Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Separazione delle carriere, Forza Italia ci riprova (ignorando il referendum)


“Ripresentiamo la proposta, le riforme ambiziose richiedono tempo”. Nonostante i 15 milioni di No, il capogruppo azzurro Costa insiste: “Se qualcuno pensa di voltare pagina dovrà confrontarsi con noi”. Si riparte dal testo promosso dalle Camere penali: l’ipotesi di procedere con legge ordinaria

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – Poco più di sei mesi fa, i cittadini hanno bocciato quel progetto con 15 milioni di No. Eppure, come gli ultimi giapponesi nella giungla dopo la Seconda guerra mondiale, c’è chi continua a combattere la sua battaglia ignorando completamente l’esito del referendum: “Forza Italia alla Camera e al Senato ripresenterà la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, promossa dall’Unione delle Camere penali, già depositata in Parlamento e sottoscritta da oltre 70mila cittadini. Un atto simbolico in ossequio ai 13 milioni di Sì, ma anche un segnale concreto della nostra determinazione a portare avanti questa battaglia”, ha annunciato il capogruppo azzurro a Montecitorio Enrico Costa, a margine del congresso delle Camere penali in corso a Brescia. “Le criticità sono ancora tutte sul tavolo e, se qualcuno pensa di voler voltare pagina, dovrà confrontarsi con la nostra convinzione”, sottolinea Costa, in un messaggio implicito anche agli alleati di Fratelli d’Italia, che dopo il referendum hanno deposto le armi sulla giustizia. “Siamo consapevoli che le riforme più ambiziose hanno bisogno di tempo per maturare, ed è fondamentale tenere accesa la fiammella riformatrice di fronte a un tentativo di conservazione delle correnti” dei magistrati, afferma in riferimento alle elezioni dei membri togati del nuovo Consiglio superiore della magistratura, appena stravinte dalla “sinistra giudiziaria”. A suonare la carica, dal palco del congresso, anche il presidente dell’associazione politica degli avvocati penalisti, Francesco Petrelli: “La separazione delle carriere resta un obiettivo necessario, inequivoco ed ineludibile dell’azione politica dell’Unione delle Camere penali, in quanto consustanziale alla concreta realizzazione del giusto ed equo processo penale”, arringa.

L’annuncio di Costa è l’avvio di un progetto a lungo termine dei berlusconiani: far approvare la separazione dei percorsi professionali di giudici e pm – storica battaglia del partito – “depurata” però dall’altro pilastro della fu riforma Nordio, il sorteggio dei componenti del Csm voluto da Fratelli d’Italia (“L’unica cosa figa è il sorteggio”, ammise off the records l’ex sottosegretario Andrea Delmastro) e vero motivo, secondo gli azzurri, della sconfitta referendaria. Il primo passo per arrivare all’obiettivo sarà proprio la riproposizione, nelle prossime settimane, del testo delle Camere penali, già depositato da Costa il primo giorno di legislatura e poi assorbito da quello firmato dal ministro della Giustizia. Anche questa proposta modifica la Costituzione istituendo due Csm separati, uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica; a differenza della riforma bocciata nelle urne, però, i componenti togati non verrebbero sorteggiati, ma eletti come adesso dai colleghi magistrati. L’altra grossa differenza riguarda la proporzione tra i togati e i laici, cioè i consiglieri eletti dal Parlamento tra avvocati e professori universitari: la riforma Nordio manteneva l’attuale rapporto di due a uno in favore dei magistrati, mentre il testo promosso dai penalisti prevede la metà dei seggi per ciascuna categoria. Non solo: la proposta di iniziativa popolare interviene anche sull’obbligatorietà dell’azione penale, cioè l’obbligo dei pm di indagare su qualsiasi notizia di reato di cui vengano a conoscenza. In base al testo, il principio contenuto nell’articolo 112 della Carta varrà solo “nei casi e nei modi previsti dalla legge“: una frase che apre la porta a uno svuotamento dell’obbligo, consegnando alla politica il potere di decidere i reati da perseguire.

Ma quella della riforma costituzionale non è l’unica strada a disposizione di Forza Italia: l’altra è l’ipotesi di separare le carriere con legge ordinaria, senza creare due Csm ma semplicemente riorganizzando quello esistente in due distinte sezioni, una per i giudici e una per i pm, come avviene in Francia. A suggerirlo apertamente, giovedì, è stata la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati: “La separazione delle carriere si può rifare con legge ordinaria”, ha detto, rispondendo alla domanda se la riforma verrà riproposta da una futura maggioranza di centrodestra. Se ne parlerà, in ogni caso, solo nel prossimo Parlamento. Per ora gli azzurri sono concentrati a portare a casa l’obiettivo numero uno di questa legislatura in tema giustizia: la riforma del sequestro degli smartphone a firma del senatore Pierantonio Zanettin, bloccata da due anni e mezzo alla Camera dopo il via libera al Senato. Nelle ultime settimane sul provvedimento si è finalmente trovato l’accordo tra FI e Fratelli d’Italia, ma il provvedimento è ancora fermo per il veto della Lega, che pretende in cambio l’approvazione (senza modifiche) del disegno di legge per riaprire il tribunale veneto di Bassano del Grappa, terra del sottosegretario alla Giustizia del Carroccio Andrea Ostellari. Per i berlusconiani, l’approvazione della proposta – che prevede una complessa procedura governata dal gip per il sequestro dei telefoni – sarebbe il fiore all’occhiello “garantista” della legislatura da aggiungere agli altri risultati ottenuti: il ritorno dei benefici penitenziari per i condannati per corruzione, la limitazione delle intercettazioni a 45 giorni, il divieto ai giornali di pubblicare brani delle ordinanze di custodia cautelare e l’obbligo (diventato legge nei giorni scorsi) di pubblicare invece le sentenze di assoluzione.


Il vero problema di Giorgia Meloni è che sa di aver perso la partita più importante


(di Adriano Biondi – fanpage.it) – Non è semplice provare a fare ordine nella confusione di queste ultime settimane. Non lo è soprattutto perché siamo abituati a ragionare secondo schemi codificati e cerchiamo in ogni modo di inserire in un unico puzzle pezzi che non si incastrano e probabilmente appartengono a disegni molto diversi fra loro. Dobbiamo abituarci, però, perché la complessità, la confusione e l’indeterminatezza sono elementi caratterizzanti questo particolare momento storico. Ci sono tante cose in movimento, altre che ancora non riusciamo a vedere, con conseguenze sul piano sociale e politico piuttosto imprevedibili. Parlare genericamente di “proteste”, accomunando la mobilitazione degli studenti, le lotte per la casa, i blocchi degli autotrasportatori, i riot di Milano, ma anche la tensione nel mondo agricolo è semplicistico e non serve a comprendere nessuno dei fenomeni. Allo stesso tempo, non inquadrare i singoli eventi in un contesto più ampio, che trascende persino il nostro Paese, o in una prospettiva diacronica, sarebbe un errore.

C’è un grande fermento nell’aria, la sensazione di aver assistito solo al teaser di una stagione di grandi tensioni e conflitti. C’è il vento delle grandi mobilitazioni studentesche, che soffia in Francia, in Albania, in tante altre zone d’Europa e che in Serbia ha già prodotto un clamoroso rovesciamento dell’ordine costituito. C’è la mobilitazione più o meno spontanea contro il carovita, quella per la casa e gli spazi sociali. C’è l’entrata sulla scena politica, confusa, disordinata e imprevedibile ma estremamente rilevante, delle seconde e terze generazioni di immigrati. C’è l’enorme questione culturale, sociale e ancora una volta politica delle periferie (e attenzione anche alle province, soprattutto quelle in cui la deindustrializzazione è stata più marcata). Ci sono le tante questioni sindacali da tempo sul tavolo, decisive per centinaia di migliaia di lavoratori. Ci sono le tante mobilitazioni più strettamente politiche, contro il riarmo, contro la manovra, sulla crisi climatica e via discorrendo. C’è una generale attenzione, che non sappiamo in che forma si concretizzerà, alle derive del capitalismo, al pericolo della trasformazione dei sistemi liberali in autocrazie più o meno al servizio dei tecnocapitalisti della sorveglianza. Ci sono i collettivi, i centri sociali, i movimenti organizzati pronti a dire la loro. Insomma, c’è una situazione di grande complessità, che potrebbe trasformare le piazze, reali e virtuali, in grandi incubatrici di protesta, tensione, conflitto e violenza politica. Non solo in Italia, non specificamente in Italia, non principalmente in Italia, ma sicuramente in Italia.

