La Rai censura Report per “tutela”. Stop alle repliche estive di Ranucci. L’attentato. Col pretesto dell’inchiesta su Lavitola, la destra corona il sogno di cancellare le inchieste più seguite (e più odiate)

(estr. di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – […] Per tutelare Report cancellano le repliche. Questa la situazione paradossale che si è creata intorno al programma di Sigfrido Ranucci, il più visto della tv italiana con riconoscimenti anche internazionali. Ieri la Direzione approfondimento della Rai ha cancellato le nove repliche estive che sarebbero dovute iniziare domenica 12 luglio. Repliche che negli anni passati hanno subìto già diversi tagli, da 16 a 12 per arrivare a 9, ma registrando sempre ottimi risultati di share. Si tratta della rimessa in onda di alcune delle puntate più seguite della passata stagione, tutte già su Raiplay.
[…]La decisione è legata al caso Ranucci-Lavitola scoppiato negli ultimi giorni, con il faccendiere ora ristoratore accusato di essere il mandante della bomba esplosa nell’ottobre scorso davanti l’abitazione del giornalista. E la decisione del vertice Rai, presa dopo una telefonata tra l’ad Giampaolo Rossi e il direttore dell’approfondimento Paolo Corsini, arriva dopo le parole di quest’ultimo di mercoledì scorso, che per la prima volta aveva evocato la possibilità di un Report senza Ranucci. “È un brand importante della Rai che va avanti lo stesso, con o senza Ranucci. Il programma può anche essere condotto da qualcun altro…”, le parole di Corsini poi seguite da una flebile smentita. “In attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto Ranucci, abbiamo ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive di Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico”, recita la nota dell’approfondimento.
Insomma, per tutelare il programma lo si cancella, lasciando oltretutto un buco in palinsesto. Che ha scatenato reazioni a catena, dall’Usigrai al Cda Rai. “A meno che non si tratti di puntate connesse all’indagine in corso, il provvedimento sembra solo una punizione che vuole soddisfare le richieste giunte a gran voce da una parte politica. La visione di Report non ‘nuoce gravemente alla salute’. Noi vogliamo chiarezza, non vendette o censure”, è il comunicato dei tre consiglieri di opposizione Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro. La vicenda assume toni inquietanti anche alla luce del fatto che da FdI in queste ore è stata chiesta un’indagine interna in Rai, in particolare su una frase buttata lì da Corsini nella famosa conversazione: “Chi aveva problemi con Report andava a mangiare nel ristorante di Lavitola”.
[…] Una richiesta di chiarezza giunta anche dai consiglieri di maggioranza Simona Agnes, Federica Frangi e Antonio Marano. Insomma, lo scontro dentro e fuori la Rai è totale ed è soprattutto politico. “Apprendo con sconcerto che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose e assurde congetture veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da ricostruzioni giornalistiche per sospendere le repliche di Report. Siamo alla delegittimazione nei miei confronti e dei miei giornalisti”, osserva amaramente Ranucci. Parole cui seguono quelle della redazione di Report. “È una censura senza precedenti. Riteniamo la decisione lesiva del nostro lavoro e temiamo possa preludere a una nostra cancellazione in vista della prossima stagione”, recita un comunicato dei giornalisti. Che mettono in relazione la cancellazione all’indagine interna chiesta da FdI e a un articolo di Libero così titolato: “La Rai non ferma Report, va in onda Tele-Lavitola”. Sabato 19 luglio, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, sarebbe dovuta andare in onda la puntata di Paolo Mondani sulle “Piste nere”, in cui si rileggono le stragi di Falcone e Borsellino e le bombe del 1993 ipotizzando legami col mondo dell’eversione nera. E proprio domenica 19 a Palermo Gioventù nazionale, il movimento giovanile di FdI, ha organizzato un convegno dal titolo emblematico: “Pista nera, depistaggio rosso” dove saranno presenti diversi esponenti anche nazionali del partito meloniano.

(Andrea Zhok) – Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte è un olandese, membro del partito liberale, che negli ultimi tempi si è distinto per uno stile politico e comunicativo peculiare.
È un europeo che si congratula con sé stesso quando proclama che “Gli ordini bellici degli alleati Nato danno lavoro a 200mila statunitensi”, non vedendo in ciò niente di strano.
È uno che vi spiega compunto quanto “sia giusto che il supporto chiave dagli Stati Uniti all’Ucraina sia pagato dai canadesi e dagli europei.”
È uno che quando gli chiedono conto delle guerre offensive della Nato in Libia e in Iraq non fa un plissé e assicura tutti sorridente che “la NATO è qui per difendere.”
È uno che chiama Donald Trump “papino” (Daddy) e che si addolora sinceramente quando deve riportargli, con voce sommessa, che alcuni stati europei non si sono sdraiati nel supporto ai bombardamenti americani sull’Iran: “So che ci sono stati casi isolati dei quali sei davvero deluso.”
Rutte è in effetti una figura dello spirito. Rutte è uno che fa sembrare il mitico geometra Calboni un campione di dignità.
Con quella faccia che trasuda mediocrità, con quell’eloquio untuoso e spiaggiato, con l’assoluta serenità con cui si accuccia e si dedica con vigore a compiacere il padrone, è l’emblema di qualcosa di profondo nelle odierne classi dirigenti occidentali.
Noi siamo nati e cresciuti con un immaginario nutrito da personalità storiche di cui riconoscevamo la fermezza dei principi, magari principi altamente discutibili, magari principi distruttivi, e tuttavia principi, posizioni ideali cui nessuno poteva negare una (talvolta tragica, talvolta odiosa) dignità.
Che si parli di Fidel Castro o di Mao Tse Tung, di Adolf Hitler o di Winston Churchill, di Togliatti o di De Gasperi, di Che Guevara o di Garibaldi, ecc. ci si poteva azzannare sulle idee di cui erano portatori, odiarle o amarle, ma nessuno dubitava che fossero tutti personaggi dotati di una spina dorsale, di una volontà, di una coerenza.
Spesso ci sono state presentate le epoche passate, in cui prevalevano forme monarchiche o imperiali, come ordinamenti che favorivano l’adulazione dei cortigiani e con ciò impedivano il riconoscimento del merito.
Al contrario, ci siamo rappresentati la modernità liberale come il luogo dove finalmente l’individuo con la sua dignità, il suo pensiero, le sue idee, la sua capacità di innovazione poteva farsi strada e trovare riconoscimento.
Ecco, la schietta verità, verità incarnata in modo esemplare da una figura come l’attuale Segretario della Nato, è che il nuovo sistema di potere che il liberalismo ha portato alla luce ha incoronato e immortalato una nuova deflagrante forma di SERVILISMO.
Questo sistema di potere, non aristocratico, ma plutocratico, ha modellato la società sull’idea che servire bene il pilota automatico del sistema è, per definizione, bene. Perciò delle idee, delle personalità, della coerenza, del rigore non interessa più niente a nessuno; sono atavismi, residui di epoche passate.
La qualità che viene oggi più ampiamente riconosciuta, più premiata, più accreditata, nelle aziende private come nelle istituzioni accademiche, nei partiti politici come negli uffici pubblici, è esattamente questa, il servilismo.
