Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’Italia è un paese al contrario


SANREMO: RAI, “RAMMARICO PER DECISIONE PUCCI, PREOCCUPA CLIMA INTOLLERANZA E CENSURA

(Adnkronos) – “Grande rammarico per la decisione di Andrea Pucci di rinunciare a partecipare alla prossima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, a seguito delle gravi minacce ricevute e del clima di intimidazione nei suoi confronti”. E’ quanto esprime in una nota la Rai.

“Comprendiamo la sua decisione maturata nell’ambito di una valutazione responsabile, volta alla tutela della propria integrità personale e di quella della sua famiglia, nonché della propria immagine professionale – continua – Non resta che esprimere preoccupazione per il clima d’intolleranza e di violenza verbale generato nei confronti di un artista che ha fatto della satira e della comicità non conformiste il suo modo di esprimere libertà di pensiero”.

“Questa forma di censura nei confronti di un artista attraverso la diffusione di odio e pregiudizio dovrebbe preoccupare chiunque lavori nel mondo dello spettacolo – conclude la Rai – Facciamo ad Andrea Pucci gli auguri più sinceri e speriamo di poter presto condividere il suo percorso artistico”

LA RUSSA, HO TELEFONATO AD ANDREA PUCCI, CI RIPENSI LA SATIRA NON SIA CENSURATA

(ANSA) – ROMA, 08 FEB – “Ho telefonato all’amico Andrea Pucci per esprimergli la mia vicinanza e per invitarlo a ripensarci. Capisco la sua decisione, presa da persona perbene qual è, ma il mio auspicio è che possa tornare sui suoi passi. Ho sempre sostenuto che la satira non possa e non debba essere censurata:

lo pensavo quando a calcare il palco di Sanremo erano comici dichiaratamente di sinistra, e lo dico oggi con Pucci. A lui e alla sua famiglia va la mia vicinanza per le minacce ricevute”. Lo dichiara Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica.


Alessandro Di Battista: La donna madre e cristiana, un tal Pucci e la distrazione di massa


(Alessandro Di Battista) – Il governo italiano è responsabile del fallimento europeo in Ucraina. Il governo italiano (e la maggioranza) è responsabile della conferma di Ursula von der Leyen (un pericolo pubblico) a Presidente della Commissione europea. Il governo italiano è complice dello sterminio dei palestinesi a pochi km dalle nostre coste (non ha approvato un solo pacchetto di sanzioni nei confronti dello Stato genocida di Israele). La sicurezza in Italia è ai minimi storici. I reati nel 2024 sono aumentati rispetto al 2023. Le accise sui carburanti non solo non le ha tagliate ma con la rimodulazione (aumento di quelle sul gasolio e diminuzione di quelle sulla benzina) lo Stato incassa 600 milioni di euro in più all’anno dalle tasse sui carburanti. Che significa? Che hanno applicato più tasse. Questo si trasforma, tra l’altro, in aumento dei prezzi dei generi alimentari tra le altre cose. Il gas costa l’ira di Dio, ma i nostri governanti hanno preferito sostituire il gas russo (più economico e di maggiore qualità) con il gas naturale liquefatto made in USA (più caro e più inquinante) dimostrando un servilismo assoluto.

Ad oggi le politiche sull’immigrazione sono un fallimento. I centri in Albania vuoti mentre sono sbarcate centinaia di migliaia di persone da quando è al governo la sedicente sovranista. La crisi democratica è totale. Sempre più cittadini disertano le urne. Alle ultime elezioni europee (prima volta nella storia) ha votato meno del 50% degli aventi diritto. La crisi sociale è totale. E’ più facile rimediare una dose di coca che farsi una tac. La crisi demografica è totale. Mediamente in Italia negli ultimi anni sono nati 365.000 bambini e sono morte quasi 700.000 persone. Ogni anno! Fatevi due conti. Il popolo italiano sta scomparendo e non a causa di un’invasione russa. Nel 2025 (i dati ancora non ci sono) è probabile che siano nati meno di 350.000 bambini. Mai un numero così drammatico negli ultimi anni. Rammento che la Meloni era quella del “popolo delle culle”.

Di fronte a questo disastro la Meloni (complice un’opposizione inconsistente) ha scelto una strada: quella dell’influencer o dell’opinionista. Ricordo che non è pagata per commentare tutto lo scibile umano. E’ pagata per risolvere i problemi. Invece lei chiacchiera e commenta qualsiasi cosa non potendo commentare leggi che abbiano davvero avuto un impatto sulle nostre vite. Oggi ha messo il becco sulla conduzione di Sanremo tentando, ancora una volta, di fare propaganda su una questione (la rinuncia di un comico che io personalmente neppure conoscevo) della quale al 99% degli italiani non frega una benemerita mazza.

Distrazione di massa, si chiama distrazione di massa. E’ una roba vecchia come il mondo in politica. Non lasciatevi distrarre!


M5S: Meloni più comica di Pucci


RENZI, MELONI DÀ SOLIDARIETÀ A UN COMICO E NON PARLA DI TASSE E SICUREZZA

(ANSA) – ROMA, 08 FEB – “Giorgia Meloni non viene mai in Parlamento per parlare di pressione fiscale e di sicurezza. E però oggi interviene sul festival di Sanremo dando la colpa all’opposizione per il forfait del comico Pucci. Non so quanto faccia ridere Pucci, so però quanto fa ridere un Governo in cui premier e vicepremier danno la solidarietà a un comico e non parlano di tasse e coltelli.

Abbiamo un mondo impazzito e l’Italia in mano a due influencer che prendono like pensando a Sanremo. Nel frattempo secondo l’Istat aumenta la povertà delle famiglie e crolla la produzione industriale ma la nostra Premier ci parla di Sanremo”. Lo scrive sui suoi social il leader di Italia Viva Matteo Renzi.

RAI: PD A MELONI, ‘PAESE AFFRONTA EMERGENZE, GOVERNO PENSA A SCALETTA SANREMO’

(Adnkronos) – “Mentre in Sicilia si contano migliaia di sfollati e gli italiani stanno affrontando gravi emergenze sociali, Meloni e lo stato maggiore del governo sono preoccupati della scaletta del Festival di Sanremo”. Così Stefano Graziano, capogruppo Pd Commissione parlamentare di Vigilanza Rai.

“Prendiamo atto della rinuncia di Andrea Pucci alla co-conduzione di una delle serate del Festival: una scelta di buonsenso che evidentemente non appartiene a tutti. Di certo non appartiene al direttore di RaiSport, Paolo Petrecca, che, dopo una vergognosa e imbarazzante telecronaca in occasione dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, continua imperterrito a rimanere al suo posto solo perché si sente difeso da chi attacca sulla presunta illiberalità”.

