Ribattezzato “Patapetrecca”, da numero uno del canale all news ha omesso e manipolato notizie, da Giambruno a Delmastro

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Gliel’hanno sentito ripetere tante volte nei corridoi di RaiNews24, la redazione guidata per tre anni e mezzo fino alla sfiducia, la prima di una lunga serie, che dieci mesi fa gli fruttò una contestatissima promozione per evitargli la rimozione: «Ho le spalle coperte, non potete farmi nulla».
Perché Paolo Petrecca — ribattezzato dai colleghi “Patapetrecca” per assonanza onomastica con le patacche rifilate al pubblico pagante (il canone) pur di omettere gli scivoloni ed esaltare le gesta della premier e dei suoi Fratelli — ha questo di bello: non le manda a dire. Fiero della sua antica militanza missina, rivendicata senza pudore, si considera un intoccabile e in fondo lo è: indiscusso precursore dell’avanzata della destra nel cuore dell’informazione pubblica. Il primo giornalista targato Meloni a scalare le gerarchie interne, imposto direttore delle all news dalla leader dell’allora unico partito d’opposizione: nell’autunno del ‘21, in base alle ferree regole della lottizzazione, a lei spettava una testata e Giorgia scelse lui. L’uomo che ha aperto la strada. Diffuso il verbo a colpi di punizioni, pezzi riscritti d’autorità e litigi furibondi. Maestro nell’oscurare servizi scomodi, come quello sui fuori onda piccanti dell’ex first gentleman Andrea Giambruno o sul ministro Lollobrigida che fermava i treni. Specialista nel falsificare i titoli: celeberrima l’assoluzione di Delmastro per il caso Cospito, trasmessa per ore a caratteri cubitali, mentre era solo la richiesta del pm. Infatti a sera il sottosegretario finì condannato e la notizia relegata in fondo.

Gaffe e manipolazioni che fanno rivoltare la redazione, ma non scalfiscono l’autostima del direttore. «Non potete farmi nulla», il mantra. Ribadito pure all’indomani della bufera scatenata dall’incredibile scelta di aprire il Tg di RaiNews, la sera delle elezioni francesi, con il Festival delle Città identitarie in cui si esibiva la compagna Alma Manera. Petrecca se ne stava lì, seduto lì in prima fila, a godersi lo spettacolo in quel di Pomezia, mentre tutte le tv del pianeta mandavano i risultati dello scrutinio che rischiava di costare la presidenza a Macron. Il giorno dopo, pioggia di accuse, sindacati sul piede di guerra, ma lui impassibile: nessun mea culpa, né offerte di scuse, solo la sicumera di chi sa di avere spalle coperte e una madrina troppo influente per temere di perdere il posto.
La fedeltà al partito prima che al giornalismo; la propaganda anteposta al dovere di informare; amici, mogli e parenti sopra ogni cosa. Pur di essere utile alla causa, che non è solo politica: è sua personale. E così ai comizi della premier trasmessi in tempo reale e versione integrale, pure se il palco non è una sede istituzionale ma quello di Atreju, via via si aggiungono gli interventi altrettanto fluviali della sorella Arianna. Un intero canale Rai piegato a dependance di palazzo Chigi con propaggini in Via della Scrofa, quartier generale dei Fratelli italici. E quando a marzo dell’anno scorso i “suoi” redattori non ne possono più e lo sfiduciano a stragrande maggioranza, Patapetrecca non fa un plissé. Bussa alle solite porte e si trova un’altra poltrona. Non in un sottoscala o un garage, bensì al comando della blasonatissima RaiSport, orfana di Jacopo Volpi appena andato in pensione.
Perché lui ha le spalle coperte. Gli interni, ben più esperti e competenti, molto meno.
Siccome tuttavia la fama lo precede e il curriculum conta, anche in un’azienda occupata manu militari dalla maggioranza di governo, la redazione si ribella. Il piano editoriale del neo-direttore viene bocciato. Quello si arrabbia. E passa alle minacce: «Vi conviene votare a favore, tanto ho i vertici dalla mia parte». Dopo una ventina di giorni lo ripresenta: bocciato di nuovo. Contando la batosta di RaiNews, fanno tre mozioni di sgradimento in tre mesi. Un record. Destinato a restare negli annali. Ma il meloniano tira dritto. Contro tutto e tutti. Fino a mercoledì scorso, quando Auro Bulbarelli rinuncia alla telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi, e Petrecca decide di prendersi la rivincita. «La faccio io, me ne intendo». Ci prova l’ad Giampaolo Rossi a spiegargli che non è il caso, «non l’hai mai fatto», meglio lasciare a chi ha già commentato le Olimpiadi. Invano. La copertura regge un’altra volta. Forse però, dopo il disastro certificato dai social, non per sempre.

