Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Israele manda avanti gli americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo


(Andrea Zhok) – Oggi, il segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra) Pete Hegseth ha chiesto le dimissioni, rispettivamente:

del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Randy George,

del Generale David Hodne, a capo del Comando per la Trasformazione e l’Addestramento dell’Esercito,

e del Maggiore Generale William Green, capo del Corpo dei Cappellani dell’Esercito.

Le ipotesi per questa decisione sono sostanzialmente due, una rivolta al passato e una al futuro: o l’amministrazione Trump cerca dei capri espiatori per giustificare il fallimento dell’operazione iraniana finora (ma in tal caso alla rimozione dovrebbe seguire una campagna di accuse), oppure si stanno rimuovendo i generali che dissentono rispetto alla linea che l’amministrazione intende prendere nei prossimi giorni.

Considerando che l’arrivo delle ultime forze americane da sbarco, destinate al Golfo Persico, è previsto tra una settimana, le possibilità che questo licenziamento sia l’anticamera di un’operazione di terra sono elevate.

Rimane l’enigma di cosa spinga il governo americano a tentare un’avventura così rischiosa, e potenzialmente catastrofica. Ma credo che la risposta, come sempre più spesso accade, non risieda in ragioni pubbliche o pubblicamente intelligibili.

Per capire cosa sta succedendo bisogna, io credo, combinare l’odierno triplice allontanamento dei vertici militari con un secondo fatto, apparentemente irrazionale. È stato spesso osservato come i ripetuti assassini mirati – portati avanti sempre dall’IDF – abbiano lasciato in circolazione pochissime figure di mediazione. Sui giornali si è ironizzato, come se fosse un errore, dicendo che questa strategia aveva tolto di mezzo tutti i soggetti disponibili a trattare, bloccando in partenza ogni possibilità di mediazione.

Che questo sia avvenuto, è certo; che questo sia stato una svista, non lo credo affatto.

Il punto è che, mentre sin dall’inizio gli USA avevano ben modeste ragioni per andare a stuzzicare l’Iran, questa guerra è stata voluta e continua ad essere voluta da Israele come scontro terminale, come resa dei conti definitiva con l’unico avversario regionale degno di nota.

Tutti gli stati arabi dell’area sono in una condizione di umiliante vassallaggio. La frase di Trump sul sovrano saudita Bin Salman costretto a “baciargli il culo” non credo che lasci molti margini di interpretazione, vista anche la remissività con cui è stata portata a casa.

Trump partecipa a questo processo non perché sia completamente ignaro delle sue gravi implicazioni, anche per il proprio futuro politico, ma semplicemente perché in qualche modo Israele lo tiene in pugno.

Quali siano le leve ricattatorie, possiamo solo immaginarlo, ma questo spiega bene quanto sta succedendo.

Israele sta mandando avanti i marines e paracadutisti americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo.

Anche qui funziona quel meccanismo oggi molto in voga per cui una guerra si continua serenamente, anche se apparentemente irrazionale, purché a morire siano “gli alleati”.

Lo spirito che abbiamo visto nella decisione occidentale di “combattere fino all’ultimo ucraino” trova una rinnovata versione nella propensione israeliana di “combattere fino all’ultimo americano”.


Non c’è uno senza… tre. Beppe Grillo raddoppia, anzi, triplica i fronti legali contro Conte e il M5S


La «guerra totale» di Beppe Grillo: tre cause contro il M5S. Conte: una lite temeraria. Il fondatore del M5S ha intentato due cause sui contratti di consulenza non rinnovati

La «guerra totale» di Beppe Grillo: tre cause contro il M5S. Conte: una lite temeraria

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – Non c’è uno senza… tre. Beppe Grillo raddoppia, anzi, triplica i fronti legali contro il Movimento guidato da Giuseppe Conte (che replica duramente): le cause intentate dal fondatore sono infatti tre.

Non c’è solo la querelle legata alla titolarità di nome e simbolo del Movimento, ma anche una doppia causa sui due contratti di consulenza (per un importo totale di 300mila euro annui), contratti firmati all’epoca della svolta contiana del Movimento e non rinnovati dopo la rottura politica tra il fondatore degli stellati e il presidente. Una rottura certificata anche dalla cancellazione (con tanto di doppio voto degli iscritti) del ruolo del garante dall’organigramma M5S all’Assemblea costituente del novembre 2024 e, successivamente, due settimane dopo, in seguito al ricorso di Grillo.

Le cause, però, non sono state avviate tutte in contemporanea. Anzi. Seguono strade ben distinte. A quanto apprende il CorriereGrillo si sarebbe mosso prima sul fronte delle consulenze, avviando un iter legale separato per i due contratti: una mossa avvenuta con diverso anticipo rispetto alla contestazione su nome e logo dei Cinque Stelle. L’ultima causa in ordine temporale, quella sul simbolo. oltretutto, si differenzia anche perché è stata intentata dall’associazione Movimento 5 Stelle con sede a Genova e non da Grillo medesimo.

L’ex garante, insomma, prepara una «guerra totale» ai Cinque Stelle, sul fronte pecuniario così come su quello politico. «Beppe rivendica solo i suoi diritti», si limita a commentare chi lo conosce. E assicura: «Andrà fino in fondo». «Ormai il dado è tratto e certamente non ci saranno passi indietro», sostiene Lorenzo Borrè, storico avvocato degli espulsi M5S. La strategia di arrivare a una sentenza prima delle prossime Politiche è una strada che «dipende da alcune variabili. In ogni caso, in corso di causa è possibile presentare istanza cautelare. Il fatto che non sia stata presentata ad oggi non esclude che si possa fare in futuro».

La posizione del Movimento sulla causa è granitica. Interviene lo stesso Conte: il simbolo e il nome del appartengono «alla comunità degli iscritti, quindi al Movimento, non c’è nessun proprietario, e quindi chi vuol fare delle liti temerarie avrà la risposta temeraria e nel caso verrà anche condannato al risarcimento danni». C’è chi tra i parlamentari taglia corto: «Grillo è il passato, ora abbiamo intrapreso un percorso chiaro, con una rotta condivisa: la sua causa non sposterà nulla di tutto questo. Che senso ha parlarne?».

Intanto ieri il fondatore del Movimento ha lanciato una nuova provocazione sul suo blog. «Chi ha dei costi in più per il carburante mandi la fattura all’ Ambasciata Americana per il rimborso, essendo gli Usa responsabili dell’aumento. Ps: in Nuova Zelanda hanno cominciato a farlo», scrive allegando tanto di fattura proforma.


Napoli: un fine settimana di “passione” per il trasporto pubblico


Festività pasquali: un potenziamento rimasto sulla carta

            ” Se da un lato i mass media partenopei, in uno a sindaco e assessori, enfatizzano la notevole presenza di turisti a Napoli, chi scrive 400mila presenze, chi addirittura 600mila, dall’altro si continua a glissare sul disastro di alcuni servizi pubblici essenziali, come quello del trasporto su ferro. Così l’annunciato potenziamento durante le festività pasquali si sta dimostrando un vero e proprio fallimento “. A intervenire ancora una volta sulle vicende e purtroppo sulle continue problematiche che stanno caratterizzando il malfunzionamento delle quattro funicolari cittadine, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, fondatore sul social network Facebook del gruppo sugli “orfani” degli impianti a fune, che conta oltre 2.100 iscritti.

            ” Scendendo nei particolari – puntualizza Capodanno – stamattina nel venerdì santo, giorno di “Passione”anche da questo punto di vista, per gli oramai consueti e non meglio specificati “problemi tecnici”, si è fermata di nuovo la funicolare Chiaia, riprendendo le corse alle 8:20.  Situazione peggiore per gli utenti della funicolare Mergellina dal momento che, mentre nei giorni scorsi comunque l’impianto era stato aperto per l’intera mattinata, effettuando l’ultima corsa alle 14:10, oggi, con una comunicazione resa pubblica all’ultimo momento, è rimasto chiuso per l’intera giornata. Ma non finisce qui, perché domani, sabato santo, giorno nel quale si celebra il mistero  della discesa agli inferi di Gesù, nell’inferno finiranno anche gli utenti di ben tre dei quattro impianti presenti in Città. Infatti le funicolari Montesanto e Mergellina effettueranno l’ultima corsa al pubblico alle ore 14:10 mentre la funicolare di Chiaia effettuerà l’ultima corsa alle ore 22:00. Dopo rimarrà aperta solo la funicolare Centrale. A Pasqua infine il servizio di tutte le funicolari resterà sospeso per tre ore dalle 13:30 alle 16:30 “.

            ” Va ricordato al riguardo – sottolinea Capodanno – che nei giorni feriali le quattro funicolari  cittadine trasportano mediamente circa 65mila passeggeri, anche con tantissimi turisti, che si spostano da un quartiere all’altro della città utilizzando questi fondamentali quanto rapidi sistemi di collegamento. Purtroppo già più volte in passato, a ragione dei vuoti determinatisi nel personale a disposizione dell’azienda napoletana per la mobilità, non essendoci la possibilità di coprire i turni presso tutte le stazioni degli impianti a fune, si sono determinate anticipazioni o  chiusure per l’intera giornata, senza che a tutt’oggi si sia provveduto a mettere in campo i provvedimenti necessari per eliminare questi disservizi in un settore strategico per garantire la mobilità “.

            ” Decisioni, quelle che riguardano il servizio del trasporto su ferro – puntualizza Capodanno -, che perlopiù vengono rese pubbliche con notevole ritardo e peraltro sovente solo sui canali ufficiali, non consentendo ai viaggiatori abituali di potersi organizzare, la qual cosa irrita ancora di più i passeggeri che si trovano di fronte a cambiamenti improvvisi che non consentono di raggiungere la meta prefissata o di rientrare a casa, con gravi ripercussioni anche sul traffico cittadino per la necessità di dover utilizzare i propri automezzi “.

            ” Insomma un vero e proprio rompicapo che affligge gli utenti degli impianti a fune, turisti compresi  – conclude Capodanno -. Una situazione paradossale mentre da palazzo San Giacomo, sulla vicenda che penalizza la Città anche in queste festività pasquali, non giunge alcun segnale, con il sindaco Manfredi e l’assessore ai trasporti Cosenza che, a fronte dell’esasperazione prodotta in tante persone per i continui malfunzionamenti che si registrano in un comparto così importante continuano a ignorare il grave problema “.


Altri motivi per aver votato NO


(Stefano Rossi) – In Puglia si consuma l’ennesimo disfacimento di una politica sempre più lontana dalle esigenze dei cittadini e sempre più vicina all’affarismo, arruffone e scandaloso.

