Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il berlusconismo senza Berlusconi inquina ancora lo stato


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] L’influenza del berlusconismo e della famiglia Berlusconi, con le sue aziende, si fa sentire tuttora, nonostante il capostipite sia morto da quasi tre anni, come ricordavamo nel nostro articolo su lady Minetti graziata a capocchia da Mattarella. Questa influenza, in politica interna ma anche estera, si fa sentire soprattutto attraverso Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri ma, soprattutto, segretario di Forza Italia, il partito creato dal Cavaliere: cioè, di fatto Tajani è un dipendente di Marina e Pier Silvio Berlusconi, mai stati eletti da nessuno. […]

Naturalmente anche altre grandi famiglie italiane, come gli Agnelli, avevano i loro rappresentanti in Parlamento, ma non interi partiti, quindi con possibilità di intervento ben inferiori. Mi ricordo Vittore Catella, rappresentante di un partito, quello liberale, che non contava niente, soprattutto dopo la morte di Giovanni Malagodi che un po’ di tempra a questo partito esangue l’aveva portata. In ogni caso tutto avveniva alla luce del sole perché gli Agnelli, scelto il loro uomo, dovevano pur farlo eleggere. Adesso invece Marina e Pier Silvio, cioè Mediaset, si trovano col piatto già pronto: il loro uomo ce l’hanno già, Tajani appunto, senza dover affrontare faticose e insidiose campagne elettorali.

[…] Certamente Tajani opera per gli interessi dell’Italia, ma quasi altrettanto certamente per gli interessi di Mediaset, soprattutto dopo che gli Usa hanno troncato la Via della Seta siglata dal governo Conte. Così oggi noi italiani dobbiamo subire interamente gli interessi cinesi invece di essere in grado, almeno, di condizionarli.

Penso che Tajani sia un buon ministro degli Esteri, anche perché, meno esposto, subisce meno, a differenza di Giorgia Meloni, l’influenza yankee. Tajani segue la traccia di Berlusconi: una politica di appeasement molto concreta con gli altri Paesi, priva però degli infantilismi di Berlusconi che era amico di Putin perché ci giocava a calciobalilla e lo invitava nella sua villa sarda; ma era anche amico di Gheddafi, cui permise di accamparsi a Roma con tende da Tuareg e di soggiornare nella caserma Salvo D’Acquisto (e questa, moralmente, è la cosa più spregevole perché D’Acquisto, per salvare dei patrioti presi in ostaggio dai nazisti che li ritenevano responsabili di un attentato a cui non avevano partecipato, si consegnò ai tedeschi e venne fucilato. A 22 anni).

Berlusconi era un uomo molto pragmatico (“Io mi faccio concavo o convesso a seconda della persona che ho davanti”), questo bisogna concederglielo. Quando era in corso da qualche mese la guerra russo-ucraina, disse in sostanza a Biden: “Di’ a Zelensky di trattare subito con Putin, altrimenti gli togliamo gli appoggi militari ed economici”. Ma Rimbambiden, come lo chiama Travaglio, non ci sentì da quell’orecchio e ora Putin ha sostanzialmente vinto la guerra, senza che gli appoggi europei siano serviti a nulla. Berlusconi quindi era “putiniano”? Può darsi, anche se non possiamo sapere quali fossero i motivi che lo muovevano.

[…]

Ma in tutte le vicende che lo riguardano non può mancare il suo ributtante cinismo. E non parlo qui della truffa sulla villa di Arcore, in combutta con Previti, ai danni della marchesina minorenne Anna Maria Casati Stampa, orfana di entrambi i genitori morti in circostanze drammatiche, perché ne ho scritto tante volte e, con buona pace di Marina e Pier Silvio Berlusconi, è stata accertata da una sentenza della Corte d’Appello di Roma. Ciò non ha impedito a Marina di querelarmi, insieme ad altri colleghi del Fatto, chiedendomi, bontà sua, dieci milioni.

Parlo invece dei rapporti che Berlusconi ebbe col colonnello Gheddafi, rapporti “più che fraterni”, come li definì un mediatore tunisino che conosceva bene entrambi. Questo non impedì a Berlusconi di approvare l’aggressione alla Libia del Colonnello, del tutto controproducente per l’Italia, ma che interessava soprattutto ai francesi per troncare, a loro favore, i nostri rapporti con Tripoli. Qualcuno sostiene che Berlusconi non fosse d’accordo, ma era o non era lui il presidente del Consiglio cui spettava l’ultima parola? O prefigurava già Giorgia Meloni che, dopo aver steso il tappeto agli americani, è stata mazzolata da Trump, facendo la giusta fine che spetta ai servi? Gheddafi fu assassinato, brutalizzato, sodomizzato, alla presenza delle truppe francesi che non mossero un dito. E cosa disse il “fraterno amico” Silvio? “Sic transit gloria mundi”.

[…] Quando morì Berlusconi, nel 2023, alla fine di un articolo lo ripagammo della stessa moneta: “Sic transit gloria mundi”. Ma, mentre Gheddafi è sparito dalla scena lasciando la Libia nelle condizioni disastrose che conosciamo (i mercanti di morte e di uomini devono pagare una taglia all’Isis per poter lasciare le coste libiche), in Italia il berlusconismo domina ancora la scena.


Crozza-Tajani meglio dell’originale


Crozza-Tajani meglio dell’originale

(di Davide Manlio Ruffolo – lanotiziagiornale.it) – Hai voglia a prendertela con i comici. Brunella Orecchio in Tajani non ha preso per niente bene l’imitazione, diventata virale, del marito. “Ma Crozza (Maurizio, ndr) al di là di quello che fa che mi pare pochino sa fare qualcosa di utile senza offendere”, ha scritto qualche giorno fa su Facebook. La satira del resto è satira, ed è fatta per disturbare il potere: se la moglie di un potente si risente, ha raggiunto il suo scopo. Ma viste le ultime, imbarazzanti performance del ministro degli Esteri, l’imitazione di Crozza è forse perfino preferibile all’originale. E lasciamo stare la gag della telefonata in diretta social con l’ambasciatrice italiana in Iran (“Oggi come sono stati i bombardamenti?”, 7 marzo 2026) o i preziosissimi consigli dispensati dal titolare della Farnesina ai connazionali rimasti bloccati a Dubai per mettersi al riparo dai droni degli ayatollah (tipo “l’invito è quello di non affacciarsi e di non andare per strada”, 2 marzo 2026).

