Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Le promesse da marinai della politica


Dalla flat tax alle accise, i proclami dei partiti sono spesso disattesi. Intanto, la proposta di Cottarelli per obbligarli a dire dove trovano i soldi giace in Senato da tre anni

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Partiamo con la promessa più banale: la riduzione delle tasse. Quale partito non ha messo per iscritti nel programma elettorale che una vota al governo le avrebbe tagliate? Vero, ognuno la presenta in modo diverso. Prima delle elezioni del 2022 Fratelli d’Italia giura che porterebbe la flat tax del 15 per cento a 100mila euro, ampliando i benefici fiscali per i lavoratori autonomi. La Lega alza ancora l’asticella, insistendo sul colpo di spugna per i debiti tributari. Forza Italia invece solletica gli elettori meno fedeli garantendo addirittura il condono, che Matteo Salvini battezza «pace fiscale». Mentre il Pd e il Movimento 5 stelle preferiscono parlare di equità, che altro non è se non la riduzione delle imposte per i meno abbienti. Perfetto. Com’è andata a finire? Che la pressione fiscale, anziché diminuire, è aumentata.

Ma non poteva essere diversamente, perché le condizioni dei conti pubblici sono quelle che sono e nessuno ha voglia di tagliare quello che davvero bisognerebbe tagliare. Ossia gli sprechi inenarrabili del bilancio dello Stato che alimentano piccole e grandi rendite di posizione, con una spesa pubblica corrente che continua a crescere come la panna montata: più di 100 miliardi da quando l’attuale governo si è insediato.

Vi chiederete: tutto questo non lo sapevano, i partiti, prima di fare agli elettori promesse così chiaramente irrealizzabili? Lo sapevano eccome. Ma non avrebbero mai potuto chiedere il voto agli italiani dicendo una roba del genere: «taglieremo le tasse, ma sappiate che questo scherzetto costerà 30 miliardi l’anno e siccome non abbiamo i soldi, dovremmo aumentare ancora il debito pubblico che graverà sui vostri figli». Eppure è proprio questo che una politica seria dovrebbe fare quando si presenta agli elettori. Dire in che modo si ha intenzione di onorare le promesse. Altrimenti è la solita presa in giro, che si verifica a ogni occasione, e senza limiti alla decenza.

Un caso concreto, molto più significativo delle sue modeste dimensioni, è quello dell’Iva su prodotti dell’infanzia. Sorvoliamo sulla giaculatoria a proposito delle misure per rilanciare la natalità che da anni impegna senza costrutto certi partiti di ispirazione sovranista. E limitiamoci a quello che c’è scritto nel programma elettorale per le politiche del 2022 di Fratelli d’Italia, cioè del partito di maggioranza relativa che oggi ha in mano palazzo Chigi. Alla riga 11 del capitolo «Fisco più equo e difesa del potere d’acquisto degli italiani» su legge fra le misure per «proteggere il potere d’acquisto» di lavoratori e famiglie: «…ampliamento della platea dei beni con Iva ridotta, in particolare con riferimento al carrello della spesa e ai prodotti per l’infanzia». Nel momento in cui quella promessa viene scritta l’Iva sul latte in polvere per i neonati è al 5 per cento. Il primo gennaio 2024 viene raddoppiata e innalzata al 10 per cento.

E come la mettiamo con le promesse di ridurre le accise sui carburanti disseminate nel programma elettorale della Lega di Matteo Salvini, spesso accoppiate agli impegni di ridimensionare al 5 per cento l’Iva sul gas e distribuire crediti d’imposta agli autotrasportatori?

Certo, stiamo parlando di forze politiche al governo, e non abbiamo la garanzia che l’opposizione, se avesse vinto le elezioni, non avrebbe replicato questo schema. Ma è proprio per questo che se si vuole rendere almeno un po’ più serio, e soprattutto onesto, il rapporto fra cittadini elettori e partiti che cercano di farli abboccare con proposte tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, bisogna fare qualcosa.

Più di tre anni fa, su questo giornale, Carlo Cottarelli ha avanzato una proposta. Correva l’anno 2023, le elezioni che avevano incoronato Giorgia Meloni presidente del Consiglio erano passate da pochi mesi e già le retromarce sulle promesse elettorali si stavano materializzando. Cottarelli, ex alto funzionario del Fondo monetario, ex commissario governativo alla revisione della spesa e per pochi giorni presidente del consiglio incaricato, era approdato in senato nelle fila del Partito democratico. Maturando l’idea della necessità di una svolta, dopo il clamoroso crollo dell’affluenza alle urne: in quattro anni e mezzo, dal marzo 2018 al settembre 2022, la democrazia italiana aveva perso quasi 5 milioni di votanti. Difficile non interpretare questo segnale coma un preoccupante giudizio degli elettori sulla credibilità dei partiti.

Ecco allora la sua proposta, dalle colonne de L’Espresso: per ogni promessa elettorale i partiti dovrebbero essere obbligati a mettere per iscritto dove prendono i soldi. Ma non basta. Questa dichiarazione dovrebbe essere verificata e «bollinata» anche da un’autorità indipendente di rango costituzionale, come l’Ufficio parlamentare di bilancio istituito nel 2014 in seguito all’introduzione nell’articolo 81 della Costituzione dell’obbligo dell’equilibrio di bilancio.

La sue proposta non è rimasta soltanto sulla carta di questo giornale: è diventata infatti un disegno di legge, presentato il 14 febbraio 2023 dal senatore Cottarelli. Placidamente finito, manco a dirlo, nei cassetti del dimenticatoio di palazzo Madama. C’è rimasto per ben 1.260 giorni, mentre il calendario del Senato si affollava di imprescindibili leggi, quali l’istituzione della Giornata nazionale degli Abiti storici, approvata in via definitiva dalla Camera alta nell’aprile 2025 dopo lungo e approfondito dibattito. Fino a quando, il 28 luglio scorso, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, non ha nominato relatrice del provvedimento Mariastella Gelmini, ex ministra di Forza Italia poi passata ad Azione e successivamente rientrata nel centrodestra con Noi Moderati. Ma per risvegliare il senato dal lungo sonno (forse ancora più lungo perché l’autore della proposta si era dimesso dall’assemblea il 7 maggio 2023) c’è voluta la scossa seguente: una petizione con la quale si chiede di rimettere in pista la legge Cottarelli lanciata all’inizio di luglio con il supporto della Fondazione Luigi Einaudi, che mentre esce questo articolo viaggia spedita verso le 60mila firme.

Per i partiti che si stanno preparando a una sfida elettorale decisiva, nessuno escluso, è l’ultima occasione per dare prova che si vuole (sia pure timidamente) cambiare registro. Cominciando a smettere di prendere costantemente per il naso gli elettori. Le forze politiche devono sapere che la prossima volta, e arriverà fra non molto, saranno giudicati anche su questo: la serietà delle loro promesse. Far passare questo cambiamento non sarebbe difficile. Non serve nemmeno tirare fuori dai cassetti la proposta di legge targata Cottarelli: conosciamo il gioco e già sappiamo come andrebbe a finire, pronti a scommettere che mancherebbe il tempo per approvarla prima delle elezioni. Ecco perché è necessaria una scorciatoia. Sarebbe sufficiente un emendamento alla legge elettorale che da mesi tormenta le forze politiche, accapigliate sulle preferenze, per cui non si risparmiano colpi bassi. Un emendamento che introduca l’obbligo per i partiti di dichiarare dove si prendono i soldi per rispettare le promesse elettorali, come suggerisce Cottarelli. Poche righe, ma che avrebbero anche il merito di rendere quella legge almeno un pochino meno indigeribile di quanto già non si profili. Poche righe e un po’ di coraggio; ma il sospetto che sia proprio questo a mancare non riusciamo a togliercelo dai pensieri.

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Mieli, amico di tutti e di nessuno


Paolo Mieli: «Il sondaggio di Lavitola? Gli risposi: “È perfetto”, ma non lo aprii nemmeno, non sapevo fosse per Ranucci. Io al Cefalù? Certo, per quelle vongole già sgusciate…». Intervista al giornalista e saggista: «Gli avevo chiesto di non dirmi a chi pensasse e lui non fece nomi. Se andavo al suo ristorante? Sì: lui poi mi riportava a casa. Da formidabile cantastorie, era un godimento ascoltarlo»

Paolo Mieli: «Al sondaggio di Lavitola il mio contributo è stato zero. Non sapevo fosse per Ranucci»

(di Tommaso Labate – corriere.it) – «Ma certo che sono scosso. Ho disturbi del sonno, a volte mancanza di appetito», risponde (ironicamente) Paolo Mieli quando gli si chiede (seriamente) se e quanto sia turbato dall’essere finito dentro la fantomatica triangolazione politica tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci, il possibile movente dietro l’attentato ai danni del secondo per cui il primo è indagato come mandante e reo confesso. Alla messa a punto del famoso sondaggio per testare la popolarità del conduttore di Report come leader del centrosinistra e sfidante di Giorgia Meloni, a cui l’editorialista del Corriere avrebbe partecipato insieme a Stefano Cappellini, ci si arriva per gradi.

