
(di Marcello Veneziani) – Alla fine chi comanda il mondo? Il disordine. Non c’è un ordine mondiale, né vecchio né nuovo, non c’è un impero sovrastante, universale, non c’è una società delle nazioni, un luogo neutrale super partes, riconosciuto da tutti, che sia arbitro, paciere e garante in caso di gravi situazioni di crisi. Non c’è nulla che somigli a un equilibrio tra potenze o un patto che metta in salvo il pianeta su alcuni rischi che riguardano tutti.
L’impero del disordine s’intitola il fascicolo di Rinascita, l’antica testata comunista, fondata da Palmiro Togliatti nel 1944, che fu la punta di diamante del disegno di egemonia culturale del Pci, diretta poi da eminenti esponenti del Partito e poi chiusa da anni, che rinasce ora, fedele al nome ma non al vecchio Pci, con Goffredo Bettini. Rinascita chiama a raccolta autori e politici per capire il caos globale e come muoversi. È una sfilata di nomi che appartengono alla sinistra, fino al “progressista” Giuseppe Conte, ma con due intrusi, Pietrangelo Buttafuoco ed io, invitato a scrivere un saggio sul tema.
Quel che mi preme sottolineare è che se la politichetta piccola, furba e ipocrita inscena ogni giorno il teatrino della destra e della sinistra, in guerra tra governo e opposizione, qui lo scenario cambia e le consonanze prevalgono sulle dissonanze. Siamo giunti a un grado di caos che non si può più fingere che esistano due blocchi, due o più idee contrapposte, con lo spartiacque del bene e del male.
Per spirito di sintesi riprendo il saggio d’apertura di Bettini, considerato una mente politica, se non il regista, nel retrobottega della sinistra, della sua strategia e delle sue alleanze. Bettini sostiene le seguenti tesi che riassumo: il disordine mondiale, nato dal crollo dell’ordine bipolare e poi dal rigetto dell’impero americano di larga parte del mondo, ha perso il pilastro europeo, che non è in grado di suscitare un suo patriottismo e si perde nell’assurda guerra contro la Russia. Nel disordine servirebbe la politica ma sembra sparita. Non c’è politica senza forza, ammette Bettini, ma la forza senza politica è “volontà di potenza che tracima nell’istinto di morte”. La politica è sempre ordinatrice, mentre la tirannia è la forma estrema dell’anarchia; la tecnica è il contrario della politica.
Premesse generali, o generiche direte voi, sulle quali concordo. E su cui converge in queste pagine Lucio Caracciolo, direttore di Limes. Entrambi sostengono, ed io concordo, che l’Occidente non può pensarsi come universale, a sua volta è diviso in almeno tre occidenti discordi; e poi non è l’unica civiltà al mondo. L’Europa, osserva nel suo saggio Roberto Esposito, non può limitarsi a difendere i diritti universali o i diritti in generale; deve esprimere una differenza, una posizione geopolitica, restando indipendente dai due grandi imperi, americano e cinese, propensa al multipolarismo, incentrata nel suo ruolo mediterraneo e in grado di riaprire il dialogo con la Russia… Anche qui devo ripetermi: concordo e non lo dico col senno di poi, perché nel saggio pubblicato su Rinascita, sostengo in altri modi una visione geopolitica analoga.
So che se scavassimo su altri versanti troveremmo motivi di divergenza: sui flussi migratori, sul ruolo significativo delle identità e comunità nazionali, sull’importanza delle tradizioni religiose e civili, sul senso del sacro e del mito, sui diritti civili, sull’idea stessa di comunità, e sulla dialettica tra coesione e differenza. Ma è significativo notare che quando si ragiona e non si pensa ai voti, ai sondaggi, ai vantaggi immediati, al teatrino; insomma quando si va oltre il circo della politica, ci si rende conto che siamo sulla stessa barca e cerchiamo soluzioni analoghe.
Potremmo dire che basta ragionare, avere buon senso e si arriva a conclusioni affini… ma non è solo per questo. Se applichi il realismo intelligente della geopolitica non puoi arrivare a conclusioni diverse; cogli le affinità e le differenze, le possibili alleanze, le provvisorie convergenze, il punto d’equilibrio, traendolo dalla reale situazione dei paesi, mettendosi nei panni di ciascun soggetto, cercando di bilanciare forza e consenso, potenza e saggezza, efficacia e lungimiranza.
Però se spingi fino in fondo la visione geopolitica ti rendi conto che salta l’irenismo, l’internazionalismo umanitario, nel nome di un mondo senza frontiere; la visione geopolitica è fondata sull’importanza degli spazi vitali, delle differenze geoculturali, dei territori, dei confini, delle appartenenze, della prossimità e della distanza e delle affinità che sorgono quando sei vicino o quando sei remoto. In quella chiave devi considerare da un verso le eredità che ti provengono dalle nazioni e dai contesti locali e dall’altro verso il criterio naturale e realistico della preferenza per ragioni di prossimità: è innegabile che io mi sento e sono più legato, per valori e interessi, a chi mi è più vicino; i miei famigliari, i miei corregionali, i miei connazionali, i miei compatrioti europei e mediterranei… Questo è il realismo che difetta a chi si ferma allo scenario di partenza e non porta fino in fondo la prospettiva geopolitica, sposando alla fine l’utopia del mondo migliore. Le differenze ci sono, le culture ci sono, le civiltà ci sono non c’è solo l’umanità, il mondo senza confini. Ci sono più civiltà da rispettare, ne convengo, ma a partire dalla propria. E su un altro piano, che riguarda la direzione e la motivazione della nostra vita, conta il significato del sacro, del pensiero, della religione, dei costumi, delle passioni ideali, della memoria storica, dei legami naturali ed elettivi. Quel che riassumo nell’espressione tradizione. E ancor più hanno importanza nel presente per compensare la spinta alla globalizzazione tecno-economica e al primato dell’universo artificiale prodotto dalla tecnologia. Questo è il punto di differenza che ancora ci divide.
Finita l’analisi delle idee passiamo ai pettegolezzi. Di fronte a questo fascicolo che contiene contributi “ibridi” come il mio, ci sono quelli che gridano al tradimento, da ambo i versanti; ci sono i maliziosi “di sinistra” che dicono: i cosiddetti “intellettuali di destra” devono migrare a sinistra per trovare finestre culturali ed esprimere le loro idee, perché a destra non ci sono o vengono censurati dai funzionari politici governativi. E ci sono i “maliziosi di destra” che dicono: ma la sinistra è messa male se ricorre agli “intellettuali di destra”, fino a ieri considerati inesistenti oppure ossimori viventi… Non appartenendo né ai maliziosi né ai manichei, io invece sono confortato da questi dialoghi e da queste consonanze, reputo positivo l’uso critico dell’intelligenza al di là degli schieramenti e delle appartenenze (sempre più vuote di significato, e diventate qualcosa tra le tifoserie sportive, i riflessi automatici, i comparizi amicali, anche un po’ mafiosi, i consorzi d’interesse o i comitati d’affari e di carriera). Quelle categorie superstiti di destra e sinistra sono false, pretestuose, tardive, servono solo come alibi per chi ne trae profitto, politico e non solo. Ma se vuoi vedere in faccia la realtà devi liberartene e non preoccuparti se concordi o discordi con gli “amici” o i “nemici”. Viviamo nel caos e non possiamo fingere di mettere in ordine la casa; cerchiamo piuttosto il modo migliore per aprirci al mondo e mettere in salvo noi, i nostri principi e il mondo reale dai deliri distruttivi del disordine globale.
