Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Sondaggi, la Lega crolla e trascina giù tutto il Cdx: se Vannacci corre da solo vince il campo largo


Il centrodestra ha bisogno di riprendersi i voti di Roberto Vannacci per puntare a vincere le prossime elezioni. La Lega continua a scendere, anche mentre FdI e FI risalgono. Nel campo largo c’è una leggera flessione di Pd, M5s e Avs. I risultati del nuovo sondaggio politico realizzato da Bidimedia.

(di Luca Pons – fanpage.it) – I numeri sembrano confermare quello che molti analisti sospettavano: ad oggi, il distacco di Roberto Vannacci dal centrodestra rischia di essere fatale per la maggioranza in vista delle prossime elezioni. Futuro nazionale, infatti, sembra essersi stabilizzato attorno al 3-4% dei voti. Punti sottratti soprattutto a Lega e Fratelli d’Italia, che si ritrovano indeboliti. L’attuale coalizione di maggioranza arriverebbe alle spalle del campo largo: lo mostra il nuovo sondaggio politico realizzato da Bidimedia, che confronta gli andamenti dei partiti dal 15 aprile ad oggi.

Fratelli d’Italia è al 27,8%, in crescita di due decimi. Un recupero che per il momento pare un riassestamento, dopo un periodo di calo per il partito di Giorgia Meloni. Il primato in ‘classifica’ non è a rischio, ma essere il partito più votato non basta: tutto dipende dai risultati della coalizione, e in questo momento la coalizione è in difficoltà.

Se è vero che anche Forza Italia risale al 7,8% guadagnando due decimi, è la Lega che crolla al 6,2% a cancellare tutti i progressi del centrodestra. Il bilancio della maggioranza, così, è di sostanziale stabilità (un decimo perso in tre settimane). Considerando anche Noi moderati con il suo 0,8% stabile, la coalizione arriva al 42,6% dei voti.

È un risultato che non può soddisfare, perché il centrosinistra arriva circa tre punti più in su. Con tutte le premesse del caso, ovvero che il campo largo di fatto non esiste ancora. La coalizione non ha un programma condiviso; si è presentata unita in molte Regioni ma a livello nazionale non è detto che tutti gli elettori siano ugualmente pronti a sostenerla; e poi c’è il problema della leadership, con l’ipotesi delle primarie che continua a circolare.

Il Partito democratico è al 22,5%, in calo di due decimi. È la stessa percentuale che perde il Movimento 5 stelle, al 13%. E ancora più basso scende Alleanza Verdi-Sinistra, al 6,8% con un calo dello 0,3%. Anche in questo caso sembra che si possa parlare di settimane di assestamento, dopo una crescita evidente seguita alla vittoria nel referendum sulla giustizia.

Peraltro, nella coalizione c’è anche chi sorride. Italia viva di Matteo Renzi è al 2,2% (+0,2%), +Europa all’1,2% (+0,2%). Insieme, i loro guadagni ‘attutiscono’ il calo complessivo a tre decimi in tre settimane. Il campo largo è al 45,7%.

Oggi, quindi, ci sarebbero circa tre punti di differenza tra le due coalizioni. E guarda caso ci sono due schieramenti, che al momento si tengono fuori dalle alleanze, che attirano proprio queste percentuali. Da una parte, i centristi di Azione di Carlo Calenda al 3% (in crescita dello 0,4%), vicini anche al Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin (0,7%). Dall’altra, Futuro nazionale di Roberto Vannacci al 3,3%.

Immaginare un’alleanza di centrodestra ‘larga’ che tenga insieme entrambi è praticamente impossibile. Calenda ha rotto in modo (apparentemente) definitivo con il campo largo, e c’è stato un avvicinamento a Giorgia Meloni negli ultimi mesi, ma il leader di Azione ha anche ribadito che non potrebbe mai allearsi con la Lega di Matteo Salvini.

Vannacci invece ha chiarito che sarebbe disposto a coalizzarsi con l’attuale maggioranza, a patto che il programma si sposti ulteriormente verso l’estrema destra. Ma, se il partito dovesse reggere fino alle prossime elezioni (ha perso lo 0,4% da metà aprile), la Lega sarebbe disposta a collaborare con il suo ex vicesegretario, che è uscito dal partito sbattendo la porta? E Forza Italia, spinta dalla famiglia Berlusconi verso una linea più ‘liberale’, sopporterebbe un alleato ancora più sfacciato ed estremista di quanto lo siano i leghisti? Sono le questioni che il centrodestra si trova davanti, a un anno dal voto. Entrambi gli schieramenti hanno parecchio lavoro da fare.


La discrasia tra posizione politica e geopolitica dell’Italia


(Andrea Zhok) – L’Italia rappresenta dal punto di vista geopolitico uno snodo letteralmente centrale tra nord e sud del mondo, tra oriente ed occidente. Per note ragioni storiche, legate alla nascita della civiltà europea intorno al bacino del Mediterraneo, il mondo della politica internazionale ha articolato le sue categorie Nord-Sud, Est-Ovest in un modo peculiare, asimmetrico. In questo contesto storico-geografico l’Italia è il centro fisico del Mediterraneo, luogo di connessione intorno a cui si sono articolati i due principali monoteismi (Cristianesimo e Islam: insieme 4,3 miliardi di persone sul pianeta).

L’eredità latina è stata in effetti essa stessa un’eredità sintetica, capace di incarnare una fusione tra culture europee e mediterranee. Se uno guarda alla lista degli imperatori romani vede imperatori nati nell’odierna Spagna, Algeria, Libia, Siria, Serbia, Libano, Bulgaria, Turchia, Grecia oltre che naturalmente nella penisola italica. Dopo la caduta dell’Impero Romano l’Italia fu il centro del cristianesimo, poi la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, tutte forme di vita che avevano un’ambizione “universalistica”, ma non nel senso dell’universalismo apolide dell’Illuminismo, bensì come sintesi autonoma di diversità.

