Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’abito non fa più il monaco: fa il meme


Le felpe di Matteo Salvini non sono mai state un semplice capo d’abbigliamento, sono il suo vero ufficio stampa

(di Aldo Grasso – corriere.it) – Le felpe di Matteo Salvini non sono mai state un semplice capo d’abbigliamento. Sono il suo vero ufficio stampa. Prima ancora di un’intervista o di un comizio, parla la scritta sul petto: «Padania is not Italy», «Ruspe», «Stop invasione», «Prima gli italiani», fino all’ultima: «Grazia subito». La tv e i social, che vivono di immagini immediate, non potevano chiedere di meglio.

Ogni felpa è un manifesto, ogni t-shirt un post. Cambia il vento e cambia la divisa. Per chiedere consenso, Salvini si traveste da elettore. È la politica ridotta a un guardaroba fornito e militante: l’identità come merchandising.

Per anni il meccanismo ha funzionato. La felpa accorciava la distanza con la «gente», sostituiva il linguaggio della rappresentanza con quello dell’appartenenza. Ma ogni format, a forza di essere ripetuto, si logora. È la politica camaleontica dell’iper-comunicazione: l’abito non fa più il monaco, fa il meme. Salvini indossa il territorio, i nemici del giorno e i propri eroi con la disinvoltura di uno Zelig ideologico che cambia pelle a seconda della piazza, del talk, di Instagram.

La comunicazione fast fashion può conquistare il consenso immediato, ma difficilmente riesce a sostituire la politica. Anche perché, passata la moda, nell’armadio restano soltanto vecchie felpe, t-shirt sgualcite e il fantasma di Vannacci.


Altro che Pasolini, se per tornaconto si usano le divise


Forse, mentre i sindacati delle varie polizie sono ormai protrusioni del Viminale e il cosiddetto Campo Largo si ostina a dividersi tra chi si allinea alla percezione allarmistica e chi si ferma alle petizioni di principio, andrebbe sposato il coraggio della verità. Parlando direttamente, à la Pasolini, a chi porta la divisa. Così: vi stanno prendendo per il culo

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Sembra incredibile anche a me, ma nessuno ha ancora tirato fuori Pasolini. Forse Mollicone era al mare. Forse, non avendolo mai letto davvero, si sono fermati alla famosa teoria del “fascismo degli antifascisti” che usano per i meme su Facebook. Poi, zero scarabocchio. O forse non serve: la narrazione sulla condotta di qualunque agente è già naturalmente assolutoria.

L’altro giorno, nell’elegia di uno dei poliziotti che hanno gestito la morte di Abderrahim Fakir, un quotidiano nazionale evidenziava quanto fosse giovane, scosso, e soprattutto un grande sportivo. Dunque di sani principi. Il giorno dopo, stessa testata, stessa firma, una lunga articolessa spiegava il comportamento adamantino degli agenti, come testimoniato dalle immagini. Nella pagina prima, c’erano le immagini: dicevano il contrario.

Ci pare normale

Questo distacco dal reale, ormai abitudinario, deriva dal contesto. Abituati come siamo a cercare il male nel tizio a fianco, da ieri anche minorenne, e sticazzi se gli abbiamo rubato futuro e pensioni, siamo assuefatti. Ci va bene il brigadiere Lombardi, che inneggia al Duce sui social, che festeggia le esecuzioni sul posto dei Mario Roggero di turno, che nemmeno percepisce quanto letame stia spargendo sulla sua divisa. Sembriamo Sofia Loren dentro un’eterna giornata particolare. Senza nemmeno un Mastroianni da coricarci. Così, per distrarci un po’.

Ci pare normale che a lamentarsi del crimine dilagante siano i post-repubblichini che governano ormai da quattro anni. Che sottopagano gli agenti. Gli tagliano i mezzi. Non gli assumono colleghi. Risultato: come nei poliziotteschi degli anni Settanta, o come in un G8 di inizio millennio, la polizia s’incazza. Ma non contro di loro. Contro i maranza, i comunisti, gli antagonisti da sbattere sulla fedina morale dei Lepore di turno. Cornuto, dacché la sinistra che mena le mani ce l’ha con lui. Mazziato, perché quello è il disegno: si fanno ricadere sui sindaci le responsabilità di chi li contesta.

Quando la dottrina Piantedosi produce incidenti con aritmetica ripetizione, è solo per incapacità? Quando sulla famosa criminalità predatoria toglie agenti a Milano o a Bologna fingendo di aggiungerne, agisce solo per motivi di fondi carenti? Quando decide di spostare nel centro sempre di Bologna (ops) il match di una squadra israeliana di basket, con ovvi e conseguenti tafferugli, dimostra ancora una volta che dovrebbe occuparsi di agricoltura o fa campagna elettorale sulle (s)palle di chi vota male?

E quando l’ex mandante di Piantedosi, Salvini, per quanto oggidì più debole del suo automa, dacché Vannacci gli ha scippato il labaro, va in Questura a Bologna, porta solo testimonianza? O vuole marcare una definitiva cinghia di trasmissione tra l’estrema destra e questa classe politica che ha fatto della violenza verbale il proprio centro di gravità elettorale? Quando il Viminale lamenta 64 agenti feriti nello scontro con 100 antagonisti – ma davvero? E che cos’erano? Un plotone di uscieri contro le Ninja Turtles? – cerca o no di alimentare la rabbia passivo-aggressiva di chi ha mandato allo sbaraglio?

Cosa fare

La risposta è nota. E la deriva non è recente: Patrizia Moretti si ritrovò sotto l’ufficio il corteo di chi le aveva restituito cadavere il figlio, Federico Aldrovandi. Che fare, è meno chiaro. Forse, mentre i sindacati delle varie polizie sono ormai protrusioni del Viminale e il cosiddetto Campo Largo si ostina a dividersi tra chi si allinea alla percezione allarmistica altrui e chi si ferma alle petizioni di principio, andrebbe sposato il coraggio della verità. Parlando direttamente, à la Pasolini appunto, a chi porta la divisa.

Così: vi stanno prendendo per il culo.

Vi usano per il loro basso tornaconto trattandovi da deficienti che manco sanno sedare un drappello di figli di papà. Vi pagano niente e vi raccontano che è colpa di Stalin o di Fratoianni. Intanto, vivete in un paese senza prospettiva, che ai vostri figli indica due strade: raccomandazione, o emigrazione. Vi riempiono di retorica su Borsellino e poi non fanno processare i “loro” che fanno affari con la mafia. Ma davvero vi conviene? Vi conviene consolarvi con la mano libera sugli stranieri mentre questi si mangiano il paese e il vostro futuro?

Ovviamente, sui grandi numeri, non funzionerebbe: due puntate di Porro e passa la paura. Ma in polizia, nei carabinieri, nella Finanza, esistono uomini e donne leali allo Stato, cioè ai cittadini che pagano loro uno stipendio vergognosamente basso, e non meritano di essere lasciati soli in questo grumo di malafede autoritaria. Come diceva Corrado Guzzanti nei panni di Vulvia: «Bisogna che qualcuno ci va a parlare». E pure ad ascoltare. Per tutti noi. In fondo, che altre opzioni abbiamo?


Preferenze, cresce la fronda in Forza Italia: “Meglio il pareggio che sparire”


Mercoledì i senatori forzisti vedono Tajani. L’avvertimento di Meloni: se resta il Rosatellum pochi collegi per loro

L'aula di Montecitorio

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA –Durante una recente riunione dei senatori azzurri, a metà luglio, Adriano Galliani si è travestito da ariete. E per spiegare perché sarebbe utile rivalutare il Rosatellum a scapito del Melonellum, riferiscono diversi presenti, avrebbe utilizzato una celebre (e contestata) immagine mutuata da Gigi Buffon: «Io vengo dal calcio. E nel calcio a volte abbiamo sentito dire: “Meglio due feriti che un morto…”». Il significato è apparso subito chiarissimo: non sarà migliore un sistema che potrebbe provocare un sostanziale pareggio, invece di una legge che promette una sonora sconfitta?

I presenti si sono dati di gomito: è Marina Berlusconi a parlare. Anche perché Galliani non è stato l’unico senatore a esporsi contro la riforma, anzi. È il partito del Rosatellum. O, ancora meglio, di chi pensa: se non è praticabile un’alleanza con Roberto Vannacci, il centrodestra — e Forza Italia in particolare — ha molto da perdere con una legge che pare favorire il Campo largo.

Il destino della riforma elettorale si gioca in queste ore attorno a una persona e a un paradosso. La protagonista è ovviamente Marina Berlusconi. Quanto al paradosso, eccolo: la primogenita del Cavaliere vorrebbe controllare saldamente la selezione del prossimo gruppo parlamentare di Forza Italia (anche per rinnovarlo, come promesso), ma con le preferenze avrebbe serie difficoltà a realizzare il piano. Per due ragioni almeno. Quasi tutti i ras di voti del partito sono schierati con Antonio Tajani. E poi, anche sfruttando il gioco di incastri determinato dai capilista pluricandidati uscirebbe fuori un ping pong incontrollabile. Soprattutto da Arcore.

