Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Roma, Teatro Trastevere: “Shake It Out”, regia di Leonardo Buttaroni


Associazione Culturale Teatro Trastevere

presenta

Dal 5 all’8 novembre

Shake It Out

regia di Leonardo Buttaroni

5-6-7 Novembre ore 21.00

(il 7 Novembre anche alle 17.30)

8 Novembre ore 17.30

CAST: Lorenzo Colombo, Silvia Cox, Francesca Mastroddi, Francesco Parisi, Julia Tola

Cinque attori pronti a tutto lanciano una sfida impossibile: mettere in scena tutte le opere del Bardo contemporaneamente. Cambi d’abito lampo, scambi di persona e colpi di scena fulminei. Il confine tra capolavoro e disastro totale non è mai stato così sottile. Una commedia folle, irriverente e dal ritmo vietato ai deboli di cuore. Cosa potrebbe andare storto? Praticamente tutto.

L’obiettivo non è fare filologia, non è fare drammaturgia classica. L’obiettivo è smontare il mito di Shakespeare con ironia, ritmo incalzante e irriverenza totale, prendendo le sue tragedie più cupe e trasformandole in puro divertimento. “Shake it Out” è un’immersione pop, assurda e grottesca nel mondo del Bardo. Una parodia folle che frulla insieme tutti i suoi testi, li deforma, li stravolge. Lo scopo è uno solo: divertire. Interagire con il pubblico, renderlo protagonista assoluto, abbattere la quarta parete e non ricostruirla più. In scena cinque attori folli, tre paladini del vecchio e sano Classico. Sono convinti di avere una missione: riportare il pubblico sulla retta via, quella del grande William, unica strada verso la salvezza contro la sciatteria e il pressappochismo della nostra epoca. Peccato che la loro goffaggine, le liti continue e una serie infinita di errori trasformeranno questa nobile impresa in una tragedia per loro… e in una serata di risate incontenibili per il pubblico.

PRESS OFFICE del Teatro Trastevere: Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: 13.00 intero e 10 ridotto-prevista tessera associativa

feriali ore 21:00– festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it https://www.teatrotrastevere.it/


Cultura italiana, razzisti e immigrazione


(Tommaso Merlo) – La cosiddetta cultura italiana è invisibile, non ha cioè nulla a che fare con l’aspetto fisico o coi documenti personali. Non risiede nel corpo di una persona, ma nel suo cervello e nel suo cuore. I razzisti non lo capiscono ma la cosiddetta cultura italiana consiste in un certo modo di pensare e di sentire e quindi di comportarsi, un insieme di credenze ed usanze e un certo approccio alla vita. La chiamano cultura ma con Dante o Raffaello non ha nulla a che fare, anzi, spesso è una sottocultura fatta di cattive abitudini e luoghi comuni. Il punto è che questa cosiddetta cultura italiana non si acquisisce nascendo in Italia e nemmeno crepandoci, si acquisisce crescendo nel nostro paese. Maturando qui ed assorbendo come spugne la cultura dalle persone e dagli ambienti che ci circondano. E una volta assorbita tale cultura, rimane addosso per sempre. Se cresci in Italia ed emigri altrove, rimani italiano anche se non torni mai più. E se sei cresciuto altrove e sbarchi in Italia da adulto, rimani straniero per sempre. I razzisti non capiscono che le razze non esistono, esiste solo l’essere umano che l’Universo ha voluto di sembianze diverse per aiutarci a superare la nostra superficialità, con alterne fortune. Il punto è che una cultura nazionale non ha nulla a che fare col colore della pelle o lo stato giuridico. Prime e seconde generazioni di immigrati hanno la faccia congolese, cinese o marocchina ma dentro sono italiani fino al midollo. Magari mangiano ancora il cuscus la domenica e parlucchiano la lingua di genitori e nonni, ma sono italiani dentro e quindi anche fuori e non ci possono fare nulla né loro né noi. Viceversa, figli e nipoti di italiani immigrati nel mondo, hanno la faccia italiana ma dentro non sono affatto italiani, al massimo mangiano ancora gli spaghetti la domenica ma hanno assorbito la cultura nazionale del paese in cui sono cresciuti. Dinamiche storiche stranote, i primi connazionali sbarcati a New York scaricavano le navi e pulivano le lattrine, oggi Litte Italy è una trappola per turisti, i discendenti vivono nei quartieri ricchi e di italiano in loro è rimasto giusto il naso a patata, un cognome spesso storpiato e il ricordo delle polpette al sugo che gli cucinava la nonna calabrese. Un punto cruciale, contrariamente a quanto blatera la propaganda razzista, a perdere la cultura nazionale sono i popoli che emigrano, non quelli che accolgono i migranti. Il cosiddetto problema immigrazione si pone solo per le persone cresciute altrove e quindi con una cultura diversa che sbarcano da noi. Nella quasi totalità persone perbene desiderose di lavorare. E dato che hanno culture diverse dalla nostra, devono adattarsi ed integrarsi in modo che siano utili a se stessi e al nostro paese il prima possibile, un compito che spetta alla politica. Invece che ignorarli, discriminarli o addirittura ghettizzarli, vanno proattivamente regolarizzati ed integrati il prima possibile in modo da prevenire problematiche sociali e di sicurezza. E vanno fatti giurare sulla nostra Costituzione, l’unico punto politicamente sensibile. Se vengono ad esempio da paesi dove vige la legge della sharia, o la rinnegano o tornano da dove sono partiti. Nessun giudizio valoriale, ma buonsenso democratico. Con tutti i suoi limiti, la cosiddetta cultura italiana prevede ad esempio lo stato laico e la parità tra uomini e donne e non è accettabile che gli italiani arretrino rispetto a tali conquiste culturali, sociali e politiche e che nella loro comunità esistano oasi in contraddizione coi valori costituzionali. Ma si tratta di fenomeni molto circoscritti cavalcati da destre che speculano da decenni sulla paura dell’immigrazione o meglio sull’ignoranza, sulla paura del cambiamento e sull’odio frutto di frustrazioni scaricate vigliaccamente sui più deboli. L’immigrazione clandestina di massa è un fenomeno storico reale e se tutti i miliardi di persone che vivono in miseria dovessero partire sarebbe una catastrofe, ma al momento il fenomeno è ampiamento entro i livelli di guardia e genera problematiche temporanee che se gestite con intelligenza possono trasformarsi in una vera e propria salvezza per paesi vecchi ed imborghesiti come il nostro. Altro che panzane propagandistiche come le deportazioni che le destre chiamano remigrazione per non puzzare da secolo scorso, anche paesi storicamente poveri come il nostro stanno vivendo dinamiche stranote. I trenta milioni di italiani emigrati hanno fatto la fortuna dei paesi in cui sono sbarcati sporchi e puzzolenti. E mentre i loro discendenti ad esempio in America dirigono quel grande paese, nei quartieri newyorkesi tradizionalmente italiani oggi vivono i latino americani. E come successo negli Stati Uniti, alla fine l’unica differenza sarà estetica e cioè gli italiani non avranno più la pelle solo marrone chiaro ma anche marrone più scuro. Tutto qui. Diversità estetiche che l’Universo ha escogitato per farci superare la nostra superficialità con alterne fortune, e diversità dietro alle quali sopravviverà la sempiterna cultura italiana con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.


