La crescita nei sondaggi di Futuro Nazionale ha mandato completamente in cortocircuito i partiti della maggioranza. Che ora hanno un disperato bisogno di strategie alternative.

(di Adriano Biondi – fanpage.it) – In giornate come queste, la rassegna stampa dei giornali filogovernativi è sempre molto interessante, soprattutto se si dispone delle coordinate per leggere fra le righe. È un bel po’ di tempo, ad esempio, che assistiamo a una curiosa oscillazione: ci sono giorni in cui si rimarcano le distanze “incolmabili” fra la proposta del generale Roberto Vannacci e il programma di governo del centrodestra; ce ne sono altri in cui un accordo sembra “possibile”, “probabile”, “fondamentale”; altri ancora in cui ci si gioca la carta della disperazione, spiegando (non si capisce bene a chi e perché) quanto sia stupido fare un favore alla sinistra e disperdere voti che sarebbero necessari per permettere a Giorgia Meloni di restare a Palazzo Chigi. Ciò accade per un curioso mix tra il normale racconto dei fatti, gli spin che arrivano dalle segreterie di partito e le aspettative/speranze di chi comunque rappresenta un punto di riferimento per un elettorato mai così confuso e potenzialmente diviso.
Come evidente, la mossa del generale, che solo pochi mesi fa giurava e spergiurava di non aver intenzione di fondare un proprio partito, ha scombussolato una partita che sembrava delinearsi in modo completamente diverso. E i leader del centrodestra si sono trovati oggettivamente impreparati di fronte a un potenziale enorme problema, nonché sorpresi dei riscontri dei sondaggi elettorali, che continuano a segnalare la crescita di Futuro Nazionale. In tanti hanno cominciato a fare calcoli, a riflettere sui possibili scenari, a ricostruire la catena di responsabilità che ha portato il generale a essere considerato un “fattore”, senza però riuscire a trovare sintesi soddisfacenti. Questo perché le incognite sono davvero tante ed è molto complesso prevedere conseguenze di scelte future o immaginare simulazioni di una qualche concretezza. Ammesso che qualcuno capisca cosa voglia fare davvero Roberto Vannacci, oltre la propaganda e le schermaglie tattiche.
È vero, ad esempio, che i sondaggi segnalano un consistente trend di crescita di Futuro Nazionale. Ma, ci spiega una fonte interna alla maggioranza, queste sembrano essere interazioni deboli, piuttosto che reali adesioni a una proposta politica alternativa. Dalle prime analisi sui bacini elettorali potenziali, ci dice, si capisce come Vannacci faccia presa soprattutto fra l’elettorato di destra. Ora, a un primo sguardo ciò sembra essere un problema, ma bisogna considerare cosa accadrebbe nel caso di una polarizzazione radicale della contesa elettorale: nel caso Vannacci dovesse correre da solo, davvero questi elettori sceglieranno di regalare il Paese al campo largo? Senza considerare che la prova delle politiche richiede organizzazione sul territorio, forza economica, classe dirigente e proposta programmatica di spessore. Futuro Nazionale non sembra essere (ancora) in grado di camminare con le proprie gambe, in sintesi.
È più o meno la tesi espressa recentemente da Giorgia Meloni, che ha spiegato di essere convinta che “quando arriveranno le elezioni, tra un anno o quando sarà, lì varrà solamente la domanda ‘al governo vuoi il centrodestra o il centrosinistra’, la gente dirà solo chi li rassicura di più e chi può governare meglio in questa tempesta”. È una versione riveduta e corretta della logica del voto utile, che suona come un avvertimento al generale: extra ecclesiam nulla salus, fuori dal centrodestra non c’è salvezza. Una lettura rassicurante, che francamente sembra controintuitiva rispetto alla situazione attuale, che vede il generale in uno scenario win/win: se rimane fuori, cresce; se entra, sposta a destra la coalizione e passa all’incasso senza essersi ancora misurato al voto.
Per uscire dall’impasse, dunque, servono delle idee. Una delle linee ipotetiche è piuttosto semplice: marciare divisi adesso, nel lungo percorso di avvicinamento al voto (e intanto avanti con la legge elettorale, per poter mettere la pistola sul tavolo), colpire uniti alle Elezioni. Permettere cioè a Vannacci di accrescere il proprio consenso in questi mesi, anche sparando a zero sul governo in modo da costruire la propria legittimità politica nel segno della coerenza, salvo poi trovare “un’intesa programmatica” con l’attuale maggioranza a ridosso del voto, che magari comporti un ruolo di grande rilevanza per il generale e la sua cerchia ristretta. Le aperture di questi giorni da parte di importanti esponenti di Fratelli d’Italia sono più di un messaggio in questa direzione, anche se Meloni appare piuttosto scettica.
Per una serie di ragioni e di conseguenze. Si tratterebbe, in primo luogo, di sacrificare il progetto politico di Matteo Salvini (svuotato di voti dal generale e di personale politico da Fratelli d’Italia), ovvero la dimensione nazionale della Lega, che tornerebbe a essere una forza territoriale, con la solita importante presa sugli ambienti produttivi del Nord. E che il segretario del Carroccio abbia fiutato l’aria lo dimostrano anche le voci circolate su un possibile rimpasto che lo porti immediatamente al Viminale per “arginare Vannacci”. Della serie: mi vogliono fregare, provo ad anticiparli.
Non in subordine, bisognerebbe chiedere uno sforzo a Forza Italia, o meglio alla famiglia Berlusconi, finora sempre nettissima rispetto alla possibilità di una convergenza con la piattaforma politico-ideologica del generale. Questo è probabilmente il passaggio più delicato, perché portare Vannacci in questa maggioranza significherebbe spostare a destra l’asse del governo, una prospettiva incompatibile non solo con le idee dei Berlusconi (che vorrebbero che il centrodestra considerasse Futuro Nazionale come una specie di Italexit del 2022), ma anche con la linea dei Popolari Europei, che guardano con grande interesse alla partita che si sta giocando in Italia.
La vera strategia meloniana potrebbe essere più articolata: contenere lo spazio politico di Futuro Nazionale, spingere la comunicazione sulla logica del voto utile, in modo da presentare agli italiani una scelta fra continuità e salto nel vuoto, accorciare i tempi della legislatura per ridurre i margini di manovra del generale, mettere Vannacci di fronte alla necessità di dover fare una scelta di campo. Anche perché il generale per ora gigioneggia e sfugge, rimandando qualunque risposta nel merito e rifugiandosi nelle supercazzole. Una scelta che adesso appare efficace, perché non ha senso risolvere problemi agli altri, ma che ha i mesi contati. Questo lo sanno tutti.
Il direttore del Fatto spiega perché il referendum sulla giustizia ha mobilitato milioni di elettori e perché il centrosinistra non riesce a fare lo stesso

(ilfattoquotidiano.it) – “Ultimamente sembra che per il centrosinistra il problema principale sia trovare un posto sicuro a Renzi. Se il menù e il presepe sono questi, non credo che questo progetto ecciti particolarmente coloro che magari sono andati a votare al referendum sulla giustizia e che non intendono affatto andare a votare alle elezioni politiche”. È la bordata lanciata al campo progressista dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che, a Otto e mezzo (La7), sviluppa la sua riflessione sulle difficoltà del campo largo nel riconquistare gli elettori che negli ultimi anni hanno scelto l’astensione.
Secondo Travaglio, mentre Roberto Vannacci, con il nuovo partito Futuro Nazionale, potrebbe riuscire a intercettare anche una parte dell’elettorato che non vota più, riproponendo “le battaglie delle origini che poi, misteriosi complotti non si sa bene orchestrati da chi, hanno impedito che venissero realizzate”, il centrosinistra continua a non trovare un messaggio capace di mobilitare chi si è allontanato dalle urne.
Alla considerazione della conduttrice Lilli Gruber, secondo cui “senza il centro il centrosinistra non può vincere”, Travaglio risponde spostando l’attenzione dalla geometria delle alleanze ai contenuti. A suo giudizio, gli elettori chiedono soprattutto “radicalità”, intesa come capacità di parlare in modo comprensibile, avanzare proposte definite e mantenerle nel tempo.
“La gente si aspetta qualcuno che parla chiaro, che dice delle cose chiare e che poi le fa“, afferma, aggiungendo che il campo largo, definizione che liquida come “altra espressione orripilante e menagrama”, dovrebbe concentrarsi su “poche cose chiare”, indipendentemente dal fatto che siano più o meno riconducibili alla tradizionale sinistra.
Per suffragare questa tesi, Travaglio richiama il risultato del recente referendum sulla giustizia, sottolineando come circa cinque milioni e mezzo di cittadini che abitualmente non partecipano alle elezioni politiche abbiano invece scelto di votare su “un quesito astruso” perché il tema è stato spiegato con un linguaggio semplice e diretto.
In questo contesto cita il magistrato Nicola Gratteri come esempio di una comunicazione efficace: “È uno che parla chiaro, perché fa cose chiare, ha le idee chiare e quindi quando parla si capisce e si capisce che crede a quello che dice e che di solito poi, quando una cosa la dice, cerca di farla”.
E precisa che il procuratore capo di Napoli non può essere incasellato né nella “sinistra-sinistra”, né nella “destra-destra”.
Per il direttore del Fatto Quotidiano, il rilancio del centrosinistra passa quindi attraverso un cambiamento del linguaggio e dell’approccio politico. “Credo che serva radicalità soprattutto – conclude – abbandonando un po’ un linguaggio polveroso che appartiene al Novecento, che ha avuto una splendida storia ma che adesso è usurato e logoro. Richiede anche parole nuove, linguaggi nuovi“.
“L’Europa resta sola a sostenere Kiev. Nessuno sta più tenendo sotto controllo questa guerra”.
“La guerra tra Russia e Ucraina è l’unico conflitto che rischia di sfociare in un conflitto mondiale“. Sono le parole pronunciate nell’ultima puntata stagionale di Otto e mezzo, su La7, dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che indica nel conflitto russo-ucraino il pericolo più grave sul piano internazionale.
La conduttrice Lilli Gruber richiama i risultati della rilevazione di Demopolis, secondo cui gli intervistati indicano come fatti più importanti la guerra in Iran e Medio Oriente, l’inflazione e l’economia, il referendum sulla giustizia e lo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Travaglio riconosce che “sono tutti quattro fatti importanti”, ma aggiunge che avrebbe votato “per un quinto”, cioè per quanto sta accadendo sul fronte russo-ucraino.
Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, la situazione diventa sempre più delicata dopo che “gli americani hanno mollato l’Ucraina, scaricando tutto il peso dell’aiuto sull’Europa”. Una condizione che, sostiene, alimenta “un rischio sempre più forte di un allargamento di questa guerra”, anche perché il presidente ucraino Volodymyr Zelensky appare “sempre più frustrato” di fronte ad aiuti che “arrivano con sempre maggiore stanchezza e difficoltà”.
Travaglio richiama poi le tensioni tra Kiev e Varsavia, spiegando che “c’è uno scontro con il suo alleato più fedele, che è la Polonia”, nato dalla scelta di Zelensky di affidarsi ancora di più ai nazionalisti estremisti, fino a esaltare “un battaglione che aveva sterminato centomila e più fra polacchi ed ebrei durante la Seconda guerra mondiale”.
E aggiunge: “C’è il tentativo di dimostrare che può arrivare dove vuole in Russia, addirittura ha minacciato la Bielorussia. È una guerra che rischia di sfuggire di mano proprio nel momento in cui sembra in una fase di stanca anche perché non c’è nessuno che cerca di tenerla sotto controllo“.
Diversa, invece, la sua valutazione sul conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran: “Non ho mai pensato che potesse avvenire una guerra mondiale, visto che nessuno ha mai pensato che la Russia e la Cina sarebbero potute intervenire militarmente in difesa dell’Iran”.
Al contrario, conclude, Mosca e Pechino “hanno semplicemente aspettato che Trump e Netanyahu andassero a schiantarsi, come tutti quelli che capivano qualcosa di quella situazione avevano previsto prima ancora che si verificasse”.

