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Un milione di file rubati al consulente di pm e Report


Oltre 100 vip nelle carte di Bellavia, a processo un’ex dipendente dello studio. «Dati super sensibili». Tra i nomi Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, John Elkann, Manfredi Catella, Bettino Craxi, Massimo D’Alema ed Ennio Doris. Il mistero sull’appunto del commercialista

Un milione di file portati via al consulente di pm e Report Milano, a processo un’ex dipendente dello studio

(di Luigi Ferrarella – corriere.it) – È conosciuto non solo dai magistrati di mezza Italia, di cui è da decenni consulente in molte inchieste di criminalità economica, ma anche dai telespettatori di «Report», a forza di vederlo nella trasmissione di Rai3 che da anni (al pari di «100 Minuti» la scorsa stagione su La7) ricorre spesso al commercialista milanese Giangaetano Bellavia come «esperto» dei casi trattati. 

Ora la Procura di Milano dispone il rinvio a giudizio con citazione diretta di una ex professionista dello studio, denunciata da Bellavia, per l’ipotesi di «accesso abusivo a sistema informatico» nella copiatura, tra il 18 giugno 2024 e il 25 settembre 2024, di «un milione di file costituenti il know how dello studio» Bellavia.

«È vicenda in realtà molto più complessa – replica il difensore della 42enne Valentina Varisco, Andrea Puccio -, la denuncia riporta una versione non aderente ai fatti e comunque incompleta se non si conoscono ulteriori eventi, di estremo rilievo, in una collaborazione quasi ventennale tra i due».

Bellavia invece accredita un nesso con il successivo lavorare della donna per due società di investigazioni. Ma proprio la parte lesa di questo «giallo» vede alimentato un altro «giallo» su cosa avesse in archivio, da 36 pagine senza firma, senza data, senza timbro di formale depositato in Procura, eppure finite nel fascicolo ufficiale: sono infatti scritte in prima persona da Bellavia per spiegare a un suo legale che i file «rubati», 1.323.953 pari a 910 giga, sarebbero «ad altissima sensibilità».

L’espressione non avrebbe senso se si trattasse solo del materiale ordinario di procedimenti giudiziari nei quali Bellavia svolse consulenze; sicché sembra evocare altri atti (come intercettazioni, brogliacci, conti bancari, perquisizioni) che, pur all’epoca facenti parte dei materiali consegnati dai pm a Bellavia per le consulenze, non necessariamente siano poi stati utilizzati dai pm nei processi, perché dati personali non penalmente rilevanti o riguardanti terzi. 

Il misterioso appunto stila poi un «elenco sommario dei magistrati» corrispondenti a quelli degli «atti sottratti», 19 toghe tra cui due pm di fascicoli che per Bellavia erano all’epoca ancora segreti, a Milano e Catania. E un «sintetico esempio dei nomi risultanti dai file copiati»: Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, John Elkann, Manfredi Catella, Bettino Craxi, Massimo D’Alema, Luigi Di Maio, Alberto Di Rubba, Lamberto Dini, Roberto Formigoni, Ennio Doris, Geronimo La Russa, Flavio Briatore, Luca Barbareschi, da Giuseppe Graviano, Irene Pivetti, Gianni Letta, Claudio Lotito, Cesare Previti e Giulio Tremonti. Un centinaio di nomi, che a volte parrebbero clienti del Bellavia-commercialista e a volte personaggi di vicende affrontate dal Bellavia-consulente di pm.

E non solo: in una (stavolta formale) integrazione di denuncia, Bellavia accenna che in un altro gruppo di file, datati sino al 2020 e a suo dire «rubati» da ignoti in hard disk dentro un armadio dello studio, potrebbero esserci anche carte sottopostegli nel tempo dalla redazione di «Report» per una valutazione, e poi magari non (o non tutte) usate in onda. Ma com’é finito agli atti quel promemoria senza firma, in cui Bellavia vanta anche sue «indagini tecniche» (registrazioni audio?) da cui asserisce la non sincerità di due dipendenti dello studio? Non si sa. 

Il primo legale di Bellavia, Gianni Tizzoni, che mesi fa ha rinunciato all’incarico, esclude con certezza d’essere stato lui a metterlo agli atti. Bellavia (che nei mesi scorsi, secondo più fonti, per caldeggiare la propria vicenda ha cercato contatti in Procura presso esponenti dell’Ufficio diversi dalla pm titolare Paola Biondolillo) nulla dice sull’appunto, che tratteggia l’archivio di studio in modo forse non aderente all’obbligo di legge per i consulenti di non conservare le informazioni raccolte nel corso degli incarichi ricevuti dai pm, e di adottare misure per evitare indebite divulgazioni di dati. 

E il suo nuovo legale di parte civile, Luca Ricci, conferma solo che, come riassume Puccio, «allo stato l’intenzione tra le parti è comunque cercare di adottare un approccio ispirato alla ragionevolezza, nell’ottica di arrivare ad un accordo transattivo tombale».


Abbattere i potenti, l’ultima utopia


Abbattere i potenti, l’ultima utopia

(ANNA FOA – lastampa.it) – Il nuovo anno non si affaccia con i colori della speranza: la guerra tra Russia e Ucraina continua sempre più accanitamente, e Putin non sembra voler accettare nessuna ipotesi di una pace giusta, mentre cresce il numero delle vittime da ambo le parti. Sul fronte mediorientale la tregua non ferma i morti a Gaza mentre la violenza di coloni ed esercito cresce nella Cisgiordania occupata. 25 Ong hanno avuto il divieto di operare a Gaza, una misura che colpisce tutte quelle che avevano finora alleviato almeno in parte le sofferenze dei palestinesi di Gaza, Medici senza frontiere ma anche Caritas Jerusalem. Il patriarcato di Gerusalemme ha protestato, ma il governo israeliano continua senza fermarsi in questa sua battaglia volta, in realtà, a colpire tutte le organizzazioni internazionali e a mettere sempre più in discussione lo stesso diritto internazionale. Per ora, a farne le spese è la popolazione di Gaza, priva di cibo, case, strutture sanitarie. Ma in prospettiva a farne le spese saremo tutti noi, con la delegittimazione delle istituzioni internazionali nate dopo il 1945 per evitare nuovi orrori.

Putin minaccia l’Europa, mentre Trump continua ad impazzare, e non mette in discussione il suo appoggio a Netanyahu. In Europa, la nostra risposta è ancora insufficiente, tanto da far dubitare anche i più convinti europeisti fra noi del nostro ruolo in questo marasma. I potenti della terra continuano così a imperversare, usando sempre più arrogantemente il diritto del più forte. «Rovesceremo i potenti della terra», ha detto il Papa citando la superba espressione del Magnificat. Lo speriamo, ma quando? Dopo quanti morti, dopo quante ingiustizie?

In mezzo a tutto ciò, appaiono tuttavia alcune aperture: in Iran, i commercianti si sono uniti alla rivolta degli studenti guidati, pare, da una ragazza. Che questa inedita alleanza possa infine portare alla rivoluzione che tutti si augurano? E ancora, in Israele la Corte Suprema ha impedito che Netanyahu creasse una commissione di inchiesta sul 7 ottobre fatta apposta per scagionarlo. Una vittoria del diritto sulla forza, questo diritto tanto calpestato ovunque.

Ma non solo morti e guerre. Crescono le disuguaglianze, invece di attenuarsi anche grazie agli incredibili progressi tecnologici. Cresce l’accettazione sociale a queste disuguaglianze, i poveri sono definiti “sfigati”, la ricchezza è diventata l’unico metro di giudizio sul valore delle persone. Il sapere perde sempre più prestigio. Eppure, anche qui ci sono sprazzi di speranza. Le generazioni più giovani appaiono diverse da quelle che le precedono, i ragazzi nelle scuole sono attenti a quello che succede nel mondo intorno a loro, riaffiorano parole dimenticate, “responsabilità”, “empatia”, “amicizia”. Dobbiamo passare la staffetta.