Di fronte a tutto questo, vi starete chiedendo, qual è la strategia del governo? La risposta la conoscete, temo, ed è un grande classico della reggenza a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni: repressione, criminalizzazione del dissenso, mostrificazione degli avversari politici. La leva è sempre la stessa, l’utilizzo della decretazione d’urgenza e (meno) della legislazione ordinaria per la creazione di nuovi reati, la riduzione degli spazi del conflitto sociale, la pressione sull’equilibrio fra i poteri. Ricette già sperimentate in questi anni e che, per inciso, hanno funzionato in un senso diverso da quello ipotizzato dal governo. È, a mio avviso, un piccolo cortocircuito che riguarda anche l’opposizione, perché spesso si tende a liquidare con un banale “non hanno funzionato” provvedimenti che hanno invece avuto un impatto negativo. Gli otto decreti sicurezza si sono dimostrati inefficaci allo scopo per cui erano stati pensati (“riportare l’ordine”, “restituire la legalità”, “far sentire la presenza dello Stato” e tutte le altre sciocchezze propagandistiche da cui sono stati accompagnati), ma hanno reso sempre più complesso esprimere il dissenso, hanno diminuito gli spazi democratici, hanno incrinato diritti e conquiste sociali.

L’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, in un colloquio con Susanna Turco su L’Espresso, mette a fuoco quella che per me è la questione essenziale: “Mi sorprende come, ogni volta, ogni questione venga trattata come mai accaduto. Come se non avessimo avuto nel passato problemi analoghi, mi ricordo per dire gli allevatori che versavano latte davanti al Senato. O tante piazze complicatissime del nostro Paese. Alla fin fine le risposte sono sempre vecchie, come i decreti sicurezza, fatti peraltro affastellando norme su norme che in teoria ci sono già e che vengono rinnovate come una sorta di memento, di sottolineatura che le istituzioni ci sono. E ci sono, dal mio punto di vista, nella maniera più sbagliata. La sicurezza è una precondizione di tutti i diritti e di libertà. Ma non ci si può fermare a questo. La guerra cognitiva lavora sulle fratture e sulle criticità delle democrazie. Bisognerebbe rammendare questa società sempre più disgregata. Invece, abbiamo un governo che cavalca le fratture, che nutre la pancia, ed è ormai alla coazione a ripetere, senza risultati, dopo quattro anni e un numero infinito di decreti, tutti urgenti e tutti necessari”.

Ciò accade essenzialmente perché fuori dalla logica dell’emergenza, la maggioranza non esiste. Gli ultimi quattro anni hanno dimostrato l’incapacità di un’intera classe politica di pensare con orizzonti più ampi, fuori dalle contingenze del momento e dall’ottica di contrapposizione. Questo governo, in altre parole, ha sempre bisogno di un nemico, di un conflitto, di una situazione emergenziale, per trovare un senso e una missione. E pazienza se il nemico e l’emergenza non ci sono, si costruiscono. Ne scriveva già Umberto Eco, spiegando in che modo l’identità di interi gruppi si costruisca e si consolidi attraverso l’odio e la paura verso un nemico comune, meglio ancora se presentato come immanente, pericoloso, fortissimo e capace di minacciare la nostra sicurezza. La fabbricazione del nemico, scriveva, è uno strumento politico di grande efficacia proprio perché incanalare l’aggressività collettiva verso un bersaglio esposto e isolabile, consente ai regimi e alle classi dirigenti in generale di distogliere l’attenzione dalle proprie inadeguatezze. Il nemico finisce per essere non soltanto un alibi e un capro espiatorio, ma anche un enorme argomento di distrazione di massa. E, non in subordine, un elemento in grado di garantire quella coesione sociale e quel senso di appartenenza la cui costruzione richiederebbe un lavoro continuo e complesso.

Il caso Siher è paradigmatico, in tal senso. Il ricercatore (la cui piattaforma politico-ideologica è estremamente discutibile, a parere di chi scrive) incarna alla perfezione tutto ciò che in quel momento serviva al governo per distogliere l’attenzione dal fallimento dei meccanismi di prevenzione e controllo dei disordini nelle piazze. Il vero problema di Meloni è che il fallimento resta e i fatti a volte sono impermeabili alla propaganda. Se hai governato oltre quattro anni non hai più tante scuse, non puoi pretendere di risultare credibile quando annunci l’ennesima serie di interventi risolutivi e decisivi. Non puoi raccontare agli italiani che ampliare le carceri per far posto ai minorenni sia la strada principale per combattere le devianze giovanili.

Perché se c’è un merito innegabile delle piazze è che rendono evidente lo scollamento fra ciò che il governo ha promesso e quello che ha fatto, tra ciò che la maggioranza dice di essere e la qualità della classe dirigente, tra il racconto del Paese e la realtà dei fatti. Che è quella di un’Italia sfilacciata, impaurita, sempre più insicura e meno speranzosa nel futuro. Che scende in piazza o sostiene chi lo fa, perché sente di essere meno sicura, meno protetta. Meloni lo sa, sa di aver perso la sfida della credibilità e della capacità di incidere. E si rifugia nella propaganda.

Commetteremmo un errore a pensare che il discorso riguardi solo le proteste studentesche e sindacali contro il governo. Prendiamo a mero titolo di esempio la questione degli autotrasportatori del Sud Italia.

[Piccolo inciso: È probabilmente vero che i media sono stati pigri, quando non reticenti, nella copertura delle prime manifestazioni di protesta, in particolare blocchi stradali e picchetti. Va detto che la mobilitazione ha avuto dinamiche piuttosto confuse, nonché uno sviluppo peculiare, che l’hanno resa agli occhi dell’opinione pubblica un fenomeno unitario, con una regia unica, obiettivi predeterminati e, soprattutto, un inarrestabile desiderio di equità e giustizia. Un’analisi un minimo più approfondita avrebbe potuto mostrare in realtà un quadro decisamente diverso, o quantomeno con più sfaccettature.]

A una componente organizzata da associazioni, enti, corpi intermedi si è sommata la partecipazione spontanea di cittadini e lavoratori, ma anche quella più “orientata” da interessi di varia natura. Si sono mescolate rivendicazioni e istanze di varia natura, tra cui alcune avevano una decisa componente di natura corporativa e altre ancora una chiara matrice politica. In tempi in cui la narrazione è tutto, all’opinione pubblica è invece arrivato un messaggio univoco: proteste contro il carovita, il costo del carburante e dei generi alimentari. Ne è derivata una solidarietà diffusa, che ha portato il governo a muoversi con grande cautela, per evitare contraccolpi in termini di consenso elettorale, e a scegliere la strada del dialogo con quei corpi intermedi che si presumeva avessero un ruolo centrale nell’organizzazione della mobilitazione. La domanda che nessuno si è fatto è sul come mai le proteste siano scemate malgrado le condizioni che le avevano generate siano sostanzialmente rimaste le stesse e lo scenario sia quello di un peggioramento inesorabile, peraltro quasi del tutto indipendente dalle scelte del governo. Citiamo Matteo Salvini: “È chiaro che a breve non caleranno né il costo del carburante né il costo per l’energia, né il costo per le imprese, né per le famiglie. È chiaro che o ti rassegni o ti attrezzi”. È servito “l’impegno” del governo (quale, oltre i palliativi?), è stata sufficiente la minaccia del “pugno duro” o semplicemente i manifestanti hanno scelto altre strade per proseguire la lotta? E ancora, quanto durerà questa tregua, considerando che i rincari proseguiranno e di risposte nella manovra non ce ne sono? Non sarà per caso che la scelta di chiudere accordicchi con mediatori e portatori di interessi si rivelerà quantomeno miope?

Siamo sempre allo stesso punto, a mio modo di vedere. Situazioni complesse richiederebbero analisi profonde e risposte adeguate. Una politica responsabile e competente, in sintesi. Che non c’è.


Bannon, ci sarà guerra civile fra i repubblicani dopo le midterm


(ANSA) –  Se i repubblicani manterranno la Camera è un “miracolo”, ma al Senato possono ancora farcela anche se ci sono corse in alcuni Stati che sono molto “preoccupanti”, come quelle in Texas, Georgia e Kansas. Lo afferma Steve Bannon, l’ex controverso stratega della Casa Bianca, in un’intervista al Financial Times, sottolineando che l’esito delle midterm dipenderà dall’affluenza.

