandi blocchi contrapposti: l’uno, quello Occidentale, è forse in declino, ma è apparentemente coeso. L’altro, quello Orientale, è in ascesa, ma presenta una notevole discordanza di interessi.  

Il vero obiettivo di questo contrasto è quello di gestire le rimanenti risorse del pianeta, determinando il predominio assoluto dello schieramento che risulterà vincitore. Questo contrasto si avvale anche delle attuali innovazioni tecnologiche: una su tutte è il WEB, quel nuovo modello mondiale civile di comando, controllo e informazione (ma chi lo gestisce veramente…?) che sembra stia progressivamente sostituendo la tradizionale istituzione politica e sociale delle singole Nazioni.  

Oggi, la fittissima rete delle Multinazionali e delle loro controllate non proviene più da una sola Potenza egemone, ma da tutti i gruppi nazionali più importanti, cosa che consente a questi ultimi di sfruttare le ricchezze di un qualunque Paese senza lederne, almeno in apparenza, l’integrità sociopolitica. Un esempio eclatante è la Cina, la quale detiene l’effettiva proprietà di almeno un quarto degli asset degli USA e che, volendo, potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia a stelle e strisce. Questa evenienza, però, non conviene ad alcuno! La rete delle Multinazionali apporta ingenti capitali ai Centri di Ricerca, alle Università, alle Fondazioni, alle Associazioni Sociali, ai Consumatori e, soprattutto, al mondo politico ed è praticamente impossibile da disarticolare. Sotto questo punto di vista, l’espansione del settore privato può sostituire efficacemente le tradizionali guerre di conquista territoriale. 

Le immense risorse gestite dalle Multinazionali servono anche ad alimentare, diversificandoli, numerosi settori strategici delle attività umane: la colonizzazione dello Spazio, le applicazioni delle nuove biotecnologie, lo sviluppo delle mutazioni genetiche e delle eventuali pandemie, le applicazioni dell’industria del divertimento e dell’informazione, lo sviluppo del militare e degli armamenti, lo sviluppo della IA, lo sfruttamento delle risorse energetiche e delle scienze in generale.  In definitiva, i destini di tutti gli Stati e di tutte le persone dipenderanno da chi vincerà questa contesa, il cui successo è molto più efficace e conveniente rispetto alla tanto paventata distruzione nucleare. 

Quindi, se la probabilità del rischio di un conflitto nucleare mondiale risulta sostanzialmente bassa, allora perché ci si preoccupa tanto? E, ancora, perché i Media ed i relativi Profeti lo pubblicizzano tanto e lo danno quasi per inevitabile? La risposta è molto articolata ed implica molteplici competenze, a meno che la convenienza economica non sia il principale motore di coloro che manovrano le leve del potere mondiale.  

Lascio ad ogni Lettore la cura di trarre le proprie conclusioni. Tuttavia vorrei che gli uomini e le donne di cattiva volontà (quelli di buona volontà sono inutili proprio perché sono già buoni…) meditassero sulla foto seguente, non perché c’è la firma di un Papa, ma per la sua sostanza, e perché i nostri figli o i nostri nipoti non abbiano a soffrire un dramma del genere.


Beppe Severgnini si sente Prevert: ora sì che gli americani ci rispettano


(ilfattoquotidiano.it) – “Il sole splende sopra Milano, il cielo prova la primavera”. Sul Corriere della Sera Beppe Severgnini si sente Prevert: lo spirito olimpico gli fa sprizzare poesia in ogni molecola di cellulosa. C’è un dato politico, nei Giochi di Cortina, infilato nella melassa aulica del Corsera: “Il Monte Rosa brilla tra i grattacieli che alcuni criticano, ma tutti fotografano”. Traduciamo: follie, inchieste, storture e intollerabili disuguaglianze del modello Milano sono perdonate, sommerse da una manciata di medaglie. È vero – si legge – che “per un giudizio complessivo (…) bisogna capire quanto abbiamo speso” e “quanto si riveleranno utili le novantotto grandi opere accelerate dai Giochi”. Guardando al passato, una mezza idea ce l’abbiamo. Ma in fondo che ci frega? Severgnini è estatico: abbiamo fatto bella figura con gli americani, i cinesi e anche gli ostici norvegesi. “Una volta ancora, noi italiani siamo riusciti a trasformare una crisi in una festa: nessuno ci batte in questo sport (…). Scandinavi reduci dall’hockey a Santa Giulia; americani di ritorno dal pattinaggio di velocità a Rho; asiatici entusiasti del pattinaggio di figura ad Assago; europei saliti a Cortina, a Bormio, a Livigno; le tribune internazionali del biathlon; gli stranieri che hanno seguito i Giochi in televisione: tutti contenti e un po’ stupiti”. Beppe non ha alcun dubbio: “Queste sono le occasioni per cambiare la percezione dell’Italia nel mondo”. Bastano due piste lisce e un po’ di Brignone, siamo tornati una potenza. Il finale è amaro, il fanciullino s’imbatte in un presagio di realtà: spenta la fiamma olimpica, “riprenderà il rumore delle armi”. Non aveva smesso, “ma noi, per quindici giorni, ci siamo illusi di non doverlo sentire mai più”.


Il becchino Trump e la democrazia autentica


(Tommaso Merlo) – Trump è considerato un faro dalla destra nostrana, ma in realtà è un becchino. Il sovranismo si sta rivelando una sottocultura democratica tragicomica. Se i giudici gli danno ragione vanno bene, altrimenti sono nemici politicizzati da sottomettere. Ma invece di indire un referendum, Trump usa manganello e olio di ricino. Ha illegalmente trascinato il mondo nel caos coi suoi dazi demenziali, lo ha fatto fingendo l’emergenza per imporli per decreto ed una volta inchiodato, si è messo a sputare sulla Corte Suprema promettendo di trovare un modo per aggirare la sentenza. Un classico delle camice nere di oggi. La Costituzione non è un patrimonio comune garanzia per tutti, ma uno ostacolo al proprio potere che deriverebbe dai quattro tifosi che li votano pentendosi peraltro il giorno dopo. Non è certo un caso che il presidenzialismo e quindi l’accentramento di poteri sia un sogno della destra nostrana. Poi ti capita uno squilibrato come Trump sul balcone e ti ritrovi nel baratro a furia di credere, ubbidire e combattere perché il duce ha sempre ragione. Trump non lo ha ancora capito, ma i dazi sono sostanzialmente tasse sugli americani che hanno colpito le classi medio basse perché quando aumentano i prezzi al supermercato, i ricchi non se ne accorgono neanche. Trump ha rubato intorno ai 140 miliardi di dollari ai suoi cittadini e adesso li deve restituire. E se non bastasse, Trump ha contemporaneamente ridotto le tasse ai miliardari e smantellato uno stato sociale già ai minimi termini. Altro classico. La destra che aizza le masse per conquistare il potere e una volta nei palazzi le tradisce facendosela con ricchi e potenti mentre poveri e fragili diventano di colpo perdenti da colpevolizzare e lazzaroni da ignorare o minoranze da perseguitare. Una destra popolare in campagna elettorale ed oligarchica una volta al potere illusa che la crescita ricada magicamente a cascata su tutti. Già, come no. A furia di inginocchiarsi ai miliardari, l’ingiustizia sociale ha raggiunto livelli talmente folli da essere ormai socialmente pericolosa. La verità è che non ci sono alternative allo stato per distribuire la ricchezza prodotta e che la cosa pubblica deve dominare quella privata e non viceversa. Una sfida epocale che riguarda tutti, ma per i camerati ogni passo indietro è una sconfitta e ogni ammissione, debolezza. Arroganza e faziosità che aggravano l’ignoranza con lo scarso spessore dei ducetti di oggi che fa il resto. Da brividi la composizione dell’odierno Asse di Ferro con la combriccola italiota che segue Trump anche al cesso, fenomeni da baracconi del calibro di Milei ed Orban mentre come ideologo hanno quel pervertito di Steve Bannon. La debacle sui dazi, conferma come ormai solo i tribunali riescono a contenere la smania fascistoide di Trump. I suoi viscidi abusi di potere, la persecuzione dei nemici politici, le squadracce per le strade, gli strappi costituzionali, la prepotenza anche internazionale. Trump ha usato i dazi per ricattare il mondo intero, per piegarlo al suo ego tossico e per ingrassare gli affari di famiglia. Un livello di corruzione anche morale davvero impressionante e che conferma come il sovranismo sia un tragicomico vicolo cieco. Altro che uomini forti, servono uomini umili, capaci e in grado di provare empatia verso il prossimo. Altro che gerarchia, serve partecipazione. Altro che propaganda, serve verità e onestà intellettuale. Altro che fedeltà, serve sapienza. Non ducetti su qualche balcone mediatico, non gerarchi complici ed inermi, non parlamento ridotto a bivacco di manipoli e magistratura al guinzaglio, ma una democrazia autentica. Non utopia, ma realistico e sacrosanto obiettivo di dar vita ad una democrazia in cui il potere torni ad appartenere al popolo che lo esercita al meglio delle sue capacità per il bene della propria comunità e del mondo intero. Non ducetti ed oligarchi, ma cittadini consapevoli che si uniscono per dar vita ad una politica sana e al servizio esclusivo del bene comune a partire dai più fragili. Non ducetti ed oligarchi, ma cittadini consapevoli che esprimono classi dirigenti all’altezza, rispettose delle istituzioni e che si impegnano con serietà ad affrontare le grandi sfide del momento. Trump ha il pregio di aver mostrato al mondo cosa sia davvero la sottocultura democratica sovranista e come meriti giusto il cassonetto della storia. Più che un faro, un utile becchino.