(Tommaso Merlo) – I governanti rispondono al malcontento con manette e manganelli. Invece di ascoltare, reprimono. Ma dato che non è un problema di ordine pubblico ma di ingiustizia sociale, si rischia l’escalation. Già, mentre i governanti si pavoneggiano eleganti tra macchinoni e saloni liberty, i cittadini si devono piegare a lavoracci anche psicologicamente usuranti, pagati da cani o accontentarsi di misere pensioni lottando tra bollette e sogni infranti. E non hanno nemmeno più una politica che li rappresenti e quindi una speranza di futuro migliore. Una polveriera. Se i politicanti fossero personalità di spessore anche umano ispirati da nobili valori e con una rotta illuminata, la gente voterebbe e resterebbe a casa serena invece di urlare per strada. Ma da decenni siamo in mano a classi dirigenti che passano da una poltrona all’altra senza combinare nulla e senza avere uno straccio di visione di paese se non qualche rigurgito ideologico. Siamo al marketing elettorale al posto dell’analisi, agli influencer al posto degli statisti. Coi risultati che sono sotto agli occhi di tutti. Perennemente inchiodati in fondo a tutte le classifiche europee con paesi in via di sviluppo che ci superano perfino in libertà di stampa. Vittime di problemi talmente cronicizzati da diventare normalità e di viziacci talmente radicati da diventare abitudini. Come la lottizzazione selvaggia e l’impunità di lorsignori, come la meritocrazia solo per i poveri cristi, come le forzature della Costituzione invece di sporcarsi le mani per risolvere i problemi veri, come le mangiatoie olimpiche quando con due gocce frana tutto, come il servilismo lobbistico ed internazionale che ci ha portato alla chicca del riarmo mentre perfino sanità ed istruzione cadono a pezzi. Fatti inconfutabili. E che colpiscono tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire. Siamo ostaggi di classi dirigenti che invece di ammettere il proprio fallimento storico e farsi da parte, impongono la loro presenza senza rendersi conto di essere il principale problema del paese ed hanno pure il coraggio di prendersela con quei quattro gatti che ancora non si sono arresi. Davvero, l’unica cosa che sorprende è che il malcontento sia così contenuto e la reazione peggiore che può avere la politica, è la repressione, è limitare le libertà democratiche di espressione e di dissenso. Eppure tira una brutta aria e in ogni angolo dell’impero. Vogliono decidere cosa può essere detto e pensato e controllare chi osa ribellarsi e come. Palese il caso della Palestina. Chi sostiene la lotta di liberazione di quel popolo martoriato, si ritrova dalla parte sbagliata del sistema e quindi tacciato di estremismo, censurato e ghettizzato. Se invece lecchi i piedi al regime sionista, allora fai carriera nei palazzi del potere e ti invitano in prima serata a deliziare il grande pubblico. È una rete di potere occulta che opera attraverso la politica ed i media mainstream per manipolare l’opinione pubblica ed imporre la sua agenda. E dato che l’immane tragedia di Gaza ha fatto crollare decenni di propaganda, stanno correndo ai ripari stringendo le maglie in modo da cancellare il genocidio, da coprire lo scandalo Epstein che svergogna la rete ricattatoria israeliana sull’Occidente e far finta che la pulizia etnica sia finita e la soluzione sia attendere che il genero sionista di Trump trasformi il campo di concentramento di Gaza in un resort extralusso per satanici vampiri. La Palestina come per tutte le altre questioni cocenti del momento e che danno fastidio a chi comanda davvero. Di questo passo faremo tutti la fine dei palestinesi e in America si vedono già le prime avvisaglie coi militari per strada a scagliarsi contro minoranze e dissidenti, violenze inaudite e deportazioni di massa ma solo negli stati che non hanno votato per il dittatore di turno. Tira davvero una brutta aria in ogni angolo dell’impero. Servirebbe un sussulto di responsabilità da parte di tutti per evitare l’esplosione della polveriera. Le classi politiche e mediatiche dovrebbero assumersi le loro responsabilità storiche e farsi finalmente da parte in modo da favorire un cambiamento radicale. E i cittadini dovrebbero invece fare un passo avanti, rigettando ogni autolesionistica violenza e rimboccandosi piuttosto le maniche per scalare la vecchia partitocrazia o per rimpiazzarla con progetti politici più intelligenti. La sfida è quella di ristabilire i fondamentali della democrazia con classi dirigenti frutto del popolo e al servizio esclusivo del popolo. Senza intermediari parassitari, senza poteri occulti dietro le quinte, senza manipolazioni mediatiche. Bisogna tornare alla realtà, allo sporcarsi umilmente le mani per trovare soluzioni concrete in un mondo sempre più complesso. Altro che rigurgiti ideologici e dittatori di turno, altro che manette e manganelli tra un post e l’altro. Non è un problema di ordine pubblico, ma di ingiustizia sociale che richiede una risposta politica all’altezza altrimenti si rischia l’escalation. Una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire altrimenti faremo tutti la fine dei palestinesi.

(ilfattoquotidiano.it) – “Come è umano lei”. Le cronache giornalistiche di Sergio Mattarella sul quel tram chiamato Olimpiadi non sfigurano affatto al cospetto del ragionier Ugo Fantozzi. Perché il tram – “il vecchio tram” – è esso stesso il simbolo, come Mattarella dell’Italia e del lavoro, senza grilli per la testa, ma geniale come Enzo Jannacci e grande come Beppe Viola. “Quel geniale tram che mette tutti vicini, occhi negli occhi, sullo stesso piano, andata e ritorno: il tram “senza business class” scrive La Stampa piegando alla narrazione il campione – orgoglio&normalità – Valentino Rossi, tranviere per un giorno alla guida del convoglio “scelto” dal Capo dello Stato. Ma il meglio è Mattarella, “un presidente umano al tempo della disumanizzazione totale”, “un uomo che prende il tram, come tutti prendono il tram”, “il presidente spettinato quando tutti gli italiani erano spettinati – ricordate il siparietto al Quirinale sul ciuffetto fuori posto durante il Covid? – ma anche il presidente “dottore” al Niguarda per i ragazzi della tragedia di Crans Montana. Insomma: “Il corpo del presidente sempre, come argine allo sprofondo”. Applausi, anzi boati – “Sergio, Sergio!” – l’Italia chiamò.

