Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Iran, resta poco tempo l’escalation è possibile


La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele. La condizione di guerra permanente è essenziale alla continuazione del potere del primo ministro israeliano e di gran parte della corrotta leadership. Il progetto di grande Israele, iscritto nello statuto del Likud, è oggi appoggiato dalla maggioranza degli israeliani che non vogliono riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese e hanno, come dimostrano i sondaggi, approvato l’azione genocidaria a Gaza. […] Trump è stato trascinato in guerra dalla lobby di Israele, composta da sionisti cristiani ed evangelici oltre che da personalità del mondo ebraico e in grado di disporre di fondi cospicui e di una influenza mediatica senza paragoni. Il presidente rischia la sua fine politica in una guerra contraria alla sua campagna elettorale e per la quale il popolo MAGA lo ha eletto. Le conseguenze economiche, data la crisi energetica che colpisce l’industria come l’agricoltura, e scatena la stagflazione, sono dolorose soprattutto per l’Occidente. L’Europa e le monarchie del Golfo, che pure non hanno deciso la guerra, sono cobelligeranti in quanto le basi NATO e dei Paesi arabi sono utilizzate per attacchi all’Iran. In base all’art 51 della Carta ONU che disciplina l’autotutela, Teheran è nel suo diritto quando attacca le basi utilizzate per gli attacchi Usa. Le cause di questa guerra non sono rappresentate dalla retorica del “liberal order”, non contribuiscono all’esportazione della democrazia né sono un argine contro il terrorismo e la minaccia nucleare iraniana, come buona parte della diplomazia europea purtroppo recita. Se ci fosse stata la volontà politica di condurre un accordo sul nucleare gli ultimi negoziati in Oman avrebbero portato a un accordo migliore del JCPOA del 2015, essendo l’Iran pronto a concessioni maggiori e a rinunciare al nucleare bellico. Il terrorismo di Hezbollah, Hamas e Houti esiste in quanto l’Occidente non ha mai cercato di pervenire a una soluzione equa della questione palestinese, in accordo con il diritto Onusiano. Gli stessi Paesi europei che hanno riconosciuto recentemente lo Stato di Palestina, hanno nella prassi, con cooperazione economica e militare favorito l’impunità di Israele.

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Dal punto di vista strategico, Israele pur soffrendo perdite in termini di infrastrutture e riuscendo grazie al sistema di bunker a evitare massacri, ha un obiettivo chiaro: dominare il Medio Oriente annientando chi impedisce il “grande Israele”. Gli Usa potrebbero considerare l’Iran un bersaglio razionale nel quadro di un indebolimento del rivale strategico, la Cina, e come Paese in grado di fornire materie prime essenziali a un capitalismo zoppicante. I costi economici e in termini di vite umane che il prolungamento della guerra implica rende tuttavia aleatoria l’impresa. È improbabile che lo sbarco dei marines a Kharg riesca a capovolgere le sorti di un conflitto da cui persino i militari europei e NATO vorrebbero prendere le distanze. L’Iran combatte una battaglia esistenziale, per la sua sopravvivenza in quanto nazione sovrana. Il cessate il fuoco se non modifica lo status quo e non elimina la minaccia israelo-americana è impensabile. Contando sulla difesa missilistica, Teheran crede di poter avere la meglio in una guerra di logoramento che nel lungo periodo potrà causare danni politici e economici alle monarchie del Golfo e all’Occidente. È anche vero che la posizione attuale della leadership iraniana non lascia vie di uscita e potrebbe innescare una escalation militare e nucleare senza controllo. Costringere le monarchie del Golfo a cambiare alleati e gli Stati Uniti a lasciare il Medio Oriente è un obiettivo strategico importante ma non di facile portata. Di mezzo c’è la possibilità di una decisione israelo-americana di sganciare la bomba nucleare tattica, favorendola semmai con un attentato terroristico sotto falsa bandiera da attribuire agli iraniani.

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Di fronte a questi scenari spaventosi la diplomazia dei BRICS deve intervenire. Sull’Europa difficile contare. Bisogna fermare Israele, convincere Washington a concessioni importanti in termini di riparazione dei danni e rispetto della sovranità dell’Iran che a sua volta deve rinunciare al nucleare bellico. Russia e Cina devono farsi garanti, offrendo a Teheran il loro ombrello nucleare. Trovare una via di uscita è essenziale per tutti, per gli europei che hanno tutto da perdere. Intanto la società civile dei paesi che potrebbero essere considerati da Teheran cobelligeranti, appare ignara e intenta a godersi la Primavera. Benvenuti nel surrealismo postmoderno.


Niente urne, sì al rimpasto. I dubbi di Meloni per il futuro


Dopo lo scontro con Confindustria, si teme la relazione sulla crescita della Banca d’Italia. La premier cerca il rilancio: pensa a Zaia ministro. L’incognita della legge elettorale 

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?

La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista, che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito. L’azzurro, invece, è arrivato a tavola con il cruccio delle dimissioni da capogruppo di Maurizio Gasparri e la necessità di blindare l’omologo alla Camera, il cognato Paolo Barelli. La convitata di pietra, infatti, è stata Marina Berlusconi, che ha còlto la delusione referendaria come la dimostrazione che Forza Italia vada riformata, svecchiato e soprattutto resa meno romanocentrica e servile nei confronti di FdI, mettendo così un bersaglio sulla schiena del suo segretario.Sfida al tetto e nuove nomine: parte il grande repuliRai

In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area. Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.

L’anatra zoppa

Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare». Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione. «Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso.

Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancato rispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0: il governo aveva promesso gli incentivi anche alle aziende che avevano regolarmente presentato progetti ed erano in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse, invece il dl Fisco ha stabilito che riceveranno solo il 35 per cento del credito d’imposta richiesto. A poco è servito che dal Mimit si facesse filtrare la notizia di nuove risorse per l’iperammortamento: viale dell’Astronomia ha espresso pubblica sfiducia nei confronti di chi sta seguendo i dossier imprenditoriali.

Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi. Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, che con la premier ha sempre avuto un rapporto esclusivo e di stima, e che conosce molto bene il tessuto imprenditoriale del Settentrione.

Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.

I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.

Del resto, Giorgetti lo ha anticipato: la guerra e la crisi energetica hanno scombinato i piani e ora si ragiona di decimali per scampare la crescita zero. Bisogna lavorare per priorità perché non tutte le promesse potranno essere rispettate. Invece proprio di questo la premier avrebbe bisogno rilanciare il suo governo e scongiurare che la sconfitta comprometta del tutto il suo feeling con il Paese.

In serata, infatti, è intervenuta sul tema più congegnale (e a costo zero rispetto alle misure chieste dalle imprese) del decreto Sicurezza: «Il governo continuerà a muoversi per garantire sicurezza», ha scritto sui social commentando i fermi preventivi di militanti anarchici. 


Il papeete della “sòla” Giorgia non ci sarà mai


(dagospia.com) – “Santanchè cede a Meloni”, titolava così a caratteri cubitali in prima pagina il “Corriere della Sera” di giovedì 26 marzo. Nei suoi primi 150 di vita l’onore di un annuncio strillato (o strombazzato) era stato riservato ad ogni morte di Papa o al primo uomo sulla Luna.

Per stare nel Belpaese delle meraviglie (a mezzo stampa) – il nostro -, non c’è da sorprendersi se anche il suo editorialista di punta (e tacco), Paolo Mieli, che mai ne ha azzeccata una, farfugliava in tv: “Voto sì, ma vince il no”. Par condicio? Terzismo di risulta? No, paraculismo.

Non può stupire, nemmeno, che certi richiami a nove colonne del giornale ultracentenario, con robustezza di piombo, una volta fossero riservati agli addii al governo di Alcide De Gasperi, Sandro Pertini o Francesco Cossiga.

Tanto, per fare due esempi al volo.

Un titolone, usato come arma di distrazione dal duplex tenutario del “Corriere”, Cairo & Fontana, scudieri tremebondi dell’Armata Branca-Melone alle prese con l’implosione della sua stessa maggioranza parlamentare.

Se, dopo la vittoria del “No”, la ‘’Sòla’’ Giorgia vuole “tirare dritto” portando avanti la nuova e insostenibile legge elettorale (“Stabilicum”), i malconci alleati Lega e Forza Italia appaiono due muli recalcitranti per nulla disposti a prenderlo in quel posto.

Le opposizioni, poi, potrebbero anche pensare di prendere in esame ‘sto “Stabilicum” alla Fiamma. Ma di sicuro, con due guerre infernali e una crisi economica globale, non è assolutamente questo il momento di scannarsi in Parlamento sulla riforma elettorale.

Per poter poi parlare di Papeete di Giorgia, ciao core… Per le stesse ragioni di cui sopra, un voto politico nel 2026 non ci sarà mai, magari verrà anticipato dall’autunno alla primavera del ’27, accorpandolo alle amministrative di Roma, Milano e Torino.

E per “tirare a campare” non basta mettere alla porta la Santanchè e i giustizieri di via Arenula, Delmastro e Bartolozzi: il governo Meloni dovrà farsi carico dei problemi reali degli italiani che, dopo quattro anni di Palazzo Chigi alla Fiamma, pagano più tasse di prima.

“Si tratta di 25 miliardi di maggiori imposte solo in parte restituite attraverso varie riduzioni contributi e fiscale”, rileva sul “Corriere della Sera” l’economista, Francesco Giavazzi, sotto il titolo sibillino: ‘’I nodi irrisolti dell’economia’’. E quelli dei lavoratori dipendenti (23-24 milioni) e dei pensionati tassati alla fonte?

