
(Giancarlo Selmi) – Nessuno sa come abbia fatto un professore di matematica senza laurea (insegnava alle elementari) a diventare miliardario. Epstein era uno squattrinato maestro elementare prima di ritrovarsi padrone, improvvisamente, dell’attico più grande (lo dicevano i suoi ospiti) e più bello di Manhattan. Le origini della sua fortuna sono misteriose. Qualcuno dice che la fortuna non c’era, ma c’era qualche potente dietro di lui.
È pressoché certo che fosse un agente del Mossad o, almeno così dicono centinaia di fonti. Lo dice nel 2020 pure l’FBI. D’altra parte, che fosse un agente di un servizio segreto lo disse più volte lui stesso. In una fase della sua vita girava il mondo con un passaporto austriaco. Aveva rapporti strettissimi e documentati con Ehud Barak, primo ministro di Israele dal 1999 al 2001. Si sa con certezza che facesse feste “strane” in un’isola dei Caraibi di sua proprietà (?), che a quelle feste abbiano partecipato le élites mondiali. Si sa che lui di quello che accadeva in quelle feste abbia filmato tutto. Tutto tutto.
Si dice che i Maxwell, il padre morto in uno strano incidente su uno yacht e la figlia sua socia in affari e pedofilia, attualmente in galera, siano stati anch’essi agenti del Mossad. Si sa con certezza che fosse sotto la sua influenza, che strana coincidenza, Terje Rød-Larsen che fu uno dei mediatori degli accordi di Oslo fra OLP e Israele. Si sa che aveva rapporti strettissimi con Bannon, con il quale parlava anche più volte al giorno, al quale dava consigli su cosa dovesse fare per aumentare i voti per l’internazionale nera.
Insomma, a parte le storiacce di pedofilia, di cannibalismo, di stupri, torture, satanismo e chi più ne ha ne metta, che vedono le élites mondiali coinvolte, c’è un altro aspetto. Quanto hanno deciso i video delle “feste” su quanto accade ed è accaduto nel mondo? Perché Epstein e, quindi probabilmente il Mossad, riprendeva quelle “feste” e i suoi partecipanti? Lo hanno fatto per ricattare? E se così fosse, è ragionevole pensarlo, quanto, quando e per ottenere cosa, hanno ricattato? Quanto c’entra in questo Trump e quanto lo tengono appeso per le palle? E, per non farci mancare nulla, l’avvocato di Epstein è lo stesso di Netaniahu.
Gira un video di qualche anno fa, nel quale Trump compra da una madre la sua macchina e i due bambini di lei, seduti nel sedile posteriore. Con un assegno con molti zeri. Lei vede l’assegno e fa una faccia trasecolata, i bambini dicono “abbiamo paura”, Trump risponde “non c’è nulla di cui avere paura, io sono il numero uno”. Qualche anno fa è stata ritenuta una scenetta divertente, oggi, con il senno del poi, appare inquietante. Salvini nei files è nominato 89 volte. Bannon è amico di Meloni e di Salvini ed era intimo di Epstein, ma lei, i giornali fiancheggiatori, la destra tutta, straparlano di Pucci.
La redazione di Rai Sport fa sciopero delle firme contro il direttore, ma la premier e Rossi fanno quadrato: nessuna richiesta di dimissioni. A palazzo Chigi sono furiosi per la figuraccia. Chiocci la carta del futuro

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – Un’«assunzione di responsabilità». A tardo pomeriggio il mondo Rai si interpella sull’interpretazione autentica di un’espressione che in altri tempi avrebbe significato “dimissioni”: non è questo il caso. Ieri l’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha incontrato il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, dopo la sua disastrosa telecronaca della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, ma la ricostruzione che filtra a fine appuntamento restituisce un colpo al cerchio e uno alla botte: a Petrecca è stato chiesto di aprire un confronto con i giornalisti, ma l’assemblea non deve mettere in difficoltà l’azienda «sotto gli occhi del mondo».
Tutt’altro che un ramoscello d’ulivo. Il Comitato di redazione di Rai Sport ha ribattuto a stretto giro giudicando, insieme a Fnsi e Usigrai, la nota dell’azienda «irricevibile».

«Una supercazzola», commenta un dirigente in maniera schietta. Non succederà niente, almeno non per i prossimi quindici giorni: dopo le Olimpiadi, forse, si vedrà. Dimissioni per il momento non sono state né proposte da Petrecca né richieste da Rossi. Resta il fatto che la polemica continua a imperversare e neanche il presunto attacco politico ad Andrea Pucci, che lo avrebbe indotto al passo indietro dal palco di Sanremo, ha saputo distogliere l’attenzione dalla débâcle della telecronaca della serata inaugurale dei Giochi. Una soluzione per ora non è in vista. Si guadagna tempo. Dopo le Olimpiadi ci sono Sanremo e poi le Paralimpiadi.
Per ora vanno portati a casa i Giochi, è il ragionamento. La prossima grande prova per chi sarà al timone di Rai Sport in estate saranno i Mondiali di calcio. In azienda e dentro FdI non escludono che a gestirli potrebbe essere qualcun altro. Sarebbe la seconda exit strategy offerta a Petrecca, che già a RaiNews aveva creato diversi grattacapi ai vertici, tanto da dover essere spostato. Resta anche da vedere dove arriverà la trattativa con il Cdr. La redazione, al di là di pochi ancora fedeli al direttore, ieri ha proclamato uno sciopero delle firme e chiesto la lettura di un comunicato sindacale in cui si parla di «grave imbarazzo» e si certifica che «questa non è una questione politica». Alla fine dei Giochi, darà anche attuazione del pacchetto di tre giorni di sciopero già approvato in assemblea. Difficile che l’incontro con l’azienda, in programma a breve, possa risolvere una situazione così tesa.

A palazzo Chigi il guaio grosso della tv di stato sta scaldando gli animi. Fin dall’inizio i destini della Rai non erano in cima alle priorità della presidente del Consiglio, ma quando una serie di gaffe, scelte infauste e valutazioni sbagliate hanno iniziato a trasformare viale Mazzini in un problema, Meloni è diventata furiosa. La responsabilità principale, ai suoi occhi, grava sull’ad, che non si è saputo imporre. È stato fatto filtrare che Rossi avrebbe espresso dubbi sulla conduzione del direttore di Rai Sport. «Ma se è l’ad, non avrebbe dovuto dare seguito alle sue perplessità e intervenire?» si chiede un dirigente di primo piano. Lo stesso vale per la vicenda Pucci: anche in quel caso Rossi ha fatto ricadere le responsabilità sul direttore artistico di Sanremo. Effettivamente Carlo Conti ha voluto fortemente la sua presenza sul palco dell’Ariston, ma le battute omofobe e misogine del comico erano ben note.
La strategia degli ultimi giorni, con un grande dispiegamento di forze da parte della destra, intanto continua. A scomodarsi per chiedere che la governance domandi a Pucci di tornare sui suoi passi è addirittura Ignazio La Russa. «Fa morire dal ridere senza offendere mai nessuno. Io invito la Rai a chiedergli di cambiare idea» dice il presidente del Senato. Più in piccolo, il sindacato voluto dai dirigenti della Rai, Unirai, è uscito con una nota a sostegno dell’azienda (non di Petrecca). Nel frattempo, l’approfondimento – nello specifico XXI Secolo di Francesco Giorgino – offre ancora un palco a Nello Musumeci che difende l’azione del governo nel disastro di Niscemi.

Ma l’ospitata si incardina in una giornata nera per TeleMeloni e dimostra come la macchina di propaganda continui a incepparsi. Ad aggiungere rogne per Rossi è il Pd, che chiede lumi sulla nuova striscia informativa di Rai 2 affidata a Tommaso Cerno, ma anche l’ufficio diritti televisivi, che non è riuscito ad accaparrarsi i diretti per trasmettere le Atp Finals in un momento in cui il tennis italiano è sul tetto del mondo.
Ogni giorno ha la sua gaffe, parrebbe. E così Meloni sarebbe consumata da un dissidio interno: da un lato il riflesso condizionato dei camerati a difendere fino all’ultimo i propri, anche quelli che compiono qualche passo falso di troppo come Petrecca; dall’altro il desiderio di affidare il carrozzone del servizio pubblico a un giornalista che ritiene più efficace dei dirigenti “neri” storici, tanto da avergli dato in mano il timone del Tg1. Gian Marco Chiocci è stato a più riprese tirato in ballo come possibile prossimo portavoce di palazzo Chigi, ma c’è chi ora fa il suo nome come alternativa a un Rossi che non sarebbe più tanto saldo nel suo mandato, che però dura un altro anno e mezzo. Un modo per risolvere il busillis ci sarebbe: accelerare sulla riforma e includere una norma che provochi la decadenza anzitempo del Cda in carica.
Nel frattempo le scivolate dei Fratelli di Rai irritano anche gli alleati di governo. C’è chi cita a buon esempio Auro Bulbarelli, vicedirettore di Rai Sport considerato gradito alla Lega che si è giocato la telecronaca con la sua infausta anticipazione sul ruolo di Sergio Mattarella all’inaugurazione. La sintesi più azzeccata arriva da un dirigente di maggioranza: «Ha fatto una stupidaggine e ha accettato di tornare in panchina, nessuno ha parlato di attacco politico. Di qua c’è solo arroganza, che aspetta il Bussola (soprannome di Rossi ndr) a dare un segnale distensivo?»
Il Disciplinare del Csm ha circa 70 procedimenti l’anno, per tre giorni di lavoro al mese. I suoi sei membri hanno anche altre funzioni. I 15 nuovi giudici avranno solo questa mansione

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Se la riforma della giustizia verrà confermata dal referendum, il posto più ambìto – per prestigio e compensi rispetto all’impegno richiesto – sarà quello di componente dell’Alta Corte disciplinare. Organo costituzionale nuovo di zecca, si occuperà dei procedimenti disciplinari nei confronti di giudici e pubblici ministeri (qui per l’occasione non più considerati separati) e sarà composto di quindici giuristi che, con una o due sedute al mese, porteranno a casa un lauto stipendio che potrà arrivare fino a 311.658,53 euro lordi l’anno. L’Alta Corte, del resto, rischia di generare nuovi costi e anche nuovi paradossi.

Partendo dal dato economico, la corte avrà bisogno di una nuova sede e di personale di segreteria, oltre che di personale ausiliario. Immaginando che un palazzo romano inutilizzato di proprietà dello stato si possa trovare, i costi vivi saranno comunque significativi. Secondo il bilancio 2025, il Csm con sede a palazzo Bachelet è costato complessivamente 49,816 milioni di euro. Con l’approssimazione necessaria alle ipotesi, si può immaginare che un organo con meno della metà dei componenti avrà un bilancio di circa 25 milioni di euro. Un ulteriore aspetto è legato a quanto lavoreranno i futuri quindici componenti – di cui dodici sorteggiati – per dare giustizia disciplinare alle toghe.