Dunque, dopo che si è avvicendato Antonio Decaro, a Michele Emiliano, alla guida regione, si è posto un bel problema per il Pd.

Non ci sono posti sufficienti negli ospedali?

Poco personale ai pronto soccorso?

Pochi soldi per il sociale?

Macché!

Si è posto il problema di dove mettere Emiliano che, a giudicare dalla taglia, è diventato un grosso problema.

Lui non ne vuole sapere di tornare a fare il magistrato.

Ed ecco la soluzione.

Nominarlo consulente giuridico del presidente della regione Decaro, nonostante l’esercito di dirigenti, interni ed esterni della regione, e l’esercito di avvocati pugliesi che sarebbero disposti a lavorare per un decimo dei soldi che percepirebbe Emiliano.

Sembrava tutto in regola se non si fosse messo di mezzo il Consiglio Superiore della Magistratura.

E pensare che la destra lo vorrebbe rivoluzionare.

L’Ufficio Studi del CSM, avrebbe rilevato due criticità: la genericità dell’incarico e il fatto che solo dal 15 gennaio scorso, la regione, ha inquadrato quattro dirigenti esterni; quindi, sembrerebbe un ruolo appositamente inventato per favorire Emiliano che risulta ancora un magistrato in aspettativa.

Questa situazione nasce da una precisa volontà dell’ex governatore Emiliano di non voler rientrare nei ranghi della magistratura. Manca da oltre vent’anni, visto che, prima di andare a governare la regione, era sindaco di Bari.

Questa incredibile situazione si complica ulteriormente se si considera il numero dei magistrati che, anziché fare il magistrato in tribunale, svolgono ruoli del tutto politici o amministrativi.

Il numero dei fuori ruolo non può superare 180 unità, e di questi 180, al massimo 40, possono essere destinati in uffici che non siano ministeri o sedi istituzionali come Quirinale, Senato, Camera, ecc..

Sì, ma ci sono comunque delle eccezioni per questi limiti.

Nasce spontanea una domanda: se Emiliano tornasse a fare il magistrato, dopo 20 anni di assenza, come si configurerebbe? Giudice-politico? Politico-giudice? E se per caso dovesse decidere su un politico o cittadino chiaramente di centro-destra?

Insomma, questi sono i problemi che preoccupano tanto la sinistra pugliese, mica la criminalità che affossa i commercianti!

Eppure, il problema è serio.

Ultima considerazione doverosa.  

Se mai si volesse fare una riforma autorevole sulla giustizia, cosa che non avverrà mai con questa politica, sarebbe quella di bloccare tutti gli incarichi esterni, per fare gli arbitri nei Collegi Consultivi Tecnici, dei magistrati amministrativi e tutti quelli imboscati, tipo i magistrati che si occupano di gare sportive.

Ci sono procure che dovrebbero indagare sulle mafie, ma ci sono pochissimi magistrati che, al momento, si occupano di sport.

È un esercito che viene distolto dal compito di amministrare la giustizia.

Una vergogna alla luce del sole che non ha limiti alla decenza.

Ma questa è la partitocrazia: la colpa non è tanto della magistratura, che non si lamenta di questo sistema, ma è decisa e voluta da una politica affarista e lontana dai reali bisogni della collettività.

Ma come può essere che, un magistrato, dopo vent’anni di politica, torni a fare il magistrato?

Stesso problema si porrebbe per tutti i magistrati che provengono dal centro-destra.

Una questione che è alla base di chi ha votato NO al Referendum, perché saremmo contenti di vedere riformata la giustizia, ma non umiliata e rivoluzionata per rimanere nello stato attuale.

Chi ha votato sì, per riformare la giustizia, non si è reso conto che non avrebbe riformato nulla, ma solo creato lobby al servizio della politica.

I problemi ci sono, e sono gravissimi, ma altrove.

———

Da una recente ricerca (2025), ecco cosa è emerso:

270 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 5 anni e inferiore a 10 anni;

94 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 10 anni e inferiore a 15 anni;

14 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 15 anni e inferiore a 20 anni;

5 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 20 anni, con un massimo di 22

anni, 1 mese e 18 giorni.

Il record era detenuto da un magistrato che, nominato con decreto del 19-03-1983, è stato fuori ruolo la bellezza di 27 anni, 4 mesi e 6 giorni.

Ma tutto questo scempio non è emerso nel dibattito sterile che avrebbe dovuto informare tutti noi cittadini.


Pasqua con sorpresa al Palazzo Reale di Napoli: riapre il Giardino Romantico


A venti mesi dalla chiusura per restauro lo storico giardino riapre domenica. A Pasquetta sarà chiuso, come di consueto, e da martedì aperto 7 giorni su 7

Giardino Romantico.png

Napoli, 3 aprile 2026 – In occasione della Pasqua riapre definitivamente il Giardino Romantico del Palazzo Reale di Napoli, dopo il complesso restauro. Una sorpresa per i visitatori che trascorreranno al museo la prima domenica del mese in cui l’accesso è gratuito, come in tutti i siti della cultura italiani.

Il giorno di Pasquetta, come era consuetudine prima del restauro, il Giardino sarà interdetto al pubblico, ma da martedì 7 aprile sarà definitivamente aperto tutti i giorni della settimana fino ad un’ora prima del tramonto.

«La riapertura del Giardino Romantico – commenta il Direttore generale Musei Massimo Osanna – restituisce ai pubblici una parte importante del Palazzo Reale, ampliando e arricchendo l’esperienza di visita. L’intervento ha consentito di recuperare la leggibilità del disegno storico e dei valori della composizione ottocentesca, restituendo al giardino la sua identità di spazio in cui architettura, paesaggio e sapere botanico si intrecciano. 

Si tratta di un intervento significativo, sostenuto dal Ministero della Cultura nell’ambito del Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali, che ha permesso di recuperare un contesto di grande qualità, rendendolo nuovamente accessibile e fruibile nel rispetto della sua complessità storica e paesaggistica»

I lavori, iniziati nel settembre del 2024, hanno interessato la risistemazione delle componenti, impiantistica, architettonica e vegetale per restituire la sua complessa e stratificata immagine storica.

Durante questi venti mesi di interdizione al pubblico, si conclusi i lavori strutturali e si sono aggiunti i tempi della natura. Infatti, per la realizzazione dei tappeti erbosi e per la messa a dimora delle piante iniziati alla fine del settembre scorso, è stato necessario sospendere le attività nei mesi più caldi della stagione estiva ed attendere  in primavera l’attecchimento delle piante.

La direttrice delegata Tiziana D’Angelo ha voluto riaprire lo spazio verde offrendo una piacevole sorpresa in occasione delle festività pasquali e della prevista affluenza di turisti e visitatori.

“Domenica è prevista anche l’apertura gratuita dei musei su iniziativa del Ministero della Cultura – ricorda la direttrice delegata – Un’ occasione eccellente per restituire ai visitatori del Palazzo Reale  e all’intera comunità il Giardino Romantico restaurato, offrendo loro l’opportunità di riscoprirne  il fascino secolare. Il giardino sarà aperto tutti i giorni della settimana, un polmone al centro della città, sempre accessibile gratuitamente”.

Lo studio e la progettazione, durati quasi due anni, sono stati affidati all’architetto paesaggista Marco Ferrari, che, successivamente alla risistemazione delle componenti architettoniche e impiantistiche, si è concentrato sul patrimonio vegetale con la finalità di arricchirlo e recuperare la valenza del collezionismo botanico.

La ricomposizione della collezione botanica è avvenuta tramite la messa a dimora di nuovi alberi, arbusti e piante erbacee, attraverso una selezione dagli elenchi redatti da Friedrich Dehnhardt, «giardiniere botanico» di Ferdinando II di Borbone, che progettò il giardino negli anni Quaranta dell’Ottocento, pur nell’adattamento ai mutati scenari ambientali.

Il Giardino Romantico ha un’estensione di 14.400 mq di cui 2.750 mq di superfici sono state pavimentate con cocciopesto di tufo e 3.150 mq sono piantate a prato. Sono state messe a dimora oltre 4.000 piante di cui 20 esemplari arborei e palmizi, 1.300 arbusti e 3.000 erbacee.

Mentre i lavori del giardino sono ormai terminati  sono in fase di conclusione  anche quelli del restauro della cancellata monumentale, che circonda il giardino lungo via San Carlo.  Sui teli di cantiere è riportata  la scritta “AverCura”, nessun logo, nessuna immagine, ma solo un’esortazione al rispetto e alla cura dei nostri beni culturali.

La  Storia

Il Giardino Romantico ha una data di nascita, il 1842, quando l’architetto Gaetano Genovese e il botanico tedesco Frederic Dehnhardt lo ridisegnò ripartendo dal giardino del palazzo dei viceré, a seguito dell’abbattimento di alcuni edifici adibiti a maneggio.

Ha appena compiuto 100 anni, invece, l’accesso da via san Carlo, ora chiuso, con lo scalone di accesso e un viale neobarocco che conduce direttamente alla Biblioteca Nazionale, realizzati nel 1924 dall’ingegnere Camillo Guerra.

La veste odierna del giardino trae origine dagli interventi di ammodernamento del palazzo diretti dall’architetto Gaetano Genovese per Ferdinando II di Borbone, a seguito dell’incendio che nel febbraio del 1837 aveva profondamente segnato il complesso.

Ad Antonio Niccolini, architetto di Casa Reale, si deve l’ambiziosa concezione generale del contesto urbano e del nuovo assetto del palazzo e dei giardini, secondo l’ormai consolidato gusto paesaggistico introdotto nel Regno di Napoli da John Andrew Graefer a Caserta.

Per la scelta della componente floristico-vegetazionale, volta a modellare l’elevato del giardino e a orientare viste sul paesaggio litoraneo, il Vesuvio e Castel Nuovo, è chiamato il botanico tedesco Friedrich Dehnhardt, già Capo giardiniere presso l’Orto Botanico di Napoli e Direttore dei giardini di Capodimonte, della Floridiana e dell’Hortus Camaldulensis.

La sua decennale esperienza si traduce, per il nuovo giardino di Palazzo Reale, in uno straordinario assortimento botanico: su una superficie complessiva di poco meno di due ettari, tra il 1842 e il 1843 si collocano a dimora circa settemila piante, afferenti a quasi quattrocento specie arboree, arbustive ed erbacee, autoctone ed esotiche, introdotte in Europa da Asia, Australia, Africa e Americhe.

Negli anni Ottanta dell’Ottocento si assiste alla demolizione dei bastioni di Castel Nuovo, in occasione del Risanamento urbanistico di Napoli, operazione che comporta l’ampliamento dello spazio prospicente il giardino e l’apertura prospettica verso la piazza del Municipio.