L’asse Usa-Berlino tiene sotto scacco l’Europa


I leader occidentali sono sfilati alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Non ci sono state novità particolari, se non la conferma di quanto ormai da tempo gli analisti più attenti affermano. L’Europa polacca, scandinava e baltica ha deciso che la guerra contro la Russia è inevitabile. L’Ucraina è stata un esperimento distruttivo del Paese e di una generazione di diciottenni ma, come gli almeno […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] I leader occidentali sono sfilati alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Non ci sono state novità particolari, se non la conferma di quanto ormai da tempo gli analisti più attenti affermano. L’Europa polacca, scandinava e baltica ha deciso che la guerra contro la Russia è inevitabile. L’Ucraina è stata un esperimento distruttivo del Paese e di una generazione di diciottenni ma, come gli almeno […] 500 mila morti nella guerra in Iraq, è un esperimento che valeva la pena, secondo le famose parole della democratica Madeleine Albright. Kiev doveva permettere di isolare la Russia e – come la Rand Corporation, think tank del Pentagono, suggeriva nel 2019 – eroderne il potere con una guerra a bassa intensità. Kiev è un utile diversivo per permettere all’Ue, braccio della Nato che spende il 5% del Pil a debito in armi americane, di accollarsi la guerra. Il cancelliere tedesco Merz – che incarna la nuova Germania, riunificata, armata e russofoba, dove si è posto fine in tempi accelerati, e nell’indifferenza dei leader europei, alla tradizione pacifista tedesca del dopoguerra e all’Ostpolitik di Brandt, pilastro della distensione – ha tuonato contro Mosca, facendo eco ai burocrati dell’Ue.

[…] Rubio, segretario di Stato e consigliere alla sicurezza nazionale (i due incarichi sono per la prima volta assommati nella stessa persona), neocon ex nemico del presidente Trump, che ha costruito la sua carriera fomentando la diaspora cubana per l’illegale assedio economico e militare contro l’Avana, ha rassicurato gli europei: l’ordine euro-atlantico continua a vigere con regole diverse. Non ci sarà più bisogno della finzione del multilateralismo: Onu, Osce, Consiglio d’Europa e la stessa Ue sono destinate all’irrilevanza. L’Europa dovrà essere un alleato disciplinato, provvedere alla propria sicurezza e fare propri gli obiettivi neoconservatori di Washington, riassumibili nella difesa del dollaro, con la supremazia militare, contro gli emergenti che si raggruppano intorno al rivale strategico, la Cina.

Intanto in Europa gli artefici dell’ibrido Ue – non organismo integrato né libero scambio, burocrazia non eletta, priva di divisione dei poteri e di legittimità democratica, asservita a politiche neoliberiste e carente di diritti sociali -, dunque gli stessi artefici di questa Europa atlantica e braccio destro della Nato, senza alcun pudore purtroppo, tornano alla ribalta, illustrando come col voto a maggioranza e le cooperazioni rafforzate, rivolte ai Paesi fondatori e ai più disposti a marciare verso un’integrazione sempre più stretta, si potrà costruire un progetto federale, capace di autonomia strategica da Washington. Non spiegano come Berlino potrà accettare il debito comune, la fiscalità condivisa e una vera e propria convergenza economica che andrebbe a suo svantaggio nell’Europa degli interessi nazionali. Quanto alla difesa comune e al mercato unico dei capitali, si guardano bene dal chiarire se veramente nutrono l’illusione di una moneta europea che possa fare concorrenza al dollaro e se pensano che gli Stati nazionali sono ormai d’accordo a delegare i propri poteri alla capitale più forte, Berlino, come responsabile della difesa europea. Siamo di fronte a una nuova mistificazione grazie alla quale la classe dirigente europea asservita a Washington – a quello Stato profondo statunitense che, malgrado Trump, costituisce il vero potere euro-atlantico – vorrebbe dar vita con un’integrazione maggiore a un organismo più agile per poter prendere senza intralci le decisioni consone agli interessi americani. Spiace che tanti analisti cadano nella trappola e discettino contro il progetto federale europeo, sostenendo l’anacronistico ritorno allo Stato nazionale. Esso in realtà sarebbe ancora più fragile, asservito a Washington e alle lobby finanziarie.

La libertà di parola e i nostri diritti costituzionali, in un mondo in transizione, minacciato dalla corsa al nucleare, dalla robotica e dalla distruzione climatica, non sono più difesi. Il progetto di legge Del Rio-Gasparri equipara di fatto le critiche a Israele all’antisemitismo. Un’esperta italiana dell’Onu, sotto sanzioni Usa e mai difesa dal ministro Tajani, viene nuovamente attaccata da Germania, Francia e Italia per non aver detto che Israele è “nemico dell’umanità”. Ma, anche se l’avesse detto, non sarebbe certo una colpa. I massimi vertici istituzionali nostrani considerano la Russia paragonabile al Terzo Reich e noi non possiamo indicare un governo che ha sterminato oltre 70 mila palestinesi, praticato l’apartheid, attaccato i suoi vicini uccidendo in attentati terroristici individui appartenenti alla leadership, che dichiara l’Onu un covo di antisemiti e non applica dal 1967 la legge onusiana, dunque non possiamo indicare il governo di Israele, (chiamato Israele come il governo della Russia è chiamato Russia) un nemico dei nostri valori umanistici? […]


Com’è difficile parlare di Gaza


(di Michele Serra – repubblica.it) – Si capisce che il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, non abbia gradito il goffo “fuorionda” sulla squadra israeliana di bob. Si capiscono meno le motivazioni del suo sgradimento. Meghnagi lamenta «l’attacco quotidiano di gente ignorante contro gli atleti israeliani e il popolo civile, senza sapere che cosa è successo realmente a Gaza… La sinistra questo incitamento all’antisemitismo lo sta facendo quotidianamente».

Ora, a parte che «la sinistra» non significa niente, è un generico anatema politico che ammucchia persone, storie e parole molto diverse le une dalle altre; il timore è che sia proprio Meghnagi a ignorare «che cosa è successo realmente a Gaza».

Al netto della disputa sulle fonti, la certezza è che Gaza è stata rasa al suolo per i suoi quattro quinti. Che più di sessantamila dei suoi abitanti, tra i quali un numero molto alto di donne e di bambini, sono stati uccisi. Che obiettivi civili — ospedali, scuole — sono stati colpiti in quanto «rifugio di terroristi» (termine ormai così lasco, così sciattamente pronunciato, che alla fine è carta straccia: e i terroristi veri ne saranno ben lieti).

Che la popolazione di Gaza al completo ha pagato con la distruzione delle proprie case e della propria vita quotidiana la carneficina razzista del 7 ottobre, seguita da una carneficina razzista circa cinquanta volte più grande, vedi alla voce: rappresaglia vergognosamente eccedente l’offesa subita.