Bannon prevede che il partito repubblicano sarà travolto da una “guerra civile” sul proprio futuro il giorno dopo le elezioni di metà mandato e che ci saranno “scontri durissimi” nei mesi che precedono l’insediamento del nuovo Congresso in gennaio sul tetto al debito statunitense, la legge sulla difesa e la regolamentazione dell’intelligenza artificiale.    Se Donald Trump dovesse riprendere i bombardamenti all’Iran dopo le midterm, “la gente impazzirebbe e io sarei alla guida” si questo movimento, ha precisato Bannon contrario al conflitto in Medio Oriente fin dall’inizio. Guardando avanti, Bannon ritiene che non ci sia ancora un “frontrunner” per il 2028. “Prima ci sarà uan guerra civile interna”, ha messo in evidenza.


Vannacci perde quasi l’1%, crescono Fratelli d’Italia, Lega, Pd e M5S: il sondaggio


La rilevazione Ipsos Doxa per il Corriere della sera: giù di un punto anche Forza Italia

Roberto Vannacci - Ipa

(adnkronos.com) – Secondo un sondaggio politico di Ipsos Doxa per il Corriere della sera, Fratelli d’Italia conferma il consenso rilevato lo scorso mese (oggi è infatti stimato al 26,7%, in crescita dello 0,3%), mentre Forza Italia vede un calo di un punto, passando dal 7,3% di settembre all’attuale 6,3%. Qualche segnale di ripresa invece si vede nella Lega che recupera quasi un punto passando dal 4,7% al 5,6%. In difficoltà, ancora, Futuro nazionale di Vannacci, che perde quasi un punto, passando dall’8,8% al 7,9% attuale. Complessivamente il centrodestra, escluso Vannacci, rimane quindi perfettamente stabile, al 39,4% come a settembre, mentre il centrodestra allargato a Vannacci perderebbe quasi un punto, collocandosi al 47,3%.

Secondo un sondaggio politico di Ipsos Doxa per il Corriere della sera, Fratelli d’Italia conferma il consenso rilevato lo scorso mese (oggi è infatti stimato al 26,7%, in crescita dello 0,3%), mentre Forza Italia vede un calo di un punto, passando dal 7,3% di settembre all’attuale 6,3%. Qualche segnale di ripresa invece si vede nella Lega che recupera quasi un punto passando dal 4,7% al 5,6%. In difficoltà, ancora, Futuro nazionale di Vannacci, che perde quasi un punto, passando dall’8,8% al 7,9% attuale. Complessivamente il centrodestra, escluso Vannacci, rimane quindi perfettamente stabile, al 39,4% come a settembre, mentre il centrodestra allargato a Vannacci perderebbe quasi un punto, collocandosi al 47,3%.

Tra le forze di opposizione, sostanzialmente stabile il Partito democratico che passa dal 19,5% al 19,9%, come il Movimento 5 stelle che cresce nella stessa misura (dal 14,5% al 14,9%). Allo stesso modo rimane stabile Avs al 6,3%, come +Europa e Italia viva, entrambi con piccolissime contrazioni. Complessivamente il centrosinistra otterrebbe il 44,9%, con un lievissimo incremento (0,4%) rispetto al mese scorso. Infine Azione, fuori dagli schieramenti, conferma perfettamente il proprio 3% di settembre.

Le valutazioni dell’esecutivo e della presidente del Consiglio confermano, con qualche piccolo miglioramento, i dati di settembre: l’indice di apprezzamento del governo è infatti oggi al 41 contro il 40 del mese scorso, quello di Giorgia Meloni al 42 contro il 41 precedente. Infine, l’apprezzamento dei leader non fa emergere cambiamenti di rilievo, tranne una piccola crescita di Matteo Salvini, che passa da un indice di 20 all’attuale 22, sempre in relazione alla conclusione del congresso del partito.


La legge di Bilancio porterà una stretta alla rivalutazione delle pensioni


Lo Stato risparmia 8,5 miliardi di euro in 10 anni. Il calcolo si trova nella Relazione tecnica alla manovra che prevede che dal 2027 in poi si torni  al meccanismo di indicizzazione analogo a quello del 2023, che riconosce l’indicizzazione piena solo per i trattamenti pensionistici pari o inferiori a quattro volte il minimo Inps (611,85 euro)

La legge di Bilancio porterà una stretta alla rivalutazione delle pensioni. Lo Stato risparmia 8,5 miliardi di euro in 10 anni

(ilfattoquotidiano.it) – La stretta sulla rivalutazione delle pensioni prevista dalla legge di Bilancio porterà risparmi lordi per 14,2 miliardi in 10 anni e 8,5 miliardi al netto degli effetti fiscali. Il calcolo si trova nella Relazione tecnica alla manovra che prevede che dal 2027 in poi si torni al meccanismo di indicizzazione analogo a quello del 2023, che riconosce l’indicizzazione piena solo per i trattamenti pensionistici pari o inferiori a quattro volte il minimo Inps (611,85 euro): gli assegni superiori vengono rivalutati solo parzialmente, con una percentuale decrescente che arriva fino al 32% per gli assegni più alti, quelli che sono oltre 10 volte il minimo. La Relazione tecnica quantifica una minor spesa pensionistica solo nel primo triennio di 1,476 miliardi l’anno al lordo degli effetti fiscali e di 885 milioni al netto degli effetti fiscali. Sono calcolati risparmi fino al 2036 che dal 2030 si riducono progressivamente.

“Dopo le conferenze stampa arriva il testo della manovra. E con il testo arriva la verità: per distribuire mance e finanziare la propaganda, il Governo taglia sulla scuola e sulle pensioni, riduce l’Irpef per un solo anno, investe risorse insufficienti nella sanità pubblica, mentre le liste d’attesa restano interminabili e chi può è costretto a curarsi a pagamento. Cala il velo dell’ipocrisia e il re è nudo: nessuna misura strutturale per sostenere famiglie e imprese, nessuna strategia per la crescita. Solo tagli per racimolare risorse da destinare a misure elettorali e nuove disparità fiscali tra partite Iva e lavoratori dipendenti. Ma la cosa più grave è che, per fare tutto questo, si tagliano migliaia di insegnanti alla scuola pubblica. Per la difesa si trovano miliardi, per la scuola si cercano risparmi. È questa la gerarchia delle priorità del Governo”, ha commentato il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia.

“Giorgia Meloni aspira legittimamente a vedere riconfermata la sua maggioranza alle prossime elezioni e se stessa a palazzo Chigi. Ripeto: del tutto legittimamente. Gli strumenti usati per raggiungere gli obiettivi sono politicamente discutibili (la riforma elettorale) oppure censurabili per eccesso di demagogia (la legge di Bilancio). La riduzione dell’Irpef limitata al 2027 e il taglio alla rivalutazione delle pensioni presentato come temporaneo ma i cui effetti si spalmano nei prossimi anni, sono una beffa per i lavoratori e una stangata per i pensionati“, ha invece dichiarato Osvaldo Napoli, della direzione nazionale di Azione.


È un Halloween horror per le borse!


(di Emily Bary e Joseph Adinolfi – MarketWatch) – La grande corsa all’intelligenza artificiale comincia a presentare il conto a Wall Street. Dopo anni di rialzi alimentati dalle aspettative di crescita del settore tecnologico, gli investitori stanno rivedendo le proprie scommesse. I risultati trimestrali di alcune delle maggiori aziende americane hanno messo in discussione la sostenibilità degli enormi investimenti nell’AI, provocando una nuova ondata di vendite sui mercati.

Come raccontano Emily Bary e Joseph Adinolfi su MarketWatch, venerdì il Nasdaq Composite ha registrato la peggiore seduta dal 5 giugno, concludendo il mese peggiore da marzo 2025. Il Nasdaq-100 è invece entrato ufficialmente in territorio di correzione, dopo aver perso almeno il 10% rispetto ai massimi recenti.

A impressionare sono soprattutto le dimensioni dei crolli di alcuni protagonisti del settore. Intel ha bruciato il 29% del proprio valore in una sola giornata, segnando la peggiore performance giornaliera almeno dal 1980. Giovedì era toccato ad Alphabet, la società madre di Google, subire la più pesante flessione quotidiana della sua storia.

Il problema non riguarda soltanto le valutazioni di Borsa, ma anche le prospettive industriali delle aziende che hanno trainato il mercato negli ultimi quattro anni.

Alphabet, per esempio, ha mancato le previsioni sui ricavi trimestrali per la prima volta dal 2024. Nonostante la crescita a tre cifre del business cloud, gli investitori hanno concentrato l’attenzione sulla deludente performance della pubblicità legata alle ricerche online.

È un segnale particolarmente delicato per Google, perché alimenta il timore che l’intelligenza artificiale possa indebolire proprio il settore sul quale il gruppo ha costruito il suo predominio.

