Calano le risorse per la sicurezza antisismica di scuole, ospedali, municipi, cresce la rabbia per i tagli all’istruzione. Condono e riduzione dei debiti pregressi agli imprenditori delle slot machine. In più una nuova estrazione SuperEnalotto

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – La totale mancanza di sostegno ai redditi più bassi, la scure sulle pensioni del ceto medio. Ma anche il dimezzamento dei fondi per le costruzioni antisismiche e la ricerca. La manovra dell’iniquità e dei tagli colpisce un po’ tutte le categorie del pubblico. Dopo gli squilli delle fanfare per la rivendicazione delle misure, da parte della destra, i conti non tornano. E in Parlamento si prevede battaglia.
La Camera avrà una dote di circa 120 milioni di euro per gli emendamenti parlamentari. Pochi spiccioli per invertire la direzione indicata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dalla premier Giorgia Meloni. Ma almeno i deputati possono intervenire sulle misure più controverse. L’ultima sorpresa del governo Meloni è arrivata sulla Salute con un affronto al ministro Orazio Schillaci. L’attuazione della Carta sanitaria per gli anziani, prevista dal provvedimento con una dotazione di 1,6 miliardi di euro per il solo 2027, «è affidata a un decreto del ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell’Economia, senza prevedere il concerto del ministro della Salute», ha denunciato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. Uno sgarbo che riguarda tutto il mondo della medicina.

Ma la sforbiciata sul pubblico non risparmia nessuno. «Nel 2027 università, enti di ricerca, ministeri e agenzie potranno sostituire solo tre dipendenti su quattro che vanno in pensione, con un risparmio di 431 milioni l’anno dal 2028», ha denunciato il co-leader di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonelli. Inoltre vengono ridotte le risorse per mettere in sicurezza dal rischio sismico «scuole, ospedali, municipi», ha aggiunto il deputato di Avs. Lo stanziamento per il 2027 e il 2028 scende da 60 a 30 milioni l’anno e il resto viene rinviato al 2029 e al 2030.
Meloni, intanto, ha preferito parlare di altro. La presidente del Consiglio ha guardato in avanti e confermato la volontà di portare al Colle un profilo di destra: «Il Quirinale non è nei miei piani. Detto questo, non si capisce perché debba fare scandalo l’idea che una personalità di cultura conservatrice possa un giorno ambire a quel ruolo». Con l’accusa al centrosinistra di «concezione proprietaria che hanno delle istituzioni».
Comunque Meloni ha cercato di tranquillizzare gli alleati sul voto anticipato: «Sono concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni».
Fanno discutere le misure sull’istruzione. La riduzione di 7mila lavoratori negli organici scolastici è un assist agli attacchi delle opposizioni. Soprattutto di fronte alla richiesta dei giovani di un investimento sul futuro. La difesa d’ufficio è stata affidata al capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami: «Nessun taglio, nessuna riduzione. È uno degli impegni assunti con la Ue in sede di approvazione di Pnrr», scaricando la responsabilità sul centrosinistra. Sport preferito in tutta la legislatura. Anche perché la destra al governo ha modificato il Piano nazionale di ripresa e resilienza in varie occasioni.

E, ha ricordato la senatrice dei 5 Stelle, Barbara Floridia: «Nel Pnrr non è presente alcun impegno espresso dell’Italia a tagliare i posti dei docenti». L’intervento sulla scuola ha comunque sollevato le critiche della Cisl. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha aperto a possibili cambiamenti del testo, pur attribuendo al ministro Giuseppe Valditara i meriti di aver compiuto miracoli: «Il Parlamento non è solo ad osservare quello che arriva dal governo», ha detto il vicepremier leghista.
In un quadro complicato, la propaganda sulle pensioni si è rivelata un boomerang. La revisione del meccanismo di rivalutazione degli assegni, a partire da 2.400 euro, è un macigno. Perché è un taglio strutturale previsto per i prossimi dieci anni. «Non parliamo certo di super ricchi. Con questo governo il ceto medio sta scivolando sempre di più verso la povertà. Le sparate della Lega sulle pensioni a 64 anni appaiono ancora più grottesche», ha detto la capogruppo di Italia viva al Senato, Raffaella Paita.
Ma il governo Meloni ha scelto con attenzione le lobby da tutelare o addirittura da aiutare. Alla faccia dura contro banche, assicurazioni e aziende energetiche, ha corrisposto una mano tesa a settori amici. Oltre al rinvio della sugar tax e della plastic tax, che comporta un costo di 300 milioni di euro per sei mesi (in proiezione annuale il costo sarà superiore al mezzo miliardo), la legge di Bilancio punta tutto sul gioco. Non c’è solo l’introduzione di un’ulteriore estrazione del SuperEnalotto, pensata per fare cassa. Ma fa capolino una misura ad hoc per gli imprenditori del settore con uno sconto di quanto dovuto allo Stato. «È un condono mascherato con la riduzione dei debiti pregressi fino a 18 milioni di euro dei concessionari delle slot machine, ai quali si aggiunge la rinuncia dello Stato agli interessi maturati», ha detto il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco. Una manovra da lotteria.