(Ansa) – I cartelli messicani restano i principali produttori e fornitori di metanfetamina in Nord America e stanno esportando il proprio know-how in Europa, Africa e Asia per avviare laboratori clandestini di produzione della droga sintetica. È quanto emerge dal Rapporto mondiale sulle droghe 2026 dell’Onu, presentato oggi a Vienna dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc).
Secondo il documento, le organizzazioni criminali messicane hanno perfezionato metodi di sintesi basati sul precursore chimico P-2-P, più efficienti e capaci di aggirare i controlli internazionali, trasferendo competenze a “cuochi” e chimici clandestini all’estero.
L’Onu precisa che ciò non significa necessariamente un controllo diretto dei laboratori da parte dei cartelli, ma evidenzia la crescente presenza di cittadini messicani coinvolti nella produzione di metanfetamina anche in Europa, Africa e Asia meridionale.
Il rapporto segnala inoltre sequestri record nei Paesi Bassi e in Spagna, oltre a un forte aumento del consumo della sostanza anche in Messico, dove tra il 2015 e il 2023 i trattamenti per dipendenza da metanfetamina sono aumentati di 25 volte.

(ANSA) – L’Italia è tra i dieci migliori al mondo per preparazione accademica (9° posto), ma soltanto 41mo per capacità dell’economia di valorizzare le competenze che le università producono: uno dei divari più ampi registrati fra le economie avanzate.
E’ quanto emerge dal Qs World Future Skills Index 2027, pubblicato oggi da QS Quacquarelli Symonds, secondo il quale il Paese non soffre di una carenza di talento ma di una difficoltà crescente nel trasformare quel talento in produttività, innovazione e crescita economica. Per l’Italia il costo stimato della fuga di cervelli tra il 2011 e il 2023 supera i 130 miliardi di euro.
Con il 9° punteggio al mondo per preparazione accademica, l’Italia è tra le prime dieci economie per qualità della formazione nelle competenze del futuro, comprese quelle legate a intelligenza artificiale, digitale e sostenibilità. Il ritardo è sul lato della domanda, non dell’offerta. L’economia – secondo gli analisti di Qs – fatica a tradurre le competenze in produttività e crescita: la preparazione della forza lavoro è tra i suoi punti più deboli (56°).
È qui, non nella qualità della formazione, che si gioca la partita. Le imprese chiedono competenze che le università non sempre sviluppano pienamente. Si tratta di un deficit di competenze manageriali, relazionali e di leadership sempre più richieste dal mercato del lavoro.
Nel complesso l’Italia è 22ma su 89 economie. Ma è l’ampiezza del divario tra i suoi indicatori, più della posizione assoluta, a raccontare la sfida: un sistema formativo di livello mondiale accanto a un’economia ancora poco attrezzata a valorizzarne i talenti.
Qs ricorda che tra il 2012 e il 2022 oltre 1,3 milioni di cittadini italiani si sono trasferiti all’estero, oltre il 60% con meno di 35 anni; nel solo 2023 circa 21.000 laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, quasi il doppio dell’anno precedente. Per l’Italia, tra le economie Ocse con i più alti tassi di emigrazione qualificata e i più bassi tassi di rientro, il costo stimato della fuga di cervelli tra il 2011 e il 2023 supera i 130 miliardi di euro: il rischio è sostenere il costo della formazione e cederne i benefici ad altre economie.
Nel Qs World Future Skills Index, tra le grandi economie europee, l’Italia (22ma) si colloca dietro Regno Unito (3), Germania (4), Spagna (9) e Francia (11). Un divario competitivo che nasce dalla minore capacità del sistema economico di trasformare il capitale umano in innovazione e crescita.
“Il punto debole dell’Italia non è la produzione di capitale umano, ma la capacità del sistema economico di assorbirlo, trattenerlo e trasformarlo in innovazione. È in questo passaggio che, nell’era dell’intelligenza artificiale – commenta Nunzio Quacquarelli, presidente e Fondatore di QS Quacquarelli Symonds – si gioca una parte importante della competitività del Paese. Il nostro Index mostra che l’Italia dispone di solide basi accademiche, ma che la competitività futura dipenderà sempre più dalla capacità di trasformare competenze, ricerca e innovazione in produttività, investimenti e crescita economica. Per riuscirci, sarà necessario rafforzare la collaborazione tra università, imprese e istituzioni affinché il capitale umano formato in Italia possa tradursi in maggiore innovazione, produttività e sviluppo”.
La presidente del Consiglio, a inizio mandato, spiegò che avrebbe preferito nelle case degli italiani badanti venezuelane, e nelle campagne contadini di quella terra. Propose una immigrazione di ritorno. Forse adesso, spinta dalle contingenze (il terremoto di là, Vannacci di qua) riproporrà l’idea di richiamare in Patria “i patrioti” partiti quel dì

(diAntonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Il Venezuela è un paese bellissimo ma disgraziato, ricchissimo ma disperato.
Questo terremoto distruttivo rende la certezza che il Venezuela non sia neanche più per il mondo occidentale un’emergenza. Gli Stati Uniti che hanno realizzato il colpo di Stato rapendo il dittatore Maduro ma allineando nel circuito politico tutta la filiera corrotta e indecente che ha sgovernato il Paese negli ultimi vent’anni, non hanno altro interesse che la gestione dei ricchi insediamenti petroliferi. Da Washington infatti sono stati deliberati solo pochi spiccioli per una popolazione che avrebbe avuto enorme bisogno di un sostegno operativo largo e possente.
Se gli Usa sono stati quasi silenti, immaginando come contributo essenziale soltanto la rimozione delle ultime sanzioni commerciali e un contributo in dollari di poche decine di milioni, Russia e Cina, che sono stati i tutori del Venezuela al tempo di Chavez non paiono interessate a muovere un dito. Cuba, l’amico che offrì a Maduro il sostegno sanitario, mandando i suoi medici negli ospedali di Caracas, non è in condizione di aiutare più nessuno. E’ una nazione allo stremo economico.
E così il Venezuela, terra che conosce enormi giacimenti di petrolio, e ha un sottosuolo ricco di metalli preziosi, dunque dorme su una terra così carica di doni ma purtroppo anche di energia distruttiva, conta i suoi morti attraverso numeri approssimati, ballerini. Sarebbero cinquantamila i dispersi e nel conteggio disgraziato di ogni post sisma almeno il trenta per cento di chi è dichiarato disperso si ritrova nei giorni a venire esanime sotto le macerie.
In questo enorme cimitero l’Italia, tra i paesi europei, sarà chiamata a dare qualche riparo all’enorme presenza di connazionali che vivono questa grande difficoltà. La presidente del Consiglio, all’inizio del suo mandato, spiegò che avrebbe preferito nelle case degli italiani badanti venezuelane, e nelle campagne contadini di quella terra. Propose una immigrazione di ritorno. Meno Africa e più Sudamerica. Forse adesso, spinta dalle contingenze (il terremoto di là, Vannacci di qua) riproporrà l’idea di richiamare in Patria “i patrioti” partiti quel dì.
Dopo l’uscita di Alemanno da Rebibbia il tema del carcere torna sotto i riflettori. Ne abbiamo parlato con Filippo Blengino dei Radicali Italiani, che da anni visita carceri e istituti minorili in tutta Italia, tutti in preda ad una crisi profonda: sovraffollamento cronico, personale insufficiente, allarme psichiatrico e le scelte del governo Meloni su sicurezza e pene non aiutano

(di Michele Larosa – mowmag.com) – Gianni Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno e mezzo di reclusione per i reati di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Da dietro le sbarre, con lettere e diari, si è impegnato nel mettere in luce condizione disumana in cui versano i carcerati in Italia. Ha avuto soprattutto il merito di portare il tema della carceri nella parte destra dello schieramento, sdoganandolo finalmente come un qualcosa di trasversale a tutte le parti politiche. Una parte fondamentale dello Stato di diritto. Peccato che, ad accoglierlo fuori, ci sia stato qualcuno che non sempre ha condiviso queste idee, come il generale Vannacci che ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. Noi abbiamo parlato di carcere con chi se ne occupa da anni, i Radicali Italiani. Prima Marco Pannella e le sue memorabili lotte, ora una squadra di giovani sta cercando di tenere viva quella fiamma di libertà e diritti. Abbiamo intervistato il loro segretario Filippo Blengino, lui Caino lo difende sì, con le unghie e con i denti, anche in collaborazione con Nessuno Tocchi Caino, l’associazione affiliata al Partito Radicale Transnazionale che da anni si batte contro la pena di morte in tutto il mondo. Blengino ha visitato carceri in tutta Italia, oltre che tutti i minorili del nostro Paese, e ci ha raccontato la dura realtà delle patrie galere.

