
(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Per quasi tutte le religioni e le tradizioni spirituali, avere fede significa confidare che ciò che accade sia rivolto a un bene superiore e imperscrutabile. I cristiani credono che nel dolore l’essere umano viva il sacrificio di Cristo sulla croce; per la Kabbalah, il Creatore sa cos’è giusto per noi, e le nostre vicende sono il frutto di scelte che abbiamo fatto prima di nascere; l’Islam considera il dolore uno strumento di purificazione spirituale; il buddismo, specie nelle versioni radicali dello Zen, si fonda sul principio che tutto è illusione e vacuità. Si può avere anche una fede laica: pensare che la vita, la morte e la malattia siano espressioni casuali e democratiche dell’essere al mondo.
La vicenda di Alessandro Di Battista, ex parlamentare del M5S, nostro amico e autore per il Fatto e PaperFirst, ha colpito tutte le persone perbene perché interroga la coscienza intorno al concetto più alto di giustizia: perché, in virtù di quale legge divina o biologica, un giovane uomo sano, onesto e generoso viene colpito da un grave malore, mentre anziani despoti che compiono stragi e genocidi vivono benissimo e senza neanche un raffreddore? Da qui deriva la rabbia che proviamo, insieme a una grande apprensione, dal 28 agosto scorso, giorno in cui Di Battista è stato ricoverato a Cuba, dove si trovava per documentare le dure condizioni di vita della popolazione a causa dell’embargo statunitense, sanzione che ha peggiorato anche la condizione degli ospedali (talvolta la sorte sa essere ferocemente precisa). Peraltro tutto è successo prima che Alessandro sciogliesse la riserva sull’ipotesi di rientrare in politica con la sua associazione Schierarsi, impedendogli di afferrare il kairós dei greci, il momento giusto, l’attimo opportuno. Tutto questo ha commosso chiunque abbia un’anima integra, quindi non le canaglie da tastiera, alcune delle quali – giornalisti filo-Nato, politici malvissuti, vippume vario – prima hanno accusato Alessandro di voler rientrare col volo di Stato (“Hai capito l’anti-casta?”), poi, siccome l’ha rifiutato, hanno insinuato che avesse inscenato il malore d’accordo con le cellule putinian-venezuelan-cubane per tornare in Italia da eroe e candidarsi alle elezioni (sono gli stessi che insultano i “grillini” dando loro dei complottisti e seguaci della teoria delle scie chimiche). È il noto atteggiamento razzista e classista dei media padronali nei confronti dei 5 Stelle (ricordate gli insulti alla Taverna perché non veniva dai Parioli?), che Alessandro ha subito anche dopo essere uscito dal M5S, rinunciando a ogni privilegio e senza chiedere niente in cambio, in seguito al sostegno di Grillo al governo Draghi. Non importa cosa dicesse e quanto avesse studiato le questioni geopolitiche: lui era “il Che Guevara di Roma nord”, lo “scappato di casa” colpevole di fare politica senza autorizzazioni dall’alto, come peraltro la Costituzione consente di fare a “tutti i cittadini”, non solo ai “migliori”. I quali migliori, poi, erano e sono i fossili di Pd e FI, i liberali draghiani (competenti per osmosi), i furbi, gli squali, i Renzi e i Calenda che sfornano libri pieni di patetiche autocelebrazioni e pensierini di desolante povertà politica. Di Battista, documentandosi con umiltà, ha dedicato gli anni recenti a denunciare con coraggio lo sterminio a Gaza e le violenze in Cisgiordania contro i palestinesi per mano di Israele; se aggiungiamo che è anche contro il riarmo e la folle non-soluzione di continuare a inviare armi all’Ucraina distrutta, si capisce perché con lui è lecito, ai piani alti di questa società corrotta, non avere pietà.
Ciò nondimeno, noi proviamo nei suoi confronti non pietà, ma una sconfinata ammirazione. Alla domanda di Giovanni Floris se intendesse “combattere” il tumore che l’ha colpito, Alessandro ha risposto nel più nobile e “politico” dei modi: non c’è niente da combattere, lui “sta lì” e si curerà, affidandosi a chi sa cosa fare. Ha rifiutato, quando avrebbe potuto cavalcare la sua vicenda facendo l’eroe, la logica del competitivismo, quella cultura della performance spietatamente darwiniana che pervade la società occidentale fin negli spazi più intimi del vivere: la malattia come debolezza, la prevalenza dell’ego, la trasformazione in intrattenimento social dello sgomento di ritrovarsi soli in un letto di terapia intensiva; ha scansato con delicato umorismo la retorica che ci vuole “guerrieri” negli infortuni, da cui uscire vincitori per volontà e determinazione, a dispetto di quelli che “non ce la fanno”; tra questi, milioni di incolpevoli bambini. Proprio ai bambini, soprattutto quelli palestinesi trucidati da Netanyahu, Alessandro ha dedicato libri, spettacoli teatrali e ogni suo pensiero, persino da Cuba, mentre apprendeva la sua diagnosi. Confidiamo che torni presto a lottare per una società più giusta e a sorridere come lui solo sa fare.
Francia, gli studenti tornano in piazza: scontri a Parigi e Strasburgo. Trump: “Colpa dell’Islam”. Nuove manifestazioni dopo quelle del fine settimana, degenerate in violenza. Mélenchon al corteo: “Quello che fate è incredibile”. Lecornu: “Sospese lezioni al liceo per organizzare momenti di democrazia interna”

(repubblica.it) – Al via i primi cortei studenteschi in diverse città di Francia, in attesa del corteo parigino previsto per il primo pomeriggio. A Lione, i giovani hanno invece già cominciato a marciare lungo il percorso della manifestazione con slogan del tipo: “L’Istruzione è una priorità nazionale, “Diritto a un avvenire”. La giornata è stata presentata come “l’atto III” della mobilitazione iniziata la scorsa settimana nella periferia di Parigi e poi diffusa in tutto il Paese, degenerando in scontri e violenze.
Secondo i media francesi, tensioni con le forze dell’ordine sono esplose in Place de la Nation, punti di arrivo del corteo partito da Place de la République. Petardi sono stati lanciati in direzione delle forze dell’ordine, scrive Le Parisien, aggiungendo che gli agenti hanno replicato con i gas lacrimogeni. In un video pubblicato sul sito internet di Le Parisien, si vedono uomini vestiti di nero e incappucciati, scagliare oggetti e fumogeni contro il muro di agenti. Alcuni di loro indossano elmetti e caschi.
Scontri sono stati registrati anche a Strasburgo. Le immagini mostrano agenti in tenuta antisommossa che respingono gli studenti e ne colpiscono alcuni. È l’ultima città in ordine di tempo in cui si sono registrate tensioni tra manifestanti e polizia, con dimostrazioni in corso oggi in tutto il paese.
A Parigi, il corteo è previsto in partenza da place de la République alle 14. Nelle altre città, secondo il ministero dell’Interno, già 86.000 persone in mattinata hanno manifestato, mentre le lezioni risultano sospese, in modo parziale o totale, in circa 900 istituti, un quarto del totale. A Lione ci sono già stati otto arresti dall’inizio della giornata, principalmente per vandalismo e trasporto di ordigni incendiari o fuochi d’artificio.
“Quello che state facendo è incredibile e non ve ne rendete conto”, ha detto rivolgendosi ai giovani Jean-Luc Mélenchon, leader di La France Insoumise, presente al corteo di protesta degli studenti a Parigi. “E’ il movimento giovanile più potente che si sia visto negli ultimi 50 anni e nessuno può dire che avete torto, perché avete ragione”, ha spiegato, come riportano i media francesi. “Siate prudenti”, ha poi aggiunto.