Lo spostamento nell’Appartamento delle Feste della Real Biblioteca dal Palazzo dei Regi Studi nel 1924 e la conseguente necessità di un accesso dedicato implicano l’inserimento di un nuovo elemento nel giardino: un rigido viale rettilineo, perpendicolare al palazzo, taglia in trincea la composizione naturaliforme di Genovese e Dehnhardt.

Il giardino è disegnato con aiuole sinuose nelle quali trovano dimora piante locali ed esotiche. Attualmente, al centro spicca un magnifico esemplare di Ficus magnolioide con splendidi rami di radici colonnari, mentre nelle aiuole sono visibili esemplari di pino delle Canarie, magnolia, jacaranda originaria del Sudamerica, piante di Strelitzia e Cycas importate nel corso del Settecento dall’Africa e dall’Asia.–

DIANA KÜHNE

ufficio stampa 


Dopo l’astensionismo e il referendum c’è solo la democrazia partecipata


(di Massimo Marino) – Un sospiro di sollievo sì, ma mi guardo bene dal pensare che siano decisivi per il paese  i risultati del referendum che non migliorava nulla della Giustizia. Ho votato NO  senza entusiasmi riconoscendo una priorità:  la Costituzione e l’autonomia della magistratura non si toccano.

L’eccitazione dilaga e testardamente è bene concentrarsi sugli obiettivi che  vale la pena sostenere. Perché di un progetto o un programma comune per l’alternativa, al momento non c’è traccia.

Trovo malsana l’idea che un ristretto gruppo di leader chiusi in una stanza per qualche settimana si mettano a discutere di come fare le primarie. Cacciari e la Bindi  primi fra tanti, hanno indicato l’ovvio: che oggi senza progetto comune lasciarli soli a parlare di primarie e di leader  si farebbero solo male.

Non ci sono proposte per l’astensionismo, neppure una proposta per la legge elettorale, non si capisce su quali obiettivi si dovrebbe costruire una coalizione. E’ un film già visto e non finisce bene. Si dovrebbe parlare invece di alcune priorità:

– politica salariale e precarietà – cioè reddito di sopravvivenza, salario minimo, salario medio, legge sulla rappresentanza sindacale.

– migranti – uscendo dal binomio fallimentare fra razzismo e ong andrebbero  gestiti dallo Stato corridoi di entrata, percorsi di integrazione e garanzie di sicurezza dei cittadini.

–  sviluppo delle rinnovabili e transizione energetica – rimuoviamo il sabotaggio alle rinnovabili  in discesa nel 2025 mentre salgono in tutta Europa, invece di  straparlare di cento piccoli reattori nucleari che non faremo mai mentre continuiamo a garantire superprofitti per gas, petrolio e carbone. Non sono temi da accantonare visto che si sta anche per rinnovare gli Amministratori di vertice delle Società energetiche (Eni, Enel, Terna ). Figure che per le scelte energetiche e l’economia contano quanto un Ministro.

– mobilità – dopo il secolo passato dell’automotive  come mezzo di trasporto privato ed individuale dovremmo cominciare a considerare l’auto residuale. Ci servono con urgenza reti di metropolitane in tutte le grandi e medie città. E’ ora di  immaginare una mobilità su quattro vettori autonomi e indipendenti fra loro : a piedi, in bici, sulle metro connesse con le ferrovie, e solo quando è indispensabile utilizzare su strade e autostrade  le auto prevalentemente elettriche con  batterie caricate da rinnovabili. E’ una conversione fattibile in uno o due decenni e i vantaggi economici e ambientali sarebbero enormi.

Sono quattro questioni decisive, quelle su cui si costruiscono le fondamenta di un progetto. Ho chiaro cosa ne pensano quelli che  stanno  governando ma non conosco le opinioni delle opposizioni.

L’esperienza tormentata degli ultimi cinque  governi ( Renzi, Gentiloni, Conte I° e II°, Draghi ) ci ha portato a regalare per la prima volta  l’Italia ad un penoso aggregato di destra-centro unico in Europa.

Servirebbe  che un folto gruppo di persone a titolo diverso, di diverse parti della società (associazioni, comitati studenteschi, sindacati, ordini e consulte, esponenti di cultura, scienza, salute, scuola e università, magistratura, esponenti di forze armate e ordine pubblico ) insieme ai rappresentanti dei tre principali partiti antagonisti al cdx provassero a trovare il compromesso giusto. E’ un impegno lungo e tortuoso il cui esito positivo non va dato per scontato. Intendo giusto per la gran parte della società, non per questo o quel partito o gruppo di interesse potenziale vincitore del momento. Mi sembra diffusa l’opinione che dopo la valanga astensionista e un referendum salvavita,  incombendo una minoranza pericolosa che ci governa solo grazie ad una legge elettorale truffaldina, solo una grande svolta di democrazia partecipata sia in grado di garantire il cambiamento.

La tentazione di trovare scorciatoie affrettate ragionando di primarie la ritengo un errore fatale anche se la coalizione al governo arrivasse ad una improbabile imminente autodistruzione. Costruita la sintesi di un programma comune che chiederebbe alcuni mesi di lavoro tutti coloro che formalmente la sottoscrivono avrebbero titolo, se necessario, a scegliere nelle primarie, o in altre forme meno divisive, un ristretto gruppo di garanti del programma  comune e fra questi, se necessario, un leader responsabile dell’alleanza.

Andrebbe valutata la possibilità sul piano delle regole elettorali che il programma e la coalizione possano liberamente formarsi anche dopo e non solo prima del voto. Si tratta di proporre a decine di milioni di persone una svolta storica, indicativa forse anche per altri paesi dell’occidente messi male come noi.   

Fra i tanti, con qualche presunzione indico alcuni  temi e alcuni punti di vista che mi sembrano le fondamenta decisive per avviare il percorso.

1)             Astensionismo: chiarire le cause e i rimedi  – Dell’ astensionismo se ne parla giusto per qualche giorno dopo il voto ma neanche si fanno i conti giusti. Ho preso l’abitudine di misurarlo facendo i conti al contrario: quanti sono i votanti reali di quelli che sono stati eletti ? Sottraggo quindi dal totale gli astenuti rimasti a casa, i superastenuti che sono andati al seggio mettendo scheda bianca o nulla ( singolare che vengano considerati votanti). Infine quelli che hanno votato liste che, in gran parte prevedibilmente dato il sistema vigente, non hanno eletto nessuno. Questi ultimi, voti a perdere, sono sorprendentemente tanti: sono stati 3,3 milioni alle politiche del 2022, 2,6 mil.  alle europee del 2024,  nelle ultime sette Regioni rinnovate 515mila.

Ricordo che  tutti i risultati sono sempre influenzati dai sistemi elettorali con cui si ha a che fare. Le politiche del 2022 non le ha vinte il destra-centro che rappresenta  meno del 24% degli elettori ma il rosatellum, l’ennesima truffa maggioritaria in particolare per la parte di collegi uninominali (in assenza di proposte parte della opposizione è in tale stato di pericolosa confusione che li vorrebbe mantenere). Se si fosse votato con le regole del proporzionale solo corrette con la soglia di sbarramento del 5% probabilmente governerebbe oggi l’attuale opposizione. Sono almeno una decina le varianti maggioritarie in uso nel nostro paese anche se incomprensibili ai più. Tutte orientate a correttivi antiproporzionali e a stimolare un forzato bipolarismo in un paese che per fortuna non lo è per niente. Di fatto si annullano e si capovolgono di segno  alcuni milioni di voti (in genere 2-3 ). Fa eccezione il voto per le Europee le cui regole di base (proporzionale con soglia al 4% in 5 grandi collegi), guarda caso, non sono nostre.

Come esempio per farmi capire  indico i risultati che ho calcolato sull’insieme delle sette Regioni che sono andate al voto nell’arco di 4 mesi a fine 2025, incredibilmente in tre diversi appuntamenti. Sono poco  conosciuti e  sorprendenti. L’elettorato coinvolto era pari a 19,2 milioni di votanti, più di un terzo dei 51 mil totali del paese: di questi  10,3 mil. si sono astenuti, 229 mila hanno votato bianca o nulla, 515 mila hanno votato un candidato presidente le cui liste (una o più ) non hanno eletto nessuno. I voti dati a candidati Presidenti che hanno ottenuto qualche seggio sono stati 8,1 mil. cioè il 42,2%. Quindi quasi 58 elettori su 100 non hanno votato nessun candidato Presidente significativo ( praticamente l’unica figura messa davvero in risalto durante la campagna elettorale).  Delle 101 liste presentate nelle 7 Regioni 37 non hanno eletto nessuno. Le 64 liste che hanno avuto eletti sono  state votate da 5,1 mil di elettori pari al 26,8 %. Quindi  più di 73 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle  liste che hanno avuto eletti ( ho rifatto i conti due volte perché non ci credevo). I circa 320 consiglieri regionali eletti quindi tutti insieme hanno avuto il voto di meno di 27 elettori su 100.

Sono dati che peggiorano  quelli delle elezioni politiche del 2022 con  24,6 mil di voti efficaci su 51 (48%)  e ben 3.3 mil che hanno votato liste a perdere oltre a 1,4 mil di bianche e nulle e 22,6 mil di astenuti ufficiali. Peggio alle europee del 2024 con 20,7 mil di voti ottenuti dalle  sei liste che hanno avuto eletti ( 40,3 %) e la dispersione di 2,6 mil di voti ( Azione, +Europa, Rifondazione e altri, Sud chiama Nord e altri minori.. ) .  

Il referendum, con 28,3 mil di votanti, circa 3,5 in più delle politiche del 2022 e circa 5,5 in più delle europee del 2024 ha visto ancora una consistente astensione di 23,1 mil. di elettori ( 45 elettori  su 100). E’ evidente che i votanti del referendum comunque non coincidono affatto con quelli che fino ad oggi sostengono il CDX e il CSX, specie per la consistente  presenza di giovani ( intendendo quelli sotto i 30 anni ) e di una parte degli astenuti abituali. Ricordo che in contemporanea al referendum si sono svolte in Veneto due elezioni supplettive per sostituire due Parlamentari. Il CDX ha stravinto come al solito in Veneto, con un astensionismo più alto rispetto al contemporaneo voto referendario.