È scaduto alle 13 il termine di presentazione degli emendamenti. Arriva la proposta di modifica firmata, oltre che dal partito di Meloni, anche da Noi Moderati e Udc. Il M5s ne presenta un altro sulle preferenze che, tra le altre cose, abolisce l’indicazione del presidente del Consiglio

(lespresso.it) – È scaduto alle 13 il termine di presentazione degli emendamenti sulla legge elettorale alla Camera. E, come preannunciato, Lega e Forza Italia non hanno firmato la proposta – avanzata invece da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc – sulle preferenze, il principale nodo politico che separa ancora i partiti della maggioranza. Dopo giorni di discussioni, bracci di ferro e incontri tra sherpa, alla fine l’emendamento è diventato un compromesso soft. Ma cosa prevede?
I capilista risultano ancora bloccati ma poi si possono esprimere fino a un massimo di tre preferenze su una lista complessiva di sette nomi, con alternanza di genere (il primo dopo il capolista bloccato può essere però dello stesso genere del capolista). È previsto poi un massimo di cinque pluricandidature: l’emendamento di FdI, Nm e Udc afferma che “il deputato eletto in più collegi plurinominali in posizione di capolista e in altra posizione è proclamato nel collegio nel quale è eletto in posizione di capolista. Se eletto in più collegi plurinominali in posizione di capolista, è proclamato nel collegio nel quale la lista cui appartiene ha ottenuto la minore cifra elettorale percentuale di collegio plurinominale, determinata ai sensi dell’articolo 77, comma 1, lettera e)”.
Lega e Forza Italia si sono prese altro tempo per decidere il da farsi su un punto – le preferenze, appunto – su cui evidentemente non c’è accordo. Ma, assicurano, non faranno mancare il proprio supporto quando il testo arriverà in Aula. Ottimista il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, secondo cui il centrodestra “saprà trovare la sintesi migliore e arrivare in Parlamento domani compatto, presentando una legge elettorale che riavvicini i cittadini al voto. Vogliamo una legge elettorale, ci stiamo lavorando, che dia stabilità e rappresentanza – aggiunge a margine di una conferenza stampa -. Stabilità, dicendo il giorno dopo le elezioni chi ha vinto e deve governare. Rappresentanza, ritornando a dare la possibilità ai cittadini di scegliere direttamente il loro deputato, senatore”.
È il Movimento 5 stelle, invece, ad aver presentato un emendamento meno soft per le preferenze. Si tratta, spiegano fonti pentastellate citate dall’Ansa, “davanti alle forzature del centrodestra che prova a truffare gli italiani con i capolista bloccati”. Nel testo è prevista la possibilità di esprimere una o due preferenze con vincolo di genere. Tra i punti salienti della proposta del M5s, c’è la soppressione del listone: per l’attribuzione dei 70 seggi alla Camera e dei 35 al Senato relativi al premio di governabilità si propone di sopprimere il listone bloccato a livello nazionale e di ricorrere alle liste presentate nei collegi plurinominali, assegnando i seggi secondo le cifre individuali conseguite dai candidati nelle liste, in ordine decrescente, sulla base delle preferenze espresse dagli elettori. C’è anche la riduzione del premio di governabilità: dai 70 seggi per la Camera e 35 per il Senato previsti dal testo della maggioranza, a 50 e 25. Infine, la soppressione dell’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio.
Un emendamento il centrodestra unitario l’ha presentato. E mira a ridurre le circoscrizioni Estero, che diventerebbero due per la Camera e una per il Senato. Attualmente le circoscrizioni sono: Europa, compresi i territori asiatici della Federazione russa e della Turchia; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Sessanta Paesi invitati a partecipare a un vertice globale contro la presunta minaccia del terrorismo di sinistra. È l’ultima iniziativa del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che ha già preso il nome di “Riunione ministeriale sulla rinascita del terrorismo politico”. La chiamata sta venendo poco considerata dagli alleati europei, tanto che la maggior parte dei Paesi, Italia compresa, si limiterà a inviare funzionari di secondo livello. Gli incontri si concentreranno sui movimenti di “estrema sinistra” ricondotti sotto l’ombrello di quel fenomeno dai contorni sfumati che Donald Trump definisce “antifa”. Da mesi ormai l’amministrazione statunitense ha lanciato una crociata contro tali gruppi, senza tuttavia specificare cosa essi siano, arrivando così a perseguire – e punire severamente – vaste frange del dissenso politico interno. L’evento in programma sembra avere un taglio puramente politico: esso punta a globalizzare il neo‑maccartismo trumpiano e a sbloccare nuovi strumenti per contrastare internamente il dissenso, equiparando proteste ambientaliste o contro la violenza della polizia al terrorismo internazionale.
Della riunione ministeriale organizzata da Rubio si sa molto poco. Il Dipartimento di Stato non ha rilasciato documenti, comunicati o note che spieghino struttura e scopo dell’iniziativa. Le informazioni ufficiali sull’evento scarseggiano a tal punto che non è stata confermata neanche la data in cui si svolgerà: sebbene la stragrande maggioranza dei media sostenga che dovrebbe tenersi questa settimana, giovedì 16 luglio, altri riportano che avrà luogo mercoledì 15. La maggior parte dei dettagli sull’evento proviene da un lungo resoconto del Washington Post – ripreso anche dal Dipartimento di Stato – che afferma di avere letto i documenti di presentazione della riunione e gli inviti spediti dagli USA ai vari Paesi. Le altre (poche) informazioni sono state diffuse da articoli ripresi dal Dipartimento di Stato e da brevi dichiarazioni di funzionari della Casa Bianca.
Da quanto traspare, il vertice sarebbe incentrato su quella che l’amministrazione Trump definisce una rinascita dell’estremismo politico transnazionale, e in particolare delle presunte reti violente di estrema sinistra: nel presentare l’iniziativa, il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigot, ha definito il terrorismo politico di estrema sinistra «una vecchia minaccia che sta riemergendo con forti legami transnazionali e nuove convergenze». All’incontro sono stati invitati ministri di almeno 60 Paesi di Europa, Asia e America Occidentale, ma la stragrande maggioranza di essi si limiterà a mandare funzionari equivalenti ai nostri sottosegretari. Lo scopo ultimo pare quello di diffondere su scala internazionale la lotta al dissenso e ai cosiddetti “movimenti antifa” e “di sinistra”, e di potenziare gli strumenti investigativi e di sorveglianza di cui le forze di polizia statunitensi possono dotarsi nelle indagini contro di essi.
La riunione, insomma, pare ideologica e orientata politicamente. A tal proposito, diversi analisti sostengono che il terrorismo politico di sinistra non sarebbe realmente tanto esteso da giustificare la sua messa al bando e il suo contrasto su scala internazionale: «Finora l’estremismo violento di sinistra si è generalmente dimostrato meno letale di altre forme di terrorismo», ha dichiarato al Washington Post Bruce Hoffman, ricercatore presso il Council on Foreign Relations. «È una politicizzazione dell’intelligence», ha aggiunto Colin P. Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center; «strumentalizza la lotta al terrorismo per fini partitici». Alle critiche degli esperti si aggiungono quelle di diversi funzionari statunitensi, che hanno parlato al Washington Post sotto condizione di anonimato: di preciso, gli alleati di Trump avrebbero sollevato preoccupazioni sulla possibilità di utilizzare strumenti come la legge antiterrorismo contro movimenti politici; secondo altri funzionari specializzati nella lotta al terrorismo, invece, «l’enfasi» posta dall’amministrazione Trump sui movimenti di sinistra sarebbe «fuorviante». Il quotidiano menziona anche tre diversi diplomatici europei che sostengono che il “terrorismo rosso” non rappresenterebbe alcuna minaccia, affermando piuttosto che la violenza perpetrata dai movimenti di destra sarebbe più incisiva di quella proveniente da sinistra.