Nelle ultime ore molti, tra parlamentari e ministri, hanno avvertito la presidente di Fininvest del rischio incombente. Lo hanno fatto perché da lei attendono una indicazione chiara in vista della riunione dei senatori, in agenda per mercoledì. Dei venti azzurri di Palazzo Madama chiamati a confrontarsi con Antonio Tajani, quasi tutti sono “tendenza Marina”. Ma chi tra loro si esporrà contro il vicepremier? E in quanti avranno la forza di contestarlo, se il voto in commissione e poi in Aula sarà palese?

È il varco, comunque stretto, attraverso cui il leader di FI proverà a incunearsi. Con un dettaglio in più: gira voce (voci berlusconiane interessate, va sottolineato) che Gianni Letta abbia in qualche modo avuto modo di verificare con ambienti del Quirinale che le doppie liste bloccate potrebbero forse risultare problematiche. Questo potrebbe lasciare intendere Tajani, dunque. Resta il fatto che Stefania Craxi — e prima di lei il ministro Paolo Zangrillo — è stata chiara: meglio una legge senza preferenze. Alla fine, dopo molte lamentele contro il “Melonellum”, dovrebbe uscire fuori una linea interlocutoria: aspettiamo l’emendamento di FdI, poi decideremo.

C’è una ragione: il termine per gli emendamenti sarà fissato con ogni probabilità per il 6 agosto. Solo a ridosso di quella data i meloniani presenteranno l’aggiustamento, che ricalcherà del tutto o quasi quello bocciato alla Camera. Ma il voto in commissione è atteso quasi un mese dopo, i primi giorni di settembre. Ci sono quindi trenta giorni per trattare, minacciare ritorsioni politiche, valutare costi e benefici di una forzatura. Vale per i parlamentari berlusconiani, vale soprattutto per Meloni.

Nonostante i ripetuti contatti, la presidente del Consiglio non riesce mai a interpretare fino in fondo la volontà di Marina. Intende dunque muoversi come valesse lo scenario peggiore, vale a dire uno strappo di FI al Senato. Se e quando dovesse verificarsi, valuta una reazione radicale: piuttosto che approvare una legge senza preferenze — potrebbe dire — è meglio rinunciare alla riforma. Sarebbe un modo per lanciare un ultimatum lungo trenta giorni: se entro inizio settembre gli azzurri non dovessero cambiare idea, il Paese potrebbe tenere il Rosatellum. E tornare subito dopo la manovra al voto.

Detta così, sembra quasi far comodo alla pattuglia di Arcore. Il problema è che Meloni accompagnerebbe l’avvertimento con la minaccia di far pagare lo sgarbo al “partito del pareggio”. Come? Limitando al massimo la concessione di collegi uninominali agli alleati per non contribuire a rafforzare chi — come FI — può essere tentato dalla larghe intese.


“In Rai mafia e massoneria”; Destra contro Sigfrido Ranucci


“In Rai mafia  e massoneria”; Destra contro Sigfrido Ranucci

(di Marco Franchi – ilfattoquotidiano.it) – Dentro la Rai c’è un po’ di mafia e un po’ di massoneria”. Queste parole attribuite a Sigfrido Ranucci ieri hanno scatenato un putiferio. Le osservazioni farebbero parte di chat private tra il conduttore di Report e Valentina Pelliccia, esperta di comunicazione comparsa più volte a eventi col ministro Giuseppe Valditara, rivelate ieri dal quotidiano La Verità. Ranucci e Pelliccia si conoscono e iniziano a interloquire e nelle chat tra i due ce n’è appunto una, riportata dal giornale di Maurizio Belpietro, in cui il giornalista si lascia andare a osservazioni sull’azienda di cui è vicedirettore. E subito il centrodestra parte alla carica. “Affermazioni pesantissime fatte da un dirigente contro la sua stessa azienda, che gettano ombre inquietanti sulla Rai. O Ranucci ora esce allo scoperto e denuncia pubblicamente quello che sa oppure l’azienda deve tutelarsi da queste accuse infamanti e lesive intervenendo contro il conduttore”, recita una nota dei meloniani della Vigilanza Rai. Parole simili da Forza Italia e Lega. Mentre a difesa di Ranucci si schiera il Movimento Cinque Stelle. “Chiedete di fare i nomi dei mafiosi in Rai e poi avete gente che con i prestanomi della mafia ci fa le grigliate. Tirate fuori le chat di Delmastro e poi potete parlare del resto, compreso Ranucci”, sostengono i pentastellati.

Resta da capire quanto possono valere parole scritte in una chat privata e per quali finalità siano arrivate alla stampa. Ricordiamo che Ranucci è sotto indagine da parte del comitato etico della Rai, che dovrà appurare se il suo rapporto con Valter Lavitola possa aver inciso sui servizi di Report. Indagine avviata dopo una richiesta formale al vertice della tv dal ministro Adolfo Urso, più volte protagonista delle inchieste del programma. Proprio ieri, in un’intervista a Milano Finanza, l’ad Giampaolo Rossi ha spiegato che “Report è un format di proprietà della Rai, quindi continuerà a esistere a prescindere da chi lo conduce e dagli amministratori delegati”.


Due pesi e due misure per i reati di adulti e minori


Due pesi e due misure per i reati di adulti e minori

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Se un adulto esasperato per minacce o aggressioni subite si vendica sugli aggressori, uccidendoli o cercando di ucciderli, non sul momento, ma quando stanno scappando (o magari anche il giorno dopo), dovrebbe essere considerato in piena azione di legittima difesa, quindi non punibile. Se un quattordicenne compie reato va considerato invece pienamente capace di valutare le conseguenze delle proprie azioni e di assumerne la responsabilità sul piano penale.

Questo sembra essere il doppio registro in cui si muove questo governo: legittimazione del farsi giustizia da sé, fino all’esecuzione della pena di morte, per gli adulti, estensione abnorme non solo dei reati, ma della punibilità per i minorenni e progressiva loro assimilazione agli adulti sia nella valutazione della loro maturità, sia nelle pene, fino alla loro incarcerazione insieme agli adulti nel caso dei sedicenni.

Come educare bambini e adolescenti al senso di responsabilità, alla capacità di giudizio sugli effetti del proprio operato, al senso del limite e al controllo dei propri impulsi e reazioni è una questione che affanna genitori e insegnanti e che può essere affrontata solo nella vita quotidiana, ascoltando, accompagnando nelle sperimentazioni, costruendo argini e ponendo limiti di cui si spiegano le ragioni. Un compito particolarmente difficile nell’adolescenza, quando tutto sembra andare fuori equilibrio: il corpo che cambia, il rapporto con i genitori che diventa più conflittuale, il giudizio dei pari sempre più importante, l’emergere di una identità sociale da promuovere e difendere.

Non è un’età facile, né per gli adulti che devono farci i conti, né per gli e le adolescenti mentre l’attraversano. Quasi sempre, per fortuna, bambini e adolescenti crescono in contesti in cui ci sono adulti sufficientemente competenti e autorevoli da riuscire a far maturare una emotività ricca, ma non fuori controllo, una consapevolezza del limite, una fiducia sufficiente a chiedere consiglio e aiuto. Ma anche in questo caso può succedere che qualcosa vada storto, l’equilibrio fragile si rompa e un ragazzo compia un atto grave. E vi è chi non ha trovato e non trova nel proprio percorso di crescita né autorevolezza, né riconoscimento, né argini, salvo che nella forma della violenza. Gli adolescenti violenti sono ragazzi malcresciuti, immaturi nel senso letterale del termine. Ciò non significa che non vadano contenuti e condotti al senso di responsabilità. Ma non a partire dalla presunzione che abbiano la piena maturità di un adulto. E neppure a partire dall’assunto che la pena carceraria sia educativa. Non lo è per gli adulti, figuriamoci per degli adolescenti.

A volte può essere necessaria come forma temporanea di contenimento e per permettere di costruire rapporti ed esperienze che consentano all’adolescente di trovare un diverso equilibrio, di maturare una diversa consapevolezza di sé e di ciò che può essere e fare. Per questo la giustizia minorile e lo stesso carcere minorile in Italia sono regolati diversamente che per gli adulti (che ne potrebbero trarre esempio). Ma se prevale l’idea della punizione fine a se stessa, in carceri minorili sempre più affollate, dove sono state ridotte le risorse per le effettive attività educative e di prevenzione, e poco o nulla si investe nell’azione di prevenzione sul territorio, si innesca un processo di cristallizzazione del disagio e immaturità che porta alla violenza. Ed è troppo facile prevedere che una buona parte di chi finisce in carcere da adolescente vi rientrerà da adulto.