Manifestazioni, l’81% chiede pene più severe per i minori. Ma tra i giovani uno su due è contrario


Sei italiani su dieci ritengono carenti le politiche di integrazione. Per tre su quattro va abbassata l’età imputabile

Manifestazioni, l’81% chiede pene più severe per i minori. Ma tra i giovani uno su due è contrario

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Via Torino, Milano. Un ragazzo con il cappuccio alzato e il telefono in mano guarda i suoi coetanei mentre sfondano la vetrina di un noto negozio di abbigliamento sportivo. Non interviene, almeno in quel momento. Osserva, riprende, forse condivide. Non sappiamo chi sia, che cosa pensi, che cosa lo abbia portato lì. Tuttavia, in quell’immagine c’è qualcosa che va oltre la cronaca di una giornata di violenza. Chi è quel ragazzo? E soprattutto, che cosa pensano gli italiani di quello che è accaduto? Il sondaggio realizzato da Only Numbers restituisce una fotografia interessante, perché mostra due sensibilità che faticano a incontrarsi. Da una parte gli adulti che guardano soprattutto all’ordine pubblico, alla responsabilità individuale, alla necessità di punire. Dall’altra i giovani che sembrano interrogarsi maggiormente sul proprio futuro e sulle opportunità che la società è in grado di offrire loro.

Questo non significa che i ragazzi giustifichino la violenza o che gli adulti siano incapaci di comprenderne le cause. Indica, piuttosto, che davanti alla stessa immagine rischiamo di porci domande differenti. Siamo sicuri che dobbiamo assolutamente fare una scelta dicotomica tra violenza o disagio, tra sicurezza o inclusione, o anche tra punizione o recupero? Sono tutte alternative solo in apparenza, perché il problema comincia quando siamo costretti a sceglierne una sola. Per cercare di comprendere che cosa sia successo a Milano, occorre innanzitutto ricostruire il contesto. La settimana scorsa migliaia di studenti avevano manifestato pacificamente per denunciare le condizioni della scuola. Il sabato la protesta era proseguita in una mobilitazione più ampia contro il costo della vita. Poi, in un contesto diverso, sono arrivate le devastazioni.

È una distinzione fondamentale, perché la protesta non è violenza, e la violenza di alcuni non può diventare la colpa di tutti. Difendere il diritto di manifestare significa anche impedire che quel diritto venga usato come alibi per saccheggi e aggressioni.

Nel sondaggio il dato che colpisce maggiormente è l’età. Circa l’80% dei fermati era minorenne. Per il 64,8% degli intervistati è proprio questo l’aspetto principale della vicenda; tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni la percentuale sale al 79.3%. La giovane età, dunque, non è un dettaglio, è ciò che rende l’episodio più inquietante, perché sposta la domanda dal presente al futuro. Non siamo soltanto di fronte a un problema di ordine pubblico, perché allo stesso tempo ci chiediamo che cosa stia succedendo a una generazione che, almeno in parte, sembra avere difficoltà a riconoscere i confini tra desiderio, frustrazione e legittimità delle proprie azioni. Tuttavia, essere minorenni non significa essere irresponsabili per definizione, così come essere giovani non significa essere incapaci di distinguere il bene dal male. Ecco perché il tema delle pene divide. Se a livello nazionale l’81,1% degli intervistati è favorevole a un inasprimento delle sanzioni per i minori, tra i 18 e i 24 anni la percentuale scende al 56.1%.

Poco più di uno su due. Non è necessariamente indulgenza. Può esserci infatti la piena consapevolezza che la pena, da sola, non risolva il problema, ma può esserci anche una maggiore vicinanza generazionale rispetto a chi è direttamente coinvolto.

Il sondaggio ci dice quindi che la distanza tra le generazioni è forte ed è reale. Sulle responsabilità, gli italiani sono altrettanto netti. Il 73,7% degli intervistati ritiene che vadano riviste l’età imputabile e le pene previste, mentre l’82,5% pensa che dei danni debbano rispondere anche genitori, famiglie o tutori. Eppure, per circa un italiano su tre (33.6%), tra le misure più efficaci ci sono percorsi educativi e lavori socialmente utili obbligatori. Questo è un dato che merita attenzione, perché dentro la richiesta di punire esiste anche una domanda di recupero. Gli italiani vogliono che chi sbaglia risponda delle proprie azioni, ma una parte significativa dell’opinione pubblica sembra riconoscere che la sanzione dovrebbe servire anche a evitare che lo stesso comportamento si ripeta. Forse il punto della questione non è scegliere tra fermezza e prevenzione, ma è capire come renderle complementari. Una città non diventa più sicura soltanto perché aumenta le pene, così come non diventa più giusta se rinuncia a far rispettare le regole. La responsabilità individuale deve essere chiara e la pena certa, anche perché il consenso verso i provvedimenti del governo, particolarmente forte tra gli elettori dei partiti di maggioranza, non equivale automaticamente a una soluzione. Condividere una misura sul piano dei principi non significa che quella misura produrrà risultati immediati. La sicurezza si costruisce con la presenza delle forze dell’ordine, ma anche con la scuola, i servizi sociali, le opportunità di lavoro, la capacità di presidiare i territori prima che diventino luoghi di abbandono, ma soprattutto con la famiglia.

C’è poi una questione che rischiamo di affrontare soltanto in termini di ordine pubblico che riguarda l’integrazione. Tra i ragazzi coinvolti ci sono anche giovani italiani di seconda e terza generazione.

Per il 62,1% degli intervistati, il percorso di integrazione nel nostro Paese non è stato completato. È un dato che invita a riflettere, ma non autorizza a trasformare l’origine familiare in una spiegazione della violenza. La maggioranza dei ragazzi di seconda generazione non partecipa a devastazioni e saccheggi. Pertanto, attribuire a un’intera comunità il comportamento di alcuni sarebbe ingiusto e, soprattutto, poco utile a capire. Il problema da porsi è che cosa significhi sentirsi parte di una società. Non basta avere la cittadinanza, frequentare una scuola, parlare la stessa lingua, occorre anche poter immaginare un futuro e sentirsi parte di una comunità. La gratitudine dei genitori verso un Paese che ha offerto loro nuove opportunità non si trasmette automaticamente ai figli, che misurano le proprie aspirazioni anche attraverso i modelli, spesso irraggiungibili, proposti dai social. Le sneakers di ultima generazione, il capo firmato, il telefono costoso diventano così simboli di appartenenza e di riconoscimento. Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire alla povertà la causa della violenza, perché milioni di ragazzi vivono le stesse difficoltà senza rubare o devastare i negozi. La questione – forse – è come educare al desiderio, alla frustrazione e al limite. In questo senso, il telefono del ragazzo di via Torino è il dettaglio più eloquente. La violenza può trasformarsi in spettacolo, essere filmata e condivisa, diventare uno strumento per ottenere visibilità e riconoscimento. L’azione e la sua rappresentazione finiscono così per alimentarsi a vicenda, senza bisogno di una regia politica organizzata.