Sono 215 gli studenti feriti dall’inizio delle mobilitazioni studentesche in Francia a metà settembre: è quanto annunciato all’Assemblea Nazionale dal premier, Sébastien Lecornu. Rivolgendosi ai deputati, il capo del governo ha inoltre evocato il ferimento di “85 dipendenti dell’Istruzione pubblica”. Per Lecornu, si tratta del bilancio “più grave degli ultimi decenni per l’istruzione pubblica in termini di numero di dipendenti pubblici feriti”. Lecornu ha quindi denunciato una “banalizzazione della violenza” che “non è accettabile”. Sempre secondo il premier, sono invece 715 tra gendarmi e poliziotti i membri delle forze dell’ordine feriti durante le dimostrazioni. Molti di loro, ha detto, hanno anche subito insulti e intimidazioni.
Il premier francese ha annunciato la sospensione delle lezioni nei licei di Francia nel fine settimana per organizzare un “momento di democrazia interna” con gli studenti, tornati oggi a manifestare in tutto il Paese per chiedere maggiori risorse per le scuole. “A partire da domani mattina, da giovedì o venerdì, è prevista una completa sospensione delle normali attività didattiche per consentire ai dirigenti scolastici e a ogni preside di dedicare del tempo alla democrazia interna del liceo”, ha affermato il premier, rivolgendosi ai deputati all’Assemblée Nationale.
Nel tentativo di placare la protesta il ministero dell’Istruzione di Parigi ha avviato una consultazione pubblica nazionale aperta agli studenti. Da lunedì 5 a venerdì 23 ottobre, si legge in una nota diffusa dal ministero guidato da Edouard Géffray, gli studenti potranno recarsi sulla piattaforma Agora per “comunicare le loro difficoltà, le loro aspettative e e le loro proposte per migliorare la scuola”.
La piattaforma è aperta a tutti gli studenti ma al momento, apparentemente, anche chiunque voglia dare il suo contributo anonimo. Tra i quesiti formulati, “Quali sono oggi le principali difficoltà riscontrate a scuola?”, “Cosa dovrebbe, a vostro parere, cambiare o migliorare per imparare meglio e vivere una scuola migliore?”. Secondo il ministero, “i contributi raccolti saranno oggetto di una sintesi e di una presentazione nazionale a fine ottobre. Puntano ad alimentare il proseguimento del dialogo con gli studenti”, concludono a Parigi.
“Non smetteremo di mobilitarci sino a quando non ci saranno 10 miliardi sul tavolo”, ha detto ai microfoni di BFMTV la portavoce dell’Union Etudiante, Sabrine Kharbach, ricordando le rivendicazioni di liceali e studenti di Francia. Si chiede di poter “mangiare, dormire e disporre di insegnanti di filosofia nell’anno della maturità, è pur sempre il minimo indispensabile”, ha affermato, aggiungendo: “Chiediamo soprattutto, di smetterla con il disprezzo”.
E sul tema è intervenuto anche Trump. “Quanto che sta accadendo in Francia è nientemeno che un’immigrazione di massa fuori controllo. Non è una questione di scuole: si tratta dell’Islam che vuole prendere il sopravvento su un Paese un tempo grande”, ha detto il presidente americano sul suo social Truth.
Secondo l’Istat il reddito disponibile sale molto meno rispetto alle spese per i consumi. I medici : «Spesa sanitaria insufficiente». Vertenza Ericsson, Meloni chiama l’ad e blocca i licenziamenti

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Le famiglie risparmiano sempre meno: devono spendere tutto per arrivare a fine mese. La cura Meloni–Giorgetti continua a nuocere agli italiani. Così il racconto governativo del paese dei balocchi finisce per infrangersi ancora una volta contro la dura realtà riportata dai numeri diffusi dall’Istat: meno potere d’acquisto e redditi erosi.
L’Italia, dopo quattro anni di destra al potere, è un Paese più povero e con una pressione fiscale a livelli altissimi. A dispetto del fatto di una presidente del Consiglio che continua a vantare di aver diminuito le tasse. Dopo i dati preoccupanti messi neri su bianco dal ministero dell’Economia nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), anche l’Istituto nazionale di statistica ha mostrato un quadro a tinte fosche.

L’impoverimento, prima di tutto. Nel secondo trimestre del 2026 «il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9 per cento» rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Un precipizio che si scontra con gli annunci sul sostegno al ceto medio.
E ancora: l’aumento del reddito disponibile è dello 0,4 per cento a fronte di consumi che crescono dell’1,7 per cento. «Il reddito disponibile delle famiglie ha segnato un aumento inferiore a quello della spesa per consumi finali», ha confermato l’Istat. Il risultato? La propensione al risparmio è scesa al 6,7 per cento: il calo è stato dell’1,2 per cento in confronto al trimestre precedente. Una fotografia degli affanni degli italiani.
«Le famiglie stanno intaccando i propri risparmi per sostenere le spese quotidiane. Non è un segnale di benessere, è il segnale di una difficoltà che il governo continua a non voler vedere», ha detto la deputata e vicepresidente del Pd, Chiara Gribaudo.
Una situazione che getta un’ulteriore ombra sulla prossima legge di Bilancio che Matteo Salvini su tutti vorrebbe espansiva. «Servono soldi per cantieri come questo, quindi una manovra deve essere fondata sul buon senso, ma anche sul coraggio, sulla visione, sull’investimento», ha detto il segretario della Lega.

La pressione fiscale è un’altra nota dolente per la destra al potere. Nel secondo trimestre ha raggiunto la cifra del 43,5 per cento «in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente», si legge nella nota dell’istituto di statistica. Del resto, il Mef di Giancarlo Giorgetti ha ammesso che il dato resterà almeno al 43 per cento sia nel 2026 sia nel 2027, nonostante le continue promesse di taglio delle tasse.
«Un bel risultato per colei che voleva inserire in Costituzione il tetto alla pressione fiscale», ha ironizzato la capogruppo di Italia viva al Senato, Raffaella Paita, ricordando una vecchia promessa di Meloni (il limite costituzionale del 40 per cento alla pressione fiscale). Da qui l’affondo anche verso il ministro dell’Economia: «Giorgetti, quello “competente”, continua a massacrare gli italiani con le sue politiche».
A evidenziare la lontananza tra realtà e i fatti, è stato il deputato di Avs, Nicola Fratoianni: «Solo qualche giorno fa, in una trasmissione tv, un’esponente della destra con cui mi stavo confrontando insisteva a dire trionfante che con questo governo non si mettono le mani in tasca degli italiani. Ed ecco che oggi la magia della destra scompare davanti alla realtà».

Sulla prospettiva della prossima manovra, resta poi il convitato della spesa sanitaria, che – come riportato da Domani – per il prossimo triennio scende al 6,3 per cento rispetto al Pil. Un dato lontanissimo dal 7,1 per cento dei paesi Ocse.Con il solito gioco di numeri, l’esecutivo rivendica l’incremento (in senso assoluto della spesa) fino a 160 miliardi di euro nel 2029. Senza però rapportarla al Prodotto interno lordo, che resta l’unico parametro concreto per valutare l’impegno dalla sanità.
Il segretario nazionale del sindacato dei medici Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, intervistato dall’agenzia di stampa, AdnKronos, ha infatti ricordato: «I 160 miliardi previsti per il 2029 rappresentano più un titolo che una vera svolta. In rapporto al Pil, infatti, la spesa sanitaria resta inchiodata al 6,3 per cento fino al 2029, non lasciando margini sufficienti per affrontare la crisi del personale». Inoltre, «il testo non affronta direttamente il tema dei tetti di spesa per il personale, delle retribuzioni o della sicurezza negli ospedali». ha evidenziato Di Silverio.

Dal Movimento 5 stelle, la senatrice Vincenza Aloisio ha rimarcato: «Un’incidenza sul Pil così bassa certifica l’incapacità cronica di rispondere alle reali esigenze di cura dei cittadini, ponendosi in aperto contrasto persino con i moniti delle istituzioni internazionali».
In mezzo al deserto del governo, Meloni ha dovuto affrontare un altro guaio che il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, non era riuscito a risolvere: la vertenza Ericsson. La premier ha chiamato l’amministratore delegato della società (che aveva annunciato 131 licenziamenti a Genova ndr) di fronte «alle strumentalizzazione politiche», hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi.