Come per gli esseri umani, anche per le nazioni l’identità è solo in parte qualcosa che può essere deciso con un atto volontario. La portata di qualunque decisione deve fare i conti con la propria base materiale e storica. L’identità italiana può definirsi soltanto nel momento in cui le decisioni politiche accolgono la propria realtà geopolitica, che non può essere trattata come una variabile arbitrariamente modificabile, perché non lo è.

Il “destino” geopolitico della penisola italica è dalle origini della storia vincolato ad un ruolo di mediazione politica e sintesi culturale, dove la mediazione non è gattopardismo opportunistico e la sintesi culturale non è l’arlecchinismo dei “melting pot”.

Questo punto dovrebbe essere utilizzato come stella polare per guidare la rotta politica italiana – il giorno in cui ne avesse di nuovo una. Questo punto è rilevante in particolare in una fase storica come la presente, in cui lo slittamento da un orizzonte unipolare a guida americana ad un orizzonte multipolare appare impellente. Chiunque si sia illuso che la vicenda dell’Occidente a guida anglosassone, sfociata in unipolarismo imperialistico, sia stata l’ultima pagina della storia, si sta forzosamente e duramente risvegliando. Blocchi di civiltà legati agli “imperi tellurici” (Cina, Russia, Persia) si stanno ripresentando sulla scena mondiale. Per quanto le aderenze mondiali dell’imperialismo talassocratico di matrice anglosassone siano ancora forti, esse hanno perduto la capacità di controllo fisico e soprattutto hanno perduto l’autorevolezza morale per poter esercitare un potere globale. La svolta è già avvenuta. È indifferente che la si veda come qualcosa di auspicato o di disdicevole. È un processo in corso, evidente e massivo, guidato materialmente dalla massa critica cinese, ma promosso da una visione ideale, una visione ancora confusa, ma che si rifà a posizioni accreditate e condivise. Il “principio di autodeterminazione dei popoli” è sempre stato ammesso come una visione idealmente ineccepibile, salvo venire sistematicamente subordinata nel corso del ‘900 ad altre istanze. È stato a lungo un principio senza forza sufficiente, economica e militare, alle spalle per imporsi, ma oggi questo quadro è cambiato.

In questo nuovo quadro l’Italia si ritrova, sulla scorta degli esiti della seconda guerra mondiale, a giocare una parte che le è profondamente estranea, una parte che le impedisce di percepirsi come dotata di un’identità propria. L’Italia, uscita sconfitta e invasa nel 1945, ha subito un processo di cancellazione culturale sistematica – processo che perdura – in cui siamo divenuti il recipiente delle mode di risulta dell’impero americano. Questo processo di americanizzazione metodica ha sterminato progressivamente la struttura formativa scolastica ed universitaria, la tradizione artistica e musicale, il cinema, la letteratura, e infine anche la stessa struttura produttiva e industriale (la perdita di identità non è solo un fatto “sovrastrutturale”, ma si ripercuote ad ogni livello.)

Sappiamo tutti che l’odierna classe politica, di destra come di sinistra, non ha né l’autonomia né la cultura per immaginare un paese che non sia un’appendice sacrificabile dell’impero americano. Dunque questo non è un appello ad una classe dirigente compromessa ed incapace affinché “cambi rotta”; non lo farà e non saprebbe come fare.

Ma a prescindere da quanto siamo in grado di sperare o di confidare in una nuova generazione politica, resta un dato ineludibile: l’Italia ha una sola posizione consona al proprio destino geopolitico, e questa posizione comporta l’abbandono del suo schieramento “contro natura” come truppa mercenaria dell’impero anglosassone, e la sua ricollocazione in una posizione di mediazione politica e sintesi culturale. E questo significa lavorare per una normalizzazione dei rapporti con la Russia, con l’Iran, con la Cina, con il Medio Oriente, un’accettazione della legittimità di percorsi storici differenti, un’uscita dalle posture belliciste dell’UE e degli USA – che non ci appartengono – e una riconnessione con quel tanto di cultura territoriale, europea e mediterranea non ancora compromessa con la plastificazione a stelle e strisce.

Può ben darsi che questa strada non verrà mai percorsa, che continueremo ad avere classi dirigenti che si venderebbero gli Appennini per un appartamento con vista su Central Park, ceti talmente impoveriti culturalmente da non essere più nemmeno in grado di presagire la ricchezza del retroterra su cui siedono. Se così sarà, diventeremo definitivamente un luogo di villeggiatura per pensionati americani sovrappeso e un popolo di camerieri.

Ma per essere qualcosa di diverso, per riconquistare un’identità fattiva, non ci sono alternative: l’unica scelta funzionale è trovare il modo di ricollocarsi nella posizione che geopolitica, storia e geografia ci hanno consegnato.


Gli alpini cantano “Tu vuò fà l’americano” a Crosetto: “Il ministro bello e bravo”


L’assalto al ministro della Difesa durante l’adunata a Genova. Alla domanda su Trump che valuta di ritirare i soldati dalle basi Usa in Italia risponde: «Se son frutti si vedrà»

di Nino Luca – corriere.it) – La scorta ha fatto fatica a tenere a debita distanza tutti quelli che volevano assaltare il ministro della Difesa Crosetto per un selfie o una pacca sulle spalle. Gli alpini, presenti all’adunata a Genova, lo adorano. Eccetto uno che gli ha urlato «E Dubai?». Il resto si è complimentato e l’ha definito «bello e bravo, finalmente un bel vedere. Qualcuno gli dedicava anche «Tu vuò fà l’americano»di Renato Carosone. E lui ha fatto finta di non capire : «Lei non può stare qui se non conosce le canzoni degli alpini». 
Poi la parte seria: «Il problema non è riappacificare o no l’Italia e gli Stati Uniti, il problema è far finire la guerra in Iran, far finire la guerra in Ucraina e far finire tutte le altre guerre. Tra noi e gli Stati Uniti non c’è una guerra». Ma Trump valuta di ritirare i soldati americani dalle basi Usa in Italia. «Se son frutti si vedrà», la risposta del ministro.


