L’obbligo di indicare il presidente del Consiglio mira a seminare il caos nel campo largo

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il Piano B di Giorgia Meloni, sul quale tanto si era fantasticato dopo la catastrofe referendaria, comincia a delinearsi in Parlamento e sui social.
Sarà un duello personale su larga scala: non tanto una scommessa costruita su programmi, elenchi di cose realizzate, nuove e vecchie promesse, forza della squadra, ma una questione di facce e personalità. La sua contro quelle di tutti gli altri. Contro Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Contro chiunque sia scelto in loro vece come lord del campo largo. Contro Roberto Vannacci, anche, e ogni altro rompiscatole d’area in cerca di facile fortuna.
La sciabola sarà la legge elettorale con l’obbligo di indicare il capo della coalizione e/o candidato premier. Chiusi ieri i preliminari, lunedì si sfoltiscono gli emendamenti in Commissione. Martedì si comincia a votare. A fine giugno, con o senza relatore, si va in aula alla Camera e metà dell’opera sarà compiuta. Il resto seguirà in velocità.
La leadership è un tipo di arma che i progressisti non hanno quasi mai maneggiato, sono fuori esercizio da un ventennio, dall’epoca di Prodi. Meloni la usa benissimo. E lo spettacolo degli ultimi due giorni, con l’umiliazione del generale remigrazionista in diretta tv e la sberla a Conte per il video di propaganda furbetto, sono solo il debutto della nuova fase. Gli elettori si accomodino. Lo spettacolo della premier in campagna elettorale è appena cominciato.
Il nome latinesco della riforma, Stabilicum, e l’intera retorica sul tema della stabilità da preservare, non devono portare fuori pista. Il vero nocciolo dell’operazione non è il premio di maggioranza, né le nuove alchimie del proporzionale con listini bloccati: tutti sanno che se spunta un nuovo Bertinotti, un nuovo Mastella, un nuovo Scilipoti, non ci saranno blindature capaci di evitare una crisi. Il vero nocciolo è: obbligare l’opposizione a dire chi vuole portare a Palazzo Chigi. Un emendamento in extremis ha reso il capitolo “indicazione del premier” più articolato e gentile, allo scopo di salvaguardare i poteri del capo dello Stato. Ma il senso non è cambiato. Sarà quella disposizione a definire il tipo di sfida che vedremo nei prossimi mesi: individuale, soggettiva, tarata sulla forza personale dei contendenti.
È il campo migliore per Meloni, che su moltissimo altro non può contare. Non sul cambiamento impresso al Paese, che è impalpabile; non (non più) sul ruolo di pontiere che si era attribuita tra l’Europa e gli Usa; non sul vento Maga che ha portato sfortuna a chiunque l’ha usato; non sulla squadra, che ha generato in quattro anni una sequenza di disavventure picaresche con pochi precedenti, tra amanti-consulenti, bisteccherie, mini-pistole di Capodanno, sgangherati attacchi alla magistratura.
La stessa ossatura della maggioranza scricchiola. Matteo Salvini è raccontato anche dai suoi come un leader a fine corsa. Antonio Tajani vive di rendita sulla nostalgia del berlusconismo, ma quanto può durare?
Il quadro è politicamente disgraziato, ma risulta perfetto per il duello su larga scala che Meloni ha cominciato a impostare. Nessun fastidio all’interno, dove i partner hanno i guai loro e sono terrorizzati dalla prospettiva di una decimazione nel prossimo Parlamento. E, fuori, un campo largo che non ha ancora né un’identità né una faccia a cui affidarla, e dove ogni giorno si può scegliere un nemico a piacere, mostrandosi al proprio mondo come la Giorgia dei bei tempi dell’opposizione: sferzante, combattente, indomita.
Alla sciabola, dunque, e senza mezze misure pure nella sfida sulla “vera destra”. Contro Vannacci l’arma è stata messa sul tavolo a sorpresa. Non con un tweet, un retroscena, un’intervista, ma nella solennità dell’ultimo dibattito parlamentare, il giorno dopo la performance televisiva a Otto e Mezzo in cui il generale furbacchione aveva blandito Meloni e molti già dicevano: accordo dietro l’angolo. Tutto il contrario. «Avete votato sei volte con la sinistra» ha ricordato la premier a quelli di Futuro Nazionale. Il resto è conseguenza, non c’è neanche bisogno di esplicitarlo. Tradimento. Fellonia. Badoglio. L’accusa ha stroncato personalità ben più attrezzate di Vannacci, e il tribunale speciale è già in allestimento: se l’uomo del Mondo al Contrario riuscirà a uscirne vivo, potrà sempre essere recuperato. Se ci resterà sotto, meglio.
Il timing frettoloso imposto alla riforma elettorale è dunque l’allestimento di un contesto che si vuole immediatamente operativo per due motivi. Il primo, avere mani libere nella determinazione del momento migliore per andare al voto con la legge più favorevole. Il secondo, portare il caos nel campo largo prima possibile e creare lo scenario giusto per poter mettere a confronto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, la leadership indiscussa, effettiva, consolidata, di Giorgia Meloni con i troppi volti che si affollano e sgomitano dall’altra parte

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Se il piano di pace è quello che sta circolando sui grandi media, siamo in presenza di un disastro di portata difficilmente calcolabile per Trump.
[…] Il piano che dovrebbe essere firmato domenica a Ginevra è un trionfo per l’Iran. Prevede, infatti: 1) Lo sblocco di 24 miliardi di fondi iraniani congelati nelle banche estere. L’Iran riceverebbe 12 miliardi prima delle trattative sul nucleare e 12 miliardi alla loro conclusione; 2) Il cessate il fuoco in Libano, cioè una vittoria di Hezbollah su Israele. Di più: il governo di Teheran ha dimostrato di difendere i libanesi meglio del governo del Libano; 3) nessun impegno preliminare sul nucleare. È un’altra vittoria dell’Iran, che aveva chiesto di separare le trattative sul nucleare da quelle per la riapertura di Hormuz. Trump aveva giurato che le due cose sarebbero state risolte insieme, ma alla fine si è piegato; 4) la fine del blocco statunitense dei porti iraniani; 5) la riapertura dello Stretto, ma senza pedaggi, che non esistevano nemmeno prima della guerra; 6) la revoca delle sanzioni petrolifere; 7) l’impegno degli Usa a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran: è il segno più vistoso della sconfitta. Anziché rovesciare il regime di Teheran, Trump dovrà rafforzarlo ritirando missili e soldati dalle basi americane semidistrutte dai missili iraniani.
Il 6 marzo 2026, Trump aveva dichiarato: “Non ci sarà nessun accordo, ma soltanto la resa senza condizioni”. Per misurare la portata della sconfitta, occorre confrontare gli obiettivi iniziali di Trump con quelli raggiunti: 1) fine del programma nucleare dell’Iran: nessun risultato; 2) fine del programma missilistico: nessun risultato; 3) rovesciamento del regime: nessun risultato; 4) consegna dei 440 kg di uranio ai soldati americani: nessun risultato; 5) fine dei rapporti tra l’Iran e Hamas-Hezbollah-Houthi: nessun risultato.
[…] Trump si difende sostenendo che l’Iran si impegnerà a non costruire la bomba atomica. Ma l’Iran aveva già preso quell’impegno con gli accordi di Obama. Le agenzie internazionali avevano certificato che l’Iran stava rispettando scrupolosamente gli accordi. L’Iran ha ripreso ad arricchire l’uranio dopo la decisione di Trump di ritirarsi dagli accordi di Obama. Ritirandosi dagli accordi, Trump ha peggiorato un problema risolto.
[…]
Trump ha peggiorato la posizione degli Stati Uniti, che adesso dovranno firmare un accordo più svantaggioso di quello precedente. Ai fini dei miei studi, è interessantissima la strategia che Trump ha utilizzato per manipolare l’opinione pubblica. Trump ha bombardato l’Iran per indurre i cittadini a credere di avere costretto l’Iran a firmare gli accordi con la forza. In realtà, l’ultimo bombardamento di Trump è stato ininfluente ai fini degli accordi, già definiti. Trump ha usato l’ultimo bombardamento dell’Iran – che chiamerò il “bombardamento inutile” – per salvare l’ideologia della destra repubblicana che si basa sul mito della forza in stile Ice. Grazie al bombardamento inutile del 10 giugno 2026, Trump può dire: “Visto? Le cose si ottengono con le bombe!”. Tutte le bombe sganciate sull’Iran gli sono costate una sconfitta. Trump non ha ottenuto nulla con le bombe e ha dovuto trattare come Obama. E ha pure distrutto la retorica del Corriere della Sera secondo cui le democrazie occidentali sono moralmente superiori alla Russia perché rispettano il diritto internazionale.