Direttore, quando ha conosciuto Lavitola?
«Circa otto mesi fa. Prima di allora sapevo chi fosse, ovviamente. Ma non l’avevo mai visto né sentito».

Dopo l’attentato a Ranucci, quindi.
«Molto dopo. Una mia amica che oggi vive, lei per davvero, nel terrore di essere accostata a questa storia anche solo di striscio, mi porta in questo ristorante di pesce di proprietà di Lavitola: il Cefalù. E Lavitola nel giro di pochissimo si dimostra un oste da vecchia Roma, di quelli che si avvicina al tavolo, poi si siede, poi porta appresso altri avventori…».

Che prima impressione le fece?
«Meravigliosa».

Addirittura. E perché?
«Vede, io sono uno di quegli amanti degli spaghetti alle vongole che vivono nel tormento interiore del vederseli serviti quasi sempre con tutti i gusci. Col tempo che perdi a sgusciare le vongole, gli spaghetti si freddano e poi diventa complicato assaporarli… Ecco, Lavitola mi fece servire gli spaghetti con le vongole già sgusciate, senza aglio e senza spezie».

Che posto è il Cefalù?
«L’ultimo ristorante dove avrei pensato di andare per sperare di passare inosservato. Durante la cena si aggregava Lavitola, che con me che faccio il giornalista cominciava a fare l’elenco, “conosco questo e quello, qui viene Santoro, qui viene Ranucci che tra l’altro è il mio migliore amico”. Più una galleria di frequentatori abituali, che puntualmente si agganciavano alla chiacchierata: l’ortopedico tedesco che dice di saper curare ogni tipo di dolore alle ossa, l’ex militare esotico dal passato incredibile che non vede l’ora di rivelare, l’esordiente convinto di avere nel cassetto il romanzo del secolo…».

Par di capire che ci torna spesso a mangiare da Lavitola, dopo la prima volta.
«Diverse volte».

Ranucci c’era?
«Ranucci l’ho visto là dentro giusto una volta, ma non mi è rimasta granché impressa. Consideri che è uno che negli ultimi quindici anni vedo tutte le settimane a via Teulada, visto che entrambi registriamo lì i nostri programmi Rai. Il centro del mondo là dentro era sempre Lavitola, le sue avventure, i suoi racconti».

Lavitola diventa suo amico?
«Una sera succede che mi si rompe la macchina e Lavitola si propone di accompagnarmi a casa. Dalle volte successive sarebbe diventato una specie di rito: io andavo a mangiare al Cefalù in taxi e al ritorno mi avrebbe riportato Lavitola. Durante il tragitto, da formidabile cantastorie qual è, mi raccontava degli anni passati in carcere, della coda di quel berlusconismo che aveva vissuto da dentro, di Dell’Utri e Letta che si detestavano, di Dell’Utri che era suo amico mentre Letta voleva farlo fuori… Si figuri, per me era un godimento avere la possibilità di sentire da un testimone oculare quello che succedeva dall’altra parte del muro del potere, quindi lo ascoltavo con attenzione. Quando poi cambiava argomento e passava ai temi legati ai suoi affari, tipo il carbon credit, sempre rimanendo in silenzio spegnevo l’interruttore dell’attenzione e cominciavo a pensare ai fatti miei».

Scusi, Mieli, ma a collaborare al sondaggio di Lavitola per Ranucci premier lei come ci è finito?
«Una sera Lavitola mi fa “senti”, eravamo passati dal lei al tu, “ho un progetto politico per il centrosinistra e un nome eccezionale in grado di battere tutti”».

Lei prova a farsi dare il nome?
«L’esatto contrario. Sapendo tra me e me che tipo di consistenza potesse avere un progetto del genere, gli ho detto “guarda non me lo dire ché non lo voglio sapere”. Metti poi che il nome esce, spunta quello che dice che ci sono io in mezzo alle primarie, per carità…».

Ha pensato in cuor suo che Lavitola pensasse a Ranucci?
«Neanche per mezzo secondo, pur sapendo della loro amicizia. Ma su, siamo seri, il centrosinistra è in grado di triturare Domineddio, figuriamoci Ranucci».

A un’ipotesi però avrà pensato.
«Ero convinto che il nome nella sua testa fosse quello di Nicola Gratteri».

Lavitola le parla del fantomatico sondaggio americano che comprovava le sue convinzioni su questo leader imbattibile?
«Mai. Mi dice però che vuole costruire un sondaggio per testare la sua intuizione. Una sera mi fa “senti, a proposito di quel progetto vorrei convocare una riunione con te e…”. A me alla parola “riunione” iniziano a venire i sudori freddi, con tutte le cose che ho da fare figuriamoci perdere tempo con una faccenda del genere. Rimaniamo d’accordo che mi avrebbe mandato questa bozza di sondaggio via WhatsApp, che avrei letto e alla quale avrei proposto integrazioni».

Cosa che alla fine fece?
«Macché. Appena ricevo questo documento, credo senza neanche averlo letto, rispondo subito “è perfetto, meraviglioso, va benissimo così”. Se mi fossi messo a questionare, Lavitola si sarebbe rifatto sotto con la storia della riunione».

Alla fine, Mieli, il suo contributo al sondaggio?
«Zero. Non una sillaba, non una virgola».

E il nome di Ranucci legato al progetto?

«Mai sentito. Lavitola non me l’ha fatto. Io, ribadisco, avevo chiesto di non sapere a chi pensasse; e, come le ho detto, ero convinto che avesse in mente un’altra persona».

Cappellini ha scritto su «Repubblica» di aver ricevuto da Lavitola un messaggio in cui lo avvertiva dell’indagine a suo carico per la bomba e si rammaricava della possibilità di creargli un danno di immagine. Lei?
«Lo stesso identico messaggio Lavitola l’ha scritto anche a me».

E lei che cos’ha gli ha riposto?
«Una cosa tipo “non ti preoccupare, ci rivediamo appena questa storia sarà finita anche con la pasta alle vongole sgusciate”».

È la prima volta che ha collegato Ranucci al progetto?
«Sì».

Al posto di Ranucci, farebbe un passo indietro da «Report»?
«Ma io al posto di Ranucci non ci sarei mai finito. Vede, la gente che va in tv viene fermata di continuo al mercato dalla signora che ti dice “ci vorrebbe uno come lei in politica”; se poi ci aggiungi gli applausi dell’Anm, i telegrammi delle cariche dello Stato, la solidarietà del centrosinistra, qualcuno può finire per crederci per davvero che può fare il presidente del Consiglio dal nulla. Soprattutto se, nel pieno del metoo, scrivi in un libro dettagli veri o romanzati di storie con collaboratrici per cui un altro sarebbe stato impalato, mentre lui è stato incensato».

La storia di Ranucci leader politico avrebbe avuto un senso?
«Forse avrebbe potuto fare il Vannacci di sinistra e rosicchiare qualcosa. Ma rimanendo alleato di Schlein e Conte».

S’è chiesto perché Lavitola ha messo su questo delirio?

«Depurata dai dettagli più drammatici, questo capitolo della storia è un pezzo di commedia all’italiana, tipo Vogliamo i colonnelli. Non essendoci più i Monicelli, Age o Scarpelli la potrebbe sceneggiare Fulvio Abbate. Io penso che Lavitola cercasse di rientrare nel giro della politica. Per alcuni è come l’eroina: se la provi una volta, ne resti schiavo anche se ti ha fatto male, tanto male».


Il “consumismo egocentrico” ci divide da tutti: anche da noi


(di Franco Arminio – ilfattoquotidiano.it) – Oggi è difficile definire la situazione di un piccolo luogo, figuriamoci di un’intera nazione. Azzardo il nome del male italiano. Lo chiamerei consumismo egocentrico. Sul consumismo aveva detto molto e bene Pier Paolo Pasolini. Lui si è fermato, vittima in un certo senso pure lui del consumo, il consumo sessuale. La dissipazione del mondo portata avanti dal meccanismo produzione-consumo è andata avanti e si è fatta pervasiva. Credo riguardi il mondo intero, ma io conoscono un poco solo l’Italia e dell’Italia voglio parlare.