In prima istanza ad essere coltivata è innanzitutto la virtù di essere un buon ingranaggio, una leva, un servo-sterzo che si adegua a tutto senza alzare la testa.
In seconda istanza, per i più brillanti e promettenti, per i più “proattivi”, si persegue lo schietto talento prostitutivo, la capacità di “venire incontro ai desideri” del capo, del cliente, di chiunque abbia un qualche potere.
Un simile sistema, ovviamente, non produce più niente di nuovo, niente di originale, niente di significativo, in nessun campo (e se lo fa, si tratta di un incidente che viene messo sotto il tappeto). E intanto noi continuiamo a vivere nella paradossale illusione di essere la civiltà del merito, dell’individuo, dell’originalità, mentre abbiamo trasformato la grande civiltà che fu in un immenso pollaio di venditori di fuffa, escort, quaquaquraquà che come lo metti sta, leccaculo assortiti, e Rutte.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Prima di commentare il “caso Ranucci-Lavitola” abbiamo atteso di capirci qualcosa. Ma più passano i giorni e meno si capisce. Intanto si è già perso di vista il focus: chi ha piazzato la bomba sotto casa Ranucci il 16 ottobre 2025 e perché. Dal polverone politico-mediatico, si direbbe che non si volesse eliminarlo fisicamente, ma sputtanarlo, minando la credibilità sua e di Report. Che ha sempre […]
(dagospia.com) – Se oggi l’autocrate russo, alle prese da quattro anni con una guerra che sognava di chiudere in tre settimane, si trova in difficoltà (alla perdita del suo cavallo di Troia nell’UE, l’ungherese Viktor Orban, si aggiunge la fronda dei vertici militari e di tanti oligarchi), il Caligola della Casa Bianca sta attuando ciò che la destra neoconservatrice americana più nazionalista aveva auspicato durante il primo mandato di George W. Bush quando si parlò apertamente di “Eurominaccia”.
Al di là delle varie e avariate indiscrezioni, il piano trumpiano per destabilizzare l’UE viene alla luce con la pubblicazione degli Epstein files. In una mail dell’8 marzo 2018, Steve Bannon, uno dei principali ideologi del movimento sovranista e populista MAGA, scrive al finanziere pedofilo: “Sto andando a Milano adesso per incontrare Salvini. Sembra che stasera Grillo e domani Roma e Berlusconi e 5 Stelle’’.
Un messaggio che restituisce l’immagine di una vera e propria missione politica nel nostro Paese, nel pieno delle consultazioni seguite alle elezioni politiche.
Tra le email finite agli atti ce n’è una, risalente alla primavera del 2019, alla vigilia delle elezioni europee, in cui, Bannon risponde a Epstein scrivendo: “Sono concentrato solo sul raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidarsi con liste complete”.
Il nome di Matteo Salvini ricorre più volte nello scambio di messaggi, inserito in quello che appare come un disegno più ampio di costruzione di relazioni con le destre e i movimenti populisti europei, dal britannico Farage allo spagnolo Vox, fino ai nazi-tedeschi Afd.
Tra le mail compare anche un messaggio dell’8 settembre 2018, inviato da una persona di identità non nota, che scrive a Bannon: “Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini”. La risposta dell’ex stratega di Trump, reduce da un incontro con l’allora ministro dell’Interno, è lapidaria: “Viceversa”.
L’11 maggio 2019 è lo stesso Epstein a suggerire a Bannon una linea strategica: “Suggerisco di concentrarsi sull’Europa. Salvini, Orbán, il movimento”. In seguito Bannon scriverà che Salvini è pronto “a far cadere il governo”. La cosiddetta “crisi del Papeete” risale all’agosto di quell’anno.
Nemmeno il Covid ferma i MAGA di Trump dal portare avanti la destabilizzazione della vecchia Europa, ‘’scroccona’’ e ‘’parassita’’. E’ il 16 settembre 2022 quando Mario Draghi, giunto alla fine del suo ‘’governo di unità nazionale” (con FdI, unico partito all’opposizione), si toglie qualche macigno dalle scarpe e li lancia l’idiota opposizione del M5s di Conte all’inceneritore romano fino alla sfiducia di Lega e Forza Italia, morti di paura dell’ascesa-boom nei sondaggi di Fratelli d’Italia).
“La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati”, tuona nell’aula il premier in uscita. E aggiunge: “È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti…”.
Con chi ce l’avesse MarioPio, non è mai stato chiarito, ma quella frase, da allora, rimbomba nelle orecchie di tanti che nei Palazzi romani sostengono che al Papeete più che il mojito potè la vodka…
Dalle complottistiche mail tra Epstein e Bannon del 2019 per “alimentare” finanziariamente le forze sovraniste europee, diffondendo le posizioni politiche di Washington, alla Conferenza di Sicurezza di Monaco del 2025 in cui il trumpismo anti-EU esce sfacciatamente allo scoperto con J.D. Vance.
Il vicepresidente degli Stati Uniti, che si divide con Bannon la leadership del movimento MAGA, tiene un discorso con cui accusa i leader dell’UE di “tradire i valori condivisi con gli Stati Uniti”, denunciando la presunta erosione della libertà di espressione e l’incapacità di gestire l’immigrazione.
Pochi giorni dopo, Vance incontra Alice Weidel, leader dell’estrema destra tedesca AfD, legittimandola sulla scena internazionale a pochi giorni dalle elezioni. Elon Musk, allora stretto alleato di Trump, rincara la dose, promuovendo pubblicamente, soprattutto attraverso il suo social X, il partito post-nazi.
Il piano MAGA per disgregare l’ordine europeo si delinea quando il ‘’Financial Times’’ rivela che nel dicembre 2025 la funzionaria del Dipartimento di Stato americano Sarah Rogers atterra a Londra per incontrare Nigel Farage, il Vannacci inglese che guida il partito Reform Uk, finito recentemente indagato per 5 milioni di sterline in criptovalute mai dichiarati e un impero immobiliare acquistato in contanti
‘’Gli sforzi dell’amministrazione Trump hanno nel mirino l’Online Safety Act britannico e il Digital Services Act dell’Unione Europea, due norme diverse ma considerate dalla Casa Bianca come “schemi normativi” che cercano di attaccare la libertà di parola, l’industria americana e l’indipendenza del settore tecnologico”, scrive “FT”.
Il quotidiano economico-finanziario inglese aggiunge che, per diffondere e difendere le posizioni politiche trumpiane nel vecchio continente, Washington non fa mancare il “carburante” ai partiti europei cari alla “rivoluzione” MAGA, attraverso doviziosi dispiegamenti di denaro.
Secondo un’altra fonte citata da “FT”, Sarah Rogers dispone di fondi segreti per finanziare organizzazioni europee per indebolire le politiche governative. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha descritto il finanziamento come un uso “trasparente e legale delle risorse per portare avanti gli interessi e i valori americani all’estero” in vista delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti d’America e parlare di un fondo segreto è “completamente falso”.
La Rogers in dicembre oltre Londra ha fatto tappa anche a Parigi, Roma e Milano nell’ambito di quello che aveva definito un “tour sulla libertà di parola”. Al termine del quale, milioni di donazioni anonime hanno arricchito le casse dell’estrema destra europea con quasi mezzo miliardo di contributi non pubblici di cui non si ha traccia.
