Andrea Stroppa posta un video realizzato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, ambientato in un cupo e gotico Palazzo Chigi, in cui riecheggia l’agenda di Vannacci

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – Il braccio destro di Elon Musk in Italia, Andrea Stroppa, strizza l’occhio a Roberto Vannacci ed entra a gamba tesa nel dibattito politico italiano cercando di spostare la premier più a destra. E lo fa con un video postato su X, in cui una giovanissima Giorgia Meloni allo specchio accusa la matura Meloni premier di aver tradito i propri valori: “Parlavi di Dio, patria e famiglia, non sei più la stessa”.
Un’operazione quella di Stroppa che colpisce per diversi motivi. In primis, per il predetto tentativo di condizionare l’agenda della premier e di farlo puntando sui dati valoriali della leader FdI. Poi, aspetto parimenti importante, perché il video realizzato con l’IA arriva dopo gli appelli della presidente del Consiglio contro l’uso dell’intelligenza artificiale per attaccare l’avversario politico. Incluso il patto di non belligeranza siglato con la segretaria del Pd, Elly Schlein. D’altronde, le prime avvisaglie dei rischi su una campagna elettorale ormai alle porte sono note: dal bando del dipartimento di Stato americano rivolto ai think tank europei per promuovere la cultura Maga, fino all’ombra lunga dei gruppi che puntano al Make America great again sugli insulti al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, dopo la morte di Abderrahim Fakir.

Dopo Vannacci con il video sulla grazia a Roggero che tira in ballo direttamente Mattarella, adesso è il braccio destro di Musk in Italia, Andrea Stroppa, a postare quello che nelle premesse della vigilia sembra quasi l’episodio pilota di una serie sulla politica italiana e la premier. Ambientato tra i corridoi e i saloni di un Palazzo Chigi cupo e gotico, la giovane allo specchio chiama la premier: “Giorgia, come ti hanno trasformata questi palazzi”.“Chi sei? Che cosa vuoi?” domanda la leader di Fratelli d’Italia.”Sono la giovane Giorgia. Quella che parlava di Dio, di patria e di famiglia. Guardati, non dici nulla ai censori europei di Bruxelles, fai accordi con i Paesi arabi che ci inondano di clandestini e ti allei con chi vuole la fine dell’Occidente”. La risposta della premier generata dall’intelligenza artificiale è una resa: “Il potere. Il potere mi ha logorata”. “Smettila di piangere – la scuote la giovane allo specchio – non è troppo tardi. Ricordati cosa diceva quel saggio: “Non è nostra competenza dominare tutte le maree del mondo, ma fare ciò che è il nostro potere per il soccorso di quelli che vivono nei giorni concessi a noi”. Ora vai”.“Hai ragione – replica la premier in conclusione del video postato su X da Stroppa – Lo devo a chi ha creduto in me”.
Elly ripropone i temi di Letta, il MES sanitario è sostituito dal SAFE e Beppe torna con le supercazzole. Manca Di Maio ma arriverà

(di Pietro Francesco Maria de Sarlo – ilfattoquotidiano.it) – Può darsi che sia tutto casuale oppure no. I fatti sono l’intervista di Elly Schlein al Foglio e l’uscita anti Movimento di Beppe Grillo, meglio noto come l’Elevato. Ognuno conserva dei fatti una propria memoria personale legata, per gli eventi pubblici, a come furono raccontati gli eventi dai media.
Io della caduta del Conte II ricordo i continui attacchi di Renzi e del Pd per l’utilizzo del MES sanitario, ricordo il mio stupore per l’attacco ad Arcuri. Un uomo che si è trovato ad affrontare una situazione inedita: il mondo intero a caccia di mascherine e 60 milioni di italiani da vaccinare. Ricordo la mia prima vaccinazione. La feci nella Primula al centro congressi dell’EUR e ricordo la bella sensazione di essere usciti da una Italietta di serie B, diventata una Nazione moderna capace di affrontare l’emergenza alla pari di paesi come Francia e Germania. La nostra esperienza fece scuola.
Quando cadde il governo Conte, conservo i dati a futura memoria, eravamo tra i primi per vaccinazioni fatte. Ma l’opposizione, Renzi e buona parte del Pd, contestava le Primule e parlava di ritardi non riscontrati nei dati. A sorpresa il Governo Draghi chiamò Figliuolo a miracol mostrare, che però continuò sulla stessa linea di Arcuri, con la differenza che al posto di Primule i nuovi punti di vaccinazione furono chiamati Centri. Arcuri finì sotto inchiesta e ne uscì immacolato. Fu sostituito alla guida di Invitalia da Draghi con Bernardo Mattarella, nipote del Presidente, di cui non mi erano, né mi sono note, le competenze distintive per il ruolo.
Ricordo che l’Europa varò il Next generation EU ma da Renzi a Mattarella, e buona parte del PD, Conte non fu ritenuto in grado di gestire i fondi che aveva ottenuto. Ricordo anche che Conte fece un signorile passo indietro e non si oppose al nuovo governo né recriminò e si espresse a favore del nuovo corso. Poi per un certo periodo di tempo tornò a vita privata fino a che non fu chiamato ad rimettere in sesto i cocci del M5S.
E Grillo? Sul suo blog pubblicò un post dal titolo ‘In alto i profili’ con un lungo e raffazzonato elenco di buoni propositi che chiudeva con la supercazzola ‘le fragole sono mature’, ripetuto die volte. Passa qualche giorno e nuova supercazzola: siamo su Marte. Grillo si spese allo spasimo con i gruppi parlamentari e con gli iscritti per far passare il governo Draghi creando malumori e disaffezione sia negli iscritti sia negli elettori. Fu chiamato Conte a con un M5S ai minimi nei sondaggi.
Mario Draghi non è uno qualsiasi. È stato uno dei protagonisti delle politiche economiche della Seconda Repubblica, sia come braccio operativo di Romano Prodi nelle privatizzazioni sia come coestensore, con Trichet, della lettera con cui si imponevano al governo Berlusconi un insieme di misure il cui esito è stato tutt’altro che felice. Dal 1990 ad oggi l’Italia ha perso competitività, welfare e diritti senza benefici sul debito pubblico. Si è privata di aziende leader in molti settori trasferendo ricchezza dallo Stato ai privati. I salari in termini reali sono diminuiti al contrario degli altri paesi Occidentali, e anche il PIL pro capite è cresciuto meno. Le povertà sono aumentare e la concentrazione della ricchezza è aumentata anch’essa riportandoci a una situazione semifeudale. Tutto ciò non può essere imputato a un solo governo, ma ad una impostazione trentennale succube del catechismo liberista rappresentato da Draghi e applicato con pervicacia.
Arriviamo così alle elezioni del 2022. Enrico Letta emargina il M5S scegliendo di non fare nessun accordo e di correre con Impegno Civico del fuoriuscito Di Maio, che ha avuto una ottima mercede per il suo tradimento sui valori del Movimento, schiacciandosi sulla Agenda Draghi. Oggi si riciccia: Elly ripropone i temi di Letta, il MES sanitario è sostituito dal SAFE e Grillo torna con le supercazzole. Manca Di Maio ma arriverà.