È quando il discorso si fa serio che preferiremmo ascoltare la versione ministeriale di Crozza. Quando, per esempio, con decine di migliaia di civili palestinesi morti tra le macerie di Gaza, lo abbiamo sentito assolvere Netanyahu e il suo governo: “Israele non è un Paese criminale. Non ha compiuto crimini” (Report, 14 gennaio 2025). E pazienza se, per quei crimini, sul premier israeliano pende un mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale. Mandato che, se il premier israeliano venisse in Italia, a detta di Tajani non sarebbe comunque eseguito: “Mi pare che è tutto molto chiaro, ci sono delle immunità e le immunità vanno rispettate” (Ansa, 15 gennaio 2025).

Poi c’è stata la batosta referendaria sulla riforma della Giustizia. E sulla scia del calo dei consensi, c’eravamo illusi che, sebbene con colpevole ritardo, il governo si fosse ravveduto dopo tre anni di sostegno incondizionato a Netanyahu con la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum sulla difesa con Israele. Ma ieri Tajani ha scoperto il bluff, opponendosi con la Germania, allo stop all’accordo Ue-Israele. “Abbiamo una posizione diversa dalla Spagna, perché la loro non ci sembra la via giusta. La nostra posizione è identica alla Germania”, ha spiegato. Non so voi, ma io continuo a preferire l’imitazione di Crozza all’originale.


Da Anac allarme corruzione: “Insidiosa e sfuggente, lambisce le istituzioni più alte”


Il presidente dell’Anticorruzione alla Camera con i risultati dell’attività 2025. Mercato degli appalti in crescita, ma le gare sono ancora residuali

(di Flavia Landolfi – argomenti.ilsole24ore.com) – Il mercato dei contratti pubblici prosegue la sua corsa e tocca un nuovo massimo. Nel 2025 il valore complessivo degli appalti di importo pari o superiore a 40.000 euro, si è attestato attorno ai 309,7 miliardi di euro, di cui circa 20,8 miliardi relativi ad appalti finanziati con le risorse del Pnrr. Si tratta del valore più alto della serie storica, con un aumento di circa il 49,1% rispetto al 2021 e del +13,9% rispetto al 2024, crescita trainata in larga parte da appalti di elevato importo concentrati soprattutto nei settori delle forniture e dei servizi. Ma nell’ultima relazione dell’era Busìa, l’ultima prima della scadenza del mandato che il 21 aprile il presidente Anac ha presentato alla Camera alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ci sono come di consueto i conti del mercato degli appalti, ma anche un richiamo forte sulla “piaga senza patria”, la corruzione. Un fenomeno che, avverte Busia, “nel tempo si è fatto più insidioso e sfuggente, per insinuarsi in ogni interstizio della vita pubblica” e che “non si limita a violare le regole, ma punta a riscriverle, privatizzando la sovranità”. E che “a volte arriva addirittura a lambire i livelli istituzionali più alti”, affonda il numero uno dell’Authority.

Il mercato degli appalti 2025

Ma andiamo per ordine. La dimensione economica degli appalti «è uno dei più potenti strumenti per realizzare politiche pubbliche», ma resta anche il terreno dove si misurano efficienza, trasparenza e tenuta del sistema. Dentro il record del mercato i settori però giocano ciascuno la propria partita, segnando risultati diversi. Rallenta ma non cambia rotta la caduta dei lavori che nel 2024 segnava -39% e che nel 2025 con appalti per 54,3 miliardi si attesta a -10,6%. Volano i servizi con 110 miliardi (+15,9%) e ancor di più le forniture con 145,4 miliardi (+25,2%). Spacchettando ancora i numeri, dentro le forniture pesa la farmaceutica, la cui spesa aumenta rispetto al precedente anno del 65,4% e quelle relative alle apparecchiature mediche, che fanno registrare un incremento di spesa del 10,1% rispetto al 2024. Per i servizi la spesa maggiore ha riguardato i servizi di assistenza sociale anche se diminuiti del -20,7% rispetto all’anno precedente.

Gli affidamenti

Il dato che più colpisce resta quello sugli affidamenti. E conferma la spinta sulle procedure senza gara dopo la rincorsa 2021-2024 raccontata sul Sole24Ore del 14 aprile scorso. Nel 2025 gli affidamenti diretti per servizi e forniture arrivano a quasi il 95% delle acquisizioni totali (includendo anche i piccoli appalti), con un addensamento evidente appena sotto soglia, tra 135mila e 140mila euro. Un salto netto: gli acquisti in quella fascia passano da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025. È qui che l’Anac accende il faro. Dietro questa dinamica, segnala Busia, «si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali». Il rischio è doppio: compressione della concorrenza e maggiore esposizione delle amministrazioni a pressioni indebite. Per i lavori l’86% delle procedure non prevede la gara, per i servizi l’83%, e per le forniture il 61,3% per le forniture. Il Pnrr continua a pesare, con oltre 20 miliardi di gare. Ma la lettura dell’Autorità resta critica. «È stato fatto moltissimo, ma forse meno di quanto avremmo potuto ottenere», osserva Busia, che richiama «i ritardi – troppi – della fase attuativa: sospensioni illegittime, tempi disallineati, progettazioni carenti». La corsa alla spesa, in diversi casi, ha sacrificato qualità e inclusione, con effetti visibili anche sulle clausole sociali.

La corruzione

“Avevamo prontamente segnalato i vuoti di tutela che avrebbero lasciato l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ed il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite – spiega Busìa -.Per compensare l’arretramento del diritto penale, si sarebbero dovute rafforzare almeno le garanzie amministrative. Purtroppo, è avvenuto il contrario”. Il richiamo non potrebbe essere più chiaro e va dritto all’indirizzo del governo. Stesso richiamo anche per il cosiddetto sistema delle porte girevoli, che consente alle cariche politiche di passare direttamente negli ingranaggi delle partecipate pubbliche e ai vertici della Pa. Con il rischio, sottolinea Anac, “di incentivare la nascita di nuove società partecipate non funzionali all’interesse pubblico”. L’allarme di Busìa sui rischi della corruzione è netto e assume nuove forme. «Non più soltanto le tradizionali tangenti, ma una costellazione di condotte subdole: dalle consulenze fittizie alle sponsorizzazioni opache, dai concorsi inquinati alla distrazione dei fondi dell’Unione», scandisce Busia. Un fenomeno che assume forme più sofisticate e che sfrutta le zone grigie e le modifiche normative. L’Autorità segnala esplicitamente i vuoti creati da alcune scelte recenti, dall’indebolimento delle regole su conflitti di interesse e pantouflage fino all’assenza di una disciplina organica sul lobbying. Un terreno dove «le strategie per esercitare pressioni si fanno più subdole e pervasive». Sul fronte della macchina pubblica, infine, l’operazione digitalizzazione segna nel 2025 un traguardo netto: il 99% delle procedure di gara ha abbandonato la carta e viaggia su piattaforme online.