Le difficoltà del motore di ricerca sembrano avere ripercussioni anche su altre società. Reddit ha vissuto venerdì la peggiore giornata borsistica della sua storia, dopo che i vertici hanno avvertito che la diminuzione del traffico proveniente dalle ricerche Google sta frenando la crescita degli utenti della piattaforma.

Anche Amazon ha deluso le aspettative sui ricavi, contribuendo ad alimentare i dubbi sulla solidità delle attività tradizionali dei grandi gruppi tecnologici.

Secondo Charlie McElligott, stratega di Nomura citato da MarketWatch, i risultati delle trimestrali stanno facendo emergere segnali di debolezza nei business principali delle aziende. E se queste attività dovessero rallentare, diventerebbe più difficile mantenere gli attuali ritmi di investimento nell’intelligenza artificiale.

Il nodo è proprio questo: Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta hanno destinato enormi risorse alla costruzione delle infrastrutture necessarie per sviluppare l’AI, alimentando la domanda di semiconduttori, server e data center.

Una macchina di investimenti che nella prima metà del 2026 aveva fatto volare le quotazioni dei produttori di chip e di diverse aziende industriali coinvolte nella realizzazione delle infrastrutture.

Ma nella seconda parte dell’anno il clima è cambiato. Gli investitori cominciano a chiedersi se la crescita degli utili possa continuare a giustificare prezzi azionari tanto elevati.

A complicare il quadro c’è anche il rischio che la spesa per l’intelligenza artificiale sottragga risorse ad altri comparti tecnologici.

Le previsioni deludenti di Intel, per esempio, riflettono anche l’impatto dell’aumento dei prezzi dei chip di memoria sulla domanda di computer portatili. I responsabili informatici delle aziende devono infatti decidere come distribuire i propri budget tra l’acquisto di nuovi dispositivi e l’adozione di strumenti basati sull’AI.

Ken Mahoney, amministratore delegato di Mahoney Asset Management, osserva che durante questa stagione delle trimestrali persino molte società capaci di superare le aspettative e migliorare le previsioni hanno visto scendere le proprie azioni. Per chi invece ha deluso il mercato, come Intel, la punizione è stata molto più severa.

La diffidenza sta coinvolgendo anche due dei principali beneficiari della corsa all’intelligenza artificiale, Nvidia e Micron.

Gli analisti di Wall Street continuano generalmente a migliorare le stime sugli utili aziendali per il prossimo anno, ma gli investitori non sembrano più disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di possedere azioni tecnologiche.

Di conseguenza, i multipli di Borsa di società come Nvidia e Micron, calcolati rispetto agli utili attesi, hanno cominciato a ridursi.

È il cambiamento che sta attraversando Wall Street: dopo aver premiato per anni le promesse dell’intelligenza artificiale, il mercato pretende ora risultati economici capaci di sostenere le valutazioni raggiunte dai giganti tecnologici.


Renzi dei miracoli


(Gioacchino Musumeci) – Insomma la battaglia mediatica per Renzi dentro la coalizione o campo largo, continua. Diversi giornalisti chiedono come mai il leader di Italia Viva non sia accolto col tappeto rosso da Giuseppe Conte e Schlein (?).

Certo è che si tratta di una domanda assai bizzarra dato il profilo politco di Renzi. Senza offesa naturalmente. Magari fuori dal parlamento è simpaticissimo e onestissimo ma politicamente parlando è letale come un taipan dell’interno.

Fece cadere un governo che lavorava più che bene. Perché lo fece non mi interessa, resta solo che lo fece e lo sanno tutti. Il suo destino è segnato da anni, vale un 2/ 3% di voti contro l’enorme bacino di astenuti da portare alle urne. Renzi potrebbe aiutare a smobilitare le masse? Francamente non credo proprio.

Siccome non credo occorrano grandi analisi politiche per spiegare il rifiuto di Conte e chi è d’accordo con lui, forse potremmo chiarire la faccenda con un esempio banale. Immaginiamo che partiti e leader politici siano farmaci che guariscono i mali del paese.

Come sappiamo tutti, la pubblicità è l’anima del commercio. Il farmaco Renzi era stato pubblicizzato e magnificato ovunque. Avrebbe cambiato la vita di milioni di Italiani.

Perciò il prodotto fu acquistato da moltissimi come fosse davvero miracoloso.

Il problema si palesò non troppo tempo dopo: non solo il prodotto non curava, ma faceva venire la diarrea. Tolta l’etichetta il resto faceva schifo. La pubblicità aveva raccontato sciocchezze per mesi e i cittadini avevano creduto nel miracolo.

Eppure il miracolo non è appannaggio degli umani. Nonostante tutto continuiamo a credere in personaggi che di divino hanno nulla ma promettono comunque miracoli.

Successivamente il prodotto ha cambiato etichetta ma la composizione è addirittura peggiorata. Produsse danni colossali. Fu proprio il prodotto Renzi ad aprire le porte ai peggiori di tutti.

Prima il prodotto Draghi, poi quello Meloni, il miracolo definitivo della farmacologia politica. Una specie di stupefacente che promette di farti vivere felice. Poi scopri che stai morendo di fame e fai pure fatica a credere che la causa sia il prodotto che hai acquistato, tanto era bella l’etichetta.

Quindi cosa ci stanno proponendo i vari renziani? Un catenaccio contraddittorio e privo di vera identità politica: “Comprate Renzi e fatevi venire la diarrea un’altra volta. Tanto siete talmente imbecilli da credere ancora nel miracolo.” Perciò anche solo proporre Renzi, è letteralmente insultare il buon senso.

Perciò ai vari sostenitori di Renzi dico ” La vostra novella è scaduta.”

E dico agli altri ” Diffidate di chi promette miracoli, ma prima ancora, diffidate di coloro che vi chiedono di non usare la memoria per capire il presente.”


Le dimissioni del governo e la spirale


(Tommaso Merlo) – Questo governo avrebbe già dovuto dimettersi per la complicità allo sterminio di massa del popolo palestinese. Una vergogna indelebile nella storia repubblicana e che ancora continua. Uno sputo in faccia ai padri costituenti e ai valori su cui hanno sempre predicato si basasse la nostra civiltà. Gli italiani si sono mobilitati contro il genocidio ma per colpa di questo governo si ritrovano complici di ignobili crimini contro l’umanità. Davvero robaccia da dimissione irrevocabili. Ma questo governo dovrebbe dimettersi anche perché non ha combinato nulla. Il compito della politica è risolvere i problemi dei cittadini e questa compagine governativa ha fallito clamorosamente. L’Italia è peggio di come l’hanno ereditata e questo nonostante avessero una solida maggioranza ed occupato militarmente tutte le posizioni chiave. In qualunque ambito professionale, una gestione che fallisce si fa da parte. Un ricambio che dovrebbe valere ancora di più in politica visto che c’è in ballo il bene comune. Ma si sa, il potere da dipendenza e l’onorevole egoismo porta ad anteporre il proprio fondoschiena anche al proprio paese. Pretendere invece che questo insulso governo si dimetta perché le promesse elettorali erano tutte fregnacce è un pochino troppo, in Italia l’andazzo è questo da decenni. Questo governo ha però tradito anche la sua ideologia di riferimento, il cosiddetto sovranismo. Si sono spacciati come i veri patrioti che avrebbero mantenuto la schiena dritta ed invece l’hanno piegata eccome e fino al punto da leccare avidamente sia i piedi puzzolenti di Trump che quelli immacolati della Van Nder Culen, di quell’Europa che per anni hanno additato come il male assoluto. E non in un momento storico qualsiasi, ma quando in effetti l’Europa si è messa a dare il peggio di sé trascinandoci in una guerra suicida contro la Russia. Altro che orgoglio nazionale, i sovranisti de noialtri si son messi sull’attenti ed hanno mandato ai guerrafondai di Bruxelles miliardi su miliardi e questo mentre gran parte dei loro compatrioti sono alla canna del gas. Una guerra contro gli interessi energetici nazionali e contro la volontà popolare e con la ciliegina che l’hanno pure persa. E dato che per colpa anche di quella guerra le bollette sono schizzate alle stelle, i poveri cristi la stanno pagando due volte. Roba da dimissioni immediate e spargimento di cenere sul groppone in diretta social, altro che far finta di niente e tentare di riciclarsi. Tra popolo italiano e la lobby della guerra di stanza alla Nato, questo governo ha servito la seconda. E come col genocidio, nonostante gli italiani si siano mobilitati per dire basta, il governo se ne è altamente fregato sottraendo immense risorse ad uno stato sociale già fatiscente. Fatti, non chiacchiere. Questo governo si è cocciutamente schierato dalla parte sbagliata della storia, contribuendo alla devastante crisi economica e sociale in corso e rimanendo senza mezzi per porvi rimedio. Politicamente orbi e sprovveduti e cocciutamente dalla parte del potere costituito, del pensiero unico neoliberista e bellico, del sistema lobbistico che sta trascinando il mondo verso la terza guerra mondiale. E senza uno straccio di ragionamento ed analisi degna di nota. Oltre che politicamente inetto ed ipocrita, questo governo passerà alla storia come quello intellettualmente più scarso. E non ci sono dubbi. Se la nostra democrazia fosse sana e la politica una cosa seria, questo governo si sarebbe dimesso da mo’ e chiedendo pure scusa. Ma dato che siamo in Italia dove imperversa l’onorevole egoismo, si ricandideranno come se nulla fosse. Come se avessero fatto un ottimo lavoro, come se l’Italia avesse bisogno di loro, come se fossero la soluzione e non il problema principale del nostro paese. Del resto si sa, tra i privilegi che pretende la politica nostrana c’è quello di non rispondere né dei suoi crimini, né dei risultati raggiunti, né degli errori strategici. Totale immunità ed irresponsabilità e una faziosità accecante con cui alimentano realtà parallele in cui si rifugiano per riuscire ad autoconvincersi che sia normale che loro rimangono al potere mentre i loro cittadini impoveriti ed esasperati scendono in piazza ovunque e mentre il paese che gestiscono sta letteralmente estinguendosi e non solo demograficamente. Già, a furia di governi fallimentari che non si dimettono mai e a furia di politicanti che non devono rendere conto di niente a nessuno, la malapolitica ha trascinato l’Italia in una pericolosa spirale autodistruttiva.