(ANNA FOA – lastampa.it) – Procede a gran velocità il Board of Peace, l’invenzione di Donald Trump, che ne dovrebbe essere presidente a vita, per sostituire il vecchio mondo con uno diverso, basato sul realismo politico, sul rifiuto dei diritti umani e sul potere della ricchezza e della forza.
Una volta definito cosa questo Board vuole proporsi, siamo alla fase di reclutamento. Un reclutamento condizionato dal dover versare, per entrare a farne parete, un miliardo di dollari sull’unghia. Molti i Paesi invitati da Trump a farne parte, dalla Russia all’Ucraina alla Cina.
Decisamente, la prospettiva è mondiale. La vecchia Europa sembra esserne fuori, dalla Francia al Regno Unito alla Germania alla Norvegia alla Slovenia all’Ue (eccetto l’Ungheria di Orban), su motivazioni diverse, che vanno dalla possibile presenza della Russia di Putin alla sostanziale incompatibilità con le Costituzioni dei vari paesi.
È la stessa motivazione addotta dalla premier italiana Meloni, anche se, per convincerla a mutare opinione, è stato proposto che l’Italia possa entrarvi come “osservatore”, un nuovo ruolo introdotto appositamente per facilitare a molti paesi il superamento dell’incompatibilità fra i loro principi costituzionali e il Board: una struttura piramidale, direi imperiale, in cui il presidente a vita Trump possiede i pieni poteri, quindi una struttura del tutto incompatibile con i principi a cui si ispira la democrazia nei paesi in cui ancora sopravvive.
Il Board, ricordiamolo, nasce direttamente in rapporto alla “pace di Trump” in Medio Oriente, dell’ottobre scorso, tanto è vero che ne esiste, oltre al Comitato Esecutivo più ampio, un Comitato Esecutivo per Gaza. Il suo obiettivo è, oltre a quello di dar vita ad una pace stabile fra Israele e i palestinesi, quello di ricostruire la Striscia di Gaza, un lavoro immane e costosissimo. Che cosa ne dovrebbe uscire, alla fine? Forse qualcosa di molto simile a quelle immagini dell’Ai su Gaza, con Trump e Netanyahu sdraiati sulla spiaggia fra i grattacieli, che solo un anno fa ci sembrava uno scherzo, sia pur di cattivo gusto. I palestinesi nel Board ci sono, ma non le loro organizzazioni politiche, bensì un gruppo di tecnocrati. Politicamente, la Turchia ne ha un ruolo dominante.
E Israele? Israele, come lo Stato che ha provocato la distruzione immane che ora si tratterebbe in un certo senso di sanare, ne fa naturalmente parte, ma questo non vuole di per sé indicare che l’esistenza di un simile Board con poteri decisionali così forti sulla questione israelo-palestinese sia per Netanyahu una scelta ovvia e agevole.
Data la composizione del Board, la sua esistenza vuol dire la rinuncia al progetto della grande Israele, dal fiume al mare, priva o quasi di palestinesi, come vorrebbero i ministri più estremisti del suo governo, e anche, con ogni probabilità, la rinuncia all’annessione della Cisgiordania. D’altra parte, il compromesso con il governo israeliano potrebbe funzionare sul fatto che almeno per i prossimi decenni non si parlerebbe più della creazione di uno Stato palestinese e che Trump, non particolarmente attento alla salvaguardia dei diritti umani a casa sua, non li controllerebbe troppo neppure in Israele.
Lo stesso attacco di Netanyahu alla democrazia interna potrebbe esserne facilitato. Una rinuncia, insomma, alla politica seguita finora da Israele in cambio di un ingresso nel novero dei Paesi padroni del mondo. Resta però difficile valutare se l’estrema destra suprematista israeliana accetterebbe tale prospettiva, così poco “ebraica”.
E l’Italia? Il riferimento alla Costituzione italiana è una scusa, da parte di Meloni, per continuare a barcamenarsi tra Trump e l’Europa, o è invece un riferimento all’obsolescenza della nostra Costituzione? Potremmo scambiare l’eredità dei nostri padri costituenti con l’ingresso nel novero dei Paesi più potenti, magari come osservatori se, come si crede, non possediamo quel miliardo di dollari necessario per entrare a farne parte?
Il Vaticano, interpellato da Trump che evidentemente non conosce la frase famosa di Stalin: «Ma quante divisioni ha il Vaticano?», dice di non possedere tutti quei soldi. Ma il card. Pizzaballa ha detto negli scorsi giorni, che il Board of Peace è un’operazione colonialista. Colonialista o imperiale? Forse ambedue.
Restano aperte almeno due domande. La prima è se non vi sia, come scriveva giorni fa su queste pagine Gabriele Segre, un altro progetto mondiale, quello cinese, in concorrenza con questo di Trump, forse non più democratico ma certamente meno precipitoso e brutale.
L’altra è se l’incoronazione imperiale di Trump reggerà ai meccanismi della democrazia degli Stati Uniti, per esempio alle vicine elezioni di Midterm, ammesso che si riesca a realizzarle.

(di Michele Serra – repubblica.it) – La goffa telecronaca olimpica di Petrecca non aggiunge né toglie nulla alla situazione della Rai sotto questo governo: per occupare militarmente un territorio tutto sommato vasto come l’informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono, né per quantità né per qualità.
Per produrre una mole così notevole di giornalismo, di spettacolo, di divulgazione intellettuale, di informazione popolare, non basta arrivare freschi freschi da una militanza politica spesso molto periferica, e dire “adesso qui comandiamo noi”.
Bisogna, poi, saperlo fare, tenendo conto che la Rai ante-Meloni, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, era comunque una fabbrica di contenuti spesso decenti, a volte buoni, qualche volta ottimi. Perché la lottizzazione era sicuramente uno sgradevole criterio di carriera, ma intanto era estesa a molti, dunque plurale; e poi non era sempre ostativa del merito e delle capacità professionali. L’occupazione militare è ben altro, in tutti i sensi: intollerante politicamente, desolante professionalmente.
Dispiace far notare, tra gli altri evidenti segni di decadenza, il romanesco sciatto che dilaga anche a Radiorai, un tempo scuola indiscussa di buona dizione italiana.
Non lo si sottolinea per fare speach shaming, ognuno parla come sa e come può. Lo si dice perché conferma la striminzita e compatta provenienza delle truppe di occupazione meloniane.
Si fanno scoprire, insomma. Simulino, almeno, la compresenza di truppe ausiliarie venete o calabresi o piemontesi. Dicano “ocio”, ogni tanto, o “neh”, almeno per confondere le carte.
Stati Uniti, Cina e Russia si contendono l’Olimpo del potere planetario. Chi sta peggio è il numero uno. Ma gli sfidanti non si godono la vita, anzi

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Tempi duri per i Grandi. Stati Uniti, Cina e a distanza Russia, le potenze che si contendono l’Olimpo del potere planetario disegnano un triangolo delle sofferenze. Chi sta peggio è il Numero Uno, anche perché franare dalla vetta è più ripido e pericoloso. Ma gli sfidanti non si godono la vita, anzi. Costellazione abbastanza singolare nella storia.
Di norma nelle transizioni egemoniche osserviamo la traiettoria di un detentore ammalato, avvicinato e infine scavalcato dal primo sfidante. Percorso a ostacoli che può durare secoli. Nell’ultimo caso — staffetta tra impero britannico e impero americano — sono bastati cinquant’anni scarsi. Quelli che segnano l’affacciarsi degli Stati Uniti sulla scena globale nella guerra contro la Spagna (1898) e l’esaurirsi della talassocrazia britannica nelle due “vittoriose” guerre mondiali (1945). Come da antico copione: il Due si afferma Uno e l’Uno scivola dal podio, liberato per ancelle o avversari del nuovo capo.
L’impressione è che stavolta non sarà così, almeno per il tempo visibile. Perché la superpotenza a stelle e strisce era sovraordinata. Eravamo abituati a un egemone assoluto. Parametro universale, portabandiera della globalizzazione intesa americanizzazione del pianeta. Non battistrada di omologhi, valori diversi nello stesso mazzo: entità superiore. Non prima della classe: fuoriclasse. L’America resta unica nella storia universale.

Lo scalino più alto del podio sarà per un certo tempo biposto, riservato ad americani e cinesi. Gli altri due affollati di ascendenti e discendenti ugualmente inferociti. Meno certezze, più caos. Altro che nuovo ordine mondiale.
Da parecchi anni l’impero globale di Washington accumulava declino. C’è voluto il fischio finale di un arbitro che più globalista non si sarebbe potuto — banchiere centrale inglese virato in premier canadese — perché le élite mondial-americaniste ammettessero finita la favola cui credevano o, secondo Carney, fingevano di credere.
La sua idea è di scaricare la sconfitta dell’Occidente su Trump e di salvare la sostanza del sistema via alleanza tra medie potenze che ne incarnano i valori. Peccato che non condividano gli stessi interessi, senza di che i valori restano appesi al soffitto dei sogni, alla cadenza delle buone maniere.
Eppoi quando mai una dozzina di volenterose ancelle potrebbe pesare quanto l’ex egemone assoluto, pur in vena suicida? L’Occidente senza America non esiste. Gli europei senza Europa non contano. Vengono contati. Selezionati con cura da Cina, Russia e Stati Uniti per i rispettivi interessi. Con l’Italia esposta alle scorrerie perché vale molto più di quanto conti. E nessun ombrello la protegge davvero.