Fa specie che il Consiglio dei ministri abbia approvato il provvedimento che riguarda i minori che hanno commesso un reato mentre, non solo diversi suoi esponenti contestano la condanna di Roggero per l’assassinio di due persone, ma la sua maggioranza protegge un proprio parlamentare, Delmastro, dall’acquisizione di prove di una complicità con un presunto delinquente. Se si è parlamentari (della maggioranza) non si è adulti pienamente responsabili delle proprie azioni e in questo caso chi (eventualmente) sbaglia non deve pagare e prima ancora non va proprio indagato?


Più di un italiano su due per la grazia: per il 45% il caso Roggero è stata legittima difesa


Le risposte non seguono la linea dei partiti. Il 71,2% contro i risarcimenti a chi commette un reato

Più di un italiano su due per la grazia: per il 45% il caso Roggero è stata legittima difesa

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Ci sono sentenze che chiudono un processo e sentenze che ne aprono un altro. Quella con cui la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che uccise due rapinatori e ne ferì un terzo, appartiene alla seconda categoria. Perché, mentre la Corte ha stabilito ciò che è accaduto sul piano del diritto, il Paese continua a discutere di altro, ovvero della paura, della sicurezza, della fiducia nello Stato e del confine, sempre più incerto nell’immaginario collettivo, tra difesa e vendetta.

Un Paese diviso

Non capita spesso che un sondaggio fotografi con tanta nitidezza un Paese diviso esattamente a metà. La rilevazione di Only Numbers lo fa: il 45,4% degli intervistati è convinto che si sia trattato di legittima difesa, il 44,8% no. Mezzo punto di scarto sta dentro il margine d’errore di qualsiasi rilevazione. La stessa scissione emerge anche su un piano più generale. Alla domanda se, in linea di principio, «la difesa è sempre legittima», il 45,4% si dichiara d’accordo a differenza del 40% che non condivide questa affermazione. Tuttavia, il dato più interessante della rilevazione non è l’esistenza di una maggioranza, ma la sua assenza. Gli italiani infatti si dividono quasi perfettamente nel giudicare se il gioielliere abbia agito o meno in legittima difesa, si dividono sulla proporzionalità della sua reazione e si dividono persino sull’idea che la difesa sia “sempre” legittima.

Un dilemma morale

È una fotografia rara in un’epoca nella quale quasi ogni questione tende a produrre schieramenti compatti e identitari. Qui, invece, il consenso si frantuma. Questo significa che la vicenda Roggero non è diventata un simbolo politico nel senso tradizionale del termineÈ diventata piuttosto un dilemma morale, e i dilemmi, per definizione, non producono maggioranze, ma costringono a scegliere tra due alternative esclusive. È questo l’elemento che distingue il caso da altri temi divisivi, perché non emerge una polarizzazione ideologica netta lungo l’asse destra-sinistra, infatti anche una parte significativa dell’elettorato del Movimento 5 Stelle – con una media che supera di poco il 40% – si avvicina alle posizioni della maggioranza di governo, e non solo loro. Si presenta quindi come una frattura che attraversa dimensioni più profonde che coinvolgono il rapporto dell’uomo con la paura, la fiducia nello Stato e l’idea stessa di cosa significhi “farsi giustizia”.

Nessuna vendetta

C’è poi un altro elemento che merita attenzione. L’Italia che emerge dal sondaggio non appare affatto animata da una cultura della vendetta, come spesso si sostiene, perché se così fosse, i dati sarebbero molto più univoci. Invece gli intervistati sembrano distinguere con sorprendente lucidità tre piani diversi: il giudizio sulla condotta del gioielliere, quello sulla severità della pena e quello sulle regole generali della legittima difesa. È una distinzione tutt’altro che banale, perché quel 53,2% favorevole alla grazia presidenziale racconta qualcosa di diverso rispetto ai numeri sulla legittima difesa. Non è tanto un giudizio sul fatto, quanto sulla proporzione tra il fatto e la pena, inevitabilmente influenzato dall’età dell’imputato. Quattordici anni di carcere a 72 anni equivalgono, di fatto, a una pena destinata a occupare gran parte della vita residua. La legge stabilisce la pena, ma l’età e la storia personale ne cambiano profondamente il significato. È significativo che il consenso per la grazia sia più ampio di quello registrato su qualsiasi altra domanda: molti italiani sembrano dire «forse ha sbagliato, ma la pena appare eccessiva». Una posizione che consente di conciliare il rispetto per la sentenza con la pietà per la persona, senza dimenticare che quella vicenda si è conclusa con la morte di due uomini e il ferimento di un terzo, un esito che continua a interrogare la coscienza collettiva.

La questione dei risarcimenti

Il 71,2% contrario al risarcimento ai rapinatori o ai loro familiari è invece l’unico dato che supera nettamente la soglia della maggioranza qualificata. Il consenso molto elevato contro i risarcimenti ai rapinatori racconta poi qualcosa di ancora diverso. Più che una richiesta di pene più dure, sembra esprimere una domanda di coerenza morale. Molti italiani accettano che chi eccede nella difesa possa risponderne penalmente; faticano però ad accettare che chi ha scelto di commettere una rapina possa diventare, almeno sul piano civile, creditore del danno subito durante quel reato. È una distinzione che il diritto conosce bene, ma che il senso comune percepisce con crescente difficoltà. Non è incoerenza. È la dimostrazione che l’opinione pubblica ragiona meno per categorie giuridiche e più per equilibrio – personale – complessivo. Il diritto è costretto a classificare, mentre i cittadini tendono invece a pesare.

«E tu, come reagiresti?»

E infine il 33,6% degli intervistati dichiara di non conoscere – così a freddo – la propria reazione trovandosi nella stessa situazione. È forse la risposta più importante e sincera dell’intero sondaggio. Viviamo in una stagione in cui il dibattito pubblico pretende certezze assolute e giudizi immediati. Eppure un cittadino su tre rifiuta di semplificare. È un’ammissione di incertezza che vale quasi come una lezione civile. Significa riconoscere che il comportamento umano, quando entra in gioco la paura della morte, non può essere valutato con la stessa lucidità con cui viene ricostruito anni dopo nelle aule di giustizia. Questa consapevolezza introduce un tema ancora più profondo. Il diritto e l’opinione pubblica non parlano sempre la stessa lingua. Per i giudici tutto ruota attorno a un momento preciso: quando il pericolo non è più attuale, la legittima difesa non può più essere riconosciuta. Da quel momento spetta soltanto allo Stato esercitare la forza e punire chi ha commesso un reato. Per molti cittadini, però, il tempo della paura non coincide con quello del diritto. La paura non si spegne nell’istante in cui il rapinatore volta le spalle. L’adrenalina non segue i tempi della legge e il trauma non si arresta quando, per i giudici, il pericolo è ormai cessato. Da qui nasce gran parte della distanza tra la sentenza e il sentimento popolare. Sarebbe però un errore interpretare questa distanza come un rifiuto dello Stato di diritto. Al contrario, i dati sembrano esprimere una richiesta rivolta proprio alle istituzioni: fare in modo che nessun cittadino si trovi nella condizione di dover decidere, in pochi istanti, se sparare oppure no.

La sicurezza soggettiva

Questo sondaggio racconta una società nella quale la sicurezza è diventata un’esperienza profondamente soggettiva. Le statistiche sulla criminalità possono anche migliorare, ma se le persone continuano a sentirsi vulnerabili è la percezione, più dei dati, a orientare il consenso. È probabilmente questa la lezione politica più importante che emerge dal sondaggio. Non quella di un Paese che chiede di sostituirsi allo Stato, ma di un Paese che teme di essere lasciato solo quando la paura irrompe dentro casa. È su questa domanda di sicurezza, prima ancora che sulla sentenza Roggero, che la politica sarà chiamata a misurarsi.


La sinistra tra complotti e violenza


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Caro Padellaro non la capisco più, con tutte le cazzate che fanno questi governanti, lei va se sempre a fare le pulci alla sinistra, quale sinistra poi, non lo so. Sui fatti di Bologna, questi ragazzacci esistono fin dal 1968 e se esistono queste realtà la responsabilità è anche vostra, perché avete accettato in questo mondo occidentale le briciole che i padroni facevano cadere dal tavolo”, Sergio Azzolini. “Anche oggi Padellaro ha scritto il suo intervento insulso sui cosiddetti compagni e critica la sinistra! Fermarsi a riflettere che dietro le squadracce non ci siano i sobillatori di professione, no? È dietrologia pensare che dietro la facciata delle Br ci fosse altro a destabilizzare il Paese? Accetto tutto da Padellaro per la pietas che si deve avere verso gli anziani, la stessa che si ha verso un parente che sbarella. Un abbraccio vi leggo sempre e forse mi abbono nonostante gli articoli di Padellaro”, Tanino Armento. “Non le è mai venuto il sospetto che questi gruppi di provocatori, dal G8 di Genova, ma anche prima durante gli anni di scontri di piazza, potrebbero essere infiltrati? Guarda caso agiscono nei momenti di maggiore turbolenza politica e sociale e sempre per dare una mano a governi reazionari”, Sergio Fratucello. “La sinistra italiana è sempre stata nelle mani della cultura comunista del Pci, a sua volta ‘gestito’ dal Pcus di Stalin. La violenza fisica della sinistra appartiene a quella cultura e il sistema la utilizza infiltrando tra essi elementi che fungono da detonatori per aiutare i governi, tutti, a distrarre dai vari problemi che restano invariabilmente insoluti. Chi sta all’opposizione critica la ‘violenza di Stato’ e poi quando governa la utilizza puntualmente”, Raffaele Fabbrocino.

