Fratelli d’Italia perde lo 0,4%. Stabile il Pd, cresce il M5s. Tra i partiti minori arretrano Azione, Italia Viva e +Europa, mentre Futuro nazionale è sopra alla Lega nelle intenzioni di voto

(lespresso.it) – Fratelli d’Italia resta saldamente il primo partito nelle intenzioni di voto, ma arretra ancora. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio Swg diffuso il 29 giugno, che fotografa un calo dello 0,4% per il partito di Giorgia Meloni, ora al 27,3%, rispetto al 27,7% della settimana precedente.
Alle spalle di FdI si conferma il Partito democratico, stabile al 21,8%, mentre il Movimento 5 stelle guadagna uno 0,1% e sale al 13,3%, consolidando il terzo posto: è l’unica forza a crescere a sinistra. Tra le forze del centrodestra il dato più rilevante è invece il sorpasso di Futuro nazionale sulla Lega, che da settimane ormai si gioca su uno scarto di decimali. Il partito guidato da Roberto Vannacci cresce infatti dello 0,3% (il dato più significativo dell’intero sondaggio, astensione esclusa), passando dal 5,3% al 5,6%, mentre il partito di Matteo Salvini resta fermo al 5,4%.
Forza Italia perde invece lo 0,2% e scende al 7,2%, mantenendo comunque la quarta posizione, mentre Alleanza verdi-sinistra arretra dal 6,6% al 6,4%. Anche tra i partiti minori prevale il segno meno. Azione cala dello 0,2% e si attesta al 3,5%, Italia Viva perde lo 0,1% e scende al 2,4%, così come +Europa, ora all’1,5%.
In controtendenza, oltre a Futuro Nazionale, crescono Noi moderati, che passa dall’1% all’1,2%, e sia Sud chiama Nord sia Avanti Psi, entrambi in aumento di un decimo e ora all’1%. Sale anche la voce “Altre liste”, che passa dal 2% al 2,4%, mentre aumenta di un punto la quota di chi non esprime una preferenza di voto, dal 27% al 28%.
Nel complesso, un calo dei partiti tradizionali, specie nella coalizione di centrodestra, dove Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega risultano tutte in calo o ferme rispetto a una settimana fa. Il dato più significativo è quello che registra la percentuale degli astenuti che sale di un punto percentuale e attestandosi al 28%.
Ieri la premier aveva detto: “Non è detto che non possa superarsi anche un altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra”

(repubblica.it) – Levata di scudi dai partiti dell’opposizione sulle parole della premier Giorgia Meloni pronunciate ieri sera su Rete 4: “Non è detto che non possa superarsi anche un altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra”.
Arturo Scotto del Pd commenta: “Mai visto una presidente del Consiglio che parla della successione al Quirinale a tre anni dalla scadenza. Non è forma, ma sostanza politica. Si manda a dire a Mattarella che è provvisorio, vincolando le prossime elezioni a un presidente della Repubblica ‘cosa loro’. Incredibile”.
Duro Nicola Fratoianni di Avs: “La presidenza della Repubblica è un’istituzione che non può diventare oggetto di spartizione politica, perché parliamo della garanzia di tenuta costituzionale e che persino il più aspro dibattito della dialettica politica possa svolgersi dentro un quadro pienamente democratico. Il fatto che Giorgia Meloni ne parli in questi termini, collocandola dentro la casella di uno schieramento politico, non fa altro che confermare la tendenza del centrodestra – come dimostra l’impianto della legge elettorale – di tentare di prendersi tutte le cariche istituzionali possibili”.
Dello stesso avviso, sempre da Avs, Angelo Bonelli: “Giorgia Meloni ha tirato giù la maschera da tempo. Ieri lo ha confermato per l’ennesima volta: vuole modificare la legge elettorale per garantirsi il potere violando la Costituzione, mettendo un premio di maggioranza incredibile e non facendo scegliere i parlamentari agli italiani. Un’ipoteca per poi andare alla presidenza della Repubblica. A lei, dei problemi degli italiani, non interessa”.
Per il senatore di Iv, Enrico Borghi, “con le sue dichiarazioni, Giorgia Meloni conferma che punterà al Quirinale in caso di vittoria alle elezioni politiche del 2027. Niente alibi, a questo punto: chi vuole evitare il governo Vannacci-Mantovano-Salvini e la rivoluzione reazionaria della destra guidata da Meloni dall’alto, ha il dovere di costruire una seria e credibile alternativa. Senza sofismi e con concretezza”.

(Tommaso Merlo) – La politica ha fallito e il cambiamento bussa. I cittadini non ne possono più di politicanti ridotti ad influencer del nulla. Tossicodipendenti di potere e visibilità che si prostituiscono sulle tangenziali mediatiche nella speranza che il loro sogno da piccoli statisti duri per sempre mentre attorno a loro si accumulano macerie sociali ed esistenziali senza che nessuno sia in grado di fare nulla. Un mare di chiacchiere a vanvera mentre la vita quotidiana si aggrava e si procede come pecore consumistiche brancolando nel buio in un mondo in drammatica trasformazione. Un quadro desolante in cui il cambiamento bussa. A destra sono emersi ovunque partiti d’ispirazione neofascista. Rigurgiti nazionalisti per paure di perdere identità e controllo. Tra loro molti poveri convinti dalla politica che il loro problema sia chi è più povero di loro e non gli onorevoli nei palazzi che speculano sulle sfide come l’immigrazione. In Italia siamo a Vannacci perché i ducetti di prima una volta nei palazzi hanno aderito al pensiero unico neoliberista e si sono inchinati all’Impero americano e quindi alla Nato e quindi alla Disunione Antieuropea brussellese impegnata nell’ennesima campagna di Russia. S’intravedono già segnali di migrazioni di camice nere mosse da grandi ideali poltronistici e l’ennesima bolla nerastra. Segnali comunque di malcontento e di un profondo fossato tra cittadini ed establishment anche a destra. Negli Stati Uniti personalità come Tucker Carlson hanno lasciato ufficialmente il partito repubblicano dopo aver contribuito alle elezioni di quella chiavica di Trump e si vocifera di un possibile nuovo partito indipendente di destra magari insieme a Thomas Massie e Marjorie Taylor Green vittime illustri della mafia sionista e della demenza narcisistica presidenziale. Parola d’ordine America first ma per davvero e sovranità che negli Stati Uniti è stata derubata dalle lobby e cioè dai dollari, non democrazia ma corruzione legalizzata coi politicanti che si prostituiscono agli oligarchi. Stessa solfa dall’altra parte dell’emiciclo dove spicca il fenomeno Mamdani, sindaco a furore di popolo di una New York avanguardia americana che si è fatto largo con una politica che lui stesso definisce “socialista” e cioè al servizio dei poveri cristi e concentrata sui problemi concreti. Affitti, asili, servizi pubblici tassando i più ricchi. Umanità, ambiente e no al genocidio chiunque lo commetta. Ottimi risultati in poco tempo, gradimento alle stelle e vittoria dei suoi compagni anche alle primarie del partito democratico che non lo può vedere. Establishment da una parte, cittadini e politica vera dall’altra. Stessa solfa sull’altra sponda dell’oceano. In Francia Macron non lo vota più neanche suo marito, il giraffone tedesco Merz ha lo stesso indice di gradimento della carie interdentale quando sei al verde mentre il sostituto di Starmer prosciutto bruciato Burnham è uno burattino sionista ancora più maneggevole e gli analisti più quotati ritengono durerà meno di una scorreggia in spiaggia. Poi ci siamo noi. Più che in crisi in un declino infinito che comincia a fr temere per il peggio. A destra l’ennesimo ducetto ed una quadra poltronistica di coalizione da perfezionare, dall’altra parte il Pd con “d” che sta per destra visto che è responsabile della distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale nel nostro paese. Se lo faceva Berlusconi indossavano l’eskimo e quindi essendo a corto di idee lo hanno fatto loro. La famosa mossa blairiana del somaro. Non si capisce cosa dicono, cosa