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Il lavoro minorile è definito come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico. Ai bambini in situazione di lavoro minorile viene negato il diritto di andare a scuola, o di andarci regolarmente, la possibilità di giocare, spesso anche di coltivare relazioni affettive e di cura, in sintesi, il diritto a crescere.
Non si tratta di un fenomeno marginale e neppure relegato a contesti particolarmente arretrati. Secondo le ultime stime dell’organizzazione Internazionale del lavoro, ci sono nel mondo 138 milioni i bambini e adolescenti — di cui circa 59 milioni femmine e circa 78 milioni maschi — vittime di lavoro minorile. Non si tratta di lavoretti occasionali, di qualche aiuto prestato ai familiari durante la raccolta, o in bottega, ma di prestazione di lavoro sistematico e fuori da ogni protezione. I dati, inoltre, non comprendono i bambini reclutati a forza per fare i soldati nei contesti caratterizzati da guerre civili, quelli che vivono per strada e devono procurarsi il necessario ogni giorno rovistando nella spazzatura, chiedendo la carità o facendo piccoli servizi, così come quelli che vivono in zone di guerra o colpite da disastri naturali e che insieme alle loro famiglie lottano per sopravvivere come possono. Non comprendono neppure né coloro che sono costretti alla prostituzione né le bambine e adolescenti impegnate a tempo pieno nel lavoro domestico. Vi è quindi un ampio sommerso, ancora più invisibile di ciò che è riconosciuto come attività lavorativa vera e propria. Nonostante le grandi dichiarazioni sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e la convenzione ILO sull’età minima al lavoro del 1973 (18 anni in linea di principio e comunque non inferiore a 15), un numero sterminato di minorenni, anche in età molto piccola, non solo soffre di gravi deprivazioni materiali, ma è costretto a lavorare come e in peggiori condizioni di un adulto.
Paradossalmente, nei paesi, come l’Italia, in cui l’età minima ha valore legale, il fenomeno rischia di essere invisibile sia alle statistiche sia a controlli superficiali, lasciando i minorenni coinvolti ancora più sprotetti. Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2023, frutto di un’indagine della Fondazione di Vittorio insieme a Save the Children, in Italia nella fascia di età tra i 7 e i 15 anni ci sarebbe un 6,8% di bambine/i e adolescenti impegnati in età lavorative in modo sistematico: nella ristorazione e nel commercio soprattutto, ma anche in campagna e nei cantieri. La percentuale è più alta con in il crescere dell’età, coinvolgendo fino al 20% dei quattordici-quindicenni. Tra questi, uno su quattro era stato coinvolto in attività pericolose, o comunque in contrasto sia con la frequenza scolastica sia con il benessere psico-fisico, per orari e carichi gravosi. Il fenomeno è strettamente legato alla povertà, con bambine/i e adolescenti che sentono precocemente la responsabilità di aiutare economicamente la propria famiglia, di “fare la propria parte”, anche a discapito del proprio futuro.
Per contrastare il lavoro minorile provocato dalla povertà e la riduzione delle opportunità di sviluppo che provoca su bambine/i e adolescenti, oltre a rendere sistematicamente visibile il fenomeno con indagini aggiornate e che colgano tutte le forme di lavoro, anche quelle più nascoste, occorre innanzitutto sostenere economicamente in modo adeguato le famiglie così povere da aver bisogno del reddito guadagnato dai loro bambini. Ma occorre anche avere più attenzione per le cause che possono provocare dispersione o scarso impegno scolastico. Dietro alla svogliatezza, alle assenze, ai compiti non fatti e le lezioni non studiate ci possono essere bambine/i e adolescenti troppo stanchi per andare a scuola, o per studiare e stare attenti, o troppo presi dalla loro responsabilità economica. Invece di punirli con una bocciatura, o minacciare di galera i genitori che non li mandano a scuola, occorre un lavoro paziente di attenzione e costruzione di alternative, con le bambine/i e adolescenti, con i loro genitori, con i servizi sociali, con la società civile organizzata.
Ma negli ultimi anni la tecnologia digitale ha consentito forme di sfruttamento minorile non legate alla povertà, con genitori che utilizzano la messa in scena dei propri figli per guadagnare più follower e aumentare le proprie entrate da sponsor pubblicitari, ampliando le possibilità già offerte, e regolate, nella pubblicità e nel mondo dello spettacolo. Temo che in questo caso siamo ancora ai preliminari di ciò che sarebbe necessario fare, a partire dalla discussione sulla soglia di esposizione oltre la quale vi è sia lesione del diritto alla privacy, sia imposizione di prestazioni destinate ad essere fruite da altri, analogamente al coinvolgimento in uno spot pubblicitario o a una performance pubblica a pagamento, quindi lavoro, oltre che sulle conseguenze sullo sviluppo dei bambini/e di una esposizione precoce e sistematica.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] A volte i lettori mi chiedono da dove nascono le idee dei miei libri. Per le biografia è semplice. Nerone, Catilina, il Mullah Omar sono personaggi condannati dalla communis opinio e a me è sempre piaciuto questo tipo di personaggio. Nerone e Catilina sono lontani nel tempo, la storia del Mullah è invece recente e proprio a lui, alla sua testarda e coraggiosa difesa dei costumi afgano-talebani, voglio riagganciarmi.
[…]Alla fine degli anni Sessanta feci un viaggio in Kenya e in Tanzania, non come giornalista, non lo ero ancora, ma da turista. Atterrammo a Nairobi, la capitale del Kenya, poi con una macchina noleggiata, guidata da un pazzo cui dovevo dire continuamente “pole, pole!” che in swahili significa “piano”, ci spingemmo in una regione al confine fra Kenya e Tanzania dove vivono, o forse sarebbe meglio dire vivevano (non so se con le convulsioni africane siano stati anch’essi spazzati via dalla modernità) i masai. I masai bevevano latte misto a sangue e vidi una donna picchiata dal marito perché urlava di dolore mentre partoriva. Ne chiesi il perché al nostro accompagnatore, quello del “pole, pole”, e costui mi rispose che un comportamento del genere era indegno per una donna masai. Col mio bravo bagaglio illuminista appresso pensai che la comunità masai doveva essere civilizzata al più presto. Poi tornai a Nairobi dove vivono i kikuyu che si sono adeguati alla modernità. Invece che in capanne, come i masai, vivevano in case, chiamiamole così, fatte con i materiali di risulta del nostro mondo, cioè in case di lamiere contorte. Mi ricordo di una foto da cui era stata ritagliata una gigantesca Coca-Cola che era quasi un simbolo del disastro. I kikuyu erano abbruttiti dall’alcol, dalla droga, dalla prostituzione e non conoscevano più l’economia del baratto su cui avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni. E allora mi chiesi se avessero ragione i masai che avevano conservato la propria cultura, le loro tradizioni, il loro modo di vivere o i kikuyu che si erano allineati al progresso, chiamiamolo così, del nostro mondo. […]
Con La ragione aveva torto?, del 1985, un libro, se posso dirlo, molto documentato (“La madre di tutte le battaglie” per parafrasare Saddam Hussein, cioè il libro che ha dato origine a tutti quelli successivi di tipo filosofico, da Il vizio oscuro dell’Occidente agli altri) decisi di trasferire questa questione nel nostro mondo. Hanno avuto ragione i progressisti, gli illuministi che hanno cavalcato il progresso o quelli che invece l’hanno rifiutato? È la domanda cruciale. Io sto con Papa Ratzinger che, quando era ancora cardinale, disse, ignorato da tutti: “Il progresso non ha migliorato l’uomo, né la società, e si prospetta come un grave pericolo per l’intera umanità” (l’AI docet, concetto, quest’ultimo, ripreso anche da Leone XIV). Del resto nevrosi e depressione, patologie oggi diffusissime, sono malattie che nascono con la modernità. Prima non esistevano, c’era, come c’è ancora, lo “psicopatico”, il “matto del villaggio” che però gli antichi, parliamo del Medioevo, erano riusciti a metabolizzare pensando che, per ragioni imperscrutabili, avesse un rapporto privilegiato con Dio.