“Rassicuriamo la Presidente Meloni e il vicepresidente Salvini: in Italia non c’è alcuna deriva illiberale della sinistra, c’è piuttosto una evidente inadeguatezza culturale della destra al governo. L’unico vero attacco alle istituzioni è quello portato avanti dalla maggioranza di governo, che tenta di controllare l’informazione pubblica, delegittimare il dissenso e, con la riforma della giustizia, minare la separazione dei poteri, fondamento della nostra democrazia costituzionale. Presentarsi come vittime mentre si esercita il potere senza contrappesi non significa difendere lo Stato, ma indebolirlo”.

SANREMO: M5S, DERIVA ILLIBERALE? MELONI PIÙ COMICA DI PUCCI

(ANSA) – ROMA, 08 FEB – “Panico a Palazzo Chigi: Pucci rinuncia alla co-conduzione di Sanremo e parte immediatamente l’allarme democratico. Giorgia Meloni lancia allarme rosso parlando di intimidazione, odio e addirittura di spaventosa deriva illiberale.

Mancava solo l’appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per difendere il diritto universale alla battuta sul suocero e alla barzelletta sugli stereotipi anni Novanta. Per Meloni il problema non sono le guerre e le bollette alle stelle, ma Pucci a Sanremo. Pucci poteva restare, andarsene o presentare pure l’Eurovision: il problema non è che sia di destra. Il problema è che fa una comicità triste, stanca, incastrata in cliché che sembrano usciti da una videocassetta dimenticata nel 1997.

Comunque in pieno spirito di collaborazione suggeriamo a Giorgia Meloni una soluzione. Per sostituire Pucci si potrebbe chiamare direttamente il direttore di Rai Sport Petrecca. Considerando la collezione di gaffe, lapsus e momenti surreali, rischierebbe seriamente di risultare il segmento più comico dell’intero Festival, senza nemmeno provarci.

O potrebbero mandarci Beatrice Venezi, che alla Fenice non vuole nessuno e che magari potrebbe dilettarsi all’Ariston. Ma forse a Sanremo a fare la comica dovrebbe andare proprio Giorgia Meloni: gridare alla “deriva illiberale” fa veramente sghignazzare. Peccato che siano risate amare”. Così gli esponenti M5S in Commissione di Vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato.


Report: chi c’è dietro ad alcuni comitati per il “SI” al referendum sulla riforma della giustizia?


(Vincenzo Iurillo – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci sono società schermate da fiduciarie e divulgatori del trumpismo dietro alcuni dei comitati per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia.

Lo racconta la puntata di Report di stasera con un’inchiesta di Luca Bertazzoni che accende un faro su Esperia, la piattaforma social nata pochi mesi fa proprio per supportare la campagna pro-riforma.

Tra i suoi volti Federica Ciampa, componente del centro studi Fdi, che è anche responsabile dei social della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, fondata nel 1962, di cui faceva parte anche l’attuale ministro Carlo Nordio, generosamente finanziata dall’ultima legge di bilancio, che si sta spendendo molto per la riforma.

Esperia però è diretta da Gino Zavalani, uno che – come ricorda Report – posta su Instagram video di questo tenore: “Dio benedica l’Occidente. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti, l’uomo giusto nel periodo storico giusto: l’unico probabilmente capace oggi di intervenire con la forza e la lucidità necessarie per riportare la pace in Medio Oriente”.

Il video è del 13.10.25 e illumina quali siano i valori di riferimento della piattaforma che sostiene il Sì.

L’editore di Esperia è la Dors Media, il cui amministratore unico è l’ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio, Pietro Dettori, ex esponente di punta del Movimento 5 Stelle prima di passare dalla parte di Giorgia Meloni come responsabile social nella campagna per il sì al referendum.

[…] Ma la proprietà è scudata da una fiduciaria di Milano, Fiditalia, del cui Cda è presidente l’avvocato Matteo Cassa, ex Maestro Venerabile della loggia massonica Avalon, costola del Grande Oriente d’Italia. Report ha provato a fare alcune domande sul punto a Dettori e Zavalani. Hanno fatto scena muta.

Hanno invece risposto alle domande del consorzio giornalistico Irpi e di Wireled: la proprietà di Dors Media schermata dalla fiduciaria sono detenute al 100% dalla società Eto detenuta al 40% dall’ex 5 stelle Pietro Dettori, per 30% da Zavalani e per il rimanente 30% da Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, capo della comunicazione social di Giorgia Meloni. Detto questo, perché schermare Esperia?


Una piazza di Benevento dedicata a Bettino Craxi


BETTINO CRAXI MERITA DI ESSERE RICORDATO

    Fino a ieri per vedere uno spazio pubblico dedica a Bettino Craxi si doveva andare in Tunisia oppure a Santiago del Cile, nella suggestiva cornice del Cementiero General de Recoleta, il luogo dove riposa il grande presidente Salvador Allende, vittima innocente della dittatura di Pinochet.

    Da oggi possiamo andare anche a Benevento grazie al sindaco Mastella che ha deciso di intitolare il piazzale situato lungo il viale dell’Università  a Bettino Craxi.

      Da 26 anni le spoglie del Presidente Craxi riposano nel  cimitero cristiano di Hammamet e, a distanza di tanti anni dalla morte, solamente qualche diecina  di  amministratori  hanno avuto la “forza” morale di onorare la memoria  di un grande uomo di Stato che ha speso la sua vita per il bene dell’Italia. Eppure Craxi è stato sicuramente un grande italiano, un grande  statista  che per dirla con il giornale  l’Unità del 1999

“…è stato tra i 5 o 6 personaggi che hanno fatto la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni ‘90”.

      Per dirla con il senatore Giulio Andreotti: “Craxi era un uomo straordinario, negli incontri internazionali intuiva facilmente il cuore dei problemi; toccava i punti giusti e dava un’immagine seria dell’Italia”.

      Un grande  uomo di governo che nel 1984 con il cosiddetto “Decreto di San Valentino” aveva quasi azzerato l’inflazione, portandola dal 16% al 4%; che aveva portato l’Italia al quinto posto nell’economia del mondo con un tasso di sviluppo di circa il 3% annuo ed ottenuto per la prima (ed unica) volta il massimo di affidabilità da parte delle maggiori agenzie di “rating” internazionale che attribuirono all’Italia la valutazione massima, la cosiddetta  tripla AAA, portando in questo modo il nostro Paese nell’ aristocrazia dei paesi industrializzati ( oggi siamo scivolati in serie BBB: una valutazione che riflette il livello estremamente alto del debito pubblico che nei giorni scorsi ha superato la cifra di 3000 miliardi di euro, il basso andamento della crescita del Pil e i rischi associati alle proiezioni sul debito).

