
(Tommaso Merlo) – A quell’orco latitante di Netanyahu è stato concesso ancora il palco delle Nazioni Unite mentre al presidente palestinese hanno negato il visto e si è collegato in videochiamata. Unica consolazione, l’immensa sala si è nuovamente svuotata all’ingresso di quel mostro genocida che dovrebbe marcire in galera invece di pontificare. Ha osato blaterare di aver prevenuto un genocidio invece di averlo commesso e ripetuto che l’esercito israeliano è il più morale del mondo e non una banda di terroristi che ha intenzionalmente preso di mira donne e bambini come dimostrato dall’ONU. Fuori dal Palazzo di Vetro una New York mobilitata per la presenza dell’immondo scarafaggio, il sindaco Mamdani lo avrebbe voluto arrestare ma non ne ha l’autorità e il resto delle istituzioni americane sono corrotte dalla mafia sionista fino al midollo osseo. La Casa Bianca ha appena autorizzato la fornitura gratuita ad Israele di altri 2,8 miliardi di dollari in armi, un pacchetto che include 40.000 bombe ad alta potenza. Soldi pubblici dati ad uno stato canaglia e genocida mentre colleziona crimini di guerra e mentre i cittadini americani sono sull’orlo della bancarotta. Un livello di corruzione politica e morale che finirà nei libri di storia ma anche di psichiatria. I sionisti e i loro schiavi americani sono anche impegnati a distruggere il Tribunale Internazionale in modo da farla franca quando non resterà più nemmeno un palestinese oppure quando il mondo civile e sano di mente riuscirà a fermarli. Quell’immensa aula vuota e quel palazzo assediato da manifestanti imbestialiti nonché i cittadini che da ogni angolo del globo hanno ignorato disgustati quell’orco dalle mani sporche di sangue, fa ben sperare in una nuova era in cui ai palestinesi verranno garantiti i diritti umani come a tutti i popoli del pianeta e in cui il sionismo verrà bandito come ideologia criminale indegna del mondo civile. Nella vita del resto contano i fatti e non le chiacchiere, chi è Netanyahu e cosa sia il sionismo si è capito a Gaza dopo decenni di corruzione mediatica e politica che ha permesso agli aggressori di spacciarsi da vittime drenando risorse e collezionando crimini nella totale impunità. I popoli del mondo intero hanno capito ma il cambiamento non si è ancora concretizzato perché la mafia sionista controlla ancora le posizioni chiave. E’ solo questione di tempo, per il sionismo e tutti i suoi complici. A partire da Trump che ha anch’esso delirato dal palco dell’ONU lodandosi da solo visto che non lo fa nessuno. Acido, stanco, intontito e con anch’esso le mani sporche di sangue innocente. Anche per lui più un problema psichiatrico che politico. Trump blatera di una America fiorente quando in realtà è morente e si autocelebra come grande presidente quando perfino gran parte dei suoi elettori hanno capito come dietro tutto quel nauseabondo narcisismo si nasconda una persona debole, malvagia, profondamente incompetente ed un pessimo leader. La demenza senile galoppante ha solo aggravato un quadro psichiatrico compromesso fin dai tempi in cui il giovane rampollo newyorkese cercava di curare i suoi traumi infantili sguazzando nell’alta società. Sta andando a rotoli il suo corpo e la sua mente, sta andando a rotoli il suo paese e il mondo intero ma Trump bandisce la stampa mainstream colpevole di crepare il bunker psichico in cui si è rifugiato. Un quadro talmente desolante da far sembrare il presidente iraniano magari non un gigante ma perlomeno una persona sana di mente. Dal palco ha mostrato le foto delle ragazzine delle scuole e delle palestre sterminate dalle bombe americane ed israeliane ed ha ribadito come il suo paese sia vittima di una aggressione illegale perpetrata calpestando le istituzioni e il diritto internazionale che l’ONU dovrebbe garantire e questo con la scusa di una bomba atomica che non hanno e non vogliono mentre gli aggressori sionisti le detengono illegalmente e l’Occidente non fa una piega. Esempi palesi di geopsichiatria mentre la stitichezza di Hormuz prosegue e dopo aver perso la faccia, l’Occidente rischia di rimanere anche a stomaco vuoto. Sul palco sono saliti anche i leader europei ma non li ha cagati nessuno, per decenni hanno predicano democrazia e diritti umani per poi ridursi a complici del genocidio del secolo. Menomale che anche i popoli europei hanno capito ed è solo questione di tempo. L’Italia invece all’ONU non era presente, la Meloni ha preferito la settimana della moda. Si vede che sta pensando a rinnovare il guardaroba in vista del bis. Incombono del resto le elezioni e per tutti i poltronari nostrani è una fase molto delicata. Devono convincere gli elettori superstiti di aver fatto un ottimo lavoro anche se l’Italia sta estinguendosi non è certo colpa loro e in ogni caso non c’è di meglio in circolazione. Quanto alla politica internazionale si sa, l’Italia conta meno di zero e si vede che si sono stancati di fingere che non sia così. L’Italia vota quello che vuole il burattino di turno alla Casa Bianca e i loro padroni sionisti a prescindere da chi vince le elezioni. Più che un problema politico, un problema psichiatrico ma di chi si ostina a votare le stesse classi deficienti aspettandosi risultati diversi.

(Raffaele Pengue) – C’è un paese del Sannio che, ogni sette anni, si trasforma in un immenso teatro a cielo aperto: Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, dove i Riti Settennali coinvolgono l’intera comunità in una delle più intense manifestazioni di devozione popolare d’Italia. Da questa radice profonda nasce ora un’idea più ambiziosa: fare del piccolo borgo campano il punto d’incontro annuale delle tante “Italie rituali”: quelle fatte di processioni, pellegrinaggi, feste patronali, danze e musiche tradizionali che ogni territorio custodisce e tramanda a modo proprio.
Il progetto si chiama Festival della Ritualità e la sua ambizione, dichiarata già nel titolo, è chiara: non un semplice festival folkloristico tra i tanti, ma un laboratorio permanente di conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale immateriale italiano, capace di mettere in rete Comuni, Pro Loco, confraternite, università e operatori turistici attorno a un’unica domanda: perché le comunità continuano, ancora oggi, a custodire i propri riti?
L’ipotesi di programma prevede un appuntamento principale nel periodo estivo, preceduto da un lungo lavoro di preparazione e seguito da un anno di produzione di contenuti, documentari e iniziative. Al centro, un confronto sulla ritualità nella società contemporanea, durante il quale ogni Comune italiano partecipante presenterà la propria tradizione attraverso documentari e incontri con autori e registi; le serate saranno invece dedicate a musica e danze popolari nel centro storico.
Attorno a queste giornate centrali nascerà un Villaggio della Ritualità nel centro storico, con spazi dedicati ai territori partecipanti, un’area per la proiezione continua di documentari, dimostrazioni di artigianato, musica e un’area gastronomica pensata non come semplice spazio di ristorazione, ma come ulteriore tassello del racconto culturale dei territori.
Il valore aggiunto del progetto, sottolineano i promotori, sta proprio nella sua origine: non un tema scelto a tavolino, ma un’iniziativa che nasce da una tradizione — quella dei Riti Settennali — profondamente radicata nel territorio. «Da una comunità nasce un incontro tra comunità. Da un rito nasce un viaggio attraverso l’Italia», si legge nel documento di presentazione.
Resta da definire chi vorrà collaborare concretamente al Festival, quale sarà la data della prima edizione e quali Comuni ed enti nazionali risponderanno all’appello. Ma l’idea di fondo — trasformare un rito locale, come i nostri Riti Settennali, in un’occasione di incontro nazionale tra le tante Italie che ancora si riconoscono nelle proprie tradizioni — punta a intercettare un interesse che va ben oltre i confini del Sannio.
Il Festival della Ritualità, quindi, nasce come un progetto aperto e partecipativo. Per questo l’invito è rivolto all’amministrazione comunale e a tutti coloro che condividono l’idea di mettere in rete esperienze, competenze e comunità: Comuni, Pro Loco, confraternite, associazioni culturali, studiosi, università, operatori turistici, artisti, artigiani, realtà del terzo settore e singoli cittadini.
Chiunque fosse interessato a collaborare, partecipare o contribuire alla costruzione dell’iniziativa può scrivere un messaggio, una e-mail. A ciascuno sarà inviato via e-mail un opuscolo/dossier di presentazione del Festival di oltre trenta pagine, con le finalità del progetto, le modalità di partecipazione e le prime ipotesi organizzative.
Perché se l’obiettivo è costruire il primo Festival della Ritualità a Guardia Sanframondi, il primo passo non può che essere quello di cominciare a conoscersi, raccontarsi e camminare insieme.
Superare il veto può rafforzare l’Unione, ma sulla difesa apre una questione decisiva: quale sovranità trasferire e con quali garanzie democratiche.

(Rita Bruschi – rivistarinascita.it) – In un recente articolo su La Fionda, Bruno Gravagnuolo ha sollevato un problema politico serio, che si aggancia a una delle grandi questioni dell’integrazione europea.
Se vogliamo una politica estera europea davvero comune, dobbiamo prima costruire una sovranità politica europea oppure possiamo costruirla progressivamente attraverso decisioni intergovernative?
Il suo intervento prende le mosse dalla Mozione 1-00602 «Mozione in materia di superamento del diritto di veto nelle decisioni delle istituzioni dell’Unione europea», del 15 settembre scorso, a firma De Luca, Scerra, Grimaldi e altri, la cui discussione è stata peraltro rinviata.
Il problema dell’unanimità in Ue ha acquistato sempre più spazio sui tavoli politici, tanto che il 1° settembre scorso 11 Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia) hanno avanzato una serie di proposte per superare le decisioni di politica estera bloccate con il diritto di veto.
La lettera degli undici ministri degli Esteri alla commissaria Kallas è focalizzata sulle decisioni di geopolitica, esteri e difesa, e si basa su cinque principi chiave, quali il maggiore ricorso all’astensione costruttiva, l’eliminazione dei collegamenti ostruzionistici, la richiesta di obiezioni tempestive e motivate, una maggiore attivazione della «clausola passerella», il rispetto della sincera cooperazione.