A una settimana di distanza, la fotografia è cambiata, ma non per questo è più rassicurante. Il centro di Milano si attraversa tra cordoni di sicurezza, controlli a campione e mezzi delle forze dell’ordine a ogni angolo, mentre molti negozi hanno scelto di svuotare le vetrine e abbassare le serrande, per paura che le scene di sabato scorso si ripetano. È la risposta che l’opinione pubblica chiedeva, ed è comprensibile. Tuttavia, è anche la prova di quanto sia costoso, per tutti, il prezzo della frattura. Una città che si protegge da una – piccola – parte dei propri giovani. Il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza, coerente con quel 73,7% che chiede pene riviste. Resta da capire se basterà a impedire che, tra un mese, ci si ritrovi davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Torniamo allora a quel ragazzo. Non sappiamo chi sia né che cosa lo abbia portato lì. Sappiamo, però, che non possiamo ridurlo soltanto a un problema di ordine pubblico, né invocare il disagio per assolverlo. Il punto non è scegliere tra sicurezza e futuro, ma riconoscere che sono legati. Una società che rinuncia a punire indebolisce le proprie regole e una società che si limita a punire rischia di ritrovarsi domani davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Quel ragazzo è una responsabilità del presente e una domanda sul futuro… Un Paese maturo deve saperle tenere insieme.


La rabbia nel vuoto dei partiti


La rabbia nel vuoto dei partiti

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Ho scritto queste poche righe prima di sapere se vi sarebbero state e come eventualmente sarebbero andate le manifestazioni previste per il pomeriggio di sabato. Mi auguravo ovviamente che non si ripetesse quanto avvenuto. Mi auguravo e mi auguro che la stragrande maggioranza dei giovani non voglia indebolire e isolare ancora di più le ragioni della protesta, permettendo durante i cortei momenti di pura e gratuita violenza. Non mi auguro, invece, che coloro che ci governano, in Italia e in Europa, intendano mostrarsi responsabili, e cioè capaci di rispondere, a queste ragioni. Non me lo auguro poiché sono perfettamente disperato sul fatto che ne siano capaci. In grado sono soltanto di inseguire gli effetti di decenni ormai di pessimo governo, e di inseguirli sul terreno più arretrato, con i mezzi meno adeguati, quelli dei vari “decreti sicurezza”.

Lo spirito dei Vannacci è quello che li guida. Inutile mostrare loro, dati e analisi internazionali alla mano, che inasprimenti di pena e strumenti analoghi non hanno alcun potere di deterrenza nei confronti di determinati comportamenti. Lo avrebbero forse per reati finanziari e evasione fiscale, ma il mantra è: non si metta mano nella tasca degli italiani!

Derubricare ciò che stiamo vivendo a questione di ordine pubblico e a una forma di irrazionale violenza giovanile sarebbe grottesca, ridicola manifestazione di ignoranza storica, se appunto non generasse perversi provvedimenti legislativi. Stiamo vivendo un salto generazionale senza mediatore, senza “federatore” tra le due sponde. L’una è un’Europa vecchia, in crisi nel sistema manifatturiero che era stato a fondamento della sua crescita, con un gap tecnologico nei settori più innovativi ormai incolmabile rispetto agli altri grandi spazi politici del globo, un’Europa incapace di farsi corpo politico, di darsi strategie convergenti sulle materie decisive del fisco, delle politiche sociali, della immigrazione.

L’altra sponda è una generazione cresciuta nel tracollo delle speranze di fine secolo: che la moneta unica fosse foriera di unità politica, che ciò potesse produrre crescita di competitività e benessere, che l’Europa sapesse far valere un nuovo ordine di Diritto internazionale contro la logica del più forte e della guerra. Tra le attese e la realtà si è spalancato un baratro, si è aperto sotto i piedi di questa generazione un vuoto tremendo. Chi si illude di coprirlo con qualche norma penale non farà che renderlo insuperabile.

Certo, le manifestazioni di questi giorni, e non solo nelle loro punte di violenza, evidenziano come anche quelle attese si siano fatte confuse, prive di obbiettivi precisamente definibili. E sarebbe facile ricordare ai giovani la lezione che proprio rivolgendosi a loro pronunciò Max Weber alla fine della prima Grande Guerra sul senso e il valore della politica, come agire ordinato su un progetto razionalmente perseguibile. E sarebbe facile indicare loro la differenza tra ribellismo e rivoluzione. Potrebbe davvero questa “saggezza” essere maestra delle loro vite? Non sono le parole a essere maestre, ma i fatti. E i fatti dei padri stanno qui, davanti agli occhi. Crollo di potere d’acquisto per lavoro dipendente, pensionati, ceto medio, parallela crescita delle disuguaglianze, lavoro precario e ben difficilmente adeguato al livello formativo, al merito, scuola e università che hanno quasi perduto il loro valore di “ascensore sociale”. Quando i padri comprenderanno che questa crisi politica e sociale è crisi della democrazia nel significato strutturale, non ideologico, che essa riveste, sarà forse troppo tardi.

La protesta giovanile è sintomo di una crisi di sistema. Come fossero giovani estremisti i milioni di manifestanti per il reddito e la casa, guidati da numerosi sindaci, di Parigi o di Madrid. O i lavoratori dell’Ilva o gli auto-trasportatori o il mondo dell’agricoltura che quotidianamente protesta contro le assurde normative comunitarie. I giovani sono semplicemente oggi l’anello più debole della protesta, e perciò anche quello meno ascoltato. Gli altri hanno peso politico, sociale, contano bene o male su organizzazioni, gruppi dirigenti. I giovani si incontrano sui social, si parlano per segnali di fumo. E sono perciò esposti anche a ogni infiltrazione da parte di gruppi che manifestano la propria rabbia in forme che spesso contrastano esplicitamente e coscientemente gli obbiettivi del movimento.

È fisiologico che ciò accada laddove un movimento non abbia un orientamento abbastanza solido e manchi di qualsiasi forma di organizzazione. Un tempo ormai remotissimo avevano luogo manifestazioni in cui servizi di ordine predisposti dagli organizzatori rendevano impossibile la presenza, al loro interno, di gruppi come quelli che hanno fatto a pezzi il centro di Milano. Il movimento attuale non sarà mai in grado di metterli in piedi. Solo forti sindacati, forti partiti politici lo possono. La protesta e anche la rabbia delle giovani generazioni poteva un tempo venire canalizzata e metabolizzata attraverso queste organizzazioni. Esse filtravano la protesta, cercavano di porre un ordine nelle richieste, davano vita a discussioni e infine a manifestazioni di massa. L’eversione, se c’era, stava altrove.

Quel tempo è finito. L’Europa ha deciso da anni che partiti e sindacati sono ferri vecchi, che gli organismi intermedi sono di ostacolo alle decisioni e che queste debbono essere, nella sostanza, in mano a chi detiene il potere economico-finanziario. Così il sindacato è quello dei pensionati e i partiti divengono comitati elettorali. E perciò nessuno organizza la protesta e nessuno dà vita a manifestazioni di massa che abbiano quel carattere democratico, di discussione, di forza costituente, che solo le rende utili. Su questo dovrebbe riflettere il cosiddetto “campo largo” – e sarebbe questo anche il solo modo concreto di esprimere la propria solidarietà a chi difende la sicurezza dei cittadini.


Il pugno di ferro non può trasformare i giovani in nemici


Nella foto gli scontri del 24 ottobre a Torino

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il pugno di ferro del governo contro le piazze del nuovo spontaneismo sfasciatutto ha dato i suoi risultati: niente assalti alle vetrine, tafferugli modesti, molti fermi per il nuovo reato di “violenza organizzata in occasione di manifestazioni pubbliche”, l’arresto eccellente del presunto leader della mobilitazione social. Fanno impressione i dati di Milano: solo lì, 2.921 persone identificate, 171 trattenute con fermo preventivo, 44 denunciate. L’enorme apparato di sicurezza messo in campo ha funzionato e il centrodestra ha le sue ragioni per vantarsene, come ieri hanno fatto tanti suoi esponenti per tutta la giornata. Ma nel day after, al di là del trionfalismo per i rischi evitati, si impone la domanda da sempre legata alle prove di forza superate con successo: e adesso, che farne di questa vittoria?