[…] Ecco una piccola antologia di reazioni alla mia rubrica di giovedì scorso, quando sognavo una vibrante presa di posizione di Schlein, Conte, Fratoianni&Bonelli contro le squadre organizzate dei violenti che, regolarmente, trasformano le manifestazioni civili e democratiche della sinistra in guerriglia urbana, la più recente lunedì a Bologna dopo la tragica morte di Fakir, trattenuto a terra da due poliziotti. Un campione che rappresenta, in prima battuta, i cattivi umori di una sinistra delusa dai vertici, ritenuti non abbastanza di sinistra. Ma anche disposta a credere alla visione del complotto (infiltrati, agenti provocatori eccetera) piuttosto che augurarsi, da parte dei cari leader, una vigorosa presa di distanza da chi cerca solo lo scontro con la polizia. Per carità, tutto comprensibile se non fosse che in gioco ci sono le sorti dell’alleanza Pd-5Stelle- Avs (e, quindi, il futuro del Paese) a cui non sono sufficienti, per puntare alla vittoria sulla destra, i voti della sinistra antifascista, dei diritti civili, o Pro Pal. Ci vuole altro per battere la Meloni, soprattutto davanti alla costante crescita del partito di Vannacci, sommata alla ragionevole certezza che Futuro Nazionale non resterà fuori dal perimetro della destra di governo, ma che, al contrario, ne rafforzerà la consistenza elettorale. Il centrosinistra, o come vogliamo chiamarlo, dovrà per forza di cose provare a convincere un’area moderata (oggi molto presente nell’astensionismo) che detesta la destra, tuttavia non abbastanza per concedere fiducia a un’alternativa composta dal nucleo trainante dell’attuale opposizione. È una questione di numeri, non di opinioni e risentimenti che lasciano il tempo che trovano. Davanti alla costante pulsione di sconfitta dei duri e puri (che ti epurano), mi dispiace ma non ci sto.


L’arte della politica per convivere con l’IA


Più che ai miracoli della tecnica, dobbiamo affidarci a una rivoluzione culturale

Ginevra (Svizzera), 6 luglio: un robot interagisce con un visitatore

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Della cosiddetta intelligenza artificiale (IA) colpisce sia accolta come dato naturale. Strumento in più nell’inarrestabile scalata dell’uomo al dominio del reale. No: l’IA è il campo di battaglia per il potere. Sempre più asimmetrico e incontrollato. Con noi umani a rischio di finir vittime delle armi autonome, agite dalla sullodata. La più volte celebrata fine della politica troverà compimento quando il trasferimento della decisione sulla pace e sulla guerra — sulla vita e sulla morte di tutti noi — troverà sanzione negli algoritmi che governeranno gli arsenali nucleari. A quel punto oltre che dalla politica prenderemmo congedo dall’umanità.

Con ciò si vuole insinuare che forse l’istinto di conservazione da solo non ci risparmierà la dimissione dall’universo. E che per raggiungere questo scopo, più che affidarci ai miracoli della tecnica, dobbiamo affidarci alla negletta arte della politica. Ovvero del convivere con l’altro, il diverso, soprattutto se nemico. Rivoluzione culturale. Come ci insegnava secoli fa la nostra professoressa di quarta ginnasio, vergognosamente beffeggiata, la rivoluzione comincia da ciascuno di noi.

Con ritardo irreparabile crediamo di aver capito cosa intendesse leggendo Viaggio tra gli obbedienti (La nave di Teseo, 2021) il penultimo libro di Natalino Irti, grande giurista e intellettuale di raro acume, da poco scomparso. Dove noi contemporanei siamo descritti schiavi della funzione di cui siamo considerati competenti. Ridotti a «risorse umane», «capitale umano». Ossimori cui siamo tanto abituati da non coglierne il significato: cambia la specie. Gli umani si trasformano in disumani.

Irti ci descrive dentro «un assedio tecnologico», in «uno stringersi della gabbia intorno a noi», da cui puoi uscire solo se rimani, «con tenace orgoglio, fuori dall’apparato tecnico-produttivo» e salvi «la sfera, ancorché povera e minuta, delle decisioni e obbedienze individuali». Regola: «Costruirsi una legge individuale è dare forma alla nostra vita, non lasciarla disperdere in azioni capricciose e occasionali, non abbandonarla a un vagare indistinto e fortuito, ma stringerla in un significato unitario di relativa stabilità e coerenza. In tale continuità ha radice il senso dell’onore». Della politica. Intesa capacità di pensare, giudicare, agire in base alla legge individuale — l’etica sulla quale ci siamo formati. A partire dalla scuola.

Qui l’aria del tempo si manifesta con il crollo delle iscrizioni al liceo classico, scelto da cinque studenti su cento. Forse perché rispetto agli istituti omologhi — scientifici, tecnici, professionali — non è collegabile ad alcuna funzione specifica. Ma è, o dovrebbe essere, custode di una tradizione, di un canone classico riassumibile in una parola: umanesimo. Radicato nella paideia degli antichi, educazione e trasmissione della cultura, sentire di riferimento della comunità. Coltivato con lo studio della storia, nella pratica della filologia e della filosofia tramandata per testi classici, greci e latini.

Non si tratta di spiegare, servendosi dei modelli razionali tipici delle scienze dure, quanto di comprendere, ovvero esercitare la nostra umanità nella sua interezza, a partire dai sentimenti. Se perdiamo contatto con questa tradizione, su che cosa possiamo fondare l’impegno politico al servizio della comunità? Riprendere in mano Filologia e storia di Werner Jaeger, classico del “terzo umanesimo”, curato da Gherardo Ugolini e appena pubblicato da Morcelliana, può confermarci in questa urgenza.

Il liceo Parini a Milano

Siamo felici di segnalare una piccola buona notizia, che speriamo domani grande. Il preside del liceo classico Parini di Milano, Massimo Maurizio Barrella, visto il disastroso crollo delle iscrizioni, propone per il 2027-28 una riforma radicale, ferme le materie classiche: lezioni concentrate in cinque giorni pieni; sabato libero per frequentare gli amici, fare sport o leggere un libro; lunedì pomeriggio dedicato ad attività contemporanee, come argomentare in pubblico, e alla geopolitica, esercizio di apertura al mondo e all’alterità. Allenamento a decidere bene in una situazione critica, quel che l’intelligenza artificiale non può fare.

Ha ragione Cristiano Boscato, amministratore delegato di Dinova: «Così nasceranno le uniche persone che sapranno ancora riconoscere se una macchina ha ragione o sbaglia. E decidere di conseguenza». Speriamo che l’esempio del Parini sia contagioso.


La richiesta del Pd al M5S per aiutare Elly Schlein: “Non attaccate Draghi”


Calcoli. Verso le elezioni il Nazareno spera di avere il sostegno dell’ex Bce, che punta sempre al Colle. Ma i 5Stelle fanno muro

La richiesta del Pd al M5S per aiutare Elly Schlein: “Non attaccate Draghi”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Lui, lei, l’altro. E i Cinque Stelle. Tra le storie talvolta tese tra Pd e Movimento si sta facendo largo un (altro) problema: ossia il rapporto sempre più stretto tra Elly Schlein e Mario Draghi, anche grazie alla mediazione in parte vera in parte millantata di Matteo Renzi, il fu rottamatore che passa la vita a muovere fili, o almeno a provarci. E da qui si arriva al Movimento, a cui il Pd negli ultimi tempi ha informalmente chiesto di non inveire in pubblico contro l’ex presidente della Bce. Perché i dem sperano che alla fine Draghi possa appoggiare Schlein, nella corsa alla presidenza del Consiglio. O almeno aiutarla a non trovare ostacoli da parte dei poteri forti, dentro e fuori la penisola. Un nodo centrale per la segretaria dem, che qualche settimana fa si era lamentata: “C’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi, e poi sconto anche il fatto di essere una donna”. E allora, cosa meglio di chiedere una mano da Draghi? Di nuovo attivissimo, dicono varie voci dai Palazzi, nel cercare sponde a tutto campo per riprovarci in chiave Quirinale.