Riprende dunque l’utilizzo di meccanismi già previsti dall’ordinamento europeo, che offrono una via intermedia per impedire che uno Stato blocchi gli altri senza costringerlo a condividere una scelta.
Il veto realizza un principio consensuale, per il quale sulle questioni considerate esistenzialmente sensibili nessuno Stato può essere costretto ad aderire. La maggioranza qualificata realizza invece un principio maggioritario, per il quale una decisione collettiva può vincolare anche chi ha votato contro.
Il punto non è stabilire se l’unanimità sia, in astratto, un buon sistema decisionale; bensì capire se sia opportuno eliminarla oggi, proprio nelle materie in cui gli Stati membri hanno scelto di conservarla (guerra, sicurezza, imposizione fiscale). E soprattutto se sia possibile farlo senza aver prima rafforzato le condizioni democratiche e costituzionali che renderebbero legittimo un ulteriore trasferimento di potere decisionale al livello europeo.
La vera domanda democratica, ben oltre lo schema «sovranità contro Europa», è infatti: «Quale livello di governo deve decidere quale questione?».
L’Ue è un ordinamento sui generis, con elementi sovranazionali e intergovernativi. Se si riduce il potere di veto nazionale, senza aumentare al contempo il ruolo del Parlamento europeo e gli strumenti di controllo democratico, si può produrre una trasformazione dell’equilibrio istituzionale senza un corrispondente rafforzamento della rappresentanza sovranazionale.
La questione racchiude un reale problema di costruzione costituzionale, poiché la politica estera e di sicurezza comune è molto meno parlamentarizzata rispetto alle politiche soggette alla procedura legislativa ordinaria. E non si dovrebbe poter cambiare solo il meccanismo decisionale senza interrogarsi sulla legittimazione del potere che si sta trasferendo.
La documentazione politica del M5S mostra peraltro che il superamento del veto e una maggiore integrazione europea nel campo della difesa non sono temi comparsi improvvisamente. Erano già presenti nel programma per le elezioni politiche del 2022, nel dossier politico europeo del 2024, nei Report tematici di Nova 2026 sul tema «Difesa europea ed esercito comune: quale futuro per la sicurezza dell’Europa», e nella precedente Mozione 1-00569, presentata da Filippo Scerra il 6 maggio e modificata il 30 giugno 2026, che collegava capacità fiscale europea, debito comune, investimenti comuni e difesa comune europea, attraverso capacità condivise ed economie di scala.
Nella 1-00602 il «campo largo», con maggior ambizione sul piano istituzionale, afferma che politica estera, difesa e sicurezza devono passare dalla logica dell’unanimità a quella della maggioranza qualificata, all’interno di un rafforzamento del Parlamento europeo e della procedura legislativa ordinaria, «nel quadro di una riforma democratica dei Trattati», rivelandosi così un testo più “federalizzante” di quanto potesse sembrare a tutta prima.
Ad esempio, la Mozione richiama le cooperazioni rafforzate, istituto che consente a un gruppo di almeno nove Stati di procedere insieme, in determinate condizioni, lasciando aperta la partecipazione successiva agli altri – e questo modula una diversa concezione dell’integrazione, secondo cui non necessariamente tutti devono procedere allo stesso ritmo.
Inoltre, la Mozione vorrebbe attribuire più potere al Parlamento europeo, compreso un generale potere autonomo di iniziativa legislativa, di cui nel quadro istituzionale odierno il Parlamento europeo non dispone, ma il testo poi non affronta davvero la ridefinizione dell’equilibrio fra Parlamento, Commissione, Consiglio, Stati nazionali, che sarebbe una delle conseguenze costituzionali più importanti della riforma proposta.
E non possiamo non chiederci, se l’Ue acquistasse più potere di tassare, spendere, indebitarsi, decidere sulla politica estera e sulla difesa, quale meccanismo di responsabilità democratica debba accompagnare questo trasferimento di potere.
Attualmente circa l’80% della legislazione dell’Ue è adottata attraverso la maggioranza qualificata. L’unanimità rimane concentrata in alcune materie quali la politica estera e di sicurezza comune, l’adesione all’Ue, il quadro finanziario pluriennale, l’armonizzazione di determinate imposte e alcune materie sociali e di giustizia.
Il vero confine, dunque, non passa fra un’Ue che decide all’unanimità e una che decide a maggioranza, ma passa fra le materie nelle quali gli Stati hanno già accettato di essere vincolati da decisioni maggioritarie e quelle nelle quali hanno conservato un potere di veto.
È chiaro che l’estensione della maggioranza a materie sensibili solleva un problema di legittimazione e di protezione delle minoranze, poiché occorre rafforzare la rappresentatività e le compensazioni del sistema in cui quella maggioranza esercita il proprio potere.
La Mozione è configurata come un testo di indirizzo politico e appare più simile a una narrazione generale sull’Europa che dovrebbe essere che a un programma operativo di trasformazione dell’Ue, perché promuove una trasformazione che potrebbe avere questa portata, ma non stabilisce i necessari contrappesi e non distingue a sufficienza le decisioni politico-diplomatiche da quelle militari, come vedremo.
Alcuni obiettivi possono essere perseguiti immediatamente utilizzando le competenze e gli strumenti dei Trattati vigenti; altri richiedono l’attivazione delle passerelle o di cooperazioni rafforzate; gli obiettivi di trasformazione strutturale dell’assetto istituzionale richiedono invece una revisione dei Trattati.
Il punto 1 propone di eliminare il veto per permettere all’Europa di agire e sembra pensare al superamento dell’unanimità soprattutto come riforma della struttura decisionale europea, come se il problema fosse soprattutto «decidere più velocemente», un problema di efficienza istituzionale.
Ma la questione vera è che, quando si entra nel tema della politica estera e della guerra – e la Mozione non distingue abbastanza tra questi due settori –, l’unanimità non cambia semplicemente natura, cambia il tipo di potere che viene esercitato. E la regola decisionale non può essere separata dalla natura del potere che quella regola consente di esercitare.
L’eliminazione del veto nella difesa potrebbe rendere necessario precisare proprio quali decisioni non possono essere prese senza il consenso dello Stato che deve materialmente mettere a disposizione i propri militari. Soprattutto, chi dispone della legittimazione a vincolare uno Stato membro a una decisione che possa richiedere l’impiego delle sue forze armate e, nei casi estremi, l’ingresso in un conflitto che comporti un confronto diretto con una potenza nucleare?
È qui che la questione del voto non può più essere separata da quella della responsabilità politica sull’uso della forza.
Il punto 2 chiede il rafforzamento del Parlamento europeo, il diritto di iniziativa legislativa, l’estensione della co-decisione, una maggiore partecipazione dei cittadini.
Tutto questo riguarda soprattutto la democrazia legislativa, ma una situazione bellica richiede qualcosa di diverso, la risposta alla domanda cruciale: «Chi controlla democraticamente l’uso della forza europea?».
Perché è evidente che, se si trasferisce la decisione sulla guerra dal livello nazionale a quello europeo, bisogna aver costruito una competenza europea chiarissima, una catena di comando, un bilancio, forze disponibili, regole d’ingaggio, controllo parlamentare, responsabilità politica, controllo giudiziario, rapporto con la NATO, rapporto con le Costituzioni degli Stati membri.
Altrimenti si rischierebbe di avere la maggioranza necessaria per decidere, ma non l’assetto istituzionale necessario per esercitare democraticamente quella decisione.
Il punto 3 offre in realtà una possibile alternativa meno rischiosa al salto contenuto nei punti 1 e 2. Cooperazioni rafforzate, PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente), acquisti comuni, capacità industriali comuni e integrazione differenziata consentono di costruire de facto una capacità europea di difesa tra gli Stati disponibili, senza dover prima decidere che una maggioranza possa vincolare tutti gli altri sulle decisioni militari.
Il diritto Ue prevede già questa architettura differenziata. L’art. 31 TUE regola infatti specifiche eccezioni all’unanimità, mentre esclude le passerelle dalle decisioni con implicazioni militari o di difesa. L’art. 42(6) TUE considera che gli Stati che soddisfano criteri militari più elevati e assumono impegni più vincolanti possano instaurare una cooperazione strutturata permanente. Questo permette di costruire capacità reali prima di decidere se trasferire ulteriori poteri politici a livello europeo.
E non si può certo trascurare che l’Ue negli ultimi anni abbia fatto un salto molto concreto sulla difesa.
La Commissione parla oggi esplicitamente di una vera e propria Defence Union, di «prontezza» entro il 2030 (capacità, produzione, mobilità militare, approvvigionamenti e investimenti) e di risposta anche a conflitti ad alta intensità.
Il piano Readiness 2030/ReArm Europe mira a mobilitare circa 800 miliardi di euro di maggiore spesa per la difesa e comprende, tra l’altro, uno strumento SAFE da 150 miliardi di euro per prestiti destinati agli investimenti nella difesa, finanziati mediante emissione di obbligazioni Ue. Il 18 giugno 2026 il Consiglio europeo ha infine qualificato la guerra russa contro l’Ucraina come «una sfida esistenziale per l’Unione europea».
Quindi il contesto è di fatto molto diverso da quello di una normale discussione sulla governance europea. Il problema oggi non è più soltanto se vogliamo una maggiore integrazione europea, ma 1) quale struttura politica e costituzionale deve avere l’Europa se vuole possedere una capacità autonoma di deterrenza e di difesa, e 2) quanto potere decisionale vogliamo trasferire all’Europa proprio mentre sta costruendo strumenti finanziari, industriali e di coordinamento che aumentano concretamente le sue capacità di difesa – ma la Mozione unitaria non si pone a questo livello, non sembra essere stata costruita realmente attorno a queste domande.
La Mozione assume particolare interesse anche alla luce delle divergenze che, su diversi aspetti della politica internazionale, attraversano PD, M5S e AVS.