Agganciare Vannacci a ogni costo: la remigrazione come prova d’amore | Il commento


La campagna elettorale si apre nel modo più ipocrita: con una norma che invoca con l’illegalità la lotta all’illegalità. E rivela l’urgenza di trovare un’ancora di salvezza

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Il centrodestra rincorre Vannacci e infila nel decreto la legittimità della “remigrazione”. Si introduce nell’ordinamento italiano – nel caos di una procedura che dà vita a una norma già morta dovendo fare i conti con i limiti di costituzionalità – la remigrazione. Parola che fino a qualche mese fa era propria del linguaggio dei movimenti europei di estrema destra che evocavano, senza nasconderla, la natura razzista della proposizione.

Remigrare: respingere con le buone oppure deportare con le cattive i clandestini, i migranti senza titolo. La norma è figlia di un doppio pasticcio procedurale in quanto si sa che verrà rimodellata e però non riduce il portato politico di una decisione del governo che tenta di agganciare i voti dell’estrema destra di Vannacci.

Si apre così la campagna elettorale nel modo più ipocrita, avanzando in una squinternata traduzione legislativa, che il Quirinale ritiene irricevibile, pur di far fronte alle necessità di una condizione politica che si va facendo ogni giorno di più triste.

Prima il referendum, che ha azzoppato la premier in Italia, poi il default in politica estera, il ponte crollato con gli Usa di Donald Trump, hanno infragilito così tanto l’esecutivo da imporre di sterzare nell’unico ambito possibile: la ricerca di un campo largo anche a destra per tener testa all’opposizione. Senza i voti di Vannacci la sfida è infatti matematicamente perduta.

Ecco allora spuntare la norma che invoca con l’illegalità la lotta all’illegalità. È a suo modo un salto all’indietro per il centrodestra che rivela l’urgenza di trovare un’àncora a cui legare la barca che sta per essere inghiottita dal mare incattivito.


Quelle due o tre cose che il governo deve spiegare su Squadra Fiore e Giuseppe Del Deo


Giuseppe Del Deo, oggi tra gli indagati per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla Squadra Fiore, era uno degli uomini dei servizi segreti più vicini alla presidenza del consiglio. E si era misteriosamente dimesso, un anno fa. Meloni e Mantovano sapevano qualcosa? Tre sempici domande, per aiutarci a capire.

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((di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Riassunto delle puntate precedenti, per chi non conosce i fatti.

Giuseppe Del Deo, fino a un paio di anni fa, era vicedirettore dell’AISI, i servizi segreti interni italiani. Poi, nel 2024, è stato promosso a vice direttore del DIS, il dipartimento della Presidenza del Consiglio che coordina tutti i servizi segreti italiani, interni ed esterni.

Le cronache di allora e di oggi lo raccontano vicinissimo a Fratelli d’Italia: il favorito della presidente del consiglio Giorgia Meloni e del suo fido sottosegretario Giovanbattista Fazzolari per la nomina a capo dell’AISI, poi sfumata. Amico del ministro della difesa Guido Crosetto, molto apprezzato da Matteo Piantedosi. Addirittura amico personale, così dicono i giornali, di Patrizia Scurti, fedelissima segretaria di Giorgia Meloni, e di suo marito Giuseppe Napoli, anche egli agente dell’AISI e capo scorta di Giorgia Meloni.

E qui cominciano i misteri.

Nell’aprile del 2025, Del Deo si dimette improvvisamente e va in pensione, a 51 anni, senza che nessuno dia alcuna spiegazione, a seguito di un accordo con Giorgia Meloni in persona. Le dimissioni vengono presentate all’opinione pubblica “nell’esclusivo intendimento di effettuare nuove esperienze professionali”.

Qualcuno ha legato questa vicenda al cosiddetto Caso Giambruno, l’allora compagno della premier, la cui auto, nella notte tra il 30 novembre e il 1 dicembre del 2023 fu avvicinata da due uomini, che poi si scoprì erano due agenti dell’AISI.

È un caso, questo, che esplode nei primi mesi del 2025, in una fase di incredibile turbolenza dei servizi segreti, scossi dalle rivelazioni su giornalisti e attivisti spiati con Paragon, dalle altrettanto improvvise dimissione della capa del DIS Elisabetta Belloni e dal disastro sul caso Almasri. 

Oggi, invece, scopriamo che Del Deo è indagato dalla procura di Roma per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla Squadra Fiore, un centro di spionaggio parallelo e illegale che, dicono gli inquirenti, operava per costruire dossier su commissione, accedendo illegalmente “a banche dati protette da misure di sicurezza, realizzando riprese video e audio di conversazioni e incontri privati destinate a essere successivamente diffuse, intercettazioni di comunicazioni e/o conversazioni, specie di natura telematica (email, chat WhatsApp)”.

Tiriamo le fila, quindi.

C’è un uomo potentissimo dei servizi segreti, molto vicino alla premier e al governo.
Ci sono delle misteriose dimissioni.
E pare ci sia, o ci sia stata, una centrale di spionaggio illegale, di cui faceva parte anche questo potentissimo uomo dei servizi segreti, molto vicino alla premier e al governo.

E  in attesa che la procura di Roma faccia chiarezza su questa vicenda, ci sono almeno tre domande, da aggiungere alla lista, per chi comanda i servizi segreti italiani, cioè la premier Giorgia Meloni e il sottosegretario Alfredo Mantovano.

Hanno mai avuto sospetti che Giuseppe Del Deo, a loro così vicino, potesse fare parte o aver agevolato le attività di una rete di spionaggio illegale?