I più giovani fra i palestinesi accolti nei nostri ospedali non chiedono vendetta, ma di andare a scuola, di studiare. Non meditano di unirsi al terrorismo, ma di fare i medici, gli ingegneri per ricostruire la loro terra. Ascoltiamo le loro speranze. Nel suo discorso di fine anno, il presidente Mattarella si è affidato proprio ai giovani, ricordando loro la necessità del coraggio e l’esempio della storia della nostra Repubblica, dalla Costituente in avanti. Parole di speranza, perché senza speranza non ci può essere futuro. E nelle nostre speranze c’è la pace, ovunque. Paci giuste, senza prepotenze e conquiste. Paci senza razzismi e discriminazioni, fondate sul rispetto e l’accoglienza. Anche qui da noi, nelle nostre “democrazie”, non solo dove infuria la ferocia della guerra.

Utopie, in un mondo dove infuria il diritto del più forte? Forse, ma ricordiamo il valore dell’utopia, non la terribile utopia messianica di chi si fa strumento di una supposta volontà divina per distruggere il mondo, ma l’utopia fattiva di chi insiste a battersi, anche nelle circostanze più avverse, un’utopia fatta dagli esseri umani. Sono loro che rovesceranno i potenti della terra, speriamo presto. Buon 2026.


Due buone notizie (addirittura)


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Non è facile cominciare l’anno con una buona notizia. Proviamoci esagerando, ovvero dandone addirittura due. La prima è che si è insediato il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, sul quale fanno molto affidamento i democratici di buon umore e quelli pieni di illusioni (mi sento parte di entrambe le categorie). È giovane, spiritoso, energico e soprattutto parla chiaro e si fa capire da tutti, qualità che a sinistra non è molto diffusa, né in America né da noi. Ha promesso molti cambiamenti nella politica sociale della città più importante degli Stati Uniti, probabilmente più di quelli che sarà in grado di fare; ma vale la pena salutare la sua travolgente apparizione (un anno fa nessuno sapeva chi fosse, a parte i parenti e gli amici) come una ragione di speranza.

La seconda ha per protagonista un altro sindaco, Roberto Gualtieri. Il comune di Roma ha acquistato più di mille alloggi da destinare a case popolari, con una netta inversione di tendenza rispetto a politiche rinunciatarie o riduttive in materia di welfare. Secondo il Campidoglio si tratta del più massiccio investimento degli ultimi decenni nell’edilizia popolare delle grandi città italiane.

Non è ancora ben quantificabile il rilievo mediatico che questa notizia potrà conquistare, ma si dubita che avrà lo spazio che merita: uno scandalo piccolo, o un errore medio, fanno molto più rumore di una grande scelta, solida e lungimirante. Ci penseranno poi i media ostili (quasi tutti, a proposito di egemonia culturale) a fare le pulci a questa svolta importante nella politica edilizia della capitale. Nel frattempo, leviamo il calice.


Caro presidente Mattarella, pure le democrazie possono morire


Il rischio dello stile del messaggio di fine anno di Mattarella è quello di indulgere al wishful thinking. È così, quando, in chiusura, afferma che «nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». Ecco, non è il caso di continuare a dire che la democrazia resisterà ad ogni colpo

(Luigi Testa – editorialedomani.it) – Tommaso d’Aquino scriveva che la temperanza è la più importante delle virtù. In democrazia, poi, dove gli equilibri reggono fino a quando ciascuno rinuncia ai propri impulsi predatori, è così importante da aver assunto una declinazione specifica, quella della temperanza istituzionale: la virtù di resistere a quelle sinistre tentazioni che ti vengono quando arrivi al potere. Se uno volesse cercare nel nostro paese un esempio di questa temperanza istituzionale – che non è solo questione di stile, ma di merito – il pensiero andrebbe sicuramente al presidente Mattarella.

Il suo messaggio di fine anno, già nella scelta dell’arredo dello studio presidenziale – con la Costituzione sulla scrivania, e il poster sul referendum del 1946 poco dietro – è stato un delicato tentativo di riproporre le ragioni dell’unità.

Formidabile, ad esempio, quel richiamo alla capacità delle madri e dei padri costituenti di tenere distinte da un lato la polemica sulla politica contingente e dall’altro l’unità di intenti sulla costruzione del patto costituzionale: quando si dice, appunto, temperanza istituzionale.

Fiducia acefala

Forse, però, il rischio dello stile presidenziale è quello di indulgere, a tratti, ad un eccessivo ottimismo o irenismo. È così, ad esempio, quando, in chiusura, afferma che «nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».

Forse è wishful thinking, o forse fiducia nella capacità poietica delle narrazioni, ma continuare ad infondere una acefala fiducia nelle magnifiche sorti e progressive della democrazia e della sua magica capacità di resistere ad ogni ostacolo per virtù propria, può essere molto pericoloso (d’altra parte, una cosa simile, con disastroso esito, è successa con la fiducia nell’ordine spontaneo del mercato e nella mano invisibile che avrebbe sistemato tutto. Ma quando mai).

La democrazia è un prodotto umano, e come ogni prodotto umano è imperfetto, e non destinato a durare per sempre. È destinato, invece, a durare in piedi e a funzionare solo fino a quando continuano a durare in piedi e a funzionare le premesse su cui è stata fondata. E la premessa su cui è stata fondata è una sola, ed è semplice: che la democrazia – come la si intendeva all’atto della fondazione moderna: separazione dei poteri, principio di legalità, garanzia dei diritti, eccetera – è una cosa buona.

Premessa, questa, che è lecito ritenere sia almeno in fase di regressiva condivisione, se è vero che, stando alle recenti fotografie del Censis, il 30 per cento degli italiani ritiene che le autocrazie siano più adatte allo spirito dei tempi.

Questo significa che, alle prossime elezioni, il 30 per cento degli italiani – con le dovute approssimazioni – esprimerà quello che Appadurai, un antropologo statunitense di origine indiana, chiama un voto «di abbandono» della democrazia. Certo, c’è chi sta peggio di noi, per carità. I risultati elettorali delle ultime elezioni presidenziali statunitensi rivelano che, lì, molto più del 30 per cento degli elettori ha espresso un voto a favore dell’abbandono della democrazia nelle forme che abbiamo conosciuto dal secondo dopoguerra fino ad oggi.

Nel 2018, è uscito un bel libro, di due studiosi americani, Levitsky e Ziblatt, che ha un titolo da far venire i brividi: How Democracies Die, come muoiono le democrazie.

Senza toni catastrofici, ma con analisi lucida, gli autori rintracciano nella prima presidenza Trump tutti i segnali di crisi del sistema messo in piedi dalla Costituzione americana. Ed erano ancora alla prima presidenza, figuriamoci ora, con la logica così esplicitamente proto-totalitaria del secondo mandato. La cosa forse più inquietante della ricostruzione di Levitsky e Ziblatt è realizzare che le democrazie muoiono a spegnimento lento, e che quando te ne accorgi ormai è troppo tardi. Ma noi per fortuna siamo in Italia.

Colpi alla democrazia

Già, in Italia, dove nei giorni di Natale hanno approvato, senza che l’opinione pubblica distratta dai cenoni se ne accorgesse, una riforma della Corte dei Conti per tenere più libere le mani del governo quanto alla gestione dei fondi pubblici.

L’insofferenza ai limiti di cui soffre – e dichiara ad alta voce, senza pudore, di soffrire – questo governo è il segnale più preoccupante della sua intrinseca fascinazione per le forme di autoritarismo. È l’indice più chiaro della sua intemperanza istituzionale. Va bene la preoccupazione di non rovinare il cenone di San Silvestro agli italiani, ma no, non è proprio il caso di continuare a dire che la nostra democrazia resisterà ad ogni colpo.

Potrebbero esserci colpi a cui non resisterà. Tanto più se è indebolita da tanti piccoli colpi quotidiani, che passano sottotraccia, mentre le democrazie muoiono. D’altra parte, sono sicuro che anche alla vigilia del fascismo, quando ormai era tutto già infetto, molti ancora fossero convinti che nessun ostacolo fosse più forte della nostra democrazia.


Schlein, per il 2026, trovi la forza di cacciare via Fassino e compagnia


(Giancarlo Selmi) – Noi cattocomunisti, cristiano comunisti o come diavolo preferite chiamarci, siamo maledettamente, perennemente, ostinatamente contrari alla guerra. Guarda un po’ esattamente al contrario dei fascisti, che quelli sì le guerre le amano. Amano propagare odio e sentimenti di vendetta. Amano, loro, così afflitti da complessi d’inferiorità spesso giustificati dalla loro ignoranza, la superiorità, la supremazia. È un paradosso ma è così.