Con la questione Alemanno si è riacceso, anche se solo per un attimo, il riflettore sulle condizioni dei carcerati italiani…
Sì, noi siamo stati in autunno nella sezione in cui era incarcerato Alemanno, e tra l’altro è la stessa sezione in cui sono tuttora incarcerati i fratelli Bianchi e Schettino. È una sezione di Rebibbia, del famoso reparto G8, che sicuramente soffre sovraffollamento, difficoltà col caldo eccetera, ma è la sezione migliore di Rebibbia, questo senza ombra di dubbio. Perché mentre queste persone comunque riescono ad avere dei percorsi lavorativi, a fare qualcosa, le altre migliaia di persone che sono a Rebibbia sono letteralmente lasciate a loro stesse. Secondo me questo la dice anche un po’ lunga… Alemanno ha descritto in maniera puntuale la gravità della situazione della sua sezione che è una delle migliori, quindi immaginiamoci le peggiori.
Certo che la cosa che dispiace è che una persona che comunque ha scritto diversi diari dal carcere, messaggi anche molto belli, ripresi dal Presidente del Senato, poi vada con un manettaro di ferro come Vannacci…
Lascia un po’ perplessi visto che Vannacci ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”.
Tra l’altro la cosa che lascia anche perplessi è che Alemanno è iscritto a Nessuno Tocchi Caino — un’associazione radicale che si occupa di carcere — da ben prima di essere stato incarcerato, ed è stato iscritto intorno agli anni ’80-’90 al Partito Radicale. Proprio perché era ovviamente lontano da molti nostri temi, ma legato a quelli della giustizia e del carcere in generale. Quindi, a differenza di altri, io credo che lui sia autentico sul tema del carcere, e non solo perché lo ha vissuto. Ma proprio in virtù della sua posizione potrebbe usarla meglio per far valere le giuste istanze dei detenuti.
Ma un’iniziativa in collaborazione Radicali-Alemanno?
Volentieri. Anzi, quando siamo andati abbiamo anche cercato di parlargli, ma lui in quell’occasione non ha voluto vederci. Però se c’è l’occasione, sì. Il tema per me rimane lo stesso: non è che il carcere non va bene così ma non va bene solo per Marco e va bene per Abdul. È una questione molto ampia, complessa, che riguarda sia gli italiani che gli stranieri, e che va affrontata con provvedimenti totalmente divergenti rispetto a quelli portati avanti dai suoi amici.
Vannacci ha detto anche che per lui la soluzione al sovraffollamento non è l’amnistia ma più carceri. È solo uno slogan?
Sì, più che altro è una cosa che si dice da anni e nessuno ha mai realizzato più carceri, per il semplice fatto che quelle che ci sono già cadono a pezzi, quindi prima di costruirne altre bisognerebbe sistemare quelle attuali. E lo stanziamento di risorse richiederebbe un intervento tale da rendere più facile, letteralmente, buttare giù alcune carceri e ricostruirle da zero. Ma poi non è questa la soluzione, come sappiamo, dove ci sono più sanzioni, più pene, più aumenti di pena, più carceri non è che la criminalità scende, anzi al contrario. I paesi con tassi di criminalità minori sono quelli in cui il carcere è meno presente. Lascia il tempo che trova questa cosa.
Poi io credo che vada benissimo l’amnistia, benissimo l’indulto, però le vedo come misure estremamente emergenziali. Secondo me serve proprio un pacchetto… Il fatto che uno come Alemanno venga incarcerato e portato a Rebibbia, per dei reati di cui peraltro l’abuso d’ufficio è stato anche abolito. Beh io credo che qualcosa non funzioni.
C’è anche un tema di giustizia…
Sì, esatto. Dovrebbe essere un luogo di extrema ratio, non un luogo in cui chiunque può entrare, anche solo per stare due mesi.
Mi racconti un po’ i carceri che hai girato e i problemi che hai visto da vicino?
I problemi, purtroppo, ormai sono cronici, e mi rendo conto che ogni anno diciamo sempre le stesse cose. Sono gli stessi da anni, e la reazione della politica è la stessa da anni, non è cambiato praticamente nulla, dai governi di sinistra ai governi di destra. La deriva manettara di tenere tutti in carcere l’hanno sempre avuta tutti, tranne quando la Corte Europea ha condannato l’Italia con la sentenza Torreggiani, e allora hanno dovuto in qualche modo diminuire la popolazione carceraria.
Le cose più toccanti, più forti, sono sempre legate alle persone che si incontrano. Si incontrano agenti di polizia penitenziaria che vivono comunque anche loro il carcere, vivono anche loro una sorta di ergastolo in qualche modo, in condizioni molto difficili: sono sottopagati, hanno stipendi da fame, spessissimo vengono catapultati dalla Sicilia a Bolzano, spesso dormono in caserme fatiscenti e con turni di lavoro particolarmente massacranti.
C’è il tema degli educatori, in un sistema che dovrebbe poggiare alla base sul concetto costituzionale di rieducazione del reo. Nel momento in cui un educatore ha a che fare con 100-150 detenuti, ovviamente non sa neanche come si chiamano, non sa cosa hanno fatto, non li conosce. Quindi in un carcere come Torino, dove ci sono 1500 detenuti e 8 educatori, diventa difficile gestire questa macchina del presunto reinserimento.
Poi c’è il tema dei detenuti, e quindi qui c’è l’allarme psichiatrico — non solo i suicidi, che sono sempre in aumento, ma anche detenuti con disturbi seri, magari con doppia diagnosi legati anche a tossicodipendenze in alcuni casi, e poi detenuti che invece maturano patologie psichiatriche stando in carcere. Dalle, tra molte virgolette, “banali depressioni” fino a patologie più complesse. E il carcere ovviamente non ha gli strumenti per gestire questa cosa. Chiusi i manicomi, queste persone non sono state reindirizzate da qualche altra parte, sono state messe in carcere e amen. Le carceri sono diventate anche un po’ dei manicomi criminali.
Poi l’altro tema vero è che il detenuto tipico italiano, nella maggior parte dei casi, entra in carcere e sta letteralmente dal mattino alla sera in sezione a guardare il soffitto.
Noi in carcere non è che andiamo sabato e domenica, andiamo tutta la settimana, spesso anche durante i giorni lavorativi. E, a prescindere da quando andiamo, tendenzialmente i laboratori, le scuole, le biblioteche le vediamo sempre vuote, perché manca il personale. Per cui queste persone hanno un accesso minimo all’istruzione, molti sono anche analfabeti, non parlano l’italiano. Per carità, esistono dei corsi base, però non c’è un percorso strutturato, molte carceri non hanno neanche le superiori.
Il lavoro, che dovrebbe essere il vero fulcro del carcere, non esiste. Viene fatto a rotazione ed è per il 90-95% lavoro interno al carcere: pulizia delle scale (i famosi “scopini”), oppure il vitto (i “portantini”) — cioè lavori interni all’amministrazione penitenziaria, e normalmente si fanno rotazioni, turni di tre mesi. Quindi magari uno lavora tre mesi e poi non lavora per nove mesi. Tutti questi sono sintomi di una grave crisi del sistema carcerario, che va posta in termini di umanità, ma anche in termini di economicità. Noi vediamo, nel momento in cui si applicano misure in cui il lavoro viene posto al centro — quindi misure alternative al carcere, in cui la persona sta fuori ma ha obblighi, controlli, vincoli — che il tasso di recidiva passa dal 70 al 10%. Quindi allo Stato conviene, in termini sociali e in termini economici, evidentemente non in termini elettorali…
Tu hai girato anche tutti i minorili d’Italia, lì la situazione è ancora più delicata…
Sì, è più delicata, anche perché è ovviamente un ambiente molto più complesso. Si diceva una volta che la giustizia minorile fosse il fiore all’occhiello della giustizia italiana, forse lo era. Poi è arrivato questo governo, con i vari decreti, tra cui il Decreto Cutro, è riuscito a sovraffollare anche i minorili, come forse non era mai successo nella storia repubblicana. E tra l’altro, dal 2003 non avevamo più registrato suicidi nei minorili, e purtroppo, ultimamente, ne abbiamo registrati di nuovo.
Il vero tema dei minorili, più ancora che negli adulti, è proprio la questione psichiatrica. Perché questi ragazzi sono lasciati a loro stessi. Non sono ragazzi che hanno bisogno solo di reinserimento sociale o di essere “rieducati”: hanno bisogno proprio di essere educati. Sono ragazzi piccoli, di 15-16 anni, molte volte minori stranieri non accompagnati, spessissimo con fortissimi disagi psichici. Noi, quando andiamo nei minorili vediamo ragazzi che si tagliano le braccia, ci raccontano di ragazzi che ingoiano pile, lamette, gesti autolesivi anche importanti.
Lì c’è proprio il cuore del tema dell’allarme psichiatrico, e anche in questo caso la gestione con le sbarre non riesce a cogliere il problema: cioè tutelare la vita del minore, e insieme il problema sociale di portare quella vita verso una strada di legalità e rispetto delle regole. Invece, tenendo lì questa persona, semplicemente si ammala, sta ancora peggio, e quando esce — visto che notoriamente le carceri sono l’università del crimine per eccellenza — commetterà nel 70% dei casi non solo un altro reato, ma spesso un reato anche più grave. Quindi è un cane che si morde la coda.
Invece ci sono delle realtà virtuose, da prendere ad esempio?
Ci sono stati degli esperimenti in questi anni. Esistono carceri che hanno la fortuna, per una questione geografica, puramente casuale, di non avere particolare sovraffollamento, e quindi di essere un po’ più tranquilli. Ci sono poi degli istituti “premio”, ad esempio quella di Fossano, Bollate, dove una persona con una condanna definitiva anche lunga, ma con buona condotta, riesce ad accedere. Questi sono esempi positivi, ma sono una goccia di positività in una caraffa di problemi strutturali, che riguardano tutti: personale, detenenti, detenuti.
L’altro giorno hanno messo sotto sequestro un carcere, una cosa che non era mai successa nella storia repubblicana, tanto per dirne una. Eppure a livello mediatico se ne parla sempre poco, ma non è una questione di serie B, è una questione di tenuta. È lì che si vede la tenuta dello Stato di diritto, è lì che si misura la giustizia.
Ed è un peccato che non si riesca a farlo vedere, perché sarebbe veramente importante entrare con le telecamere, far vedere alle persone il carcere per com’è. Perché la gente pensa o all’hotel, o alle tute arancioni di Netflix, mentre c’è una realtà fatta di odori, di difficoltà, di urla, di caldo. Secondo me, far percepire alla gente cos’è davvero aiuta anche a capire che quello semplicemente non è il modo migliore per rieducare, usiamo anche la parola “punire” una persona: è semplicemente vendetta.
Abbiamo parlato del Decreto Cutro, abbiamo parlato di una linea politica orientata all’inasprimento delle pene, dal punto di vista del governo Meloni è stato fatto qualcosa sul fronte carcerario?
Hanno fatto una marea di danni su tutti i fronti. Sui minorili, in particolare, il Decreto Cutro li ha intasati di più. Ma io credo che questo governo sia estremamente pericoloso anche nelle piccole cose. Fino all’anno scorso, nei minorili, il dipartimento disponeva che gli agenti di polizia penitenziaria non fossero in divisa ma in borghese, con abiti civili. Questa cosa aveva un senso pedagogico, perché nel momento in cui i detenuti minorenni vengono riconosciuti come categoria più fragile ha a che fare sì con personale di polizia ma non in divisa, in modo da non creare tutta quella distanza.
Invece il governo ha deciso di obbligare tutti gli agenti a rimettere la divisa, e loro stessi non erano contenti. Sono piccole cose, ma raccontano della voracità con cui questo governo interviene anche sul carcere. Sono intervenuti anche sulle donne rispetto ai minori in carcere, sugli ICAM: una volta era obbligatorio il differimento della pena quando la donna era incinta o aveva un figlio minore di tre anni; adesso il differimento è diventato facoltativo, quindi il giudice può comunque ordinare la reclusione.
Nel carcere per adulti loro millantano di aver sbloccato concorsi pubblici per la polizia penitenziaria, è vero, ma il problema è che strutturalmente mancano psicologi, mediatori culturali. Ci sono carceri composte da 700-800 persone straniere che hanno un solo mediatore culturale, magari di un singolo paese africano — come se per tutta l’Europa ci fosse un solo mediatore culturale. Chiaro che non basta. Eppure il mediatore culturale è una figura fondamentale, perché previene.
È proprio questo il tema: mentre noi cerchiamo di porre l’accento sulla prevenzione — su questo come su tutti i temi — loro puntano sulla reazione. Quindi meglio avere più polizia, meglio avere il taser, addirittura adesso la polizia penitenziaria avrà la possibilità di infiltrarsi in maniera segreta per percepire, capire, e forse addirittura dirigere alcune azioni dei detenuti, una cosa totalmente incostituzionale. Eppure lavorare sulla prevenzione, sull’educazione, sull’istruzione, costerebbe anche meno. Ma è meglio dire, come diceva Delmastro ‘l’intima gioia l’idea di far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare ‘.
Forse il tema più grande non è solo cosa è stato fatto, ma cosa non è stato fatto. Perché i richiami sul sovraffollamento li facciamo costantemente, ma sono iniziati ad arrivare anche richiami non solo dall’Europa, ma anche da esponenti di destra. Il Presidente del Senato, che è di destra, l’anno scorso è stato molto esplicito nel chiedere un intervento. Anche da Alemanno sono andati un po’ tutti, quindi c’è stata comunque una sorta di sommossa da parte delle istituzioni. Coglierla, anche con un intervento “camuffato” che riducesse un po’ la vergogna per cui in celle pensate per due persone ne stanno nove, sarebbe il minimo sindacale…
Crosetto preme per andare alle urne, Fitto da Bruxelles predica cautela. Divergenze Fazzolari-Giorgetti sul voto ad aprile. E’ ancora incognita preferenze nella nuova legge elettorale