C’entrano qualcosa i loro eventuali sospetti con le improvvise dimissioni di Del Deo?

E se c’erano dei sospetti, sono stati denunciati all’autorità giudiziaria, o si è preferito chiudere la vicenda senza troppo clamore, dimissionando Del Deo?

Ci auguriamo che qualcuno ponga queste domande alla Presidente del Consiglio. E, ovviamente, ci auguriamo che la Presidente del Consiglio o il suo sottosegretario Alfredo Mantovano, per una volta, rispondano.


Roma: L’ultimo spettacolo ufficiale della stagione 2025/26 del Teatro Trastevere


Associazione Culturale Teatro Trastevere

presenta

L’ultimo spettacolo ufficiale della Stagione 2025/26

LIETO FINE

Dal 7 al 10 maggio 2026 al Teatro Trastevere

Testo di Franca De Angelis

Regia di Christian Angeli

Con Patrizia Bernardini, Anna Cianca, Vittoria Vitiello

Disegno luci: Massimiliano Maggi

Progetto sonoro: Leonardo Califano e Matteo Chiccoli

Scenografia: Marco Cecchini

Costumi: Benedetta Nicoletti

Aiuto regia: Martina Sergi

Assistenti alla regia, tecnici luci: Leonardo Califano, Matteo Chiccoli

Assistente scenografo: Roberta Pizzulli

Locandina: Elena Bianco

Foto di scena: Leonardo Califano

Dopo decenni di guerra con il paese confinante, un governo allo stremo decide di giocare un’ultima paradossale carta per giungere a una soluzione: richiamare i creativi del cinema e affidare loro la patata bollente di cercare una via per porre fine al conflitto. Due mature sorelle – una regista e una sceneggiatrice che condividono un passato di gelosie e rancori – e una giovane stagista piena di speranze, si ritrovano così in un bunker provvisto del fatidico bottone rosso, a decidere delle sorti del mondo.

“Lieto fine” gioca sull’analogia tra la stanza dei bottoni e una writing room: il luogo del potere assoluto e quello della creazione collettiva si sovrappongono, lanciando una riflessione su come ogni decisione politica sia anche una scelta narrativa, e su come ogni narrazione possa avere conseguenze reali. Chi ha il diritto di immaginare il finale? Possiamo aspirare alla pace tra popoli, quando non riusciamo neppure a ottenerla in famiglia? E soprattutto: esiste ancora un lieto fine possibile?

Ispirato all’attuale momento storico caratterizzato da un clima di “guerra a pezzi”, “Lieto fine” è al tempo stesso un omaggio al cinema e alla creatività che, grazie alla capacità di immaginare alternative, può aprire spiragli quando tutto sembra già scritto, e ricorda che l’atto creativo resta uno degli ultimi, autentici gesti di resistenza.

PRESS OFFICE del Teatro Trastevere

Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: 15.00 intero e 12 ridotto

-prevista tessera associativa-

feriali ore 21 – festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it


Vinitaly, bilancio positivo per la Camera di Commercio Irpinia Sannio


VINITALY 2026, BILANCIO POSITIVO PER IRPINIA SANNIO:

GRANDE AFFLUENZA DI OPERATORI, SISTEMA COESO

E NUOVE SINERGIE ISTITUZIONALI

La Camera di Commercio conferma il proprio impegno nel settore vitivinicolo ed enogastronomico. Il Commissario Pettrone: “Ascolto e collaborazione con la Regione per rafforzare il sistema territoriale”

Il settore vitivinicolo campano torna a crescere dopo le difficoltà climatiche del 2023 e si presenta a Vinitaly 2026 con segnali di ripresa sul fronte produttivo e nuove dinamiche sui mercati internazionali. In questo scenario, Irpinia e Sannio si confermano il cuore produttivo della regione, rappresentando insieme una quota dominante sia in termini di superfici che di produzione.

Nel 2025 la Campania conta 24.756 ettari vitati e una produzione di oltre 2,2 milioni di quintali di uva da vino, in crescita del +9,6% rispetto all’anno precedente. Un dato in controtendenza rispetto al quadro nazionale, dove si registra una riduzione delle superfici vitate (-5%) ed un lieve calo della produzione (-0,8%).

Determinante il contributo delle due province: il Sannio concentra il 42,6% della superficie vitata regionale e quasi il 49% della produzione, mentre l’Irpinia rappresenta il 24,7% delle superfici e il 19,3% della produzione, confermandosi però come territorio a più alta incidenza qualitativa, con una forte specializzazione nelle produzioni a denominazione. Sul fronte della qualità, le produzioni DOP rappresentano circa il 20% del totale regionale, ma con un peso molto più rilevante nelle due aree: in Irpinia raggiungono il 31% della produzione provinciale, mentre nel Sannio si attestano al 21%, contribuendo complessivamente all’85% della produzione DOP campana.

Il sistema enologico irpino-sannita si distingue inoltre per una forte identità produttiva: prevalgono i vini bianchi, che in Irpinia arrivano all’84,4% della produzione DOP, trainati da denominazioni di eccellenza come Fiano di Avellino e Greco di Tufo, mentre nel Sannio si consolida il ruolo della Falanghina.

Dal punto di vista prettamente manifatturiero, il comparto conta quasi 300 aziende imbottigliatrici tra Irpinia e Sannio, con una produzione complessiva di circa 30 milioni di bottiglie di vino certificato, confermando il ruolo strategico del territorio nel panorama vinicolo regionale.

A rafforzare il ruolo strategico dell’Irpinia e del Sannio nel sistema vitivinicolo regionale contribuiscono anche i dati sulla demografia d’impresa. Secondo le elaborazioni su dati Infocamere al 31 dicembre 2025, il comparto vitivinicolo presenta una incidenza particolarmente elevata nelle due province rispetto sia alla media regionale che a quella nazionale.

In provincia di Benevento si contano 2.031 imprese vitivinicole (tra coltivazione e produzione), pari al 6,1% del totale delle imprese provinciali, un valore nettamente superiore alla media campana (0,7%) e a quella italiana (1,4%). In provincia di Avellino le imprese del settore sono 856, con un’incidenza del 2% sul totale provinciale, anch’essa superiore ai riferimenti regionali.