I minorenni di origine straniera residenti in Italia, che qui studiano e spesso sono nati, sono circa un milione, una quota non irrilevante. Nell’arco degli ultimi vent’anni abbiamo fatto di tutto per farli sentire estranei e indesiderati. I loro genitori erano quelli che rubavano il lavoro agli italiani, intasavano servizi sociali, occupavano case popolari a discapito dei cittadini doc, colonizzavano il commercio con il loro kebab e le loro botteghe alimentari a basso costo, e ovviamente rubavano, stupravano, spacciavano. E loro, i figli, sono stati costantemente raccontati come alieni disturbanti da tenere a bada nelle scuole con specifici “tetti”, potenziali maranza che provocano – quante volte lo si è detto – la fuga dalle classi dei ragazzini italiani, perché con loro accanto è impossibile studiare e imparare.

È lungo un anno se vissuto così, come l’ha trascorso Torino con le sue piazze di rivolta. Arrabbiate, legittimamente partecipate, ma quasi sempre con la coda violenta. È raro che i numeri – freddi e decontestualizzati – riescano a scattare fotografie nitide. Nel caso di specie però a qualcosa servono. Se dicono – ad esempio – che negli ultimi 12 mesi (e quindi a partire dall’autunno 2025) sono finiti sul registro degli indagati 341 maggiorenni, (cui si aggiungono decine di minorenni), circa 25 misure cautelari tra carcere, arresti domiciliari, obblighi di firma e di dimora sono state decise dai giudici su richiesta dei pm guidati da Giovanni Bombardieri. Più di una dozzina le inchieste aperte.

Otto gli episodi in cui cortei, presidi, manifestazioni, marce sono terminate con un terzo tempo di botte, scontri e/o devastazioni. Magnitudo diverse, ma pur sempre tinte da cronaca nera. Accompagnate dal bollettino nato dalla somma dei singoli feriti tra manifestanti e forze dell’ordine: circa 400 se si tiene conto della guerriglia avvenuta in Valsusa la scorsa estate. L’ultima conta è di ieri e riguarda la manifestazione contro il carovita: sono state identificate 413 persone, 38 accompagnate in questura, 2 arrestate a cui viene contestata la resistenza a pubblico ufficiale, in un caso aggravata. Ancora: 25 manifestanti sono stati denunciati a vario titolo per istigazione a delinquere, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale. L’indagine è della Digos della Questura guidata da Massimo Gambino.

Ciò che non si può negare e che attribuisce a Torino un tratto più identitario rispetto a tutte le altre piazze italiane è la complessità delle anime che si sono fuse in molte proteste nonché la presenza costante del cosiddetto network antagonista che ingloba l’ex centro sociale Askatasuna ma anche i collettivi universitari. E poi ci sono componenti del mondo anarchico, seconde generazioni, giovani delle periferie che hanno da tempo abbandonato finanche i percorsi scolastici.

In questo suk, nel quale le galassie di autonomia operaia spesso guidano, ma non governano più gli scontri anche per la diversità degli attori in campo, c’è il racconto di un unicum nazionale. Iniziato a ottobre 2025 con l’assalto alle Ogr con devastazione dei relativi arredi (fatti commessi da circa 150 persone quasi tutte a volto coperto), continuato con l’accerchiamento dello stabilimento del gigante dell’aerospazio Leonardo con tanto di distruzione delle auto di alcuni dipendenti. Era seguita l’invasione della pista dell’aeroporto di Caselle, per il blocco del raccordo di tangenziale che dal capoluogo conduce all’aeroporto Sandro Pertini e l’occupazione dei binari delle principali stazioni dei treni: Porta Nuova e Porta Susa. Ancora l’invasione della redazione de La Stampa, portata termine dalla costola di un corteo di antagonisti e liceali che transitava in via Nizza, in occasione dello sciopero generale del 28 novembre, conclusa con 18 richieste di misure cautelari e 43 denunciati a piede libero.

È seguito – dopo 33 anni di occupazione – lo sgombero del centro sociale portato a termine dalla polizia a pochi giorni da Natale. Un fatto contestatissimo dal quale gemmerà una manifestazione di protesta cui aderirono più di 30 mila persone. Corteo pacifico e colorato per chilometri, fino a quando, raggiunta la zona dello stabile di corso Regina Margherita, si è scatenata la guerriglia: 1500 tra antagonisti, anarchici stranieri (soprattutto francesi), in assetto paramilitare hanno ingaggiato uno scontro di due ore e mezzo con la polizia. Bilancio: 117 feriti e adesso 19 richieste di misura cautelare (carcere e domiciliari) per altrettante persone pendenti di fronte al gip. Ma le indagini sono ancora in corso e sono decine gli indagati anche d’Oltralpe. Che componenti straniere in massa siano intervenute nei disordini è un dato oggettivo, confermato dagli arresti – sempre della Digos – del luglio scorso in occasione dell’assalto ai cantieri Tav della Valsusa. Negli atti si tratteggia un’internazionale dei disordini di piazza giunta a Torino anche dall’Olanda e dalla Grecia «per bruciare le macchine della polizia».

E poi gli assalti incontrollati al centro cittadino dei giorni scorsi contestuali alle devastazioni di alcuni licei della città (ma anche della palestra di una scuola elementare) e ai negozi del centro, Feltrinelli compresa. Anche qui il parterre è vasto, le anime si fondono, Askatasuna è la miccia, ma la rabbia è trasversale a più galassie. Confusa tra lacrimogeni e slogan, non si scorge ancora una regia unica. Neanche a Torino.

Lo stesso tipo di diabolizzazione, anche se con argomenti diversi, ha inchiodato i giovani italiani al bias dei bamboccioni perdigiorno, annidati fino a trent’anni a casa di mamma e papà, incapaci di rimboccarsi le maniche e di accettare la gavetta a basso reddito che consente di entrare nel mondo del lavoro. Gente che vuole studiare anziché fare l’idraulico o il muratore, e poi pretende pure di trovarsi un posto con le sue futili competenze universitarie. “Sicuramente l’Italia non soffrirà a non averli più tra i piedi”, disse dieci anni fa un ministro del Lavoro (Giuliano Poletti) commentando l’emigrazione all’estero di migliaia di laureati. Poi si corresse, ma l’animus di quella frase è rimasto nell’aria e ha generato un’assoluta ignavia verso la fuga di cervelli, braccia, persone, da un Paese che sembra non avere spazio per loro, oltreché un’alta intolleranza per chi vuole restare e rivendica un po’ di attenzione.