Quel sogno di far tacere “Il Fatto”


Quel sogno di far tacere “Il Fatto”

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Scrive Concita De Gregorio su “ Repubblica”, che le cause civili contro giornali e giornalisti sono una pesante ritorsione economica: “Intanto intacco le tue risorse, il tuo stipendio. Intanto ti blocco i conti correnti, poi vediamo. È il modo che chi ha potere usa per mettere a tacere chi non ne ha: non parlare di me se no ti rovino”. Figuriamoci quando la causa civile si dota di quell’arma nucleare che è l’azione legale temeraria. Noi del Fatto ne sappiamo qualcosa: durante i sei anni della mia direzione fu chiesto all’autorità giudiziaria di procedere per ben 471 volte contro il nostro quotidiano, in sede penale e civile e con una richiesta di risarcimenti che sommava un totale di 141 milioni di euro.

[…] Poca roba visto che oggi il solo Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, pretende dal nostro giornale, attraverso uno studio legale di Wall Street, qualcosa come 250 milioni di dollari se non sarà rimossa ogni traccia degli articoli sulla grazia concessa all’igienista dentale da Sergio Mattarella. Insomma, l’ordine perentorio è “cessare e desistere”, altrimenti saremo chiamati a pagare il fio delle nostre colpe (fare i giornalisti) davanti a un tribunale di New York. Che seppure la causa fosse archiviata per evidente insussistenza delle accuse (e chissà quando) ci costerebbe ugualmente un botto di soldi in trasferte e spese legali. Della prepotenza di chi pretende risarcimenti astronomici a scopo ricattatorio si occupa da sempre l’avvocato Caterina Malavenda, specialista nella difesa di giornalisti accusati di diffamazione, autrice del libro “E io ti querelo” (Marsilio). Spiega che la temerarietà è il termine che rimanda alla colpa grave o alla malafede di chi avvia una causa senza alcun appiglio giuridico. Di chi, per esempio, contesta la verità di un fatto chiedendo la punizione di chi l’ha divulgato, pur sapendo che è vero e che, dunque, nessuno sarà condannato; o di chi si lamenta di un’insinuazione che solo lui ha colto. La sproporzione tra chi ti ha trascinato in tribunale e non corre alcun rischio e chi è costretto a difendersi impegnando tempo e denaro (e anche se va a finire bene non recupera né l’uno né l’altro), avrebbe dovuto già da tempo essere risolta con apposita legge. Che in un paese minimamente civile dovrebbe essere appoggiata da tutte le forze politiche. E invece, nulla. Perché al potere inteso nel senso più vasto, quello politico, quello economico-finanziario e quello criminale, conviene agitare il nodoso bastone del “risarcimento danni” milionario. Che, nella crisi in cui versa la carta stampata può equivalere a una sentenza di morte.

[…]

Del resto, l’ineffabile ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che quello delle querele temerarie è “un concetto vago”. Più chiaro di così. Ingenuo, infine, attendersi un sia pur vago cenno di solidarietà da parte della “categoria”. Silenzio assoluto, secondo la famosa regola mors tua, vita mea. Infatti, siamo convinti che molti cari colleghi non metterebbero certo il lutto se, poniamo, Cipriani riuscisse davvero a estorcerci i 250 milioni di dollari pretesi. Un mezzo rapido ed efficace per togliersi dalle scatole il Fatto.


Così si sgonfiano i muscoli del regime


Per la prima volta svanisce il mito della forza che ha alimentato l’era sovietica e putiniana

Sulla piazza Rossa niente missili e carri armati: così si sgonfiano i muscoli del regime

(Domenico Quirico – lastampa.it) – La guerra corrode pazientemente le opere dell’uomo e certe volte, tra quelle cose mezzo digerite, tra quei relitti che hanno perduto l’impronta umana, si stabilisce di colpo un rapporto nuovo, malefico. E se in quel momento qualcuno si trova a passare di là la realtà gli piomba addosso come un fulmine. Una realtà diversa da quella della propaganda: inquietante, un disorientamento totale. Attenzione: non dura mai a lungo, non bisogna fidarsene troppo. Ma contiene certo spiriti sottili di decomposizione.

Parlo della parata per la vittoria del 1945 a Mosca, ieri: la Grande Guerra Patriottica eternamente scritta a caratteri maiuscoli, i suoi ventisette incancellabili milioni di morti. E molti di loro erano ucraini. Apparentemente tutto sembra uguale. Le truppe avanzano a passi pesanti e ritmati, i parà e gli Spetsnaz obelischiformi: sono così ben allineati e compatti che anche se li colpissero, potresti esser certo che resterebbero in piedi sostenendosi l’un con l’altro.

Eppure, eppure manca qualcosa. Non gli ospiti stranieri. Qui sul palco in passato hanno fatto tappa tutti, plaudenti quando Putin era non il nuovo Gengis Khan ma un simpatico fornitore di gas. Dettagli: il Cremlino può accontentarsi di un bielorusso e di un tagico, senza danni.

Contano di più i carri armati i missili i formidabili congegni di guerra meccanici per la prima volta assenti. Scomparse tutte le novità dell’arsenale putiniano, lucide come soprammobili, il carro T-90 i missili iskander i droni. Nulla. Come se la guerra fosse tornata per miracolo a essere soltanto un fatto umano, contassero solo i cuori saldi dei ragazzi che sfilano in uniformi immacolate, e le vittorie fossero un fatto non di mezzi ma di “eroi’’. In fondo di “automi’’ come diceva il barone Alphonse de Custine molto tempo fa dei russi.

Ecco: la giornata più importante dell’anno ha qualcosa di leggermente più rigido del solito, di leggermente più chimico. È troppo silenziosa dentro di sé e non bastano i fragorosi “Urrà” che accompagnano il discorso di Putin e le musiche marziali. Sembra imbalsamata perché non si sfasci. Dopo un attimo che ci si è dentro ti accorgi che è piena di sottintesi. Era forse il fracasso dei grandi dinosauri di acciaio, dei giganteschi bombardieri che sorvolavano la piazza mostrando il ventre lucente che poteva ospitare i congegni della Apocalisse che suggerivano il senso, l’orgoglio, l’arroganza. Teatro, niente altro che teatro, veramente. Ma che teatro. Dei grandi schermi sulla piazza Rossa hanno mostrato in continuazione quelle meraviglie moderne e letali in azione nell’operazione speciale, ma gli organizzatori non hanno previsto che, evocati così, paiono oggetti finti o che appartengono un mondo defunto. Se le sfilate militari diventano museo, allegoria, pura evocazione allora vuol dire che dietro occhieggia funebre il vuoto.

