Selezione Quotidiana di Articoli Vari

In Iran siamo a un passo dall’escalation


(ansa.it) – Gli Stati Uniti hanno chiesto agli americani in Iran di lasciare immediatamente il Paese o comunque di “tenere un profilo basso” ed essere “sempre in contatto” con famiglia e amici.

“A causa di misure di sicurezza rafforzate, chiusure stradali, interruzioni dei trasporti pubblici e blocchi di internet”, si legge in un’allerta sul sito dell’ambasciata virtuale a Teheran. I cittadini americani, se possibile in sicurezza, devono valutare la possibilità di lasciare l’Iran via terra verso l’Armenia o la Turchia “immediatamente”. Altrimenti, si avverte “trovate un luogo sicuro, evitate le manifestazioni, mantenete un profilo basso”.

Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al Busaidi, che ha mediato oggi il negoziato tra Iran e Stati Uniti ha dichiarato che i colloqui di Muscat sono stati “molto seri”, aggiungendo che hanno contribuito a chiarire le idee di entrambe le parti e a individuare aree di possibile progresso.

“Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito e i risultati saranno attentamente valutati a Teheran e Washington”, ha dichiarato al Busaidi in un messaggio su X, riferisce l’emittente ‘Iran International’.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che i colloqui tra Iran e Stati Uniti mediati dall’Oman sono iniziati bene. “Nel complesso, è stato un buon inizio, ma il proseguimento dipenderà dalle consultazioni nelle capitali”, ha detto Araghchi, che guidava la delegazione iraniana mentre quella degli Usa era formata dall’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner. “Oggi si sono svolti diversi cicli di incontri. Le nostre opinioni e preoccupazioni sono state espresse in un’atmosfera molto positiva”, ha aggiunto Araghchi, come riferisce l’emittente ‘Iran International’.

“I colloqui sono iniziati dopo otto mesi turbolenti”, ha detto Araghchi, citando l’interruzione del negoziato durante il conflitto tra Iran e Israele nel giugno del 2025. “Dopo la guerra di 12 giorni, è emersa la sfiducia e questa rappresenta una sfida sul percorso negoziale.

Dobbiamo prima superare questa sfiducia e definire un quadro per i negoziati”, ha affermato il capo della diplomazia di Teheran, aggiungendo che “se questo approccio e la prospettiva della controparte persistono, possiamo raggiungere un quadro per i negoziati”. Riguardo alla possibilità che i colloqui continuino nei prossimi giorni, Araghchi ha detto che “la prosecuzione dei negoziati dipenderà dalla controparte e, naturalmente, dalle decisioni prese a Teheran”.

 L’Iran è “pronto” a difendersi da “qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo” da parte degli Stati Uniti ha dichiarato Araghchi.

“La Repubblica Islamica usa la diplomazia per difendere gli interessi nazionali dell’Iran”, ha dichiarato Abbas Araghchi durante un incontro con il suo omologo omanita, Badr al-Busaidi, prima dell’inizio dei colloqui. L’Iran è “pronto a difendere la sovranità e la sicurezza nazionale del Paese da qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo” da parte degli Stati Uniti, ha aggiunto il diplomatico.

La Cina ha dichiarato di sostenere l’Iran nella difesa dei suoi interessi e di opporsi alle “intimidazioni unilaterali”, mentre hanno preso il via a Muscat i colloqui tra Teheran e Washington sul programma nucleare della Repubblica islamica.

Pechino “sostiene l’Iran nella salvaguardia della sua sovranità, sicurezza, dignità nazionale e legittimi diritti e interessi”, si legge in una dichiarazione del ministero degli Esteri cinese, aggiungendo che “si oppone alle intimidazioni unilaterali”. I viceministri degli Esteri Miao Deyu e Kazem Gharibabadi si sono incontrati ieri a Pechino, dove il diplomatico iraniano ha informato Miao sulla situazione interna del suo Paese.


Il decreto sicurezza è solo fumo negli occhi


(dagospia.com) – Il decreto sicurezza è solo fumo negli occhi. Se il governo di Giorgia Meloni avesse davvero a cuore il tema, invece di “fermi preventivi” e “scudi penali”, operazioni di propaganda buone per tenere a bada l’elettorato ex Msi in fuga verso il generale Roberto Vannacci, si occuperebbe della vera questione: organico e stipendi degli agenti.

Se infatti Giorgia Meloni oggi annuncia trionfalmente 35.000 assunzioni nelle forze dell’ordine nel triennio 2023-2025, i dati ufficiali e le parole dei sindacati denunciano da tempo un sotto-organico che ha dell’indecente: per 109.271 posti organici, mancano almeno 11.340 agenti, in aumento dai 10.271 del 2023.

Ogni anno 8.000 pensionamenti lasciano buchi che non vengono compensati dai nuovi ingressi. E quando si assume, lo si fa in fretta e male, come ha spiegato Franco Gabrielli, che del tema se ne intende (è stato Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica e capo della Polizia): “Sentiamo, nel dibattito pubblico: vogliamo più poliziotti, assumiamo più poliziotti, e le forze dell’ordine sono in una tempesta perfetta. Siccome le grandi immissioni sono avvenute tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, adesso stanno andando in pensione.

Quando ero capo della polizia dicevo che tra il 23 e il 30 sarebbero andati in pensione solo nella Polizia di Stato 40.000 persone. E che cosa sta succedendo? Sta succedendo che questa sorta di necessaria, quasi bulimia assunzionale sta restringendo i corsi. Quindi, in un tempo nel quale la realtà esterna è una realtà più complicata, noi immettiamo gente meno formata, con concorsi ordinari che sostituiscono appena i vuoti senza incrementi netti.

Capitolo stipendi: l’incremento previsto dal Contratto nazionale 2022-2024 vale il 5,78% (circa 196-198 euro netti mensili da 2024, retroattivi), che sale al 6% nel 2026, ma viene surclassato dall’inflazione cumulativa che ha raggiunto quasi il 15% (8,1% nel 2022, 5,7% nel 2023, 1% nel 2024), che erode il potere d’acquisto reale. Infine, ciliegine sulla torta: non è stato introdotto nessun blocco dell’età pensionabile né una previdenza dedicata agli agenti.

Ulteriore dimostrazione che la sicurezza, per Giorgia Meloni, è uno slogan da brandire per fare campagna elettorale. A proposito: che al corteo di Askatasuna ci sarebbe stato un migliaio di criminali con bombe carta, spranghe e martelli, era prevedibile e ampiamente previsto.

Perché il governo di destra, in carica da più di tre anni, e che aveva promesso di riportare “legge e ordine”, non è riuscito a intercettare i picchiatori, arrivati anche dall’estero, prima che mettessero a ferro e fuoco la città?

Possibile che i servizi segreti e la Digos, capaci oggi di “attenzionare” chiunque (compresi preti e giornalisti) non avessero un “orecchio” tra i black bloc e gli antagonisti, arci-noti alle forze dell’ordine e già attenzionati da anni, per anticipare le loro mosse?

Curiosa, come abbiamo scritto su questo disgraziato sito, anche la coincidenza con la scissione dalla Lega di Roberto Vannacci: l’incontro tra il generale e il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, si è tenuto lunedì 2 febbraio al Ministero dei Trasporti.

È in quel momento che è partita un’accelerazione del centrodestra sul tema sicurezza: il giorno successivo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, alla camera ha tenuto un discorso insolitamente duro, a sancire una svolta sullo stile della stretta impressa da Donald Trump negli Stati Uniti.

Che si tratti della solita, cara, vecchia “strategia della tensione”, per far dimenticare tutte le magagne degli ultimi mesi (il mancato rafforzamento delle forze dell’ordine, il flop dei centri in Albania, l’economia reale che arranca, gli stipendi al palo e la insidiosa vicinanza della Ducetta allo svalvolato Trump)? Ah, non saperlo…

MELONI, CROSETTO LAVORA PER ALTRI 12MILA CARABINIERI AUSILIARI SU STRADA

(ANSA) –  “Nell’ambito del rafforzamento dell’operazione Strade Sicure, i carri leggeri dell’esercito Puma arrivano anche alla stazione Rogoredo di Milano”. Lo scrive sui social la premier Giorgia Meloni, pubblicando il video della sua visita ai militari impegnati nel presidio allo scalo ferroviario. “Allo stesso tempo – aggiunge -, nel Decreto Sicurezza approvato ieri il Ministro Piantedosi ha inserito diverse norme per velocizzare l’assunzione di migliaia di nuovi agenti, e il Ministro Crosetto lavora per rafforzare il presidio su strada con circa 12mila carabinieri ausiliari. Non ci arrendiamo!”.