Ora: che senso ha questo ostinato ignorare il sangue e il dolore degli altri? Come se ne viene fuori, da questo macello interminabile, se non chiamando le cose con il loro nome? Beato Meghnagi se crede di potersela cavare distribuendo a destra e a manca, soprattutto a manca, accuse di «antisemitismo» che c’entrano, con l’indignazione dei tre quarti del pianeta per la distruzione di Gaza, zero.


Lo scisma transatlantico


La pietra d’inciampo su cui è franata la famiglia euroatlantica è la Russia

Leopoli (Ucraina), 21 febbraio: l'omaggio alle tombe dei soldati ucraini morti in guerra

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Martedì 24 febbraio scocca il quarto anniversario del fallito colpo di Stato russo a Kiev. L’Operazione militare speciale che secondo Putin avrebbe riportato l’Ucraina nella sfera imperiale russa si è trasformata in una carneficina infinita senza sbocco strategico. Americani e britannici, informati nei dettagli dell’invasione russa, erano convinti che nel giro di un paio di settimane un oligarca filorusso, Viktor Medvedchuk, avrebbe formato a Kiev una giunta di obbedienza moscovita. Biden offriva a Zelensky di trasportarlo a Leopoli, che Putin prometteva di non toccare perché “polacca”, o di rifugiarsi all’estero per allestire un governo in esilio. L’obiettivo degli americani era di impantanare i russi in Ucraina come i sovietici in Afghanistan (1979-89) per indebolirli. Armando gli ucraini per questo, non per vincere. Sei anni all’obiettivo.

Era il 24 febbraio 2022. Quel giorno alla sede diplomatica italiana a Mosca l’addetto militare Roberto Vannacci assicurava l’ambasciatore Giorgio Starace che i russi sarebbero penetrati in Ucraina «come un coltello nel burro». Convinzione diffusa tra gli atlantici. Per Mosca si trattava della restituzione con interessi del colpo di Stato a Kiev appoggiato otto anni prima da Washington e Londra sull’onda dell’Euromaidan. Al culmine di quegli eventi, il vicesegretario di Stato Usa Victoria Nuland, mente dell’operazione, era stata intercettata mentre scandiva al telefono il famoso «Europa vaffanculo!».

Oggi quel «Fuck off Europe!» è il basso continuo del modo americano di rapportarsi agli “alleati” europei. La rottura transatlantica preannunciata da Nuland ha (auto) escluso gli europei dai tavoli negoziali con cui Trump cerca di fermare la guerra trattando direttamente con russi e ucraini.

Ne consegue scisma transatlantico. Esito della differenza di interessi e di valori tra americani ed europei. Ancor più forte all’interno dell’Unione Europea, motore che ha invertito la rotazione: ci divide anziché unirci. Tra gli esangui leader continentali nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Attenderemo a lungo un Carney europeo che abbia il coraggio di chiamare il bluff.

Quanto agli americani, non sopravvalutiamo Trump. È dalla fine della guerra fredda che a Washington si è deciso di ridurre l’impegno in Europa. Per il semplice motivo che gli Stati Uniti stavano da noi non per i nostri begli occhi ma per proteggersi dai sovietici. L’equazione nucleare concordata con Mosca prevedeva che lo scambio di atomiche sarebbe avvenuto sul continente europeo, non in America né in Unione Sovietica. Tutto tragicamente logico. I nostri governi ne erano perfettamente coscienti.

La pietra d’inciampo su cui è franata la famiglia euroatlantica è la Russia. Per gli Stati Uniti la guerra di Ucraina ha dimostrato che Mosca non potrà mai dominare l’Europa, visto che al quarto anno di guerra non ha preso nemmeno tutto il Donbass. Ma se nessuno minaccia l’Europa, argomentano a Washington, perché e da chi dovremmo difendervi? Molti europei obiettano: dei russi non possiamo fidarci. Senza di voi americani non possiamo difenderci. Eppoi con voi in Europa per ottant’anni non ci siamo fatti la guerra. Se ci abbandonate rischiamo di ricominciare. Né ci rassicura il riarmo della Germania, che potrebbe culminare nell’atomica tedesca.

Il disimpegno americano non sarà tanto quantitativo quanto strategico. L’Europa che interessa il Pentagono è quella che affaccia sull’Artico, nuovo baricentro geopolitico dove si deciderà la competizione tra Cina e Stati Uniti e dove Trump vorrebbe contare su Putin per contenere Xi in proiezione polare. Vasto programma. Per il momento l’America ci offre il comando Nato di Napoli — occasione da sfruttare — e ci invita a spostare truppe (alpine?) nel Grande Nord — opzione discutibile.

Ma sarebbe per noi imperdonabile lasciare che l’Ucraina finisca di bruciare. Equivarrebbe ad accettare la destabilizzazione permanente di tutte le terre comprese tra Trieste e la Russia. Non abbiamo bisogno di una Grande Balcania sul fronte orientale. Una vera pace è impossibile. È invece imperativa una tregua paneuropea garantita da America, Russia e Cina per impedire la balcanizzazione delle Ucraine e favorirne la ricostruzione. Per noi gli ucraini non sono mujahidin e i russi non sono sovietici. Roma se ci sei batti un colpo.


L’ultima di Italo Bocchino in lode di Giorgia: “È la figlia del popolo”


L’autoproclamato volto televisivo del melonismo racconta nel suo nuovo libro la premier che diventa “regina d’Europa” e “punto di riferimento per l’intero Occidente”

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Non sempre la profusione d’incenso riesce come dovrebbe. Accade quando le lodi destinate a salire in cielo insieme al fumo fanno pensare a qualche piaggeria e nella nube profumata si avverte – eccolo là – l’inconfondibile odorino del potere.

Si perdoni il contesto rituale, ma a proposito del suo ultimissimo libro in gloria della premier, il ruolo di incensatore non si addice a Italo Bocchino. A partire dal titolo: Giorgia, la Figlia del Popolo, cui segue un meno stentoreo, ma risoluto Perché Meloni piace agli italiani (Solferino, 17 euro); e proseguendo con la bianca copertina che nella grafica fa il verso al primo volume di Antonio Scurati su Mussolini.

Ora, Bocchino è uomo di mondo, di talk e di insospettabili relazioni qui parzialmente e strategicamente menzionate; un napoletano svelto e accorto, un simpatico pirata cresciuto alla scuola del trickter Tatarella (“’mbruogl’ aiutami!”); e insomma, ritrovarselo agitare il turibolo per 200 pagine fa pensare a un’esaltazione tutt’altro che disinteressata, sia pure in tempi d’improntitudine e sgangheratezza. Si dirà che tali ridondanti ossequi avvengono spesso e volentieri. Ma vieppiù sfuggono di mano quando nel Palazzo tutto dipende da una persona sola e/o da sua sorella; quando non si ha la pazienza di aspettare come va a finire; quando si scrivono più libri di quanti se ne leggano; e infine quando magari ci si porta dietro qualcosa di cui farsi perdonare. In questo senso, “convertitosi” (dice lui) in extremis sebbene antemarcia, Bocchino ritenne di inviare per whatsapp la foto della tessera dei Fratelli ricevendone in cambio da Meloni una faccetta sorridente e un gelido riconoscimento: “Chi l’avrebbe mai detto”.

Ma a tutto c’è un rimedio o un investimento, per cui adesso Giorgia è “stella”, “Regina d’Europa”, “punto di riferimento per l’intero Occidente”. Ardono nel braciere omaggi, invocazioni e giaculatorie, “destino”, “capolavoro”, “nuova era”; tutto ciò che Lei incrocia assume un respiro epico, dai rapporti famigliari, “il miracolo italiano delle due sorelle”, alla “sovraumana abnegazione” dell’apprendista premier e giù pagine su un certo congresso giovanile svoltosi a Viterbo, sull’“unicità” di Colle Oppio, sulla “generazione Atreju”, fino alla “corazza di titanio” entro cui si fa forte a Palazzo Chigi.

E qui si potrebbe prolungare l’antologia devozionale, tanto più straniante quanto più oggi la post-politica suscita in metà dell’elettorato disagio e disinteresse. Ciò nondimeno, il registro scelto suona messianico. Paravento, s’intende, ma pur sempre messianico, l’attesa è finita, la Figlia del Popolo ha raccolto attorno a sé “la diaspora”. Dalla cui storia di correntismi tardo missini e rimasticature per salvare capre e cavoli di Fini si esce esausti; mentre si salvano, al contrario, alcuni irriverenti bozzetti tipo una telefonata di fortuna con Prezzolini o una specie di maledizione interna che avrebbe procurato lutti.