Mi sembra che sia fuori strada chi mette il peso dei problemi sulla bilancia destra-sinistra. Non mi pare che siano colpevoli o meritevoli di come stia andando la nostra nazione. La società che vediamo non è modellata dalle classi dirigenti, piuttosto le classi dirigenti sembrano modellate da una società medusa in cui ogni individuo si premura di farsi spazio piuttosto che provare a capire cosa c’è in ogni spazio.

Può essere una città o un paese, può essere al Nord o al Sud, sempre si manifesta il sentimento di un luogo inadeguato abitato da esseri umani a disagio. Il consumismo egocentrico è l’incrocio del consumismo con il trasloco dal reale all’irreale, dalla vita della terra alla terra senza vita del mondo digitale.

Ai tempi di Pasolini il consumismo si confrontava comunque con una struttura sociale ancora forte. Esistevano i partiti, le comunità, erano chiari gli interessi e chi li difendeva e chi li osteggiava. Da un certo punto in poi qualcosa si è rotto, ognuno si è ripiegato sulla propria vita e si è ritrovato col proprio fantasma, perché una vita tesa a essere tutto alla fine è niente. Il volere è diventato un non so più cosa voglio, cosa mi serve, con chi devo stare, chi devo evitare. Le relazioni di amore e di amicizia sono entrate in una moltiplicazione dissipante. Io non so dove sei, tu non sai dove sono. Ci si incontra sempre allo stesso bivio: la noia o il rancore. Relazioni che si svuotano riempendosi. Dalla liquidità di Bauman alla società gassosa: ognuno vive in una sua mongolfiera, non abitiamo più la Terra, non siamo allineati negli stessi spazi. Il consumismo egocentrico ci divide da tutti e anche da noi stessi, diventiamo una creatura ambigua, non si capisce se siamo la cosa che diciamo di essere o il suo contrario, se siamo i divulgatori di noi stessi o i roditori del nostro essere che si è assottigliato fino all’inconsistenza: non saranno certo le merci di cui ci addobbiamo a darci realtà. Rischiamo di diventare come un albero di Natale in cui l’albero non c’è più, sono rimasti solo gli addobbi.

Evocare il fascismo in una situazione del genere è come giocare a palle di neve nel deserto. Il male è la mercificazione di tutto, anche delle anime e un processo di questo tipo non è di destra, né di sinistra, è il capitalismo che è allo stesso tempo feroce e abulico. Non c’è il progetto di portare il mondo in un posto piuttosto che in un altro. Anche la deriva autoritaria di Trump sembra più giocata sul farsi notare che su un progetto politico meditato. È un mondo di improvvisatori in ogni campo e la somma di queste improvvisazioni è un mondo senza destino, una palla che rimbalza in modo imprevedibile, può essere il discorso tra gli amanti o le diatribe tra gli Stati.

Non ci si può fermare e svuotarsi di ogni orpello. Il consumismo egocentrico ci trasforma in scintille che non vengono da nessun fuoco. Non diamo calore a nessuno e nessuno prende calore in questo mondo freneticamente immobile. Se c’è una cura è solo vedere il male, dargli il nome giusto. Altro, per ora, non riusciamo a fare. Ma non sarà sempre così. Anche il consumismo egocentrico ha preso la via dell’apparenza e dunque potrebbe dissolversi prima che capiamo come combatterlo.


Vacanze ristrette: in pochi le fanno (e anche vicino, a rate e più brevi)


Crisi e caro-prezzi. La metà degli italiani quest’anno non partirà e il 53% di quelli che restano a casa incolpa la “mancanza di liquidità”. Confermano i balneari: la stagione salvata dalle presenze straniere

Vacanze ristrette: in pochi le fanno (e anche vicino, a rate e più brevi)

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – La vacanza c’è, ma gli italiani fanno sempre più fatica a inserirla nel bilancio familiare. Si tagliano giorni, si anticipano le prenotazioni, si cercano periodi low cost, mete più vicine o strutture meno costose. Qualcuno rinuncia, sempre più persone rateizzano o chiedono un prestito. Le presenze sulle spiagge sono concentrate nei weekend e anche in queste due settimane centrali di agosto sono gli stranieri a sostenere davvero le sorti della stagione. Ecco la fotografia di questa estate, incrociando le diverse indagini sul turismo: non solo non si parte per mancanza di liquidità, ma per far quadrare i conti si accorciano i viaggi.

In viaggio per meno giorni.
Secondo Tecnè per Federalberghi, il 48,5% degli italiani non fa vacanze durante i quattro mesi estivi e, tra chi resta a casa, il 52,8% indica la “mancanza di liquidità” come causa, seguono i motivi familiari (25,7%) e di salute (24,5%). Anche per Facile.it, 4,4 milioni di italiani non partiranno a Ferragosto per ragioni economiche. Un dato in tendenza con quello del 2025: chi non ha fatto vacanze era il 49,2% a causa della mancanza di liquidità per il 54,8%. A cambiare è la durata. La vacanza dura in media 9,8 giorni e costa 917 euro a persona, contro i 10 giorni di un anno fa e 890 euro. Nel 2024 erano 10,3 giorni e circa 86 euro.

Solo low cost e fuori tempo.
Secondo un sondaggio Udicon-Istituto Piepoli, 7 italiani su 10 ritengono che andare in vacanza oggi costi più di qualche anno fa e il 66% afferma che l’aumento del costo della vita condizioni le proprie scelte. Il 31% dichiara ferie più brevi rispetto al passato e, all’interno di questo gruppo, il 45% attribuisce il taglio alla minore disponibilità economica, il 21% all’aumento dei costi del viaggio e il 13% ai rincari degli alloggi. Anche il modo in cui si risparmia è misurabile: il 31% sceglie sistemazioni meno costose, il 27% mete più vicine, il 23% riduce ristoranti e attività, il 19% si sposta verso la bassa stagione e il 18% taglia direttamente i giorni. Un meccanismo raccontato dalle testimonianze raccolte sui social ai post di questi sondaggi. “Io vado in vacanza in periodi low cost, mi programmo prima la spesa in modo da arrivarci, e capisco che a volte anche solo poterselo permettere con un po’ di pianificazione è una fortuna”, racconta una donna. “Ormai una singola con bagno – aggiunge un altro utente – ha prezzi folli, e neanche gli ostelli scherzano. Frugando l’offerta si trova, ma molto meno di pochi anni fa”.

Rate, debiti e finanziamenti.
Poi c’è chi non taglia la vacanza, ma ne posticipa il pagamento. Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati erogati, secondo Facile.it e Prestiti.it, circa 170 milioni di prestiti personali destinati a viaggi e vacanze, in crescita del 42% rispetto al 2019. L’importo medio richiesto è di circa 5.400 euro, splamato su 50 rate da circa 132 euro. Non tutti, però, sono disposti a indebitarsi. “I prezzi – scrive un utente – sono diventati proibitivi e già la vita quotidiana è diventata troppo cara. Non penserei mai di fare un prestito per una vacanza. Per un anno rinuncerò, racimolando faticosamente per quello dopo”.

Viva gli stranieri.
Restare in Italia, poi, non significa spendere meno. “Ho fatto tante valutazioni: è esagerato viaggiare soprattutto in Sicilia e, da siciliana, ho prenotato fuori perché mi costava meno”, racconta un’altra utente. Arrivati a Ferragosto, il presidente del sindacato italiano balneari (Sib), Antonio Capacchione, parla di una stagione “salvata dagli stranieri”. Secondo il primo bilancio del Sib, le presenze straniere sarebbero aumentate del 10% rispetto al 2025, con una crescita soprattutto dai Paesi dell’Est, Francia, Svizzera, Usa, Austria, Germania e Polonia e un boom di arrivi dalla Spagna. Per il secondo anno consecutivo, sostiene Capacchione, le presenze degli stranieri avrebbero superato quelle degli italiani che fanno registrare cali in spiaggia dal lunedì al venerdì e picchi nei weekend e nelle settimane centrali di agosto. Crescono anche gli “escursionisti”, cioè chi raggiunge una spiaggia vicino casa per la giornata senza pernottare. E solo per chi può davvero. Altroconsumo ha rilevato che una postazione con ombrellone e due lettini nelle prime quattro file costa mediamente 225 euro, il 6% in più rispetto al 2025 e il 24% in più rispetto a cinque anni fa.