“E l’effetto di questa finanziaria – aggiunge Giavazzi. “Lo si vede nel potere d’acquisto dei salari, che dopo aver perso l’8% con l’inflazione, sinora hanno recuperato solo l’1%, diversamente da altri Paesi dove invece il ritorno del potere d’acquisto a livelli pre-inflazione è quasi completato”.

E allora che Visibilia sia in via Solferino.

Evviva, alla Santa-de-chè (beatizzata da Dagospia) usata come un salvagente dai media dopo il naufragio referendario.

Anche lei finità con le sue borsette griffate nella zavorra degli impresentabili. Una corona di spine dalla Meloni, ma rose rosse dal suo compagno.

Il falso nobile Dimitri Kunz d’Asburgo, che avrà in esclusiva le ire casalinghe della Pantera di Cuneo, anche se – santa ipocrisia! – trova “strepitosa” Giorgia la Sanguinaria.

Il tutto sotto gli occhi imbesuiti del Banal Grande dei codicilli, Carlo Nordio, rimasto da solo a far la guardia al bidone ministeriale, che pensava di riaprire il dialogo con sostenitori del “No”.

Con chi? Sì, proprio loro, i “riformatori” della Carta costituzionale, nonché i protagonisti della battaglia referendaria. Gli stessi legulei che con Barbera e champagne, Di Pietro, Polito e Ceccanti, volevano mettere spalle al muro le toghe nemiche sfanculando il suggerimento del Quirinale di tenere “i toni bassi”.

Macché, neppure, l’anatrella zoppa di Palazzo Chigi aveva fatto tesoro dell’invito di Mattarella. E oggi frigna e cova vendette contro i suoi “camerati” di cui ha sempre protetto le fughe dai presunti guai giudiziari.

Insomma, dalla carota all’olio di ricino per far digerire le loro dimissioni a poche ore da una Caporetto annunciata. Tutti finiti, giustiziati come traditori dalla Ducetta della Sgarbatella rinchiusa nella sua Salò di Palazzo Chigi.


Il problema non è Trump, sono gli americani


(di Lydia Polgreen – nytimes.com) – Come molti altri americani, in questi tempi cupi mi sono trovato a oscillare tra due poli emotivi. A volte mi dico che Donald Trump è una figura unicamente malevola, che ha afferrato leve di potere che nessun presidente precedente aveva mai osato impugnare.

La storia non si ferma alla violenza di Stato nelle strade o alle operazioni militari illegali all’estero.

Eppure questa lettura ha i suoi conforti: una volta che Trump uscirà di scena — come richiedono le leggi della natura, se non quelle della politica — potrà avvenire una qualche restaurazione del progetto democratico e costituzionale americano.

Nei giorni più bui, mi ritrovo invece a propendere per una narrazione più radicale: che Trump sia il compimento di ciò che l’America è sempre stata — una nazione compiaciuta, autorizzata dai propri miti sulla provvidenza e sull’eccezionalismo a fare tutto ciò che vuole.

Trump, dopotutto, non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto. Se non fosse esistito, la storia avrebbe inventato qualcuno come lui. Anche questa spiegazione offre una sua consolazione: almeno è qualcosa che una mente razionale può afferrare.

Questa oscillazione può dare una sensazione di vertigine. La sconfitta di Trump nel 2020, gli interventi dei tribunali per bloccare alcune delle sue mosse più spregiudicate e la prospettiva di un trionfo democratico alle elezioni di medio termine alimentano la teoria dell’eccezione.

Ma altri sviluppi — la vittoria di Trump nel voto popolare nel 2024, la quasi totale sottomissione del Partito Repubblicano alla sua volontà e la decisione della Corte Suprema di concedergli un’ampia immunità per atti potenzialmente criminali compiuti da presidente — suggeriscono il contrario.

La guerra in Iran ha frantumato questa dicotomia. È certamente il prodotto dell’unica e peculiare imprudenza di Trump, che si getta senza esitazione in un conflitto che i suoi predecessori avevano avuto la saggezza di evitare. Ma è anche il punto di arrivo logico di decenni di storia americana: la dipendenza del Paese dalla tecnologia per combattere guerre a distanza, la convinzione miope di poter plasmare eventi lontani con la forza, il progressivo svuotamento dei limiti costituzionali al potere presidenziale.

Trump è un’anomalia della storia o il suo compimento? La risposta, naturalmente, è entrambe le cose. Ma nel corso della sua presidenza, Trump ha rivelato una malattia molto più antica: la fede incrollabile dell’America nella propria capacità di modellare il mondo a suo piacimento, indifferente a ciò che gli altri potrebbero volere e assolutamente convinta che il proprio piano sia quello giusto. Al di là di Trump, è questa mentalità deformante che noi americani dobbiamo affrontare.

Nel dicembre del 1952, uno studioso scozzese di nome Denis Brogan pubblicò un saggio notevole intitolato The Illusion of American Omnipotence. Scrivendo mentre gli Stati Uniti emergevano come potenza dominante mondiale, Brogan individuò una caratteristica peculiare della mentalità americana.

Gli Stati Uniti, alimentati dai propri miti e fermamente convinti della loro visione del mondo, non riuscivano a vedere le difficoltà, tantomeno la sconfitta, come un motivo per mettere in discussione i propri obiettivi. Il fallimento non derivava mai dalla forza o dalla potenza dei rivali, ma da errori o tradimenti.

“Molti americani, a mio avviso, trovano inconcepibile che una politica americana, annunciata e attuata dal governo americano con il sostegno del popolo americano, non abbia successo immediato”, scriveva Brogan. “Se non lo ha, allora — pensano — deve essere per stupidità o tradimento.” Osservatore attento e ammirato del Paese, Brogan colse qualcosa di essenziale: l’America, nella propria immaginazione, non può fallire; può solo essere tradita.

Nella lotta contro il comunismo globale durante la Guerra Fredda, il Paese ebbe molte occasioni per manifestare questo riflesso. Quando i comunisti vinsero in Cina, ciò fu interpretato come il risultato di errori o tradimenti americani.

La Cina, una civiltà vasta e antica, veniva vista come qualcosa che l’America poteva vincere o perdere. Quel fallimento contribuì ad alimentare la paranoia del maccartismo. Corea, Vietnam e altri disastri più occulti alimentarono ulteriormente recriminazioni, anche dopo la fine dell’era di McCarthy. Il fallimento poteva derivare solo da un tradimento interno, un’idea che paradossalmente rafforzava l’illusione di onnipotenza.

Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, l’America ebbe l’occasione di sperimentare appieno il peso della propria potenza. Aveva sconfitto il “male impero” e si trovava sola come nazione più potente mai esistita, con i suoi fallimenti passati riassorbiti in una narrazione di successo.

La rapida e decisiva vittoria nella guerra del Golfo fu una dimostrazione della superiorità militare americana. Gli Stati Uniti si sarebbero trasformati nel “poliziotto del mondo”, pronti a mettere i propri soldati in gioco per difendere un ordine internazionale basato su regole che essi stessi guidavano.

Ma non passò molto prima che riemergesse il vecchio schema di fallimento seguito da recriminazione. L’America convinse una Cina in rapida crescita a liberalizzare ulteriormente la propria economia, certa che sarebbe diventata più simile agli Stati Uniti — una società aperta e libera.

Quando questa strategia produsse lo “shock cinese”, svuotando il manifatturiero americano mentre la Cina diventava più ricca, potente e autoritaria, gli americani parlarono di tradimento da parte dei loro leader politici. La Cina e i suoi dirigenti entrarono poco nella narrazione.

Poi arrivò l’11 settembre 2001, che distrusse l’illusione dell’invulnerabilità americana. Le responsabilità erano diffuse, ma George W. Bush trasformò quella ferita in un’espansione straordinaria del potere. Portò l’America in guerra in Afghanistan e in Iraq con un piano irrealistico di trasformarli in democrazie liberali.

La sua amministrazione sostenne che, in Iraq — un Paese che non aveva avuto alcun ruolo negli attacchi — l’urgenza fosse tale da giustificare l’aggiramento del ruolo costituzionale del Congresso nella dichiarazione di guerra. Dopo l’11 settembre, i limiti al potere presidenziale furono essi stessi considerati potenziali tradimenti e vennero progressivamente smantellati.

Naturalmente, non funzionò. Le guerre si trascinarono per anni, causando migliaia di morti tra i militari americani e centinaia di migliaia tra afghani e iracheni. L’Afghanistan è oggi governato dagli stessi talebani che avevano ospitato Osama bin Laden. L’Iraq resta un Paese fragile e diviso. La guerra destabilizzò profondamente il Medio Oriente, favorendo la nascita di gruppi terroristici come lo Stato Islamico e innescando la guerra civile siriana.

L’elezione nel 2008 di Barack Obama, critico delle guerre post-11 settembre, sembrò un momento di resa dei conti con le illusioni americane. Ma Obama si trovò presto impantanato nei conflitti e in una crisi finanziaria globale. Pur mostrando qualche segnale di umiltà nella politica estera, mantenne molti dei poteri straordinari ereditati per condurre guerre tecnologiche a distanza con scarsa supervisione. L’America continuò ad agire senza limiti.

Emergendo sulla scena nazionale all’indomani di questi disastri, Trump ha attinto a una narrazione profondamente americana: le élite avevano tradito il popolo. Tutta la sua vita è stata una preparazione a questo momento: imporre costantemente la propria volontà, sfuggire alle conseguenze, non essere mai chiamato a rispondere delle proprie azioni, nascere già in vantaggio e credere di aver vinto da solo. Era l’incarnazione dell’illusione americana di onnipotenza.