Non stupiamoci se la gente preferirà disertare le urne riconsegnando il Paese a Meloni–La Russa.
L’analisi – Noi non abbiamo capito, ma, quel che è peggio, non ha compreso bene la questione nemmeno l’opposizione. Elly Schlein e Giuseppe Conte lo sanno? Hanno chiesto e ottenuto garanzie?

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Non ce ne siamo accorti ma forse siamo in guerra. Non è chiarissimo, ma forse il Parlamento ha dimenticato di approfondire la questione. E cioè che settecento nostri soldati sono stati inviati ad attrezzare uno scudo nei cieli dei Paesi del Golfo. Circa 400 sono stati inviati in Arabia Saudita ad organizzare – secondo le prime informazioni – la controffensiva aerea, la resistenza di Riad ai missili di Teheran. Noi non abbiamo capito, ma, quel che è peggio, non ha compreso bene la questione nemmeno l’opposizione che, a quanto risulta, non ha fiatato rispetto a questo nuovo, indiscutibile avanzamento nel conflitto mediorientale.
Siamo al fronte? Il punto interrogativo serve solo a chiederci quale sia stata la valutazione del rischio bellico per le nostre truppe insediate in un teatro attivo della guerra che gli Usa e Israele hanno avanzato contro l’Iran da cui è partita la miccia che sta incendiando tutto il Medio Oriente, in particolare gli Stati del Golfo presi di mira dai pasdaran per allargare di proposito il conflitto e rendere troppo costosa – politicamente e militarmente – agli Usa questa guerra.
Siamo dunque anche noi dentro la mira dei droni e dei missili iraniani? Settecento soldati italiani, dislocati – seppure con l’impegno di difendere Paesi amici (li immaginiamo amici in ragione del petrolio) – rappresentano infatti un avanzamento geografico e militare delle nostre posizioni politiche che porta con sè un rischio elevato di coinvolgimento diretto nel conflitto.
Elly Schlein e Giuseppe Conte lo sanno? Hanno avuto accesso ai documenti, come registra con qualche spavalderia il ministro della Difesa. Hanno dunque saputo e sono soddisfatti? Hanno chiesto e ottenuto garanzie? Hanno proposto o denunciato l’atto? Hanno insomma dato senso alla loro presenza in Parlamento?
Andare al fronte, e per di più a nostra insaputa, sarebbe il tragico esito di una condotta piuttosto comica.
Il finanziamento pubblico è tornato: grazie a un incrocio di norme e alla riduzione delle donazioni private, i tesorieri possono contare su circa 35 milioni di euro annui. Ma a che servono? Soltanto a fare propaganda: campagna elettorale permanente

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Il primo sole di luglio ha accecato parecchi osservatori della politica. Non appena i tesorieri dei partiti hanno divulgato i risultati di bilancio – e che risultati, floridi come ai tempi andati – si è scatenato un moto di entusiasmo collettivo. Tesoretti di qua, tesoretti di là. Le solite frasi sfatte (al sole). Fratelli d’Italia che scoppia di salute, Forza Italia che scopre la salute. Il Partito democratico che può investire con bonifici istantanei, il Movimento cinque stelle che vanta riserve auree. Allora pare tornata la democrazia dei partiti e magari, approfittando dell’occasione, pure la democrazia nei partiti, più delle volte unipersonali oppure unifamiliari. Con milioni di tesserati, milioni di donatori, milioni di simpatizzanti. Strano, non marcia l’astensione a braccetto con l’antipolitica?
Spiace deludere, non è tornata la democrazia dei partiti né la democrazia nei partiti, lasciamo perdere queste reminiscenze novecentesche: è tornato il finanziamento pubblico. In formato assai ridotto, certo. La massima aspirazione, ora che la tavola va condivisa con Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci, è di circa 35 milioni di euro annui. Però lo Stato è tornato determinante per i bilanci dei partiti. Tutti. E come? Con la destinazione volontaria ai partiti del nostro “due per mille” di Irpef in dichiarazione dei redditi.
Il meccanismo esiste ormai da un decennio, ma in questa legislatura ha assunto una incidenza vitale. Per i partiti è diventato il mezzo e il fine. Fratelli d’Italia ha smarrito circa 700.000 euro di tessere e ha compensato con un milione di euro in più proveniente dal “due per mille” per un totale di 6,617 milioni di euro, circa il 60 per cento dei 10,774 milioni di ricavi. Sicché il tesoriere Roberto Carlo Mele ha firmato un bilancio con un avanzo di 1,177 milioni di euro, prezioso per la prossima campagna elettorale.
Il Partito democratico è il principale beneficiario del “due per mille” con oltre 10,5 milioni di euro. Nonostante il modesto apporto dai tesserati (775.000 euro), il tesoriere dem Michele Fina, un dirigente accorto che ha risanato i buchi delle stagioni allegre, ha brindato a un bilancio con 3,624 milioni di euro di attivo. Fina come Mele dedica una menzione speciale al “due per mille” nella relazione ed espone per iscritto la strategia nazionale: «Si tratta di un finanziamento della politica ancora poco conosciuto. Prosegue pertanto l’importante attività di promozione realizzata sia dalle Federazioni a livello territoriale, che dal Partito a livello nazionale, attraverso una intensa campagna di comunicazione».
Il Movimento cinque stelle di Giuseppe Conte aborrisce qualsiasi strumento di finanziamento pubblico sin dal vagito grillino e ciò non gli ha impedito di accumulare ricchezze soprattutto la scorsa legislatura (13,385 milioni di euro di liquidità), ma per il “due per mille” s’è fatta un’eccezione. Dolorosa forse, doverosa sicuro: senza i 3,171 milioni di euro di “due per mille”, il bilancio pentastellato avrebbe una brutta chiazza di rosso e non un luccicante utile di 2,513 milioni di euro.
Fra Lega con il Carroccio e Lega col suo nome, Matteo Salvini mette da parte circa 1,5 milioni di euro con il “due per mille”, una fonte che si è prosciugata per la concorrenza di Fratelli d’Italia. Forza Italia è sempre un caso differente. Con in groppa il debito di circa 95 milioni di euro (di cui 90,5 con la famiglia Berlusconi) e con una spinta moscia del “due per mille” (scarsi 800.000 euro), il partito gestito dal ministro Antonio Tajani ha provato l’ebbrezza di un avanzo di 2,931 milioni.
Anche scoppiati dal cartello Avs, i rossi di Nicola Fratoianni e i verdi di Angelo Bonelli si somigliano. Per Sinistra Italiana la maggiora parte dei ricavi deriva dal “due per mille”, 1,422 milioni di euro su 1,916; ugualmente per Europa Verde con 1,548 milioni di euro su 1,947. Questi sono i numeri. Non c’è inganno. Probabilmente c’è un trucco. Adesso ve lo sveliamo.