[…] Da qui i segnali dem al M5S, raccontati da ambienti del Pd e confermati da fonti a 5Stelle. Da dove precisano che però il M5S ha fatto e farà muro contro aperture di credito all’ex premier. Di più. Un veterano del Movimento lo dice così: “Se Schlein continua a inseguirlo, commetterà lo stesso errore di Enrico Letta, che nel 2022 sfasciò il centrosinistra nel nome dell’agenda Draghi, mandando a Palazzo Chigi Giorgia Meloni”. Uno sbaglio da non ripetere secondo i 5Stelle, che considerano da tempo l’ex governatore della Banca d’Italia un avversario. Basti ricordare un episodio su tutti: la richiesta che l’ancora premier Draghi rivolse a Beppe Grillo di togliere la leadership del M5S a Conte – come raccontò Domenico De Masi al Fatto, e come lo stesso Grillo confidò ad alcuni deputati del Movimento – nel giugno 2022, pochi giorni prima della caduta del governo presieduto dall’ex Bce. Quattro anni dopo, è ancora lui l’uomo che divide i fu giallorosa. Una vicenda in cui avrebbe un ruolo anche Renzi. “Sente regolarmente Draghi, o almeno è questo che racconta in giro” dicono dal M5S. Dove sono convinti che sia lui il facilitatore dei rapporti tra l’ex premier e Schlein. Un legame di cui, sempre a detta dei 5Stelle, si trova traccia nell’intervista della dem di qualche giorno fa al Foglio, forse il più draghiano dei quotidiani, dove la dem citava “il federalismo pragmatico” che è un cavallo di battaglia dell’ex premier.

[…]

Per inciso, un colloquio nel quale Schlein non ha difeso la presidente a 5Stelle della Sardegna, Alessandra Todde, sul tema delle energie rinnovabili: e anche questo l’hanno notato, nel M5S. Ma in questa storia di calcoli, sospetti e piccoli veleni c’è anche un’altra convitata di pietra, cioè la sindaca di Genova Silvia Salis. Perché nell’avvicinamento di Schlein a Draghi ci sarebbe anche la volontà di coprirsi da una possibile Opa sulla coalizione della sindaca. La sua candidatura piacerebbe parecchio, al variopinto mondo delle grisaglie che contano. E non solo a loro, visto che un big come Dario Franceschini la ritiene un ottimo piano alternativo rispetto alla segretaria e a Conte in caso di stallo sul nome per Palazzo Chigi, e la vedrebbe benissimo almeno come mastice del centro. Giorni fa anche da Avs lo ripetevano: “Vedrete, in qualche modo Salis sarà della partita”.

Ma la sindaca non può essere un’opzione per Schlein, che ormai si vede come unica candidata alla premiership. E d’altronde di Salis non vuole saperne neppure Conte, che un passo indietro di fronte a un nome terzo potrebbe anche farlo. “Ma dove trovarlo?” sussurra un 5Stelle di peso: assolutamente scettico anche di fronte all’ipotesi circolata in questi giorni – ne hanno scritto Il Messaggero e il Domani – di un garante per i progressisti, che li rappresenti fino alle Politiche (“Un’idea che circola nel Pd, ma che ci pare inapplicabile”).

Se si aggiunge l’ostilità verso le primarie di almeno metà dei dem e di Avs, si comprende quanto sia intricata la strada per trovare il candidato/a a Palazzo Chigi del centrosinistra. Dove tutti notano i movimenti in chiave Colle anche di Paolo Gentiloni. Un altro ex premier che con Conte non ha esattamente un rapporto idilliaco. Ma che Schlein vorrebbe tenersi buono: in qualche modo.


L’insostenibile rumore della faziosità


Dalla morte di Fakir alla sentenza Roggero fino agli scontri di Bologna e quelli dei NoTav, il populismo social inquina il dibattito pubblico

A Bologna la manifestazione in piazza Nettuno per il caso Fakir

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il clima politico del Paese è orrendo. Ma di un orrore senza meraviglia e senza sorprese, l’orrore implacabile dell’odio monocorde, della faziosità ossificata, con le voci che si fanno sempre più stridule e al tempo stesso sempre più risapute. E sempre meno significanti.

Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, nei loculi umilianti predisposti per le loro dichiarazioni da scolaretti (vergogna pluridecennale della Rai credere che sia “informazione politica” questo raccapricciante siparietto di faccine e di frasette), tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla.

La recente, sovreccitata zuffa sull’ordine pubblico (ma già “ordine pubblico” è un concetto troppo alto e rispettabile per essere la vera ragione del contendere) è in questo senso disperante. Non si è sentito un solo esponente della destra dire che la morte di un poveraccio fuori di senno, se avvenuta per mano della polizia, è un fatto gravissimo: la divisa non è mai un attenuante, è una responsabilità. Non si è sentito un solo esponente della sinistra dire che la polizia ha un compito duro e difficile, e non va accusata a priori di essere assassina (come fanno, cretinamente, i cretini in cerca di scontri), va aiutata a sbagliare sempre meno – anche con sentenze esemplari come quella su Cucchi – e va sostenuta nella sua fatica di migliorarsi. La polizia, così come la magistratura, esiste in difesa di tutti, e dunque va difesa da tutti.

Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero, con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida che ha commesso un crimine violento, inevitabilmente punito dalla legge dello Stato, che vale per ogni cittadino di questo paese. Non si è sentito un solo esponente di sinistra dire che vivere sotto la costante minaccia del crimine è fonte insopportabile di ansia, che in alcune zone del paese i cittadini si sentono indifesi, in balia della delinquenza di strada, che la violazione di un domicilio o di una bottega per rapinare il frutto del lavoro altrui è una ferita tremenda. Il lavoro, per la sinistra, dovrebbe essere sacro: quello di un bottegaio non è forse lavoro?

Non si è sentito un esponente della destra dire che l’equivalenza crimine/immigrazione è una porcheria razzista, robaccia da Vannacci o da Salvini (in ordine di sondaggio) indegna di una società liberale e della Costituzione della Repubblica. Non si è sentito un esponente della sinistra dire che le bande di immigrati magrebini di seconda generazione sono proprio: bande di immigrati magrebini di seconda generazione, e dunque abbiamo un problema, e ce l’hanno anche le comunità magrebine. Un conto è l’accoglienza, un conto l’integrazione. Per l’accoglienza basta il cuore, per l’integrazione ci vuole la politica. Meno emozioni e più idee ragionevoli, meno anatemi e slogan, più buone leggi e investimenti utili, non dovrebbe essere questo il vero core-business della politica?

Non c’è un solo esponente di destra che abbia difeso il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per avere indetto una manifestazione civile e pacifica che ha ammortizzato le scontate violenze già progettate dagli ultras, che sarebbero scesi in piazza da soli. Non c’è un solo esponente di sinistra che dica con la dovuta e tardiva franchezza che i devoti allo scontro sono mascalzoni senzienti, o fanatici incurabili, nemici non solo e non tanto della sinistra, ma della democrazia e della convivenza civile nel suo complesso: che è ben più grave. (Identica considerazione, amplificata dall’ammontare dei danni e dal numero di agenti feriti, andrebbe estesa agli incappucciati che si fanno chiamare Notav). Che a destra i fascisti abbondino non può essere in alcun modo un alibi per giustificare lo squadrismo di sinistra.

Eppure la realtà, la vita quotidiana, quei famosi “problemi concreti della gente” che sono una specie di mantra dei buoni propositi politici, sono con ogni evidenza il combinato disposto di tutte le cose appena scritte qui sopra: più molte altre ancora. Non c’è un solo caso in discussione, non c’è nodo sociale o questione ideologica che non suggerisca qualche esitazione nel giudizio, qualche supplemento di riflessione. E non è possibile accettare che proprio il mondo politico, accreditato di essere classe dirigente, non solo non provi a fornire qualche elemento di esitazione, ma sbrodoli ogni giorno una scia di slogan che sono tristemente uguali a quelli dei vituperati social.

Sì, i social hanno gravemente abbassato il livello del dibattito pubblico, ridotto ogni discorso a schemino offensivo o difensivo, rattrappito i tempi di studio e di lettura, impoverito il linguaggio. Ma nulla impedisce a chi fa politica, in rappresentanza del popolo, di sottrarsi a questo sprofondo culturale e di invertire la tendenza.

Non è vero che il popolo è la miserabile massa di irretiti dall’algoritmo, la sterminata clientela che i soli veri nemici del popolo (gli oligarchi del web) conducono a loro piacimento. Il mondo, Italia compresa, è pieno di intelligenze, ambizioni, speranze che appartengono alle persone semplici tanto quanto a quel poco che rimane delle élites. La classe dirigente ha il dovere dell’esemplarità, lo spettacolo abominevole dei politici populisti che si portano da bestie e da cafoni perché, così dicono, si è più “popolari”, merita una sospensione: è profondamente offensivo nei confronti del popolo, e viene da aggiungere, in questo senso, che niente è più antipopolare del populismo.