«Tutto sarà rimesso alla legge di attuazione», è la premessa di Roberto Romboli, costituzionalista e attuale membro laico del Csm, che in passato è stato anche membro della sezione Disciplinare. Tuttavia, dal testo della riforma si evince che «la Corte avrà quindici membri e, senza dirlo espressamente, si evince che lavoreranno in collegi perché è previsto che il grado d’appello venga deciso dalla stessa Alta corte in diversa composizione», e si rinvia alla legge, tra l’altro, per la composizione dei collegi. Dunque è possibile fare una stima più accurata della mole di procedimenti: i dati ci sono, visto che l’Alta Corte prenderà in carico quelle che oggi sono tutte le mansioni della attuale sezione Disciplinare, più il piccolo surplus di lavoro come organo d’appello. L’attuale mole di lavoro della sezione Disciplinare è stato analizzato da un recente report di uno dei componenti, il togato Roberto Fontana, su Questione Giustizia: nei tre anni da inizio 2023 a fine 2025, le sentenze totali sono state 199 (di cui 23 di non doversi procedere), delle quali 43 sono state impugnate davanti alle Sezioni Unite. Dunque, l’Alta Corte disciplinare dovrà gestire circa ottanta procedimenti l’anno.
Ecco qui il punto, allora: si rischia di costruire un organo molto costoso ma decisamente poco sfruttato, e non certo per malavoglia di chi lo comporrà.
Così non è oggi. I sei membri della sezione Disciplinare sono anche componenti del Csm e dunque partecipano al plenum, ma sono anche membri di altre commissioni. Romboli, per esempio, era anche vicepresidente della Seconda e della Sesta commissione. Il professore ricorda come «la sezione si riunisce tre settimane al mese per due mezze giornate e nella quarta settimana per una sola mezza giornata. In tutto, in un mese, si tiene udienza per tre giorni e mezzo», cui si aggiungono però tutti gli altri impegni di consiglieri. In futuro, invece, i quindici membri dell’Alta Corte avranno una sola mansione: il disciplinare. Un impegno che sarà incompatibile in modo assoluto «con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni altra carica e ufficio indicati dalla legge».
«Sarà necessario costituire più collegi per decidere i ricorsi, è quindi probabile che la Corte costituirà tre collegi da cinque membri ciascuno. Per l’appello potrebbe essere riconosciuta la competenza di un collegio composto dai dieci membri che non hanno fatto parte del collegio che ha pronunciato la decisione impugnata». Collegi che avranno davvero poco lavoro per le mani: se l’attuale Disciplinare si riunisce per tre giorni e mezzo, ai tre collegi basterà una o al massimo due sedute al mese per smaltire le pratiche.

Insomma, i quindici membri – nove togati e sei laici, di cui tre indicati dal Colle – guadagneranno fino a 26mila euro lordi per in media un giorno di seduta al mese (oltre ovviamente allo studio del caso e alla redazione delle sentenze per cui comunque sarà a disposizione un assistente di studio). «Una ipotesi potrebbe essere che le commissioni lavorino per sessioni. Per esempio, se l’Alta Corte lavorasse una settimana al mese, il costo dei membri diminuirebbe almeno dal punto di vista delle indennità di trasferta e qualcosa si potrebbe risparmiare», suggerisce Romboli.
Ma perché, allora, il ministro Carlo Nordio ha voluto creare l’Alta Corte invece di lasciare ai due Csm la funzione disciplinare? Perché secondo il ministro «la giustizia domestica correntizia fa da stanza di compensazione», invece l’Alta Corte composta da personalità esterne «assicura l’imparzialità del giudizio». A fronte di un giudizio così negativo, viene da chiedersi come mai nell’anno appena passato il ministero della Giustizia abbia impugnato appena 6 sentenze su 71. E Romboli pone un ulteriore interrogativo: «Ma se i due nuovi Csm saranno composti con sorteggio proprio per smantellare le correnti e dunque renderli indipendenti, allora perché non lasciargli la funzione disciplinare?». Tutte domande senza risposta.
I sondaggi confermano che oltre metà degli italiani non si fida di Meloni. E le chiede di essere più critica con Trump.

(di Dario Conti – lanotiziagiornale.it) – La fiducia nella presidente del Consiglio resta bassa e intanto gli italiani chiedono a Giorgia Meloni anche di essere più critica e meno accondiscendente verso il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Fratelli d’Italia resta comunque il primo partito nei sondaggi, come mostra la rilevazione dell’Istituto Piepoli.
Eppure il partito della presidente del Consiglio perde consensi, insieme alla Lega, per la nascita di Futuro Nazionale con l’addio di Roberto Vannacci. Movimento che sottrae voti proprio alle due forze più a destra dello schieramento politico. Ma entriamo nel dettaglio del sondaggio.
Il primo dato riguarda la fiducia in Giorgia Meloni. Che cresce, sì, dell’1% raggiungendo il 45%, ma va detto che il dato di chi non ha fiducia è più alto. Nel dettaglio, il 18% degli intervistati dice di avere molta fiducia in lei e il 27% abbastanza. Ma il 20% dice di averne poca e addirittura il 32% risponde “per nulla”, superando quindi il 50% di giudizi negativi.
Inoltre, il 76% del campione ritiene che Meloni dovrebbe essere più critica verso Trump. A chiederlo è anche il 63% degli elettori di centrodestra, soprattutto tra quelli di Forza Italia. Percentuale che supera il 90% tra chi vota il centrosinistra o i 5 Stelle. D’altronde, solo il 18% degli italiani dichiara di aver fiducia in Trump.
Fratelli d’Italia resta in testa con il 31,5% dei voti, pur perdendo lo 0,5%. Ma a cedere più consensi è la Lega, con l’1%. Un probabile effetto Vannacci, considerando che Futuro Nazionale viene stimato al 2% e, secondo le rilevazioni, sottrae voti proprio a Fdi e Lega. Resta invece stabile al 9% Forza Italia. Il Pd si attesta invece al 21,5%, mentre i 5 Stelle sono al 12% e Avs al 6%. Infine troviamo Azione e Italia Viva entrambe al 3%.
Giorgia Meloni sa quando è il momento di far sentire la sua voce. Non si scomoda per nulla, ma quando la Nazione chiama, Giorgia risponde. Ieri per esempio il comico Andrea Pucci ha comunicato che ha deciso di rinunciare al ruolo di co-conduttore di Sanremo con Carlo Conti perché l’annuncio della sua partecipazione è stato accolto non troppo bene […]

(di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Giorgia Meloni sa quando è il momento di far sentire la sua voce. Non si scomoda per nulla, ma quando la Nazione chiama, Giorgia risponde.
Ieri per esempio il comico Andrea Pucci ha comunicato che ha deciso di rinunciare al ruolo di co-conduttore di Sanremo con Carlo Conti perché l’annuncio della sua partecipazione è stato accolto non troppo bene.
Strano, le sue battute sui gay a cui i tamponi si fanno nel culo o le foto di Elly Schlein sbeffeggiata per le orecchie e la dentatura promettevano così bene […].
Eravamo già pronti a un commento all’abbronzato Carlo Conti tipo: “Presenti Sanremo perché hai la musica nel sangue?” e invece niente.
“Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a SanRemo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro”, ha frignato il comico. Giorgia Meloni, poco dopo, ha scritto su X: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Ma anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera ‘sacra’ la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa!”.
[…] Tanto per cominciare, Pucci ha rinunciato spontaneamente alla conduzione, non risulta che “la sinistra” lo abbia rapito e nascosto nella foresta nera fino alla proclamazione del vincitore del Festival. Ma soprattutto Giorgia Meloni che difende la satira difendendo Pucci è essa stessa satira. Infine tocca rinfrescare la memoria alla paladina del diritto di fare comicità. Proprio Giorgia Meloni nel 2021 ha querelato il comico Daniele Fabbri chiedendogli 20.000 euro di risarcimento perché, invitando tutti a non usare insulti sessisti contro di lei, l’aveva definita scherzosamente “puzzona” e “caccolona”. Il processo è ancora in corso.
Nello stesso anno, per la mia battuta “La Meloni ha rispolverato la trousse Deborah dell’85” (ironizzavo su un suo ombretto con i brillantini), fui accusata dal suo partito – da Guido Crosetto a Daniela Santanchè a tutta la stampa di destra – di bodyshaming. Ricevetti circa 18.000 insulti solo su Fb. Do una notizia: né io né Fabbri ci siamo ritirati frignando. Per fortuna io non sono stata neppure querelata dal suo ombretto che – lo ammetto – avevo offeso in modo imperdonabile. Scusami ancora, ombretto di Giorgia.

(dagospia.com) – Un’altra debacle per la Rai, sempre più alla deriva. Dopo l’olimpica Patacca-Petrecca, arriva un’altra mazzata per Tele-Meloni che riesce nell’impresa di perdere le future pallettate tra Sinner e Alcaraz. I diritti in chiaro per le ATP Finals dal 2026, infatti, li ha acquistati Mediaset che ha bruciato viale Mazzini.
Con questa mossa di cedere al Biscione di Pier Silvio la trasmissione tv dell’evento, il presidente della Fitp Angelo Binaghi si prepara a togliere di mezzo “Sport e Salute”, e quindi il governo, dalla gestione del torneo che vale oltre mezzo miliardo di euro?
Ma andiamo con ordine, e ricostruiamo l’intricata vicenda. Con la conversione in legge del Decreto Sport, la Federtennis si trova di fronte ad una scelta: condividere con “Sport e Salute”, cioè la partecipata governativa a guida meloniana, la gestione degli Internazionali di Roma e delle ricchissime Atp Finals di Torino, oppure, in alternativa, rinunciare a oltre 100 milioni di contributi pubblici che erano stati previsti per la manifestazione.
Su Roma è stato già trovato un accordo, su Torino le parti stanno, invece, negoziando sulla “compartecipazione” a livello organizzativo di un evento che la Fitp gestiva prima in completa autonomia. Il torneo è una vera e propria gallina dalle uova d’oro.
Uno studio di Boston Consulting Group ha stimato in 503,4 milioni di euro l’impatto complessivo dell’edizione 2024, tra spesa dei visitatori, indotto e gettito fiscale. Il ritorno per lo Stato è stato di 84,5 milioni, mentre i posti di lavoro generati o sostenuti ammontavano a 3.431.
L’Atp, l’associazione che riunisce i tennisti professionisti di tutto il mondo, ha chiesto garanzie annunciando il rinnovo dell’accordo che manterrà le ATP Finals in Italia fino al 2030.
L’estensione garantisce al Paese l’organizzazione del torneo di fine stagione per altri cinque anni, ma non assegna in modo definitivo la sede a Torino che la organizzerà fino al 2026, mentre per le edizioni successive l’Atp valuterà “diverse opzioni di località in Italia”. In pratica, si dovrà scegliere tra Torino e Milano.
E Binaghi si dice che scioglierà la riserva solo prima degli Internazionali. Qualche mese fa il numero uno della Fitp in una intervista a “La Stampa” ha fissato i paletti: “Abbiamo firmato il rinnovo del contratto, il governo ne conosce il testo da tanto tempo. Tornare indietro non si può, sarebbe una grave perdita di credibilità per il Paese”
Come ha raccontato “Report”, la Federtennis con Binaghi “è diventata ricchissima, forse persino troppo: ha accumulato un patrimonio di 50 milioni, con cui l’anno scorso ha fatto un investimento senza precedenti. Ha comprato un antico convento in uno dei quartieri più prestigiosi della Capitale, una sede di lusso costata addirittura 18 milioni di euro”.
Il presidente della Federtennis ricorda spesso che quando il tennis non contava nulla, non c’era nessuno che mostrava interesse, adesso che il movimento è ricco e vincente genera gli appetiti del governo che, tramite “Sport e Salute” vuole mettere le mani sul tesoretto delle Finals per ragioni economiche e di visibilità.
Binaghi si farà portare via parte della cassa? Oppure sfrutterà i soldi dell’accordo con Mediaset per rinunciare ai contributi pubblici e gestirsi le Finals da solo?
Il co-conduttore di Sanremo ha fatto marcia indietro: non sarà sul palco dell’Ariston. Ma non è la prima volta che “l’unico comico di destra”, quello che si faceva fotografare con il “Barone nero”, cede di fronte alle critiche