Un paradosso che sia intervenuta per questioni politiche e non per l’urgenza della vicenda. Tuttavia, «dall’interlocuzione è scaturita la decisione dell’azienda di ritirare la procedura, dando vita a una soluzione responsabile che consente di aprire una nuova fase di dialogo sulle prospettive industriali e occupazionali di Ericsson in Italia» hanno aggiunto dalla presidenza del Consiglio. Un salvataggio in extremis, che conferma un problema strutturale: la presidente del Consiglio deve occuparsi tutti i dossier più delicati. Mentre il paese arranca sempre di più.
Stavolta risparmiateci la maratona di Mentana con Giorgia che fa la V con la mano

(Luca Ciarrocca – ilfattoquotidiano.it) – La serata la conosciamo a memoria. Lo spoglio, le prime proiezioni, il telecomando che salta da una maratona all’altra, qualcuno in tv che promette di ripartire dalla sconfitta. Poi il lunedì, Meloni fa il suo video per i social come al solito efficace, La Russa, Donzelli e tutta la destra applaudono. Fra un anno, forse sette mesi, si vota e questo scenario è già in cottura. Elly Schlein e Giuseppe Conte si litigano il posto di capotavola di una coalizione che deve ancora decidere che menù offrire.
Il presidente dei Cinque Stelle, ammesso e non concesso che non voglia giocare la partita da solo, ha avvertito gli alleati: a un progetto “annacquato”, scritto per non scontentare banche, industria delle armi e Israele, lui non si presterà. Pure per Fausto Bertinotti il campo largo rischia la sconfitta, perché il centrosinistra ha abusato della pazienza dei propri elettori, all’orizzonte vede disaffezione e astensionismo piuttosto che un semplice spostamento di voti. Ha ragione, purtroppo.
La destra, con il partito di Vannacci, stravince. E ce la fa anche senza il generale ‘remigrazionista’. Avanti così e Meloni governerà fino al 2032. Quasi dieci anni: un bambino nato il giorno del suo giuramento starà finendo le elementari.
E la cura proposta dagli alleati che dovrebbero battere le destre si chiamerebbe primarie? Per Demopolis il 38 per cento degli elettori progressisti le ritiene inutili, e ha capito tutto. Per Alessandra Ghisleri, una sondaggista che ci azzecca, Conte stacca Schlein di 14 punti. Mesi di gazebo per stabilire quale dei due perderà contro Giorgia, e per mandare a casa offesa la metà sconfitta. Matteo Renzi ci mette la sindaca di Genova, Silvia Salis, prodotto di marketing politico doc, che sposterebbe tutto al centro e spingerebbe fuori il M5S. Il centro poi, con l’Europa attuale in cui tutti i maggiori paesi virano a destra, è follia pura.
Serve qualcuno che stia fuori da questa sgradevole rissa. Gualtieri? Bersani? Con i tempi populisti che viviamo, ci vuole di più. Meglio una persona con una storia tutta a sinistra, che conosca salari, sanità e fisco, cioè la vita quotidiana di tutti. Che in tv risponda con i numeri e si faccia capire alla prima frase. Esiste. Ha 44 anni, viene da Foligno, ha guidato i Giovani comunisti, è stata assessora, siede alla Camera dal 2022. Buca lo schermo molto meglio di Salis. Si chiama Elisabetta Piccolotti. Il suo partito, Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato l’unica proposta della stagione che si possa spiegare al bar. L’hanno chiamata “restituzione fiscale”: tassare lo 0,1 per cento dei più ricchi, sopra i 5,4 milioni di patrimonio, per alleggerire il restante 99,9. Una proposta di buon senso. E il restante 99,9 siamo noi.
Avs dovrà però chiudere la diarchia. A Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli va detto grazie: hanno tenuto insieme due partiti federandoli, hanno diviso con equilibrio candidature e seggi, hanno portato l’alleanza dal 3,6 per cento del 2022 al 6,8 delle europee, confermato anche la scorsa settimana da alcune rilevazioni. Quella formula non funziona più. Nel sondaggio di Ghisleri sulle primarie, Bonelli raccoglie il 2,4 per cento, Fratoianni lo 0,4. Perfino in Germania, dove verdi e socialdemocratici eleggono due presidenti, il candidato cancelliere è uno. Sulla scheda la gente cerca un nome, un volto, una voce e una storia politica per proporre un programma vero.
Che Piccolotti sia la moglie di Fratoianni importa qualcosa? No, anche se la destra lo ripeterà ogni giorno. La sua militanza precede il matrimonio. Poi ci sono i Cinque Stelle. Solo il 7,5 per cento dei loro elettori sceglie Schlein, e il 53,7 rifiuta con disprezzo i voti di Italia Viva. Su armi, Ucraina e Israele, Piccolotti e il suo partito sostengono da anni ciò che chiede Conte. La voterebbero? Per ora è un’ipotesi.
Resta il Pd, e qui fa male. Una federatrice di sinistra lo obbligherebbe a scegliere fra la propria gente e la sua ala destra: i riformisti ex Margherita e Renzi, che detta condizioni con il 2,2 per cento. Qualcuno sbatterebbe la porta, e la scissione costerebbe voti. Nessun dato garantisce che gli astenuti, il 36 per cento nel 2022, tornino alle urne per una sinistra che parla chiaro. È una scommessa. L’altra strada, in compenso, la conosciamo al decimale. È la serata di cui sopra. Stavolta risparmiateci la maratona di Mentana con Giorgia che fa la V con la mano.
L’ex generale al direttore de il Giornale: “Si è inventato che Futuro Nazionale voglia proibire a chi ha gusti omosessuali di comparire in televisione”

(repubblica.it) – Tommaso Cerno “si è inventato che Futuro Nazionale voglia proibire a chi ha gusti omosessuali di comparire in tv. Non so se chi ha gusti invertiti abbia il patentino per sparare corbellerie più grosse rispetto a chi ha i gusti che si inquadrano nella normalità, ma le regole in televisione saranno uguali per tutti: in fascia protetta, quando ci sono i bambini davanti allo schermo, la propaganda gender e omosessualista non deve poterla fare né chi ha gusti omosessuali né chi ha gusti eterosessuali”. Lo dice Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, dopo le parole dello stesso Cerno riguardo alle posizioni di Fn sulle cosiddette fasce protette in tv.
“Cerno, che dichiara di avere una preferenza erotica per i maschietti, di spazio ne ha dappertutto – prosegue Vannacci – : ha fatto il senatore del partito democratico, è stato dirigente di Arcigay, oggi è direttore de Il Giornale e fa il guru del centrodestra, ha addirittura una trasmissione in Rai”.
Il leader di Fn aggiunge: “Ma di cosa si lamenta? A me, per esempio, son sempre piaciute le donne e ciò non mi ha garantito né una citazione eterna nella Commedia di Dante né il patentino di ‘sparare minchiate’, come dice lui, tantomeno sulla pelle dei bambini”.
Conte, sui tempi delle primarie non possiamo rimanere nell’incertezza
(ANSA) – “Quando si sceglie una via va perseguita, anche per chiarezza con l’elettorato, non c’è dubbio. Non è che possiamo rimanere lì a tempo indeterminato nella totale incertezza”. Lo ha detto il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte parlando con i giornalisti alla Camera e commentando l’ipotesi di primarie a inizio 2027, come prospettato dal Pd. “I tempi sono dettati dalla necessità di essere pronti e preparati”, aveva spiegato in precedenza. “Ne parleremo con gli alleati, stessa cosa sulle modalità e i tempi”.
(Da corriere.it) – «Con Schlein ci siamo incontrati anche altre volte. In un recentissimo incontro ho invitato Schlein a valutare, vista la preoccupazione per le primarie che c’è in parte dell’elettorato, un passo indietro di tutti i leader di partito per proporre una terza figura. Gualtieri? Non ho fatto nomi perché non c’è per lei questa disponibilità»: a parlare è il presidente M5S Giuseppe Conte a Coffee Break su La7.
«Credo sia abbastanza probabile che in primavera» ci siano le politiche, «motivo per cui dobbiamo affrettarci a fare le primarie», «noi siamo pronti a parlare di programma». I tempi? «È una cosa da valutare con gli altri colleghi. Non possiamo arrivare a ridosso della campagna elettorale. Aspettiamo le altre forze politiche perché compongano la loro idea programmatica per confrontarci», ha aggiunto Conte.
«L’Italia non deve smettere di aiutare l’Ucraina, sarebbe una totale follia sostenere le ragioni di Putin. Noi abbiamo detto dall’inizio che assolutamente questa è un’aggressione che viola il diritto internazionale, e per noi per restituire credibilità all’Italia e all’Unione Europea non ci devono essere dei doppi standard. Abbiamo condannato Putin e siamo favorevoli a sanzioni economiche e finanziarie» a Mosca «però attenzione, non vogliamo il doppio standard per quanto riguarda Netanyahu e tutti i responsabili di un genocidio».
E ha precisato: «Pensate che l’Italia nei primi sei mesi del 2026 ha raddoppiato l’import delle armi da Israele rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso – prosegue l’ex premier – Quindi oggi Israele, nonostante il genocidio, è diventato il secondo partner per le armi. Questo è uno scandalo, lo vogliamo dire o no?
Cioè tutti questi che si strappano i capelli accusando in modo ignobile chi parla di una svolta negoziale e di indirizzare a soluzione un conflitto, quello russo-ucraino, dove non possiamo più tollerare un ulteriore escalation militare, perché non parlano anche del governo genocida» di Netanyahu «e non introducono lo stesso metro di rigore?».