Da questo punto di vista, essa può essere letta anche come uno spazio politico di ricomposizione, il prodotto di un compromesso consapevole fra tre concezioni diverse dell’Europa – per il PD più integrazione politica e federale; per M5S più Europa come alternativa alla logica del riarmo nazionale e della dipendenza dalle singole strategie statali; per AVS più Europa sociale, diplomatica, ambientalista e multilaterale.
Il superamento del veto è uno dei pochi concetti che permette di tenere insieme queste tre impostazioni, un «minimo comun denominatore».
Ma una formula sufficientemente vaga da consentire la convergenza di posizioni politiche diverse può essere insufficiente quando si parla di trasferimento di potere su decisioni concrete e irreversibili.
Se l’ambiguità è gestibile in materia fiscale, di mercato interno, di energia, lo è già meno in politica estera, e ancor meno in materia militare, perché l’invio di armi, la missione militare, l’impiego diretto delle forze, il conflitto armato non sono gradini della stessa scala.
Sono lasciate implicite troppe domande importanti: se il superamento del veto riguardi anche decisioni militari; se il Parlamento europeo debba avere un ruolo nell’autorizzazione dell’uso della forza; se un governo nazionale possa essere vincolato contro la propria volontà; se il Parlamento italiano conservi un potere autonomo sull’impiego delle Forze armate; se la maggioranza qualificata riguardi soltanto la posizione diplomatica dell’Ue oppure anche l’azione militare.
In definitiva, il punto davvero delicato non è «più o meno Europa», ma quale sovranità trasferire, su quali decisioni e con quali garanzie democratiche, soprattutto quando entra in gioco l’uso della forza.
E il problema potrebbe non essere che i tre partiti non abbiano visto il precipizio, ma che abbiano deciso di non discutere in quella sede quanto ci si debba avvicinare al precipizio, perché è esattamente la questione sulla quale non sono d’accordo.
Ma quando le decisioni da prendere possono significare mandare uomini e donne in guerra, il dibattito sul veto finisce e comincia, sul serio, quello sulla natura politica dell’Europa che vogliamo costruire.
Dato che l’ordinamento europeo non contiene una procedura attraverso cui una maggioranza degli Stati possa unilateralmente togliere agli Stati stessi il diritto di veto che i Trattati riconoscono loro, Gravagnuolo indica, come unica alternativa democratica a una trasformazione determinata dai rapporti di forza o da circostanze eccezionali, una vera e propria rifondazione costituzionale dell’Europa, un’Assemblea incaricata di elaborare una nuova Costituzione europea, fondata direttamente sulla sovranità dei cittadini.
Ciò a cui stiamo assistendo – aumentare l’integrazione europea senza modificare radicalmente la natura dell’Unione – è quasi un esperimento politico. Ma la guerra rende più visibile il limite del modello, poiché quando una crisi impone decisioni rapide può anche prevalere un processo pragmatico, ma proprio la crescita delle capacità comuni mette in luce la distanza tra ciò che l’Europa è chiamata a fare e ciò che l’attuale struttura istituzionale le consente di decidere.
Si può avere un mercato unico, una moneta senza un governo politico pienamente federale, una politica commerciale comune; ma quando arriva una minaccia militare grave, le domande diventano molto più dure.
Chi decide se l’Europa entra in guerra? Chi decide quanto spendere per difendersi? Chi decide quali armi produrre? Chi decide quali rischi assumere? Chi decide se sostenere militarmente un Paese aggredito?
E, soprattutto, chi ha il diritto democratico di prendere queste decisioni a nome degli europei?
L’Ue attuale risponde a queste domande attraverso una combinazione di governi nazionali, Consiglio europeo, Consiglio dell’Ue, Commissione, Parlamento europeo, NATO e strumenti intergovernativi. Ma non attraverso un unico potere politico europeo.
È chiaro che una trasformazione federale europea significherebbe la nascita di un nuovo grande soggetto geopolitico, destinato a ridefinire i rapporti tra Stati europei, Stati Uniti, NATO e altre potenze.
Se il federalismo europeo è davvero destinato a diventare, da ideale, una necessità politica, non può però nascere dalla semplice accelerazione imposta dalla guerra, che non dovrà mai essere il criterio attraverso cui ridefinire le regole della democrazia europea.
L’Europa di cui abbiamo bisogno deve saper diventare una potenza politica senza rinunciare ai principi sui quali è nata – lo Stato di diritto, la libertà, la solidarietà, il rispetto della persona e la ricerca della pace.
Un’Europa di pace deve saper costruire la propria sicurezza senza trasformare l’emergenza in una scorciatoia costituzionale; parlare con una voce comune senza smarrire il controllo democratico su ciò che quella voce decide di dire e, soprattutto, di fare; restituire ai cittadini europei la consapevolezza di essere essi stessi il fondamento della sovranità.
Costruire una capacità politica fondata sulla pace è la sfida forse più alta, e inderogabile, che la crisi attuale consegna all’Europa.
“In Ucraina diamo armi a un Paese che col suo esercito combatte un conflitto contro un altro”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Luciano Canfora, è in auge la tesi per cui in nome della Resistenza italiana non possiamo non sostenere militarmente l’Ucraina, che sta facendo un’analoga resistenza.
Di fronte a un concetto simile, la mia reazione mi costringe a citare il grande Leopardi: non so se il riso o la pietà prevale. È una tesi che gronda malafede, eppure viene riproposta di continuo.
Una delle argomentazioni è che gli Alleati sostennero la Resistenza con le loro armi.
Una volta ero con Mieli in televisione e mi disse la stessa cosa. Gli ricordai che a fine 1944, il comandante inglese Alexander diede un duro colpo alla Resistenza, non solo negando le armi, ma chiedendo di limitare le operazioni. Senza contare che anche quando le armi arrivavano, attraverso i famosi aviolanci, gli Alleati non volevano che finissero alle formazioni comuniste.
Dunque la Resistenza ebbe uno sviluppo separato dal supporto degli Alleati?
La Resistenza italiana fu mal sopportata non solo dal re, ma anche dagli anglo-americani, i quali avrebbero preferito conservare la monarchia e impedire che il faticoso ottenimento dello status di co-belligeranti diventasse una carta troppo buona da giocare al momento dei trattati di pace. Gli Alleati boicottarono il tentativo di trasformare il CLN nella base di un governo nazionale. La Resistenza era guardata con attenzione. Oggi invece abbiamo 27 Paesi europei e gli Usa (in modo intermittente a seconda di chi governa) che conducono una guerra alla Russia attraverso l’utilizzo dell’Ucraina, dopo che fallì il processo di smembramento della Federazione russa iniziato con Eltsin.
C’è una specificità ideologica della Resistenza italiana?
Certamente, perché esiste la specificità del contesto del nazifascismo. Tanto è vero che da decenni esiste una disputa ridicola intorno alla parola fascismo, al concetto di neofascismo e così via. Il fascismo è stato tante cose diverse nel corso di quei 20 anni, ma bisogna guardarsi da ogni analogia ingannevole, mentre invece oggi si tende a riproporre quei concetti a sproposito.
Non abbiamo, noi democrazie, un obbligo morale contro i regimi e le loro violazioni del diritto internazionale?
Ah, certamente: possiamo iniziare dal Sud Sudan, poi intervenire militarmente contro Israele e pure contro gli Stati Uniti. La malafede consiste nell’isolare un singolo caso, manipolarne le ragioni profonde e dire che si tratta di una questione morale. Non funziona così.
La sproporzione delle forze in campo però rimanda al concetto di Resistenza?
Ma i Paesi europei stanno mandando quattrini a non finire senza sapere neanche che fine facciano. Le stesse armi circolano poi in un commercio illegale. Gli oligarchi ucraini si stanno rimpannucciando a spese dei nostri stupidi governi che svenano i propri Paesi per “morire per Danzica”. Si stimano 10 milioni di ucraini scappati in Europa dall’inizio della guerra e ospitati nei vari Paesi: benissimo, ma perché quando arrivano 50 disgraziati su un barchino casca il mondo come se fosse un’invasione?
La scarsa fiducia nel governo ucraino è un elemento che pesa sul suo giudizio?
La corruzione regna sovrana. Si immagina Parri che rubacchia o si rivende le armi della Resistenza? La Resistenza italiana era fatta di piccole formazioni spontanee, clandestine, mentre da una parte c’era un regno amico degli Alleati e dall’altra una Repubblica sociale gestita dai fascisti. In Ucraina non stiamo dando armi a una resistenza, ma a un Paese che col suo esercito combatte una guerra con un altro. E con un esito molto diverso dalla fine della Seconda guerra mondiale.
In che senso?
Mi prenderò come sempre del putiniano, ma con questo prolungare il conflitto il pericolo è di andare verso il peggio, invece che mettere fine alla guerra.
Prima ha accennato alla spontaneità: fu un elemento caratterizzante della Liberazione?
Certo, perché rende la Resistenza una lotta di popolo. In Ucraina non è così.
L’articolo 11 della Costituzione si concilia con gli aiuti militari?
Purtroppo l’articolo 11 è bellissimo, ma da decenni è messo da parte. Da quando siamo entrati nella Nato, nel 1949, siamo vincolati a un’Alleanza che consente di aggirare la Costituzione, perché ogni conflitto viene presentato come difensivo, ogni intervento giustificato con qualche minaccia del nemico. Perciò quando si discute di queste cose è complicato, perché le carte sono truccate. Devo dire però che metterla in termini storiografici è un’operazione da palati fini, nel senso che il momento propagandistico, anche nel giornalismo, impone una censura di guerra e non esita a ricorrere alla malafede.

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Vivere dentro ad un’aria puzzolente non è solo deprimente, è ormai dimostrato che danneggia il nostro organismo perché «altera l’equilibrio psicofisico, produce stress e ansia» (qui). Ebbene, dai rilevamenti Istat un italiano su 5 abita in zone infestate dai cattivi odori, con punte del 29% in Campania e del 27% in Puglia. È tra le principali criticità ambientali: il 25% delle chiamate ad Arpa Lombardia arrivano da chi segnala «molestie olfattive». Si va dalle concerie di Solofra (Avellino) ai mangimifici del Bergamasco: la gente si arrabbia, nascono comitati, qualcuno fa causa, altri cambiano casa, e intanto i sindaci provano a mediare tra le legittime rimostranze degli elettori e le esigenze delle imprese. Quando va bene, dopo anni di proteste e trattative, si arriva a un compromesso che raramente elimina del tutto i miasmi.