Molti anni fa scrissi, su questo giornale, un articolo ammirato e sorpreso. Era successo che Mara Carfagna, esponente di destra, aveva cambiato il suo voto su non ricordo più quale legge sulle questioni di genere. “Mi ha fatto cambiare idea discutere con colleghe della sinistra, sono loro che mi hanno convinto”, disse Carfagna. Sembra, in questo clima infernale, una parabola del Vangelo.


La padella e la brace


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando un politico vuol mandare un messaggio ai poteri marci senza farlo sapere in giro, li chiama aumma aumma o, se non ha il numero, dà un’intervista al Foglio. Che, essendo un organo clandestino, non rischia di essere letto dalla gente normale. È ciò che ha fatto la Schlein: carezze a Draghi che, perse le speranze nella Meloni, si sente spesso con lei; garanzie al partito delle armi e della guerra eterna (quella in Ucraina può finire solo con una “pace giusta dal punto di vista di Kiev” e “l’isolamento di Putin”, cioè mai finché sarà vivo un solo ucraino); silenzi parlanti sui crimini di Usa e Israele da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran al Libano alla Siria (non una sillaba neppure su Netanyahu e Trump). Queste parole e omissioni non sono sfuggite ai movimenti per la pace, che s’interrogano angosciati sull’invotabilità dei progressisti a trazione Pd e sull’abbraccio mortale che il Melonellum imporrà a M5S e Avs, costretti a coalizzarsi per battere le destre e poi sostituirle con una copia sbiadita. Prospettiva che terrebbe a casa tanti giovani e astensionisti in bilico, disgustati dall’unica alternativa possibile: quella fra la padella e la brace.

[…] Sarebbe interessante sentire la sinistra del Pd, decisiva nel 2023 per l’elezione di Elly. Bettini, su guerra, riarmo e babau russo, ha già dato ragione a Conte, e così il flotillero Scotto. Bersani domanda se armare Kiev a oltranza, senza proposte realistiche di compromesso che partano dal campo di battaglia, “serva a tenere in piedi l’Ucraina o la guerra”. Ma tutti gli altri tacciono, forse per paura di non essere rinominati (le liste bloccate piacciono pure al Pd). O acconsentono, come Taruffi e Provenzano, che chiedono financo di prendere i prestiti Safe per il riarmo, scavalcando la Meloni che li respinge. Siccome questa non è una questione qualunque, ma “la” questione che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli, visto che il riarmo prosciugherà ogni risorsa per decenni impedendo di trovare un solo euro in più per sanità, scuola, ricerca, salari e investimenti, sarebbe gradita una parole chiara da tutti i big del Pd. A meno che non parli per loro una delle analiste più ascoltate in casa dem e in tv: Nathalie Tocci, nominata da Gualtieri in Acea, che ha appena lanciato sull’Economist un’idea geniale per convertire “gli europei a una mentalità di guerra”: “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra… Schierarle ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. A proposito di stomaci: se la linea è questa, la brace può essere persino più vomitevole della padella.


Cibo spazzatura: così Big Food piega i governi


Bibite gassate e ad alto contenuto di zuccheri sono tra le più bersagliate da divieti e avvertenze ai consumatori. Un’indagine di Lighthouse Reports svela come il fuoco di sbarramento dell’industria alimentare riesce a bloccare i tentativi degli Stati di contrastare i cibi processati

(Gloria Riva – lespresso.it) – È il 14 marzo 2025, in un appartamento sulle colline di Ciudad Bolívar, periferia sud di Bogotà, una bambina di sei anni collassa sul pavimento del bagno per una gravissima ostruzione intestinale. La causa è una dieta fatta esclusivamente da cibi ultra-processati, Upf: snack industriali, sfoglie di formaggio fritto, merendine, bibite gassate. Alimenti carichi di additivi, privi di fibre o nutrienti reali, venduti a pochi spiccioli nei negozietti di un quartiere dove l’acqua potabile è un lusso e la frutta pure.

Nello stesso momento le multinazionali hanno lanciato un’offensiva legale e di lobbying senza precedenti per bloccare le leggi che la nuova amministrazione colombiana sta mettendo in campo per scoraggiare il cibo spazzatura. Una guerra invisibile che questa inchiesta è in grado di svelare nei suoi dettagli più oscuri.

Attraverso lobby, minacce e quasi 600 anni di cause legali, i colossi del cibo ultra-processato tengono in ostaggio la nostra salute. Da una parte i governi, gli scienziati e le organizzazioni sanitarie cercano di arginare l’epidemia globale di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Dall’altra c’è Big Food: un cartello di multinazionali da migliaia di miliardi di dollari che, forte della propria potenza economica e della leva politica, ha deciso di blindare i propri profitti armandosi di avvocati, carte bollate e azioni legali e di lobbismo aggressivo.

Questa inchiesta globale — condotta da L’Espresso insieme con la piattaforma di giornalismo investigativo dei Paesi Bassi Lighthouse Reports e i media partner The Guardian (Regno Unito), Follow the Money (Paesi Bassi), Il Fatto Alimentare (Italia), Agência Pública (Brasile), Cuestión Pública (Colombia), O Joio e O Trigo (Brasile), Quinto Elemento Lab (Messico) e The Wire (India) — svela per la prima volta i numeri, i nomi e l’ostruzionismo di questa guerra giudiziaria globale.

Tra il 2010 e il 2025, in soli sei Paesi campione (Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti, Regno Unito e India), l’industria del cibo spazzatura e degli alimenti ultra-processati (Upf) ha intentato ben 239 cause legali per bloccare, ritardare o svuotare di significato le leggi di tutela della salute pubblica. Il tempo totale che i funzionari dello Stato e i legali pubblici hanno dovuto trascorrere nelle aule di tribunale per dare battaglia a questi colossi e difendere normative di buon senso supera i 595 anni complessivi.

Dei 188 casi analizzati in cui i ricorrenti sono aziende private, più di un terzo (il 38 per cento) è stato avviato da nove multinazionali del settore. In testa alla classifica dei contenziosi c’è Coca-Cola (24 casi), seguita da PepsiCo (17), Mondelez (8), Kellogg’s e Danone (5 ciascuna). A queste si aggiungono Ferrero, Xignux e Heartland Food Products Group con 4 casi a testa. Più Mars Incorporated, che figura con due casi individuali, oltre a comparire come società madre in altre cinque controversie avviate da Kellogg’s, in seguito all’acquisizione di quest’ultima, perfezionata a fine 2025.

Nei loro manifesti pubblici, queste stesse società spendono milioni in retorica di responsabilità sociale e nutrizionale. Coca-Cola dichiara in Europa di impegnarsi in «azioni significative per aiutare le persone a garantire scelte più sane», mentre PepsiCo afferma di «fissare obiettivi nutrizionali ambiziosi in linea con le autorità sanitarie». Eppure, quando un Paese prova a introdurre una tassa sulle bevande zuccherate o a stampare un bollino di avvertimento sulle loro confezioni, l’unica risposta che arriva è la notifica di un ricorso giudiziario o una minaccia preventiva.

Anche Ferrero, simbolo del capitalismo familiare italiano e del Made in Italy, è presente, direttamente o indirettamente, in diverse cause legali volte a indebolire la legislazione nutrizionale. Ferrero ha intentato direttamente tre cause legali, oltre a una causa avviata da Kellogg’s nel Regno Unito, di cui ora detiene la proprietà. Quest’ultima riguarda lettere di diffida inviate al ministero della Salute, minacciando azioni legali se le normative restrittive sui prodotti ad alto contenuto di grassi, sale e zuccheri non fossero modificate. L’azienda ha risposto alle nostre domande affermando: «Sosteniamo un’etichettatura nutrizionale informativa, scientificamente fondata e non discriminatoria» e che «laddove Ferrero si è confrontata con diverse autorità e organismi di regolamentazione, ciò ha riguardato la chiarezza sull’attuazione delle politiche, come ad esempio le incongruenze nel trattamento di prodotti comparabili ai sensi della stessa normativa, piuttosto che l’opposizione agli obiettivi di salute pubblica». Nelle lettere in cui minacciavano azioni legali contro il governo britannico, ottenute tramite una richiesta di accesso agli atti, Ferrero ha sostenuto che le normative creavano disparità ingiuste rispetto ad altri prodotti dolciari, nello specifico i mix di frutta secca per Eat Natural e i dolciumi sfusi per Ferrero.

Ferrero è stabilmente inserita tra i membri chiave di ben quattro associazioni industriali brasiliane che hanno fatto causa all’Anvisa (l’autorità sanitaria del Brasile) per congelare la storica delibera Rdc 24, una norma che da 17 anni tenta invano di limitare la pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori per proteggere l’infanzia.