Niente, in compenso, su Santanchè, GiambrunoAlessandra Mussolini e Telemeloni; poco sul premierato, il minimo sindacale su Trump, felicemente contenuto il vittimismo. Noto al pubblico per l’assidua e drammaturgica presenza sugli schermi in partibus infidelium de La7, Bocchino si proclama a ragione “volto televisivo del melonismo”, riconoscendo in quest’ultimo il “punto d’arrivo di un fiume carsico che è diventato poderosa e fragorosa cascata”.

Ora, può anche darsi che in futuro Meloni venga rivalutata – come del resto accade con i dc o Berlusconi – dai suoi attuali detrattori. Ma intanto è senso comune che sia circondata da gente così così. Ecco invece che qui Bocchino descrive la “fiaba collettiva”, la “meravigliosa comunità”, “un’orchestra accordata all’unisono”. A tutti – o quasi – assegna con astuzia un posticino nella Grande Storia, mentre Arianna sorella e Fazzolari, secondo cui Giorgia “ha aperto un nuovo immaginario alle bambine italiane”, godono un trattamento privilegiato.

Quando lo scorso anno fu presentato a Palazzo Madama il precedente libro di Bocchino, Perché l’Italia è di destra (sempre Solferino), La Russa e Arianna proposero che fosse adottato nelle scuole; e anche se in prima fila c’era Valditara, sono cose che si dicono per dire, i bastoncini d’incenso non costano poi tanto e si acquistano pure online.


Meloni e la sindrome da accerchiamento


La presidente guarda con preoccupazione agli Usa. Populismo ed eccessi alla lunga rischiano di produrre effetti indesiderati. E dopo le polemiche salta il vertice Italia-Francia di aprile. I timori in vista del referendum. Nel frattempo guarda con sospetto quello che accade attorno a lei. Da Mattarella al Vaticano 

(Nicola Imberti – editorialedomani.it) – A metà mattinata, quando l’Italia già da qualche ora con fatica e dolore faceva i conti con la morte del piccolo Domenico, Giorgia Meloni ha affidato il suo pensiero a un messaggio postato sui social: «L’Italia intera si stringe nel dolore per la scomparsa del piccolo Domenico, un guerriero che non sarà dimenticato. Alla mamma Patrizia, al papà Antonio e a tutti i suoi cari rivolgo, a nome mio e del Governo, il più sincero abbraccio e il più profondo cordoglio. Sono certa che le autorità competenti faranno piena luce su questa terribile vicenda».

Dopotutto già nei giorni scorsi, quando ancora la speranza di poter salvare il bambino non era tramontata, la presidente del Consiglio aveva espresso la sua vicinanza alla famiglia telefonando alla madre. Normale quindi che Meloni abbia voluto esprimere un ultimo pensiero su una vicenda che ha toccato il cuore degli italiani.

Ma quelle poche parole hanno subito reso evidente quello che stava accadendo. Prima del cordoglio per Domenico la premier aveva pubblicato, il 19 febbraio, la sua intervista a Sky TG24 (quella in cui, tra le altre cose, aveva attaccato il presidente francese Emmanuel Macron). Prima ancora, in rapida sequenza, tre video per magnificare il decreto Bollette e per attaccare i giudici sui casi Sea-Watch e il “caso” di un migrante algerino. E poi il post sulla morte del militante di estrema destra, Quentin Deranque, che aveva per l’appunto provocato la reazione dell’Eliseo e che ha prodotto, alla fine, l’annullamento, deciso sabato, dell’importantissimo vertice Italia-Francia previsto ad aprile.

Insomma, non si può certo dire che Meloni si sia lasciata sfuggire l’occasione di esprimere il proprio pensiero. Un po’ su tutto tranne su una cosa che, evidentemente, crea non poche difficoltà al governo: la decisione della Corte suprema che ha bloccato i dazi imposti da Donald Trump.

Non solo, ma se prima dell’intervento del presidente Sergio Mattarella a difesa dei Csm, la premier aveva dato l’impressione di voler alzare i toni dello scontro con i magistrati per spingere il fronte del Sì in vista del referendum della giustizia del 22 e 23 marzo, negli ultimi giorni sembra aver cambiato strategia.

Di lotta e di governo

Al momento è un’impressione visto che, mentre Meloni taceva, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, considerato l’anima moderata di Palazzo Chigi, ne approfittava per punzecchiare Nicola Gratteri e spiegare che «se continuiamo così troveremo solo macerie tra istituzioni». 

I beni informati dicono che la premier sta studiando e si sta facendo preparare un dossier con casi di malagiustizia da utilizzare nelle prossime settimane quando si impegnerà più direttamente nella campagna referendaria. Ma questo continuo oscillare tra la piazza e il governo è di sicuro il sintomo della confusione che regna all’interno della maggioranza.

Qualcuno parla già dell’«effetto Trump» con esplicito riferimento a quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Il ragionamento è semplice: la vicenda dei dazi, ma ancora prima quella di Minneapolis, dimostrano che le istituzioni democratiche e i cittadini, anche chi ha votato convintamente per il presidente americano, non sono disposti ad accettare tutto. Gli eccessi stancano e spesso producono reazioni uguali e contrarie.

Trump ha appena incassato una cocente sconfitta legale su un tema centrale della sua politica commerciale. Diversi Repubblicani cominciano a storcere il naso e le elezioni di midterm potrebbero trasformarsi in una débâcle. E se succedesse la stessa cosa a Meloni?

Referendum e non solo

Non è un segreto che la premier viva tormentata dalla sindrome di accerchiamento. Alla continua ricerca di complotti ai suoi danni. E nell’ultimo periodo, di certo, avrà guardato con diffidenza ciò che sta accadendo. Da un lato c’è Sergio Mattarella, che con il suo inatteso intervento al plenum ordinario del Csm, ha voluto anzitutto richiamare all’ordine il governo dopo gli attacchi sguaiati alle toghe del ministro Carlo Nordio. Poi c’è il Vaticano. I vescovi, dopo le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi in occasione del Consiglio episcopale permanente, come raccontato anche dal Foglio, stanno attivamente sostenendo le ragioni del No. Nel frattempo il segretario di Stato Pietro Parolin, dopo aver tenuto una posizione attendista, ha affondato il colpo sulla partecipazione italiana al Board of Pace

Sabato anche il governatore Fabio Panetta, che la destra considerava vicino tanto da volerlo a tutti i costi alla guida della Banca d’Italia, intervenendo all’Assiom Forex, ha lanciato l’allarme rispetto al fatto che «un modello di crescita fondato sull’espansione dell’occupazione e dei salari contenuti non è sostenibile». E ancora: «Senza un deciso aumento della produttività, lo sviluppo rischia di arrestarsi».

Insomma, se tre indizi fanno una prova, a Palazzo Chigi avranno cominciato a pensare che qualcosa si sta muovendo, nel paese e nelle istituzioni, per provare a rovesciare la maggioranza di centrodestra.

Resistere e reagire

Da qui la domanda: che fare? Quali sono i messaggi giusti e i toni giusti per non perdere il contatto con gli elettori? Ciò che preoccupa, nell’immediato, è ovviamente il referendum sulla giustizia. La magistrata Simonetta Matone, oggi deputata della Lega, lo ha detto con fin troppa chiarezza: «Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del Sì e quelli del No era dieci a zero oggi, grazie all’improvvida iniziativa di Nordio, siamo dieci a dieci».

Insomma, la partita è tutt’altra che chiusa, anzi. E stando ai sondaggi potrebbe concludersi molto diversamente da come spera la maggioranza. Non solo, anche le altre rilevazioni, quelle elettorali, segnalano flessioni sia di FdI, sia della Lega, che perdono consensi a favore del generale Roberto Vannacci. 

Anche per questo la maggioranza ha deciso di accelerare sulla riforma della legge elettorale nel tentativo di trovare un meccanismo che la metta al riparo da sorprese. C’è anche chi evoca elezioni anticipate. Nel frattempo, mentre le opposizioni attaccano Meloni per il suo silenzio sulla vicenda dazi, un po’ tutti ripetono che il referendum non è «un voto sul governo». E che un’eventuale vittoria del No in nessun modo scalfirà la «solidità dell’esecutivo». Ma se c’è bisogno di ripeterlo con tanta insistenza, forse, nemmeno loro ci credono così tanto.