Le parate della vittoria, per chi può vantare vittorie anche se vetuste, funzionano soltanto se la sensazione di potenza è implacabile, presente, reale. Questo è tanto più vero per una autocrazia come la Russia dove da sempre l’uomo non ha nulla a cui legarsi, diritti libertà contropoteri, e non ha altra via d’uscita che identificarsi in valori più locali: Stato, Impero, Potere, Potenza. Che sia lo zar o Stalin, Breznev o Putin, la parata ribadisce più che una antica sanguinosa e gloriosa vittoria la realtà immanente di un potere dal funzionamento carnivoro.

Per questo nel 1941 sulla piazza sfilarono nel gelo le truppe siberiane mentre il cannone tedesco rombava già sulla collina degli inchini: la Russia non si arrende! Marciarono senza fermarsi direttamente sul campo di battaglia.

E poi le immani sfilate della Guerra Fredda, perfino nella epoca delle gerontocrazie stagnanti con sul palco i vassalli non ancora fedifraghi ma i negozi desolatamente vuoti. Eppure gli occidentali, tremebondi, attendevano di veder sfilare davanti al Cremlino le novità che l’arsenale russo metteva in mostra come “memento’’, spremendole dalla miseria del resto. Nell’Urss, che affermava di volere la pace, si parlava continuamente di guerra: le celebrazioni pompose del nove maggio e dell’ottobre, l’evocazione della perfidia tedesca, e per estensione dell’Occidente tutto, ogni 22 giugno, data dell’attacco nazista, il calendario consacrato ogni mese ai difensori della patria all’Armata rossa alle truppe di frontiera alla difesa anti aerea alla marina. Scudo del proletariato mondiale, commandos nella lotta inesausta alla abissale disparità del benessere tra i popoli della terra. Quando ascoltavano una canzone composta verso la fine degli anni sessanta, “dien pobièdy’’, la giornata della vittoria, migliaia di persone scoppiavano a piangere pubblicamente: “Buon giorno mamma/ non siamo tornati tutti/ come sarebbe bello/ correre a piedi nudi nel giardino”.

Per ventisei anni Putin ha atteso ogni anno il nove maggio per ricapitolare tutto questo: la storia russa, la intoccabilità del suo potere personale che richiede complicità e obbedienze ma non la totale resa dell’anima come chi lo ha preceduto, la sua promessa del debutto del Millennio: vi farò diventare di nuovo temuti e potenti.

Nella parata di ieri, che nemmeno la tregua dell’ultima ora voluta da Trump ha salvato dalla molesta suspence dei droni ucraini, pare che quella potenza così evocata e fino a ieri credibile, abbia finito, dopo quattro anni di conflitto vero, per corrompersi: nel contatto con il tempo che passa senza vittoria, con una guerra che sembra diventata abitudine, vecchia fiacca e cattiva. Come se anch’essa chiedesse di essere relegata tra le divinità fuori uso.


La satira e la guerra


(di Michele Serra – repubblica.it) – Comunque la si pensi su Zelensky, il decreto nel quale “per motivi umanitari” autorizza “lo svolgimento di una parata a Mosca” è tecnicamente satirico; e piuttosto spiritoso. Date le circostanze, può essere considerato fuori luogo. Ma, forse per deformazione professionale, mi ha fatto sorridere.

Sarebbe magnifico, sebbene altamente improbabile, se Putin rispondesse sullo stesso terreno, per esempio invitando ufficialmente Zelensky a partecipare alle prossime parate sulla Piazza Rossa, ma in qualità di trofeo impagliato. Purtroppo il livello di humour (anche di humour nero) di un duce e della sua claque è in genere vicino allo zero, a causa del fatto che umorismo e senso del limite sono strettamente connessi. Ditemi, da uno a dieci, quanto è presente in Putin il senso del limite, e vi dirò quanto è presente il senso dell’umorismo. E dunque è da escludere che la guerra russo-ucraina apra anche un fronte satirico.

Peccato, perché i presupposti ci sarebbero. La letteratura russa, benché incline ai grandi temi e ai toni alti, ha nelle sue corde il comico, il surreale, il satirico. Tra i miei trascorsi più onorevoli c’è la riduzione teatrale, per Luca De Filippo, del “Suicida” di Nikolaj Erdman, satira esilarante sulla convivenza forzata e sul conformismo politico nella Russia sovietica (l’autore scampò miracolosamente, e spiritosamente, allo stalinismo). Sergej Dovlatov (in Italia pubblicato da Sellerio) è uno dei più stimati scrittori comici del Novecento. E Gogol, naturalmente. E a modo suo Bulgakov: ma tutti e due, Gogol e Bulgakov, tra i grandi della letteratura russa del Novecento, erano ucraini. Per dire quanto assurdo e atroce sia lo scannamento in atto tra popoli fratelli.


Quale sarà il futuro della Nato in Europa


Quale sarà il futuro della Nato in Europa

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Americani dentro, russi fuori, tedeschi sotto. Questo il motto fondativo della Nato, che ha appena compiuto 77 anni. Compleanno all’insegna dell’apparente rovesciamento di quel principio: americani fuori, russi dentro, tedeschi sopra. Quanto di vero c’è in questa rivoluzione? Esaminiamo i tre lati del triangolo.