E quindi, visto che in quasi tutto il mondo comandano loro, i fasci, i neofasci, le destre estreme, i nostalgici della notte dell’umanità, i “virili” o come diavolo preferite definirli, mai come adesso la guerra è vicina. È incombente. E, ovviamente, per poterla fare, come si è visto già tante volte, soprattutto nel secolo passato, hanno bisogno di avere un “nemico” e quello lo hanno individuato. Hanno bisogno che quel “nemico” venga percepito come brutto e cattivo. E pure questo necessario passaggio, lo stanno portando avanti.

Tutte le guerre sono state aperte con pretesti. Vogliono le prove sui droni che hanno attaccato la residenza di Putin, però non forniscono le prove sulla provenienza dei fantomatici UFO che sorvolano tutta l’Europa. Loro dicono che sia scontato che siano russi. Così per default. Il tossico Zelensky sta compiendo, da anni ormai, attentati terroristici, ma i terroristi sono gli altri. Dico questo perché con la irresponsabile azione ucraina, siamo andati vicini a una reazione nucleare russa. Piovono droni su un hotel e uccidono 24 civili in vacanza, però sono civili russi, quindi civili “atipici”. Bambini russi, quindi non bambini.

Poi ci sono i soldi. Quella cosa che odiano tutti. E sono tanti, tantissimi. Entreranno tutti nelle tasche di chi le ha già piene e verranno tolti a chi non ne ha abbastanza per vivere. E lì noi comunisti scleriamo di brutto, perché noi “inutili” abbiamo in testa quella maledetta malformazione che vorrebbe il benessere per tutti, non solo per alcuni. Quella dannata cosa che si chiama “redistribuzione della ricchezza”. I fasci e i destronzi no, la pensano al contrario. E visto che quelli con le tasche piene sono come i bagni, in fondo a destra e si sono buttati tutti a costruire armi… Facile vero?

I soldi, dicevo, sono tanti. Il 5% del Pil. Una cosaccia enorme. Vuol dire che qualunque cosa facciamo, vendiamo, compriamo, il 5% lo diamo a loro, gli armaioli. Vuol dire che un euro dei venti che do al barbiere, andrà a finire a loro, ai mercanti e costruttori di morte. Con qualche stecchetta ai politici che la guerra la vogliono tanto tanto. Italiani e non. Non penserete forse che loro amino tanto la guerra per “amore dell’arte”, vero? Che vogliano mandarci al macello per la “democrazia”, per gli ideali e altre simili amenità, vero? Della democrazia, delle bandiere, degli ideali importa loro il doppio della metà di un caxxo. Sono i soldi, altro che minchiate.

La Von der Leyen parlava in privato con il CEO di Pfizer e non vuole dirci di cosa, perché? Beh, con armi e guerra è la stessa cosa. Giungiamo quindi all’ultima parte del “lavoro”: la convinzione delle masse. Della parte più ignorante, ovviamente. Quella che forma il proprio parere guardando la televisione. E così cercano di dare un gradevole appeal alla guerra. Ci nascondono la cifra dei morti, degli amputati. La guerra diventa una cosa che ha fascino. Diventa giusta, difensiva, ideale. Col caxxo, la guerra è orribile, in guerra muoiono giovani vite. E ci manderanno i vostri figli e nipoti, non i loro.

Leonardo per la prima volta nella storia fa pubblicità in televisione. Una roba rilassante, accattivante, tranquillizzante. Con i nomi degli artisti del Rinascimento, messaggio subliminale tanto evidente, per chi ha capacità di riflessione, che diventa perfino banale. Quali possano essere i motivi che spingano un produttore di carri armati e di missili a fare pubblicità è la domanda, visto che nessuno dei teleutenti può comprare ciò che Leonardo produce. Anche questa è una parte del lavoro.

Ma noi poveri, inutili comunisti non ci stiamo, abbiamo il coraggio di riflettere, di pensare, di dire la nostra e quindi siamo filo questo o quello. Pagati da questo o da quello. E le accuse vengono da quelli che pagati lo sono veramente. Il pericolo è ormai imminente e lo possiamo disinnescare solo andando a votare. Votando chi la guerra non la vuole e si sta opponendo a essa con tutte le sue forze. Votando l’unica forza politica che, al costo del pubblico ludibrio di tutta l’informazione, sta ergendo barricate. Il Movimento 5 Stelle insieme al suo leader Giuseppe Conte.

Ieri al discorso di Conte ha risposto il cleptomane Fassino. Lo ha fatto insultando e unendosi agli insultatori della destra. Fassino, come Calenda e altri, fa parte in maniera del tutto evidente e organica della destra. Di una destra che, al contrario di quella ufficiale, occupa abusivamente un territorio politico che non le appartiene. Finché perdurerà l’equivoco che vede il PD identificato come un partito di sinistra, con al suo interno gente politicamente più a destra di meloni, non ne usciamo. Il PD ha al suo interno tanta brava gente. Auguro a loro e alla segretaria Schlein, per il 2026, la forza di cacciare via a calci in culo Fassino e compagnia.

Porteremmo un sacco di gente a votare e manderemmo a casa i fasci. La guerra la vuole Putin esattamente quanto la voglia Zelensky, Meloni, Crosetto, Mertz, l’Europa e compagnia cantante. Ma Putin non può attaccare 32 paesi. È un’ipotesi assurda. Pertanto, chi non vuole la guerra deve partecipare, resistere e appoggiare chi alla guerra si sta veramente opponendo. L’uomo nella foto, per esempio. Fidatevi di un vecchio, onesto e idealista cristiano comunista. Che riflette e scrive post chilometrici cercando di farsi capire.

Vi voglio bene.


Quando è troppo è troppo!


(Alberto Bradanini – lafionda.org) – 1. Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).

Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.

In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.

È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare. La decretazione del nemico da combattere, abusiva secondo la nostra Costituzione e quella di molti paesi europei, ci catapulta d’amblée nella schiera dei paesi cobelligeranti a fianco dell’Ucraina, alla quale non ci lega alcun trattato di mutua difesa, che non fa parte della cosiddetta Unione e insignificante per i nostri interessi strategici. L’Italia è infatti circondata da nazioni amiche, che non hanno alcun interesse e capacità di invaderci da terra o dal mare. Insomma, un insieme di insulti giuridici e geopolitici. Si dirà, ma il nostro Paese è legato alla Nato e all’Ue e dunque … dunque cosa? Le medesime ragioni valgono infatti per le citate istituzioni, che sono obsolete, la Nato (che avrebbe dovuto sciogliersi il 1° luglio 1991 insieme al Patto di Varsavia, ma non è mai troppo tardi!) o la Ue (creatura incestuosa e distruttiva sotto il profilo politico, economico, monetario, industriale e via dicendo). Un duplice livello di asservimento che rende vuota la nozione di sovranità popolare di cui all’art. 1 della nostra Carta Fondamentale. Resta un sogno indelebile che la nostra amata Penisola sperimenti l’avvento di una diversa classe dirigente, finalmente libera da ogni infondato sentimento di inferiorità nei riguardi dei paesi nord-euro-atlantici, capace di condurci fuori da questo inferno.

2. Malauguratamente, la Macchina della Distorsione e della Menzogna funziona a meraviglia, anche se milioni di cittadini manifestano l’intento di riappropriarsi dell’uso della ragione, abbandonando i racconti di fantasia. E dunque il martello dell’oppressione torna a colpire.

Le disgrazie che colpiscono Jacques Baud, ex colonnello, membro dei servizi di sicurezza svizzeri e analista strategico della Nato, ne sono una tragica derivata. Vediamo.

Il 15 dicembre scorso la Commissione europea, con il consenso dei paesi membri deve tragicamente sottolinearsi, approva un regolamento che possiede tutti i lineamenti di una sentenza. Tale atto normativo, nel vuoto di etica politica, viola le costituzioni formali e materiali dei paesi dell’Unione, oltre che dei cosiddetti Trattati istitutivi, un groviglio inestricabile, illeggibili come sono da qualsiasi cittadino europeo di intelligenza media. Qui si seguito il dispositivo di tale vomitevole regolamento, che (massimo sopruso!) costituisce come noto fonte normativa superiore alle leggi interne dei paesi membri.

“Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, è regolarmente invitato a programmi televisivi e radiofonici filorussi. Egli agisce come portavoce della propaganda filorussa e formula teorie del complotto, ad esempio accusando l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per entrare a far parte della Nato. Di conseguenza, Jacques Baud è responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (Ucraina), attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza. Questo … regolamento di esecuzione (Ue) 2025/2568 del Consiglio del 15 dicembre 2025 dà attuazione al regolamento (Ue) 2024/2642, sulle misure restrittive relative alle attività destabilizzanti condotte dalla Russia. Il Consiglio dell’Unione Europea, … vista la proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza considerando che … il 18 luglio 2025, l’Alto Rappresentante … ha rilasciato una dichiarazione a nome dell’Unione, in cui ha condannato … le persistenti attività illecite della Russia, che rientrano in campagne ibride più ampie, coordinate e di lunga data volte a minacciare e minare la sicurezza, la resilienza (sic.!) e i fondamenti democratici dell’Unione, degli Stati membri e dei partner…

 “L’Alto Rappresentante ha sottolineato che le attività illecite della Russia si sono ulteriormente intensificate dall’inizio della guerra di aggressione contro l’Ucraina ed è altamente probabile che continuino nel prossimo futuro … L’Unione … condanna ancora una volta le attività illecite della Russia contro l’Unione, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e i paesi terzi (quale mirabile sensibilità da parte di tali svaporati nei riguardi di paesi terzi – quali? di grazia! n.d.r.) Data la gravità della situazione, il Consiglio reputa opportuno aggiungere dodici persone fisiche e due entità all’elenco delle persone fisiche e giuridiche, delle entità e degli organismi di cui all’allegato I … Il presente regolamento … entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale … ed è obbligatorio … e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Bruxelles, 15 dicembre 2025, per il Consiglio, la Presidente, K. Kallas”. Fine del testo.

La violenza prevaricatrice delle de-istituzioni europee genera qui un mostruoso amalgama dei tre poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, un’ingiuria partorita da individui irresponsabili, nella duplice etimologia del termine, poiché delle loro turpi nefandezze essi rispendono esclusivamente alla loro coscienza, vale a dire al vuoto cosmico. Tutto ciò avviene senza che moltitudini di cittadini esprimano la loro profonda indignazione! La sorte ci fa vivere in un tempo davvero moralmente cupo e ci precipita nell’inferno di un’ontologica amarezza.

È ben evidente che, seduti nei loro sontuosi uffici e retribuiti con il nostro lavoro, lorsignori servono gli interessi di “chi – direbbe C. Smitt – dispone del potere nello stato di eccezione”, vale a dire quel sovrano impalpabile che decide a suo piacimento di disattendere impunemente le leggi esistenti, nel perseguimento dei suoi funesti obiettivi, in questo caso la guerra, per riempire le tasche già piene dei produttori di morte.

In termini di peso politico poi, non deve mai dimenticarsi che in Europa nulla vien fatto o disfatto senza che Germania e Francia (le rispettive élite beninteso) siano d’accordo. Chi reputa ingenuamente che in seno all’Ue le decisioni costituiscano l’esito di un compromesso tra i 27, farebbe bene a farsi una doccia rinfrescante.

Non è un caso, infatti, che prima di Jacques Baud, a subire il medesimo trattamento (giugno 2025) sia stata la doppia cittadina svizzera/camerunense, Natalie Yomb, rea di aver criticato le politiche neocoloniali francesi in Africa Orientale. Che il paese della rivoluzione par exellence della storia occidentale, si sia piegato a tale insulto contro la libera espressione del pensiero è solo un’osservazione a margine che qualifica la cupezza dei tempi che stiamo vivendo.

Va tenuto a mente che la sanzione comminata dai citati inqualificabili individui prevede che il sanzionato non possa viaggiare (salvo rientrare nel suo paese, dal quale non potrebbe più muoversi), disporre del proprio conto in banca, essere aiutato da amici/sostenitori ad acquistare di che vivere, raccogliere i fondi per la difesa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e altro ancora, poiché in tal caso costoro a loro volta commetterebbero un reato! Insomma, Jacques Baud dovrebbe lasciarsi morire non solo intellettualmente ma persino fisicamente, salvo deroghe di volta in volta generosamente concesse dai suddetti maggiordomi per la spesa al supermercato.

Deve rilevarsi che il crimine di cui sono accusati N. Yomb e J. Baud – individui liberi che hanno osato pensare con la loro testa – non è previsto da alcuna norma europea o dei paesi membri. Siamo invece di fronte al famigerato reato d’opinione, quello che infastidisce il discorso del padrone, ormai fuori da ogni binario e che, messo alle strette dalla ragione e dalla competenza, non vede altra scelta che la repressione.

Secondo la civiltà giuridica nella quale pensavamo di vivere, per sanzionare qualcuno sarebbe necessario raccogliere le prove di un reato la cui fattispecie sia prevista da una legge, condurre l’imputato davanti a un giudice terzo e quindi, dopo i previsti gradi di giudizio, deliberare la sentenza. La classica ripartizione valoriale tra democrazia e autocrazia/dittatura va dileguando: chiunque ormai può essere colpito per il medesimo non-reato. Agghiacciante!

3. Durante la cosiddetta guerra fredda – quando il comunismo sovietico veniva dipinto come una minaccia incombente per la sopravvivenza dell’Occidente capitalistico – era tuttavia consentito dissentire senza rischiare la lapidazione. Se oggi il potere ha acquisito tratti così feroci, la ragione andrebbe ricercata nella hybris dei potenti, divenuti arroganti come mai davanti a un popolo incapace di opporre un minimo di resistenza. Per altri, tuttavia, la ragione di tale prepotenza– ed è questa l’ermeneutica che preferiamo – si colloca nell’autopercezione di debolezza di chi siede in cima alla piramide e vede il terreno tremare sotto i piedi.

Uno dei maggiori intellettuali viventi, Noam Chomsky, afferma che la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature. Nelle cosiddette autocrazie o dittature, la popolazione sa bene quel che è consentito e quel che non lo è, mantenendo dunque un sano scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità e la conoscenza scaturiscano in automatico dalla libertà d’espressione, quale esito di un sistema naturalmente rispettoso dell’etica pubblica e dei bisogni dei cittadini. Nel cosiddetto mondo libero resta un mistero insoluto che l’impalcatura mediatica sia considerata intrinsecamente attendibile, salvo qualche indecoroso eccesso, quando la macchina della propaganda richiede invero una sorveglianza più sottile, poiché qui le tentazioni a discostarsi dalle verità rivelate sono maggiori rispetto a quelle in essere nelle autocrazie/dittature.

Ora, se il termine democrazia si limita a operare con delega senza riscontro, precludendo ogni profilo di partecipazione (in specie quando si ha a che fare con pace o guerra!), allora esso diviene strumento di selezione cosmetica della classe politica di servizio, nulla di più.  Dinanzi a tale sciagura, i cittadini onesti di intelletto sono chiamati a opporsi a una ristretta cerchia di valletti indecorosi, tutti destinati alla spazzatura della storia: K. Kallas, Ursula Albrecht in von der Leyen e loro colleghi, insieme a coloro che hanno votato il citato sregolamento.

4. “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, recarsi al ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce lì. Essi non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Essi sono difetti di fabbricazione, sono pochi, sono eretici, sono guerrieri (Carlos Castaneda, scrittore peruviano)”.

Se pertanto tale cerchia di disonorevoli intendono portarci in guerra contro un nemico fabbricato a tavolino, mandando a morire i nostri figli e nipoti, prendiamo allora la libertà di richiamare l’invito di Boris Vian (il Disertore): “Signor Presidente, se è proprio necessario spargere del sangue, si metta lei in prima fila e si senta libero di spargere il suo, insieme a quello dei suoi parenti e amici. Io la guerra l’ho fatta, mi han rubato moglie, figli, lavoro, la vita intera. Se poi vuole farmi arrestare, nessun problema, proceda pure. E anzi dica ai suoi gendarmi che quando mi troveranno sarò disarmato, e che se vogliono possono anche sparare. Signor Presidente, mi ascolti bene: io al fronte non ci vado!”. Come ci ricorda il grande poeta, Pablo Neruda, infatti: “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”.