Se all’estero la guerra si combatte nelle aule di tribunale, in Italia la partita è stata vinta dall’industria alimentare prima ancora di cominciare, grazie a una barriera ideologica e politica senza precedenti. Mentre in Francia il Nutri-Score è ormai uno strumento utilizzato quotidianamente dal 68 per cento dei consumatori — nonostante le strenue resistenze del Senato francese per tutelare giganti del calibro di Coca-Cola e della stessa Ferrero (con la sua Nutella) dal bollino rosso obbligatorio — in Italia l’etichettatura a semaforo rimane un tabù assoluto. Sotto la pressione di Federalimentare e Coldiretti, la politica italiana ha eretto una difesa dell’italianità dei prodotti, promuovendo al suo posto il Nutrinform Battery, un sistema a batteria complesso e incomprensibile per i consumatori.

Dietro alla pretesa di tutelale la dieta mediterranea si nasconde però un’emergenza sanitaria drammatica: l’Italia detiene uno dei tassi più alti d’Europa di obesità infantile e sovrappeso, che colpisce ormai il 26 per cento di giovani e giovanissimi. Un’epidemia silenziosa favorita da una totale deregolamentazione: nel nostro Paese, a differenza del Regno Unito, non esistono limiti strutturali alla pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori.

Il vero obiettivo di questa pioggia di ricorsi non è necessariamente vincere in aula. Big Food ha perso l’82 per cento delle cause analizzate: il vero dividendo del contenzioso è il tempo. Come spiega l’organizzazione dei consumatori messicana El Poder del Consumidor: «All’industria basta ottenere un singolo giudizio favorevole o una sospensiva provvisoria per creare un precedente e paralizzare l’intera riforma per anni». In Messico, Paese che da solo concentra l’80 per cento dei procedimenti (193 casi), l’industria ha intasato i tribunali per ritardare l’applicazione delle etichette di avvertimento fronte-pacco. Per partecipare ai tavoli tecnici di discussione, l’industria alimentare ha ottenuto ben 106 accreditamenti, a fronte dei soli 13 concessi alle organizzazioni della società civile. E quando le sentenze si avvicinano, le aziende preferiscono ritirarsi per evitare che i tribunali pubblichino bozze di sentenze sfavorevoli che creerebbero precedenti legali granitici.

In Europa, dove le lobby giocano d’anticipo, si assiste al fenomeno del cosiddetto regulatory chill, il raffreddamento regolatorio. I governi vengono intimoriti ancora prima di scrivere le leggi. Si evocano violazioni delle norme sul mercato interno, sulla concorrenza o sugli aiuti di Stato dell’Ue. Quando la Francia e il Portogallo hanno provato a tassare le bevande zuccherate, Coca-Cola ha minacciato apertamente di ritirare i propri investimenti dai rispettivi territori. In Estonia e Finlandia, le tasse sullo zucchero sono state accantonate o cancellate dopo che le associazioni di categoria hanno sollevato timori legali relativi agli aiuti di Stato comunitari. Un ex membro di Public Health England ha riferito l’enorme stress burocratico dietro queste vicende: «Il caso Kellogg’s ha richiesto un immenso sforzo da parte del governo. La maggior parte dei Paesi non ha le risorse per resistere. Quando ne parlo all’estero, rimangono sorpresi».

Laddove non arrivano le carte bollate, l’industria del cibo ultra-processato usa metodi più incisivi. In Colombia ben 17 delle 18 cause legali registrate tra il 2023 e il 2025 sono state presentate formalmente da singoli cittadini sfruttando i ricorsi di incostituzionalità. Tuttavia, la nostra inchiesta ha svelato che il 53 per cento dei ricorrenti aveva legami diretti con studi legali che lavorano per le multinazionali del cibo ultra-processato, come lo studio Gómez-Pinzón Abogados. Alcuni ricorsi replicavano letteralmente i discorsi e le obiezioni presentate in Parlamento dal country manager di Big Cola. Nel frattempo, durante il dibattito sulla tassa sanitaria, le aziende del settore hanno donato 25 miliardi di pesos ai partiti politici colombiani nel solo 2022, coprendo il 40 per cento di tutti i finanziamenti privati alla politica di quell’anno. L’equivalente del costo annuo delle cure per oltre 9 mila pazienti affetti da diabete di tipo 2, spesa interamente per anestetizzare la reazione dello Stato davanti all’epidemia nutrizionale.

Nel 2016, i principali attivisti e scienziati messicani che si battevano per la tassa sulle bibite gassate sono stati spiati attraverso il software militare Pegasus, installato illegalmente sui loro dispositivi mobili. Eppure, i risultati economici e sanitari di quella tassa (che ha raccolto 17,8 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2024) hanno dimostrato l’efficacia della misura, portando a una riduzione iniziale del 6,1 per cento nel consumo di bibite gassate nel solo primo anno.

L’American beverage association ha citato in giudizio la città di Santa Cruz per una tassa sulle bibite gassate entrata in vigore nel 2025 che, a loro dire, viola una legge statale che vieta le tasse sulle bibite gassate fino al 2031. Lighthouse Report ha scoperto come l’industria ha condotto una campagna occulta, coinvolgendo importanti membri delle comunità di minoranza etnica, che hanno espresso la loro opposizione a questa tassa attraverso il voto e le azioni legali. La vicenda si è però conclusa positivamente: in una sentenza della Corte Superiore della Contea di Sacramento ha dato ragione a Santa Cruz.

In India le quattro cause legali identificate nel Paese sono state intentate da colossi industriali contro gli influencer che avevano pubblicato video di analisi nutrizionale di famosi prodotti commerciali. Le multinazionali inviano diffide, lunghe fino a 300 pagine, imponendo risposte entro poche ore per terrorizzare i creator e costringerli a rimuovere i video.

Tutto questo accade mentre il governo indiano trascina da oltre un decennio le consultazioni per l’approvazione di una legge nazionale sull’etichettatura fronte-pacco. Uno studio commissionato da Lighthouse Reports e condotto dall’Access to nutrition initiative (Atni) svela che il sistema di valutazione proposto in India, India nutrition rating, è più morbido e permissivo rispetto al Nutri-score europeo o all’Health star rating australiano: assegna punteggi elevati a dolciumi e cioccolato, e garantisce 5 stelle su 5 a bibite gassate con zero zuccheri che in Europa verrebbero penalizzate per la presenza di dolcificanti sintetici.

La comunità scientifica internazionale ha ormai rimosso ogni dubbio sulla pericolosità biologica del cibo ultra-processato. Uno studio clinico randomizzato condotto negli States da Kevin Hall al National Institutes of Health, Nih, ha stabilito per la prima volta un nesso di causalità biologica — e non di semplice associazione statistica — tra il consumo di Upf e l’aumento di peso.

Nel dicembre 2025, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato una serie di studi intitolata “Cibi ultra-processati e salute umana”, coordinata da 43 esperti mondiali. I risultati sono una condanna senza appello per il modello industriale di Big Food: i cibi ultra-processati stanno attivamente rimpiazzando le diete tradizionali basate su alimenti integrali, portando a un drastico peggioramento della qualità nutrizionale e a un aumento esponenziale del rischio di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari e diabete. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la quota di calorie giornaliere derivanti da Upf supera ormai il 50 per cento del totale della dieta nazionale. Mentre le aziende si arricchiscono grazie a questo modello, i sistemi sanitari di tutto il mondo ne pagano il prezzo.


Governo-toghe: lo scontro continua


L’allarme di De Lucia: “Carceri gestite dai boss”. Nordio insulta. Il ministro contro il procuratore di Palermo

L’allarme di De Lucia: “Carceri gestite dai boss”. Nordio insulta

(estr. di Liana Milella – ilfattoquotidiano.it) – […] Perde del tutto le staffe il Guardasigilli Carlo Nordio contro il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. Parte il suo affondo, attraverso un comunicato, senza neppure rendersi conto delle documentate affermazioni di un magistrato avaro di interviste e da sempre cauto nelle sue dichiarazioni pubbliche. Lo accusa addirittura di “aver perso il controllo”. Dichiara proprio così in una nota diffusa da via Arenula.

[…] Eccola: “De Lucia ha perso il controllo di se stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale”.

Solo “qualche fenomeno patologico”? De Lucia parla di ben altro. E lo fa documenti alla mano quando interviene a un incontro sul racket del pizzo organizzato da Assostampa Siciliana che si svolge ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo. Durissima la sua denuncia quando afferma che gli istituti di pena “non sono più sotto il controllo dello Stato”. E ancora: “Le carceri non esplodono perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. Ovviamente De Lucia parla su documenti inequivocabili, contenuti nelle sue stesse inchieste. Il procuratore parla perché conosce i fatti, non certo per sentito dire. Ma Nordio si permette all’opposto di metterlo sulla graticola e per giunta minimizza una situazione gravissima che è sotto gli occhi di tutti. Incredibili le sue affermazioni. Come questa: “Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo al’intero territorio nazionale”.