[…] Ciò chiarisce anche una contraddizione che molti lettori trovano nel mio pensiero, come posso essere un “socialista libertario” (per altro io penso a un socialismo comunitario e non organizzato e regolarizzato in una società) e allo stesso tempo un “antimodernista”. Con questo non spiego tanto le origini dell’idea da cui nasce La ragione aveva torto?, ma il mio pensiero di cui molti miei lettori, anche affezionati, non capiscono niente. Peraltro vedo che l’antimodernismo sta facendo parecchi passi avanti, col fenomeno del luddismo che nelle sue versioni estreme è un rifiuto del lavoro (in quelle più moderate è un rifiuto di dare all’imprenditore capitalista un solo minuto in più della propria giornata), ma so già qual è la mia sorte. Fra un secolo, o anche meno, sarò considerato il più bieco dei modernisti. Sono nato postumo.

(Massimo Giannini – repubblica.it) – Da una parte c’è Belfast: nei nuovi Troubles, a trent’anni di distanza, precipita contro gli immigrati l’odio atavico che per un secolo ha dilaniato nazionalisti e lealisti, e riesplode nel cuore del Continente il conflitto socio-culturale ed etnico-politico che Trump ha scientemente riacceso in America. Dall’altra parte c’è Gran Canaria: sul “molo della vergogna” di Arguineguin, dove sei anni fa 3 mila disperati rimasero per mesi senza cibo né medicine, Leone XIV getta in mare una corona di fiori, dice ai profughi “mi inchino davanti alla vostra dignità, non siete numeri né fascicoli” e lancia il suo anatema all’Occidente, “un giorno si saprà se abbiamo saputo custodire l’umanità o lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”. Tra questi due estremi del pendolo della storia e della geografia — il primo violento e rabbioso, il secondo solidale e misericordioso — ci siamo noi. C’è l’Europa impaurita, che insegue i pifferai magici della destra nazionalista e xenofoba, i Farage in Gran Bretagna e le Weidel in Germania, i Bardella in Francia e gli Abascal in Spagna. E c’è l’Italia impoverita, che dopo aver ceduto al canto della sirena sovranista di Meloni ora sembra sedotta dalla marcetta militare e neo-fascista di Vannacci.
L’una e l’altra, nel decisivo biennio elettorale che ci aspetta, sembrano aver già capito quale sarà anche stavolta il campo di battaglia. Lo straniero. Il solito nemico “necessario”. Quello che sta avvenendo in Irlanda del Nord — dopo la tentata decapitazione di Stephen Ogilvie da parte di un rifugiato sudanese — sembra una prova generale di ciò che può succedere nelle banlieue di Lione, nei sobborghi di Bruxelles, nelle favelas di Rosarno. I penultimi che si rivoltano contro gli ultimi. Dove un tempo si massacravano i cattolici di Falls Road e i protestanti di Shankill Road, oggi il rancore reciproco si scarica sui “neri che rubano case e lavoro” ai residenti a basso reddito dei quartieri degradati. E politicanti cinici, addetti ai livori e impresari della paura sono lì, pronti a cavalcare ogni disagio, ogni frustrazione, ogni risentimento. La semina dell’odio funziona: il partito ultrà Reform Uk avanza impetuoso alle suppletive e manda l’avviso di sfratto a Starmer. Il partito neo-nazista tedesco Afd è diventata la seconda forza del paese col 20,8% e già prenota la Cancelleria di Berlino. La stessa cosa fanno i lepenisti a Parigi e i neo-franchisti a Madrid. Vogliono governare, promettendo ovunque il ripristino dei confini e la cacciata dei clandestini.
Ora li unisce una parola-chiave, che riassume in sé la grande promessa e la grande menzogna: “remigrazione”. Non basta più accogliere i regolari e respingere gli irregolari. Bisogna espellerli tutti, compresi quelli con diritto di asilo e permesso di soggiorno. Questo dicono il Movimento Identitario Europeo di Martin Sellner e la Rete dei Patrioti, Casa Pound e Veneto Fronte Skineads, che hanno addirittura presentato una proposta di legge in Parlamento. E questo sostiene anche Futuro Nazionale, il partito del mondo al contrario guidato dal generalissimo della Folgore scappato dalla Lega e innamorato della X-Mas. L’abbiamo sentito a Otto e Mezzo, Vannacci, spacciare barbarie per buon senso, contrabbandare rozzi pregiudizi per free spech, vaneggiare con agghiacciante semplicità di “rimpatri forzati”, di trasferimenti obbligati “nei paesi terzi”, di “esami di assimilazione”. Questo smerciano le destre razziste e turbo-populiste del prossimo turno, pronte a subentrare a quelle che hanno governato ma “hanno tradito tutte le promesse”. Come la Sorella d’Italia, ormai scavalcata dal suo nuovo “nemico a destra”: la formula complottarda della “sostituzione etnica” lei l’aveva teorizzata già nelle “Tesi di Trieste” del 2017 (“le frontiere si difendono”, “l’immigrazione non è un diritto, la cittadinanza lo è ancora meno”), e col racconto “cattivista” dei blocchi navali e dei porti chiusi ci aveva vinto le elezioni del 2022. Ma poi, arrivata a Palazzo Chigi, ha dovuto fare i conti con il diritto umanitario e con quello comunitario, con la Carta Onu e con la Costituzione, con i tribunali della Repubblica e con la Corte di Giustizia Ue. Cioè con la civiltà giuridica che per secoli ha reso questa parte di mondo migliore di tutte le altre. Perché riconosce i principi di libertà e di legalità, di dignità e di solidarietà, mentre garantisce i diritti civili e sociali di tutti, senza distinzione di sesso, di lingua, di razza, di religione.
Ma è proprio questa civiltà — e, insieme a essa, la democrazia che la rende possibile — che i nuovi sfascisti stanno prendendo a colpi di piccone. Pericolose caricature dei vecchi Bombacci e Farinacci, i nuovi Vannacci invocano patrie marziali e illiberali. Dove c’è un solo “spazio vitale”, quello della nazione e della tradizione, e una sola “legge di natura”, quella del sangue e del suolo. Tutto il resto — l’uguaglianza e l’accoglienza, lo Stato di diritto e il Nomos della Terra — è merce avariata e ormai vomitata dai popoli, sempre più “addestrati” a pensare e a votare con la pancia. È l’inutile orpello della deriva wokista e politicamente corretta. Il feticcio elitista dei progressisti decadenti che “vogliono far entrare tutti”. Il tragico problema — nell’ignavia delle sinistre occidentali che non hanno granché da opporre, a eccezione di Sánchez — è che questo truce storytelling ricomincia a far breccia nelle opinioni pubbliche. E condiziona le scelte delle tremebonde destre “moderate” dell’Unione riunite nel Partito popolare. Il nuovo “Patto su migrazione e asilo”, entrato in vigore proprio ieri, segna una netta regressione verso l’ideologia dell’apartheid cara alle destre estremiste. Controlli più stringenti alle frontiere, detenzioni negli hotspot anche per i minori, procedure d’asilo accelerate, espulsioni più facili, disciplina più lasca sui soccorsi in mare, un “tributo” pagabile per ogni migrante non ricollocato. Il “decalogo comunitario” dà un’altra mano di vernice sulla faccia feroce dell’Ue, scimmiottando quasi il modello brutale dell’Ice trumpiano. Ma rinvia ancora una volta la soluzione del problema. Che esiste, sia chiaro, e rischia di infiammare ovunque le prossime campagne elettorali. Ma andrebbe affrontato nella logica dell’integrazione, non della “deportazione”. Anche questa sarebbe una grande sfida per i riformisti, se esistono davvero. Gestire il fenomeno, senza ignorarlo. Comprendere e razionalizzare le angosce, senza criminalizzare chi le vive sulla propria pelle. Governare i flussi: con umanità sempre, con fermezza quando serve. L’esempio, nonostante tutto, resta la Merkel del 2015 che di fronte ai 6 milioni di profughi in arrivo dalla Siria non strillò né “cacciamoli tutti”, né “accogliamoli tutti”. Disse “Wir Shaffen Das”: ce la faremo. Così parla uno statista, pronto a sconfiggere qualunque generale. Altrimenti, ci resta solo un Papa coraggioso, che in quelle povere anime ferite, umiliate e naufragate sulle nostre coste ci chiede di vedere Gesù.