Il disimpegno americano non si misura dall’annunciatissimo rimpatrio di 5 mila soldati dalla Germania. Se mai eseguita, si tratterebbe di mossa poco più che simbolica. Ma simboli e psicologie collettive contano più delle cifre. Perché il proclama trumpiano espone la riluttanza degli americani a morire per noi. Come dargli torto, visto che noi non vogliamo morire per noi stessi? La Russia non è considerata alla Casa Bianca potenza in grado di sottomettere l’Europa. Lo stallo al fronte ucraino conferma la debolezza non solo militare della Federazione Russa. E la guerra civile latente che sta squassando l’America esclude l’ipotesi di risbarcare in Normandia. Quel che più conta, gli europei hanno deciso di scoprire il bluff della Nato: il presunto vincolo dell’articolo 5, per cui l’attacco a un socio implicherebbe la risposta collettiva. Leggi: americana. Mettere sullo stesso piano il centro dell’impero con i suoi semiprotettorati è propaganda fide. Impensabile. Tanto più dopo l’espansione della Nato nell’ex impero sovietico. Morire per i baltici o per i macedoni settentrionali non è mai stata un’opzione al Pentagono. Precetto ormai estendibile al resto degli “scrocconi” d’Oltreatlantico.

Il riarmo degli europei è presa d’atto che sugli Stati Uniti non contiamo più. Il punto non è se gli Usa vogliano difenderci o meno. Decide la convinzione degli europei che non lo faranno. Gli americani sono fuori non tanto per loro scelta quanto perché noi siamo convinti che lo siano. Nessuno fra gli “amici e alleati” dell’America, ovunque nel mondo, si fida più degli Stati Uniti. Se prova a fingerlo, gli viene male.

Russi dentro? L’occupazione di un quinto circa del territorio ucraino, misurata col metro della Nato originaria è recupero di una modesta parte dello spazio perso da Mosca con il suicidio dell’Urss. Ma le percezioni contano più dei chilometri quadri. La Russia è considerata minaccia esistenziale non solo dagli ex satelliti del Patto di Varsavia e dagli scandinavi, anche da Germania, Francia e Regno Unito. Probabilmente non da noi. Percepire le percezioni italiane eccede però la nostra fantasia. La valutazione europea della Russia è opposta all’americana. Basterebbe questo a certificare la morte cerebrale della Nato, annunciata da Macron nel 2019. Che vi sia una punta di dolo, per cui si sventola il pericolo russo per legittimare il riarmo, quindi la riconversione industriale che dovrebbe ridar fiato alle economie europee, è sicuro. A differenza del disimpegno americano dal nostro continente, l’allarme rosso sulle intenzioni russe è quindi reversibile. Specie in Germania, dove le vedove del Nord Stream ne sognano la ricostruzione. (In Italia i tubi basta riempirli.)

Eccoci al cuore della questione: la Germania riemerge aspirante egemone europeo. Tabù dei tabù, anzitutto a Berlino. Fino a ieri. La prima dottrina militare tedesca dal 1945, appena pubblicata, esplicita l’obiettivo di affermarsi massima potenza militare convenzionale del continente entro il 2039 (la scelta del centenario dell’attacco alla Polonia come traguardo della recuperata primazia ha acceso la fantasia dei germanofobi, specie inestinguibile). A leggerne la parte pubblica — sulla segreta i complottisti si esercitano in catastrofismi — appare evidente il tentativo tedesco di ristabilirsi centro geopolitico del continente. Fine dell’altro grandioso bluff euroatlantico, collegato a quello dell’articolo 5: la “coppia” franco-tedesca. Scoppiatissima. Dalla nascita, certo. Finora accettato quale espediente retorico. Oggi sulla Sprea, perfino sulla Senna, prevale il senso del ridicolo.

La necessità del primato militare è legittimata a Berlino dalla tesi per cui la Russia “resta la massima minaccia strategica per l’Europa”. Fino a quando? Forse fino al giorno in cui l’AfD, il partito neonazionalista filorusso che i sondaggi vogliono in cima alle preferenze dei tedeschi, andrà al governo.


Report fa le pulci al presidente della Lazio Lotito


(dire.it) – Poi, “Il bunker” di Luca Chianca, con la collaborazione di Alessia Marzi. Oggi nel cuore di via di Porta Latina c’è una delle più importanti proprietà del senatore di Forza Italia e Presidente della Lazio Claudio Lotito. La maggior parte dell’area su cui insiste il complesso immobiliare è vincolata nel rispetto delle mura aureliane che si trovano a pochi metri di distanza. Eppure, stando a una documentata ricostruzione, Report ha scoperto la presenza di alcune anomalie.

Nel frattempo, la Lazio ha iniziato un percorso amministrativo per essere quotata sulla borsa di New York e qualche mese fa ha lanciato l’idea di restaurare lo stadio Flaminio. Ma che sostenibilità finanziaria ha la società del senatore Lotito per lanciarsi in queste operazioni? Perché da quel che Report ha scoperto la Lazio spende molto, e a incidere sui suoi bilanci sarebbero anche le altre società del gruppo Lotito.


Putin apre: “Credo che la guerra stia volgendo al termine”


Il presidente russo si dice pronto anche al dialogo con l’Ue: “Come negoziatore preferirei Schroeder”. Intanto Mosca e Kiev si sono scambiate accuse di violazione del cessate il fuoco

Ucraina, il Cremlino nega una tregua prolungata. Poi Putin apre: “Credo che la guerra stia volgendo al termine”

(ilfattoquotidiano.it) – “Credo che il conflitto ucraino stia volgendo al termine“. A dichiararlo è Vladimir Putin che, durante le celebrazioni del Giorno della Vittoria, si dice fiducioso sulla fine della guerra in Ucraina. Poco prima, dal Cremlino era arrivata la chiusura a un’estensione della tregua oltre i tre giorni stabiliti. Il presidente russo adesso però apre anche a negoziati con l’Unione europea.

Mosca “non ha mai rifiutato“, dice Putin rispondendo alle domande dei giornalisti nel corso di una conferenza stampa. Il riferimento è alla proposta del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di avviare un dialogo con Mosca. Putin ha aggiunto di essere pronto ad accettare come negoziatore dell’Unione Europea qualsiasi leader che non abbia espresso giudizi negativi sulla Russia: “Come candidato al ruolo di negoziatore – aggiunge – preferirei l’ex cancelliere tedesco Schroeder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano“.