(di Silvia D’Onghia – ilfattoquotidiano.it) – Meglio vivere un giorno da leone, che cento da pecora. A patto di non morire sul palco di Sanremo. Quello di Andrea Pucci è un cabaret all’italiana, in cui l’orgoglio della nazione, e di uno che in passato si è fatto fotografare con Roberto Jonghi Lavarini – il “Barone nero”, neofascista dichiarato con le foto a Predappio -, si è andato a schiantare alla prima curva delle polemiche. Non ha retto, il comico accusato di battute sessiste, razziste e omofobe, o non l’hanno fatto reggere, poco importa.
Quello che sa del peggiore avanspettacolo è il coraggio mancato di chi si professa l’unico comico di destra, annuncia con una foto senza vestiti la sua presenza come co-conduttore del Festival di Sanremo e poi, al termine di 48 ore di critiche, molla la presa parlando di “insulti e minacce inaccettabili”. Dove è finito l’uomo molti nemici molto onore, capace di battute sui tamponi degli omosessuali? Andrea Pucci, la personificazione dell’uomo italico, il maschio etero che ride accostando le donne a un mix tra Alvaro Vitali e Pippo Franco – nello specifico, la segretaria Pd, Elly Schlein? Può “un’onda mediatica negativa” alterare davvero il “patto” con il suo pubblico, che pure riempie i teatri pur di assistere alle battute sulle donne che “nascono stitiche ma poi cagano il c..o”?
E dire che proprio una donna, Laura Pausini, ha resistito mesi alla pioggia di critiche piovute sul suo profilo (dopo di che ha chiuso i commenti) e sarà a testa alta sul palco dell’Ariston. Possibile che colui che sui social scriveva “spiace, zecche”, festeggiando la vittoria di Fratelli d’Italia, si sia fatto intimidire così?
Non solo è possibile, ma basta andare a leggere la sua storia per capire che il coraggio da branco si scioglie al sole delle responsabilità individuali. Nel 2023, Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento per chi ha dato lustro alla città. In quell’occasione, due consiglieri del Pd avevano disertato l’aula e il sindaco Sala non aveva proferito il tradizionale discorso (ma non aveva neanche posto il veto sul riconoscimento). E già in quell’occasione, Andrea Pucci aveva mollato delle scuse: “Se ho detto qualcosa involontariamente nei miei spettacoli, visto che faccio il comico, e posso avere offeso qualcuno, chiedo scusa”.
È vero, si dirà, anche negli Stati Uniti molti comici, di levatura sicuramente maggiore rispetto al Nostro, sono stati “costretti” a chiedere scusa per aver cominciato la carriera con la faccia dipinta di nero. Il politicamente corretto ha spesso ucciso la satira stessa e la censura si è sempre trasformata in un boomerang, per cui siamo certi che adesso Pucci vedrà triplicare le sue date in teatro e, tra qualche mese, le ospitate televisive.
Ma qui resta una constatazione di fondo, e ce ne vorrà l’ex tabaccaio lombardo se usiamo un’espressione tipicamente romana: è troppo facile fare i froci col culo degli altri.
Nessuno sconto all’esecutivo ma neppure legittimazione di strategie ostruzionistiche. Il nuovo Dpr emesso dal Quirinale sulla separazione delle carriere recepisce la pronuncia della Cassazione, ma conferma la data del voto. Un eventuale nuovo ricorso, forse al Tar, non è escluso, ma avrebbe l’effetto di inasprire ulteriormente il confronto

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Dal Quirinale la vicenda del referendum sulla separazione delle carriere viene osservata con una preoccupazione che nelle ultime settimane è andata crescendo. La decisione di Sergio Mattarella di firmare in tempi rapidissimi il decreto che riformula il quesito, mantenendo però invariata la data del voto, è stata letta come un atto di responsabilità istituzionale, ma anche come un segnale politico rivolto a tutti gli attori della partita, in primo luogo alla magistratura associata.
Il presidente della Repubblica teme che la consultazione popolare, nata per pronunciarsi su una riforma tecnica nonché divisiva, possa trasformarsi in uno scontro frontale tra poteri dello Stato. Negli ambienti del Colle si sottolinea come il clima generale sia già teso: negli ultimi giorni il capo dello Stato è intervenuto, con la consueta discrezione, su due provvedimenti delicati come il decreto sicurezza e il testo relativo al ponte sullo Stretto, a conferma di una vigilanza costante sugli equilibri istituzionali.
Sul referendum, tuttavia, il quadro si è complicato soprattutto per iniziativa di soggetti esterni al governo. La dura campagna dell’Anm contro la riforma, accusata di minare l’autonomia del pubblico ministero, ha contribuito ad alzare i toni. A questo si è aggiunto il caso dei quindici cittadini che, autorizzati dalla Cassazione, hanno avviato una raccolta firme parallela nonostante fossero già state depositate due richieste parlamentari, una di maggioranza e una di opposizione.
Il ricorso presentato contro la data del 22 e 23 marzo ha portato a una pronuncia della Cassazione destinata a fare giurisprudenza. I giudici hanno chiesto un quesito più analitico e hanno stabilito che le diverse iniziative referendarie su uno stesso tema possano sommarsi. Una interpretazione innovativa dell’articolo 138 della Costituzione che, secondo molti osservatori, rischia di aprire la strada a contenziosi capaci di allungare indefinitamente i tempi della consultazione.
Di fronte a questo scenario si è resa necessaria un’interlocuzione diretta tra Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ne è scaturito un nuovo Dpr che recepisce le indicazioni della Cassazione ma conferma la data del voto. Dal Quirinale la soluzione è stata definita “giuridicamente ineccepibile” e rispettosa delle prerogative della Corte, ma è evidente la volontà di evitare che il referendum venga trascinato in un limbo procedurale.
La rapidità della firma presidenziale è stata interpretata come un invito alla responsabilità. Un eventuale nuovo ricorso, forse al Tar, non è escluso, ma avrebbe l’effetto di inasprire ulteriormente il confronto. Mattarella, che non intende prendere posizione sul merito della riforma, considera però essenziale che la competizione politica si svolga entro regole chiare e tempi certi. Al Quirinale si è consapevoli di questo rischio, ma prevale l’idea che il ruolo del capo dello Stato sia quello di garante dell’equilibrio tra i poteri, non di arbitro partecipe della contesa.
I prossimi quaranta giorni saranno decisivi. Se il confronto dovesse degenerare, a essere compromessa non sarebbe soltanto una riforma della giustizia, ma la qualità stessa del dialogo istituzionale. È questo l’orizzonte che guida le scelte di Mattarella: nessuno sconto all’esecutivo, ma neppure legittimazione di strategie ostruzionistiche. La leale collaborazione tra poteri, ricordano dal Colle, resta il fondamento della vita repubblicana.