Appalti anas. L’ex senatore a giudizio per corruzione. Il figlio Tommaso aveva già patteggiato: “Interventi e raccomandazioni in sedi politiche”

(estr. diVincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – […] Denis Verdini rinviato a giudizio con l’accusa di corruzione. Con il figlio Tommaso che ha già patteggiato una pena di 2 anni e 8 mesi di reclusione (convertiti in lavori di pubblica utilità), cui ieri sono stati applicati altri 2 mesi per reati fiscali. Non è un buon momento per la famiglia acquisita del vicepremier Matteo Salvini, che da tempo ormai si accompagna alla produttrice cinematografica Francesca Verdini, l’altra figlia del potente ex senatore toscano. Tanto più che le accuse della Procura di Roma ai due Verdini riguardano appalti milionari all’Anas, sebbene per fatti antecedenti (o comunque poco sovrapponibili) all’arrivo del leader leghista a capo del Ministero Infrastrutture e Trasporti.
[…] Al centro del filone principale dell’inchiesta c’è l’intensa attività di mediazione di Tommaso Verdini e del suo ex socio Fabio Pileri (per cui si procede separatamente), esercitata tra il luglio 2021 e l’aprile 2023 attraverso la loro Inver srl, società di cui, secondo i pm, di fatto era titolare anche Denis Verdini. Dalle indagini emerge che i Verdini e Pileri ottenevano da alcuni dirigenti Anas compiacenti “documenti e informazioni riservate anche in merito a bandi di gara in corso di pubblicazione”, che interessavano ad alcuni loro amici imprenditori, appalti stradali molto importanti che a volte raggiungevano anche quota 180 milioni di euro. In cambio, secondo i pm, i Verdini e Pileri promettevano ai manager pubblici scatti di carriera o comunque la ricollocazione in “ruoli apicali ben remunerati” attraverso “interventi e raccomandazioni in sedi politiche ed istituzionali”.
Ed è qui che, più delle abilità di lobbying, conta il cognome e la collocazione politica. Perché tra le persone contattate (tutte completamente estranee all’inchiesta) ci sono manager importanti come l’allora responsabile degli affari aziendali di Fs, Massimo Bruno, l’allora direttore delle Risorse umane di Anas, Diego Giacchetti e addirittura il sottosegretario al Tesoro, Federico Freni, esponente leghista molto vicino a Matteo Salvini, recentemente molto vicino a diventare presidente Consob. Insomma, per i pm il ruolo dei soci della Inver era quello di cerniera tra gli imprenditori “amici”, i manager compiacenti e il mondo politico-istituzionale. In questo procedimento Anas è parte civile, assistita dagli avvocati Giorgio Perroni e Bruno Andò. […]
Ma perché Tommaso Verdini ha patteggiato e Denis no? Perché se la Inver era formalmente intestata al rampollo e al suo socio Pileri, il senatore ha sempre respinto ruoli formali e informali nella vicenda. Anche se gli investigatori hanno raccolto elementi che vanno in senso contrario. “Verdini Denis – scrive la Guardia di Finanza in un’informativa depositata agli atti del processo – è punto di riferimento per la gestione del pacchetto clienti (di Inver, ndr) tanto da essere messo al corrente dell’agenda settimanale è degli incontri programmati con gli stakeholder”. Verdini senior partecipa anche a sei incontri centrali nell’economia delle indagini, tra ottobre 2021 e giugno 2022.
[…] Alcuni si sono svolti al ristorante di famiglia “Pastation”, a due passi da Montecitorio. Altri invece si sono tenuti nell’abitazione romana di Tommaso, alla presenza di imprenditori e politici. Ad esempio, nell’agenda di Verdini junior, alla data del 18 gennaio, gli investigatori hanno trovato la dicitura “Cena Chicchiani (Stefano, uno degli imprenditori citati nell’inchiesta, ndr) con Babbo a casa”. Secondo gli investigatori, tra le utilità che Denis Verdini avrebbe ricevuto, anche lavori di ristrutturazione in via gratuita da parte della società di Chicchiani presso la sua villa nella campagna fiorentina. Denis, raccontano al Fatto fonti a lui vicine, si dice tranquillo che tutto si risolverà. Processo al via a settembre.

(di Michele Serra – – repubblica.it) – Ma quanti anni ha Dmitrij Medvedev, che posta un video nel quale mette nel tritadocumenti le fotografie dei leader europei, come fanno con bandiere e fotografie i manifestanti in crisi isterica di quelli già segnalati alla Digos? Si tratta di uno dei capoccia del regime di Putin, non di un influencer da strapazzo. Un maschio adulto con responsabilità politiche rilevanti, ex presidente del suo Paese. Uno che, quando parla, si suppone stia pensando a quello che dice.
Beh, questo Dmitrij passa il tempo a giochicchiare come un bambino di dieci anni con il ruolo di bullo, dice le parolacce, minaccia questo e quello, annuncia sconquassi se non gli danno retta. E il fatto che sia un signore apparentemente civilizzato, vestito come un direttore di banca, rende se possibile ancora più incresciosa la sua scompostezza. “Ma chi, Medvedev? Ha detto quelle brutte cose? Non riesco a crederci! Un signore così distinto!”
La psicanalisi in Russia venne messa al bando in epoca sovietica, ma ci sarà pure qualche psicoanalista sopravvissuto disposto ad aiutarlo. E in sua mancanza un amico, un parente, una persona cara che gli dica: Dmitry, ricomponiti, guarda che così non fai una bella figura. Che un potente si comporti e si esprima come l’ultimo dei fanatici non è un dettaglio: è la sostanza di un’epoca che ha perduto ogni distanza tra governanti e fanatici. Non che si pretenda un Churchill, o un Adenauer, o un Gorbaciov in ogni Paese – per dire quando fare il capo significava anche avere un certo stile. Quello che si chiede è un minimo sindacale di buona educazione, quanta ne basta per illuderci che al comando ci siano persone con la testa a posto, non caricature.
L’ultima parola ai giudici che si sono espressi sul “non luogo a provvedere” nei confronti dell’ex consigliera regionale, condannata a 3 anni e 11 mesi

(di Rosario Di Raimondo – repubblica.it) – Tutto in un giorno. Il caso Nicole Minetti è chiuso. La procura generale di Milano, con la sostituta pg Valeria Marino, davanti al tribunale di Sorveglianza aveva chiesto “il non luogo a provvedere” nei confronti dell’ex consigliera regionale lombarda, che a sua volta aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali per scontare la sua condanna. Ma la condanna non c’è più, manca “la materia del contendere”, visto che nel frattempo è sopraggiunta la grazia nei confronti dell’ex consigliera regionale. E la pena non è più eseguibile dopo la concessione del provvedimento di clemenza. O meglio: è sospesa, e sarà estinta se non commetterà reati nei prossimi cinque anni.
Minetti doveva scontare 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione (processo Ruby bis) e peculato (per la “rimborsopoli” al Pirellone). L’udienza di oggi, 12 giugno, faceva parte del procedimento aperto per via della richiesta di Minetti di scontare la pena in affidamento ai servizi sociali dopo le condanne definitive. Ma il provvedimento di grazia ha cambiato tutto. I giudici della Sorveglianza (Marcello Bortolato e Maria Paola Braggion) hanno chiuso definitivamente il caso certificando appunto il “non luogo a provvedere”. Precisamente hanno dichiarato il non luogo a deliberare sull’istanza di affidamento ai servizi sociali per l’intervenuta revoca dell’esecuzione della pena a seguito della grazia.
L’ex consigliera del Pdl, assistita dagli avvocati Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi, prima della richiesta di grazia aveva già chiesto di poter accedere alla misura alternativa. L’udienza per valutare quella istanza era stata fissata lo scorso dicembre e poi rinviata. Il 18 febbraio, però, è arrivata la grazia.
Da quel giorno, una lunga scia di polemiche. Dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, infatti, il Quirinale ha chiesto nuovi accertamenti a sostegno del provvedimento di clemenza, affidati dal ministero della Giustizia alla Procura generale di Milano guidata da Francesca Nanni.
A inizio giugno il nuovo verdetto del magistrati milanesi, che in una relazione hanno confermato il loro primo parere positivo (che aveva portato alla concessione della grazia a febbraio) scrivendo che non c’erano elementi per fare marcia indietro.
Le nuove indagini si erano concentrate su due macrocapitoli: la regolarità dell’adozione di un bambino da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani (oltre alla questione relativa alle condizioni di salute del figlio adottivo); e l’effettivo cambiamento dello “stile di vita” di Minetti, visto che l’indagine giornalistica parlava, tra l’altro, di un giro di festini con droga e escort nella villa della coppia in Uruguay.
