
(di Michele Serra – repubblica.it) – «La cosa più facile per far morire un’idea è santificarla», dice Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro, spiegando perché è contraria all’idea di proclamare la rivoluzione psichiatrica di Basaglia «patrimonio dell’Unesco» (come la pizza, suggerisce Alberta con lo humour che questa istituzione ormai pletorica si attira; e anche Luigi Manconi, commentando la generosa insensatezza della proposta, cita la pizza e lo yodel come tipici casi dell’andamento epidemico dei riconoscimenti Unesco).
Piuttosto che trasformare il padre in un santino sarebbe meglio mettere fine alla regressione autoritaria che, non solo in psichiatria, minaccia di fare tabula rasa di quell’approccio umanistico e sociale della malattia psichica che Basaglia mise in opera: è il succo di quanto Alberta, psichiatra anche lei, dice nella bella intervista a Sara Scarafia su questo giornale.
Colpisce, leggendola, l’orgoglioso spirito di resistenza con il quale, non solo in campo psichiatrico, le persone avvezze a un approccio scientifico e umanistico (in senso lato: culturale) della condizione umana si oppongono alla corrente, che tira a semplificare ogni questione riducendola, in sostanza, a ordine pubblico e basta. La reclusione dei “matti” come soluzione che soddisfa lo stigma sociale che circonda la malattia psichica ma prescinde dalla salute e dalla dignità delle persone (tantissime, e in costante aumento) che ne sono afflitte.
L’illusione di estirpare dolore e paura, piuttosto che affrontarli e provare a curarli, è la terribile scorciatoia che la politica, in molte parti del mondo, sta imboccando. Contro la paura, dice Alberta Basaglia, si può e si deve agire: «Ma mai negandola: se si impara a viverla, se si ha la percezione di viverla insieme, si affronta».
La deputata M5S Ascari. Nell’interrogazione a Meloni la richiesta (già di Berlusconi agli Usa nel 2008). “Prima di un altro coinvolgimento”

(di Stefania Maurizi – ilfattoquotidiano.it) – Da oltre due decenni, in Italia, i leader politici, in particolare di destra, e i militari fanno tutto quello che possono per evitare che l’opinione pubblica italiana diventi acutamente consapevole del ruolo delle basi americane sul suolo italiano nella macchina della guerra degli Stati Uniti. Ma ora qualcosa si muove. La parlamentare 5 Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione ai ministri degli Esteri e della Difesa, per sapere, tra le altre cose, “quali siano, alla luce degli accordi vigenti tra Italia e Stati Uniti, le procedure previste per l’autorizzazione all’utilizzo delle basi militari statunitensi presenti sul territorio nazionale nell’ambito di operazioni militari non riconducibili a missioni Nato”. Al Fatto Quotidiano Ascari annuncia: “Chiediamo che Meloni e Crosetto vengano immediatamente in aula a riferire, punto per punto, tutto ciò che il Paese ha il diritto di sapere”. La conoscibilità degli accordi che regolano la presenza di forze armate straniere sul territorio nazionale, ha continuato Ascari, “ costituisce un elemento essenziale per garantire la piena trasparenza nei confronti del Parlamento e dell’opinione pubblica, nonché per consentire una corretta valutazione del ruolo e delle prerogative delle autorità italiane”. Una questione di rilevante interesse pubblico, che forse ora può trovare una risposta, dopo le dichiarazioni del Segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha rivelato una verità che il Fatto aveva documentato per primo: l’Italia del governo Meloni ha fornito assistenza logistica agli Usa nella guerra all’Iran, attraverso tutta una serie di voli dalle nostre basi.
Ora resta da capire se la scintilla innescata dalle dichiarazioni di Rutte si tramuterà in un dibattito pubblico intorno a una domanda semplice quanto cruciale: i cittadini italiani vogliono lasciare le mani libere agli Stati Uniti nell’uso delle nostre basi, oppure vogliono un controllo democratico e trasparente? “Il Parlamento deve poter esercitare pienamente le sue funzioni di indirizzo e controllo in una materia che attiene direttamente alla politica estera, alla difesa nazionale e al rispetto dell’articolo 11 della Costituzione”, continua Ascari.
L’attacco all’Iran da parte di Trump ha mostrato cosa è gioco: rischiamo di finire in una situazione per cui un giorno il presidente degli Stati Uniti si sveglia e lancia unilateralmente una guerra in cui coinvolge il nostro Paese attraverso l’uso delle basi, e ci espone a rischi di rappresaglia, attacchi terroristici e ci rende complici nella distruzione di milioni di vite umane, come accaduto con l’invasione dell’Iraq. Dopo l’attacco delle Torri gemelle, governi di destra e sinistra si sono prestati a concedere l’ampliamento delle basi e delle infrastrutture americane sul suolo italiano e una revisione delle regole di uso delle basi per lasciare le mani sempre più libere agli Stati Uniti. Molti di questi cambiamenti sono avvenuti in segreto.
Nei cablo della diplomazia Usa rivelati da WikiLeaks si mostra come, nel 2008, il governo Berlusconi chiese di ritardare l’annuncio sulla creazione dei comandi di Africom a Vicenza e a Napoli, perché a Vicenza infuocavano le polemiche sull’espansione del Dal Molin. E quando il governo Berlusconi provò a chiedere di desecretare “l’accordo ombrello”sulle basi, il Bilateral Infrastructure Agreement (Bia) del 1954, gli Usa dissero no: non volevano che gli italiani scoprissero l’articolo 2 del Bia, che regola le operazioni non-Nato, come l’attacco all’Iran. Dopo le dichiarazioni di Rutte, il governo Meloni ha insistito che i voli degli aerei americani dalle basi militari sul suolo italiano sono tutti in accordo con i trattati, che però restano segreti. Per ora.
Altro che la storia di un mondo arcaico che muore lentamente. La mafia non è una questione locale, ma un’avanguardia del capitalismo. E per questo arriva ovunque

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – C’è una scena, nei primi minuti del Padrino, che spiega questo libro meglio di qualsiasi introduzione critica. Don Corleone non riceve in ufficio. Riceve in casa, il giorno del matrimonio della figlia, mentre fuori si balla. Bonasera entra, chiede vendetta per la figlia massacrata. Vito gli dice: avresti dovuto venire prima. Avresti dovuto chiamarmi «amico». È questo il punto. Non il sangue, non il colpo. La forma del rapporto. La parola amicizia che vale più di un contratto, più di un tribunale, più dello stato.
Francis Ford Coppola lo aveva capito subito, e lo aveva detto al produttore Robert Evans, che non voleva sentirlo. Il padrino non sarà un film sulla criminalità organizzata. Sarà una metafora del capitalismo. Evans gli rispose: che vada al diavolo. Aveva torto Evans, aveva ragione Coppola, e il libro di Ryan Gingeras parte esattamente da lì. Non dalla mafia come fenomeno criminale, ma dalla mafia come grammatica del potere economico. Come modo di stare dentro il mercato quando il mercato è troppo debole per reggersi da solo, o troppo forte per tollerare regole.
Gingeras è uno storico americano che insegna alla Naval Postgraduate School. Ha lavorato a lungo sull’eroina turca, sul tramonto dell’Impero ottomano, sui legami fra Ankara e i traffici globali. La sua mafia non è quella della tradizione, non è quella di Hess o di Arlacchi. È una mafia vista da Istanbul, da Lagos, da Marsiglia, da Pelham Bay. E parte da una scena familiare. Il nonno dell’autore, Charley Fitzpatrick, lavorava come barista in un locale del Bronx, lo Ye Olde, dove Willie Moretti – gangster del New Jersey, futuro morto ammazzato a Cliffside Park – passava le serate a bere. Da quel marciapiede, Gingeras guarda il mondo.
Tre cose, in questo libro, sono nuove.
La prima è l’idea che le mafie siano una costruzione economica prima che antropologica. Gingeras lo scrive a chiare lettere: aderire a una mafia, nel mondo contemporaneo, vuol dire avere una specie di impiego. I traffici più lucrativi si basano sulla compravendita di beni e servizi. Per capire la Cosa Nostra americana degli anni trenta non serve l’omertà siciliana, serve il bilancio. Luciano e Lansky non erano feudatari, erano amministratori delegati. Il Comitato – la struttura che dirimeva le controversie dopo il Proibizionismo – non era un consiglio di anziani, era un consiglio di amministrazione. Capone non era un brigante, era una versione iperviolenta di Henry Ford. Lo capì già Fred Pasley nel 1930, nella prima biografia di Capone: aveva reso il crimine efficiente. È questa la parola che fa la differenza. Efficiente.La seconda è la riscrittura della geografia. Per due secoli abbiamo letto la mafia come una storia di Sud Italia, Sud degli Stati Uniti, Sud del mondo.