Per contenere davvero l’astensionismo gli unici strumenti “procedurali” di un qualche peso sono due:

1) promuovere almeno l’apertura di un Seggio polivalentein ogni provincia dove chiunque possa votare a distanza dalla propria residenza. Meglio con l’anticipo di un giorno e la confluenza online ad un seggio ministeriale specie per le elezioni politiche ed europee, ma soprattutto:

2) definire un vero Election Day, una unica data fissa all’anno ( ad esempio fra il 25 aprile e l’1 maggio)  per qualunque tipo di scadenza elettorale locale, nazionale o referendaria. Inizialmente con cadenza annuale e successivamente con cadenza biennale compatibile con le elezioni europee.  Anche se del tutto comprensibili hanno scarso peso le proteste di qualche fuorisede che chiede di poter votare nella città in cui risiede come ha fatto la studentessa  Veronica a Roma davanti al Ministero. Alle ultime europee con un decreto, in parte svuotato dal governo, hanno votato fuori sede meno di 70mila studenti. In realtà oltre ai circa 5,5 mil di residenti stabili all’estero ( di cui vota oggi 1 su 4) i fuori sede provvisori (studenti e lavoratori) sono quasi 5 milioni.

L’ astensionismo totale è ormai stabilmente sopra ai 25 dei 50 milioni di elettori. Guarda caso tende a diminuire solo in presenza di appuntamenti aggregati come avvenuto nel settembre 2020 con il referendum sulla riduzione dei parlamentari promosso insieme a varie scadenze amministrative. L’istituzione di un vero Election Day ( si vota quindi solo ogni due anni raggruppando insieme qualunque tipo di voto e sempre nello stesso giorno dell’anno ) è quindi una battaglia di rilievo primario per la democrazia e la partecipazione che cambierebbe totalmente l’Italia. Resta il rilevante astensionismo “militante” di elettori che al momento per protesta hanno abbandonato delusi  i partiti di riferimento che non avrebbero mantenuto gli impegni presi. Valuto che siano almeno 5 milioni (specie nell’area di sinistra ma soprattutto nell’area più radicale e delusa del vecchio  M5Stelle).

2)             Riconquistare la democrazia partecipata del  proporzionale e smontare la truffa maggioritaria – E’ singolare che a destra ( ma anche a sinistra ) sia circolata l’idea di copiare il disastroso  sistema di voto delle Regionali anche per le Politiche. Alcuni hanno aggiunto il  francesismo, chissà perché, del doppio turno. Idee farlocche a cui si è ispirata però  la proposta golpista del CDX, immagino con il contributo del solito guastatore Calderoli : indicazione prevoto del Presidente del Consiglio di coalizione  seppure fuori scheda (un modo surrettizio per abituare gli elettori quasi inconsapevoli al presidenzialismo, visto che il progetto del Premierato sembra ormai sfumato entro il 2027 ), premio del 55% dei seggi alla lista  più alta sopra il 40% o altrimenti un secondo  turno a due come per le Comunali. La proposta viene definita “ proporzionale con premio” che ovviamente non esiste, un invenzione per gli allocchi perché se c’è un premio non c’è proporzionale ma la solita truffa maggioritaria con cui si annullano parte dei voti.

In nome di una finta stabilità si ripescano nefaste regole presenti in mezza Europa dal cui fallimento emerge invece l’instabilità ( vedi Francia e Gran Bretagna come esempi) e la mancanza di credibilità di molti  leader e partiti.   Fallimento che per il momento contribuisce al lievitare di movimenti di destra estrema. Insomma: si fa un inconfessabile lavoro di cesello per contenere la partecipazione al voto e torcerne la proporzionalità. Il gioco è che in pratica con il 20-25% di votanti effettivi si può prendere tutto, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica. Di fatto è in corso da tempo in vari paesi dell’Occidente la fuoriuscita dai regimi democratici e costituzionali degli ultimi 80 anni.

La  costrizione a logiche bipolari, sempre accarezzata anche a sinistra, degenera nell’abbandono dei sistemi proporzionali, restringe la partecipazione, porta all’autoritarismo con il prevalere di sistemi personalistici e dittatoriali.

Mi sono convinto da tempo che l’unica utile e accettabile correzione ai sistemi elettorali che devono essere totalmente ed esclusivamente  proporzionali sia il limite necessario di una soglia di sbarramento consistente (non meno del 5% ). E’ un limite, praticato da tempo in Germania, che impedisce una inaccettabile frammentazione, spinge, questo sì, alla formazione di aggregazioni stabili e rappresentative e quindi alla stabilità del sistema ed al rispetto della rappresentatività dei seggi ottenuti. Anche qui si fa grande confusione parlando impropriamente di “proporzionale puro” ( che è invece quello senza quorum o con quorum minimo ). Solo una soglia ad almeno il 5%  cambia lo scenario e garantisce stabilità. Rende ininfluenti le dilaganti liste finte, inventate  o improvvisate, usate come gregari acchiappa voti da partiti consunti e  spinge ad aggregazioni stabili. Che le  regole del sistema proporzionale tedesco o delle elezioni europee favoriscano vera stabilità ne  è l’ennesima conferma l’ordinata evoluzione del voto recente  in vari Lander tedeschi e negli stessi giorni  il contrasto con il pasticcio e la confusione che uno strampalato sistema maggioritario a due turni  sta  producendo nelle amministrative a Parigi e in Francia.

In Italia il quorum prevalente nelle Regioni e Comuni, è del 3%. Anche alla Camera se  una coalizione raggiunge il 10% le liste sotto il 3% non hanno eletti ma dall’1% il voto viene conteggiato nella coalizione. L’ambiguità della  soglia bassa  è difficilmente percepita dai comuni elettori. Piace ai grandi partiti che reclutano gregari ma anche ai piccolissimi che vivacchiano aspirando al “ proporzionale puro “ o ad una poltroncina in seconda fila dai vincenti. Il quorum basso scoraggia il formarsi di nuove forze stabili. Accompagnato dalla possibilità delle preferenze apre il varco nelle coalizioni  a gruppi clientelari organizzati e facilita le infiltrazioni mafiose nelle liste a tutti i livelli, dalle amministrative alle politiche. Per questo ritengo che gli aspetti negativi della introduzione delle preferenze siano prevalenti su quelli positivi e che un buon compromesso possa essere di bloccare i primi due candidati come diritto-dovere del partito a indicare i propri leader locali e lasciare due preferenze libere per gli altri eventuali eletti della lista.

3)             Le alleanze si fanno su un programma comune, ascoltando i movimenti sociali e poi rispettando gli impegni.

La costruzione  di una alleanza politica  non può essere prodotta dalle contorsioni a cui costringe una regola elettorale malsana ne dalla presunta convenienza personale di gruppi ristretti di eletti o di aspiranti all’elezione. Le coalizioni prima del voto, tanto più quando sono spinte dall’aspirazione a vincere il premio dei posti più che dall’ impegno ad attuare un programma comune senza conoscere il mandato che gli elettori daranno ad ognuno dei protagonisti, sono un degenerazione che viene da lontano ( la metà degli anni ’90 ). Sembra ormai “ una scelta naturale”, ma non lo è affatto.

Il paese più grande e rilevante dell’Europa, la Germania, insieme al proporzionale limitato da  una soglia di sbarramento ragionevole, vede la costruzione della coalizione e del programma di governo dopo il voto ( a tutti i livelli, dalle Legislative ai Lander, ai Comuni ) attraverso accordi ben definiti, a volte dopo varie settimane di confronto fra i protagonisti e poi approvati dai sostenitori. Ed è il paese del mondo con la minore frammentazione e la maggiore stabilità.

Insomma quello che da 30 anni ci raccontano sulla stabilità ( a destra e spesso a sinistra ) sono solo balle.

Va chiarito che neppure un movimento politico che ambisce a costruire una alternativa ha il ruolo di rappresentare le ragioni di un gruppo sociale ristretto, ad esempio quello dei più precari o diseredati,  o quello a difesa  dei migranti che a tutti i costi cercano un approdo migliore, oppure  una causa nobile come quella della tutela ambientale minacciata dalla  crisi climatica. Tanto meno di rappresentare solo una élite economica o qualche ristretto centro di potere dietro le quinte della scena.   Dal mio punto di vista la costruzione di una alleanza politica ha l’obiettivo di conquistare una larga convergenza e un largo consenso nell’intera società nella quale però si tutelino le ragioni dei più precari, la convivenza e l’integrazione dei migranti avvenga tutelando sicurezza e reciproca tolleranza, la necessaria conversione ambientale ed energetica abbia un peso adeguato nelle scelte generali dei protagonisti costruttori della alleanza perché riguarda i destini delle generazioni future. Il compito dell’alleanza è quello di riunire e rappresentare diversi gruppi sociali, generazioni e culture diverse, in una comune convivenza garantendo libertà, tolleranza etnica e religiosa, tutela ambientale e giustizia sociale. Se questo impegno nei suoi aspetti concreti di programma comune  si conferma e produce  un largo consenso l’alleanza vale la pena di essere tentata, anche prima del voto, altrimenti no.

Un comitato od una associazione di scopo può promuovere l’obiettivo della decarbonizzazione, tutelare la sopravvivenza dei palestinesi, garantire la vocazione alla pace come bene supremo. Non necessariamente i protagonisti devono o possono farsi carico del percorso, degli strumenti, dei tempi, delle risorse e dei costi per attuare questi obiettivi e farlo garantendosi il consenso e il sostegno di larga parte della società.

Sono i partiti e i movimenti politici, specie quelli che aspirano al cambiamento, che dovrebbero servire a questo. I cittadini devono aver chiaro quali sono gli obiettivi, comprendere come funzionano i sistemi elettorali, possibilmente uguali ad ogni livello  perché oggi il 99% degli italiani almeno non è in grado di capire la conseguenza di ogni variante. E pretendere che gli impegni presi vengano, per quanto possibile, mantenuti.    


Come Giorgia Meloni è caduta sulla Terra


(di Anna Momigliano – New York Times) – Per più di tre anni, la leadership di Giorgia Meloni alla guida dell’Italia è sembrata incrollabile. […] Ma mentre la popolarità di Trump in Europa crolla a nuovi minimi e il continente comincia a mostrarsi più fermo nei suoi confronti, Meloni sta scoprendo che essere una delle favorite del presidente americano può rappresentare anche un handicap.

Meloni è stata eletta nel 2022, sei mesi dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, su una piattaforma di destra radicale e in una coalizione che includeva parlamentari con posizioni chiaramente filorusse.

Tuttavia, ha rapidamente dissipato ogni timore tra i politici europei più mainstream di trovarsi di fronte a un’altra Viktor Orbán, il primo ministro ungherese vicino a Mosca.

L’Italia ha inviato aiuti militari all’Ucraina ed è membro della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, un gruppo di circa 30 Paesi che hanno segnalato il proprio impegno a fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina dopo un cessate il fuoco.