vogliono, cosa fanno. L’unica cosa certa è che il vero problema sono loro, è l’establishment versione rosé del pensiero unico neoliberista in mano a classi dirigenti ormai mummificate sulle poltrone. Intorno al Pd qualche rigurgito ideologico per i nostalgici del secolo scorso e qualche egoarca in cerca di pace interiore e già che c’è di qualche ciucciata dalla mammella pubblica visto l’alta società costicchia. Come alternativa era nato il Movimento che è stato trattato peggio dell’ndrangheta ed è finito per implodere a furia di abbracci col diavolo. Conte ha raccolto i cocci sgomitando, li ha incollati a mo’ di partitino ed ha messo il tutto a disposizione dell’ammucchiata progressista e cioè di un sistema ammuffito. Un suicidio strategico in una fase storica in cui il cambiamento radicale continua a bussare ovunque. Nessuno vota perché l’offerta non è all’altezza delle aspettative e spopolano alternative anti sistema. Si è creato un vuoto politico enorme. Vannacci lo colma a destra mentre dall’altra parte l’unico che potrebbe tentare l’impresa è Di Battista che grazie alla sua coerenza, operosità ma anche coraggio politico gode di un notevole seguito. Che non vuol dire voti ma comunque possibilità di giocarsela lanciando un nuovo progetto. Mamdani dimostra che i cittadini sono molto più avanti dei politicanti e che c’è una società nuova che esige una politica nuova. Non chiacchiere a vanvera, ma fatti. Non tossicodipendenti di potere e visibilità, ma cittadini al servizio dei cittadini per risolvere con umiltà e pragmatismo problemi concreti. Non pecore consumistiche che brancolando nel buio ma persone che riscoprono umanità e destino comune.

(ANSA) – La crisi nello Stretto di Hormuz, aggravata dalla guerra tra Iran e Israele e dalle tensioni con gli Stati Uniti, rischia di rafforzare la posizione competitiva della Cina a scapito di molte economie asiatiche.
Questa è la conclusione di un’analisi pubblicata dal think tank statunitense The Asia Group e rilanciata dal New York Times, secondo cui Pechino è riuscita ad attutire gli effetti dell’impennata dei prezzi energetici grazie alle riserve strategiche di petrolio e gas, alla crescente capacità nel settore delle energie pulite e a strumenti di politica industriale come sussidi, controlli alle esportazioni e gestione del cambio.
Secondo lo studio, l’Asia dipende dallo Stretto di Hormuz per circa l’80% delle importazioni di petrolio e il 90% di quelle di gas naturale. Le interruzioni hanno colpito anche materie prime strategiche come nafta, elio e zolfo, essenziali per chimica, semiconduttori e batterie. Pur restando esposta su questi fronti, la Cina ha limitato l’impatto del rincaro energetico anche riducendo di oltre il 30% su base annua le importazioni di greggio a maggio.
L’analisi evidenzia invece conseguenze più pesanti per India, Giappone e Sud-Est asiatico, tra aumento dei costi di carburanti e fertilizzanti, tagli alla produzione industriale e nuove pressioni sui bilanci pubblici. Al tempo stesso, la domanda regionale di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici cinesi è in crescita, rafforzando ulteriormente la leadership manifatturiera di Pechino. “E’ difficile non concludere che la Cina sia tra i vincitori di questa crisi”, osserva Kurt Campbell, presidente di The Asia Group ed ex vice segretario di Stato Usa
“Il pm Carlo Villani mi aveva promesso che li avrebbe presi e l’ha fatto. Ma l’indagine non è ancora finita”

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – Sigfrido Ranucci, come sta?
“Travolto. Aspettavo questo momento dal giorno dell’attentato, non avevo dubbio che arrivasse”.
Si è sentito solo?
“Non per l’attentato. Il pm Carlo Villani mi aveva promesso di prenderli e l’ha fatto. La procura di Roma insieme con il nucleo dei Carabinieri hanno lavorato tantissimo, sono stati straordinari. E pur sempre nel rispetto del segreto istruttorio li ho sentiti sempre al mio fianco. Certo, come leggo l’indagine non è ancora finita”.
Dicono che le modalità siano mafiose. E che ci sono altri livelli. Lei si sarà fatta un’idea?
“Non è questo il mio compito. Certo: mi sembra chiaro che ci siano altri livelli ma per come hanno lavorato sono sicuro che li troveranno tutti e non lasceranno niente per scontato. Certo, ora diventa tutto più delicato. E non soltanto per l’attentato. Da quello che ho capito c’è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le sim”.
Fa riferimento alla Rai?
“Io se mi sono sentito solo in questi mesi non è stato certo per la Rai. Io dalla Rai ormai non mi aspetto più niente. Però questa storia mi sembra che dimostri ancora una volta che c’è una parte di Stato che funziona, che tutela i suoi cittadini, che fa bene il proprio mestiere. Per fortuna”.
Attentato contro Sigfrido Ranucci: indagine complessa, centrali i tabulati telefonici
(ANSA) – L’attività investigativa che ha portato ai quattro arresti per l’attentato contro Sigfrido Ranucci è stata particolarmente complessa e ha richiesto l’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, rilievi tecnico scientifici e l’esame di tutti i tabulati telefonici della vasta cella interessata, consentendo di ricostruire in modo minuzioso le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione criminosa. Proprio l’analisi dei tabulati telefonici è stata di assoluto rilievo per le indagini, che sono partite dall’esplosivo utilizzato.
I rilievi tecnico scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che l’ordigno era costituito da una carica detonante composta da “gelatina da cava”, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente.
Una telecamera installata sulla S.S. 148 “Pontina”, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, ha poi permesso di individuare una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno nelle ore immediatamente successive all’attentato.
Centrale l’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X in viaggio dalla Campania a Torvaianica sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.
(ANSA) – ‘Hamshahri’, quotidiano di proprietà del Comune di Teheran, ha pubblicato oggi in prima pagina un’immagine del presidente statunitense Donald Trump, inquadrato nel mirino di un cecchino, con il titolo: ‘La vendetta è certa’.
La prima pagina attribuisce il messaggio alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e riporta il sottotitolo: ‘I criminali di guerra devono essere affrontati’.
L’articolo include anche commenti di diversi alti prelati che invocano ritorsioni per l’uccisione di leader iraniani durante la campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele. Hamshahri, uno dei quotidiani iraniani a maggiore diffusione, è finanziato dal Comune di Teheran.
Un fenomeno mediatico. Il percorso del generale per ora ricalca l’ascesa di Meloni, che proclamava identiche intenzioni. Ora lui, dopo il voltafaccia con la Lega, attende di attovagliarsi con i camerati per le elezioni

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga.
[…] Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo.
Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale.
Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere.
Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”.
Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi.
Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo
Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia. Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato.
[…] Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”. “Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”.
Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro.
Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati.
[…] Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui.
È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori?
Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.