Gingeras la riscrive come una storia di traduzioni. Il padrino esce nel 1972 e diventa immediatamente intraducibile fuori dall’America; non c’era nulla di simile in Colombia, in Nigeria, in India e contemporaneamente diventa traducibilissimo: la parola padrino arriva in turco come baba, designa i boss di Ankara e Istanbul, e da lì migra ovunque. Mafia, oggi, è una parola americana che descrive cose non americane. È un’egemonia simbolica prima che criminale. Il vero capitale che la mafia americana ha esportato non è l’eroina, è il vocabolario. Il padrino ha fatto più di Cosa Nostra e Coppola ha pesato più di Luciano.La terza è la distinzione fra vecchie mafie e nuove mafie. Le vecchie Cosa Nostra siciliana e americana, yakuza, triadi erano viste come parassiti su stati altrimenti funzionanti. Anomalie da estirpare. Le nuove mafie russe, nigeriane, albanesi, messicane, turche sono qualcosa di diverso. Sono estensioni di stati deboli. Lo stato non le subisce, le produce. Il narcotrafficante curdo Hüseyin Baybaşın confessa in carcere di aver versato ad Ankara metà dei profitti di ogni affare: per noi era una tassa, e in cambio ricevevamo protezione. Da lì all’espressione «stato profondo», oggi sdoganata da Trump, il passo è breve. E da lì alla conclusione del libro – quella che Gingeras chiama «la grande diluizione» – il passo è ancora più breve. Nel XXI secolo la mafia non è più una categoria di persone, è una categoria di funzioni. Le svolgono i gangster, certo, ma le svolgono anche banchieri, avvocati, multinazionali, fondazioni filantropiche, governi. La mafia si è dissolta nel sistema, non perché abbia vinto, ma perché il sistema ha imparato a fare quello che lei già faceva.
La mafia non è un residuo del feudalesimo siciliano sopravvissuto a Manhattan, è un’avanguardia del capitalismo americano che ha avuto il vantaggio competitivo di non dover rispettare le regole che il capitalismo legale si stava dando in quegli stessi anni. Letta così, la storia della mafia novecentesca non è la storia di un mondo arcaico che muore lentamente, ma è la storia di un laboratorio di pratiche economiche che la grande impresa legale, in molti casi, ha poi adottato e raffinato. È un’inversione di prospettiva che cambia tutto e che spiega perché l’esito a cui stiamo assistendo era inevitabile. Non era la mafia, infatti, a doversi modernizzare per sopravvivere. Era il capitalismo a doverla raggiungere. E l’ha raggiunta.
C’è una frase di Tony Soprano, all’inizio della serie, che Gingeras mette in epigrafe alle conclusioni. «Mi sembra di essere arrivato più che altro alla fine. Che il meglio sia passato» e continua: «Mio padre, per esempio, non è mai arrivato dove sono arrivato io. In un certo senso, però, se l’è goduta di più. Aveva la sua gente. Avevano le loro regole. Avevano l’orgoglio. Oggi noi che cosa abbiamo?». Cosa abbiamo oggi? È questa la domanda giusta perché dice chiaramente come tutte le regole siano saltate, rendendoci tutti patria dell’economia mafiosa e, cosa più importante, incapaci di riconoscerlo.Resta una cosa, alla fine, e Gingeras non la dice chiaramente, ma il libro la suggerisce a ogni pagina. Le mafie hanno sempre venduto due cose insieme: una merce e un mito. L’alcol e la durezza di Capone. L’eroina e l’autenticità della French Connection. La cocaina e il romanticismo di Escobar. Il Captagon e la santità di Hezbollah. Senza il mito, la merce non si vende. Senza la merce, il mito non si finanzia. È il loro doppio bilancio, ed è anche il bilancio del capitalismo contemporaneo, che vende sempre meno cose e sempre più narrazioni intorno alle cose.
Sotto questa luce, Mafia di Ryan Gingeras non è un libro di storia criminale, ma un libro di economia politica travestito da storia criminale e come tale va letto. Va letto pensando che i veri prìncipi al comando non sono mai stati i gangster, ma i capi nascosti, potenti e ignoti. Lo sono ancora, si chiamano in altri modi, ma il mestiere è lo stesso.
Gingeras chiude il libro parlando di «grande diluizione» e non è un concetto consolante. Per due secoli abbiamo creduto che la lotta alle mafie fosse una lotta di confine: da una parte lo stato, dall’altra il crimine; da una parte la legge, dall’altra il sangue; da una parte il cittadino, dall’altra il gangster. Il lavoro di Gingeras è la dimostrazione storica, paziente, documentata, che quel confine non è mai esistito davvero e che oggi non esiste più nemmeno come finzione utile. Le mafie non sono state sconfitte, ma assorbite, e non perché lo stato sia diventato più debole, ma perché ha imparato il loro mestiere.
La tesi più radicale del libro arriva in fondo, e Gingeras la consegna con una sola parola: «diluizione». Per un secolo abbiamo immaginato la mafia come una sostanza concentrata, identificabile, separabile dal resto. Un cancro su un corpo sano. Gingeras dimostra che quella sostanza si è sciolta nel solvente del mondo contemporaneo, e adesso è ovunque. Non in senso retorico ma in senso tecnico.Le funzioni che per un secolo erano state esclusive del gangster – riciclare denaro, corrompere funzionari, intimidire concorrenti, controllare territori attraverso la paura, eludere fiscalità e regolazione – oggi le svolgono soggetti perfettamente legali. Le banche svizzere e americane processate per aver lavato miliardi di narcodollari, le multinazionali farmaceutiche che hanno alimentato l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti uccidendo più gente di Pablo Escobar, le piattaforme digitali che mettono in contatto trafficanti e clienti meglio di qualsiasi rete fisica. I fondi sovrani che reinvestono capitali di provenienza opaca. Le società di consulenza che ottimizzano evasioni e pianificano trasferimenti offshore. Gli studi legali che scrivono i contratti di immunità.
La mafia non è scomparsa perché lo stato l’abbia sconfitta, semplicemente (e drammaticamente) non c’è più come categoria distinguibile perché tutto il resto le si è avvicinato. Il mondo non si è ripulito, è diventato indistinguibile da essa. Per questo Gingeras chiama questa fase «la grande diluizione» e non la grande sconfitta. È un giudizio storico durissimo, quasi insopportabile, e va letto fino in fondo. Significa che la separazione fra economia legale ed economia criminale è oggi un’astrazione contabile, non un dato di realtà. Significa che dire stato-mafia non è più una metafora polemica, è una descrizione sociologica. Significa che il gangster, come figura antropologica autonoma, sta morendo e non perché abbiamo vinto, ma perché non serve più. Le sue funzioni le svolgono altri e meglio, in giacca e cravatta, con un compenso più alto e meno rischi penali.
C’è una vecchia idea di Hannah Arendt secondo cui il male non ha profondità, ha solo estensione, si propaga come un fungo e occupa superfici. Le mafie di Gingeras funzionano così, non sono il sottosuolo del mondo, ma la sua superficie. Quando, come scrive Gingeras, «alcuni membri dell’importante famiglia Gemayel, che durante la guerra civile supervisionava numerose milizie cristiane, guadagnarono tra 1 e 5 miliardi di dollari netti in un anno vendendo hashish e altri beni di contrabbando» dai porti che controllavano, quando Hezbollah esporta captagon in tutto il Medio Oriente, quando i talebani fanno il 14 per cento del Pil afghano con l’oppio, non stiamo guardando l’eccezione di un sistema sano, stiamo guardando la regola di un sistema che ha smesso di distinguere fra legittimo e illegittimo, perché accendere un faro e marcare questa distinzione gli costa troppo.
E qui Gingeras tocca, senza dirlo, il punto filosofico più alto del suo lavoro. La mafia è la forma che assume il capitalismo quando viene privato delle sue regole, ma è anche la forma che assumerebbe se quelle regole non fossero mai esistite. La mafia è il capitalismo senza il vestito buono dello stato di diritto, senza il maquillage delle istituzioni, è il mercato che si guarda allo specchio e si riconosce. Per questo Il padrino funziona ancora oggi, e non perché racconti una mafia, ma perché racconta una verità che la mafia ha avuto il merito storico di rendere visibile. La verità è questa: il potere è una famiglia che protegge i suoi, una violenza che si veste di codice, un debito che non si estingue mai, una parola data che vale più di un contratto.