Con Trump, è riuscita a evitare il ciclo umiliante di deferenza e rifiuto in cui sono caduti alcuni leader europei […]. Meloni sembrava invece essere riuscita a ottenere il vero favore di Trump — in parte grazie al suo stile, accomodante ma mai servile; in parte per affinità ideologica. In ogni caso, è stata l’unica leader europea in carica a partecipare alla sua cerimonia di insediamento, e in una recente intervista al Corriere della Sera Trump l’ha definita “una grande leader e una mia amica”.

Ma Trump è diventato sempre più tossico in Europa. […] L’indice di approvazione di Trump in Italia è quasi la metà rispetto a circa un anno fa, attestandosi al 19 per cento. L’opinione pubblica italiana è fortemente contraria alla guerra in Iran; consumatori e imprese sono colpiti dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas; e l’agricoltura è sotto pressione per la carenza di fertilizzanti. Se non è possibile trarre alcun vantaggio visibile dall’essere la principale alleata europea di Trump, qual è allora il senso?

Questo era il clima il mese scorso, quando gli italiani hanno votato in quello che, ufficialmente, era un referendum sulla riforma della giustizia, ma che si è trasformato in un voto di fiducia sul governo Meloni, sostenitore della riforma. L’affluenza è stata più alta del previsto e il “No” ha vinto con un margine solido, quasi il 54 per cento. Improvvisamente, Meloni è apparsa vulnerabile e l’opposizione ha colto l’occasione.

Negli ultimi due anni, il governo Meloni ha attraversato apparentemente indenne uno scandalo sessuale che ha coinvolto il ministro della Cultura, un’indagine per frode sul ministro del Turismo, un’inchiesta sul rimpatrio di un signore della guerra libico oggetto di un mandato di arresto internazionale e la condanna di un sottosegretario per rivelazione di informazioni riservate. Nel 2024 il tasso di approvazione di Meloni era del 41 per cento; a novembre 2025 era salito al 45.

La luna di miele, sorprendentemente lunga, è finita. Dopo i risultati del referendum, ha imposto le dimissioni del ministro del Turismo sotto indagine e del sottosegretario condannato, sebbene nessuno dei due scandali fosse legato alla riforma della giustizia. La scorsa settimana, secondo quanto riportato, l’Italia ha negato aerei militari statunitensi il permesso di atterrare in una base in Sicilia prima di dirigersi verso il Medio Oriente, perché gli Stati Uniti non avevano richiesto l’autorizzazione, anche se il governo ha negato che il rifiuto fosse dovuto a tensioni con Washington.

C’è un vecchio proverbio italiano che si può tradurre più o meno così: “Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio”. Il costo di essere amici di Trump, oggi in Europa, supera sempre più i benefici.


La carne è debole e il maschio attempato è la preda…


Ad Aquino: “Ci portò Vannacci. E diceva di conoscere Crosetto”. Nel paese natale di Claudia. I concittadini: “Qui come portavoce dell’osservatorio, promise un aiuto per il campo di Cassino”

Ad Aquino: “Ci portò Vannacci. E diceva di conoscere Crosetto”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] “La carne è debole”. Davanti al bar Capriccio, nella piazza dedicata a San Tommaso, venerato figlio di Aquino, città ciociara della valle del Liri, la questione relativa al rilevantissimo amore di Claudia Conte, 34enne concittadina ad alto voltaggio istituzionale, finisce come sempre accade tra i rovi della sessualità attempata. “Davvero incredibile quando ho letto di Claudia, per me una indicibile sorpresa essendo anche amico del papà, ex poliziotto, persona perbene, uomo di grandissima etica”, confessa Fausto Tomassi, sindaco di Aquino, avvocato e milite abbacchiato del centrodestra scapigliato. “Avendola conosciuta come una donna di felici relazioni pubbliche ma disciplinatissima, corretta piena di virtù diciamo, mi sono subito detto che c’era di mezzo l’intelligenza artificiale a manipolare la sua voce, il suo volto, insomma a rendere vero un falso. Questa è opera della tecnologia, mi son detto. Stupito per come ormai dal computer potesse uscire ogni sorta di rovina”. Il sindaco, purtroppo per lui, si è dovuto però presto arrendere alla realtà: “Poi ho letto e riletto la storia con il ministro dell’Interno, e letto e riletto un’altra volta…”.

[…]

Claudia ad Aquino non mette piede da tempo, se non apparizioni lampo dai genitori. Nella Ciociaria invece solo incontri istituzionali. A Cassino è stata presente nella veste di portavoce dell’Osservatorio contro il bullismo, organo di monitoraggio generato ai piani alti del Viminale, a cui compete la materia. Conte si è poi impegnata a promuovere il tour del generale Vannacci e da brava presentatrice ha segnalato le tappe politiche dell’ingresso del movimento vannacciano nella terra natìa della protagonista di questa inusuale love story (Frosinone e Isola del Liri, 5 febbraio scorso).

[…] Claudia Conte, super Zelig, riusciva, questa l’enorme abilità che la distingue da qualunque prezzemolina, a essere dentro il genius loci, e a fianco di ogni politico. Destra, centro, Lega. Tu cosa vuoi? “A me serviva qualcuno che mi aiutasse a sostenere la trasformazione del campo di concentramento di Cassino, dove nella Prima guerra mondiale era stato rinchiuso il grande filosofo Ludwig Wittgenstein in un centro di ricerca sul calcolo quantistico. Una cosa spettacolare, una rivoluzione scientifica, un seme di internazionalizzazione della ricerca nella nostra terra. Ne avevo parlato con tutti, dall’abate al sindaco, ma niente. Incontro Claudia e mi fa: se vuoi favorisco un incontro con Guido Crosetto, il ministro della Difesa! Allora capii che questa ragazza aveva un fuoco dentro”, ammette Giacomo Bianchi, architetto noto per i suoi concept che superano la soglia dell’usuale in Ciociaria.

Claudia super ambiziosa, che va e viene, che si fa fotografare con tutti e per tutti trattiene il seme della conoscenza. “Facciamola breve: la carne è debole e il maschio attempato è la preda eletta”, sbotta – ormai disillusa dal mondo che casca a rotoli – la signora Ilaria, nella strada che conduce a Tele Universo, la stazione tv che, come spiega il suo direttore Alessio Porcu “lega il sud del Lazio al nord della Campania e nasce qui perché – come capisci – noi siamo geograficamente al centro del centro”. Claudia frequenta il liceo a Frosinone, poi compie studi da attrice, e viaggi oltreoceano per affinare le tecniche di recitazione. “Io sapevo che era fidanzata in Canada”, riferisce l’architetto Bianchi, “del resto l’ho conosciuta a Toronto”. Ma lei è velocissima e sviluppa la sua capacità di rendere fertile pure il pietrisco innevato del leghismo meridionale. Con Matteo Piantedosi e anche senza, con Guido Crosetto e con Roberto Vannacci e con un nugolo di altri manager della politica televisiva, del piazzamento strategico, della felicità in modulazione di frequenza perché anche la radio è stata una sua grande passione (trasmissione a Radio Rai).

È la vita intensa e piena di curve, di salite e di discese che la 34enne ciociara trasforma in dense opportunità di lavoro e decisi snodi lobbistici. Quattro libri, un ultimo romanzo, tanti amici e tante cortesie per gli ospiti. Infine, la rivelazione clou del sentimento ministeriale: “Non posso negare” la love story, che la sua voglia di riservatezza trattiene a stento. “E qui mi chiedo: se sei riservata perché lo dici in televisione? Io davvero non lo capisco”, confessa il sindaco di Aquino.

[…]

Forse lo sa il ministro dell’Interno, chiamato in causa. E forse la presidente del Consiglio, che oramai sviluppa il passo costituente del nuovo centrodestra anche in virtù delle pene d’amore che attraversano la compagine ministeriale e un po’ la tramortiscono.

Da oggi Piantedosi cambia il suo status, ma anche Claudia, un po’ giornalista, un po’ propagandista e da ultimo anche un po’ amante, ritrova nella poliedricità delle proprie attitudini la forza e il limite del proprio destino. Il parroco: “C’è un vulnus culturale, un’incapacità di guardare interna corporis”. Vista da quest’altro lato, dal marciapiede del bar Capriccio la riflessione è meno profonda: “Se tu hai le fiamme in corpo poi il fuoco ti lascia tizzone”.