Le indagini affidate a Interpol e carabinieri non hanno confermato queste accuse e neppure minato i presupposti per la grazia. Una “super testimone” che aveva lavorato a villa Cipriani come massaggiatrice, e che in interviste a giornali e tv aveva gettato altre ombre su Minetti, il 29 maggio si è inoltre presentata col suo legale davanti a un notaio, dove ha rilasciato una dichiarazione giurata per dire che non ha certezze sul coinvolgimento di Minetti in attività di prostituzione.
Se si chiude il capitolo giudiziario di Minetti, resta in piedi però un altro braccio di ferro in più tribunali. Lei e Cipriani, infatti, chiedono ora i danni al Fatto e alla Rai. A New York i legali pretendono un risarcimento danni da 250 milioni di dollari; a Roma, di 5 milioni di euro.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Elly Schlein ha fatto anche cose buone. Pur con tutti i suoi distinguo e la sua moderazione, che un’anamorfosi collettiva ha tradotto sui grandi giornali come estremismo di sinistra, Schlein ha indotto alcuni tra i componenti sedicenti “riformisti” del partito a palesarsi in quanto gente con un piede più di là che di qua, cioè più a destra che a sinistra, e quindi a lasciare il Pd. Lo ha fatto, Schlein, tenendo il punto sui principi-cardine della sua segreteria, non a caso voluta dagli elettori e non dagli iscritti, che invece avevano votato il più integrato Bonaccini. Schlein è a favore del Rdc, misura del M5S a cui il Pd votò addirittura contro; è favorevole al salario minimo, a cui gente del suo partito si è sempre detta contraria con capziosità pro-aziende; è contro il Jobs Act, e ha fatto campagna elettorale insieme a Landini per abolirne due capisaldi al referendum; pur avendo votato a favore di tutti gli invii di armi all’Ucraina, è contraria al loro uso in territorio russo, cosa che invece esalta molti suoi compagni di partito; ha chiesto al governo italiano e all’Ue di riconoscere formalmente lo stato di Palestina, proposta alla quale la minoranza riformista (iper-atlantista) del Pd si è dichiarata contraria, in quanto dovrebbe essere, seguiteci bene, “il risultato finale e non iniziale di un accordo negoziale”; ha condannato Israele, arrivando a chiedere all’Onu di valutare la fondatezza delle accuse di genocidio, la parola-tabù che i likudisti del suo partito (la sbarazzina “Sinistra per Israele”) non potevano perdonarle; infine si è detta a favore di una patrimoniale europea, una bestemmia per quegli occupanti del partito nella cui economia morale l’Isee ha un valore preminente rispetto al benessere collettivo. […]
I nomi dei transfughi interessano poco l’Italia reale, trattandosi perlopiù di alcune delle mine antiuomo seminate da Renzi al momento della sua uscita dal partito che egli stesso aveva distrutto per andare a fondare la bad company Italia viva. Li riportiamo per acribia: la già “botticelliana” Marianna Madia, dopo aver fatto parte di tutte le correnti del Pd per poi stabilizzarsi, come le rose liofilizzate, in renziana dormiente, se n’è andata infatti con Renzi, destando vivissima sorpresa nell’editorialume italiano; Pina Picierno, finora famosa per aver sventolato in un talk show, ai tempi del renzismo dannunziano, uno scontrino da 80 per dimostrare come una famiglia potesse tirare avanti fino a fine mese permettendosi anche dei taralli grazie al bonus Renzi, ha mirato più in alto e, invece di farsi riaccogliere dal suo pigmalione, ha annunciato la nascita di una specie di partito suo, molto di centro, guadagnandosi ben tre paginate sul Foglio (manco la notizia fosse stata “Nilde Iotti lascia il Pci”). Picierno è colei che incontrò, da europarlamentare del Pd, alcuni membri dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank israeliano di estrema destra che sostiene i coloni illegali in Cisgiordania; solo ora deve essersi accorta che questa sua aspirazione a servire il sionismo non poteva essere confinata nei social, dove comunque dimostra una certa abilità propagandistica; o forse deve essersi sentita sprecata nelle vesti di quella che chiede (con Calenda) di censurare ed escludere tutti i russi dagli eventi pubblici. Tutto questo estremismo di centro doveva tradursi in un gesto che allontanasse Picierno e i picierniani (!) dal Pd schleiniano, agli occhi soprattutto dell’establishment, che da anni sponsorizza operazioni simili, nate dall’alto per perpetrare i valori del neoliberismo e soffocare ogni vagito di sinistra (le famose “praterie” per il centro allucinate dai giornali padronali). (Nota di colore: Picierno si guarda bene dal dimettersi da europarlamentare, seggio conquistato coi voti del Pd, come Calenda quando stracciò la tessera del Pd per creare Azione, e come adesso Vannacci, eletto a Strasburgo con la Lega da cui è uscito).
[…] Fossimo inclini alle scommesse, ci andremmo subito a giocare alla Snai le prossime fuoriuscite dal Pd: quelle di Sensi, Malpezzi, Quartapelle, Delrio (quello della legge sull’antisemitismo con Gasparri), Fiano, Fassino. Tutta gente che mostra più sintonie con Forza Italia, se non proprio con FdI (come Calenda), ma che evidentemente non ha ancora trovato garanzie valide altrove; ed è rischioso avventurarsi con partiti del 2%, dove persino il capo ha il problema di come re-imbucarsi in Parlamento.
Potrebbe essere l’occasione per il Pd, magari insieme a M5S e Avs, di rimettere welfare, lavoro, sanità e pace al centro del suo orizzonte, espellendo dal suo seno le serpi del neoliberismo che per anni hanno fatto gli interessi dei padroni usando i voti dei lavoratori e di chi ha a cuore la sorte dei più deboli.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Siccome Vannacci acchiappa voti polemizzando sulle derive più ridicole del politicamente corretto, la destra e la sinistra che dicono di combatterlo e in realtà ne sono le migliori alleate inaugurano ufficialmente il politicamente idiota. Mettendo al bando non solo le espressioni sessiste, o che potrebbero essere sessiste, o che potrebbero sembrare sessiste: anche quelle che […]

(Dott. Paolo Caruso) – Tre anni sono trascorsi dalla morte di Silvio Berlusconi, un Premier divisivo, una figura controversa adombrata dai legami con esponenti di spicco della mafia siciliana e con il suo amico fidato Marcello Dell’Utri condannato in via definitiva a sette anni dii reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e beneficiario con il suo silenzio di una eredità di 30 milioni di euro. I famosi trenta denari della Storia che si ripetono. Esce di scena non privo di polemiche ( 5 giorni di lutto nazionale, bandiere a mezz’asta) un personaggio dai mille risvolti, protagonista anche se spesso in negativo di un pezzo di storia d’ Italia degli ultimi trent’anni. Discusso leader nel palcoscenico internazionale, ebbe un rapporto privilegiato con il Presidente russo Putin, compagno di “merende” nella dacia sul mar Nero e nella sua mega villa in Sardegna, e anche con il dittatore libico Gheddafi cultore appassionato delle tante cavallerizze al seguito. Siamo lontani da quel mese di gennaio ’94, l’anno della discesa in campo, dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, e la voglia di rinascita della politica italiana dopo tangentopoli, una primavera di speranze che Berlusconi spense sul nascere senza alcuna esitazione. La storia del berlusconismo, del suo leader, del suo apparato politico, rappresentò allora una svolta tra quello che avrebbe dovuto essere il nuovo soggetto politico “Forza Italia” in linea con la tradizione popolare e i suoi valori, e quello che in effetti poi si è rivelato, cioè un partito senza anima, condizionato esclusivamente da una gestione padronale. L’ ascesa di Berlusconi nel mondo imprenditoriale, dapprima immobiliare successivamente delle televisioni e della comunicazione, comincia dieci anni prima della sua “discesa in campo”, al tramonto della prima repubblica, con i legami corruttivi con Craxi, e le concessioni televisive. Imprenditore smaliziato di indiscusso successo che ha scalzato il monopolio della televisione pubblica, uomo simpatico dal facile umorismo, dotato di enorme talento, al comando per anni di un impero che va dalle holding delle televisioni al calcio, Milan soprattutto e poi Monza, dalla Standa alle banche, all’editoria, un politico divisivo, amato e odiato in egual misura dagli italiani, che è riuscito a spaccare il Paese tra giustizialisti e garantisti, tra toghe rosse e magistrati affidabili. Fautore di leggi ad personam per salvarsi dai molti processi intentati a suo carico , tra cui molti prescritti, e una condanna definitiva per frode fiscale in 29 anni di politica la dicono lunga sul suo viatico parlamentare, un politico in palese conflitto di interessi vicino ad esponenti mafiosi, un corruttore seriale che è riuscito a comprare il silenzio, e le false testimonianze per salvarsi dalla scure della magistratura, un destabilizzatore conclamato della vita politica e istituzionale del Paese grazie anche alla spregiudicata campagna acquisti milionaria di alcuni senatori. Cavaliere per alcuni, Caimano per altri, di Berlusconi resta in eredità “il berlusconismo” con il suo devastante profilo etico, politico, culturale. La storia di questi trent’anni in maniera lucida fotografa le tante ombre di Silvio Berlusconi, dell’ uomo più potente della vita politica italiana, a cui hanno venduto l’ anima giornalisti, collaboratori e uomini delle Istituzioni, e non tralascia neppure la sua caduta etica con lo scandalo delle Olgettine, di Ruby ruba cuori nipote di Mubarak, della Minetti, la sua igienista dentale, compagna di tanti festini a Arcore, condannata in via definitiva per peculato e induzione alla prostituzione minorile, attualmente salita agli onori della cronaca per la grazia accordata dal Presidente Mattarella. L’ ombra del Caimano di Arcore a distanza di tre anni continua a pesare nelle scelte politiche dell Paese. Forza Italia, sua creatura, passata nelle mani dei figli e in particolare di Marina, resta un partito padronale gestito finanziariamente dalla Holding di famiglia, a cui anche esponenti non forzisti della maggioranza guardano, e non solo, con doveroso rispetto.