(di Luca Roberto – ilfoglio.it) – C’è un ministro come Guido Crosetto che vorrebbe votare presto. Un commissario europeo come Raffaele Fitto che la pensa in modo diametralmente opposto: bisogna aspettare per far autologorare la sinistra. C’è un vicepremier come Matteo Salvini che apre a rivolgimenti improvvisi “causa fattori economici” e poi un sottosegretario come Giovanbattista Fazzolari secondo cui il momento giusto, da segnare già adesso sul calendario, è aprile. A cui però si oppone il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ché altrimenti salta l’autonomia tanto cara alla Lega. Nel mezzo c’è la premier Giorgia Meloni che media e che però, ancora un paio di giorni fa, intervistata dalla Verità diceva di voler durare un altro anno pieno. Lasciate perdere i retroscena sul voto a ottobre: entro quella data è improbabile che nell’esecutivo siano riusciti a far prevalere una linea sull’altra. Nonostante l’accelerata sulla legge elettorale.
Fino a qualche settimana fa Crosetto, insieme al vicepremier Antonio Tajani e al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, andava a comporre un terzetto contrario al voto anticipato. Il principale ostacolo era, per ragioni di comprensibile responsabilità, l’essere nel bel mezzo del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Ma ora che quello scenario internazionale ha risentito di un accordo (e di un negoziato che va avanti), il titolare della Difesa è tornato a pensare che non sarebbe uno scandalo andare nel più breve tempo possibile. Questo soprattutto, è il ragionamento di altri esponenti di FdI, per frenare la campagna già imbastita dal generale Roberto Vannacci e da Futuro nazionale, che ogni settimana che passa insidiano la maggioranza. Ce n’è stata una ulteriore prova ieri durante la discussione in Aula alla Camera sulla nuova legge elettorale. Vannacci ha iniziato a far circolare sui suoi social un appello per pungolare la maggioranza: “Sulle preferenze la politica deve metterci la faccia. Se qualcuno vuole togliere ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, lo dica apertamente. Niente giochi di palazzo. Niente voti segreti. Niente manovre fatte nell’ombra”. Preferenze che hanno perso quota ma che ancora non sono state escluse da Fratelli d’Italia.
Fatto sta che di altro avviso è un altro big di Fratelli d’Italia come Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea. Molto più convinto della necessità di inchiodare la sinistra alle proprie divisioni interne che potrebbero esplodere in maniera ancor più evidente con l’avanzar dei mesi (e poi in un anno di governo qualche coniglio dal cilindro potrebbe venir fuori). Chi ha le idee chiare sulla finestra più propizia è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui le urne potrebbero essere convocate ad aprile: in tal caso ci si potrebbe fregiare non solo del titolo di “governo più longevo della storia repubblicana” ma anche della legislatura più duratura con un unico esecutivo (e i parlamentari maturerebbero i contributi per il vitalizio). E’ però, quella di Fazzolari, una visione (rilanciata anche da articoli come quello di Bloomberg) che si scontra con quanto espresso anche nel corso di questa settimana dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che rispetto all’ipotesi di andare al voto in quella finestra ha mostrato dubbi perché “per chiudere positivamente l’iter parlamentare dell’autonomia non si può votare in quella data”. Sfumature. In mezzo a questo variegato caleidoscopio di posizioni, insomma, si muove la presidente del Consiglio. La quale pure sa benissimo come un Vannacci impegnato per mesi in un battage ad personam contro di lei non giovi troppo a Fratelli d’Italia e al centrodestra (un nuovo sondaggio Emg assegna il 6,6 per cento a Fn). E che però, intervistata da Maurizio Belpietro al Festival della Verità, ha ribadito come “manca un anno o poco più alla fine di questa legislatura”. Per l’altro vicepremier, Antonio Tajani, “un mese prima o un mese dopo rispetto alla scadenza non è che cambi molto”. Ma il guadagnare tempo, per la leader di FdI, potrebbe servire non tanto al record di longevità che agguanterà il 4 settembre, quanto per riuscire a mettere in campo una manovra finanziaria con misure rivolte al ceto medio, come le consigliano di fare diversi osservatori. Oltre alla delega sul nucleare rivendicata da Meloni anche nei giorni scorsi. L’altra variabile sul voto in primavera è che di conseguenza, per non giocare troppo sull’effetto election day che potrebbe favorire il centrosinistra, bisognerebbe posticipare più in avanti, per esempio a giugno, il voto nelle città (tra cui Roma, Milano, Bologna e Torino). Forse arriveranno davvero a fine legislatura. Ma solo perché non si riescono a mettere d’accordo su quando staccare la spina.
Cresce il gradimento di Meloni. Il sondaggio di Pagnoncelli. L’effetto sulla fiducia dopo il duello con Trump. FdI al 27%, Pd al 20