D’Istruzione pubblica


La scuola autoritaria è quella delle nozioni o quella delle educazioni?  

(Elisabetta Frezza – lafionda.org) – A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà.

Il film

Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.

Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.

La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.

La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un’adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.

Questa torsione fatale, coincisa con una conclamata svolta utilitarista, mercatista e correlativamente anticognitiva, se è stata spinta dall’apparato tecnocratico e confindustriale interessato al proprio tornaconto – ovvero alla produzione in serie di manodopera duttile e tendenzialmente incolta – , è stata trainata dalla «setta ereticale, pericolosissima, dei pedagogisti» (cit. Luciano Canfora). Essa ha fornito il sostrato teorico, si può dire mistico, all’operazione – significativamente battezzata, in via autentica, “rivoluzione copernicana” – ammantandola di stilemi seducenti (centralità e benessere dello studente, inclusione, personalizzazione didattica, diritto al successo formativo, eccetera eccetera) e vidimandola col timbro intimidatorio della (pseudo)scientificità. La scuola è uscita dal trattamento rovesciata e snaturata.

Sono stati i casi della vita, insomma, più di una preordinazione a tavolino, a intersecare i percorsi di centri di potere di matrice differente, ma dotati entrambi di mezzi smisurati, creando tra loro una “alleanza di fatto” tanto controintuitiva quanto, sul campo, praticamente invincibile.

La tesi

Fatto sta che, grazie a uno sforzo demolitore congiunto – entusiasticamente partecipato anche dalla più parte delle vittime designate (docenti, studenti, famiglie), stregate tutte dalle parole magiche – oggi la scuola si trova a incarnare uno strampalato incrocio tra un luna park e un laboratorio di rieducazione di massa, dove si fa di tutto fuorché scuola: dove, cioè, la trasmissione delle conoscenze fondamentali e durevoli, quelle in grado di fornire gli strumenti cognitivi necessari e di preparare il terreno favorevole per pensare e agire in autonomia, ha ceduto il passo alle attrazioni mirabolanti dei PTOF e a una martellante catechesi su contenuti dogmatici pre-pensati e serviti pronti. Si capisce, così, come essa sia potuta diventare una fabbrica di ignoranza da un lato, di conformismo dall’altro, e un succulento terreno di conquista per piazzisti, imbonitori, predatori d’ogni tipo – ai quali basta esibire il patentino di “esperto” di qualcosa a caso che fa tendenza, per avere le aule tutte per sé. E i docenti? Marginalizzati, mortificati e umiliati nella loro professionalità. E le materie disciplinari? Evaporate. Del resto, a scuola si va per divertirsi, mica per imparare cose che fuori di lì non si impareranno mai.

Ora, è evidente che questa sostituzione di oggetto e soggetti, di temi e di attori, non è una simpatica sarabanda allestita solo per spettacolarizzare un posto dove una volta pareva normale anche annoiarsi o fare fatica. È, come si suol dire in materia di obbligazioni, un aliud pro alio e integra un inadempimento, poiché implica il sistematico svuotamento cognitivo e culturale del luogo elettivo della tradizione delle conoscenze e della cultura, dell’apprendimento del linguaggio (anche la matematica lo è) e del contegno teoretico. Ma non solo. Questa sostituzione sortisce anche, quale effetto collaterale, quello di assicurare alle simmetrie del potere un confortevole stato di intoccabilità: se infatti, al posto dell’istruzione, tu dai in pasto agli scolari un minestrone di “educazioni” omologate, sancisci la definitiva messa al bando delle idee diseguali e con esse dei loro portatori, perché chiunque si mostri renitente a farsi rieducare, e provi a cantare fuori dallo spartito unico, potrà essere ufficialmente prima zittito in quanto stonato, e poi demonizzato in quanto deviato.

Quando l’alfabetizzazione, le discipline, la teoresi perdono la loro sacrosanta priorità, quando i saperi si dissolvono lasciando il posto a regolette morali, ad automatismi mentali senza pensiero, a prescrizioni espressive e comportamentali che rincorrono gli slogan già ossessivamente ritmati dalla grancassa mediatica, il traguardo è la clonazione cerebrale collettiva, vale a dire una inesorabile deriva totalitaria – di cui la psicologizzazione e la psichiatrizzazione fuori controllo rappresentano un contorno sinistro. Nel fantastico regno dell’inclusione, insomma, c’è posto solo per i replicanti, per gli altri esso diviene più esclusivo che mai.

Vogliamo ancora raccontarci, allora, che la scuola autoritaria è quella delle nozioni (nozione deriva da nosco, conosco, e non è una parolaccia) e delle lezioni frontali tenute da chi, padroneggiando la materia, dovrebbe comunicarne la sostanza e l’amore? Che la scuola autoritaria è quella dove si sperimenta l’impegno che lo studio richiede, e dove si è iniziati al ragionamento e al rigore concettuale? La scuola fatta così, in verità, è l’unico efficace ascensore sociale e la più attrezzata palestra di libertà accessibile a tutti. Gramsci nei suoi Quaderni ci aveva avvisati.

La scuola autoritaria, invece, è proprio quella che ha spento la luce della conoscenza, negando alle nuove generazioni l’accesso al patrimonio culturale straordinario che si è sedimentato nei secoli e sul quale siamo seduti; è la scuola degli slogan, dei ritornelli e delle etichette, dove è vietato uscire dal recinto delle idee morte che il monopensiero preconfezionato impone.

La prova

Veniamo alla prova di realtà. Quanto è vero che la scuola davvero autoritaria non è quella che insegna le discipline e la disciplina, ma quella che intrattiene nella fuffa variopinta e ideologizzata?

Due fatti recenti offrono un riscontro interessante. Parliamo di licei, e in particolare di autogestione, ovvero di quella pratica che una volta, quando a scuola la normalità era fare lezione, dava spazio all’intraprendenza organizzativa e alla vena dialettica e libertaria, anche sanamente trasgressiva, degli studenti; e che ora, in un contesto di ricreazione permanente e istituzionalizzata, ha perso buona parte del suo perché. Ma rimane una buona cartina al tornasole per misurare gli effetti della degenerazione del sistema.

Primo fatto. All’autogestione di un liceo delle Marche, uno studente invita a parlare un giornalista italiano residente in Donbass per approfondire e discutere la situazione della regione che da molti anni è teatro di guerra. Apriti cielo. L’iniziativa, che peraltro si svolge in un clima di assoluta tranquillità, diventa un caso nazionale. Intervengono gli emissari del ministero aggiunto della verità – gli stessi sinceri democratici che sono riusciti a far bandire dall’Italia atleti russi, scrittori russi, artisti russi, musicisti russi, sia vivi sia morti –, segnalano gli eretici al tribunale del popolo e aizzano gli invasati della rete contro un ragazzino colpevole di voler sondare l’altra faccia dell’informazione, rendendolo bersaglio libero di insulti, offese, minacce persino di morte.

Secondo fatto. In un liceo del Veneto, il portavoce dei rappresentanti degli studenti in Consiglio di Istituto, nell’esporre il programma di autogestione, sinceramente soddisfatto comunica che quest’anno hanno scelto di affidare tutto a una start up specializzata: che propone ai clienti un ventaglio di temi, e ad ogni tema abbina un “esperto di grido” estratto dal catalogo di figurine. La prestazione è a pagamento, dice il rappresentante, ma si possono trovare offerte ragionevoli (immaginiamo che le figurine meno gettonate finiscano in saldo).

Evidentemente la sincera soddisfazione manifestata dallo studente dipende dalla sua (purtroppo corretta) convinzione di essere stato bravo a risolvere la grana dell’autogestione con la soluzione perfetta: che esenta dallo sforzo di pensare e di organizzare, ed è sicura e qualificata, sterilizzata e certificata, praticamente incontestabile. Che la fattispecie della autogestione eterogestita, con influencer a pagamento, costituisca una vetta ossimorica ineguagliata e probabilmente ineguagliabile, non è un sospetto che sfiori né lui né i suoi colleghi rappresentanti – e per la verità nemmeno gli altri componenti anziani del consiglio di istituto, che non fanno una piega.