(Tommaso Merlo) – Pd e presunto Movimento litigano mentre la Meloni ride sotto i baffi e pensa ai ritocchi per affrontare un altro giro di giostra. Conte vuole le primarie mentre il Pd no perché sa che le può perdere. Elly Schlein sarà anche una brava ragazza ma ha il carisma di una animatrice dell’oratorio e l’unica cosa che ha cambiato alla fine è il suo guardaroba. Con lei il Pd rischia di sprofondare sotto il 20 e per questo potrebbero giocarsi all’ultimo la carta Bonaccini, il presidente del partito che piace ai trombosauri e forse a qualche casalingua in più. Oppure la carta Salis che sicuramente batte Bonaccini sul piano estetico e in tempi di bolle mediatiche ed influencer politicanti non guasta. Già, Pd e presunto Movimento stanno litigando su chi comanda ma del resto non ha senso che il Pd accetti che sia Conte il leader del Campo Santo, il suo partito ha meno voti, è detestato dall’estrema destra pidina e la pensa diversamente su questioni vitali. Già, litigano anche sui contenuti e perfino sulla guerra con la Russia con le sue devastanti conseguenze sociali. Ci stiamo dissanguando per riarmarci fino ai denti mentre perfino fare la spesa e la benzina è diventato un lusso e questo per combattere la nostra fonte energetica nonché vicina di casa col rischio di una escalation mondiale nucleare. Autolesionismo schizofrenico sostenuto fermamente dal Pd, la filiale locale del clan guerrafondaio di Bruxelles. Anche sul genocidio del secolo Pd, presunto Movimento e cespugli rossastri hanno dimostrato diverse sensibilità. Il Pd annovera addirittura tra le sue fila dei sionisti nostrani che vogliono intimidire il dissenso con la fregnaccia dell’antisemitismo. Altro contenuto vitale perché con risvolti sulla sovranità politica italiana e sul rispetto dei valori costituzionali. E visto le abissali divergenze tra gli ospiti del Campo Santo, non si capisce perché diamine vogliano andare a governare insieme se non per ragioni di poltrone. Fingendo di andare d’accordo oggi per raccattarne e fingendo dopo per tenersele. Già, siamo alla solita accozzaglia partitocratica messa insieme a fini elettorali più che politici. Se perdono si divideranno il giorno dopo le elezioni e se vinceranno daranno vita a un governucolo stitico e anemico presto rimpiazzato da qualche salvifico tecnico. Ed è così che la politica si allontana dal popolo e perisce, quando i partiti mettono prima i loro interessi elettorali dei contenuti e dei cittadini. Quando nasce nei palazzi. Finora il Campo Santo non ha infatti acceso nessun entusiasmo. Di questo passo lascerà il governo del paese alle destre più becere della storia mentre il primo partito resterà quello dell’astensione per esasperazione. Alzando lo sguardo oltralpe invece, sono due i venti in circolazione ed entrambi radicali. Uno è quello nazionalista che soffia in Germania e che potrebbe vincere in Spagna, folate conservatrici frutto del declino economico unito alla trasformazione della società a causa dell’immigrazioni di massa. Paure a cui rispondono mettendo la retro. Frustrazioni a cui rispondono chiudendosi. Lo slogan comune è quello della remigrazione mentre in Inghilterra dibattono se gli inglesi veri siano solo quelli con la pelle bianca o meno. E dato che non c’è come la paura e l’odio per raccattare voti, l’Europa sarà presto più nera anche politicamente. Sempre meglio comunque dei burattini lobbistici anche perché questa destra perlomeno vuole la pace con la Russia e rigetta il giogo sionista. Poi c’è un altro vento che ha in Mamdani il suo esponente più illustre, un movimento che si definisce “socialista” e propone una politica sobria, focalizzata sui problemi concreti e che alla deriva oligarchica contrappone stato e giustizia sociale. Idee non nuove ma che stanno rifiorendo dal basso tra le macerie del turbocapitalismo americano. La differenza principale con quelli di destra è che i socialisti vedono la nuova società multietnica come una risorsa e non come un problema, come una realtà da cui partire per andare avanti e non indietro. Lo stesso Mamdani è un immigrato, un membro di una nuova società civile che invece di subire angherie e complessi dagli autoctoni, si rimbocca le maniche per dare una sistemata alla loro nuova e malconcia casa occidentale. Socialismo che punta sulla fiducia invece che sulla paura e sull’inclusione perché non si ferma al colore della pelle ma percepisce oltre il comune destino del cittadino e in generale dell’essere umano. Una politica umile e sensibile verso gli ultimi ma che ha il coraggio di affrontare i grandi mali del nostro tempo che sono la perdita di sovranità a favore dei potentati economici, la deriva consumistica dell’esistenza anche collettiva e l’autodistruzione ambientale e bellica. E se in Italia Vannacci sta tentando di sfruttare la brezza nazionalista, dall’altra parte persiste la bonaccia da quando il presunto Movimento ha deciso di mettersi la cravatta nel tentativo di accoppiarsi con Pd e cespugli rossastri. E se continueranno a litigare su chi comanda e sui contenuti, la Meloni concederà un facile bis. Quanto al partito dell’astensione per esasperazione che detiene la maggioranza assoluta, l’unica speranza e che anche da noi arrivi qualche benefica folata socialista.
L’extragettito Iva resta nelle casse dello Stato. Meloni aveva annunciato che il maggior gettito sarebbe stato restituito. Alla fine quei soldi verranno utilizzati per tenere sotto controllo il deficit/pil. Gli automobilisti devono accontentarsi dello “sconto Eni”, con tetto sul diesel ora maggiorato, e della sospensione del bollo auto per un anno, che vale in media due pieni

(di Chiara Brusini – ilfattoquotidiano.it) – Addio attivazione delle accise mobili. Il governo Meloni si smentisce e sceglie di utilizzare le maggiori entrate Iva portate dal caro carburanti nel mese di settembre per puntellare i conti pubblici invece che per prorogare lo sconto fiscale agli automobilisti. Che dovranno accontentarsi della sospensione per un anno del bollo auto e del tetto ai prezzi auto imposto dall’Eni dal 28 settembre (e adottato poi anche da Q8 e Ip), ma ritoccato al rialzo per tener conto dell’aumento di 6 centesimi delle imposte. Per capire come mai da oggi il costo medio del gasolio è tornato a 2,25 euro al litro bisogna riavvolgere il nastro e andare indietro di tre settimane.
Il 16 settembre il consiglio dei ministri ha approvato il quindicesimo provvedimento di riduzione delle accise dal 18 marzo, quando era stato varato un taglio di 24,4 centesimi complessivi tra accise e Iva sia sulla benzina sia sul gasolio. Dopo aver speso oltre 2 miliardi per finanziare le misure, peraltro con effetti quasi impercettibili visto il continuo aumento dei prezzi alla pompa causato dalle guerre e dall’aumento dei margini di raffinazione, si è deciso di ridurre il ribasso superstite (in quel momento 17 centesimi solo sul diesel) a 12,2 cent al litro dal 18 al 25 settembre e poi a 6,1 cent fino al 5 ottobre. Poi, aveva detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa, “interviene il sistema delle accise mobili”, il meccanismo con sui il maggior gettito Iva incassato dallo Stato può essere utilizzato – previo decreto ministeriale – per ridurre l’imposta sul consumo.
Prima ancora che iniziasse il cdm, però, Giorgia Meloni ha annunciato sui suoi canali social – a sorpresa anche per gli alleati di governo – la “cancellazione” del bollo per le auto fino a 80 kW di potenza e per i motocicli. Presentandola come “misura strutturale” contro il caro carburanti anche se, in media, vale meno di due pieni. E al momento è finanziata solo per l’anno prossimo, quello delle elezioni politiche.
Dieci giorni dopo il Cane a sei zampe, nell’ambito di un’entente cordiale con Palazzo Chigi mirata a dribblare la tassa sugli extraprofitti, si è cucito su misura un “contributo di solidarietà” sotto forma di price cap ai prezzi. Che intacca di poco i suoi margini a differenza, lamentano i benzinai evocando la concorrenza sleale, di quelli dei gestori indipendenti. Sabato scorso il ministero delle Imprese ha fatto sapere che al tetto hanno aderito oltre 10mila distributori, pari a più di un punto vendita su due.
Il combinato disposto delle due misure viene evidentemente ritenuto sufficiente a calmierare l’impatto sui consumatori. Di qui la decisione di tenersi in cassa l’extragettito e impiegarlo per migliorare i saldi di bilancio. Sono risorse preziose: il Documento programmatico di finanza pubblica prevede per il 2026, al netto della flessibilità consentita dalla clausola di salvaguardia per energia e difesa, un deficit al 2,9% del pil, che consentirebbe di uscire dalla procedura di infrazione. Restare sotto quel tetto richiede evidentemente qualche sacrificio. Da parte degli automobilisti.