La differenza fra don Corleone e un consiglio di amministrazione è solo che don Corleone non finge.Il mito del gangster, quello che il cinema ci ha venduto per un secolo, ha sempre avuto una doppia funzione; da una parte demonizzava, dall’altra rassicurava. E il pensiero rassicurante era questo: il male ha un volto, un nome, un quartiere, un accento. È siciliano, è russo, è messicano, è albanese. È sempre altro, altro da noi. È sempre lontano, lontano dal nostro mondo, dalla nostra cerchia. Il libro di Gingeras ci toglie questa rassicurazione perché il gangster non è l’altro. Il gangster è la versione disinibita di quello che siamo già. Lavora con le stesse logiche di una multinazionale, finanzia gli stessi partiti, ricicla nelle stesse banche, si muove negli stessi paradisi fiscali e sfrutta gli stessi migranti. La sola differenza è che ammazza in proprio invece di farlo per procura e ammazza utilizzando guerre, sanzioni, licenziamenti di massa, riforme sanitarie. Forse il vero lascito di questo libro sta proprio nell’aver capito che la storia delle mafie non è la storia di una minaccia esterna alla civiltà, ma la storia del modo in cui la civiltà, lentamente, è diventata indistinguibile da quello che diceva di combattere. La civiltà, la guerra contro le mafie, non l’ha persa; l’ha vinta, perdendola. È un finale che non consola. Ma è l’unico onesto, ed è il motivo per cui questo libro andava scritto.
Mafia di Ryan Gingeras (il Saggiatore, traduzione Simona Di Carlo, pagg. 500, euro 26)
Anticipiamo parte della prefazione di Roberto Saviano
La nuova legge sulla caccia riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare: intransigente con i deboli, compiacente con i forti

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Spara, gringo, spara. La nuova legge sulla caccia, già approvata dal Senato, riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare, benché alquanto sbilanciata: intransigente con i deboli, compiacente con i forti. In questo caso s’abbatte sui quadrupedi, però nemmeno noi bipedi ce la passiamo bene. Salvo quanti s’arruolino nel popolo dei cacciatori, che la legge battezza come «bioregolatori». Sicché diventano i custodi «della biodiversità e degli ecosistemi», manco fossero guardie forestali. E potranno cacciare ovunque, perfino nelle spiagge.
Loro, le bestie, non hanno diritto di voto in Parlamento. Altrimenti forse s’opporrebbero anche alle altre leggi da Far West che ci sono cadute sul groppone in questi anni. Quella che dichiara non punibili gli agenti segreti, cui viene consentito di creare pure gruppi terroristici o eversivi. Quell’altra che autorizza i poliziotti a portare armi private quando non sono in servizio. O che forgia uno scudo penale per le forze dell’ordine, con un registro separato per legittima difesa. Tutte novità introdotte dai decreti sicurezza, che si succedono come una scarica di fuochi d’artificio, e che in ultimo rendono la nostra vita più insicura.
Ma la sicurezza è l’alibi del vento autoritario che soffia in tutto il mondo, e il governo Meloni non fa certo eccezione. Come si manifesta? Intanto, schiacciando le assemblee parlamentari, privandole del potere di decidere le leggi. Del resto il buongiorno si vede dal mattino.
Nei suoi primi tre mesi d’esistenza questo esecutivo ha messo in pista 15 decreti legge, stracciando ogni record precedente (Draghi 12, Renzi 10, Berlusconi 9). E ha esordito alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia in 18 mesi, un altro record. Nonché un doppio bavaglio al Parlamento, anche perché la fiducia viene applicata non soltanto sui decreti, bensì pure sulle leggi più importanti; difatti adesso aleggia sull’approvazione della legge elettorale.
Questo diluvio normativo si converte in una tempesta di divieti irragionevoli (come il no alla cannabis light, benché priva d’effetti psicotropi). Di castighi insensati (per esempio l’arresto fino a un anno per l’automobilista che avesse assunto droghe qualche giorno prima, pur essendo perfettamente lucido nel momento di mettersi al volante). Di aggravi di pena (sono 9 le aggravanti introdotte dal decreto sicurezza del 2025). E ovviamente di nuovi reati (14, solo a considerare quel decreto; ma in realtà si contano a decine, dal blocco stradale all’omicidio nautico, dai rave party all’occupazione abusiva degli immobili).
Le conseguenze? Possiamo misurarle attraverso lo scandalo della condizione carceraria. Mercoledì 24 giugno Luigi Manconi ha sollevato il caso dei bimbi reclusi in cella insieme alle loro madri, il cui numero è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni. Effetto dell’ennesima stretta, che ha cancellato una norma di civiltà giuridica ospitata perfino dal codice Rocco, il codice fascista. Ma le cifre complessive sono ancora più eloquenti.
Nell’ottobre 2022 — al debutto del governo Meloni — la popolazione carceraria contava 55mila detenuti; ora sono quasi 65mila, con un indice d’affollamento al 139 per cento e 18mila persone in più dei posti letto. Mentre per la prima volta il sovraffollamento investe anche gli istituti penali per minorenni, con un incremento del 50 per cento. Merito del decreto Caivano, che ha aperto i portoni del carcere per lo spaccio di lieve entità e ha sbarrato l’accesso alla messa in prova per i minorenni.
Insomma, l’aria che tira è questa. E non è da comunisti mangiabambini segnalarne i danni. Né da avversari della destra per partito preso. È da liberali, piuttosto. D’altronde ci sono tante destre, e anche tante sinistre. Divise per visioni politiche, economiche, sociali. Ma dovrebbe unirle una comune cultura dei diritti, delle libertà costituzionali. Non è questo il caso.
“Ormai lo conosciamo: toglie più voti di quelli che porta ed è sempre pronto a far esplodere qualsiasi alleanza”

(diTommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Per il sociologo Marco Revelli l’idea di tenere Matteo Renzi nel campo largo nasce da un’illusione ottica alimentata dal rapporto – poco virtuoso – tra media e politica. “C’è una malattia subdola del sistema dell’informazione in Italia: ci si innamora dei dettagli perdendo di vista il quadro generale. Ci si invaghisce di una figura marginale e si continua a darle credito anche se conta come il due di picche nei grandi giochi”. Uno scollamento tra comunicazione e realtà, oltre che tra élite e popolo votante: “Accade in parte anche con Carlo Calenda – aggiunge Revelli –: sono mosche cocchiere che siedono a cassetta credendo di guidare la carrozza”.
Secondo Schlein, per vincere servono tutti.
Facciamo una premessa: mettere nel proprio campo Renzi è come piazzare una bomba a orologeria sotto il proprio tavolo. Il suo percorso politico è ormai tracciabile da una quindicina d’anni: la sua vocazione compulsiva al tradimento delle alleanze dovrebbe ormai essere acquisita.
Ma persino il suo 2%, in questa situazione di incertezza, può pesare.
È una falsa operazione matematica, dettata dall’illusione che il bacino elettorale sia dato, fisso e stabile e che i giochi al suo interno siano a somma zero. Ma le grandezze in gioco non sono matematiche: sono politiche. Il contributo di ogni partner è variabile, ci sono anche percentuali che si sottraggono: un cattivo candidato può pure portare il suo 2 per cento, ma contemporaneamente ti fa perdere quattro punti. Il gioco diventa negativo.
Poi c’è un problema di credibilità politica: come si spiega agli elettori un’alleanza con chi fino a ieri era il simbolo di una stagione da superare?
Il minimo comune denominatore di un campo di centrosinistra, pure annacquato, dovrebbe essere la promozione della giustizia sociale. Renzi, invece, ha sempre praticato l’ingiustizia sociale: ha favorito i forti e non i fragili. Questo appartiene al suo carattere di animale politico, anche se ora è un animaletto che pesa poco.
Ammesso che si vincano le elezioni, poi come si governa con uno così?
Come dicevo, mettere Renzi al tavolo è come piazzarci sotto una bomba a orologeria: al primo passaggio in cui intravede un vantaggio personale, fa saltare tutto in aria. Ma il problema è complessivo: vincere queste elezioni non significa ottenere una frazione marginale di vantaggio, ma prendere una parte consistente di voti più dell’altra. Ci si può riuscire soltanto sfondando il confine tra voto e non voto, riconquistando almeno una parte di quell’elettorato che da un quarto di secolo è uscito disgustato dal sistema politico. Fino agli anni Novanta la partecipazione superava l’80 per cento; oggi il corpo elettorale è ridotto a poco più del 50 per cento degli aventi diritto. E tu pensi davvero di riportare alle urne chi è scappato arruolando uno di quelli che l’hanno fatto scappare?
Chi sarebbe capace di parlare agli elettori dispersi?
Nel possibile campo largo nessuno, nemmeno Conte, ha questa capacità magnetica di attrarre quella limatura di ferro che si è dispersa nel non voto. Servirebbe un outsider credibile, capace di presentare un progetto realmente in controtendenza sui grandi temi: distribuzione della ricchezza, diritti sociali, sanità, pace e guerra. Non sarà questo il momento di un grande discorso di geopolitica per evitare la catastrofe? Servirebbe uno che rompe gli schemi come Zohran Mamdani a New York, una figura che ribalta i tavoli, altro che campo largo. E noi siamo qui a parlare dei nani politici.
Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum. Scandaloso nel metodo. E pericoloso nel merito

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – «La Repubblica è di tutti»: se c’è una memory card da custodire, in questo tempo gassoso in cui tutto evapora in un clic, è questa frase che Sergio Mattarella ci ha regalato nell’anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente. Cinque parole semplici, che tuttavia impegnano la democrazia come nient’altro. La Repubblica è di tutti coloro che allora diedero la vita perché potesse nascere dalle rovine del fascismo e della guerra, da Matteotti a Gramsci, da Amendola a Don Minzoni. La Repubblica è di tutti noi cittadini che oggi la vorremmo davvero «casa comune», quella che ci accoglie liberi e uguali e ci assicura diritti e garanzie. Sembra un brutto scherzo del destino, ma questa splendida preghiera laica del Capo dello Stato, nel “tempio” di Montecitorio, la applaudono gli stessi mercanti ipocriti che la stanno per rinnegare. Ma nulla succede per caso.
Non è un caso che nel giorno in cui si ricorda l’avvio del confronto parlamentare dal quale nacque la Costituzione antifascista restino vuoti gli scranni della «sporca dozzina» di Vannacci. Non è un caso che quando il presidente ricorda i martiri della Resistenza gli “onorevoli” delle tre destre si alzino di malavoglia e Meloni e La Russa applaudano con malagrazia. Non è un caso, soprattutto, che d’ora in poi in quella stessa aula tornata «sorda e grigia» il governo stia per consumare l’ennesima ferita al corpo vivo della Repubblica, del Parlamento e della democrazia.
Non bastavano gli strappi tentati finora, dall’elezione diretta del premier alla separazione delle carriere tra giudici e pm. Ora tocca alla legge elettorale, e la forzatura non è meno pericolosa delle precedenti. A pochi mesi dalla fine della legislatura, anche la Sorella d’Italia azzarda il “golpetto” a uso e consumo della sua coalizione. Sempre più incerta sulla rielezione, ormai raggiunta nei sondaggi dal campo largo, invece di cambiare il suo schema di gioco, stravolge le regole di tutti.
Avvelena i pozzi, come hanno fatto da ventitré anni a questa parte i leader in crisi di risultati e di consensi. Per provare a rivincere, lanciando fin da ora l’opa sul Quirinale. O per mutilare la vittoria degli avversari, che già solo per questa immensa posta in gioco (l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2029) dovrebbero giocare di squadra, cercando i voti e rinunciando ai veti.
Nel 1993, grazie ai referendum di Mario Segni, l’Italia provò a risorgere dalle rovine di Tangentopoli adottando un sistema di voto che ridava dignità al cittadino-elettore, agevolava la formazione di una maggioranza e assicurava la fisiologia dell’alternanza. Fu il Mattarellum, allora, a generare il bipolarismo in un paese che aveva conosciuto il consociativismo e il proporzionalismo. Ma non bastò. Nel 2005, con Berlusconi, ci toccò il Porcellum. Nel 2015 l’Italicum, nel 2016 il Rosatellum. Tutte porcherie, per lo più incostituzionali, bollate più volte dalla Consulta.
Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum, appena sfornato dagli azzeccagarbugli di Colle Oppio. Pare che a partorirlo sia stata la mente raffinata del noto Fratello d’Italia uso a santificare le feste con l’uniforme delle SS. Dopo avere sudato sui sacri testi dei Mortati e dei Sartori, ci toccherà un papocchio vergato da Galeazzo Bignami. Per dire in quale abisso stiamo per precipitare.
Nel metodo, il Melonellum è scandaloso. Ancora una volta, la presidente del Consiglio impone alle Camere un testo blindato, o tutt’al più rimaneggiato nelle segrete di palazzo Chigi, com’era già successo con la finta riforma della giustizia. Conferma così la sua visione illiberale della polis, dove alla fine quella che prevale è sempre la «verticale del potere». Con tanti saluti a De Gasperi che diceva «diamoci la mano, uomini di buona volontà», a Benedetto Croce che invocava «veni creator spiritus», a Piero Calamandrei che ripeteva «quando si scrivono le regole i banchi del governo devono restare vuoti».
Parole al vento, per queste destre senza gloria e senza memoria. Conta solo la volontà di chi comanda: non c’è spazio per il dialogo, non c’è tempo per il confronto. La nuova legge va approvata subito, senza modifiche: che si torni a votare ad aprile, a giugno o a settembre, le elezioni sono troppo vicine, e la sciamana Giorgia non può e non vuole rischiare. Cosa volete che gliene importi dello spirito costituente e della cultura della responsabilità repubblicana che ottant’anni fa permise a forze politiche diverse di unirsi nella stessa «comunità di destino»?
Nel merito, il Melonellum è pericoloso. Lo denunciano 160 costituzionalisti, tra i più autorevoli, quelli che hanno lanciato l’iniziativa “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione” e che martedì prossimo si ritroveranno al Teatro de’ servi di Roma. Correggere le storture del Rosatellum, mutuate dal Porcellum e integrate nell’Italicum, è assolutamente necessario. La Corte costituzionale, inutilmente, lo chiede da anni. L’opposizione, colpevolmente, non ha una sua proposta organica.
Nel frattempo, il governo compie un misfatto: torna a cavalcare la sindrome autoritaria da “pieni poteri”, comprime il diritto di scelta degli elettori, altera l’equilibrio tra voti e seggi e trasforma la contesa elettorale in una sfida plebiscitaria. Il premio di maggioranza, abnorme come nelle precedenti versioni bocciate dalla Consulta, non è ispirato alla cultura della “governabilità”, ma alla dittatura della maggioranza.
L’attribuzione del 60% dei seggi al partito che supera la soglia dà a chi vince il controllo totale del Parlamento, e dunque degli organi elettivi di garanzia: Quirinale, Corte Costituzionale, Csm, autorità indipendenti. Così, chi prende il 40 o il 42% dei voti si prende tutto: le istituzioni, lo Stato, il Paese.
Al popolo sovrano non resta niente: eliminati i collegi uninominali, la scelta degli eletti è affidata alle solite liste bloccate. Finisce tra i rifiuti della storia anche il pannicello caldo delle preferenze: troppo rischiose per chi, come Salvini, sta perdendo il contatto con i territori. Per l’Armata Branca-Meloni il disincanto democratico e la disaffezione crescente dei cittadini dalle urne non è un problema, ma un’opportunità. Vale il ritornello ironico della canzonetta di Arbore: meno siamo, meglio stiamo.
Poi c’è l’ultimo maleficio: l’indicazione del candidato premier sul programma, che conferma la curvatura capocratica della pseudo-riforma. Nell’ultima versione, bontà loro, hanno aggiunto un codicillo che lascia inalterate le prerogative del presidente della Repubblica. Ma anche questa, alla fine, più che una clausola di salvaguardia pare una foglia di fico.
Delle due l’una. Se questa norma ha solo un valore simbolico, allora è inutile. Se invece ha un effetto sostanziale, allora è eversiva: diventa una scorciatoia per cambiare la forma di governo parlamentare senza passare dalla revisione costituzionale. Non prendiamoci in giro: combinata con il super-premio di maggioranza, l’indicazione preventiva del capo del governo configura quel «premierato di fatto» al quale aveva ambito il Cavaliere di Arcore, e che dieci anni dopo realizzerebbe l’Underdog della Garbatella. Un colpo di mano che il centrosinistra, il Paese e forse anche il Colle non le dovrebbero consentire.
Melonellum, trappola a destra su preferenze Il blitz sul voto estero. In aula solo 18 deputati presenti, la maggioranza si spaccherà nel voto segreto. Lega e FI avvisano: “Senza liste bloccate, è finita”. Lo scontro anche sui fuorisede

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Poco prima di pranzo, quando prende la parola la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, in aula ci sono 18 deputati. I banchi della maggioranza (e dell’opposizione) sono praticamente vuoti. Gli iscritti a parlare sono 17. Assenti i leghisti. Il venerdì torrido di fine giugno non aiuta, anche se la materia – la discussione sulla nuova legge elettorale – dovrebbe restituire per un giorno sacralità al Parlamento. E invece l’unico squillo lo regala Riccardo Magi, che viene espulso dall’aula perché continua a parlare – e a denunciare le storture della legge – nonostante sia stato spento il suo microfono.
Tutto rimandato alla settimana successiva, quella che inizia il 6 luglio. La prossima sarà dedicata alle mozioni, ma poi si farà sul serio sullo “Stabilicum”. La maggioranza vuole correre approvando la legge elettorale che elimina i collegi entro metà luglio, ma l’aula sarà disseminata di trappole parlamentari. La principale riguarda il tema dell’introduzione delle preferenze.
Il testo che arriva in aula non le prevede, ma la premier Giorgia Meloni si è impuntata anche per una ragione di consenso: sa che far scegliere i candidati con liste bloccate sarebbe una scelta molto impopolare. Così Fratelli d’Italia ha annunciato che, insieme a Noi Moderati, presenterà un emendamento in aula per reintrodurle. Ed è qui che la tela si ingarbuglia. Perché Lega e Forza Italia sono contrarie anche a una norma che inserisce i capilista bloccati e tutti altri scelti con preferenze: una presa di posizione di principio visto che nessun partito sotto al 20%– quindi tutti tranne Pd e FdI – eleggerà qualcun altro deputato oltre al capolista bloccato. Ma tant’è.