Ecco qui due prodotti freschi della scuola che non c’è, perché si è mimeticamente appiattita sulle dinamiche del mercato, del supermercato, dei social e della tivvù, e sui loro linguaggi imbarbariti: tocca assistere da un lato alla repressione vile, violenta e scomposta, da parte dei benpensanti etichettatori di professione, di una iniziativa genuina e spontanea organizzata da uno studente e apprezzata dai suoi compagni; dall’altro, al silenzio benedicente (e tombale) di fronte al caso surreale della finta autonomia subappaltata, addomesticata, autoincatenata nella camicia di forza di un conformismo senza speranza. Soprattutto perché inconsapevole.

Istruzione abolita, distruzione compiuta

Imparate la lezione, ragazzi. Nutritevi ai banchetti degli esperti. Pascolate nelle stanze dell’inclusione. Fatevi vivere la vita da altri. Tenete la lotta lontana da voi, ché obbedire è bello. Così – è vero – non cambierete il mondo, e nemmeno la vostra stia, ma in compenso non vi mancheranno mai il nulla osta dell’ispettore di turno e la graziosa benevolenza del principe.

Con una gioventù che rinuncia alla sua intelligenza, quella artificiale ha la strada spianata.

Ricostruire una scuola è una necessità. Ergo, ben venga un siluro sottoforma di film.


Il legittimo sospetto di una Meloni autocratica sta anche nel referendum costituzionale


(Dott. Paolo Caruso) – È legittimo? La Repubblica Italiana si regge dal 1947 su tre pilastri, necessari e indipendenti. Potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Allora ci si chiede come mai il potere esecutivo vuole delegittimare quello giudiziario? I Padri Costituenti, nel 1947, avevano bilanciato equilibrando pesi e contrappesi una Costituzione che garantisse la libertà e la democrazia ed evitasse una nuova dittatura. Per interferire e cambiare la Costituzione ci vorrebbero nuovi Costituenti di alto profilo, che allora furono estratti da tutto l’arco democratico. Oggi un governo che si ritiene maggioranza, ma che in effetti è solo rappresentativo di una parte del 50% di votanti, si arroga il diritto di interferire e modificare la Carta Costituzionale senza affrontare il dibattito e il voto parlamentare. Può bastare un Referendum a dichiarare legittima l’azione eversiva, e probabilmente anticostituzionale dell’attuale maggioranza? Assolutamente NO!!! L’ intervento del Presidente Mattarella, custode legittimo della Costituzione e suo estremo difensore, ci dimostra quanto concreto e pericoloso sia l’ assalto violento portato avanti dalle forze politiche di governo nei confronti della magistratura. Non passa giorno che la Premier Meloni, irrispettosa del ruolo che riveste, con fervore giacobino lancia strali contro i magistrati criticandone addirittura le sentenze, così da delegittimarli agli occhi dei cittadini. Guerra ideologica dalle conseguenze non dubitabili per la stessa democrazia, se i modelli sono Orban e Trump. Giorgia, la “rivoluzionaria della Garbatella”, che ha fatto suo il progetto di Licio Gelli e di Silvio Berlusconi, ha invertito la rotta della destra sociale e legalista che incarnò la politica italiana nel secondo novecento. “Sorella d’Italia” lontana anni luce da quegli ideali di legalità e giustizia che caratterizzarono la sua ascesa politica, oggi risulta fautrice di un lento e costante declino delle libertà nel nostro Paese con un passaggio progressivo da Democrazia a Democratura simil ungherese. Certamente il voler cambiare sette punti della Costituzione senza apportare concreti miglioramenti alla Giustizia lascia intendere che il referendum sia solo un atto punitivo nei confronti della Magistratura e la volontà di portarla sotto lo stretto controllo del governo. Ci auguriamo che il popolo italiano con il voto “NO” intervenga direttamente nell’interesse comune e della democrazia nella Repubblica italiana.


Guardia Sanframondi, “GustaGuardia”: l’inizio di un percorso che guarda lontano


(Raffaele Pengue) – C’è un momento in cui le idee smettono di essere parole e iniziano a diventare fatti. È esattamente ciò che sta accadendo a Guardia Sanframondi con il progetto “GustaGuardia”.

La presentazione ufficiale alla Casa di Bacco, domenica 22 febbraio ore 18 a Guardia Sanframondi nella Casa di Bacco in piazza Castello, a cui seguirà una degustazione di prodotti tipici made in Guardia, non è un punto di arrivo. È un inizio. Un primo passo concreto dentro un percorso più ampio, strutturato, ambizioso. E il fatto che l’iniziativa sia abbinata alla manifestazione “Serata Rionale”, promossa dalla locale Pro Loco, non è un dettaglio organizzativo: è un segnale.

È il segnale che quando le energie del territorio si mettono in rete, il risultato non è la somma delle singole iniziative, ma qualcosa di più grande. È la dimostrazione che la collaborazione tra associazioni, realtà culturali e cittadini può trasformarsi in un modello operativo stabile, capace di generare continuità.

“GustaGuardia” nasce con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità guardiese attraverso il gusto, la cultura, la memoria e l’innovazione. Ma non si esaurisce in un evento, né in una degustazione, né in una singola stagione. È un progetto che guarda avanti.

Quella di domenica è la prima di una serie di iniziative già messe in campo: appuntamenti tematici, percorsi enogastronomici, momenti di approfondimento culturale, attività capaci di coinvolgere l’intera collettività guardiese. Un calendario che crescerà nel tempo, con l’obiettivo di creare un’identità riconoscibile e un appuntamento atteso.

Non è un evento isolato. È un metodo.

Un metodo che punta sulla programmazione, sulla qualità, sulla capacità di fare squadra. Un metodo che supera la logica dell’improvvisazione e costruisce invece una visione: fare di Guardia un luogo che vive tutto l’anno, non solo nei periodi tradizionalmente più affollati.

Abbinare GustaGuardia alla “Serata Rionale” significa anche ribadire un principio: la promozione del territorio non è competizione tra iniziative, ma integrazione. Ogni evento può rafforzare l’altro, ogni realtà può contribuire a un disegno comune. È così che si costruisce una destinazione turistica credibile. È così che si genera economia locale. È così che si restituisce orgoglio a una comunità.

“GustaGuardia” non è uno slogan. È una visione che si traduce in azioni. E questa è soltanto la prima.

Il percorso è appena cominciato.

Rinascita Guardiese


Referendum giustizia, Meloni attacca le toghe ma evita il plebiscito: la strategia per non finire come Renzi


Offensiva contro i magistrati, tensione con Mattarella e timore dell’effetto boomerang: la linea studiata a Palazzo Chigi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni, senza dirlo ufficialmente, è entrata nella partita referendaria. Ma lo ha fatto a modo suo: senza pronunciare la parola referendum e senza trasformare il voto in un esame sul governo. La regia è stata definita in una serie di riunioni riservate con il sottosegretario Alfredo Mantovano, il consigliere strategico Giovanbattista Fazzolari e la sorella Arianna. Obiettivo: sostenere il “sì” alla separazione delle carriere senza personalizzare lo scontro.

Il fantasma che aleggia è quello di Matteo Renzi. Nel 2016 l’ex presidente del Consiglio legò il proprio destino alla riforma costituzionale e pagò il conto la notte stessa del voto. Meloni non vuole ripetere quell’errore. Per questo ha scelto una terza via: colpire la magistratura sul terreno politico, ma non trasformare la consultazione in un referendum su di lei.

Ufficialmente il messaggio è rassicurante: il governo non rischia nulla. In realtà la separazione delle carriere è rimasta l’unica grande riforma simbolica dopo lo stop al premierato e all’autonomia. Una bocciatura sarebbe difficile da archiviare.

La strategia è semplice e aggressiva: parlare di giudici, non di schede elettorali. Trasformare il voto in un giudizio sull’operato delle toghe, soprattutto su immigrazione e sicurezza, temi centrali per l’elettorato di centrodestra.

Negli ultimi giorni la premier ha alzato il tiro contro decisioni giudiziarie considerate ostili all’esecutivo. Dal risarcimento disposto dal tribunale di Roma a favore di un migrante trasferito in Albania, fino alla sentenza che ha condannato il governo a pagare 76 mila euro per il caso della nave Sea Watch guidata nel 2019 da Carola Rackete. In ogni intervento, la stessa formula: denuncia di una “magistratura politicizzata” che ostacolerebbe l’azione dell’esecutivo.