Ex Ilva, il governo chiama i colossi delle armi per rilanciare l’industria di Taranto


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Niente da fare per le aree a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Gli altiforni dovranno rimanere spenti, almeno fino ai lavori di ammodernamento. La Cassazione ha confermato ieri la linea della Corte d’appello di Milano, concentrandosi sull’impatto negativo sul territorio, in termini ambientali e dunque sanitari. I giudici meneghini avevano disposto lo stop produttivo sostenendo che «nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute, non può che prevalere quest’ultimo». Il destino dello stabilimento e dei lavoratori resta avvolto nell’incertezza. Il governo Meloni continua la ricerca di un acquirente in grado di rilevare il gruppo dell’Ilva e di Acciaierie d’Italia, entrambi in amministrazione straordinaria. In questi giorni sono stati incontrati anche i rappresentanti di Leonardo e Rheinmetall, tra le principali aziende europee delle armi, per provare a coinvolgerli nel (nuovo) futuro industriale della città.

Dall’ultimo tavolo che ha visto sedere uno di fronte all’altro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e i delegati sindacali non sono emerse particolari novità per il futuro dell’ex Ilva. Il governo ha confermato l’obiettivo di mantenere la produzione dell’acciaio in Italia, puntando sulla decarbonizzazione e sui forni elettrici. Tuttavia, secondo Mantovano non è ancora possibile «discutere di un preciso cronoprogramma». Ciò che è certo è che lo stabilimento di Taranto, nelle condizioni attuali, non può continuare a produrre, poiché la presenza di amianto e polveri sottili è un pericolo grave per l’ambiente e per la salute. Sul punto sono d’accordo sia la Corte d’appello di Milano sia la Cassazione, i cui giudici, nel respingere il ricorso delle aziende, hanno affermato «che nello stabilimento di Taranto sono ancora presenti 2.140 tonnellate di amianto – sostanza la cui nocività è indiscussa – all’interno dei cowpers degli altiforni, con funzione di isolante termico, “entrocontenuto” nell’intercapedine tra la corazza esterna in acciaio e lo strato di mattoni refrattari».

L’intervento della magistratura, sostenuto dai tarantini scesi in piazza il 17 ottobre scorso, complica i piani del governo, alla ricerca di un acquirente su cui scaricare l’onere dell’ammodernamento, anche in via parziale, dal momento che non viene esclusa la partecipazione pubblica. L’8 novembre è una data da segnare in rosso sul calendario: scadrà infatti il termine ultimo per presentare delle offerte vincolanti sull’acquisto dell’impianto. Sul fronte degli ammortizzatori sociali, viene rinnovata la cassa integrazione per i lavoratori, per una platea massima di 8.622 persone, la quasi totalità dei dipendenti ex Ilva impiegati a Taranto.

Se da un lato, per rilanciare l’industria di Taranto, l’esecutivo punta ancora sull’acciaio, dall’altro non esclude la diversificazione e dunque l’incentivo all’esodo per i lavoratori ex Ilva. Per questo motivo, nei giorni scorsi sono stati ascoltati i rappresentanti di diverse aziende italiane ed europee, tra cui Ferrovie dello Stato, Fincantieri, Leonardo e Rheinmetall. Tra gli interventi a breve e a lungo termine per rilanciare l’industria tarantina non vengono dunque esclusi due colossi delle armi. Al momento non è chiaro se il coinvolgimento proposto riguarda l’agevolazione di investimenti sul territorio, con l’obiettivo del reimpiego per i lavoratori ex Ilva, o se si spinge oltre, verso la gestione di aree dello stabilimento sottratte all’acciaio.

Gli interventi di Leonardo e Rheinmetall si inserirebbero in un tessuto urbano non nuovo al settore militare. In città è presente l’arsenale marittimo, impegnato nelle attività di manutenzione delle navi della Marina italiana. Per anni Leonardo ha tenuto attiva a Taranto la divisione elettronica, salvo poi trasferirla di recente al polo di Grottaglie, a qualche chilometro. Rheinmetall, che nel nostro Paese opera attraverso RWM Italia, potrebbe trovare a Taranto la quarta sede operativa, dopo quelle di Torino, Ghedi e Domusnovas.


17 ottobre: la Forza Imprevista al bivio


(Alessio Mannino – lafionda.org) – Quanto era prevedibile, la fiumana di 1 milione di italiani, studenti, occupati, disoccupati, portuali, camionisti, agricoltori, pensionati, cittadini in senso pieno, ancora e con ancor maggior entusiasmo in piazza dopo due sabati di proteste criminalizzate, con apposito decreto-sicurezza e invenzione del “mostro” Saher dopo i singoli, gravi, significativi, ma episodici fatti di violenza del 17 ottobre? Probabilmente, una partecipazione così massiccia, in 70 città, non se l’aspettavano neanche gli organizzatori, i sindacati di base Usb il cui sciopero generale di ieri ha fornito l’occasione a tutti di tornare in strada in massa. Perché questa ondata di ribellione, generata anzitutto dall’ingiustizia di scaricare, al solito, i costi del sistema economico e geopolitico sulle classi medio-basse, attraversa categorie, ceti, generazioni. È un insorgere di popolo.

Non di tutto, il popolo, certo. Restano fuori due macro-gruppi, lungo due assi diversi. Da una parte, ovviamente, chi non sente il vertiginoso aumento del costo della vita, quel 25% di redditi medio-alti che, secondo un recente libro dell’economista Piergiorgio Ardeni, fanno da base di consenso al famoso 1% di ultra-ricchi. Dall’altra, soprattutto, chi è tuttora mentalmente inchiodato alla divisione Destra/Sinistra: una moltitudine trasversalmente distribuita, che vede i poveri cristi di destra tifare per il manganello di polizia (è così, fatevi un giro sull’altra piazza, quella dei social…) e i benpensanti, e spesso benestanti di sinistra, sperare che i cortei si traducano in voti al “campo largo” alle elezioni 2027. Entrambi, si potrebbe dire, un macroscopico caso di rifiuto e dissociazione dalla realtà.

A trainare l’onda, dandole consistenza numerica e freschezza vitale, sono i ragazzi. Non ci fossero loro, staremmo a parlare di manifestazioni settoriali, sindacali, sacrosante ma prevedibili. È la reazione spontanea degli under 30, a costituire la forza imprevista che cambia l’intero quadro. Con le ingenuità ma anche le felici intuizioni della loro età, i giovani si sono auto-mobilitati, e l’anno fatto inizialmente, nella fatidica giornata del 17, a partire da una sigla online, “Italia in Piazza”, che poi è stata oscurata dall’altra, “M1710” in cui compariva anche il celebre Saher, che sta al grosso del movimento come la frangia estrema di un corpaccione non riducibile alle elucubrazioni intellettualistiche di un singolo attivista. Nel manifesto pubblicato sulla pagina Instagram poco dopo il 17, “Italia in Piazza” espone una serie di rivendicazioni (stipendi umani, scuole degne, sanità gratuita, ecc) riassumibili in una formula non solo politica, ma di valore esistenziale: “vivere, non sopravvivere”. Accompagnata da una critica, ancora vaga ma decisamente a bersaglio, contro la logica istituita della democrazia cosiddetta rappresentativa.