Premessa: cattivo odore non significa che l’aria sia per forza inquinata, tanto meno che si stia respirando una sostanza tossica. Sono 12 i principali composti chimici maleodoranti (qui), come l’acido solfidrico, che scatena un tanfo simile a quello delle uova marce; le ammine, che sanno di pesce; o i mercaptani che odorano di cavolo in decomposizione. Tutte sostanze utilizzate abitualmente in molti processi produttivi. Il ministero dell’Ambiente individua 26 tipi di aziende che più delle altre hanno un «potenziale impatto odorigeno» (qui): concerie, mangimifici, industrie farmaceutiche, chimiche, distillerie, allevamenti…
Ma allora, dato che si conoscono sia i composti che le aziende che li diffondono nell’aria, cosa impedisce di risolvere il problema?
I controlli sui cattivi odori spettano alle Agenzie regionali per l’ambiente, che su una cosa concordano: mancano leggi adeguate (qui e qui). Per 80 anni ci si affida ai regi decreti di epoca fascista che puniscono il getto di cose (art. 674 c.p.), e le emissioni di sostanze nell’aria se superano «la normale tollerabilità» (art. 844 cc). Nel 2017 arriva l’art. 272-bis che confluisce nel Testo Unico Ambientale: spetta alle Regioni regolamentare le emissioni odorigene degli impianti industriali. Ma il legislatore dimentica di specificare cosa intenda per «emissioni odorigene», e quindi bisogna attendere altri tre anni per leggere l’articolo 268 F-bis, che finalmente spiega: «Emissioni odorigene: emissioni diffuse aventi effetti di natura odorigena». Sembra una barzelletta.
Nel dubbio molte Regioni preferiscono non legiferare in attesa di indicazioni più chiare. Nel 2023 finalmente il ministero dell’Ambiente pubblica le linee di indirizzo che dovrebbero chiarirne l’applicazione. Il documento spiega, ad esempio, come va simulata la diffusione degli odori da parte di uno stabilimento, o come i tecnici possono misurarne i livelli nell’aria. Ma il nocciolo è quello di suggerire alle Regioni l’adozione di iter più stringenti per il rilascio delle autorizzazioni ambientali. In sostanza, per avere il nullaosta all’apertura di uno stabilimento che emette odori potenzialmente molesti, occorre presentare una Valutazione di impatto odorigeno che dimostri che l’attività produttiva non disturberà i residenti.
Naturalmente, vale per i nuovi impianti mentre le aziende già attive – a meno che non chiedano di ampliare la struttura o di rinnovare un’autorizzazione scaduta – non devono presentare alcuna valutazione. La procedura non risolve i problemi esistenti, ma almeno dovrebbe evitare che se ne creino di nuovi.
Le linee di indirizzo però forniscono un orientamento generale senza neppure fissare dei limiti precisi oltre i quali un odore può essere considerato molesto. Il Mase su questo punto è chiaro: le Regioni sono libere di legiferare «con le forme e gli strumenti più opportuni». E infatti ognuno fa per sé. La Puglia – una delle poche ad aver adottato una specifica legge in materia – non misura il livello di odori emesso dall’azienda, ma quello percepito dai «recettori», cioè da chi vive nei dintorni: dove ci sono scuole o ospedali le puzze devono essere quasi assenti, mentre possono risultare più intense nelle aree meno abitate e alte in quelle industriali. La Basilicata distingue tra zone residenziali e non, consentendo dei «livelli di accettabilità» più alti fino a 200 metri dall’impianto, minori nella media distanza. In Lombardia e Veneto si valuta caso per caso insieme alle Arpa. C’è chi disciplina anche specifici tipi di aziende: in Piemonte niente impianti di compostaggio a ridosso di centri abitati e biblioteche, l’Abruzzo fissa un tetto alle emissioni per le aziende di trattamento dei rifiuti, l’Emilia Romagna vieta di costruire impianti di biogas a meno di 500 metri dalle case.
«Finché ogni Regione continuerà a farsi le proprie regole, ci saranno cittadini più tutelati e altri che rischiano di ritrovarsi prigionieri dei miasmi» è il commento di Vito Bruno, esperto di diritto ambientale e direttore generale di Arpa Puglia.
Non è però tutta colpa della carenza normativa. Se milioni di italiani sono costretti a vivere immersi nei cattivi odori, è anche grazie ai sindaci e ai loro piani regolatori: per decenni non hanno mai considerato il fatto che il benessere dei cittadini passa anche per i loro nasi.
A Conselve, in provincia di Padova, c’è un caso di scuola. Nel 1964 si inaugura una piccola distilleria, la Bonollo Umberto, per la produzione di grappa. La puzza emessa dalla fermentazione delle vinacce non è un problema: nello stabilimento si lavora pochi mesi l’anno e intorno ci sono soltanto vigneti, qualche casa colonica e la cantina vinicola. Gli affari vanno bene, l’azienda cresce. A partire dagli anni Novanta, il Comune cambia più volte il piano regolatore: l’area da agricola diventa industriale, la Bonollo si ingrandisce, e nel 2012 triplica la superficie coperta, fino a diventare tra le più grandi distillerie d’Italia, attiva quasi tutto l’anno. E visto che quello delle distillerie è un ciclo virtuoso dove non si butta via nulla (ciò che non diventa grappa viene usato per produrre alcol, polifenoli, fertilizzanti…) prima si costruisce l’impianto a biogas che produce energia elettrica poi, nel 2023, si inaugura l’impianto a biometano, che rifornisce di gas la rete pubblica.
Nel frattempo, Conselve passa da 7mila a 10.500 abitanti, e nei primi anni Duemila sorge un intero quartiere a poca distanza dalla distilleria. All’improvviso la puzza diventa un problema: si organizzano sit-in di protesta, nasce un comitato che accusa l’azienda di «molestare i cittadini», qualche residente fa causa, altri presentano esposti. Nel 2014 la procura di Padova prende in mano tutte le denunce e apre un’indagine dalla quale, però, non emerge nulla.
L’assessore all’Ambiente Cristian Maneo, eletto nel 2022 con una lista civica che ha affrontato la campagna elettorale martellando proprio sul problema dei cattivi odori: «Arrivati a questo punto, spostare l’impianto in una zona disabitata avrebbe costi insostenibili. Si può solo trattare con l’impresa perché investa in tecnologie in grado di ridurre i miasmi».
Ma filtri e lavorazioni al chiuso, hanno solo attenuato i disagi. Antonio Berti abita a meno di un chilometro dall’impianto: “Ci sono giorni in cui l’aria è irrespirabile, e d’estate devo tenere le finestre chiuse”.
Quando la situazione si fa insopportabile, piovono telefonate al Comune. Spetta al sindaco invocare l’intervento dell’Arpa Veneto: solo negli ultimi 4 anni una settantina di controlli, tutti con esiti simili. Le emissioni rispettano i parametri delle leggi sull’inquinamento e dal 2018 la Provincia impone limiti ancora più bassi su polveri sottili, acido cloridrico, benzene invece, composti organici volatili.
Nell’ultima relazione dell’Arpav (15 maggio 2026) si legge che gli ispettori rilevano in zona «un leggero odore di fognatura» e quello «tipico del processo di distillazione» ma quando provano a misurare sostanze volatili, le concentrazioni sono «inferiori ai limiti di rilevabilità strumentale». Stessi risultati perfino analizzando l’aria all’interno dello stabilimento. In sostanza il nostro naso è di gran lunga più sensibile di qualunque apparecchio elettronico: bastano quantità infinitesimali di alcuni composti chimici per sentire puzza di marcio
«Tocca alla politica – dice Paolo Bonasoni del Cnr – servono leggi univoche sulle emissioni odorigene, sanzioni per chi sgarra, e una visione urbanistica che tenga conto del fatto che i cittadini hanno diritto a non vivere nella puzza». E lancia l’idea di una sorta di carbon tax sugli odori: «Tra le odorigene ci sono industrie che fanno utili enormi, perché non obbligarle ad investire una percentuale dei profitti nella ricerca di tecnologie in grado di arginare i cattivi odori?».

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Ogni anno arriva il giorno in cui un italiano adulto su tre scopre di essere fesso. Non che non lo sapesse già, però la pubblicazione annuale del rapporto sulle dichiarazioni dei redditi trasforma la sensazione in certezza. Uno paga, due no. Eppure, primo paradosso, nessuno li chiama ladri. Furbi, casomai.
Il secondo paradosso è che anche quei due utilizzano le scuole e gli ospedali pubblici e spesso osano lamentarsi della scarsa qualità del servizio, senza mai porsi il problema che qualcun altro lo paga per loro e che, se anch’essi vi contribuissero, sarebbe possibile aggiustare edifici fatiscenti, comprare macchinari moderni, aumentare stipendi indecorosi. Perché poi ci sono quindici milioni di italiani che dichiarano meno di 15000 euro lordi di reddito all’anno. Mille netti (scarsi) al mese. E qui, delle due l’una: o dicono la verità, e allora siamo sull’orlo della catastrofe sociale, oppure davanti al commercialista alcuni di loro vengono presi da un attacco di timidezza.
La materia fiscale è complicata e mutevole: aliquote, detrazioni, incentivi, disincentivi. Ma il succo è semplice: se uno paga per tre, è impossibile abbassargli le imposte. Ed ecco l’ultimo paradosso: proprio chi le versa regolarmente, e che in un mondo normale sarebbe il primo fan di una Patrimoniale intenta a drenare le grandi ricchezze, finisce invece per guardarla con diffidenza perché teme che si troverà il modo di far pagare a lui, e soltanto a lui, anche quella.