     Un grande uomo di Governo che, pur convinto filo-americano, non s’era fatto umiliare da Reagan a Sigonella (in occasione del sequestro dell’Achille Lauro). Un grande Presidente che arrivò alla guida del Paese in un momento di grave crisi strutturale (quando nell’agosto del 1983 il primo Governo Craxi iniziò ad operare la produzione industriale era crollata del 7% e le quotazioni azionarie precipitavano, al punto che, solo pochi mesi prima, si era stati costretti ad un intervento assolutamente eccezionale: la sospensione per tre giorni dell’attività di Borsa per evitare un vero e proprio tracollo) e che al programma dell’austerità proposto dall’on. Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano) seppe contrapporre la politica degli incentivi alla ripresa industriale per far uscire il Paese dalla recessione e dalla stagnazione.

    Un grande modernizzatore che non esitò a far votare “SI” ai socialisti quando si doveva decidere l’ingresso dell’Italia nello Sme (primo passo verso la moneta unica, ferocemente osteggiata dal Partito Comunista Italiano).

     In conclusione, per aiutare qualche  Sindaco a spezzare le catene  dell’oblio ed avviare le procedure necessarie per intitolare un luogo pubblico in suo onore vale la pena  ricordare che:

  • Il 19 gennaio 2000 Bettino Craxi è morto ad Hammamet suscitando il cordoglio di tutto il mondo democratico  ed  il governo dell’epoca -presieduto dall’on. D’Alema –  propose di tributare a Bettino Craxi i funerali di Stato in Italia (e non furono svolti perché rifiutati dalla famiglia).
  • La Corte di Giustizia Europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per violazione dell’articolo 6 della Convenzione di Strasburgo sull’equo processo. In poche parole, la Corte europea ha sancito che i più elementari diritti e le regole del diritto furono violati pur di arrivare ad una condanna del leader socialista.
  • Il Procuratore Capo del Tribunale di Milano Gerardo D’Ambrosio (poi Senatore  eletto nelle liste del PD) che condusse le indagini che portarono alla condanna di Craxi  fu il primo a riconoscere che l’ex segretario del PSI non aveva mai intascato soldi a titolo personale e in un’intervista al “Foglio” del 22 febbraio 1996 affermava: “…La molla di Bettino non era il suo arricchimento ma la politica” ed ha confermato in più occasioni che  Craxi aveva ragione quando affermava che: “il sistema dei partiti della prima Repubblica si reggeva sul finanziamento illecito” che è stato amnistiato sino al novembre ’89, depenalizzato se compiuto dopo il ’93 e colpito penalmente solo se commesso in quell’intervallo di quattro anni. Una legislazione a singhiozzo con reati che appaiono e scompaiono a seconda degli anni. 

Solo chi è accecato dalla faziosità non riesce a capire che questo tipo di legislazione ha lesionato il principio di eguaglianza del cittadino davanti alla legge, anche del cittadino Benedetto Craxi (detto Bettino).

  • La difesa della libertà dei popoli oppressi è stata per Craxi una ragione di vita. Non ebbe paura di accusare le multinazionali per l’aiuto dato al golpe cileno di Pinochet, così come aiutò i socialisti portoghesi  a combattere la dittatura di Salazar. Non ebbe d’altra parte alcuna remora nel denunciare con forza i regimi comunisti dell’Europa dell’Est e a impegnarsi nella difesa del popolo palestinese. Tutti i perseguitati politici, prima o poi, sono arrivati  a Roma per incontrare e ringraziare Bettino Craxi per il sostegno (non solo politico) che avevano ricevuto.

Ciò che desiderava per lui lo avrebbe voluto davvero per tutti. Anche per  coloro che ancora oggi, a distanza di 26 anni dalla sua morte, non riescono a liberarsi dalla faziosità ideologica e politica. E tutti dovrebbero rileggere e studiare il suo ultimo straordinario discorso pronunciato il 3 luglio del ’92 alla Camera di Deputati davanti agli attoniti colleghi parlamentari. Un discorso in cui era stata soppesata parola per parola, affinché tutti potessero tenere a mente per sempre e che nascondevano al contempo il dramma di un uomo che aveva capito di essere stato scelto come capro espiatorio da sacrificare sull’altare di quella falsa rivoluzione fatta passare sotto il nome di Mani Pulite.

   E il carisma politico di Craxi apparve in tutta la sua grandezza. La Camera dei Deputati era gremita in ogni ordine di posti; persino lo spazio riservato agli ospiti era lì per scoppiare e nell’aria non si sentiva volare neppure una mosca.

   Il suo era un atto di accusa tremendo verso la classe politica tutta. Ma anche e soprattutto un’autocritica forte e sincera. Sei mesi dopo, arrivava la cosiddetta rivoluzione di Mani Pulite, che doveva cancellare una classe dirigente per fare posto agli sconfitti dalla Storia.

   Da lì a qualche mese, Craxi si rifugiava, esule, ad Hammamet per salvare la pelle e per sfuggire ad una giustizia ingiusta. E lì moriva 26 anni fa, quasi nell’ignominia, dopo una lunga e dolorosa malattia.   

     Craxi era stato bandito dalla comunità democratica e dagli organi di informazione come fosse un appestato. Però resta la sua grande lezione politica. Le sue idee restano di una attualità sconcertante. Craxi fece autocritica e chiese scusa agli italiani per non essere riuscito a bloccare in tempo la deriva. Che altro doveva fare? E che cosa hanno fatto tutti gli altri che il 3 luglio del ’92 rimasero seduti ed ammutoliti, senza fiatare e senza reagire?

Benevento 8 febbraio 2026   

Amedeo Ceniccola

Presidente circolo “B. Craxi” – Benevento


Dossier, Mossad e affari: l’anticipazione di “Report”


(Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – Uno dei due israeliani che l’8 febbraio 2023 incontrarono gli uomini di Equalize, nella sede della centrale spionistica di via Pattari a Milano, sarebbe stato Arik Ben Haim, imprenditore della cybersicurezza ritenuto un ex dirigente del Mossad.

Di quell’incontro il Fatto Quotidiano scrive dal novembre 2024, subito dopo gli arresti che decapitarono la società che faceva dossier su politici, artisti e sportivi, da Renzi a La Russa, da Alex Britti a Marcell Jacobs per dirne alcuni. Dossier realizzati, come documentato dalla Procura di Milano, con l’accesso illegale a banche dati riservate. I due israeliani, secondo quanto acquisito dai pm, erano lì per vendere un database sulle società, anche italiane, che commerciavano petrolio iraniano sotto embargo.

Informazioni potenzialmente utili all’Eni, cliente di Equalize, che negli anni ha pagato circa 370 mila euro di parcelle alla società di investigazioni milanese.

Ora Report, nella puntata che va in onda stasera, ci racconta che uno dei partecipanti alla riunione era Ben Haim, già membro degli uffici del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministero della Difesa di Tel Aviv, impegnato almeno alla fine del 2023 nelle retrovie dell’offensiva contro Gaza e all’epoca anche managing partner di Cyberleam Srl, una società di cybersicurezza allora presieduta da Maurizio Gasparri, ex ministro e senatore di Forza Italia.