E adesso, che vogliamo farne di tutti costoro? Dopo aver “isolato i violenti”, come si usa dire nel linguaggio delle piazze, un’offerta va fatta, dovrebbe essere fatta. Ma al suo posto, ieri, abbiamo visto il contrario. Per tutta la giornata le dichiarazioni della maggioranza hanno avanzato un florilegio di sospetti che delegittimano del tutto le ragioni delle mobilitazioni, dalla possibile connection anarco-islamista all’azione manipolatrice di misteriose centrali straniere. Come se la protesta dei ragazzi non avesse motivi concreti, autentici, misurati in ogni statistica nazionale e in ogni confronto internazionale. Come se fossero, tutti, burattini legati a fili segreti o adolescenti in cerca di facili emozioni. Eppure, proprio l’esperienza storica vissuta dalla destra – quella del ghetto, con tutte le sue conseguenze; quella del complottismo permanente, con il suo portato di criminalizzazione – dovrebbe suggerire uno sguardo sulla questione giovani più largo e più sincero. Schiacciare nella categoria dei maranza eterodiretti oltre un milione di ragazzini significa dar ragione a chi dice: l’unica soluzione è remigrarli. Trattare da annoiato sfasciavetrine ogni studente che protesta vuol dire dar ragione a quelli che pensano: se scappano all’estero, meglio.


Legge elettorale, se quel premio è il trionfo della prepotenza


La Corte valuterà la coerenza con i principi della Costituzione. Con la soglia del 42% l’elettore perde ogni controllo sul senso reale della sua scelta

(di Gustavo Zagrebelsky – repubblica.it) – Ciò che non piace non è incostituzionale solo per questo. Ma tutti sanno che l’incostituzionalità di una legge non deriva soltanto da un contrasto con questa o quella specifica norma della Costituzione. Deriva anche dalla irragionevolezza rispetto ai suoi principi e valori, tanto più quando è “manifesta”. La legge elettorale testé approvata passerà sotto la lente, come sempre accurata e limpida, della Corte costituzionale. Sarà censurata qua o là oppure passerà indenne. In ogni caso, per salvarla si dovrà dimostrare che essa, nelle sue scelte di fondo e nelle sue norme particolari, non è solo il prodotto di interessi contingenti, ma regge anche alla luce di una qualche possibile visione di “giustizia elettorale”. Se no, sarebbe solo “ingiustizia elettorale”, cioè prepotenza o insipienza.

Innanzitutto, la legge non stabilisce un sistema elettorale, ma ne prevede due. Oscilla tra poli opposti. É bipolare. Si presenta come proporzionale: a ciascuno tanti seggi in rapporto ai voti ottenuti. Ma poi può trasformarsi nel contrario, in maggioritario: alla lista o alla coalizione più votate, se ottengono almeno il quarantadue per cento dei voti, è dato un “premio” (settanta seggi su un totale di quattrocento alla Camera e trentacinque su un totale di duecento al Senato). Se tale condizione non si realizza, si ritorna al punto di partenza, al proporzionale.

Dunque, due sistemi alternativi. L’elettore partecipa col suo voto e, di voto, ne ha uno solo. Come sarà utilizzato una volta dato, non sa. Varrà proporzionalmente o maggioritariamente? Si vedrà. Non dipende da lui. Dipende dal voto altrui se la fatidica soglia del quarantadue per cento sia o non sia raggiunta. É un’insostenibile incertezza, incompatibile con l’esigenza democratica primordiale che egli conosca il valore potenziale del voto che ha in mano, per poterlo dare di conseguenza. Col sistema proporzionale egli sostiene il proprio partito. Col maggioritario, si formano e si votano coalizioni. La scelta dell’elettore è di natura assai diversa. Col sistema proporzionale, la scelta è, per così dire, semplice; col maggioritario, è complessa e, per così dire, compromissoria. Per esempio, a destra e a sinistra (non c’è bisogno di fare esempi), nella coalizione ci potrebbero essere partiti che, per quanto indigesti, finiscono per giovarsi del voto di elettori che, col proporzionale, mai li voterebbero. Allora, o li si digerisce o, se non ci si riesce, ci si astiene. Se poi l’elettore, nelle sue scelte, considera anche il cosiddetto “voto utile”, il quadro cambia radicalmente a seconda dell’uno o dell’altro sistema elettorale. Ma, egli ignora quale sarà.

Il “premio” cambia dunque la natura della competizione elettorale, con le conseguenze ora dette. Ma, non è solo questo. Lo si chiama premio, ma la parola nasconde che esso è anche un castigo. Poiché il numero dei componenti le due Camere è fisso essendo stabilito dalla Costituzione, il “premio” non può essere una semplice aggiunta, ma deve comportare una parallela ed equivalente sottrazione. É necessario. La legge prevede complesse operazioni a questo fine: i divites, più ricchi di voti, esaltati; gli esurientes, più poveri, umiliati. Le minoranze, oltre a essere tali, devono pagare un tributo alla maggioranza e scontare la loro debolezza. Diverso sarebbe se il premio fosse davvero solo premio senza punizione. L’alterazione della rappresentanza non dipende solo dai seggi dati in premio, ma dalla somma di questi con quelli sottratti per punizione e questo numero può essere grande e abnorme. Diverso sarebbe se il premio fosse davvero solo premio senza punizione. Ma, siccome così non può essere, che ne è del Parlamento come organo della rappresentanza democratica?

“Premio di governabilità”, ripete ossessivamente un legislatore che ignora la lingua che usa: governabile è colui che si lascia governare, non colui che governa. La parola tradisce un retro-pensiero? Il gregge è governabile dal pastore, ma il pastore sa governare. A parte ciò, non è affatto chiaro come e perché il premio contribuisca alla “governabilità” del sistema politico. É un allettamento: forze politiche diverse prima si coalizzano per ottenerlo ma poi, una volta ottenuto, non hanno alcun motivo per mettere a tacere le diversità. Anzi: gonfiata e protetta, la maggioranza, di per sé, non cesserà di essere una sommatoria e i suoi diversi addendi potranno farsi valere rendendo difficile il governo, senza tema di farlo cadere. La coesione ci sarà sul comune interesse a durare e a occupare e spartirsi i “posti” disponibili, a incominciare dalla presidenza della Repubblica: il premio consentirebbe alla maggioranza gonfiata, quale che sia: di destra o di sinistra, di eleggere da sola chi vuole al vertice delle istituzioni. Da lì, a cascata, potrà agire per tentare di normalizzare, condizionare e rendere innocue le garanzie oggi previste contro gli abusi del potere, a incominciare dalla Corte costituzionale e dal Consiglio superiore della magistratura e, poi, giù giù, a cascata. La suadente governabilità potrà mostrare il suo volto alla luce del sole: non il governo ma il potere. Questo sarà il cemento, quello che nella Germania degli anni ‘30 si chiamava Gleichschaltung, la livella di chi non sta sul carro del vincitore.

A meno che la Corte costituzionale, quando sarà chiamata a giudicare, e gli elettori, quando saranno chiamati a votare, a questi rischi non preferiscano l’alternativa consentita dalla legge: negare a tutti il bramato premio del quarantadue per cento.


Le trappole del Fisco: dove si nascondono, chi ci rimette e non lo sa


Le Trappole del Fisco - video Dataroom

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – A ogni riforma fiscale annunciata, scatta la convinzione che ci resteranno più soldi in tasca. Non avviene per caso: è la politica a dichiararlo apertamente, oppure a insinuarlo. Illudendoci. La stessa politica che invece tace sulle «trappole del Fisco» con cui continuiamo a fare i conti e che nessuna riforma ha mai risolto. Anzi, spesso le ha peggiorate. Abbiamo deciso di chiamarle «trappole» perché sono ben mimetizzate dentro a norme di difficile comprensione anche per i commercialisti, tant’è che per individuarle occorre metterle tutte in fila, fare i calcoli su ogni passaggio e comprendere come ogni nuovo provvedimento si incastra con quelli precedenti. Il quadro finale è che lo slogan politico quasi sempre nasconde una penalizzazione che chi governa e chi ne trae beneficio non hanno interesse a evidenziare.