(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – Nessuno fa i soldi da solo. Gli imperi economici si costruiscono grazie al lavoro di migliaia di dipendenti (spesso sottopagati), agevolazioni a carico degli Stati, infrastrutture costruite con risorse pubbliche, competenze e specializzazioni fornite dalle Università. Nel campo tecnologico il contributo della spesa pubblica è un motore fondamentale che finanzia la ricerca di base, sostiene l’innovazione industriale e accelera il processo di digitalizzazione. Hanno attinto a questa fertile prateria anche i 56 mila super-ricchi a livello mondiale che, secondo l’ultimo rapporto del World Inequality Lab, possiedono oggi un patrimonio personale di almeno 254 milioni di euro ciascuno. Una ricchezza tre volte superiore a quella di metà degli abitanti del pianeta. Tra il 1995 e il 2025, i loro patrimoni sono cresciuti in media del 4,9% all’anno (qui pag.41 e qui grafico pag 3.). Quanto restituiscano alla società dipende dal sistema fiscale del Paese in cui risiedono. Nelle economie avanzate, i paperoni (lo 0,001% della popolazione globale) hanno un prelievo fiscale medio pari al 20-35% del loro reddito: una percentuale inferiore a quella sostenuta da qualsiasi altra fascia di popolazione, anche da chi guadagna meno (qui pag. 23). Succede perché la parte più consistente del loro patrimonio deriva da redditi da capitale (azioni, obbligazioni e fondi comuni) sui quali viene applicata un’aliquota molto bassa, e in alcuni casi pari a zero.
Di fronte all’aumento di disuguaglianze innescate da crisi economiche e sociali, da salari troppo bassi rispetto al costo della vita, dalla difficoltà degli Stati a garantire un welfare dignitoso, a sostenere i costi provocati dal mutamento climatico e quelli per contrastarlo, cresce il consenso sull’idea che debbano essere proprio i super-ricchi a contribuire con un prelievo maggiore. Gli economisti hanno elaborato diverse proposte. Vediamo le tre più dibattute.
Domani 3 novembre, insieme al voto di midterm, i cittadini della California saranno chiamati al referendum sulla Proposition 40, ribattezzata Billionaire Tax Act. La proposta prevede l’introduzione di una tassa una tantum del 5% sul patrimonio di 246 persone che detengono una ricchezza pari a 2.200 miliardi di dollari, quasi metà del Pil dello Stato. Secondo lo studio realizzato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research (Nber) i miliardari americani pagano un’aliquota fiscale effettiva del 24%, contro il 30% dell’intera popolazione e il 45% dei benestanti. Il referendum, lanciato dal sindacato sanitario SEIU-West su una proposta di un gruppo di economisti capitanati dal professore di Berkeley Emmanuel Saez, ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme. I promotori stimano un maggiore gettito di circa 100 miliardi di dollari, anche considerando una quota di evasione ed elusione fiscale. Il 90% delle risorse raccolte sarebbero destinate al sistema sanitario per compensare i tagli federali dell’amministrazione Trump, il resto a istruzione e welfare. Per scongiurare la fuga dei contribuenti verso altri Stati, è inclusa una clausola anti-espatrio: la tassa si applicherà a tutti coloro che risultavano residenti in California il 1° gennaio 2026. I diretti interessati sono ovviamente divisi, per esempio Jensen Huang, Ceo di Nvidia, si è detto pronto a pagare, mentre Sergey Brin, co-fondatore di Google, ha trasferito la residenza in Nevada e ha speso ben 102 milioni di dollari per finanziare il comitato per il no (qui). Se la proposta dovesse ottenere la maggioranza dei voti favorevoli, potrebbe aprirsi la strada ad una misura analoga in altri Stati.
Il direttore dell’osservatorio fiscale europeo presso l’École d’économie di Parigi Gabriel Zucman propone in Francia una tassa minima del 2% su chi detiene patrimoni oltre i 100 milioni di euro. La misura coinvolgerebbe circa 1.800 famiglie e potrebbe generare fino a 20 miliardi di euro di gettito all’anno, necessari a rimpolpare le casse pubbliche e ad abbassare le tasse alla classe media. Nel suo libro I miliardari non pagano l’imposta sul reddito, il professor Zucman evidenzia come le classi popolari in Francia paghino un’aliquota effettiva complessiva di circa il 45%, i ceti medi del 50%, mentre i super ricchi versano appena il 25%. La concentrazione della ricchezza è cresciuta in modo vertiginoso negli ultimi 30 anni: dal 1996 al 2024, la quota detenuta dalle 500 famiglie più facoltose è passata dal 6% al 42% del Pil. L’imposizione si applicherebbe per cinque anni, anche dopo eventuali trasferimenti all’estero. Un disegno di legge ispirato alla tassa minima di Zucman è stato presentato l’anno scorso dalle forze di sinistra, ma è stato bocciato dall’Assemblée Nationale. Tuttavia la misura, appoggiata da 7 premi Nobel, sarà uno dei principali terreni di scontro nella prossima campagna elettorale.
L’Italia è un Paese dove la distanza tra chi ha molto e chi ha poco si è allargata negli ultimi decenni: abbiamo stipendi più bassi della media della Ue. Lo studio congiunto fra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca evidenzia che 25 milioni di adulti vivono con meno di 13 mila euro all’anno, mentre i 50 mila italiani più facoltosi, appena lo 0,1% della popolazione, guadagnano oltre un milione di euro all’anno e in media incrementano il proprio patrimonio del 5% (sempre su base annua) (qui).
L’Irpef è di fatto l’unico tributo che risponde al criterio della progressività: le aliquote aumentano in proporzione al reddito. Ma non nelle imposte indirette come l’Iva sui consumi, le accise sulla benzina, le addizionali o i contributi previdenziali, dove invece le aliquote sono fisse, come pure fissa al 26% è l’aliquota sui redditi finanziari e del 12,5% quella sui titoli di Stato. Inoltre se i milionari convogliano i dividendi delle loro aziende nelle holding, si può ridurre la base imponibile fino al 95%, con enorme abbattimento del carico fiscale. Siccome la maggior parte del patrimonio è formata proprio da redditi da capitale, la tassazione complessiva effettiva dei 50 mila italiani più ricchi si ferma al 32,6% (Qui). Per i lavoratori dipendenti del ceto medio invece la tassazione complessiva (Irpef, più Iva, accise, tassa sui rifiuti, addizionali) arriva in media al 45%, e quella delle classi popolari al 40%. Per riequilibrare il sistema, Oxfam Italia propone l’introduzione di una tassa extra dell’1% per chi ha un patrimonio compreso tra 5,4 e 8 milioni di euro, del 2% tra 8 e 20,9 milioni, e del 3% oltre i 21 milioni (qui).
In sostanza fino a 5,4 milioni di euro di patrimonio netto non si applica alcuna tassazione aggiuntiva, e quindi quanto dovrebbe versare in più chi ha un patrimonio di 8 milioni? L’1% sulla differenza fra 5,4 e 8 milioni, vale a dire 26 mila euro. Mentre per chi possiede 20 milioni sarebbero 240 mila euro in più. Il gettito stimato è di circa 13 miliardi annui da destinare a sanità, scuola, supporto ai salari e interventi contro il cambiamento climatico. La quota più consistente dovrebbe essere pagata dai 3.100 italiani che secondo il recente rapporto Global Wealth pubblicato da Boston Consulting Group (BCG) possiedono un patrimonio superiore a 100 milioni di dollari e controllano il 18,6% della ricchezza finanziaria nazionale, destinata a salire al 22,2% entro il 2030 (qui).
Come già successo in passato con misure oggi ampiamente accettate tra cui l’imposta progressiva sul reddito, le riforme agrarie o l’introduzione dei sistemi di welfare, i critici ipotizzano conseguenze disastrose se questa misura venisse adottata. Il timore più diffuso è la fuga dei capitali all’estero. Tuttavia studi recenti condotti nella Ue e in particolare nel Regno Unito dopo la revisione del regime fiscale dei cosiddetti «non-dom» ridimensionano le previsioni: i contribuenti più facoltosi che hanno scelto l’esodo si piazzano fra lo 0,1 e lo 0,5% del totale, e il loro impatto su investimenti e occupazione risulta trascurabile. La seconda obiezione riguarda la doppia tassazione sulla stessa ricchezza: prima quando viene prodotta e poi come patrimonio accumulato. E questo sarebbe ingiusto. In realtà, come abbiamo detto, il patrimonio dei super-ricchi deriva principalmente da reddito da capitale, agevolato fiscalmente.
Un tassa sui super-ricchi potrebbe ridurre almeno parte delle disuguaglianze del nostro tempo. Ne sono convinti anche 120 milionari che a luglio hanno chiesto al governo di Londra di aumentare il prelievo fiscale sui grandi patrimoni (qui). Il principale ostacolo resta però l’applicazione: la complessità dei patrimoni, spesso detenuti tramite trust e strutture societarie opache, riduce la base imponibile effettivamente tassabile. Sarebbe necessario un coordinamento tra Stati Ue o a livello internazionale con criteri fiscali uniformi.
Oggi il contesto è più favorevole rispetto al passato: l’abolizione del segreto bancario, l’approvazione della Global Minimum Tax, gli accordi di scambio automatico di informazioni e gli strumenti digitali rendono meno complicato scovare le grandi ricchezze. Volendo. Certo è che continuare ad ignorare questi livelli di disuguaglianze in crescita esponenziale, potrebbe diventare molto pericoloso.
Se Schlein vincesse le primarie, i 5 stelle perderebbero 2 punti. Lo stesso capiterebbe al Pd se la spuntasse Conte