Il Cremlino intanto nega un prolungamento del cessate il fuoco. La speranza di Donald Trump di estendere la tregua tra Russia e Ucraina oltre la data dell’11 maggio è “infondata“, ha detto il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov. “Si spera che questo segni l’inizio della fine di una guerra lunghissima, letale e aspramente combattuta”, aveva dichiarato il presidente Usa annunciando il cessate il fuoco di tre giorni. Ma Ushakov, parlando con i giornalisti, frena: “Non è stato raggiunto alcun nuovo accordo. Lui ci spera e perché no? Ci sta lavorando“. Tuttavia, ha sottolineato il consigliere del Cremlino, l’estensione della tregua “non dipende solo da lui, ma anche dalle altre due parti“. Ushakov ha affermato che il cessate il fuoco fino all’11 maggio è stato raggiunto dopo che “i rappresentanti delle amministrazioni russa e americana hanno passato due giorni a discuterne al telefono“. Anche il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov aveva dichiarato che non si era ancora discusso di estendere il cessate il fuoco in Ucraina oltre l’11 maggio.

Intanto Mosca e Kiev si sono scambiate accuse di violazione del cessate il fuoco. “Dall’inizio della giornata, il numero di attacchi da parte dell’aggressore ha raggiunto quota 51“, ha dichiarato lo stato maggiore ucraino. “Nonostante la dichiarazione di cessate il fuoco, gruppi armati ucraini hanno lanciato attacchi con droni e artiglieria contro le posizioni delle nostre truppe”, ha replicato il ministero della Difesa russo.

Tutto questo mentre le agenzie competenti in Russia e Ucraina hanno lavorato attivamente per tutta la giornata sulle liste dei prigionieri di guerra e uno scambio potrebbe iniziare una volta che le parti raggiungeranno un accordo. A renderlo noto è stato lo stesso Ushakov: “Per quanto ne so, le agenzie competenti dovrebbero lavorare attivamente sulle liste oggi e, se raggiungeranno un accordo attraverso i loro canali, lo scambio avrà inizio”, ha detto il consigliere della presidenza, citato dalla Tass. Ushakov ha aggiunto che ci vorrà del tempo per organizzare lo scambio, ma il processo potrebbe procedere abbastanza rapidamente. “Da parte nostra, i lavori preliminari erano già in corso prima dell’annuncio di questo cessate il fuoco. Avevamo già fornito le liste alla parte ucraina. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta”, ha affermato il diplomatico. Posizione ribadita dallo stesso leader russo: “Contiamo sulla risposta della parte ucraina alla proposta avanzata dal presidente degli Stati Uniti. Purtroppo, finora non abbiamo ancora ricevuto alcuna proposta“, ha detto Putin ai giornalisti.


L’Iran pone dieci condizioni per andare al Mondiale


(sportmediaset.mediaset.it) – Si complica l’approdo dell’Iran ai prossimi Mondiali. La Federazione calcistica iraniana non ha intenzione di fare passi indietro e ha dichiarato che la nazionale prenderà parte al Mondiale solo se le condizioni poste dall’Iran saranno accettate Paesi ospitanti, Stati Uniti, Canada e Messico. L’Iran, si legge nel comunicato reso noto dalla tv ufficiale, non rinuncerà ai propri ideali, alla propria cultura e alle proprie convinzioni.

Teheran ha posto dieci condizioni per la partecipazione alla Coppa del Mondo, tra cui il rilascio di visti per tutti i calciatori e lo staff tecnico, in particolare per coloro che sono stati membri o hanno prestato servizio nelle Guardie Rivoluzionarie, come Mehdi Taremi ed Ehsan Hajisafi; i più elevati protocolli di sicurezza negli aeroporti, negli hotel e lungo le strade che conducono agli stadi; l’obbligo per i tifosi di esporre solo la bandiera ufficiale iraniana, vietando qualsiasi altra bandiera; l’esecuzione dell’inno nazionale iraniano durante le partite; e la limitazione delle domande dei giornalisti a questioni tecniche.

Da capire adesso quale sarà la reazione di Messico, Usa e Canada. Quest’ultimo in particolare ha recentemente vietato l’ingresso al presidente della Federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, a causa dei suoi legami con le Guardie Rivoluzionarie, con tanto di incidente diplomatico. E poi ci sono gli Usa di Donald Trump, quest’ultimo mai tenero e protagonista di una trattativa con l’Iran per mettere fine al conflitto. Dei dieci punti si discuterà sicuramente nell’incontro che Iran e Fifa avranno il prossimo 20 maggio a Zurigo. 


L’Italia sorpasserà la Grecia, nel 2026 avrà il debito più alto dell’Unione europea


Le stime dei governi e dell’Fmi convergono nel prevedere un passaggio quasi storico tra due degli ex Pigs

L’Italia sorpasserà la Grecia, nel 2026 avrà il debito più alto dell’Unione europea

(repubblica.it) – MILANO – L’Italia si appresta a conquistare un nuovo primato. Di certo, non dei migliori. Nel 2026 potrebbe sorpassare la Grecia diventando il Paese europeo con il più alto rapporto debito/Pil. Le stime dei governi e quelle rese note recentemente dal Fondo monetario convergono nel prevedere un passaggio quasi storico tra due degli ex Pigs, i quattro Stati (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) a lungo considerati l’anello debole del mercato unico per la pericolosa associazione di debito pubblico elevato e crescita stagnante.

Il deficit italiano sale, quello greco scende

Veniamo ai numeri. Per quest’anno l’Italia nel Documento di finanza pubblica (Dfp) calcola una salita del debito pubblico al 138,6% del Pil dal 137,1% del 2025. La Public Debt Management Agency (Pdma) greca prevede invece una netta discesa del deficit dal 146,1% del 2025 al 136,8%.

Numeri non molto dissimili quelli dell’ultimo outlook del Fmi: la stima per l’Italia è di un debito al 138,4% del Pil quest’anno, quella per la Grecia al 136,9%.