Nel complesso, in Campania il comparto conta 3.882 imprese, di cui la larga maggioranza agricole (coltivazione di uva da vino), a conferma della forte vocazione produttiva della regione.

Il confronto a livello nazionale evidenzia come Benevento si collochi stabilmente tra le province italiane a maggiore specializzazione vitivinicola, mentre Avellino si distingue per una presenza significativa e fortemente orientata alla qualità delle produzioni. Un dato che conferma una specializzazione produttiva del territorio nettamente superiore alla media nazionale.

Più articolato il quadro sul fronte internazionale. Nel 2025 l’export di vino italiano nel mondo registra una flessione di circa 300 milioni di euro rispetto al 2024 (-3,7%), scendendo sotto la soglia degli 8 miliardi di euro (7,78 miliardi). Anche i territori irpino e sannita mostrano segnali di rallentamento, con l’export della provincia di Avellino che si attesta a 21,5 milioni di euro (-6,4%) e quello di Benevento a 6,2 milioni di euro (-3,2%).

Gli Stati Uniti restano il principale mercato di sbocco, ma segnano un calo significativo (-30% in provincia di Avellino e -13,7% nel Sannio) legato alle tensioni commerciali e alle politiche daziarie. Parallelamente emergono segnali di dinamismo in nuovi mercati: crescono in maniera rilevante Paesi Bassi, Spagna, Brasile e alcuni mercati del Nord Europa, a testimonianza di una progressiva diversificazione delle destinazioni.

“In un contesto internazionale più complesso – evidenzia il Commissario della Camera di Commercio Irpinia Sannio, Girolamo Pettrone – il sistema vitivinicolo locale dimostra capacità di tenuta e adattamento. La sfida oggi è rafforzare il posizionamento qualitativo, investire sull’identità territoriale e accompagnare le imprese verso nuovi mercati, riducendo la dipendenza da singole aree di sbocco”.

Al Vinitaly 2026 la Camera di Commercio Irpinia Sannio guida una collettiva di 101 espositori, composta da 99 aziende produttrici di vino – 66 della provincia di Avellino e 33 della provincia di Benevento – affiancate dai due Consorzi di tutela, rappresentando una quota altamente significativa della produzione certificata dei due territori.

L’obiettivo è consolidare e rafforzare il ruolo di Irpinia e Sannio come hub enologici della Campania, capaci di coniugare tradizione, qualità e innovazione, valorizzando un patrimonio produttivo che rappresenta uno degli asset più rilevanti dell’economia territoriale.

UFFICIO STAMPA

Miriade & Partners per Camera di Commercio Irpinia Sannio – Vinitaly 2026


Raffaele Aveta (M5S): “Presentata in Consiglio regionale la proposta di legge per lo sviluppo delle aree interne”


“Ho ufficialmente presentato, in Consiglio regionale, una proposta di legge per lo sviluppo delle nostre aree interne. Un atto per riconoscere la Campania Interna come asset strategico e innovativo per la Regione”, dichiara il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Raffaele Aveta. La proposta è stata condivisa e sottoscritta dai consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, Salvatore Flocco, Gennaro Saiello, Luca Trapanese ed Elena Vignati.

La legge, che su questi temi si profila come la più avanzata in Italia, prevede: il rafforzamento della sanità territoriale e dei servizi di prossimità; interventi per sostenere la natalità e la residenzialità ed evitare lo spopolamento; incentivi per le imprese, l’agricoltura, lo sviluppo sostenibile e la digitalizzazione; investimenti sulla mobilità e sull’accessibilità per ridurre l’isolamento. In questi e altri campi sono previste misure concrete come l’infermiere di comunità, unità sanitarie mobili, la salvaguardia delle sedi scolastiche, la valorizzazione dei borghi storici, il principio di priorità e premialità nei bandi regionali, l’istituzione di una task force regionale, la nascita di uno specifico Osservatorio e degli Stati generali della Campania Interna.

“Con questa legge le aree interne possono finalmente diventare un tema strutturale della politica regionale, così come promesso dal presidente Roberto Fico. Vogliamo costruire le condizioni affinché questi territori possano diventare pienamente attrattivi e protagonisti dello sviluppo della Campania, valorizzando le loro risorse ambientali, culturali ed economiche”.

“Ringrazio i colleghi del Movimento 5 Stelle che hanno condiviso e sottoscritto questa iniziativa legislativa e tutte le persone che hanno contribuito, con le loro idee, alla sua costruzione. Ora lavorerò affinché la legge venga presto calendarizzata e portata in Aula per l’approvazione”, conclude Aveta.


Vladimir Solovyov: “Giorgia Meloni è una fascista, idiota patentata, una cattiva donnuccia”


(ANSA) – Pesanti insulti a Giorgia Meloni da parte del giornalista e presentatore televisivo russo, Vladimir Solovyov, vicino alle posizioni del Cremlino, che nel corso di una puntata del programma Polnyj Kontakt (Full Contact) si è espresso in italiano con parole volgari definendo la premier ‘fascista, idiota patentata, una cattiva donnuccia’ e apostrofandola come ‘PuttaMeloni’.

‘Una vergogna della razza umana. Il tradimento è il suo secondo nome: ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà’, ha aggiunto Solovyov nel corso del suo programma.

https://x.com/MarcoFattorini/status/2046611552061530207?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E2046611552061530207%7Ctwgr%5E7ca9eb081275a01fffb1a6d402ec7594872e48ec%7Ctwcon%5Es1_c10&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.dagospia.com%2Fcronache%2Fgiorgia-meloni-e-fascista-idiota-patentata-cattiva-donnuccia-471687

(fanpage.it) – L’intervento è arrivato nel corso di Polnyj Kontakt, o Full Contact, il programma radiofonico condotto da Solovyov. La clip ha preso a circolare anche sui social media russi. L’accusa rivolta dal conduttore a Meloni è di aver “tradito” Donald Trump: “Il tradimento è il suo secondo nome: ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà”, ha detto.

Pochi giorni fa era stato proprio il presidente degli Stati Uniti ad attaccare frontalmente la premier. Anche se, va detto, le sue critiche – pur con un tono decisamente poco istituzionale – non erano arrivate al livello di quelle del propagandista russo.