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Il centrosinistra è unito nei numeri, ma non ancora nelle convinzioni. Le simulazioni delle intenzioni di voto sulle leadership di Schlein e Conte fanno emergere il vero nodo politico dell’alternativa a Meloni. C’è un dato che, più di altri, merita attenzione nel sondaggio Only Numbers realizzato per Porta a Porta, perché mette in luce il tema della coesione. Alla domanda se la coalizione di centrosinistra progressista del Campo largo sia oggi unita e coesa, il 44,7% dei suoi elettori risponde negativamente, contro il 41,7% che invece esprime un giudizio positivo. Una distanza di tre punti che racconta una difficoltà politica tutt’altro che marginale.
Tuttavia, il dato diventa ancora più interessante quando si passa dalla percezione generale alle convinzioni degli elettori dei singoli partiti. Tra i sostenitori del Partito Democratico, il 45,5% non considera la coalizione unita e coesa, mentre il 39,3% lo pensa. Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle, invece, prevale, seppure di misura, la valutazione positiva con il 45,3% che si espone sul “sì” e il 40,6% sul “no”. Questa è una fotografia che suggerisce una prima riflessione dove il Campo largo non deve soltanto convincere i cittadini della propria esistenza, ma deve prima di tutto rassicurare una parte dei suoi stessi elettori che si sentono oggi smarriti. Il tema non sembra essere soltanto quello dell’unità organizzativa, ma anche quello delle divergenze all’interno della coalizione.
Qui il quadro è ancora più significativo perché il 43,8% dell’elettorato di centro sinistra risponde che non bastano solo le ricche affermazioni che inneggiano alla velocità di preparazione del programma, inoltre, quasi un elettore su cinque (18,7%) non sa esprimere una valutazione. Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle il dato è particolarmente rilevante, perché soltanto il 26,6% ritiene che siano state superate le divergenze tra le linee dei diversi partiti, mentre il 39% esprime un giudizio negativo e il 34,4% non prende posizione.
Tra gli elettori del Partito democratico emerge un quadro altrettanto significativo, con il 42% dei propri elettori convinto che le divergenze all’interno della coalizione siano state superate e una quota identica che ritiene invece il contrario. A colpire sono proprio i dubbi sulla coesione del Campo largo che attraversano anche il partito che ne rappresenta il principale perno. È difficile leggere questi numeri come la fotografia di una coalizione che abbia già risolto i propri nodi politici, sembrano piuttosto descrivere un’alleanza ancora in cerca di una sintesi riconoscibile.
Elly Schlein ha sostenuto che il programma del Campo largo potrà essere costruito rapidamente perché una parte importante del lavoro è già stata fatta in Parlamento e sui territori. Questo è un argomento che richiama esperienze concrete di collaborazione, tuttavia, il sondaggio fa emergere un dubbio importante, perché il lavoro comune su singoli temi non sembra essere sufficiente da solo a garantire una visione condivisa del Paese.
Una coalizione può trovare convergenze sul salario minimo, sulla sanità pubblica, sul lavoro e sulle politiche sociali, più complesso è trasformare queste convergenze in un progetto politico unitario, soprattutto quando restano differenze sulla politica estera, sulle alleanze internazionali, sulle politiche industriali e sul rapporto tra riformismo e opposizione al sistema.
Il punto, quindi, non è negare il lavoro comune che è stato fatto, ma è capire se quel lavoro abbia già prodotto una vera identità politica condivisa oppure se il Campo largo o progressista sia ancora soprattutto una formula elettorale alla ricerca del proprio equilibrio.
È a questo punto che assumono particolare rilievo le simulazioni sulle intenzioni di voto che confrontano Giorgia Meloni con un centrosinistra guidato da Elly Schlein e con uno guidato da Giuseppe Conte. Secondo i risultati del test il cambio di candidato alla guida della coalizione produce effetti differenti sui due principali partiti dell’alleanza: con Conte premier si registrerebbe una perdita di circa 2 punti percentuali per il Partito democratico, mentre con Schlein premier la stessa flessione riguarderebbe il Movimento 5 Stelle.
Questo è un passaggio interessante perché suggerisce che la scelta del leader non sia una semplice questione di nomi, ma possa modificare gli equilibri interni alla coalizione. A questo punto, il nodo centrale diventa quello della leadership del Campo largo, tra la capacità di mobilitare il proprio elettorato di riferimento e quella di costruire una sintesi più ampia tra culture politiche differenti. Le due dimensioni, infatti, non coincidono necessariamente. Un candidato può rafforzare il consenso attorno alla propria area politica e, allo stesso tempo, incontrare maggiori difficoltà nel tenere insieme gli altri alleati. Al contrario, una leadership può risultare più accettabile per le diverse componenti della coalizione senza riuscire, automaticamente, a trasferire il proprio consenso a tutti i partiti che la compongono.
È questa la contraddizione che il centrosinistra è chiamato ad affrontare: individuare una leadership riconoscibile, capace di rendere la coalizione un’alternativa credibile, senza compromettere l’equilibrio tra le diverse forze politiche che la compongono.
La sfida riguarda tanto Elly Schlein, chiamata a dimostrare che il Partito democratico può essere il perno di un progetto più ampio senza imporre la propria identità agli alleati, quanto Giuseppe Conte, che dovrebbe riuscire a superare i confini del consenso del Movimento 5 Stelle senza indebolire le altre componenti della coalizione. Non è una questione che si risolve con una semplice dichiarazione di unità o con l’annuncio delle primarie.
Queste ultime possono individuare un candidato, ma non sostituiscono il lavoro necessario a definire un programma, stabilire regole condivise e individuare un compromesso politico tra le diverse forze della coalizione. Né garantiscono che gli elettori dei partiti sconfitti nella competizione interna si riconoscano automaticamente nella candidatura vincente. La vera sfida del Campo largo, o «Campo progressista», come lo definisce Giuseppe Conte, resta dunque quella di trasformare una somma di forze politiche in un progetto di governo condiviso. Perché la coesione non si misura soltanto nella volontà di stare insieme, ma nella capacità di costruire una visione comune del futuro del Paese e di dimostrare agli elettori che quell’alleanza è in grado di governare l’Italia.
“Se si vogliono combattere le autocrazie bisogna spendere in cultura”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Nel corso dell’intervista lo ripete più volte, come a raccomandarsi: “I tagli alla scuola sono il simbolo di qualcosa di più grande e più grave, mi creda. Il discorso è molto più largo”. Giovanni Floris, conduttore di Dimartedì, ha appena pubblicato I fuoriclasse, primo volume della collana Le Scelte della Solferino. Parla di istruzione, scuola e di tutto ciò che ruota attorno a questi due settori vitali per una democrazia. Come chiarisce il sottotitolo: Scegliamo: ignoranti o liberi?.
Le forbici che il governo ha imposto alla scuola, con altri 7mila tagli a insegnanti e personale Ata, ci renderanno meno liberi?
In Italia la scuola è diventata quello che non dovrebbe essere, ossia un elemento politico. E questo rientra in un problema che non è affatto solo italiano.
Cioè?
Appena rieletto, Trump ha indicato le università come il suo primo nemico, mentre in Texas hanno imposto la lettura della Bibbia nelle scuole, e vogliono appendere i dieci comandamenti in ogni aula. Abbiamo avuto Orban in Ungheria, che i libri voleva farli scrivere e riscrivere. Invece in Italia abbiamo un ministro dell’Istruzione, Valditara, a detta del quale l’umiliazione è formativa, mentre la ministra dell’Università Bernini ha insultato degli studenti che protestavano, bollandoli come “poveri comunisti”. Sono tempi terribili.
Tempi con queste destre, no?
Assolutamente sì.
Domanda basica: perché?
Perché la scuola deve insegnarci il senso critico, grazie a cui si impara a dubitare e a fare domande. Ma il potere non gradisce le critiche e i dubbi.
Il governo attuale poco o nulla, certo. Anche per questo si taglia sulla scuola?
Certo, ma non limitiamoci a guardare il dito. La luna è qualcosa d’altro, ovvero il non voler progettare il nostro futuro anche sulla scuola. A pagina 192 del mio libro elenco gli investimenti previsti per le armi da qui ai prossimi anni. Soldi che non saremo mai in grado di spendere, come sanno tutti. E allora mi chiedo: perché non prevedere stanziamenti di quella portata per l’istruzione? È meglio un’utopia basata sul combattere che sull’imparare?
Le risponderebbero che la Russia è una minaccia, e via discorrendo.
Avrebbero anche ragione a dire che dobbiamo tutelarci da ogni minaccia possibile. Ma io allargo la visuale: se abbiamo davvero paura delle autocrazie, non dobbiamo anche fare i conti con i nemici interni? Trump è un “mostro” generato dalla stessa America. Non l’ha invasa.
Dove si diffonde ignoranza, crescono autocrazie.
È un fatto. E una minaccia.
Con i tagli in Italia siamo sulla buona strada, a naso, anche se da destra sostengono che ci saranno meno insegnanti perché si fanno meno figli. Lo dissero anche l’anno scorso, quando di posti ne tagliarono 7800.
Se è per questo hanno anche nascosto i tagli nella conferenza stampa di presentazione della manovra. E in passato hanno usato i soldi di scuola e cultura per finanziare i decreti sulle accise: bruciamo i libri per farci caldo. Dopodiché l’equazione basata sul calo della natalità è un trucco: così le classi scoppiano. Per rilanciare la scuola servono molti più fondi. Poi si potrebbe anche discutere di come riorganizzarla.
Lei è convinto che il tema dei tagli alla scuola interessi alla gente?
Io credo che le persone stiano tornano a porsi certe domande di fondo. E una è questa: “Volete o no crescere con la libertà per voi e i vostri figli? Volete che si insegni il senso critico?”. In quest’ottica, il tema interessa, eccome, alla gente. E d’altronde lo si è visto anche nel referendum sulla giustizia. I cittadini non hanno votato no alla riforma in sè, ma hanno risposto a una chiara domanda: “Volete o no difendere la Costituzione?”.
Il 5s pronto al sì, la dem prende tempo: lo scorso anno la premier le negò il confronto a due. La premier torna a parlare del Quirinale: “Sul Colle alla destra c’è razzismo culturale”

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – L’anno scorso la polemica si trascinò per molti giorni. Alla fine, Giuseppe Conte scelse di concedersi al palco di Atreju, intervistato da Tommaso Cerno. Elly Schlein disse no: la condizione posta, un faccia a faccia con Giorgia Meloni, le era stata negata. E il rilancio di Giorgia Meloni – disponibile solo a un dibattito a tre – fu giudicato una trappola, uno schema utile solo a mostrare plasticamente l’assenza di una leadership riconosciuta nell’area progressista. Trascorso un anno, ci risiamo: la premier ci riprova.
Negli ultimi giorni, con discrezione, Fratelli d’Italia ha inoltrato ai due leader del centrosinistra l’invito a partecipare all’edizione 2026. Appuntamento sensibile, perché precede la campagna elettorale (e in qualche modo la introduce). Il board dei cinquestelle, sondato, ha garantito che l’ex premier è pronto a partecipare. Non c’è ancora una data, ma non si sottrarrà al palco. Schlein, invece, ha preso tempo. Deve ancora valutare, pesare costi e benefici. Insomma, deciderà nelle prossime settimane.
Invitare i principali big del campo avverso è tradizione, ad Atreju. Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, dunque, non fa altro che rispettare questa prassi. Ma c’è ovviamente anche una buona dose di malizia, nella mossa del vertice meloniano, perché il nodo politico potrebbe ripresentarsi identico allo scorso anno: chi parla a nome del campo largo? La segretaria dem potrebbe reagire sfidando Meloni a pubblico duello. E la premier, felice di poter sottolineare l’assenza di un candidato premier unitario (a dicembre, quando si svolgerà la kermesse, le primarie del campo largo dovranno ancora svolgersi), potrebbe di nuovo rilanciare: meglio un dibattito tra me, Conte e Schlein.
Questo almeno l’orientamento che si registra oggi, domani chissà. Nel frattempo, Meloni torna a parlare del futuro nel libro di Bruno Vespa, “Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein”. Le chiedono di eventuali ambizioni quirinalizie, replica così: «Sono totalmente concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi. Il Quirinale non è nei miei piani». Detto questo, aggiunge, non dovrebbe «fare scandalo» che la destra ambisca al vertice istituzionale e se la sinistra si indigna è solo a causa di una «concezione proprietaria che hanno delle istituzioni». «Ma chi lo ha detto – domanda – che per essere un ottimo presidente della Repubblica si debba per forza venire dal centrosinistra? Trovo insopportabile questo “razzismo culturale”».
Le scelte a Destra