Il “due per mille” fu introdotto dal governo di Enrico Letta (2013/14) con il tentativo disperato di respingere l’antipolitica e il renzismo. Ne fu travolto. Seppur a fatica, il “due per mille” è sopravvissuto a quel periodo convulso. Al debutto undici anni fa il 2,72 per cento dei contribuenti italiani – cioè 1,1 milioni su 40,7 milioni – ha deciso di trasferire il “due per mille” ai partiti anziché lasciarlo nelle casse dello Stato. La cifra fu modesta, circa due milioni e mezzo di euro. Ed è rimasta modesta come le adesioni; il “due per mille” coinvolge 2,216 milioni di italiani su 42,570 milioni di contribuenti (5,2%). Oltre il 40 per cento, invece, barra la casella per il terzo settore con il “cinque per mille” o per le confessioni religiose con il “l’otto per mille”: «I valdesi ricevono di più di tutti i partiti italiani messi assieme», commenta sconsolato un tesoriere.
Il “due per mille” non è di tendenza e i partiti, e non lo si ometta, non sono popolari. Tant’è che il tetto per il fondo, fissato per legge a 25,1 milioni di euro, è stato raggiunto soltanto due anni fa. E l’evento ha scatenato una speciale frenesia fra i tesorieri che volevano alzarlo a 45 milioni di euro. Siccome la materia è incandescente, il governo Meloni ha concesso 4,69 milioni di euro una tantum. La motivazione: non disattendere la scelta dei contribuenti con la dichiarazione dei redditi.
Nel bilancio di previsione dello Stato il tetto è ancora 25,1 milioni di euro, ma lo scorso anno ne sono stati distribuiti 32,5 milioni. Com’è possibile? Abolito per l’ennesima volta il finanziamento pubblico, e infatti dal referendum del ’93 si è chiamato “rimborso”, il governo Letta pensò di incentivare le donazioni private di soggetti fisici e giuridici concedendo una detrazione fiscale del 26 per cento. Anche in questo caso, ovviamente, fu stabilita una capienza: 15,6 milioni di euro è stato l’ammontare lo scorso anno. Neanche questo strumento ha avuto successo. I cittadini non votano, non si iscrivono, non optano per il “due per mille”, perché mai dovrebbero donare migliaia di euro? La stragrande maggioranza delle cosiddette “erogazioni liberali” ai partiti arriva attraverso una tassa imposta ai deputati e ai senatori eletti, costretti a retrocedere una quota fissa del loro emolumento pubblico. Lo scorso anno sono stati utilizzati 5,7 milioni di euro su 15,6 stanziati per le detrazioni fiscali. Con un’eccedenza di quasi dieci milioni. Il ministero dell’Economia, come previsto dalle norme, li ha dirottati per il “due per mille” e li ha resi disponibili ai partiti. Così si spiegano i 32,5 milioni per il 2025, così si prevedono i 35 milioni circa per il 2026.
È una miseria rispetto al “rimborso” di cinque euro a legislatura per ogni voto come accadeva vent’anni fa generando rate annue da decine e decine di milioni di euro per ciascun partito. Per esempio, il Pd di Walter Veltroni incassò 69 milioni di euro nel 2009. E il Pdl di Silvio Berlusconi molti di più. Trapassato remoto. Adesso i partiti hanno strutture scarne, smantellate: poche sedi, pochi dipendenti, poca ricerca, pochi consulenti, poche iniziative. Molte iniziative, ci correggiamo, riguardano il “due per mille”, oggi preda dei partiti più organizzati e meglio collegati ai centri di assistenza fiscale (Fdi e Pd). I soldi si spendono per indottrinare i contribuenti sul “due per mille” e ottenere più fondi per poi sfruttarli per le campagne elettorali permanenti. Quello che entra, esce. I costi preponderanti sono per la propaganda, mica per elevare il livello di democrazia interna o per intensificare il ruolo dei partiti nella società. Come se i partiti fossero esclusivamente macchine per la propaganda, fanno il pieno in un paio di anni di sosta e poi si mettono in moto per le elezioni europee e nazionali. L’interrogativo non è se 32,5 o 35 milioni di euro siano non abbastanza o addirittura troppi, è quasi superfluo per il bilancio dello Stato. Se questi soldi pubblici servono a fare propaganda e basta, si teme purtroppo che siano inutili. Sprecati. O addirittura dannosi.

(dagospia.com) – Dopo aver sfamato idealmente i poverelli, mandato a morte gli avversari di sinistra e aver liberato Roggero, l’alter ego virtuale di Roberto Vannacci, il generale Robertus Vannaccius, ha superato se stesso.
Accantonate le cause nostrane, i video realizzati con l’AI che raccontano le sue res gestae fanno un salto di “qualità” diventando internazionali e andando a sfruculiare nientemeno che Ursula von der Leyen.
L’ultimo video pubblicato due giorni fa sull’account Instagram Robertus Vannaccius, sempre ambientato nell’antica Roma, vede infatti il generale ridacchiare seduto a un tavolo accanto a Giorgia Meloni mentre la presidente della Ue, vestita da vichinga, si nasconde vergognosa dietro una colonna.
Il generale e l’imperatrice Giorgia ridono della baronessa mentre timidamente si siede al loro tavolo e a quel punto a Meloni viene fatto ripetere il discorso di sette anni fa alla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia. Ovvero quando dall’opposizione tuonava: “Roma dovrebbe essere la capitale dell’Unione Europea e non il posto più comodo dove mettere gli uffici”. Tempi ben lontani dai baci e dagli abbracci profusi successivamente a favore di telecamere dalla Meloni presidente del Consiglio alla stessa Ursula.
Nel video viene riciclato anche l’audio del discorso di Vannacci alla plenaria del Parlamento Europeo, fiero di aver “giurato fedeltà alla sua patria” e con la boutade “se non sei al tavolo allora sei nel menu”, mentre Giorgia tuona contro la von der Leyen facendole addirittura spostare i capelli apparentemente inamovibili con il fiato delle sue invettive. Il video si chiude con Ursula che se ne va, umiliata e offesa, mentre Giorgia e Vannacci, complici e sorridenti, piazzano sul tavolo quattro meloni, due per ciascuno.
In che senso, direbbe il noto personaggio di Carlo Verdone? Lasciando forse intendere una futura alleanza elettorale anti-UE tra FdI e FN? Chissà. Tentare l’esegesi di tali capolavori ermetici è arduo, ma senz’altro l’ultimo video vannacciano si spinge oltre la retorica fascio-romana interna per affrontare temi di politica estera.
Un’escalation sicuramente degna di nota e foriera di sviluppi, se non altro propagandistici. La Meloni si dissocerà da questo video in cui, oltre a essere durissima con l’Ue, è anche felicemente alleata di Vannacci? La saga continua.
Nel suo discorso ha invitato le istituzioni a non farsi prendere dal panico di fronte a fenomeni problematici poi però non tentenna sulle spese mostruose in armamenti che stiamo avallando in Ue

(di Riccardo Bellardini – ilfattoquotidiano.it) – Dopo aver letto le ultime dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella credo sia necessaria una riflessione, che nel mio caso, si è tradotta in alcune domande per il Capo dello Stato. L’inquilino del Quirinale, reduce dal compimento dei suoi 85 anni, si è concentrato sulle tensioni già convulse e animose della politica italiana, nonostante la distanza ancora elevata dalla scadenza elettorale del 2027. Il suo richiamo ad una maggiore prudenza, pur fermo, rischia probabilmente di essere poco incisivo, rispetto ad una deriva da campagna elettorale perpetua che ormai accompagna da anni la dialettica esasperata tra i partiti politici italiani, che siano di destra, di sinistra o di centro.