Referendum, Nordio: “Vinceremo”. E avverte: “Dopo il voto modificheremo il codice di procedura penale”


In un teatro Quirino non proprio gremito, è intervenuto il ministro della Giustizia: “Magistrati? La separazione delle funzioni è un tema superato, lo sanno tutti”

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – Se sul ‘pacchetto sicurezza’ con le norme varate ieri sia per decreto sia tramite un disegno di legge che affronterà ora l’iter parlamentare, è stata netta la distanza tra l’Unione delle Camere Penali e Carlo Nordio, sul tema del prossimo referendum, l’associazione dei penalisti italiani e il ministro della Giustizia sono schierati sullo stesso fronte. Oggi in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’UCPI il Guardasigilli ha affermato che sulla separazione delle carriere “la separazione delle funzioni è un tema superato, lo sanno tutti, quello che i magistrati temono è il sorteggio”. Sorteggio non integrale, ma ‘temperato’ e che riguarda i laici (non togati) per il Consiglio Superiore della Magistratura su cui prima del sorteggio ci sarà una selezione operata dalla politica.

Su questo tema il presidente UCPI che entusiasticamente afferma che con il sorteggio “avremo una magistratura libera dalla politica”. Ma alle nostre obiezioni sul merito del sorteggio prova a correggere il tiro “così com’è oggi”. Ed il ministro della Giustizia del governo Meloni aggiunge che “il caso di vittoria del sì, dal giorno dopo, è chiaro che dovendo anche proteggere le minoranze (politiche, ndr) di oggi e di domani tra i sorteggiati bisognerà trovare un sistema, nell’ambito del sorteggio, che attui questa proporzione”. Nordio conclude così il suo intervento: “Dopo la vittoria del sì una delle prime cose che faremo sarà la modifica del codice di procedura penale”.


Il tarlo della sinistra: la sicurezza


(Stefano Rossi) – Ascoltando Corrado Formigli, che intervistava l’ex Capo della polizia Franco Gabrielli, leggendo Andrea Scanzi, che difende la giornalista de il ManifestoRita Rapisardi (che avrebbe specificato che il poliziotto non è stato colpito con un martello ma con un martelletto), vorrei precisare una questione che riguarda l’ordine pubblico e il diritto di manifestare.

Dunque, secondo Formigli, è vero che alcuni manifestanti hanno aggredito brutalmente un poliziotto, ma è altrettanto vero che, molti poliziotti, hanno manganellato a sangue molte persone che non costituivano un problema per la sicurezza e l’ordine pubblico.

Andrea Scanzi, difende (giustamente) la Rapisardi da attacchi dei soliti leoni da tastiera, perché avrebbe preso le difese più dei manifestanti che dei poliziotti (sto semplificando ma di questo si tratta).

Ma tutti e tre sbagliano mettono sullo stesso piano le forze dell’ordine, che devono garantire un regolare svolgimento delle manifestazioni, e i manifestanti, non quelli pacifici, ma quelli con intenti criminosi che si infiltrano con tattiche ben consolidate.

Questo è un errore madornale!

Da decenni, molte manifestazioni pacifiche sono degenerate per colpa di una piccola parte di soggetti, anche provenienti dall’estero, che si infiltrano al solo scopo di provocare incidenti, devastazioni, scontri con le polizie. Non hanno alcun interesse o legame con gli organizzatori o con il motivo della manifestazione.

Gli agenti dei Reparti mobili, i carabinieri, i finanzieri comandati per “mantenere la piazza” rappresentano lo Stato, sono lì per garantire la sicurezza e quando degenera la situazione, hanno una sola possibilità: caricare e sgomberare quanto possibile le pubbliche vie.

Il dott. Franco Gabrielli ha spiegato molto bene come si gestisce l’ordine pubblico dal punto di vista del Viminale, della dirigenza, di chi dà ordini e deve predisporre i servizi per la manifestazione che si svolgerà.

Nella rappresentazione di Piazzapulita, però, manca un pezzo: quella di chi, poi, quel servizio lo deve svolgere non organizzare. C’è differenza tra quello che dispone  il questore e quello che devono eseguire gli agenti con casco, scudo e manganello.

Pochi sanno che ci sono problemi anche di coordinamento tra polizia e carabinieri. Questi ultimi non vogliono essere comandati da un civile, quindi, l’ordine che impartisce il vicario, o un funzionario a tutti i reparti di una zona, dovranno poi essere ripetuti da un ufficiale dei carabinieri per i suoi uomini. Tutto questo, magari, mentre incalzano lanci di pietre, razzi, bombe carta, bastoni e scontri fisici.

Spesso, la visiera del caso, per il caldo, la tensione, il sudore, si appanna e non consente una buona vista. Chi deve eseguire gli ordini, mentre si scatena la guerriglia deve pensare a portare la pelle a casa e non può solo ricordare l’ordine di servizio impartito dalla questura. Una volta ordinata la carica, quel tipo di servizio, è di bassa manovalanza, con tutto il rispetto per chi si deve esercitare nelle palestre, nelle caserme, per conto proprio. La carica non è un’attività investigativa, non ci sono scrivanie, non ci sono penne e calamai; ci sono gli scudi, il manganello, un casco protettivo, e ogni tanto senti il sangue che da qualche parte scorre. E le pietre arrivano pure alle ossa delle gambe.

Questi particolari mancano sempre quando si parla di ordine pubblico.

Non basta dire che è mancata la mediazione da parte di un governo che non capisce nulla di ordine pubblico e sicurezza. Il dott. Gabrielli ha fatto capire che è stato un errore da incompetenti; di più non poteva.

Ma bisogna spiegare che lo sgombro delle vie la fanno i sottufficiali non i dirigenti.

Ed è tutta un’altra musica.

Ma rimane un fatto incontrovertibile: c’è un abisso tra chi ha una divisa ed è costretto a lavorare in condizioni estreme per lo Stato, per tutti noi e chi, invece, si infiltra con mazze, armi, sassi, fionde con l’intento di degenerare una pacifica manifestazione.

In questi casi, è storia comune, normale, sempre accaduta in tutti gli Stati, che durante la carica le manganellate possono arrivare anche a chi non c’entra nulla con le violenze in atto.

Sarà difficile farlo capire, ma i Reparti mobili, spesso, fanno fatica a distinguere chi è facinoroso e chi sta lì pacificamente.

Ma sarebbe utile chiarire che una cosa è il servizio pubblico per mantenere l’ordine, una cosa sono gli atti criminali durante una manifestazione.

La Rapisardi dice che caricavano su pochi manifestanti. E meno male!

Hanno devastato un quartiere, bruciato distrutto auto private.

Ma chi sta dalla parte della ragione e chi dal torto?

Ancora devo vedere un servizio giornalistico in favore dei proprietari delle auto e negozi distrutti da queste devastazioni.

Non c’è niente da fare.

Chi sta a sinistra tende sempre a stare dalla parte del ladro che viola la proprietà privata che dal proprietario che si difende.

Nelle manifestazioni, vedo che preferiscono spaccare il capello in otto parti e stare, comunque, più dalla parte dei  manifestanti che dalla parte di chi rappresenta lo Stato e non ha alcuna intenzione di provocare incidenti.


Il mondo degli Epstein (seconda parte)


(Andrea Zhok) – In precedenza abbiamo visto:

1) come le grandi concentrazioni di capitale nella modernità, e specialmente nel mondo contemporaneo, operino come mezzi di esercizio di Potere (e solo marginalmente di consumo),

2) come non vi sia connessione tra qualità personali e gestione di grandi capitalizzazioni e

3) come questa disconnessione tra esercizio di un potere non legalmente limitato (assoluto) e qualità personali produca corruzione morale, sia nella società sia in chi quel potere lo esercita.

Una volta esaminato l’aspetto strutturale, è importante completare il quadro determinandone l’aspetto psicologico-morale.

L’impressione di una connessione fondamentale tra detentori di immensi capitali e comportamenti che oscillano tra la “stravaganza edonistica” e la “perversione conclamata” è stata sempre diffusa. Non abbiamo avuto bisogno degli Epstein Files per riconoscerla, anche se di solito la cinematografia mainstream cerca di spostare l’obiettivo spostando gli abusi nel passato (ponendoli come tratti decadenti di epoche remote da cui siamo usciti) o verso luoghi e paesi remoti, di cui l’occidentale medio non sa nulla.