All’irresistibile ascesa dell’ultra-destra di Vox in Spagna e di Afd in Germania, l’Italia presieduta a Palazzo Chigi dall’Armata Branca-Meloni delude talmente le aspettative economiche della Starlink di Elon Musk e soprattutto quelle politiche della Casa Bianca, fino al punto di assistere basiti allo sfanculamento coatto tra gli ex amici Trump e Meloni.
Al macero il rapporto con Fratelli d’Italia, sgretolatesi la Lega, entra in campo, carico di munizioni, l’ex vicesegretario di Salvini, il generale Robertino Vannacci.
Passano appena 72 ore da un’intervista di Steve Bannon a ‘’Repubblica’’ in cui dà della traditrice a Meloni, ai suoi occhi “ormai diventata una globalista totale” succube “di Nato e Ue”, e l’ex generale della Folgore lascia il posto di vice-segretario della Lega, su cui era salito forse per scalarlo, sicuramente per farsi eleggere europarlamentare e costruire la sua rete di relazioni e di alleanze internazionali.
Conclude “La Stampa”: “L’Afd alleato con Vannacci è la scommessa di Bannon. I punti nel programma sono gli stessi: remigrazione, fine del sostegno all’Ucraina. Più in generale: implosione dell’Unione europea”.
Futuro Nazionale, il partito creato in quattro e quattr’otto all’inizio dello scorso giugno a Viareggio, non è un fuoco di paglia, fin dall’inizio macina consensi, cresce nei sondaggi e lo fa cavalcando proprio le falle della gestione del centrodestra sulla sicurezza e l’immigrazione.
Ormai i dati dei sondaggi rilevano che ogni 15 giorni Vannacci sale di un punto ed oggi è al 6%, sorpassando il Carroccio di Salvini; e sono tanti che scommettono che nei prossimi mesi arriverà al 10% superando pure Forza Italia.
Nello stesso tempo, comincia a ricicciare la domanda che alla fine degli anni ’60 campeggiò sulla prima pagina dell’”Unità” a proposito dell’esplosione alla sinistra del Pci di gruppi extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, etc: “Chi li paga?”.
Naturalmente Vannacci, che è stato addetto militare per la Difesa presso l’ambasciata italiana a Mosca dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022, il cui suocero era un militare romeno durante l’era sovietica e la dittatura di Ceausescu, ha smentito categoricamente di ricevere finanziamenti dal Cremlino o da oligarchi russi, rispondendo con ironia e affermando che non possiede “alcuna villa in Crimea” e che i conti di Futuro Nazionale, sono interamente trasparenti e tracciati.
In soli quattro mesi dalla fondazione, il partito ha incassato circa 344.000 euro da una quarantina di sostenitori privati. I documenti ufficiali mostrano contributi da imprese edili e immobiliari, compagnie petrolifere, aziende di trasporti, un commerciante di carciofi romani, produttori vinicoli, un consorzio di imprese specializzato nel Superbonus 110 per cento e persino un noto orologiaio influencer.
In barba a questi quattro spiccioli, la sede romana di Futuro Nazionale è stata inaugurata nella centralissima via in Lucina 17, a pochi passi dalla Camera dei Deputati, in un palazzo che storicamente ospita gli uffici di Forza Italia.
Qualche giorno fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che già nel 2023, quando uscì il libro “Il mondo al contrario”, voleva cacciare dall’esercito Vannacci ma fu costretto a rinculare dai post-missini di via della Scrofa, in un’intervista se ne esce con questa frase sibillina: “Propongo da sempre un accordo per difendere la democrazia. E penso che andrebbe fatto sottoscrivere a tutti. Vannacci credo che lo firmerebbe. Non mi risulta che ci siano mai state segnalazioni su di lui…”
È notizia di ieri l’indagine autorizzata dal Parlamento europeo contro il gruppo “Europa delle nazioni sovrane” (ESN), di cui fanno parte Futuro Nazionale e Afd, il movimento post-nazista tedesco, che come Vannacci ha una linea pesantemente pro-MAGA, per verificare da dove arrivino le fonti di finanziamento e certificare la conformità del gruppo ai valori dell’Ue.
Un “warning” sul piano in atto di destabilizzazione dell’ordine europeo, un avvertimento che potrebbe non essere l’unico arrivato in queste ore…
Il conduttore: “La Rai ha deciso di utilizzare vergognose congetture”

(ansa.it) – “Apprendo con sconcerto e con preoccupazione per l’informazione tutta che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose congetture, assurde, che sono state veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da alcune ricostruzioni giornalistiche, per sospendere le repliche estive di puntate di inchiesta di Report già trasmesse”.
Lo afferma Sigfrido Ranucci in una nota diffusa dall’avvocato Roberto De Vita. “Sospensione – aggiunge – con una motivazione che afferma esattamente il contrario: questa non è la protezione del ‘patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico’ e della trasmissione, ma è la delegittimazione non solo della mia persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti che in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l’informazione e la democrazia”.
“In attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci”, la Direzione Approfondimento della Rai “ha ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive della trasmissione televisiva Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico”. Lo annuncia l’azienda in una nota. “Resta fermo l’appuntamento con la nuova stagione di Report, che tornerà in onda a partire dal prossimo mese di novembre”, conclude la nota.

(di Pietro Navarra – ilsole24ore.com) – Tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso 441.000 giovani. Non sono partiti e poi rientrati: sono andati via e non sono più tornati. Il dato, calcolato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) al netto dei rientri, fotografa un fenomeno più ampio: negli ultimi tredici anni sono stati 630.000 i ragazzi tra i 18 e i 34 anni ad aver lasciato i confini nazionali. Non si tratta più di un’emergenza congiunturale, ma di un tratto ormai strutturale della demografia italiana.
A pagarne il prezzo, per primo, è il tessuto imprenditoriale. In uno studio pubblicato nel 2023 sull’American Economic Journal: Applied Economics, firmato da un gruppo di economisti italiani, è stato calcolato che un aumento dell’1,7% nell’emigrazione dalla popolazione in età lavorativa di un comune italiano si traduce in un calo del 4,8% nella nascita di nuove imprese. Ma non è solo una questione di numeri. Chi parte, spiegano i ricercatori, porta con sé proprio le caratteristiche che servono per fare impresa: elevato grado di istruzione, giovane età, propensione al rischio. Restano gli altri. Ed è una selezione che impoverisce chi rimane, senza nemmeno il beneficio compensativo che ci si aspetterebbe: lo studio dimostra che l’emigrazione non ha portato né più occupazione né salari più alti per i residenti, mentre la domanda di lavoro complessiva è addirittura diminuita.
Se si guarda alla mappa dell’Italia, la frattura è netta. Un’elaborazione de Il Sole 24 Ore su dati Istat raccolti tra il 2019 e il 2026 mostra che le contrazioni più forti della popolazione tra 18 e 35 anni si concentrano nel Mezzogiorno, con punte superiori al 12% in diverse aree del Sud. E non si tratta solo di quantità, ma di qualità: secondo lo Svimez, oggi circa il 60% dei giovani che si spostano è laureato, contro meno del 20% di inizio anni Duemila. Chi parte, quindi, è sempre più spesso chi il territorio avrebbe più bisogno di trattenere.