C’è ben di più, qui, che un’opposizione, per altro fisiologica, al governo Meloni in carica: c’è il bisogno di creare un campo parallelo al di fuori dell’attuale panorama di partiti, se non del sistema tout court. E difatti, i partiti di sedicente opposizione non hanno avuto alcun ruolo. Non contano un’ostrega. Se gli esponenti del M5S, di Avs, o perfino qualcuno del Pd, non avessero presenziato, ieri come le altre volte, sarebbe stato uguale. Anzi: sarebbe stato meglio. Perché oggi nessuno, assolutamente nessuno di coloro che fanno parte del Palazzo, può ritenersi immune da responsabilità. Non intendiamo, si capisce, quelle poche individualità che, pur all’interno del partitume di centrosinistra, sono salvabili dal mazzo. S’intende la correità collettiva nell’aver portato l’Italia a condizioni di impoverimento materiale e di angoscia – si può dire? – spirituale. Nel governo Draghi, tranne Avs (e Fratelli d’Italia), erano attavolati tutti. Ancor prima, nel governo Conte II, il M5S aveva già perso definitivamente ogni residua innocenza originaria, nell’appattarsi con il Pd, establishment puro. E a proposito di “purezza”, Avs, che un po’ di scontento giovanile lo intercetta, alla fine porta comunque acqua al mulino targato Schlein, che è il nulla mischiato col niente.

L’interrogativo è: esistono, nella marea giovanile, delle teste in grado di fare politica, cioè di pensare strategicamente? Cioè di passare dallo spontaneismo all’organizzazione? Il problema che infatti si presenta, puntuale, a ogni realtà che emerga senza filtri da una congerie di No (trent’anni fa alla globalizzazione, e poi alle guerre, varie ed eventuali) è come dare solidità, durata e direzione in positivo, con dei Sì, al confluire fluido di bisogni e istanze di rivolta. Insomma, per non rifluire nella frustrante normalità, quella che obbliga a mettersi in fila alle urne per votare il meno peggio, oppure a scegliere l’astensione e il mesto ritorno al disimpegno, è necessario, anzi ineludibile strutturarsi, per quanto possibile. Definire una forma organizzativa, articolare un organigramma dei gruppi, delineare dei minimi comun denominatori. Va bene la virtualità, con il suo linguaggio immediato e la sua facilità di contatti. Ma il reale, come non è razionale né predicibile, non è neanche solo virtuale. Così come, del resto, la società non si esaurisce in una pur splendida Piazza. Ragazzi, fate vedere di che pasta siete fatti. Io sto con voi.

Ps: il “dissenso”, l’area extraparlamentare mediamente composta, salvo eccezioni, da leaderini con claque online e intellettuali senza carisma, si spacca fra sopravvissuti (male) al biennio Covid, con le eterne litanie del tipo “ma dov’erano tutti questi quando si manifestava contro il green pass?” (cazzo, avevano 13 anni!), dinosauri che pensano di convogliare l’energia di questi giorni nello sciopero Cgil del 20 novembre (copione fisso: “autunno caldo”, inverno gelido, primavera che non arriva mai), e altri che sembrano diventati afoni, o che si limitano, ben che vada, a simpatizzare per riflesso pavloviano. Tutto secondo copione. Stracciamolo, ‘sto copione.


Nel freak show del proporzionale non si lascia fuori proprio nessuno


La destra potrebbe vincere con i voti di chi invita i russi al congresso. La sinistra con chi inneggia ad Hamas

(Flavia Perina – lastampa.it) – Benvenuti signori al freak show del proporzionale, dove i grandi partiti prestano parlamentari ai piccoli, piccolissimi, quasi inesistenti, pur di consentirgli di partecipare al voto e portare clienti al circo. Salta nel cerchio di fuoco Marco Rizzo, che fu comunista cossuttiano, e poi Sinistra Europea, Sinistra Arcobaleno, Lista Anticapitalista, insomma: uno come Mario Brega, comunista con doppio pugno alzato al cielo, che tuttavia correrà al voto del 2027 grazie alla sponsorizzazione del senatore meloniano Antonio Guidi, e forse aderirà pure alla coalizione di centrodestra (la destra, dice, “è più simpatica del Pd”).

Al trapezio segue Maurizio Acerbo, oggi capo di Rifondazione comunista ma già eroe di mille sigle dell’antagonismo anti-Nato, anti-europeo, anti-tutto. Lui ha superato la tagliola della nuova legge elettorale grazie alla partnership col Pd Andrea Crisanti, microbiologo e senatore dem, cattolico, ricercatore negli Usa e in Gran Bretagna, davvero poco a che spartire con l’ultimo partito italiano a fregiarsi della parola “comunista”. La prima mossa pubblica di Acerbo dopo l’accordo è stata rivendicare la liceità di inneggiare ad Hamas, tanto per chiarire che farà coalizione con il Nazareno ma lui non si imborghesisce, lui lotta, el pueblo unido, eccetera.

Lotta e stupisce pure Cateno De Luca, miracolato dal collegamento con l’ex FdI Manlio Messina e gratificato anche da un videomessaggio di incoraggiamento di Giorgia Meloni. Dc siciliana, poi Ccd, poi Movimento per le Autonomie di don Raffaele Lombardo, De Luca sarebbe un moderato per definizione che tuttavia, visti i tempi grami al centro, si è riciclato come avventuriero (“Chiamatemi Ulisse”) e refugium peccatorum dell’estremismo nordista: vorrebbe portare in Parlamento Renzo Bossi detto il Trota, celebre per la doppia bocciatura alla maturità, la laurea albanese truccata e l’icastica frase “nella vita si deve provare tutto tranne droga e culattoni”.

Benvenuti signori al freak show del proporzionale, dove anche i frammenti contano e le coalizioni davanti all’incubo del pari e patta arruolano ben volentieri la donna barbuta, il colosso, l’uomo con due teste, senza interrogarsi troppo sull’effetto che farà. Acerbo vale le 8.281 preferenze delle Europee 2024. Rizzo, da capolista, nella stessa tornata ne drenò 6.500. De Luca, sempre nel 2024, rastrellò movimentini da ogni dove – Vita, Insieme Liberi, Italexit, Sovranità, Grande Nord, Popolo Veneto, Vero Nord, popolo della Famiglia – e in Sicilia arrivò a quota 70mila voti, più altri diecimila nel resto d’Italia, 1,2 per cento: buttali via. L’ultima volta che si è votato col proporzionale con premio di maggioranza (Legge Calderoli, Porcellum, 2006), Silvio Berlusconi perse contro Romano Prodi per 24.755 voti, lo 0,06 per cento. Quel ricordo detta la linea: stavolta non si scarta niente. E se la riforma elettorale impone ai nuovi partitini del freak show quote altissime di firme (6mila per collegio), basta il “prestito” di un parlamentare in carica per beneficiare di un sostanzioso sconto, solo 1.500 firme e passa la paura.

Rizzo – si immagina – aiuterà la destra a sgonfiare il fenomeno Vannacci. Come rossobruno è più credibile del generale: al suo ultimo congresso l’ospite d’onore era l’ambasciatore russo Alexey Paramonov, con gli affettuosi saluti del ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov. Un colpaccio. E pure sull’immigrazione, l’analisi marxista sugli stranieri come esercito industriale di riserva dà un tocco intellò al generico razzismo della sporca dozzina: qualcosa Rizzo riuscirà a pescare pure dall’altra parte, tra i grillini di imprinting anticapitalista.

Acerbo, a sinistra, è l’incaricato di convogliare il voto pro-Pal e trasformare le vecchie piazze per Gaza e per la Flottilla in voti, missione ardua ma non impossibile. Anche i moderati del Pd se ne sono fatti una ragione, e persino dopo la frase in favore di Hamas hanno evitato di chiederne il bando. Dice Filippo Sensi: «è il veleno di questa legge elettorale, costringe ad allargare le coalizioni, imbarcando tutti».