Trump ha annullato la distanza tra la propria volontà personale e quella dell’America, dichiarando nel 2016: “Solo io posso risolvere tutto”. Come l’America, Trump non può fallire: può solo essere tradito. È sempre colpa di qualcun altro. Dotato degli strumenti della presidenza imperiale, considera chiaramente l’America come un’estensione della propria persona. Abbandona ogni pretesa di ordine costituzionale. Ha detto che “sentirà” quando le guerre saranno vinte, e che gli unici limiti sono il suo senso morale.

Nel Golfo Persico, questa illusione si è scontrata con la realtà materiale. La speranza di Trump di un rapido crollo del regime iraniano era sempre stata fantasiosa. La geografia si sta prendendo la sua rivincita: il petrolio e il gas che alimentano gran parte dell’economia globale passano attraverso uno stretto che l’Iran controlla di fatto. Un’invasione terrestre, in un territorio vasto e ostile, potrebbe superare di gran lunga il pantano del Vietnam.

Il regime iraniano, brutale con i suoi vicini e con il proprio popolo, appare scosso ma non piegato dagli attacchi incessanti di Israele e degli Stati Uniti. Sembra prepararsi a una lunga guerra.

Eppure Trump sembra incapace di concepire una forza immune alla potenza americana. E non riesce a immaginare che una guerra lontana possa danneggiare gli Stati Uniti, benedetti da un territorio ricco e protetti da due oceani. Ma l’aumento vertiginoso dei prezzi del carburante, il rialzo dei tassi d’interesse e il rischio di un crollo dei mercati azionari hanno demolito ogni illusione di isolamento dalla realtà economica globale. Se la guerra continuerà, gli americani ne soffriranno profondamente.

Le sofferenze, del resto, non sono nuove: oltre 58.000 nomi sono incisi nel memoriale della guerra del Vietnam a Washington. Non esiste ancora un memoriale nazionale per le cosiddette “guerre infinite”, ma più di 7.000 americani vi hanno perso la vita.

In quei conflitti c’era almeno una parvenza di idealismo americano, per quanto fragile e autoingannevole. Trump ha trascinato l’America in una guerra completamente priva anche di quella facciata: un esercizio nudo di potere, senza alcun velo di provvidenza o superiorità morale. Nella sua sfacciataggine, è quasi scioccante.

Scrivendo negli stessi anni di Brogan, il teologo Reinhold Niebuhr pubblicò un breve libro intitolato The Irony of American History. Molto apprezzato da Obama, è un invito all’umiltà cristiana nella politica internazionale, rivolto agli americani che fraintendono la propria virtù. “L’uomo è una creatura ironica perché dimentica di non essere soltanto creatore, ma anche creatura”, scrive Niebuhr.

Quella frase mi ha fatto capire l’errore della mia stessa oscillazione: entrambe le visioni — Trump come anomalia o come compimento — mettevano comunque l’America al centro della propria storia, con il mondo come palcoscenico. Serviva una prospettiva più ampia, un confronto onesto con la storia e la disponibilità ad ammettere che l’America è, come ogni altro Paese, semplicemente uno dei tanti luoghi del mondo.

L’America non sa esistere in un mondo che non controlla. Fin dalla sua nascita, si è convinta di essere troppo grande, troppo distante e troppo ricca di risorse per subire conseguenze serie per le proprie azioni. Ma non ci sarà modo di sfuggire al cataclisma in Iran.

Nel suo seguito, esiste la possibilità di riconoscere il proprio posto in un mondo interconnesso e di vedersi con chiarezza. L’unico modo per uscire dal ciclo di fallimento e tradimento è abbandonare, una volta per tutte, le proprie illusioni.


Ci mancava solo quel macellaio di Greg Bovino, lo spietato capo dell’Ice, a ficcare il naso negli affari italiani


Il volto dell’Ice a Minneapolis Bovino: “Anche l’Italia faccia come noi, vi servono deportazioni”. Alla conferenza Cpac a Grapevine in Texas fa capire di prepararsi a una carriera politica nonostante sia diventato il simbolo degli errori dell’amministrazione Trump nella repressione anti migranti

Il volto dell’Ice a Minneapolis Bovino: “Anche l’Italia faccia come noi, vi servono deportazioni”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – «Sono di origini italiane e al vostro paese dico questo: avete troppi immigrati illegali che minacciano la sicurezza dei cittadini, dovete fare la deportazione di massa come noi». Greg Bovino si aggira per i corridoi della conferenza Cpac e mentre aspetta di fare un’intervista con la tv conservatrice Newsmax, si ferma a parlare con RepubblicaÈ stato la faccia delle retate dell’Ice a Minneapolis, andando in strada con quel cappotto che tanto ricordava i fantasmi del nazismo.

Greg Bovino (frame)

È stato il simbolo degli errori commessi dall’amministrazione, al punto che alla fine il presidente Trump è stato costretto a sacrificarlo. Ora è appena andato in pensione, ma la sua presenza qui, in jeans, stivali, maglietta della sua agenzia Border Patrol e taglIo di capelli alla mohicana, dimostra che probabilmente ha in mente la politica per il suo futuro.

Perché è alla conferenza Cpac?

«Mettiamola così: ho lasciato la tribù a cui avevo dedicato la mia vita, ma ora mi sto unendo ad un’altra tribù ancora più grande e importante».

E’ stato costretto alle dimissioni?

«Ho fatto il mio dovere. Il mio unico rimpianto è che avremmo dovuto arrestare e cacciare più illegali. È possibile immigrare negli Stati Uniti, ma bisogna farlo nel rispetto delle leggi».

Due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, sono stati uccisi dai suoi uomini. Non si sente responsabile?

«I cittadini americani rispettosi della legge non dovrebbero interferire con le attività legali delle forze dell’ordine, impegnate a svolgere un’operazione di ordine pubblico decisa dal presidente degli Stati Uniti».

Però alla fine il presidente l’ha fatta dimettere.

«L’operazione a Minneapolis è stata diversa da quella di Los Angeles perché le interferenze sono state continue. Avevamo le mani legate».

Lei ha criticato anche Tom Homan, lo zar del confine che Trump ha mandato a chiudere l’Operation Metro Surge.

«È stato debole. Di sicuro non vedrete me andare in giro a fare discorsi in cambio di una busta di soldi».

L’immigrazione illegale è un’emergenza anche in Europa?

«Certo. Guardate ad esempio la Svezia. Era un paradiso, dove tutti vivevano in sicurezza. Ora è diventata la capitale mondiale degli stupri commessi dagli illegali. Mi dispiace per i suoi cittadini, ma è ovvio che così non è possibile andare avanti».

Cosa pensa di quello che accade in Italia?

«Nel vostro paese ci sono troppi immigrati illegali, che fanno del male ai cittadini. E’ un dato di fatto. La sicurezza è il primo diritto delle persone rispettose della legge. Quando viene negata, è inevitabile che si risentano e chiedano di intervenire. I cittadini italiani hanno il diritto di essere protetti, come quelli americani e di tutto il mondo».

Secondo lei, cosa dovrebbe fare il governo Meloni?

«La deportazione di massa, come stiamo facendo noi. Non ci sono alternative. Gli illegali devono essere cacciati, altrimenti a pagare saranno i cittadini obbedienti alla legge».


Gerusalemme, da Israele schiaffo alla Pasqua: polizia blocca il cardinale Pizzaballa davanti al Santo Sepolcro


Gerusalemme: la polizia blocca il Patriarca Pizzaballa e il Custode Ielpo, impedendo la messa delle Palme al Santo Sepolcro. Uno strappo senza precedenti da secoli nella Città Santa.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Un evento senza precedenti ha scosso questa mattina il cuore della Città Vecchia di Gerusalemme, segnando una delle pagine più tese nelle relazioni tra le autorità israeliane e le istituzioni cristiane in Terra Santa. La polizia israeliana ha impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro.

Secondo quanto riferito in una nota congiunta dal Patriarcato e dalla Custodia di Terra Santa, i due massimi esponenti della Chiesa cattolica nella regione stavano procedendo a piedi per andare a celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Nonostante i religiosi si stessero spostando in forma privata, senza insegne cerimoniali o processioni che potessero giustificare restrizioni per motivi di ordine pubblico, sono stati fermati dagli agenti lungo il percorso.

Dopo un acceso confronto, le autorità di sicurezza hanno costretto il Cardinale e il Custode a tornare indietro, rendendo di fatto impossibile la celebrazione del rito solenne all’interno della Basilica. È la prima volta da secoli che ai vertici della Chiesa viene negato l’ingresso nel luogo più sacro della cristianità in un’occasione così significativa.

“Questo incidente – spiega in una nota congiunta il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa – costituisce un grave precedente e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme. I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, si sono attenuti a tutte le restrizioni imposte: le riunioni pubbliche sono state annullate, la partecipazione è stata vietata e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Chiesa del Santo Sepolcro.Impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, che detengono la massima responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata.Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo.Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono il loro profondo dolore ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata in questo modo impedita”.

Perché è un atto gravissimo

L’impedimento opposto al Patriarca e al Custode non è solo un incidente diplomatico, ma una ferita profonda inferta alla libertà di culto in un momento altamente simbolico. La Domenica delle Palme inaugura la Settimana Santa, rievocando l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme: bloccare proprio oggi i successori degli apostoli sulla soglia del Santo Sepolcro significa colpire al cuore l’identità cristiana della città.