Lo slogan vale più del progetto. La frase ad effetto più della visione di lungo corso, e soprattutto, qualsiasi mezzo è buono per prender voti.
Il Presidente tuttavia continua a confidare nella moral suasion, sperando di addomesticare in tal modo gli impulsi incontrollati riconducendo il gregge ad una ricomposizione pacifica. In tal senso e sull’onda della sua autorevolezza super partes, ammonisce e invita a riflettere sulle derive violente che si agitano nel paese, dalle manifestazioni con scontri in Val Susa al caso del gioielliere Roggero. Soprattutto relativamente a tale ultimo caso, fa notare come una società civilmente ordinata presupponga che i cittadini rispettino le regole comuni, vale a dire quelle della legge, trovandoci in caso contrario, con regole adattate a comportamenti individuali occasionali, in una situazione surreale, con l’affacciarsi di un rischio sintetizzato da una metafora potente: quello della “abdicazione dello Stato”.
Richiamando il Pontefice Leone XIV, Mattarella invita poi a non considerare l’immigrazione soltanto con fervore emergenziale, ma a concentrarsi su efficaci strategie per governare un fenomeno sempre più complesso della nostra epoca. Auspica inoltre uno sblocco celere del caos in Commissione Vigilanza Rai, per poi esporsi sulle politiche di riarmo, sfoderando un endorsement alla strategia di difesa comune europea, da intendere come strumento per garantire la pace e non come minaccia per i cittadini, che dovrebbero quindi tranquillizzarsi.
E qui crolla inevitabilmente tutto il resto.
Lei Presidente, suggerisce ai politici di non scannarsi inutilmente. Ci mette in guardia dal rischio di abdicazione dello Stato in nome della legge del più forte. Ci ammonisce sui comportamenti da tenere per mantenere una società civilmente ordinata. Invita le istituzioni a non farsi prendere dal panico di fronte ai fenomeni più problematici dei nostri giorni come le ondate migratorie poi però, non tentenna di fronte alle spese mostruose in armamenti che stiamo avallando al soldo della comunità europea, giustificate dal pericolo assolutamente non provato di aggressione russa, presentato come un’emergenza con toni catastrofisti dalla claque mediatica fiancheggiante.
Nessuna diplomazia. Nessun appello all’equilibrio qui.
Non tentenna altresì di fronte al finanziamento militare garantito dal nostro paese nei confronti di altri Stati, diversi dalla Russia, che al pari di quest’ultima stanno usando armi contro la popolazione civile, in spregio ad ogni diritto umano. Perché?
Signor Presidente, in una società civilmente ordinata, può davvero sussistere l’idea che le politiche di riarmo siano uno strumento per garantire la pace? Davvero lei vorrebbe farci credere che in un mondo imbottito di armi non dovremmo aver paura dello scoppio di una guerra? In questa strategia di difesa di cui lei parla, è previsto che giovani italiani debbano andare al fronte? Dato che qualcuno, queste armi, dovrà pur imbracciarle.
Se siamo tornati indietro di un secolo, è meglio saperlo subito e non fare tanti giri di parole. Macron di Francia ha già parlato per i suoi sudditi, con quella retorica del sacrificio ormai cinematografica. forse è arrivato anche il suo turno?
In ogni caso io non obbedirò. E spero di non essere l’unico.

(Tommaso Merlo) – L’invasione continua, i poveri del mondo sbarcano mettendo in crisi le nostre fragili certezze esistenziali. E siamo solo all’inizio, sono miliardi le persone in miseria nel mondo e l’ONU prevede che solo in Europa nei prossimi vent’anni arriveranno altri 25 milioni di migranti, cifra destinata ad aumentare in caso di guerre o crisi umanitarie. La politica fa propaganda per raccattare poltrone, ma si tratta di un fenomeno storico inarrestabile che dobbiamo quindi riuscire a gestire in maniera intelligente invece di nascondere la testa sotto la sabbia, trasformandolo in opportunità. Noi europei abbiamo pure l’aggravante di decenni di colonialismo e di guerre che hanno devastato il sud del mondo. Ci siamo arricchiti sfruttando le loro risorse e abusando quei popoli che oggi sbarcano pelle ed ossa sulle nostre coste. Ma le responsabilità più gravi ricadono sul sistema iper capitalista imperante. La ricchezza del mondo è migrata verso Oriente e nelle tasche di meschini oligarchi come Musk e Bezos che posseggono più di mezza Africa dove dilaga la malnutrizione. Una distribuzione delle risorse non solo assurda e moralmente ripugnante ma che destabilizza il mondo alimentando fenomeni come le migrazioni di massa. Gli oligarchi sono il frutto di un sistema iper capitalista lasciato allo stato brado che crea una cerchia di super ricchi sempre più ristretta in cima e sotto una miriade di poveri e di poverissimi sia a livello nazionale che planetario. Un sistema folle in cui la politica ricopre un ruolo marginale e la democrazia è sempre più apparente perché il potere dei soldi rimpiazza quello popolare. Cronaca marrone. La giustizia sociale è passata di moda ed i politicanti si sono messi ad abbassare le tasse ai ricchi in modo da attrarli nel proprio paese e fargli consumare i beni di lusso che produciamo per lorsignori mentre il resto della popolazione fatica a comprare l’essenziale. Un delirio. Con la ciliegina di una politica che alimenta la guerra tra poveri, convincendo le masse di telespettatori che il problema sono quei disperati che sbarcano a fare lavoracci usuranti e non i ricchi che si accaparrano tutto. Quando stavamo economicamente meglio ce ne fregavamo di un mondo spaccato in due dall’ingiustizia, accumulavamo e sprecavamo illusi che la festa durasse all’infinito e soprattutto che un giorno saremmo stati tutti più felici e contenti. Decenni a sgobbare, risparmiare, scalare la società e soprattutto consumare all’impazzata per poi capire che il vero benessere non si compra da nessuna parte e ritrovarsi con una bottiglia in mano o qualche polverina magica in tasca. Già, l’iper capitalismo è una truffa epocale. Promette un benessere materiale che non è affatto in grado di garantire a tutti e soprattutto che non funziona. Ci bombardano di pubblicità fino dalla culla per inculcarci falsi valori materiali e spronarci a competere ed accumulare roba inutile per soddisfare bisogni superflui e poi ci ritrova a fuggire persino da se stessi. Vincitori e vinti entrambi vittime di un modello che porta all’autodistruzione personale, sociale e planetaria a causa delle devastanti derive egoistiche come la guerra e della distruzione ambientale. Noi che abbiamo assaporato sprazzi di benessere materiale lo possiamo capire, chi viene dalla miseria come i migranti no ed è comprensibile s’illudano di sbarcare nella Terra Promessa e che quando riusciranno a lavorare e compresi una macchina conquisteranno anche la felicità. Ma siamo tutti “esseri non sempre umani” e funzioniamo tutti allo stesso identico modo. Soddisfatti i bisogni reali, il benessere dipende da tutt’altro, da una soddisfazione interiore e non esteriore, profonda e non superficiale che paradossalmente si conquista quando si ha di meno e non di più. Davvero un delirio. I migranti vengono da paesi poveri fuori ma ricchi dentro e noi viceversa. Anche per questo sono in realtà una benedizione per paesi vecchi e stagnanti come l’Italia ed insieme a loro possiamo costruire un modello più intelligente. Il crollo del ridicolo impero americano e del suo contagioso iper capitalismo è sicuramente un’ottima notizia e anche che la nuova leadership cinese proponga perlomeno che la politica prevalga sull’economia, ma noi vecchia Europa abbiamo il diritto e il dovere di creare un modello nostro che ci rispecchi. Basato su una società giusta e multiculturale, su uno stato sociale solido ed efficiente, su un’economia come mezzo e non fine, su una politica espressione della volontà popolare e non delle lobby e con una democrazia davvero rappresentativa delle persone e dei tempi. Un modello che non riduce i cittadini a schiavi e consumatori e nemmeno a narcisisti assatanati di applausi, ma che rimette le persone al centro della comunità nazionale permettendo a tutti nessuno escluso una vita decente ma anche la possibilità di esprimersi appieno in modo da conquistare un benessere autentico.