L’ha fatto sapere a Report Samuele Calamucci, informatico e uomo chiave di Equalize, che sta collaborando con i pm di Milano e con quelli di Roma impegnati l’inchiesta collegata sulla Squadra Fiore, altra misteriosa centrale spionistica.

A verbale, però, Calamucci non l’ha detto. Per quanto ne sappiamo la Procura milanese e i carabinieri del Ros non hanno ancora identificato i due israeliani ricevuti nel 2023 da Calamucci e da un altro personaggio di Equalize, l’ex carabiniere del Ros ed ex agente del Sismi Vincenzo De Marzio, detto Tela.

Dice ancora Calamucci, stavolta anche a verbale, che il database sul petrolio iraniano sarebbe stato acquistato da Equalize per 100 mila euro e rivenduto per 500 mila. Ma l’operazione non andò in porto. Il ruolo di Gasparri in Cyberleam fu rivelato da Report nel novembre 2023.

Emerse allora anche che Ben Haim aveva avuto un misterioso appuntamento all’Agenzia italiana delle dogane, ottenuto grazie ai buoni uffici del senatore di Forza Italia.

Lo stesso Gasparri, impegnato da anni a fare la guerra a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione, fu costretto a dimettersi da Cyberleam. Non aveva mai dichiarato al Senato la carica ricoperta. Conviene ricordare che i rapporti del senatore ex Msi con Tel Aviv vengono da lontano e che oggi porta il suo nome il tentativo più spregiudicato di punire come “antisemite” le critiche a Israele. […]

Report ricostruisce anche la vicenda di Leonardo Maria Del Vecchio, l’unico figlio di Leonardo tuttora all’interno dell’impero Exilorluxottica fondato dal padre, protagonista di recenti e imbarazzanti apparizioni televisive. Il rampollo, sentendosi spiato, si era rivolto a Equalize, chiedendo informazioni sul fratello primogenito, Claudio, che come gli altri è suo avversario nella battaglia in corso sull’eredità paterna, stimata in 55 miliardi di euro. Ne parla, registrato a sua insaputa da Report, proprio De Marzio, l’agente Tela. E avanza il sospetto di un collegamento con la scalata a Mediobanca e di un coinvolgimento dell’ad di Exilorluxottica, Francesco Milleri.


Pucci rinuncia a Sanremo: “Insulti assurdi”. La premier lo difende: “Spaventosa deriva illiberale della sinistra”


La scelta del passo indietro e il ringraziamento a Carlo Conti e alla Rai. La solidarietà di Giorgia Meloni: “Inaccettabile il clima di intimidazione. Deriva illiberale della sinistra”

Andrea Pucci rinuncia a Sanremo: “Insulti assurdi. Il termine fascista non dovrebbe esistere più”

(repubblica.it) – Andrea Pucci rinuncia a Sanremo, dopo le polemiche che hanno accompagnato l’annuncio della sua presenza come co-conduttore della terza serata. “Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili!”, dice, parlando di “onda mediatica negativa” che altera “il patto fondamentale” con il pubblico. Di qui la scelta del “passo indietro”, ringraziando Carlo Conti e la Rai. “Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più”, afferma. “Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno”. Tra le reazioni, arriva quella del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Un fatto che racconta la deriva illiberale della sinistra”.

“Il mio lavoro – sottolinea Andrea Pucci in una nota – è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre!!! E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce , gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili! Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a SanRemo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare”.

“A 61 anni – continua Pucci – dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene. Devo e voglio ringraziare Carlo Conti, la Rai, e tutti coloro che hanno creduto, pensato e proposto questa occasione che avrebbe significato per me una meravigliosa celebrazione. Nel 2026 – afferma ancora l’attore replicando alle accuse che gli sono state rivolte in questi giorni – il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese! Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti – conclude – augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro”.

La solidarietà di Giorgia Meloni

Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui.

Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle…— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) 

Arriva anche la reazione del presidente del Consiglio che esprime solidarietà a Pucci. Così Giorgia Meloni: “Fa riflettere che nel 2026 un artista debba fare un passo indietro per il clima di intimidazione che gli si crea intorno”. Ancora: “Anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera ‘sacra’ la satira, insulti compresi, quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”.

Salvini: “Io sto con Andrea Pucci”

“Io sto con Andrea Pucci. Evviva la libertà di pensiero, di parole e di sorriso”. Lo scrive il leader della Lega Matteo Salvini suo social postando anche una foto del comico.


Referendum, il “SÌ” resta in vantaggio (52,5%) sul “NO” (47,5%), tuttavia il margine si assottiglia


(di Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – A poco più di un mese dal voto del 22 e 23 marzo sul referendum confermativo della riforma della giustizia, il quadro delineato dai sondaggi appare più competitivo di quanto fosse solo poche settimane fa. Il Sì resta in vantaggio, tuttavia il margine si assottiglia. L’ultima rilevazione di Only Numbers per la trasmissione Porta a Porta stima un’affluenza compresa tra il 34% e il 38%, con il Sì al 52, 5% e il No al 47, 5%.

Il risultato resta tutt’altro che scontato, anche perché la campagna referendaria sembra scivolare sempre più verso una contrapposizione identitaria, in cui il richiamo all’appartenenza politica rischia di prevalere sul confronto nel merito della riforma. In un quadro ancora fluido, il vero nodo resta la partecipazione: l’esito del referendum infatti – pur in assenza di quorum – dipenderà in larga misura da chi sceglierà di recarsi alle urne.

Nei bar, nelle stazioni, in farmacia, sui pullman o in metropolitana si discute più facilmente del nuovo partito del generale Vannacci, delle sorti del centrodestra, dei processi di Trump e del suo coinvolgimento nei dossier legati a Jeffrey Epstein o dell’ennesima dichiarazione di Fabrizio Corona, piuttosto che di una riforma destinata a incidere in profondità sull’assetto della magistratura.

È vero che la campagna elettorale entrerà nel vivo solo nelle ultime due o tre settimane dalla data del voto, tuttavia già oggi i comitati del Sì e del No si interrogano su come mobilitare un elettorato che appare distratto e distante. […] come spesso accade, la decisione se recarsi alle urne maturerà soprattutto negli ultimi giorni.

E se l’orientamento generale della popolazione appare oggi favorevole alla riforma, in assenza di quorum l’affluenza resta la variabile decisiva. Alcuni punti del testo intercettano infatti un consenso significativo. La proposta di istituire due Consigli Superiori della Magistratura distinti – uno per i pubblici ministeri e uno per i magistrati giudicanti, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica – raccoglie un consenso significativo tra i cittadini intervistati, pari al 40,8%.

Percentuali analoghe si registrano anche sul secondo pilastro della riforma: la composizione dei due Csm per due terzi tramite sorteggio tra i magistrati e per un terzo attraverso il sorteggio di professori universitari e avvocati con almeno quindici anni di esperienza, selezionati da elenchi approvati dal Parlamento in seduta comune, incontra il favore del 39,7% degli intervistati.