L’episodio rappresenta una violazione plateale dello “Status Quo”, il complesso codice di norme e consuetudini che da secoli regola la convivenza e l’accesso ai Luoghi Santi, garantendo un fragile equilibrio in una terra martoriata. Impedire ai capi della Chiesa di officiare i riti pasquali invia un segnale di chiusura e ostilità, ma appare anche come una vendetta da parte di Israele per le posizioni assunte da Pizzaballa, che ha spesso denunciato i crimini dell’IDF durante il genocidio di Gaza.


“L’hanno fatta veramente incazzare”


L’avvertimento di Santanchè dalla villa in Versilia:“La vita è lunga e conta la squadra”. Riceve il presidente del Senato Ignazio La Russa. Il vicepremier Salvini la chiama per esprimerle “dispiacere umano” dopo l’addio al governo. Il compagno Kunz sta per aprire un nuovo bagno

La ministra del Turismo, Daniela Santanche’, mentre esce dal Ministero del Turismo, Roma, 25 marzo 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

(Ernesto Ferrara – repubblica.it) – «Se mi volevano fare fuori dovevano farlo quando mi indagarono», si sfoga in queste ore dal buen retiro della Versilia Daniela Santanchè con i pochi amici a cui risponde al telefono. L’arietta è mite ma dalla villa dove si è rifugiata l’ex ministra, la “casina rosa” di Marina di Pietrasanta, risuona amarezza. «Tutto bene tutto perfetto», tiene a dire solo il compagno Dimitri Kunzprincipe e imprenditore, sedicente discendente della casata D’Asburgo Lorena, che dopo le dimissioni la sta consolando con rose rosse, pranzi sul mare e passeggiate. «Daniela però è risentita – dice chi ci ha parlato – non ha davvero gradito che l’abbiano fatta passare da colpevole del referendum quando sul caso Visibilia non ha nemmeno il rinvio a giudizio».

La chat whatsapp del Consiglio dei ministri

Passa quasi tutto il giorno fuori casa, la Pitonessa. Pesce e bollicine al ristorante. Forse una capatina al nuovo stabilimento balneare che sta comprando il compagno, si chiamerà “Tala beach”, all’ingresso un cartello con su scritto «coming soon», tutti giurano che sarà una specie di “Twiga 2”, superglamour come negli anni ruggenti della società con Briatore. Dalla chat whatsapp del Consiglio dei ministri Santanchè non è ancora uscita: così gli ex colleghi allora smettono di scrivere. Diffidenza, imbarazzo. Pare che nelle ultime 48 ore abbia ricevuto più chiamate di solidarietà da leghisti che da esponenti del suo partito, FdI. L’eccezione è Ignazio La Russa, il presidente del Senato, amicissimo, che in questi giorni è andato a trovarla in Versilia, proprio lui che aveva dovuto convincerla a mollare dopo la richiesta della premier Meloni. Anche Salvini chiama Santanchè, svelano fonti del Carroccio: le esprime «dispiacere umano». Il ministro Crosetto ritwitta esprimendole vicinanza.

Lo sfogo sui social

Santanchè è una molla. Ha girato in giardino e postato sui social un video da cui filtrano messaggi in codice: «La vita è lunga e bisogna sempre ricordarsi di essere insieme, di essere una squadra» sentenzia, sorridente, rivolta agli ex collaboratori del ministero del Turismo. Come parlare a nuora perchè suocera intenda. Un messaggio al centrodestra, agli ex colleghi ministri. Nella lettera alla premier aveva scritto che si dimetteva perché «abituata a pagare anche il contro degli altri» e tanti dentro FdI ieri confidavano una certa preoccupazione interpretando il messaggio come lo sfogo di chi al partito, specie nella prima fase, ha fortemente contribuito economicamente. I frequentatori del parco raccontano di averla vista vestita due giorni fa «col cappello tipo western» a passeggio, altri giurano di aver visto Vannacci aggirarsi giorni fa nella villa con giardino e abusi edilizi tuttora oggetto di una pratica di sanatoria in Comune a Pietrasanta. «Io ritengo che da soli non si vince mai e credo che il ministero, per carità, con i nostri limiti, in questi anni ha lavorato veramente bene» dice lei, nel video sui social, rivolta al suo ex staff. In effetti le categorie tutte hanno ringraziato l’ex ministra, dall’amicissimo presidente di FederalberghiBernabò Bocca a Confindustria alberghi, Federturismo. «L’hanno fatta veramente inca…are» rivela un vecchio amico della “Santa”.

Gli affari di Kunz

Se non altro gli affari tengono banco in famiglia. Kunz sta rilevando due bagni in zona Fiumetto, sempre a Pietrasanta, il Felice e il Genzianella. Il primo è della famiglia dell’ex sindaco e senatore berlusconiano Massimo Mallegni, l’idea è trasformarli in stabilimento vip. La Versilia del resto pullula di affaroni balneari in questo periodo: Del Vecchio, Armani, russi, investitori della moda e del mattone, da Forte dei Marmi a Viareggio. In tanti si domandano come mai si compri e ricompri nonostante l’ombra della Bolkestein e le gare attese l’anno prossimo. A Kunz qualcosa che non sta andando come sognava tuttavia c’è: l’affare della discoteca “Flò” al piazzale Michelangelo, con vista mozzafiato su Firenze è da poco saltato. Il locale lo voleva chiamare “Santhouse”.


Conte: “Primarie aperte a tutti”. Nel Pd sono tanti a non volerle


Conte: “Primarie aperte a tutti”. Nel Pd sono tanti a non volerle

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Prima scena: in mattinata Giuseppe Conte entra a braccetto con Riccardo Magi alla convention di Più Europa a Roma. Un’immagine che colpisce, visto che Magi è stato sempre un deciso fautore degli aiuti militari all’Ucraina. Ma quando arriva Elly Schlein – inizialmente prevista in collegamento – l’avvocato è già andato via. Seconda scena: Conte arriva nella sede del Fatto per registrare Accordi&Disaccordi, in onda sul Nove. Il cronista gli fa notare il trambusto provocato dalla sua apertura alle primarie. E l’ex premier sorride: “Ma come, se sono stato l’ultimo a parlarne”.

[…]

Più di qualcosa si muove nel centrosinistra. Con Conte che alla convention ribadisce quanto già detto giorni fa: “Non dobbiamo acquistare il gas russo fino a quando non ci sarà un trattato di pace”. Sillabe che gli valgono perfino il plauso di Filippo Sensi, della destra dem. Poi scandisce: “L’Europa dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, che non ha nulla a che vedere col piano di riarmo”. Lo ha già detto e scritto varie volte, ma Enrico Borghi (Iv) si infiamma comunque: “Bene la svolta di Conte, ora andiamo alle primarie”. Ergo, nel centrosinistra la voglia di battere le destre, stordite dal referendum porta a una forzata urgenza di unità. Su cui pesa però la competizione tra Conte e Schlein, in lotta per la posizione di guida della coalizione. Così la segretaria dem ribadisce il “giusto sostegno” a Kiev, mentre propone un tavolo “anche sulle cose su cui non siamo d’accordo”. La politica estera, prima di tutto. Certo, a volere le primarie sono soprattutto loro due, l’ex premier e Schlein. Conte, dato in vantaggio da tutti i sondaggisti – “ma i sondaggi lasciano il tempo che trovano” sminuisce – semina paletti: “Dovremo farle dopo il programma, perché oggi trionferebbero i personalismi. E comunque non con regole da partiti: dovranno essere aperte a tutti”. Quindi anche online. Non solo: a Luca Sommi che gli chiede se vorrebbe Matteo Renzi nell’alleanza, risponde: “Chi starà dentro lo deciderà l’adesione a un preciso programma. Ma su giustizia e politica estera dovremo avere posizioni chiare, e io non accetterò negoziati preventivi su ministeri…”. Con aggiunta: “Se dovessi prevalere in eventuali primarie, io chiamerei subito Putin per aprire un negoziato”.

[…] Nel Pd è tutta una manovra. “Prima il programma” sembra una sorta di acronimo per dire “Primarie del poi, ovvero del mai”. Le vuole solo il circolo ristretto attorno a Schlein. Tutti gli altri sono perplessi, se non contrari. Non credono che la candidata premier giusta sia lei, ma non sanno come fermarla. Eccezion fatta per Goffredo Bettini – avrebbe già un accordo col leader del M5S – gli altri sono in difficoltà. Per esempio, si ragiona, davvero uno come Roberto Speranza, già ministro della Salute nel Conte-2, sosterrebbe la segretaria? Il più occupato nel cercare un’alternativa, possibilmente con un tavolo, è Dario Franceschini. Oggi celebrerà in un’iniziativa a porte chiuse a Roma i 50 anni della Dc. Presenti, tra gli altri, Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci e Pierluigi Castagnetti. Tra i più impegnati, peraltro, a trovare un anti-Schlein, che però potrà materializzarsi solo senza primarie. Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, non ha la forza per correre ai gazebo, dicono. Silvia Salis, sindaca di Genova, è contraria alle primarie: si considera la miglior candidata premier, aspetta l’invito. Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, è stato tirato in ballo da Renzi, ma a correre non ci pensa proprio. Mentre Rosy Bindi propone un federatore per il programma. Gli indizi portano a Pier Luigi Bersani. O a lei stessa.