(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – Le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 non sono iniziate che da tre giorni, ma lo scontento della popolazione è già impossibile da nascondere. Il culmine è stato raggiunto sabato, quando tra le 5 e le 10mila persone sono scese in corteo a Milano. Il governo, nel tentativo di nascondere sotto il tappeto malfunzionamenti, ritardi, devastazione ambientale e malagestione di risorse pubbliche, risponde con la tattica ormai consolidata: criminalizzare il dissenso. È stata la stessa Giorgia Meloni la prima a commentare gli scontri di sabato, con una retorica tipica dei regimi autoritari: per la premier, infatti, chi manifesta contro le Olimpiadi è «nemico dell’Italia e degli italiani». Nessuna volontà, insomma, di comprendere le ragioni delle proteste democratiche dei cittadini, quanto piuttosto quella di aizzare l’elettorato contro chi manifesta. Alle sue dichiarazioni hanno fatto immediatamente eco quelle del ministro Crosetto, che è tornato ad attaccare i magistrati, colpevoli, a suo dire, di non tenere in carcere i manifestanti arrestati dalla polizia.
Il post pubblicato subito dopo il corteo da Meloni (sulla scia di quanto già fatto dopo il corteo per Askatasuna dello scorso 31 gennaio, con una solerzia che gli abitanti di Niscemi avrebbero forse desiderato) riprende non a caso un video di Fox News, emittente statunitense fedelissima di Trump. Nel suo post, Meloni fa riferimento anche a quanto accaduto negli scorsi giorni a Bologna, dove i cavi della ferrovia sarebbero stati tagliati impedendo ai treni di partire. Il gesto non è ancora stato rivendicato da nessuno, nè si è certi che si tratti effettivamente di un sabotaggio, ma il governo ha già emesso la sua sentenza al riguardo. Per Meloni, coloro che “manifestano ‘contro le Olimpiadi’”, finendo così sulle “televisioni di mezzo mondo”, altro non sono che “nemici dell’Italia e degli italiani”, “bande di delinquenti” che hanno vanificato il lavoro delle migliaia di persone non pagate (o, nelle parole della premier, “volontari”) che lavorano gratuitamente “perchè vogliono che la loro nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata”. Una dialettica profondamente antidemocratica, che definisce chiunque abbia qualcosa da dire contro le Olimpiadi un criminale, oltre a cancellare le rivendicazioni al cuore della manifestazione – non “contro le Olimpiadi” di per sè ma contro il costo imposto a cittadini e ambiente, tra cementificazione, saccheggio idrico, disagio dei residenti, abbattimento di piante secolari, espropri e così via.
Le parole di Meloni erano state anticipate, la settimana scorsa, dal discorso di Piantedosi alla Camera. In riferimento ai fatti accaduti durante la manifestazione di Askatasuna, il ministro dell’Interno ha dichiarato senza mezzi termini che sarebbe ipocrita distinguere manifestanti violenti da quelli non violenti. La volontà della piazza è “innalzare il livello di scontro con le istituzioni”, una vera e propria “strategia dell’eversione dell’ordine democratico”. Va tuttavia detto che le massicce operazioni di polizia messe in campo a Torino (militarizzazione di un quartiere, soffocato dai lacrimogeni; pestaggi squadristi da parte dei poliziotti in strada; massicce operazioni di sicurezza preventiva) non hanno portato poi a grandi risultati: le uniche tre persone arrestate per l’unico atto pubblicamente documentato di violenza contro un poliziotto sono state scarcerate nel giro di 48 ore. Naturalmente, per l’esecutivo la colpa sarebbe dei magistrati che, ancora una volta cercano di ostacolare la politica. Di fatto, in vista del referendum ogni pretesto è diventato buono per lanciare un attacco contro i giudici, il cui unico scopo, nella visione del governo, sarebbe quello di fare opposizione politica.
Il diritto a manifestare il dissenso, colonna portante di una democrazia che voglia definirsi tale, è per l’esecutivo attacco diretto allo Stato. La centralità del tema per il governo è evidente, dal momento che la presidente del Consiglio è in prima linea nel lanciare attacchi contro le piazze, la magistratura e in generale chiunque faccia opposizione. E il passaggio dalle parole ai fatti è immediato: la scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha infatti approvato il testo dell’ennesimo decreto sicurezza, che reprime ulteriormente manifestanti e movimenti fornendo in parallelo ulteriori tutele di impunità alla polizia. Al netto della propaganda politica e dei toni da regime, tuttavia, restano i fatti: c’è una parte di Paese sempre più scontenta e sempre più disposta a urlare il proprio dissenso in piazza, senza manganello che tenga.