Il CNEL ha provato a mettere un prezzo a tutto questo. Nel periodo 2011-2024, la perdita economica nazionale legata al capitale umano fuoriuscito dall’Italia ammonta a circa 160 miliardi di euro. Ma il salasso comincia prima ancora di attraversare i confini: il Mezzogiorno, secondo la stima, “sussidia” il Centro-Nord con 148 miliardi di euro in capitale umano, perché molti giovani si trasferiscono lì, prima di un’eventuale partenza definitiva verso l’estero.
Nel corso degli anni, i governi hanno provato a correre ai ripari, soprattutto nel Mezzogiorno: sgravi fiscali, finanziamenti a fondo perduto per chi rientra, incentivi per chi è tentato di partire. Misure numerose, spesso corpose nelle risorse stanziate. Ma altrettanto imponente, a guardare i risultati, è il loro fallimento: i giovani continuano ad andarsene dal Sud. Il problema è che questi strumenti di policy non intaccano le cause reali della fuga. Le indagini sono concordi da anni: si parte soprattutto per mancanza di prospettive di carriera e di un’occupazione adeguata. E se le condizioni di base restano immutate, nessun bonus può creare da solo posti di lavoro stabili, né offrire percorsi di crescita professionale.
Uno degli esempi più eloquenti arriva dalla misura fiscale tra le più generose mai introdotte su scala nazionale per i lavoratori impatriati: taglio del 50% delle tasse sul reddito da lavoro dipendente o autonomo per cinque anni, che sale al 60% per chi ha figli a carico. Uno strumento che forse in parte funziona, ma non lì dove dovrebbe servire di più. I rientri si concentrano nelle regioni economicamente più forti: la Lombardia che guida la classifica, trainata da Milano come hub finanziario e delle multinazionali; segue il Lazio, con Roma come principale polo di attrazione; a completare il quadro, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, sorretti da un tessuto industriale e manifatturiero tra i più solidi del Paese. Nel Mezzogiorno, dove pure non mancano misure aggiuntive di vantaggio fiscale e di finanziamenti a fondo perduto, i numeri assoluti dei lavoratori rientrati restano di gran lunga inferiori a quelli del Nord.
La conclusione, per chi analizza questi dati, è netta: le politiche adottate hanno fallito perché agiscono sul lato sbagliato del problema. Gli incentivi finora usati puntano sull’“offerta”, cioè puntano sul convincere il singolo giovane a restare o a tornare. Il problema, invece, è dal lato della “domanda”: mancano i posti di lavoro qualificati da occupare. Non a caso la riduzione delle tasse per i lavoratori impatriati premia soprattutto Lombardia, Lazio e le regioni del Nord, dove il tessuto produttivo esiste già e non il Sud, dove esso manca.
La strada giusta è dunque spostare il baricentro delle scelte policy dall’offerta alla domanda: creare un contesto economico e sociale capace di attrarre investimenti produttivi, che a loro volta genereranno posti di lavoro stabili e qualificati. I giovani non partono per mancanza di sconti fiscali, ma per mancanza di lavoro. E sono le imprese, non i governi regionali o locali, a offrire opportunità occupazionali qualificate e durature. Questi ultimi, invece di bonus e finanziamenti a pioggia, dovrebbero concentrarsi affinché si possa trovare anche nel Mezzogiorno un’ambiente economico e sociale idoneo alla nascita e alla crescita di realtà imprenditoriali.
Servono, quindi, misure di contesto che rendano attrattivo un territorio a chi crea ricchezza e posti di lavoro: politiche di filiera concentrate su pochi settori invece di incentivi generalizzati; stabilità normativa pluriennale che dia certezza alle imprese; investimenti in infrastrutture e servizi collettivi; rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali, riduzione dei costi burocratici che si frappongono all’esercizio della capacità di impresa; investimento in tecnologia e capitale umano.
È certamente un cambio di paradigma più lento di un bonus fiscale. Ma è l’unica strada percorribile per lo sviluppo del Mezzogiorno, dopo troppe occasioni mancate e troppe risorse sprecate.

(Francesco Cancellato) – Lo ammettiamo: questa vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci è un gran casino. E non ci vogliamo avventurare in ipotesi e congetture che lasciano il tempo che trovano. Soprattutto nella situazione attuale, in cui ancora non è chiaro né il mandante, né tantomeno il movente.
Però, cinque o sei cose si possono comunque mettere a terra, per evitare che questa vicenda diventi l’ennesimo regolamento di conti all’italiana, quando basta il venticello della calunnia, o anche solo quello dell’insinuazione, per accendere le macchine del fango, per regolare i conti, per sbarazzarsi dei nemici.
Prima cosa: Sigfrido Ranucci è la vittima, in questa storia. Era sua l’auto sotto cui è stata messa della gelatina da cava, un esplosivo ad alto potenziale usato generalmente dalla criminalità organizzata per uccidere. Ed erano lui e sua figlia le persone che hanno rischiato di rimanerci secche, quando quella bomba è esplosa.
Seconda cosa: Valter Lavitola non è (ancora) il mandante dell’attentato a Ranucci. Ci sono indizi su di lui, cose che non tornano. Ma allo stato attuale è un semplice indagato, una suggestiva ipotesi investigativa, visti i precedenti del personaggio, l’amicizia tra i due, rivendicata da entrambi. Tuttavia, non ci risultano confessioni o conclamate evidenze, allo stato attuale. Quindi, calma e gesso.
Terza cosa: oltre a non esserci un mandante, non c’è nemmeno un movente. Certo, Lavitola parla delle sue idee su una possibile candidatura di Sigfrido Ranucci, lo blandisce come potenziale leader politico. Ma anche qui: non ci risulta che i morti possano essere candidabili. E gli inquirenti accusano Lavitola di tentata strage, ricordiamoci pure questo.
Quarta cosa: Ranucci, dopo la bomba, non si è candidato da nessuna parte. Non ha lasciato Report, non ha usato l’attentato per ergersi a leader politico e il suo nome non è mai uscito in nessuna discussione su un eventuale leader di centro sinistra. Ci fosse, o ci fosse stato, un progetto politico, qualche evidenza di quel progetto sarebbe dovuta emergere, no?
Già che ci siamo: non c’è ancora né un mandante, né un movente, ma già c’è chi come il direttore degli approfondimenti Rai Paolo Corsini, il datore di lavoro di Ranucci, dice che “Ranucci dovrà chiarire”. E ci sono colleghi come il direttore di Libero Alessandro Sallusti che da giorni spingono perché la Rai sollevi Ranucci dalla conduzione di Report Insomma: se c’è un progetto politico in campo, per ora, è quello di chi vuole veder rotolare la testa di Ranucci.
E per come si stanno mettendo le cose, sembra essere un progetto ben avviato.