L’Iran, la sconfitta dell’impero e il futuro


(Tommaso Merlo) – Trump promette di ridurre l’Iran all’età della pietra ma è Israele che sta facendo quella fine. Blatera di aver annientato i Pasdaran cantando vittoria e non si capisce chi stia radendo al suolo Tel Aviv e d’intorni, forse direttamente il Padreterno che esasperato pure lui dal popolo eletto ha optato per una apocalisse tecnologica. Ormai Netanyahu vive nel sottosuolo tra i ratti ed è schifato pure da loro mentre fuori la terra promessa esplode. Più che una guerra, un duro scambio di colpi tra efferati nemici nella speranza del ko. Coi popoli del pianeta che tifano Iran mentre i palazzi il sistema. Quello dello sceriffo americano e del suo padrone sionista che pretendono superiorità morale e razziale a suon di crimini contro l’umanità. Il sistema che a Washington smercia idee e dignità al mercato lobbistico, il sistema della democrazia modello israeliana che brinda perché potrà finalmente impiccare palestinesi senza lo sbattimento di torturarli e farli crepare di stenti in carcere. Ma le belle notizie per i sionisti finiscono qui, a Gaza il genocidio è al palo. I pochi soldati israeliani che non sono scappati a gambe levate da quell’inferno o sono finiti sul lettino dello psicanalista, sono stati spediti in Libano da dove tornano a pezzi come i loro carrarmati. Il fiume Litani per adesso non lo vedono neanche col binocolo perché un conto è sparare a donne e bambini, un altro combattere contro guerriglieri addestrati che difendono la loro terra invece di rubare quella altrui. Resistenza secondo il buonsenso, terroristi secondo il mainstream. Ma per la verità storica è presto, accontentiamoci della cronaca dal fronte. Trump canta vittoria un giorno sì e l’altro pure ma un conto è Hoollywood e la demenza senile, un altro la realtà. Le mega portaerei americane ridotte a dei colabrodo hanno fatto rotta indietro mentre basi e ambasciate americani sono sparite dalla faccia della terra. La decolonizzazione più repentina della storia con soldati e spioni assortiti in fuga come una manica di profughi palestinesi mentre sceicchi impanicati non sanno se costringere i loro schiavi ad impugnare una baionetta oppure imparare il mandarino e qualche frasetta di russo. Ma tempo al tempo. Si vocifera di una operazione chirurgica di terra ma nel frattempo i soldati americani sono parcheggiati in atolli sperduti dell’oceano indiano per non finire dronati pure loro mentre i cacciabombardieri sionisti e americani che non vengono abbattuti sganciano bombe su ponti, università e ospedali mietendo vittime civili. Terrorismo per il buonsenso, legittimi attacchi preventivi per il mainstream. Ma per la verità storica è presto, accontentiamoci della cronaca dal fronte. Il progetto coloniale sionista è passato dalle fionde dei ragazzini palestinesi ai missili ipersonici senza farsi un minimo esame di coscienza. Distruggi ed impera, ma un conto sono donne e bambini, un altro un esercito di cervelloni che difende la sua terra e quella altrui. I Pasdaran hanno farcito le loro granitiche montagne di tutto ciò che gli serve per sfornare e spedire i loro karmici siluri e non ci sono come le bombe dei nemici per fortificare lo spirito nazionale. Ma esami di coscienza nemmeno l’ombra e fanatici fa rima con psicopatici. Al punto che ormai a Tel Aviv anche i ratti non vedono l’ora che Netanyahu li lasci in pace anche se ritengono che impiccarlo sarebbe da incivili ed auspicano finisca davanti ad una corte internazionale. Ma tempo al tempo. Il disegno di quel ratto di Netanyahu prevedeva l’assassinio dell’Ayatollah e che il Mossad prendesse il potere anche a Teheran in modo da distruggesse anche quel paese pezzo per pezzo, ma non ha fatto i conti con l’oste persiano e nemmeno quello alla Casa Bianca. Mentre i Pasdaran vivono una primavera planetaria, le emorroidi giganti hanno indici di gradimento migliori di king Trump. Del resto ormai la benzina costa talmente tanto che i cow-boy hanno ricominciato a girare a cavallo mentre nemmeno mandare gente sulla luna serve a distrarre dalla catastrofe imperiale. Già, un conto è Hoollywood e la demenza senile, un altro la realtà missilistica e se l’Iran dovesse clamorosamente vincere, sarebbe davvero l’apocalisse per il sistema. Quel ratto di Netanyahu ci ha messo quarant’anni a corrompere gli Stati Uniti riducendo i Marines a suoi mercenari e i cittadini americani impoveriti a suoi sponsor, e se sul più bello lo sceriffo facesse cilecca, il sionismo si ritroverebbe solo davanti alle sue tragiche responsabilità storiche. Con l’Iran potenza egemone di una regione decolonizzata in tempi record e coi palestinesi e tutti i popoli dell’Asia occidentale che potrebbero finalmente tornare a sognare un futuro di libertà, giustizia e di pace.


Gianmarco Mazzi nuovo ministro del Turismo, dal festival di Sanremo al post-Santanchè


Attualmente era sottosegretario. Ha curato diverse edizioni del Festival cominciando nel 2004 a fianco di Tony Renis, e negli anni poi al fianco di nomi come Paolo Bonolis e Amadeus

Gianmarco Mazzi nuovo ministro del Turismo, dal festival di Sanremo al post-Santanchè

(lastampa.it) – ROMA. Il sottosegretario al Ministero della cultura Gianmarco Mazzi è stato scelto come ministro del Turismo per coprire la casella lasciata vuota dalle dimissioni di Daniela Santanchè. Mazzi è atteso al Quirinale dal capo dello Stato Sergio Mattarella per giurare e diventare immediatamente operativo. A quanto si apprende, il giuramento al Quirinale si terrà alle 10.15.

Il giuramento di oggi chiude una fase delicata per la maggioranza, seguita alle dimissioni della Santanchè legate alle indagini sulle società Bioera e Ki Group e all’esito del referendum costituzionale sulla giustizia. Mazzi è ritenuto un fedelissimo di Giorgia Meloni e gode di una reputazione da “tecnico” della comunicazione, molto abile nel mediare tra istituzioni e industria privata. È stato per anni direttore artistico e AD dell’Arena di Verona e ha curato diverse edizioni del Festival di Sanremo (cominciando nel 2004, a fianco di Tony Renis, e negli anni poi al fianco di nomi come Paolo Bonolis e Antonella Clerici, e negli ultimi anni con Amadeus). Ha collaborato con artisti come Celentano e lanciato Sanremo Young. Come tecnico, ha uno stile certamente meno diverso da quello estremamente mediatico di Santanchè, a la sua scelta punta anche a un atteggiamento più low profile nella gestione operativa del ministero nella quale si è affinato facendo il sottosegretario.


Quando Dio incontra la Bomba


Dio, la bomba e la fine della deterrenza nucleare razionale

(Vincenzo Pellegrino – lafionda.org) – C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile?

Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare, con la stessa sistematicità con cui si rimuove ciò che fa più paura. Ed è attorno a questa vertigine che ruota La Bomba di Abramo: l’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica, il dossier curato dal Centro Studi Aurora — che ho l’onore di dirigere — e di cui questo articolo riprende e sviluppa le linee essenziali. Un’analisi interdisciplinare che attraversa geopolitica, teologia comparata e teoria della deterrenza per guardare con occhio sgombro a uno dei nodi più esplosivi — nel senso più letterale del termine — della contemporaneità: il rapporto tra le tre grandi tradizioni abramitiche e l’armamento nucleare.

Un sistema che si smonta pezzo per pezzo

Per capire dove siamo, bisogna guardare la sequenza degli ultimi vent’anni senza sconti: la Corea del Nord abbandona il Trattato di Non Proliferazione nel 2004, gli Stati Uniti escono dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018, la Russia sospende il New START nel 2023, il trattato sugli euromissili è già sepolto nel 2019. Ogni episodio, preso da solo, sembrava una crisi gestibile, un sobbalzo nell’ordine delle cose. Letti in sequenza, questi passaggi rivelano qualcosa di molto più inquietante: lo smantellamento progressivo del consenso internazionale che rendeva pensabile un mondo senza proliferazione incontrollata.

La lezione che questa sequenza ha consegnato ai governi è spietata nella sua semplicità: chi ha la bomba non viene toccato. Chi vi ha rinunciato — o non l’ha mai sviluppata — rimane esposto. Il disarmo non è stato ricompensato; la trattativa, come ha insegnato il caso libico, può perfino accelerare la propria fine. Questa pedagogia crudele spinge naturalmente verso un mondo con molte più potenze nucleari di quelle che conosciamo oggi. Arabia Saudita, Turchia, Corea del Sud, Giappone stanno già valutando — con crescente serietà — se l’ombrello altrui sia ancora affidabile.

Le implicazioni sono difficili da sopravvalutare. Un mondo con venti potenze atomiche, alcune guidate da nazionalismi religiosi radicali, alcune in conflitti irrisolti tra loro, privo di meccanismi credibili di de-escalation: è forse la configurazione più pericolosa che la storia umana abbia mai prodotto.

L’ingrediente che nessuno vuole nominare

Ma la geopolitica, da sola, non arriva fino in fondo. Comprendere i meccanismi della proliferazione è necessario; non è sufficiente. Perché chi gestisce quegli arsenali lo fa dentro un orizzonte di senso, una visione del mondo che ne plasma le percezioni, le soglie di tolleranza, la definizione stessa di minaccia esistenziale. E quell’orizzonte ha, con frequenza crescente, una dimensione religiosa che la scienza delle relazioni internazionali ha sistematicamente espunto dal proprio campo visivo — con un’operazione che somiglia meno al rigore scientifico e più alla rimozione.

Il caso israeliano è il più elaborato, e il più urgente. Il concetto di Eretz Yisrael Hashlemah — la Terra d’Israele nella sua interezza, nelle versioni più estese dal Nilo all’Eufrate — non è una curiosità teologica relegata alle yeshivot. È una categoria politica operativa nell’attuale governo israeliano, il più a destra nella storia del paese, dove figure di primo piano parlano apertamente di mandato storico e spirituale. Oltre 700.000 coloni in Cisgiordania stanno producendo sul terreno, silenziosamente e senza il costo politico di un’annessione formale, ciò che la teologia promette per l’era messianica.

Accanto a questo si colloca il cherem: il comandamento biblico dello sterminio sacro delle popolazioni della terra promessa, nel cuore del Deuteronomio. Non è un testo imbarazzante da nascondere: è un precetto centrale, classificato tra i 613 comandamenti della tradizione halakhica. La sua logica non è di odio etnico ma di profilassi spirituale — le popolazioni cananee minacciano l’integrità religiosa di Israele, e la loro eliminazione è concepita come un atto sacro, un’offerta. La critica storica e archeologica ha buone ragioni per dubitare che quella conquista sia avvenuta davvero nelle proporzioni che il testo descrive. Ma un testo non deve essere storicamente vero per essere culturalmente e politicamente potente: deve soltanto essere creduto.

La Dottrina Sansone, o dell’asimmetria totale

È in questo contesto che va letta la cosiddetta Dottrina Sansone — la dottrina nucleare israeliana di ultima istanza — e la categoria che essa impone al pensiero strategico, e che nel dossier abbiamo designato come CNADConventional Nuclear Assured Destruction.

Per apprezzarne la portata, occorre ricordare la logica su cui si reggeva la deterrenza della Guerra Fredda. La MAD — Mutually Assured Destruction, distruzione reciprocamente assicurata — era una logica simmetrica: se usi la bomba, sei distrutto insieme al nemico. Funzionava perché presupponeva due attori razionali, entrambi interessati alla propria sopravvivenza, entrambi capaci di un calcolo freddo. Un equilibrio del terrore, nella sua geometria quasi elegante.

La CNAD è qualcosa di radicalmente diverso, e di molto più inquietante. Il suo messaggio non è rivolto a un’altra potenza nucleare: è rivolto a qualsiasi avversario, anche privo di armi atomiche, che si avvicini alla soglia della minaccia esistenziale.

Il suo contenuto è: anche se tu non hai la bomba, se ci porti sull’orlo della distruzione, risponderemo con armi nucleari sulle tue città. Non simmetria — asimmetria totale. E la soglia di attivazione non è oggettiva né verificabile dall’esterno: è soggettiva, dipende dalla percezione di chi governa, una percezione formata dalla memoria della Shoah, dal mandato teologico di Eretz Israel, dall’archetipo di Sansone che abbraccia le colonne del tempio nemico accettando la propria morte insieme a quella di tutti i presenti.

La CNAD è credibile non perché si fonda sulla razionalità strumentale, ma perché si fonda su una forma strutturata di irrazionalità. Il che la rende, paradossalmente, più efficace come deterrente — e infinitamente più pericolosa come dottrina operativa, nel momento in cui la deterrenza dovesse cedere.