Aut aut. Ultimatum ai ministri in Cdm “Siate tutti presenti, se andiamo sotto conseguenze inevitabili”. Lo sfogo di Calderoli sulle assenze dei vice

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Non tutti se lo aspettavano. Forse nemmeno i vicepremier, uno presente (Matteo Salvini), l’altro no (Antonio Tajani) a New York per l’Assemblea dell’Onu. Ma Giorgia Meloni sente puzza di bruciato: un’aria troppo rilassata su quello che considera il passaggio chiave della legislatura, ovvero il voto segreto sulla legge elettorale che sarà alla Camera il 7 o l’8 ottobre. Così, durante il Consiglio dei ministri che approva il decreto Scuola, dopo la relazione del ministro Giuseppe Valditara, il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani prende la parola per chiedere ai colleghi l’autorizzazione sul voto di fiducia sulla legge elettorale. Ciriani spiega che è un “iter complicato” perché prevede almeno due voti di fiducia e richiede la presenza di tutti, già da giovedì prossimo. È un passaggio chiave, anticipato anche rispetto al previsto. E la premier coglie l’occasione. Per un richiamo e un avvertimento: “Niente leggerezze sulla legge elettorale, avrebbe conseguenze inevitabili”, dice come anticipato ieri pomeriggio dal Fatto. Ergo: dimissioni immediate.
Il richiamo serve soprattutto a tenere sulle spine i ministri e i parlamentari di maggioranza. Che dovranno essere tutti presenti in aula quel giorno: “Mi raccomando, dobbiamo garantire la presenza di tutti, parlamentari e ministri – dice Meloni – A luglio è stata una leggerezza, questa volta un’altra leggerezza non possiamo permettercela: avrebbe conseguenze inevitabili”. Che, tradotto, significa che nel caso in cui il governo dovesse andare sotto la premier salirebbe al Quirinale per rassegnare le dimissioni.
Una frase già detta pochi giorni fa in televisione (“ne dovremo prendere atto”) che serve anche per far capire agli alleati quanto sia importante per la presidente del Consiglio l’approvazione della legge elettorale. Il messaggio fatto arrivare nei giorni scorsi agli alleati è che questa legge è la più importante della legislatura perché il principio è quello di togliere di mezzo giochi di palazzo e governi tecnici, è la linea di Palazzo Chigi. Ribadita pochi minuti dopo proprio da Meloni intervistata alla festa del quotidiano Il Tempo: “Noi – ha detto la presidente del Consiglio – dobbiamo essere contenti se la riforma elettorale verrà approvata. Avremo consegnato a questa nazione norme con le quali saranno i cittadini a decidere”.
Durante la riunione del Consiglio dei ministri, inoltre, il titolare delle Autonomia Roberto Calderoli ha anche ricordato che i sottosegretari sono sempre assenti nei lavori parlamentari, sia in commissione che in aula. Da ultimo l’incidente sfiorato mercoledì pomeriggio quando la maggioranza al Senato non riusciva a garantire nemmeno il numero legale. In questi casi, i ministri devono scapicollarsi in Parlamento quando avrebbero molti dossier più importanti di cui occuparsi rispetto ai propri vice. Meloni si è detta d’accordo con Calderoli spiegando che la presenza in Parlamento rientra tra le funzioni di viceministri e sottosegretari: per quelli che si trovano in missione fuori Roma è un conto, ma gli altri devono restare nella Capitale, è stato il ragionamento della premier. Il ministro Ciriani nelle prossime ore invierà una lettera – una delle tante – ai sottosegretari per sollecitarli a essere sempre presenti.
La road map, comunque, è stabilita: richiesta di voto di fiducia lunedì 5, poi da martedì 6 la maggioranza sarà chiamata a votare la fiducia su almeno due articoli della legge per poi chiudere tutto giovedì 8. Con il voto finale che sarà segreto. Intanto, nella maggioranza iniziano a emergere le prime strategie per “controllare” i voti dei franchi tiratori quando sarà il momento: i colonnelli dei partiti di maggioranza sono stati già avvertiti che dovranno fare da “vedette” rispetto ai colleghi il cui voto sembra in bilico.
Dopo il Consiglio dei ministri, la premier si è collegata con la festa del Tempo intervistata dal direttore Daniele Capezzone a Palazzo Wedekind, a pochi metri da Palazzo Chigi. Meloni ha parlato anche del generale Roberto Vannacci. Per la prima volta ha fatto riferimento al “voto utile” che sarà il refrain contro il leader di Futuro Nazionale in campagna elettorale: “Penso che il voto sia utile quando è un voto utile all’Italia”. Meloni ha anche aggiunto che sarebbe complicato governare con Vannacci: “Dobbiamo porci soprattutto il tema di riuscire a governare bene, perché è questo che fa la differenza”. La premier si dice anche pronta a confrontarsi con il leader del centrosinistra, ma “chissà se ce ne sarà uno vero”, elogiando invece Carlo Calenda che “ci ha dato una mano fin dall’inizio”.
La storia del Novecento ci mostra dove può arrivare questo processo quando la distinzione tra «noi» e «loro» diventa principio organizzatore della società

(Daniele Susini – editorialedomani.it) – Quale era l’obiettivo delle leggi razziali del 1938? Escludere, emarginare, discriminare e progressivamente creare un vuoto sociale attorno a una minoranza, in quel caso gli italiani ebrei, trasformandoli da cittadini in un corpo estraneo alla comunità nazionale.
Naturalmente, le dovute proporzioni storiche e giuridiche sono indispensabili: non è possibile sovrapporre la persecuzione antiebraica fascista alle attuali politiche sull’immigrazione. Ma è importante interrogarsi sui meccanismi e sui linguaggi dell’esclusione. Nel 1938 la scuola divenne uno degli strumenti attraverso cui veniva ridefinito chi poteva appartenere pienamente alla comunità nazionale.

Quando dalle istituzioni arriva il messaggio secondo cui la presenza degli stranieri rappresenterebbe una minaccia per la nostra società, per i nostri figli, per la nostra cultura o per la scuola, si costruisce una contrapposizione tra un «noi» e un «loro».
È proprio su questo terreno che il linguaggio pubblico dovrebbe essere particolarmente attento. Rappresentare una parte della popolazione come un problema può alimentare marginalizzazione e distanza sociale, contribuendo a un clima nel quale possono verificarsi anche episodi di violenza, come avvenuto a Rozzano la settimana scorsa.
Per questo trovo significativo il messaggio arrivato da Pordenone dal Presidente della Repubblica: «La scuola è integrazione, la scuola è aperta a tutti. No ai ghetti». Lavorando nella scuola so bene che una presenza numerosa di alunni che ancora non conoscono l’italiano può creare difficoltà concrete. Ma bisogna individuare correttamente il problema: non sono quei bambini ad esserlo. È il sistema scolastico che deve essere messo nelle condizioni di accogliere e superare quelle difficoltà.
I bambini, le loro famiglie e le loro culture d’origine non sono zavorre. Sono una parte della società con cui la scuola deve lavorare. Questo dovrebbe essere il principio di base: la scuola non crea ghetti, li supera.

Lo stesso ragionamento vale per un’altra questione al centro del dibattito: quella delle classi separate per gli alunni con disabilità.
Anche in questo caso una concentrazione elevata di situazioni complesse può creare difficoltà nella gestione di una classe e alle insegnanti. Ma non sono gli alunni il problema da rimuovere. È la scuola che deve essere messa nelle condizioni di affrontare quelle difficoltà, attraverso personale, strumenti, formazione e risorse adeguate. E quegli alunni non sono soltanto portatori di bisogni. Sono persone e rappresentano una ricchezza per la comunità scolastica, perché la scuola ha il dovere di confrontarsi con la diversità e con le fragilità.
Da storico, però, non posso fare a meno di mettere in relazione questi elementi con un altro tema sempre più presente nel dibattito politico europeo: quello della cosiddetta remigrazione.
Nelle sue formulazioni più radicali, il termine non indica semplicemente politiche di regolazione dell’immigrazione, ma l’idea che persone ritenute non sufficientemente integrate nella cultura o nella comunità nazionale debbano essere allontanate.
Se alcuni bambini vengono separati perché «troppo difficili», altri perché non parlano ancora bene la lingua, mentre una parte del discorso politico individua negli stranieri o nei non integrati un corpo estraneo alla comunità nazionale, il problema diventa allora chi consideriamo parte della comunità e chi invece consideriamo un problema per la comunità.
Ed è proprio qui che, da storico, mi viene in mente il concetto nazionalsocialista di Volksgemeinschaft, la «comunità di popolo».

Non perché la scuola italiana di oggi sia quella nazista — un paragone del genere sarebbe storicamente insostenibile — ma perché quel concetto ci ricorda che l’idea di una comunità nazionale omogenea si costruisce anche attraverso la definizione di chi ne è escluso.
Nell’ideologia nazionalsocialista la Volksgemeinschaft era un progetto politico e razziale fondato sulla distinzione tra coloro che erano considerati appartenenti al Volk e coloro che ne venivano definiti estranei o nemici. La sua costruzione passava quindi anche attraverso l’esclusione.
La storia del Novecento ci mostra dove può arrivare questo processo quando la distinzione tra «noi» e «loro» diventa principio organizzatore della società: prima la definizione del diverso, poi la sua esclusione dagli spazi della comunità, quindi la progressiva perdita dei diritti.
È per questo che dobbiamo essere vigili sui linguaggi e sui meccanismi di esclusione, senza confondere fenomeni storicamente diversi e senza costruire facili equivalenze. La scuola non crea la comunità separando i diversi. La costruisce mettendoli insieme. E forse è proprio questo il significato più profondo di quel «No ai ghetti» pronunciato a Pordenone.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Pur non disponendo di un fonometro ho avuto l’impressione che in questa ultima settimana, con l’eccezione della cena di gala milanese, il volume di voce della premier si sia impennato come nei primi mesi della legislatura, quando pareva che strillare fosse una forma di autorevolezza: strillo perché comando, comando perché strillo.
Non sono assiduo dei suoi discorsi e comizi, ma mi era sembrato, almeno a giudicare dagli echi di telegiornale che girano per casa, che il suo volume di voce si fosse via via assestato, e infine quasi acquietato.