(Piero Bevilacqua – lafionda.org) – Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.
Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.
Ebbene, tra le tante ragioni che spiegano l’incapacità europea di comprendere quanto avviene, oltre all’ormai leggendaria pochezza del ceto politico, alla vocazione apologetica e propagandistica dei media, ce n’è una profonda e poco considerata, che va collocata nell’ambito dell’egemonia USA: è l’ampiezza e profondità con cui la cultura americana si è insediata in tutti gli angoli della vita del Vecchio Continente.
Qui avanzo solo brevi note per una discussione più ampia. L’americanizzazione dell’Europa ha il suo avvio all’indomani della seconda guerra mondiale e s’irradia con un ampio spettro di innovazioni culturali che entreranno a far parte connaturante delle società investite. Il primo, rilevante ambito, è quello della cultura materiale. La Rivoluzione Verde nell’ambito del Piano Marshall cambia per sempre diversi millenni di agricoltura contadina, attraverso l’introduzione nelle campagne di quella che è stata definita una “technological box”, consistente in una combinazione di fattori: sementi ibride di cereali altamente produttive, concimi chimici, pompe idrauliche per l’irrigazione. È l’agricoltura industriale di oggi. Anche il modello degli allevamenti intensivi comincia dagli USA. Ma c’è una cultura materiale destinata a imperituro successo, quella degli elettrodomestici. L’arrivo in Europa dei frigoriferi, delle lavastoviglie, delle lavatrici elettriche – che liberano milioni di donne da una delle più penose fatiche della loro storia – costituisce delle vere leve di umana emancipazione, fonda una dimensione nuova del vivere quotidiano: il benessere.
Un altro ambito di irradiazione, non meno dotato di forza insediativa, di profonda plasmazione delle psicologie, è l’industria dell’intrattenimento: la musica, soprattutto il jazz, la televisione, il cinema. Non è necessario soffermarsi più di tanto. Il potere di Hollywood di produrre immaginario capace di far sognare anche i popoli più remoti, di imporre un’immagine del mondo che è la glorificazione dell’America, è ben noto. Una potenza creativa capace perfino di sovvertimento della realtà storica, se si ricorda che il cinema americano ha trasformato il genocidio dei popoli nativi, i cosiddetti Pellirosa, nella gloriosa epopea del genere western. Forse potremmo affermare che, in sostanza, una delle componenti fondative dell’egemonia americana è stata la raffinata capacità di mascherare, soprattutto tramite l’anticomunismo, la propria storia, di affermare di sé un’immagine edificante interamente costruita a fini di dominio.
La diffusione dell’americanismo nella sua dimensione di cultura materiale e di cultura popolare era per la verità cominciata agli inizi del ’900. Il taylorismo e l’organizzazione scientifica del lavoro, la fondazione dell’obsolescenza programmata delle merci, per far fronte alla produzione industriale di massa, cominciano ad arrivare in Europa negli anni ’30. Gramsci, solitaria testa pensante, dedicò, com’è noto, un capitolo dei suoi Quaderni a questa inedita frontiera del capitalismo. E anche ambiti della cultura alta cominciarono ad affascinare gli intellettuali europei, quello della narrativa, ad esempio: i romanzi di Hemingway, di Steinbeck, ecc.
La cultura alta, tuttavia, cominciò a penetrare in Europa con capacità egemonica soprattutto nella seconda metà del ’900, tramite la disciplina che doveva diventare, come la fisica, la Big Science del nostro tempo: l’economia. Gli USA sono il paese che detiene il maggior numero di premi Nobel per questa disciplina. Una scienza che, da un certo momento in poi, diventa una corrente ideologica destinata a dominare non solo la cultura economica, ma a trasformarsi in politica degli Stati, a guidare un nuovo corso egemonico del capitalismo attuale: il neoliberismo. Domenico De Masi ha magistralmente ricostruito la strategia con cui il gruppo degli economisti che ha fondato tale corrente di studi e di pensiero, da Ludwig von Mises a Milton Friedman, ha conquistato, con penetrazione capillare, gabinetti ministeriali, centri studi di grandi banche, riviste, università, centri di ricerca, ecc. (D. De Masi, La felicità negata, Einaudi 2022). Almeno dagli anni ’80 andare a specializzarsi negli USA per alcuni mesi ha fatto parte del cursus honorum dei giovani laureati europei in economia. Le nostre Facoltà di economia sono state messe sotto assedio, interamente plasmate dalle dottrine neoliberiste, e nei decenni recenti anche il modello americano di organizzazione didattica, fondato su Dipartimenti specialistici, ha sostituito le antiche Facoltà largamente interdisciplinari.
Tale grandiosa opera di colonizzazione intellettuale della vecchia Europa, che è continuata per decenni, ha avuto una forza ancora più dirompente, perché avvolta dentro una narrazione storica di singolare fascino, soprattutto in Italia. Dopo la guerra gli USA si presentavano come i liberatori, coloro che avevano sconfitto il nazifascismo (cancellando così il decisivo contributo dell’Unione Sovietica e anche della Cina sul fronte orientale) e che col Piano Marshall – vale a dire l’apertura all’industria USA, uscita intatta dalla guerra, del vasto mercato europeo – avevano portato libertà e aiuto economico alle provate economie del Continente. Per un paese come il nostro, che aveva spedito in quel paese milioni di contadini, responsabile della fondazione del fascismo, che usciva sconfitto dalla guerra, gravemente danneggiato dai bombardamenti, non era una prova di generosità facilmente dimenticabile. Anche se le nostre classi dirigenti hanno fatto di tutto per far dimenticare quale grande contropartita gli USA hanno ottenuto per le loro mire imperiali. Collocando le proprie basi militari sul nostro territorio hanno guadagnato il controllo strategico sulla nostra Penisola, una sterminata portaerei in mezzo al Mediterraneo, proiettata verso l’Africa e il Medio Oriente.
Occorre tuttavia ricordare che, a livello di innovazione della vita materiale, il dispositivo destinato a mutare nel profondo non solo la cultura, ma la spiritualità, le strutture antropologiche dell’individuo europeo, è stata la TV. Attraverso questo strumento le classi dirigenti americane e quelle vassalle europee hanno conseguito scopi di portata epocale. Sono riusciti a fornire a un pubblico immenso informazioni quotidiane sulle condizioni, gli eventi, i problemi dei vari paesi del globo, dando agli europei (e agli americani) l’illusione di conoscere effettivamente lo stato delle cose e non di subire una gigantesca e capillare manipolazione della realtà. Una plasmazione ideologica delle psicologie collettive senza precedenti per ampiezza e profondità nella storia delle civiltà umane. Un’opera di colonizzazione che, attraverso il medium della lingua inglese, utilizzando il mimetismo servile di giornalisti, pubblicitari, leader politici, ha penetrato l’anima più profonda della cultura e dell’identità dei paesi europei.
Ma la TV ha anche inaugurato una dimensione nuova della vita familiare. I circenses che l’Impero romano elargiva alla plebe per guadagnarne il consenso sono diventati fruizione quotidiana. Lo spettacolo, per secoli intrattenimento periodico pubblico nei circhi e nei teatri, soprattutto dei ceti abbienti, è diventato evento domestico quotidiano di massa. Negli ultimi anni, come aveva profetizzato Guy Debord, anche la vita politica si è fatta spettacolo: tutta la realtà è stata risucchiata dalla sua rappresentazione virtuale. Ma a causa delle TV le famiglie hanno ristretto al loro interno lo spazio del dialogo domestico, sono diventate monadi incomunicanti, la società ha perduto i vecchi collanti della frequentazione pubblica, si è progressivamente dissolta.
Si può dire che è stata l’America a creare l’Uomo Nuovo a cui aspiravano i dirigenti sovietici. Con il crollo dell’Unione Sovietica e del fronte comunista internazionale, la penetrazione dell’ideologia capitalistica, l’accettazione come naturale delle sue culture, dei suoi stili di vita, dominati da individualismo, competizione, merito, successo, denaro, primato dell’impresa e del profitto, ecc., ha determinato, nella mente di moltitudini di contemporanei, l’impensabilità di una società diversa, l’inimmaginabilità di un futuro che non fosse la replica del presente. Tale conformismo ideologico, che dura da decenni, è stato così totalitario da indurre un serio studioso come Francis Fukuyama a teorizzare, com’è noto, “la fine della storia”. Vale a dire l’impossibilità, da parte delle società umane, di creare sul pianeta nuove forme di organizzazione sociale che non fossero la ripetizione dell’esistente ordine neoliberale. Il “there is no alternative” di Margaret Thatcher veniva solennemente confermato. In realtà si trattava di un azzardo profetico che doveva segnalare alle menti capaci di pensiero la morte culturale del modo di produzione capitalistico: la sua incapacità di progettare nuovi assetti sociali come aveva fatto, con innovazioni continue, nei tre secoli precedenti. E invece, in coro, tutti i chierici del capitale hanno cantato alleluia. Ma quanta barbarie covava in seno a questa società talmente perfetta da aver sbarrato le porte dell’avvenire lo hanno mostrato i massacri che hanno insanguinato il pianeta nei decenni del nuovo millennio.
Oggi, anno Domini 2026, le fonti dell’egemonia americana appaiono disseccate. La scienza economica neoliberista si mostra in tutta la vastità dei suoi fallimenti sociali, ambientali e umani. Un trentennio di sfrenamento capitalistico neoliberista ha dato vita a giganti monopolistici transnazionali, a concentrazioni abnormi di ricchezza finanziaria, disuguaglianze e sacche di povertà senza precedenti. La concentrazione del capitale ha raggiunto vertici mai toccati prima e inferto al pianeta danni senza precedenti e forse irreversibili. Ma soprattutto ha inferto uno scacco storico a tutti i poteri statuali dell’Occidente e alle loro élites: la sovranità della politica e dello Stato è stata soppiantata. Il potere laico e autonomo di governo degli Stati-nazione, che per secoli era stato distinto e superiore a quello religioso, economico e militare, è stato privatizzato dalle potenze elette del denaro. All’autorità dello Stato si è sostituita quella di oligarchie onnipotenti. Non si comprende la dissoluzione del diritto internazionale se non si mette in conto l’assoggettamento subito dagli esecutivi nazionali ad opera dei grandi aggregati di ricchezza, che aggirano parlamenti, divisione dei poteri, costituzioni. Sono tali potenze transnazionali che dettano le regole al ceto politico eletto nelle democrazie rappresentative. I dirigenti dei grandi partiti di massa sono infatti diventati ceto politico, svolgono un mestiere, occupano un limitato segmento nella divisione del lavoro del sistema capitalistico. Avendo scelto, per debolezza e convenienza, di spezzare il loro antico legame con la classe operaia e i ceti popolari, perdendo la capacità contrattuale che dava loro il consenso organizzato di massa, sono privi di forza e di visione, vivono alla giornata, in balia degli interessi privati contraddittori a cui si appoggiano.
D’altra parte, la cultura materiale americana ha esaurito il suo fascino con le ultime mirabilia dei prodotti digitali, ormai insidiate da quelle della Cina, della Corea, ecc. Ma la rottura più grave è avvenuta su un altro piano. Il carisma degli USA, Stato modello di democrazia e libertà, superba costruzione culturale delle élites, è svanito da un pezzo, nonostante la totalitaria manipolazione mediatica: crollato sotto i colpi della ricerca storica e della evidente trasformazione oligarchica del potere americano.
Da anni, per merito soprattutto di grandi giornalisti e storici americani, come William Blum, Vincent Bevins e di tanti altri, è emerso alla conoscenza pubblica il ruolo segreto che gli USA hanno avuto nel muovere guerra e rovesciare governi sovrani, spesso attraverso massacri di popolazione civile, dall’Iran (1953) al Guatemala (1955), dalla Repubblica Democratica del Congo (1960) a Cuba (1961), dal Brasile (1965) all’Indonesia (1958, 1965), dal Vietnam (1965-75) al Laos e alla Cambogia (1965-73), dal Cile (1973) a Grenada (1983) a Panama (1989). Tutte operazioni degli anni della guerra fredda.
E per brevità trascuriamo ogni cenno alle innumerevoli ingerenze nella vita politica degli Stati, ai colpi di Stato falliti, alle pratiche di strozzinaggio, ricatto, vessazioni con cui, tramite il potere del dollaro, imprese private e Stato USA hanno segretamente tiranneggiato un po’ tutti i governi e le economie di gran parte del mondo.
Oggi queste scoperte si sono estese in forme senza precedenti per effetto di una molteplicità di eventi a partire dal nuovo millennio. Fondamentali le guerre dispiegate e sanguinose contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, l’appoggio incondizionato a Israele in tutte le azioni militari in violazione dell’ONU. Ma è stato il conflitto in Ucraina, che la rombante propaganda atlantica voleva far nascere il 24 febbraio 2022 con l’invasione da parte della Russia, a segnare un punto di svolta. Esso ha spinto centinaia di analisti a rintracciarne le cause storiche e ad aprire una corrente di studi sulle guerre segrete degli USA e della NATO, scoprendo una continuità storica che fa sistema: dalla distruzione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, alla fine del secolo scorso, alla Siria nel 2011 fino alla dissoluzione di questo antichissimo paese come entità statale nel 2024. E ora, inizio 2026, con un atto di gangsterismo internazionale, l’attacco al Venezuela.
La desecretazione per scadenza dei termini di molte carte d’archivio a Washington, relativi ad attività del Pentagono e della CIA, le documentazioni recenti, ad es. di Lindsey A. O’Rourke (Covert Regime Change. America’s Secret Cold War, Cornell University Press 2018) o quelle di Julian Assange, stanno offrendo nuovo materiale di scoperta della politica estera segreta di questo paese. E per brevità non mi diffondo qui in ostentazioni bibliografiche, limitandomi a menzionare i nomi di analisti come Jacques Baud, quello di Jeffrey Sachs, di Daniele Ganser. Per non citare che pochi dei nostri autorevoli analisti, da Alberto Bradanini a Elena Basile, da Alessandro Orsini a Fabio Mini, a Giacomo Gabellini.
Ma certo, l’evento epocale che cancella per tutti i tempi a venire il mito della democrazia americana è la partecipazione delle sue amministrazioni al più atroce, pubblicamente, quotidianamente visibile genocidio del millennio: il massacro dei palestinesi a Gaza. Com’è noto, sia il democratico Biden che il repubblicano Trump hanno fornito migliaia di tonnellate di bombe perché l’esercito di Israele potesse bombardare, per due anni, da terra, dal cielo e dal mare, gli edifici, le scuole, le università, gli ospedali, le case, le tende di decine di migliaia di palestinesi indifesi. Una mattanza quotidiana che resterà per sempre nella memoria collettiva di tutti i popoli della Terra, quale monumento imperituro a testimonianza dell’opera del maggiore Stato criminale dell’ultima età contemporanea e del suo aguzzino mediorientale.
Ebbene, quali conseguenze trarre da questo tracollo dell’egemonia americana, che Donald Trump sta completando comportandosi come un bandito internazionale, rapendo capi di Stato liberamente eletti, come ha fatto con Maduro, minacciando la Groenlandia e l’Iran che non gli hanno recato né danno né offesa, praticando il racket e le estorsioni dei dazi anche ai paesi amici non obbedienti? Senza qui considerare quel che la sua amministrazione sta compiendo all’interno della società americana con le attività di squadrismo federale contro la popolazione immigrata.
È evidente che i vecchi vassalli europei, giornalisti e politici, che ancora tentano di difendere e cercheranno in futuro di riabilitare l’immagine di questo Impero, potranno ricevere solo incredulità e disprezzo universali, soprattutto da parte delle nuove generazioni. Solo una vasta opera di pulizia all’interno del deep state americano, la cacciata definitiva dei neocon dai gangli del potere, l’emergere di un nuovo ceto dirigente, l’abbandono delle pratiche criminali dell’Impero, la fine della NATO, possono restituire a questo grande paese un nuovo ruolo di equilibrio e di pace e al suo popolo una più diffusa prosperità sociale. Prospettiva di cui a oggi non si intravede alcun indizio.
Io credo che si potranno spingere gli USA in questa direzione (consapevoli di muoverci sul ciglio abissale dell’ultima guerra che sconvolgerà il pianeta) solo mostrando alle sue classi dirigenti che non hanno altra scelta se non di rinunciare alla propria dimensione di Impero, di dover limitarsi a essere un grande Stato alla pari con tutti gli altri Stati. È ormai intollerabile che un paese ricco, con solide tradizioni e istituzioni liberali, protetto dai confini di due oceani, debba mantenere basi militari in tutto il pianeta, porsi come il gendarme del mondo, spadroneggiare con guerre e massacri di popolazioni lontane e innocenti. Lo è ancora di più ora che il suo massimo rappresentante si comporta come un bandito internazionale, che scrive le regole della politica mondiale, imitazione grottesca del Dittatore di Chaplin, con un tratto della sua penna. Ed oggi è ancora più intollerabile che i governanti europei, per viltà e pochezza, acconsentano e legittimino le gesta di aggressione armata con cui questo presidente criminale colpisce e minaccia tanti paesi vicini e lontani. Deve essere ormai evidente: i governanti e i nostri giornalisti padronali devono farsene una ragione; il loro atlantismo si configura ormai come una corrente di propaganda criminale.
Come non vedere, a questo punto, che gli USA sono oggi, se non il nemico, certo l’avversario più agguerrito e temibile del Vecchio Continente? L’insieme di convenienze, ipocrisie, patti segreti con cui le classi dirigenti d’America e d’Europa hanno operato insieme con rinnovati intenti coloniali è andato in frantumi. (Si veda ora il numero de «La fionda», 2025, n. 1 dedicato a Noi e l’America. Atlantisti e Eurofanatici.) Che cosa dunque ci impone di mantenere rapporti privilegiati con un Impero morente, che continuerà a tiranneggiarci per necessità di sopravvivenza, grazie alla debolezza e divisione dei singoli Stati europei? Gli anni che ci attendono, con i progetti economicamente inflazionistici del riarmo (le armi hanno un solo valore d’uso: morte e distruzione), infliggeranno danni di vasta portata alle popolazioni. E allora, perché non pensare a un mutamento radicale delle relazioni internazionali, che solo la passiva fedeltà a una fase storica ormai tramontata, l’atlantismo, e un pregiudizio infondato e insensato, la russofobia, ci impediscono di pensare?
La ripresa delle relazioni con la Russia, oltre che con la Cina e con tutti i paesi dei BRICS, ridarebbe nuovo slancio alle economie europee, che il meschino interesse di potere personale e la stoltezza dei nostri gruppi dirigenti stanno condannando, senza alcuna necessità, allo stesso declino dell’Impero. È evidente che queste élites, infilatesi in un vicolo cieco, responsabili di errori seriali, spogliate di ogni dignità persino personale di fronte al padrone americano e agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, non sono in grado di intraprendere la strada che sarebbe necessaria.
Solo un nuovo ceto politico può incamminarsi con coraggio sulla via che può salvare l’Europa e che è quella a lei storicamente più propria: l’alleanza organica con la Russia, con uno Stato che sta nel nostro continente, non oltreoceano. Un paese da cui non abbiamo ricevuto offese e che gli europei hanno più volte attaccato e invaso, massacrandone le popolazioni. La Federazione russa possiede il territorio più vasto del pianeta, è spopolato, è un immenso deposito di materie prime e di fonti di energia. Se c’è qualcosa di cui non ha alcuna necessità è occupare territori altrui. L’idea che il suo esercito voglia invadere l’Europa è una stolida, consapevole menzogna delle nostre classi dirigenti per coprire i loro drammatici errori. La Russia ha un grande interesse ad avere rapporti pacifici con noi, ed è notissimo anche alle pietre delle strade che è sulla base di queste convenienze reali che si muove la storia degli Stati. Le guerre costano e si intraprendono per interessi e necessità. Sarebbe dunque sufficiente abbandonare un pregiudizio alimentato ad arte per decenni dalle potenze atlantiche, il prodotto più tossico dell’americanismo, per afferrare l’enorme vantaggio che gli europei acquisirebbero da un rovesciamento delle alleanze attuali.
Occorrerebbe che le popolazioni d’Europa, come nella fiaba di Andersen, finalmente gridassero: “Il re è nudo”, i nostri governanti stanno mentendo. Un saldo rapporto con la Federazione russa consentirebbe all’Europa di godere di una grande deterrenza militare, che farebbe venir meno, attraverso la diplomazia, la necessità di svenarci in spese belliche, schiudendoci prospettive economiche a dir poco grandiose con tutta l’Eurasia.
Ma la fine del rapporto privilegiato (e dei segreti ricatti) con le amministrazioni americane può significare l’emancipazione culturale definitiva dalla colonizzazione subita negli ultimi 80 anni. E questo può consentire a una nuova generazione di intellettuali europei l’apertura di un nuovo orizzonte di progettualità teorica e culturale. Senza dire che l’Italia si potrebbe finalmente liberare del padre padrone che ha condizionato, spesso con oscure trame, la storia della Repubblica.
Lo scenario che si schiude è l’affascinante ignoto aperto dalla fine di cinque secoli di dominio coloniale dell’Europa e poi degli USA sul resto del mondo. La sconfitta militare della NATO in Ucraina, l’emergere della potenza della Cina, l’avanzamento del fronte multiforme dei BRICS, un mosaico di antiche civiltà che il nostro eurocentrismo suprematista ha allontanato dal nostro sguardo e spesso criminalizzato, può dare vita a un cosmopolitismo davvero mondiale. Esso è destinato a decretare la fine dell’unipolarismo USA e potrà imporre nuove regole di diritto internazionale, in grado di inglobare non solo gli interessi dei popoli, ma anche quelli della natura, del mondo animale, capace di incorporare i nuovi saperi del nostro tempo, fondando una nuova civiltà del diritto. Certo non ci sfugge che questa è, al momento, una potente linea di tendenza della storia e che gli USA non cederanno, come stanno del resto già facendo, rinunciando a contromosse sanguinarie. Avanzeremo negli anni prossimi muovendoci sul crinale di due sole possibili alternative: un assetto multilaterale del mondo o la guerra termonucleare e la fine.
Ma essere consapevoli di chi è realmente il Nemico è la premessa imprescindibile. Questo ci illumina nell’apparente confusione del presente su come dobbiamo muoverci come studiosi, come forze intellettuali, come produttori d’informazione.
Oggi, dunque, è grazie alla grande frattura creata dagli USA che noi europei possiamo ripensare con radicalità l’organizzazione politica e istituzionale del Continente. E solo pensatori radicali possono fondare un nuovo progetto europeo sulla base di una verità inoppugnabile: l’Unione Europea è fallita, è stata un errore. È fallita nel suo piano economico neoliberista, come confessa di fatto il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024. Per l’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Unione, spogliata dei suoi patrimoni pubblici, tale fallimento è stato clamoroso, visto che nel 1991 era considerata la quarta potenza economica del pianeta ed ora è sparita dalle classifiche. È fallita sul piano politico perché ha gravemente deprivato gli Stati nazionali della loro sovranità monetaria e istituzionale, surrogando le loro democrazie con burocrazie non elette, senza conseguire una superiore unità sovranazionale, come dimostra la drammatica inesistenza di una politica estera. (Si veda ora l’analisi senza scampo di Gabriele Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi 2025.) D’altra parte non c’è certificazione più desolante di tale disfatta dell’inazione e addirittura della partecipazione attiva di alcuni importanti Stati europei al genocidio del popolo di Gaza, come hanno fatto la Germania, l’Italia e il Regno Unito. Un’infamia inoccultabile che si completa oggi con le posizioni di politica di riarmo in ubbidienza alla NATO. Le élites dei paesi che nel ’900 hanno insanguinato il pianeta con ben due guerre mondiali, dopo 35 anni di Unione promettono ai propri cittadini un luminoso avvenire di guerra.
Non vogliamo qui inoltrarci in proposte programmatiche per il futuro su cui ci siamo impegnati in altre sedi. Ma almeno qualche suggestione ci sentiamo di esprimerla. Vastissimo è infatti il campo di innovazione/conservazione che ci si schiude sul piano culturale. Smontare i paradigmi dell’americanismo può offrire un’occasione a nuovi ceti intellettuali per riproporre, rovesciandoli, quelli del nostro umanesimo, delle nostre tradizioni cristiane, mutualistiche, socialistiche all’interno di una visione olistica della vita umana. I nuovi saperi delle scienze ambientali, quelli per intenderci di pensatori come Edgar Morin, Gregory Bateson e altri, che attraverso il dialogo con le discipline umanistiche possono aprire frontiere inesplorate di umana conoscenza e nuovi approdi etici. E a questo fine bisognerà mettere mano alle strutture della formazione della scuola e dell’Università. Uno dei capitoli delle politiche fallimentari dell’Unione è infatti il nuovo corso impresso agli studi scolastici e universitari a partire dal cosiddetto “Processo di Bologna” del 1999. È da quel momento che l’UE ha cominciato a indirizzare gli assi della formazione delle nuove generazioni europee verso apprendimenti strumentali, competenze utili a fini produttivi, destinati a sostenere la competizione globale dell’Europa. I nuovi programmi, che hanno inserito nelle didattiche una miserabile logica aziendale, hanno emarginato i saperi umanistici, creando figure di laureati espertissimi su ambiti specialistici sempre più ristretti e ignoranti di tutto il resto. Con lungimirante senso strategico i pianificatori hanno mirato a istituzioni formative destinate a rimpicciolire gli uomini, a trasformare gli individui in utensili della grande Macchina della produzione e del consumo, a privarli dello sguardo olistico che le frontiere culturali e ambientali del nostro tempo rendono necessario.
Ma la cultura umanistica è impensabile senza la lingua. E le lingue europee, le lingue degli Stati nazionali, sono l’espressione secolare della loro storia e del loro processo di civilizzazione. È proprio tale gigantesco patrimonio che negli ultimi decenni è stato messo all’angolo a favore di una anglofilia d’accatto, della lingua del neoliberismo angloamericano, dal provincialismo e dalla ignoranza senza confini di politici, giornalisti, intellettuali, pubblicitari europei (italiani in prima fila), convinti di toglierci di dosso la muffa del passato, di portarci nella modernità di cartapesta della finzione pubblicitaria.
In tale ambito la cultura radicale può inaugurare – ma lo sta già facendo da tempo, in forme sparse – un capitolo entusiasmante di innovazione/restaurazione del linguaggio, di critica politica e culturale soprattutto nei confronti dei funzionari della cultura, sedicenti democratici, difensori dei “valori dell’Occidente”. Mentre USA ed Unione Europea sono allo sbando, mentre il maniero di cui sono a guardia sta crollando alle loro spalle, la posizione dell’intellettualità radicale ha oggi un vantaggio storico che non può lasciarsi sfuggire. Giornalisti e scrittori televisivi oggi appaiono, a chi ha occhi per vedere, riproduzioni in piccola scala di Don Chisciotte, armati di lancia e scudo a difesa di una nobile, ma tramontata cavalleria. Difendono “la più antica democrazia del mondo” e gli imperituri “valori occidentali” senza voler vedere di che sangue grondano da gran pezzo e a che punto di barbarie sono pervenuti. Bisogna mostrarli nella loro grottesca nudità alle popolazioni ingannate da decenni di menzogne. E occorre sapere che non c’è dileggio più umiliante che si possa muovere a codesti intellettuali a guardia dello status quo, che farli sentire obsoleti, non più al passo con le novità che avanzano. Per costoro infatti, colonizzati fin nei cromosomi dal falso progressismo neoliberistico, solo il domani è meglio di oggi, poiché la loro concezione del tempo, perfino di quello cosmico, deve esaltare la velocità del circuito del denaro, della sua valorizzazione incessante, del processo di accumulazione della ricchezza, che oggi è, prevalentemente, fatta di carta moneta.
Si riapre dunque il tempo della satira, oggi depresso dallo spettacolo di morte che opprime il nostro campo visivo. Sebbene i governanti europei facciano a gara per sopravanzarsi nel campo senza confini del ridicolo. Ma chi possiede cultura, radicalità e coraggio riesce a muovere il riso, anche se non è attore, come fa da tempo in Italia Marco Travaglio, con i suoi editoriali sul «Fatto Quotidiano» e i suoi spettacoli. Si tratta ad ogni modo di un passaggio importante, per colpire dalle fondamenta l’americanismo e le basi dell’egemonia capitalistica. E naturalmente, senza dimenticare i grandi media, soprattutto la televisione che, come abbiamo visto, grazie alla servitù e alla malafede di schiere innumerevoli di giornalisti (oltre che dei servizi segreti americani), rappresenta il nemico che abbiamo in casa.