De Luca ha un incarico più ad ampio spettro, ramazzare personaggi che i partiti del centrodestra non possono o non vogliono assorbire: candidati con una base minima di preferenze personali, scartati, espulsi, ambiziosi dei territori, pezzettini da convogliare nel sostegno alla coalizione sperando che aiutino a far massa. Giura che arriverà al tre per cento, e insieme agli altri conferma il paradosso di questa legge elettorale, in teoria approvata per atto di chiarezza verso gli elettori: la destra della fermezza internazionale potrebbe vincere con i voti di quello che invita i russi al suo congresso, la sinistra della Costituzione sovrana potrebbe farcela con quello che ispira battute sul Campo Hamas.


Chiara Appendino (M5s): “Meloni teme le piazze. Noi dobbiamo andarci sempre e comunque”


“Piantedosi spieghi sull’allarme dei servizi sul 17 ottobre”

“Meloni teme le piazze. Noi dobbiamo andarci sempre e comunque”: intervista a Chiara Appendino (M5s)

(diLuca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – In piazza a Torino con una corposa delegazione del Movimento c’era anche lei, l’ex sindaca, che rivendica di partecipare a più manifestazioni possibile e di andare periodicamente davanti alle fabbriche. “La gente è piena di rabbia, un sentimento decisamente migliore di apatia e rassegnazione, e dobbiamo fare di tutto per darle risposte concrete” sostiene la deputata dei Cinque Stelle, Chiara Appendino.

Cosa raccontano i cortei di questi giorni?

Sono piazze meravigliose e rappresentano un fenomeno nuovo nella loro composizione, perché i camionisti e gli operai scendono in piazza assieme agli studenti e al popolo della pace. Categorie diverse tra loro, che però invocano tutte un cambiamento rispetto alle politiche di questo governo.

Secondo Fratelli d’Italia, scendendo in piazza oggi voi progressisti avete dato sostegno a facinorosi, compresi membri dei centri sociali.

Continuano a ripetere questa scemenza, sì.

Magari a fini elettorali può funzionare, non crede?

Io penso che questo giochino non funzioni più: i cittadini lo hanno capito. La verità è che Giorgia Meloni e il suo governo hanno maledettamente paura delle mobilitazioni dei giovani come di quelle degli autotrasportatori, perché sanno di non rappresentare più il Paese. E allora le condannano e provano a reprimerle, anche precettando gli scioperi. Ma le piazze sono sempre più piene, perché il malessere della gente non puoi fermarlo così. Detto questo, c’è un tema che riguarda il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Ovvero?

Dovrebbe spiegarci se sapeva dell’allarme dell’intelligence sulle manifestazioni del 17 ottobre, di cui è stato scritto sulla stampa. Ho presentato anche un’interrogazione sul tema, perché siamo di fronte a un fallimento che rende evidente l’inadeguatezza del ministro.

L’offensiva delle destre contro “le piazze dei violenti” crescerà d’intensità nei prossimi mesi?

Possibile. Dopodiché a essere violente sono le politiche di questo governo, che mette i poveri contro i ricchi e ignora la giustizia sociale. Basta con la lotta di classe al contrario.

I partiti progressisti stanno rincorrendo queste manifestazioni per motivi di consenso. Giusto?

No, perché è giusto starci, politicamente e fisicamente, per ascoltare e per costruire con i cittadini un’alternativa per il Paese. Per questo penso che tutti i progressisti debbano essere sempre di più presenti nelle mobilitazioni popolari.

Ma come si fa a tradurre in voti per il centrosinistra questa partecipazione? Molti di quelli che scendono in piazza non andranno neanche a votare, non crede?

Dobbiamo essere nelle manifestazioni sempre e comunque. Non dobbiamo avere paura di provare a dar voce ai tanti esclusi. La gente ha bisogno di attenzione e di rappresentanza. Ma a questo ovviamente vanno aggiunte le proposte, coraggiose e radicali: quindi il salario minimo, più risorse per la sanità, la tassazione degli extraprofitti e lo stop alla spesa per il riarmo. Bisogna cambiare completamente rotta rispetto alle politiche di Meloni, perché dopo quattro anni del suo governo stiamo andando verso il baratro economico e sociale.

Oggi sono uscite le anticipazioni del nuovo libro di Bruno Vespa, dove Giuseppe Conte afferma: “La presenza di Italia Viva nella coalizione non è un problema nostro, ma dell’Italia. Se una parte dell’elettorato del M5S non andasse a votare per la presenza di Renzi, noi non manderemmo mai a casa Meloni”.

Conte ha ragione. Ho sempre pensato che Renzi ci facesse perdere voti e che fosse un intralcio per noi progressisti.

Il leader del Movimento chiede che Elly Schlein faccia da garante per l’ex sindaco di Firenze. Potrebbe bastare?

Schlein sbaglia a volerlo coinvolgere. Vogliamo davvero mandare a casa Meloni o invece fare di tutto per perdere?


Le misteriose tasse italiane


(di Michele Serra – repubblica.it) – Guardo ai commercialisti come a una categoria di intrepidi, che affrontano l’assurdo per conto di chi, come me, soccomberebbe in lacrime di fronte al primo riquadro del primo modulo. Per dire che di tasse capisco pochino, se non che ne pago tante e (anche in memoria di Padoa-Schioppa) le pago volentieri.

Ma della presunta riforma fiscale di questo governo amico dei ricchi (in fin dei conti quella, da che mondo è mondo, è la funzione dei governi di destra) qualcosa perfino io riesco a capirla. La prima è che, a parità di condizioni, favorisce i lavoratori autonomi a svantaggio dei dipendenti e dei pensionati. E non se ne sentiva il bisogno.

La seconda è che adotta una tassazione indirettamente proporzionale al reddito: più il reddito aumenta, minore è l’aumento del prelievo fiscale. Lo ha spiegato bene Tito Boeri su questo giornale. Il principio della proporzionalità delle tasse (più guadagni, più restituisci alla comunità) va a farsi benedire.

In tutto il mondo, mano a mano che la ricchezza si concentra in poche mani e lascia scoperte moltitudini di persone (quelle che una volta si chiamavano ceto medio), sale il livello d’attenzione sulla politica fiscale.

Se negli Stati Uniti, incredibile ma vero, oggi qualcuno osa definirsi socialista, è perché sogna di tassare i grandi patrimoni finanziari — ormai quasi immuni da tasse — per riempire la vasca semivuota del welfare. Qui da noi la vasca è bucata: sarebbe già un miracolo mettere una toppa alla gigantesca falla dell’evasione.


Il declino del welfare


Tutto congiura contro la spesa sociale. E a favore del suo rapido abbattimento. Possibile che proprio noi europei siamo così solerti a rottamarla nella discarica della Storia?

Roma, 28 ottobre: Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini in conferenza stampa sulla manovra

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Il welfare sta finendo. È il “danno collaterale” della fase. Le guerre e le politiche di riarmo, il dominio del kombinat militare-industriale-digitale e il primato del turbo-capitalismo neoliberista, l’onda montante dei debiti pubblici e l’orda arrembante delle destre: tutto congiura contro la spesa sociale, e a favore del suo rapido abbattimento.

La rabbia delle piazze e la rivolta delle Regioni, che contestano il pannicello caldo del governo Meloni sulla sanità, è solo l’ultimo colpo di tosse di un corpo malato. Riflette un fenomeno più vasto e profondo, che interroga questa preziosa ma esausta parte di mondo: possibile che proprio noi europei, che col Piano Beveridge fummo capaci di ricostruire sulle macerie della Seconda guerra mondiale un sistema solidale di assistenza pubblica “dalla culla alla bara”, siamo oggi così solerti a rottamarlo nella discarica della Storia?

La risposta è semplice: nato come patto sociale e costituzionale tra capitale e lavoro, il welfare declina insieme alle democrazie liberali che lo pensarono e lo attuarono dal 1945 in poi. La ritirata è generale: come in Italia, lo Stato Sociale svapora anche nei Paesi fondatori dell’Unione governati da forze “moderate”.

In Germania — colpita dalla crisi della manifattura e alle prese con un piano-monstre di riarmo da 900 miliardi in dieci anni — la legge di bilancio del cancelliere Merz ha innalzato il tetto di reddito su cui si calcolano i contributi sanitari e ha aumentato l’aliquota pensionistica dell’1,3%. In Francia — insidiata da un deficit oltre il 5% e da uno spread in tensione — la finanziaria di Lecornu ha ingrossato le spese per la difesa da 57 a 63,4 miliardi, mentre non ha esitato a dimezzare le risorse per l’Assurance maladie, a deindicizzare le pensioni sopra ai 1.260 euro al mese e a congelare le Allocations familiales (i nostri assegni familiari).