Grecia, un caso da studiare

“Nel 2020 – ricorda Giampaolo Galli in un articolo pubblicato sull’Osservatorio Conti pubblici italiani – il debito della Grecia era al 210% del Pil. Da quel momento inizia un rapidissimo aggiustamento: fra il 2020 e il 2025 il bilancio primario migliora di 12 punti, da un deficit di oltre 7 punti di Pil ad un avanzo del 5%. Nel periodo post Covid, fra il 2021 e il 2025, il tasso di crescita medio della Grecia è stato del 7,7%”. E l’Italia? Il rimbalzo post pandemia si è limitato al triennio 2021-23.

Nonostante molte economie del Mediterraneo abbiano intrapreso un percorso di riduzione del debito dopo le molteplici crisi (finanziaria, dei debiti sovrani e della pandemia) i risultati in parte divergono. Per Grecia, Cipro e Portogallo la riduzione è particolarmente forte, mentre per Italia e Spagna è meno marcata. L’Italia, in particolare, è l’unico di questi Paesi in cui il rapporto debito/Pil è tornato a crescere dopo il 2023.


Trump al Corriere rifila un altro schiaffone alla Meloni


Trump al Corriere: «Sulla lettera di risposta dell’Iran non voglio commentare. Il ritiro delle truppe dall’Italia? Ci sto ancora pensando». Il presidente Usa al telefono: «Ho postato il vecchio articolo di Salvini perché lo ritenevo appropriato»

trump

(di Viviana Mazza – corriere.it) – In una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera sabato mattina il presidente Donald Trump non ha voluto commentare sullo spostamento di truppe dalla Germania, potenzialmente verso il fronte orientale della Nato, mentre ha confermato che «sta ancora prendendo in considerazione» di spostare truppe dalle basi italiane.

Alla domanda sul perché abbia postato nei giorni scorsi su Truth un vecchio articolo di Salvini, il presidente ha replicato: «Perché lo ritenevo appropriato».

Sulla premier Giorgia Meloni, il giorno dopo il viaggio a Roma del suo segretario di Stato, Marco Rubio, Trump ha ripetuto: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese»».

Quando abbiamo osservato che l’Italia potrebbe fornire dragamine dopo il cessate il fuoco in Iran, Trump ci ha interrotto dicendo ancora una volta: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno».

Invece sulla lettera di risposta dell’Iran che era attesa ieri notte Trump ha replicato di non voler commentare per il momento.


Decine di padiglioni chiusi e cortei contro Israele: inizia la Biennale di Venezia


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Padiglioni chiusi e migliaia di persone in corteo hanno segnato la giornata di mobilitazione contro la presenza di Israele alla Biennale di Venezia, durante il terzo giorno di pre-apertura. Mentre lo sciopero dei lavoratori della cultura lasciava con la serranda abbassata 27 stand nazionali — Italia esclusa — da via Garibaldi si muovevano tremila persone, in direzione Arsenale. L’obiettivo dei manifestanti era il padiglione israeliano, per denunciare i crimini internazionali commessi da Tel Aviv, dal genocidio in Palestina ai recenti assalti alla Flotilla diretta a Gaza. A impedire la contestazione democratica è stato il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, che con scudi e manganelli ha bloccato il corteo nei pressi di Campo della Tana.

Collettivi dei lavoratori della cultura, come Art not genocide alliance (ANGA), e sigle sindacali, tra cui l’Unione Sindacale di Base (USB) avevano indetto per ieri una giornata di mobilitazione contro precarietà, guerra e genocidio in Palestina. I promotori hanno denunciato i continui tagli al settore, che rendono incerta la vita di migliaia di operatori, mentre la spesa pubblica in armi continua a crescere e lo farà anche negli anni a venire. Il governo Meloni, su ordine di Donald Trump, ha infatti deciso di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Mentre Israele e Stati Uniti disseminano il caos — tra Palestina, Libano, Iran, Venezuela — le multinazionali del settore, tra cui l’italiana Leonardo, si arricchiscono, realizzando profitti da record.

«A pochi giorni dall’apertura della Biennale, ci appelliamo a chiunque creda che l’arte non possa diventare strumento di normalizzazione del genocidio». Con queste parole l’Art not genocide alliance aveva rilanciato la contestazione verso Israele, che proprio ieri ha inaugurato il suo padiglione alla Biennale di Venezia. Chi invece oggi, dopo tre giorni di pre-apertura, non parteciperà all’inaugurazione ufficiale è la Russia, cacciata dalla presidenza della Biennale su pressione dell’Unione europea che dopo gli inviti era passata alle minacce.

Si tratta della stessa organizzazione sovranazionale che non ha invece mosso un dito contro la presenza israeliana, scrivendo l’ennesima pagina di doppiopesismo europeo. Sul piano economico, in due anni e mezzo l’UE non ha varato alcun pacchetto di sanzioni, come fatto invece 20 volte per la Russia, alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni fa, a Bruxelles, è stata respinta la sospensione dell’accordo di associazione tra UE e Israele. Spagna, Slovenia e Irlanda avevano chiesto di sanzionare Tel Aviv per i suoi crimini: dalla colonizzazione della Palestina al genocidio del suo popolo, passando per la recente invasione del Libano e gli attacchi alla Flotilla diretta a Gaza.

Nel silenzio delle istituzioni i popoli continuano ad agire. L’appello lanciato dai lavoratori della cultura è stato accolto a Venezia: 27 padiglioni della Biennale sono rimasti chiusi durante l’evento di pre-apertura, con gli artisti che hanno spiegato le proprie ragioni ai visitatori incuriositi. Anche se l’Italia ha deciso di non aderire all’iniziativa, garantendo il massimo supporto all’alleato israeliano, ci hanno pensato migliaia di cittadini a dare continuità allo spirito solidale mostrato negli anni verso il popolo palestinese, prendendosi le strade veneziane.


Buttafuoco, ovvero quella destra anti-occidentale purtroppo minoritaria


(Alessio Mannino – lafionda.org) – Pietrangelo Buttafuoco paladino della libera arte? Sbagliato. Semmai, meritevole di aver fatto emergere una volta di più la lacerazione interna al centrodestra sulla linea russofoba del governo Meloni. Il suo è stato un dissenso tutto politico, sia pur venato da un’idea anti-occidentalista di cultura che gli viene da una sensibilità di destra tradizionalista (nel senso di René Guenon, convertito all’Islam come lo scrittore siciliano, non per caso citato nell’intervista a Repubblica che due mesi fa diede fuoco alle polveri della polemica deflagrata in questi giorni).