(Tommaso Merlo) – Quando gli Stati Uniti verranno sconfitti, il mondo intero tirerà un sospiro di sollievo. Perché sono loro la causa principale dei mali del pianeta e noi inutili servi insieme a loro. Altro che leader del mondo libero, boss del mondo arrogante ed ipocrita che da decenni colleziona guerre disastrose spargendo caos, ingiustizia e dolore. In nome della difesa quando siamo noi occidentali che aggrediamo gli altri. In nome della sicurezza quando siamo noi l’unica vera minaccia. Ci spacciamo come paesi modello quando siamo regimi lobbistici corrotti anche moralmente fino al midollo persi in una guerra ormai permanente. Negli Stati Uniti la degenerazione è tale da essere più palese. A comandare davvero sono gruppi di potere che hanno i miliardi per comprarsi la politica e l’informazione mainstream oltre che la dignità umana. Già, hanno perfino ucciso la vera democrazia e il vero giornalismo. La lobby della guerra spadroneggia nei palazzi governatici così come alla Nato e ha un potere tale da piegare i paesi membri ai suoi deliri bellici sottraendo miliardi anche quando i cittadini sono alla canna del gas. È cronaca e davvero impressionante. Hanno perfino smesso di inventarsi casus belli credibili e le cifre in marchingegni di morte hanno raggiunto livelli senza precedenti. Ci spacciamo come paesi modello quando in realtà i cittadini votano diverse facce dello stesso sistema guerrafondaio in cui i politicanti hanno il compito di depredare i bilanci pubblici per riempire gli arsenali e trovare panzane per svuotarli mentre la lobby ingrassa ed i giullari mainstream rassicurano le masse che va tutto bene e non ci sono alternative. E ne hanno ben donde perché da sto delirio bellico ne usciremo solo quando i cittadini riscopriranno la verità e il proprio ruolo democratico e si rimboccheranno le maniche per cambiare. Negli Stati Uniti la degenerazione è tale da essere più palese che da noi. Una giungla di mercato che ha infestato tutto, anche cuori e cervelli. Per la lobby della guerra e delle armi basta che si spari scuole comprese, per altre lobby come quella nazi sionista vanno invece presi di mira i loro nemici. È cronaca e davvero impressionante. Miliardi per comprarsi ogni centimetro quadrato del Congresso, una presidente amico intimo dell’agente Epstein e media mainstream a spacciare per decenni i nazi sionisti come vittime e i palestinesi e tutti gli arabi come aggressori. Un ribaltamento propagandistico davvero impressionante anche per vastità e durata. Decenni di persecuzione ed apartheid spacciati come legittima difesa, decenni di crimini atroci nella totale impunità e di recente pieno appoggio politico, economico e militare al genocidio del secolo oltre che all’aggressione illegale di altri paesi con l’apoteosi finale in Iran. E qui qualcosa sta andando storto. L’Iran non ha ceduto all’immane bombardamento nemico e alle minacce e al contrario ha contrattaccato mentre le insurrezioni interne pilotate dai servizi sono state calpestate da folle di orgoglio persiano. Il sogno nazi sionista rischia di trasformarsi in un incubo e gli Stati Uniti di incassare una sconfitta geopolitica dalle conseguenze anche economiche letali. Fine della supremazia militare, cacciata a pedate dal Golfo ed implosione economica grazie allo Stretto e al peggiore presidente della storia americana. Nessuna illusione ma sacrosanto fiato sospeso. Sono del resto gli Stati Uniti la causa principale dei mali del pianeta e noi inutili servi insieme a loro mentre pace e stabilità in Medioriente si raggiungeranno solo con lo sradicamento storico dell’ideologia nazi sionista. Perfino l’ONU ha certificato che i nazi sionisti hanno preso di mira i bambini, eppure nei palazzi occidentali sguazzano ancora i negazionisti e nessuno sta pagando. Né gli artefici né i complici ed è iniziata già la normalizzazione in vista del riciclo in massa di lorsignori mentre i superstiti palestinesi vivono nella fogna di quello che rimane del campo di concentramento a cielo aperto di Gaza. Davvero impressionante e inaccettabile che sopravviva un sistema che ha permesso all’umanità di precipitare così in basso. Bisogna ricostruirne uno nuovo che abbia gli anticorpi e riprenda il percorso della vera democrazia in cui il potere appartenga al popolo e non alle lobby, il percorso del diritto internazionale e dei diritti umani per ogni essere umano nessuno escluso, il percorso dell’umanità e della pace. Altro che civiltà superiore, siamo perlopiù masse manipolate da lobby senza scrupoli che continuiamo a ripetere gli stessi tragici errori. Siamo responsabili della distruzione di interi paesi e della morte di milioni di civili innocenti con nessuno che ne ha mai risposto. Altro che difesa e sicurezza, siamo noi gli aggressori e la minaccia del mondo. Ma in Iran qualcosa è andato storto e il mondo spera nella sconfitta americana e in una nuova era. Ma nessuna illusione, da sto delirio bellico ne usciremo solo quando i cittadini riscopriranno la verità e il proprio ruolo democratico e si rimboccheranno le maniche per cambiare.
Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli riflettano: allargando il campo, a tutti i costi, il rischio è quello di restringere i consensi.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Nemmeno il tempo di metabolizzare la prima prova di esistenza in vita del campo progressista con la manifestazione unitaria di Napoli, che i principali e finora unici azionisti dell’alleanza di centrosinistra (Pd, M5S e Avs) si ritrovano già alle prese con la prima grana. Anzi, la prima bomba, piazzata sul tavolo della futura coalizione proprio da chi dovrebbe a breve prendervi parte con l’ambizione di allargarla. Con prospettive, viste le premesse, che più divisive non si può.
A sostenere l’iniziativa una pattuglia di esponenti dell’area riformista Pd (gli ex renziani), tra i quali Quartapelle, Delrio, Fassino e Guerini, di Italia Viva (i renziani in carica) e di +Europa, tutti insieme appassionatamente per sostenere e spingere l’accesso immediato dell’Italia al Fondo Safe, quello cioè messo a disposizione dell’Unione europea proprio per il riarmo. Con una lettera al quotidiano La Repubblica nella quale i tredici firmatari decantano la “difesa comune europea” come obiettivo principale del loro intervento: “Proprio per questo riteniamo un errore contrapporre il Safe alla difesa comune. Lo strumento non realizza quell’obiettivo, ma lo rende più vicino…”, assicurano nella missiva.
Ora, a parte il solito nemico, individuato dal partito unico dello shopping militare “nel mondo distopico di Putin da una parte e Trump dall’altra”, cioè di due potenze nucleari contro le quali ogni politica di riarmo che non fosse altrettanto nucleare avrebbe deterrenza pari a zero, resta il paradosso che i sostenitori dell’indebitamento militare annacquano il più possibile nella loro stessa dichiarazione d’intenti: come potrebbero gli acquisti di armamenti effettuati da ciascuno dei 27 Paesi Ue per se stesso fare da apripista alla difesa comune europea?
A ben vedere l’effetto finale rischia di essere esattamente l’opposto. Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli riflettano bene su chi vogliono imbarcare nella futura coalizione. Allargando il campo, a tutti i costi il rischio è quello di restringere i consensi.