Scocca dunque l’ora della Cina regina? Presto per dirlo. Gli stessi leader cinesi sono consapevoli di non potersi ancora sostituire agli americani. Per storture e debolezze del proprio sistema economico e finanziario, invecchiamento della popolazione, vincoli e opacità della dittatura rossa, fragilità del marchio. Soprattutto perché circondati da nemici potenti e irriducibili: India, Giappone e Russia, finta e comunque provvisoria alleata. Altro che pesci (in Atlantico e Pacifico) e mezze potenze (Canada e Messico) come nel caso americano.
Nel triangolo si lavora per un compromesso salvavita. Accordo Washington-Pechino-Mosca per competere al di sotto della soglia bellica su base di regole coerenti ai rapporti di forza, con la Russia terzo incomodo oggi collegato alla Cina che oscilla tra le prime due. Grande Componenda nel gergo di Limes, omaggio ad Andrea Camilleri.
Il primo passo sarebbe concordare le rispettive sfere d’influenza. Ma la geopolitica non è geometria. Né in questo pianeta da oltre otto miliardi di umani tutti sono rassegnati a finir colonizzati. La rivoluzione mondiale in corso non è governabile da nessuno. Non dai Grandi, figuriamoci da noi Medi. Attrezziamoci dunque al prolungarsi di questa stagione bellica.
Di conflitti se ne contano oggi una sessantina, per difetto. In comune hanno di riprodurre aggiornandole antiche dispute che dopo una fase di immersione carsica ti riscoppiano in faccia. Con violenza accentuata, stante l’accelerazione nelle tecnologie belliche. La salvezza dipende dalla coscienza che solo la politica può governare e risolvere i conflitti. Il futuro appartiene alla diplomazia. All’artigianato della pace impura. E se fosse l’Italia a battere un colpo?
Dopo la decisione della Cassazione, il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza precisa il quesito ma blinda la data: si voterà comunque il 22 e 23 marzo. Mattarella firma il nuovo decreto ma invita a distendere i toni. Inascoltato. La destra attacca i giudici della Corte e accusa due giudici di imparzialità

(Simone Alliva – editorialedomani.it) – Da settimane Giorgia Meloni tasta il polso dell’elettorato e il segnale che riceve non è rassicurante. Il “No” al referendum sulla Giustizia è in rimonta nei sondaggi. Per la prima volta la premier riconosce che qualcosa nella comunicazione si è inceppato. Qualcosa nella strategia va rivisto. Ritirarsi un poco e però restare lì senza lasciarsi prendere la mano, non mettere la faccia, non basta.
Prima cosa da fare, dunque, non allungare i tempi. Su questo non ha neanche voluto perdere più di mezz’ora. La data del referendum sulla Giustizia non cambia.
Il Consiglio dei ministri si riunisce solo per 28 minuti dopo la richiesta della Corte di Cassazione di riformulare il testo che materialmente andrà riportato sulla scheda elettorale. Dal Cdm, presieduto dalla presidente Meloni e dal sottosegretario Alfredo Mantovano, quell’ordine viene vissuto con leggerissimo fastidio, ma è un velo di velluto che si scosta con la mano: il quesito può cambiare, la data no.

«L’ufficio amministrativo ha preso quella decisione e noi abbiamo preso la nostra», dice il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani. Dall’opposizione attaccano. Parla di «prepotenza e mancanza di rispetto per le istituzioni», la responsabile giustizia e deputata del Pd , Debora Serracchiani. Ma dal Quirinale arriva il via libera al nuovo decreto, dopo una telefonata tra il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Meloni. Decreto «giuridicamente ineccepibile» dicono fonti del Quirinale, che fanno anche scivolare un invito del Presidente a «rispettare la Cassazione e le sue decisioni».

L’ordinanza ha infatti dato vigore al fronte del Sì, segnalando un certo nervosismo malcelato. Post social, bufale, ma soprattutto attacchi verso la Suprema Corte. È il deputato di Forza Italia, Enrico Costa, a mirare per primo: «Dell’Ufficio elettorale della Cassazione fa parte il dottor Alfredo Guardiano. È lo stesso che il 18 febbraio modererà il convegno “Le ragioni del No” Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?».
A incendiare la giornata anche il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, che mette all’indice, nell’Ufficio elettorale, anche Donatella Ferranti ex deputata Pd e presidente della Commissione Giustizia fino al 2018. «Serve altro per rendersi conto che non si può più attenere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione?».
Gli attacchi del centrodestra si susseguono per tutta la giornata con Guardiano che si difende: «Su di me accuse infondate». E l’azzurro Gasparri che annuncia «una interrogazione» per chiedere un’ispezione proprio su Guardiano.

L’ordinanza è in realtà il risultato di una scelta collegiale, l’ufficio costituito presso la Corte di Cassazione è composto da 13 magistrati indipendenti, ma l’attacco è già partito. Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera, definisce «inqualificabili» le parole di Bignami: «Dovrebbe scusarsi pubblicamente. Anche la presidente del Consiglio Meloni prenda le distanze». Segue anche Angelo Bonelli, deputato di Avs: «Dalla vicenda della famiglia nel bosco fino ai fatti di Torino, tutto viene piegato a una narrazione tossica: la colpa è sempre dei giudici o delle opposizioni. La destra meloniana non governa per risolvere i problemi reali del Paese, ma per occupare potere, spazi e poltrone».
Ma proprio sulla «narrazione» qualcuno dentro Palazzo Chigi ci starebbe ripensando. E con il “No” in recupero di posizione nei sondaggi e un risultato sempre più in bilico, qualcuno a pensarci si incupisce anche un po’.
L’idea di rinunciare alla forza trascinatrice della premier, lasciando tutto in mano a Tajani, Salvini ma soprattutto Nordio potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol. Una campagna per il sì che procede tra casi di cronaca e presentazioni di libri, quello del Guardasigilli (Un’altra giustizia) ma anche quello di Alessandro Sallusti, in coppia con Luca Palamara (Il sistema colpisce ancora), non sembra scaldare l’elettorato.
La premier è vigile, ora che anche i sondaggi che le presentano segnalano uno stacco minimo e che il discorso comincia con «sono tutti ancora con noi», accento su ancora, quello che serve è una bella esibizione di forza e non un disastro di immagine. Non subito, fuorigioco l’idea di finire come Matteo Renzi che nel 2016 commise l’errore di accettare lo scontro, facendo del referendum costituzionale un sondaggio su di sé, perdendo.
Meloni attende e, pur ribadendo che non è un referendum sul governo, starebbe pensando di scendere in campo sul rush finale e incassare. Come sempre in politica, stare fuori campo è un rischio: anche quando il gioco non piace è sempre meglio restare in partita. E torna l’eco delle parole pronunciate a ottobre dal presidente del Senato Ignazio la Russa proprio sulla riforma: «Forse il gioco non valeva la candela».