Nella discussione su ciò che avveniva sull’isola di Epstein è comparso a più riprese il riferimento al film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma naturalmente il modello originale è rappresentato dall’autore del libro da cui Pasolini prende spunto: Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio, il cui autore è il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, erede di una famiglia di antica nobiltà e antico patrimonio, vissuto a cavallo della Rivoluzione Francese.

Gli scritti di De Sade, non meno delle sue vicende biografiche (nella misura limitata in cui ci sono note dagli atti giudiziari) sono un’esaltazione costante e compiaciuta di comportamenti che vanno dallo stupro alla pedofilia, dall’incesto alla tortura all’assassinio, il tutto nelle forme più fantasiose.

Sul piano teorico il marchese de Sade è un libertino estremista, fervente sostenitore dell’ateismo, dell’edonismo, dell’immoralismo (rigetto di ogni norma morale, di qualunque genere).

Biograficamente de Sade è un rampollo viziato che, come lui stesso ricorda in una pagina di tenore autobiografico: «Nato fra il lusso e l’abbondanza credetti che la natura e la sorte si fossero data la mano per colmarmi dei loro doni (…) Credevo che mi bastasse concepirli [i miei capricci] per vederli realizzati.»

De Sade ha tuttavia sempre un’altissima opinione di sé e, come si vede nell’epitaffio da lui stesso redatto, si percepisce costantemente come vittima di tempi retrivi. Invero de Sade riuscì ad essere messo sotto accusa sia dall’Ancien Règime, sia dai rivoluzionari che abbatterono l’Ancien Règime, sia dal Direttorio che subentrò ai rivoluzionari (ogni confronto con l’odierna inerzia della magistratura americana è lasciato alla valutazione del lettore).

De Sade non è un semplice squilibrato. È uno squilibrato per così dire “filosofico”. Egli è un grande estimatore del testo L’Homme machine di Lamettrie, dove si abbraccia una visione di materialismo meccanicista, in cui l’essere umano come ogni altro vivente è semplicemente una macchina. Ma cos’è in fondo una macchina? Una macchina è uno strumento, un ente che esiste per poter essere usato per alcuni fini. E cosa rimane dell’essere umano e dei suoi fini? Soltanto la capacità di percepire piacere e dolori (questa è anche la base dell’utilitarismo benthamiano che viene alla luce negli stessi anni). Gli umani sono dunque macchine che possono servire per produrre piacere o dolore a chi le manovra.

Una simile concezione del mondo si attaglia perfettamente ad un soggetto dotato di grande potere materiale (ricchezza), ma al contempo fondamentalmente inetto, privo di qualunque forma di empatia (dopo tutto gli altri sono macchine) e privo di ogni prospettiva ideale, trascendente, spirituale o storica.

Quel mondo che nella seconda metà del ‘700 albeggiava in Europa è divenuto nel corso del ‘900 la forma di vita dominante nel mondo occidentale. Essa è stata battezzata in molti modi: “anarcoindividualismo”, “libertarianismo”, “nichilismo”. Nel ‘900 non di rado la figura di De Sade è stata romanticizzata come un liberatore dei costumi, un esistenzialista ante litteram. E questo fatto non è per niente strano, visto che de Sade appare per molti versi un’incarnazione spietatamente coerente della visione del mondo dominante.

Di contro, l’autore che forse è stato più durevolmente colpito dalla figura di de Sade e che ha cercato insieme di rappresentarla dialetticamente nei suoi romanzi e di refutarla è Dostojevsky, che ne abbozza i tratti di fondo in figure come l’“uomo del sottosuolo” e poi in Svidrigajlov (Delitto e castigo), Stavrogin (I demoni) e in altri protagonisti delle sue opere.

Il potere privo di responsabilità, indipendente da qualità, esercitato in un mondo meccanico su altri esseri che sono semplicemente mezzi tra i mezzi, al fine di suscitare l’unica cosa che fa una qualche differenza, ovvero piacere e dolore, questo è il mondo inaugurato da Sade e realizzato da personaggi come Epstein (nessuno deve credere neppure per un momento che Epstein sia un caso isolato: è solo un caso organizzato su scala più grande perché utilizzabile come arma di ricatto).

E il piacere isolato dal senso del piacere ha una tendenza tipica (si parla a questo proposito di “paradosso dell’edonista”): perseguire il piacere per il piacere, e non come espressione di senso, come appagamento progettuale, come aspetto della vita, ecc. produce un noto effetto di saturazione, assuefazione.

Il piacere per il piacere rapidamente tedia, annoia, tende a spegnersi. Essendo semplicemente una risposta organica posta, in questa cornice, come priva di significato, il piacere si ottunde e atrofizza.

E a questo punto, per chi persegue il piacere privo di significato per sé stesso, e che ha i mezzi per perseguirlo facilmente, subentra necessariamente ciò che prende il nome di “perversione”. Perversione è l’ampliamento progressivo dell’area del piacere in forme e modi che ne mantengano artificialmente una qualche capacità di suscitare un sussulto, una residua emozione. E ciò che continua a suscitare qualche sussulto è dapprima ciò che è proibito, poi ciò che è esecrato, infine ciò che è così rivoltante da essere inconcepibile.

In un suo testo che ha venduto milioni di copie (e qui, lo ammetto, parla la mia invidia) Yuval Harari – uno dei più coerenti sostenitori della visione del mondo alla Lamettrie, nelle sue forme odierne – si esprime con ammirevole chiarezza. Ciò che lui chiama “il patto della modernità”, ovvero la trasformazione che caratterizza la modernità occidentale, è riassumibile in una semplice frase: “gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere.”

Curiosamente Harari non si chiede mai chi avrebbe stipulato questo patto, chi vi avrebbe acconsentito. Io non ricordo di averlo sottoscritto. Dire che se nasci in quest’epoca lo hai sottoscritto automaticamente è un po’ comodo: suona tanto come il thatcheriano “non c’è alcuna alternativa” (TINA).

Forse è un patto che dev’essere accettato come condizione per far parte di quelli che detengono quel potere. E invero sembra un patto che è tanto più probabile venga accettato da chi detiene e gestisce il potere piuttosto che da chi lo subisce (e da chi detiene il potere assoluto di cui sopra in maniera preferenziale).

Ma Harari, intellettuale israeliano, guest star dei vertici di Davos, è probabilmente abituato a frequentare solo i primi.


Trump, gli Obama come scimmie: il video razzista rilanciato dal presidente


La clip all’interno di un video sui presunti brogli del 2020. Ira del governatore della California: “Comportamento disgustoso da parte del Presidente. Ogni singolo repubblicano deve denunciarlo. Ora”

Gli Obama come scimmier nel video rilanciato da Trump su Truth

(adnkronos.com) – Donald Trump rilancia un video in cui Barack Obama e sua moglie Michelle diventano scimmie. L’immagine compare in una clip diffusa dal presidente degli Stati Uniti e incentrata sul presunto voto truccato nella sfida con Joe Biden del 2020. Poi, quasi al termine del filmato, un intermezzo di pochi istanti con gli Obama ritratti come scimmie. In sottofondo,nel contenuto marcatamente razzista pubblicato inizialmente in un post dell’account RealRobert, il brano ‘The Lion Sleeps Tonight’.

Comportamento disgustoso da parte del Presidente. Ogni singolo repubblicano deve denunciarlo. Ora“, il commento su X del governatore della California, Gavin Newsom, che ha a sua volta ritwittato un post di denuncia dell’account Repubblicani contro Trump. “Trump ha appena pubblicato un video su Truth Social che include un’immagine razzista di Barack e Michelle Obama vestiti da scimmie. Non c’è limite”, si legge nel testo del tweet.

Anche Ben Rhodes, ex consigliere per la sicurezza nazionale e consigliere di Barack Obama, ha condannato le immagini. “Che Trump e i suoi seguaci razzisti continuino a tormentarsi pensando che in futuro gli americani considereranno gli Obama come figure amate, mentre studieranno lui come una macchia nella nostra storia”, ha scritto Rhodes su X.