Il sostegno cresce ulteriormente sul terzo punto della riforma, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare composta da quindici membri, in parte nominati dal presidente della Repubblica e in parte sorteggiati tra magistrati, professori universitari e avvocati di comprovata esperienza: in questo caso quasi un italiano su due si dichiara favorevole (43,6%).

Tuttavia, accanto a questi dati emerge un altro segnale rilevante: in tre settimane su tutte le proposte si registra una perdita media di consenso compresa tra i quattro e i cinque punti percentuali, un elemento che conferma una volta di più come il sostegno alla riforma resti ampio, non consolidato e sempre più vicino alle proprie simpatie politiche.

In questo quadro, è il tema del sorteggio degli organi giudicanti quello che più intercetta la diffusa sfiducia verso quella che viene percepita come una “magistratura organizzata”. È anche l’aspetto più intuitivo della riforma, quello che appare più immediatamente “giusto”, perché promette di spezzare logiche di carriera, appartenenza e lottizzazione, caricandosi di un forte valore simbolico.

Diventa allora interessante lo scarto tra l’entusiasmo popolare e la prudenza, quando non la diffidenza, dei giuristi. Se per molti cittadini il sorteggio appare come uno strumento capace di spezzare il legame tra potere e carriera – più “puro” del voto interno perché elimina clientele, marketing e rendite di posizione – i sostenitori del No sollevano una questione di fondo. […] Il sorteggio può funzionare come correttivo, ma difficilmente come principio centrale: se posto al cuore del sistema, entra infatti in tensione con l’idea di servizio pubblico fondata sulla rappresentanza e sulla responsabilità[…] in un assetto fondato sull’estrazione a sorte dei decisori, il popolo non sceglierebbe più chi governa, e la sovranità rischierebbe di ridursi a una delega priva di reale controllo.

Ed è qui che per i sostenitori del No il referendum smette di essere una semplice riforma tecnica e diventa una scelta politica più profonda. A questo punto il referendum pone una scelta che va oltre le singole riforme: chiede a ciascun cittadino di riflettere sul tipo di democrazia che vogliamo.


Travaglio: “Fermo preventivo? Lo facevano ai tempi del fascismo”


Il direttore de il Fatto Quotidiano durante la trasmissione Accordi & Disaccordi sulla misura prevista dal nuovo Decreto Sicurezza

(ilfattoquotidiano.it) – “Se non vuoi esacerbare gli animi l’ultima cosa che ti viene in mente è quella di andare a prendere uno che non ha fatto niente, di dirgli ‘ti porto dentro perché potresti fare qualcosa’. Questo lo facevano ai tempi del fascismo“. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove, sul fermo preventivo previsto dal nuovo Decreto Sicurezza. Il direttore del Fatto Quotidiano ha criticato duramente le soluzioni annunciate dal governo Meloni in tema di ordine pubblico: “Questi pensano che l’ordine pubblico lo si garantisca facendo degli spot e facendo la faccia feroce, digrignando i denti. Quando sgomberano un centro sociale, pensano di avere sgominato gli occupanti. Ma gli occupanti, a meno che non li stermini, continuano a esistere. Soltanto che invece di stare in un centro sociale che puoi controllare e che spesso la polizia o i servizi infiltrano per sapere che aria tira, che cosa si prepara, si sparpagliano finché non trovano un altro posto dove andare. Poi i poliziotti devono andarli a cercare di qua e di là perché non sanno più dove stanno. Ed è quello che è successo con Askatasuna“.

E ancora sul fermo preventivo: “Lo sanno quanto personale dovremo impiegare per trattenere per 12 ore in guardina o in caserma o in commissariato una persona? Se ne tratteniamo dieci abbiamo bisogno di quattro agenti per ognuno di loro, 40 agenti che naturalmente, se stanno lì a sorvegliare questi qua che non hanno fatto niente perché preventivo, non possono andare in strada. Intanto però in strada si sa che è stato fermato ingiustificatamente un certo numero di loro amici. Secondo te questo rasserena gli animi? No, questo raddoppia la violenza e l’ira di quelli che stanno in piazza, ma a gestire la piazza ci saranno molti meno agenti, perché se devi fermare 100 persone, 400 agenti devono stare lì a sorvegliarli con il via vai degli avvocati”. “Poi – ha continuato Travaglio – devi avvisare il Pm che deve interrogarli per capire se ci sono gli estremi per tenerli lì dentro o per mandarli fuori. Il risultato sarà il solito casino che indebolirà la sicurezza della piazza e aumenterà il volume di fuoco di quelli incazzati. Ecco, questo è il modo opposto a quello corretto per gestire l’ordine pubblico e placare gli animi“, ha concluso.


Petrecca, il pluri-sfiduciato che si considera intoccabile: “Ho le spalle coperte”


Ribattezzato “Patapetrecca”, da numero uno del canale all news ha omesso e manipolato notizie, da Giambruno a Delmastro

Petrecca, il pluri-sfiduciato che si considera intoccabile: “Ho le spalle coperte”

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Gliel’hanno sentito ripetere tante volte nei corridoi di RaiNews24, la redazione guidata per tre anni e mezzo fino alla sfiducia, la prima di una lunga serie, che dieci mesi fa gli fruttò una contestatissima promozione per evitargli la rimozione: «Ho le spalle coperte, non potete farmi nulla».

Perché Paolo Petrecca — ribattezzato dai colleghi “Patapetrecca” per assonanza onomastica con le patacche rifilate al pubblico pagante (il canone) pur di omettere gli scivoloni ed esaltare le gesta della premier e dei suoi Fratelli — ha questo di bello: non le manda a dire. Fiero della sua antica militanza missina, rivendicata senza pudore, si considera un intoccabile e in fondo lo è: indiscusso precursore dell’avanzata della destra nel cuore dell’informazione pubblica. Il primo giornalista targato Meloni a scalare le gerarchie interne, imposto direttore delle all news dalla leader dell’allora unico partito d’opposizione: nell’autunno del ‘21, in base alle ferree regole della lottizzazione, a lei spettava una testata e Giorgia scelse lui. L’uomo che ha aperto la strada. Diffuso il verbo a colpi di punizioni, pezzi riscritti d’autorità e litigi furibondi. Maestro nell’oscurare servizi scomodi, come quello sui fuori onda piccanti dell’ex first gentleman Andrea Giambruno o sul ministro Lollobrigida che fermava i treni. Specialista nel falsificare i titoli: celeberrima l’assoluzione di Delmastro per il caso Cospito, trasmessa per ore a caratteri cubitali, mentre era solo la richiesta del pm. Infatti a sera il sottosegretario finì condannato e la notizia relegata in fondo.