(di Nando Pagnoncelli – corriere.it) – Come siamo oramai abituati, anche questo mese ha visto eventi rilevanti sia a livello internazionale che nazionale. In politica estera ha dominato il conflitto con l’Iran, che ha visto avviarsi una faticosa trattativa, per ora arrivata alla firma digitale di un memorandum con diversi aspetti piuttosto generici, ma che sembra complessivamente delineare una situazione di relativa difficoltà per gli Stati Uniti. Rimangono naturalmente al centro la guerra in Ucraina, con un posizionamento sempre più efficace, sia in termini politici che militari del paese attaccato dalla Russia, e il tema del Libano e di Gaza. Ma, per le ricadute sulla politica nazionale, particolare impatto ha avuto la polemica fra Giorgia Meloni e Donald Trump, che ha visto la nostra presidente del Consiglio reagire senza mezzi termini alle critiche, e in diversi casi agli insulti, del presidente americano.
Per quel che riguarda la politica interna, citando in disordine, la conclusione del turno di elezioni amministrative ha visto un sostanziale pareggio tra le coalizioni; nella Lega si è enfatizzato il quadro di problematicità già evidente, con il segretario in difficoltà e ulteriori fuoruscite (non solo dalla Lega ma anche da Forza Italia) verso Roberto Vannacci sempre più attivo e presente nella cronaca politica; nella compagine di governo sono emerse differenze sulle spese per la difesa, in particolare in relazione all’utilizzo dei fondi Safe; tra le forze di opposizione rimane ancora prevalente la questione della leadership e della struttura delle alleanze (questione enfatizzata ulteriormente dalla foto a quattro che sembrava esprimere una distanza dalle forze centriste) mentre nel Pd i malumori rimangono evidenti, con una fuoruscita di rilievo come quella di Pina Picierno.
Le intenzioni di voto segnalano pochi cambiamenti, con una eccezione che vedremo tra poco. Fratelli d’Italia vede un calo del proprio consenso che oggi si colloca al 27% con una contrazione dello 0,6% nell’ultimo mese. Stabile Forza Italia all’8,3% e anche la Lega che si conferma però ai suoi minimi negli anni recenti, con il 5,6%. In ulteriore ed evidente crescita invece Futuro nazionale, la formazione di Vannacci, che guadagna oltre un punto (+1,2 per l’esattezza) nell’ultimo mese e si colloca al 6 per cento, superando la Lega per la prima volta nei nostri sondaggi. Il contributo al voto per Vannacci viene, come avevamo già evidenziato, dagli elettori della Lega e da quelli di Fratelli d’Italia, oltre a una piccola capacità di attrazione verso l’area dell’astensione.
Poche variazioni nell’ambito delle forze di opposizione: il Pd è infatti stabile al 20,1% (il dato più basso registrato nell’ultimo anno); sostanzialmente stabile anche il Movimento 5 Stelle, stimato al 14,3% contro il 14,5% di maggio; in calo invece Alleanza Verdi Sinistra che perde lo 0,6% e si colloca al 6,2%. Anche tra le «terze forze» si evidenzia una sostanziale stabilità, con Azione al 3%, Italia viva al 2% e +Europa all’1,9%, con un incremento dello 0,4% nell’ultimo mese.
Le coalizioni vedono il centrodestra «tradizionale» (cioè le forze che compongono l’attuale compagine di governo) al 41,7%, conto l’alleanza progressista (oltre a Pd, M5S, Avs, composta anche da Italia viva e +Europa) al 44,5%. È evidente che, per quanto non ci sia la certezza che tutti gli elettori di quest’area confermeranno il loro voto in caso di coalizione, la distanza diventa importante. È quindi altrettanto evidente che il centrodestra attuale sembra obbligato all’alleanza con Vannacci, che lo porterebbe al 47,7%. Ammesso, anche in questo caso, che tutti gli elettori delle singole forze confermino il voto per una coalizione siffatta. È infine da sottolineare che il piccolo incremento di partecipazione che si era registrato lo scorso mese e che avevamo attribuito ai risultati delle consultazioni amministrative, è prontamente rientrato. Oggi l’astensione e l’incertezza si collocano al 41,1% crescendo dell’1,3% e riavvicinandosi ai valori medi registrati nei mesi precedenti.
Le valutazioni del governo e della presidente Meloni vedono un miglioramento dell’indice di gradimento (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa): il governo ottiene un indice di 42, contro il 40 del mese precedente, e un analogo incremento si evidenzia per Giorgia Meloni che ottiene il 44 contro il 42 precedente. È assai probabile che la polemica con Trump abbia avuto qualche ruolo in questo miglioramento.
Tra i leader le variazioni sono molto ridotte (al primo posto si mantiene Giuseppe Conte, seguito da Antonio Tajani e da Elly Schlein) con l’eccezione di Roberto Vannacci che cresce ancora di tre punti e si colloca al quarto posto, a ridosso della segretaria del Pd.
Insomma, l’unica variabile che scuote il panorama politico è quella di Futuro nazionale, la cui evidente crescita pone il centrodestra di fronte alla probabile necessità, in particolare in caso di approvazione della nuova legge elettorale, di scegliere l’alleanza con questa formazione. Con un indubbio cambiamento dei rapporti di forze all’interno della coalizione stessa.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Sarà uno degli effetti della calura, ma in Francia hanno stabilito che il ventilatore è di sinistra e l’aria condizionata di destra. Come la vasca da bagno e la minestrina, per citare l’immortale Gaber, anche se affrontare il getto del climatizzatore uscendo dalla vasca da bagno con una minestrina sullo stomaco mi sembra un azzardo da masochisti (quindi più di sinistra). Tornando seri, si fa per dire, appartengo alla residuale lobby dei «meglio sudati che raffreddati». Potete riconoscerci dalle felpe che portiamo allacciate in vita sotto il solleone, in previsione del momento drammatico in cui dovremo indossarle per entrare in un negozio o salire su un treno sperando di uscirne vivi o comunque non troppo malati. L’aria condizionata sparata a palla secondo il modello americano non fa male soltanto all’ambiente. Ne fa anche a chi non ha il fisico della maggioranza di rettiliani che adora vivere in canottiera dentro una ghiacciaia e ti guarda stupita appena le chiedi di alzare la temperatura di qualche grado o almeno di attenuare la potenza del getto, abbandonando la modalità «tornado».
Oltre che meno invasivo per l’ambiente, il vecchio ventilatore sembrerebbe più rispettoso delle libertà individuali. Ma prima che qualcuno mi dia del nostalgico o dell’estremista, azzardo un compromesso che nello scacchiere politico si colloca tra Forza Italia e l’ala riflessiva del Pd. Aria a 25 gradi: condizionata, ma moderata (e sostenibile).
Dalla Turchia al Cile, abbiamo mappe dettagliate di cui si deve tenere conto