(Andrea Zhok) – Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta.
Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.
4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori.
Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.
Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.
L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un’auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).
Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.
Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.
Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.
Ma ci sono ora.
Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.
Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.
Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.
Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.
Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.
Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.

(Mario Catania – lindipendente.online) – Quarantuno miliardi e cento milioni di euro. È la cifra che l’Italia ha destinato alla difesa nel 2025, anno in cui il Paese ha raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del PIL concordata, o meglio imposta, dalla NATO. Un numero così grande da risultare quasi privo di senso se non lo si decostruisce, pezzo per pezzo, per capire come questi soldi avrebbero potuto migliorare la vita concreta dei cittadini. Proviamo a farlo.
Un ospedale di medie dimensioni, tra i 200 e i 300 posti letto, costa in Italia tra i 150 e i 250 milioni di euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire oltre duecento: duecento ospedali nuovi, distribuiti su un territorio che ha liste d’attesa di anni e pronto soccorso al collasso. Il Servizio Sanitario Nazionale assorbe ogni anno circa 130 miliardi: la sola spesa militare del 2025 vale quasi un terzo di quel budget, lo stesso che negli ultimi anni si è cercato di comprimere e razionalizzare fino a svuotarlo.
L’Italia ha circa 40mila edifici scolastici. La maggior parte è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta, quando le norme antisismiche non esistevano. Secondo le stime degli esperti, la messa in sicurezza sismica dell’intero patrimonio edilizio scolastico richiederebbe tra i 40 e i 50 miliardi di euro: con la sola spesa militare del 2025 avremmo potuto completare quasi interamente quell’operazione. Invece, i bambini italiani continuano a studiare in edifici che in caso di terremoto non offrono garanzie. Nel frattempo, i 78 programmi di riarmo avviati in tre anni di governo Meloni pesano da soli 35 miliardi: l’equivalente di 7mila nuovi edifici scolastici al costo medio di 5 milioni ciascuno.
La carenza di asili nido pubblici è una delle emergenze sociali più silenziose d’Italia: poco più di un bambino su quattro sotto i tre anni ha accesso a una struttura pubblica, con distanze abissali tra nord e sud. Il PNRR ha stanziato 4,6 miliardi per creare 264mila nuovi posti nido. Con i 41 miliardi della difesa ne avremmo potuti finanziare quasi dieci volte tanti: un cambiamento strutturale capace di rimettere in moto l’occupazione e alleggerire il carico che oggi grava quasi interamente sulle famiglie, e in particolare sulle madri sole – circa 1,5 milioni in Italia secondo i dati ISTAT.
Nel 2023 vivevano in condizione di povertà assoluta circa 5,7 milioni di italiani, in 2,2 milioni di famiglie. Dividendo i 41 miliardi della spesa militare per il numero di famiglie coinvolte, otterremmo quasi 18.700 euro per nucleo familiare all’anno: non è uno sforzo finanziario inaccessibile per uno Stato, è una scelta politica. Il Reddito di Cittadinanza – la misura anti-povertà più ambiziosa tentata in Italia, poi smantellata – costava circa 7-8 miliardi l’anno. Con il budget della difesa 2025 lo avremmo finanziato per cinque anni consecutivi.
L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti al rischio idrogeologico: frane, alluvioni, smottamenti colpiscono ogni anno comunità su tutto il territorio, causando morti, sfollati e danni miliardari. ISPRA e il Consiglio Nazionale dei Geologi stimano in circa 40 miliardi il costo necessario per mettere davvero in sicurezza il Paese. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 avremmo potuto avviare e quasi completare quel piano. Invece, ogni autunno le stesse scene si ripetono: fiumi esondati, strade interrotte, case evacuate, stati di emergenza dichiarati. La manutenzione del territorio non produce scatti nei sondaggi, e si vede.
L’Italia conta circa 16 milioni di pensionati. Dividere i 41 miliardi per quel numero restituisce un calcolo semplice: oltre 2500 euro in più l’anno per ciascuno, circa 215 euro al mese. Per chi sopravvive con 600 o 700 euro di pensione minima non è un dettaglio: è la differenza tra pagare l’affitto e non pagarlo, tra comprare le medicine e rinunciarci. Sul fronte dei lavoratori, il Paese registra quasi due milioni di disoccupati e un tasso di inoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa: con 41 miliardi si potrebbero finanziare anni di politiche attive del lavoro, formazione, sostegno al reddito. Si potrebbero pagare gli stipendi di tutti gli 800mila insegnanti italiani per anni – oggi tra i più bassi d’Europa – o raddoppiare i fondi destinati alla non autosufficienza, che oggi lasciano sole centinaia di migliaia di famiglie con anziani e disabili a carico.
Tra le crisi che il dibattito politico italiano fatica a guardare in faccia c’è quella della casa. L’Italia ha uno dei tassi più bassi di edilizia residenziale pubblica in Europa: appena il 4% del totale delle abitazioni, contro una media UE che si avvicina al 9%. Le liste d’attesa per un alloggio popolare contano centinaia di migliaia di famiglie nelle principali città, e gli affitti privati nelle aree urbane crescono a un ritmo che i salari non hanno mai inseguito. Un alloggio di edilizia residenziale pubblica costa in Italia tra i 100mila e i 150mila euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire tra 270mila e 410mila: abbastanza da dimezzare le liste d’attesa delle grandi città e da rimettere in discussione le dinamiche speculative di un mercato immobiliare che da anni espelle dai centri urbani giovani, lavoratori precari e famiglie monoreddito. Altro che i 10mila alloggi previsti dall’ennesimo annuncio del “piano casa” del governo.
L’Italia investe in ricerca pubblica circa lo 0,5% del PIL, tra i valori più bassi dell’Europa occidentale, contro una media UE prossima allo 0,7%. Il risultato è un’emorragia silenziosa ma costante: ogni anno migliaia di ricercatori formati nelle università italiane – a spese dei contribuenti – lasciano il Paese perché non trovano contratti, laboratori finanziati, prospettive. È una perdita secca e difficile da quantificare, ma non da immaginare: formare un laureato in medicina o in ingegneria all’università pubblica costa allo Stato tra i 100mila e i 150mila euro. Ogni partenza è un investimento regalato ad altri Paesi. Aumentare di un punto percentuale il PIL destinato alla ricerca costerebbe circa 20 miliardi l’anno: con i 41 miliardi della difesa 2025 avremmo potuto raddoppiare per due anni l’intera spesa pubblica in ricerca e sviluppo, stabilizzare migliaia di precari accademici, costruire le infrastrutture scientifiche che mancano. Invece, l’Italia continua a formare talenti per l’estero e a importare tecnologia militare.