(Alessio Mannino – lafionda.org) – In vista delle elezioni politiche del 2027 parrebbe muoversi qualcosa. Almeno per chi, come il sottoscritto, adotta come regola la sempre più diffusa opzione dell’astensionismo militante. Non potendo fisicamente presenziare, ho guardato online la conferenza del 7 giugno scorso a Roma con Thomas Fazi, Gabriele Guzzi e Alessandro Di Battista e la prima assemblea di Agorà, movimento fondato dallo storico Angelo D’Orsi, svoltasi a Torino sabato 27 giugno. Mentre nella seconda si è dato vita a una realtà che aspira dichiaratamente a portarsi “dalle piazze al parlamento”, la prima si è conclusa di fatto rimandando ogni eventuale decisione operativa a quando vedrà la luce il testo finale della nuova legge elettorale. Un rinvio legato a considerazioni tecniche che in realtà non rappresenta, a mio avviso, la principale differenza fra le due iniziative. Ma andiamo con ordine.
Riguardo alle idee, la sovrapposizione è quasi totale. Stessa denuncia del “sistema della guerra” (ben illustrato, in particolare, da Andrea Zhok ad Agorà). Stessa frontale opposizione alla stolida russofobia di Bruxelles. Stessa radicale condanna del genocidio israeliano dei palestinesi. Stessa accusa all’inguaribile sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. Stessa avversione all’Unione Europea. Stessa apertura ai Brics. Stessi, anche, bersagli polemici (come quell’escrescenza confindustriale che risponde al nome di Calenda, chiamato in causa direi anche troppo ossessivamente da D’Orsi). Perfino, in sostanza, le stesse battaglie, inclusa l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali (oggetto di una proposta di referendum da parte dell’associazione di Di Battista, “Schierarsi”, e citato da D’Orsi fra i punti programmatici).
Stessa consapevolezza, infine, sul fatto che, ammesso e non concesso si riesca a raccogliere le firme e aggirare la soglia del 3%, far eleggere qualche parlamentare nel breve-medio periodo si ridurrà, se va bene, alla visibilità che un’ideale pattuglia di guastatori deve poi conquistarsi in aula. L’unico punto uscito in più a Roma è stato quello, di sapore grillo-casaleggista e messo difatti sul piatto da Di Battista, della democrazia diretta come strumento attivabile per fornire ai cittadini non rappresentati un’arma, molto in teoria, un minimo incisiva.
Il movimento lanciato con intento “gramsciano” da D’Orsi parte schierando una serie di intellettuali e attivisti con un alto livello di cultura politica. Ma come ha più o meno ammesso D’Orsi stesso, non si può pensare di cercare il consenso con un “partito di intellettuali”. E in questo senso, dovrebbero rinfrancare le ripetute sottolineature sull’importanza sia del radicamento territoriale che della comunicazione di massa. Senonché, infiorare una presentazione di citazioni colte che pochi colgono e non porre apertamente la questione dei fondi non depone a favore di un’azione conseguente alle intenzioni. Perché significa restare su un piano sostanzialmente culturale, più che politico. O, se si vuole, politico sì, ma indirizzato a priori a un elettorato già sensibilizzato. Sono evidenze che saltano agli occhi. E un osservatore onesto, a maggior ragione se sottoscrive gran parte se non tutte le posizioni espresse, deve farle presente.
Così come corre l’obbligo di far notare che, fra le questioni del futuro “governo ombra” che D’Orsi già vagheggia, non sarebbe dovuta mancare l’immigrazione. Non foss’altro perché siamo arrivati a una situazione tale per cui chiunque intenda candidarsi anche solo a un consiglio comunale è chiamato, su questo, a dire la sua. Affrontare fin da subito tale nodo è, obbiettivamente, ineludibile. Non perché debba corrispondere, come avviene a destra, alla preoccupazione numero uno. Ma perché è la cartina di tornasole per capire se e quanta distanza vi sia da una sinistra, come nel caso di Avs, che fa da stampella dell’intollerabile Pd. A riguardo, l’unico passaggio rilevante è stato quando D’Orsi, per liquidare la remigrazione, ha citato Kant (!) e la distinzione fra hostis (nemico) e hospes (ospite), parlando di diritto all’ospitalità universale. Non esattamente un buon viatico. Di sicuro, non dal punto di vista comunicativo. Ma neppure da quello di contenuto, perché se è vero che l’immigrato funge da capro espiatorio, le vittime sacrificali del meccanismo che origina a un tempo pregiudizio razzista e illusione no border siamo tutti quanti noi qua in basso.
Anche a Roma della gestione del fenomeno migratorio non si è parlato. Tuttavia, in questo caso, non proponendosi i relatori di avanzare un progetto politico vero e proprio (o almeno non ancora), l’oblio è giustificabile. Ma è proprio il non aver sciolto la riserva che offre l’elemento di differenziazione netta fra la giornata di Roma e quella di Torino. Sembra abbastanza chiaro, infatti, che Di Battista non voglia in nessun modo bruciarsi per galoppare lancia in resta verso i mulini a vento. Ma piaccia o no (anzitutto al diretto interessato), è lui l’unica figura con il carattere da centravanti di sfondamento che servirebbe per rompere i confini di quella che si definisce, con termine in verità da archiviare, area del dissenso. Altri con un profilo analogo che assommi qualità di trascinatore, una già ampia notorietà e, allo stesso tempo, un’istintiva carica di radicalità, molto semplicemente non ci sono. Non solo, ma con tutti i difetti anche pesanti che l’inesperienza dell’età comporta, la sua associazione è vivaddio composta, in buona misura, da giovani. E i giovani, possibilmente formati (il che non è), non costituiscono soltanto un investimento per il futuro, ma anche una fonte di vitalità e di freschezza che, in genere, drammaticamente mancano all’appello quando è ora di mobilitarsi.
Tirando le somme, in estrema sintesi abbiamo un’Agorà che, sin dal nome prescelto, ha le sembianze di un’avanguardia intellettualmente agguerrita, ma non si sa quanto appetibile per il cittadino medio. E qui, permetterete un accenno personale: chi scrive, avendo cominciato a fare il giornalista sul nazionale in quel samizdat scintillante d’intelligenza critica che era la Voce del Ribelle di Massimo Fini, ha a che fare da sempre con la nicchia più informata e culturalmente sensibile, che è appunto una nicchia. E va bene così, ma solo a patto che si rimanga, com’è nella controinformazione, in una prospettiva meta-politica, per l’appunto giornalistica e divulgativa. Non quando si va a caccia di voti. Dall’altro lato, abbiamo un possibile frontman, il solo capace di sormontare percentuali da albumina, che aspetta di capire se effettivamente ha chances per non fare la fine di un Marco Rizzo qualsiasi, che si presenta a ogni tornata per uscirne puntualmente trombato.
Ora, per quel poco che conta il parere di chi non si sente portato alla politica in senso stretto ma per mestiere se ne occupa da vent’anni (ofelé fa el to mestè), il mio piccolo suggerimento a entrambi è uno solo: dopo le elezioni, se vorranno rendere duraturo il loro impegno, mettano in cima alla lista di priorità la formazione degli iscritti. Movimento, partito o associazione che sia, non importa. L’importante è formare una coscienza politica strutturata, che è la precondizione per tentare quell’impresa titanica che si chiama, gramscianamente, contro-egemonia. Su questo, se ci desse da fare seriamente, offro fa da ora le mie modeste competenze. Perché da qui non si scappa: senza una scuola politica l’accartocciamento su sé stessi, sul lungo termine, è matematico. È come voler creare un corpo senza sistema nervoso. Il fallimento del M5S originario si deve in larga parte a questo deficit mai volutosi colmare.