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Mentre l’attenzione mediatica sulle proteste in Francia si concentra sugli episodi di scontri e violenza, gli studenti continuano a portare avanti le loro rivendicazioni. Il fronte delle proteste si sta allargando sempre di più: nella sola giornata di ieri, 5 ottobre, sono stati 735 gli istituti coinvolti nei disordini, mentre oggi è stata convocata una nuova e ampia azione, a cui aderiranno anche sindacati dei lavoratori e associazioni che riuniscono i genitori; sarà il «terzo atto» della mobilitazione studentesca, che vedrà il coinvolgimento di diverse frange della popolazione francese, agricoltori compresi. Le proteste degli studenti contestano classi sovraffollate, edifici con carenze strutturali, mancanza di personale e condizioni di insegnamento e apprendimento giudicate inadeguate. Tutto si colloca sul più ampio sfondo del nuovo bilancio francese, che prevede tagli generali alla spesa pubblica e, per quanto riguarda il settore dell’istruzione, nuove tasse per gli studenti che scelgono di intraprendere alcuni percorsi di studio.
Le manifestazioni degli studenti francesi sono ormai all’ordine del giorno, con cortei, blocchi e scontri quotidiani. Ieri gli episodi di disordine sono stati molteplici: a Parigi, presso il liceo Verlomme, i manifestanti hanno sparato un razzo da mortaio per fuochi d’artificio, facendo incendiare il portone; intanto, la polizia ha fatto irruzione alla Sorbona, interrompendo un’assemblea e fermando violentemente i presenti. A Lens, invece, nel nord del Paese, un ragazzo ha perso una mano durante gli scontri; le circostanze dell’incidente sono ancora poco chiare, ma è stata aperta un’indagine per comprendere cosa sia successo e se la causa sia da ricondurre ai dispositivi delle forze dell’ordine. A Tours, nel centro del Paese, un altro ragazzo ha perso un occhio; si ipotizza che la ferita sia stata causata da un proiettile di gomma esploso dalla polizia. In generale, si parla di centinaia di feriti.
Questi e diversi altri sono gli episodi che più dominano la narrazione mediatica sulle proteste degli studenti francesi. Al centro della mobilitazione, tuttavia, ci sono questioni tutt’altro che secondarie, che stanno venendo in larga parte ignorate: gli studenti reclamano maggiore uguaglianza e giustizia sociale, più risorse per il servizio pubblico dell’istruzione e una diversa visione della scuola pubblica, investita da anni di austerità e definanziamento. Le istanze degli studenti francesi sono legate alle condizioni di vita e di studio nelle scuole del Paese: ambienti di studio inadeguati, carenza di personale, classi sovraffollate, disservizi negli istituti e strutture fatiscenti. Tutti questi temi sono ripresi e rilanciati da organizzazioni della società civile e sindacati, che denunciano un governo sordo davanti alle richieste degli alunni, capace di rispondere alle rivendicazioni dei giovani usando soltanto il linguaggio della repressione.
La protesta nazionale convocata oggi si preannuncia di centrale importanza, nonché di ampia portata: gli studenti l’hanno ribattezzata simbolicamente «Atto III», richiamando le manifestazioni dei Gilet gialli che nel 2018 invasero la Francia chiedendo profondi cambiamenti nella politica del Paese. Alla mobilitazione parteciperanno anche la FCPE, associazione della società civile che riunisce i genitori degli studenti francesi, la CGT, uno dei principali sindacati del Paese, la SNES, sigla di categoria che riunisce professori, psicologi, consiglieri e assistenti all’educazione e accompagnatori di studenti con disabilità, e diversi altri sindacati e associazioni di categoria. Anche la Confédération paysanne, organizzazione che riunisce gli agricoltori francesi, ha affermato che prenderà parte alle proteste, lanciando un appello ai lavoratori del settore affinché accendano i motori dei propri trattori e blocchino le strade insieme agli studenti.