(Andrea Zhok) – Nella foto la mezzana di Epstein, Ghislaine Maxwell, mentre conciona l’assemblea dell’ONU sui diritti umani e ambientali.
Intanto l’allegra combriccola di assassini nucleari israelo-americani sta continuando ad accumulare forze navali ed aeree per abbattere l’Iran. Con la copertura morale dei giornali di tutto il mondo, perché – si sa – l’Occidente è da sempre eroicamente affaticato ad esportare moralità e diritti ovunque nel mondo.
Un’altra volta farò un’analisi più ponderata, ma oggi mi si permetta uno sfogo metaforico.
La metafora più diretta che mi viene in mente per la disposizione odierna dell’Occidente è che l’Occidente oggi è Mordor.
E’ il potere per il potere che vuole estendersi infinitamente e cancellare ogni altra forma di vita diversa da sé, dentro e fuori di sé.
Al proprio interno demolisce sistematicamente tutti gli ordinamenti famigliari, comunitari, solidaristici, coltiva costantemente la scissione, la separazione, la disgregazione, l’atomizzazione della società, premia ed eleva i peggiori, purché fedeli, abbatte senza pietà i migliori.
Al proprio esterno ha già cancellato ampiamente le forme di vita allotrie nei popoli più fragili, sterminandoli, frantumandoli o rendendoli vassalli (l’elenco è interminabile, dagli Indiani d’America, al Cile di Allende e a gran parte dell’America Latina, al Giappone, alle Filippine, al Vietnam, alla Corea – del Sud, perché il Nord gli è sfuggito grazie alla protezione cinese, alla Jugoslavia, all’Irak, alla Libia, al Medio Oriente egemonizzato, dove l’ultimo villaggio resistente – la Palestina – è in via di annichilimento, e molti altri).
Ora sta dando l’assalto alle ultime fortezze, partendo dalla più abbordabile, l’Iran, che è un tassello indispensabile per lo strangolamento energetico e geopolitico della Cina.
In questo quadro due cose appaiono terrificanti.
Da un lato la spietatezza e potenza capillare di quel Moloch che è l’Occidente Inc., l’Occidente come Corporation, capace di sterminare popoli per un fremito in borsa.
Dall’altro lato, e non meno terrificanti, sono i belati di approvazione con cui gran parte dell’opinione pubblica interna all’Occidente saluta la macellazione propria ed altrui, pensando sia progresso.