Insomma: se pubblicamente l’amministrazione Trump paventa il pericolo di un terrorismo internazionale di sinistra, sotto banco gli stessi funzionari statunitensi paiono avere dubbi sulla sua esistenza. A confermare la connotazione politica dell’incontro – e la sua lontananza dal tema della sicurezza che dovrebbe affrontare – arrivano le designazioni dei Paesi invitati, che hanno deciso di mandarvi funzionari minori. In generale, è da mesi che l’amministrazione Trump sta intensificando la propria lotta contro il dissenso politico, provando a identificare movimenti diversi e diversificati come minacce alla sicurezza nazionale: a fare scattare la miccia è stata l’uccisione di Charlie Kirk, che il presidente ha attribuito a una non meglio precisata «retorica antifascista». Dopo tale caso, Trump ha aumentato la stretta repressiva, definendo il cosiddetto “movimento antifa” una “organizzazione terroristica interna”, senza tuttavia specificare cosa sia quello stesso movimento.
Sulla scia di tale designazione, Trump ha deciso di inserire quattro gruppi antifascisti europei nella lista nera delle Organizzazioni Terroristiche Straniere, mentre recentemente sono state inflitte pene fino a cent’anni a manifestanti che avevano protestato contro le violenze dell’ICE – la polizia anti‑immigrazione – nei confronti delle persone immigrate. Da tempo l’amministrazione statunitense sta provando a estendere questa politica repressiva, rafforzata da una retorica neo‑maccartista, anche all’estero: negli ultimi mesi sono stati organizzati diversi incontri e convegni internazionali, anche in sedi di intelligence, per provare a convincere altri Paesi e analisti che il terrorismo rosso costituirebbe una minaccia globale. Lo scopo pare quello di inscenare una vera e propria caccia alle streghe (“di sinistra”), costruendo retoricamente una minaccia che nessuno ritiene esista davvero, così da schiacciare il dissenso interno e imporre la propria visione politica oltre i confini nazionali.
ATTENTATO RANUCCI: LEGALE CONDUTTORE PRESENTA DENUNCIA PER DIFFAMAZIONE
(LaPresse) – In relazione “alla diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture ed insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un ‘finto attentato’ e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità, il dr. Sigfrido Ranucci ha presentato denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata ed altri reati”. Così in una nota l’avvocato Roberto De Vita, legale del conduttore di Report.
Inoltre, “in relazione alla rivelazione di notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare di contenuti di intercettazioni telefoniche, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative alla indagine tuttora in corso e di elevatissima delicatezza per il grave attentato dinamitardo nei confronti del dr. Sigfrido Ranucci, con conseguente pubblicazione sulle testate il Domani e La Verità , da cui deriva grave pregiudizio alle investigazioni, aggravamento dell’esposizione al rischio e pregiudizio reputazionale per l’uso parziale e strumentale a narrazioni distorte, i giornalisti Sigfrido Ranucci, Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini Luca Chianca ed altri della Redazione di Report, hanno presentato atto di denuncia e querela per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo.
Denuncia che non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto”, prosegue la nota del legale del giornalista.
RANUCCI: IL GIORNALISTA, ‘NESSUNA CENSURA DA PARTE DI ‘REPORT’ SU COVID E MASCHERINE’
(Adnkronos) – “Oggi il quotidiano la Verità, con un editoriale del direttore Maurizio Belpietro e un articolo a firma di Carlo Cambi, sostiene che un’inchiesta di Report sugli acquisti dei dispositivi di protezione durante il covid sarebbe stata da me censurata e sparita dal sito di Raiplay.
Premesso che Report non ha giurisdizione su Raiplay che ha una struttura e direzione autonoma, i fatti non corrispondono al vero. La puntata contestata ‘La commessa cinese’ andata in onda l’11 gennaio 2021 è presente sul nostro sito, sotto forma di testo integrale”. Così Sigfrido Ranucci in un post su Facebook.
“Il video – spiega il conduttore di ‘Report’- non c’è semplicemente perchè c’erano filmati prodotti in Cina i cui diritti hanno una scadenza a cinque anni, come da contratto con la società che ci ha fornito le immagini. Altre inchieste come Mascheropoli e Affari di covid, che mettevano sotto la lente le scelte di uomini di fiducia del governo dell’epoca sono ancora visibili sul nostro sito”, dice Ranucci allegando i link ai video dei servizi.
“Inoltre – chiosa Ranucci – appare singolare che Report avrebbe dovuto censurare le splendide inchieste realizzate da Rosa Maria Aquino, che come facilmente riscontrabile sono già agli atti della Commissione che indaga sul Covid.
E si tratta una commissione alla quale la squadra di Report, a differenza di molti altri che ai tempi del Virus si erano chiusi nello sgabuzzino, ha dato un grosso contributo mettendo a rischio la propria salute e quella dei propri cari”, conclude il giornalista. Sullo stesso tema, i commissari di Fratelli d’Italia in Vigilanza hanno annunciato stamane un’interrogazione in Vigilanza “affinchè -scrivono in una nota- siano chiare le ragioni di questa sparizione”.
RANUCCI: IL GIORNALISTA RISPONDE A FDI, ‘PUNTATA SU BENOTTI C’E’, E’ QUELLA DEL 10 GENNAIO 2022′
(Adnkronos) – “La puntata su Benotti c’è. E’ quella del 10/1/22”. Risponde così, dal suo profilo Facebook Sigfrido Ranucci, accompagnando il commento con il lancio di agenzia sull’interrogazione in Vigilanza da parte dei commissari di Fratelli d’Italia riguardante la puntata di ‘Report’ sulle mascherine Covid, in cui si parlava anche dell’imprenditore e giornalista Mario Benotti.