(Giancarlo Selmi) – Nonostante l’avvilente e rivoltante silenzio dei media italiani, lo scandalo Epstein sta esplodendo. E vedete, non è una cosa che si possa tenere entro gli argini del “non facciamoci del male” che molto spesso, anche trasversalmente, accomuna i potenti. È una vera e propria schifezza che supera di gran lunga qualunque schifosa fantasia, qualunque ipotesi complottista, qualunque spazzatura possibile e immaginabile.
E apre scenari terribili che potrebbero spiegare molte scelte di politica internazionale, dare i motivi veri della chiusura di occhi e di scelte geopolitiche, anche inspiegabili, perché molte di quelle scelte potrebbero essere frutto di ricatti. Nei files c’è Bannon, c’è l’organizzazione e il finanziamento della internazionale nera, c’è molto Israele. Ci sono molte cose che andrebbero chiarite. E occorrerà farlo perché questa vicenda destabilizza e toglie credibilità, sempre che a qualcuno ancora interessi l’etica, a governi di mezzo mondo.
Dovrà essere chiarita la relazione di Epstein con il Mossad e con alcuni alti esponenti israeliani. I rapporti con il mediatore norvegese degli accordi di Oslo fra Israele e Arafat, Terje Rød-Larsen. Rapporti ben stretti. Il norvegese definì Epstein “il mio migliore amico”, con aiuti finanziari, prestiti e dazioni di denaro, conclusi con l’inclusione della figlia del norvegese nel testamento di Epstein e con una conseguente cospicua eredità.
Epstein era diventato, a quanto pare, il regista occulto di tutto. Decideva alleanze e inimicizie, veniva informato in anticipo di decisioni importanti, a livello politico ed economico. Alcune di quelle informazioni sono state usate per fare insider trading sui principali mercati mondiali. Organizzava feste molto particolari. Si parla di festini con bambini, di torture filmate, di video presenti nella darknet. Di bambini uccisi e fatti sparire
Bambine violentate ripetutamente. Altre avviate alla prostituzione a vantaggio di potenti. Non so quanto sia vero (le cronache insistono su questo) di festini a base di antropofagia. Pare che una testimonianza di una bambina abbia indicato e spiegato come fu aiutata dalla “grande mano” di un partecipante alla “festa”, a tagliare la testa di un suo coetaneo. Orge fra adulti, vecchi, ragazzini e ragazzine. E molto altro ancora. Esistono testimonianze, video, mail ma nessuno è finito in galera.
Donne che hanno denunciato senza esito. Alcune di loro si sono suicidate. Una di loro prima di suicidarsi ha scritto un libro. Ha vinto due cause legali. Si chiamava Virginia Giuffrè e diceva “se dovessi suicidarmi non ci credete. Non voglio farlo, amo la vita”. Fu violentata a 15 anni. Ci sono suicidi e misteriose sparizioni. Elon Musk che scrive a Epstein: “quando ci sarà una delle tue bellissime feste? Fammi sapere”. Epstein che scrive a qualcuno con il nome oscurato dalle autorità statunitensi: “mi è piaciuto molto il video con le torture”. In questo panorama satanico, che vede gravitare intorno a sé interessi politici, geopolitica, pedofilia, prostituzione minorile, abusi e tutta la merda di questo mondo, il nome di Trump è citato oltre 38.000 volte.
Marjorie Taylor Greene una delle più ferventi sostenitrici di Trump, figura preminente del mondo MAGA, ha accolto le denunce di alcune donne vittime delle “feste” di Epstein e ha dichiarato la sua disponibilità ad aiutare. Trump l’ha aggredita telefonicamente, insultata e invitata a smetterla perché altrimenti “persone a lui care avrebbero avuto problemi”. Marjorie Taylor Greene ha abbandonato Trump e l’ha sputtanato.
È questo signore, che peraltro non ha mai nascosto alcune attitudini, il migliore amico di Giorgia Meloni? Fossi in lei me ne vergognerei. Ma lei non se ne vergogna, non ne è capace. D’altra parte, non era Ruby rubacuori nipote di Mubarak? The show to be continued…

(Dott. Paolo Caruso) – Sotto sotto queste Olimpiadi invernali invece che unire e riconciliare gli animi sembrano più divise di quanto ci si potesse aspettare. Il vicepresidente degli USA Vance e il Presidente francese Macron non salvano neppure le apparenze, infatti non vogliono condividere la stessa mensa. Quelli dell’Utopia contestano fuori, chiedendo di liberare le montagne soffocate da cantieri di incerta utilità. Cortei caldi si contrappongono alle passerelle dei Vip. Silloge del Mondo, diviso tra ricchi e poveri. La Meloni attenta agli onori di casa, soprattutto rivolta al suo Illustre ospite Vance, con qualche rimpianto per l’assenza dell’amico Trump. A quelli degli USA, viene data più visibilità che ad altre Delegazioni. La ragione è che la pretendono tutta, a Milano un intero albergo di lusso è tutto per loro. La ICI (pretoriani di Trump) viene contestata vivacemente per le strade. La si richiede fuori dall’Italia e dall’Europa. Più che sanare pare l’occasione per accentuare ferite, soprattutto con l’amministrazione d’oltreoceano. Ma dove è lo spirito delle Olimpiadi? Per l’inaugurazione a San Siro, spettacolare fu la performance dei ballerini della Scala. A beneficio dell’Italia, si intende. Ma quale delle “due” Italie? Anche qui si è divisi. Si arroventa la campagna referendaria per “la giustizia”, in favore del governo che possa finalmente assoggettare la Magistratura, che insieme agli altri due poteri, il legislativo e l’esecutivo, costituisce il terzo pilastro indipendente, voluto dai Padri Costituenti per garantire della Repubblica la libertà e la democrazia in Italia. Intanto si prepara la Legge sul “premierato” tanto caro alla Meloni, con rigurgiti cari un secolo fa al duce. Il Nord dunque, con Milano capofila, è lustrata a festa, come una cartolina “anni Cinquanta”. A Niscemi, invece si piange, e così in ogni altra località del sud dove con la “Nobiltà” (solo d’animo) convive anche tanta “Miseria”. Ma questo era un altro film del Totò d’altri tempi, eppure tremendamente attuali.
Lettera aperta al ministro Calderoli