Passeggeri bloccati all’aeroporto di Catania, Salvini: “Con il Ponte sullo Stretto sarebbero già a destinazione”


L’eruzione dell’Etna paralizza lo scalo e il ministro ne approfitta per rilanciare la grande opera

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – “L’altro giorno uno dei 5 stelle mi ha accusato perché sta eruttando l’Etna. Non avevo messo nel programma elettorale della lega anche il contrasto alle eruzioni vulcaniche”. Così Matteo Salvini interviene sulle conseguenze sui passeggeri bloccati nell’aeroporto di Catania a seguito dell’attività vulcanica dell’Etna. “Non dipende da me la cenere dell’Etna, quello che invece dipende da me e per cui mi sto impegnando e che se un ponte per unire la Sicilia al resto d’Italia di cui si parla da cent’anni ci fosse quelle centinaia di migliaia di persone sequestrate a Catania, in treno, in macchina o in moto sarebbero già tornate alla loro destinazione”, dice il ministro dei Trasporti e leader della Lega al “Festival Versiliana”.


Politico, lavoro d’oro: oltre un mese di ferie per Camere e Regioni


Si ritorna in aula solo a settembre. L’ultima seduta in Senato, il 7 agosto, è durata 12 minuti

Politico, lavoro d’oro: oltre un mese di ferie per Camere e Regioni

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – “Rinnovo gli auguri di buone vacanze ai presenti, che ringrazio particolarmente, e anche agli assenti”. È il 7 agosto, ora di pranzo, e dopo dodici imperdibili minuti di seduta il presidente del Senato Ignazio La Russa congeda i pochi intimi che siedono di fronte a lui (del resto il riferimento agli assenti non è casuale): passate delle buone feste, ci vediamo il 9 settembre. Un mese abbondante di chiusura per il Senato, condizioni identiche alla Camera (l’ultima seduta d’aula è del 6 agosto), con giusto l’imprevista convocazione ferragostana del ministro Matteo Piantedosi al Comitato Schengen per parlare della crisi diplomatica con la Spagna sull’immigrazione, consumata due giorni fa.

I tempi di chiusura del Parlamento più o meno sono rimasti gli stessi in tutti gli ultimi anni. L’imbuto di provvedimenti legislativi porta ad approvare il più possibile entro la prima settimana di agosto, rimandando a settembre i nodi più spinosi per la maggioranza. Le commissioni potrebbero tornare a riunirsi qualche giorno prima del 9, sempre che sia necessario, altrimenti l’appuntamento è direttamente per l’aula.

Secondo uno studio di Pagella Politica, in tempi recenti l’unico anno con ferie accorciate – si fa per dire – fu nell’estate del 2020, pieno Covid, quando Camera e Senato chiusero rispettivamente per 22 e 23 giorni. Il resto sono oscillazioni fisiologiche, col picco toccato nel 2017 quando i parlamentari abbandonarono Montecitorio e Palazzo Madama per ben 39 giorni, una settimana in più rispetto alla pausa di quest’estate.

Politica d’agosto non ti conosco, si direbbe parafrasando un motto calcistico. Ma dev’essere una verità diffusa, se si pensa che a meno di emergenze anche tutti i Consigli regionali sono allineati alle ferie del Parlamento. Tra fine luglio e inizio agosto approvano l’assestamento di bilancio, poi ci si dà appuntamento a settembre.

La Lombardia, in onore della proverbiale efficienza, è riuscita a chiudere i lavori il 24 luglio, garantendosi così più di un mese e mezzo di ferie, coi lavori d’aula che dovrebbero riprendere intorno alla metà di settembre. Già l’anno scorso ci furono polemiche: i giorni di stop furono 52, una chiusura quasi scolastica. L’ordine di grandezza sarà lo stesso anche per l’Emilia-Romagna, che ha approvato l’assestamento di bilancio il 23 luglio e tornerà attiva a settembre, scavallando di un pezzo il mese di ferie canonico.

E ancora. In Calabria i lavori sono terminati il 5 agosto, qualche commissione riprenderà la settimana del 31 agosto, ma l’aula potrebbe anche slittare a quella successiva, anche se c’è da dire che già in altri momenti dell’anno è capitato che il Consiglio non fosse convocato per oltre un mese, pur senza ferie nel mezzo.

Come detto, è la norma un po’ ovunque, settimana più o settimana meno. In Sicilia l’Assemblea regionale ha brindato all’estate il 5 agosto, fissando la ripresa per l’8 settembre. Notevole, eppur beffardo, il messaggio con cui il renziano toscano Francesco Casini il 5 agosto ha salutato i suoi follower sui social, dando appuntamento a un mese più tardi: “Un rapido aggiornamento dal Consiglio prima di una breve pausa estiva”. Ma che dice breve, brevissima.


Il governo all’attacco di Food For Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi


(Mario Catania – lindipendente.online) – Prima di diventare un caso politico, era stato il caso cinematografico del 2024: primo film d’inchiesta e terzo lungometraggio in assoluto negli incassi italiani dell’anno, premiato all’Innsbruck Film Festival e proiettato in decine di città nel mondo, prima ancora di andare in onda su Report il 5 maggio, per essere visto da due milioni di spettatori. È Food for Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi firmato da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, il film finito a inizio agosto sotto quello che la stessa autrice ha definito sui social «un attacco senza precedenti»: un dossier vecchio di due anni sui suoi finanziamenti, riaperto da Il Giornale e rilanciato dal Corriere della Sera con affermazioni che Innocenzi e Report hanno bollato come false, seguito in pochi giorni da interrogazioni parlamentari annunciate dai partiti di maggioranza.

Il primo articolo de Il Giornale ha attribuito al documentario un finanziamento di 5mila euro arrivato da un investitore olandese specializzato nel settore vegano, sollevando l’ipotesi di un conflitto di interessi. Innocenzi, che sottolinea come gli attacchi al suo lavoro siano in realtà diretti alla trasmissione di inchiesta della Rai, ha replicato spiegando di aver raccolto personalmente, senza un euro di fondi pubblici né una casa di produzione alle spalle, i circa 350mila euro necessari a realizzare il film, attraverso donazioni di fondazioni e cittadini sensibili ai diritti degli animali: la lista dei donatori è pubblicata sul sito di Food for Profit fin dal primo giorno. La testata è poi tornata sull’argomento contestando il fatto che le inchieste avviate dopo il documentario siano sostenute anche da una raccolta fondi su GoFundMe e dal 5 per mille destinato a Unlocked, l’ente del terzo settore con cui Innocenzi collabora per i reportage su allevamenti e macelli. La giornalista non ha negato la circostanza, rivendicandola anzi come garanzia di indipendenza dai poteri economici che il documentario mette sotto accusa.

Nel frattempo il Corriere della Sera ha pubblicato un pezzo, simile a quello de Il Giornale, in cui si sosteneva che il documentario promuovesse «il maggior consumo di cibi a base di insetti e carne a base cellulare» e che la puntata di Report fosse al vaglio della Commissione per il codice etico Rai. Sia Innocenzi sia Ranucci hanno definito entrambe le affermazioni false: il tema degli insetti, in particolare, non compare mai nel documentario, e la seconda circostanza sarebbe, nelle parole del conduttore di Report, «destituita di ogni fondamento». Innocenzi ha anche accusato Il Giornale di vivere di soldi pubblici, sottolineando che la testata ha come editore l’imprenditore e parlamentare della Lega Antonio Angelucci: il quotidiano ha respinto l’accusa, sostenendo di vivere di vendite e pubblicità e di aver ricevuto in passato solo un contributo, non più erogato dal 2023.

Sulla vicenda dei finanziamenti al documentario intanto si è aperto un fronte istituzionale. I componenti di Fratelli d’Italia nella Commissione di vigilanza Rai hanno annunciato un’interrogazione, parlando di conflitto di interessi ai danni del settore agroalimentare e zootecnico italiano; la Lega ha accusato Report di essersi trasformato nel «megafono di una lobby», mentre il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri ha annunciato un’interrogazione e una segnalazione alla Guardia di Finanza. Sollecitata anche da Confagricoltura, la Commissione per il codice etico Rai avrebbe avviato verifiche: sul tema è intervenuto il consigliere d’amministrazione Roberto Natale, secondo cui «l’etica della professione è una cosa seria, non un randello di parte».

Il caso dei finanziamenti si intreccia, nelle stesse settimane, con un secondo fronte che riguarda direttamente Ranucci ed è distinto da Food for Profit. Dopo l’arresto, il 10 agosto, dell’imprenditore Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato dinamitardo subito dal giornalista nell’ottobre 2025, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto più volte che Ranucci venga sospeso dalla conduzione di Report, sostenendo che «coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura debbano prendersi una pausa». L’eurodeputato del PD Sandro Ruotolo ha scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen, chiedendo se le dichiarazioni di Salvini configurino un’interferenza politica sulle decisioni editoriali del servizio pubblico, in violazione degli articoli 4 e 5 dell’European Media Freedom Act, che tutelano rispettivamente l’indipendenza editoriale dei media e quella dei media di servizio pubblico. «Trasformare la vittima di un attentato nell’imputato politico della vicenda è inaccettabile», ha dichiarato Ruotolo.