Non è la prima volta che Trump utilizza l’intelligenza artificiale contro l’ex presidente Obama. Lo scorso anno su Truth Social è stato pubblicato un video realizzato con l’IA in cui Obama veniva arrestato nello Studio Ovale e compariva dietro le sbarre con una tuta arancione. Successivamente è stata pubblicato una clip realizzata tramite intelligenza artificiale del leader della minoranza della Camera Hakeem Jeffries con baffi finti e un sombrero.


Olimpiadi invernali 2026


(Dott.Paolo Caruso) – Le Olimpiadi invernali 2026 hanno inizio stasera. In contemporanea, per la prima volta, in due località italiane diverse. Infatti Milano e Cortina accenderanno la fiaccola olimpica. Ma sono Olimpiadi per tutti? Ancora una volta si registrano le assenze di diverse delegazioni importanti. Così che questi classici giochi invernali oltre che dal normale freddo atmosferico sono caratterizzati da quello accresciuto per l’assenza di diverse delegazioni importanti. Comprensibilmente Russia e Ucraina mancheranno perché Paesi belligeranti che da quattro anni si affrontano in una guerra “fratricida ” e senza ancora nessuno straccio di tregua all’ orizzonte. Gli USA in pieno travaglio Trampiano non fidandosi della protezione e dei sistemi di sicurezza italiani hanno inviato al seguito di Vence la famigerata ICE, i pretoriani del Tycoon autori di molteplici delitti a Minneapolis. Il governo italiano, nonostante le assicurazioni pubbliche fatte, ha subito ancora una volta le decisioni prese aldilà dell’ oceano. L’ Italia ha perso una ulteriore occasione per rendersi autonoma e ferma nella volontà di contrastare le scelte di Paesi esteri ( USA ). Il nostro Paese ha investito oltre sei miliardi di euro, e spera in un ritorno dai partecipanti, in parte o in toto. Certo come nelle migliori tradizioni italiane il notevole esborso di denaro pubblico implica spese gonfiate o del tutto inutili. Ancora molte opere del resto sono incomplete o da iniziare. Anche il conflitto di interessi fa capolino nello splendido scenario di Cortina con l’ unico rifugio aperto ” El Camineto ” di proprietà di Dimitri Kunz, compagno della Ministra del Turismo Daniela Santanchè. Un ristorante per vip ricadente nella zona delle Tofane, unica struttura adiacente alle competizioni, in area rossa ( off-limits ), rimasta operativa e che ha creato non poche polemiche da parte degli altri esercenti. Le Olimpiadi richiamano fratellanza tra i popoli. Come ideale dei fondatori di 2500 anni fa, per unire i popoli. Dunque segno di speranza? Che almeno gli atleti facciano il miracolo di affratellare, ciò che non riesce alla politica e alla diplomazia, sempre più sfilacciata. Mattarella lo ha ricordato e lo ricorderà per la inaugurazione di questa sera. Ci saranno “uomini di buona volontà” che ne coglieranno il messaggio? Che si avveri allora il sogno di Martin Luther King: “Che gli uomini di tutto il mondo si diano la mano, perché quando la notte si fa più buia, non si vede il colore, ma delle mani si sente il calore!”.


L’ira dei vecchi bossiani: “Lega distrutta da Salvini, lui peggio di Vannacci”


Viaggio a Gemonio tra i fedelissimi del senatùr, da Leoni a Grimoldi: “Carroccio ormai spostato all’estrema destra”

L’ira dei vecchi bossiani: “Lega distrutta da Salvini, lui peggio di Vannacci”

(Brunella Giovara – repubblica.it) -Qui dove tutto è cominciato, nella ricca ‘Lumbardia’ che lavora, produce e fa il fatturato, il Generalissimo «non è mai piaciuto granché», e pure uno che è stato nella Folgore come lui, e cioè “il vecchio Paglia”, censura «i riferimenti di Vannacci alla Decima Mas, che sono un’idiozia totale», e lo stesso Umberto Bossi «direbbe ‘a me i fascisti non piacciono’», ne è sicuro. Giancarlo Pagliarini, già ministro al Bilancio e quindi predecessore di Giorgetti, leghista da subito e per sempre, sa che «tutta la parte buona del vecchio partito ha ripetuto per mesi che Vannacci era matto…».

Esiste dunque ancora una parte “buona”, nella truppa salviniana, ma silente fino all’altro ieri sul caso Vannacci, poi esiste il nuovo partito Patto per il Nord, in cui sono arrivati via via i “bossiani”, fedeli al Senatùr per l’eternità, per quanto il Bossi non sia eterno e pure molto malato, chiuso nella villa di Gemonio, stile liberty ma vista tragica, affacciata com’è sul cementificio Colacem. Resiste, sulla strada che dal cancello scende in paese, la grande scritta “Grazie Bossi”, con il Sole delle Alpi, ma sta sbiadendo tutto. Resiste anche il ricordo di un momento storico della Lega Nord, 8 febbraio 1991, primo congresso federale a Pieve Emanuele, e sono 35 anni fa, giusti giusti.

E quelli di allora non possono che essere contenti (e anzi, ridono!) dell’addio del militare fascisteggiante, e ride forte Giuseppe Leoni, primo deputato assieme a Bossi nel 1987: «Un film già visto. Il traditore tradito… Ma il primo traditore è stato proprio Salvini, che ha tradito lo spirito della Lega, e ha messo Bossi in un angolo». E adesso, «di cosa si stupisce? Vive nel tradimento, se lo doveva aspettare». E chi sono i bossiani, ce lo dica lei che è stato socio fondatore. «Io, Umberto, e Manuela Marrone, sua moglie. La scritta davanti a casa l’ho fatta io, cosa crede». Sua anche una battuta venefica su Salvini: «Ha scambiato il concetto di federalismo con quello di federale fascista».

E il generale, «è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema è Salvini, perché è lui che ha trasformato la Lega in un partito di estrema destra», spiega Paolo Grimoldi, che del Patto è segretario federale. E che «ha tradito gli ideali, il federalismo, l’abbattimento della pressione fiscale, della legge Fornero. E ha aumentato le accise, tassato all’inverosimile i frontalieri di Varese e Verbania. E diciamolo: la ‘Salvini Premier’ è rimasta con un unico progetto politico, che è il ponte di Messina».

Perciò Grimoldi ha prontamente pubblicato sulla sua pagina Facebook «un vecchio video di Bossi contro i fascisti», e tutti ricordano con rabbia — visto come sono andate le cose — le radici antifasciste della prima Lega. Roberto Bernardelli, detto “l’onorevole”, in quanto parlamentare dal ‘94 al ‘96: «Una volta Umberto fece un comizio e disse ‘mio padre era un partigiano. Mai e poi mai con i fascisti!’ Io sono rimasto lì». Un’altra volta ha anche detto «i fascisti andremo a prenderli casa per casa!», per chi se lo ricorda. Poi «è arrivato Salvini, uno che non è mai stato un genio, e posso ben dirlo perché sono stato vent’anni in Consiglio comunale a Milano, e a un certo punto è arrivato questo giovane, che si faceva gran pubblicità personale grazie a Radio Padania». Quanto al Generalissimo, «l’ho incontrato una volta sola alla presentazione del suo libro. E gli ho detto: ma lei è favorevole a un’Europa confederale e a un’Italia delle macroregioni? Ha risposto sì. Per il resto, è uno dell’estrema destra fascista».

Aggiunge che il Vannacci su una cosa ha ragione: «Salvini non ha mantenuto nessuna delle sue promesse elettorali». Una cosa, gli riconosce: «Quando sono finito in galera, è venuto a trovarmi. Sa, la storia del carrarmato…». Il tank dei Serenissimi, con cui tentarono l’occupazione di piazza San Marco, era il 1997, tutta roba entrata nell’epica della Lega. Bernardelli era accusato di aver finanziato il progetto secessionista, poi tornò a fare l’imprenditore alberghiero, e conduce 3 volte la settimana una trasmissione “Senza sconti” che fa «250mila contatti a volta, su Antenna 3. È un’emittente lombarda, ma a noi del Patto interessa l’elettorato della Lombardia, il bacino dove siamo forti», e dove tutto è cominciato.

Ma non è che le cose cambino, ora che Vannacci se ne è andato. Resta Salvini, «che scandalosamente continua a usare il termine Lega. Lui non c’entra niente con la Lega, così, come Vannacci non c’entrava niente», dice Pagliarini. Infatti «noi distinguiamo bene i leghisti veri dalla ‘Salvini premier’, che è tutt’altra cosa», aggiunge Grimoldi. E potrebbe fare una lunga lista di consiglieri, sindaci, ex parlamentari, che gli stanno arrivando tra le braccia, «dal Nord produttivo», e anche da un po’ più in là.