Mai un appello diretto al voto. Mai un richiamo esplicito al referendum. Ma il sottotesto è evidente: chi sostiene il “sì” difende il governo e mette un freno ai giudici; chi vota “no” si schiera con le toghe.

Questo schema rischia di irrigidire i rapporti istituzionali. Il presidente Sergio Mattarella ha richiamato al rispetto reciproco tra poteri dello Stato. Tuttavia, nel ristretto cerchio meloniano, il Quirinale non è più percepito come un semplice garante super partes, ma come un interlocutore severo da non provocare frontalmente.

A Palazzo Chigi circolano analisi quotidiane. La soglia decisiva è l’affluenza: solo con una partecipazione elevata il “sì” può avere chance concrete. Da qui la scelta di polarizzare lo scontro sui temi identitari, così da spingere alle urne l’elettorato più motivato.

Intanto, i ministri ripetono che il voto non avrà effetti sull’esecutivo. Lo sostiene Guido Crosetto, mentre il Guardasigilli Carlo Nordio ha ammesso che una bocciatura sarebbe politicamente pesante (a cominciare dallo stesso ministro). Perché verrebbe interpretata come una vittoria della magistratura e una battuta d’arresto per la premier.

I precedenti non rassicurano. Renzi è il monito più evidente. E anche la parabola di Matteo Salvini, precipitato dal 34% delle europee 2019 a percentuali dimezzate, dimostra quanto rapido possa essere il cambio di vento.

Per questo Meloni monitora l’umore del Paese giorno per giorno e valuta iniziative mediatiche capaci di rafforzare il consenso senza legarsi formalmente alla consultazione, come una possibile apparizione al Festival di Sanremo (per il momento smentita).

In pubblico la linea è fredda e razionale. In privato, l’ansia cresce. Perché se il “no” dovesse prevalere, nessuno (nemmeno all’interno del centro-destra) accetterebbe davvero la tesi che non si trattava di un voto politico. E allora la strategia del referendum senza nome rischierebbe di trasformarsi in un azzardo. In politica, a volte, basta un dettaglio per aprire una crepa. E da una crepa può iniziare la discesa.


Le democrazie sono più forti dei bulli


La Corte suprema svuota magnificamente il piano di Trump sui dazi. Il presidente cercherà delle alternative. Ma la svolta è qui ed è evidente: i poteri neutri sono ancora forti e liquidarli resta un vaste programme

(Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – I poteri divisi di una società liberale, dove vige il rule of law, possono essere attaccati, si può cercare di svuotarli, perfino liquidarli nell’irrilevanza. Ma è un programma complicato da realizzare per chiunque, anche per una presidenza che ha messo in condizioni di non nuocere il Congresso degli Stati Uniti nelle grandi decisioni politiche e parlamentari. Il tremendo incubo degli osservatori politici a proposito della democrazia americana era fino a ieri l’occasione che permise a Trump di comporre, con il meccanismo della nomina di giudici di impianto conservatoreun organo supremo di controllo dell’esecutivo e del legislativo uniforme, univocamente pronto a trasformare le istituzioni in un’appendice del capo politico e del suo onnipotente mandato elettorale, la famosa dittatura della maggioranza.

La cosa pareva aggravata dal fatto che le nomine dei giudici, compresi i supremi, dipendono da presidente e maggioranza in Senato, hanno dunque una chiara e legittimata origine politica. Il punto di vista estremista, specie dopo il parziale rovesciamento della Roe vs Wade, la vecchia sentenza della Corte suprema sull’aborto come diritto alla privacy, ci ha ammannito la solita lezione pessimista, cupa e ingombrante, sulla Corte al guinzaglio del capo dell’esecutivo, sulla fine della democrazia plurale e bilanciata. Qui avevamo avvertito, quando fu confermata l’ultima nomina della conservatrice Amy Coney Barrett, che le maggioranze giuridiche, sia pure in un mondo conflittuale un po’ folle come quello trumpiano e nel suo disordine tendenzialmente anarchico, si formano sulla base di orientamenti che non si conformano in modo plumbeo e coatto all’opinione di chi comanda alla Casa Bianca. Infatti solo tre giudici supremi sono rimasti, con la loro opinione in dissenso, a difendere grintosamente il diritto avocato bruscamente dal presidente, ricorrendo a leggi emergenziali del passato, a imporre dazi nel commercio internazionale. Gli altri sei, una robusta maggioranza che decide in sentenza, compresa la Coney Barrett e Neil Gorsuch, conservatori nominati da Trump, si sono associati al chief justice, il centrista John Roberts, e ai tre giudici di impostazione liberal sopravvissuti in una posizione che è a vita, dunque per statuto e garanzie essenzialmente autonoma da ogni altro potere. E hanno creato una situazione di opposizione istituzionale e costituzionale di proporzioni storiche, facendo ballare non solo quasi un paio di centinaia di miliardi già incassati dal Tesoro Usa, e presumibilmente da rifondere, ma la stabilità di economia e politica e del loro rapporto nel paese più ricco e potente del mondo. Ora, anche seguendo i consigli dei dissenzienti, che hanno generosamente indicato al presidente altre vie possibili, piani B e C per reimporre la sua volontà, Trump potrà cercare di cavarsela altrimenti. Ma il danno è fatto. La riparazione del danno, anzi, comincia a essere compiuta. Notizia molto incoraggiante.


Per fortuna Milano non è Minneapolis


Il luogo in cui è stato ucciso a Rogoredo Abhderraim Mansouri

(Flavia Perina – lastampa.it) – Una magistratura con la schiena dritta, una polizia con la schiena dritta, un sistema giudiziario che funziona anche se «non gli converrebbe» funzionare. Gli sviluppi dell’indagine sul delitto di Rogoredo dovrebbero rassicurare i disorientati dalle manganellate referendarie e persino chi ha paura della deriva trumpiana in Italia perché, nonostante tutto, Milano non è Minneapolis, l’Ice da noi finirebbe in galera e non c’è ancora nessuna Pam Bondi che possa bloccare un’indagine o intimidire chi la porta avanti. È una buona notizia in questi tempi cupi. E bisognerebbe fare un monumento a chi ha gestito il caso con rapidità e coscienza professionale, dimostrando tra l’altro che certe tragiche lezioni del passato non sono state dimenticate e «isolare le mele marce» non è rimasto solo uno slogan. Non faremo sconti a nessuno, ha detto ieri il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, e anche questa frase incoraggia.

La vicenda di Rogoredo è stata, fra il 26 gennaio e il 5 febbraio scorsi, il più mediatico, emotivo, viscerale, tra tutti i casi di presunta legittima difesa che hanno acceso il dibattito italiano. Uno spacciatore marocchino pluri-pregiudicato (Abderrahim Mansouri detto Zack, 28 anni) che alza un’arma contro un poliziotto d’esperienza (l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni), quello gli spara per difendersi (dice), lo uccide e finisce nel registro degli indagati, secondo procedura. In cinque minuti era già scandalo, col centrodestra turbato, indignato, mobilitato contro l’orrore di un agente sotto inchiesta «per aver fatto il suo dovere». Ed è inutile riassumere l’elenco delle rabbie e delle solidarietà anche istituzionali e ministeriali: un’onda, uno tsunami, una valanga indignata usata poi per accelerare il pacchetto sicurezza con il famoso scudo penale. Detto fatto. Consiglio dei ministri: per i poliziotti mai più l’onta di finire nel registro degli indagati, piuttosto una «annotazione preliminare, in separato modello», che lo stesso ministro Carlo Nordio spiegherà dopo il varo della misura in Consiglio dei ministri con l’esempio «del poliziotto che spara perché viene minacciato con un’arma».

Insomma, c’erano tutti i presupposti perché la magistratura milanese chiudesse l’indagine alla bell’e meglio e assecondasse il racconto già scritto dalla politica su colpevoli e innocenti, sprofondando l’affaire Rogoredo nelle lungaggini procedurali o seppellendolo sotto una veloce archiviazione. Ma Milano non è Minneapolis, i nostri giudici non sono Pam Bondi, la nostra polizia non è l’Ice. E dunque l’inchiesta è stata avviata con cura, i dettagli ricontrollati, i tabulati telefonici acquisiti, le perizie eseguite – con sconcertanti risultati: sull’arma finta attribuita a Zack non c’erano le sue impronte – e i testimoni in divisa, infine, interrogati con le garanzie dovute, hanno raccontato una verità assai diversa da quella del loro capo.