Immobili, società: ecco tutti gli affari di governo


Il sottosegretario Sbarra a Domani smentisce la Camera di commercio: «Ho lasciato tutto appena nominato». Caputi ha rinnovato una consulenza con Notartel, e gli interessi immobiliari di La Russa e Santanchè

(Stefano Iannaccone e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Un via vai di affari privati che incrociano il ruolo di ministri, sottosegretari o parlamentari. La vicenda dell’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, è solo la più rumorosa, a braccetto con la storia di Daniela Santanchè. Ma l’impasto di interessi personali e ruolo istituzionale è una consuetudine diffusa nella destra italiana. Intrecci che spesso sfociano in palesi conflitti di interessi. Del resto non esiste ancora una legge seria che regoli la materia, che a differenza di altri paesi è considerata una questione marginale. In Germania, Francia, Inghilterra, le dimissioni arrivano per molto meno senza dover aspettare un “caso Bisteccheria” alla Delmastro, che nel pieno del suo mandato ha pensato bene di investire assieme alla figlia di un prestanome dei clan romani.

C’è un caso molto recente di attività e ruoli che si intrecciano, la vicenda riguarda, come è in grado di rivelare DomaniLuigi Sbarra, sottosegretario al Sud ed ex segretario Cisl, che non ha mai reciso il cordone con il sindacato. Con tutti i benefici del caso per l’organizzazione sindacale, oggi guidata da Daniela Fumarola, e le rispettive emanazioni. Palazzo Chigi, a metà marzo, ha concesso un affidamento diretto, da 90mila euro, alla Fondazione Ezio Tarantelli, che di fatto è il centro studi della Cisl. Fondazione in cui Sbarra risulta tuttora componente del comitato di gestione. Un cortocircuito. Gli uffici del sottosegretario fanno capo alla presidenza del Consiglio e lo stanziamento è stato ufficialmente messo a disposizione dal dipartimento della Coesione, guidato dal meloniano Tommaso Foti, altra struttura di Palazzo Chigi. E ancora: l’affidamento di 90mila euro ha durata di un anno e riguarda «la realizzazione di prodotti tecnico-scientifici relativi all’attuazione di attività concernenti al piano nazionale della famiglia». Un progetto affine alle politiche sulla famiglia, delegate alla ministra Eugenia Roccella. Il sottosegretario dichiara di non sapere nulla di questo affidamento. «Al momento della nomina a sottosegretario, avvenuta in data 12 giugno 2025, Sbarra ha rassegnato le dimissioni da tutti gli organismi collegiali e da qualsiasi ente, associazione, fondazione sindacale e non», fa sapere l’ufficio stampa. Non solo: «I funzionari della fondazione ci hanno confermato di avere chiesto l’aggiornamento delle scritture e di avere effettuato da poco un sollecito in tal senso. Il dato inveritiero deriva da tale intempestività». Insomma il sottosegretario ha lasciato, ma la Camera di commercio dice altro. In attesa di aggiornamento.

Dal cibo alla salute

Una delle passioni della destra degli affari è poi la ristorazione. Per una tagliata al sangue bastava rivolgersi – fino a qualche settimana fa – a Delmastro, alla sua Bisteccheria d’Italia, nel quartiere Tuscolano, a Roma. Lì c’era il locale suo e della giovanissima prestanome del padre, a sua volta uomo del boss Senese.

Per la cacio e pepe, invece, meglio bussare al parlamentare, e tra i leader di Fratelli d’Italia nel Lazio, Paolo Trancassini, proprietario del ristorante di famiglia la Campana (di recente sottoposto a lavori di ristrutturazione), nel cuore della capitale, tra via della Scrofa, sede del partito di Giorgia Meloni e i palazzi della politica. Proprio a Montecitorio, da deputato questore, vigila sulla Cd servizi, società in house della Camera, che ha nei servizi di ristorazione una delle principali attività.

La passione dei meloniani per la cucina arriva fino a Trezzano sul Naviglio, a Milano, dove Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, è socio di un ristorante di pesce. Ma non di solo cibo si nutre la destra che investe nelle attività private.

C’è la compravendita di immobili, dove è attivo il presidente del Senato, Ignazio La Russa, anche attraverso la famiglia.

La seconda carica dello Stato si divide tra la famiglia del bosco, la difesa di Santanché e qualche affare di famiglia nel tempo libero. La memoria torna alla villa, in zona Forte dei Marmi, immersa nel verde del parco della Versiliana, 350 metri quadrati su tre livelli, con giardino e piscina. E a quell’affare incredibile fatto tre anni fa dalla consorte del presidente del Senato, Laura De Cicco, e dal compagno dell’allora ministra Santanchè, Dimitri Kunz. Avevano comprato e rivenduto in meno di un’ora la stessa magione guadagnando un milione di euro. Passano due anni, ma non la voglia di fare affari con il mattone. Nel giugno 2025 proprio De Cicco, come procuratrice del marito La Russa, ha venduto un appartamento a 280mila euro in una palazzina in un comune in provincia di Vercelli. La parte venditrice «dichiara di aver ricevuto la somma prima d’ora dalla parte acquirente», si legge nell’atto tramite vaglia e assegni. A guardare in Camera di commercio il presidente del Senato mantiene ancora il suo ruolo di socio accomandante nella società Interiblea sas che si occupa di beni immobili e affitti, gestita dalla moglie, ma anche in Gibson dove possiede anche una quota.

In questa srl, impegnata nello stesso settore, ci sono anche l’ex deputato Massimo Corsaro e Sergio Conti, quest’ultimo in passato processato e assolto, imputato prima per estorsione e poi per esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato che prevede una querela di parte, mai presentata dalla presunta vittima. Un passato di incroci pericolosi con soggetti vicini alla ‘ndrangheta. Il caso è stato nuovamente al centro delle cronache tre anni fa, ma La Russa è ancora lì: in società con lui.

Quote societarie erano nelle mani anche di Guido Crosetto, il potente ministro della Difesa, che le deteneva in tre srl insieme ai fratelli Mangione nel settore dell’accoglienza e dei B&B. Passato burrascoso per i Mangione, in informative e carte giudiziarie sono stati accostati a nomi di peso della criminalità romana come Massimo Carminati. Accostamenti che sono stati sempre respinti dagli imprenditori: il boss Carminati era solo un cliente del ristorante.

Lo scorso novembre Domani ha raccontato la cessione delle quote da parte di Crosetto con incasso di 250mila euro. «Le quote societarie citate sono state cedute al prezzo che corrisponde, peraltro neanche interamente, ai capitali investiti ed ai finanziamenti, tutti tracciati e regolari effettuati da un libero cittadino italiano che oggi è ministro», aveva confermato. Poi c’è il settore della sanità privata dove giganteggia Antonio Angelucci, deputato della Lega (nella precedente legislatura con Forza Italia) capostipite della dinastia della sanità privata, con il gruppo San Raffaele, beneficiario di milioni di euro di fondi pubblici oltreché di rottamazioni fiscali varie di cui il suo gruppo ha beneficiato. Ufficialmente ha lasciato tutto agli eredi. Ma Angelucci è anche fondatore di un polo editoriale. Sotto il suo controllo ci sono i quotidiani LiberoIl Giornale e Il Tempo.

Ci sono poi dirigenti di governo, come il capo di gabinetto, Gaetano Caputi, che ha avuto interessi societari in varie realtà anche durante il proprio mandato a Palazzo Chigi. E, intanto, di recente ha rinnovato la «consulenza professionale in ambito scientifico e giuridico con Notartel s.p.a.» per la cifra di 50mila euro, che si somma ai vari incarichi come quello di presidente (fino al marzo 2027) dell’organismo indipendente di valutazione dell’Ismea, ente del ministero della Agricoltura, di Unirelab (15mila euro), società in house del dicastero di Francesco Lollobrigida, e di componente dell’Oiv del ministero della Difesa (20mila euro all’anno). Non ci sono imprese di mezzo, ma la professione di vigilante di Caputi.

Insomma, non ci sono solo volti mediatici, come l’ex ministra Santanchè, che fino all’incarico governativo aveva una serie di interessi imprenditoriali, dagli stabilimenti balneari, il Twiga, all’editoria con Visibilia, foriera poi di guai giudiziari. Il suo possibile erede, Gianluca Caramanna, che tra partito e consulenze varie nelle regioni governate dalla destra, ha gestito l’affittacamere “Gianluca Caramanna”, in via XX Settembre, nel centro di Roma, ceduto a due signori nati nelle Filippine e amministrata dall’indiano Jacob Thottapallil.

Tra i ministri che coltivano interessi privati c’è quello dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, socio della E-co, società che opera nel campo della ricerca nelle tecnologie per la mobilità del futuro.

Alle spalle di ministri e sottosegretari, vecchi o futuribili, ci sono poi i parlamentari meno noti, come Luca Squeri, deputato di Forza Italia e segretario della commissione Attività produttive alla Camera, che è proprietario di una pompa di benzina. Ma risulta anche consigliere Figisc service, una srl che si occupa del marketing e della promozione degli impianti della distruzione di carburanti.

La società è al 90 per cento della Federazione italiana che tutela i gestori degli impianti di carburante e al 10 per cento dell’Associazione nazionale imprese servizi autostradali, due lobby del settore che hanno un loro naturale interlocutore a Montecitorio. Nel centro nevralgico delle scelte sulle politiche energetiche. La capogruppo di FdI in commissione Bilancio alla Camera, Ylenja Lucaselli, è la principale azionista (con il 30 per cento delle quote, insieme alla Day Advisory Group) della Hc Consulting, amministrata dal marito, Daniel Hager. La società si occupa di servizi legati alle operazioni doganali. Altra materia di cui il Parlamento si occupa.