(Alessio Mannino – lafionda.org) – Parafrasando Gaber che ci scuserà dall’oltretomba, “non temo Mario Adinolfi in sé, temo il Mario Adinolfi in noi”. In noi italiani, in certi italiani, che approfittano della gogna giudiziaria per deridere un personaggio che avrebbe dovuto essere dimenticato da tempo. Uno di quelle maschere da tragicommedia diffusa, del sottogenere predicatore, cui viene riconosciuta una patente di serietà per scrutabilissimi motivi ma al quale si sarebbe già dovuto tributare, invece, la più totale indifferenza, condita al massimo da una punta di sarcasmo. E se in questa sede oggi ce ne occupiamo, non è per gli arresti domiciliari con l’accusa di aver truffato ed evaso tramite un giro di scommesse sportive in cui le vittime, secondo i magistrati, lamentano di essere caduti per aver riposto fiducia in un pio agitatore di crocifissi. Né, tanto meno, per fare a nostra volta la facile morale su chi ha fatto della moralizzazione, specialmente in materia sessuale, il proprio credo (sul quale credo lo scrivente, non essendo cristiano, non ha motivo di sindacare). No, Adinolfi è un caso interessante perché, nella sua piccolezza, racchiude una questione che è molto più grande di lui, e che ci parla di certa nostra attitudine, come popolo italiano, a far passare tutto in cavalleria, a obliare in fretta, a smussare e a perdonare – perdonismo, vizietto tipicamente cattolico – dove, al contrario, bisognerebbe aver liquidato il tutto, e da un pezzo, con una risata. O, a volte, neanche con quella. Perché ignorare è la migliore reazione nei confronti di chi, semplicemente, non ha, se mai l’ha avuta, quella cosa sempre più rara chiamata credibilità.
Si dovrebbe dar credito solo ed esclusivamente a una persona, non importa di quali idee e gruppo d’appartenenza, che testimoni con i fatti la coerenza verso princìpi, pre-politici, pre-ideologici e anche pre-religiosi, che si chiamano dignità, lealtà, senso delle proporzioni, aderenza fra realtà e apparenza. Certo, da sempre sono virtù patrimonio di una minoranza trasversale e di difficile individuazione. Ma questo perché hanno il pregio di non puzzare di moralismo. Uno può anche essere, poniamo, un giocatore accanito come il pokerista Adinolfi, o cedere all’alcol, o amare la bella vita. Insomma avere vizi, difetti e persino perversioni, nel privato. Il problema non è essere viziosi: è nasconderlo, come fanno gli ipocriti, oppure sbandierarlo ai quattro venti, come gli esibizionisti. E difatti, fra le principali tare di una società che spettacolarizza e mette in vetrina ogni pelo ci sono, guarda caso, l’ipocrisia e l’esibizionismo. Adinolfi, che pure suscita un’inopinata simpatia con quella stazza di cui il primo a sorridere è lui, le riassume entrambe. Non perché sia ipocrita e narcisista: non lo sappiamo con certezza, né saperlo ci cambia granché. Possiamo essere sicuri, però, che ha sempre dimostrato di esserlo.
In politica, saltabeccando senza requie né vergogna pur di ottenere l’agognata visibilità: nel 2001 fondando, da ex segretario dei giovani del Partito Popolare Italiano, la sigla “Democrazia diretta” (0,1% dei voti alle comunali di Roma, per virare al secondo turno su Walter Veltroni), poi civico alle regionali con Piero Marrazzo, poi dando vita a “Generazione U” nel Partito Democratico, poi candidandosi alle primarie Pd del 2007 (rimediando uno 0,17%), riprovandoci nel 2011 ma uscendone per sostenere Matteo Renzi e, due anni dopo, appoggiare “Scelta civica” di Mario Monti, poi creando, nel 2016, il “Popolo della Famiglia” (0,6-7% alle politiche del 2018), poi correndo a sindaco di Ventotene, città simbolo dell’europeismo (risultato: neppure un voto), poi inventandosi, per le elezioni del 2022, “Alternativa per l’Italia” assieme all’ex-Casapound Simone Di Stefano (zero virgola alle urne). Sul versante giornalistico non è stato da meno, raggiungendo l’acme con il quotidiano online da lui diretto e fondato, La Croce, diventato cartaceo nel 2015 e ritirato dalle edicole dopo appena quattro mesi. Una parabola involutasi in un crescendo di prese di posizione da cattolico ostentatamente integralista. Dove l’accento negativo non sta nell’integralista (per quanto ci riguarda, si ha diritto a essere quel che si è, punto), ma nell’ostentazione. Cioè nel cercare in modo scoperto, così scoperto da risultare ridicolo, di far parlar di sé, di conquistare l’attenzione, di strappare un titolo, un invito, una comparsata. E nel frattempo, allo stesso tempo, imbastire un sistema di gioco d’azzardo.
È questo presenzialismo sgomitante, per soprammercato in nome di Gesù, Giuseppe e Radio Maria, l’insopportabile, anzi l’Intollerabile, di personaggi alla Adinolfi. È la volgarità di sventolare la causa del Bene per finire all’Isola dei Famosi, nello specifico sfruttando consapevolmente e dichiaratamente la propria fisicità. Sapendo che quella, e solo quella, era il motivo di richiamo. E rendendo così i fervorini in mutandoni sulla sacralità del matrimonio un’oscenità tecnica, calata com’era in un contesto trash che, come ogni prodotto pensato per la sola pubblicità, trasforma in pattume tutto ciò che tocca. L’immagine grottesca di Adinolfi smagrito e affamato che sbrana una bistecca dovrebbe rimanere impressa come scena primaria del laidume da sghignazzo dei nostri tempi scatologici (senza la e: scatologici e basta). Il vero Male, volendo usare maiuscole improprie, sta nella miscela d’impudicizia e di cinismo di chi non sa stare nei propri abiti, letteralmente togliendoseli pur di farsi notare, e contemporaneamente ergendosi a evangelizzatore. È la frode esibita, sfacciata, socialmente accettata, a farci più orrore del raggiro da codice penale.
Il guaio non sta nelle presunte malefatte di Adinolfi Mario, ma nei Mario Adinolfi che pullulano e imperversano, in misura e quantità variabile, in ogni posto, contrada e ambiente di quell’Italia che non riesce a essere seria senza essere seriosa, né leggera senza scadere nella farsa. È in tutti quei comici involontari che, pur avendo magari un indiscusso valore, menti toste e brillanti con curricula da combattenti all’attivo, proprio non ce la fanno a trattenersi da una spudorata e ammorbante autopromozione perenne, e gonfiano ogni uscita con io, io, io (“il più lurido dei pronomi”, diceva Gadda), frementi di radunare e aumentare proseliti nel portare la Verità ai gonzi. E così facendo, agli occhi di chi non se la beve, perdono all’istante ogni credibilità. Ce ne sono a bizzeffe, di egomaniaci di questa risma. E fra tutti, quelli meno perdonabili sono, sul piano politico-culturale, coloro che avrebbero anche buone idee, ma non il carattere per meritarsele. C’è un detto che fa: appena vedi il Buddha, uccidilo. Regoletta aurea: appena vedete un paraguru, girategli al largo. Tanto più e a maggior ragione se la pensate come lui. È facile sgamarlo: dirà sempre quel che volete sentirvi dire.

((Mario Tozzi – lastampa.it) – Quasi non ricordiamo più quella nube di diossina, prima rosa e poi invisibile, che penetrò nelle narici dei brianzoli e nel nostro immaginario mezzo secolo fa. Eppure si è trattato di una catastrofe spartiacque, anche se non provocò nemmeno una vittima. C’è un prima e un dopo, non fosse altro che per le Direttive Seveso, che hanno successivamente conferito nuovi obblighi e un perimetro più ristretto alle lavorazioni chimiche. Registrando, come primo risultato, lo spostamento delle attività pericolose in altre nazioni, fino al prevedibile caso di Bhopal, quando la multinazionale Union Carbide provocò il disastro industriale peggiore della storia (1984).