Egregio ministro Calderoli,
apprendiamo dalla stampa che si è positivamente sbloccata la questione dei comuni montani e sulla base della nuova classificazione i comuni interessati saranno 292 in Campania (51 della provincia di Benevento). Trattasi sicuramente di una buona notizia che apre il cuore alla speranza per i piccoli borghi delle are interne in considerazione dei finanziamenti previsti (da 10 milioni del 2021 a ben 200 milioni di euro per il 2026) e però, non possiamo nascondere che suscita qualche perplessità e molta preoccupazione nella cittadinanza il dover costatare che nell’elenco dei comuni montani compare qualche cittadina “marinara” ed è stato escluso un paese dell’entroterra sannita come Guardia Sanframondi che da circa 40 anni fa parte della Comunità Montana del Titerno e da ben 25 ha deciso di entrare a far parte del Parco Regionale del Matese. A tal proposito, mi consenta di farLe leggere la deliberazione n.77 del 8 novembre 2000 con la quale il Consiglio Comunale ha deliberato di richiedere al Presidente della Giunta Regionale della Campania l’inserimento del Comune di Guardia Sanframondi nel perimetro dell’area Parco del Matese e l’intervento fono-registrato del sindaco pro tempore Dott. Ceniccola Amedeo:
“… Egregio Presidente, sigg. Consiglieri, come voi ben sapete, il Parco Regionale del Matese è composto, allo stato attuale, da 11 Comuni del casertano e 5 che rientrano nella Comunità Montana del Titerno, rappresentati da: Cerreto Sannita, Cusano Mutri, Faicchio, Pietraroja e San Lorenzello. In effetti, voi avete ben chiaro che cosa può significare l’adesione al Parco del Matese. Poch’anzi, si faceva riferimento ad una delibera approvata dalla Giunta regionale, in data 19 ottobre u.s. laddove si prevede di allocare risorse per il recupero, tra le altre cose, dei centri storici delle comunità ricadenti nel Parco. In un incontro avuto il giorno 31 ottobre u.s. con assessore regionale Ruggero, con delega specifica per i Parchi, ho chiesto di poter includere Guardia Sanframondi nella perimetrazione definitiva del Parco del Matese e da parte dell’assessore Ruggero ci sono state risposte “positive” che necessitano comunque di specifici atti amministrativi. Da ciò la deliberazione che stasera è alla vostra attenzione ed approvazione. Il Parco va inteso non come un semplice luogo di conservazione del lupo dell’Appennino (e questo lo dico, innanzitutto, ai Consiglieri Falato Carlo, Panza Floriano, Mancino Alfredo e Garofano Umberto che hanno abbandonato l’aula consiliare in segno di protesta e contrarietà) ma, il Parco è l’occasione per meglio fruire di quelle che sono le nostre risorse ambientali e paesaggistiche. Quindi, i nostri monti intesi come occasione per una migliore fruibilità e valorizzazione del territorio. In tal senso, si tratta di una vera, autentica opportunità che si può aprire innanzi a noi. L’orografia, l’assetto geomorfologico del territorio può diventare una vera occasione per lo sviluppo di questa nostra comunità e per questo motivo vi chiedo di approvare, senza alcuna esitazione, questa deliberazione di adesione al Parco del Matese. Grazie”.
In attesa di un cortese riscontro e di un formale incontro per la valutazione dell’oggetto in questione, Le porgo i miei più distinti saluti.
Dott. Amedeo Ceniccola
già Sindaco di Guardia Sanframondi
Dopo la decisione sul quesito referendario, Bignami, Costa e Gaspari accusano i giudici della Cassazione di non essere imparziali. Critiche dalle opposizioni

(ilfattoquotidiano.it) – Adesso nel mirino della destra finiscono anche i giudici della Cassazione. Nonostante la decisione del governo di tirare dritto sulla data del referendum sulla Giustizia, l’ordinanza della Suprema Corte risulta indigesta ai partiti di maggioranza. L’avere costretto il Consiglio dei ministri a riformulare il quesito referendario – dopo che la Corte ha accolto la versione proposta dal comitato dei 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare che ha superato le 500mila adesioni – provoca la reazione di Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Galeazzo Bignami punta il dito su due giudici. Alfredo Guardiano che, attacca, “modererà un convegno sulle ragione del No” e Donatella Ferranti “ex deputata Pd e presidente della Commissione Giustizia fino al 2018”: “Serve altro per rendersi conto che non si può più attenere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione? Serve votare Sì al referendum“, afferma il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati.
Va precisato che l’ordinanza dell’Ufficio centrale del referendum della Corte di Cassazione non era composto solo da Guardiano e Ferranti ma da 19 consiglieri più un presidente e un vicepresidente. Ma questo sembra irrilevante. “Dell’Ufficio che ieri ha deciso di cambiare il quesito referendario, fa parte il dottor Alfredo Guardiano. È lo stesso Alfredo Guardiano che il 18 febbraio modererà, con tanto di locandina già pubblicata, il convegno ‘Le ragioni del no: difendere la Costituzione è un impegno di tutte e tutti’, che si terrà a Napoli il 18 febbraio alle 17.30? Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?”, scrive su X il deputato di Forza Italia Enrico Costa. Sulla stessa linea Maurizio Gasparri: “Guardiano è obiettivo in queste materie quanto io sono finlandese”, attacca il presidente dei senatori azzurri: “Si tratta – aggiunge – dello stesso Alfredo Guardiano del quale contestai affermazioni polemiche contro Berlusconi, il centrodestra e Forza Italia che aveva scritto su delle chat”. Si unisce al coro politici di destra anche Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali e del Comitato Camere Penali per il Sì: “L’indipendenza della giurisdizione non è uno slogan: è una garanzia sostanziale. E quando anche solo il dubbio di una sovrapposizione tra funzione giudiziaria e militanza politica si affaccia, la credibilità delle istituzioni viene messa in discussione”, ha dichiarato.
È lo stesso giudice della Cassazione a replicare alle accuse replicando che “qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave“. Alfredo Guardiano aggiunge: “Non mi nascondo, sono per il No al referendum. Ma il tema dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento. Non siamo minimamente entrati in questo ambito”, spiega. “Costa mi ha additato al mondo come un giudice imparziale e terzo e per un giudice non c’è nulla di più grave. Proprio il Cdm – aggiunge il giudice – ha ribadito che le date del voto sarebbero le stesse e si limiteranno a modificare il quesito riconoscendo la legittimità del nostro operato”.
“Le dichiarazioni del Presidente dell’Unione camere penali e di alcuni soggetti politici in merito all’ordinanza del 6 febbraio 2026 dell’Ufficio centrale per il referendum sono inaccettabili perché lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione, di cui l’Ufficio centrale è articolazione”, è il duro commento della Giunta esecutiva sezionale Anm della Cassazione. “Sono frasi – viene sottolineato – che indignano quanti hanno a cuore le Istituzioni democratiche del Paese, presidio di convivenza civile e di tutela dei diritti di tutti”.
Contro gli attacchi della destra intervengono le opposizioni. Per la deputata del Pd, responsabile giustizia dem, Debora Serracchiani “ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Un’altra buona ragione per votare no”, dichiara. Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, definisce “indecente” l’attacco della maggioranza: “Conferma che la destra ha scelto di trasformare il referendum in un continuo scontro politico con la magistratura e con l’opposizione. Questa destra con il decreto sicurezza e gli attacchi alla magistratura sta alzando il livello della tensione e il referendum è solo un obiettivo politico per loro: dobbiamo fermarli con il No”.