Sotto gli affari

Al ministero dell’Economia c’è come sottosegretaria la forzista Sandra Savino. È socia della Esse re, detiene il 20 per cento delle quote. Una srl che si occupa dell’acquisto e della vendita di terreni e beni immobili e che, a sua volta, detiene quote di minoranza di un’altra sigla: la Esse.Data, quelle di maggioranza sono in mano al figlio. Una srl impegnata nell’offerta di servizi di raccolta ed elaborazione dati, relativi anche alla contabilità, per imprese e aziende. Tra il 2025 e il 2026 alla srl sono arrivati due affidamenti, in tutto 50mila euro, per il servizio di gestione degli adempimenti amministrativi del personale dell’istituto Rittmeyer per ciechi, un istituto regionale commissariato che, nei mesi scorsi, ha messo all’asta tre immobili per ripianare i debiti. «Si tratta di aziende di famiglia, la mia partecipazione è priva di qualsiasi ruolo gestionale o potere di indirizzo. L’istituto richiamato non è di competenza statale. Non sussiste alcuna situazione, diretta o indiretta, di conflitto di interessi», dice Savino.

Altro ministero, altro sottosegretario. Si tratta di Marcello Gemmato, fedelissimo di Giorgia Meloni. Ha mollato, dopo polemiche e spot per la sanità privata, le quote di una srl, la Therapia di Bitonto, che ha finanziato in passato anche Fratelli d’Italia. Ma ha ancora un piede nella farmacia storica di famiglia. E anche questa, nemmeno a dirlo, ha sostenuto il partito. La farmacia resta il mondo di riferimento di Gemmato. Un ministro ombra che con quello vero manco parla più. Orazio Schillaci da una parte, Gemmato il farmacista-sottosegretario dall’altra.


Scossa referendum: giù FdI, su M5S. Ma il sorpasso del campo largo non c’è


Le intenzioni di voto in vista delle Politiche 2027. La vera partita si gioca sula legge elettorale

Giorgia Meloni il giorno del voto per il referendum

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – All’indomani dello scossone prodotto dal risultato referendario, ci si sarebbe potuti attendere un mutamento significativo nelle intenzioni di voto. In realtà, le variazioni registrate appaiono ancora contenute, quasi fisiologiche, tuttavia ben lontane dalle “esultanze” e dai “tormenti” amplificati dal racconto mediatico. Si osserva piuttosto un lento calo, con piccole perdite di consenso giorno dopo giorno, dovute anche agli eventi che nell’ultima settimana hanno coinvolto Fratelli d’Italia.

La Presidente del Consiglio ha infatti offerto fin da subito un segnale chiaro: avviare un’opera di “pulizia interna”, molto probabilmente per non trascinarsi dietro ombre e vulnerabilità in vista della prossima campagna elettorale. Già nel 2022 aveva rivendicato di non essere ricattabile sotto alcun profilo, e i fatti, finora, sembrano confermarlo. Da qui la necessità di restare fedele ai propri principi, evitando di portare con sé pesanti fardelli che potrebbero offrire il fianco a uno stillicidio mediatico continuo da parte delle opposizioni. Se è noto che gli italiani tendono a dimenticare rapidamente le dinamiche politiche, relegandole in secondo piano, appare tuttavia più complesso affrontare gli ultimi mesi di governo e la manovra finanziaria autunnale sotto la pressione di continue rivendicazioni da parte delle opposizioni sulla composizione della squadra di governo. In questo contesto, emerge con chiarezza, tanto all’interno di Fratelli d’Italia quanto tra gli alleati di coalizione, una crescente esigenza di rinnovamento e trasparenza: al di là delle percezioni, sono infatti i numeri a restituire la fotografia più fedele del momento.

Come era prevedibile, si registra un lieve calo di Fratelli d’Italia, che si attesta al 27,8%, un dato di poco superiore rispetto alle politiche del 2022, ma inferiore al risultato delle europee del 2024. Anche gli alleati, con i loro tormenti interni, mostrano segnali di rallentamento, con Forza Italia all’8,8% e la Lega all’8,1%. Nonostante ciò, la coalizione di centrodestra -sostenuta anche da Noi Moderati- conserva un vantaggio complessivo sul cosiddetto “campo largo” delle opposizioni. Quest’ultimo, infatti, che va dal Partito Democratico (21,9%) al Movimento 5 Stelle (12,1%), passando per Alleanza Verdi e Sinistra (6,4%), Italia Viva di Renzi (2,6%) e +Europa (1,3%), raggiunge il 44,3%. Un dato che segnala una sostanziale tenuta, ma non ancora sufficiente a colmare il divario competitivo. La novità, semmai, è un progressivo avvicinamento tra i due fronti, che sembrano tendere a un equilibrio sempre più marcato. Restano invece ai margini della competizione i soggetti politici non coalizzati: Azione di Calenda (3,2%) e Futuro di Vannacci (3,1%), la cui collocazione -o mancata collocazione- potrebbe rivelarsi decisiva solo in presenza di un sistema elettorale proporzionale puro o in scenari di forte frammentazione. Ed è proprio la legge -altro argomento lontanissimo dalle priorità dei cittadini elettori- a offrire lo spunto più interessante. Se infatti si ragiona in termini di “puro esercizio matematico”, applicando l’attuale “Rosatellum” -con cui si è votato nel 2022- centrodestra e centrosinistra risulterebbero oggi sostanzialmente appaiati nella distribuzione dei seggi, tuttavia lo scenario cambia radicalmente se si prende in considerazione l’ipotesi di uno “Stabilicum”, con l’introduzione di un premio di maggioranza pari a 70 seggi. In questo caso, sulla base dei dati attuali, il centrodestra si troverebbe nelle condizioni di governare con circa 235 seggi alla Camera e 116 al Senato, determinando un divario significativo: quasi 100 seggi a Montecitorio e circa 50 a Palazzo Madama rispetto alle opposizioni. In sintesi, chi vince prende tutto. E considerando che oggi il divario tra le due coalizioni appare inferiore al punto percentuale, la scelta del sistema elettorale diventa tutt’altro che neutrale. Da un lato, la possibilità di garantire maggiore stabilità all’azione di governo; dall’altro, l’opzione di favorire un confronto più equilibrato e rappresentativo tra le forze politiche. È su questo crinale che si giocherà una partita decisiva per gli assetti futuri del Paese.

In tutto questo il dato veramente interessante è che ad oggi ancora il 45,5% degli intervistati sarebbe indeciso sul partito da votare il che confermerebbe una volta di più il fatto che la vittoria del No al referendum è stato principalmente un segnale di dissenso al governo e non l’adesione ad un partito o ad un altro. Detto questo, il punto non è tanto fotografare chi sia avanti oggi, quanto comprendere come le regole del gioco possano ridefinire il risultato finale. In un sistema tendenzialmente bipolare, ma ancora attraversato da spinte centrifughe, la legge elettorale torna a essere il vero campo di battaglia: non solo uno strumento tecnico, ma una leva decisiva capace di trasformare un equilibrio nei consensi in una maggioranza solida o, al contrario, in una fase di possibile stallo politico. In questo quadro, la strategia dei partiti appare inevitabilmente condizionata: costruire coalizioni credibili prima del voto o puntare su una competizione frammentata può fare la differenza tra governare e restare all’opposizione. Ed è probabilmente su questo terreno che si giocherà la partita più importante delle prossime settimane: una partita cruciale per gli equilibri politici, ma ancora lontana dalle priorità quotidiane dei cittadini, mentre la politica continua, in larga parte, a discutere soprattutto di sé stessa.


Il Paese più strano del mondo


(di Michele Serra – repubblica.it) – «Amici di tutti, nemici di nessuno» è uno slogan sospettabile di ingenuità bonacciona da un lato, di opportunismo ruffiano dall’altro. Oppure — terza possibilità — è un concetto di qualche decennio o secolo più avanti rispetto al presente della politica internazionale, che sembra dominata dall’«amici di nessuno, nemici di tutti».

Stiamo parlando dell’Oman (vertice sudorientale della Penisola Arabica) e della dottrina del suo fondatore, il defunto sultano Qaboos (Kabús), che Anna Lombardi, su questo giornale, sceglie come incipit del suo reportage da quel Paese così “strano” nella sua ostinata neutralità, amico dell’America, in buoni rapporti con l’Iran, estraneo alle feroci ostilità tra Islam sunnita e sciita, lontanissimo dal fondamentalismo, meta turistica sempre più frequentata benché del tutto dissimile dal cliché un po’ pacchiano e imbellettato — tutto grattacieli, luminarie e lusso — dei vicini Paesi del Golfo.

Dell’Oman, fino a poco tempo fa, era molto raro sentir parlare. Se ne parla molto di più, ultimamente, perché lo schiacciamento pauroso del mondo sugli scenari di guerra e sulla forza bruta rende quasi esotico il racconto di un posto così pacifico, dunque così differente.

Sicuramente qualcuno saprà spiegarci per quali connessioni di interessi economici e di opportunità strategiche quel Paese, almeno fino a oggi, è riuscito a mantenersi al di fuori della mischia. Per ora ci accontentiamo di sapere che un luogo simile esiste, e per giunta è a un passo dalle incandescenze mediorientali. Gli omaniti vivono accanto al rogo, ma non si bruciano. Sono comunque un’eccezione da studiare. Magari qualcosa si impara.