(Emanuele Maggio – lafionda.org) – Stava al margine della piazza, circondato da alcuni giovani Volenterosi, l’Onorevole Carlo Calenda.
C = “Dobbiamo difendere l’Unione Europea dall’attacco russo!”
Giunse Socrate, attirato da quelle parole.
S = “Mi scuso con tutti voi, ma ho sentito parlare di attacco russo all’Unione Europea. Io sono ignorante, dunque concedimi, Onerevole Carlo, alcune domande per aiutarmi a capire”
C = “Prego”
S = “Tu vuoi forse dire che, siccome l’Italia è parte dell’Unione Europea, è doveroso e giusto che contribuisca alla difesa dell’Unione dalle minacce esterne. È corretto?”
C = “Dici benissimo, Socrate”
S = “Ottimo! E dunque, prima ti riferivi all’attacco russo all’Ucraina, per caso?”
C = “Certamente”
S = “E non convieni con me che l’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea?”
C = “Assolutamente”
S = “Oh, si preannuncia una conversazione piacevole. E dunque, se la Russia ha attaccato l’Ucraina, ma l’Ucraina non è in Unione Europea, non trovi che sia errato concludere che la Russia ha attaccato l’Unione Europea?”
C = “Quel che dici è vero, caro Socrate. Ma l’Ucraina è Europa, e noi italiani non siamo solo Unione Europea, siamo anche Europa, e dunque dobbiamo difendere anche l’Europa dalle minacce esterne, contribuendo per quel che possiamo. Dunque dobbiamo difendere l’Ucraina.”
S = “Vediamo se ho capito. Chiedo pazienza, perché sono anziano. Immagino tu voglia dire che, dal punto di vista storico-culturale, l’Ucraina è a tutti gli effetti Europa, anche se politicamente non è Unione Europea”
C = “Senz’altro”
S = “Quanto è difficile stabilire queste identità storiche! Io purtroppo non sono capace, però capisco che, se usiamo lo stesso punto di vista storico-culturale, anche la Russia è Europa, sebbene non sia in Unione Europea.”
C = “Immagino di sì”
S = “Oh, meraviglia. E dunque, possiamo dire che né la Russia né l’Ucraina sono Unione Europea, e che sia la Russia sia l’Ucraina sono Europa, giusto?”
C = “Non vedo errori”
S = “Ne consegue che parliamo di un conflitto esterno all’Unione Europea ma interno all’Europa, tra due Stati europei, sbaglio?”
C = “Non sbagli”
S = “Eppure prima mi dicevi che dobbiamo difendere l’Europa dalle minacce esterne, mentre ora mi dici che dobbiamo difendere un Paese europeo da un altro Paese europeo. Ne consegue che non solo non stiamo difendendo l’Unione Europea, ma nemmeno l’Europa. Sto andando bene?”
C = “Sì, però mi sembra, Socrate, che tu stia conducendo un dialogo pretestuoso. È vero, si tratta di difendere un Paese europeo da un altro Paese europeo. Ma è un Paese europeo, la Russia, che è un pericolo non solo per l’Europa, ma anche per l’Unione Europea.”
S = “Mi dici ora qualcosa di oscuro, che la mia povera mente non riesce ad afferrare. Come si quantifica un pericolo? Forse la Russia ha minacciato di attaccare altri Paesi d’Europa o dell’Unione Europea?”
C = “Carissimo Socrate, tu sei un filosofo e sei distratto dalle cose celesti. Tutti i giorni la Russia minaccia di attaccare l’Unione Europea!”
S = “Hai proprio ragione, sono distratto. Tuttavia, mi pare di poter dire che la Russia minaccia l’UE da quando l’UE arma l’Ucraina contro la Russia; mentre tu stai dicendo l’opposto: che noi dobbiamo armare l’Ucraina perché la Russia minaccia l’UE. Per giustificare ciò che dici, dovremmo trovare una minaccia russa all’Unione Europea precedente al nostro appoggio all’Ucraina”.
C = “Per questo esiste la storia, caro Socrate. L’imperialismo russo è una minaccia sempre latente nell’Est Europa e i Paesi europei devono armarsi e tenersi pronti!”
S = “Oh, quanto l’attributo di Onorevole ti s’attaglia bene, così pronto al cimento. Questo riarmo però, mi pare, vede come massima protagonista la Germania. E se guardiamo la storia, come il tuo acume ha suggerito, non dobbiamo concludere che anche una Germania armata è una minaccia per l’Europa?”
C = “Mi vanto di essere un liberale e non posso dimenticare un passato così nero. Dunque dici il giusto”.
S = “E dunque spiegami, ti prego, che senso ha scongiurare una minaccia storica riproponendo un’altra minaccia storica? Vedi, ancora non ho capito perché dobbiamo prendere le parti dell’Ucraina.”
C = “Scusami se te lo dico, ma voglio parlare con franchezza”
S = “Ma è proprio questa la qualità che tutti ti riconosciamo, mio pettinato amico”
C = “Mi stai trascinando in discorsi di basso rango con cavilli artificiosi. Non esistono solo i rapporti di forza. Esistono anche Principi Morali Superiori, irrinunciabili, che sono a fondamento della nostra Civiltà”.
S = “Oh, sono felice di sentirlo, Onorevole. È giunto il tempo per le nostre anime di librarsi verso i cieli superni delle Idee”.
C = “Infatti. Uno di questi Principi è il Diritto Internazionale. La Russia lo ha violato. La Russia ha invaso un Paese sovrano. Io e Pina Picierno non possiamo sopportarlo”.
S = “Profonda è la mia emozione, perché tocchiamo qui un’Idea alta e purissima, molto vicina al Sommo Bene. Però dopo l’ultima guerra, se non mi inganno, l’ONU ha assunto questa funzione di garante militare per impedire che alcuni Paesi violino la sovranità altrui. L’ONU, non l’UE”.
C = “Hai sempre la testa un po’ tra le nuvole, mio caro Socrate. L’ONU non potrebbe intervenire, perché la Russia stessa esercita potere di veto sul suo intervento. È l’Unione Europea, erede e fautrice dei più alti principi del Diritto, che ha il sacro dovere di riparare a questa ingiustizia”.
S = “Il discorso si fa sempre più nobile. Dunque mi stai dicendo che l’Unione Europea ha il compito storico e sacro di difendere i Paesi aggrediti dai Paesi aggressori, almeno per quel che può permettersi. È esatto?”
C = “Esattissimo”.
S = “Dunque dovremmo anche inviare armi ai palestinesi e agli iraniani, invece mi risulta che in quei casi collaboriamo all’intervento militare degli aggressori. Sono sempre più confuso”.
C = “Da un filosofo come te non mi sarei mai aspettato questo argomento benaltrista”
S = “Hai ragione, Onorevole, a rimarcare il mio benaltrismo. E io che pensavo di rimarcare il tuo doppiopesismo. Ma dunque sciogli i miei dubbi, ti prego”.
C = “Non esiste solo il nobile principio del Diritto, ma anche quello della Democrazia. L’Ucraina è un Paese democratico aggredito da uno non democratico. Iran e Palestina non sono sistemi democratici. L’Unione Europea si erge a difesa delle democrazie nel mondo”.
S = “Devo ringraziarti per la pazienza che dimostri nello spiegarmi cose così difficili. Ma purtroppo non hai chiarito la mia confusione. Il Diritto Internazionale non giustifica aggressioni “democratiche” contro Paesi “non democratici”. Dunque non puoi tener fede a entrambi i principi, per come li hai definiti. Devo dedurre che consideri il principio della Democrazia come superiore a quello del Diritto”.
C = “Se vuoi dire così, diciamo pure così. È una posizione encomiabile”
S = “Dunque le democrazie sono superiori al Diritto, possono violarlo per un Bene più grande, per garantire l’ordine internazionale democratico, anche con la forza, sostituendosi all’ONU secondo il nobile dovere che prima dicevamo”.
C = “Mi sembra lodevole”.
S = “Orbene, mi risulta tuttavia che la Russia sia formalmente un Paese democratico, secondo i criteri del costituzionalismo europeo moderno, a differenza dell’Iran e della Palestina”.
C = “Continui a essere ingenuo, o Socrate. Formalmente la Russia è democratica, ma nella realtà sappiamo tutti che non lo è!”
S = “In effetti, Onorevole, alcuni studiosi utilizzano una parola: democratura, una felice crasi di democrazia e dittatura, in grado di descrivere quei sistemi tipici dell’ex blocco sovietico e jugoslavo.”
C = “E vuoi spiegarlo a un liberale anticomunista come me? Certo che è così, finalmente dici bene!”
S = “Sono contento che concordiamo. Si tratta di Paesi formalmente democratici, dove però la transizione al modello multipartitico occidentale non ha eliminato la vecchia gestione centralizzata del potere, e una corruzione endemica della classe dirigente”.
C = “È assolutamente così!”
S = “Ebbene, nell’elenco di quelle che oggi gli studiosi considerano democrature, non c’è solo la Russia, ma anche l’Ucraina, l’ultimo baluardo a cadere della vecchia URSS. Dunque, Onorevole Calenda, ricapitoliamo. Mi hai detto che dobbiamo difendere l’Unione Europea dalla Russia, ma la Russia ha attaccato l’Ucraina, non l’Unione Europea. Allora mi hai detto che dobbiamo difendere l’Europa, ma anche la Russia è Europa. Poi mi hai detto che dobbiamo contrastare la Russia perché è una minaccia per l’Unione Europea, ma la Russia oggi è una minaccia proprio perché l’abbiamo contrastata, sanzionata, persino bombardata. Poi mi hai detto che dobbiamo seguire il principio del Diritto, ma gli stessi che dichiarano di seguire quel principio armando l’Ucraina, poi lo violano sull’altra sponda del Mediterraneo. È evidente che seguono un altro principio. Ma quale? Allora mi hai detto che il principio da seguire è quello della Democrazia contro le dittature, ma ora mi stai dicendo che dobbiamo difendere una democratura aggredita da un’altra democratura. Insomma, Onorevole, io vorrei tanto appoggiare la tua ardimentosa impresa, ma non ho ancora capito quale è il criterio da seguire. Sono una persona semplice, ho solo visto gli effetti negativi che le posizioni come le tue hanno causato a tutti noi. Non saranno, le tue, le solite retoriche che giustificano tutte le guerre, e che coprono altri interessi? Aiutami, io sono ignorante”.
C = “Mmm, va bene… te lo spiegherò un’altra volta, Socrate, ora ho fretta. Sono ospite a Propaganda Live. Hasta la Victoria. Però un’ultima cosa te la voglio dire: ti paga Putin”.
Carlo Calenda si allontanò stizzito, con un colpo secco di mantello. Alcuni giovani Volenterosi lo seguirono, ma altri restarono lì a mormorare:
“È stato proprio incastrato. A un certo punto non sapeva più cosa dire.”
“È vero, lo ha messo al muro. Soprattutto quando ha detto: ti paga Putin”.
“L’ha detto anche per asfaltare Jeffrey Sachs, è un genio!”
“Che mantello, che capello, che cervello!”
Venerdì 9 ottobre a Palazzo Paolo V il seminario interattivo promosso da ICT Campus ITS Academy, Sannio Valley e Comune di Benevento.