(Tommaso Merlo) – Gli americani hanno tradito il memorandum e ricominciato a bombardare l’Iran che ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz e martellando le basi americane nel Golfo. Il circo mainstream manipola ma sono gli americani gli aggressori e gli impostori. Lo sono da sempre e grazie a Trump è tutto più palese. Da Teheran hanno fatto sapere che per loro il controllo dello Stretto è più importante del nucleare e sono pronti allo scontro finale. Ed è questa l’incognita adesso, vedere se Teheran tratterà ancora con quei truffatori oppure se deciderà di andare fino in fondo e combattere fino all’ultimo missile. Del resto per gli iraniani è una questione di sopravvivenza, gli americani e i loro padroni sionisti li vogliono annientare e quindi per l’Iran non ha senso una soluzione provvisoria o venire logorati in attesa del colpo di grazia come successo ad altri paesi finiti nel mirino dell’impero. Oggi poi all’Iran titubare conviene ancora meno. Perché grazie ad un mentecatto come presidente, il folle sistema turbocapitalista americano è sull’orlo dell’implosione anche psicologica per una guerra costosissima e per conto terzi ripugnante anche per i cittadini più moderati. L’Iran ha invece ritrovato unità e perfino entusiasmi rivoluzionari, non solo orgoglio persiano ma anche slancio politico. Dalle strade di Teheran echeggiano strali di vendetta ma anche volontà di liberarsi da decenni di persecuzione imperiale e riprendersi le redini del proprio destino. Il circo mainstream manipola ma con gli americani è così, se non fai quello che vogliono loro o ti bombardano o ti ricattano economicamente oppure lo stato profondo promuove ribellioni intestine poi spacciate alle masse come genuini moti democratici. Se l’Iran di oggi è così militarizzato non è perché malvagio e male intenzionato, ma perché attendeva questa resa dei conti da decenni. Gli americani non gli hanno mai perdonato di aver cacciato il loro fantoccio impedendogli di piazzare basi militari e servirsi di petrolio e gas a piacimento. Hanno osato intraprendere una strada da padroni a casa loro fregandosene degli ipocriti benpensanti imperiali e dei ricatti. E se non bastasse, a Teheran si sono messi pure in testa di schierarsi dalla parte dei palestinesi mentre i sionisti corrompevano anche i piccioni in quel di Washington. Il circo mainstream manipola ma è così. L’Iran era in cima alla lista nera degli americani da decenni, ma essendo ostico e imponente, speravano di evitare la soluzione militare col lavoro sporco dello stato profondo e soprattutto con lo strangolamento economico, altra specialità imperiale, la punizione collettiva con una miriade di morti silenziosi dall’Iraq di ieri fino alla Cuba di oggi passando per Gaza. Ed invece l’Iran si è messo a scavare sotto le montagne e a spremersi le meningi per capire come sfruttare le nuove tecnologie per difendersi con gli scarsi mezzi a disposizione. È storia recente, dopo avere resistito ad una delle aggressioni aeree più devastanti di sempre ed aver risposto veementemente, l’Iran ancora resiste ai giochetti sporchi di quel mentecatto di Trump e alle bombe che hanno ricominciato a cadere dopo aver tradito il memorandum. Era la solita truffa per prendere tempo e riempire cannoni e cisterne di petrolio. Ed eccoci all’incognita. Gli strali che echeggiano da Teheran fanno pensare che persa ogni fiducia e pazienza, gli iraniani possano optare per uno scontro finale all’ultimo missile. E i possibili esiti sono tre. L’ennesima vittoria dell’impero americano che distrugge l’Iran come la Libia o l’Iraq per la felicità dei sionisti che potranno coronare il sogno della Grande Israele soggiogando con la violenza e il terrore arabi e persiani il tutto protetti da un circo mainstream raggiante per il trionfo della superiore civiltà occidentale e delle proprie carriere. Oppure si potrebbe arrivare all’inaspettata quanto storica vittoria dell’Iran con l’impero americano che cacciato malamente dal Golfo Persico perde l’egemonia globale sia militare che monetaria lasciando spazio all’era cinese mentre un Iran padrone in Asia Occidentale conquista libertà e benessere per se stesso e completa l’opera con la liberazione del Libano e soprattutto del martoriato popolo palestinese imponendo una soluzione politica dignitosa e definitiva per la felicità delle persone libere e perbene del mondo intero e l’imbarazzo del circo. Terzo scenario l’allargamento del conflitto ad Europa, Russia e Cina a causa dello Stretto di Hormuz nello stupore del circo mainstream, una escalation mondiale atomica che riduce mezzo mondo come Gaza nella speranza che a quel punto gli esseri umani superstiti capiscano quanto sia deleteria la guerra anche mediatica e che l’unico modo per trovare soluzioni intelligenti è rimanere umani, rimuovere i muri anche mentali e dialogare e ragionare da persone civili.
La remigrazione, se da un lato rafforza Vannacci presso una parte dell’elettorato, dall’altro offre al centrosinistra l’opportunità di riattivare una mobilitazione progressista contro una misura che collide frontalmente con i principi costituzionali di uguaglianza e con il divieto di discriminazione

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – La pre-campagna elettorale è già cominciata, e fino ad ora ha avuto un protagonista e una parola d’ordine: Roberto Vannacci e la sua proposta sulla remigrazione.
Negli ultimi mesi la remigrazione si è imposta nel dibattito pubblico per una serie di ragioni.
La prima: non è chiaro a nessuno cosa significhi davvero, ciascuno la interpreta come ritiene, e ciò aiuta a lanciare messaggi differenziati a pubblici diversi. Molti parlano di remigrazione per intendere il semplice rimpatrio di chi delinque, per altri è un rimpatrio generalizzato di clandestini, mentre la proposta presentata settimane fa includeva anche immigrati perfettamente regolari e addirittura le seconde generazioni, cittadini nati e cresciuti in questo Paese, che andrebbero convinti a “remigrare volontariamente”, a fronte di una (modestissima) offerta economica.
È una proposta semplice, dai contorni quanto meno non definiti, che difficilmente supererebbe il vaglio della Corte Costituzionale, difficilmente attuabile, a cui ciascuno può assegnare il significato che ritiene. Per questo, però, ha una certa efficacia sulle fasce elettorali più xenofobe e attente ai temi dell’immigrazione.
Inoltre, “remigrazione” è una singola parola, che trasmette un messaggio e una proposta con estrema semplicità. Non servono troppi giri di parole, non serve una declinazione articolata del concetto. Come “flat tax”, “quota 100” o “ius soli”, è una parola che contiene un intero universo politico. Chi la pronuncia non è costretto ogni volta a spiegare il contenuto della proposta. Basta evocarla per trasmettere un’intenzione chiara, persino una visione del mondo, pur reazionaria. Non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è un’idea di comunità fondata sull’esclusione, che rappresenta una sfida diretta all’impianto costituzionale della Repubblica.
È una iniziativa divisiva, molto polarizzante, ma la polarizzazione che determina è utile a Vannacci. Il consenso che genera, infatti, supera di gran lunga le intenzioni di voto per Futuro Nazionale: in questo modo, permette al Generale di intercettare elettori prevalentemente di Lega e Fratelli d’Italia, ma non solo.
Tuttavia, la polarizzazione costruita attorno a questo frame può produrre effetti anche nella direzione opposta. Se da un lato rafforza Vannacci presso una parte dell’elettorato, dall’altro offre al centrosinistra l’opportunità di riattivare una mobilitazione progressista contro una misura che collide frontalmente con i principi costituzionali di uguaglianza e con il divieto di discriminazione. In particolare, qualora Vannacci si presentasse in alleanza con il centrodestra di governo e continuasse a dettare l’agenda politica sui temi dell’immigrazione, il Campo largo avrebbe una doppia occasione: da un lato, evidenziare l’imbarazzo delle forze liberali e centriste della coalizione avversaria, in primis Forza Italia e Noi Moderati, che difficilmente sosterranno la proposta; dall’altro, potrà richiamare alle urne segmenti di elettori oggi disaffezionati ai partiti, ma ancora sensibili alle grandi questioni di principio e ai valori costituzionali e repubblicani.Resta ad ogni modo un’arma prevalentemente elettorale, propagandistica, di difficile compatibilità con il quadro costituzionale e con il diritto europeo. Perfetta, per i partiti di destra populista, negli anni di chiusura della legislatura, per posizionarsi in vista del voto politico, ma destinata a scontrarsi poi, alla prova dei fatti, con il muro della realtà. Il centrosinistra farebbe un errore a limitarsi a denunciare l’irrealizzabilità della proposta. La sfida è politica e valoriale: trasformare una polarizzazione costruita dall’avversario in una mobilitazione a difesa dei principi costituzionali e dell’idea stessa di cittadinanza.
WWF: INCOMPRENSIBILE CHE UN PARCO NAZIONALE CONCEDA IL PATROCINIO AD UNA MANIFESTAZIONE INTITOLATA “CILENTO SELVAGGIO: FESTIVAL DELLA CACCIA, DELLA CINOFILIA, DELLA NATURA E DELLE TRADIZIONI”
LA BIODIVERSITÀ NON SI TUTELA CON I FUCILI: GIÙ LE MANI DAI PARCHI NAZIONALI

Il WWF Italia e il WWF Campania esprimono la più ferma contrarietà alla concessione di patrocini istituzionali, in particolare da parte di un’area naturale di valenza nazionale come il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Aburni”, ad una manifestazione dal nome “Cilento selvaggio: festival della caccia, della cinofilia, della natura e delle tradizioni”. Dietro lo specchietto per le allodole di un presunto “equilibrio faunistico”, del “selecontrollo” o di fantomatiche “tradizioni”, si vuole celebrare l’attività venatoria sdoganandone la logica distruttiva all’interno di aree naturali protette.