D’altronde, lo stesso Buttafuoco nel suo discorso lo ha detto abbastanza chiaramente, esprimendo un concetto che potrebbe essere sintetizzato così: la mostra di Venezia vuol essere una zona neutrale in cui possono convivere Russia e Stati europei, Israele e Iran. Una sorta di porto franco in nome del realismo. Diciamo pure: della realpolitik. Non in nome della libertà artistica, molto relativa dal momento che i padiglioni sono gestiti dagli uffici governativi e non da associazioni degli stessi artisti. Il vantaggio di Buttafuoco è che può rifarsi a una visione filosofica coerente, che si evince in questo passaggio: “è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Vorrei dire: la mia Sicilia degli emiri. L’universalità”.

El Botafuego (nome della rubrica che aveva sul Foglio, oggi uno degli organi di stampa più settari nella crociata anti-Russia) non ha fatto altro che confermare un’impostazione culturale che ripete da vent’anni. “C’è sempre un Occidente in fondo ad ogni sbadiglio”, scriveva in Cabaret Voltaire (2008). Aggiungendo, in un passaggio oltremodo attuale, che è “la destra angloamericana” quella, “imbecille e ottusa”, che “più d’ogni altra” ha ingaggiato “una guerra scatenata e cieca contro la Russia ortodossa della Terza Roma”, più in là arrivando a dire che la “destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile”, nel momento in cui combatte una “guerra al sacro” imbevuta della “superstizione della supremazia degli Stati Uniti”, e figlia del “modello unico” targato “Pentagono”. Che poi è il culto del “consumo”, ovvero della “consunzione di sé”.

Sono le idee di quella corrente di pensiero che cinquant’anni fa aveva preso il nome di Nuova Destra (si pensi a titoli come “Contro l’americanismo” di Marco Tarchi o “L’impero del bene” di Alain De Benoist, entrambi da un pezzo non etichettabili), e che a ben guardare si rifanno a un filone, radicato nell’area del fascismo e postfascismo, con un’interessante produzione intellettuale, e tuttavia tenuta sempre, o quasi, ai margini dai vertici dei partiti di riferimento. Com’era nell’Msi, atlantista per lo meno da Almirante in poi. Nessuna sorpresa, quindi, che Buttafuoco faccia il Buttafuoco.

Molto meno scontato è che lo faccia dopo essere stato insediato alla presidenza della più importante vetrina italiana di cultura internazionale  da una compagine per la prima volta guidata da un’esponente proveniente proprio dalla Fiamma. È in questo, che si è manifestata la nobilitate del musulmano siculo, in tempi di vere e proprie persecuzioni ad personam da parte dell’Unione Europea contro chi si permette di dissentire sull’obbligo di russofobia (caso Baud). Ma la cosa si spiega abbastanza facilmente con il sostanziale disinteresse del melonismo per tutto quel che non è propaganda e cultura pop. Leggi: Rai, enti e posti da lottizzare.

Nonché con la storica disorganicità dell’intellettuale-tipo di destra, a differenza di quello di sinistra meno irreggimentato in compatte schiere ben organizzate e foraggiate, data la ghettizzazione conosciuta fino alla svolta dei primi anni ’90, con la trasformazione del Movimento Sociale in Alleanza Nazionale e l’ingresso nelle stanze dei bottoni. Di qui l’odierna posizione defilata di un altro disallineato come Marcello Veneziani, che ha difatti tenuto a rimarcare di non essere neppure un liberale (“La libertà è cosa troppo seria per lasciarla ai liberali”, La Verità, 8/5).

Per carità: parliamo di eretici ma non troppo. Non da rischiare il rogo, vale a dire la rottura con le forze di governo dopo aver portato alle estreme conseguenze una dissidenza che si manifesta entro certo limiti, senza mai arrivare alla contestazione aperta e frontale. Veneziani è un maestro, in questo genere di equilibrismi. Buttafuoco questa volta ha osato di più, perché si è attirato l’ostilità dell’intero caravanserraglio dei guardiani del russofobicamente corretto, giungendo a mettere in imbarazzo l’esecutivo. Ma lo ha fatto, a voler esser pignoli, perché il suo “universalismo” gli consente di mettere tutti sullo stesso piano: Mosca e Tel Aviv, democrazie e non democrazie, iraniani ed emiratini.

Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: l’estro creativo e la divina follia dell’arte, in questo scazzo fra intellò governativi, con Giuli che cerca di buttare acqua sul Buttafuoco (definito “più che un amico”, anche se “ha fatto vincere Mosca”, Corriere della Sera 8/5), non hanno alcun peso. Il dissidio è totalmente strumentale. Giafar al-Siqilli, cioè il Pietrangelo neo-terzomondista, ne esce beatificato come il baluardo vivente della libera espressione, il che è vero nella misura in cui ha sfruttato il vuoto di intraprendenza della destra di governo in campo culturale, riuscendo con poca fatica a ritagliarsi una sua personale oasi nel deserto. Un deserto arcitaliano, se si pensa che in questa 61ma esposizione, scorrendo i nomi degli artisti, di italiani non se ne trova neppure uno. E questo governo di stuoini euroatlantici, anziché dolersi di tale palese sconfitta culturale, mette il sigillo alle proteste di Pussy Riot, Radicali e imperialisti liberali vari, facendosi pure dare lezioni di politica estera dal presidente maomettano della Biennale (alla faccia, fra parentesi, di un’altra bella risma di fobici che te li raccomando: gli islamofobi della destraccia da Minculpop alla Tommaso Cerno, Mario Sechi e Daniele Capezzone, gli Angelucci boys che fanno rimpiangere Emilio Fede d’antan il quale, involontariamente comico com’era, quanto meno faceva ridere, mentre questi, sempre compunti e invasati, fanno venire solo l’orticaria).