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Quasi 15mila posti cancellati dagli organici della scuola statale. E il Fondo sanitario che cresce in euro, ma perde peso sul Pil. Intanto, in parallelo, più risorse alle scuole paritarie e mancette elettorali ai privati sulla salute. Nella manovra 2027 del governo Meloni si preannuncia un filo che lega quelli che dovrebbero essere i due pilastri del servizio pubblico e del sostegno dello Stato ai cittadini: un filo che li indebolisce e che rinforza i servizi privati, continuando a percorrere il sentiero del definanziamento e dell’assenza di investimenti.
Stando a quanto trapelato a luglio, l’aspirazione del ministro della Salute Orazio Schillaci era quella di poter contare su 5,5 miliardi aggiuntivi. Il Ddl Bilancio, invece, ne aggiunge solo 2,365 al Fondo sanitario per il 2027 (con apparente soddisfazione del ministro), portandolo a 146,3 miliardi. Bene, si dirà. Non proprio: tralasciando che la stessa cifra è stata trovata per l’esenzione del bollo auto, il rapporto con il Pil si riduce, passando dal 6,14% nel 2026 al 6,11% nel 2027 e al 5,83% nel 2029. Si tratta di “risorse – spiega la Cgil – che, non coprendo i costi inflattivi e l’incremento di alcune voci di spesa, diventano automaticamente in tagli ai servizi”. Inoltre, 500 milioni aggiornano le tariffe ospedaliere andando anche a beneficio degli erogatori privati accreditati, 300 milioni finanziano prestazioni aggiuntive contro le liste d’attesa e 380 milioni aumentano le indennità di pronto soccorso, senza incrementare gli organici. Cento milioni sono invece, riservati all’assistenza per Alzheimer e demenze ma solo per un anno. Tradotto: nessun potenziamento strutturale degli ospedali pubblici. Solo 138 milioni sono invece quota esplicitamente lasciata alla libera disponibilità delle Regioni.
Fuori dal Fondo sanitario, vengono stanziati anche 1,645 miliardi nel 2027 per una Carta da 300 euro per gli over 75 con pensioni entro 28mila euro. Si potrà usare per beni e cure non coperte dal Ssn (e che definirà un apposito decreto). La misura appare come una mancia elettorale (voluta da Forza Italia) che finirà spesa in farmaci da banco, visite specialistiche e cure odontoiatriche nel privato. Infine, si aumenta anche di tre punti percentuali il tetto agli acquisti di prestazioni da privati accreditati. L’effetto stimato è di 365 milioni annui per aggiornare le tariffe che, per lo meno, sono per buona parte già stanziati. Intanto Gimbe ha calcolato in 18,8 miliardi i “tagli invisibili” nel 2023-26 e l’Istat spiega che nel 2025 oltre 5,6 milioni di persone hanno rinunciato a una visita o a un esame.
Non va meglio sulla scuola. Lo abbiamo anticipato ieri: il Ddl di Bilancio prevede dal prossimo anno la riduzione di 4.925 posti nell’organico dei docenti e 2.049 tra amministrativi, tecnici e ausiliari (Ata). Una “rimodulazione” voluta dal Pnrr e non un taglio, secondo l’ultima versione di Fdi, eppure la relazione tecnica calcola 83,9 milioni di risparmi nel 2027 e 251,7 milioni annui dal 2028. La legge di Bilancio 2025 ne aveva già cancellati 5.660 tra gli insegnanti e 2.174 fra gli Ata. Il totale delle due manovre sale così a 14.808 dipendenti. Ed è solo l’ultimo capitolo, dato che il dimensionamento avviato dalla manovra 2023 ha ridotto le istituzioni scolastiche autonome da 8.136 nel 2022/23 a 7.389 nel 2026/27, secondo Flc Cgil: 747 in meno. Meno dirigenti scolastici e direttori amministrativi e più plessi da coordinare. Non ci sono neanche soldi nuovi per i docenti, che negli ultimi decenni secondo la Cgil hanno perso oltre 20mila euro di potere d’acquisto. Ci sono però quelli per le scuole paritarie: per il programma “Istituzioni scolastiche non statali” i fondi sono saliti, ad esempio, da 754 milioni nel 2025 a 886,5 nel 2026: 132,5 milioni in più, secondo la Camera. Gli stanziamenti comprendono fondi per la disabilità e scuole dell’infanziat. Nel 2026 è inoltre confermato il bonus fino a 1.500 euro per l’iscrizione alle scuole paritarie: 20 milioni di euro.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Comprati e venduti. “Del vecchio si compra Travaglio” (Libero, 26.10). Salusti ha così tanti padroni che vuole regalarcene uno: grazie, come se avessimo accettato.
È bello lui. “De Luca: ‘Youssef faccia da pirla’” (Libero, 1.11). Ha parlato Brad Pitt.
Autoritratto. “Il pirla (termine non napoletano bensì lombardo che sta per stupido oltre che sinonimo dell’organo genitale maschile), essendo pirla, non sa di essere pirlae si comporta come se fosse intelligente trascinando nella pirlaggine… chi non si rende conto di avere a che fare con un pirla” (Alessandro Sallusti, Libero, 1.11). Quante parole sprecate: Alessandro, ormai ti conoscono tutti. […]
L’amuleto. “Bolsonaro può diventare presidente del Brasile: un anno fa era a Pontida con la maglietta di Alberto da Giussano. E Vucic, che può essere riconfermato in Serbia, è un amico” (Matteo Salvini, segretario Lega, 25.10). Fassino, è lei?
Povere bestie. “A fine mandato smetto: voglio più tempo per i miei gatti”. Mia moglie? Una gattara come me” (Carlo Nordio, Corriere della sera, 31.10). Già allertato il Wwf.
Senti chi parla. “Nordio: ‘Un giudice dev’essere imparziale. La gip di Youssef poteva astenersi’” (Nordio, ibidem, 31.10). Tipo quel famoso procuratore aggiunto di Venezia che andava a cena con Previti.
La fragranza. “Quelli (di Youssef Sioher, ndr) erano reati comprovati, è come se fosse in fragranza” (Antonio Tajani, segretario FI, vicepremier e ministro degli Esteri, 28.10). La fragranza è una danza/ che si balla nella latitanza / con prudenza, eleganza /e con un lento movimento di panza / soprattutto se sei maranza / e il ministro è un pozzo d’ignoranza.
Lula hop. “Lula a Time: ‘Zelensky è responsabile del conflitto quanto Putin… Voleva la guerra perché se non l’avesse voluta avrebbe negoziato di più’” (Stampa, 5.5.2022). “Verini (Pd): ‘Il Campo largo? Kyiv è dirimente. Il Pd guardi a Lula’” (Dubbio, 28.10.2026). Il Pd guardi a Lula, almeno finché non scopre cosa pensa Lula.
Penultimatum. “Lega, Salvini rieletto leader: ‘Ora basta armi all’Ucraina’” (Repubblica, 26.10). E anche oggi le armi a Kiev le fermiamo domani.
L’eroina di Rep/1. “Meloni non arretra sull’Ucraina: ‘Pronta a pagarne i costi politici’” (Repubblica, 31.10). Tanto i costi in denaro li paghiamo noi.
L’eroina di Rep/2. Aiuti all’Ucraina: coerenza una tantum della premier” (Annalisa Cuzzocrea, ibidem). Quando Giorgia fa la guerrafondaia, è proprio un amore.
L’eroe di Rep. “Aiuti per Kiev. Crosetto avvisa gli alleati: ‘È l’ora di metterci la faccia’” (Repubblica, 30.10). Poi avvisa gli italiani: è ora di metterci il culo.
Trova l’intruso. “Putin rivuole mettere bocca sull’architettura della sicurezza europea” (Foglio, 30.10). Come se la Russia, almeno fino agli Urali, fosse in Europa.
Humour inglese. “La targa personalizzata di Conte? ‘6 PATETICO’” (Maurizio Crippa, Foglio, 30.10). Ma anche “Conte cacca”.
Decisivi. “La possibilità concreta di un ruolo per l’Ue nei negoziati su Kyiv” (Foglio, 29.10). Portare i caffè.
Colpevole d’innocenza. “Speranza si auto-assolve dopo il disastro Covid. Non si prende le sue responsabilità. Anzi, nega ogni colpa” (Pietro Senaldi, Libero, 27.10). E niente, questi assolti che non si pentono sono proprio insopportabili.
Bisticcioni. “Dai veleni di Tangentopoli al veto sul Csm: l’eterna lite tra la famiglia Craxi e Di Pietro” (Marcello Sorgi, Stampa, 29.10). Ah ecco cos’erano i processi e le condanne di Craxi per decine di miliardi di mazzette: una lite tra famiglie.
Figli di NN. “Vengono prima i nostri figli. Per questo Kyiv non va abbandonata” (“testo realizzato con AI”, Foglio, 27.10). Quindi i figli dell’Intelligenza Artificiale sono più cretini di quelli della Deficienza Naturale.
[…]
Grossa crisi. “Crisi alla Corte di Varsavia: il presidente sovranista sbarra l’ingresso ai giudici” (Tonia Mastrobuoni, Repubblica, 1.11). Ma infatti: se il premier “liberale” Tusk tenta nottetempo di mangiarsi la Corte costituzionale, non è un golpe bianco, ma una “crisi” e la colpa è del presidente della Repubblica “sovranista” Nawrocki che tanta di sventarlo.
Golosone. “A Orvieto si sono viste figure che da anni animano il dibattito ‘riformista’: Enrico Morando, Graziano Delrio, Peppino calderisi, Franco Debenedetti, Umberto Ranieri, Giorgio Tonini, per citarne solo alcuni. Sarebbe un errore ignorare questi contributi o ridurli a mera ricerca di buone candidature. Vale la pena che al vertice del centrosinistra qualcuno esce dalla torre d’avorio” (Stefano Folli, Repubblica, 30.10). C’è il rischio di farseli scippare da qualche buongustaio avversario.
L’Uomo Ovunque. “Quanto è pericolosa la flotta ombra del Cremlino nei fondali Nato”, “Il voto russofono in Israele”, “Così la rete di Mosca si è insinuata nelle proteste francesi”, “Il fronte in orbita e i satelliti: rallentato il radar finlandese inseguito da Mosca”, “Il ‘piano ibrido’ russo contro Berlino” (Foglio, 23.10). Se aggiungiamo i maranza cosacchi, Putin è proprio ubiquo. Ora si attendono le analisi del Dna sul sangue putiniano rinvenuto sui pedali della bici di Alberto Stasi.
Nuove promesse. “Mario Draghi: ‘In Europa comandano gli anziani, i giovani non si sentono ascoltati’” (Corriere della sera, 21.10). Che invidia: avere 79 anni suonati e sentirsi ancora minorenni.
[…]
Il titolo della settimana/1. “Zelensky: Trump pretende che ceda territori a Mosca” (Repubblica, 21.10). Magna tranquillo, Zele’: non puoi cedere quello che non hai più.
I titoli della settimana/2. “Anche Hamas nel Campo largo”, “Il leader del Campo largo sarà deciso dagli islamici” (Verità, 27 e 31.10). Primarie aperte, ma solo ai maranza.
Cna, ‘100 euro ai giovani all’azienda ne costano oltre 180, più degli altri Paesi Ue’