Il Dl sicurezza per i potenti e la rivoluzione


(Tommaso Merlo) – Mentre per strada scattano le manette, i potenti sono immuni da ogni nefandezza. Negli Stati Uniti vieni arrestano se bevi alcolici per strada, se invece abusi di minorenni ti fanno presidente per ben due volte. È un periodaccio. In Inghilterra ti arrestano se manifesti contro il genocidio mentre se lo supporti ti fanno premier e se sei un pervertito ti nominano ambasciatore a Washington. In Germania tira la stessa aria mentre come al solito l’Italia fa scuola. Con tre volte premier un mega evasore pregiudicato che pagava la mafia e si portava le ragazzine in cantina, il tutto mentre le carceri sono da decenni sovraffollate di poveracci raccattati per strada. Un sistema ipocrita e forte solo coi più deboli. Con la politica che da decenni dà la colpa ai giudici e invece di darsi una ripulita cerca di manomettere la Costituzione per ottenere mano libera. Oggi poi in nome della fantomatica sicurezza, va di moda limitare sempre più la libertà di espressione e dissenso. Davvero un periodaccio con l’agghiacciante scandalo Epstein che svergogna i mali del nostro tempo. Ogni anno sono milioni i bambini abusati o che finiscono in qualche miniera o addirittura fatti a pezzi per il mercato degli organi o per soddisfare i deliri di qualche satanico vampiro. Un orrore arrivato fino ai potenti del pianeta, con bambini denominati pizze consegnati a domicilio nelle loro regge e serviti sulle tavole imbandite delle loro diaboliche orge in cambio di soldi e potere. Con sopravvissute che cercano giustizia e gridano da anni il loro dolore invano. Davvero agghiacciante. L’isola degli orrori di Eptein dovrebbe diventare la Versailles di oggi contro cui lanciare una storica rivoluzione come nel 700. Perché non è solo depravazione sessuale, ma di sistema. È il cosiddetto deep state e cioè pezzi di stato deviati che agiscono fuori dal solco democratico. Epstein era un uomo dei servizi segreti israeliani ed americani ed esercitava un immenso potere ricattatorio su chiunque finisse nella sua rete. A partire dal suo migliore amico Donald Trump, aveva un’agenda politica. Impressionanti le email farcite di suprematismo ebraico con gli infedeli marchiati come goyim da sfruttare per i deliri ideologici sionisti. E poi ci si sorprende del genocidio e della sua negazione o del terrificante tentativo di equiparare le critiche al sanguinario regime israeliano con l’antisemitismo. Ma tra le email spicca anche il filone neofascista internazionale con pervertiti in camicia nera intenti ad incidere sulle elezioni di altri paesi democratici per imporre qualche camerata. I famosi bigotti difensori dei valori cristiani sopresi con giù le braghe. Non solo depravazione sessuale, ma anche culturale. Con ricchi sfondati che non trovando nulla che li soddisfi tra gli scaffali, ripiegano comprando lolite o addirittura bambine, comprando il brivido del proibito, comprando l’ebbrezza del potere assoluto sulla vita altrui e dell’impunità riservata agli eletti. I vincitori della giungla capitalista che ne consumano gli scarti umani nel disperato tentativo di sfuggire al loro devastante fallimento esistenziale. Non solo depravazione sessuale, ma anche democratica. Con cricche di pervertiti al di sopra della legalità e di ogni decenza che in balia di deliri di onnipotenza condizionavano la politica e gli affari come se il mondo fosse il loro privé a luci rosse. Tu voti e poi a decidere è una rete di potere occulta con la politica che si inchina invece di ribellarsi. Una politica ignara oppure complice e in entrambi i casi indegna. Con istituzioni sempre più corrotte e quindi impotenti e con media mainstream organici e quindi complici. Quelli che denigravano come complottisti erano in realtà gli unici veri giornalisti in circolazione. E quelli ghettizzati come populisti antisistema erano gli unici politici sul pezzo. Davvero, ci vorrebbe un Dl sicurezza ma per difenderci dai potenti, dagli abusi di un potere sempre più marcio, forte solo coi deboli e che reprime libertà di espressione e di dissenso. Un potere da decenni intoccabile che tenta di farla franca anche questa volta. Negando, minimizzando, insabbiando. Le Olimpiadi invernali capitano a puntino e se non bastassero c’è sempre qualche guerra da scatenare per distrarre le masse e continuare a convincerle che il problema sono altri cittadini e che la soluzione sia vincere le prossime elezioni. Davvero, l’isola degli orrori di Epstein dovrebbe diventare la Versailles di oggi. Ci vuole una rivoluzione storica come nel 700, in nome non solo della decenza morale e della legalità ma anche di una vera democrazia. Una rivoluzione della normalità in cui il potere torna ad essere cristallino ed esclusivamente nelle mani del popolo.


Referendum: Formigoni non basta per mettere la ics sul NO?


(Giancarlo Selmi) – Come possa convivere la sbandierata esigenza di sicurezza con il provvedimento, uscito dal cilindro di Nordio, che obbliga ad avvertire l’indagato del suo arresto, una settimana prima dello stesso, dando all’indagato accesso preventivo ad atti ed elenchi di testimonianze, non è dato sapere. Come possa convivere con la sicurezza l’esclusione dall’azione penale obbligatoria di molti reati, perseguibili solo dopo querela o denuncia è un altro mistero. I numeri, infatti, sono impietosi: a una crescita dei reati tipici della microcriminalità (furti, scippi, furti in casa, reati sessuali ecc ), corrisponde un crollo degli arresti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Mai come adesso, proprio nel periodo in cui ha governato Meloni, l’Italia è stato un paese così insicuro. I numeri parlano chiaro. La tutela dei colletti bianchi è il vero motivo di una schizofrenia giudiziaria senza precedenti. Da una parte si introducono nuovi reati, peraltro già sanzionati dalle precedenti normative, dall’altra se ne depenalizzano altri. Un giustizialismo feroce (a parole) contro alcuni, contrastato da un eccesso di garantismo sui reati dei colletti bianchi. Assistiamo ormai giornalmente a processi mediatici garantisti o giustizialisti, in base alla provenienza di razza, di religione, o politica della persona.

Processi mediatici attivati da esponenti, compresi ministri e PDC, della maggioranza di destra e del governo. Giudizi preventivi di colpevolezza o innocenza, nel primo caso addirittura con la indicazione del supposto reato commesso e pressioni ai magistrati, sono diventati cosa normale e ripetuta. E, quando il risultato non è quello da loro auspicato, si attacca volgarmente e violentemente il magistrato decisore. Pressioni che sono un’anticipazione di quello che vorrebbero con la modifica costituzionale e che diventeranno norma se passerà il sì al referendum.

Vogliono semplicemente cambiare la Costituzione per poter controllare ciò che oggi non controllano. Modificare ciò che scrissero i Padri Costituenti per potere poi, con la promulgazione di leggi ordinarie a corredo, controllare la magistratura. Personaggi come La Russa, Montaruli, Santanchè, Nordio, Bignami e Del Mastro vogliono cancellare ciò che scrissero Calamandrei, Terracini, Luigi Einaudi, Costantino Mortati, Emilio Lussu. A vedere gli sponsor del sì troviamo pregiudicati, indagati e, nel migliore dei casi, prescritti. Un nome a caso? Formigoni. Non basta questo per mettere la ics sul NO?


Notizie di distrazione di massa


Tra Vannacci e le Olimpiadi, abbondano le notizie di distrazioni di massa. Ma la Notizia non si farà distrarre

Notizie di distrazione di massa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Tra i sondaggi sul nuovo partitino del generale Vannacci, reduce dal traumatico divorzio con la Lega di Salvini, e l’arrivo della fiaccola olimpica in Piazza Duomo per l’apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina, che dovevano essere a costo zero ma sono già costati sei miliardi di euro, non si può certo dire che manchino le notizie di distrazione di massa.

Quelle utili soprattutto al governo, e a certa stampa al seguito, per non parlare per esempio, restando in tema di Olimpiadi, del primo record già stabilito addirittura prima dell’inizio delle gare: dei 98 interventi messi in cantiere per i Giochi, solo 40 risultano conclusi, 29 sono ancora in esecuzione, 27 in progettazione e 2 in fase di gara. O ancora per non parlare, o parlare il meno possibile, della rimonta del No in vista del referendum sulla riforma Nordio, che demolisce il Csm, spaccandolo in due ed espropriandolo delle funzioni disciplinari sui magistrati.