Non ci si può affidare solo sulle poche, in genere canute, teste più attive. Occorre – sempre per stare al Gramsci caro a D’Orsi – istruire le altre, quelle di buona volontà ma prive di conoscenze. E in un significato non generico, bensì squisitamente politico. Ci aveva provato, bisogna dire, il movimento “Indipendenza” fondato da Gianni Alemanno (adesso imbarcatosi con Vannacci, e stendiamo un pietoso velo su quella scena grottesca in cui il primo, appena uscito dal carcere, lamentava le privazioni dei detenuti, e il secondo, al suo fianco, appena due secondi dopo sentenziava che i detenuti ci devono marcire, nelle patrie galere). Ugo Mattei lo sta facendo a partire da Generazioni Future. Marco Guzzi, fondatore di Darsi Pace, lo fa su un versante più spirituale (e, vorrei dire, terapeutico). Per il resto, il nulla. Ma se non si dà agli attivisti un adeguato bagaglio – storico, filosofico, giuridico, geopolitico, di sociologia, massmediologia e psicologia sociale, e sarebbe meglio anche psicologia tout court, questa sconosciuta – ci si condannerà a lavorare con persone animate dalle migliori intenzioni, ma poco meno che analfabete su quella “tinozza piena d’acqua sporca” (Nietzsche) che è la politica.
Vasto programma, lo so. Perché formare implica disporre di formatori, e il fior di studiosi e analisti fuori dai giri, che pure ci sono, dovrebbero mettersi a disposizione facendo volontariato. E non tutti hanno un ego che glielo consente. In secondo luogo, formare avrebbe senso se poi l’apprendimento fosse finalizzato a fare una cernita selettiva, poniamo, per le candidature al giro successivo. Altrimenti, il tutto si ridurrebbe a una pochade, a corsi online per passare la serata davanti al pc acculturandosi un po’. E qua sono i leader e leaderini, di solito, a guardare di traverso l’elevazione dei seguaci a classe potenzialmente dirigente. Infine, formarsi acquisterebbe un autentico valore se non si limitasse all’acquisizione di nozioni, ma a far propria una visione sufficientemente organica dei princìpi a cui ispirarsi. Una bussola d’orientamento che separi ciò che è fondamentale (il primato del politico sull’economico, cioè degli svantaggiati sui redditieri) da ciò che è secondario (com’è il fissarsi, oramai veramente paranoico, su cosa ha detto o fatto uno a proposito dei vaccini nel biennio pandemico, segno che a qualcuno il Covid ha preso non ai polmoni, ma al cervello).
Ma su questo, siamo decisamente in alto mare. Anche se arrivarci sarebbe meno difficile di quel che può sembrare. Beninteso una volta che si sia stabilito, cari amici sovranisti, che non è solo la “sovranità” la posta in gioco, ma la nostra condizione di esseri umani con una dignità. E a darci palesi indicazioni sulla profondità del disagio è l’insofferenza sociale ed esistenziale nei confronti di un sistema di vita alienante che, al di là della triade Usa-Israele-Ue, comprime per sua stessa essenza la forza vitale, i bisogni primari, le esigenze più profonde. Un terzo degli italiani, cosa storicamente mai accaduta, vive da solo, come ricordavo l’anno scorso in un’inchiesta su questo giornale web. Siamo all’impoliticità di massa, altro che politica.
Ecco, se vuole rivelarsi utile e con un avvenire post-elettorale, una forza che si dice di rottura dovrebbe farsi tramite della voglia di riscatto che pulsa tra frustrazione, rabbia e sdegno per il furto quotidiano di vita che scambiamo per normalità. E per farlo, a umilissimo giudizio dello scrivente, è necessario anzitutto tradurre il sapere su cause, colpevoli e complicità (anche quelle dell’uomo della strada) nel corpus teorico di una contro-élite di popolo. Perché la storia la fanno le minoranze. Purché sappiano intercettare, rielaborare e volgere a fini alternativi i motivi di scontento più sentiti dalle maggioranze. E ora torno alla mia torretta d’avvistamento di cause, mi auguro, non tutte perse.
PS. Solidarietà agli ultimi che ancora davano credito ai diarchi di Democrazia Sovrana e Popolare. Si spera stiano ora aprendo finalmente gli occhi sul personalismo egomaniacale e tragicomico settarismo della non premiata coppia, fatalmente scoppiata. Tare non esclusive, sia ben chiaro, di questi due soggetti. Ai quali, comunque, auguriamo ogni bene. Nel campo dell’ippica. Sebbene facessero più ridere il Mandrake e Er Pomata, però.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Pina Picierno è sempre stata un mito indiscusso. La sua sola esistenza dimostra in maniera lampante l’evanescenza incurabile del mitologico “centro” e, al contempo, le lievissime incongruenze del Partito democratico, da cui se non altro la nostra Pina se n’è andata (per quanto troppo tardi) qualche settimana fa. Invece di ringraziare il Pd, che l’ha sopportata – e peggio ancora supportata – tutto questo tempo, la nostra eroina non fa che lagnarsi per il trattamento subìto dal partito. E già qui vien da ridere, perché Picierno nel mondo reale non ha praticamente voti, e quindi non rappresenta politicamente nessuno, se non se stessa e quelle forze di centrodestra (Renzi, Calenda e Forza Italia) a cui ha sempre appartenuto per “idee”, visioni (?) e livello politico. Che doveva fare il Pd? Trattenerla con la forza o farsi dettare la linea dall’alto della sua inesistenza elettorale? Di cosa stiamo parlando?
[…] Qualche giorno fa, la nostra Pina ha voluto però andare oltre. Lo ha fatto parlando al Teatro Parenti di Milano, all’interno di un convegno (o qualcosa del genere) croccantissimo organizzato dal Circolo Matteotti e da Linkiesta, dal titolo “C’è ancora domani. Quattro strade possibili contro populismo e estremismo”. Wow! Che tema frizzante e ancor più irrinunciabile! C’era il parterre delle grandi occasioni. Su e giù dal palco, hanno dato mostra di sé alcuni dei più infaticabili sfollatori di consenso del cosiddetto “centrosinistra riformista”. Qualche nome: le “amiche e sorelle” (Picierno dixit) Marianna Madia, passata dal Pd a Italia Viva; Elisabetta Gualmini, ex Pd convertitasi ad Azione; Simona Malpezzi e Lia Quartapelle, purtroppo per Schlein ancora nel Pd. In platea c’erano pure Emanuele Fiano, bravo come pochi a fare la vittima (su tutto) e a prendere tortoiate dialettiche da Paola Caridi nel ruolo mellifluo di “sionista buono” (sic) a Piazzapulita, e Giorgio Gori, un altro che sta alla sinistra come Cruciani allo shampoo. Mancavano solo Gundam, Skeletor e Scalfarotto. Comprensibilmente esaltata da un consesso così spumeggiante, l’ineffabile Pina ha voluto spavaldamente superare gli exploit del passato, tipo lo scontrino della spesa da Floris a Ballarò nel 2014; oppure quando scambiò la “politica dei due forni” di Andreotti per la “politica del dolce forno” (eh?); o magari quando suole invocare censure a iosa per i “putiniani” e/o dimostra di tenere alla causa palestinese appena un po’ meno di Parenzo e Molinari. […] Le sue parole al Parenti di Milano sono già nei libri di storia. Leggiamole quindi con rispetto e ardore: “Il mondo è sempre stato cambiato da avanguardie coraggiose. Copernico, Galileo, Giordano Bruno, che è stato pure bruciato: hanno cambiato il mondo. Rosa Parks non si è alzata dalla sedia“. Capito? Oggi la nuova Rosa Parks è lei e il nuovo Giordano Bruno (“che è stato pure bruciato”, cit) è Gori. O magari Calenda, perché le “avanguardie coraggiose” oggi sono i riformisti: quelli rimasti nel Pd, quelli che lo hanno lasciato, quelli che sono approdati in Azione (o ci approderanno a breve, magari proprio la Picierno). Pina “Dolce Forno” si sente controcorrente (come no!) e per questo ha pure annunciato la nascita di Spazio Pubblico, imprecisato nuovo cantiere politico che proverà a riunire i riformisti rimasti senza casa, nel disperato (ma possibile) tentativo di prendere ancora meno voti di Ferrara, Adinolfi e Marattin. Pina Picierno come Copernico, Galileo e Giordano Bruno: non fa una piega. Come paragone ci sta tutto. A questo punto, andiamo oltre e aggiungiamo di getto: Salvini come Einstein. Santanchè come Giovanna d’Arco. Bocchino come Pertini. Vannacci nuovo Gandhi. Pozzolo nuovo Gramsci. E Pina nuova Rosa Parks (ah no, questo l’ha detto lei sul serio). È tutto meraviglioso: si vola come se non ci fosse un domani. Continua a farci sognare, magica Pina!