(Tommaso Merlo) – Se c’era la Russia o qualche repubblica islamica al centro del più grave scandalo di pedopolitica della storia, i media non parlerebbero d’altro dalla mattina alla sera. Ma essendoci Israele, mettono lo sci in prima pagina e minimizzano. Chissà se un giorno sapremo come opera davvero l’informazione mainstream e chi e come la dirige da dietro le quinte. Nel frattempo bisogna arrangiarsi in rete per scovare la verità su uno scandalo immondo che colpisce al cuore l’intero Occidente. Epstein non era solo un pedofilo lasciato misteriosamente a piede libero, era uno degli uomini più potenti al mondo. Aveva contatti diretti con capi di stato, oligarchi, regnanti e personalità di vario rango con cui disquisiva alla pari sulle vicende del creato anche se il suo vero ruolo era un altro. Era quello di abbordarli e renderli ricattabili dai servizi segreti israeliani e anche americani per cui operava. È questo il punto. Non si tratta solo di uno scandalo di pedofilia, ma anche politico. Non bisogna farsi ingannare. Lo sfruttamento sessuale di ragazzine minorenni e addirittura di bambini con l’aggravante satanica di torturarli, ammazzarli e mangiarli, era solo un mezzo e non un fine. Era un mezzo di estorsione economica, ma soprattutto politica. Epstein ha accumulato miliardi ma non era il padrone, era solo il manager di quella operazione di intelligence internazionale. Il suo ruolo era abbordare i potenti, farseli amici, scovare le loro perversioni sessuali e poi offrirgli l’opportunità di sfogarle su ragazzine e bambini documentando tutto con foto e video in modo da renderli ricattabili e quindi manovrabili a piacere. A finire nella sua aberrante rete molti miliardari dato che sono i soldi il vero potere quando è in vendita perfino l’anima. E tra i miliardari spiccano quelli delle nuove tecnologie essenziali per i nuovi marchingegni militari ma anche per sorvegliare le masse. Nebbie tutte da diradare. C’erano poi accademici, diplomatici, artisti e santoni per i palati più fini e ovviamente politicanti addirittura del calabro di due presidenti americani. E se hai in pugno l’inquilino della Casa Bianca, figuriamoci i pesci piccoli come i parlamentari o le pedine piazzate nel sistema anche internazionale. Una piovra potentissima e per capire quale fosse la sua agenda politica o meglio quella dello stato profondo americano e sionista, basta guardare la storia degli ultimi decenni. I fatti. Dalla disastrosa guerra in Iraq per balle di distrazione di massa e per la felicità di Netanyahu, ai vent’anni di occupazione in Afghanistan per la felicità dell’indotto bellico statunitense fino alla guerra per distruggere un’altra potenza petrolifera e pro palestinese come la Libia di Gheddafi passando per l’annientamento della Siria ed arrivando addirittura al genocidio del secolo con la complicità occidentale. E visti gli sceicchi coinvolti, anche le ipocrisie dei paesi arabi si spiegano così come ovviamente i decenni di morsa sull’Iran che sperano di coronare presto con l’ennesima tragedia. È l’agenda americana della guerra permanente con budget sempre più impressionanti e quella di un piccolo paesino come Israele che esercita un potere abnorme sugli Stati Uniti e quindi su tutto l’Occidente. Al punto da dirigere la politica estera americana in Medioriente succhiando montagne di dollari ed armi e godendo di totale impunità per i crimini perpetrati contro il popolo palestinese o meglio contro l’umanità intera. Un potere tale da spingere l’Occidente a calpestare quelle istituzioni internazionali e quei valori e quell’ordine che esso stesso si è dato nel dopoguerra. Davvero impressionante. Si pensava che un tale potere dipendesse solo dalla lobby sionista che spadroneggia a Washington a furia di sponsorizzare le carriere dei politicanti ed infiltrare la servitù europea ed i media mainstream. Ed invece c’era di più. C’era anche un agghiacciante giro di pedopolica satanica. E adesso non resta che vedere se crollerà tale putrido sistema oppure se riusciranno a farla franca anche questa volta. Certo, potrebbero tentare di rimanere in sella trascinandoci in un conflitto potenzialmente mondiale per distrarre le masse, ma ormai si è riaccesa la luce. Quella che prima o poi sconfigge sempre le tenebre. E non c’è tempo da perdere. I cittadini occidentali si devono ribellare, devono ripudiare l’abominevole agenda dello stato profondo americano e sionista e i loro complici, e devono riprendersi le redini delle loro democrazie in modo da costruire un futuro di trasparenza, di moralità e di pace.
Sessant’anni, garzone nella tabaccheria di famiglia, partito dai Valtur per arrivare al cabaret tv di Zelig e Big Show

(di Francesco Bei – repubblica.it) Il martire no, per carità. Nemmeno il perseguitato politico. Perché Andrea Pucci, quello che nel suo camerino a Colorado, accanto a “Forza Inter”, disegnava una croce celtica, non è una vittima delle orde liberal. Non è un Tim Dillon, che in America spiega il woke con «sono solo ragazzini ricchi che pretendono di essere brave persone». E non è nemmeno un corrosivo Dieudonné, l’antisemita francese che fa le battute sulle camere a gas e le lobby ebraiche. Purtroppo per la destra italiana, per Sanremo e per Carlo Conti, Andrea Pucci è quello che è: un Alvaro Vitali arrivato con trent’anni di ritardo. Il livello è quello.

Nei suoi spettacoli teatrali, che sono sempre sold out, c’è un sapore antico, da Bagaglino anni Ottanta. I mariti e le mogli, che «sono stitiche ma cagano sempre il c…», che «se dovessi sempre seguire quello che dice mia moglie sarebbe un disastro», che «quando si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle p…». E la famiglia, le cene di Natale, «con il nonno che scoreggia», «lo zio di merda che infila il pandoro nel sacchetto e lo scuote per tutta la casa». Naturalmente non manca mai la lunghissima enciclopedia su genitali e affini, che dai tempi degli antichi romani condisce la comicità postribolare. Ecco le visite dal proctologo, dall’urologo «con i suoi lunghi arti infilati in creme oleose», e «il c… mi era diventato un gamberetto sulla salsa cocktail», «qua c’è solo la pelle, ha portato anche l’osso?». I meridionali, da milanese caricaturale, non possono mai mancare nella sua galleria. I sardi che sono piccolini, hanno le sopracciglia in cashmere sono incazzati neri 365 giorni all’anno, tanto che se gli fai gli auguri ti rispondono «vaff…»; i napoletani che urlano sempre e non si capisce niente, che passano con il rosso, che sulla Smart salgono in quattro perché tanto «non mi rompere il c…»; i baresi con i loro pelazzi che escono dalle camicie sbottonate su collane d’oro da un chilo e mezzo.

Possono mancare i gay? A farne le spese anche il conduttore Tommaso Zorzi, che aveva vinto un’edizione del Grande Fratello, a cui nelle strutture per il Covid, invece di farti il tampone nelle narici, «se ti chiamavi Zorzi te lo infilavano nel c…». Risatone. «Se si è sentito offeso, mi scuso». Pucci, che oggi fa la vittima, è uno che si vanta di essere «l’unico comico di destra», dopo che il comune di Milano con un sindaco di centrosinistra gli ha assegnato l’Ambrogino d’oro. Sessanta anni, garzone nella tabaccheria di famiglia, poi gioielliere, partito dai villaggi Valtur per arrivare al cabaret e alla televisione, dove Pippo Franco gli cambia il cognome da Baccan a Pucci, il comico “di destra” è talmente un outsider da diventare ospite fisso nei programmi: inizia con La sai l’ultima, diventa colonna a Zelig, Quelli che il calcio, Maurizio Costanzo, Colorado, poi giudice a Tale e quale show, conduttore di Big Show su Italia1. Un vero dissidente.

È sui social però che lascia andare la frizione, quando può esercitarsi contro le “zecche” o le donne della sinistra. Elly Schlein è la sua preferita, ne pubblica foto imbruttite e aggiunge le sue simpatiche didascalie: «Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme», «già che ci sei dentista e orecchie no??? Ridicolaaa». «Non mi è simpatica – ammette – e l’ipocrisia di certa sinistra non la reggo». Su Rosy Bindi ricorre a un classico berlusconiano, «più bella che intelligente». Anche qui, risatone.

Giorgia Meloni, insieme a Salvini e tanti altri, oggi però lo difende e denuncia la «spaventosa deriva illiberale» della sinistra che vuole tappare la bocca a un libero pensatore. È la stessa Meloni definita nel 2021 dal comico Daniele Fabbri “peracottara” e “caccolosa”. Insulti infantili anche questi, se vogliamo dirla tutta, ma l’allora leader di Fratelli d’Italia non la prese benissimo e in tribunale gli chiese 20 mila euro per danni psicologici.
Di Andrea Pucci esiste anche una versione export, quella filoamericana. Sempre sui social, sprizza grande simpatia per Trump, ci sono i meme insieme al presidente Usa o i video da turista davanti alla Casa Bianca mentre intona l’inno americano: «Ho un appuntamento con Donald, poi vi dico». Con l’inquilino della Casa Bianca, che ha appena pubblicato un video in cui Obama e Michelle hanno corpi da scimmie, Pucci è sicuramente in sintonia e non solo politica. La comicità da terza media è proprio la stessa.