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Se ne stanno acquattate sotto terra e per la maggior parte del tempo non le vedi e nemmeno le senti. Laggiù, a migliaia di metri di profondità, sono impegnate ad accomodare i movimenti continui delle placche litosferiche del pianeta Terra: permettono a una placca di montare sull’altra, a due placche di scorrere lateralmente e ad altre due di separarsi per dare vita ad un oceano. Non possono arrivare più in profondità di 800 km: non ce ne sono in senso stretto nel mantello terrestre, a quel livello lì tutto si rifonde e diventa plastico. Invece esse non sono duttili, sono fragili, permettono la rottura della crosta e lacerano la superficie, ma non sempre sono visibili.
Sono le faglie, fratture con spostamento che interessano le rocce della Terra e che generano i terremoti. El Pilar, in Venezuela, è una faglia, e come tutte le faglie deve scaricare l’energia di cui si caricano le placche. Ieri lo ha fatto, scatenando due terremoti ravvicinati di magnitudo 7,2 e 7,5 Richter (una coppia sismica con due scosse entrambe principali) che hanno messo in ginocchio un’intera regione e squassato una nazione.
Ma non è colpa delle faglie sismogenetiche se i sapiens muoiono, la colpa è dei palazzi che crollano perché sono vecchi, inadeguati, costruiti male, non manutenuti, degradati e spesso piegati a esigenze che non tengono in conto la sicurezza. Ancora una volta il terremoto non ti uccide, ti uccide la casa, nel caso specifico abitazioni pure in cemento armato, ma di concezione arcaica o mal costruite, schiacciate al suolo come frittelle. Nelle immagini si notano fuoriuscire dai muri sventrati i tondini di ferro divelti che, come si vede, non sempre sono garanzia di salvezza. Per non dire del cosiddetto effetto-sito: palazzi che crollano al suolo vicini ad altri che resistono, pur essendo coevi e di simile costruzione e altezza. In questo caso la differenza la fa il substrato geologico su cui è stata impostata la fondazione.
La faglia El Pilar separa la placca caraibica da quella sudamericana, permettendo a quest’ultima di spostarsi verso occidente in ragione dell’incredibile velocità di 2 centimetri all’anno. Grandi placche in movimento veloce significano grandi faglie e terremoti violenti, ragione per cui, in genere, in Italia non si supera M 7,5 Richter (stimata, a posteriori, solo una volta per il sisma del Valdinoto del 1693), viste le dimensioni contenute delle placche in gioco nel Mediterraneo e le velocità ridotte.
El Pilar corre per circa mille km e quasi il 20% si è riattivato durante questo terremoto, a circa 15-20 km di profondità con uno scorrimento laterale (è una faglia trasforme). Il tutto in una nazione sismica in cui si sono registrati almeno 5 grandi terremoti negli ultimi 130 anni, di cui almeno uno di magnitudo anche maggiore di quello di ieri. El Pilar è cugina delle grandi faglie sismogenetiche della crosta terrestre, a cominciare da quella arcinota di San Andreas, anch’essa trasforme, che corre da San Francisco a Los Angeles per un migliaio di km, e che è in attesa di scaricare la sua energia dopo il catastrofico terremoto del 1906. Se la geodinamica resterà quella, in qualche milione di anni la città di Los Angeles avrà raggiunto la posizione di San Francisco. Ci sono poi le grandi faglie del Cile e dell’Alaska, in grado di generare terremoti fino a magnitudo 9: il più forte mai registrato sulla Terra fu proprio in Cile, nel 1960, con M=9,5 Richter, seguito da quello di Anchorage (in Alaska), nel 1964, di M=9,2 Richter. In questi casi sono in gioco anche faglie di raccorciamento crostale, cioè di scontro fra placche.
Non mancano le faglie più vicine a noi, a partire da quelle anatoliche, la faglia Nord-anatolica, che prima o poi colpirà anche Istanbul (responsabile del terremoto di Izmit nel 1999), e quella dell’Anatolia orientale, responsabile dell’ultimo sisma turco, quello di Gaziantep, nel 2023, con M=8 Richter.
Poi la grande faglia della Valle del Giordano e del Mar Morto, che separa l’Asia dall’Africa e ha generato i terremoti della Palestina, a partire da quelli la cui eco si risente fino nella Bibbia: cos’è il crollo delle mura di Gericho al suono delle trombe, se non la spiegazione mitologica del rombo di un grande terremoto e dei danni da esso causati? Tutte queste sono faglie a movimento orizzontale, dove un settore scorre accanto all’altro. Estese faglie solcano infine la regione del Mediterraneo, soprattutto dove la placca africana si infila sotto quella europea, generando sismi distruttivi dalla Grecia a alla Dalmazia.
L’Italia, per le ragioni prima citate, non possiede grandi sistemi di faglie, fatta eccezione per la scarpata che segna la Sicilia orientale fino a Malta e lo stretto di Messina, dove sono attesi i nostri terremoti più violenti e dove il tessuto urbanistico è lontano dal poter reggere magnitudo superiori a 6,5 Richter. Si può anzi dire che, per ciò che concerne il rischio sismico, quella è la regione a più elevato rischio dell’intero Mediterraneo. C’è poi una famiglia di faglie sub-parallele che percorre tutto il nostro Appennino in direzione nord-ovest/sud-est, dalla Garfagnana fino alla Calabria e che è responsabile dei nostri tipici terremoti, quelli che hanno addirittura creato il paesaggio montuoso della penisola. Qui i meccanismi di rottura delle rocce non sono tanto legati alla spinta fra due placche o al loro scorrimento laterale, quanto al riassestamento per gravità della catena montuosa. Perciò da noi le scosse di replica sono così numerose e perdurano anche anni, pure se dopo scosse principali non necessariamente molto energetiche.
Ogni volta che la terra trema a causa di un terremoto particolarmente forte, le nostre certezze sembrano minacciate fino dalle radici: per questo i sismi sono forse gli eventi naturali che generano le paure più profonde. Oggi possediamo una mappa mondiale delle faglie sismogenetiche accurata come mai prima e dovremmo tenerne conto. Ma, come pure per gli eventi vulcanici o idrogeologici, i disastri non esistono, esiste solo la nostra incapacità di fare prevenzione costruendo bene o spostandoci dalle zone troppo pericolose. Esistono gli eventi naturali, che al giorno d’oggi diventano catastrofici soltanto per colpa nostra.

(di Michele Serra – repubblica.it) – «La cosa più facile per far morire un’idea è santificarla», dice Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro, spiegando perché è contraria all’idea di proclamare la rivoluzione psichiatrica di Basaglia «patrimonio dell’Unesco» (come la pizza, suggerisce Alberta con lo humour che questa istituzione ormai pletorica si attira; e anche Luigi Manconi, commentando la generosa insensatezza della proposta, cita la pizza e lo yodel come tipici casi dell’andamento epidemico dei riconoscimenti Unesco).
Piuttosto che trasformare il padre in un santino sarebbe meglio mettere fine alla regressione autoritaria che, non solo in psichiatria, minaccia di fare tabula rasa di quell’approccio umanistico e sociale della malattia psichica che Basaglia mise in opera: è il succo di quanto Alberta, psichiatra anche lei, dice nella bella intervista a Sara Scarafia su questo giornale.
Colpisce, leggendola, l’orgoglioso spirito di resistenza con il quale, non solo in campo psichiatrico, le persone avvezze a un approccio scientifico e umanistico (in senso lato: culturale) della condizione umana si oppongono alla corrente, che tira a semplificare ogni questione riducendola, in sostanza, a ordine pubblico e basta. La reclusione dei “matti” come soluzione che soddisfa lo stigma sociale che circonda la malattia psichica ma prescinde dalla salute e dalla dignità delle persone (tantissime, e in costante aumento) che ne sono afflitte.
L’illusione di estirpare dolore e paura, piuttosto che affrontarli e provare a curarli, è la terribile scorciatoia che la politica, in molte parti del mondo, sta imboccando. Contro la paura, dice Alberta Basaglia, si può e si deve agire: «Ma mai negandola: se si impara a viverla, se si ha la percezione di viverla insieme, si affronta».
La deputata M5S Ascari. Nell’interrogazione a Meloni la richiesta (già di Berlusconi agli Usa nel 2008). “Prima di un altro coinvolgimento”

(di Stefania Maurizi – ilfattoquotidiano.it) – Da oltre due decenni, in Italia, i leader politici, in particolare di destra, e i militari fanno tutto quello che possono per evitare che l’opinione pubblica italiana diventi acutamente consapevole del ruolo delle basi americane sul suolo italiano nella macchina della guerra degli Stati Uniti. Ma ora qualcosa si muove. La parlamentare 5 Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione ai ministri degli Esteri e della Difesa, per sapere, tra le altre cose, “quali siano, alla luce degli accordi vigenti tra Italia e Stati Uniti, le procedure previste per l’autorizzazione all’utilizzo delle basi militari statunitensi presenti sul territorio nazionale nell’ambito di operazioni militari non riconducibili a missioni Nato”. Al Fatto Quotidiano Ascari annuncia: “Chiediamo che Meloni e Crosetto vengano immediatamente in aula a riferire, punto per punto, tutto ciò che il Paese ha il diritto di sapere”. La conoscibilità degli accordi che regolano la presenza di forze armate straniere sul territorio nazionale, ha continuato Ascari, “ costituisce un elemento essenziale per garantire la piena trasparenza nei confronti del Parlamento e dell’opinione pubblica, nonché per consentire una corretta valutazione del ruolo e delle prerogative delle autorità italiane”. Una questione di rilevante interesse pubblico, che forse ora può trovare una risposta, dopo le dichiarazioni del Segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha rivelato una verità che il Fatto aveva documentato per primo: l’Italia del governo Meloni ha fornito assistenza logistica agli Usa nella guerra all’Iran, attraverso tutta una serie di voli dalle nostre basi.
Ora resta da capire se la scintilla innescata dalle dichiarazioni di Rutte si tramuterà in un dibattito pubblico intorno a una domanda semplice quanto cruciale: i cittadini italiani vogliono lasciare le mani libere agli Stati Uniti nell’uso delle nostre basi, oppure vogliono un controllo democratico e trasparente? “Il Parlamento deve poter esercitare pienamente le sue funzioni di indirizzo e controllo in una materia che attiene direttamente alla politica estera, alla difesa nazionale e al rispetto dell’articolo 11 della Costituzione”, continua Ascari.
L’attacco all’Iran da parte di Trump ha mostrato cosa è gioco: rischiamo di finire in una situazione per cui un giorno il presidente degli Stati Uniti si sveglia e lancia unilateralmente una guerra in cui coinvolge il nostro Paese attraverso l’uso delle basi, e ci espone a rischi di rappresaglia, attacchi terroristici e ci rende complici nella distruzione di milioni di vite umane, come accaduto con l’invasione dell’Iraq. Dopo l’attacco delle Torri gemelle, governi di destra e sinistra si sono prestati a concedere l’ampliamento delle basi e delle infrastrutture americane sul suolo italiano e una revisione delle regole di uso delle basi per lasciare le mani sempre più libere agli Stati Uniti. Molti di questi cambiamenti sono avvenuti in segreto.
Nei cablo della diplomazia Usa rivelati da WikiLeaks si mostra come, nel 2008, il governo Berlusconi chiese di ritardare l’annuncio sulla creazione dei comandi di Africom a Vicenza e a Napoli, perché a Vicenza infuocavano le polemiche sull’espansione del Dal Molin. E quando il governo Berlusconi provò a chiedere di desecretare “l’accordo ombrello”sulle basi, il Bilateral Infrastructure Agreement (Bia) del 1954, gli Usa dissero no: non volevano che gli italiani scoprissero l’articolo 2 del Bia, che regola le operazioni non-Nato, come l’attacco all’Iran. Dopo le dichiarazioni di Rutte, il governo Meloni ha insistito che i voli degli aerei americani dalle basi militari sul suolo italiano sono tutti in accordo con i trattati, che però restano segreti. Per ora.
Altro che la storia di un mondo arcaico che muore lentamente. La mafia non è una questione locale, ma un’avanguardia del capitalismo. E per questo arriva ovunque