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli italiani sono investiti da una nuova ondata di disinformazione per indurli a credere che l’esercito ucraino stia prendendo il sopravvento su quello russo. Alexander Stubb, presidente della Finlandia, ha addirittura affermato che i rapporti di forza si sono capovolti a favore dell’Ucraina in un’intervista a Politico del 26 giugno scorso. Stubb ha dichiarato che muoiono otto russi per ogni soldato ucraino ucciso. Stubb ha precisato che l’Ucraina non è mai stata così bene “politicamente, militarmente ed economicamente” da quando è iniziata la guerra. Analisi simili compaiono anche sulla grande stampa italiana. Come può il cittadino comune difendersi da questa nuova campagna di disinformazione volta a nascondere il fallimento delle politiche della Nato in Ucraina?
[…] Il metodo che utilizzo è quello della “domanda dirimente”, che formulo come segue: se l’esercito ucraino sovrasta quello russo, perché gli ucraini non riconquistano Mariupol, Severodonetsk, Lysychansk, Avdiïvka o Vuhledar? Se 10.000 ucraini uccidono 80.000 russi, perché Zelensky non ha riconquistato nemmeno una di quelle roccaforti? Ecco la risposta: perché il 17 dicembre 2024 Zelensky ha dichiarato al quotidiano francese Le Parisien che l’Ucraina non ha le forze per riconquistare i territori perduti: “Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative”, ha detto Zelensky. È ciò che questa rubrica diceva il primo giorno di guerra: per aiutare l’Ucraina, l’Unione europea deve trattare con Putin.
Che cosa è provato dai fatti?
In primo luogo, è provato che l’Ucraina non ha missili intercettori sufficienti e che la Russia sta devastando la sua infrastruttura energetica.
In secondo luogo, le doglianze del governo ucraino per la mancanza di Patriot rendono evidente che la Russia può bombardare Kiev a piacimento, perché ha assunto il controllo dei cieli dell’Ucraina, non del tutto, ma quasi interamente.
In terzo luogo, il governo di Kiev ci fa sapere di poter continuare a sostenere lo Stato e la società (ospedali, pensioni, scuole, ecc.) soltanto grazie agli aiuti esteri, cioè ai soldi dell’Unione europea e delle agenzie internazionali.
In quarto luogo, il governo di Kiev ci fa sapere che la controffensiva, iniziata il 5 giugno 2023, è fallita perché: a) non ha prodotto nessuno dei risultati sperati; b) non ha liberato nessuna roccaforte; c) ha causato un’ecatombe tra i soldati ucraini, resa evidente dalla richiesta dell’allora capo delle forze armate, Valerj Zaluzhny, di arruolare 600.000 nuovi soldati con la massima urgenza. Quando un esercito termina una controffensiva senza risultati, chiedendo 600.000 nuovi soldati, vuol dire che era partito per distruggere ed è tornato distrutto.
[…] La Nato aveva assicurato che la strategia migliore per salvare l’Ucraina fosse sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, escludendo la diplomazia. Mario Draghi lo ribadì al Mit di Boston, il 7 giugno 2023. Draghi disse di concepire soltanto la vittoria dell’Ucraina e si oppose a qualsiasi “pareggio confuso”. Esecrando il “pareggio confuso”, Draghi intendeva dire che la vittoria dell’Ucraina doveva essere schiacciante. Il risultato della strategia della Nato è il seguente: 1) l’Ucraina ha perso le sue regioni più ricche e strategiche; 2) ha perso quasi interamente lo sbocco al mare; 3) ha perso la capacità di sorreggersi da sola. Il che significa che ha perso le condizioni fondamentali per la sua prosperità futura. E non entrerà nella Nato.
L’azzardo in vista della futura campagna per il voto. L’ipotesi di una staffetta a Palazzo Chigi con il suo sottosegretario

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – È l’ultimo azzardo di Giorgia Meloni. Il più grosso, tanto da non averlo anticipato a nessuno alla vigilia dell’intervista tv. Per giunta, in un momento di estrema difficoltà: priva della sponda politica di Donald Trump, allarmata dal rischio che Roberto Vannacci provochi smottamenti irrimediabili nella destra di governo. Eppure, la premier esce allo scoperto per la prima volta con una scommessa inedita: prendersi tutto, Quirinale compreso. I pieni poteri, il soffitto di cristallo da infrangere con l’obiettivo di garantirsi il record che le manca: non più solo la prima donna premier, ma anche presidente della Repubblica. Perché adesso? A sentire fonti meloniane di massimo livello, l’obiettivo è lanciare lo slogan d’emergenza per la prossima campagna elettorale: se volete un presidenzialismo senza riforma costituzionale, votate di nuovo la coalizione. Fuori dal perimetro di questa maggioranza, dunque anche scegliendo Vannacci, c’è solo gioia per la sinistra e dolori per i moderati.
È, appunto, un azzardo. Ma svela la tentazione che Meloni accarezza da tempo. Ne avevano parlato Dario Franceschini e, ancora prima, Matteo Renzi. Il piano avrebbe anche una scaletta già pronta, in caso di trionfo alle politiche: la premier che torna a Palazzo Chigi e attende da quella postazione la scadenza del mandato di Sergio Mattarella, quindi si fa eleggere al Colle e spedisce alla guida del governo Alfredo Mantovano. Lui, il sottosegretario, è anche l’altro potenziale candidato che la leader spingerebbe per il dopo Mattarella, se dovesse fallire la scalata.
Eppure, bisogna scavare ancora per comprendere la tempistica di questo annuncio. Pesano i sondaggi dell’ex generale che posizionano ormai stabilmente Futuro nazionale sopra la Lega. È come se la presidente del Consiglio volesse in questo modo lanciare un segnale per compattare le truppe, anticipando il senso della battaglia finale: prendersi il Quirinale e indicare una prospettiva di lungo termine. C’è però un punto che rende la scommessa più rischiosa, quasi al buio: la nuova legge elettorale, la sua reale convenienza.