Ma De Lucia, che parla a Palermo dei fatti di Palermo, cita episodi concreti. Mentre Nordio la butta in politica: “Questo non è il modo migliore per creare quell’atmosfera di leale collaborazione che stiamo attuando, con interlocuzioni attente sia con il procuratore nazionale antimafia, sia con il Csm, sia con l’Anm”.

[…] Cioè Nordio chiede a De Lucia di tacere sui fatti criminali che emergono dalle sue inchieste e dal lavoro delle forze di polizia perché questo inficia la sua politica sulla giustizia. L’accusa è pesantissima – “De Lucia ha perso il controllo di se stesso” – perché arriva dal Guardasigilli contro il procuratore di una città come Palermo dove negli ultimi mesi c’è stata una pesantissima recrudescenza criminale, come il Fatto ha raccontato. Ma De Lucia sulle prigioni cita i fatti. Gli acquisti di munizioni fatte dal carcere e gli ordini per eseguire danneggiamenti, e far partire intimidazioni e richieste di pizzo partite dalle celle. Nonché “conference call tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere”. Poi l’affondo su Meloni che parla di portare l’esercito a Palermo. Ribatte De Lucia: “Per me l’esercito deve fare l’esercito, ha compiti istituzionali diversi da quelli della polizia. Finito lo strumento dell’esercito a cosa si passa, ai caschi blu?”.


Non è una saga, è un delirio!


Vannacci viola il bando di Meloni sull’IA e posta video fake con Mattarella per la grazia a Roggero. Il filmato arriva dopo il patto tra la premier e Schlein sull’uso di deep-fake in campagna elettorale

Vannacci viola il bando di Meloni sull’IA e posta video fake con Mattarella per la grazia a Roggero

(repubblica.it) – “Grazia per Roggero. Amen”. È la didascalia che accompagna un nuovo video realizzato con l’intelligenza artificiale da Roberto Vannacci, pubblicato su Instagram, e che raffigura il generale andare a chiedere (e ottenere) la grazia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il gioielliere condannato per duplice omicidio dopo una rapina.

Il video arriva all’indomani del patto Meloni-Schlein sul bando ai deep-fake in campagna elettorale per evitare che il confronto politico sia inquinato da video prodotti con l’IA. A pochi giorni da un altro filmato realizzato con l’IA ambientato nella Roma antica con l’investitura di Vannacci a condottiero da parte di Meloni e i leader di opposizione giustiziati nell’arena.

Nel video per Mario Roggero, agganciato alla petizione per la grazia, il leader di Futuro nazionale è rappresentato di nuovo come un condottiero dell’Antica Roma, e si incammina verso un personaggio seduto su un trono che ha le sembianze del capo dello Stato con in mano una pergamena che gli consegna.

Il filmato si conclude con Vannacci che libera le mani del gioielliere di Grinzane Cavour dalle manette e lo accompagna all’uscita del carcere, dove c’è una folla di gente che applaude tra cui la moglie (che abbraccia) e le figlie. Nel filmato si vedono altri personaggi, tra cui il deputato di Futuro nazionale, Rossano Sasso.

Futuro Nazionale che proprio stamattina ha allestito un gazebo a Milano per raccogliere le firme per la proposta di legge che vuole allargare le maglie della legittima difesa, dopo la condanna di Roggero.


La disfatta occidentale e la terza guerra mondiale


(Tommaso Merlo) – I politicanti ci stanno trascinando verso la terza guerra mondiale mentre i giullari del mainstream straparlano d’altro. Per salvarci dobbiamo sperare in una repentina e disastrosa disfatta occidentale sia con la Russia che con l’Iran. Solo così crolleranno classi dirigenti indegne ed un sistema marcio che ci ha cocciutamente spinto verso questo pericoloso baratro da secolo scorso. Non nuove facce ma nuove consapevolezze. Non nuovi politicanti ma una nuova politica e valori antichi come l’onestà anche intellettuale. Del resto ormai siamo allo sdoganamento della menzogna anche a livello istituzionale con politicanti incapaci di qualsivoglia analisi e proposta che ripetono slogan e si inchinano ai poteri occulti tra una bolla mediatica e l’altra. Un livello infimo e pericolosissimo perché si rischia una escalation incontrollabile. Per colpa di quella associazione a delinquere che è la Nato, ad essere in guerra con la Russa non è l’Ucraina ma tutti noi occidentali ed in modo sempre più diretto. Quel nano di Zelensky ha soldi per tenere artificialmente in vita uno stato corrotto e fallito e per scagliare droni a vanvera solo grazie ad Europa e Stati Uniti o meglio grazie ai loro cittadini derubati dalle loro illuminate classi dirigenti che continuano ad inviare miliardari ed armi a Kiev fottendosene altamente sia della realtà sul campo di battaglia che dei propri popoli sempre più impoveriti anche dentro e che vorrebbero che le scarse risorse a disposizione venissero usate in maniera più intelligente e cioè per costruire e non per distruggere. Politica da una parte, popoli dall’altra e propaganda mainstream a manipolare la narrazione di ieri come di oggi. Quella con la Russia è una guerra voluta e provocata dall’Occidente che nonostante decenni di avvertimenti ha voluto ugualmente superare la linea rossa ucraina in modo da piazzare basi Nato con vista sul Cremlino. Piazzare quel nanerottolo a Kiev era solo un passo intermedio in vista di coronare il sogno proibito di marciare sulla Piazza Rossa e questo sia allo scopo di aprire a piacere i rubinetti di petrolio e gas russi sia per aprire basi anche alle spalle della Cina. Il solito stramaledetto Occidente che aggredire e provoca e se ne frega della volontà e sensibilità altrui e poi si spaccia come vittima e alfiere di chissà quali valori per giustificare la violenza con cui da decenni insanguina il mondo a vanvera. La Russa ha ingoiato, ha avvertito, ha provato a trattare per anni e poi alla fine è stata costretta a reagire per mettere in sicurezza popolazioni e terre storicamente russe e per creare un cuscinetto di sicurezza per difendersi da classi dirigenti occidentali testardamente guerrafondaie ed invasate al punto da rifiutare perfino di fare il lavoro per cui sono profumatamente pagate e cioè politica. Trattando, ragionando ed escogitando soluzioni invece che inutili sanzioni e infantili gare a chi è più russofobo e bellicista. Davvero uno spettacolo penoso. Finiti soldi e armi, le illuminate classe dirigenti europee si son messe a fare debiti ed hanno lanciato un riarmo da secolo scorso che rischia di far precipitare la situazione. Lo scontro militare è infatti sempre più viscidamente diretto e anche la Russia si sta preparando ad una guerra aperta con la Nato che vorrebbe dire terza guerra mondiale coi paesi Brics a fianco della Russia. Un tragico epilogo potenzialmente nucleare che possiamo evitare con una rovinosa sconfitta della Nato e con la Russia che completa con successo le sue operazioni militari ed impone a Kiev un fantoccio dalla statura politica più accettabile. Una sconfitta militare ma anche politica tale da spazzare via i responsabili di tale follia autodistruttiva e da ricostruire rapporti di buon vicinato con la Russia nel reciproco interesse anche economico. In Iran la situazione è simile, anche lì siamo noi occidentali i veri aggressori e pure illegali. I nostri padroni americani aizzati dai loro padroni sionisti mentre noi europei siamo rimasti defilati. Spolpati dal bubbone ucraino, ci stiamo limitando alla copertura politica e mediatica come col genocidio calpestando valori e istituzioni che fino a ieri predicavano essere alla base della nostra superiore civiltà. E anche in Asia Occidentale si rischia una escalation incontrollabile coi paesi Brics a fianco dei persiani. Sono di queste ore le accuse alla Russia per aver fornito all’Iran le informazioni di intelligence utilizzate per decimare le basi americane nel Golfo come se americani e inglesi non fornissero da anni allo gnomo di Kiev anche l’anima. È proprio così. I politicanti ci stanno trascinando verso la terza guerra mondiale mentre i giullari del mainstream straparlano d’altro. Per salvarci dobbiamo sperare in una repentina e disastrosa disfatta della Nato e dell’intero Occidete sia con la Russia che con l’Iran. Solo così crolleranno classi dirigenti indegne ed un sistema marcio che ci ha cocciutamente spinto verso questo pericoloso baratro da secolo scorso. Una storica sconfitta strategica che generi uno shock politico tale da portare all’azzeramento e quindi alla ricostruzione democratica. Non nuove facce ma nuove consapevolezze. Non nuovi politicanti ma una nuova politica e la riscoperta di valori antichi come l’onestà intellettuale e la pace.