I veleni industriali come le diossine non sono visibili, invece Seveso fu l’epifania di quanto di sotterraneo, malefico e vorrei dire “tipico” porta la massimizzazione dei profitti a scapito di qualsiasi altro interesse. La cloracne sul viso e i bambini, i cani e i gatti stecchiti, le pecore morte, gli 80.000 animali sterminati, le decine di fusti (della cui sorte finale non siamo nemmeno sicuri), gli ettari di terreno bonificato con estrema fatica, ci hanno plasticamente rappresentato che i veleni industriali sono fra noi ogni giorno, suscettibili di essere messi in luce dalla prima condotta disattenta o dal primo errore.
La nube di diossina del 1976 si sprigionava in un Paese ancora in grande crescita economica: l’Italia del massimo storico del Partito Comunista di Berlinguer e del governo Moro, degli immigrati dal Sud e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Quei veleni minavano la fiducia degli italiani e alimentavano i conflitti sociali che stavano portando alla stagione del terrorismo. E in quell’Italia la questione ambientale non esisteva, mentre l’industria stava spingendo al massimo verso un modello di sviluppo che portava ricchezza sì, ma a costi altissimi. Eppure era già uscito Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962), in cui l’autrice si domandava se una civiltà potesse «intraprendere una guerra senza quartiere contro la vita senza distruggere sé stessa, e senza perdere il diritto di essere chiamata civile». A oggi in Italia ci sono ancora 971 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Ispra 2025), passando da 991 nel 2019 a oggi, con una riduzione di solo il 2%. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, dove l’Istituto Superiore di Sanità (2019) ha rilevato che le donne residenti hanno concentrazioni di diossine nel latte materno superiori dal 18% al 38% rispetto a quelle della provincia, un segnale inequivocabile di una esposizione continuata.
Però è indubbio che a partire da Seveso è nato un nuovo modello di sviluppo che comportava norme industriali più severe, adottate poi a livello planetario. Ma questo nuovo modello oggi non è ancora pienamente realizzato, soprattutto se andiamo oltre la diossina dell’Icmesa e allarghiamo il campo a tutta la Pianura Padana, quella che da decenni ormai è una delle zone permanentemente più inquinate d’Europa (per esempio in fatto di particolato sottile). Dopo Seveso il quadro è migliorato, ma il paziente resta in osservazione.

(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – In un’Italia dove la meritocrazia è un optional, l’Università di Roma Tor Vergata – che ci vede lungo – ha premiato l’eccellenza manageriale dimostrata nell’indebitarsi sino al collo da Leonardo Maria Del Vecchio. Alla presenza dei ministri Bernini e Schillaci, forse invitati perché il 31enne aveva affermato “Mi piace l’Italia di questi tre anni e mezzo di governo”, Lmdv ha ricevuto la laurea honoris causa in Diritto e Innovazione per aver distribuito gratis ai bisognosi gli occhiali dell’azienda di famiglia. Nella sua lectio magistralis “Scegliete la difficoltà giusta” (ah, saperlo prima!), il neo dottore ha filosofeggiato su un futuro che corre senza travolgere le persone. Parla per esperienza, Leonardo Maria: le banche hanno sin qui travolto lui e il suo piano da 11 miliardi per scalare la cassaforte di famiglia Delfin, divisa con altri sette eredi, perché non si fidano a finanziarlo dopo che ha già speso a debito 1 miliardo dei 55 dell’eredità in una forsennata campagna acquisti, tra giornali di destra e il Twiga di Briatore (auguri!). Lmdv si è chiesto “quello che sto costruendo può durare, e servire, anche quando non sarò più io al centro della scena?”: se lo chiedono pure gli azionisti di EssilorLuxottica, col titolo crollato del 40% da novembre.
Per fortuna l’erede stavolta non ha parlato a braccio, come nel suicidio catodico del 29 gennaio scorso a Otto e Mezzo. Di fronte a Lilli Gruber, il “visionario” aveva balbettato ovvietà imbarazzanti, finendo perculato da meme e parodie. Aveva persino giustificato il suo incidente del 16 novembre in Ferrari sulla tangenziale di Milano, per cui è stato indagato per le ipotesi di sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso, come un impiccio che gli impediva di aspettare la polizia per improrogabili “impegni di lavoro”. Forse allora la “difficoltà giusta” per Lmdv è laurearsi senza riuscire a finire una frase. Ma per l’ateneo di Roma Tor Vergata e due ministri del governo Meloni, se in Tv non sai parlare ma apprezzi Giorgia, il merito non è affatto un problema.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Credo sia essenziale oggi distinguere tra la teatralità della politica contingente e le tendenze di fondo che guidano le relazioni internazionali. Purtroppo la stampa occidentale, che risponde a quattro agenzie e alle veline dell’intelligence ed è un aggregato di potere dominato dalle lobby oligarchiche, ama soffermarsi sullo spettacolo in corso i cui attori sono chiamati per nome – Giorgia, Bibi, Donald – quasi fossero gli amici che vediamo a cena e di cui sappiamo tutto, anche l’ultimo lifting. Purtroppo la realtà, come accade nel mondo orwelliano, è l’opposto di quel che appare. La politica ha perso la sua autonomia in Occidente e gli esecutori materiali, i leader marionetta del “blob” statunitense, sono a distanza siderale dai bisogni delle classi lavoratrici, anche di quel ceto medio, dei proprietari di risparmio, senza il cui voto non potrebbero occupare le loro comode poltrone.
[…] Sono lontani dai beni comuni che lo Stato dovrebbe proteggere (dalla sanità all’istruzione, dall’ambiente ai trasporti, dalla ricerca scientifica alla pace) e servono interessi privati, dei potentati che hanno permesso loro di occupare quei ruoli. La fine dei corpi intermedi, dei partiti radicati sul territorio, ha facilitato il nascere della realtà inventata dai media, una sorta di Truman Show nel quale siamo intrappolati. Se abbandoniamo il flirt Donald-Giorgia e leggiamo i documenti dei vertici europei e Nato, scopriamo che dietro l’invenzione del nemico Russia, o Islam, c’è il keynesismo militare, l’esigenza di massicci interventi statali a favore di un’accumulazione capitalistica inceppata che, se lasciata al suo naturale sviluppo, si trasferirebbe in Asia. La garanzia principale affinché nessuna coalizione di volenterosi europei rimpiazzi la Nato è costituita proprio dal riarmo tedesco. Vi immaginate che ne sarebbe dell’Europa se gli americani ci abbandonassero e dovessimo competere, nell’Europa delle patrie, con la Germania unificata, quarto Stato più armato del mondo mentre la Polonia già si vanta di avere il più efficace esercito? Qualcuno dovrebbe avvertire i think tank nostrani e la classe politico-diplomatica che in articoli ilari descrivono il prossimo ritiro statunitense. La difesa europea sarà possibile nell’ambito di una nuova Europa federale, unione politica, monetaria, fiscale, democratica e sociale che individui il proprio interesse comune e ritorni alla politica a favore dei beni comuni. Per ora abbiamo soltanto una Nato europea che difende interessi neoconservatori statunitensi, rafforza la difesa americana e si accolla il conflitto con la Russia, senza l’autorizzazione dei popoli europei.