(Andrea Zhok) – Nei commenti sulla questione dell’invasione di migranti illegali a Ceuta gira parecchia confusione e, come al solito, parecchia ignoranza.
Tre osservazioni.
1) In primo luogo, Ceuta è sul continente africano, per quanto territorio spagnolo. Dunque per giungere sul territorio del continente europeo devono ancora attraversare lo stretto di Gibilterra. Se lo faranno o meno è decisione politica e giuridica, non è esito automatico dell’invasione.
2) In secondo luogo, Ceuta ha un regime speciale, tale per cui chi parte da lì per prendere un traghetto o un aereo deve superare un controllo dei documenti, che devono dunque essere in regola. Nelle uscite da Ceuta non vale Schengen.
3) In terzo luogo, molti citano come causa di questa invasione una recente decisione del governo spagnolo di “concedere la cittadinanza” a 500.000 stranieri entrati illegalmente. Qualunque cosa si pensi di questa decisione, deve essere chiaro che non si è trattato di una concessione di cittadinanza, come scritto da più parti, ma dell’erogazione di permessi di soggiorno e lavoro di un anno (la cosiddetta, uscita dall’irregolarità). I permessi sono stati erogati a persone che lavorano in Spagna da anni, senza precedenti penali. Lo scopo è, come sempre in questi casi, farle uscire dal lavoro nero e poterli dunque tassare.
Per capirci, in Italia abbiamo avuto 8 grandi regolarizzazioni di lavoranti stranieri. Ad esempio, con la Bossi-Fini si regolarizzarono 634.000 immigrati clandestini, con la sanatoria Berlusconi del 2009 se ne regolarizzarono 300.000, con la sanatoria del governo Conte (2020) furono 200.000 ad essere regolarizzati.
Morale. Il tema migratorio è oggettivamente incasinato e non può essere trattato né con semplificazioni “buoniste”, né con semplificazioni “cattiviste”.
Questo se si è interessati a risolvere problemi.
Se si è invece interessati a suscitare reazioni di pancia per fidelizzare i propri gruppi ideologici, va benissimo andare avanti così.
Le rappresaglie, i raid, il fuoco. Nei Territori occupati avanza il nuovo sionismo messianico. Che il governo di Netanyahu non ha alcuna intenzione di frenare

(Daniele Mastrogiacomo – lespresso.it) – I coloni sembrano un fiume in piena. Sono centinaia. Felpa e cappuccio calato in testa, avanzano veloci, sparpagliati. Superano dossi, scavalcano i muretti a secco, tagliano tra i campi. È un’invasione anche se ufficialmente è “un’escursione”, una passeggiata bucolica. Hanno riposto a un appello. Si sono radunati, adesso si dirigono verso il villaggio di Tal, sudovest di Nablus, nel Nord della Cisgiordania. La massa nera solca la strada principale poi volta a sinistra e inizia a scendere la vallata fatta di sterpaglie e sassi, punteggiata di piante selvatiche e di ulivi. È il 24 luglio scorso. Un venerdì. Giorno di festa per i musulmani.
Chi è all’esterno nota questo sciame umano, fucili in spalla, bastoni in mano, i cellulari in pugno pronti a filmare una scena che verrà poi postata sul web, condivisa, rilanciata, commentata. Scatta l’allarme. Tutti sanno cosa vogliono e cosa faranno. Accade da mesi in Cisgiordania. I Territori occupati, l’area A affidata dall’accordo di Oslo all’amministrazione palestinese, sono punteggiati di insediamenti, avamposti, blocchi improvvisati. Sono stati conquistati a suon di provocazioni, risse, assalti, ulivi sradicati e bruciati, case e fattorie incendiate, abitanti malmenati. Veri raid. Una vera tempesta portata avanti da 100mila coloni armati dal loro mentore, il ministro della sicurezza e della polizia Itamar Ben-Gvir, il leader messianico di estrema destra. Sollevano sdegno e proteste in tutto il mondo. Ma sembrano inarrestabili. Anche perché sono spalleggiati dai soldati dell’Idf.
Lo scontro avviene su un terreno incolto delimitato dai muretti in pietra. I coloni più giovani, poco più che bambini, con i loro lunghi peot che pendono sui lati della testa, si fronteggiano con i contadini del posto. Sono venuti e prendersi una terra che – dicono – spetta loro per diritto divino. Qualche spinta, i pugni che volano. Spuntano pistole e fucili automatici. Ci sono anche dei soldati, alcuni vestiti da civile. Gente reduce delle guerre infinite scattate dal 7 ottobre 2023. In Israele il servizio militare è obbligatorio. Per tutti: uomini e donne. Tranne per gli studenti della Torah. Un’esenzione contestata ma imposta. Perché hanno peso e forza nel nuovo Israele contagiato dallo spirito messianico. Sono difesi a spada tratta dai ministri di estrema destra che consentono a Netanyahu di resistere e governare. Il sionismo è diventato colonialismo. Quello liberale, dei kibbutz, della pace e dei Due popoli per Due Stati, è marginale. In 200 hanno tentato di protestare a Tel Aviv contro le violenze di queste settimane. Sono stati sciolti dalla polizia con nove arresti.