Cambiare il sistema del voto è di fatto un “testa o croce”. Perdere le politiche con il “Melonellum” significherebbe rinunciare in un colpo solo alla corsa per il Colle nel 2029 e riparlarne nel 2036, tra dieci lunghissimi anni. L’hanno spiegato anche di recente a Meloni: se esiste un dubbio sull’opzione di allearsi con Vannacci, meglio tenersi il Rosatellum. Si perde meno, anche arrivando secondi. E soprattutto, si può ambire a un Capo dello Stato di destra pure se il centrosinistra raccoglie qualche seggio in più del centrodestra: anche con Fn fuori dall’alleanza, i suoi seggi potrebbero risultare decisivi con un’intesa post elettorale. In nome di una linea rossa: tenere i progressisti lontani non solo da Palazzo Chigi, ma anche dal Quirinale. A quel punto, lo “scambio” avrebbe come contropartita la prossima presidenza della Repubblica.
In questo senso, e chissà che non sia un indizio, sembra che la corsa a perdifiato per varare la legge prima dell’estate sia rallentata. Il Senato non dovrebbe approvare il sistema di voto prima di settembre o ottobre: questa, almeno, è l’ultima indicazione trasmessa da Palazzo Chigi che probabilmente sarà discussa in un prossimo vertice dei leader.
Nel frattempo, bisogna fronteggiare l’ascesa di Vannacci. Sta letteralmente divorando la Lega e affossando Salvini, che è pur sempre segretario di una gamba dell’alleanza e vicepremier. Il messaggio che Meloni ha messo agli atti già in Parlamento è dunque questo: aiuta la sinistra, chi lo vota colpisce la destra. Poi, certo, il futuro nessuno può scriverlo con un anno di anticipo, ma la presidente del Consiglio – in questo consigliata da Giovanbattista Fazzolari – ritiene complesso conciliare la linea dell’esecutivo sulla Russia con quella dell’ex generale. Che tra l’altro a Mosca ha anche vissuto, come ricordano spesso a Palazzo Chigi: era addetto per la difesa presso l’ambasciata italiana tra dicembre del 2020 e maggio del 2022.
L’ex premier ai presidenti di Camera e Senato: “Non voglio essere ostaggio della campagna denigratoria”

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Vuole essere ascoltato subito perché non può “rimanere ostaggio della campagna denigratoria” in corso che svilisce le istituzioni prima che colpire la sua persona: ieri il leader del Movimento 5 Stelle ha scritto ai presidenti di Camera e Senato per dare la sua disponibilità anche a dimettersi da membro della Commissione Covid pur di accelerare la sua “libera audizione”, non appena conosciute le modalità con cui questa avverrà, “e con la garanzia – una volta conclusa – di poter tornare a sedere in Commissione”. Sì perché il timore è quello di un’ulteriore imboscata: farlo dimettere e poi tenerlo definitivamente fuori in modo che non possa dare il proprio contributo alla relazione che la minoranza ha intenzione di presentare alla fine dei lavori come controcanto alla “sentenza” che ha già pronta il centrodestra.
Ma nella sua missiva l’ex presidente del Consiglio soprattutto passa al contrattacco: accusa il suo presidente, il meloniano Marco Lisei di giocare sporco, in piena sintonia con i giornali del gruppo Angelucci che lo hanno sottoposto a un continuo bombardamento. Forse anche per questo ieri, dopo aver scritto ai presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, Conte ha deciso di andare davanti alle telecamere di Rete 4, ospite di Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, ma anche vicedirettore del Giornale, quotidiano degli Angelucci e già di Berlusconi. Ma prima le accuse sulla gestione della commissione d’inchiesta. Nella lettera ai presidenti di Camera e Senato chiamati in causa come massimi garanti del rispetto dei Regolamenti parlamentari e della correttezza delle procedure, il leader del M5S segnala che già da due anni ha scritto a Lisei per dare disponibilità a essere ascoltato a San Macuto, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Questo mentre i suoi colleghi di Fratelli d’Italia che siedono in Commissione, “unitamente ai giornali del deputato Angelucci, tentano di screditarmi in tutti i modi, sostenendo anche l’idea che io abbia qualcosa da nascondere e che per questo stia cercando di sottrarmi al confronto in Commissione”.
Insomma l’ex premier denuncia il gioco al massacro ai suoi danni, ma anche il paradosso: “Vengo attaccato e infamato dai commissari di Fratelli d’Italia e dai giornalisti a loro vicini, ho fornito ampie delucidazioni a mezzo stampa e tv, in molteplici occasioni. Ma non mi è consentito riprodurre queste precisazioni anche in Commissione Covid, considerato che il presidente Lisei preferisce attaccarmi pubblicamente, anche a mezzo video, piuttosto che acconsentire alla mia richiesta”. Ma l’ex premier, soprattutto, chiede le dimissioni del presidente della commissione d’inchiesta, come avevano peraltro già fatto inascoltati i capigruppo delle opposizioni costretti a scrivere a Fontana e La Russa per protestare contro strappi e storture a opera di Lisei&C. a cui la premier Giorgia Meloni ha ribadito ieri piena copertura: “Dalla commissione emergono fatti incredibili, merita che se ne parli più di Maria Rosaria Boccia”.
I capigruppo delle opposizioni, come ha ricordato ieri Conte, hanno invece denunciato “la faziosa e illegittima conduzione dei lavori della Commissione a opera del presidente Lisei, il quale, da ultimo, ha violato ogni regola, costituzionale e parlamentare, consentendo a consulenti della Commissione, indicati peraltro da lui e dalla sua parte politica, di procedere ad acquisire prove testimoniali in totale segretezza, in un Commissariato di polizia, senza che i rappresentanti dell’opposizione fossero informati”. Un atto di accusa micidiale che viene accompagnato dalla richiesta a Fontana e La Russa affinché esercitino una moral suasion perché la sua audizione possa svolgersi comunque al più presto nonostante non vi siano grandi precedenti: Conte è parlamentare dell’opposizione e inoltre la commissione d’inchiesta di cui è membro ha gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. Uno scenario che non solo cozza con il regolamento e le prassi, ma tendenzialmente anche con le guarentigie parlamentari (su cui normalmente il centrodestra è assai generoso, ma solo se si tratta di colleghi indagati). A ogni modo, ieri i meloniani hanno giocato di anticipo: il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami si è affrettato a chiedere di essere ascoltato anche lui dalla Commissione Covid di cui è membro. Conte aveva già formalizzato la richiesta e ora si aspetta però che Fontana e La Russa se ne facciano garanti.
“Confido che la mia libera audizione si possa tenere davanti a un presidente imparziale (…) Se questo non dovesse avvenire – scrive Conte –, non posso rimanere oltre ostaggio di una campagna denigratoria che, prima ancora che indirizzata a colpire la mia persona e il mio operato, svilisce le Istituzioni parlamentari piegandole agli interessi di parte di coloro che, già durante l’emergenza pandemica, in una fase storica così tragica e senza precedenti per la vita del Paese, hanno dimostrato di avere a cuore la più becera e sterile propaganda piuttosto che l’interesse degli italiani”.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Tra due giorni persone provenienti da tutta la Sardegna, e non solo, si incontreranno a Cala Finanza per manifestare contro il maxi resort di lusso che dovrebbe affacciarsi sull’area marina protetta di Tavolara, nel territorio di Loiri Porto San Paolo. Il fermento popolare ha causato un primo terremoto nell’amministrazione locale, con le dimissioni dell’assessore al turismo Riccardo Biancu e il dietrofront sulla delibera che ha aperto la strada al progetto Tavolara Bay. Il ritiro dell’atto amministrativo, che dovrebbe essere formalizzato domani, non produrrà particolari effetti materiali, visto il via libera arrivato nelle scorse settimane da Palazzo Chigi. Sarà il TAR a esprimersi sul ricorso presentato dalla Regione Sardegna e a decidere sul futuro di una delle aree più incontaminate dell’isola. L’eventuale via libera della magistratura potrebbe diventare un precedente nel resto d’Italia, trasformando una norma nata per rilanciare l’economia del Centro-Sud nel grimaldello della speculazione edilizia.