La luna e i falò dei capodannati


(Marcello Veneziani) – Ma quanto sono fessi gli uomini che sceneggiano il trapasso d’anno, diceva nella notte di San Silvestro la luna affacciata sulla terra. Li guardava dall’alto, paffuta e solitaria, al lume di se stessa, mentre davano fuoco all’euforia rituale di Capodanno. Urla, spari, auguri, tutto per niente, solo per santificare un nonnulla, una festa non per uomini né per dei, senza nascite né morti; agitati a celebrare solo il tempo che passa. A illudersi di un transito tra il Non più e il Non ancora. Ma quanto sono scemi gli abitanti della terra, diceva tra sé la luna, cos’hanno da brindare per un giorno come gli altri, una manciata d’attimi tra la luce di un anno che va e il buio ignoto di un altro che viene, e poi viceversa. Insensata giostra del tempo, che solo dementi atavici possono osannare, fingendo cerimonie d’addio e di benvenuto a grumi seriali di giorni. Botti, bombe, esplosioni di razzismo nel senso dei razzi di fine anno, spari di una festosa guerra contro ignoti, in nome d’una patria di passaggio che dura lo spazio di un momento, nel varcare il confine tra due paesi immaginari denominati Annovecchio e Annonuovo. Pirla dal volto umano festeggiano il nuovo che li invecchia e la tragedia del divenire; brindano al Capodanno che, lo dice la parola, è a capo del danno chiamato tempo-che-passa. Ma che vuoi farci, luna, siamo bambini d’annata, siamo imbecilli giocosi, ci entusiasmiamo solo per le cose vane e insensate. Il nostro lusso è l’Assurdo; ci strega la sua magia. Siamo animali simbolici, siamo bestie sacrali, affamate di riti catartici, gesti scaramantici e atti propiziatori. Altro che tecnici e contabili. Siamo animali ludici e rituali, carne da gioco.


Italo Bocchino fa di tutto per conquistare l’amore di Giorgia


(ANSA) – ROMA, 31 DIC – Italo Bocchino firma per Solferino un saggio, da cui si aspetta polemiche, dedicato a ‘Giorgia, la figlia del popolo’, in cui spiega ‘Perché Meloni piace agli italiani’ (18 euro, pp. 256). Il libro è in uscita il 24 febbraio.   

“Lo hanno certificato le elezioni, lo confermano i sondaggi: Giorgia Meloni piace agli italiani. Perché è popolare nel senso più genuino del termine e ama il popolo a cui appartiene. Lontana dagli snobismi di una certa sinistra e nello stesso tempo ambiziosa, Meloni – più ancora di Berlusconi prima di lei – è l’incarnazione del ‘sogno italiano’: farsi da sé, arrivando al successo”, spiega la presentazione dell’editore che riassume il contenuto del libro in cui Italo Bocchino ripercorre le tappe fondamentali dell’esperienza umana e politica di Meloni, con aneddoti e retroscena, spiegando il “fenomeno del ‘melonismo’ come rivoluzione di velluto, resa possibile dalla determinazione ma anche dall’adesione ai valori e all’identità di un popolo intero”.

Illustra il linguaggio diretto, la prossemica naturale e il talento relazionale che hanno reso Meloni una leader anomala nel panorama occidentale.    Arricchisce la sua analisi con interviste esclusive ai membri più importanti del ‘cerchio magico’ meloniano, compresi la sorella Arianna e l’uomo di fiducia Giovanbattista Fazzolari. Un saggio documentato e acuto, che non rifugge dalla polemica e che farà discutere.   

Italo Bocchino è giornalista da trentacinque anni. È direttore editoriale del ‘Secolo d’Italia’ e opinionista televisivo a La7. È stato deputato al Parlamento per quattro legislature, dal 1996 al 2013. È appassionato di viaggi, gastronomia, musica classica e letteratura francese dell’Ottocento. Con Solferino ha pubblicato ‘Perché l’Italia è di destra’ (2024).


Signorini: strumento di potere al servizio di “papi” Silvio


Colto e spregiudicato, da direttore di “Chi” ha gestito l’album di famiglia del Cavaliere. Il suo motto: “Meglio stronzo che anonimo”

Alfonso, il re del gossip: strumento di potere al servizio di “papi” Silvio

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – E non si dica, per favore, che è solo gossip. O meglio, si dica pure, ma a patto di riconoscere che il gossip, Sua Maestà il Gossip, è il re clandestino di questo tempo lurido e sfarzoso, nel quale tuttavia la giustizia — quel che sembra e quel che è — seguita comunque a fare il suo corso.

Inutile adesso appigliarsi con il senno di poi alle mille opportunità che il personaggio Signorini ha offerto in pasto alla cronaca. Per cui certo non hanno funzionato i mazzi d’aglio e peperoncino esposti contro l’invidia e le disgrazie; idem il vistoso acciaccamosche per proteggersi dai “fastidiosi”; e che dire dello specialissimo rosario al quale, sempre tenuto in tasca, si “formava un nodo” quando c’era qualche sgradevole impiccio?

Di nodi e snodi, anche nel paranormale, era già piena la vita di questo non più tanto giovane uomo colto e sensibile, laureato in filologia medievale. Si è scritto — e smentito, forse tardivamente — che fra i suoi meriti cortigiani c’era di aver presentato a Marina B. una maga. Risuona in ogni caso beffardo l’inno che un coro femminile, sull’aria di Non sono una signora, andava in onda prima di una trasmissione radiofonica: “Un’ora surreale/ di fuga dal banale:/ Alfonso Signorini,/ il killer dei falsi divi e dei cretini”. Quello stesso personaggio che con due leggiadri assiomi aveva fotografato l’essenza dell’odierna società, che così oggi giorni lo ripaga. Primo: “Chi non c’è, s’incazza”. Secondo: “Meglio stronzo che anonimo”.

Ce ne sarebbe poi un terzo che recita: “Il pettegolezzo distrugge, il gossip costruisce”. Là dove, saltato il confine tra pubblico e privato, quella fatidica paroletta inglese è da intendersi come quel magma incandescente di spettacoli, affari, corpi, ricatti, chiacchiericcio, storytelling, potere, marketing e mitologia. Dal che, specie in queste occasioni, sarebbe saggio tenersi alla larga da ogni possibile demonizzazione. Se non fosse che, tratteggiando un sommario ritratto di Signorini, la memoria, per quanto negletta, rivendica il suo e costringe a ricordare quando — era la primavera del 2009 — l’allora presidente Berlusconi, con un sorrisone dei suoi, comunicò che le foto, peraltro irresistibili, del compleanno di Noemi a Casoria gliele aveva chieste “quel diavolo di Signorini”.

Non è certo il caso di fare esorcismi, pure comparsi qui e là nell’ilare e torbido ciclo degli scandali sessuali berlusconiani. In tal senso è bene segnalare che il direttore di “Chi” non fu solo il telescopio gossip del Cavaliere, ma che questi cercò di trascinarlo in politica e sempre premiò o suoi preziosi consigli su parecchi altri affarucci così delicati che certo contribuirono a ristrutturare le forme e la sostanza del potere in Italia tra il primo e il secondo decennio del secolo.

Con apparente avventatezza, si può sostenere che Berlusconi vide in Signorini la sconfitta definitiva della figura dell’intellettuale di partito e la sua conseguente sostituzione con quella di un consigliere strategico pronto uso, indispensabile nella costruzione di un immaginario funzionale alla rotocalchizzazione di quello che Silvione sognava come un regno. Alla guida dell’“album di famiglia” della Real Casa non pubblicò soltanto foto e noterelle che avvicinavano figli e figlie del sovrano alla mitologia, ai poemi epici, al mondo dei faraoni. Quando scoppiò il caso di Veronica, Signorini fu prelevato alle Maldive con un jet Mediaset. Quando l’affaire della prima minorenne non si sgonfiava ne proclamò l’illibatezza, pure assegnandole un fidanzatino ex tronista. Quando divampò la vicenda D’Addario mise in copertina il presidente col nipotino per controbilanciare orge e satiriasi. E quando dopo Ruby fu il momento della controffensiva, chi se non Signorini maneggiò il video Marrazzo per le necessità del caso? Così come, nel momento in cui le cronache strabordavano di ruffiani e olgettine, fu suo il compito di farli fotografare in preghiera in fantastiche pseudo-paparazzate.