Guardati in sequenza, i due fronti aperti in queste settimane si aggiungono a un elenco di pressioni che accompagna Report da anni: le querele dell’intero partito di Fratelli d’Italia, del presidente del Senato Ignazio La Russa, della ministra Daniela Santanchè e di numerosi altri esponenti di governo; lo scontro sulle dimissioni in blocco del Garante della Privacy, dopo un’inchiesta della trasmissione sull’Autorità, fino ai tagli alle risorse pubbliche del programma e lo stop deciso dalla Rai alle repliche estive. Arrivano ora, a un anno dalle elezioni politiche del 2027, in un momento in cui il conduttore è indebolito dall’inchiesta sull’attentato e dalle pressioni per la sua sospensione: più che un tentativo isolato di delegittimare un singolo documentario, il caso Food for Profit sembra l’ultimo tassello di una strategia più ampia, che punta a logorare la credibilità del programma d’inchiesta più seguito della televisione pubblica proprio alla vigilia della campagna elettorale.


Passaggio obbligato verso l’alternativa per i dem e i 5Stelle


(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Ma se il capitalismo consuma le persone, l’alternativa non è un’opzione teorica, bensì una necessità politica” (da “L’Italia secondo Elly Schlein” di Mila Spicola – Castelvecchi, 2026)

Ai suoi tempi Enrico Berlinguer, leader carismatico del vecchio Pci, avvertiva che “in Italia non basta il 51% per governare”. La frase risale al 1973 e fu pronunciata all’indomani del golpe contro Salvador Allende in Cile. Serviva a spiegare che una democrazia divisa e bloccata richiedeva una grande alleanza tra la sinistra e il popolo cattolico. Una visione che coincideva con quella di Aldo Moro, lo statista democristiano assassinato dalle Brigate Rosse, la cui strategia tendeva ad allargare la base democratica del Paese attraverso il passaggio del cosiddetto “compromesso storico”.

A quella visione s’ispira ora anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che – a partire dall’intervista rilasciata a Marco Travaglio e pubblicata su questo giornale il 18 luglio 2018 – s’è richiamato più volte esplicitamente al “modello Moro” come riferimento istituzionale per coltivare il metodo del confronto e della mediazione. Molta acqua è passata sotto i ponti della politica dall’intuizione di Berlinguer; i tempi e le condizioni sono ovviamente diversi. Resta valido e attuale, tuttavia, il nucleo centrale di quella strategia che si può applicare oggi ai rapporti fra il Pd e il M5S.

In vista delle prossime Politiche, appare chiaro che – a meno di sviluppi imprevedibili – nessuno dei due partiti sarà in grado di vincere le elezioni da solo. Anche quando i Cinquestelle raggiunsero otto anni fa l’apice del 32,7%, furono “costretti” a governare con la Lega di Matteo Salvini e l’infelice esperienza di quel “contratto” durò appena un anno. A meno di vagheggiare un monocolore guidato dall’ex premier Conte, dunque, è assai improbabile che il Movimento 5 Stelle possa raccogliere il 42% dei voti che – secondo la nuova legge elettorale concepita dal centrodestra – assegnerebbe la maggioranza dei seggi in Parlamento.

Per costituire una coalizione alternativa alla destra, sovranista e autoritaria, occorre che queste due forze politiche riescano ad aggregare un’alleanza progressista, imperniata sulla Costituzione, estesa agli ambientalisti e alle liste civiche. Sebbene il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle siano diversi per storia ed estrazione, ma non più di quanto fossero il Pci di Berlinguer e la Dc di Moro, sono due soggetti complementari e possono integrarsi a vicenda: l’uno apportando la formazione e l’esperienza della parte migliore dei suoi quadri dirigenti; l’altro conferendo la sua cultura della legalità, dei beni comuni e della questione morale. Come già avviene, peraltro, in diverse realtà locali.

Ha ragione allora il leader di Avs, Angelo Bonelli, quando in un’intervista a Repubblica sostiene che “la contesa a due fa danni”, invitando entrambe le parti a superare il dualismo e ad accelerare l’elaborazione di un programma comune, all’insegna del rispetto reciproco. Sappiamo bene che poi i programmi camminano sulle gambe degli uomini o delle donne. Ma questa è la base su cui si può misurare l’affidabilità e il gradimento di una leadership attraverso le primarie di coalizione, con l’impegno a rimettersi fin d’ora al responso chiunque le vinca.

Se c’è un principio fondamentale che può associare i due partiti, è il ripudio della guerra, intesa – secondo l’articolo 11 della nostra Carta – come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ne deriva, di conseguenza, il dovere morale di ricercare la pace come valore supremo. Davanti a quella che Papa Francesco chiamò la “terza guerra mondiale a pezzi”, questo è il fronte comune su cui i progressisti devono attestarsi.


Al bando il nazionalismo se si vuole la (vera) pace


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Elly Schlein ha detto che “sarà l’Europa a dimostrare quello che con Trump ormai mi sembra un dato di fatto innegabile: il nazionalismo non è solo un pericolo per il mondo, ma è anche una minaccia per l’interesse nazionale dei paesi che lo promuovono”. Giusto, a patto di avere ben chiaro che il nazionalismo è l’inevitabile proiezione esterna di uno Stato che resta ancorato a una dimensione nazionale: che è proprio il massimo problema europeo. Come ha scritto Simone Weil, “il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra (…) è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti”. […] Proprio l’America di Trump lo dimostra con chiarezza lancinante: America first è vero prima contro le minoranze interne perseguitate dall’Ice, perché avvertite come estranee alla nazione americana (una nazione, come scriveva Martin Luther King, “nata da un genocidio” che eliminò fino a cento milioni dei veri nativi, gli ‘indiani’), e solo dopo contro il Venezuela, l’Iran, Gaza. E tutto questo non è altro che l’attuazione di un paradigma europeo. Le penose schermaglie estive tra premier e ministri degli Esteri degli Stati-nazione europei che si accapigliano su confini e rimpatri, non sono politica estera: sono la somma di tante scellerate politiche interne giocate sulla pelle dei migranti. E la radice di tutto questo affonda profondamente nella natura stessa dello Stato-nazione europeo: non per caso il Manifesto di Ventotene, che sperava davvero di fare dell’Europa l’annuncio di un mondo nuovo, sosteneva che “il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani”. Che quella radice malata continui a fare danni spaventosi lo dimostra il fatto che, nella complicità imperdonabile dell’Unione europea (e dell’Italia e della Germania prima di tutti) nel genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele e tuttora inarrestabilmente in corso, non contano solo interessi economici e politici, ma conta la storia stessa, tutta europea e coloniale, di Israele. Come ha scritto con cartesiana chiarezza Mahmood Mamdani (professore di Government alla Columbia University), “un principio centrale della modernità politica così come è emerso nella storia d’Europa afferma che lo Stato esiste per proteggere e promuovere gli interessi della nazione; in Israele, lo Stato esiste per proteggere e favorire gli interessi della nazione ebraica, che costituisce anche l’identità maggioritaria permanente di Israele. Il sionismo è probabilmente l’espressione perfetta della modernità politica europea in un contesto coloniale. (…) Tuttavia, immersi nella medesima ideologia che negava loro dignità e uguaglianza negli Stati europei, i sionisti decisero che l’unica opzione per gli ebrei fosse avere un proprio Stato, e si mossero altrove per edificarlo. Quando lo fecero, diventarono l’oppressore, perché nello Stato-nazione si può essere solo l’oppressore o l’oppresso, o la maggioranza o la minoranza, o la nazione o l’altro”. È questa la ragione per cui Giorgia Meloni (e con lei tutte le estreme destre europee e americane, Vannacci incluso) in politica estera sostengono a spada tratta Israele, e in ‘casa loro’ parlano solo di ‘nazione’: perché tendono a eliminare lo Stato di diritto e la democrazia egualitaria, a favore di una stratificazione gerarchica su base etnica. Sanno perfettamente che la ‘remigrazione’ (rectius deportazione di massa) non è attuabile: se non altro perché nelle famose cucine italiane patrimonio immateriale dell’Unesco (ma anche nelle Rsa, nel lavoro domestico e infiniti altri luoghi sensibili) la ‘nazione’ prevalente non è certo quella italiana. […] Come dimostra l’entusiasmo per la revocabilità della cittadinanza non di sangue, l’obiettivo è allora uno Stato-nazione in cui i cittadini con la pienezza dei diritti, cioè una fascia stabilita su base di appartenenza etnica alla nazione, sia dominante sugli ‘stranieri’, in un regime di sostanziale apartheid. Di fronte a una estrema destra non democratica che farà l’ennesima campagna elettorale sui confini della nazione e sull’invasione straniera, dovrebbe esserci una sinistra consapevole che, se l’Europa vuole contribuire davvero alla costruzione di un mondo in pace, il primo passo è ricostruire le nostre democrazie mettendo al bando l’elemento nazionale e puntando tutto sull’eguaglianza dei diritti tra persone umane, senza altre distinzioni. Una sinistra che non dovrebbe giocare in difesa, ma in attacco: spiegando che la vera sicurezza è la sicurezza sociale. E non per ‘gli italiani’, ma per tutte le persone che sono parti della Repubblica, fondata su una Costituzione intimamente anti-nazionalista.