Nei terreni attorno a Tal il maggiore Yuval Ezra imbraccia il suo fucile. Lo punta sui primi palestinesi che si trova davanti. Lo affronta il capo del villaggio, lo sceicco Farouk. È alto, imponente, la barba folta. Riesce a strappare l’arma. La punta sull’ufficiale. Parte un colpo. Il militare si accascia al suolo. È ferito alla spalla. Fuggono tutti. Si allontana anche lo sceicco. Lo indicano come l’autore dello sparo. Decine di altre canne di fucili si agitano in alto e verso terra. La scena è confusa. Adesso urlano tutti, mentre i video girati e apparsi sulla rete mostrano una rissa con gente che rotola a terra, altri che scappano, gridano. Arrivano altri coloni e altri palestinesi. I soldati veri, quelli in divisa, hanno già circondato il campo. Nuovi spari, ancora urla. Si conteranno due morti tra gli israeliani, quattro tra i palestinesi e altrettanti feriti.
“Vendetta” è la parola d’ordine. È ripetuta con rabbia contagiosa. Rimbomba in tutta la Cisgiordania. Viene vergata sui muri delle moschee date alle fiamme a Qusra, Sud di Nablus e a Kour, villaggio vicino a Tulkarem. È caduto un ufficiale di Tsahal, un israeliano. Il suo assassino è stato ucciso. Ma non basta. La voce è già arrivata a Gerusalemme. Il premier Benjamin Netanyahu ordina un’operazione su vasta scala in tutta la Cisgiordania. L’Idf irrompe nel villaggio di Tal, perquisisce 70 case, arresta 50 palestinesi. Altri 30 sono catturati nei blitz che si estendono all’area sotto controllo dell’Anp. Nella mappa pubblicata dal sito di Al Jazeera sono appuntati il numero e le località degli assalti dei coloni: 523 a Ramallah, 309 a Hebron, 349 a Nablus. Il record di 852 nel 2022 è schizzato a 1.828 nel 2025. Cinque attacchi al giorno. Si contano anche le vittime di questi raid devastanti: 1189 palestinesi uccisi, 13 mila feriti, 24 mila arresti dalla strage del 7 ottobre 2023. Il villaggio di Tal era stato preso di mira. Una settimana prima del nuovo assalto i coloni avevano dato fuoco a una casa con all’interno una famiglia. Gli abitanti erano riusciti a trascinarli fuori prima che bruciassero vivi. Anche i media devono fare i conti con le aggressioni. È accaduto a una troupe della Cnn e a un collega italiano de Il Post. Si rischia a seguire questa nuova offensiva dei coloni. Anche la Cisgiordania, come Gaza, è ormai vietata per chi fa informazione.
Mentre i coloni si scagliano su case, fattorie e campi coltivati, a Tel Aviv si analizzano i filmati dello scontro. Qualcuno dell’Idf comincia a mettere in dubbio la versione ufficiale. Il maggiore Yuval Ezra era ferito ma chi lo ha veramente ucciso? Comincia ad emergere una verità diversa. Imbarazzante. «Da un video che inquadra tutta la scena con quattro angolazioni diverse», scrive su X Danny Gallant, attivista israeliano di Peace Now che posta i filmati, «si vede chiaramente che dopo lo scontro fisico sia lo sceicco Farouk sia Mertz escono vivi, con le proprie gambe, dal terreno. Non si capisce chi sia l’assassino: lo sceicco Farouk o il compagno della folle milizia Gilad che gli era davanti?». Insomma, un fuoco amico. Ipotesi da verificare. Ma crea nuovo scompiglio e tensione.
La scena si ripete due giorni dopo, domenica 26 luglio, nel villaggio Khilat al-Hummus, sulle colline a sud di Ebron. Anche qui provocazioni e risse. L’Idf è preoccupata. Sottolinea che «ogni incidente mortale è iniziato dopo che i coloni sono entrati nei villaggi e provocano scontri». Raccontano al quotidiano Haaretz di essere in pochi: «Non possiamo fare molto. Restiamo semplicemente a guardare mentre si svolge». Una difesa che contrasta quanto denunciano gli osservatori esterni: i militari sono presenti per difendere i coloni. «Il rischio», ammettono all’Idf, «è che i palestinesi non restino più a guardare quando viene dato fuoco alle loro case e ai loro raccolti. Presto potrebbero smettere di dimostrare moderazione davanti ai roghi dolosi».
Ma il governo di Netanyahu non ha alcuna intenzione di frenare questi nuovi pogrom al contrario. L’obiettivo non dichiarato è occupare sempre più terra e ridisegnare i confini di Israele. Lo fa in Libano, in Siria, a Gaza, adesso in Cisgiordania. Si rischia di consegnare anche questa parte dei Territori a Hamas. Ai palestinesi ricorda la “Nakba”, la catastrofe del 1948, con 800 mila espulsi dalle loro terre con la forza. Riaffiora l’incubo del passato, proiettato nel presente. Imbarazzata e timida, tace anche la Eu. Preferisce “gestire” il problema degli insediamenti illegali piuttosto che “affrontarli” con gli strumenti di cui dispone. Non ha la forza per congelare l’accordo commerciale con Israele. Belgio, Olanda, Irlanda, Spagna e Slovenia insistono per le sanzioni. Germania e Italia restano contrarie per i loro sensi di colpa sull’Olocausto e perché, nel profondo, sostengono idealmente Netanyahu. Una settimana fa hanno discusso e votato. È mancata anche questa volta l’unanimità per agire. Tutto resta fermo mentre la Cisgiordania brucia.

(Matteo Masi – lafionda.org) – «La Coppa del Mondo non è in vendita». Leggendo le dure parole della UEFA contro l’ipotesi della FIFA di cedere quote delle proprie competizioni a investitori privati, è difficile non trovarsi d’accordo. Il monito dell’istituzione calcistica è assolutamente condivisibile: «Nel momento in cui investitori esterni [la finanza N.d.R.] acquisiranno quote di proprietà nelle competizioni Fifa,[..] Il rendimento commerciale diventerà un obbligo permanente. Le aspettative degli investitori diventeranno una pressione quotidiana. Da quel momento in poi, ogni decisione sul calendario internazionale, ogni decisione sui formati delle competizioni e ogni decisione che plasmerà il futuro del calcio non sarà più guidata da ciò che serve al meglio il gioco, ma da ciò che serve al meglio gli azionisti»
Siamo onesti: fa un po’ sorridere che a ergersi a paladini contro la mercificazione sia proprio la UEFA, un’istituzione che negli ultimi decenni ha ampiamente contribuito a trasformare questo sport in un’industria miliardaria, strizzando spesso e volentieri l’occhio a sponsor e pay-tv. L’ipocrisia di fondo è evidente. Ma in questo momento, a noi non interessa il pulpito, interessa il principio. E il principio che hanno espresso è ineccepibile e apre uno squarcio su una riflessione ben più profonda.
Proviamo a fare un esercizio mentale. Rileggiamo le dichiarazioni della UEFA sostituendo la parola “calcio” con “Stato”, e “Coppa del Mondo” con “Servizi Pubblici”.
Il concetto che ne emerge è tanto potente quanto, purtroppo, drammaticamente ignorato dalla società civile: il calcio non è in vendita, esatto, ma come non dovrebbe esserlo lo Stato.