Un hotel a cinque stelle da 50 stanze, 30 ville, ristoranti, strutture sportive e un porto esclusivo. Il progetto Tavolara Bay punta a realizzare su decine di ettari un villaggio di lusso a pochi metri dal mare, affacciato sull’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, istituita nel 1997 e sottoposta a molteplici livelli di tutela ambientale, in una zona dove il Piano Paesaggistico Regionale sardo vieta qualsiasi edificazione entro trecento metri dalla battigia. Dietro al progetto c’è la società Tavolara Bay, una cordata guidata dal colosso immobiliare e turistico brasiliano JHSF che per l’approdo in Italia ha deciso di puntare sulle procedure semplificate della Zona Economica Speciale (ZES), istituita nel 2023 per favorire le attività produttive al Sud e nelle Isole. Da allora, per i progetti di interesse strategico, una Struttura di missione presso la presidenza del Consiglio ha rilasciato un’autorizzazione unica, accorpando tutti i permessi necessari.
Nel caso del resort di Cala Finanza viene contestato proprio l’iter che ha portato, il 9 febbraio scorso, al rilascio dell’autorizzazione unica. La struttura governativa aveva incassato il parere favorevole del Comune di Loiri Porto San Paolo, avvolto oggi da un terremoto politico: in Consiglio comunale è stato annunciato che la delibera con variante urbanistica, volta a rimuovere la tutela integrale e a permettere la realizzazione di insediamenti turistici, verrà ritrattata domani, 30 giugno. Ci sono poi le dimissioni di Riccardo Biancu, assessore e fratello di Alberto, amministratore delegato della società Tavolara Bay.
L’amministrazione locale è stata l’unico ente a sostenere il progetto turistico. Regione autonoma, Corpo Forestale, Soprintendenza di Sassari e Provincia Nord Est Gallura si sono espressi contro. Ciononostante il 9 febbraio scorso la Struttura di missione della ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. Regione, Corpo Forestale e Ministero della Cultura hanno chiesto l’annullamento in autotutela, ottenendo la sospensione dell’efficacia dell’atto. Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha rigettato tutte le opposizioni, riattivando l’autorizzazione. Si tratta di «una palese violazione di una normativa che non era nata per sostenere questi tipi di insediamenti», ha dichiarato a L’Indipendente Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG). L’associazione ambientalista sarà in tribunale il prossimo 8 luglio per sostenere il ricorso della Regione Sardegna contro la decisione governativa. In ballo c’è la tutela di una delle aree più incontaminate della Sardegna, minacciata dalla speculazione turistica.
Un’ombra che potrebbe estendersi presto anche nelle altre regioni che compongono l’area ZES. «Se il TAR dovesse giudicare legittimo il via libera al resort di Cala Finanza — sottolinea Stefano Deliperi — non è difficile pensare che molti seguiranno questo esempio, in Sardegna e non solo». Si parte da un edificio preesistente, spesso abbandonato, e lo si trasforma in chiave turistica, come nel caso della villa di Cala Finanza, intorno alla quale la Tavolara Bay vorrebbe costruire il suo villaggio di lusso. Alcune delle situazioni a rischio monitorate dal GrIG in Sardegna sono il complesso di Tuerredda sulla costa di Teulada, la Cala dei Rosmarini a Stintino o l’area di Su Sorboni, nell’Ogliastra.
Al di là del merito, relativo cioè all’utilizzo della normativa ZES per l’approvazione di maxi progetti turistici, anche in contrasto ai pareri delle autorità preposte in materia di tutela paesaggistica e ambientale, tiene banco la questione del metodo e delle competenze tra Stato e Regione. I comitati e le associazioni, tra cui il Gruppo d’Intervento Giuridico, spingono per la questione di legittimità costituzionale, denunciando lo sconfinamento statale nelle prerogative regionali, dalla tutela ambientale alla pianificazione territoriale.
In parallelo al piano giudiziario, sta prendendo forma la mobilitazione dal basso, che troverà un importante appuntamento il prossimo 1 luglio, quando a Cala Finanza si manifesterà contro il resort di lusso e non solo, mettendo nel mirino la «servitù energetica, militare, industriale e turistica”, nonché la “marginalizzazione economica che non permette alla Sardegna di rialzarsi», come dichiarato dall’associazione Surra.
Le temperature record dimostrano che riscaldamento globale sta accelerando. Le destre sovraniste sminuiscono il problema attaccando gli scienziati

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Non so cosa si aspettassero quelli che «il clima è sempre cambiato» più di quanto sta accadendo adesso sul continente europeo: forse vedere scendere i cavalieri dell’apocalisse fra piogge di sangue o gli sciami di locuste. Quello che è certo è che un’ondata di calore di queste proporzioni e durata non si era ancora mai registrata. Si tratta di un fenomeno meteorologico che sta diventando sempre più frequente e profondo nell’ultimo periodo, anche se ancora qualche eco di quelle del passato riecheggia; ma le temperature registrate oggi sono decisamente straordinarie e persistenti. Il World Weather Attribution (WWA) fa notare che le attuali ondate di calore europee vengono peggiorate dal riscaldamento globale: simili ondate di calore nel giugno di 50 anni fa sarebbero state di 3,6°C più fresche. Dunque non è vero che si siano già registrati fenomeni simili, mentre è vero che ci avviciniamo al redde rationem climatico che, comunque, ci interesserà tutti.
Le ondate di calore sono una delle conseguenze della crisi climatica insieme con le perturbazioni a carattere violento, anche esse in incremento: più energia termica in atmosfera e negli oceani, più evaporazione, più vapore d’acqua, dunque più fenomeni estremi. Ma, d’altro canto, aggravano la crisi climatica stessa, rafforzandone la potenza. Un circolo vizioso di cui non sentivamo alcun bisogno. Gli effetti sono sotto gi occhi di tutti, fino alle conseguenze estreme, ed erano già stati paventati correttamente dal VI Report IPCC nel 2023. La crisi climatica ha preso un’accelerazione disperata e minaccia il benessere dei sapiens della parte fortunata del mondo e le vite di quelli della parte sfortunata, oltretutto spingendo questo ultimi a migrare in massa. Niente ecatombi, niente fine del mondo, ma inceppo nelle convivenze sociali e crisi nera per tutti gli altri viventi non umani, che dimentichiamo sempre, ma di cui abbiamo un gran bisogno.