Il buio che cala sull’Europa


Nel tornante della Storia in cui ne avremmo più bisogno l’Unione va in pezzi. E, dai migranti all’Ucraina, ogni Stato membro gioca in proprio

Teruel (Spagna), 12 agosto: l'eclissi solare

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – L’eclissi di sole che il 12 agosto ha incantato milioni di persone è la perfetta allegoria del buio che cala sull’Europa. Nel tornante della Storia in cui ne avremmo più bisogno, l’Unione va in pezzi tra élite inadeguate, opinioni pubbliche impaurite e autocrazie compiaciute. È l’esito di una tragica involuzione politica, ma anche di una drammatica regressione civica.

Madrid, 12 agosto: in attesa dell'eclissi

Il paradigma è la Germania: mentre a Berlino il Bode Museum fa il boom di visitatori che fanno ore di coda per ammirare Angela Merkel ritratta da un giovane pittore francese, in Sassonia la leader dell’ultrasinistra Sahra Wagenknecht annuncia la possibile alleanza con l’Afd di Alice Weidel alle elezioni nel länder del 6 settembre.

Da una parte c’è il rimpianto per la Kanzlerin che per sedici anni ha guidato il paese e tenuto acceso il motore franco-tedesco col motto «In der Ruhe liegt die Kraft», cioè «nella quiete c’è la forza». Dall’altra parte c’è la voglia matta di mandare a casa i sepolcri imbiancati della Cdu, e di affidare le sorti teutoniche al partito neonazista, pronto a cacciare tutti gli stranieri in nome del vecchio «Blut und Boden», il «sangue e suolo» di hitleriana memoria. La crisi d’identità tedesca e il cupio dissolvi europeo sono due facce della stessa medaglia.

Il sogno federale cullato a Ventotene da tre confinati coraggiosi si è dissolto, la «comunità di destino» non è più all’ordine del giorno. Non abbiamo voluto bene quanto avremmo dovuto a tutto ciò che ci ha reso diversi — e migliori, dobbiamo dirlo — da altre parti di mondo: le democrazie e le Costituzioni, le garanzie e i diritti, il welfare e l’habeas corpus.

Negli anni Novanta le sinistre riformiste in cammino sulla Terza Via si erano illuse di gestire il cambiamento. Ma affidarsi alla mano invisibile del mercato non è stato un buon affare: la globalizzazione dei capitali, dei commerci e degli uomini ci si è ritorta contro. I proletari del Sud del pianeta sono venuti in Europa a cercare una vita migliore, ma il dumping sociale e salariale innescato da chi li sfrutta ha finito per proletarizzare i ceti medi europei.

Saltato il patto sociale, le destre sovraniste hanno buon gioco a spacciare protezione sul mercato elettorale, sabotando il progetto europeo con la promessa del ritorno agli Stati nazionali, ognuno coi suoi interessi e i suoi muri da difendere. Questa narrazione tossica sta avvelenando l’Unione: se il terreno della contesa è la sovranità di una nazione, allora ci sarà sempre qualcuno più sovranista di qualcun altro. E quando quel circolo comincia a girare, diventa subito vizioso.

Carlo Azeglio Ciampi lo spiegò due volte ai partner in conflitto: nel 1992, quando la speculazione travolse lo Sme e ogni paese si illuse di proteggere la sua valuta, e nel 1996, quando i “frugali” del Nord osteggiarono l’ingresso nell’euro dei “lassisti” del Club Med. «Se vi mettete gli uni contro gli altri, farete la fine degli Orazi e Curiazi», fu il saggio avviso ai litiganti dell’ex capo dello Stato.

Oggi la Storia si ripete. Dai migranti all’Ucraina, dagli acquisti di gas alle sanzioni a Mosca, dal prezzo dei farmaci agli Ets: ogni Stato membro gioca in proprio. Il caso degli aiuti alla resistenza di Kiev è esemplare. Tutte le ultradestre vogliono abbandonare Zelensky al suo destino, cioè alla resa nelle mani di Putin (che del resto le spalleggia e in qualche caso le foraggia, vedi Marine Le Pen possibile inquilina dell’Eliseo tra appena dieci mesi).

Sul disimpegno l’Italia è in prima linea, con Salvini strattonato da Vannacci Conte tallonato da Di Battista, tutti uniti sotto le gloriose bandiere dell’Internazionale rossobruna. Per capire la vera posta in gioco gli basterebbe vedere Mr Nobody against Putin di Pavel Talankin o leggere Kolchoz di Emmanuel Carrere: scoprirebbero che in quella sporca guerra non ci sono «torti da spartire», che «Z è la svastica del puntinismo» e che la Russia che «voleva essere la Terza Roma è diventata il Quarto Reich». Ma dio acceca sempre chi non vuol vedere.

Così a tenere gli occhi aperti resta solo la coalizione dei volonterosi di MacronMerz e Burnham. Ma fino a quando? Difendere l’Ucraina invasa dal tiranno del Cremlino non è solo un dovere etico e politico. Sarebbe anche l’occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. E invece non è così.

Tra il 2022 e il 2025 l’Ue ha fornito 75 miliardi di euro di aiuti all’Ucraina, ma non c’è stata alcuna mutualizzazione: gli Stati continuano a gestire autonomamente i propri eserciti, gli acquisti di armamenti e la strategia militare. Ognuno si riarma come vuole, con tanti saluti all’esercito comunitario e al bilancio federale per la difesa.

La rottura sull’immigrazione è altrettanto grave. Dopo Ceuta, siamo in pieno effetto-domino. L’Italia attacca a sproposito la Spagna e sospende Schengenla Spagna risponde per rappresaglia, la Germania annuncia l’espulsione dei “dublinanti” in Italia, la Danimarca è pronta a chiudere i confini con la Germania, 22 paesi chiedono a Bruxelles di blindare le frontiere esterne, altri 5 avviano trattative con l’Uganda su hub per i rimpatri all’estero. È tutti contro tutti.

Anche qui il Belpaese fa scuola, con il generale nazional-futurista che costringe Meloni, Salvini e Tajani a svilire il governo italiano a grottesca via di mezzo tra una junta cilena e una Repubblica delle banane, persa tra farneticanti decreti sicurezza e comunicati ipocriti sulla strage di Bologna, atti sediziosi contro Mattarella e editti bulgari contro Ranucci. Da perfetti impostori, fingono pure di commemorare Francesco Guccini, senza sapere nulla di Amerigo, del dolore di chi migra e dell’orrore di chi respinge.

Purtroppo, urlare «non passa lo straniero» porta voti, a Roma come a Parigi. Per questo resta un po’ di nostalgia, di fronte a quel ritratto di Angela Merkel. Nel 2015, con 6 milioni di profughi siriani in arrivo, la Cancelliera salvò l’Unione dicendo «wir schaffen das». Oggi 70mila poveri cristi hanno bussato alle porte di Gibilterra: se in Europa c’è uno statista pronto a dire «ce la faremo», si faccia avanti.


La Nato invia agli Stati membri un test di fedeltà al presidente Usa


Secondo Bloomberg, prima di tagliare le risorse militari Washington vuole sapere quanto ciascun alleato sia fedele al tycoon

La Nato invia agli Stati membri un test di fedeltà al presidente Usa

(di Massimo Basile – repubblica.it) – NEW YORK – L’America che per ottant’anni ha chiesto all’Europa di diventare più occidentale, adesso le chiede di diventare più americana. E non solo americana: trumpiana. Il questionario che gli Stati Uniti hanno inviato ai membri Nato potrebbe essere l’atto che, più delle minacce lanciate per anni dal presidente Donald Trump, svuota dall’interno l’Alleanza Atlantica.