Allora non c’è da stupirsi se nel Belpaese l’ultima manovra economica della Sorella d’Italia prima delle elezioni (26 miliardi, la più misera e mediocre degli ultimi 20 anni) non dà una sola risposta al disagio che ribolle nella società e ignora l’allarme rosso appena rilanciato dal presidente Mattarella sull’inflazione che «erode i salari e il tenore di vita degli italiani». Per rispetto di chi è povero, non si possono disdegnare 500 euro di risparmi Irpef, o 600 euro in meno di cedolare secca. Ma al capitolo “salute” vanno solo 2,4 miliardi: metà di quanto chiedeva Schillaci e meno di un terzo di quanto reclamavano gli enti locali.

Sappiamo che le risorse disponibili sono pochissime (anche se la penuria è frutto degli errori di Palazzo Chigi e Mef, che hanno fallito l’obiettivo di deficit/Pil al 3%). Ma sappiamo bene che la maggior flessibilità a Bruxelles è stata chiesta solo per gli investimenti sulla Difesa (oltre che sulla transizione green). E sappiamo ancora meglio che, per cercare di non perdere consensi in vista del voto, la premier ha sparso pochi spiccioli a troppi beneficiari.

Un soldino su congedi parentali e bonus mamme, un altro sulle dentiere degli anziani, un altro ancora su aumenti di stipendio e affitti dei giovani (i pochi fortunati, che hanno un lavoro stabile e non sono costretti ad abitare con i genitori). Per il resto: nuovo giro di flat tax agli autonomi (con tanti saluti ai dipendenti, spremuti come kulaki a parità di reddito), nuovo papocchio previdenziale sulla «flessibilità in uscita» (con buona pace di quelli che aspettano ancora «l’abolizione della Fornero» promessa 15 anni fa da Salvini).

E infine, poiché in questa Italietta la situazione è sempre grave ma non seria, la pezza a colori per automobilisti biliosi e fantasiosi: oltre all’abolizione del bollo, all’automobilista che arriva a stento a fine mese è concesso di presentarsi alla Motorizzazione, dove al modico prezzo di 600 euro si fa scrivere “V1VAG1ORG1A” sulla targa e se ne torna a casa felice e contento. Col governo grillo-leghista sperimentammo il decreto che aboliva la povertà: con quello sovranista ci tocca la legge che abolisce l’utilità.

Ma la “manovra senza qualità” brilla soprattutto per la sua cifra tendenzialmente a-sociale (estremo paradosso per l’Underdog di Colle Oppio, nata e cresciuta nella destra missina e “di popolo”). Più ancora delle quattro “edizioni” precedenti, quest’ultima è imperniata su un sistema “ibrido”, nel quale il welfare pubblico universalistico finanziato dalla fiscalità generale regredisce non solo per ragioni di ristrettezza economica, ma anche per motivi di ispirazione ideologica (la stessa che nel 2022 ha spinto Meloni ad abolire subito il reddito di cittadinanza, perché suggerisce il divano e non favorisce il dinamismo sociale).

Due esempi concreti. Il primo esempio è il libretto previdenziale per i neonati: lo Stato versa un contributo di un centinaio di euro l’anno fino ai 18 anni, quando il maggiorenne può prelevare i suoi 1.800 euro (e a stento ci pagherà una rata dell’università), oppure li può tenere fermi fino a 65 anni, versando anche contributi aggiuntivi. La gestione competerebbe alla Cdp, ma l’Ania si dice pronta a fare la sua parte. Lo schema è sempre lo stesso: il pubblico retrocede, il privato avanza.

Il secondo esempio è il voucher sanitario dedicato agli over 75 per le visite specialistiche «non coperte dal Servizio sanitario nazionale»: il bonus per l’anziano è di appena 300 euro l’anno, il costo per lo Stato è di 1,6 miliardi, il vero affare lo fanno gli studi medici e le cliniche. Di fatto, è l’ennesimo trasferimento netto di risorse dal pubblico al privato.

Il processo è in atto ovunque, le assicurazioni e le mutue si mangiano già una fetta da 15 miliardi di una torta che ne vale oltre 150: ma con i patrioti al comando l’accelerazione è esponenziale. Non lo dice il becero bolscevico Acerbo, lo denuncia la Corte dei conti: «Da anni si manifesta in modo lento ma costante il passaggio da un Ssn incentrato sulla tutela del diritto costituzionalmente garantito, a tanti diversi sistemi sanitari sempre più basati sulle regole del libero mercato».

Che le destre perseguano un disegno di progressiva destrutturazione del welfare, oltre che evidente, è persino legittimo. A condizione che parlino chiaro ai cittadini-elettori, chiamati sempre di più a contribuire di tasca propria ai servizi che un tempo erogava lo Stato.

Per motivi uguali e contrari, in un’epoca di disuguaglianze insostenibili, è ancora più logico che le sinistre combattano un’altra battaglia per limitare ogni formula “ibrida” e puntellare il pilastro pubblico dello Stato Sociale. Per farlo, tuttavia, hanno un dovere etico-politico, ancora più cogente in campagna elettorale: spiegare come si finanzia il già lunghissimo elenco di proposte buttate lì dal campo largo, che vanno dal salario minimo agli aumenti in busta paga per i neoassunti, dagli sconti in bolletta ai trasporti gratuiti per gli studenti.

Bisogna evitare che nella prossima legislatura i bei sogni keynesiani si trasformino in fretta nei soliti incubi panglossiani. Il welfare è stato forse la più grande conquista dell’Europa novecentesca. Salvarlo è ancora possibile, ma impone oneri politici e costi economici. Conviene pagarli: è una scelta di civiltà.


Trovato il mandante


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo l’ennesima giornata di manifestazioni in tutta Italia contro il riarmo, il caro-vita e il dolce far nulla del governo più inetto del Terzo millennio, attendiamo con ansia di sapere chi è stavolta il Grande Vecchio che ha mobilitato quelle centinaia di migliaia di persone scese in piazza pacificamente. A parte Putin, s’intende, che ormai si porta su tutto. Tenderemmo a escludere il putribondo Youssef Siher, visto che fino a due giorni fa stava in galera, ma non potremmo giurarci perché questi maranza putiniani una ne fanno e cento ne pensano. Fra l’altro, mentre tutti erano distratti dalla sua scarcerazione, le correnti di sinistra della magistratura prendevano il potere nel Csm, dov’erano sempre state minoritarie, passando da 7 a 11 seggi (su 20), inclusi i 2 della Cassazione, lasciando i centristi di Unicost a quota 4 e facendo precipitare la destra di MI da 7 a 4 (il ventesimo è il mitico Cosimo Ferri che, avendo fatto politica dal Pd alla destra, si candidava come “indipendente” perché è molto spiritoso). E un sondaggio di Youtrend rivelava che le ragioni delle proteste sono condivise da quasi due elettori di destra su tre.

[…]

Un governo intelligente – quindi non il nostro – inizierebbe a domandarsi come mai gli italiani giovani, di mezza età e anziani, del Nord, del Centro e del Sud, studenti, lavoratori, disoccupati, pensionati, operai, autotrasportatori, agricoltori, pescatori, del ceto medio e del sottoproletariato, scendano tutti insieme in piazza a protestare. E se sia mai possibile che abbiano dietro qualcuno, un mandante occulto o una Spectre, indigena o forestiera, ibrida o purissima, pilotata dal Campo Largo o dal Campo Lavrov, che riesce miracolosamente a saldare questa rivolta a pezzi, a farne un tutt’uno e a trascinarla fuori di casa anche in un Paese pantofolaio come il nostro. Magari è lo stesso che è appena riuscito a truccare le elezioni del Csm per far vincere le toghe rosse e far perdere quelle governative, a furia di schiforme della giustizia e di insulti e minacce ai magistrati che non prendono ordini dal governo. Cerca oggi, cerca domani, si potrebbe persino scoprire che tutte queste proteste contro l’austerità selettiva che non trova mai un euro per le esigenze dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, dei consumatori, dei poveri, della sanità e della scuola, ma trova sempre i soldi per le armi, per l’Ucraina e per le grandi opere inutili, non sfiora mai gli evasori, le banche, i colossi della finanza e del web e per giunta fa pagare a chi guadagna fino a 100 mila euro il 15% di tasse se è una partita Iva e il 43% se è un dipendente, un mandante unico ce l’hanno: ad aizzare tanta gente contro il governo Meloni è il governo Meloni. Non resta che applicare implacabilmente l’ottavo decreto Sicurezza a questi facinorosi: in galera!