Non si pretendeva l’aplomb vocale di Draghi o di Monti, sicuramente avvantaggiati da un’abitudine istituzionale non da underdog, semmai da overclass (decida ciascuno se si tratti di snobismo delle élite o di normale buona educazione). Però insomma ci si poteva illudere che una volta assuefatta alle stanze del potere, se non altro per evitare il rimbombo, la presidente riuscisse a contenere il vigore vocale.
No. La tendenza minaccia di invertirsi. E se il timore che questo avvenga perché si avvicinano le elezioni è fondato, c’è da aspettarsi il peggio: che i decibel, settimana dopo settimana, le fuggano di bocca come uno sciame in assetto da combattimento. Speriamo di essere smentiti.
Per il pochissimo che conta (non apparteniamo al suo bacino elettorale) ci sembrerebbe un’omissione non dirle, in vista dei prossimi comizi, quelli di piazza e quelli di palazzo: guardi che, anche se parla a un volume normale, capiamo lo stesso quello che ci sta dicendo. Parola per parola, comprese le pochissime pause per riprendere fiato.
Il M5S attende segnali sul tavolo del campo largo e sulle primarie

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Giuseppe Conte entra nella buvette di Montecitorio con il sorriso di chi è di ottimo umore. Ordina caffè e distribuisce battute, mentre i cronisti gli chiedono del tavolo prossimo venturo sul programma del campo largo, ancora senza data. L’avvocato posa la tazzina e risponde: “Noi siamo pronti, aspettiamo gli alleati. Non possiamo mica riunirci da soli…”. Sorride ancora, Conte. E i suoi ci tengono a precisarlo: “Non voleva polemizzare con nessuno”. Ma da qualche ora tutto il Movimento lo ripete, e senza sorrisi: dov’è il Pd? O meglio, quando ci sarà modo e tempo di confrontarsi sulle proposte di governo e anche – o soprattutto – sulle regole per le primarie, non ancora ufficiali, ma in apparenza inevitabili?
Lo chiede il M5S che i compiti a casa, fanno notare, li ha già fatti, facendo votare agli iscritti i 20 punti di programma di Nova, la scorsa settimana. Non a caso nel pomeriggio lo stesso Conte lo ribadisce con un video sui social: “Le proposte votate non finiranno in un cassetto, ma verranno trasformate in testi da presentare in occasione della prossima legge di Bilancio”. Idee come l’estensione della no tax area e sistemi per tutelare meglio autonomi, piccoli imprenditori e artigiani, fino a un fondo perequativo con i soldi della sanità privata per ridurre le liste di attesa negli ospedali pubblici. Un’altra via per ribadire che i 5 Stelle hanno una loro rotta: pronta. Sono i dem, è il sottotesto, a essere ancora arenati per i loro problemi interni. “Vogliono imporre a Schlein un direttorio sulle liste per le Politiche” sussurra un big del Movimento.
[…]
Convinto che “Elly avrebbe fatto meglio a fare un congresso, chiarendo i rapporti di forza”. Invece il congresso dem verrà posticipato. Ma nell’attesa, il tavolo e le primarie? “Il tempo è poco” sbuffano i 5 Stelle. Ovviamente lo pensa anche Conte, che ai cronisti lo dice dritto: “Non mi sembra improbabile che la maggioranza si frantumi nei voti segreti sulla legge elettorale”. Ovvero che non superi le colonne d’Ercole della legislatura, in vista per la prossima settimana. L’avvocato ne parla con l’aria di chi pregusta sorprese: “Se franassero sarebbe un fatto politico rilevantissimo”. Ossia, per il governo sarebbe molto difficile tirare avanti. Gli chiedono se non potrebbe essere Giorgia Meloni a cercare l’incidente. Ma Conte è scettico: “Andare al voto dopo che gli fosse saltata l’unica riforma della legislatura? Non sarebbe la condizione migliore”. Poi, pungolato sulla premier che è andata alla Fashion Week a Milano invece che all’Assemblea delle Nazioni Unite, morde: “Mancare un appuntamento dell’Onu in questo momento e in questo contesto geopolitico è stato molto grave”. Saluti. Dietro le quinte, prosegue il lavorìo del M5S per salvare Alessandro Onorato, il centrista che la nuova norma sulla raccolta delle firme – 6mila per ogni collegio – terrebbe di fatto fuori dal Parlamento. Conte, che lo vuole dentro il centrosinistra per contenere Matteo Renzi, ripete ai suoi che “una soluzione si troverà”.
[…]
Ma bisogna fare in fretta, cioè prima dell’approvazione della legge elettorale, da qui a pochi giorni. La prima via resta formare una componente politica con tre deputati, con annesso un simbolo di una forza politica presentatasi alle scorse Politiche. Ma nelle ultime ore, studiando i regolamenti parlamentari, il Movimento avrebbe scoperto che può bastare un senatore, che rappresenti il simbolo di una forza politica in corsa anche alle scorse Regionali. Ergo, Onorato e la sua lista, Progetto Civico, potrebbero presentarsi alle prossime Politiche con il simbolo del Psi di Enzo Maraio, formazione assolutamente affine a Conte. A patto di raccogliere le firme previste dal vecchio Rosatellum, però di quantità decisamente inferiore (1.500-2.000 a collegio). Così vorrebbe l’avvocato che va di fretta e non lo nasconde.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] La “guerra ibrida” è quando un Paese ne attacca un altro senza lasciare impronte per confonderlo, indebolirlo, sviarlo e destabilizzarlo: un mix di spionaggio, propaganda, disinformazione, ricatti, corruzioni, attentati, sabotaggi, provocazioni sotto falsa bandiera, interferenze elettorali ecc. La praticano tutti: Usa, paesi Nato e Ue, Israele, Ucraina&C. da una parte; Cina, Russia, Iran&C. dall’altra. Nella terza stagione di Lioness (Paramount), un’agente speciale americana viene rapita e nessuno capisce chi sia stato. Ma i primi sospetti della Cia (poi rivelatisi infondati) ricadono prima su Mosca e poi su due paesi alleati: Ucraina e Israele, ansiosi di trascinare la Casa Bianca in guerre estranee o contrarie ai suoi interessi. Per capire il Grande Gioco, le fiction sono molto più utili dei media dominanti. Che gabellano la guerra ibrida per un’esclusiva dei russi, mentre la fanno essi stessi per conto degli “amici” che vogliono imporci “nemici” inesistenti. Ormai non passa giorno senza che un drone o un elicottero o un caccia sconfinato dall’Ucraina o dalla Russia senza morti né feriti né danni venga spacciato per un “attacco ibrido” di Putin all’Ue e alla Nato. Dicono che Putin “testa” le nostre difese, come se non le conoscesse a menadito, così come noi le sue. In compenso l’enfasi isterica con cui reagiamo o ci copre di ridicolo (quando scambiamo missili e velivoli ucraini per russi, o stormi i uccelli per sciami di droni, o ritardi aerei per sabotaggi, o droni fuori controllo per attentati che “sfiorano Zelensky” di ben 160 km.), o rafforza Putin, che appare onnipresente e onnipotente sui nostri governi tremebondi e inetti.
[…]
E allora perché perseverano? Per tre motivi, 1) La “guerra ibrida”, in mancanza di quella vera, tiene in piedi istituzioni e governi europei screditati e pericolanti giustificando censure, elezioni annullate e partiti messi fuori legge. 2) Bisogna spaventare i popoli impoveriti e inferociti perché digeriscano centinaia di miliardi in più spesi in armi. 3) Serve un alibi per sabotare un vero negoziato sull’Ucraina, che certificherebbe il fallimento Nato-Ue. Ieri il quotidiano conservatore spagnolo El Mundo ha “svelato” un report della Cia su un imminente attacco di droni russi contro Italia, Francia e Spagna. Peccato che del report non ci sia traccia: però la Cia ne avrebbe parlato a un ministro lituano che l’avrebbe spifferato a El Mundo senza che nessuno avvertisse i tre Paesi-bersaglio: Crosetto smentisce, Parigi, Madrid e Ue tacciono. Ergo la Lituania, come l’Ucraina, lancia falsi allarmi ibridi per fare guerra ibrida: cioè per trascinare in guerra vera tre alleati che non hanno alcun interesse a combattere la Russia, mentre avrebbero l’impellente interesse a non avere alleati come Lituania e Ucraina.
Nella bozza arrivata oggi in Consiglio dei ministri entra una misura mai emersa: nei casi di gravi difficoltà linguistiche che ostacolano il percorso scolastico, i genitori potranno essere indirizzati a corsi gratuiti di italiano. Se si sottraggono, il testo prevede il collocamento del minore fuori dal nucleo familiare

(ilfattoquotidiano.it) – Un tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi, con redistribuzione tra istituti vicini quando il limite non è rispettabile. Ma non solo. Nella bozza del decreto sulla scuola arrivata oggi in Consiglio dei ministri entra anche un’altra misura, finora mai emersa: nei casi di gravi difficoltà linguistiche che ostacolano il percorso scolastico di un minore, i genitori potranno essere indirizzati a corsi gratuiti di italiano. Ma soprattutto, se la famiglia si sottrae al percorso di sostegno previsto dai servizi sociali, il decreto prevede anche il collocamento del minore fuori dal nucleo familiare. Inoltre, il testo conferma il divieto, emerso nei giorni scorsi, di entrare a scuola con il volto coperto, sanzionato con multe da 200 a mille euro.
Come già annunciato nei giorni scorsi dalla premier Giorgia Meloni, il decreto contiene un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria, media e superiore. Il limite, dal 2027/2028, riguarda alla primaria gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. Se il limite non potrà essere rispettato, gli uffici scolastici territoriali, d’intesa con i dirigenti, dovranno adottare misure per distribuire gli alunni tra le scuole vicine, tenendo conto del principio di prossimità e delle esigenze familiari. Previsto, inoltre, un fondo da 3,4 milioni nel 2027 e 14,1 milioni annui dal 2028 per il potenziamento delle competenze linguistiche in italiano nelle scuole che non riescano a rispettare il tetto.