Washington vuole sapere da ciascun alleato se è fedele alle politiche di Trump, prima di avviare la revisione finale sui tagli alle risorse militari destinate alla difesa atlantica. Secondo Bloomberg, che ha letto il questionario, le domande introducono una nuova logica: sei con noi politicamente? Usi le nostre armi? Compri dalle nostre aziende? Permetti alle nostre forze di usare le tue basi? Hai criticato le nostre politiche? Le domande citano le operazioni in Medio Oriente, dove gli Stati Uniti sono entrati in azione senza il sostegno Nato.

Alcuni Paesi, tra cui la Spagna, hanno vietato a Washington di utilizzare le proprie basi per colpire l’Iran. Il questionario esamina nel dettaglio i bilanci della difesa dei vari Stati, chiedendo documenti che dimostrino il reale rispetto degli obiettivi di spesa richiesti da Trump. Chiede se i Paesi stiano acquistando armamenti dalle aziende americane e se abbiano espresso pubblicamente la loro opposizione al “made in Europe”.

Le domande segnano il passaggio da alleanza a rapporto di subordinazione. La Nato, nel modello costruito dopo il 1945, era nata sul presupposto che gli Stati membri potessero avere governi, ideologie e interessi diversi, ma che condividessero un impegno fondamentale per la sicurezza collettiva.

Una relazione costruita dopo due guerre mondiali, il Piano Marshall, la Guerra fredda, Berlino, la caduta del Muro e l’espansione della Nato viene condensata in una serie di caselle che cambiano tutto il quadro: Trump non vuole ridurre soltanto la presenza in Europa – ha già annunciato il ritiro di 5 mila militari dalla Germania – vuole cambiare anche il significato della protezione americana in Europa.

A luglio, parlando con i giornalisti, il segretario generale della Nato Mark Rutte aveva detto che «avere regolarmente una revisione credo sia una scelta saggia». Non è chiaro se fosse già a conoscenza del documento e come risponderanno al questionario gli Stati membri, che dovrebbero incontrare gli Usa a Bruxelles a fine agosto.

Ma un risultato forse è stato raggiunto: l’ulteriore perdita di fiducia verso l’alleato più importante, proprio quello che il presidente russo Vladimir Putin sognava. In questo caso non finirebbe solo una certa idea di America, ma di Nato.


La rabbia per le iene contro Report


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Leggo di Michela, la figlia di Sigfrido Ranucci, che “disperata, non fa che piangere da giorni” (Corriere della Sera), e provo rabbia. Laureata in Legge alla Sapienza col massimo dei voti e la lode, “forse della sua famiglia e quella che ha subìto il tradimento più grande da Lavitola”. Perché a lei, “giovane e appassionata terapista, esperta di disturbo dello spettro, l’ex faccendiere affidò tra i singhiozzi le cure di suo figlio”. Provo rabbia perché quella sera, a Campo Ascolano, rientrando a casa un minuto prima o un minuto dopo, Michela avrebbe potuto anche rimetterci la vita. E adesso deve, per assurdo, fare i conti con il fallout venefico che quella bomba ha provocato. Come del resto capita ai fratelli, Giordano ed Emanuele, costretti a rispondere “colpo su colpo” alle mascalzonate degli odiatori social. Rabbia che non è soltanto la mia per le ricadute mediatiche, e per lo sciacallaggio politico (non soltanto a opera della destra) che l’eccellente, e incolpevole, redazione di Report continua a patire sulla base di un disegno evidente: lucrare sulle conseguenze della sciagurata amicizia di Ranucci con Lavitola per tentare di commissariare (e forse anche devitalizzare) un modello di Servizio Pubblico (purtroppo, uno dei pochi in Rai) al servizio dell’informazione e dei cittadini. Sono essi, quei bravi giornalisti, gli autentici protagonisti di Report, autori di scoop e inchieste professionalmente ineccepibili.

[…]

Anche se troppo spesso invisibili dietro le quinte dello studio, dove la visibilità è soprattutto quella del conduttore. Provo rabbia perché chi rischia di pagare il prezzo più alto di un simile disastro siamo noi, il vasto pubblico di Report, spettatori puntuali, ogni domenica sera, di quello che dai tempi di Milena Gabanelli si è via via trasformato in un appuntamento civile. Che – con gli errori inevitabili in chi fa, credendoci, questo mestiere –, ha spesso dato sostanza alla celebre massima di Luigi Einaudi: conoscere per deliberare. Assistere al bombardamento incessante di questa esperienza, da parte di iene dattilografe e veline semoventi, come può non provocare una rabbia profonda? Caro Sigfrido, quante vittime incolpevoli ha lasciato sul campo l’ordigno dell’“amico fraterno”.


Pregiudicato? Dipende


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci sono voluti Ranucci e Lavitola perché la stragrande parte del mondo politico e giornalistico trovasse l’unanimità su una regola-base del vivere civile: “Non si frequentano pregiudicati”. E chi più di noi potrebbe felicitarsene? Chi scrive ha firmato libri sugli impresentabili in Parlamento e ha fornito a Grillo la lista dei 23 pregiudicati che infestavano le Camere per pubblicarlia sull’Herald Tribune (era il 2005 e nessun giornale italiano volle vendergli una pagina) e poi declamarne i nomi nella piazza del V-Day per mandarli affanculo. […] La risposta unanime della stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico era: “populisti”, “giustizialisti”, “fascisti”, “odiatori”. Ora invece, con una discreta confusione mentale, sono i giornalisti a non dover frequentare pregiudicati, mentre i politici devono frequentarli. E possibilmente esserlo essi stessi.

[…]

L’altra sera, su Rete4, Mariastella Gelmini moraleggiava su Ranucci che “ha perso il barlume della ragione” (sic) e ha “sbagliato a frequentare un faccendiere”, ergo non può più condurre Report. Avete capito bene: la Gelmini, l’amicona del faccendiere pluripregiudicato Bisignani, che fu quattro volte deputata, poi ministra, infine capogruppo di FI, il partito di B., pregiudicato per frode fiscale e affiancato da una sfilza di pregiudicati per mafia, camorra, ’ndrangheta, corruzione, truffa, prostituzione ecc. Forse aveva perso pure lei il “barlume della ragione”, perché non fece mai una piega. Non si accorse neppure che sull’aereo di Stato che scarrozzava B. nelle missioni internazionali viaggiava stabilmente Lavitola, pagato per comprargli senatori un tanto al chilo e corrompere governanti di Saint Lucia in cambio di dossier anti-Fini. […] Già, perché il pregiudicato Lavitola nasce socialista con Craxi (pregiudicato) e poi forzista con B. (pregiudicato). Avete mai sentito qualcuno di questi tartufi rimproverare qualcuno per aver frequentato Craxi, B. e Lavitola? B., da pregiudicato, andava su e giù dal Quirinale per fare e disfare governi, appoggiando quelli del dem Letta e di Sua Santità Draghi. Qualcuno disse mai a Napolitano, a Mattarella, a Letta, a Draghi, che non stava bene ricevere il pregiudicato B., che per giunta frequentava e pagava il faccendiere Lavitola? Qualche giornalista storse il naso all’idea di farsi pagare dal pregiudicato B. dirigendo i suoi giornali o scrivendoci? Non risulta. Eppure sono gli stessi che oggi scoprono, per Ranucci e solo per lui, che non deve lavorare in Rai perché ha frequentato un pregiudicato, senza peraltro (almeno che si sappia) commissionargli reati, parlarne bene in tv o farci affari. Quindi, per maggiore chiarezza, la nuova regola del vivere civile va riformulata così: i pregiudicati sono santi finché non incontrano Ranucci.


Ranucci continua a lavorare alla nuova stagione di Report, avanti con il nuovo ciclo


Il legale del giornalista: “In audizione Rai fugati i dubbi sulle inchieste. Confermata la correttezza”. Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato, valuta un nuovo interrogatorio e prepara il ricorso al Riesame. Il Pd si rivolge alla Commissione Ue contro le richieste di sostituzione del conduttore

Ranucci continua a lavorare alla nuova stagione di Report, avanti con il nuovo ciclo. Il legale: “In audizione Rai fugati i dubbi sulle inchieste”

(ilfattoquotidiano.it) – Sigfrido Ranucci continua a lavorare al nuovo ciclo di Report. L’ipotesi di un passo indietro del conduttore, almeno al momento, non sarebbe sul tavolo della Rai. È quanto emerge da diverse fonti, mentre proseguono gli incontri di lavoro sul programma anche dopo l’esplosione dell’affaire legato a Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato contro il giornalista. Ranucci ne avrebbe parlato anche ieri, nel corso di una riunione con il direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini. Non troverebbero invece riscontro le indiscrezioni secondo cui il conduttore sarebbe pronto a chiedere un risarcimento alla Rai nel caso di un suo allontanamento dalla trasmissione.