È un paradosso. Si dimostra consapevolezza quando si tratta di difendere un gioco, comprendendo perfettamente che la logica del profitto ne distruggerebbe l’essenza, l’equità e la passione. Capiamo al volo che un fondo d’investimento non ha a cuore la bellezza dello sport, ma solo il proprio ritorno economico. Eppure, fatichiamo ad applicare questa stessa logica all’istituzione più importante di tutte, quella da cui dipende la nostra stessa vita quotidiana.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito – spesso in un silenzio rassegnato – alla progressiva svendita e privatizzazione del nostro patrimonio pubblico.
Esattamente come teme la UEFA per i calendari e i formati dei tornei, le decisioni sulla nostra salute, sull’istruzione, sulla sicurezza e sui servizi fondamentali hanno smesso di essere guidate da “ciò che serve al meglio i cittadini”, per piegarsi a “ciò che serve al meglio gli azionisti”.
I risultati di questa trasformazione sono sotto i nostri occhi:
La UEFA ci ricorda giustamente che il calcio è un «patrimonio costruito nel corso di generazioni» e che nessuna parte di esso dovrebbe essere ceduta a privati. La res publica, lo Stato sociale e i diritti fondamentali che i nostri nonni e genitori hanno costruito con fatica e sacrifici, lo sono infinitamente di più.
Se siamo disposti a fare le barricate per evitare che il calcio diventi un mero prodotto finanziario, forse è arrivato il momento di indignarci con la stessa identica passione per la svendita dei nostri diritti fondamentali. Riprendiamoci la consapevolezza che nemmeno il nostro futuro è in vendita.
La premier irritata chiede conto dell’attacco a FdI. La replica: “L’epiteto? Solo un rafforzativo”. Palazzo Chigi valuta una road map con gli alleati per scongiurare un Vietnam parlamentare

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – «I fascisti di Roma? Avrà pensato a Gasparri». La battuta sapida è di un big di Fratelli d’Italia, che chiede l’anonimato perché la linea ufficiale di via della Scrofa è troncare e sopire. Evitare di alimentare la bizza con gli azzurri, almeno pubblicamente. In privato è un altro discorso. Giorgia Meloni non ha gradito affatto la sortita di Antonio Tajani, che davanti ai senatori di FI, nella riunione dell’altro ieri a Palazzo Madama, ha apostrofato così gli alleati del primo partito di governo: «I fascisti di Roma li conosco bene, capiscono solo la forza». La premier da settimane si è resa conto che più della Lega, il grosso guaio è Forza Italia. È da lì che possono arrivare gli scossoni più forti. Teme che qualcuno voglia l’incidente. E l’uscita di Tajani, non confessata al bar a un commensale, ma proferita in una riunione ufficiale del gruppo, davanti a venti parlamentari, alimenta i sospetti.
È stato lo stesso Tajani però a chiarire alla premier che non ha in testa di seminare trappole. I due si sono sentiti di mattina, mentre la notizia rimbalzava di chat in chat. Nel primo pomeriggio, Tajani è stato visto a Palazzo Chigi. Sia dal giro di Meloni che da quello del vicepremier escludono un faccia a faccia sul punto. «Tajani a Chigi? Era lì nel suo ufficio di vicepresidente del consiglio», è la giustificazione. Sarà. Al telefono o di persona, altre fonti confermano il confronto, naturalmente «amichevole». Nel corso del quale, il ministro degli Esteri avrebbe spiegato alla premier che quel «fascisti» sarebbe stato solo «un rafforzativo» per un ragionamento. «Spiegavo che con questi rapporti di forza, sulle preferenze, è impossibile riuscire a convincere voi di FdI, visto che anche la Lega ha deciso di sostenerle».
Sarà bastato a convincere Meloni? Certo la premier non ha intenzione di gettare benzina sul fuoco. I tizzoni nella sua maggioranza si moltiplicano. Semmai, l’esigenza è opposta: provare a trovare qualche punto programmatico su cui far convergere tutti, per tirare avanti un altro anno scarso, evitando che qualsiasi norma si trasformi in un Vietnam. Solo nelle ultime due settimane, la coalizione si è sfarinata su: preferenze, intercettazioni, riforma della legittima difesa, Safe per il riarmo, da ultimo il riconoscimento facciale. Impraticabile continuare così. Da qui l’idea: chiedere agli alleati di segnalare nelle prossime settimane un paio di priorità a testa. Una sorta di «patto di fine legislatura». Certo, la premier conosce le difficoltà di Tajani a governare la nave azzurra. Dopo la burrascosa riunione di mercoledì, ieri il vicepremier ha ricevuto Stefania Craxi, avviando una chiamata con l’altro capogruppo, Enrico Costa. Segnale alle truppe parlamentari. Anche se gli eletti “tendenza Marina” lamentano che i due ex capigruppo, Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, presenzino ancora alle call di vertice per definire la linea.
Quanto a FdI, la legge elettorale con le preferenze resta l’assillo della premier, che più della sconfitta teme il pareggione, con l’abbraccio di FI e Pd. La minaccia delle urne anticipate, saltasse la riforma con il voto segreto bis alla Camera, resta sempre nell’aria. Ma è un’arma spuntata: perché con le votazioni al Senato in programma a settembre e la terza lettura a Montecitorio prevista in ottobre, tutti escludono le urne a dicembre: non si vota mai in piena sessione di bilancio. E anche il rischio che salti la pensione dei parlamentari (scatta ad aprile ‘27) è uno spauracchio sempre più leggero, come l’entità dell’emolumento: «Con il sistema contributivo attuale – calcola un deputato interessato – per chi ha una sola legislatura, parliamo di 800 euro netti…».
Scenari. Nell’incontro Trump – Netanyahu nasce un nuovo piano: continuare con i raid fino al collasso del regime

(di Marco Franchi – ilfattoquotidiano.it) – Mentre nel Golfo volano i razzi, nelle basi di Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait ci sono anche 700 militari italiani, e diversi assetti per la difesa aerea, tra cui anche caccia. La notizia, riportata ieri dal Giornale e poi da Repubblica, era stata comunicata senza grandi annunci dal capo di Stato maggiore in un’audizione in parlamento un mese fa, e infilata nelle pieghe del decreto missioni. Da metà marzo centinaia di militari hanno preso posizione in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo per fare scudo contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione. Su richiesta degli alleati, che sarebbe stata rivolta anche ad altri Paesi europei secondo quanto apprende il Fatto. Sono schierate batterie missilistiche Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. A operarli, 400 militari in Arabia e 300 tra Kuwait e Bahrein.
Sul sito del ministero la missione si chiama Task Force Air Arabia. È operativa dalla seconda metà di marzo, ma nelle ultime settimane più che mai, con l’espandersi dei raid incrociati tra Stati Uniti e Iran anche alle milizie alleate degli sciiti e ai Paesi della regione, la sua presenza assume contorni più complessi, proporzionali all’aumento del rischio di venire coinvolti in eventi bellici. Si spiegano forse anche così le decine di voli che da settimane fanno la spola tra le basi italiane affittate agli Usa e la regione del Golfo. A inizio marzo, i ministri Crosetto e Tajani hanno dichiarato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle monarchie arabe bersagliate dai raid di Teheran, ma non hanno mai comunicato cosa è stato concesso e tantomeno l’invio di nostri militari boot on the ground.