Il testo impone il divieto di partecipare alle attività curriculari ed extracurriculari delle scuole, nonché agli incontri scuola-famiglia, con il volto coperto, salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza. Il divieto riguarda qualsiasi modalità che non consenta il riconoscimento del volto, compresi i veli integrali indossati nella cultura islamica, come il burqa o il niqab. Per la violazione è prevista una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro. Se la violazione è commessa da un minore, salvo che il fatto costituisca reato, la sanzione si applica al genitore. L’accertamento della violazione spetta al dirigente scolastico, mentre l’autorità competente per far pagare la sanzione è il prefetto.
La bozza del decreto prevede corsi gratuiti di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano per i genitori stranieri nei casi in cui persistenti barriere linguistiche ostacolino l’integrazione scolastica e il percorso educativo dei figli. La scuola dovrà segnalare i casi ai servizi sociali territoriali, che potranno definire un progetto personalizzato di sostegno che preveda la frequenza di corsi presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) e l’obiettivo di conseguire una certificazione almeno di livello A2. Sono esclusi dagli adempimenti i genitori con gravi limitazioni della capacità di apprendimento linguistico dovute all’età, a patologie o disabilità, certificate da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.
Nel testo è stato inserito anche un provvedimento mai emerso nei giorni scorsi, collegato al punto precedente. La bozza spiega che se il nucleo familiare decide di sottrarsi al sostegno offerto dallo Stato per superare le difficoltà linguistiche, può essere previsto “il collocamento del minore fuori dalla famiglia“. “La scuola – si legge ancora – deve segnalare ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche” di chi esercita “la responsabilità genitoriale ostacolano l’integrazione scolastica“.
BOZZA DECRETO SCUOLA, TETTO 30% STRANIERI NELLE CLASSI PRIME
(ANSA) – Nella scuola primaria “il numero degli alunni con cittadinanza non italiana e che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia” non deve superare il 30% del totale in ciascuna classe prima.
Nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, il tetto del 30% nelle classi prime riguarda gli “studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo, per almeno tre anni scolastici, il sistema nazionale di istruzione”. Lo prevede la bozza del decreto legge atteso in Consiglio dei ministri con diverse misure in materia di scuola.
BOZZA DL SCUOLA, MINORE VIA DA FAMIGLIA SE GENITORI NON STUDIANO ITALIANO
(ANSA) – Nel caso di gravi difficoltà linguistiche del minore deve essere supportato il nucleo familiare ma se questo si sottrae può essere previsto il collocamento del minore fuori dalla famiglia. Lo prevede la bozza del testo sul tetto del 30% degli stranieri a scuola.
“La scuola deve segnalare ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche” di chi esercita “la responsabilità genitoriale ostacolano l’integrazione scolastica”. In questi casi vengono previsti corsi gratuiti di lingua italiana. In caso di mancata osservanza si attua il collocamento fuori famiglia (art 1, com 2, legge 19 luglio 1991, n. 21).
BOZZA DECRETO SCUOLA, 17,5 MILIONI PER POTENZIARE LE COMPETENZE LINGUISTICHE
(ANSA)- Il decreto legge sulla scuola stanzia circa 17,5 milioni di euro per le istituzioni scolastiche in cui non sia possibile assicurare il rispetto del tetto del 30% di alunni stranieri in classe. Lo si legge nella bozza del provvedimento atteso in Consiglio dei ministri.
Nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione e del merito, prevede la bozza, è istituito un fondo, con una dotazione di 3,4 milioni di euro per il 2027 e 14.139.760 euro a decorrere dal 2028: le risorse servono “per il finanziamento di attività extracurricolari finalizzate al potenziamento delle competenze linguistiche di base nella lingua italiana, da ripartire tra le medesime istituzioni scolastiche con decreto del Ministro dell’istruzione e del merito”.
Queste attività, viene specificato, “possono essere realizzate attraverso il potenziamento dell’organico dei docenti”, o con “accordi con i Centri provinciali di istruzione per gli adulti” o “con gli Enti del terzo settore e con gli attori istituzionali presenti nel territorio”.
SCUOLA: BOZZA DL, MULTE FINO A 1000 EURO PER BURQA
(LaPresse) – “E’ fatto divieto di partecipare alle attività curriculari e extracurriculari delle istituzioni scolastiche e a quelle previste nell’ambito dei rapporti Scuola famiglia con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto.
La violazione di cui al comma 4 è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro”. Lo si legge nella bozza del dl Scuola in discussione in Consiglio dei ministri. “Salvo che il fatto costituisca reato, quando la violazione è commessa da un minore la sanzione amministrativa pecuniaria si applica anche all’esercente la responsabilità genitoriale”, si legge ancora nella bozza.
SCUOLA: BOZZA DL, ISTITUTI TECNICI DIVENTANO ‘LICEI TECNOLOGICI’
(Adnkronos) – Gli istituti tecnici assumono la denominazione di “licei tecnologici” e gli istituti professionali quella di “licei professionali”.
È quanto prevede la bozza del decreto legge sulla scuola atteso oggi in Consiglio dei ministri, che interviene anche sul monte ore dei percorsi degli istituti tecnici nell’ambito della riforma collegata al Pnrr. La modifica delle denominazioni si applicherà alle relative disposizioni e agli indirizzi di studio.
IL CDM APPROVA IL DECRETO LEGGE IN MATERIA DI SCUOLA
(ANSA) – Il Consiglio dei ministri, a quanto si apprende, ha approvato il decreto legge in materia di scuola che comprende, tra l’altro, il tetto agli alunni stranieri nelle classi e il divieto di indossare burqa e niqab.
Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili

(Mario Agostinelli – ilfattoquotidiano.it) – Dopo l’estate più calda di sempre, il Governo Meloni accelera con un decreto legge: petrolio e gas, prima di tutto. E lo chiama semplificazione. Lo vende come sicurezza energetica. Ma la sostanza è un’altra: è un regalo alle lobby fossili, con un doppio danno per gli italiani.
Perché questa corsa agli idrocarburi non riduce significativamente la dipendenza dalle importazioni. La prolunga. E lo fa senza alcun vantaggio energetico concreto all’orizzonte. Nel frattempo, la direzione scelta smentisce la comunità scientifica e contraddice gli impegni climatici europei e internazionali. Non solo: entra in tensione con i principi richiamati dall’articolo 9 e dall’articolo 41 della Costituzione. Non protegge il bene collettivo quando irrigidisce un modello che aumenta, invece di diminuire, la vulnerabilità energetica e alimenta la crisi climatica.
C’è poi il nodo dei costi, che non viene sciolto. L’intervento pubblico sul gas non abbassa davvero la bolletta: lo Stato agisce come acquirente, dentro logiche di mercato, senza dare una garanzia reale alle tasche dei cittadini. Risultato prevedibile: trasferimento di valore verso le compagnie fossili. Alla faccia della sicurezza.
Sul piano procedurale, la misura accelera le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione. Le Regioni hanno 45 giorni, poi si proroga, si rinegozia, si rimbalza. E se non bastasse, può scattare il commissario ad acta e il potere sostitutivo in caso di inerzia. Tradotto: non è semplificazione. È imposizione dall’alto.
E soprattutto: l’Italia non è il Texas. Le risorse qui disponibili sono troppo limitate per trasformare nuove estrazioni in indipendenza energetica. Quasi tutto il gas e il petrolio che consumiamo arriva dall’estero. Quindi, più produzione nazionale in quantità necessariamente limitate non abbatte i prezzi internazionali. Non protegge davvero dalle future ondate di crisi. In pratica, è un’operazione soprattutto elettorale: utile a ingraziarsi le lobby fossili, non a mettere al sicuro il Paese.
La vera sicurezza energetica ha una sola strada: azzerare petrolio, carbone e gas, e accelerare rinnovabili, efficienza ed elettrificazione. Con una retorica nazionalista cui Meloni è molto affezionata, si compensa con slogan o con quantità marginali una mancanza di strategia: “Occorre – dice la premier – essere patrioti e difendere l’interesse nazionale” poiché “vogliamo andare avanti sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas perché non ha molto senso comprare all’estero questa energia, quando possiamo produrla anche qui in Italia”.
E ancora: “Ai professionisti del no, che già annunciano barricate, voglio dire una cosa molto semplice: andremo avanti, fino in fondo”. Occorre rispondere che, nei fatti, nucleare e fossili non sono né utili né tempestivi. Il nucleare ha tempi lunghi e nodi ambientali e strutturali ancora aperti. Gas e petrolio, invece, pesano sul clima adesso e hanno una parabola di durata esigua.
Una risposta credibile “qui e ora” dovrebbe puntare su rinnovabili, accumuli e reti flessibili. Eppure, dopo un’estate estrema, un’accelerazione vera in questa direzione non si vede.
Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili. Non significa solo più caldo e più stress ambientale. Significa anche più conflitti armati. La critica è netta: alimentare gas e petrolio è coerente con l’aumento delle emergenze, non con la loro soluzione.
Poi c’è la contraddizione nelle scelte concrete di questo governo: freno sull’efficientamento degli edifici e sull’elettrificazione dei trasporti, con l’attenzione che resta troppo legata al motore termico e all’auto individuale. E mentre energia e geopolitica vengono piegate a un collage petrolio-gas-nucleare, collegato all’espansione delle guerre e ai piani di riarmo, le rinnovabili finiscono trattate come un corpo estraneo, anziché recuperate su un piano narrativo dal basso, come interesse locale e architettura diffusa fondata su un equilibrio tra fotovoltaico ed eolico, batterie, accumuli, mobilità elettrica, risparmio energetico.
Sottovalutare la crisi climatica significa ignorare che anche un aumento piccolo della temperatura pesa sulla produttività e mette milioni di lavoratori in condizioni termiche pericolose. Incendi e siccità non sono eventi eccezionali: diventano frequenti. E sul piano internazionale l’Italia dovrebbe spingere per la fuoriuscita dai fossili – come ricordato anche dalla Conferenza Internazionale di Santa Marta – per influenzare le decisioni nella prossima COP.