La posizione del giornalista arriva al centro di un confronto che coinvolge contemporaneamente la Rai, la magistratura e la politica. Proprio giovedì è stata consegnata all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, la relazione del Comitato etico. Il suo legale, Roberto De Vita, definisce positivo l’esito dell’audizione davanti al Comitato.

“Nella lunga audizione davanti al Comitato Etico della Rai il dottor Ranucci ha risposto in modo puntuale ed approfondito a tutte le domande rivolte”, afferma l’avvocato, sostenendo che il conduttore avrebbe fornito “elementi fattuali” in grado di fugare “ogni possibile dubbio” sulle ricostruzioni, definite “infondate e pretestuose”, relative alla conduzione di Report e alle sue inchieste. De Vita rivendica inoltre il ruolo svolto da Ranucci nella tutela dell’autonomia della redazione. “Come già in precedenti audit conclusi con conferma della correttezza dell’operato di Report, Ranucci ha sempre difeso il valore dei giornalisti della redazione tutelandone autonomia ed indipendenza“, sottolinea il legale.

L’attentato e la confessione di Lavitola

Sul fronte giudiziario resta invece in carcere Valter Lavitola, per il quale il gip Iele Moricca ha confermato la misura cautelare dopo l’interrogatorio di garanzia della scorsa settimana nel carcere di Rebibbia. Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’attentato avvenuto nell’ottobre scorso davanti all’abitazione di Ranucci. Secondo quanto riferito dall’indagato, l’obiettivo sarebbe stato quello di provocare un innalzamento del livello di protezione attorno al giornalista.

Una spiegazione che non ha convinto il giudice che ha definito le dichiarazioni dell’ex editore e imprenditore prive di riscontro e inverosimili. Le parole di Lavitola sono state definite nell’ordinanza “fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”. Non sono quindi venuti meno, secondo il gip, il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga.

La difesa starebbe ora valutando un nuovo interrogatorio davanti al pm. All’inizio della prossima settimana è inoltre atteso il deposito del ricorso al Tribunale del Riesame, sia contro le esigenze cautelari sia rispetto alla contestazione dell’aggravante del metodo mafioso. L’udienza potrebbe essere fissata tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre.

La difesa degli altri indagati

Intanto alla luce di quanto è emerso dall’interrogatorio di Lavitola, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, difensori dei quattro indagati ritenuti dalla Dda di Roma gli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo contro il giornalista chiederanno gli interrogatori dei loro assistiti davanti ai magistrati. Gli arrestati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere ed hanno reso soltanto dichiarazioni spontanee.

Le accuse contestate ad Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marica De Filippis (ai domiciliari, ndr), vanno dalla detenzione, al porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. L’avvocato generoso Pagliarulo, ha spiegato a LaPresse: “Quanto è emerso dall’interrogatorio di Lavitola ci permette ora di chiedere che l’interrogatorio dei nostri assistiti”.

Il confronto politico

Intanto il caso continua ad alimentare lo scontro politico. Ranucci ha rilanciato sui propri canali social l’iniziativa dell’eurodeputato Pd Sandro Ruotolo, che ha annunciato di avere scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen per chiedere attenzione sulle dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e sulla richiesta di sospendere il giornalista dalla conduzione di Report.

Per Ruotolo la questione riguarda direttamente l’indipendenza del servizio pubblico e l’applicazione dell’European Media Freedom Act. “Non può essere il vicepresidente del Consiglio a decidere il futuro professionale di un giornalista della Rai”, sostiene l’eurodeputato, secondo cui non può essere il governo a stabilire “chi debba o non debba condurre un programma del servizio pubblico”. Nel suo intervento Ruotolo sottolinea inoltre che sull’attentato indaga la magistratura e che spetta agli inquirenti accertare fatti, movente e responsabilità. “Trasformare la vittima di un attentato nell’imputato politico della vicenda è inaccettabile”.


Buon ferragosto Giorgia…


(Dott. Paolo Caruso) – Mentre il Palazzo chiude le porte per la pausa estiva e i cosiddetti rappresentanti del popolo si godono le immeritate vacanze, buona parte degli italiani si trova alle prese con una crisi economica senza precedenti che morde sempre più il portafoglio con una inflazione calcolata al 3% annuo, e un aumento non più sostenibile dei prodotti energetici con ricadute sulle bollette, sui carburanti e con tutto quello che gli ruota intorno. Non può che fare rabbia l’ attenzione morbosa dei media rivolta alla falsa rappresentazione di una Italia vacanziera e spensierata che all’ interno di ” Melonilandia “, il fantastico mondo di Giorgia, ritrova fiducia e nuova linfa vitale per il prosieguo. Una arrampicata fino alla cima dei sogni che prelude ad un rapido scivolamento a valle in una realtà autunnale che di sicuro non prevede nulla di buono per i comuni cittadini. Cittadini che subiscono grazie ai sovranisti meloniani i contraccolpi economici di una politica scriteriata tesa al mantenimento del potere e alla difesa degli interessi delle lobby finanziarie soprattutto di quelle delle armi. Il mancato intervento sugli extra profitti bancari, assicurativi e energetici è un esempio lampante della rotta intrapresa da questa destra di governo a favore delle classi finanziarie dominanti. Un danno non indifferente per l’ erario, un giusto ritorno di capitali che avrebbe potuto risolvere almeno in parte i problemi insoluti della sanità pubblica. Uno schiaffo a tutti coloro che trepidano per arrivare a fine mese. Pagherà qualche altro. I soliti noti. Cioè noi cittadini sempre più ” tartassati “. Quanto profitto, ci chiediamo, in termini di miliardi non hanno guadagnato le banche e i ricconi in questi anni di guerra e con il rincaro dei prodotti energetici? Una economia di guerra che ha affossato una intera popolazione. Intanto si può affermare con cognizione di causa che questo governo non fa nulla, se non propaganda, per risolvere i problemi reali che più stanno a cuore ai cittadini, la sanità pubblica e le lunghe liste di attesa, la disoccupazione giovanile e non solo, la perdita delle migliori intellighenzie che emigrano in Paesi esteri, la sicurezza, un giusto sistema fiscale, la lotta alla corruzione e alla evasione. Corruzione e Evasione che a poco a poco hanno logorato come un tarlo il telaio socioeconomico del Paese, alterando le stesse regole del vivere civile. Un vero e proprio cancro la cui capillarità è diventata oggi un vero problema sociale. L’evasione fiscale (100 miliardi di euro l’ anno sottratti al fisco) e la corruzione (in maniera più subdola) sono aumentate notevolmente nel corso degli anni e nulla o poco è stato fatto da questo governo per ridurre il fenomeno. Anzi……. Basterebbe che la politica del “fare” invece di strombazzare a destra e a manca terapie miracolose per la risoluzione definitiva del problema non si mettesse di traverso a quegli strumenti preziosi che sono le intercettazioni telefoniche, l’ abuso di ufficio richiesto dall’ Europa e il traffico di influenze, e attuasse inoltre rigidi controlli per colpire i veri soci della politica, i cosiddetti Colletti bianchi, allora sì che tutto cambierebbe in meglio. Nessuna riforma è stata portata a compimento dalla Giorgia nazionale e l’ unica quella sulla Magistratura è stata bocciata giustamente dal Popolo Sovrano. Molte leggi ancora sono di là da venire, la legge del voto ai fuori sede per il voto a distanza di chi si trova in mobilità deve essere ancora approvata dal Senato, manca all’ appello la legge sul lobbying che faccia luce sulla rappresentanza degli interessi, la legge anti SLAPP ( contro le azioni legali intimidatorie ) come indicata dalle direttive europee che dovrebbe tutelare giornalisti , attivisti, e semplici cittadini da azioni legali infondate allo scopo di metterli a tacere. Una Meloni che a filastrocca approva decreti sicurezza senza che vi sia alcun riscontro positivo in campo. Una destra bellicista che ha portato l’ Italia ad una economia di guerra sprecando miliardi di euro per armamenti. Una Caciottara che non è riuscita a regolarizzare l’ arrivo dei migranti in Italia e che ora si ritrova da sola in Europa a sospendere il trattato di Schengen contro la Spagna e a fronteggiare le pretese del Cancelliere tedesco per i rimpatri di alcuni migranti. Il capolavoro di una vera Statista! Buone vacanze Giorgia, buon ferragosto a te, ai fratelli e sorelle d’ Italia, vi rimandiamo a settembre con la speranza di una sonora bocciatura alle elezioni del prossimo anno.