(ANSA) – “Garantire a un giovane lavoratore 24mila euro netti all’anno può costare a una piccola impresa italiana oltre 43mila euro, considerando retribuzione, imposte, contributi previdenziali e tfr. In altri termini, per ogni 100 euro netti che finiscono nelle tasche del dipendente, l’azienda può arrivare a spenderne oltre 180”.
La stima è della Cna che avverte: è “la cifra più elevata rispetto ai principali Paesi europei. Per assicurare 100 euro netti, il costo aziendale infatti ammonta a 178 in Germania, 171 in Portogallo, 170 in Spagna, 166 in Francia e 127 in Irlanda”. La simulazione della Cna è sul costo del lavoro giovanile in sei Paesi europei prendendo a riferimento un’impresa con cinque addetti che assume a tempo indeterminato un giovane di 25 anni, single e senza figli, e considera il costo ordinario del rapporto di lavoro una volta esauriti gli incentivi all’assunzione.
“È necessario superare la logica della continua successione di incentivi temporanei, che possono sostenere l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro ma rischiano di produrre forti discontinuità nei costi aziendali quando terminano”, sottolinea il presidente della Cna, Dario Costantini: “Non basta incentivare l’assunzione di un giovane, occorre rendere sostenibile anche la sua permanenza in azienda. Perché il successo delle politiche per l’occupazione non si misura soltanto dal numero dei contratti attivati, ma soprattutto dalla capacità di trasformarli in lavoro stabile e duraturo”. (ANSA).
Il confronto europeo – evidenzia la confederazione di artigiani e pmi – “mette in evidenza divari significativi. Per garantire 24mila euro netti annui, il costo aziendale è stimato intorno a 43.500 euro in Italia, 42.800 in Germania, 41.100 in Portogallo, 40.700 in Spagna e 39.900 in Francia. In Irlanda la stima si colloca intorno a 30.400 euro”.
Cna evidenzia che “il problema non riguarda soltanto il livello del costo del lavoro. Riguarda soprattutto la sua evoluzione nel tempo. Ipotizzando un esonero contributivo di 6mila euro annui per i primi due anni, la spesa dell’impresa italiana passa da circa 37.500 euro durante l’agevolazione a oltre 43.500 euro quando questa termina. Un aumento nell’ordine del 16%, senza che la retribuzione del lavoratore cresca di un solo euro”.
“Su un orizzonte di cinque anni, sempre mantenendo costante il reddito netto di 24mila euro annui e ipotizzando il pieno utilizzo del bonus biennale, il costo complessivo supera i 200mila euro, a fronte di 120mila euro netti percepiti dal giovane”.
L’analisi europea della Cna “evidenzia anche differenze negli strumenti utilizzati per sostenere l’occupazione. In Francia opera una riduzione strutturale e decrescente dei contributi datoriali, applicabile alle retribuzioni inferiori a tre volte il salario minimo. Una misura che, a differenza dei bonus temporanei, può accompagnare il rapporto di lavoro anche negli anni successivi all’assunzione. In Portogallo, accanto ai contributi economici per favorire le assunzioni, il sistema IRS Jovem prevede agevolazioni sulla tassazione personale dei giovani fino a 35 anni, con benefici distribuiti su un periodo che può arrivare a dieci anni. In Irlanda, dove la contribuzione aziendale ordinaria risulta relativamente contenuta nel profilo considerato, la previdenza integrativa MyFutureFund viene introdotta gradualmente, con aliquote a carico di lavoratore e impresa destinate a crescere nel tempo”.
Meloni: «Il Quirinale non è nei miei piani. L’allarme antifascista non funzionerà neanche nel 2027». Nel nuovo libro di Bruno Vespa, la premier si dice concentrata nel riottenere la fiducia degli italiani e denuncia il «razzismo culturale» della sinistra sul Colle. Poi torna sulla bocciatura del referendum sulla giustizia e sfida il campo largo: «Sono loro, e non la destra, che devono fare paura»

(editorialedomani.it) – Il Quirinale non rientra nei suoi progetti, almeno per il momento. Giorgia Meloni guarda piuttosto alle elezioni politiche del 2027 e alla possibilità di ottenere dagli italiani un secondo mandato a palazzo Chigi. Ma sulla futura scelta del capo dello Stato la presidente del Consiglio rivendica il diritto del centrodestra a esprimere un proprio candidato e attacca duramente la sinistra, accusandola di considerare le istituzioni una propria prerogativa.
Sono alcuni dei passaggi dell’intervista contenuta nel nuovo libro di Bruno Vespa, Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein, in uscita lunedì 2 novembre per Mondadori-Rai Libri.
«Sono totalmente concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni. Il Quirinale non è nei miei piani», chiarisce la premier. Che però aggiunge: «Non si capisce perché debba fare scandalo l’idea che una personalità di cultura conservatrice possa un giorno ambire a quel ruolo».
Meloni contesta quello che definisce un pregiudizio politico e culturale nei confronti della destra. «Ma chi lo ha detto che per essere un ottimo presidente della Repubblica si debba per forza venire dal centrosinistra?», si chiede. E prosegue: «Trovo insopportabile questo “razzismo culturale” per il quale una parte degli italiani, su per giù la metà o più, debba sempre essere considerata figlia di un dio minore, in molti casi da gente che da giovane faceva il tifo per l’Unione Sovietica».
La presidente del Consiglio rincara la dose sulle reazioni dell’opposizione all’ipotesi che sia una maggioranza di centrodestra a scegliere il successore di Sergio Mattarella. «Le crisi isteriche che vengono alla sinistra ogni volta che si adombra la possibilità che, la prossima volta, possa essere una maggioranza di centrodestra a indicare il presidente della Repubblica la dice lunghissima sulla concezione proprietaria che hanno delle istituzioni», sostiene.
Nelle anticipazioni del volume c’è spazio anche per un bilancio della sconfitta al referendum sulla giustizia. «Per me si è persa una grande occasione. Non per Giorgia Meloni o per il governo, ma per l’Italia», afferma la premier, riconoscendo che la maggioranza potrebbe aver condotto una campagna «un po’ troppo tecnica», mentre gli avversari avrebbero puntato su una mobilitazione prevalentemente politica, alimentata, a suo giudizio, da accuse infondate sui rischi per l’indipendenza della magistratura e per la Costituzione.
La bocciatura della riforma, tuttavia, non cancella secondo Meloni le ragioni che avevano spinto l’esecutivo a promuoverla. «Dovremo continuare a lavorare per migliorare la giustizia, renderla più efficiente e meritocratica, liberando la magistratura dalla piaga delle correnti, che rappresentano quelle sì la subordinazione della giustizia alla politica. Ho letto alcune recenti prese di coscienza da parte di taluni che avevano contrastato con forza la nostra riforma, mi auguro siano sincere e che si possa lavorare per migliorare ciò che si può migliorare», ha detto.
Il ragionamento si sposta infine sulla prossima sfida elettorale. Meloni si dice convinta che il centrosinistra tenterà ancora una volta di mobilitare gli elettori evocando un pericolo per la democrazia. «L’allarme antifascista non ha funzionato nel 2022, a maggior ragione non credo funzionerà nel 2027», afferma, sostenendo che durante gli anni del suo governo non sia stata compressa alcuna libertà.
«I cittadini sono molto più maturi di quanto spesso la politica, soprattutto a sinistra, sia solita pensare; che sanno distinguere i diversi tipi di elezione e la diversa posta in campo, e immagino sapranno farlo anche quando si voterà l’anno prossimo per le politiche. Sicuramente ci sarà il tentativo di creare il solito “allarme democratico”, lo si vede già nell’enfasi creata attorno alla valutazione che la Corte costituzionale farà della legge elettorale. E, ovviamente, lo vedremo anche nella prossima campagna elettorale, del resto è l’unica posizione condivisa nel Campo largo. Dopo questi anni di governo, nessun italiano intellettualmente onesto può sostenere che il governo abbia compresso alcuna libertà; al contrario, è un dato inconfutabile che, se qualcosa si è fortemente radicalizzato in Italia, è proprio l’opposizione al governo, in un costante inseguimento sempre più a sinistra tra Avs, il M5s e il Pd, con il ruolo di una Cgil sempre più oltranzista e di movimenti antagonisti sempre più violenti, dai quali questa sinistra fatica a prendere le distanze senza se e senza ma. È la sinistra, e non la destra, che deve fare paura».
Il testo del provvedimento svela la riduzione degli organici scolastici per il prossimo anno. Ridotti per 10 anni gli assegni previdenziali, nuovo regalo alle strutture sanitarie private. Il “taglietto” delle tasse al ceto medio dura solo un anno

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – ROMA – Tagli alla scuola, più sanità privata a danno di quella pubblica e finto taglio delle tasse, peraltro temporaneo, al ceto medio. La manovra firmata da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti getta la maschera e mostra tutto il ghigno furbesco della destra. All’insegna dei bluff per provare a ottenere la riconferma a Palazzo Chigi della leader di Fratelli d’Italia.
Non ci sono solo bonus di piccolo cabotaggio (come i 100 euro all’anno per i nuovi nati fino a 18 anni per un plafond di 1.800 euro destinato a essere divorato dall’inflazione), ma un colpo alla spesa per i servizi pubblici. La versione di Giorgia Meloni in conferenza stampa è stata smentita dai fatti.