Insomma, va bene che tutto si scorda facile, ma guai a sorvolare sul ruolo centrale di Signorini e di “Chi” come astuto “accontentatoio” e ponte verso ambienti estranei od ostili. Vedi la provvisoria scelta tecnocratica, le pagine celebratrici dedicate alle “mogli di”, le missioni clandestine con Renzi, la scoperta e il lancio tv di Giambruno. A riprova che nazional-popolare, a volte, non è altro che fango e cenere.


Beppe Grillo, il ritorno sul blog


Il post di fine anno del comico e fondatore del Movimento Cinque Stelle: “Il mio tempo non è ancora venuto”

Beppe Grillo, repertorio (Fotogramma/Ipa)

(adnkronos.com) – Beppe Grillo torna a scrivere oggi, mercoledì 31 dicembre, sul suo blog, dopo la ‘rottura’ con il M5S. “Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a pensare… In silenzio, perché è la forma più elevata di presenza” scrive nel tradizionale intervento di fine anno. “In questo momento dell’anno – scrive l’ex garante pentastellato – tutti fanno finta di tirare una riga, una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla. Io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi. Vedo un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio. Ho parlato tanto, ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti ma poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore”.

Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo

(di Beppe Grillo) – In questo momento dell’anno tutti fanno finta di tirare una riga, una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla.

Io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi. Vedo un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio.

Ho parlato tanto, ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti, ma poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore.

Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, nè dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire. Sono gestito da “i ritorni accelerati” in continua evoluzione chimica biologica tecnologica, ma nessuno potrà mai sostituire la mia coscienza, la percezione di me stesso.

Questo è stato un anno di sottrazione…che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare; non c’è più neanche il senso del pudore, che una volta almeno ti costringeva ad abbassare gli occhi, oggi si guarda dritto in camera e si mente senza battere ciglio.

E poi c’è la giustizia, quella parola “solenne” agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava. Ci sono cose che non entrano nei bilanci di fine anno, esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto.

E la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi.

A fine anno si chiede fiducia all’anno che sta arrivando, ma l’anno nuovo non merita per forza fiducia automatica, la fiducia richiede attenzione, occhi ben spalancati e memoria, perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori.

Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo.

Resto qui, a guardare e a pensare…

In silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza.


L’ anno che verrà, sta già arrivando


(Dott. Paolo Caruso) – Un altro anno viene consegnato alla storia, un 2025 in cui l’ economia di guerra continua a mordere l’Europa e maggiormente un Paese di per se fragile come l’ Italia. L’ anno che sta per lasciarci è ancora retaggio di guerra in Ucraina e per certi aspetti anche in Palestina dove la mano assassina dei Coloni israeliani non demorde. Le lobby delle armi moltiplicano i loro guadagni mentre in Italia la legge di bilancio 2026 appena approvata spegne qualsiasi speranza di ripresa. Un manovra recessiva volta agli armamenti, e al sostegno finanziario all’ Ucraina non può che condizionare lo sviluppo del Paese. Una mediocrità di questa destra meloniana che ha sperperato quasi un milione di euro per la costruzione dei centri migranti in Albania e il loro trasferimento a costi particolarmente esosi. Un anno 2025 che vede un’ Italia sempre più bellicista che riduce i finanziamenti alla sanità pubblica, alla scuola pubblica a favore del privato, non dando risposte adeguate alle necessità dei cittadini. Una manovra finanziaria che allarga la forbice nella asfittica economia italiana con una sofferenza sempre più crescente tra la popolazione che vede avvicinarsi lo spettro della povertà, Una stangata di fine anno che si riverbera al prossimo con tanta ipocrisia e una buona dose di disonestà. La ” bugiardopoli meloniana “, è una prateria sconfinata di illusioni costellata da promesse mancate. ” L’ anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va ” per dirla alla Lucio Dalla. I conti infatti non tornano per la maggior parte della popolazione. A tre anni dal suo insediamento e ai programmi trionfali della Premier nulla o poco è stato fatto per rispettare gli impegni presi in campagna elettorale. Una manovra di bilancio 2026 che contrariamente agli impegni presi vede una conferma della vituperata legge Fornero, anche in senso peggiorativo. Gli aumenti previsti ai pensionati
sono risultati poca cosa e le pensioni minime addirittura hanno avuto un incremento mensile di euro 1,80. Lo stesso investimento economico sulla classe media, una robusta elemosina che di sicuro non stravolgerà la vita ai beneficiari. Opzione donna e Quota 103 cancellate per mancanza di risorse incidono sul destino delle lavoratrici e dei lavoratori mentre cresce l’ Iva sui prodotti della prima infanzia. La tanto sbandierata tassazione degli extra profitti bancari è diventata oggi nei fatti una sorta di contributo facoltativo a buon rendere. Di contro si attua una ennesima rottamazione di cartelle, con agevolazioni per i contribuenti in debito con l’ erario. Le accise sul carburante, a cui Meloni e Salvini tenevano particolarmente ad eliminare, hanno avuto un rincaro nel diesel, e anche nei pedaggi autostradali. Aumenti che produrranno a catena ulteriori incrementi nelle spese di trasporto e condizioneranno chiaramente una impennata dei prezzi. Nel corso dell’ anno che sta per finire si è assistito ad un continuo attacco alla magistratura anche a quella contabile che proprio in questi giorni con legge definitiva è stata depotenziata nella sua operatività, dando sollievo a quelle “anime sante” di malfattori. Intolleranza ai controlli spese che interessano anche il ponte Stretto di Messina. Il 2026 ci vedrà alle prese con il referendum sulla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati voluta dalla Caciottara e dai suoi alleati per indebolire e sottomettere l’ organo giudiziario al potere politico, spacciandolo per riforma della giustizia. Premierato e Autonomia differenziata saranno ancora le prossime mosse di questa destra autoritaria a cui bisogna tenere testa per non farci schiacciare dalla Democratura.


Consiglio non richiesto a Mattarella


(di Marcello Veneziani) – Se fossi Mattarella stasera cambierei registro nel messaggio di fine anno rivolto agli italiani. Dopo undici anni di discorsi sulla stessa linea se non sullo stesso copione, vale a dire il patriottismo della Costituzione, la repubblica antifascista nata dalla Resistenza, l’Italia come concessionaria locale dell’Unione europea e lo Stato nazionale come un franchising del marchio Ue-Nato, cercherei di dire qualcosa di nuovo e di diverso, da un punto di vista generale. Non tornerei al patriottismo nazionale e non mi fermerei dentro i nostri confini, ma mi soffermerei su un’altra prospettiva più universale: l’umanità è in pericolo, rischia di perdersi e non poter tornare più indietro. Non si tratta della minaccia nucleare o ambientale, delle guerre e delle autocrazie imperanti ma di qualcosa di più radicale e perfino più tangibile: la disumanizzazione del mondo.

Cosa sta succedendo? In una sola espressione, la sostituzione dell’umanità e della realtà, con il silenzio della politica e dei poteri istituzionali e il balbettio della cultura. I fattori di pericolo sono sostanzialmente quattro ma il pericolo maggiore viene dal loro intrecciarsi e accumularsi.

Il primo fattore di rischio, come ben sappiamo, è la tecnologia che si trasforma da strumento in scopo, da serva in padrona, ed esautora l’umanità, l’intelligenza e il lavoro umano. Lo temiamo da anni, ma ora sta accadendo sul serio con un’accelerazione che toglie il respiro e non ci dà il tempo di comprendere e di metabolizzare. L’automazione sta espiantando l’umano, lo rende superfluo, lo atrofizza, si sostituisce in tanti processi non solo pratici e meccanici ma anche intellettivi. L’avvento dell’intelligenza artificiale, senza contrappesi, anticorpi, capacità di governare i suoi processi, sta spodestando con una rapidità e una vastità impressionanti tutto ciò che un tempo atteneva all’umano, passava dal lavoro umano, dall’elaborazione e dalla ricerca intellettuale, dall’esperienza vitale.