[…] La Turchia è in auge (ma Erdogan non era un dittatore? Draghi dixit) perché ha un ruolo strategico irrinunciabile nel contenimento della Russia attraverso il Caucaso e come Stato sunnita rivale dell’Iran. In Medio Oriente Hamas come l’Iran hanno impartito una dura lezione alla coalizione israelo-americana. Hamas, nonostante Gaza sia rasa al suolo (l’evidenza è negata da chi dopo ogni attacco russo con venti morti, per carità sono anche quelli atroci, chiama il presidente della Federazione “criminale di guerra”), esiste e deve concedere o meno il proprio disarmo. L’Iran col Memorandum d’intesa ha potuto esibire al mondo la capitolazione israelo-americana. Il Board of peace ha limitato la tragedia palestinese (già solo mille palestinesi uccisi dopo la sua creazione), ma ha lasciato immutati i nodi: Israele (protetto da una potentissima lobby internazionale e, ironia della storia, dai fascisti come da liberali, socialisti e intellettuali molto preoccupati dallo stigma di Stato genocida che potrebbe macchiare il popolo ebraico, come se l’Olocausto non fosse stato riconosciuto dai tedeschi come colpa storica) rinuncerà al progetto di Grande Israele e alla colonizzazione e pulizia etnica del popolo palestinese? L’Iran ha resistito alla potenza maggiore del mondo, ma il dominio imperialista del Medio Oriente attraverso la criminalizzazione degli sciiti è stato veramente riposto nel cassetto? Lecito dubitarne. Gli attacchi statunitensi sono ripresi e l’obiettivo della lobby di Israele, l’annientamento dell’Iran, è vivo tanto che Trump sculaccia la Meloni e gli europei che non si sono uniti nella guerra.
Una sana leadership europea potrebbe lavorare a una mediazione con la Russia che salvi il salvabile dell’Ucraina, ristabilisca la cooperazione energetica col grande vicino, base della possibile autonomia da Washington. Nel Mediterraneo dovrebbe sanzionare Israele, puntando sulla riunificazione della leadership palestinese che preveda il disarmo di Hamas, permettendo magari il rilascio di un leader federatore come, Barghouti, prigioniero e torturato. Solo una conferenza internazionale con sunniti e sciiti, con Usa, Russia e Cina potrebbe stabilizzare una regione tormentata nella quale gli interessi alla sicurezza di Tel Aviv siano protetti nel quadro onusiano e non siano più alibi per la sopraffazione.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Leggendo sullo schermo della tivù di Stato “il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo”, che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall’effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?
Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L’idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L’urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.
Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, “pubblica” non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.
Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Le chiamano poltrone, ma sono cariche pubbliche, sono pezzi viventi delle nostre istituzioni. Che andrebbero attribuite per competenza, non per appartenenza a questo o a quel partito. E che reclamano «disciplina ed onore», dichiara l’articolo 54 della Costituzione. Ma queste regole auree sono da sempre disattese. Oggi più di ieri.
È un male antico, battezzato già nel 1949 dal giurista Giuseppe Maranini con un termine poi entrato nell’uso comune: la «partitocrazia», il predominio dei partiti politici su ogni ganglio della cosa pubblica. E che si manifesta attraverso la pratica della «lottizzazione», nel senso indicato per la prima volta dal giornalista Alberto Ronchey nel 1974: ossia la spartizione scientifica degli incarichi all’interno di enti, istituzioni e aziende pubbliche fra i partiti e le correnti di partito. Come mostra una battuta in voga ai tempi della prima Repubblica: «Per assumere cinque giornalisti in Rai devi scegliere due democristiani, un comunista, un socialista e uno bravo».Ecco, la Rai. È il boccone più succulento per gli appetiti dei politici, ed è anche il teatro d’una commedia all’italiana. Rappresentata, per esempio, nel 2002, quando si dimisero via via i membri del Consiglio d’amministrazione, che tuttavia continuò a operare con gli unici due sopravvissuti: Baldassarre e Albertoni, il cda Smart. O nel 2008, quando Riccardo Villari fu eletto presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai in quota all’opposizione, ma contro la volontà dell’opposizione; rimase incatenato per mesi sul suo scranno, tant’è che per cacciarlo si dovettero dimettere in massa tutti gli altri componenti. O come sta accadendo adesso, in questi giorni.
Sta di fatto che la Commissione di vigilanza venne istituita per legge nel 1975 — dopo alcune pronunzie della Corte costituzionale — per sottrarre il servizio pubblico radiotelevisivo al controllo del governo. Tra le sue funzioni c’è la nomina del presidente Rai: eletto dal Cda, ma ratificato dalla Commissione con i due terzi dei voti, comprendendo perciò anche l’opposizione. Sennonché ormai da un paio d’anni la maggioranza propone un nome (Simona Agnes) che non raggiunge i consensi necessari. Da qui lo stallo: sedute disertate, Commissione paralizzata per effetto di un «ostruzionismo di maggioranza», come lo definiva Piero Calamandrei. Da qui, infine, dimissioni dei consiglieri di minoranza, e a seguire di tutti gli altri consiglieri.
C’è qualche differenza tra le pratiche spartitorie del passato e quelle più recenti? Sì, c’è una doppia differenza. In primo luogo, un tempo i partiti politici erano organismi vivi, mentre adesso va in scena una partitocrazia senza partiti, dove regna un capo circondato da mille cortigiani. In secondo luogo, i vecchi partiti sapevano dividersi il menù; viceversa ora s’azzuffano, giacché il tuo alleato di governo è anche il tuo rivale, il tuo peggior nemico. Sarà per questo che le caselle vuote si moltiplicano, un mese dopo l’altro. Il presidente della Consob è scaduto l’8 marzo, e non c’è ancora un successore. Idem all’Antitrust, dal 5 maggio. Mentre alla Privacy manca un componente dal 17 gennaio. Un esercito a ranghi ridotti.
Per rimediare a ogni vacanza prolungata, sussiste un antico istituto: la prorogatio dei membri scaduti. Vale per il Consiglio superiore della magistratura, che infatti nel 2022 rimase in proroga per circa sei mesi. Ma non vale nella maggior parte dei casi. Da qui, per esempio, i digiuni di Pannella, che nel 2002 bevve le proprie urine in diretta tv, per opporsi alla mancata elezione dei giudici costituzionali. Ma da qui l’esigenza di un rimedio generale.
Poteri sostitutivi, ecco la soluzione. Gli stessi che l’articolo 120 della Costituzione conferisce allo Stato contro le inadempienze delle Regioni. In questo caso c’è già un arbitro che può supplire all’inerzia degli organi competenti: il presidente della Repubblica. Provveda lui alle nomine, se dopo un paio di mesi la casella resta vuota. Magari non da solo, per non addossargli una responsabilità eccessiva e perché non si sa mai, domani magari un Trump italiano potrebbe varcare il Quirinale. Affianchiamogli i presidenti delle due massime autorità giurisdizionali: Consulta e Cassazione. Sarebbe una piccola riforma, ma più potente d’uno sparo.