Un caso clamoroso è la riduzione del secondo scaglione Irpef, ma a tempo determinato. Il testo sancisce che il taglio dell’aliquota dal 43 al 33 per cento per i redditi tra 50mila e 55mila euro sarà valido solo per il 2027. Giusto l’anno del voto. Una mancia elettorale che politicamente rappresenta un contentino last minute a Forza Italia, che fin dallo scorso anno chiedeva un taglio strutturale fino a 60mila euro. Il segretario di FI e vicepremier, Antonio Tajani, ha dovuto portare un risultato di facciata.
Ora «l’intervento coinvolge circa 3,2 milioni di contribuenti», si legge nella relazione tecnica. Un bacino da cui provare ad attingere voti in vista delle Politiche con un costo di 1,4 miliardi di euro e un beneficio economico che in media ammonta a 450 euro all’anno (circa 40 euro al mese). Ma, appunto, solo per il 2027. Una differenza sostanziale con i lavoratori autonomi con l’estensione, a regime, della flat tax per le partite Iva. «Guadagneranno in media 7.317 euro, ogni anno, dal 2027 in poi. Un diamante è per sempre», ha sottolineato la deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra. Un impianto che conferma l’impostazione ideologica della destra.

La scure si è abbattuta con violenza pure sulla scuola. A partire dall’anno scolastico 2027-2028, è stata prevista una riduzione di 4.925 posti dell’organico dell’autonomia e di 2.049 posti delle dotazioni organiche del personale amministrativo, tecnico e ausiliario: in totale 7mila lavoratori in meno. Messo nero su bianco nella relazione tecnica. L’iniziativa ha sollevato le proteste anche della Cisl, solitamente disponibile verso Meloni. «Servono investimenti e personale, a partire da docenti e Ata e non certamente tagli», ha detto la segretaria Daniela Fumarola.

Anche sulle pensioni, il governo ha giocato con l’effetto annuncio. In realtà non c’è alcun aumento su questo capitolo, anzi il governo fa cassa sulla previdenza per il prossimo decennio. Prima di tutto il fondo di 850 milioni di euro, previsto in manovra per favorire l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, è «destinato a finanziare interventi diretti a disciplinare misure di supporto in uscita dal mercato del lavoro, anche con riferimento a specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali», si legge nella relazione tecnica che accompagna la Legge di Bilancio. Dunque deve essere adottato «con successivo provvedimento legislativo».
Insomma, la quota-100 agognata dalla Lega è tutta da scrivere. Anche perché lo stanziamento potrebbe non essere sufficiente. La certezza decennale è invece scolpita nella finanziaria: viene inserita una stretta sugli assegni pensionistici che porta un risparmio strutturale di quasi un miliardo e mezzo in un anno. Il meccanismo è la revisione al ribasso delle rivalutazioni degli assegni «complessivamente superiori a quattro volte il trattamento minimo Inps».

L’operazione tra il nuovo fondo per uscita dal lavoro e il freno alle rivalutazioni porta a un risparmio netto di oltre 600 milioni di euro nel 2027 spalle dei pensionati. Tuttavia sui dieci anni, il taglio è superiore ai 14 miliardi di euro. A conti fatti, il ministro dell’Economia Giorgetti frantuma le promesse del leader del suo partito, il vicepremier Matteo Salvini. Alla ricerca di ogni spicciolo, poi, l’esecutivo ha affondato il colpo verso le banche: ha addirittura ridotto la deducibilità delle spese di pubblicità per gli intermediari finanziari e le aziende energetiche per raggranellare appena 38,6 milioni di euro.
Uno sgarbo che colpisce l’organizzazione e il sostegno di eventi. Con un paradosso: in manovra è previsto l’ennesimo slittamento della sugar tax, la tassa sulle bevande zuccherate dannose per la salute. Un regalo ai colossi dell’industria alimentare, che costa 170 milioni di euro per soli sei mesi. Quattro volte l’attacco alle pubblicità di banche e assicurazioni.
L’unica novità sulla sanità, invece, riguarda i maggiori margini d’azioni concessi ai privati, che in Parlamento contano sulla presenza di Antonio Angelucci, deputato leghista e re delle cliniche nel Lazio.
La manovra prevede «l’incremento di 3 punti percentuali del limite di spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati accreditati». Da qui l’attacco del co-leader di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonelli: «Infermieri, operai, insegnanti e la gran parte dei pensionati non ricevono un euro. Questa legge di Bilancio è una rapina sociale». Di sicuro un manifesto della destra delle mance. Contro gli investimenti nel pubblico.

(Anna Foa – lastampa.it) – La grande novità del voto in Israele è stata la forte adesione al voto dei palestinesi e il raddoppio dei seggi ottenuti dai partiti arabi, 19 invece che 10 nelle precedenti elezioni. Non pochi ebrei hanno, in realtà, votato per i partiti arabi, e non è una novità di oggi, ma non può essere negato o minimizzato il fenomeno del voto massiccio dei palestinesi – i cittadini di Israele, oltre due milioni, perché la maggior parte degli abitanti di Gerusalemme Est non possono votare alle politiche, non sono cittadini ma residenti, e i palestinesi dei territori occupati non godono di alcun diritto politico. Le conseguenze politiche di questo voto sono chiare a tutti: se i partiti di opposizione, il blocco del cambiamento come viene chiamato, si uniranno in qualsiasi modo, nel governo o dall’esterno, ai partiti arabi, Netanyahu sarà da subito sconfitto. Altrimenti, resterà in sella, determinato a nuove guerre, a nuovi massacri, a nuove annessioni, a nuovi attacchi alla democrazia.
Ma non è questo che mi sollecita a scrivere, bensì la domanda di cosa ci sia dietro questo voto palestinese, il voto di un quinto della popolazione. Un voto che ora si discute se conti o non conti, se può o meno servire a spodestare Bibi e a far ripartire il Paese. Cosa spinge queste lunghe file di uomini e donne, con i bambini aggrappati alle gambe e il velo, a votare, cioè a compiere un gesto politico fondamentale di partecipazione e di protagonismo politico? Quello, insomma, che Netanyahu ha definito come il fatto che gli arabi stavano rubando le elezioni agli ebrei? Un articolo pubblicato ieri su Haaretz lo spiega, almeno in parte. È la confessione di una giovane donna palestinese che vota per la prima volta perché fino a quel momento ha aderito al boicottaggio del voto promosso da una grande parte dei cittadini palestinesi per non avallare l’idea di un’Israele democratica, per non fare la ciliegina sulla torta diremmo. Questa volta, guardando le lunghe file in coda per il voto, decide di votare anche lei. È combattuta e piena di dubbi, ma vota.
Che cosa rappresenta il suo voto? Innanzitutto, la sua partecipazione alla politica del paese di cui è cittadina, una partecipazione che ci immaginiamo combattiva e decisa a trasformarlo e a distruggerne la violenza, il razzismo, il suprematismo. Non un adeguamento, quindi, ma la partecipazione ad una battaglia civile che ha in comune con altri cittadini, ebrei o palestinesi. Poi, un gesto di fiducia. È una scelta coraggiosa, da parte sua, avere fiducia, dopo quello che è successo e continua a succedere, come sarebbe una scelta coraggiosa da parte degli israeliani ebrei avere fiducia nei loro concittadini palestinesi. Con questo voto, l’hanno compiuta i palestinesi, questa scelta, non la stanno compiendo quegli israeliani che rifiutano i voti arabi come se non esistessero. Mossi dalla paura, certo, ma anche da un altro sentimento ancor meno degno che possiamo chiamare “razzismo”.
Ecco, se mi si dice che tutti i palestinesi, non solo Hamas, vogliono la distruzione di Israele, rispondo dicendo che questo voto a me sembra un ramoscello d’ulivo porto agli ebrei israeliani in vista di una riconciliazione.
In vista non significa oggi, né domani. Questi percorsi sono lunghi, ma a volte si compiono. Ma richiedono che la fiducia sia accolta. Ha ragione Netanyahu a dire che una situazione simile non si ripeterà, che i palestinesi non andranno una seconda volta in massa a votare, se le elezioni si ripeteranno. Perché significherebbe che averlo fatto non ha contato, che tutti i partiti dell’opposizione, tranne quello di Yair Golan, autore di un bell’appello, pur tardivo, ad allearsi con i partiti arabi, non li contano, non li vedono, non li considerano cittadini. Certi miracoli non si ripetono. E l’autrice palestinese di quell’articolo deciderebbe definitivamente di non andare mai più a votare.