Il ministero degli Esteri italiano ha convocato l’ambasciatore russo a Roma per chiedere chiarimenti sull’episodio. “Ho fatto convocare al Ministero degli Esteri l’ambasciatore russo Paramonov per esprimere formali proteste dopo le gravissime e offensive dichiarazioni del conduttore Vladimir Solovyev sulla televisione russa nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al quale va tutta la mia solidarietà e vicinanza”, ha dichiarato il ministro Antonio Tajani.

A Meloni è arrivata la solidarietà dei partiti in tutto lo spettro politico. “Frasi ed epiteti irripetibili e vergognosi, sono intollerabili”, ha detto Maurizio Gasparri. Giuseppe Conte “solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per le inqualificabili e volgari offese personali che le sono state rivolte dal conduttore russo Vladimir Solovyov”. Anche Angelo Bonelli ha espresso solidarietà: “Le parole pronunciate dal conduttore russo Vladimir Solovyov contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono volgari, inaccettabili e vanno respinte al mittente con fermezza”. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto che gli insulti “meritano una dura e unanime condanna. Siamo di fronte a un attacco volgare e inaccettabile alle istituzioni italiane, che va respinto con estrema fermezza”.

Solovyov è considerato da anni una delle figure mediatiche più note in Russia e più vicine a Vladimir Putin. In passato ha diffuso disinformazione, teorie del complotto e propaganda, invocando la distruzione dell’Ucraina a più riprese negli ultimi anni (anche prima dell’invasione da parte di Mosca). Non è la prima volta che, tramite i suoi programmi, insulta e attacca leader politici sgraditi al Cremlino. Dal 2022 è sottoposto a sanzioni da parte dell’Unione europea.

Negli ultimi giorni, peraltro, anche sui social russi ci sono state polemiche sulle uscite di Solovyov. In particolare, sui suoi attacchi sessisti rivolti alla conduttrice e influencer russa Victoria Bonya. Nei giorni scorsi Bonya si è schierata contro Vladimir Putin in un video di 18 minuti che, peraltro, è stato anche sospettato di essere parte di un’operazione di propaganda, visto il tono piuttosto generico delle accuse rivolte a Putin e la risposta del governo russo, che ha detto di voler affrontare le questioni sollevate dall’influencer.


Come si costruisce un leader


Silvia Salis: «Per sminuire una donna guardano come si veste. Spoiler: non funziona. Sono madre, cattolica, eterosessuale. Ma il mio modello non è l’unico. Il problema dell’Italia è l’evasione fiscale». In pochi giorni la sindaca di Genova è diventata un personaggio internazionale (e un meme). Mentre il mondo ne parla, e si domanda dove arriverà la sua corsa, a noi racconta tutto: dal salario minimo («che lavoro è quello che non ti permette nemmeno di pagare l’affitto?») a Gaza, dai colleghi della politica al padre che non c’è più

Silvia Salis «Per sminuire una donna guardano come si veste. Spoiler non funziona. Sono madre cattolica eterosessuale....

(di Simone Marchetti – vanityfair.it) – Foto di Joseph Cardo – Da Genova al mondo. Di Silvia Salis oggi parlano tutti. All’estero, il quotidiano inglese The Guardian le dedica un ritratto da icona progressista italiana. Qualche settimana prima, l’agenzia di stampa Bloomberg News l’ha soprannominata «Anti-Meloni». E mentre in Italia si dibatte di quanto sia progressista, di centro, di centrosinistra oppure di sinistra (per tacere delle consuete valutazioni sul suo aspetto come unico metro di paragone), un concerto di musica techno in piazza Matteotti a Genova l’ha trasformata in un meme, ovvero nella vera consacrazione planetaria di un personaggio politico.
Abbiamo seguito la sindaca del capoluogo ligure a Milano, in una giornata di lavoro nel suo Municipio e infine per una lunga intervista. Quarant’anni anni, ex atleta (è stata una pluripremiata martellista) e dirigente sportiva italiana, ha un figlio di due anni e un marito, Fausto Brizzi, che è regista, scrittore e sceneggiatore. La scorsa domenica ha corso la mezza maratona nel suo comune dopo aver vinto le elezioni da prima cittadina quasi un anno fa, nel maggio del 2025. Sorride, difficilmente si scompone ed è capace di un entusiasmo e di un’empatia che non si piegano nemmeno di fronte agli attacchi più biechi.

Ecco, partiamo da qui. Dagli attacchi più biechi. La chiamano Barbie. E la attaccano per una foto a piedi nudi prendendosela con il marchio di lusso delle sue scarpe.
«Allora, premesso che non c’è niente di male nel comprarsi, con le proprie risorse, quello che più ci piace, ci tengo a dire che quella è una foto di quattro anni fa scattata nel mio ufficio del Comitato Olimpico e spacciata per recente, realizzata nell’ufficio da sindaca. È la solita storia: per sminuire la persona, soprattutto quando si parla di una donna, non entrano nel merito ma guardano a come si veste e a come appare. Ero abituata a tutto questo e mi sembrava normale quando abbiamo fatto le elezioni amministrative. Infatti mi dicevo: accidenti come sono scarsi, come possono pensare di vincere con questi argomenti? E, sbagliando, immaginavo che su un piano più nazionale la destra usasse altri temi. Invece no, il copione è lo stesso. Ma vi faccio uno spoiler: non funziona. Alle persone non interessa. Ora, io mi rendo conto che a una certa parte della politica possa sembrare incredibile, però è arrivato il momento di capire che puoi essere per la giustizia sociale, per i diritti dei lavoratori, per la riduzione delle disuguaglianze sociali e allo stesso tempo non negarti la libertà di spendere per le tue passioni quello che hai guadagnato onestamente. E se il dossieraggio su di me ha prodotto una foto con un paio di scarpe, che dire: per favore, andiamo avanti».

UN MARTELLO Silvia Salis 40 anni politica ex atleta martellista è sindaca di Genova dal 29 maggio 2025. Completo con...

Lei si è scagliata spesso contro l’utilizzo di un linguaggio volgare, basso e populista. In una trasmissione televisiva, con fermezza e senza ideologia, ha difeso Elly Schlein dal sindaco di Trieste Roberto Dipiazza che la definiva una «befana» in un post sui social.
«Entriamo di nuovo nel grande tema di cui parlavo prima. Non si tratta solo di sessismo. Il punto è che se Farfallina35 mi dice che sono una Barbie senza cervello tu pensi: vabbè, i social hanno dato voce a milioni di persone e questo è il risultato. Ma se le persone che ti attaccano nello stesso modo hanno una responsabilità amministrativa o comunque rappresentano la Repubblica ti aspetti un altro approccio. Se sei un sindaco, un senatore, un deputato non mi offendi perché mi chiami Barbie o befana, mi offendi perché rappresenti la Repubblica, perché hai accettato la responsabilità che richiede quel ruolo. E il modo in cui ti rapporti nella società deve cambiare per forza».