Se FdI andrà avanti e presenterà l’emendamento per le preferenze, la maggioranza si spaccherà in aula. Tanto più col voto segreto. Le opposizioni dovrebbero uscire dall’aula e a quel punto i partiti di maggioranza si troveranno di fronte a un rebus: approvare o meno le preferenze? Sulla carta Fratelli d’Italia e Noi Moderati avrebbero i numeri da soli per farle passare: 125 contro i 108 di Lega e Forza Italia. A complicare le cose, però, c’è che sia gli azzurri sia i leghisti hanno già avvertito gli alleati: se passano le preferenze, blocchiamo la legge al Senato e la affossiamo. Dunque FdI potrebbe trovarsi nell’assurda condizione di presentare la proposta per salvare la faccia, ma farla affossare da un gruppo di suoi deputati nel voto segreto, esponendosi a una figuraccia.
Dunque in queste ore in via della Scrofa si sta riflettendo sulle prossime mosse: “Proporremo una soluzione agli alleati di centrodestra”, ha detto ieri il capogruppo meloniano Galeazzo Bignami a Start. Qualcuno nella maggioranza ipotizza che alla fine FdI rinuncerà a presentare un emendamento in nome dell’unità della coalizione, ma sarebbe un voltafaccia rispetto agli annunci pubblici esponendosi per di più alle accuse delle opposizioni. Chi ha capito il cul de sac in cui si è infilata la maggioranza è l’ex generale Roberto Vannacci che ha fatto presentare dai suoi deputati alcuni emendamenti per introdurre le preferenze e ieri ha rilanciato il tema con una card sui social con i volti di Meloni, Salvini e Tajani: “Non nascondetevi dietro al voto segreto, sulle preferenze metteteci la faccia”. Ma le preferenze non sono l’unica spina nella maggioranza in aula. C’è anche il tema del voto ai fuorisede su cui FdI si è impegnata a introdurlo prima del referendum, ma deve fare i conti con le resistenze degli alleati di Lega e Forza Italia che sono contrari perché gli studenti penalizzano i partiti di centrodestra. Anche il ministero dell’Interno fa resistenze perché lo ritiene impraticabile in termini di risorse e di sicurezza. Nelle file della maggioranza si sta studiando anche un blitz sul voto estero per rendere meno “controllabile” il voto e per limitare i brogli. Un altro tentativo provato prima del referendum, perché la maggioranza è convinta che il voto estero favorisca il centrosinistra anche se sulla giustizia i “Sì” hanno vinto.
Al momento sembra esclusa l’ipotesi che il governo ponga il voto di fiducia sugli articoli della legge: i deputati sono stati convocati per la notturna di martedì 7 e mercoledì 8 per chiudere tutto in due giorni. Anche se le opposizioni protestano: mercoledì ci sarà la manifestazione del centrosinistra a Napoli e si chiede di rinviare i lavori parlamentari, ma la destra non sembra intenzionata ad accogliere la richiesta.
Il presidente dei 5 stelle: “Pronto a essere ascoltato in Parlamento. Su di me un gioco sporco, non mi sono mai occupato di forniture”

(di Francesco Bei – repubblica.it) – «Siamo ormai in un clima da campagna elettorale, evidentemente hanno individuato in me e nel M5S il pericolo numero uno. E, da palazzo Chigi, è arrivato l’ordine ai fidi solidali che siedono in commissione Covid, grazie anche alla complicità in particolare dei giornali di Angelucci, di screditare la mia persona». Quando si parla di commissione Covid, Giuseppe Conte perde il suo aplomb. Sono settimane che i giornali di destra lo tirano in ballo per i contratti e gli appalti stipulati durante la pandemia e, per il presidente del M5S, si tratta di una manovra orchestrata a piani alti del governo, che usa la maggioranza e le istituzioni per attaccare i leader dell’opposizione.
Si parla di contratti milionari per dispositivi cinesi non idonei, come risponde?
«Che dal 2021 ho chiarito decine di volte che non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti. A differenza di Fratelli d’Italia».
È possibile che il suo ex collega avvocato, Luca Di Donna, abbia speso il suo nome per far credere ad alcuni imprenditori che sarebbero stati facilitati in cambio di soldi?
«Leggendo i giornali come tutti, apprendo che da anni è stato indagato dalla procura di Roma e sono stati passati al setaccio tutti i suoi rapporti professionali, senza neppure un rinvio a giudizio».
Quali erano i suoi rapporti con Di Donna?
«Per quanto mi riguarda, non ho mai costituito con lui una società e, da quando sono diventato premier, non ho avuto alcun rapporto anche sul piano personale. Non l’ho mai incontrato, né sono mai stato informato sulla sua attività professionale».
Come è possibile che lei non si occupasse delle forniture?
«Ma scusate, torniamo a quei mesi, con un’Italia in ginocchio e la riorganizzazione di un intero Paese, secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine? Non l’ho mai fatto, ma a questo punto una domanda la faccio io: siamo sicuri che nessun esponente di vertice di Fratelli d’Italia si sia preoccupato di suggerire o raccomandare imprese o professionisti? Speriamo di poter approfondire questo aspetto in commissione Covid. Ci divertiremo».
Su Repubblica abbiamo scritto della Jc-Electronics, l’azienda a cui è stato riconosciuto un credito di 200 milioni di euro, che in passato ha finanziato Fratelli d’Italia. Si riferisce a loro?
«Anche a loro. Parliamo di un’azienda il cui amministratore, Dario Bianchi, viene portato come una madonnina in tutte le feste di Atreju».
Se è così sicuro, perché non vuole rispondere di queste accuse davanti alla commissione Covid?
«Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito, solo che a questa disponibilità non è stato dato alcun seguito. Attendo quindi di sapere la data della mia audizione, perché è in corso un gioco sporco che non posso più permettere. Sono vicende che, da un punto di vista giudiziario, si sono tutte tradotte in un nulla di fatto e che non mi hanno mai nemmeno sfiorato. Eppure FdI continua ad alimentare questo fango diffamatorio».
Ce l’ha con il presidente della commissione, Marco Lisei?
«È stato lui stesso a definire un “circo mediatico” la commissione che presiede. Non hanno nemmeno avuto il coraggio di accertare la gestione sanitaria delle regioni, che sono escluse dal perimetro d’indagine. Senza nessuna delega, all’insaputa di tutti i componenti d’opposizione, hanno escusso testimoni in commissariati di polizia: un vero obbrobrio giuridico, che dimostra l’incultura istituzionale di questa destra, che usa le istituzioni e i suoi giornali per attaccare i leader delle opposizioni».
Dopo la crisi con Trump, Giorgia Meloni ha dato indicazione ai ministri di non disertare la festa per il 4 luglio a villa Taverna. Lei ci andrà?
«Se deciderò di andarci sarà in omaggio all’amicizia tra il popolo italiano e quello americano, visto che è la festa più importante degli Stati Uniti. Ma non certo per le uscite inaccettabili del presidente Trump nei confronti dei nostri vertici istituzionali».
Lei è stato a lungo indicato come un sostenitore delle primarie per la scelta del candidato premier. Poi di recente è sembrato fare un passo indietro a favore del metodo usato per le regionali, ovvero una candidatura concordata al tavolo della coalizione. Ha cambiato idea?
«Chi si oppone alle primarie oggi invoca, come unico criterio alternativo, quello del leader del partito che prende più voti. Ho solo voluto ricordare che ci sono anche altri criteri che abbiamo già sperimentato con successo».
Non ha ripensamenti sulle primarie?
«No di certo. Per me rimangono ben in evidenza sul tavolo».
C’è molto affollamento di liste al centro. Dario Franceschini su Repubblica ha invitato i protagonisti a federarsi, suggerendo come leader la sindaca di Genova. Anche per lei sarebbe meglio una aggregazione?
«Una semplificazione mi sembra opportuna, ma mi pare che stia già avvenendo».
Renzi dentro o fuori?
«Prima il programma, poi parleremo anche del resto».
A proposito di programma, a che punto siete con Nova?
«Alla fase conclusiva: hanno partecipato 16 mila persone, buona parte non iscritti. Questo fine settimana le proposte vengono discusse e affinate. Convoglieremo questo grande entusiasmo, tutta questa energia, sul tavolo della coalizione a beneficio del progetto progressista».
Ecco, sembra che la vostra base apprezzi molto l’idea di una tassa sui super-ricchi. Se dovesse passare la patrimoniale lei che farà?
«Ne stanno discutendo, come sempre sono i cittadini a valutare e decidere sulle misure più idonee per perseguire gli obiettivi di progressività ed equità del sistema fiscale».