Chi controlla davvero le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di studiare, lavorare e vivere? E quali responsabilità accompagnano lo sviluppo sempre più rapido dell’intelligenza artificiale?
Sono alcune delle domande al centro di “Who’s in CTRL? Le Big Tech e i dilemmi etici”, il seminario interattivo in programma venerdì 9 ottobre 2026, dalle ore 16.00 alle 18.00, nella Sala del Piccolo Teatro di Palazzo Paolo V a Benevento.
L’iniziativa è promossa da ICT Campus ITS Academy, Sannio Valley e dal Comune di Benevento, con l’obiettivo di affiancare alla formazione sulle competenze digitali una riflessione più ampia sulle conseguenze economiche, sociali e ambientali delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno.
A guidare l’incontro sarà Giovanni Severini, professionista del settore tecnologico con una lunga esperienza internazionale, oggi a Seattle, dove opera nell’ecosistema Microsoft. Con il suo approccio diretto Severini coinvolgerà il pubblico in un confronto che partirà dall’intelligenza artificiale per toccare temi come il potere delle grandi piattaforme tecnologiche, la dipendenza dalle infrastrutture digitali, la sostenibilità dei data center, la sovranità tecnologica e il ruolo dell’uomo nelle decisioni affidate agli algoritmi.
Non una lezione tradizionale, dunque, ma un incontro pensato per stimolare domande e partecipazione, rivolto innanzitutto ai giovani che si stanno formando per lavorare nei settori della cybersecurity, del cloud, dei dati e dello sviluppo software, ma aperto anche a studenti, docenti, imprese, professionisti e cittadini interessati alle trasformazioni in corso.
Il titolo stesso, “Who’s in CTRL?”, richiama il cuore dell’appuntamento: capire non soltanto che cosa le nuove tecnologie siano in grado di fare, ma chi ne orienta lo sviluppo, chi ne stabilisce le regole e quale spazio rimane alla responsabilità delle persone.
L’appuntamento è per venerdì 9 ottobre, dalle 16.00 alle 18.00, presso la Sala del Piccolo Teatro di Palazzo Paolo V, a Benevento.

Si è svolta domenica a Benevento, presso la Libreria Masone Alisei, la *Sagra della Lotta Antispecista, promossa da LAV Benevento nell’ambito delle iniziative dedicate all’accoglienza di nuovi volontari e volontarie e alla sensibilizzazione sui diritti degli animali.
Un pomeriggio intenso e partecipato, caratterizzato dal confronto diretto con cittadini e cittadine, durante il quale è stato possibile condividere riflessioni, emozioni, dubbi e proposte sui principali temi legati alla tutela degli animali e al rapporto tra esseri umani e altre specie.
Numerosi gli argomenti affrontati nel corso dell’incontro: dai *diritti degli animali alla caccia, passando per gli allevamenti intensivi ed estensivi, la tutela della fauna selvatica, le colonie feline e le attività che LAV porta avanti sul territorio.
«È stata una bellissima occasione di incontro e confronto. Ascoltare pareri, condividere emozioni, dubbi e perplessità non è affatto scontato al giorno d’oggi. Momenti come questo rappresentano un’opportunità importante per avvicinare sempre più persone alla cultura del rispetto e della tutela degli animali», sottolinea LAV Benevento.
«C’è ancora tanto da fare per costruire una società realmente rispettosa degli animali, della loro dignità e della loro libertà. Attraverso il confronto, la sensibilizzazione e la partecipazione di nuovi volontari e volontarie possiamo però rendere questo percorso sempre più forte».
La giornata ha rappresentato anche un’occasione per far conoscere più da vicino le attività di LAV Benevento e per invitare nuove persone ad avvicinarsi all’associazione, trasformando la propria sensibilità verso gli animali in impegno concreto.
A Piedimonte Matese il confronto allo“Spazio Giovani” di UNPLI Day.

PIEDIMONTE MATESE – “Se la risposta ai problemi dei giovani è ancora una volta un assegno, allora stiamo sbagliando strada. Noi diciamo no ad un nuovo reddito regionale, che ha un chiaro stampo elettorale. Ai giovani non dobbiamo promettere assistenza, ma la possibilità concreta di diventare autonomi”.
È il messaggio lanciato da Fiorenza Ceniccola, intervenuta a Piedimonte Matese allo “Spazio Giovani” di UNPLI Day – Il Matese in festa, nel corso del confronto dedicato al futuro delle nuove generazioni e alle opportunità per i territori.
Un appuntamento che ha messo intorno allo stesso tavolo istituzioni, associazioni e rappresentanti del territorio per discutere del futuro del Matese attraverso lavoro, casa, impresa, contrasto allo spopolamento e valorizzazione delle aree interne.
“Quando un ragazzo dice vorrei rimanere qui, ma non trovo lavoro, non posso permettermi una casa e se voglio aprire un’attività devo affrontare mesi di burocrazia, la politica non può rispondere con un altro assegno. Deve rispondere con soluzioni concrete”.
Abbiamo bisogno di un nuovo approccio, la politica degli slogan e del contentino facile della sinistra ha fallito.
Per Ceniccola, le priorità devono essere altre, lavoro, casa, meno burocrazia, più servizi ed infrastrutture, una fiscalità agevolata per chi entra nel mondo del lavoro e strumenti concreti per chi vuole fare impresa.
“Se ci sono 34 miliardi di risorse pubbliche destinate alle politiche di sostegno al reddito, la scelta deve essere quella di investire nel lavoro e in chi produce. Penso agli agricoltori, agli allevatori e a tutti coloro che tengono in vita le nostre aree interne e che oggi, nonostante il loro duro lavoro, non riescono più a vivere del proprio mestiere. Non dobbiamo finanziare la dipendenza, dobbiamo finanziare il lavoro.
Lo stesso principio deve valere per i giovani che entrano nel mondo del lavoro. Se ci sono risorse pubbliche, che si investano su misure come la flat tax giovanile, un regime fiscale amico nei primi anni della vita professionale, per lasciare più reddito nelle tasche di chi comincia a lavorare, apre un’attività o decide di investire sul proprio futuro. Non serve un assegno permanente, serve che lavorare torni a essere conveniente.”
Ceniccola ha quindi ringraziato Mattia Atzori e il presidente provinciale UNPLI Caserta per l’invito e per aver promosso un momento di confronto concreto sui giovani e sul futuro dei territori.
Dal palco è arrivata infine la promessa di replicare l’iniziativa anche nel Beneventano, proseguendo il confronto tra giovani, istituzioni e realtà territoriali.
Posta la questione di fiducia su tre articoli della legge elettorale. Un segnale che tenere unita la maggioranza è sempre più difficile