“L’accostamento della parola “Natura” alla caccia rappresenta un paradosso, a maggior ragione “nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni” come si legge nella locandina dell’evento previsto a settembre 2026: siamo di fronte ad un’offesa all’intelligenza dei cittadini e una profonda contraddizione etica e istituzionale”, dichiara Raffaele Lauria, Delegato WWF Campania.
“La difesa della biodiversità e la tutela degli ecosistemi sono ormai principi fondamentali della nostra Costituzione che non possono e non devono in alcun modo essere subordinati o delegati all’attività venatoria”, aggiunge Dante Caserta, Direttore Affari legali e istituzionali del WWF Italia. “Dalla riforma costituzionale del 2022, la tutela dell’ambiente non è un mero esercizio di sensibilità “ideologica”, ma un preciso dovere sancito solennemente dalla nostra Carta costituzionale. L’articolo 9 della Costituzione prevede la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Di pari passo, l’articolo 41 stabilisce inequivocabilmente che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute e all’ambiente. Gli attuali vertici dell’Ente Parco lo hanno per caso dimenticato?”.
Questo del Parco Nazionale del Cilento non è un episodio isolato, ma rappresenta una preoccupante e pericolosa anticipazione degli scenari “distopici” che si verificherebbero qualora venisse approvata la nuova proposta di legge ribattezzata Caccia Selvaggia attualmente in discussione alla Camera, dopo essere stata approvata al Senato: un tentativo di scardinare la legge quadro sulla tutela della fauna e la regolamentazione dell’attività venatoria (legge 157/1992), ma anche la legge quadro sulle aree naturali protette (legge 394/1991), aprendo le porte delle aree naturali protette ai cacciatori e smantellando decenni di conquiste ecologiste. Una proposta che però sta incontrando la netta opposizione di gran parte del mondo della scienza e della ricerca, della società civile e di centinaia di migliaia di cittadini: ad oggi oltre 410.000 italiane e italiani hanno firmato la petizione del WWF Italia Stop Caccia Selvaggia ( https://attivati.wwf.it/stop-caccia-selvaggia).
Tentativi di camuffare kermesse venatorie sotto la dicitura di “gestione sostenibile”, come già recentemente sventato dalle associazioni ambientaliste nel Parco Nazionale del Matese, confermano che c’è chi evidentemente sogna di trasformare i nostri polmoni verdi in riserve di caccia. Respingiamo con forza le retoriche demagogiche di chi accusa i difensori dell’ambiente di volere un “Parco-Museo” o di ignorare le difficoltà delle comunità rurali. La convivenza tra attività umane, agricoltura e fauna si risolve con interventi e progetti affidati a chi ha lauree e dottorati, non a chi ha la licenza di caccia (peraltro veri responsabili della diffusione dei cinghiali).
È giuridicamente e scientificamente inaccettabile che la complessa gestione degli equilibri faunistici venga deregolamentata o affidata a lobby portatrici di interessi privati. È assurdo che un parco nazionale, strumento massimo di conservazione della natura nel nostro Paese, possa avallare una visione tanto miope e retrograda: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e la vera tutela ambientale si attua attraverso piani scientifici, monitoraggi rigorosi e metodologie ecologiche incruente, non legittimando la cultura “sparatutto”.
È altrettanto grave che anche il Comune di Roscigno abbia concesso il proprio patrocinio a una tale manifestazione. Nel 1998, peraltro, Roscigno Vecchia fu riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO in quanto parte del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Come si concilia questo prestigioso titolo con scelte del genere?
E purtroppo ancora una volta dobbiamo anche registrare che, vista l’evidente incapacità di rispondere con argomenti scientifici e normativi, i sostenitori della caccia scelgono la strada degli inaccettabili e volgari attacchi personali. Esprimiamo la nostra piena solidarietà all’ex consigliera regionale Roberta Gaeta, vittima in queste ore di insulti e frasi sessiste solo per aver avuto il coraggio di chiedere la tutela della biodiversità. Questo inqualificabile attacco segue di pochi giorni le medesime aggressioni verbali rivolte all’assessora Zabatta. Siamo di fronte a insulti intrisi di maschilismo che dequalificano chi li esprime, mentre rappresentano una medaglia per chi le riceve.
Chiediamo che i vertici dell’Ente Parco Nazionale, a partire dal Presidente Giuseppe Coccorullo, dalla consigliere Chiara Ianni, nominata dal Ministro dell’Ambiente in rappresentanza delle associazioni ambientaliste, dal consigliere Costabile Spinelli, nominato dal Ministro dell’Ambiente in rappresentanza del Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, e della consigliera Elena Anna Gerardo, nominata dal Ministro dell’Ambiente in rappresentanza dell’ISPRA, vogliano attivarsi immediatamente per far revocare il patrocinio dell’Ente Parco e impegnarsi in iniziative più in linea con i fini istituzionali e statutari e del Parco.
Dott. Raffaele Lauria
Delegato WWF Italia ETS per la Campania
sede operativa: Via Paul Harris
81020 San Nicola la Strada (CE)mail: delegatocampania@wwf.it
Elettori di destra e sinistra convergono contro il leader Usa. Per il 61,6% offende tutto il Paese

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Per decenni i presidenti americani hanno goduto, in Italia, di una sorta di credito quasi automatico. Da John Kennedy a Ronald Reagan, da Barack Obama fino, almeno inizialmente, anche allo stesso Donald Trump, gli Stati Uniti hanno rappresentato un punto di riferimento politico, culturale e persino emotivo. Si poteva contestarne le scelte, ma difficilmente si metteva in discussione la figura del presidente come simbolo della più importante democrazia occidentale. Con Trump qualcosa sembra essersi rotto. Ed è forse qui che si coglie un significativo cambiamento storico. Nel sondaggio di Only Numbers c’è un dato che colpisce più di tutti. Non è tanto il 71,8% degli italiani che condivide l’affermazione secondo cui Donald Trump sarebbe «un ignobile bullo da quattro soldi» (cit.Carlo Calenda), né il fatto che quasi 6 italiani su 10 giudichino «grave e offensivo» il post con cui il presidente americano ha rilanciato una fotografia di Giorgia Meloni accompagnata dalla frase “Restraining Order Needed”, un’espressione che negli Stati Uniti richiama i provvedimenti restrittivi adottati nei casi di molestie e stalking. Il dato davvero interessante è un altro: la critica a Trump non si ferma all’opposizione, ma attraversa buona parte dell’elettorato italiano, compreso quello di centro destra. The Donald è riuscito nell’intento di ricompattare il fronte politico attorno a un comune indirizzo. Là dove la guerra, con tutte le sue drammatiche conseguenze, non era riuscita a creare una reale convergenza, il tycoon americano è riuscito almeno a far ritrovare un’unità di giudizio, se non di vedute.

Soprattutto, emerge una lettura che va oltre la simpatia o l’antipatia personale verso Giorgia Meloni e la sua parte politica. Il 61,6% degli italiani interpreta quel messaggio come un attacco non soltanto alla presidente del Consiglio, ma all’Italia stessa. È un sentimento che si distribuisce in modo sorprendentemente trasversale. Non è soltanto una questione ideologica. Se fosse così, basterebbe osservare il voto dei partiti per trovare una netta divisione. Invece il sondaggio racconta altro. Perfino tra gli elettori della Lega, tradizionalmente i più vicini al presidente americano, quasi quattro su dieci rifiutano quella definizione e oltre sei su dieci giudicano «grave e offensivo» il post contro Meloni. Tra gli elettori di Fratelli d’Italia e di Forza Italia le percentuali sono ancora più elevate. È – forse – il segnale che esiste un limite che supera le appartenenze politiche. L’elettorato italiano può discutere, criticare e persino opporsi al proprio governo. Tuttavia, quando la critica arriva dall’esterno e assume i toni dell’umiliazione personale del capo del governo, molti la percepiscono come qualcosa di diverso: non una dialettica politica, bensì un’offesa alla rappresentanza istituzionale del Paese. In fondo dovrebbe essere un riflesso piuttosto naturale.