Com’è stato, dopo il famoso concerto in piazza Matteotti a Genova, risvegliarsi il giorno seguente e trovarsi trasformata in un meme planetario?
«Incredibile e divertente. Ma, sono sincera, queste cose devono rimanere sullo sfondo. Come per lo scatto delle scarpe, non mi sono scomodata a fare smentite o commenti perché un sindaco che rappresenta un’istituzione ha solo da perderci a infilarsi in questa melma dove tutto è il contrario di tutto e dove i toni sono da tifoseria. Ci vuole distacco. E poi, sa, anche di fronte agli attacchi personali più strumentali, vedo anche persone che non mi conoscono e che chiedono di guardare ai contenuti, non all’aspetto fisico, alle apparenze, alla vita privata. Io, poi, non attaccherei mai un’altra donna su questi elementi. C’è un partito che ha pubblicato recentemente una mia foto in costume da bagno con mio figlio in braccio senza nemmeno oscurargli il volto. C’è un livello oltre il quale non bisognerebbe andare. Infine, per farla breve: gli insulti qualificano chi li fa, non chi li subisce».

In Italia, si discute molto se lei sia di centro, di centrosinistra, di sinistra. Allora, come dice lei, provo a riportare i fatti del suo operato da sindaca in questi primi dieci mesi. Punto per punto, vorrei un suo commento.
«Va bene, sono pronta».

Ha registrato due madri all’anagrafe nonostante i limiti e la propaganda dell’attuale governo.
«Guardi che non è una concessione ma semplicemente qualcosa che una sentenza ha permesso. Non sono stata magnanima, ho permesso un diritto. E poi, questi bambini, queste bambine di coppie omogenitoriali esistono indipendentemente dal fatto che il Comune firmi o no. La firma del Comune permette di dare le tutele a questi bambini e alle loro famiglie. L’ho sempre detto: sono una madre, sono cattolica, sono sposata, sono eterosessuale ma non credo che il mio sia l’unico modello o che sia migliore degli altri. Il Comune è laico, l’amministrazione è laica, il Paese è laico. E lo dico da cattolica».

Altro suo operato: l’obbligo al salario minimo.
«Ma è evidente: gli effetti positivi del salario minimo sono lampanti in Paesi come la Spagna dove è stato applicato. E, sinceramente, chi può ancora discutere su questo? Con la pressione fiscale che c’è. Con la realtà di queste nuove generazioni che saranno le prime che pur lavorando non potranno permettersi una casa. In quest’ottica, ovviamente, il Comune può fare una piccola parte, perché il tema è nazionale. Però l’abbiamo fatta: in tutti gli appalti abbiamo garantito un obbligo a un salario minimo».

Si è espressa apertamente sulla Palestina e sul genocidio a Gaza.
«E ho fatto bene, visto che anche chi non l’ha fatto si è dovuto rimangiare le parole dette. Ma come fare a restare indifferenti? Il sindaco deve esprimere l’identità della sua comunità. Ed è un’idiozia pensare che la tua posizione di sindaco o di città non cambi le cose. Genova, poi, è un simbolo, uno dei più grandi porti del Mediterraneo, la sua posizione è rilevante. Pensi anche a tutta la vertenza Ilva sul mondo del lavoro».

A proposito. Lei è scesa in piazza a fianco degli operai dell’ex Ilva.
«Perché mi riconosco nelle loro lotte. Sono le stesse che hanno fatto i miei genitori quando prendevano il treno e andavano a Roma per gli scioperi generali. Quel senso collettivo si è un po’ perso. E, comunque, una città in cui diminuiscono i posti di lavoro qualificati è una città che si sgretola».

Lei ha anche sostenuto la partenza della Flotilla.
«Anche in quel caso: è l’identità culturale di Genova. Un’identità che non è legata ai partiti politici. Quella sera, poi, nelle strade della città c’erano decine di migliaia di persone. Devi tenerne conto. Le ricordo che al recente Referendum il No è stato votato al 64%, il Sì al 36. È tanto. È importante tenere conto della città e del Paese che ti circondano».

Si è battuta anche per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, altro argomento spinoso per l’attuale governo.
«Guardi, mi spiace che l’altra parte politica si stracci le vesti per cose che andrebbero fatte senza nemmeno troppo clamore. Da politici, abbiamo la responsabilità di essere consapevoli dei cambiamenti nella società. Queste ore di educazione non sono un obbligo ma uno strumento. Io credo che il buon governo di una città o di un Paese debba fornire alle persone gli strumenti per essere visti, compresi e capiti. Poi tu puoi scegliere se usarli o meno quegli strumenti. E, soprattutto, quando governi devi abbandonare la convinzione che il tuo esempio, la tua vita, la tua
impostazione siano le migliori. Perché così non stai facendo un servizio alla collettività».

A PALAZZO Silvia Salis nel suo ufficio di sindaca a Palazzo Tursi sede del Comune di Genova. Camicia Gensami. Pantaloni...

Vorrei, ora, un suo commento su alcune figure politiche chiave del panorama contemporaneo. Siamo, infatti, nelle mani di potenti che, nel bene o nel male, stanno sconvolgendo l’ordine mondiale. Inizio dal più controverso, Donald Trump.
«Trump sembra una puntata della serie tv distopica Black Mirror. Credo che nessuno di noi potesse contemplare nella sua vita di vedere un presidente degli Stati Uniti di questo genere».


Il problema di Israele


(Andrea Zhok) – Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).

Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un “terrorista armato”. Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.

La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.

Due osservazioni mi paiono opportune.

La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.

E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.

La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.

Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.

Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.