Usa-Ue, c’erano una volta gli amici e i nemici


Gli Stati Uniti sono in lotta per la sopravvivenza. E si scrollano di dosso tutti i tabù. Il principale e per noi più interessante riguarda il modo di rapportarsi al resto del mondo: niente più alleanze, solo transitori, pragmatici, flessibili allineamenti parziali

Washington, 27 marzo: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Nella nebbia di guerra stiamo perdendo di vista la rottura strategica che segna la rivoluzione americana, incarnata da Trump ma certo non riducibile alla sua gaia indifferenza per il principio di non contraddizione. Gli Stati Uniti sono in lotta per la sopravvivenza, se non come nazione di sicuro quale superiore potenza. Per questo si scrollano di dosso tutti i tabù. Dei quali il principale e per noi più interessante riguarda il modo di rapportarsi al resto del mondo: niente più alleanze, solo transitori, pragmatici, flessibilissimi allineamenti parziali. Addio schema amico-nemico.

In concreto: non sono più avversari i russi e nemmeno — clamoroso! — quei cinesi che fino a ieri erano dipinti incubo strategico. Pace universale, allora? Al contrario: caos illimitato. Tutti possono svelarsi amici o nemici su questo o quel dossier, per questo o quel contenzioso geopolitico o economico. La scena cambia nel battere di un ciglio di Trump, per ricambiare senza preavviso. Regoliamo i nostri orologi sull’ora illegale.

In metafora, è come se la scena internazionale si diluisse in duelli bilaterali a maggiore o minore intensità. Ciò perché nell’uno contro uno noi siamo e saremo sempre i più forti, spiegano i Soloni d’Oltreatlantico.

La svolta ci riguarda da vicino. L’Italia ha costruito il suo modo di stare al mondo sulla garanzia di sicurezza americana firmata Nato. Senza quel presunto ombrello siamo a zero. Esposti a qualsiasi malevola incursione di predatori, tra cui diversi “alleati”, che ci scrutano come il lupo goloso attratto dal dolce agnello.

Mentre la guerra guerreggiata batte alle nostre porte e quella economica ci sfonda casa, la politica parla d’altro (di sé). Eppure i convulsi passi di lato del nostro ex protettore dovrebbero suscitare un fervore di proposte su come reagire a tanto disordine. Nulla di ciò. Semmai l’opposto: acqua in bocca, occhi bassi, muoversi sul posto. Con giudizio.

Così distratti, non vogliamo percepire che nella variegata compagnia europea finora unanime nel riconoscere utile e necessaria la superiore protezione a stelle e strisce ognuno sta affrontandone la crisi a modo suo. Curando ferite profonde, lenendo indicibili paure, scaricando i propri guai sui compagni di viaggio del deragliato convoglio euroatlantico. Nato e Unione Europea, alle origini e in fin dei conti strumenti dell’egemonia a stelle e strisce sul Vecchio Continente, sono formicai impazziti. Nessuno si fida più dell’altro.

Come potrebbe essere diversamente, se gli Stati Uniti minacciano di invadere la Groenlandia, sì che la Danimarca improvvisa piani di guerriglia per resistere all’aggressore/alleato e allena le sue truppe all’asimmetrico scontro con l’ex capocordata? Che altro deve accadere prima che ci si decida a considerare che le organizzazioni euroatlantiche costruite per il soleggiato tempo di pace — vero nome della guerra fredda — non possono per definizione funzionare in tempo di guerra? Si sa, l’inerzia tecnocratica è una delle poche caratteristiche comuni a tutti gli Stati. Quando il clima imbrutta, il riflesso difensivo diventa ingovernabile. Ogni tartaruga nel suo carapace.

Uno sguardo alle dinamiche in corso dovrebbe spingerci a considerare che l’improvviso agnosticismo europeo di Washington, unito alla tentazione di ridurre le relazioni internazionali a deal tra oligarchi cucinati da immobiliaristi e finanzieri allenati a tattiche di stile borsistico, sta sfigurando il volto pacioso della nostra Europa.

All’inerzia si tenta di sopperire, specie in Germania, Francia e Regno Unito — insomma nei pianeti di qualche consistenza in quello che fu il centro del mondo e non rinuncia a pensarsi tale — con un riarmo che di europeo non ha nulla se non gli slogan.

Quanto a scandinavi, baltici, polacchi e romeni, con la testa e alcuni fatti sono già in guerra contro la Russia. Sicuri che prima o poi l’Orso tirerà la sua zampata oltre l’Ucraina in decomposizione, prima vittima della virata trumpiana.

Riaffiorano le faglie storiche che immaginavamo sepolte grazie all’America europea. A partire dalla famosa coppia franco-tedesca, mai tale anche quando ben recitata, ormai scoppiata. Conclusione: se restiamo fermi cadremo all’indietro. E non da soli. Qualche idea nella prossima puntata.


Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore?


Ci sono buoni motivi di badare a non eccedere con l’audacia anche perché correre alle urne potrebbe rivelarsi l’ultima spericolata e perdente prova d’autore

Elezioni anticipate a giugno, il dilemma di Meloni: l’ultima spericolata prova d’autore?

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – 7 giugno 2026. Potrebbe essere questo il giorno in cui gli italiani tornano alle urne per decisione di Giorgia Meloni. Sarebbe il colpo di teatro, di cui c’è già traccia nei mille pensieri della premier e fatto adombrare – almeno come intendimento – nei retroscena dei giornali. Meloni deve infatti fare i conti non solo con la batosta referendaria ma soprattutto con la propria coalizione che se ne sta cedendo, sta infatti cadendo a pezzi.

Il governo così com’è sembra inservibile alle necessità. Il costo dell’amicizia con Donald Trump si sta rivelando tanto salato da rendere improcrastinabile una revisione del fidanzamento politico che sembrava fare immaginare una vera storia d’amore, diciamo così. Ma Meloni è nelle condizioni di chiudere con l’amico Donald passando di sfuggita da un punto stampa? Rinnegare la filosofia trumpiana del dominio del mondo attraverso le bombe senza spiegare e promuovere la sua terza via?

E con quali soldi si arriverà alla fine della legislatura se lo stato permanente di guerra porterà i mercati ad azzerare nei prossimi mesi ogni possibilità di immettere nelle tasche dei ceti sociali che più sono colpiti dalla crisi un po’ di euro?

C’è poi il buco nero dei ministeri rimasti praticamente senza titolare: quello del Turismo è la postazione meno grave, giacchè è un ministero senza portafoglio, le cui competenze sono in gran parte devolute alle Regioni. Invece al ministero della Giustizia risiederà per troppi mesi il principale protagonista della sconfitta referendaria: Carlo Nordio. Ogni giorno uno schiaffo, l’ultimo dei quali è la richiesta dell’Unione europea all’Italia di reintroduirre il reato di abuso d’ufficio. E cosa dire del ministero delle Imprese, guidato dall’imbelle Adolfo Urso, senza più un euro da offrire alle aziende che iniziano a boccheggiare?

Portare gli italiani alle elezioni anticipate sarebbe più ancora che una prova di orgoglio, un modo per cambiare rotta e registro narrativo e provare a deviare, bruciando sul tempo le mosse del centrosinistra, l’onda lunga favorevole all’opposizione.

Con le urne, questa l’idea, Meloni tutelerebbe il primato assoluto del suo partito, magari difendendolo dagli assalti pericolosi e imprevisti della destra radicale del generale Vannacci, in una coalizione che comunque in queste settimane cambierà pelle e tenterà a far mutare i rapporti interni. Forza Italia, l’alleata indiziata di regicidio, sarà ancora guidata da Antonio Tajani o – come la famiglia Berlusconi, (proprietaria del partito, è bene ricordarlo) chiede – non sarà invece nelle mani di una personalità esterna alla politica, magari con un leader estraneo al ceto romano e invece dentro il cerchio imprenditoriale lombardo? Una novità in casa, un nuovo competitore possibile.

Se rompe il gioco degli altri e chiama tutti alle urne, Giorgia Meloni potrà in effetti dedicarsi alla sfida finale con i progressisti a cui mancherà il tempo di realizzare le primarie. E dunque troverà Elly Schlein, la sua sfidante preferita, a contenderle palazzo Chigi.

Il guaio è che ci sono altrettanti buoni motivi, come i suoi familiari le sussurrano, di badare a non eccedere con l’audacia anche perché, visti i tempi, non è affatto detto che correre alle urne non si riveli l’ultima spericolata e perdente prova d’autore.


Donald, “pornomane” della guerra


(Daily Mail) – Donald Trump lascia intendere pubblicamente che un cessate il fuoco con l’Iran sia ancora possibile, ma – secondo fonti anonime del Dipartimento della Difesa – il Pentagono e la Casa Bianca starebbero preparando un’operazione molto diversa: un attacco su larga scala via aria, mare e terra per riaprire lo Stretto di Hormuz e colpire definitivamente Teheran.

Nel frattempo emerge un retroscena controverso: come riportato da fonti interne, il presidente seguirebbe quotidianamente l’andamento della guerra attraverso video-montaggi spettacolari dei bombardamenti, proiettati nella Situation Room. Clip di pochi minuti mostrerebbero “highlights” delle operazioni – tra migliaia di obiettivi colpiti – con immagini di esplosioni e distruzione.

Secondo diverse testimonianze, Trump sarebbe fortemente orientato alla dimensione visiva e richiederebbe continuamente nuovi filmati, discutendone poi con il suo entourage – tra cui Susie Wiles, Marco Rubio e il generale Dan Caine – e persino con giornalisti al telefono. La Casa Bianca ha smentito che la Situation Room sia trattata come un “cinema”, ma non ha negato l’esistenza dei briefing video.

Critici a Washington temono che questa esposizione continua a immagini di guerra stia alterando la percezione strategica del conflitto, alimentando una sorta di “dipendenza da distruzione”. Parallelamente, la comunicazione ufficiale diffonde contenuti propagandistici, con video che mescolano bombardamenti reali, meme e persino elementi da videogiochi.