Nelle democrazie mature si può essere avversari all’interno, tuttavia quando il confronto arriva dall’esterno prevale spesso un senso di appartenenza nazionale. È successo in molti Paesi europei, così come sembra accadere oggi anche in Italia. C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Donald Trump ha costruito gran parte della propria comunicazione sull’idea della forza, dell’irrisione provocatoria, dell’attacco personale come strumento politico. Negli Stati Uniti questo linguaggio ha consolidato una parte del suo consenso, ma esportato fuori dai confini americani produce un effetto diverso. Quando il bersaglio diventa il presidente del Consiglio di un Paese alleato, la provocazione perde il carattere di battaglia politica interna e assume inevitabilmente una dimensione diplomatica. Il confine tra satira, provocazione e mancanza di rispetto verso un alleato diventa molto sottile. Ed è probabilmente questo che gli italiani sembrano aver colto. Infatti ben il 66,5% del campione intervistato condivide la mancanza di repliche da parte del nostro Presidente del Consiglio. Non stanno necessariamente difendendo Giorgia Meloni in quanto leader di parte. Stanno difendendo il principio che il presidente del Consiglio, quale che sia il colore politico, rappresenta il nostro Paese sulla scena internazionale.
Tutto questo racconta che, almeno su questo terreno, esiste ancora una sensibilità nazionale capace di superare le appartenenze. Una sorta di patriottismo istituzionale che non coincide con il sostegno al governo, ma con il rispetto delle istituzioni della Repubblica. È un messaggio che dovrebbe far riflettere anche chi, negli ultimi anni, ha interpretato la politica internazionale come una prosecuzione dei social network. Le relazioni tra Stati non funzionano con la logica dei post virali. Le parole dei leader hanno un peso diverso, perché parlano non solo ai propri elettori ma anche ai cittadini degli altri Paesi. E forse il vero insegnamento di questo sondaggio è proprio questo: gli italiani possono dividersi su tutto, ma sembrano accettare sempre meno che il confronto politico internazionale si trasformi nell’umiliazione pubblica del proprio Paese. Non è un giudizio su Donald Trump in quanto leader politico… L’America ci piace sempre! Tuttavia, emerge il segnale che il prestigio della presidenza americana in Italia non è più un capitale garantito per definizione. Oggi va conquistato con il rispetto reciproco, soprattutto verso gli alleati. Se questo capitale di fiducia si incrina, non è soltanto l’immagine di un presidente d’oltre oceano a uscirne ridimensionata. È la qualità stessa del rapporto tra due democrazie che, per ottant’anni, hanno fatto dell’amicizia e della reciproca considerazione uno dei pilastri dell’alleanza occidentale.
Il vicepresidente dei 5 stelle: “Se Kiev vince la guerra, Mosca userà l’atomica L’Europa porti a un tavolo Zelensky e Putin”

(di Concetto Vecchio – repubblica.it) – Stefano Patuanelli, vicepresidente M5S, hanno ragione quelli che pensano che le frasi di Conte a Napoli rappresentino una posizione pro Putin?
«Assolutamente no. Noi abbiamo condannato l’attacco della Russia all’Ucraina sin dal primo momento. Abbiamo votato, ai tempi del governo Draghi, i decreti per aiutare l’Ucraina a difendersi, perché era evidente che non si poteva consentire una guerra lampo da parte di Mosca. Dopodiché è una follia pensare che quella sia l’unica strategia per far terminare il conflitto. Ma il vero motivo per cui ci attaccano è un altro».
Quale sarebbe?
«Ciò che dà fastidio è la nostra critica al riarmo, a questa folle corsa dell’Europa ad armarsi».
Ma dire, come ha fatto Conte a Napoli, che stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci non è fare il gioco della propaganda putiniana?
«Conte ha criticato la propaganda che alimenta l’idea che la Russia voglia invadere l’Europa. E poi pensare che armare l’Ucraina sia l’unica strategia e che la guerra si vince sul campo è impensabile. Bisogna essere centrati su quello che sta accadendo in quel territorio da quattro anni».
Cosa proponente?
«Serve che l’Europa porti a un tavolo Putin e Zelensky. Se andremo avanti con l’attuale strategia la situazione non cambierà mai. Einstein diceva che la stupidità è rappresentata dal fare sempre la stessa cosa sperando di avere un risultato diverso».
Putin non ha nessuna intenzione di fare la pace, e Zelensky non vuole rinunciare al Donbass.
«Il ruolo dell’Europa dovrebbe essere anche quello di convincere Zelensky che non è pensabile mantenere la stessa integrità di prima della guerra».
Non è irrealistico?
«È difficile pensare che se ci sarà una vittoria militare contro la Russia, Mosca la subirà senza usare l’arma nucleare».
Cosa rimproverate all’Europa?
«L’Europa dovrebbe parlare con una voce sola, ma siccome non ce la fa, si appiglia a questo afflato bellicista che ci porta a spendere miliardi e miliardi per le armi sulla base del principio di deterrenza».
Non è efficace?
«La storia ha dimostrato che il detto se vuoi la pace prepara la guerra è una cavolata. Vale semmai il contrario: più armi si producono, più guerre ci sono».
Perché Conte ha espresso il suo pensiero ad una manifestazione che doveva essere unitaria?
«La posizione del M5s è coerente da quattro anni e mezzo e coincide totalmente con la posizione anche dell’Alleanza verdi e sinistra, e quindi perché dovremmo silenziarci ed essere noi quelli divisivi?».
Che sintesi sarà mai possibile trovare sulla politica estera?
«Non si possono prevedere oggi le sfide che dovranno essere affrontate dal prossimo governo. Ma qui il punto non è quello di condannare Putin, ma come risolvere un conflitto che va avanti da quattro anni e mezzo».
È ottimista?
«Assolutamente sì. L’abbiamo già fatto governando insieme, affrontando tanti temi di politica estera. Continueremo a farlo, quando saremo al governo».
La campagna del centrosinistra però è cominciata in salita.
«I temi su cui dobbiamo sfidare la destra sono quelli della politica industriale, che, secondo il Fmi, vede l’Italia penultima per crescita, dopo l’Iran. E del resto alle persone che incontro per strada interessa molto di più parlare di salario minimo, di povertà, della sanità che non funziona. E se non c’è crescita non si possono fare politiche di redistribuzione».
La sensazione però è che l’effetto referendario sia svanito.
«Ma l’effetto era sul referendum, non sulle politiche».
Non c’è il rischio che si vada a un replay del 2022, quando vinse Meloni?
«Assolutamente no. Siamo reduci da quattro anni di battaglie parlamentari insieme al Pd. Abbiamo un dovere etico-morale a trovare un’alternativa».
È vero che Schlein ha rimproverato Conte per le frasi di Napoli?
«Escluso. Elly Schlein è una persona intelligente, ben consapevole che non è nelle condizioni di poter bacchettare Conte».
Il capogruppo M5S Pirondini ha parlato di ricatto di Bruxelles per il mancato contributo alla Biennale dopo il padiglione russo.