Intanto la guerra si scalda, ed evolve sempre di più verso uno stallo armato. Nessuno rivendica l’attacco di mercoledì contro due navi statunitensi nel porto egiziano di Damietta, una delle quali portava gas. L’Iran ha smentito, ipotizzando invece una false flag israeliana, gli Houthi dallo Yemen hanno declinato ogni responsabilità. L’Iran ha invece rivendicato attacchi contro la base aerea Usa di Ali Al Salem in Kuwait, in risposta ai pesanti bombardamenti americani di mercoledì notte, “due volte più intensi dei precedenti” ha detto una fonte Usa all’israeliano Jerusalem Post. Ancora gli Houthi hanno smentito di aver attaccato un’altra petroliera nello stretto di Bab el-Mandeb, che comunque dichiarano chiuso.
Nell’incertezza generale, Mohammed bin Salman a entrare con più decisione nella guerra a fianco degli americani (senza chiudere del tutto i canali diplomatici con l’Iran, tuttavia). Ieri Riad ha organizzato un incontro con 43 Paesi, più una delegazione dell’Unione europea, volta a creare una coalizione internazionale per la difesa dello Stretto di Hormuz. L’iniziativa si sovrappone a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Italia, Regno Unito, Germania e Francia, che però non è mai partita perché ammissibile solo in condizioni di pace. E il Golfo non le conosce più da mesi.
Il mistero più grande resta la strategia degli Stati Uniti nella regione. L’alternanza di raid e fasi di pausa, dove però si confrontano posizioni sempre più rigide da parte di Teheran e di Washington, è arrivata al punto di essere ormai “inefficace” per l’intelligence Usa. Troppo poco, ha fatto sapere ieri una fonte vicina all’ammiraglio della marina Brad Cooper, ripresa dal Wall Street Journal, perché Trump avrebbe interrotto la campagna militare su ampia scala troppo presto, dopo l’incidente dell’elicottero abbattuto. Tutto questo mentre nessuno smentisce più il problema degli arsenali degli Usa: il capo del Pentagono Pete Hegseth si è rivolto a startup della Silicon Valley per ovviare alle lentezze di produzioni dei Patriot e dei Tomahawk sganciati in quantità nei cieli del Golfo.
Questa situazione potrebbe durare ancora per mesi. Anzi, potrebbe essere questa l’ultima strategia rimasta a Donald Trump. Secondo i retroscena pubblicati sulla stampa israeliana e americana, Trump si sarebbe convinto che continuare con la pressione economica e militare sull’Iran, con raid sporadici e costi giudicati moderati sui mercati alla lunga farà crollare il regime di Teheran.
Sceneggiata. Il deputato le manda in procura. Ma la destra chiede lo stop a Fontana: “Sono delicate”. Scontro col presidente della Giunta

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Quelle chat tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e l’ex prestanome del clan Senese Mauro Caroccia non devono uscire. Devono essere bloccate. Per evitare un paradosso in cui si infilerebbe la destra: ritrovarsi le conversazioni sui giornali, ma comunque non utilizzabili dai magistrati di Roma. Si dovrebbe decidere lunedì in una giunta per il Regolamento convocata dopo l’aula: se la maggioranza voterà “no” alla visione delle chat (quasi certo), l’aula tra lunedì e martedì potrà votare per negare ai pm la consegna delle conversazioni. E tutto finirà nel niente, comprese le conversazioni tra Delmastro e Caroccia che, a sorpresa, ieri l’ex sottosegretario alla Giustizia (che è stato visto entrare a via della Scrofa) ha consegnato ai pm di Roma. Una mossa comunicativa di Fratelli d’Italia decisa per evitare le accuse di voler “nascondere qualcosa”: visto che tanto le chat non si possono usare, tanto vale darle ai pm, è il ragionamento dei vertici del partito. Anche se in serata il presidente della Giunta per le Autorizzazioni Devis Dori non ci sta e decide di disattendere la decisione di Fontana di bloccare l’accesso.
La giornata inizia con uno slittamento già ventilato nella serata di mercoledì. Nella conferenza dei capigruppo, il presidente della Camera Lorenzo Fontana consegna la lettera ricevuta alle 7.51 del procuratore di Roma Franco Lo Voi con allegato un dischetto con la memoria dell’avvocato di Caroccia che contiene le chat. Nella lettera, il procuratore scrive che le chat sono essenziali e servono come garanzia di difesa ma anche che Delmastro si è detto pubblicamente d’accordo a farle leggere. Si discute. Fratelli d’Italia e Forza Italia vogliono votare subito in aula, disinteressandosi della nuova richiesta dei pm. Le opposizioni chiedono di passare dalla giunta per le Autorizzazioni. Fontana non può fare altrimenti. Forza Italia non ci sta: “È una procedura anomala – attacca il capogruppo Enrico Costa – non è possibile riaprire l’istruttoria solo perché la Procura pensa di mandare ulteriori documenti”. La lettera col dischetto viene messa in cassaforte: nessuno può accedervi. Si parla di un rinvio a settembre. Ma così non è. Perché dopo l’aula della Camera, il presidente della Giunta per le Autorizzazioni Devis Dori (Alleanza Verdi e Sinistra) decide di fare un tentativo: nell’ufficio di presidenza dà a tutti i componenti della giunta la possibilità di visionare le chat a partire dalle 10 di oggi. Ancora una volta la maggioranza dice “no”. I capigruppo scrivono una lettera a Fontana: “Riterremmo opportuno – scrivono nella missiva letta dal Fatto – che sul punto prima di consentire l’accesso alla medesima messaggistica si possa esprimere la Giunta per il Regolamento”. Perché? “Il citato materiale – scrivono i deputati di maggioranza – del quale si disconosce persino l’autenticità, fa riferimento a questioni particolarmente delicate che attengono alle prerogative parlamentari della Camera”. E anche per evitare “un precedente”. Non è un caso che poche ore dopo, prima di cena, Fontana scriva a Dori per bloccare tutto. Giunta per il Regolamento convocata lunedì e visione delle chat sospesa. Lui però fa sapere di voler disattendere la decisione aprendo uno scontro istituzionale.
Che è anche sui precedenti studiati dal presidente della Giunta per le Autorizzazioni in cui il materiale aggiuntivo alla richiesta di autorizzazione può essere visionato come allegato. Successe già un anno fa per il caso Almasri e nel 2011 per il caso Ruby, con Pier Luigi Castagnetti presidente della Giunta, quando i pm di Milano allegarono i verbali di perquisizione, le intercettazioni delle olgettine e altri documenti sequestrati sulle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi. Furono analizzate, anche se la Giunta poi votò per respingere la richiesta su Berlusconi. In serata il colpo di scena: Delmastro consegna le chat perché non ha “nulla da nascondere”, dice. E ancora: “Spero che ora cessino le inaccettabili strumentalizzazioni di una certa politica che ha provato a rimestare nel torbido e ha alzato solo fango, pur non essendo indagato”. Ma le conversazioni restano segrete: FdI non cambierà il voto in aula perché, è la versione, non si può acquisire tutto.