Ma anche per non parlare o parlare il meno possibile della stroncatura da parte delle Regioni dell’altra riforma, quella del ministro Calderoli sull’Autonomia differenziata, con la quale le regioni (13 su 20 sono a guida centrodestra) hanno demolito i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), chiedendo al governo, sebbene con un parere non vincolante, un ripensamento radicale. Rassicuriamo i nostri lettori: La Notizia non si farà distrarre. E continuerà a parlarne.


Olimpiadi, la storia infinita: tra strade, ponti e nuovi bus i cantieri finiranno nel 2033


Milano-Cortina non passerà alla storia per essere stata a costo zero, come era stato annunciato al momento della candidatura. La Simico, la società chiamata a costruire le infrastrutture, resterà in vita per oltre sette anni dopo la fine dei Giochi. Deve completare opere ancora da iniziare. Alcuni fondi per l’evento presi dal fondo per le vittime di mafie

La presidente del Cio, Kirsty Conventry, il presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, Giovanni Mala

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – L’Olimpiade di Milano-Cortina inizia ufficialmente oggi e finirà nel dicembre 2033, lasciando tutte le scorie di ritardi e polemiche. E come denunciato dalla Corte dei conti bisognerà vigilare sull’eventualità che le «opere si traducano in cattedrali nel deserto come avvenuto nel passato» o restino in piedi «costosi impianti sottoutilizzati».

Perché è vero che la competizione sarà inaugurata nelle prossime ore e terminerà il 22 febbraio, come da programma sportivo. Ma la Simico, la società che si occupa delle infrastrutture dei Giochi invernali, resterà in vita per oltre sette anni dopo la cerimonia di chiusura. La norma è stata inserita la scorsa estate nel decreto Sport dopo vari tentativi, sotto insistenza della Lega di Matteo Salvini.

Olimpiade infinita

Questa lunga proroga di Simico è legata alla conclusione e alla rendicontazione dei cantieri che sopravviveranno alla manifestazione. Milano-Cortina ’26 non passerà comunque alla storia per essere stata a costo zero, come era stato annunciato al momento della candidatura. Nei fatti avrebbe dovuto chiedere una spesa di poco più un miliardo, senza esborsi di risorse pubbliche. Invece presenta un conto di almeno 6 miliardi di euro, come riferito dal ministro dello Sport, Andrea Abodi, in una risposta a un’interrogazione alla Camera.

I numeri sono scolpiti nei documenti. Più della metà dei finanziamenti, inizialmente 3,6 miliardi di euro (ma la cifra è aumentata intorno ai 4 miliardi di euro), è finita sul capitolo infrastrutture. Lo sforzo, nonostante i tentativi di intestazione da parte della destra, è politicamente trasversale.

Il primo maxi-stanziamento di un miliardo di euro risale al governo Conte II: l’allora ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli (Pd), ha firmato il decreto, attuando quanto stabilito nella legge di Bilancio precedente. Una somma che è via via lievitata con il susseguirsi dei vari esecutivi, dal governo Draghi fino a quello Meloni.

Sono stati 98 gli interventi inseriti nel cronoprogramma: solo 40, meno della metà, sono stati conclusi. Erano quelle funzionali allo svolgimento dell’Olimpiade, era necessario portarli al termine. Il resto non è in ritardo: sarà ultimato in futuro e sarà lasciato in eredità ai territori.

La mappatura dello stato dell’arte è utile. Addirittura 27 cantieri sono ancora in progettazione, altri 2 risultano – stando alle informazioni di Simico – nella fase della gara, i restanti 29 (oltre a quelli conclusi) sono in esecuzione.

Gli esempi abbondano. Per il collegamento di due strade provinciali, a Trento, i lavori partiranno solo nella prossima estate. L’infrastruttura sarà consegnata, salvo slittamenti, nel marzo 2028. Il costo complessivo di questo progetto ammonta 4,5 milioni di euro. E ancora: ci sono gli acquisti dei veicoli elettrici, nell’ambito del progetto bus rapid transit, per potenziare la linea Moenia-Penia, in Trentino, durante l’alta stagione. L’investimento è in questo caso di un milione.

Sono solo due storie tra le tante del maxi-evento olimpico, atteso dal governo, pronto a intestarselo per cavalcare la propaganda con una costellazione di esborsi. Poco male: il vicepremier Salvini ha portato avanti, per oltre sei mesi, il countdown per l’inaugurazione. La tavola della propaganda è stata apparecchiata. Ma l’orizzonte lungo solleva dubbi. La Corte dei Conti, in una delibera di ottobre, ha posto «l’accento sulla prospettiva post-olimpica», il famoso rischio delle cattedrali nel deserto.

La magistratura contabile ha chiesto «di garantire la sostenibilità di lungo periodo degli investimenti effettuati: le infrastrutture realizzate dovranno essere adeguatamente manutenute e gli impianti sportivi dovranno trovare un utilizzo che ne copra in parte i costi di gestione». Spento il braciere, le spese non devono andare in fumo.

Dall’anti-mafia ai consumatori

Per garantire la dotazione economica è stato fatto un po’ di tutto. Come nel caso, svelato da Domani qualche mese fa, dei 43 milioni di euro prelevati dal fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura. Le somme non usate per le finalità di contrasto alle vittime della criminalità organizzata sono state infatti dirottate direttamente sull’organizzazione dell’evento.

Nel dettaglio i 43 milioni presi sono stati destinati alla logistica delle forze dell’ordine per Milano-Cortina. Nobile l’intento, meno il plafond utilizzato. Le opposizioni hanno provato a stoppare l’operazione, la destra non ha voluto sentire ragioni. Ci sono stati casi altrettanto singolari. Nel decreto Anticipi, diventato legge a dicembre, 38 milioni di euro da elargire all’evento di Milano-Cortina sono stati prelevati dal fondo delle multe comminate dall’Antitrust per le pratiche commerciali scorrette.

Le sanzioni dell’Authority dovrebbero servire per finanziare iniziative a favore dei consumatori danneggiati. Il governo Meloni, con una manovra contabile, ha dirottato le risorse sull’Olimpiade invernale. «I Giochi, presentati “a costo zero” per economia e ambiente, rischiano al contrario di lasciare una pesante eredità a carico della finanza pubblica e delle amministrazioni locali chiamate a gestire i costi della manutenzione degli impianti nei prossimi anni», ha detto la capogruppo di Avs alla Camera, Luana Zanella, in prima linea questi anni contro le forzature per l’organizzazione dell’Olimpiade. Ma ai problemi si penserà dopo, per ora vengono nascosti sotto la neve delle competizioni.