E se dovesse venir fuori la patrimoniale, pur non essendo lei d’accordo, la porterà al tavolo?
«Assolutamente sì, quello che esce da Nova per me è sacro».

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Commuove il sincero sgomento della razza padrona e della stampa al seguito appena uno del giro finisce in galera. Ieri è toccato a Mauro Moretti, l’ex capo di Ferrovie condannato in via definitiva a 5 anni per la strage di Viareggio (32 morti, 130 feriti, un quartiere raso al suolo) dopo 17 anni e 7 gradi di giudizio (uno in Tribunale, tre in Appello e tre in Cassazione). Siccome la pena supera […]

(Giancarlo Selmi) – In Italia il paradosso è trionfante. Dura da tanto, almeno dalle promesse “chiù pilu pe’ tutti” di Berlusconi, dalla baby prostituta che diventò magicamente nipote di Mubarak e tale rimase pure dopo un voto in parlamento, ma negli anni è diventato sempre più presente, più centrale. La politica italiana, soprattutto quella di destra ma non solo, del paradosso non riesce più a fare a meno.
Meloni che diventa “nuova” dopo una carriera politica ventennale, dopo essere stata ministro in un governo, è un esempio di scuola. Ma lo è adesso Vannacci che grida slogan e frasi fatte spacciandole per “rivoluzionarie”, ma se ne parlava, con gli stessi toni che usa lui, peraltro, già nel mesozoico. Spaccia per rivoluzionario il suo nuovo partito, ma si è già riempito di voltagabbana, riciclati e vecchie calzette con un rapporto difficile con l’italiano.
E, quindi, non è rivoluzionario neppure in questo. Ha accolto perfino la Ravetto, che ha cambiato tutte le casacche della destra possibili e che può essere rivoluzionaria e “nuova” tanto quanto possa esserlo il mio callo sul piede sinistro. Che resiste stoicamente da anni. Lei ha ammesso di aver detto minchiate in tutta la sua carriera politica, cominciata con la scoperta del fuoco, ma che lo ha fatto perché “l’hanno obbligata”. Vabbè…
Ma il paradosso non finisce lì, con questi comincia. L’autrice della battuta più divertente e paradossale di tutte le attuali, è la famosa “pitonessa”, quella che pare sia fortissima sul piano imprenditoriale, sempre che siano d’accordo i giudici della sezione fallimentare del Tribunale di Milano. La mai doma Santanchè. Ha detto che Giuseppe Conte non la dice giusta sul COVID. E qui il paradosso diventa sontuoso, perfino poetico, rompe tutti i limiti del ridicolo.
Lei che è accusata di aver usato il COVID per truffare l’INPS, quindi lo stato e che sta usando tutti i mezzi, compresi quelli che gli vengono dal suo ruolo politico, per non farsi processare, accusa chi non ha un’accusa, che ha collaborato in pieno con i giudici, ch’è stato archiviato su tutto. Il paradosso, dicevo. Ma anche la scoperta che il detto “il bue dice cornuto all’asino” sia stato superato alla grande dalla Santanchè, che con un botto di processi in corso, dà del truffatore a qualcun altro.
Harvard? Confindustria? Il Nord produttivo? No, la classe dirigente del generalissimo e della destra-destra arriva dal penitenziario

(di Michele Masneri – ilfoglio.it) – A chi le primarie? A voi. La ricerca dei candidati e la creazione di una classe politica non sono mai una passeggiata. A New York il nipote di Kennedy è appena stato bocciato per il seggio alla Camera. E pure da noi a sinistra non sanno che fare. Correre insieme? Buttarsi al centro? Ma non nel centro storico (lì arriva subito l’accusa: troppo Ztl). Buttarsi di sotto? A destra pare più semplice. A destra-destra soprattutto. Il processo di cooptazione è facilitato. Guardate il general Vannacci. Primarie? Macchè. Società civile? Ma mi faccia il piacere. I “club” (da pronunciare: clöb)? Magari come Silvione nel 1994? Le scuole di partito come una volta? Acqua, acqua. Meglio puntare su Rebibbia.
La destra-destra del General Vannacci ha già la sua accademia, il bacino, la sua costituency; Non Harvard, non Confindustria, e nemmeno Colle Oppio. No, tutti a Rebibbia! Non intendendo il quartiere romano, feudo del guru di sinistra Zerocalcare. Ma proprio il carcere. Infatti dal penitenziario romano è appena uscito Gianni Alemanno, incensato, intervistato, lodato, riabilitato e asciugato nel fisico, acclamato come un oracolo dal popolo vannaccista dei prodi patrioti. Pronto a correre col generalissimo. La sua testa di ponte. Il suo fiore all’occhiello e via con altre metafore abusate. Si può dire? Diciamolo: la destra riparta dal gabbio. E certo conterà pure che fu forse il peggior sindaco da quando esiste Roma, insieme alla Raggi, che però non ha mai conosciuto la detenzione. E questo conta, appunto, essere stati cattivi amministratori, ma non basta. E’ il carcere il valore aggiunto, il plus (da pronunciare: plàs). Forse ricollegandosi astutamente a tutto un immaginario local, le canzoni della mala, le Mantellate, “Er canto der carcerato” di Claudio Villa, quel “non è romano chi non ha salito lo scalino” (inteso di Regina Coeli, altro clöb che potrebbe fornire prestigiosi candidati); Vannacci va sul sicuro. Non la calza in faccia dei dibattiti del Cav. ma proprio il passamontagna. Aggiungiamo una spruzzatina di quel profumo vero o presunto di Mafia capitale (ma pure nel seminale “Caterina va in città” di Virzì, l’analisi più giusta della politica romana e nazionale che ci sia mai stata negli ultimi decenni, c’era un deputato di destra-destra che diceva “aho, me so fatto er gabbio”).
Del resto anche il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, ha conosciuto le patrie galere con una giovanile condanna per spaccio, e pure il papà di Giorgia Meloni fu condannato per narcotraffico laggiù in Ispagna. Poi alcuni si sono riabilitati, è importante, questa è la funzione originaria del penitenziario, e son diventati esperti di questione carceraria, dopo le esperienze sul campo. E qui non si vuole scherzare sulla seria questione del sovraffollamento carcerario. E non mancano certo gli ex detenuti passati alla politica, internazionalmente, storicamente, ma di solito si tratta di reati giovanili, o di reati politici. Alemanno come un Nelson Mandela del Grande Raccordo Anulare?
Che poi Rebibbia non è solo la grande accademia della destra-destra ma pure il suo bacino di voto. L’ex sindaco, che ha tenuto un pregevole diario dal carcere, oggi assicura: son tutti di destra, i carcerati di Rebibbia. Ha dichiarato anche che “dentro”, ha trovato “molta empatia”, ma il dato importante è l’altro. Son tutti di destra, dentro. Non si sa se di destra semplice o di destra-destra. Ci saranno anche lì le correnti. Ma lo saranno, di destra o di destra-destra, anche gli stranieri, quelli che Vannacci vorrebbe remigrare, e che secondo l’Istat costituiscono il 31,5 per cento dei carcerati?
In quel caso, camerati, dietrofront. Non si remigra più. Piuttosto se magna. All’uscita da Rebibbia, come ha raccontato il nostro Salvatore Merlo, dopo le dichiarazioni, Alemanno è andato a cenare con Vannacci e un manipolo di camerati in un ristorante a Roma Nord (invece di andare alla bisteccheria di Delmastro, che è pure più vicina). Ristorante sardo, specializzato nel porceddu. Comunque, tra quello stormire di camicie bianche attillate da maschioni di mezza età e i porceddu c’erano pure il leggendario Antonio Maria Rinaldi già candidato al Campidoglio e il deputato Pozzolo (speriamo disarmato, e non alla guida), e il pasto si è svolto tra celebrazioni con tanto di “a noi!”, e una specie di preghiera laica, “La lode a Dio, la spada al Re, il cuore alla dama e l’onore a me”, “codice etico dei cavalieri medievali recitato da un giovane attivista di Futuro nazionale”, riportano i giornali (boh. Mai sentito. Ma qui più che l’etica c’è la cotica, parrebbe). E forse ci voleva un inno più adatto, tipo piuttosto “Er canto d’aa malavita” di Gabriella Ferri (“amore amore manname ’na pagnotta che er vitto d’er Coeli nun m’abbasta!”). Manname un porceddu! Deluso chi da una destra securitaria si aspettava che cooptasse poliziotti, servitori dello stato, prefetti magari fascistoni, questori nostalgici, pescando magari nel nord più conservatore. Alla conquista del tessuto produttivo. Cernobbio, a noi? Macché. Rebibbia a voi. Il galeotto romano, con la tuta a strisce e la palla al piede, ecco l’homus vannacciano. Magari anche con “kit del candidato”, qui con arance, lima, mascherina da banda Bassotti. Più che una destra “Law and order”, per restare alle serie tv, quella del generalissimo è una destra “Romanzo criminale” (è già da capire, in un giochino estivo stupidino, chi sia Er Freddo, e chi Er Dandi – potrebbe essere Vannacci, con le sue vestagliette. Ma in un altro giochino, e manuale di conversazione, se dei vicini di ombrellone vi accuseranno di essere “sinistra Ztl”, rispondete prontamente e senza incertezze: meglio della “destra Rebibbia”, come in un dialogo da film di Virzì, anche se il candidato galeotto neanche uno sceneggiatore se lo poteva immaginare, neanche romano, vabbè.