Il secondo fattore di pericolo è la finanziarizzazione totale e globale dei processi economici e produttivi. Non conta più produrre oggetti, mezzi, servizi utili all’umanità, e guadagnare legittimamente attraverso la loro commercializzazione; quel che conta in ultima istanza sono i dividendi finanziari e la trasformazione di aziende un tempo industriali in società finanziarie. La realtà si allontana, il profitto si separa dai beni e si unisce alla speculazione del capitalismo finanziario; il mondo è sottoposto a una grande bolla finanziaria, aumentando i rischi che esploda, come è già accaduto in passato, ma con effetti ancora maggiori quando aumenta la dipendenza dell’economia dalla finanza, dai tassi d’interesse e dal debito. Anche le cosiddette startup diventano solo imprese temporanee che appena hanno successo sul mercato, vengono subito cedute ai gruppi finanziari, servono solo per trasferire capitali e affrettare e ingrandire i ricavi.

Se i giganti della tecnologia sono governati da holding finanziarie cresce la loro carica disumana, perché i loro primari se non esclusivi interessi sono legati all’espansione rapida dei profitti e non alla validità dei prodotti.

A questi due fattori strutturali si aggiungono altri due fattori concomitanti che sorgono da motivazioni e pulsioni psicologiche. La prima è la volontà di potenza, ovvero l’uso di apparati tecnologici, militari, farmaceutici o di altro tipo per esercitare il dominio sulle masse e sugli stati. La volontà di potenza è evidente nei regimi autocratici ma è implicita anche in molti governi che hanno ancora l’aspetto di democrazie e di regimi liberali. Dietro il desiderio di supremazia, dietro la pulsione alla guerra e alla dominazione, c’è la volontà di potenza; non da oggi, da sempre; ma oggi dispone di quei nuovi mezzi tecnologici e persuasivi, oltre la forza e le armi. La volontà di potenza è incline a considerare l’umanità come mezzo anziché come fine, per dirla con Kant; cioè ha un potenziale di disumanità che calpesta con indifferenza gli altrui diritti, la vita e la sofferenza degli altri.

Infine, il rischio della disumanizzazione proviene dalla perdita dell’umanesimo e dell’intelligenza critica, della cultura e della civiltà. La crescita senza freni e contrappesi della tecnologia o del profitto finanziario fanno terra bruciata di tutto quanto richiama umanesimo e intelligenza, cultura e identità, tradizione e storia, educazione e civiltà. Che diventano ingombri di cui liberarsi, pietre al collo e inciampi del passato, inutili orpelli di epoche ancora pervase dal senso religioso, estetico, storico, morale e culturale. La barbarie benestante di oggi, l’inciviltà di ritorno, il ripudio di ogni sapere che non abbia una rapida utilità pratica e finanziaria, è sotto gli occhi di tutti.

Questi quattro fattori sono oggi, nel loro combinarsi e potenziarsi reciproco, i maggiori pericoli per l’umanità. Se ancora ne parliamo è perché evidentemente il mondo non va in una sola direzione e la storia non è mai scritta in anticipo. È una sfida aperta da giocare.

A chi detiene il ruolo super partes di garante e arbitro della Res publica, di rappresentante e guida autorevole delle istituzioni, tocca la responsabilità di tenere svegli i cittadini a partire dalle classi dirigenti e coloro che detengono poteri decisionali e discrezionali. Certo, sono scenari in cui la politichetta non c’è più, le piccole contrapposizioni urlate e inconsistenti contano davvero assai poco; si tratta di oltrepassare la politica o predisporre lo sguardo alla Grande Politica, oltre i contingenti flussi elettorali e le ordinarie gestioni del presente. Per un presidente avanti negli anni e nel suo doppio mandato, c’è una ragione in più per porre questi problemi. E da presidente della repubblica italiana dovrà calare poi questa visione generale della nostra epoca nella specifica realtà nostrana. In un paese che ha fatto per secoli della cultura e della civiltà, dell’intelligenza e della creatività, la fonte della sua principale ricchezza e prestigio nel mondo. L’Italia non può abdicare in favore della tecnica e della finanza, della supremazia della forza e del disprezzo per l’umanesimo, rinunciando alla sua stessa identità e “missione”. Lo stesso discorso, allargandosi, vale per l’Europa e per la sua presenza sulla scena del mondo.

Questo appello proietterebbe lo sguardo del Capo dello Stato sul futuro, allontanandosi dal consueto fraseggio in uso nel teatrino pubblico.

Coraggio Presidente, abbandoni almeno una volta il ruolo di custode del potere costituito e delle ovvietà istituzionali e volga lo sguardo a qualcosa di più grande e nascente, più pericoloso e più reale, che tocca realmente l’umanità tutta e gli italiani uno per uno. Allunghi la vista, innalzi lo sguardo.


Fico nomina la Giunta regionale della Campania


Tutti gli assessori della giunta regionale di Roberto Fico in Campania, l’elenco con le deleghe. È nata la prima giunta di Roberto Fico in Regione Campania: l’elenco dei 10 assessori e relative deleghe è ufficiale dopo settimane di trattative e scontri.

(di Ciro Pellegrino – fanpage.it) – La prima giunta della Regione Campania guidata da Roberto Fico c’è. È arrivata agli sgoccioli dell’anno 2025, sotto il segno del Capricorno, dopo una trattativa logorante sulle deleghe, andata avanti anche di notte, tre giorni dopo prima seduta del Consiglio regionale pure non priva di polemiche e divisioni.

La sintesi della maggioranza di centrosinistra, il cosiddetto “campo largo” (Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Socialisti, “Casa Riformista”, “A testa alta”, “Noi di centro con Mastella”, lista Fico Presidente) che ha vinto le elezioni Regionali 2025 il 24 novembre è dunque in una lista di nomi, nero su bianco, ora diventati decreto presidenziale. E consentirà alla squadra di governo campano che arriva dopo un decennio di governo di Vincenzo De Luca (sempre centrosinistra) di poter essere operativa fin dai primi giorni del 2026.

Giunta Regione Campania: nomi e deleghe complete
Questi, dunque, i nomi e le deleghe dei 10 assessori regionali della dodicesima legislatura in Campania (2025-2030), l’elenco intorno al quale si è consumato un accesissimo scontro interno ai partiti (soprattutto alle varie anime del Partito Democratico) e poi tra le altre realtà del campo largo, come la lista deluchiana “A testa alta” o “Casa Riformista”.

Nino Simeone (lista Fico): “Il Pd parla di parità di genere ma non la pratica in giunta regionale”
Mario Casillo: vicepresidente: Trasporti, Mobilità, Mare. È esponente del Pd.
Enzo Cuomo: Governo del territorio, Patrimonio. Sindaco dimissionario di Portici, è del Pd
Andrea Morniroli: Politiche sociali, Scuola. Cooperatore sociale, è un tecnico voluto dal Pd area Schlein.
Claudia Pecoraro: Ambiente, Politiche abitative, Pari opportunità. È vicepresidente del Consiglio comunale di Salerno col M5s.
Fulvio Bonavitacola: Attività produttive e sviluppo economico. È stato per 10 anni vicepresidente della Regione con Vincenzo De Luca. Iscritto al Pd ma in quota area deluchiana “A testa alta”
Enzo Maraio: Turismo, Promozione del territorio, Transizione digitale. È leader del Partito Socialista.
Angelica Saggese: Lavoro, Formazione. È esponente di Italia Viva di Matteo Renzi.
Ninni Cutaia: Cultura, Eventi, Personale. siciliano di Catania, regista della riforma dei teatri italiani
Fiorella Zabatta: Politiche giovanili, Sport, Protezione civile, Biodiversità, Politiche di riforestazione, Pesca e acquacoltura, Tutela degli animali, quota Verdi in Avs
Maria Carmela Serluca: Agricoltura, quota Noi di Centro con Mastella
Il presidente riserva a sé le materie della Sanità, del Bilancio, dei fondi europei e nazionali, nonché le restanti non assegnate.

Fico commenta così: «Ringrazio le forze politiche e civiche per il confronto e il contributo alla formazione della Giunta. Siamo pronti per lavorare al servizio dei cittadini campani mettendo in campo esperienza, professionalità e competenze, cura e attenzione per il territorio, ascolto dei bisogni delle persone».

Il neo vicepresidente Casillo: «È per me un grande onore e motivo di orgoglio; ringrazio il presidente Fico per la fiducia, la segretaria Elly Schlein, il segretario regionale Piero De Luca. Sarò subito al lavoro per una Campania più efficiente e sostenibile».