(ANSA) – MILANO, 06 FEB – Fabrizio Corona ha messo in piedi un “agguato mediatico”, un “ecosistema persecutorio”, “aggredendo i due azionisti di controllo (per il tramite di Fininvest) del gruppo Mfe”, ossia Marina e Pier Silvio Berlusconi, “con le rispettive famiglie, oltre all’autrice e conduttrice più importante delle reti Mediaset, e altri volti noti”. Lo si legge negli atti della maxi causa civile da 160 milioni di euro intentata, con i legali Giulia Bongiorno, Andrea Di Porto e Salvatore Pino, contro l’ex agente fotografico.
E quegli “odiosi attacchi basati sul nulla” hanno anche “una reale capacità distruttiva di valore” per un gruppo come Mfe. Tanto che nella denuncia in Procura, poi, i legali di Mediaset segnalano a carico di Corona anche profili “tipici di un aggiotaggio finanziario rilevante”.
Nelle pagine in cui spiegano le ragioni della domanda di risarcimento civile, richiesto anche da noti conduttori come Gerry Scotti e Maria De Filippi, gli avvocati fanno riferimento ad un “sconcertante profluvio di insinuazioni, accuse infamanti impagliate in un vero e proprio delirio di onnipotenza della voce narrante” – ossia Corona nel format Falsissimo e nei contenuti che rilanciava sui social – “che costruisce le proprie trame diffamatorie con l’unico intento, perseguito con la massima determinazione, di trarre profitto dalla lesione della dignità altrui”.
Il suo è “uno spregiudicato e freddo calcolo economico: monetizzare l’odio, la violenza verbale, gli insulti, il disprezzo, fino ad arrivare ai presunti orientamenti sessuali delle persone, al body shaming”. Corona, si legge ancora, “‘crea il torbido’ e poi ci pesca dentro” e la “messinscena serve a trasformare l’utente in un seguace devoto”. Così “l’agguato mediatico viene percepito dalla community come un atto eroico, rendendo la condanna morale delle vittime ancora più rapida e virale”. Non si limita a diffamare, spiegano, ma “‘sequestra’ l’immagine pubblica dei suoi bersagli”.
Lo fa sui social ma anche con “le apparizioni dal vivo nelle discoteche”. Non ci sono “direttori responsabili, controlli legali, né un’etica professionale” e “la distruzione della persona diventa il prodotto da vendere e la minaccia di ulteriori rivelazioni il mezzo per mantenere il pubblico in uno stato di eccitazione morbosa”.
In più, la sua “narrazione che dipinge i vertici aziendali come soggetti ‘ricattabili’ o coinvolti in ‘sistemi’ opachi e disdicevoli, così come mettere in discussione i criteri di selezione dei programmi di punta, riconducendo il tutto ad una caratteristica endemica interna al Gruppo” ha anche “una reale capacità distruttiva di valore”.
Da qui il calcolo dei danni riportato nel dettaglio negli atti. Poi, sul fronte della denuncia penale non solo vengono indicate ipotesi di diffamazione aggravata, stalking digitale, molestia e minaccia, ma anche l’aggiotaggio finanziario. Perché Corona “mira proprio a danneggiare anche economicamente l’azienda”, “la credibilità dell’impresa agli occhi degli inserzionisti pubblicitari di tali programmi, dei clienti e dei fornitori, nonché soprattutto degli investitori”.
E meno male che la parola d’ordine era “armonia”: l’inaugurazione di giochi di Milano e Cortina è stata una fotografia perfetta delle divisioni e dei conflitti che attraversano il mondo.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Ormai da qualche anno ci si potrebbe studiare la Storia, attorno alle cerimonie inaugurali delle olimpiadi. A memoria, quelle di Pechino 2008 in cui il mondo si accorge che superpotenza sia, o si appresti a diventare la Cina. Quella con le mascherine addosso di Tokyo 2021, che segnava la riapertura del mondo dopo la pandemia di Covid-19. O quella di Parigi 2024, piena di polemiche per la presunta ultima cena versione gender, ultimo giro di giostra di un mondo che ancora parlava di diritti e cambiamento climatico, ma che già era devastato dalle guerre in Ucraina e a Gaza e che stava aprendo le porte a Donald Trump e alle sue parole d’ordine.
Quella di Milano-Cortina 2026, di fatto, è stata la cerimonia che più di ogni altra ha rappresentato il mondo nel caos. Nonostante, ironia della sorte, fosse intitolata all’armonia. Non tanto per quel che abbiamo visto al centro dello stadio di San Siro, in cui Marco Balich – bravissimo maestro di cerimonie – ha cercato di celebrare valori di pace e fratellanza e universalità. Quanto piuttosto per quel che, incidentalmente, abbiamo visto attorno a quel prato.
L’assenza dei grandi protagonisti di quel che accade nel mondo, innanzitutto. Sugli spalti di San Siro non c’era Donald Trump, né Xi Jinping, né Vladimir Putin, né Benjamin Netanyahu, e nemmeno Emmanuel Macron, che a quanto si dice ha disertato proprio per non incontrare il vicepresidente americano JD Vance, l’uomo che ha pubblicamente rivendicato gli omicidi, i rapimenti e la repressione dell’ICE a Minneapolis. Ci sembra del tutto normale non ci fossero, ma se queste olimpiadi si fossero tenute anche solo dieci anni fa probabilmente ci sarebbero stati tutti o quasi. Tregua olimpica? No, grazie.
Altrettanto forte è stato il ruolo del pubblico, che con applausi e fischi ha ribadito con forza le divisioni che attraversano il mondo oggi. L’ovazione per Mattarella, i fischi per il vicepresidente americano JD Vance, gli applausi per la delegazione ucraina, i fischi per quella israeliana, in cui sfilavano atleti soldato che hanno combattuto a Gaza. Anche qui, tutto fuorché armonia.
E poi, ancora, l’imbarazzo per un artista come Ghali, la cui performance è stata anestetizzata e censurata a un punto tale che viene da chiedersi perché l’abbiano scelto: prima con una presa di distanza ufficiale del governo – c’è, ma non esprimerà le sue idee perché non le condividiamo, ha detto in sostanza il ministro Abodi -, e poi con la scelta di impedirgli di recitare una poesia di Gianni Rodani sulla pace in arabo, come se per chi parla arabo la pace non debba essere patrimonio, o valore.
E infine, quasi inosservata, quella piccola delegazione di Taiwan, che sfilava anonima sotto la bandiera olimpica, con la denominazione Chinese Taipei, e i telecronisti che spiegavano che questo accade perché “qualche Paese” – spoiler: quasi tuti i Paesi del mondo, Italia compresa – non ne riconoscono la sovranità, per non dispiacere il gigante Cina. Una presenza assenza che oggi è sembrata una nota a margine di quattro ore di show e di caos. Domani, magari, chissà.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Guardando la foto a natiche scoperte con cui il comico no-vax e no-gay Andrea Pucci annuncia sui social il suo approdo a Sanremo in veste di co-conduttore, ci si sente sollevati.
Dopo avere sottratto alla sinistra il controllo della cultura, la destra espugna anche l’ultima casamatta di democristianità televisiva che resisteva dai tempi di Andreotti e Pippo Baudo. Il Festival della canzone italiana.
Ora la lunga marcia è davvero finita e il tempo degli intrattenitori moderatamente progressisti, o progressivamente moderati, volge al termine. La famigerata egemonia culturale di sinistra è battuta, divisa, sconfitta, e alle sue ipocrite truppe non resta che risalire in disordine le valli che per decenni avevano disceso con orgogliosa sicurezza: Benigni, Grillo, Littizzetto, Fiorello, Crozza, Amadeus. Il compagno Amadeus. E Checco Zalone, che fa battute in apparenza reazionarie, ma sotto sotto si sa come la pensa davvero.
Ora il terreno è sgombro, i tappi sono saltati e i talenti del melonismo, del salvinismo, del vannaccismo appaiono liberi di dispiegarsi in tutta la loro grazia e arguzia. Chissà quante idee originali e intuizioni folgoranti hanno tenuto in serbo per noi, durante questi decenni oscuri, passati al confino nei palazzetti, nei teatri e nelle tv commerciali. Ah, ma da oggi non saranno più costretti a soffocare i loro impulsi creativi e a marcire nell’ombra, vittime di complotti, esclusioni e congiure. Da oggi possono finalmente mostrarsi. Con le chiappe al vento.