Dipendenti pubblici e dipendenti privati

Prendiamo due dipendenti, uno privato e uno pubblico. Guadagnano entrambi 30 mila euro lordi l’anno. Ipotizziamo che tutti e due ottengano lo stesso rinnovo contrattuale: 638 euro lordi annui. Ma su quell’aumento, secondo i calcoli dell’economista Simone Pellegrino dell’Università di Torino, il dipendente privato, grazie a una tassazione agevolata del 5%, paga 32 euro di imposte. Quello pubblico, escluso dall’agevolazione, resta soggetto al regime ordinario, dove il prelievo sulla crescita di stipendio raggiunge il 41,7% e le imposte sono 227 euro. Una differenza di 195 euro. Stessa busta paga, stesso aumento, imposte completamente diverse. Il motivo? La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una tassazione agevolata del 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali firmati tra il 2024 e il 2026. Il beneficio riguarda soltanto i dipendenti del settore privato con un reddito da lavoro fino a 33 mila euro. Restano fuori i 3,3 milioni di impiegati statali, per i quali continua a valere il regime ordinario. Non sappiamo ancora se l’agevolazione sarà prorogata con la legge di Bilancio 2027, l’ultima prima delle elezioni politiche previste per il prossimo anno.

(…) dal 2014 si è costruita una complessa impalcatura di bonus e detrazioni da lavoro dipendente. Comprenderla (…) è un’impresa.

Ma come mai è stato necessario introdurre questa agevolazione? Perché a cominciare dal 2014 si è costruita una complessa impalcatura di bonus e detrazioni da lavoro dipendente. Comprenderla, con tutte le cifre che si accavallano, è un’impresa. I bonus sono somme che si aggiungono allo stipendio: uno riguarda prevalentemente chi guadagna fino a 15 mila euro, un altro chi arriva a 20 mila. Le detrazioni da lavoro, invece, sono sconti sulle imposte da pagare: la prima, dopo i 15 mila euro, diminuisce progressivamente fino ad azzerarsi a 50 mila; la seconda vale 1.000 euro fino a 32 mila euro, poi si riduce fino a scomparire a 40 mila. Misure sacrosante nelle intenzioni, pensate per far pagare meno imposte in queste fasce di reddito. Ma, quando si parla di fisco, non è importante concentrarsi solo su quante imposte si pagano in base alle tre aliquote del 23, 33 e 43%, ma anche su quante se ne pagano in più se il reddito cresce un po’. La trappola scatta proprio sulla parte di aumento e si finisce per pagare più tasse per due ragioni diverse: sulla parte guadagnata in più si versano le imposte previste dal proprio scaglione di reddito; e contemporaneamente, guadagnando un pochino di più, si perde una parte delle detrazioni a cui si aveva diritto.

Il risultato è che sull’aumento di stipendio il Fisco può trattenere molto più di quanto prevede l’aliquota Irpef del proprio scaglione: il prelievo effettivo è del 17,7% per i redditi lordi tra 8.500 e 15 mila euro; del 27,4% tra 15 e 20 mila euro; del 32,2% tra 20 e 28 mila euro; del 41,7% tra 28 e 32 mila euro. Il colpo di grazia arriva tra 32 e 40 mila euro: sugli aumenti di stipendio il Fisco trattiene il 54,1%. Superati i 50 mila euro le detrazioni si azzerano e di conseguenza sugli aumenti di stipendio si torna a pagare l’aliquota prevista dal proprio scaglione.
Ecco, dunque, che cosa è successo: per aiutare imprese e sindacati a rinnovare i contratti (perennemente in ritardo) e lasciare più soldi in tasca ai lavoratori, la Finanziaria ha ridotto al 5% le imposte sugli aumenti per i dipendenti privati. Giusto. Ma lo ha fatto senza risolvere il problema vero: il meccanismo distorsivo che sta alla base. Così due lavoratori con lo stesso stipendio e lo stesso aumento vengono trattati dal fisco in modo completamente diverso.

Prof delle superiori

Facciamo un altro esempio. Un professore delle superiori, con 18-24 anni di servizio, guadagna 42.913 euro lordi l’anno (minimo tabellare). Tolti i contributi, resta un imponibile di 38.969 euro. Che cosa succede nel passaggio allo stipendio netto? In base ai conti degli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’Università di Ferrara, le riforme fiscali del governo Draghi e del governo Meloni gli fanno risparmiare 1.574 euro di imposte l’anno. Ma anche qui c’è una trappola: il Fisco tassa la busta paga come se l’inflazione non ci fosse. È il cosiddetto «fiscal drag».
Immaginiamo che il nostro stipendio sia una bottiglia d’acqua e l’inflazione il caldo. Quando la temperatura sale, abbiamo più sete e la bottiglia non basta più a dissetarci. Il barista, che rappresenta il Fisco, ci fa pagare però sempre la stessa cifra e noi restiamo con la sete. Se riceviamo, poi, una bottiglia leggermente più grande non abbiamo più acqua di quella che ci serve, ma soltanto quella necessaria a compensare il caldo. Però sul quantitativo d’acqua in più lo stesso barista invece ci chiede più soldi. Ebbene, se gli scaglioni Irpef e le detrazioni fossero stati adeguati all’inflazione, grazie alle riforme fiscali il professore avrebbe realmente in tasca qualcosa in più poiché il suo stipendio netto sarebbe di 32.821 euro. Per mantenere il potere d’acquisto del 2019 gliene basterebbero 31.769. Ma interviene il drenaggio fiscale con 2.825 euro di tasse aggiuntive, trasformando il vantaggio in 1.773 euro di perdita. Il netto scende quindi a 29.996 euro. Tra i Paesi Ocse osservati dal 2000 al 2024, in Europa non hanno mai adeguato il prelievo all’inflazione solo Portogallo, Spagna, Polonia, Slovenia, Grecia. E Italia.

Avvocati con flat tax

Un ultimo esempio, come risulta da una simulazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Due avvocati fatturano 60 mila euro all’anno. Entrambi aderiscono al cosiddetto «regime forfettario», riservato a chi non supera gli 85 mila euro di ricavi. Qui il Fisco non guarda i costi che i liberi professionisti sostengono per lavorare: stabilisce in anticipo, in base al tipo di attività, quale percentuale considera come spese, determinando di conseguenza il reddito da tassare. Per gli avvocati è il 78%, perché presume che il restante 22% siano i costi sostenuti. Il reddito imponibile è quindi di 46.800 euro. Su questi si applica la flat tax del 15%: entrambi pagano 7.020 euro.
Ma il primo avvocato ha soltanto 5 mila euro di costi reali, pertanto sul suo guadagno effettivo di 55 mila euro l’imposta pesa il 12,8%. Il secondo ha una segretaria part-time e arriva a 20 mila euro di costi: il suo guadagno effettivo scende a 40 mila euro, ma continua a pagare le stesse imposte che per lui pesano il 17,6%. Si premia dunque chi tiene l’attività piccola e snella, mentre chi investe di più o crea un posto di lavoro viene penalizzato. Stessa flat tax, peso diverso. Di piatto non c’è proprio nulla.
Il problema è che le riforme fiscali non possono essere fatte a colpi di messaggi ingannevoli e soluzioni tampone. Su ogni misura, prima di essere adottata, occorrerebbe considerare quali effetti a cascata produce. Perché quando il Fisco è percepito come ingiusto tradisce la fiducia dei cittadini. E la Banca mondiale ricorda che proprio la percezione di un sistema fiscale equo è il principio imprescindibile che può spingere i cittadini a pagare volontariamente le imposte.