Eppure alcuni sondaggi stimano che la preoccupazione per gli effetti del riscaldamento globale è diminuita fino a passare sotto il 50% degli intervistati: ma come, proprio oggi che si vedono gli artigli della crisi, noi la sottovalutiamo? Io lo trovo perfettamente logico e figlio del clima politico e sociale che si sta respirando in questi ultimi anni. L’aggressiva presa di potere delle destre sovraniste e ultraliberiste gioca proprio sulle paure le sue carte migliori e dove non sono i migranti (per altro legati alla crisi climatica), allora è il clima stesso e dove il nemico non è più il comunismo, ecco che conviene prendersela con l’ambientalismo. Vuoi continuare a fare affari as usual, ma sei impaurito dalle regole che si dovrebbero imporre al libero mercato per non arrostire? Basta negare che ci sia una crisi climatica e via a sostenere che il clima è sempre cambiato e che quando eravamo piccoli faceva pure più caldo. Vuoi continuare a lucrare profitti enormi dagli idrocarburi e dal carbone? Basta accusare gli scienziati, che suggeriscono di lasciare sotto terra il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio (per non vedere salire oltre 1,5°C la temperatura), di essere al soldo dei poteri forti della Green Economy. E così via negando.
Ma la radice negaiola è sempre quella: sono gli stessi mercanti di dubbi un tanto al chilo che negli anni ’70 del XX secolo sostenevano che sì, il fumo farà pure venire il cancro, ma allora la fabbrica dove lavori? L’auto che guidi? La città in cui vivi? Tutte cose vere, ma che nulla c’entravano con il cancro generato dalle sigarette. Sono quelli che hanno sostenuto che non era accertato che le piogge acide fossero causate dallo zolfo dei carboni delle centrali elettriche, pur di non installare quei costosi desolforatori che, una volta allocati, le hanno fatte cessare. Sono gli stessi che, «per carità, non vorremmo mica vietare i CFC solo perché lacerano lo strato di ozono», e hanno così ritardato la loro messa al bando di una quindicina d’anni, nonostante il Nobel per la chimica e gli scienziati avevano scoperto che dipendeva proprio da quei prodotti.
Alla base della negazione della crisi climatica e del ruolo dei sapiens c’è l’idea che non si debbano porre limiti al mercato, che non ci vogliano più regole, ma semmai meno. C’è la massimizzazione dei profitti eletta a religione e alla quale si deve sacrificare anche il bene comune. Ma il punto non è nemmeno questo: liberi sono gli uomini del mondo di farsi governare dai negaioli di turno e di cercare scorciatoie intellettuali pur di non assumersi nessuna responsabilità. Ciò che è intollerabile è la negazione del principio fisico: sarebbe molto più onesto dire che gli scienziati hanno ragione e la situazione preoccupa, ma non si ha nessuna intenzione di assumersi la responsabilità di cambiamenti di abitudini e perdite di posizione. Lo si dica chiaramente: gli specialisti hanno ragione, ma a noi interessano i profitti e le economie, per cui non faremo nulla di quanto suggeriscono gli scienziati, affidandosi, nel migliore dei casi, a una ipertecnologia futuribile che ci libererà dalla CO2, ma della quale non si vede all’orizzonte alcuna traccia.
La Corte suprema: libero di licenziare i vertici delle agenzie dalla Borsa alle tv. Ma è bocciato sulla Fed

(SIMONA SIRI – lastampa.it) – È un mix di vittoria e sconfitta quello che la Corte Suprema americana ha regalato a Donald Trump nel giorno in cui ha reso note le proprie decisioni sui limiti del potere del Presidente. La sentenza relativa alla decisione di Trump di rimuovere dall’incarico Lisa Cook – membro del Consiglio della Federal Reserve nominata da Biden nel 2022 e il cui mandato scade nel 2038 – era infatti una delle più attese per testare quanto una Corte a maggioranza conservatrice gli avrebbe lasciato mano libera, dopo che nel febbraio 2026 aveva stabilito che i dazi imposti da Trump usando una legge per le emergenze nazionali erano incostituzionali. In modo simile, con un parere di 5 a 4, i giudici hanno stabilito che il licenziamento di Cook è incostituzionale, limitando quindi l’autorità del potere esecutivo sulla banca centrale. Nella sua motivazione, la Corte ha affermato che Trump non dispone dell’autorità per licenziare un membro del Consiglio della Fed senza una giusta causa e che «la Federal Reserve deve rimanere isolata dalle pressioni politiche», come si legge nella sentenza. «Non solo l’indipendenza effettiva, ma anche l’apparenza di indipendenza è fondamentale per l’assetto della Federal Reserve», ha scritto il giudice Roberts. Tuttavia, in un altro procedimento, i giudici hanno stabilito che Trump ha il potere di rimuovere i vertici di agenzie o commissioni indipendenti, ponendo fine a un precedente giurisprudenziale durato 90 anni che limitava il potere dell’esecutivo. Il caso riguardava Rebecca Kelly Slaughter che Trump aveva rimosso dall’incarico di membro della Federal Trade Commission nel marzo dello scorso anno tramite un’e-mail, comunicandole che mantenerla in carica sarebbe stato «incompatibile con le priorità dell’amministrazione». Con un parere di 6 a 3 la Corte ha stabilito che il Presidente può licenziare a suo piacimento perché l’indipendenza è “riservata a entità che non esercitano un potere esecutivo sostanziale”.
In un’aspra opinione dissenziente, il giudice Sonia Sotomayor – a cui si sono unite le giudici Ketanji Brown Jackson e Elena Kagan – ha scritto che questa decisione rimodella l’assetto governativo «trasferendo nelle mani del presidente un potere enorme su vasti ambiti della vita americana» e gli conferisce «un potere sconosciuto persino alla Corona inglese contro cui si ribellarono i Padri Fondatori, elevandolo al di sopra dei rami di governo un tempo suoi pari, trasformando l’obbligo di vigilare sulla fedele esecuzione delle leggi in una facoltà di agire in spregio a quelle stesse leggi».
Su altri due temi, la sconfitta di Trump è invece più limpida. Primo, la questione del voto per posta ovvero la possibilità di alcuni stati di contare i voti arrivati per posta anche giorni dopo la data delle elezioni, una lotta che i repubblicani portano avanti dal 2020 e che hanno usato ancora recentemente per sostenere, senza prove, che le primarie per sindaco di Los Angeles sono oggetto di frode elettorale. Ebbene, qui la Corte Suprema si è pronunciata contro i Repubblicani e l’amministrazione Trump, consentendo il conteggio delle schede inviate per posta e pervenute dopo il giorno delle elezioni e confermando così la normativa che già vige in oltre una dozzina di stati.
Nelle loro argomentazioni i giudici di orientamento progressista a cui si sono uniti due giudici conservatori – Amy Coney Barrett e John Roberts – hanno sostenuto che il Congresso prevede una data singola per esprimere il voto, ma non mette scadenze nazionali sulla ricezione dei voti, lasciando ai singoli stati la libertà se contarli o meno. Una vittoria per i democratici, dunque, da sempre sostenitori del voto per posta e salutata dal leader al Senato Chuck Schumer. «La Corte Suprema ha appena confermato questo principio fondamentale americano: se si vota nei tempi previsti, il proprio voto conta», ha dichiarato il senatore. L’altra sentenza è per Trump ancora più personale perché riguarda la sua richiesta di riesaminare il verdetto emesso nel 2023 da una giuria di New York, verdetto che lo aveva ritenuto responsabile di aver abusato sessualmente della scrittrice E. Jean Carroll e di averla successivamente diffamata. Non fornendo spiegazioni o motivazioni, i giudici hanno confermato la sentenza civile stabilita dalla giuria al termine del processo durato due settimane nel 2023 che impone a Trump il pagamento a Carroll di 5 milioni di dollari, pagamento che non si è ancora concretizzato e che Trump sperava di non dover pagare.