Giunge solo ora, a distanza di qualche giorno, l’occasione di dedicare a Salvatore Costanzo le più vive congratulazioni per la riuscitissima presentazione del suo ultimo saggio “Le due Grandi Cupole. Nuove ricerche sull’opera di Brunelleschi e Michelangelo”, la cui presentazione si è tenuta lo scorso 24 ottobre nel Palazzo della Cultura di Marcianise. I lavori sulla narrazione dell’opera – un ponderoso volume di oltre 350 pagine patrocinato dal Comune di Marcianise e dalla Società di Storia Patria di Terra di Lavoro – sono stati aperti dal Presidente di Storia Patria di Caserta avv. Alberto Zaza d’Aulisio e dalla dott. Maria Luigia Iodice, Sindaca di Marcianise, a cui hanno fatto seguito gli interventi del dott. Andrea Tartaglione, Presidente del Rotary Club Marcianise e dell’autore del libro.
Salvatore Costanzo – urbanista, storico e critico d’arte – continua a raccogliere apprezzamenti unanimi anche in molti ambienti Accademici nazionali e nelle principali sedi delle Soprintendenze del Ministero della Cultura.
La presentazione al pubblico della sua ultima ricerca è diventata un’espressione tangibile di quel mondo affascinante e misterioso al quale sono appartenuti i più quotati padri nobili (architetti e artisti) del Rinascimento.
Nelle pagine del libro vengono indagati con rigore scientifico gli schemi strutturali delle cupole di Firenze (Santa Maria del Fiore) e di Roma (San Pietro in Vaticano), intimamente partecipi delle più avanzate ricerche di forme e profili sempre più progrediti: costruzioni straordinarie attraversate da campi disciplinari diversi e innovatori del Rinascimento, che favoriscono momenti imprescindibili di riflessione e ricerca.
Il nodo centrale del saggio, focalizzato sulle “cupole a ombrello” di matrice brunelleschiana, sposta l’asse interpretativo della storiografia tradizionale. Strutture come Santo Spirito, Santa Maria delle Carceri a Prato, la Sagrestia Vecchia di San Lorenzo e la Cappella Pazzi in Santa Croce si rivelano archetipi geometrici e numerici fondamentali per l’evoluzione progettuale michelangiolesca. Si delineano, così, le coordinate per una nuova esegesi del genio di Michelangelo a Roma: il Buonarroti reinterpreta la lezione di Brunelleschi non in chiave dogmatica, bensì come un paradigma di invenzioni spaziali da emendare, potenziare e spingere oltre i limiti fisici dell’epoca.

Nell’opera di Costanzo, sono stati misurati e soppesati, oltre ai grandi maestri dell’architettura e dell’ingegneria dal Quattrocento al Settecento (Vanvitelli, in particolare), le loro prestazioni e i loro percorsi, e analizzati soprattutto i profondi valori culturali e linguistici legati alle diverse concezioni spaziali delle due Grandi Cupole.
L’apporto divulgativo del saggio mira ad esprimere occasioni sempre maggiori di crescita e diffusione dei nuovi studi sulle Scienze delle Costruzioni, in cui il rilevante lascito del patrimonio monumentale fiorentino e romano e la sua impareggiabile ricchezza delle opere d’architettura, assicurano il significato di correlazioni, continuità di vita e di pensiero, e ci riportano alle sorgenti della nostra storia e cultura.
Da evidenziare, inoltre, il contenuto riservato agli “Apparati illustrativi” del volume, una fittissima serie di immagini di progetti, architetture e disegni che – pur nella varietà dei loro contrasti – costituiscono una densa panoramica per interpretare la vitalità espressiva e il fervore creativo dei repertori proposti.
Blocco del turn over negli atenei

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Quasi 7mila dipendenti scolastici in meno nelle dotazioni organiche dal prossimo anno: la goccia del governo, che scava nel solco della denatalità e del dimensionamento scolastico, con questo Ddl di Bilancio raggiunge un nuovo strato di erosione. Il testo e la relativa relazione tecnica certificano per il 2027 e il 2028 una riduzione di 4.925 posti dell’organico dell’autonomia dei docenti e di 2.049 unità del personale Ata. Se si tiene conto che la manovra 2025 aveva già previsto la riduzione di 5.660 docenti quest’anno e di 2.174 posti Ata il successivo, si arriva a quota 14.808 posti in meno in due manovre: 10.585 docenti e 4.223 Ata.
La sforbiciata alla scuola – presente nell’articolo 66, che si occupa pure di tagliare la sostituzione dei pensionati (turn over) nel pubblico impiego – secondo la relazione tecnica garantirà un risparmio di 83,9 milioni nel 2027 e di 251,7 milioni annui dal 2028, a cui si aggiungono 33,3 milioni dalle università, 6,9 dagli enti pubblici di ricerca e 0,7 da accademie e conservatori. Altri 130,5 milioni arrivano invece dalla riduzione del turn over nei ministeri, a Palazzo Chigi e negli enti pubblici non economici. Là dove dovrebbe esserci il segno “più”, come per la Sanità, continuano a esserci risparmi. La scusa del governo è sempre quella del calo demografico che, però, non dovrebbe essere un alibi per tagliare bensì, come spiega la Flc Cgil, “l’occasione per migliorare la qualità, aumentare il tempo a scuola, ridurre gli alunni per classe e garantire una rete scolastica degna di un Paese europeo”. Invece viene anche prorogato per il 2027 il buono da 1.500 euro per le famiglie che iscrivono i figli nelle scuole paritarie, che costa 20 milioni.
Zero euro anche per il recupero del potere d’acquisto di chi lavora nel comparto. Giovedì il sindacato ha presentato un dossier sul tema: entro il 2027 ogni lavoratore della scuola avrà accumulato una perdita media stimata di 21.507 euro di potere d’acquisto rispetto al valore reale della retribuzione del 2021. Solo l’anno prossimo, spiega sempre Flc Cgil, mancheranno all’appello 4.129 euro lordi annui a lavoratore in un comparto con 302mila precari, personale senza buoni pasto e, per gli insegnanti fuori sede, un affitto che può assorbire fino al 65% dello stipendio netto.
A una prima lettura del testo della manovra, emerge anche una stretta per le università, che a differenza della scuola rientrano nel blocco del turn over al 75% assieme a buona parte della Pubblica amministrazione, dai ministeri a Palazzo Chigi, agenzie ed enti pubblici non economici, autorità indipendenti, camere di commercio e autorità portuali. Questo significa che nel 2027 gli atenei statali potranno assumere a tempo indeterminato spendendo non più del 75% della spesa del personale cessato l’anno precedente. Lo stesso taglio del 25% delle capacità di assunzioni interessa gli enti pubblici di ricerca ma non i ricercatori degli atenei. Per accademie e conservatori è previsto dal 2027/2028.
L’articolo 108 modifica invece le regole di finanziamento delle università senza prevedere risorse aggiuntive. Diversi stanziamenti già esistenti vengono riuniti nel Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) e cambiano le regole per calcolare le spese del personale: gli atenei potranno escludere dal conteggio alcune spese coperte da finanziamenti esterni, pubblici o privati, anche di durata inferiore a 15 anni. Se però questi finanziamenti termineranno, le università dovranno coprire i costi del personale assunto a tempo indeterminato utilizzando le proprie risorse disponibili per le assunzioni. Infine, la (nuova) riduzione della spesa corrente: per il ministero dell’Istruzione e del Merito ammonta a 6,46 milioni nel 2027 e 8,25 milioni nel 2028, per salire a 25,85 milioni annui dal 2029 (anno in cui 21,5 milioni sono imputati a reclutamento e aggiornamento del personale scolastico). Per il ministero dell’Università arriva a 15,89 milioni nel 2027, 16,62 nel 2028 e 16,83 milioni annui dal 2029. Tra le voci interessate, ricerca scientifica e diritto allo studio.
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Sanità, alle Regioni niente fondi per screening e salute mentale. La manovra stanzia la metà delle risorse sollecitate da Schillaci. Salta l’acquisto di apparecchiature e l’assunzione di nuovi medici