(Flavia Perina – lastampa.it) – ) – Lo chiameremo auto-editto, che è l’editto bulgaro – cacciatelo! – di chi si caccia da solo, incassa martirio e solidarietà, poi forse torna – già piovono gli appelli – con l’aureola di vittima del pensiero unico riabilitata dalla storia. L’auto-editto di Andrea Pucci col gran rifiuto di Sanremo («troppi insulti e minacce, lascio») mostra quanto il mondo meloniano superi in astuzia il vecchio mondo berlusconiano e persino il trumpismo che i comici li fa licenziare, o li querela per miliardi, o (manca poco) gli manda l’Ice a casa. Quel tipo di interventismo pronuncia anatemi e chiude trasmissioni trasformando gli avversari in eroi della libera informazione, della libera satira, del libero discorso democratico. La destra italiana è assai più astuta, occupa tutte le parti in commedia: è l’ente illuminato che assume Pucci (la Rai), è il licenziato (Pucci), è il licenziatore di se stesso (sempre Pucci), è l’indignato per il licenziamento (gli opinionisti amici di Pucci), è il paladino della libertà che chiede il reintegro (i politici amici di Pucci), e infine sarà, potrà essere, il generoso sovrano che recupera Pucci e gli restituisce Sanremo (la Rai, e il cerchio si chiude).
A quelli di sinistra resta il ruolo dei cattivi liberticidi ammazza-satira, anche se hanno fatto assai poco per meritarlo, qualche lamentela sui social, qualche valutazione di opportunità sulla foto a sedere nudo con cui Pucci ha annunciato il suo ingaggio a Sanremo, e si vorrebbe dire: in fondo è il minimo sindacale per un comico che li chiama abitualmente zecche e che si è fatto un seguito digitale (anche) bullizzando l’aspetto fisico di Elly Schlein e Rosy Bindi. Chissà cosa avevano in mente. Forse di preparare il trampolino per l’ondata critica al Festival della Canzone, che in mancanza di meglio è da un pezzo la fatale parata dell’identità italiana, l’evento che mette in mostra chi ha l’egemonia e chi la subisce. E tuttavia se Pucci ri-assumerà se stesso come spalla comica di Carlo Conti, a questo punto, potrà fare quel che vuole: chiamare al sì referendario, inneggiare alla remigrazione, tirarsi giù i pantaloni come ha già fatto su Facebook. Ogni critica sarà «spaventosa deriva illiberale della sinistra», e amen.
Si vorrebbe suggerire all’opposizione: rinunciateci, sono troppo spregiudicati per voi. In cinque minuti il caso Pucci ha silenziato il processo al direttore di RaiSport Paolo Petrecca per la squinternata telecronaca dello show d’apertura delle Olimpiadi, e a render conto ora non ci sono i vertici Rai ma i loro critici e oppositori: violenti, censori, intolleranti! Che poi, a pensarci bene, il prevedibile monologo sanremese del comico su mogli rompiscatole e cani sodomizzati al parco sarebbe valso altre cretinate della stessa risma, il Pensati Libera di Chiara Ferragni o il bacio gay di suo marito, fuffa acchiappa-clic che dura una settimana. Forse sarebbe meglio recuperare il sano radicalscicchismo di una volta, quello che per tanti anni ha accomunato pezzi di destra e di sinistra nella frase «Sanremo? Non ne so niente, non lo guardo».

(di Milena Gabanelli e Rita Querzè – corriere.it) – La potenza di uno slogan può fare la fortuna di un prodotto. Funziona così in pubblicità e spesso anche in altri settori, se il prodotto non è scadente. Nel 2022 il governo Meloni ha coniato il suo slogan ribattezzando il ministero dello Sviluppo economico, in ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il messaggio agli italiani è chiaro: intendiamo valorizzare il nostro marchio e blindare le nostre imprese. Un’ambizione che deve fare i conti con una crisi iniziata alla fine del 2007 e che ha portato il nostro Paese, nel giro di 18 anni, a perdere quasi un quarto della produzione industriale. Quindi prima di vedere come è andata dall’insediamento di Meloni in poi, occorre considerare la situazione ereditata dal governo a settembre 2022.
La globalizzazione dei mercati ha messo in difficoltà tutta l’industria europea. Ma il caso italiano ha tratti distintivi. Le nostre imprese familiari nate nel dopoguerra hanno capi-azienda di 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli. Un passaggio che avviene in una fase di grandi innovazioni tecnologiche ed ha bisogno di capitali per stare sul mercato. Se guardiamo il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). I capitali si possono trovare anche quotandosi in Borsa. Però anche qui qualcosa si è inceppato: nel solo 2025 si sono quotate una ventina di imprese, tutte piccole e medie, mentre gli addii a Piazza Affari sono stati 29, di cui 11 nel mercato principale. In questa cornice le nostre aziende vedono una opportunità nei capitali stranieri.
Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi 3 anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere.
Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi 3 anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata motors.
Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata): il 51% è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners.
Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano è stato acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali.
Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Perdere un operatore nazionale in un settore strategico come quello energetico, vuol dire perdere un po’ di sovranità, poiché la Socar risponderà agli interessi di Baku, non certo a quelli di Roma. Bialetti è stata acquisita dalla cinese Nuo capital.
Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, è passata all’americano Taylor Group.
Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni.
Sifi spa è stata venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma.
Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.
Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.
La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr.
E poi Ita Airways con il passaggio del 41% a Lufthansa (che salirà al 90% a giugno), mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.
Il fatto che la proprietà di un marchio italiano passi in mani straniere non è sempre negativo. Per le medie imprese a gestione familiare italiana l’ingresso di un investitore straniero può aprire prospettive che la famiglia non è in grado di realizzare. A condizione che vengano conservate le competenze produttive di cui l’acquirente straniero si appropria, e che i proventi vengano indirizzati all’interno del tessuto produttivo nazionale.
Ci sono numerosi casi di investitori stranieri che stanno valorizzando marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come Lamborghini (controllata da Audi), o la Hitachi rail con Ansaldo Breda. Ma ci sono anche casi negativi. Nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani. Ora i licenziamenti sono stati congelati e si parla di un nuovo acquirente straniero. In sostanza il futuro è incerto.
A fine gennaio Stellantis ha invitato i componentisti italiani a produrre in Algeria. E questo avviene mentre i primi 315 operatori italiani della componentistica hanno perso negli ultimi due anni il 15% del fatturato (studio Pwc Strategy&). Se l’obiettivo è quello di rilanciare la nostra industria, la domanda è: cosa si sta facendo per rendere vantaggioso investire e produrre a casa nostra?
L’energia è il primo costo di produzione per gran parte delle attività industriali. Secondo Confindustria in Italia si paga il 30% in più rispetto alla media europea. Le soluzioni possibili ballano sui tavoli da un paio d’anni: dal disaccoppiamento (convogliare sull’industria l’energia meno costosa prodotta con le rinnovabili, sulle quali peraltro le società energetiche stanno facendo margini enormi), all’eliminazione del sovraccosto del gas che in Italia costa 2-3 euro in più al Mwh rispetto alla borsa di Amsterdam. Ma il decreto Energia, di cui tanto si parla, viene continuamente rinviato.
Sappiamo che l’industria riparte se si rianima il settore strategico dell’auto. Il Mimit si è impegnato molto per allentare le regole europee sul motore endotermico dal 2035. Ma nello stesso tempo il governo ha drasticamente tagliato il fondo da 8,7 miliardi che Draghi aveva istituito a sostegno del comparto per il periodo 2022-2030. A fine 2024 in cassa sono rimasti 1,6 miliardi, che però ad oggi nessuno ha ancora potuto utilizzare perché manca il Dpcm che deve definire i requisiti dei progetti da finanziare. Sarebbe il caso di chiarirsi velocemente le idee. Come sarebbe utile adottare anche una logica più coerente sugli incentivi per chi acquista auto nuove: nel 2024 sono stati dati soprattutto alle ibride, poi sono stati tolti del tutto e il governo aveva dichiarato che non sarebbero più stati reintrodotti. Infine, a sorpresa, l’anno scorso sono stati messi 600 milioni del Pnrr sulle auto elettriche.
Nel marzo 2024 viene creato il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi con fondi del Pnrr: alle imprese si garantiscono compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta. A novembre 2025 i fondi vengono ridotti a 2,75 miliardi e si sono chiusi i rubinetti. Al 7 gennaio, fra investimenti già completati, progetti con versamento dell’acconto minimo del 20% , e progetti prenotati, risulta un totale di 4,76 miliardi. Però le imprese che hanno iniziato a fare gli investimenti sapranno se avranno i soldi soltanto dopo il 28 febbraio (termine per la comunicazione di completamento lavori). In compenso sono stati messi 1,3 miliardi sulla vecchia Industria 4.0, ed è stata introdotta per il 2026 una nuova Transizione 5.0 dove il credito d’imposta è stato sostituito con l’iperammortamento. Ma anche qui manca il decreto attuativo e pertanto la misura non è utilizzabile.
Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno. Il limite di spesa per le imprese che operano dalle Marche in giù è di 2,3 miliardi per il 2026, di 1 miliardo per il 2027, e di 750 milioni per il 2028. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, ed ex direttore generale del ministero dello Sviluppo fa notare che la Zes velocizza le autorizzazioni, ma:
1) i fondi disponibili vengono divisi fra tutti quelli che fanno domanda. Vuol dire che se le domande sono 100 incassi una cifra, se sono 1000 un’altra ben più bassa, e pertanto l’impresa non sa su quale cifra contare;
2) si finanzia un po’ di tutto, anche i capannoni, investimenti che di innovativo hanno ben poco e va a finire che si finanziano investimenti che si sarebbero fatti comunque. In sostanza: «Gli incentivi distribuiti in questo modo sembrano più un risarcimento per le difficoltà che incontra chi opera al Sud che un vero strumento di politica industriale».
Tirando le somme: in questi tre anni la produzione industriale – cioè «il fatto in Italia» da imprese sia italiane che straniere – si è ridotto del 3,8%.
Non si intravede una progettualità industriale, non si scelgono settori strategici su cui puntare, i finanziamenti non sono accompagnati da studi di impatto, nemmeno su industria 4.0 che esiste da 10 anni. E nel Libro Bianco appena presentato dal Mimit non si indica un cambio di passo. Troppi stop and go: prima il credito d’imposta e poi l’iperammortamento. Prima finanzio il fondo automotive e poi lo taglio. Ma le imprese hanno bisogno di certezze, e il nostro sistema produttivo meriterebbe politiche mirate a creare le condizioni per sostenere le aziende che si stanno giocando il tutto per tutto per stare sul mercato, crescere e creare lavoro meglio retribuito.
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