Le tre fedi e la tentazione del sacro

Sarebbe però miope confinare questa analisi alla sola tradizione ebraica. Tutte e tre le grandi religioni abramitiche contengono, ciascuna a modo suo, risorse potenti per limitare la violenza — e meccanismi altrettanto potenti per sacralizzarla. La storia del rischio nucleare è anche la storia di quale dei due poli abbia prevalso, e perché.

Nel Cristianesimo evangelicale americano, il dispensazionalismo premillenniale — la teologia che legge i conflitti mediorientali come tappe necessarie verso Armageddon e il ritorno di Cristo — produce una paradossale indifferenza strutturale alla prevenzione del conflitto. Chi crede che l’escalation faccia parte del piano divino non ha incentivo a interromperla. Non si tratta di una corrente marginale: ha permeato, esplicitamente o per via indiretta, decenni di dibattito sulla politica estera americana, influenzando scelte con conseguenze reali su milioni di persone.

Nell’Islam, il fiqh al-harb — il diritto islamico della guerra codificato nell’VIII secolo — è in realtà uno dei sistemi di limitazione della violenza bellica più sofisticati nella storia del pensiero umano. Il Corano proibisce esplicitamente il fasad fil-ard, la corruzione e devastazione della terra: un divieto che, applicato con coerenza, renderebbe l’arma nucleare radicalmente illegittima. Eppure il principio di maslaha — l’interesse pubblico superiore che può, in circostanze eccezionali, prevalere sulle norme ordinarie — è stato invocato per aggirare esattamente ciò che quelle norme vietano, producendo il paradosso della cosiddetta “bomba islamica” pakistana.

In ciascuna tradizione, la selezione operata dal nazionalismo religioso è la stessa: si enfatizzano le risorse che legittimano la violenza, si oscurano quelle che la temperano. Il mandato territoriale del sionismo religioso sovrasta la critica profetica interna di Amos e Geremia. Il dispensazionalismo cristiano mette nell’ombra le Beatitudini. L’islamismo politico silenzia il divieto coranico di devastazione e la tradizione del Sulh al-Hudaybiyyah — la pace accettata dal Profeta anche in condizioni di umiliazione. Ogni tradizione viene amputata delle proprie voci più scomode.

Il punto di non ritorno

Il momento di massimo pericolo — quello in cui teologia e strategia nucleare si saldano nel modo più esplosivo — si produce quando una leadership comincia a interpretare la propria situazione in chiave escatologica. Non si tratta solo di credere che il proprio Stato abbia un mandato divino: si tratta di essere convinti che le proprie azioni siano tappe necessarie di un piano che porta alla fine della storia. In quel momento, la deterrenza razionale smette di funzionare. Non perché gli attori siano malvagi — questa sarebbe un’analisi troppo comoda — ma perché la struttura del loro pensiero è chiusa, autoreferenziale, impermeabile all’evidenza contraria. È la configurazione di rischio più alta che gli analisti di sicurezza abbiano identificato: non l’intenzione di distruggere, ma l’impossibilità di essere dissuasi.

La scelta che nessuna dottrina può fare al posto nostro

Eppure la storia non è una traiettoria predeterminata, e sarebbe disonesto concludere che lo sia. Il Trattato di Non Proliferazione del 1968 sembrava impossibile fino alla vigilia della firma. Il dialogo tra Kennedy e Krusciov nell’ottobre del 1962 non era scritto da nessuna parte: fu la scelta personale, difficile, tutt’altro che ovvia, di due uomini di non distruggere il mondo. Il Sudafrica smantellò volontariamente il proprio arsenale. Mandela scelse la riconciliazione quando la vendetta sarebbe stata comprensibile. Nessuna di queste scelte era inevitabile: erano contingenti, costose, possibili solo perché le persone che le fecero avevano accesso a un orizzonte di senso in cui il valore della vita umana prevaleva sulla logica del confronto.

La domanda che resta aperta — e che riguarda ciascuno di noi, non solo i governi — non è se l’umanità sia capace di costruire la bomba. Lo è da ottant’anni, e lo sarà per sempre. La domanda è se sia capace di scegliere, con le colonne del tempio tra le mani, di non usarla. Su quale fondamento costruisce quella scelta. E se i libri che chiama sacri la aiuteranno o la ostacoleranno.


Non c’è scudo contro la vergogna


Non c’è scudo contro la vergogna

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ce la ricordiamo tutti la premier Giorgia Meloni, con gli occhi strabuzzati per la rabbia, agitare l’avviso recapitatogli dal Procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, per informarla di aver trasmesso gli atti al Tribunale dei ministri. Gli atti in questione erano quelli del caso Almasri, il torturatore libico sul quale pendeva un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per una serie di crimini indicibili, compresa la violenza sessuale su un minore. E che il governo ha pensato bene di rispedire in Libia su un volo di Stato anziché consegnarlo, come era tenuto a fare, ai giudici dell’Aja. Finché la solita toga guastafeste non si è intromessa nell’azione di un governo che, per il solo effetto dell’investitura popolare, si credeva, e magari si crede ancora, legibus solutus. Cosa pensassero in realtà gli elettori del burrascoso rapporto dell’esecutivo con il potere giurisdizionale, fatto di attacchi continui e quasi quotidiani ai magistrati, ce lo ha svelato poco meno di due settimane fa il referendum costituzionale che ha intonato il requiem della riforma Nordio.

Il ministro che, a proposito del caso Almasri, cambiando una versione dopo l’altra, è riuscito a darla a bere alla maggioranza parlamentare che ha negato l’autorizzazione a procedere per lui e i suoi colleghi Piantedosi e Mantovano. La stessa maggioranza che ha appena sollevato il conflitto di attribuzione per scudare anche l’ex capo di gabinetto del Guardasigilli, Giusi Bartolozzi, mentre la Procura di Roma ne chiedeva il rinvio a giudizio per false dichiarazioni, proprio in merito alla vicenda Almasri, da poco dimissionata insieme al sottosegretario Delmastro dopo le foto che li ritraevano insieme nel locale di cui il deputato FdI era socio con la figlia del prestanome del clan Senese. Non se la sono bevuta, invece, all’Aja. Dalla Corte penale internazionale è infatti arrivato ieri il deferimento dell’Italia – con annessa figuraccia mondiale – all’Assemblea degli Stati da parte della Cpi per la mancata cooperazione nell’arresto e la consegna di Usama Almasri. Un’altra grana per il governo che almeno qualcosa da questa vicenda dovrebbe aver imparato: fuori dai confini nazionali e dalle aule parlamentari non c’è scudo che tenga contro la vergogna.


Non è Gesù


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Illuminato dalle rivelazioni della pastora evangelica Paula White-Cain (Bianco-Caino), che ha paragonato Trump a Gesù tra gli ampi cenni di assenso degli altri religiosi presenti, ho messo a confronto le rispettive Scritture: Truth e il Vangelo. Limitandoci alle ultime ore, che con uno come lui sono già un’eternità, Trump ha sostenuto che (a) riporteremo l’Iran all’età della pietra; (b) Macron si deve ancora riprendere dal pugno che la moglie gli ha sferrato alla mascella; (c) Bruce Springteen è un perdente totale con la faccia da prugna secca. E qui per lo storico delle religioni cominciano i problemi. Digitando «Gesù» e «pietra» (punto a) salta fuori «chi è senza peccato scagli la prima pietra», un messaggio che a Trump sembrerà blasfemo. «Gesù» e «mascella» (punto b) non danno risultati, anche se l’AI suggerisce «porgi l’altra guancia», precetto disarmante tratto da quel famoso Discorso della Montagna che Trump chiamerebbe Discorso della Lagna. Circa possibili riferimenti evangelici alla «faccia da prugna secca» (punto c), persino l’intelligenza artificiale ammutolisce sconsolata.

Non me ne voglia la molto reverenda Paula, ma più che a Gesù quelle espressioni roboanti, strafottenti e inutilmente aggressive rimandano ad altre figure della Storia. Penso a Skatarro 66 e Gorillo Lostrillo, due hater dai riflessi prontissimi che ti riempiono di insulti appena scrivi «ciao», però forse anche loro troppo beneducati per poter aspirare alla presidenza degli Stati Uniti.


Guerra asimmetrica già vinta dall’Iran


Teheran si prepara da decenni a questo scontro. Israele e Usa possono predominare con le armi, ma la Repubblica Islamica sta creando una crisi economica e rompendo l’alleanza degli States nel Golfo

Guerra asimmetrica già vinta dall’Iran

(estr. di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – […] Le 12 dichiarazioni di Trump sulla vittoria già conseguita in Iran sono considerate da molti come semplice frutto di hubris e mancanza di contatto con la realtà.

[…] Dal punto di vista di una guerra convenzionale, invece, è senz’altro vero che Stati Uniti e Israele stanno vincendo lo scontro in Medioriente. È vero che le forze armate convenzionali della Repubblica Islamica sono state degradate, le sue infrastrutture militari devastate, il suo spazio aereo conquistato. Ma questi sono i parametri sbagliati per giudicare l’andamento del conflitto. La vera guerra che si combatte in Iran, quella che conta in ultima analisi, è di natura asimmetrica. Ed è in questa guerra che l’Iran sta prevalendo. Teheran non ha neppure tentato di difendersi sul piano del conflitto convenzionale. Da quasi 40 anni, dalla fine della guerra contro l’Iraq, ha rinunciato a modernizzare il suo apparato bellico in favore di un assetto asimmetrico. Quello cioè che prevale ogni giorno di più sulle bombe, sulle navi e sugli aerei della coalizione avversa.

La domanda da porsi, quindi, non è quanti ulteriori danni è in grado di sopportare la Repubblica Islamica prima di arrendersi, ma quanto durerà l’illusione americana di vincere dove le sue forze armate hanno sempre perso. Teheran si prepara a questa guerra, dicevamo, da quasi 40 anni. Sta applicando una strategia che è riuscita a dimostrare la vulnerabilità della difesa aerea israeliana, a incapacitare le basi militari Usa del Golfo Persico, a infilare un grosso cuneo tra gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo, e a trasformare uno scontro locale in una leva che può destabilizzare l’economia globale.