In definitiva, il Governo Meloni semplifica e accelera sui fossili invece di investire subito nella transizione. Usa scorciatoie sulle autorizzazioni e affida la comunicazione a narrazioni – nazionalismo, nucleare, indipendenza più retorica che reale – che non rispettano la velocità della crisi energetica e climatica. E così sostiene un modello infrastrutturale che proroga la dipendenza da gas e petrolio anche oltre il 2050, mentre i dati dicono una cosa sola: il costo del ritardo cresce ogni giorno.

(di Marcello Veneziani) – Popolo italiano corri alle armi: si prepara un anno, o un semestre se si va a votare prima, all’ombra del Generale, per marciare con lui o contro di lui. Il sasso nello stagno della politica italiana, la Variabile impazzita o rinsavita, secondo i punti di vista, è lui, il fattore V, al secolo Vannacci, Roberto Vannacci. Non c’è contesa politica, provvedimento governativo, opposizione al governo, che non sia riferita a lui, anzi a Lui. Perfino il tasso di astensione dipende dalla forza di attrazione che potrà avere Vannacci sugli scontenti. Partiamo dai numeri, poi ragioniamo sulla realtà. In termini aritmetici il problema di partenza è il seguente, lo capiscono anche i bambini delle elementari: la Meloni sembra non avere rivali sul campo, torreggia su tutti, alleati e oppositori, pur non essendo un gigante. Però siccome i numeri sono impietosi e l’alchimia elettorale è misteriosa, il risultato che si prospetta o che almeno prospettano i mass media sull’onda di alcune ricerche, ribalta la percezione precedente: il centro-sinistra è in vantaggio rispetto al centro destra, e di alcuni punti, addirittura è oltre il 42 per cento, che fu indicata come la soglia oltre cui scatta il premio di maggioranza. La coalizione governativa, invece, è al di sotto, nonostante il partito della Meloni, da solo, sia il primo partito quanto a voti. Sono i miracoli e gli illusionismi dell’urna.
Le due coalizioni sono asimmetriche, anzi diciamo pure, mostruose, due brutti scherzi della natura: la coalizione di destra è tutta testa senza corpo, ovvero tutta Meloni e poi il Nulla o poco più. La sinistra è invece tutto corpo senza testa, tanti tentacoli ma nessun leader riconosciuto dagli altri leader. Macrocefalo il primo, Acefalo il secondo.
L’unica variabile rispetto a questo schema aritmetico-cefalico è il fattore Vannacci. Se si dovesse alleare alla coalizione governativa perderebbe metà del suo appeal sugli scontenti e susciterebbe crisi di rigetto e maldipancia negli alleati; ma ribalterebbe il risultato e porterebbe la destra a rivincere il confronto elettorale. Certo, sarebbe una mezza sconfessione per la Meloni e un mezzo tradimento per tutti gli altri, Vannacci incluso. Però, se non lo fanno e se non intervengono nel frattempo fattori dirompenti in grado di ribaltare lo scenario, è l’unica soluzione per tornare al governo.
Dall’altra parte, a sinistra, è evidente il loro doppio gioco e si assiste a una ridicola schizofrenia: contano che il Generale porti via le truppe elettorali al centro-destra e dunque consenta alla sinistra di vincere. E mentre gli danno una pacca sulle spalle d’incoraggiamento, con l’altra mano lo pugnalano perché sostiene l’Esatto Contrario che tiene unito lo schieramento di sinistra, è la rappresentazione perfetta del Nemico.
Nell’attesa che si sciolgano questi nodi, il governo Meloni dopo quattro anni di moderatismo e stasi, niente riforme e tanta cautela per galleggiare, si mobilita all’ultimo giro prima delle elezioni per togliere voti al Generale e s’inventa ogni tipo di provvedimento per dimostrare che loro sono sempre quelli che si presentarono così prima del ’22 sui temi della sicurezza, migranti e patriottismo. Più mance, bonus, aiuti a destra e manca: il metodo Trump, il metodo Berlusconi, il metodo Lauro, secondo i punti di vista. È l’antica carta demagogica della destra che però ha sempre fatto presa sulla gente e che a volte adottarono anche i furbi di sinistra (Do you remember Renzi?).
Ma tutto ruota intorno all’ombra minacciosa del Generale dietro la Collina, per dirla con Francesco De Gregori: sia i provvedimenti governativi che le argomentazioni per attaccarli sono concepiti pensando a Lui. E ancora più minacciosa si avverte l’ombra di Vannacci in politica estera perché i due schieramenti sono spaccati sul tema del riarmo e dell’Ucraina: a destra Salvini non vuole il riarmo e non vuole dare armi all’Ucraina, come Vannacci; nello schieramento opposto Conte e i 5Stelle sono dello stesso avviso e trascinano anche gli alleati minori e i giovani del Pd, lasciando con l’elmetto solo il Pd. Curiosamente invece con le armi in mano, agitando la bandiera ucraina, anzi dell’Unione ucraina europea, rimangono la Meloni e la Schlein che restano le interlocutrici preferite per l’Europa, le ali della Von Der Leyen. O se preferite il Quintetto, con la Metsola e Lagarde; il coro delle Zelensky girl, direbbero i loro sardonici rivali.
Insomma, anche in politica estera Vannacci spacca gli schieramenti; ma in questo campo, e solo in questo, la Meloni non lo insegue, se non attenuando l’impeto militaresco ma senza uscire dal campo zelenskiano. E oscilla come un pendolo rispetto ai zigzag di Trump. L’accusa a Vannacci e a chiunque non voglia il riarmo e critichi l’assurda posa bellicista dell’Europa è di lavorare per lo Zar di tutte le Russie, Putin. Se non intervengono nuovi fattori o non si fabbricheranno nuovi pacchi, passeremo i prossimi mesi in questo modo; saranno mesi votati a Vannacci e a contrastare il suo passo.
Fin qui la descrizione, ora sorge la domanda: e tu cosa suggerisci? Esclusa l’ipotesi che le coalizioni si possano sciogliere e riformare mettendo insieme da una parte gli unionisti zelenskiani e dall’altro i neutralisti antieuropei, resta in piedi solo l’ipotesi intorno a cui ruota tutta la situazione presente: quel matrimonio, piaccia o non piaccia, s’ha da fare, se la Meloni vuole darsi un futuro nazionale, cioè rivincere le elezioni. Non c’è bisogno di essere di destra-destra per sostenere che dal punto di vista meloniano l’unica soluzione resta allearsi con Vannacci; basta essere pratici e far di conto, anzi basta essere berlusconiani. La carta vincente di Berlusconi fu proprio quella, mettere insieme cani e gatti, ossia per tradurla oggi, Tajani in gonna lunga e Vannacci in boxer da combattimento. Berlusconi non si poneva problemi di coerenza o ideologici, era un commerciante e un imprenditore, si alleava con chi gli permetteva di vincere, metteva insieme Bossi e Fini, anzi di più: metteva insieme i nemici del Sistema, della Prima Repubblica, del Pentapartito, coi reduci del Sistema, i sopravvissuti della Prima Repubblica e del Pentapartito. Sapeva che tutto è fumo e ciccia, non verità e sostanza. E in ogni caso, ogni rivoluzione e controrivoluzione sarebbe stata apparente: alla fine quel che conta è stare al governo oppure no.
Siccome finora non mi è parso di vedere grandi slanci ideali per realizzare sul piano pratico i progetti sbandierati per una vita, e ogni cosa si fa solo per acchiappare i topi e i voti e non per la gloria nella storia, penso che sarà inevitabile quell’alleanza. A meno che avvenga qualcosa che sconvolga i pronostici, che sgonfi il fenomeno Vannacci, che ridia carica all’alleanza Meloni o che sopraggiunga dai cieli l’Alieno a guidare il Campo sinistro. Anche i servizi segreti, probabilmente, sono all’opera per modificare gli scenari… Molti sperano che qualcosa succeda, e intanto fingono e fanno pretattica. Salvo poi adeguarsi alla forza delle cose quando si avvicinerà la chiamata della sorte. Insomma Vannacci, al di là dei suoi meriti e delle sue colpe, del suo spessore e del suo effettivo valore, è oggi l’asse intorno a cui gira la politica, meloni inclusi. Come sempre tocca all’ultimo arrivato aprire o chiudere la porta.
SONDAGGI: YOUTREND,51% DEGLI ELETTORI CENTRODESTRA FAVOREVOLE A VANNACCI IN COALIZIONE
(ANSA) – ROMA, 24 SET – Fra gli elettori di centrodestra e di Futuro Nazionale il 51% è favorevole all’ingresso del partito di Vannacci nella coalizione con FdI, FI, Lega e Noi Moderati. Il 31% è contrario e il 18% non si esprime.
E’ quanto emerge da un sondaggio di Youtrend per SkyTg24. Nel dettaglio il 59% degli elettori di FdI è favorevole all’idea di allargare il centrodestra a Vannacci (i contrari sono il 29% e il 12% non sa), lo è il 56% di quelli di Futuro Nazionale (mentre i contrari sono il 28% e il 16% non sa), mentre fra gli elettori di FI, Lega e Nm prevalgono i contrari (40%, contro il 30% di favorevoli e il 30% di indecisi), pur con una base campionaria ridotta.
Dei contrari – secondo la rilevazione – il 18% confermerebbe comunque il proprio voto, mentre il 13% cambierebbe voto o si asterrebbe. La quota di chi cambierebbe voto o si asterrebbe è del 12% fra gli elettori di FdI, e sale al 18% fra quelli di Lega, Forza Italia e Noi Moderati, dove una parte rilevante dell’elettorato si mostra contraria all’alleanza.
Si tratta – secondo l’istituto – di circa 1,8 milioni di elettori che potrebbero spostarsi soprattutto verso l’astensione in caso di alleanza allargata a FnV. Il sondaggio è stato svolto con metodologia CAWI tra il 18 e il 22 settembre 2026 su un campione di 810 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagati per quote di genere ed età incrociate, stratificate per titolo di studio e ripartizione ISTAT di residenza. Il margine d’errore è del ±3,4% con un intervallo di confidenza del 95%.