Se la pazzia è la via maestra per il consenso


Se la pazzia è la via maestra per il consenso

(di Stefano Massini – repubblica.it) – Nove anni fa la psichiatra forense americana Bandy Lee pubblicò una ricerca secondo la quale non c’era dubbio, Donald J.Trump era pazzo. Negli anni a seguire, mentre il pazzo concludeva il suo primo mandato alla Casa Bianca e si preparava alla riscossa del 2024, la stessa diagnosi veniva emessa da altri luminari su Vladimir Putin, pare affetto da sindrome narcistico-paranoide. Più recentemente, la camicia di forza è stata invocata anche per Bibi Netanyahu, per Erdogan e – va da sé – per il coreano Kim, a creare una folle combriccola in attesa del promettente Farage sulla rampa di lancio delle future elezioni inglesi. Insomma, dobbiamo concluderne che nel terzo millennio il corso per diventare leader si svolge nelle camere di psichiatria? Forse la provocazione non è del tutto fuori luogo, e sì, credo che saper ostentare una scenografica dose di irrazionalità sia diventato per paradosso un requisito essenziale per incassare il consenso delle masse, più attratte che spaventate dai guizzi psicotici di Sua Maestà. Poi certo, va premesso che la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia, e com’è noto fu Nixon in tempi non sospetti a partorire la madman theory, per cui in politica estera conveniva recitare la parte degli allucinati imprevedibili proprio per incutere al nemico il terrore di scatenare gesti inconsulti. Si finsero pazzi Bruto (per tattica, come narra Tito Livio) e l’Amleto di Elsinore, ma prima ancora perfino il re biblico Davide. Viceversa era seriamente pazzo Carlo VI di Francia, convinto di avere un corpo di cristallo, così come lo era il dittatore Nguema che negli stadi della Guinea Equatoriale faceva massacrare i dissidenti da fucilieri travestiti da Babbo Natale, e nel frattempo si dichiarava sì marxista ma fan di Adolf Hitler (a proposito, anche il Führer era decisamente paranoico secondo la relazione commissionata nel ’44 dagli Stati Uniti a Walter Langer). E qui, ovvio, potremmo continuare con una amena infinita sequela di potenti più o meno allucinati, le cui dissennatezze finiscono per passare alla storia come sintomi di squilibri cerebrali, da Caligola a Masaniello fino a Pol Pot, tanto per dire che la stanza dei bottoni non di rado obnubila la mente dei prescelti. Il punto più interessante, tuttavia, sta forse nel porsi un’altra domanda, ovvero perché la follia dei leader si sia oggi trasformata in un fattore di vantaggio elettorale. Era in fondo l’altro ieri quando Alan Bennett scriveva “La pazzia di re Giorgio” e ci consegnava il memorabile ritratto del primo ministro Pitt costretto a inventarsi di tutto pur di tacere al mondo che il sovrano era fuori testa: nel 2026 probabilmente re Giorgio avrebbe avuto un suo profilo su X e i suoi post di pura alienazione ne avrebbero esaltato la popolarità, altro che nascondersi. Non fu Trump stesso a scrivere che Xi Jinping aveva buon diritto di ritenerlo un pazzo? Voglio proporre ai dizionari una nuova espressione, il fool-pride, perché di questo si tratta, di un vero orgoglio dell’irrazionalità, a cui siamo naturalmente approdati attraverso anni di anatemi contro le ideologie, vade retro alla retorica, e Dio ci salvi dai discorsi troppo intellettuali che subito puzzano di fregatura quindi “parla come mangi”. Appunto: parla come mangi, solo che questo nesso implica che il cibo spazzatura che introiettiamo non possa tradursi mai e poi mai in un costrutto minimamente logico, bensì in un linguaggio sconnesso, contraddittorio, lacunoso, più affine al ringhio o al rantolo che all’eloquio umano. Siamo davanti alla legittimazione della pazzia come criterio e lingua del nostro tempo, ed è il punto d’arrivo, estremo e inevitabile, di quell’odio per il logos in nome del quale abbiamo devastato, pezzo per pezzo, la nostra capacità di concentrarci, seguire una storia compiuta, afferrare sottotesti, padroneggiare non dico una discussione ma neanche un minimo dialogo. Che poi, aggiungo, a cosa può servire votarsi alla razionalità se siamo già schiavi di una tecnologia che ha affidato tutto ad algoritmi, a numeri, a cifre, a occulte quintessenze matematiche contro le quali la follia assume il ruolo perfino di una guerra di resistenza? Mi distinguo impazzendo, rompo le linee impazzendo, inconsapevolmente scardino il sistema mettendomi a urlare come un gallinaceo e chi se ne importa se fino a poco tempo fa la coerenza era un metro di giudizio sociale (peraltro fallito, quindi a maggior ragione benvenuti a Crazyland).

Perdonatemi allora ma non mi scandalizzo, no, quando Trump non crolla a picco in popolarità se fa il pazzo come non mai, se annuncia dazi a isole sperdute abitate da pinguini, se vaneggia del proprio volto scolpito sul monte Rushmore, se inveisce contro la reporter di turno o si accanisce contro l’effigie di Biden nei corridoi presidenziali: tutto questo è il suo cogliere in pieno la deriva di un Occidente arcistufo di quella altissima razionalità che lo contraddistingue da secoli e che non ci ha saputi salvare. È una crisi epocale, potremmo dire che è arrivato il conto e lo paghiamo con una fuga a gambe levate nell’esatto opposto delle nostre radici che stanno in Platone, in Aristotele, in Sant’Agostino, in Voltaire. Siamo sprofondati, sì, nella paura più viscerale, nella rabbia feroce, nella violenza fisica che “almeno scarica”, nella cecità di un tifo animale che sa davvero di ammutinamento dell’homo dal suo essere sapiens, e ben venga allora retrocedere all’homo demens che ti toglie ogni ansia da prestazione perché il discorso è uno sforzo ma il delirio riesce a tutti, quindi è pura democrazia. Di tutto questo, temo, è vittima principale l’opposizione (chiamatela democratica, riformista o perfino sinistra) che sulla scena internazionale arranca a erigere argini contro questa fluviale piena di de-razionalizzazione, che vince a mani basse perché coglie il vero sentire di questa fase storica. Non è più uno scontro fra destra e sinistra così come storicamente lo abbiamo interpretato, bensì una nuova durissima battaglia contro la regressione, quella per cui la Casa Bianca pubblica ufficialmente foto taroccate come da un maldestro tredicenne e il Cremlino si lascia andare a dichiarazioni da dottor Stranamore per cui davanti a un’apocalisse nucleare l’importante è che “saremmo noi comunque ad andare in Paradiso”. A tutto questo noi proviamo a replicare con ragionamenti assennati, con analisi illuminate, con progetti politici argomentati, ma vogliamo essere sinceri fino in fondo? È innegabile che siamo minoritari, circoscritti e perdenti innanzi a un fenomeno molto più grande del confine della politica, qualcosa che azzera lo stesso strumento del parlare e vi sostituisce il furore, fisico e verbale. La pazzia è di moda, sì. Anzi molto di più: la pazzia è il modo, il modo stesso di stare nella realtà.


L’imbarbarimento della società occidentale


La barbarie occidentale fatta di servitù e dominio. Numerose pubblicazioni hanno recentemente cercato di illustrare le cause profonde dell’imbarbarimento attuale della società occidentale. Appare inquietante infatti che, nonostante non ci sia ormai alcun bisogno di ricorrere a speculazioni complottiste, e tutto sia rivelato dal potere stesso, nulla sia cambiato nella ideologia maggioritaria […]

(di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Numerose pubblicazioni hanno recentemente cercato di illustrare le cause profonde dell’imbarbarimento attuale della società occidentale. Appare inquietante infatti che, nonostante non ci sia ormai alcun bisogno di ricorrere a speculazioni complottiste, e tutto sia rivelato dal potere stesso, nulla sia cambiato nella ideologia maggioritaria di destra e del centrosinistra. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, ha dichiarato a Davos di essersi adoperato per strangolare l’economia iraniana e di avere determinato inflazione e caduta verticale della moneta nazionale. Ha quindi confessato di aver deliberatamente causato la distruzione di migliaia di vite e la disperazione degli strati più poveri della popolazione.

[…] Le sue dichiarazioni sono passate inosservate come quelle di Netanyahu e Pompeo che incitavano gli iraniani a insorgere contro le istituzioni in quanto gli agenti del Mossad e della Cia erano presenti sul territorio. Questo non ha impedito alle più alte cariche istituzionali europee e nostrane di biasimare il governo iraniano per la repressione e l’incompetenza a governare l’economia del Paese. Il ministro Tajani ha esordito affermando che la carneficina in Iran è identica a quella compiuta a Gaza e si è unito ai colleghi europei nella decisione di considerare un ramo dell’esercito iraniano, i Pasdaran, un movimento terrorista. Sorgerebbe naturale la domanda: se la carneficina è identica dobbiamo attenderci che il ministro proponga all’Ue di considerare anche l’Idf terrorista? Purtroppo non esistono argomentazioni razionali o prove documentate che possano far arretrare la retorica mafiosa del liberal order col quale a partire dagli anni Novanta è stato distrutto il sistema multilaterale da noi creato dopo la Seconda guerra mondiale. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, in un primo momento contrastate dall’Europa continentale, sono continuate con i Democratici statunitensi e sono state appoggiate dalle destre e dagli accoliti dei Dem in Europa, i socialisti europei. Il disastro siriano, libico, le primavere arabe, l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, le minacce all’Iran, al Messico, a Cuba costituiscono il filo rosso di un imperialismo euro-atlantico, sostenuto dalla maggioranza Ursula in Europa, che miete vittime, seppellisce il diritto, cancella il cristianesimo umanista e la tradizione hegelo-marxista della storia, l’illuminismo razionalista e lo sostituisce con l’eccezionalismo dell’egemone, il decisionismo del potere come unica possibile realtà. […]