Gaffe e manipolazioni che fanno rivoltare la redazione, ma non scalfiscono l’autostima del direttore. «Non potete farmi nulla», il mantra. Ribadito pure all’indomani della bufera scatenata dall’incredibile scelta di aprire il Tg di RaiNews, la sera delle elezioni francesi, con il Festival delle Città identitarie in cui si esibiva la compagna Alma Manera. Petrecca se ne stava lì, seduto lì in prima fila, a godersi lo spettacolo in quel di Pomezia, mentre tutte le tv del pianeta mandavano i risultati dello scrutinio che rischiava di costare la presidenza a Macron. Il giorno dopo, pioggia di accuse, sindacati sul piede di guerra, ma lui impassibile: nessun mea culpa, né offerte di scuse, solo la sicumera di chi sa di avere spalle coperte e una madrina troppo influente per temere di perdere il posto.

La fedeltà al partito prima che al giornalismo; la propaganda anteposta al dovere di informare; amici, mogli e parenti sopra ogni cosa. Pur di essere utile alla causa, che non è solo politica: è sua personale. E così ai comizi della premier trasmessi in tempo reale e versione integrale, pure se il palco non è una sede istituzionale ma quello di Atreju, via via si aggiungono gli interventi altrettanto fluviali della sorella Arianna. Un intero canale Rai piegato a dependance di palazzo Chigi con propaggini in Via della Scrofa, quartier generale dei Fratelli italici. E quando a marzo dell’anno scorso i “suoi” redattori non ne possono più e lo sfiduciano a stragrande maggioranza, Patapetrecca non fa un plissé. Bussa alle solite porte e si trova un’altra poltrona. Non in un sottoscala o un garage, bensì al comando della blasonatissima RaiSport, orfana di Jacopo Volpi appena andato in pensione.

Perché lui ha le spalle coperte. Gli interni, ben più esperti e competenti, molto meno.

Siccome tuttavia la fama lo precede e il curriculum conta, anche in un’azienda occupata manu militari dalla maggioranza di governo, la redazione si ribella. Il piano editoriale del neo-direttore viene bocciato. Quello si arrabbia. E passa alle minacce: «Vi conviene votare a favore, tanto ho i vertici dalla mia parte». Dopo una ventina di giorni lo ripresenta: bocciato di nuovo. Contando la batosta di RaiNews, fanno tre mozioni di sgradimento in tre mesi. Un record. Destinato a restare negli annali. Ma il meloniano tira dritto. Contro tutto e tutti. Fino a mercoledì scorso, quando Auro Bulbarelli rinuncia alla telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi, e Petrecca decide di prendersi la rivincita. «La faccio io, me ne intendo». Ci prova l’ad Giampaolo Rossi a spiegargli che non è il caso, «non l’hai mai fatto», meglio lasciare a chi ha già commentato le Olimpiadi. Invano. La copertura regge un’altra volta. Forse però, dopo il disastro certificato dai social, non per sempre.


Il malcontento, la polveriera e la fine dei palestinesi


(Tommaso Merlo) – I governanti rispondono al malcontento con manette e manganelli. Invece di ascoltare, reprimono. Ma dato che non è un problema di ordine pubblico ma di ingiustizia sociale, si rischia l’escalation. Già, mentre i governanti si pavoneggiano eleganti tra macchinoni e saloni liberty, i cittadini si devono piegare a lavoracci anche psicologicamente usuranti, pagati da cani o accontentarsi di misere pensioni lottando tra bollette e sogni infranti. E non hanno nemmeno più una politica che li rappresenti e quindi una speranza di futuro migliore. Una polveriera. Se i politicanti fossero personalità di spessore anche umano ispirati da nobili valori e con una rotta illuminata, la gente voterebbe e resterebbe a casa serena invece di urlare per strada. Ma da decenni siamo in mano a classi dirigenti che passano da una poltrona all’altra senza combinare nulla e senza avere uno straccio di visione di paese se non qualche rigurgito ideologico. Siamo al marketing elettorale al posto dell’analisi, agli influencer al posto degli statisti. Coi risultati che sono sotto agli occhi di tutti. Perennemente inchiodati in fondo a tutte le classifiche europee con paesi in via di sviluppo che ci superano perfino in libertà di stampa. Vittime di problemi talmente cronicizzati da diventare normalità e di viziacci talmente radicati da diventare abitudini. Come la lottizzazione selvaggia e l’impunità di lorsignori, come la meritocrazia solo per i poveri cristi, come le forzature della Costituzione invece di sporcarsi le mani per risolvere i problemi veri, come le mangiatoie olimpiche quando con due gocce frana tutto, come il servilismo lobbistico ed internazionale che ci ha portato alla chicca del riarmo mentre perfino sanità ed istruzione cadono a pezzi. Fatti inconfutabili. E che colpiscono tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire. Siamo ostaggi di classi dirigenti che invece di ammettere il proprio fallimento storico e farsi da parte, impongono la loro presenza senza rendersi conto di essere il principale problema del paese ed hanno pure il coraggio di prendersela con quei quattro gatti che ancora non si sono arresi. Davvero, l’unica cosa che sorprende è che il malcontento sia così contenuto e la reazione peggiore che può avere la politica, è la repressione, è limitare le libertà democratiche di espressione e di dissenso. Eppure tira una brutta aria e in ogni angolo dell’impero. Vogliono decidere cosa può essere detto e pensato e controllare chi osa ribellarsi e come. Palese il caso della Palestina. Chi sostiene la lotta di liberazione di quel popolo martoriato, si ritrova dalla parte sbagliata del sistema e quindi tacciato di estremismo, censurato e ghettizzato. Se invece lecchi i piedi al regime sionista, allora fai carriera nei palazzi del potere e ti invitano in prima serata a deliziare il grande pubblico. È una rete di potere occulta che opera attraverso la politica ed i media mainstream per manipolare l’opinione pubblica ed imporre la sua agenda. E dato che l’immane tragedia di Gaza ha fatto crollare decenni di propaganda, stanno correndo ai ripari stringendo le maglie in modo da cancellare il genocidio, da coprire lo scandalo Epstein che svergogna la rete ricattatoria israeliana sull’Occidente e far finta che la pulizia etnica sia finita e la soluzione sia attendere che il genero sionista di Trump trasformi il campo di concentramento di Gaza in un resort extralusso per satanici vampiri. La Palestina come per tutte le altre questioni cocenti del momento e che danno fastidio a chi comanda davvero. Di questo passo faremo tutti la fine dei palestinesi e in America si vedono già le prime avvisaglie coi militari per strada a scagliarsi contro minoranze e dissidenti, violenze inaudite e deportazioni di massa ma solo negli stati che non hanno votato per il dittatore di turno. Tira davvero una brutta aria in ogni angolo dell’impero. Servirebbe un sussulto di responsabilità da parte di tutti per evitare l’esplosione della polveriera. Le classi politiche e mediatiche dovrebbero assumersi le loro responsabilità storiche e farsi finalmente da parte in modo da favorire un cambiamento radicale. E i cittadini dovrebbero invece fare un passo avanti, rigettando ogni autolesionistica violenza e rimboccandosi piuttosto le maniche per scalare la vecchia partitocrazia o per rimpiazzarla con progetti politici più intelligenti. La sfida è quella di ristabilire i fondamentali della democrazia con classi dirigenti frutto del popolo e al servizio esclusivo del popolo. Senza intermediari parassitari, senza poteri occulti dietro le quinte, senza manipolazioni mediatiche. Bisogna tornare alla realtà, allo sporcarsi umilmente le mani per trovare soluzioni concrete in un mondo sempre più complesso. Altro che rigurgiti ideologici e dittatori di turno, altro che manette e manganelli tra un post e l’altro. Non è un problema di ordine pubblico, ma di ingiustizia sociale che richiede una risposta politica all’altezza altrimenti si rischia l’escalation. Una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire altrimenti faremo tutti la fine dei palestinesi.