Trump, che si era presentato come candidato anti-guerra, ha invece ampliato le operazioni militari in più teatri e sembra vivere il conflitto anche come spettacolo mediatico. Episodi recenti – come il racconto entusiasta di raid militari o la confusione tra video reali e falsi – alimentano le preoccupazioni.

Anche tra i repubblicani cresce il disagio: alcuni esponenti avrebbero lasciato un briefing segreto sull’Iran accusando l’amministrazione di scarsa trasparenza. Alla vigilia delle elezioni di medio termine, si diffonde il timore che il presidente abbia perso il contatto con la realtà e che la gestione della guerra sia influenzata più dall’impatto visivo che da una strategia lucida.


Iran, la guerra che logora l’America


La potenza del fuoco e la debolezza dello scopo

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un momento, in ogni guerra, in cui la superiorità militare smette di essere una garanzia e diventa una domanda. È il momento in cui la forza continua a colpire ma non sa più esattamente per quale risultato politico stia combattendo. È qui che si trova oggi Washington nel confronto con l’Iran. Non davanti a una sconfitta spettacolare, non davanti a una ritirata umiliante, ma davanti a qualcosa di più insidioso: l’erosione progressiva della propria credibilità strategica.

Gli Stati Uniti e Israele hanno certamente colpito duro. Hanno inflitto danni, distrutto installazioni, colpito infrastrutture, imposto all’Iran costi pesanti. Ma la domanda decisiva non è quante cose siano state distrutte. La domanda vera è se quei colpi abbiano prodotto l’effetto politico cercato. E qui la risposta appare sempre più incerta. Il cambio di regime non c’è stato. Il collasso del sistema iraniano non si è verificato. La paralisi dell’apparato militare di Teheran non è arrivata. La resa senza condizioni è rimasta uno slogan. E perfino il linguaggio di Washington, passato in poche settimane dalla minaccia assoluta alla trattativa forzata, mostra che il progetto iniziale si è scontrato con una realtà molto più resistente del previsto. 

L’Iran ha scelto il tempo

L’errore americano è stato pensare una guerra breve contro un avversario che ragiona invece sul lungo periodo. L’apparato dispiegato nel Golfo era pensato per un urto violento, rapido, concentrato. Non per una guerra di usura. L’Iran, al contrario, ha accettato fin dall’inizio la logica del sacrificio e della durata. Non ha cercato il colpo risolutivo immediato, ma il logoramento del nemico. Ha trasformato il conflitto in una gara di resistenza politica, psicologica e strategica. In questo quadro il tempo lavora meno contro Teheran di quanto lavori contro Washington.

È il punto più importante. Le democrazie occidentali, soprattutto quando agiscono dentro coalizioni nervose e su fronti multipli, soffrono i conflitti che non si chiudono in fretta. L’Iran invece combatte una guerra che considera esistenziale. E chi combatte una guerra esistenziale accetta perdite, allunga i tempi, rinuncia all’immediatezza. Non cerca di apparire invulnerabile: cerca di restare in piedi. Questa differenza di postura pesa più di molte analisi tecniche.

Missili, saturazione e vulnerabilità

Sul piano militare il conflitto non è una guerra di territori ma una guerra di saturazione. Missili, droni, bombe plananti, intercettori, radar, sistemi antimissile: questo è il lessico reale dello scontro. In un contesto simile, l’obiettivo non è soltanto distruggere, ma costringere l’altro a consumare risorse, a spostare difese, a rivelare i propri limiti. L’Iran sembra aver lavorato proprio su questo. Prima ondate intense, poi modulazione del ritmo, per testare e comprimere la tenuta dei sistemi avversari. L’effetto non è solo materiale: è psicologico. Mostrare che la difesa non è impermeabile significa incrinare la fiducia, e in guerra la fiducia è un’arma.

Da questo punto di vista emerge un elemento sempre più delicato per gli Stati Uniti: la scarsità relativa di sistemi antimissile e intercettori. Se per sostenere il fronte mediorientale bisogna spostare mezzi da altri teatri, allora il problema non riguarda più soltanto il Golfo. Riguarda l’insieme delle alleanze americane. Ogni spostamento segnala che le risorse non sono infinite, che la protezione promessa agli alleati dipende da una gerarchia mobile delle urgenze, che la deterrenza statunitense non è più una coperta illimitata ma una coperta corta. E questo, da Seul alle monarchie del Golfo, viene osservato con crescente inquietudine. 

Il paradosso delle monarchie arabe

Per anni la presenza americana nel Golfo è stata giustificata come garanzia di sicurezza contro l’Iran. Oggi quella stessa presenza produce l’effetto inverso. Le basi usate per colpire Teheran trasformano i territori che le ospitano in bersagli. Gli Stati arabi si ritrovano così in una posizione scomoda: dipendono dalla protezione americana, ma proprio quella protezione li espone al rischio. È una contraddizione devastante, perché mina il cuore del rapporto politico tra Washington e i suoi partner regionali.

Ne nasce un doppio scarto. Da un lato aumenta la prudenza delle monarchie del Golfo, che cercano canali di mediazione e non vogliono essere trascinate in una guerra totale. Dall’altro lato si rafforza l’idea che l’America non sia più un fattore di stabilizzazione, ma un acceleratore di instabilità. In Medio Oriente questo cambiamento di percezione conta quasi quanto l’equilibrio delle forze.

Kharg, Hormuz e la guerra dell’energia

La dimensione geoeconomica del conflitto è forse ancora più importante di quella militare. L’isola di Kharg, terminale vitale per l’export petrolifero iraniano, è il simbolo di questa realtà. Colpirla o cercare di occuparla significherebbe aggredire il cuore energetico del Paese. Ma proprio per questo la sua eventuale conquista sarebbe molto più facile da immaginare che da sostenere. Prendere un’isola è un conto. Tenerla sotto la minaccia continua dei missili iraniani è un altro.

Lo stesso vale per Hormuz. Non serve chiudere fisicamente lo stretto per paralizzarlo. Basta rendere troppo rischioso attraversarlo. Oggi i veri sovrani dei colli di bottiglia marittimi non sono solo le marine da guerra, ma le assicurazioni, i premi di rischio, i costi di trasporto, la paura degli armatori. È qui che l’Iran dispone di una leva formidabile. Può trasformare il rischio militare in shock economico, senza bisogno di controllare in modo assoluto ogni miglio nautico. Per l’Europa e per l’Asia significa energia più cara, logistica più fragile, inflazione più difficile da contenere. La guerra nel Golfo non resta nel Golfo: entra nelle fabbriche, nei bilanci pubblici, nei prezzi al consumo.

E se a Hormuz si aggiunge il possibile ritorno di una pressione su Bab el Mandeb, allora la crisi si allarga dal Golfo al Mar Rosso, cioè alla grande arteria che collega l’Oceano Indiano all’Europa. A quel punto il conflitto non sarebbe più soltanto una guerra regionale con effetti globali. Sarebbe una guerra direttamente globale nei suoi effetti economici. 

La trattativa sotto bombardamento

Anche sul piano diplomatico l’Occidente mostra un’ambiguità profonda. Si parla di negoziato, ma sotto le bombe. Si evocano canali di dialogo, ma dentro un quadro di ultimatum. Non è diplomazia nel senso classico del termine. È coercizione armata accompagnata da un lessico negoziale. L’obiettivo non è costruire un compromesso, ma imporre una capitolazione presentabile come accordo.

L’Iran, invece, sembra aver chiarito una linea semplice: fine dell’aggressione, garanzie contro una ripresa del conflitto, riconoscimento di una cornice politica più stabile. Si può discutere quanto questa posizione sia realistica o accettabile, ma almeno risponde a una logica coerente. La posizione americana, al contrario, oscilla continuamente tra annuncio di vittoria, minaccia di escalation e apertura negoziale. Questo oscillare non rafforza la deterrenza: la consuma.

La Russia media, l’Europa sparisce

In questo quadro colpisce il vuoto europeo. L’Unione Europea non orienta il conflitto, non media, non detta condizioni. È fuori dalla stanza dove si decidono le cose. La Russia invece, senza voler entrare direttamente in guerra, conserva una carta decisiva: parla con tutti. Con Teheran, con gli arabi, con Israele, con Washington. E nel Medio Oriente di oggi chi riesce a parlare con tutti vale spesso più di chi bombarda di più.

Anche questo è un segnale del nuovo disordine mondiale. L’Occidente mantiene una superiorità tecnica enorme, ma non sempre riesce a tradurla in architettura politica. Altri attori, pur meno forti sul piano militare, si ritagliano spazio proprio nelle crepe aperte da questa difficoltà.

La sconfitta che non ha bisogno di una disfatta

Il nodo finale è qui. Gli Stati Uniti possono continuare a colpire. Possono ancora infliggere distruzioni pesanti. Possono allargare il confronto e alzare il livello della violenza. Ma tutto questo non basta a garantire una vittoria. Per vincere occorre piegare la volontà dell’avversario e tradurre la forza in ordine politico. Finora questo non è accaduto.

L’Iran ha subito colpi durissimi, ma non è crollato. Ha perso uomini e strutture, ma non la capacità di combattere né quella di resistere. Anzi, sembra aver trasformato la propria vulnerabilità in una forma di potenza strategica: la potenza di chi costringe l’avversario a spendere di più, a esporsi di più, a dubitare di più.

È per questo che il vero rischio per Washington non è una disfatta militare classica. È una sconfitta più sottile e più moderna: entrare in una guerra con tutta la superiorità del mondo e uscirne con meno autorità di prima.