Il filosofo tedesco Hauke Ritz si sofferma nel suo saggio Perché l’Occidente odia la Russia (Fazi), sulla rivoluzione culturale che, in base a una documentazione ormai declassificata dei servizi segreti statunitensi, sarebbe stata finanziata ad hoc dagli Stati Uniti. Il pensiero debole di Vattimo o dei nouveaux philosophes in Francia, Guattari, Deridda, Foucault Glucksmann, avrebbero abolito le radici cristiane della cultura europea, il messianesimo insito nei concetti elementari quali l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, la loro secolarizzazione negli ideali di giustizia sociale marxista, per esaltare le storie parallele e minimaliste, scritte dai vincitori, la cancellazione di ogni possibile verità storica in una revisione del pensiero nietzschiano, utilizzato come nuovo paradigma interpretativo. Ed ecco che alla dialettica capitale-lavoro è sostituita quella di civiltà-natura. All’identità storica dei popoli, quella atomizzata dell’individuo, l’identità sessuale. Una tesi accattivante alla quale vanno tuttavia aggiunte le analisi dei processi economico-sociali e geopolitici a cui ho cercato di contribuire con Approdo per noi naufraghi al fine di comprendere come siamo pervenuti al presente distopico, caratterizzato dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, da apparati di potere politico-mediatico che ostracizzano il dissenso, al trionfo sulla politica occidentale del complesso militare-industriale denunciato da Eisenhower nel 1961 e che nel 1963, secondo molti attenti storici e analisti, si sarebbe sbarazzato di Kennedy. Quante morti eccellenti hanno cesellato l’hackeraggio delle classi dirigenti occidentali pervenendo al quadro attuale di politici esecutori delle volontà degli oligarchi e pronti alla distruzione della Politica e dello Stato! L’assassinio, ormai documentato da parte dei servizi inglesi e americani, di Olof Palme nel 1986, cancella la socialdemocrazia svedese e trasforma la Svezia nell’omologo partner neoliberista e atlantista odierno. E che dire del Segretario generale Onu, Hammarskjöld, degli omicidi di Mattei, di Moro, di Pasolini? Il sonno della ragione nel quale siamo piombati non è piovuto dal cielo. Esistono responsabilità politiche chiare. Il dissenso può con una riflessione unitaria sulle cause profonde del declino economico politico e morale dell’Occidente, individuare un denominatore comune. […]


La rabbia dei giovani è senza ideologie


I disordini nel corteo di Torino per difendere il centro sociale Askatasuna non hanno nulla a che vedere con le Br e con gli anni 70. Quello che manca è il collante della lotta al capitalismo. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia […]

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli scontri di Torino fra la polizia e i pro Askatasuna stanno incoraggiando il governo Meloni a inasprire ancora di più il decreto Sicurezza che verrà discusso nei prossimi giorni in Parlamento. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia.

A parer mio è un errore chiudere i centri sociali perché sono spazi di libertà sostanzialmente innocui dove i ragazzi possono sfogare la propria esuberanza, preferibilmente facendo musica, creando così luoghi di aggregazione. Sono stato spesso al Leoncavallo, anch’esso sgomberato, che era vicino a casa mia, dove ho ascoltato molti bei concerti. È chiaro che se chiudi questi centri di aggregazione i ragazzi si riversano per le strade e cambia tutta la prospettiva. Il fatto che occupino abusivamente locali che appartengono ai legittimi proprietari potrebbe essere risolto risarcendo i proprietari con denaro dello Stato e di tutti noi, però nel “rito ambrosiano”, come lo chiama Gianni Barbacetto, dell’edilizia, questo era già stato fatto e quindi nulla vieta che lo si rifaccia.

Fra le misure punitive escogitate dal governo di Giorgia Meloni c’era quella, poi saltata, di far pagare una cauzione agli organizzatori di qualsiasi manifestazione, non solo quelle dei centri sociali. Un provvedimento di questo genere sarebbe stato totalmente illegittimo, e infatti è stato contestato da quello che resta del centrosinistra, Pd, M5S, Avs, perché lede non solo la libertà di espressione, ma anche quella di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Tranne che per i soggetti che siano stati già colpiti, in modo motivato, dai limiti alla loro circolazione, per esempio gli stalker. E avrebbe penalizzato soprattutto i ragazzi dei centri sociali che certamente non hanno l’oro che gli esce dalla bocca.

[…]Sui media si sono fatti molti riferimenti al Sessantotto e dintorni, dalle Brigate Rosse al più innocuo Movimento studentesco a Potere operaio detto familiarmente “potop”, ma anche “molotov e champagne” perché, soprattutto a Roma, vi militavano i figli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli. Ma c’è una differenza sostanziale: quei gruppi avevano un’ideologia, per quanto confusa, e alla fine inconcludente, perché cavalcavano il “marxismo-leninismo” che sarebbe morto di lì a pochi anni col collasso dell’Unione sovietica.

Questi giovani non sembrano avere un’ideologia, il loro è un disagio esistenziale, che non è solo dei giovani, ma particolarmente dei giovani, di vivere in una società che non li rispecchia in alcun modo. Certo, ci sono disagi economici, per esempio l’enorme difficoltà a trovare lavoro, ma non sono i più impellenti. Riassumo il concetto con le parole di una mia giovane amica, 26 anni, che si rifiuta di far figli perché “non voglio immetterli in questo mondo di merda”.

Saremmo quindi noi adulti responsabili? Neanche questo. È che tutti noi siamo stati travolti dal capitalismo, Don Chisciotte fa dire al suo scudiero, più realistico, Sancho Panza: “In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre – dove regna il capitale, oggi più spietatamente – riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al potere dare scacco e salvare il mondo intero?” (Don Chisciotte, Francesco Guccini, 2000). […]

Ma il problema non è solo il capitalismo che ormai ha conquistato il mondo intero, perché esiste ovunque, anche nei Paesi che si definiscono comunisti, perché è capitalismo di Stato, ma pur sempre capitalismo. Il problema autentico è la tecnologia che si è rivelata incontrollabile. Un premio Nobel per la Fisica e per la Matematica può anche fare un’invenzione spettacolare, ma non è in grado di controllare le varianti che mette in circolo. Come scrive lo storico Carlo Cipolla se la tecnologia risolve un problema ne pone subito una miriade di altri. È quindi una corsa all’infinito. L’inventore del cellulare, Martin Cooper, non poteva immaginare che il cellulare invece di avvicinare le persone le avrebbe distanziate. Noi oggi possiamo comunicare con persone che stanno all’altro capo del mondo, ma non conosciamo il nostro vicino di casa, tanto che a Torino c’erano francesi, austriaci e questa volta Vittorio Feltri non potrà incolpare gli extracomunitari, perché non erano presenti se non in “modica quantità”.

La tecnologia è sempre esistita. Esemplare è il racconto di Umberto Eco, intitolato La cosa (1961): un grande Generale chiede a un suo Professore di fornirgli un’arma micidiale. Dopo sei mesi di studi il Professore gli presenta un sasso appuntito. Il Generale, deluso, dice: “Ma è solo un sasso”. Il Professore gli mostra che “solo” con quel sasso a punta può però frantumare la roccia. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come la si usa. È anche il tema del film Cast Away, interpretato da un formidabile Tom Hanks, forse uno dei più grandi attori viventi, perché sa interpretare ruoli diversissimi, da quello di un occidentale che si è sperduto in un’isola deserta a quello di un malato di Aids (Philadelphia, 1993).

La questione drammatica che si pone oggi non solo ai giovani è la perdita delle ideologie e, insieme a esse, il senso del sacro. Quando Nietzsche, alla fine dell’Ottocento, proclama la “morte di Dio”, non la intende nel senso che Dio è stato ucciso, ma che il senso del sacro è scomparso dal mondo occidentale.

A che cosa possono aggrapparsi, quindi, oggi i giovani, e tra questi ci metto anche i poliziotti, uomini come tutti gli altri, con i problemi di tutti gli altri, che in più fanno un lavoro pericoloso e sottopagato?

Dicevo prima che i giovani riluttano a far figli perché non vogliono inserirli in “un mondo di merda”. Ma c’è chi adotta una soluzione più radicale, gli hikikomori, che si chiudono in casa e non vogliono avere contatti reali con nessuno. Ma questa è una soluzione da asceti, da giapponesi appunto, dubito molto che valga per un ragazzo italiano, anche se alcuni hikikomori ci sono pure qui da noi. Giù il cappello.