Il Fatto parla di Del Vecchio? E lui punta a comprarselo


Già acquistati. L’imprenditore ha recentemente rilevato il controllo di Qn, Il Resto del Carlino. Il Giorno e La Nazione. Detiene il 30% del Giornale

Il Fatto parla di Del Vecchio?  E lui punta a comprarselo

(estr. di Carlo Di Foggia – ilfattoquotidiano.it) – […] Leonardo Maria Del Vecchio è un editore, ma ha una strana idea di come ci si relaziona con la libera stampa. Dopo averci insultato per alcuni nostri articoli sui suoi affari e le vicende che lo riguardano, ieri il quartogenito di Leonardo, fondatore del colosso Luxottica morto nel 2022, ha deciso che la risposta migliore è tentare di comprarci, per risolvere il problema, per così dire, alla radice.

Lmdv Media – la società di investimento nell’editoria del suo “family office” Lmdv Capital – ha annunciato con una nota di “aver deliberato di autorizzare un’attività di due diligence”, cioè un’analisi dei conti, “al fine di promuovere un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria su Seif (la società che edita il nostro giornale, ndr) finalizzata al delisting”, cioè al ritiro del titolo Borsa. Del Vecchio offre 0,28 euro per azione e vuole una quota del capitale di Seif superiore all’82%, “in modo da rendere inoperante il limite statutario che non consente di possedere azioni Seif in misura superiore al 17% del capitale sociale della società”, si legge ancora nella nota.

Non è il primo giornale che Del Vecchio vuol comprare, visto che ha appena acquistato il controllo dell’editrice di Qn, Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione e rilevato il 30% dell’editrice del Giornale dalla famiglia Angelucci.

[…] Ora alza il tiro e si capisce perché. Del Vecchio ha iniziato ad attaccarci su X, l’ex Twitter, il 14 settembre scorso, quando sul Fatto è uscito un articolo in cui abbiamo raccontato come vanno gli affari del suo family office. L’abbiamo fatto perché è un personaggio con un ruolo ormai di grandissimo rilievo nella finanza, in quanto azionista della holding di famiglia, Delfin, coinvolta nel risiko bancario ma anche nell’editoria. Lmdv ha partecipazioni in 22 società, ma poco dice sui conti. Ad esempio non era disponibile il bilancio del 2025. Quello del 2024 dichiarava un utile netto di 31.917 euro dopo due anni in rosso, un attivo netto di 516 milioni e 358 milioni di debiti.

[…] Il nostro articolo raccontava che Lmdv contestava le ricostruzioni su un’esposizione debitoria di 1,3 miliardi. Lui ne dichiara per 950 milioni e la stessa Lmdv Media è in pegno alle banche che hanno finanziato le acquisizioni. “Il Fatto parla di debiti. Il punto è un altro. Questo governo avrà chi riporta il capitale in Italia. Prima: nessuno. Nessun governo. Ecco perché brucia”, ha scritto su X quel giorno. Due settimane dopo, è tornato sull’argomento con un altro post: “Ho investito più di mezzo miliardo in questo Paese negli ultimi in tre anni, il risultato? Un giornale quotato in Borsa con debiti multimilionari verso i fornitori mi fa i conti in tasca. ‘Tanti affari, pochi utili, molti debiti’ dovreste metterlo sulla vostra homepage. Siete in buona compagnia”.

Il giovane rampollo è poi passato a insultarci il 22 ottobre scorso, parlando di “falso quotidiano” e dandoci dei “ratti del giornalismo”. Quel giorno abbiamo raccontato di una nota del Ros dei Carabinieri del maggio scorso allegata all’ultima chiusura indagini a Milano su vicende legate all’agenzia milanese di dossieraggi Equalize, dove Del Vecchio è vittima di una tentata estorsione (in un altro filone è invece imputato con l’accusa di essere stato un cliente dell’agenzia per far dossierare il fratello e l’ex fidanzata Jessica Serfaty). In un’intercettazione, l’ad di Lmdv Capital Marco Talarico (non indagato) e Gabriele Benedetto (non indagato), membro del cda, discutono su chi fare direttore di Qn per avere vantaggi politici. Poi parlano della situazione finanziaria e Talarico spiega a Benedetto: “Madonna che fatica Gabri, non c’abbiamo un cazzo in mano tu lo sai (…) 500 milioni di penali, c’abbiamo l’aria fritta. Adesso ce ne usciamo con le fideiussioni di Goldman Sachs (…). Capisco il detto: rido per non piangere. Stiamo bluffando con tutti”.

Il 24 ottobre il Fatto ha invece dato conto di una vicenda che riguarda l’erede Del Vecchio e la ex fidanzata Serfaty che è finita in prima pagina sul New York Times e nelle aule di tribunale, ma che in Italia nessun giornale ha ripreso. Secondo il quotidiano Usa, Serfaty e altre quattro donne di Hollywood avrebbero avuto la vita distrutta da campagne diffamatorie basate su siti web anonimi, accuse e documenti falsi costruiti da un network di tre professionisti Usa di pubbliche relazioni, servizi legali e dark web. Il Nyt racconta che Serfaty era fidanzata con Del Vecchio quando a luglio 2024 in una diretta su Instagram ha affermato che lui l’avesse picchiata. Lei ha ritrattato pochi giorni dopo, in seguito a diversi incontri con Del Vecchio e con il suo avvocato, ma lo ha fatto solo perché sotto pressione, ha dichiarato al Times. Poco dopo l’accusa pubblica di Serfaty, sono apparsi in Internet siti web e profili social che la descrivevano come una “ prostituta”.

In tutti questi articoli abbiamo ovviamente inviato domande e chiesto a Del Vecchio di fornirci la sua versione. Nell’ultimo caso, il giovane manager ha anche pubblicato sui social la mail con cui il giornalista lo contattava e pure la sua risposta, che ovviamente abbiamo riportato. Ieri, dopo gli insulti, ha deciso che la risposta più corretta a un giornale che scrive di lui è comprarselo.


Ma mi faccia il piacere


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Pina Fantozzi. “Pina Picierno: ‘Entro in sciopero della fame per salvare le vittime dalla furia di Mosca’” (Repubblica, 20.10). Le vittime della furia di Mosca: “Pinu’, magna tranquilla”.

Minacce. “La linea della premier Meloni: ripristinare la legalità” (Corriere della sera, 23.10). Panico nel centrodestra.

Hasta la svista. “Cav condannato, la Cedu sceglie di non vedere” (Giornale, 23.10). Bastava guardarlo in faccia per capirne l’onestà congenita.

[…] La vera sinistra. “Attenti alle risposte radicali. Il rischio è sognare Mamdani e svegliarsi con Mélenchon” (Paolo Gentiloni, ex premier Pd, Corriere della sera, 21.10). “Una manganellata tra capo e collo è una bella lezione che non si dimentica facilmente” (Vincenzo De Luca, sindaco Pd di Salerno, Repubblica, 24.10). Questa è la famosa sinistra. Poi c’è la destra.