L’eroico Mattarella sul tram Olimpico


(ilfattoquotidiano.it) – “Come è umano lei”. Le cronache giornalistiche di Sergio Mattarella sul quel tram chiamato Olimpiadi non sfigurano affatto al cospetto del ragionier Ugo Fantozzi. Perché il tram – “il vecchio tram” – è esso stesso il simbolo, come Mattarella dell’Italia e del lavoro, senza grilli per la testa, ma geniale come Enzo Jannacci e grande come Beppe Viola. “Quel geniale tram che mette tutti vicini, occhi negli occhi, sullo stesso piano, andata e ritorno: il tram “senza business class” scrive La Stampa piegando alla narrazione il campione – orgoglio&normalità – Valentino Rossi, tranviere per un giorno alla guida del convoglio “scelto” dal Capo dello Stato. Ma il meglio è Mattarella, “un presidente umano al tempo della disumanizzazione totale”, “un uomo che prende il tram, come tutti prendono il tram”, “il presidente spettinato quando tutti gli italiani erano spettinati – ricordate il siparietto al Quirinale sul ciuffetto fuori posto durante il Covid? – ma anche il presidente “dottore” al Niguarda per i ragazzi della tragedia di Crans Montana. Insomma: “Il corpo del presidente sempre, come argine allo sprofondo”. Applausi, anzi boati – “Sergio, Sergio!” – l’Italia chiamò.


L’equilibrismo di Meloni fra Stati Uniti e Europa


L’equilibrismo di Meloni fra Stati Uniti e Europa

(ANNA FOA – lastampa.it) – Procede a gran velocità il Board of Peace, l’invenzione di Donald Trump, che ne dovrebbe essere presidente a vita, per sostituire il vecchio mondo con uno diverso, basato sul realismo politico, sul rifiuto dei diritti umani e sul potere della ricchezza e della forza.

Una volta definito cosa questo Board vuole proporsi, siamo alla fase di reclutamento. Un reclutamento condizionato dal dover versare, per entrare a farne parete, un miliardo di dollari sull’unghia. Molti i Paesi invitati da Trump a farne parte, dalla Russia all’Ucraina alla Cina.

Decisamente, la prospettiva è mondiale. La vecchia Europa sembra esserne fuori, dalla Francia al Regno Unito alla Germania alla Norvegia alla Slovenia all’Ue (eccetto l’Ungheria di Orban), su motivazioni diverse, che vanno dalla possibile presenza della Russia di Putin alla sostanziale incompatibilità con le Costituzioni dei vari paesi.

È la stessa motivazione addotta dalla premier italiana Meloni, anche se, per convincerla a mutare opinione, è stato proposto che l’Italia possa entrarvi come “osservatore”, un nuovo ruolo introdotto appositamente per facilitare a molti paesi il superamento dell’incompatibilità fra i loro principi costituzionali e il Board: una struttura piramidale, direi imperiale, in cui il presidente a vita Trump possiede i pieni poteri, quindi una struttura del tutto incompatibile con i principi a cui si ispira la democrazia nei paesi in cui ancora sopravvive.

Il Board, ricordiamolo, nasce direttamente in rapporto alla “pace di Trump” in Medio Oriente, dell’ottobre scorso, tanto è vero che ne esiste, oltre al Comitato Esecutivo più ampio, un Comitato Esecutivo per Gaza. Il suo obiettivo è, oltre a quello di dar vita ad una pace stabile fra Israele e i palestinesi, quello di ricostruire la Striscia di Gaza, un lavoro immane e costosissimo. Che cosa ne dovrebbe uscire, alla fine? Forse qualcosa di molto simile a quelle immagini dell’Ai su Gaza, con Trump e Netanyahu sdraiati sulla spiaggia fra i grattacieli, che solo un anno fa ci sembrava uno scherzo, sia pur di cattivo gusto. I palestinesi nel Board ci sono, ma non le loro organizzazioni politiche, bensì un gruppo di tecnocrati. Politicamente, la Turchia ne ha un ruolo dominante.

E Israele? Israele, come lo Stato che ha provocato la distruzione immane che ora si tratterebbe in un certo senso di sanare, ne fa naturalmente parte, ma questo non vuole di per sé indicare che l’esistenza di un simile Board con poteri decisionali così forti sulla questione israelo-palestinese sia per Netanyahu una scelta ovvia e agevole.

Data la composizione del Board, la sua esistenza vuol dire la rinuncia al progetto della grande Israele, dal fiume al mare, priva o quasi di palestinesi, come vorrebbero i ministri più estremisti del suo governo, e anche, con ogni probabilità, la rinuncia all’annessione della Cisgiordania. D’altra parte, il compromesso con il governo israeliano potrebbe funzionare sul fatto che almeno per i prossimi decenni non si parlerebbe più della creazione di uno Stato palestinese e che Trump, non particolarmente attento alla salvaguardia dei diritti umani a casa sua, non li controllerebbe troppo neppure in Israele.

Lo stesso attacco di Netanyahu alla democrazia interna potrebbe esserne facilitato. Una rinuncia, insomma, alla politica seguita finora da Israele in cambio di un ingresso nel novero dei Paesi padroni del mondo. Resta però difficile valutare se l’estrema destra suprematista israeliana accetterebbe tale prospettiva, così poco “ebraica”.

E l’Italia? Il riferimento alla Costituzione italiana è una scusa, da parte di Meloni, per continuare a barcamenarsi tra Trump e l’Europa, o è invece un riferimento all’obsolescenza della nostra Costituzione? Potremmo scambiare l’eredità dei nostri padri costituenti con l’ingresso nel novero dei Paesi più potenti, magari come osservatori se, come si crede, non possediamo quel miliardo di dollari necessario per entrare a farne parte?

Il Vaticano, interpellato da Trump che evidentemente non conosce la frase famosa di Stalin: «Ma quante divisioni ha il Vaticano?», dice di non possedere tutti quei soldi. Ma il card. Pizzaballa ha detto negli scorsi giorni, che il Board of Peace è un’operazione colonialista. Colonialista o imperiale? Forse ambedue.