(di Amy Kazmin – Financial Times) – Giorgia Meloni sta portando avanti una riforma del sistema elettorale italiano che i partiti di opposizione hanno denunciato come un tentativo «autoritario» di assicurarsi la vittoria nelle elezioni politiche del prossimo anno.
Alla vigilia del dibattito parlamentare previsto per venerdì, la presidente del Consiglio ha affermato che le modifiche garantiranno un governo stabile dopo anni di turbolenze politiche che hanno afflitto l’Italia prima del suo arrivo al potere.
«Oggi siamo considerati un’ancora di stabilità in Europa; ieri eravamo un’Italia instabile in un’Europa più stabile», ha dichiarato Meloni martedì durante un forum pubblico. «Di certo non voglio che l’Italia torni a essere instabile.»
Al centro della proposta del governo vi è un sistema di rappresentanza proporzionale, con l’introduzione di un premio di maggioranza in seggi aggiuntivi che sarà assegnato alla coalizione politica che otterrà il maggior numero di voti, consentendole di governare anche se non raggiungerà la maggioranza assoluta.
Per beneficiare del premio, pari fino al 17,5% dei seggi in Parlamento, i partiti dovranno presentarsi con un programma comune e concordare un candidato alla presidenza del Consiglio: un richiamo al progetto, poi abbandonato da Meloni, di modificare la Costituzione repubblicana nata dopo il fascismo introducendo l’elezione diretta del presidente del Consiglio.
La coalizione vincente dovrà raggiungere una soglia minima del 42% dei voti per ottenere il «premio di maggioranza»; in caso contrario, i seggi aggiuntivi saranno distribuiti in modo proporzionale.
«È una legge proporzionale: chi prende più voti governa», ha sostenuto Meloni. «Ma dà a chi prende più voti la possibilità di avere una maggioranza per governare cinque anni. Questo dovrebbe essere qualcosa su cui tutti possiamo essere d’accordo, soprattutto la sinistra.»
Lorenzo Castellani, politologo della Luiss di Roma, ha affermato che la riforma del sistema elettorale voluta da Meloni riflette una certa preoccupazione riguardo alle sue prospettive di rielezione nel voto del prossimo anno, che potrebbe tenersi già ad aprile.
Nel 2022 la coalizione di centrodestra guidata da Meloni ottenne una netta vittoria su un’opposizione profondamente divisa. Ora, però, il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e altri partiti di opposizione, che hanno fatto fronte comune per ostacolare il suo tentativo di riformare il sistema della giustizia, puntano a condurre una campagna elettorale unitaria.
«Cambiare una legge elettorale è sempre un segnale di debolezza», ha detto Castellani. «Se devi cambiare le regole per vincere, significa che non ti senti così sicuro di poter vincere un’elezione.»
I partiti di opposizione hanno promesso di bloccare la riforma. «Non permetteremo che questa legge elettorale venga approvata», ha dichiarato martedì Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, aggiungendo che alcuni aspetti della legge sono «chiaramente incostituzionali».
[…]
L’obbligo per le coalizioni elettorali di indicare in anticipo il proprio candidato alla presidenza del Consiglio creerà inoltre difficoltà all’interno dello schieramento di centrosinistra, dove sia Schlein sia il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte aspirano a guidare la coalizione.
Il disegno di legge renderebbe inoltre più difficile per i partiti minori presentarsi alle elezioni, imponendo loro di raccogliere 500.000 firme: una disposizione ampiamente considerata come diretta contro l’ex generale Roberto Vannacci e il suo nascente movimento di estrema destra, Futuro Nazionale.
Vannacci, che all’inizio di quest’anno ha lasciato la Lega del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, ha raccolto consensi tra gli elettori di destra delusi dalla coalizione guidata da Meloni.
Edoardo Ziello, ex deputato della Lega passato a Futuro Nazionale, ha definito «assurdo» il requisito relativo alle firme proposto dalla riforma, ma ha affermato che ciò non fermerà la crescita del movimento.
Il tycoon: “Questa tariffa avrà la precedenza su qualsiasi accordo commerciale stipulato con il Paese in questione, che sia già attivo, firmato o meno”

(ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump torna all’attacco contro le web tax europee e alza ulteriormente il livello dello scontro. Se nel febbraio 2025 aveva definito le imposte sui servizi digitali applicate da Italia, Francia, Spagna e altri Paesi una forma di “estorsione” nei confronti delle aziende americane, promettendo ritorsioni e riaprendo le indagini commerciali avviate durante il suo primo mandato, ora passa a una minaccia diretta: “Qualsiasi Paese” che introdurrà una digital tax sulle società statunitensi sarà colpito da dazi del 100% su tutte le esportazioni verso gli Stati Uniti.
L’avvertimento è contenuto in un messaggio pubblicato su Truth Social, nel quale il presidente americano sostiene che “numerosi Paesi europei” stanno valutando l’introduzione di una tassa sui servizi digitali a carico delle imprese Usa. “Alcuni di questi Paesi sono ormai prossimi a tale decisione” e “qualora decidessero di procedere, il dazio del 100% scatterà immediatamente”. Non solo: “Questa tariffa avrà la precedenza su qualsiasi accordo commerciale stipulato con il Paese in questione, che sia già attivo, firmato o meno”.
Interessante capire come risponderà il governo Meloni. L’Italia lo scorso anno ha ricavato dalla web tax 637 milioni di euro. Nell’aprile 2025, dopo un incontro alla Casa Bianca tra Meloni e Trump, Roma si era impegnata a promuovere “un ambiente non discriminatorio in termini di tassazione dei servizi digitali”, formula interpretata come un’apertura a una revisione dell’imposta. Che non è finora arrivata. Nelle ultime settimane, come è noto, i rapporti bilaterali si sono fatti più tesi visti gli attacchi diretti del tycoon all’Italia e alla premier.
L’affondo trumpiano è un’ulteriore escalation rispetto alla linea già tracciata nei primi mesi del suo secondo mandato. La Casa Bianca aveva accusato i governi stranieri di voler “tassare il successo delle aziende americane” e aveva incaricato lo U.S. Trade Representative di riaprire le indagini sulle digital tax adottate da Austria, Francia, Italia, Spagna, Regno Unito, Turchia e India. Le investigazioni, avviate durante il primo mandato di Trump, erano state congelate nel 2021 per lasciare spazio ai negoziati Ocse sulla riforma della tassazione internazionale delle multinazionali. Con il sostanziale naufragio del primo pilastro dell’accordo e il ritiro degli Stati Uniti da quel percorso, Washington sembra ora pronta a utilizzare la leva commerciale come strumento di pressione contro i Paesi che continuano ad applicare imposte sui servizi digitali.
(dagospia.com) – Gran parte dei sondaggisti lo danno per certo: l’irruzione sulla scena politica di Roberto Vannacci e della sua “sporca dozzina”, altrimenti detta “Futuro Nazionale”, non è un fuoco di paglia, non è una caricatura, non è un mero fenomeno di passaggio destinato a ballare una sola estate: è qui per restare.
Se va avanti così, guadagnando 1 punto ogni 15 giorni, come rilevano i dati di SWG del 22 giugno e quelli di Agi/Youtrend di oggi, a settembre “Futuro Nazionale” sotterrerà non solo la Lega, sprofondata al 5-6%, ma anche Forza Italia, galleggiante al 7-8%.
A quel punto, con i due alleati in stato comatoso, riuscirà Giorgia Meloni, col 28% circa di FdI, ad ottenere il 42% dei consensi, come vuole la riforma della legge elettorale targata centrodestra?
Lo “Stabilucum”, che va in aula per la presentazione degli emendamenti (in primis sulle preferenze), prevede infatti un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato) alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi.
Nel caso che il boom di Vannacci proceda oltre l’estate, di pari passo con l’emorragia di voti di Lega e Forza Italia, il premio di maggioranza proposto dalla nuova legge elettorale rischia di trasformarsi in un boomerang per l’Armata Branca-Meloni, a tutto vantaggio del campo dei miracoli del centrosinistra.
Dunque, che diavolo fare per ritornare di nuovo a combinare guai a Palazzo Chigi?
Intanto, nessuno sa quando si andrà a votare: elezioni anticipate ad aprile, come si vocifera, oppure alla scadenza della legislatura ad ottobre 2027?