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – C’è una scena, nei primi minuti del Padrino, che spiega questo libro meglio di qualsiasi introduzione critica. Don Corleone non riceve in ufficio. Riceve in casa, il giorno del matrimonio della figlia, mentre fuori si balla. Bonasera entra, chiede vendetta per la figlia massacrata. Vito gli dice: avresti dovuto venire prima. Avresti dovuto chiamarmi «amico». È questo il punto. Non il sangue, non il colpo. La forma del rapporto. La parola amicizia che vale più di un contratto, più di un tribunale, più dello stato.
Francis Ford Coppola lo aveva capito subito, e lo aveva detto al produttore Robert Evans, che non voleva sentirlo. Il padrino non sarà un film sulla criminalità organizzata. Sarà una metafora del capitalismo. Evans gli rispose: che vada al diavolo. Aveva torto Evans, aveva ragione Coppola, e il libro di Ryan Gingeras parte esattamente da lì. Non dalla mafia come fenomeno criminale, ma dalla mafia come grammatica del potere economico. Come modo di stare dentro il mercato quando il mercato è troppo debole per reggersi da solo, o troppo forte per tollerare regole.
Gingeras è uno storico americano che insegna alla Naval Postgraduate School. Ha lavorato a lungo sull’eroina turca, sul tramonto dell’Impero ottomano, sui legami fra Ankara e i traffici globali. La sua mafia non è quella della tradizione, non è quella di Hess o di Arlacchi. È una mafia vista da Istanbul, da Lagos, da Marsiglia, da Pelham Bay. E parte da una scena familiare. Il nonno dell’autore, Charley Fitzpatrick, lavorava come barista in un locale del Bronx, lo Ye Olde, dove Willie Moretti – gangster del New Jersey, futuro morto ammazzato a Cliffside Park – passava le serate a bere. Da quel marciapiede, Gingeras guarda il mondo.
Tre cose, in questo libro, sono nuove.
La prima è l’idea che le mafie siano una costruzione economica prima che antropologica. Gingeras lo scrive a chiare lettere: aderire a una mafia, nel mondo contemporaneo, vuol dire avere una specie di impiego. I traffici più lucrativi si basano sulla compravendita di beni e servizi. Per capire la Cosa Nostra americana degli anni trenta non serve l’omertà siciliana, serve il bilancio. Luciano e Lansky non erano feudatari, erano amministratori delegati. Il Comitato – la struttura che dirimeva le controversie dopo il Proibizionismo – non era un consiglio di anziani, era un consiglio di amministrazione. Capone non era un brigante, era una versione iperviolenta di Henry Ford. Lo capì già Fred Pasley nel 1930, nella prima biografia di Capone: aveva reso il crimine efficiente. È questa la parola che fa la differenza. Efficiente.La seconda è la riscrittura della geografia. Per due secoli abbiamo letto la mafia come una storia di Sud Italia, Sud degli Stati Uniti, Sud del mondo.
Gingeras la riscrive come una storia di traduzioni. Il padrino esce nel 1972 e diventa immediatamente intraducibile fuori dall’America; non c’era nulla di simile in Colombia, in Nigeria, in India e contemporaneamente diventa traducibilissimo: la parola padrino arriva in turco come baba, designa i boss di Ankara e Istanbul, e da lì migra ovunque. Mafia, oggi, è una parola americana che descrive cose non americane. È un’egemonia simbolica prima che criminale. Il vero capitale che la mafia americana ha esportato non è l’eroina, è il vocabolario. Il padrino ha fatto più di Cosa Nostra e Coppola ha pesato più di Luciano.La terza è la distinzione fra vecchie mafie e nuove mafie. Le vecchie Cosa Nostra siciliana e americana, yakuza, triadi erano viste come parassiti su stati altrimenti funzionanti. Anomalie da estirpare. Le nuove mafie russe, nigeriane, albanesi, messicane, turche sono qualcosa di diverso. Sono estensioni di stati deboli. Lo stato non le subisce, le produce. Il narcotrafficante curdo Hüseyin Baybaşın confessa in carcere di aver versato ad Ankara metà dei profitti di ogni affare: per noi era una tassa, e in cambio ricevevamo protezione. Da lì all’espressione «stato profondo», oggi sdoganata da Trump, il passo è breve. E da lì alla conclusione del libro – quella che Gingeras chiama «la grande diluizione» – il passo è ancora più breve. Nel XXI secolo la mafia non è più una categoria di persone, è una categoria di funzioni. Le svolgono i gangster, certo, ma le svolgono anche banchieri, avvocati, multinazionali, fondazioni filantropiche, governi. La mafia si è dissolta nel sistema, non perché abbia vinto, ma perché il sistema ha imparato a fare quello che lei già faceva.
La mafia non è un residuo del feudalesimo siciliano sopravvissuto a Manhattan, è un’avanguardia del capitalismo americano che ha avuto il vantaggio competitivo di non dover rispettare le regole che il capitalismo legale si stava dando in quegli stessi anni. Letta così, la storia della mafia novecentesca non è la storia di un mondo arcaico che muore lentamente, ma è la storia di un laboratorio di pratiche economiche che la grande impresa legale, in molti casi, ha poi adottato e raffinato. È un’inversione di prospettiva che cambia tutto e che spiega perché l’esito a cui stiamo assistendo era inevitabile. Non era la mafia, infatti, a doversi modernizzare per sopravvivere. Era il capitalismo a doverla raggiungere. E l’ha raggiunta.
C’è una frase di Tony Soprano, all’inizio della serie, che Gingeras mette in epigrafe alle conclusioni. «Mi sembra di essere arrivato più che altro alla fine. Che il meglio sia passato» e continua: «Mio padre, per esempio, non è mai arrivato dove sono arrivato io. In un certo senso, però, se l’è goduta di più. Aveva la sua gente. Avevano le loro regole. Avevano l’orgoglio. Oggi noi che cosa abbiamo?». Cosa abbiamo oggi? È questa la domanda giusta perché dice chiaramente come tutte le regole siano saltate, rendendoci tutti patria dell’economia mafiosa e, cosa più importante, incapaci di riconoscerlo.Resta una cosa, alla fine, e Gingeras non la dice chiaramente, ma il libro la suggerisce a ogni pagina. Le mafie hanno sempre venduto due cose insieme: una merce e un mito. L’alcol e la durezza di Capone. L’eroina e l’autenticità della French Connection. La cocaina e il romanticismo di Escobar. Il Captagon e la santità di Hezbollah. Senza il mito, la merce non si vende. Senza la merce, il mito non si finanzia. È il loro doppio bilancio, ed è anche il bilancio del capitalismo contemporaneo, che vende sempre meno cose e sempre più narrazioni intorno alle cose.
Sotto questa luce, Mafia di Ryan Gingeras non è un libro di storia criminale, ma un libro di economia politica travestito da storia criminale e come tale va letto. Va letto pensando che i veri prìncipi al comando non sono mai stati i gangster, ma i capi nascosti, potenti e ignoti. Lo sono ancora, si chiamano in altri modi, ma il mestiere è lo stesso.
Gingeras chiude il libro parlando di «grande diluizione» e non è un concetto consolante. Per due secoli abbiamo creduto che la lotta alle mafie fosse una lotta di confine: da una parte lo stato, dall’altra il crimine; da una parte la legge, dall’altra il sangue; da una parte il cittadino, dall’altra il gangster. Il lavoro di Gingeras è la dimostrazione storica, paziente, documentata, che quel confine non è mai esistito davvero e che oggi non esiste più nemmeno come finzione utile. Le mafie non sono state sconfitte, ma assorbite, e non perché lo stato sia diventato più debole, ma perché ha imparato il loro mestiere.
La tesi più radicale del libro arriva in fondo, e Gingeras la consegna con una sola parola: «diluizione». Per un secolo abbiamo immaginato la mafia come una sostanza concentrata, identificabile, separabile dal resto. Un cancro su un corpo sano. Gingeras dimostra che quella sostanza si è sciolta nel solvente del mondo contemporaneo, e adesso è ovunque. Non in senso retorico ma in senso tecnico.Le funzioni che per un secolo erano state esclusive del gangster – riciclare denaro, corrompere funzionari, intimidire concorrenti, controllare territori attraverso la paura, eludere fiscalità e regolazione – oggi le svolgono soggetti perfettamente legali. Le banche svizzere e americane processate per aver lavato miliardi di narcodollari, le multinazionali farmaceutiche che hanno alimentato l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti uccidendo più gente di Pablo Escobar, le piattaforme digitali che mettono in contatto trafficanti e clienti meglio di qualsiasi rete fisica. I fondi sovrani che reinvestono capitali di provenienza opaca. Le società di consulenza che ottimizzano evasioni e pianificano trasferimenti offshore. Gli studi legali che scrivono i contratti di immunità.
La mafia non è scomparsa perché lo stato l’abbia sconfitta, semplicemente (e drammaticamente) non c’è più come categoria distinguibile perché tutto il resto le si è avvicinato. Il mondo non si è ripulito, è diventato indistinguibile da essa. Per questo Gingeras chiama questa fase «la grande diluizione» e non la grande sconfitta. È un giudizio storico durissimo, quasi insopportabile, e va letto fino in fondo. Significa che la separazione fra economia legale ed economia criminale è oggi un’astrazione contabile, non un dato di realtà. Significa che dire stato-mafia non è più una metafora polemica, è una descrizione sociologica. Significa che il gangster, come figura antropologica autonoma, sta morendo e non perché abbiamo vinto, ma perché non serve più. Le sue funzioni le svolgono altri e meglio, in giacca e cravatta, con un compenso più alto e meno rischi penali.
C’è una vecchia idea di Hannah Arendt secondo cui il male non ha profondità, ha solo estensione, si propaga come un fungo e occupa superfici. Le mafie di Gingeras funzionano così, non sono il sottosuolo del mondo, ma la sua superficie. Quando, come scrive Gingeras, «alcuni membri dell’importante famiglia Gemayel, che durante la guerra civile supervisionava numerose milizie cristiane, guadagnarono tra 1 e 5 miliardi di dollari netti in un anno vendendo hashish e altri beni di contrabbando» dai porti che controllavano, quando Hezbollah esporta captagon in tutto il Medio Oriente, quando i talebani fanno il 14 per cento del Pil afghano con l’oppio, non stiamo guardando l’eccezione di un sistema sano, stiamo guardando la regola di un sistema che ha smesso di distinguere fra legittimo e illegittimo, perché accendere un faro e marcare questa distinzione gli costa troppo.
E qui Gingeras tocca, senza dirlo, il punto filosofico più alto del suo lavoro. La mafia è la forma che assume il capitalismo quando viene privato delle sue regole, ma è anche la forma che assumerebbe se quelle regole non fossero mai esistite. La mafia è il capitalismo senza il vestito buono dello stato di diritto, senza il maquillage delle istituzioni, è il mercato che si guarda allo specchio e si riconosce. Per questo Il padrino funziona ancora oggi, e non perché racconti una mafia, ma perché racconta una verità che la mafia ha avuto il merito storico di rendere visibile. La verità è questa: il potere è una famiglia che protegge i suoi, una violenza che si veste di codice, un debito che non si estingue mai, una parola data che vale più di un contratto.
La differenza fra don Corleone e un consiglio di amministrazione è solo che don Corleone non finge.Il mito del gangster, quello che il cinema ci ha venduto per un secolo, ha sempre avuto una doppia funzione; da una parte demonizzava, dall’altra rassicurava. E il pensiero rassicurante era questo: il male ha un volto, un nome, un quartiere, un accento. È siciliano, è russo, è messicano, è albanese. È sempre altro, altro da noi. È sempre lontano, lontano dal nostro mondo, dalla nostra cerchia. Il libro di Gingeras ci toglie questa rassicurazione perché il gangster non è l’altro. Il gangster è la versione disinibita di quello che siamo già. Lavora con le stesse logiche di una multinazionale, finanzia gli stessi partiti, ricicla nelle stesse banche, si muove negli stessi paradisi fiscali e sfrutta gli stessi migranti. La sola differenza è che ammazza in proprio invece di farlo per procura e ammazza utilizzando guerre, sanzioni, licenziamenti di massa, riforme sanitarie. Forse il vero lascito di questo libro sta proprio nell’aver capito che la storia delle mafie non è la storia di una minaccia esterna alla civiltà, ma la storia del modo in cui la civiltà, lentamente, è diventata indistinguibile da quello che diceva di combattere. La civiltà, la guerra contro le mafie, non l’ha persa; l’ha vinta, perdendola. È un finale che non consola. Ma è l’unico onesto, ed è il motivo per cui questo libro andava scritto.
Mafia di Ryan Gingeras (il Saggiatore, traduzione Simona Di Carlo, pagg. 500, euro 26)
Anticipiamo parte della prefazione di Roberto Saviano
La nuova legge sulla caccia riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare: intransigente con i deboli, compiacente con i forti