Questo è il paradosso più osceno, e anche il meno discusso. L’Italia paga ogni anno circa 80 miliardi di euro in interessi sul proprio debito pubblico: una cifra superiore all’intera spesa militare del 2025, pari a quasi il 4% del PIL. Ogni euro che lo Stato prende in prestito oggi si trasforma in un peso che le prossime generazioni porteranno per decenni. Eppure il piano di riarmo europeo che il governo Meloni sostiene è costruito esattamente su questo meccanismo: il fondo SAFE prevede prestiti agli Stati per finanziare i programmi militari, e la deroga al Patto di stabilità apre formalmente all’indebitamento per l’acquisto di armi. L’Italia ha già chiesto di accedere a quasi 15 miliardi da quel fondo. Significa missili comprati a rate, interessi pagati per anni, debito che cresce. E significa che tutti i paragoni fatti finora vanno riletti in una luce ancora più cruda: non si tratta solo di scegliere tra ospedali e carri armati oggi, ma di scegliere tra ospedali e rate dei carri armati da pagare per anni e anni.
La NATO ha concordato un innalzamento della soglia fino al 5% del PIL, il che significherebbe, secondo l’osservatorio Mil€x, altri 66 miliardi di euro all’anno da trovare. Non è un’ipotesi astratta: è l’orizzonte verso cui il governo Meloni sta orientando le politiche di bilancio. Sessantasei miliardi equivalgono a metà del bilancio sanitario nazionale, a più di sette volte la spesa annuale per l’intera istruzione universitaria pubblica, a quasi un anno di interessi sul debito. Riarmare l’Italia o curarla, metterla in sicurezza o venderla pezzo per pezzo per pagare i caccia di sesta generazione: la scelta è già stata fatta, e le conseguenze ricadranno, come sempre, su chi già oggi è in lista d’attesa per un alloggio o un’operazione sanitaria.

(dagospia.com) – Ormai l’ha capito anche Giorgia Meloni: i guai più temibili per la Thatcher della Garbatella non arrivano dall’opposizione di sinistra, ma dalla guerra tra bande interna al centrodestra.
Non bastasse lo psicodramma della Lega, che crolla nei sondaggi e deve assistere allo shopping compulsivo di parlamentari da parte dell’ex generale Vannacci, si aggiunge Forza Italia, alle prese con una lotta di potere interna degna del Trono di Spade, più che di House of Cards.
Una guerra fratricida che sta avvelenando il partito di Marina Berlusconi, e che è emersa fragorosamente soprattutto in Campania (che insieme a Sicilia e Calabria è uno dei serbatoi di consensi per gli azzurri).
Nella Regione dove un tempo se la comandavano Caldoro e Mara Carfagna ora il partito è nelle mani del “cacicco” tajaneo Fulvio Martusciello. Il corpulento raccatta-preferenze gestisce FI, come coordinatore regionale, con un piglio militaresco: non ammette “tradimenti” e pretende lealtà. Chi non si adegua, si mette in una posizione scomoda.
Una linea granitica, mai messa in discussione dai vertici nazionali, ma che nelle ultime settimane è deflagrata come una bomba a mano, complici i guai giudiziari dell’europarlamentare.
A inizio giugno 2026, la commissione Affari giuridici (JURI) dell’Europarlamento si è infatti espressa a favore della revoca dell’immunità parlamentare di Martusciello, coinvolto da mesi nello scandalo “Huaweigate” (mentre per l’altro eurodeputato di Forza Italia citato nelle carte, Salvatore De Meo, la richiesta è stata respinta).
Secondo l’accusa della procura belga, Martusciello avrebbe ricevuto almeno 6.700 euro in cambio del sostegno alla causa del colosso cinese della tecnologia; per questo, lo scorso anno era stata arrestata anche la sua assistente, Lucia Simeone.
Parallelamente, si sono quindi mossi quattro parlamentari e tre consiglieri regionali campani del partito, che hanno firmato un documento politico, intitolato “Per il ripristino della democrazia interna, dell’identità politica e della credibilità istituzionale”: nel testo, si denuncia un partito che “in più occasioni ha dato l’impressione di muoversi senza una bussola politica”.
Il primo firmatario di tale documento? Francesco Silvestro, proprio il senatore che un’agente di commercio accusa di violenza sessuale per un presunto abuso avvenuto a febbraio 2025. Ohibò: com’è che la signora denuncia solo adesso?
Già prima che la denuncia diventasse di dominio pubblico, comunque, il tentativo di estromettere Martusciello era finito in un nulla di fatto. Il documento firmato da Silvestro, insieme ai colleghi Annarita Patriarca e Pino Bicchielli, i senatori Francesco Silvestro e Raffaele De Rosa, e dai consiglieri regionali Susy Panico, Angela Parente e l’irpino Livio Petitto, era stato sì inviato ai vertici nazionali del partito, ma senza ottenere attenzione né risposta.
Come ha scritto Carlo Tarallo su Dagospia: “Silvestro & company indirizzano la lettera, tra gli altri, anche a Marina Berlusconi: in Campania e non solo si vantano degli ottimi rapporti con “Marina” e cercano di inserirsi nel famoso rinnovamento voluto, raccontano i retroscena, dalla primogenita di Silvio.
Ma arriva una legnata: il Fatto Quotidiano pubblica la durissima risposta del tesoriere del partito Fabio Roscioli, avvocato romano e figura di riferimento dei Berlusconi nella capitale. “Mi chiedo quale scopo possa avere”, scrive tra le altre cose Roscioli, “l’indirizzo della missiva a Marina Berlusconi, definita Presidente, riservando ad Antonio Tajani la veste di onorevole e non di segretario nazionale”. […]”.
Morale della fava: Silvestro sperava di farsi frontman del rinnovamento del partito e ha provato a far fuori Martusciello. È finito isolato e… indagato.
A Quarto Oggiaro con il suo popolo: ex candidati M5s, ex assistenti parlamentari di La Russa, il Barone nero Jonghi Lavarini: “Zelensky si fa di cocaina. Per Kyiv serve l’atomica”. Raccolti oltre 2 milioni con le tessere

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – “Zelensky è un cocainomane, non vedi come tira con il naso? Si fa di coca”. E l’Ucraina? “Se fossi Putin lancerei una bella atomica e la guerra finisce. Ma sai perché Putin non lo fa? Perché a Kyiv c’è la cattedrale cara agli ortodossi”, mi dice il Barone nero Jonghi Lavarini, il fascista neovannacciano, prima che la figlia, “Fiammetta”, lo porti via: “Oggi è il suo compleanno”. Sylvie Lubamba racconta che il generale è “ghiotto di branzino”. Sono la sporca dozzina di Vannacci. Non hanno la decima tatuata sul polpaccio e neppure il teschio ma lo stuzzicadenti , anche se Alessandro, 27 anni, avvisa, “la decima no, ma fai attenzione, qui i maranza girano con il machete. E zac!”.
Hanno trovato la parola d’ordine: la dozzina. Alle 19,30, un’ora prima che Vannacci si presenti da Lilli Gruber, individuo la sua “sporca dozzina” sotto un chiosco a Quarto Oggiaro, in questo Parco Verga che nessun autista conosce perché “non è più Milano, ma forse Villapizzone. Chi viene fin qui?”. Spaccio, omicidi, ovvio, erba alta, due grattacieli di colore nero che sembrano la scala per l’inferno. Si sono inventati “l’Aperi-Vannacci”, l’aperitivo per seguire in diretta Vannacci a La7, da Gruber, la prima volta, come la finalissima del Mondiale, e hanno girato l’invito alle televisioni, ai giornalisti, “venite”. Saranno dieci tavoli, pieghevoli, e sopra una botte c’è lo schermo che racconta Max Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, un uomo alto e magro, uno di quelli che aveva pensato di rifare la Lega con l’ultimo Bossi, “ci sarebbe servito per seguire la nazionale, solo che la nazionale non c’è. Questa serata è un modo per conoscerci in vista di sabato e domenica, la grande assemblea costituente che si tiene a Roma. Ci sarai?”.