“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)


Il Foglio: “Un Travaglio poco aggraziato”


La grazia concessa dal presidente Mattarella a Nicole Minetti non è andata giù al direttore del Fatto Quotidiano, per niente

Immagine di Un Travaglio poco aggraziato

(di Andrea Marcenaro – ilfoglio.it) – Niente di nuovo. E’ una settimana che a Travaglio si gonfia la vena sulla questione Minetti, amica maggiorenne dell’Amor nostro forse in modo meno alterato di quello dei Trump, dei Bill Clinton o dei Woody Allen, senza tacere degli Indri Montanelli con le negrette. A Travaglio è corso in aiuto Gianfranco Fini, statista monegasco a metro quadro, risorto al mondo per denunciare come i potenti alla Minetti non finiscano mai in galera. L’ha detto proprio. Perciò. La signora Giulia aveva ottenuto la grazia presidenziale da Sergio Mattarella in quanto parente di un ragazzino, malato e solo, del quale era l’unica a occuparsi. Tante brave persone si sono a questo punto impegnate per spiegare a Travaglio (e al suo foruncolo spremuto) il come e il perché la grazia concessa rientrasse perfettamente nell’umana natura e nelle leggi repubblicane. Slancio generoso, ma a suo modo sprovveduto: il presidente Mattarella, 84 anni, cattolicissimo e ritrosissimo, insegna da tempo i più virtuosi sentimenti. Poteva forse non sapere che la signora Minetti, con quel sorriso e quelle tette, aveva già ricevuto la grazia per diritto divino?


Un’Europa e due misure


Cosa aspettarsi da un’Europa che dopo decine di pacchetti contro la Russia non è riuscita ad imporre mezza sanzione ad Israele?

Un’Europa e due misure

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non è bastato neppure un milione di firme raccolte in dieci diversi Paesi Ue per spingere Bruxelles a rivedere la sua posizione nei confronti di Israele e del governo criminale di Benjamin Netanyahu. Che non contento del mandato di cattura spiccato nei suoi confronti dalla Corte Penale Internazionale per il genocidio a Gaza, ha scatenato altre due guerre in Iran (con la complicità degli Stati Uniti) e in Libano.

Con tutte le conseguenze (economiche e non solo) del caso proprio per l’Europa. Eppure, l’accordo di associazione tra lo Stato di David e l’Ue non è in discussione. L’Alta rappresentante Ue (si fa per dire) per la Politica estera, Kaja Kallas, che ha già dato sfoggio di sé negando che Urss e Cina abbiano avuto un ruolo decisivo nella sconfitta del nazi-fascismo durante la II Guerra mondiale, spiega che al momento ci sono anche altre misure sul tavolo. E’ vero, per sospendere l’accordo servirebbe l’unanimità e che finora Germania e Italia in particolare si sono opposte ad ogni sanzione contro Israele. Ma è altrettanto vero che, complice il calo di consensi, il governo Meloni ha appena deciso di bloccare il rinnovo automatico del Memorandum tra Roma e Tel Aviv.

Coerenza vorrebbe quindi (ma con questo esecutivo il condizionale è d’obbligo) che, anche a livello europeo, il governo italiano rivedesse la sua posizione. E magari, isolando la Germania, si porterebbe a casa il risultato. Che invece Kallas sembra aver già escluso in partenza. Cosa aspettarsi del resto dalla ministra degli Esteri di un’Europa che dopo decine di pacchetti di misure contro la Russia non è riuscita ad imporre mezza sanzione ad Israele?


Un anno senza Francesco, il “Papa rivoluzionario”


(Dott. Paolo Caruso) – È trascorso un anno da quel 21 aprile 2025, lunedì dell’ Angelo, quando i media di tutto il mondo riportarono l’ annuncio Vaticano della scomparsa di Papa Francesco, il Papa rivoluzionario della rivoluzione di Cristo. Ci aveva appena salutato il giorno precedente, la domenica di Pasqua, impartendo la benedizione Urbi et Orbi estendendo a tutti un messaggio di pace e di speranza. Quella Speranza che aveva riposto nel cammino giubilare del 2025, e quella pace che aveva sempre cercato di riscoprire nell’ animo umano e per la quale si era impegnato alacremente per porre fine al conflitto russo ucraino ( innalzare la bandiera bianca, sic! ) che non era sinonimo di resa come qualcuno miseramente avrebbe voluto farci intendere, e per fermare il genocidio palestinese. Per questo popolo da sempre martoriato rivolgeva quotidianamente le sue preghiere e la sua attenzione di Padre. Dai giornali mainstream del mondo occidentale era stato accusato di essere putiniano solo perché riteneva la NATO responsabile del conflitto russo ucraino, ( era andata ad abbaiare al confine russo, sic! ). La scelta di chiamarsi “Francesco”, con riferimento al Santo, caratterizzò il suo pontificato, infatti volle essere il Servitore degli Ultimi, il difensore degli oppressi, il protettore del creato, richiamando i potenti della Terra al rispetto della casa comune. Colui che dava voce a quelli che non l’ avevano, gli umili, i poveri, i diseredati, i carcerati. Cercò sempre Gesù nei poveri e li incontrò a Lampedusa per la sua luna di miele appena eletto Papa. Li cercò fino ai confini della Terra, egli che dichiarava di essere venuto proprio da lì. Voleva cambiare la Chiesa, e fino all’ultimo pretese dai suoi preti di “non essere clericali”. Ci provò egli stesso. Il mondo medievale da “cesaropapismo” gli era totalmente estraneo. Non cercò mai la gloria. La sua fu “diakonia”, servizio di Cristo che lava i piedi. Egli fino all’ultimo lo fece con i carcerati. Le sue parole sconvolsero, scandalizzando i parrucconi del conservatorismo, terrorizzando i potenti della Terra, e furono spese solo a beneficio dei popoli. Scongiurò i signori della guerra, e in nome della pace predicò per una fratellanza umana che superi ogni divieto, anche religioso. Cristo ha cercato l’uomo e Papa Francesco ci ha creduto. La sua fede fu il più bel dono alla Chiesa e a noi figli di questo secolo. Papa pieno d’amore e vestito di umiltà, resosi pastore di tutti in nome della Umanità che Cristo aveva fatta sua, espletò prepotentemente la sua opera pastorale legata alla Carità e alla Misericordia. La pace invocata costantemente durante il suo pontificato trova continuità e centralità nell’ operare del suo successore, Papa Leone, suscitando le offese scomposte al di là dell’ oceano. Un nervo scoperto per le mire predatorie di Trump e del mondo MAGA.