(Flavia Perina – lastampa.it) – Di solito i colpi di cannone si sparano a ridosso dell’apertura delle urne, quando l’iperbole polemica serve a richiamare l’attenzione dell’elettorato più distratto. Stavolta il copione referendario contraddice la regola: la campagna non è neanche cominciata, ancora non abbiamo visto manifestazioni, comizi, duelli tv, e già si spara ad alzo zero utilizzando quel tipo di argomenti identitari e viscerali di solito riservati agli ultimi appelli. Due “card” sintetizzano bene le opposte linee di propaganda. A destra, lo spettro Askatasuna («Se non sei come loro vota Sì») e un racconto che presenta la riforma come elemento salvifico contro ogni turbolenza sociale, ogni errore giudiziario, ogni cattivo preso e scarcerato. Interpellati nei talk show, i sostenitori del Sì non sanno spiegare quale sia la relazione tra sorteggio del Csm e domiciliari agli anarchici o accoltellamenti nelle scuole, ma non importa. Allo stesso modo, a sinistra, agisce il fantasma Casapound: «Se non sei come loro vota No». Il sottotesto – chi approva la legge è fascista – finora ha provocato reazioni indignate più tra i progressisti “liberal” che a destra: ieri un fiume di dichiarazioni ha chiesto al Pd di darsi una regolata con questo tipo di provocazioni.
Entrambe le posizioni sono prive di qualsiasi collegamento con la riforma, con la realtà, con le conseguenze dell’approvazione o della bocciatura della legge costituzionale che potrebbe radicalmente cambiare l’autogoverno della magistratura. Ma presentare come simmetriche le due strategie sarebbe un errore. È sulla maggioranza di governo che grava la responsabilità principale di dare un “tono” alla campagna referendaria. Ha voluto la legge, ha scelto di mandarla in porto senza concedere nulla al dibattito parlamentare e al confronto con gli interessati, era consapevole che quel testo sarebbe finito a referendum, e insomma: suo è il dovere di spiegare agli italiani con chiarezza perché dovrebbero pronunciare il loro sì definitivo alla modifica di un capitolo così rilevante della Costituzione. L’uso di scorciatoie propagandistiche è incomprensibile. O meglio, può spiegarlo solo il timore che l’elettorato di centrodestra sia disinteressato alla battaglia e dunque sia necessario galvanizzarlo fin da ora con cose che nulla hanno a che fare con sorteggi e Alte Corti: la sicurezza, le piazze anarchiche, il presunto remar contro della magistratura rispetto all’azione di governo.
Gli squinternati argomenti che vengono spesi sulle piazze virtuali danno l’idea di una campagna appena cominciata e già sfuggita di mano, mandando al macero con leggerezza l’indicazione originaria di Giorgia Meloni che ai suoi aveva chiesto di «restare sul merito» ed evitare crociate politiche. Per di più, la foga irragionevole di certe dichiarazioni e i quotidiani anatemi contro i giudici per i più diversi motivi – l’ultimo è il tasso di delinquenza degli immigrati rilasciati dai Cpr – alimentano la sensazione che la destra non voglia semplicemente separare carriere e sorteggiare membri del Csm ma cerchi una rivincita definitiva su una magistratura giudicata ostile e renitente. Poi, certo, l’unica domanda che vale in politica è: funzionerà? A occhio, visto il repentino recupero del No nei sondaggi, i colpi di cannone del centrodestra stanno andando largamente a vuoto, il loro rombo mobilita più gli avversari che gli amici.