«Non capisco il doppiopesismo. Gli atleti israeliani possono gareggiare con la loro bandiera, o aprire i padiglioni, e i russi no? Il problema è Putin, non il popolo russo, così come il problema è Netanyahu, non il popolo israeliano».

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Da studioso del barocco, capisco che fosse irresistibile l’agudeza concettistica di dare una laurea honoris causa in “innovazione” a un ereditiero ricco sfondato che si chiama Del Vecchio. Il problema, tuttavia, è che le arguzie barocche, come i motti di spirito freudiani, svelano la verità almeno quanto vogliono nasconderla.
Che cosa c’è infatti di più vecchio, di meno innovativo, di meno sostenibile e di meno giusto, del “merito” ereditato per nascita? Così, oggi è impossibile non chiedersi quale idea di università esca fuori da questo imbarazzante incidente.
[…] Cosa dovrebbero pensare le ragazze e i ragazzi che studiano nelle nostre aule? Si è detto loro che la figura di Leonardo Maria Del Nuovo li avrebbe potuti ispirare. A fare cosa? A nascere di nuovo, e nella famiglia giusta, per arrivare a 31 anni con una laurea honoris causa? A ottenere il consenso dell’intero sistema universitario italiano gettando le briciole del proprio tavolo attraverso una campagna benefica che restituisce al Paese una parte infinitesimale di ciò che dovrebbe tornare al bene comune se solo ci fosse una tassa di successione almeno pari alla media europea, una tassazione decentemente progressiva, per non dire una patrimoniale?
Il rettore di Tor Vergata ha dichiarato: “questo Ateneo conferisce il titolo honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio per avere promosso attraverso la Fondazione Onesight Essilor Luxottica Italia, da lui presieduta, campagne di prevenzione della vista rivolte alle categorie più fragili, fornendo un contributo strutturale alla riduzione delle disuguaglianze, al rafforzamento del capitale umano e alla promozione di un sistema di welfare più inclusivo e sostenibile”. Siamo sicuri che lo scopo di questa campagna sia farci vedere meglio? Non sarà invece quello di renderci politicamente ciechi? Secondo la Costituzione della Repubblica (la Repubblica alla quale appartengono le pubbliche università) le diseguaglianze si riducono non attraverso la beneficenza, ma attraverso la costruzione di giustizia sociale, attraverso la rimozione degli ostacoli economici, attraverso la redistribuzione fiscale della ricchezza, attraverso un salario che garantisca dignità. E devono essere l’impresa e la proprietà in sé ad avere utilità sociale: non le campagne promozionali che le celebrano.
[…] Un vero imprenditore, Adriano Olivetti, distingueva “chi opera secondo giustizia, e opera bene e apre la strada al progresso”, da “chi, operando secondo carità, segue l’impulso del cuore e fa altrettanto bene, ma non elimina le cause del male che trovano luogo nell’umana ingiustizia”. E la domanda è: l’università italiana dovrebbe formare persone capaci di rimuovere gli ostacoli all’ingiustizia e alla diseguaglianza sostanziale, o dovrebbe proporre il modello di grandi ricchi senza merito che fanno la carità per avere un ritorno di immagine (inclusa una laurea ad honorem)? In altri termini, le nostre università dovrebbero essere incubatrici di (appunto) innovazione sociale, nel senso di capacità di cambiare lo stato delle cose di una società sull’orlo del collasso per eccesso di diseguaglianze; o devono essere invece laboratori di manutenzione dello stato delle cose, fabbriche di pezzi di ricambio per una società clamorosamente iniqua, luoghi di consacrazione e legittimazione simbolica dei rapporti di forza esistenti? In un pianeta prossimo alla catastrofe climatica, in un continente stretto tra una guerra e un genocidio, in un Paese in cui governa chi soffia sul fuoco dell’odio razziale, l’università cosa fa? Ci dice che è giusto, innovativo e sostenibile nascere smodatamente ricchi e pulire la propria immagine con la carità. Poi ci si chiede perché aumenti senza freno il numero dei giovani e delle giovani che decidono di lasciare questo Paese. Un Paese che sembra fare di tutto per non avere futuro. .

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Concorrenza sleale. “Lavitola-Ranucci: la coppia dell’estate. Ci faranno sognare…” (Daniela Santanchè, FdI, X, 10.7). Gelosona. Ollio. “La politica italiana si sta dividendo tra chi sostiene il ruolo dell’Italia nella Nato e la difesa dell’Ucraina e chi si inchina a Mosca” (Alan Friedman, X, 10.7). Poi c’è chi è nato inchinato. […]

(Dott. Paolo Caruso) – Un altro grande della musica italiana ci ha lasciato. A qualche mese dalla morte di Gino Paoli è andato via il Maestro del melodico
La sua voce, inconfondibile perché fortemente nasale come un sax, ha accompagnato tante nostre estati. Spontaneo riandare a “Champagne” o a “Roberta” o a “Nun è peccato”. Fu “Sognatore” come uno dei suoi cavalli di battaglia e ci fece sognare. Nelle balere come nei night ci accompagnò nell’ innamoramento risvegliando le nostre passioni. Icona di un epoca, ha incarnato il genere melodico imponendo da subito il suo stile. Tutto partenopeo, ma con la passione della novità di chi crede alle personali interpretazioni del testo, per cui non fu mai di maniera. Si poteva pensare a lui, come protagonista delle sue “narrazioni”. Quel timbro solo suo, ha personalizzato la canzone napoletana e l’ha fatto accettare alla sua maniera. Fu icona della canzone italiana degli anni ’60, e a venire. Ci restano i dischi per soddisfare un impellente nostalgico ricordo dei nostri anni ruggenti. Grazie Peppino !
Sala, l’inchiesta a Milano sulle consulenze a Finalter di cui ha il 20% (non dichiarato)

(di Gianni Barbacetto – ilfattoquotidiano.it) – Il sindaco di Milano è coinvolto in un’inchiesta della Procura, condotta dalla Guardia di finanza, che riguarda consulenze pagate a una società, Finalter, di cui Sala detiene una quota. Lo ha rivelato ieri il Corriere della sera. Finalter appartiene all’80% a Cinque G, una società della moglie e della figlia di Pietro Galli, storico collaboratore di Sala fin dai tempi di Expo, e al 20% all’attuale sindaco di Milano, che nel 2016 ha collocato la sua quota in un trust di nome Inter (la passione calcistica del sindaco) costituito sotto la legislazione dell’isola di Jersey, paradiso fiscale in territorio britannico. Gestore fiduciario del trust, dal 2018, è il notaio Filippo Zabban, professionista con molti incarichi in Comune, tra i quali la vendita a Inter e Milan dello stadio di San Siro.
Sala non ha mai dichiarato il trust nella sua situazione patrimoniale, come richiesto per legge ai sindaci. Ha spiegato al Corriere di non averlo fatto in base a una interpretazione della normativa sulle intestazioni fiduciarie suggerita dal segretario generale del Comune di Milano.
Nel 2020, Finalter ha realizzato, su mandato di Galli, un finanziamento soci per 1,2 milioni di euro in un veicolo lussemburghese, Mic Co-Invest. Con questa operazione Galli e di fatto anche Sala finiscono per detenere una quota di Engineering Ingegneria Informatica, multinazionale da 1,7 miliardi di fatturato e 14 mila dipendenti. Engineering è stata in questi anni sia cliente di Finalter, con pagamenti in consulenze per circa 2 milioni di euro, sia fornitrice, per oltre 15 milioni, del Comune di Milano e di aziende municipalizzate come Metropolitana milanese e A2a. Altre consulenze, per circa mezzo milione di euro, sono arrivate a Finalter da Uteco.