Sono almeno due i dati su cui riflettere. Il primo riguarda la lezione di efficienza che arriva dal sistema giudiziario, capace di agire bene e in fretta anche quando le circostanze incoraggiano al disimpegno. Mentre raccontiamo pm e giudici come potere fragile, ossessionato dalla carriera, disposto a ogni compromesso per una promozione, afflitto da inguaribile amichettismo, irresoluto, artista del rinvio, ci arriva invece l’esempio di inquirenti che fanno il loro lavoro come da manuale. È immaginabile non siano i soli. Ed è credibile che, anche sotto questo aspetto, il nostro sistema sia assai più sano di quel che dicono certe Cassandre della catastrofe e del baratro.

Ma il caso mette in guardia anche la politica dalla pratica dei decreti «on demand», quelli prodotti sulla scia di casi di cronaca ad alta tensione per dare un riscontro al sentimento popolare. Dal decreto rave, che segnò il debutto del governo, al progetto dei metal detector all’ingresso nelle scuole appena autorizzato da una circolare, ne abbiamo visti tanti. Magari c’è pure un pezzo di elettorato che applaude, ma il cortocircuito è dietro l’angolo e Rogoredo lo dimostra. Abbiamo prodotto una norma per evitare l’onta del termine «indagato» a un poliziotto minacciato con un’arma, salvo scoprire che indagarlo era sacrosanto, che l’arma chissà da dove veniva, che la difesa non è sempre legittima: anzi, talvolta, non è nemmeno difesa.


C’è un giudice anche a Washington


C’è un giudice anche a Washington

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Dunque, c’è un giudice anche a Washington. Eravamo quasi rassegnati, noi post-occidentali finiti sotto il tallone di ferro di Donald il Grande, il nuovo imperatore yankee sciolto da tutti i vincoli costituzionali e legali, capace di dichiarare al mondo “l’unico limite al mio potere è la mia moralità”. Siamo tuttora atterriti dal suo “lato oscuro della forza”, e dall’immagine plastica del kombinat militare-industriale-digitale riunito nello Studio Ovale per l’Inauguration Day. Temiamo che la “Nazione indispensabile” piegata e riconquistata dal tycoon di Mar-a-Lago stia perdendo gli anticorpi sui quali aveva contato da decenni, per restare nonostante tutto “la più grande democrazia del pianeta”. Da europei ci sentiamo soli e disarmati, esposti all’onda nera che attraversa l’Atlantico e sparge l’humus delle autocrazie elettive. E invece, a sorpresa, ora scopriamo che non tutto è perduto. Come il piccolo mugnaio di Potsdam, che di fronte all’immenso strapotere di Federico di Prussia si affidò ai tribunali di Berlino per veder riconosciuti i suoi diritti e arginati i soprusi del sovrano, anche noi cittadini di questa Terra scopriamo che lo Stato di diritto esiste e resiste persino nell’Amerika di Trump.

La Corte Suprema ha bocciato i dazi voluti dal commander in chiefe questa sì, è davvero una svolta storica. Lo è nella forma: il capo della Casa Bianca non poteva imporre con un semplice “ordine esecutivo” le tariffe doganali che da un anno a questa parte ha riversato sul mercato globale, ma doveva passare attraverso un voto del Parlamento. Lo dice il testo della sentenza: “Il presidente afferma il potere straordinario di imporre unilateralmente i dazi di importo, durata e portata illimitati: ma alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità affermata, deve individuare un’autorizzazione chiara del Congresso a esercitarla”. Senza un sigillo parlamentare, sono illegali i dazi varati il 2 aprile dell’anno scorso contro la Cina, il Canada e il Messico, giustificati con la volontà di colpire il narcotraffico. Un pacchetto che vale 175 miliardi di dollari, e sul quale ora si scateneranno cause e richieste di rimborso, con le relative ricadute sui mercati globali e le perdite per i consumatori americani (già colpiti da un pil cresciuto solo dell’1,4 per cento e da un sovraccosto del 96 per cento generato dalle restrizioni agli scambi).

Questa sentenza è una svolta storica anche nella sostanza. A porre un freno allo sceriffo di Washington è il massimo organo di garanzia del sistema statunitense: è la conferma di quanto sia fondamentale, in qualunque ordinamento democratico, l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri. Nessuno dei quali è sovraordinato all’altro, ma ciascuno dei quali vigila e argina l’altro. Conforta che a piantare un paletto insormontabile alla dissennata guerra commerciale del tycoon sia stata proprio quella Corte Suprema che lui si illudeva di controllare, dopo averne nominato tre membri nel suo primo mandato. E che a determinare la maggioranza nel collegio siano stati proprio quei tre giudici conservatori che lui stesso aveva “promosso” a suo tempo, credendo di averne comprato la fedeltà. Un esito sorprendente e incoraggiante: fa riflettere sull’importanza fondamentale dell’autonomia e dell’indipendenza di tutte le magistrature, dalle corti supreme ai tribunali di provincia. Ma è proprio questo il principio contro il quale da sempre si scaglia The Donald, e con lui l’Internazionale sovranista in tutto il “globo terracqueo”.

Non bastano gli “stati d’eccezione” per manomettere una Costituzione. Trump aveva preannunciato il suo sedizioso piano law and order, nello sgangherato discorso inaugurale: “I pesi della giustizia saranno ribilanciati… l’uso degenerato del Dipartimento di Giustizia usato come un’arma finirà… non permetteremo più che l’immenso potere della giustizia sia utilizzato contro la politica”. Le tariffe doganali appena affossate dalla Corte il presidente le aveva giustificate invocando una legge speciale, l’International Emergency Economic Powers Act del 1977. Le stesse milizie paramilitari dell’Ice — che hanno messo a ferro e fuoco le strade delle sanctuary cities e assassinato due cittadini americani inermi come Renee Good e Alex Pretty — le aveva schierate minacciando il ricorso all’Insurrection Act del 1807. Adesso lo Sceriffo deve prendere atto che non tutto appartiene al suo saloon e non di tutto può disporre come meglio ritiene. Gli era già successo sul congelamento dei 2 miliardi di dollari di aiuti esteri del programma Usaid, sull’attivazione della Guardia Nazionale a Chicago, sul riordino delle agenzie federali. Ora tocca ai dazi, cuore della distruttiva Trumponomics, intorno alla quale ha sognato di costruire il nuovo ordine mondiale che nel frattempo gli si comincia a frantumare tra le mani.

Sul frontone del palazzo neoclassico dove ha sede la Corte Suprema — al numero 1 di First Street, due passi da Capitol Hill — campeggia la scritta Equal justice under law. Vale per tutti: anche per l’inquilino della Casa Bianca, per quanto egli si senta intoccabile e insindacabile, sciolto dalla legge e intronato da Dio. C’è da chiedersi se di questa cocente sconfitta politica, che si porta dietro anche un’evidente lezione democratica, faranno tesoro anche le destre trumpiane d’Europa. Soprattutto la Sorella d’Italia, cheerleader sempre pronta a fare la ola a The Donald, dovrebbe riflettere. Dove porta questo felice e sempre più solitario “vassallaggio” nei confronti del falso amico americano? E quanto costa questa impronta tipicamente e violentemente Maga che sta dando alla campagna sul referendum del 22 marzo? Come Trump, anche Meloni vaneggia di “toghe politicizzate” e di “sentenze vergognose”. Anche lei — insieme al suo squinternato Guardasigilli — delegittima i magistrati, tratta il Csm alla stregua di “sistema para-mafioso”, strumentalizza i risarcimenti civili a Sea Watch o a un migrante deportato illegittimamente in Albania. Anche lei dice “i giudici non ci lasciano governare”, e con questo messaggio non poi così subliminale spera di convincere i cittadini-elettori a votare sì alla separazione delle carriere. Come Trump, anche Meloni non tollera contropoteri: è pronta a marciare persino su Sergio Mattarella, che esige “rispetto” per la magistratura e il suo organo di autogoverno, ma ottiene in cambio solo altro fango, prodotto in quantità industriale da lei e dai suoi camerati chi in quel fango dicono di non volerci lottare. Tra un mese, forse, toccherà agli italiani dimostrare nell’urna che c’è un giudice anche a Roma.