Restano aperte almeno due domande. La prima è se non vi sia, come scriveva giorni fa su queste pagine Gabriele Segre, un altro progetto mondiale, quello cinese, in concorrenza con questo di Trump, forse non più democratico ma certamente meno precipitoso e brutale.

L’altra è se l’incoronazione imperiale di Trump reggerà ai meccanismi della democrazia degli Stati Uniti, per esempio alle vicine elezioni di Midterm, ammesso che si riesca a realizzarle.


Mancano le truppe


(di Michele Serra – repubblica.it) – La goffa telecronaca olimpica di Petrecca non aggiunge né toglie nulla alla situazione della Rai sotto questo governo: per occupare militarmente un territorio tutto sommato vasto come l’informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono, né per quantità né per qualità.

Per produrre una mole così notevole di giornalismo, di spettacolo, di divulgazione intellettuale, di informazione popolare, non basta arrivare freschi freschi da una militanza politica spesso molto periferica, e dire “adesso qui comandiamo noi”.

Bisogna, poi, saperlo fare, tenendo conto che la Rai ante-Meloni, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, era comunque una fabbrica di contenuti spesso decenti, a volte buoni, qualche volta ottimi. Perché la lottizzazione era sicuramente uno sgradevole criterio di carriera, ma intanto era estesa a molti, dunque plurale; e poi non era sempre ostativa del merito e delle capacità professionali. L’occupazione militare è ben altro, in tutti i sensi: intollerante politicamente, desolante professionalmente.

Dispiace far notare, tra gli altri evidenti segni di decadenza, il romanesco sciatto che dilaga anche a Radiorai, un tempo scuola indiscussa di buona dizione italiana.

Non lo si sottolinea per fare speach shaming, ognuno parla come sa e come può. Lo si dice perché conferma la striminzita e compatta provenienza delle truppe di occupazione meloniane.

Si fanno scoprire, insomma. Simulino, almeno, la compresenza di truppe ausiliarie venete o calabresi o piemontesi. Dicano “ocio”, ogni tanto, o “neh”, almeno per confondere le carte.


Il triangolo delle sofferenze


Stati Uniti, Cina e Russia si contendono l’Olimpo del potere planetario. Chi sta peggio è il numero uno. Ma gli sfidanti non si godono la vita, anzi

Viareggio, 1 febbraio: le caricature di Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump sul carro di Carnevale

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Tempi duri per i Grandi. Stati Uniti, Cina e a distanza Russia, le potenze che si contendono l’Olimpo del potere planetario disegnano un triangolo delle sofferenze. Chi sta peggio è il Numero Uno, anche perché franare dalla vetta è più ripido e pericoloso. Ma gli sfidanti non si godono la vita, anzi. Costellazione abbastanza singolare nella storia.

Di norma nelle transizioni egemoniche osserviamo la traiettoria di un detentore ammalato, avvicinato e infine scavalcato dal primo sfidante. Percorso a ostacoli che può durare secoli. Nell’ultimo caso — staffetta tra impero britannico e impero americano — sono bastati cinquant’anni scarsi. Quelli che segnano l’affacciarsi degli Stati Uniti sulla scena globale nella guerra contro la Spagna (1898) e l’esaurirsi della talassocrazia britannica nelle due “vittoriose” guerre mondiali (1945). Come da antico copione: il Due si afferma Uno e l’Uno scivola dal podio, liberato per ancelle o avversari del nuovo capo.

L’impressione è che stavolta non sarà così, almeno per il tempo visibile. Perché la superpotenza a stelle e strisce era sovraordinata. Eravamo abituati a un egemone assoluto. Parametro universale, portabandiera della globalizzazione intesa americanizzazione del pianeta. Non battistrada di omologhi, valori diversi nello stesso mazzo: entità superiore. Non prima della classe: fuoriclasse. L’America resta unica nella storia universale.

Lo scalino più alto del podio sarà per un certo tempo biposto, riservato ad americani e cinesi. Gli altri due affollati di ascendenti e discendenti ugualmente inferociti. Meno certezze, più caos. Altro che nuovo ordine mondiale.

Da parecchi anni l’impero globale di Washington accumulava declino. C’è voluto il fischio finale di un arbitro che più globalista non si sarebbe potuto — banchiere centrale inglese virato in premier canadese — perché le élite mondial-americaniste ammettessero finita la favola cui credevano o, secondo Carney, fingevano di credere.

La sua idea è di scaricare la sconfitta dell’Occidente su Trump e di salvare la sostanza del sistema via alleanza tra medie potenze che ne incarnano i valori. Peccato che non condividano gli stessi interessi, senza di che i valori restano appesi al soffitto dei sogni, alla cadenza delle buone maniere.

Eppoi quando mai una dozzina di volenterose ancelle potrebbe pesare quanto l’ex egemone assoluto, pur in vena suicida? L’Occidente senza America non esiste. Gli europei senza Europa non contano. Vengono contati. Selezionati con cura da Cina, Russia e Stati Uniti per i rispettivi interessi. Con l’Italia esposta alle scorrerie perché vale molto più di quanto conti. E nessun ombrello la protegge davvero.

Busan (Corea del Sud), 30 ottobre 2025: Donald Trump e Xi Jinping

Scocca dunque l’ora della Cina regina? Presto per dirlo. Gli stessi leader cinesi sono consapevoli di non potersi ancora sostituire agli americani. Per storture e debolezze del proprio sistema economico e finanziario, invecchiamento della popolazione, vincoli e opacità della dittatura rossa, fragilità del marchio. Soprattutto perché circondati da nemici potenti e irriducibili: India, Giappone e Russia, finta e comunque provvisoria alleata. Altro che pesci (in Atlantico e Pacifico) e mezze potenze (Canada e Messico) come nel caso americano.

Nel triangolo si lavora per un compromesso salvavita. Accordo Washington-Pechino-Mosca per competere al di sotto della soglia bellica su base di regole coerenti ai rapporti di forza, con la Russia terzo incomodo oggi collegato alla Cina che oscilla tra le prime due. Grande Componenda nel gergo di Limes, omaggio ad Andrea Camilleri.

Il primo passo sarebbe concordare le rispettive sfere d’influenza. Ma la geopolitica non è geometria. Né in questo pianeta da oltre otto miliardi di umani tutti sono rassegnati a finir colonizzati. La rivoluzione mondiale in corso non è governabile da nessuno. Non dai Grandi, figuriamoci da noi Medi. Attrezziamoci dunque al prolungarsi di questa stagione bellica.

Di conflitti se ne contano oggi una sessantina, per difetto. In comune hanno di riprodurre aggiornandole antiche dispute che dopo una fase di immersione carsica ti riscoppiano in faccia. Con violenza accentuata, stante l’accelerazione nelle tecnologie belliche. La salvezza dipende dalla coscienza che solo la politica può governare e risolvere i conflitti. Il futuro appartiene alla diplomazia. All’artigianato della pace impura. E se fosse l’Italia a battere un colpo?