(di Michele Bocci – repubblica.it) – Sconfitte su tutta la linea. Le Regioni non avranno soldi per potenziare, dove servono, gli screening oncologici, per dotare gli ospedali di nuove apparecchiature, per assumere medici o pagarli di più, per riempire di attività le Case di comunità, per la salute mentale. La sanità ha ricevuto dalla manovra molto meno di quanto richiesto da chi la amministra sul territorio. I presidenti dovranno rinunciare a tante delle richieste che hanno avanzato in un documento ufficiale nei giorni scorsi, potrebbero anche avere problemi a reggere gli aumenti delle spese fisse, come quelle per l’energia. Come le Regioni, non ha avuto alcuna voce in capitolo nella costruzione della manovra sanitaria il ministro alla Salute Orazio Schillaci, che aveva chiesto il doppio del denaro poi stanziato, cioè 6,5 contro 3,4 miliardi, per potenziare tra l’altro la prevenzione, l’assistenza all’autismo e ai problemi di salute mentale. A Schillaci non è stata neanche data la gestione degli 1,6 miliardi per il cosiddetto bonus dentiere, del quale si occuperà il Lavoro con l’Inps.
Le Regioni avevano approvato all’unanimità un documento con le norme da inserire in finanziaria. Chiedevano circa 18 miliardi in tre anni. Per il 2027, il totale faceva, compreso il miliardo stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso, faceva circa 7,5 miliardi.
La prima misura che salta riguarda il personale. Le Regioni volevano aumentare gli stipendi di infermieri e medici, rispettivamente con 1,1 miliardi e 400 milioni. I soldi servivano anche per fare assunzioni. Pagare di più i lavoratori, avvicinando gli stipendi a quelli degli altri grandi Paesi europei, avrebbe reso più appetibile il lavoro in sanità (tra l’altro Schillaci per la stessa cosa aveva chiesto un miliardo). Ma nella manovra c’è giusto il miliardo necessario a pagare gli aumenti per i rinnovi contrattuali. Sono invece stanziati i 114 milioni di euro chiesti dalle Regioni per aumentare gli stipendi dei medici del pronto soccorso.
Le Regioni avevano chiesto anche 1,5 miliardi di euro per un fondo dedicato all’innovazione terapeutica. Niente. Nel testo della finanziaria, infine, ci sono appena 138 milioni per gli aumenti legati all’inflazione. È una cifra ridicola se confrontata con quanto chiesto: le amministrazioni locali volevano circa 3,5 miliardi per il cosiddetto fondo indistinto, cioè denaro non vincolato, che sarebbe servito a fronteggiare gli aumenti dei costi fissi, dall’energia a quelli per farmaci e dispositivi.
Ma i soldi sarebbero serviti a finanziare la cosa più importante, cioè l’attività sanitaria. Ovviamente, ogni realtà locale, proprio perché non sarebbero stati fondi vincolati, avrebbe agito sui settori in cui aveva più bisogno. Un esempio sono gli screening oncologici, che al centro-nord funzionano, ma al sud no. Senza soldi non si possono rinforzare. In alcuni casi i soldi potevano servire a ospedali e ambulatori, ad esempio per l’acquisto o la manutenzione dei macchinari diagnostici, utili per abbattere le liste di attesa, ma anche per investimenti sul territorio. Il Pnrr ha pagato solo la costruzione o ristrutturazione di Case e Ospedali di comunità. Vanno però riempiti di servizi e di personale, dai medici di famiglia agli specialisti, e servirebbero soldi. Praticamente in tutto il Paese, inoltre, c’è un drammatico problema di assistenza ai giovani con patologie psichiatriche, il cui numero è in aumento. I soldi del fondo indistinto sarebbero stati utilizzati anche per questo tipo di attività. Lo stesso Schillaci aveva chiesto soldi per questo tipo di problemi e per l’autismo, ma anche in questo caso non è stato preso in considerazione.
Nel 1952 l’allora cancelliere poté scegliere di riunificare la Germania, a patto che rimanesse neutrale. Disse di no: “Non perché non mi fido di Stalin, ma perché non mi fido dei tedeschi”

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] La master class di Jeffrey Sachs a una quarantina di deputati e assistenti del Parlamento europeo è stata ripresa dal Fatto con alcuni significativi stralci. Spero che questo interesse sia stato sufficiente a indurre i lettori a guardarsi la registrazione su YouTube. Un’ora piena d’intervento introduttivo del professore e un’altra ora di domande e risposte. Una vera Master Class. Chiara, lucida, dettagliata e appassionata su cosa hanno rappresentato e rappresentano gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’Europa nel mondo.
[…] Sachs ha letteralmente fatto a pezzi tutta la narrazione corrente sulla guerra in Ucraina. Ha denunciato le provocazioni, i tradimenti e gli attacchi portati contro la Russia dagli occidentali della Nato e della Ue dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Il giudizio sul suo paese, erede dell’imperialismo europeo, è sferzante. Nessuna pietà per quasi tutti i presidenti di ieri e di oggi. Nessuna pietà per i pundit che pontificano senza sapere e senza ritegno. Nessuna parola misurata con il centimetro del politichese, del politically correct, della nebbia diplomatica: gli imbecilli sono tali, gli idioti pure e i genocidi e i criminali sono tali. Papali papali. Una lezione superlativa di cosa sia accaduto nel mondo a causa della smania di egemonia statunitense, della frenesia bellica della Nato, delle follie israeliane e dell’ottusità europea. Una lezione ricca di esperienze personali e di episodi sconosciuti, di promesse fatte e non mantenute, di parole pronunciate e non scritte e viceversa. Un quadro che aiuta a capire molti dei “misteri” sulle guerre e le crisi attuali. E sulle prospettive future. Lo trovate qui:

Tra le varie parole scritte e non dette (e viceversa) citate da Sachs, colpiscono quelle scritte e non dette da Adenauer nel 1952. In quell’anno la Germania ebbe l’occasione di scegliere la neutralità. Stalin in cambio prometteva la riunificazione. E poteva farlo perché tutta la Germania orientale era controllata dall’Armata Rossa. Se l’avesse accettata probabilmente non ci sarebbe mai stata la Guerra fredda e l’equilibrio fra i blocchi sarebbe stato assicurato senza il ricorso al terrore nucleare. Adenauer rifiutò affermando che preferiva una Germania divisa (sotto dominio occidentale e orientale) piuttosto che unita, indipendente e neutrale. Era una scelta di campo da parte sua ma anche una scelta che condannava il popolo tedesco e l’Europa intera alla guerra permanente. Fratricida. Per essere pronunciata e scritta dal padre della democrazia tedesca era un’affermazione gravissima e una decisione inspiegabile. Molti anni dopo, dice Sachs, si è trovato negli archivi inglesi il documento in cui Adenauer spiegava la ragione di quella scelta: “Preferisco la divisione non perché non mi fido di Stalin, ma perché non mi fido del popolo tedesco”. Guardando a ciò che è avvenuto dopo la riunificazione e cosa sta succedendo adesso in Germania viene da pensare che il vecchio Adenauer era davvero un genio e soprattutto conosceva i suoi compatrioti. La Germania unificata non è stata in grado di superare o appianare le differenze tra Est e Ovest e nemmeno di garantire un equo trattamento sociale ed economico alle rispettive popolazioni. Per molti anni la parte orientale è stata considerata la palla al piede di quella occidentale. Le Forze armate sono state le prime a essere “epurate” anche se gli archivi segreti della Ddr e i contatti con i paesi dell’Est, dalla Polonia alla Mongolia, sono stati la manna per l’intelligence tedesca, americana e della Nato. Dal 1992 in poi, di quel patrimonio è stato utilizzato soltanto quello che faceva comodo per costruire la narrazione della Germania comunista stupida e cattiva. Si è taciuto sul dettaglio che con l’unificazione la Germania occidentale riceveva in dote i contatti e i contratti con una parte del mondo fino a quel momento ignorata o inaccessibile. Di fatto “la palla al piede” ha lavorato per decenni sottopagata e discriminata per ingrassare le stesse identiche oligarchie familiari che avevano sostenuto il terzo Reich. Per loro la guerra non è mai stata persa veramente.
[…] Nel 1994 in una pubblica intervista, Kissinger affermò che la Russia non era una minaccia: i paesi della Nato non erano minacciati, ma bisognava espandere la Nato anche se questo costituiva una provocazione militare contro la Russia. La logica di Kissinger, adottata dalla stessa amministrazione Clinton e da quelle seguenti era “se non sfidi la Russia quando è debole, cosa farai quando sarà di nuovo forte?”. Lo scontro era voluto, ricercato e pianificato. Le guerre balcaniche non furono che una manifestazione di tale volontà. A nessuno negli Usa, in Europa e nella Nato venne in mente che una Russia più prospera sarebbe stata più alleata che nemica. O forse venne in mente agli americani che però non concepiscono un paese al mondo che sia “più grande” di loro. Nessuno considerò che la provocazione avrebbe prodotto esattamente ciò che volevano, ma non necessariamente il risultato sarebbe stato favorevole. La guerra in Ucraina da questione bilaterale si è trasformata in incubo continentale. A forza di evocare la guerra e la minaccia russa, l’Europa e la Nato hanno ritenuto di doversi riarmare nonostante la palese superiorità militare della Nato nel suo complesso. La pressione statunitense sull’incremento delle spese militari al solo scopo di foraggiare il sistema industriale americano ha trovato un’ottima sponda nell’individuazione della Russia come nemico ideale. L’Europa oggi si riarma, versando soldi agli Stati Uniti; l’euro si deprezza rispetto al dollaro e persino alla sterlina. La parola magica è che bisogna difendersi, bisogna aiutare l’Ucraina a difendersi; bisogna affrontare la crisi facendo lavorare le industrie belliche. La Germania è quella che s’impegna di più nello sforzo bellico. Tutti chiedono soldi per affrontare la guerra, anzi scatenarla per primi. Un detto americano dice: “Stai attento a ciò che chiedi, potresti ottenerlo”. Chi, in Europa, ha letto Kissinger può aver colto la stessa lezione di allora, ma la sta applicando nel periodo sbagliato.