[…]

Il regime iraniano si trova in netto vantaggio strategico. E ciò per via di una preparazione a uno scontro con l’Occidente nata dall’esperienza della guerra 1980-88. Un conflitto combattuto da un Iran appena uscito dalla rivoluzione khomeinista, isolato, contro un Saddam Hussein armato e sostenuto dagli Usa, dagli europei e dal mondo arabo, paesi del Golfo inclusi. Il paese era stato tagliato fuori dalle forniture di armi convenzionali. Gli Stati Uniti avevano imposto un embargo completo nel 1979. Di fronte a un nemico militarmente superiore, l’Iran dovette improvvisare. Sviluppò tattiche basate sull’uso di mine ed esplosivi artigianali, nonché sull’impiego di combattenti irregolari fortemente motivati. Questa improvvisazione si trasformò nel tempo in una dottrina coerente. I Pasdaran divennero il centro di una strategia di deterrenza e di attacco asimmetrici. Nei decenni successivi, l’Iran approfondì il proprio coinvolgimento in Iraq, nello Yemen e nel Libano, dove aiutò a modellare Hezbollah nei termini di una genuina forza militare. Dopo l’aggressione Usa del 2003, le milizie sciite irachene sostenute da Teheran svilupparono tattiche efficaci per combattere l’esercito invasore più potente del mondo. Lezioni visibili nella condotta attuale. Le stesse reti logistiche decentrate costruite per muovere combattenti e materiali tra Iran, Iraq e Siria, vengono ora utilizzate per mantenere le catene di approvvigionamento sotto i bombardamenti. La stessa capacità di assorbire i colpi, disperdersi e ricostituirsi è ciò che ha permesso ai Pasdaran di continuare a funzionare nonostante l’assassinio di comandanti di alto rango.

[…]

L’Iran si preparava da tempo a combattere anche una guerra economica. Per decenni ha dovuto confrontarsi con un regime di sanzioni costruito dagli Usa che lo ha tagliato fuori dal commercio e dalla finanza mondiali. Esclusione che ha favorito la nascita della risposta strategica inaspettata e micidiale di queste settimane. L’Iran è un paese espulso dal sistema capitalistico globale che ha interesse a danneggiarne l’architettura. L’Iran sta perciò bersagliando le infrastrutture energetiche dei vicini, sta chiudendo selettivamente Hormuz, sta devastando porti, banche, insediamenti turistici e industrie del Golfo. Sta sviluppando con successo una campagna contro le fondamenta economiche di un ordine regionale a guida americana, che fu costruito contro la Repubblica Islamica.

La componente più incisiva di questa campagna riguarda lo Stretto di Hormuz, la strozzatura attraverso cui transitano circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo dei fertilizzanti. L’Iran non ha bisogno di chiudere completamente questa via d’acqua. La minaccia credibile di danno è sufficiente ad alzare i costi e i rischi per la navigazione facendo impennare il prezzo del petrolio e del gas e costruendo la tempesta di inflazione e recessione che spaventa il resto del mondo, eccetto la Cina.

Dalla metà degli anni ‘70, i produttori del Golfo quotano la maggior parte delle esportazioni petrolifere in dollari in cambio della protezione militare Usa. È il sistema del petrodollaro, che l’Iran può tenere in ostaggio proprio perché ne è escluso.

Collegato al petrodollaro, esiste un altro bersaglio della strategia iraniana da tenere nel massimo conto, anche perché è un dato acquisito, indipendente dallo sbocco finale della guerra in corso: la spaccatura che si è creata tra gli Stati Uniti e i loro partner del Golfo. Le basi militari stabilite in funzione anti-iraniana dopo la guerra del 1990-91 furono gradualmente trasformate in presenze permanenti. Teheran non mancò di interpretare queste alleanze per quello che erano. E comprese che la vulnerabilità del sistema petrodollaro/basi militari risiedeva nella capacità degli Stati Uniti di mantenere le proprie promesse di sicurezza. La fiducia in queste ultime cominciò a scricchiolare nel 2019, quando Washington non difese l’Arabia Saudita contro i colpi iraniani al suo maggiore complesso di raffinazione. E si è esaurita in queste settimane, quando gli Stati del Golfo hanno visto bruciare le proprie infrastrutture perché i sistemi di difesa aerea americani erano posizionati principalmente a protezione di Israele.

[…] Abu Dhabi, Doha, Kuwait City, Manama e Ryad stanno mettendo in discussione il proprio allineamento con gli Usa, dimostrando quanto la strategia iraniana abbia colpito nel segno. Stati Uniti e Israele, nel frattempo, stanno certo ottenendo vittorie tattiche. Ma queste non intaccano la superiorità strategica iraniana. Anche perché negli ultimi decenni il regime ha decentrato il suo sistema di comando. Ha distribuito l’autorità politica in nodi regionali capaci di operare autonomamente, e ha coltivato anche molteplici potenziali successori a ogni livello dei Pasdaran e dell’establishment governativo.

La campagna di decapitazione ha inoltre creato un problema che Washington non aveva anticipato: i comandanti iraniani che hanno sostituito quelli eliminati sono, per molti aspetti, più pericolosi dei loro predecessori. Sono più giovani, hanno combattuto gli Usa in Iraq e gli israeliani in Libano e Siria. Sono convinti, a ragione, di aver contribuito a sconfiggere le forze militari più potenti della terra. Non condividono la cautela dei dirigenti più anziani, che ricordano i catastrofici costi umani della guerra con l’Iraq. Il risultato prevedibile è che l’Iran diventerà più aggressivo. La decapitazione ha accelerato quell’escalation che avrebbe dovuto prevenire. In conclusione, il piano strategico iraniano non è rivolto a sconfiggere gli Stati Uniti o Israele in senso convenzionale. È rivolto a dimostrare loro che il costo del confronto con l’Iran è militarmente, economicamente e politicamente insostenibile. A Teheran basta sopravvivere abbastanza a lungo all’attacco convenzionale – e infliggere abbastanza danni – perché la volontà americana di proseguire il conflitto si dissolva. Trump ha già modificato la rotta del Titanic per evitare l’iceberg Hormuz, e il Pentagono non parla più di prendere possesso dei siti nucleari. Se questo piano continuerà a funzionare, la guerra potrebbe concludersi con la Repubblica Islamica assai malconcia ma intatta nelle sue fondamenta, mentre la frattura dell’alleanza Usa-Paesi del Golfo e la fine del petrodollaro saranno altri chiodi sulla bara dell’egemonia americana. Stati Uniti e Israele, con la loro schiacciante potenza di fuoco, possono anche vincere le battaglie. Ma è l’Iran che potrebbe vincere la guerra.


Crisi delle nascite e infertilità: i dati (impressionanti) dell’inverno demografico italiano


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Nel 2025, l’Italia ha registrato appena 355mila nuovi nati, il valore più basso della sua storia recente, con un crollo del 3,9% rispetto all’anno precedente. A fronte di questo tracollo delle culle, i decessi sono stati 652mila, lasciando un saldo naturale negativo di quasi 300mila unità. Un divario che le migrazioni – pur positive per 296mila ingressi – riescono a tamponare solo in parte, mantenendo la popolazione totale sostanzialmente stabile attorno a 58,9 milioni di abitanti. Ma dietro l’apparente equilibrio si nasconde una realtà drammatica: l’Italia invecchia a ritmo vertiginoso e la piramide demografica si sta capovolgendo, con conseguenze sociali ed economiche destinate a durare per decenni.

Il dato più allarmante citato dal rapporto Istat concerne la fecondità, che l’anno scorso è precipitata a 1,14 figli per donna (ulteriore decremento rispetto agli 1,18 del 2024). L’Italia risulta dunque tra i fanalini di coda nella comunità europea: guardando ai Paesi più importanti, è molto distante ad esempio da Francia (1,61) e Svezia (1,43), mentre la Spagna registra dati ancora peggiori (1,10). Si tratta di un valore molto lontano dalla soglia di sostituzione delle generazioni, che costituisce una piena conferma una tendenza ormai strutturale. Il calo non è solo quantitativo, ma anche sociale: l’età media al parto sale a 32,7 anni, segno di una maternità sempre più rinviata. La regione più fragile resta la Sardegna, ferma a 0,85 figli per donna, mentre il Mezzogiorno, pur restando sopra Centro e Nord, non evita il tracollo della natalità. A resistere è il Trentino-Alto Adige, che registra un tasso di 1,40. «Per il peso di over 65enni l’Italia è il Paese più anziano della Ue27», certifica l’Istat.

Al 1° gennaio 2026, gli ultrasessantacinquenni sono 14,8 milioni (un quarto della popolazione), mentre i bambini sotto i 14 anni sono appena 6,8 milioni (l’11,6%). Un rapporto di oltre due anziani per ogni bambino. L’impressionante squilibrio tra le generazioni si acuisce guardando agli ultra-ottantacinquenni: sono oltre 2,5 milioni, più di 101mila rispetto all’anno prima (gli ultracentenari raggiungono invece quota 24.700 unità). A fronte di questa massa di grandissimi anziani, i neonati sono appena 355mila. Il confronto è impietoso: per ogni bambino nato nel 2025, ci sono più di sette persone con oltre 85 anni. E mentre i giovani sotto i 15 anni diminuiscono di 168mila unità, la popolazione al di sopra dei 65 anni vede un incremento di 240mila. Il Paese, insomma, è sempre più vecchio, con uno squilibrio che tende ad accentuarsi: l’Istat ha già stimato in passato che entro il 2050 gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre la fascia 15-64 anni scenderà dal 63,5% al 54,3%; i giovani under 14 anni caleranno, invece, dal 12,2% all’11,2%.

Questo quadro produce effetti concreti sulla società italiana, che ha visto crescere l’età media fino a 47,1 anni (sei mesi in più in un solo anno) e le famiglie unipersonali al 37,1% del totale; quelle con figli, invece, calano al 28,4%. Il numero medio di componenti per famiglia è sceso a 2,2. Il Paese si regge sull’apporto degli stranieri: i residenti di cittadinanza italiana sono diminuiti di 189mila unità, mentre quelli stranieri sono aumentati di 188mila, raggiungendo quota 5,56 milioni. Tale fenomeno non è comunque sufficiente a invertire la tendenza di un «inverno demografico» che rischia di avere pesanti ripercussioni sul futuro del sistema pensionistico, sanitario e del mercato del lavoro.

Guardando al macro-scenario europeo, fotografiamo la medesima rotta. Lo raccontano con dovizia gli emblematici dati recentemente pubblicati da Eurostat, che attestano come, nel 2024, il tasso di fertilità nell’UE abbia toccato il suo valore più basso, fermandosi a 1,34 figli per donna. Nel 2023, la media era di 1,38. Tra i Paesi membri, Malta ha registrato il tasso più basso (1,01). In controtendenza, la Bulgaria guida con 1,72. Emerge inoltre un ritardo nella maternità rispetto al passato: le over 30 risultano essere le più feconde, con l’età media al primo figlio che sale a 29,9 anni. Infine, cresce il contributo delle madri straniere, che rappresentano il 24% dei parti.