Ipotizzare poi le possibili mosse di Giorgia Meloni, non è una fatica sprecata, è inutile: fin dal giorno in cui si è installata a Palazzo Chigi, la Statista della Sgarbatella si è sempre contraddistinta per le sue giravolte e piroette, volteggi e capriole, preferendo alla strategia (la visione generale), la tattica ballerina (l’opportunismo del giorno per giorno) pur di raggiungere un obiettivo immediato, perché “del doman non v’è certezza”.
Quindi, ammesso e non concesso che Vannacci cavalchi un’onda lunga e raggiunga nei sondaggi autunnali il 7-8%, possiamo solo tratteggiare qualche ipotesi.
Primo scenario: per mettere al sicuro la vittoria, Meloni imbarca nel terzetto della coalizione anche l’ultra-destra sovranista e filo-putiniana di Futuro Nazionale.
In tal caso, l’uscita dalla coalizione di Forza Italia in modalità Marina B., per esplicita incompatibilità con il “mondo al contrario”, omofobo e razzista, di Vannacci, viene data più che probabile.
Oltre ad aver rifilato una staffilata a Tajani (“In Europa ha votato a favore per dare altri soldi all’Ue”), l’ex parà ha sistemato per le feste la Regina di Arcore, Marina Berlusconi, rea di aver dichiarato che “escludere Vannacci dal centrodestra non sarebbe una grande perdita”; anzi, un’opportunità per liberare la coalizione da “pericolosi estremismi”.
Calzato l’elmetto, Robertino è partito alla carica. Dopo aver descritto Forza Italia come un partito “eterodiretto dal denaro e dall’editoria”, accusandolo di strizzare l’occhio a posizioni di sinistra, l’ha infilzata alla Travaglio: “Non capisco perché parli a nome di Forza Italia quando non svolge un ruolo politico“.
Anche se Forza Italia ha ribadito totale chiusura verso il generale, la Ducetta azzoppata è invece convinta di riuscire ad ammorbidire l’estremismo senza limitismo di Vannacci, mantenendo così il partito fondato da Silvio Berlusconi nella maggioranza.
Su tale progetto di aggregazione, è interessante quanto rilevano gli analisti di SWG sul fenomeno di Futuro Nazionale: “Tra i sostenitori della maggioranza di governo, 1 su 3 apprezza la figura del Generale e lo interpreta come un valore aggiunto per lo schieramento guidato da Meloni.
A convincere è soprattutto la sua capacità di esprimersi in modo diretto, senza badare alla diplomazia”.
E aggiunge: “La maggioranza del popolo del centrodestra però è critica nei confronti di FN, in quanto non ne condivide le idee o lo ritiene poco credibile. Gran parte, inoltre, lo considera un mero fenomeno di passaggio”.
Occorre anche considerare come l’aggregazione di Futuro Nazionale in versione dietor, addolcita da poltrone ministeriali e da commissioni, verrebbe valutata dai democristiani del Partito Popolare Europeo, attualmente alla guida della commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Anche perché, dopo lo scazzo da pescivendoli con Trump, l’unica alternativa rimasta a “Gigiorgia” rimane quella di spostarsi al centro, ritornando con la cenere in testa a sedersi al tavolo di Merz e Macron (vedi il bilaterale col presidente francese ad Antibes, incontro che in passato, per non trasformarlo in un ring, si accordarono per rinviarlo).
Secondo scenario: a ‘sto Vannacci conviene scodinzolare alla corte della Meloni, cassando la sua retorica della minoranza eroica che gli fa dire: “Noi rappresentiamo lo scarto, la feccia e siamo orgogliosi di esserlo.
In parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e ne siamo fierissimi”?
Finora la leva per la sua irresistibile ascesa è stata quella di rinfacciare alla Meloni il tradimento delle promesse elettorali del 2022 e la deriva moderata del suo esecutivo, a partire da sicurezza e immigrazione fino alle posizioni sulle spese militari, posizionandosi come alternativa a quella che definisce una “destra slavata’’.
Infatti, l’ex generale della Folgore raccoglie consensi soprattutto dagli elettori di destra delusi dai quattro anni di occupazione di posti di potere dei Camerati d’Italia (il grande balzo di FdI avvenne quando fu l’unico partito all’opposizione del governo Draghi).
Terzo scenario: una volta festeggiato il 22 ottobre 2026 il quarto anniversario dal giuramento ufficiale al Quirinale avvenuto nel 2022, incassato l’agognato record di permanenza a Palazzo Chigi, “Gigiorgia” potrebbe anche trovarsi con un Salvini sempre più dissanguato da Vannacci che, per non tirare le cuoia, getta la spugna e molla il governo, e a quel punto Meloni si dimette.
Ma checché ne dica Bloomberg, dimissioni non vuol dire andare automaticamente a elezioni: il potere di sciogliere il parlamento è nelle mani sante di Sergio Mattarella che, secondo quanto prevede la Costituzione, deve procedere alle consultazioni dei partiti per individuare una nuova maggioranza.
Se la quadra di un accordo di governo non si trova, solo a quel punto Mattarella scioglie le Camere e apre la campagna elettorale.
A quel punto, la tela del bipolarismo con l’irruzione di Vannacci si è ingarbugliata e, come abbiamo visto, tutto può succedere: se Futuro Nazionale decide di entra nella coalizione, c’è il rischio che esca Forza Italia; se la Lega, dopo aver determinato la caduta del governo, ritorna sui suoi passi, Giorgia Meloni non può ripresentarsi a candidato premier di una alleanza tale e quale a quella precedente.
Dov’è la coerenza? si chiederebbe il buon Mattarella, e con un bel comunicato dal Colle sistemerebbe l’Underdog mettendola nelle condizioni di non essere più credibile…
Roba da overdose di Xanax? Aveva già capito tutto colui che fece scolpire in greco questa frase su un marmetto del Palatino: “A Roma ho scoperto che la via diritta è un labirinto…”.

(Dott. Paolo Caruso) – La Giorgia nazionale mentre il mondo va a pezzi e l’ economia italiana affonda sempre più si dedica al Melonellum frutto del lavoro suo e dei fratelli ancora in corso di maturazione dalla buccia scura tipo prugna e dai semi da cui si estrae un liquido vischioso che ricorda l’ olio di ricino. Il Melonellum sarà offerto agli italiani in sostituzione del Rosatellum, un prodotto più delicato dal colore rosato, che in altra stagione aveva a sua volta sostituito il cosiddetto porcellum dalla scorza ruvida e verde prodotto dalle terre padane. Insomma tutti frutti di stagioni diverse (politiche). Il bugiardellum etichettato Meloni invece da quattro anni viene servito agli italiani, quale amaro da bere tutto d’ un fiato per attenuarne il retrogusto. L’ amaro bugiardellum ci ha portato nel fantastico mondo di Giorgia e il Melonellum ci aprirà le porte di Melonilandia dove i ricchi saranno sempre più ricchi e gli altri si attaccheranno al tram…… Infatti agli annunci roboanti di interventi sulla sanità pubblica, sulla scuola e sul trasporto pubblico è seguito il deserto delle manovre finanziare. La riduzione delle tasse non è stata fatta anzi la pressione fiscale è salita al 42,8%. La tanto vituperata legge Fornero è stata mantenuta con un inasprimento dei parametri per il pensionamento anticipato. Il salario minimo è di là da venire sostituito da misure di contrasto al lavoro povero e incentivi fiscali alle assunzioni. A fronte del record storico sul tasso di occupazione rivendicato dall’ Esecutivo ci sta un aumento dei lavoratori poveri, la precarietà e il calo del potere d’ acquisto dei salari. Tassa sugli extra profitti bancari non pervenuta. E i tre pilastri dell’ azione di governo quali la riduzione progressiva delle accise sui carburanti, il blocco navale e la gestione dei flussi migranti, e il piano sicurezza sono rimasti al palo, solo specchietti per le allodole. Anche il piano casa, e il piano carceri comprensivo dell’ ampliamento degli organici restano tra gli annunci rimasti in sospeso. La riforma della magistratura bocciata senza appello dai cittadini e la riforma del premierato rimasta chiusa in qualche cassetto della Premier sono i capolavori di questa destra di governo. Lo stesso sostegno alla natalità è stato un flop. È di questi giorni lo scontro tra le forze di opposizione e il governo Meloni su quanto affermato dal segretario generale della NATO Mark Rutte, sui 500 aerei statunitensi decollati dalle basi italiane in operazione di appoggio alle forze presenti nel golfo e sempre negato dalla Premier italiana e dal ministro Crosetto. Un’ altra menzogna tra le tante da chiarire urgentemente per la sua gravità ( proteste del governo iraniano e ripercussioni ) con una interrogazione parlamentare alla Premier. La narrazione meloniana di beatificazione del suo governo sembra essersi esaurita a un anno dalla consultazione elettorale, infatti i dati ufficiali di enti come l’ ISTAT dimostrano la discrepanza esistente tra la propaganda della destra e la realtà dei fatti.