La squadra è stata resa nota a mezzo nota stampa, niente conferenze pubbliche, per ora. È stato un parto complicato: per tutta la mattina si sono rincorse voci, alla fine è stato Clemente Mastella a rompere gli indugi con una nota ringraziando Fico per l’assessorato all’Agricoltura, senza però che fosse nota la giunta. Idem la Confagricoltura. «Surreale sapere degli assessori dai social di Mastella» ironizza Fulvio Martusciello, coordinatore di Forza Italia in Campania.

Poco prima della nomina ad assessore Enzo Cuomo (Pd) si è dimesso dalla carica di sindaco di Portici, evitando ogni problema di ineleggibilità. A Portici si voterà in primavera 2026, un attimo prima di dimettersi, Cuomo ha nominato vicesindaco Giovanni Iacone, suo fedelissimo, ovviamente Pd.


La Russia è il tallone d’Achille di Trump


Nyt ricostruisce il rapporto Usa-Kiev fra scontri e fazioni nell’amministrazione

(ANSA) – Più di un anno di tira e molla fatto di battaglie fra fazioni interne, timori di pronunciare la parola “Ucraina” al Pentagono, il segretario di Stato Marco Rubio che ha citato il ‘Padrino’ incontrando la delegazione russa e il colloquio telefonico fra Volodymyr Zelensky e una ex Miss Ucraina sposata con un amico di Donald Trump.

Il New York Times ricostruisce il dietro le quinte dei rapporti e delle trattative fra Washington e Kiev sulla base di 300 interviste, una delle quale riferisce della frase la “Russia è mia” pronunciata dal presidente rivolgendo al suo inviato per l’Ucraina Keith Kellog.     

La ricostruzione include le ‘contraddizioni’ della politica di Trump sull’Ucraina, il confronto fra il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov con Rubio lo scorso settembre e il ruolo della Cia che in agosto, poco prima del vertice fra Trump e Vladimir Putin, riferì al presidente americano che il Cremlino non era interessato a mettere fine alla guerra.

Lavrov disse al segretario di stato di essere convinto che Trump nell’incontro con Vladimir Putin in Alaska si era impegnato a costringere Zelensky a cedere la parte restante del Donetsk.

Lavrov aveva poi incaricato l’ambasciata russa a Washington di inviare una lettera a Rubio chiedendogli di far riconoscere direttamente a Trump tale impegno. La lettera aveva sorpreso l’amministrazione americana, alla quale era stato spiegato successivamente che Putin non l’aveva autorizzata e che, quindi, era un’iniziativa del ministro degli Esteri russo.

Già prima di insediarsi, la squadra di Trump era stata contattata dai russi. Memore del ‘Russiagate’ dei primi quattro anni, Michael Waltz – l’ambasciatore americano all’Onu ed ex consigliere alla sicurezza nazionale di Trump – aveva scritto una lettera a Joe Biden per chiedergli l’autorizzazione a procedere.

L’ex presidente decise di non voler bloccare i tentativi della futura amministrazione con i russi ma non diede una ‘benedizione’ scritta. Le trattative formali sono partite dopo il giuramento ma i lavori dietro le quinte sono andati avanti con settimana perché Trump voleva farsi trovare preparato dopo aver promesso in campagna elettorale di poter risolvere la guerra in un giorno.

In vista dell’insediamento scelse Kellogg come suo inviato per l’Ucraina, una nomina che ha spaccato da subito la squadra di Trump con il vicepresidente JD Vance in prima linea fra i critici.     

Al Pentagono intanto Pete Hegseth era arrivato senza avere un’idea precisa sulla guerra in Ucraina, anche se molti dei suoi consiglieri l’avevano. La sua opinione si è formata sui loro consigli, da loro ha ereditato la voglia di sospendere la consegna di armi, dal quale ne è nato lo scontro con Kellogg che, con le sue posizioni in difesa di Kiev, è apparso subito isolato all’interno dell’amministrazione.


Maiorino (M5s): “Noi garantisti anche con Hannoun. La destra è ipocrita”


La senatrice del M5s si difende dalle accuse di “poca attenzione” sulla vicenda del presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia accusato di finanziare Hamas. E sul decreto Ucraina: “Noi voteremo contro, con il Pd speriamo sia la pace di Trump a farci superare le divisioni”

(Gianluca De Rosa – ilfoglio.it) – Roma. “Il garantismo per la destra è a targhe alterne. Quando ad essere accusato è uno di loro, bisogna aspettare il terzo grado, quando invece è accusato qualcun’altro diventa subito un mostro da colpire. Come in questo caso, dove per Hannoun è già stata stabilita la colpevolezza. Un po’ strano, no?”. Alessandra Maiorino, senatrice del Movimento 5 stelle, non è certo una che si nasconde dietro a un dito. Anche col rischio, talvolta, di esagerare. Come quando diede al ministro degli Esteri Tajani del “influencer prezzolato da Israele”. E’ lei, con il Foglio, a difendere le scelte del M5s che, nella passione della battaglia per la Palestina, è finito col portare in Parlamento Mohammed Hannoun, il presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia che, secondo un’indagine della Dda di Genova, raccoglieva soldi per Gaza che venivano invece utilizzati per finanziare Hamas. Con lui, la compagna di partito e deputata del M5s ha organizzato anche viaggi in Cisgiornadania. Ma, dice Maiorino, è stato tutto fatto in buona fede. “La collega Ascari – sostiene la senatrice del M5s – ha un percorso politico, professionale e umano senza macchie. Si è sempre mossa per i più fragili. Sulla sua trasparenza non ho alcun dubbio. Anche gli esponenti di destra che la conoscono e sanno di che pasta è fatta dovrebbero vergognarsi a usare questo fango contro di lei. Sul caso Hannoun – prosegue – è in corso una manovra ripugnante per confondere le idee. E’ ovvio che se le accuse gravissime saranno dimostrate, Hannoun andrà punito, ma per ora si tratta appunto solo di accuse. Dall’altro lato, invece, ci sono dei fatti: Netanyahu ha finanziato Hamas nel 2018, è accusato per corruzioni, frode e abuso d’ufficio in Israele, di crimini di guerra dalla corte dell’Aia, ha assaltato e detenuto illegalmente civili europei e parlamentari che si trovavano a bordo della Flotilla. Questo è il personaggio amico della destra al governo. Sta a loro spiegare la loro amicizia con questo assassino stragista, noi non dobbiamo giustificarci di nulla”. E però, ancora prima dell’arresto, Hannoun diceva cose terribili, giustificando, ad esempio, le esecuzioni commesse da Hamas dei palestinese collaborazionisti con Tel Aviv. “Non siamo noi responsabile di queste dichiarazioni”, replica Maiorino. “Inoltre, vorrei ricordare che lì c’è un conflitto che va avanti da decenni e quindi, purtroppo, c’è un odio insopprimibile. Quello che ha fatto Ascari non è condividere quella frasi, ma andare a vedere con i suoi occhi qual era la situazione in Cisgiordania o al valico di Rafah, per portare sollievo a una popolazione stremata”.

Cambiando argomento, due giorni fa il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto Ucraina per continuare ad armare Kyiv anche nel 2026. Il provvedimento arriverà presto in Parlamento. Voi del M5s cosa farete? C’è il rischio di una nuova spaccatura con il Pd? “Saremo coerenti e voteremo contro l’autorizzazione”. Diversamente dal Pd, dunque. Con le politiche che si avvicinano non è grave una tale divisione ? “Magari nel 2027 l’idolo di Salvini e Meloni Trump sarà finalmente riuscito a fermare questa guerra, e questo problema non si porrà”, replica ironica la 5 stelle.

Sempre al Cdm di ieri è stato rinviato il decreto di indizione del referendum sulla separazione della carriere, il governo sembra comunque intenzionato a fissare la data del voto a metà marzo. “Questo tentativo di anticipare tanto più possibile il voto disvela la loro paura di perdere”, dice Maiorino. “Sanno che se le persone vengono informate su questa riforma non potranno far altro che bocciarla. Dopo il flop di premierato e autonomia differenziata, Meloni non avrà più alibi: dovrà andare a casa”. Teme che il Pd sia troppo timido nel sostegno alla battaglia referendaria? “E’ vero che il Pd in altri tempi sostenne riforme simili, ma sono fiduciosa del loro supporto in questa battaglia che per noi del M5s è fondamentale”, conclude la senatrice pentastellata.