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Spara, gringo, spara. La nuova legge sulla caccia, già approvata dal Senato, riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare, benché alquanto sbilanciata: intransigente con i deboli, compiacente con i forti. In questo caso s’abbatte sui quadrupedi, però nemmeno noi bipedi ce la passiamo bene. Salvo quanti s’arruolino nel popolo dei cacciatori, che la legge battezza come «bioregolatori». Sicché diventano i custodi «della biodiversità e degli ecosistemi», manco fossero guardie forestali. E potranno cacciare ovunque, perfino nelle spiagge.
Loro, le bestie, non hanno diritto di voto in Parlamento. Altrimenti forse s’opporrebbero anche alle altre leggi da Far West che ci sono cadute sul groppone in questi anni. Quella che dichiara non punibili gli agenti segreti, cui viene consentito di creare pure gruppi terroristici o eversivi. Quell’altra che autorizza i poliziotti a portare armi private quando non sono in servizio. O che forgia uno scudo penale per le forze dell’ordine, con un registro separato per legittima difesa. Tutte novità introdotte dai decreti sicurezza, che si succedono come una scarica di fuochi d’artificio, e che in ultimo rendono la nostra vita più insicura.
Ma la sicurezza è l’alibi del vento autoritario che soffia in tutto il mondo, e il governo Meloni non fa certo eccezione. Come si manifesta? Intanto, schiacciando le assemblee parlamentari, privandole del potere di decidere le leggi. Del resto il buongiorno si vede dal mattino.
Nei suoi primi tre mesi d’esistenza questo esecutivo ha messo in pista 15 decreti legge, stracciando ogni record precedente (Draghi 12, Renzi 10, Berlusconi 9). E ha esordito alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia in 18 mesi, un altro record. Nonché un doppio bavaglio al Parlamento, anche perché la fiducia viene applicata non soltanto sui decreti, bensì pure sulle leggi più importanti; difatti adesso aleggia sull’approvazione della legge elettorale.
Questo diluvio normativo si converte in una tempesta di divieti irragionevoli (come il no alla cannabis light, benché priva d’effetti psicotropi). Di castighi insensati (per esempio l’arresto fino a un anno per l’automobilista che avesse assunto droghe qualche giorno prima, pur essendo perfettamente lucido nel momento di mettersi al volante). Di aggravi di pena (sono 9 le aggravanti introdotte dal decreto sicurezza del 2025). E ovviamente di nuovi reati (14, solo a considerare quel decreto; ma in realtà si contano a decine, dal blocco stradale all’omicidio nautico, dai rave party all’occupazione abusiva degli immobili).
Le conseguenze? Possiamo misurarle attraverso lo scandalo della condizione carceraria. Mercoledì 24 giugno Luigi Manconi ha sollevato il caso dei bimbi reclusi in cella insieme alle loro madri, il cui numero è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni. Effetto dell’ennesima stretta, che ha cancellato una norma di civiltà giuridica ospitata perfino dal codice Rocco, il codice fascista. Ma le cifre complessive sono ancora più eloquenti.
Nell’ottobre 2022 — al debutto del governo Meloni — la popolazione carceraria contava 55mila detenuti; ora sono quasi 65mila, con un indice d’affollamento al 139 per cento e 18mila persone in più dei posti letto. Mentre per la prima volta il sovraffollamento investe anche gli istituti penali per minorenni, con un incremento del 50 per cento. Merito del decreto Caivano, che ha aperto i portoni del carcere per lo spaccio di lieve entità e ha sbarrato l’accesso alla messa in prova per i minorenni.
Insomma, l’aria che tira è questa. E non è da comunisti mangiabambini segnalarne i danni. Né da avversari della destra per partito preso. È da liberali, piuttosto. D’altronde ci sono tante destre, e anche tante sinistre. Divise per visioni politiche, economiche, sociali. Ma dovrebbe unirle una comune cultura dei diritti, delle libertà costituzionali. Non è questo il caso.
“Ormai lo conosciamo: toglie più voti di quelli che porta ed è sempre pronto a far esplodere qualsiasi alleanza”

(diTommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Per il sociologo Marco Revelli l’idea di tenere Matteo Renzi nel campo largo nasce da un’illusione ottica alimentata dal rapporto – poco virtuoso – tra media e politica. “C’è una malattia subdola del sistema dell’informazione in Italia: ci si innamora dei dettagli perdendo di vista il quadro generale. Ci si invaghisce di una figura marginale e si continua a darle credito anche se conta come il due di picche nei grandi giochi”. Uno scollamento tra comunicazione e realtà, oltre che tra élite e popolo votante: “Accade in parte anche con Carlo Calenda – aggiunge Revelli –: sono mosche cocchiere che siedono a cassetta credendo di guidare la carrozza”.
Secondo Schlein, per vincere servono tutti.
Facciamo una premessa: mettere nel proprio campo Renzi è come piazzare una bomba a orologeria sotto il proprio tavolo. Il suo percorso politico è ormai tracciabile da una quindicina d’anni: la sua vocazione compulsiva al tradimento delle alleanze dovrebbe ormai essere acquisita.
Ma persino il suo 2%, in questa situazione di incertezza, può pesare.
È una falsa operazione matematica, dettata dall’illusione che il bacino elettorale sia dato, fisso e stabile e che i giochi al suo interno siano a somma zero. Ma le grandezze in gioco non sono matematiche: sono politiche. Il contributo di ogni partner è variabile, ci sono anche percentuali che si sottraggono: un cattivo candidato può pure portare il suo 2 per cento, ma contemporaneamente ti fa perdere quattro punti. Il gioco diventa negativo.
Poi c’è un problema di credibilità politica: come si spiega agli elettori un’alleanza con chi fino a ieri era il simbolo di una stagione da superare?
Il minimo comune denominatore di un campo di centrosinistra, pure annacquato, dovrebbe essere la promozione della giustizia sociale. Renzi, invece, ha sempre praticato l’ingiustizia sociale: ha favorito i forti e non i fragili. Questo appartiene al suo carattere di animale politico, anche se ora è un animaletto che pesa poco.
Ammesso che si vincano le elezioni, poi come si governa con uno così?
Come dicevo, mettere Renzi al tavolo è come piazzarci sotto una bomba a orologeria: al primo passaggio in cui intravede un vantaggio personale, fa saltare tutto in aria. Ma il problema è complessivo: vincere queste elezioni non significa ottenere una frazione marginale di vantaggio, ma prendere una parte consistente di voti più dell’altra. Ci si può riuscire soltanto sfondando il confine tra voto e non voto, riconquistando almeno una parte di quell’elettorato che da un quarto di secolo è uscito disgustato dal sistema politico. Fino agli anni Novanta la partecipazione superava l’80 per cento; oggi il corpo elettorale è ridotto a poco più del 50 per cento degli aventi diritto. E tu pensi davvero di riportare alle urne chi è scappato arruolando uno di quelli che l’hanno fatto scappare?
Chi sarebbe capace di parlare agli elettori dispersi?
Nel possibile campo largo nessuno, nemmeno Conte, ha questa capacità magnetica di attrarre quella limatura di ferro che si è dispersa nel non voto. Servirebbe un outsider credibile, capace di presentare un progetto realmente in controtendenza sui grandi temi: distribuzione della ricchezza, diritti sociali, sanità, pace e guerra. Non sarà questo il momento di un grande discorso di geopolitica per evitare la catastrofe? Servirebbe uno che rompe gli schemi come Zohran Mamdani a New York, una figura che ribalta i tavoli, altro che campo largo. E noi siamo qui a parlare dei nani politici.