Sala ha spiegato al Corriere di aver affidato le sue quote al trust Inter e al suo trustee Zabban in modo da separare se stesso dalla sua proprietà e rendere a sé ignote le scelte imprenditoriali del trustee. Galli ha assicurato al Corriere di avere “un accordo verbale” con l’amico Sala secondo cui tutti gli utili di Finalter prodotti in questi anni saranno di Galli e non di Sala.
Galli fu chiamato da Sala in Expo Milano 2015 Spa come direttore generale vendite e marketing: intervenne l’allora presidente dell’Anac (l’Autorità anticorruzione), Raffaele Cantone, perché in passato era stato condannato per bancarotta; ma Sala decise di riconfermarlo, poiché – spiegò – la bancarotta era avvenuta tanto tempo prima e per una cifra piccola. Finita l’esperienza nella società che ha gestito l’esposizione universale, Sala ha collocato Galli nel cda di Atm. Il manager è anche nel cda di Engineering.
Le spiegazioni di Sala al Corriere non hanno soddisfatto il consigliere d’opposizione Enrico Marcora (Fratelli d’Italia), che chiede a Sala di presentarsi in Consiglio comunale a riferire sulla vicenda: “Venga subito in aula a chiarire nell’interesse del Comune e dell’intera città”. Se il sindaco fosse stato della destra, il centrosinistra sarebbe ad assediare Palazzo Marino e a chiedere le immediate dimissioni di Sala: questa la reazione delle opposizioni.
L’isola dove ha imparato lo spagnolo “per sopravvivere”. La sua infanzia nelle isole e l’arresto di suo padre per traffico di droga in Spagna.

(diariodeavisos.elespanol.com) – La premier italiana Giorgia Meloni ha un legame profondo, seppur poco conosciuto, con le Isole Canarie . Durante l’infanzia, la leader politica ha trascorso molte estati sull’isola di La Gomera , dove ha imparato a parlare fluentemente spagnolo “per sopravvivenza”, giocando per le strade con gli altri bambini del posto.
I viaggi della presidente italiana alle Isole Canarie erano motivati dalla residenza di suo padre, Francesco Franco Meloni. Suo padre era un noto uomo d’affari che risiedeva a San Sebastián de La Gomera negli anni ’80 e ’90.
La storia familiare sull’isola , tuttavia, cela un retroscena complesso. Franco Meloni gestiva attività molto popolari nella capitale prima di essere arrestato e condannato al carcere in Spagna per traffico di droga a metà degli anni Novanta. Questa vicenda criminale spinse l’attuale primo ministro a interrompere definitivamente i rapporti con il padre durante l’adolescenza.
Il padre della politica italiana arrivò sulle coste di La Gomera all’inizio degli anni Ottanta a bordo di una sorprendente imbarcazione chiamata Caballo Loco ( Cavallo Pazzo), che suscitò la curiosità degli abitanti di San Sebastián. Nel capoluogo dell’isola, aprì il ristorante Marqués de Oristano, situato nell’ex Casa de Los Ayala (Casa degli Ayala).
Questo edificio storico fu in seguito acquisito dal Consiglio dell’isola di La Gomera e attualmente ospita una sede distaccata dell’Università Nazionale di Educazione a Distanza (UNED). Inoltre, l’imprenditore gestiva il popolare locale notturno Fin Fan, diventando una figura di spicco nella vita notturna dell’epoca.

Durante quei soggiorni estivi, Giorgia Meloni e sua sorella Arianna accompagnavano spesso il padre in varie escursioni sull’isola. Testimoni dell’epoca ricordano di aver visto il gruppo familiare nella località costiera di Playa de Santiago, nel comune di Alajeró.
In questa comunità del sud, erano soliti pranzare in locali tradizionali come El Bodegón o La Cuevita prima di trascorrere il pomeriggio in spiaggia. Tuttavia, il legame familiare si interruppe anni dopo. L’uomo d’affari si risposò sull’isola e il suo rapporto con le figlie si deteriorò completamente prima che raggiungessero l’età adulta.
Il completo allontanamento della presidente dal padre coincise con un oscuro episodio giudiziario in Spagna. Nel 1995, Franco Meloni fu arrestato dalle forze di sicurezza statali mentre trasportava 1.500 chili di hashish, un reato di traffico di droga per il quale scontò poi una pena detentiva.
La stessa leader italiana ha riconosciuto pubblicamente in diverse occasioni che la sua infanzia travagliata e le esperienze vissute sull’isola hanno profondamente plasmato il suo carattere, la sua indipendenza e la sua successiva carriera politica in Europa.

(ANSA) – “Non esiste nessuna inchiesta di Report sull’eolico condizionata da Lavitola. In generale non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola. Questo possono testimoniarlo tutti i collaboratori che hanno partecipato alle inchieste. Quindi l’esposto di Fratelli d’Italia si basa su presupposti del tutto errati”.
Lo dice Sigfrido Ranucci, raggiunto dall’ANSA, in merito all’esposto che Fratelli d’Italia si accinge a depositare in procura, in cui si chiede ai magistrati di chiarire il rapporto tra i due e sui presunti affari di Lavitola nelle fonti rinnovabili nel Lazio.
REDAZIONE REPORT, ‘PESANTEMENTE ATTACCATI, AVANTI CON DETERMINAZIONE’
(ANSA) – “Siamo una squadra pesantemente attaccata — prima con un attentato, ora con una sospensione — ma non ci fermiamo: continuiamo a lavorare con la stessa determinazione di sempre”.
Lo scrive la redazione di Report, annunciando una iniziativa per protestare contro la decisione della Rai di sospendere le repliche estive. “Stasera, alle 21.15, l’orario in cui saremmo dovuti andare in onda su Rai, collegatevi a RaiPlay e guardate l’inchiesta che sarebbe dovuta andare in onda. Poi fatevi una foto davanti allo schermo (o dello schermo) e pubblicatela sui social, taggandoci e usando l’hashtag #giulemanidareport”.
“Stasera la squadra di Report non è sola – si legge nel comunicato della redazione -. Questa sera Report non va in onda: la Rai ha “sospeso cautelativamente” le repliche estive, in attesa di chiarimenti sull’attentato che “abbiamo” subito lo scorso ottobre nella persona di Sigfrido Ranucci. Una decisione che non condividiamo e che consideriamo una censura senza precedenti. Anche l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai si sono espressi con solidarietà verso Ranucci e verso la trasmissione”.
“Siamo una squadra pesantemente attaccata — prima con un attentato, ora con una sospensione — ma non ci fermiamo: continuiamo a lavorare con la stessa determinazione di sempre – prosegue la nota -. Ed è proprio questa tenuta, crediamo, a fare di Report un patrimonio da difendere: una garanzia di libertà di informazione che riguarda tutti. Per questo, come squadra, ci rivolgiamo al nostro pubblico, che in questi anni è sempre stato al nostro fianco, per una mobilitazione che vada a colmare il vuoto lasciato dalla sospensione delle repliche estive.
Per policy aziendale non possiamo usare i nostri canali social ufficiali per promuoverla, ma chiediamo la vostra partecipazione: stasera, alle 21.15 — l’orario in cui saremmo dovuti andare in onda su Rai, collegatevi a RaiPlay attraverso questo link: bit.ly/RivediReport_pontemorandi, e guardate l’inchiesta che sarebbe dovuta andare in onda. Poi fatevi una foto davanti allo schermo (o dello schermo) e pubblicatela sui social, taggandoci e usando l’hashtag #giulemanidareport. Report è anche il suo pubblico. La memoria delle nostre inchieste non si sospende per decreto aziendale, e una squadra di giornalisti sotto attacco non è sola quando il pubblico le sta accanto. Report è un patrimonio di tutti”.