Ne parla come una San Sepolcro e come ne parlavano, nel 2009, i grillini, quelli del meet-up che pregavano sul web, scrivevano sul web, quelli del Parlamento da aprire come una scatoletta. C’è nell’aria l’allegria e lo spavento delle cose che iniziano. Vedo la curiosità negli occhi di Ranja una marocchina velata che è venuta ad ascoltare il generale e che domanda al marito, italiano, “vediamo se il generale ci remigra”. Con una voce lenta, il contrario dell’ardito, Bastoni indica Alessandro Foderaro che “faceva parte del M5s. E’ stato il loro candidato sindaco alle comunali poi anche lui è uscito e oggi eccolo qui, con Vannacci, come me”. La dozzina. Una donna con i capelli ricci sposta bicchieri, rilascia interviste, e il solito Bastoni informa: “E’ Ilaria Tempesta e anche lei è stata candidata sindaca a Sesto San Giovanni con Italexit di Paragone. E sai quanto ha preso? Il due per cento. Ti sembra poco?”. Alle politiche a quanto arriva il generale? E Bastoni: “La doppia cifra. Si stanno tesserando leghisti, ex di FdI ma è vero che stanno arrivando anche dal M5s”. Le televisioni accerchiano un uomo con l’occhio lui sì da ardito che rilascia dichiarazioni sul tradimento della destra, di Salvini, Meloni, e tutti lo chiamano: “Il Barone”.
E’ Jonghi Lavarini, il “Barone nero”, quello dell’olio di ricino come “digestivo”, del “fascismo come splendida epoca di riforme sociali”, scacciato, finito in tutte le inchieste sul fascismo spelacchiato e disperato. Lo avvicino e gli chiedo di Vannacci, di Ucraina, della coalizione, e il “Barone” comincia a spiegare che la guerra in Ucraina può finire, basta poco. Ci arrendiamo ai russi? “Vi siete chiesti perché Putin ha attaccato? Ha le sue ragioni e se non ci fosse Zelensky, la guerra si sarebbe già conclusa. Non finisce perché Zelensky è un tossico. Si fa di cocaina, ma tagliata male”. Vannacci deve stare dentro o fuori la coalizione? “Se Meloni vuole perdere lo tiene fuori, se Meloni vuole vincere, lo terrà dentro”. Parla allora di accordi di desistenza, “un’alleanza tecnica con Vannacci”, e come il Cesare Rossi di Mussolini spiega che l’obiettivo del generale “non è avere un ministero fra un anno, ma Palazzo Chigi fra cinque”. Fa ironia anche su Pozzolo, il protovannacciano, perché “diciamolo è un po’ balengo”. Si dispongono come allo stadio, le prime file con Bastoni, Foderaro, e Tempesta, i politici, mentre nelle retrovie, nella curva, siedono un ragazzo con il baffetto e la coppola e Samuele, barista, Valerio, magazziniere. In tutti saranno quaranta. Seguono il generale sui social, lo definiscono “logico”, mentre Salvini, dice Samuele, “era partito bene, ma si è perso”. Mi rivela di “avere paura quando torna a casa” e quando si accorge che lo guardo precisa: “E ti sembra che non mi sappia difendere? Mi hai guardato?”. La dozzina. Sono piccola comunità ma comunicano attraverso queste circolari che invia il generale in chat, questi dispacci numerici, nient’altro che fogli excel per avvertire che la cifra dei comitati cresce: leggere e obbedire.
Bastoni ripete che sono centomila iscritti e che “non si scherza con il denaro” e che “sono tutte tessere regolari, non come la vecchia Dc. Raccolgo le iscrizioni e poi bonifico la cifra su un conto Nexi”. Ogni iscritto versa la quota minima di 20 euro. Se sono tutte regolari, e sono centomila, come garantisce Vannacci, significa che Futuro Nazionale ha finora raccolto oltre due milioni di euro. Aggancio Foderaro, l’ex grillino e anche lui racconta che “c’era una corrente all’interno del M5s, quella vicina a Stefano Buffagni, te lo ricordi? Era la corrente di destra perché il M5s non è mai stato di sinistra. Oggi c’è Vannacci e quel mondo sta transitando in Futuro Nazionale”. Lavora in una società informatica e mastica di economia, loda le teorie di Paolo Savona, vorrebbe più moneta, proprio come Angelo Maria Rinaldi, il leghista a cui Salvini aveva proposto nientemeno che la presidenza di Eni, anche lui finito oggi in Futuro Nazionale. Ci accorgiamo quasi per caso che Vannacci si è presentato, seduto in studio da Gruber, con la sua camicia a righe, e lo capiamo dal primo applauso, da quel suo “io rappresento la destra autentica”, la parola che Meloni alla Camera ora rovescia su Pozzolo: “Per sei volte avete votato la fiducia contro questo governo, per mandare a casa questo governo. Non mi si parli di vera destra”. C’è qualcosa di angosciante nel silenzio, nelle mezze bocche aperte che ascoltano Vannacci. Non parla nessuno ma vedo le mani stringersi quando la giornalista del Sole, Lina Palmerini, prova ad attaccare il “generale” o quando Gruber gli chiede “ma lei è fedele?”.
Alla frase di Vannacci “la destra ha perso la trebisonda” scatta un altro applauso, il vero primo gol. Il secondo è quando risponde sul green deal, “le linee rosse”. Partono i “bravo” e si moltiplicano quando rovescia l’accusa di fellonia, “Salvini ha usato me per prendere 150 mila voti”. E’ fragorosa la risata quando Vannacci gigioneggia con Gruber sui clandestini, perché a “lei, signora Gruber, piacciono i clandestini e forse anche i suoi dati sono un po’ clandestini”. Ilaria Tempesta dice sottovoce a Foderaro: “E’ scorretta”, ma la verità è che anche Gruber subisce il fascino di questo generale. Come la Sarfatti con il Duce vuole testare la mascolinità, “e se lei fosse gay?”. E’ abile nel risponderle “non accamperei diritti”, ma è ancora più abile quando arruola Buttafuoco. I musulmani? “Se si assimilano vanno bene. Buttafuoco è musulmano”. Cerco immediatamente Ranja che prende la mano del marito e sono felici: “Hai visto? Non vuole cacciare nessuno. Vuole solo i migranti regolari. Tu lo sei. Tu sei italiana. Hai sposato me. Vannacci ha ragione. Lo possiamo votare”. Confonde il dizionario Zingarelli con Zingaretti ma nessuno se ne accorge come nessuno si accorge che la parola “deportazione” nel vocabolario del generale è solo “movimentazione coatta”. Neppure Gruber è consapevole del regalo che gli fa quando cerca di insidiarlo sui transfughi che sta caricando in questo partito, la schiuma della terra, i baroni, i travestiti dell’ideale. Chiude la partita non appena declama la preghiera del paracadutista, per di più in francese: “Donnez-moi, mon Dieu, ce quel es autres, ne veulent pas” e continua con: “Dammi mio dio quelli che gli altri non vogliono. I miei sono i rifiuti degli altri, quelli che gli altri non vogliono, io voglio la sporca dozzina, quelli bravi li lasciamo al Pd”. Ne trovo un altro della sporca dozzina. Si chiama Renato Maturo, è un avvocato, ex assistente parlamentare di Ignazio La Russa, e vorrebbe stracciare il “decreto flussi”, “nient’altro che una sanatoria” perché “se importi terzo mondo, diventi terzo mondo”; “mi sembra chiaro che ha vinto 3-0 il generale”.
Stanno imparando le frasi di Vannacci a memoria e si offrono al generale. Sylvie Lubamba l’attrice che ha scoperto Chiambretti, gli fa la rassegna stampa: “Ogni giorno segnalo gli articoli e propongo come intervenire. Il generale è un boomer”. Si vuole candidare? “Ci spero”. Andatelo da oggi a vedere sui social. La 7 è stata la sua Piazza Venezia e tutta la schiuma vuole farsi chiamare “dozzina”. Anche Chiara Appendino dichiara che “Vannacci si batte con la buona politica, dà risposte agli esclusi”. Le abbiamo provate tutte: manca solo il governo nero-verde-giallo… Vannacci potrebbe rivelarsi un fiasco e quell’ascolto del 9 per cento non equivale al 9 per cento alle urne. Non è la Decima la sua forza, ma la dozzina, la sporca. Si dice “datemi una dozzina di uomini…”, e “dozzinale” è lo scarso di valore, il mediocre. Dozzinale non è altro che l’uomo qualunque, l’uno vale uno di Grillo. C’è il chiosco, il silenzio di chi ascolta, le frasi a memoria… Non è fascismo. E’ il solito fegato guastato dei penultimi, di chi vede il controllore non chiedere più il biglietto per evitare una coltellata, di chi vuole ascoltare parole ridotte all’osso delle cose. In quella preghiera di Vannacci “dammi lo scarto” c’è la nuova discesa in campo dei Misérables.