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Infine la blindatura è arrivata: il governo ha posto la fiducia sugli articoli 1, 2 e 3 della legge elettorale. In questo modo il voto sarà palese, neutralizzando i franchi tiratori che avevano affossato il Melonellum a luglio, votando contro l’emendamento che introduceva le preferenze per i candidati dopo i capolista bloccati. Il voto finale sul testo, fissato per l’8 ottobre, rimarrà invece libero dalla fiducia e segreto, come hanno già chiesto le opposizioni.
Si delinea così la strategia della premier Giorgia Meloni: i voti di fiducia servono a far sì che la sua legge elettorale arrivi al voto finale senza intoppi né modifiche. L’ultima chiamata ai deputati sarà quella determinante sul piano politico: gli alleati di Lega e Forza Italia (dove si sarebbero annidati i franchi tiratori di luglio) saranno messi alla prova del voto segreto. In caso di bocciatura, la conseguenza è già stata annunciata. «Il presidente Meloni ha detto che è come un voto di fiducia. Se su un voto di fiducia perdi, il governo si dimette» ha ribadito il capogruppo al Senato di FdI, Lucio Malan, a Un giorno da pecora.
A queste condizioni, tuttavia, una clamorosa bocciatura finale sembra decisamente improbabile. La prima prova generale – il voto a scrutinio segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità – è già andata liscia e le molte accortezze prese dai capigruppo dovrebbero scongiurare qualsiasi sorpresa. Nessuna assenza concessa, nessun viaggio istituzionale permesso (nemmeno per i ministri, salva espresso sì di Palazzo Chigi): a Montecitorio i banchi dovranno essere tutti pieni.
In questo momento, del resto, per entrambi i partiti minori della maggioranza andare a elezioni anticipate sarebbe un problema. Sulla Lega pende un congresso straordinario convocato da un vicepremier Matteo Salvini sempre più in difficoltà e che dovrebbe tenersi il 24 e 25 ottobre, ma la data non è ancora certa. Arrivarci con una crisi di governo aperta e con Meloni che accusa gli alleati non sarebbe certo il clima migliore per celebrarlo. Lo stesso vale per Forza Italia, con il segretario Antonio Tajani – uscito da due settimane complicate sul fronte della comunicazione – formalmente in sella ma internamente sempre più spesso messo in discussione da chi guarda al presidente della Calabria Roberto Occhiuto.
Il risultato, dunque, sarà quello di doversi piegare ai desiderata della premier. Lei è convinta che il Melonellum sia la miglior legge elettorale con cui ripresentarsi davanti agli italiani, tuttavia le opposizioni sono già tutte protese al passo successivo: superato il vaglio parlamentare, il testo finirà certamente impugnato davanti alla Corte costituzionale, con un ricorso già preparato da un nutrito gruppo di giuristi.
Riccardo Magi di +Europa, al sesto giorno di digiuno, ha protestato davanti a palazzo Chigi perchè la fiducia ha fatto sì che l’interlocutore sia diventato il governo, che con la fiducia impedirà al Parlamento di esaminare emendamenti «che avrebbero potuto sanare delle incostituzionalità evidenti di questo testo». Si è rivolto anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sollevando il problema di costituzionalità delle firme da raccogliere per le nuove forze politiche (450mila, senza utilizzo della firma digitale) che ha definito uno «sbarramento alla competizione elettorale».

Il futuro della legislatura, tuttavia, rimane incerto. Meloni continua a ripetere che arriverà al termine –che a rigor di date significa ottobre 2027 – ormai un mantra quanto il fatto che il generale Roberto Vannacci e il suo Futuro nazionale si sia posto fuori dal centrodestra e dunque non ci sia margine per un’alleanza.
In realtà, secondo fonti di centrodestra entrambe le considerazioni sono da prendere con beneficio di inventario. Nel senso che sono certamente vere oggi, ma in questo momento la capacità di previsione cambia di settimana in settimana.
Quanto al voto a scadenza naturale, dentro FdI il ragionamento più comune è che dopo dicembre e l’approvazione della legge di Bilancio ogni data è buona. Certo, i parlamentari vedono aprile come il mese che gli salverebbe la pensione, tuttavia non è detto che le cose non precipitino anche prima. Fuor di metafora: l’imposizione del voto di fiducia sui tre articoli della legge elettorale (in particolare su quello più controverso delle preferenze e senza tutela di genere per i capilista) è il sintomo che in maggioranza i rapporti sono decisamente tesi. Con la fiducia i ranghi vengono serrati intorno a un obiettivo strategico per Meloni, ma quanti altri intoppi potranno avvenire d’ora in avanti, avvicinandosi a una finanziaria che già si annuncia meno ricca e «coraggiosa» di come Salvini ha chiesto? E, soprattutto, adesso che ogni forza politica entra in modalità elettorale e dunque dovrà tenere duro sui propri provvedimenti bandiera?
Le stesse incertezze riguardano anche la collocazione di Vannacci, che secondo la supermedia di YouTrend ora veleggia intorno al 7,7 per cento. Fino a oggi a Meloni è bastato dire che il suo votare contro la fiducia al governo lo mette automaticamente fuori dalla coalizione, ma che succederebbe se Futuro nazionale votasse le prossime tre fiducie, sostenendo il governo come ha già fatto bocciando le pregiudiziali di costituzionalità? Dentro FdI, c’è chi auspica un avvicinamento col generale, la premier invece sarebbe convinta di poter bastare a sé stessa per vincere di nuovo. Oggi è così, domani chissà. L’unica certezza è che entro la fine della settimana gli elettori sapranno con quale legge andranno – presto o tardi – a votare.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] – Schlein lo ha detto una volta per tutte: Renzi deve stare dentro il campo largo. Una grandissima notizia… per Giorgia Meloni, ovviamente. Renzi non ha voti ed è il “leader” più detestato dagli italiani (talk show e giornaloni a parte). Se anche fosse in grado di portare un 2% stitico, la sua presenza farebbe scappare almeno un terzo degli elettori di 5 Stelle e Avs, e soprattutto non farebbe tornare mezzo astenuto alle urne. Brava Elly! Nel frattempo il Mr. Bean di Rignano ha partorito l’ennesima Leopolda, ahilui sempre più mesta. Ecco i dieci apici della malinconica festa rionale renziana.
[…]
Riprenderci Itaca. Lo slogan era “Riprenderci Itaca”, che non vuol dire assolutamente nulla e per questo è perfettamente renziana. Siamo ancora alla fase adolescenziale dei “Generazione Erasmus” e “Progetto Telemaco”, supercazzole come se fosse Antani con scappellamento a destra. In ogni caso, condoglianze a Itaca: se se la riprende Renzi, ciao core.
De Luca. La Leopolda 2026 è stata così marginale che l’ospite migliore, per distacco, è stato Vincenzo De Luca, molto duro e netto (come sempre) su Israele e Palestina.
Fedez. Quando c’è da presenziare a un funerale politico, Fedez non manca mai. I suoi compagni di banco sono Santanchè, La Russa, Gasparri, Cruciani, il gruppo Angelucci e ora pure Renzi. Fedez era nato incendiario ed è diventato un mix tra Parenzo e Senaldi, però con meno preparazione. Se non altro, in un rigurgito di lucidità, ha definito il ddl Antisemitismo quello che è: “Una stronzata”.
Fiano. Renzi ha invitato anche uno dei suoi giannizzeri preferiti, ovvero Fiano. In questa fase il sempre allegro Fiano è ovunque: apri il frigo di casa e spunta fuori lui, che piange e dice che se il Pd non voterà il ddl Antisemitismo, lui se ne andrà (e sticazzi?). Lacrime su lacrime. Fiano, la soluzione è semplice: torna dal tuo Matteo, da sempre e per sempre il tuo leader preferito!
Segre. Renzi ha tenuto a dire che lui sta con Liliana Segre senza se e senza ma, e che in un mondo con sempre più Francesca Albanese lui starà sempre con la Segre. Ora, premesso che tutte queste Francesca Albanese nel mondo non si vedono (purtroppo), occorrerebbe ribadire che Segre merita per sempre rispetto e riconoscenza, ma che non per questo ha ragione a prescindere. Concetto troppo impegnativo, però, per Renzi e renziani.
Garanzie. Rispondendo a Conte, Renzi ha detto che lui non ha bisogno di fornire garanzie. Come dargli torto? L’uomo che ha politicamente tradito i Letta, i Martina, i Conte, i Calenda; l’uomo che ha celebrato Bin Salman eccetera: come fai a non fidarti di uno così?
[….]
Forza Italia, vieni a me. Renzi ha fatto persino un appello ai centristi di Forza Italia e derivati, chiedendo loro di aderire al campo largo. Grande idea! Non ci sarebbe pietra tombale migliore, in effetti.
Epica del centrismo. Il mondo va a destra, ma Renzi crede che la soluzione non sia il radicalismo civico, bensì sbrodolare verso quel mitologico centro che non ha né voti né senso. Genio!
Conquistando Milano. Renzi ha lanciato anche la volata come sindaco di Milano a Mario Calabresi: un altro cerchio che si chiude. Calabresi è sempre stato così renziano, ma così renziano, che in confronto Maria Teresa Meli e Aldo Grasso paiono ultra grillini. Se questo è il centrosinistra, aridatece Rumor.
Tajanometro. La grande trovata comica della Leopolda 2026 era il “Tajanometro”, che misurava la lunghezza delle gonne. Ci si metteva lì davanti e si facevano dei bei selfie ridanciani. Una trovata comica così irresistibile che, in confronto, il Bagaglino pare Ricky Gervais. Che festa indimenticabile! Mi raccomando, geni esimi del campo largo: rimettetevelo in casa uno così. Se non altro, avremo la certezza che Meloni durerà come minimo altri cinque anni.