Ha stato Putin/1. “Marco Travaglio, nel suo colonnino livoroso, ha deriso in anticipo chi paventava interferenze russe nei disordini che scoppiano in contemporanea sul territorio del nemico comune di Putin e Trump: l’Europa. Ci sono” (Luca Bottura, X, 22.10). Ai Servizi segreti e al Copasir non risultano, ma a lui l’ha detto suo cugino.

Guerra ibrida. “Russamento. Come evitare di russare e i possibili rimedi: perché succede? Cosa si può fare?” (Corriere.it, 25.10). Purtroppo, con questi russi, c’è poco da fare.

L’esperto. “La disponibilità dell’Ucraina a trattare una pace reale c’è sempre” (Paolo Giordano, scrittore, Repubblica, 21.10). Lo dice per celebrare il quarto anniversario del decreto Zelensky del 4 ottobre 2022 che vieta a ogni ucraino di negoziare con la Russia.

Loga&algo. “Mattarella: ‘L’uso perverso di logaritmi non sviluppi nuove forme di asservimento’” (Repubblica.it, 22.10). Ma pure i seni e i coseni non scherzano.

Maestri di giornalismo. “Mi era stato sconsigliato pure di andare da Lilli Gruber. Purtroppo quella intervista sembrava un po’ forzata. Ero sotto morfina, prescritta dal medico, sia chiaro, dopo aver tolto quattro denti del giudizio” (Leonardo Maria Del Vecchio, 13.10). “Continua la campagna diffamatoria nei miei confronti da parte del Falso quotidiano… Ratti del giornalismo” (Del Vecchio, X, 22.10). A parte che il signorino ha provato in tutti i modi a incontrare noi, ratti del giornalismo, ma invano, resta da capire quando finisca l’effetto della morfina. O quanti denti del giudizio gli abbia donato madre natura.

Maestri di satira/1. “Milano, arrivano i nostri”, “Ombre russe sui maranza” (Giornale, 20 e 21.10). E niente, non puoi fare una battuta che c’è subito qualche genio che la prende sul serio.

Maestri di satira/2. “Crozza… un misto di grillismo prima maniera e travaglismo feroce (mai una condanna dell’aggressione di Putin all’Ucraina)…”. E niente, mi sa che Putin s’è infiltrato anche in Fratelli di Crozza. La famosa satira ibrida.

Boom! “’A causa delle capacità di intervento compromesse dall’esplosione di mille funzionari russi delle ambasciate dall’inizio dell’aggressione militare in Ucraina, Mosca sta facendo affidamento su volontari e criminali reclutati ad hoc’, ha concluso Mc Callum” (Tonia Mastrobuoni, Repubblica, 14.10). Cioè: in quattro anni e mezzo sono esplosi mille funzionari russi nelle ambasciate e non ne abbiamo saputo nulla. E poi dicono che Putin non controlla l’informazione planetaria.

Cappuccetto nero. “La guerra ibrida dietro alle proteste. Italia e Ue abbiano il coraggio di reagire” (Fabrizio Cicchitto, Dubbio, 23.10). Ci vorrebbe una nuova P2.

Due idoli. “Calenda vs Renzi, scintille per la telefonata a Putin. Renzi: ‘È un mitomane. Calenda: ‘Renzi, che – ricordo – fino all’invasione su larga scala dell’Ucraina faceva parte del Cda di una società russa, non vuole far dispiacere a vecchi e nuovi clienti ricordando questi trascorsi” (Adnkronos, 22.10). Un raro momento in cui hanno ragione entrambi.

Buongustai. “Pastorella (Azione): ‘Avrei voluto un’alleanza con Renzi e Magi’” (Foglio, 23.10). Golosone.

Forti coi deboli. “Senza catene. Diario di una vita rubata” (libro di Chico Forti, ed. Piemme). La vita che lui ha rubato a Dale Pike, assassinandolo nel 1998 sulla spiaggia di Miami.

Minzolingua. “Ad ogni italiano l’appoggio all’Ucraina è costatato 3 centesimi al giorno e 11 euro l’anno. Un costo modico per garantirsi libertà e democrazia. Sono stufo di sentire stronzate” (Augusto Minzolini, X, 18.10). È sempre triste il ritiro dalle scene, ma quando uno è stanco delle proprie stronzate non c’è altro da fare.

Scomodoso. “Il prezzo di mafia-appalti. Il pm De Luca: ‘I magistrati scomodi siamo noi’” (Dubbio, 21.10). Per chi?

Entrate e uscite. “Chiesto il carcere per deputato di FdI. Inchiesta di Agrigento sui finanziamenti agli eventi culturali. Nei guai Calogero Pisano, che nega gli addebiti” (Verità, 25.10). E gli accrediti?

[…]

Il titolo della settimana/1. “Travaglio la fa fuori da vaso” (Pietro Senaldi, Libero, 23.10). Speravo di farla franca, invece il guardiano del cesso mi ha sgamato.

Il titolo della settimana/2. “L’ora pià buia dell’Occidente” (Paolo Gentiloni, Repubblica, 10.10). Che bel vedovo.

Il titolo della settimana/3.
“Ranucci, la carta Rainews per fare un altro ‘Report’” (Messaggero, 21.10). “Ranucci e i tupamaros: ora vuole rifare Report su Rainews” (Foglio, 21.10). Hai capito il tupamaro: minaccia addirittura di continuare a fare il giornalista.

Il titolo della settimana/4. “L’islam ci vieta il prosciutto” (Giornale, 16.10). “No al prosciutto, sì al cous cous” (Libero, 16.10). I salami continuano a fare i titolisti per Angelucci.


Ogni tanto una buona notizia: Nordio va in pensione


(AGI)-  “Mai sognato di chiedere arresti di massa ragazzi. L’obiettivo e’ prevenire. Ricandidarmi? Torno alla famiglia, al nuoto, ai gatti”. Cosi’ il ministro della giustizia Carlo Nordio in una intervista al Corriere della Sera. Gli arresti di massa per minori? “Mai sognato di dirlo – specifica – Chi lo sostiene non ha visto la mia intervista a Sky Tg24 o la interpreta a suo uso e consumo. In carcere ci sono tre minori.

Non ce li ho mandati io, ma la magistratura perche’ li ha ritenuti ‘socialmente pericolosi’. Il problema e’ che gli istituti minorili sono affollati e hanno posti limitati, 3 in un giorno gia’ significa aumentare la capienza in modo insostenibile. Non lo auspico, ma se gli arresti continuassero, il problema si porrebbe”.

Nordio ha detto che “la famiglia deve educare, la scuola provvedere all’educazione civica e le parrocchie o le associazioni, all’aggregazione. In tema di ordine pubblico occorre prevenire e abbiamo istituito il fermo preventivo che non e’ carcere ma un controllo. Ma, in casi come Milano, purtroppo come extrema ratio servono misure coercitive”. Per il futuro Nordio esclude di ricandidarsi: “Il prossimo anno compio 80 anni. Da ministro credo di aver dato abbastanza – spiega – e battuto il record di longevita’. Rifarlo sarebbe stucchevole. Sono gratissimo a Giorgia Meloni per l’opportunita’, ma alla mia eta’ credo di aver diritto a tornare alle mie letture, al nuoto, alla famiglia e ai gatti


A PresaDiretta l’inchiesta sulla galassia di Vannacci su TikTok


“Migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria”

(ilfattoquotidiano.it) – Domenica 25 ottobre alle 20.30 su Rai 3, nuovo appuntamento con PresaDiretta. Il programma di Riccardo Iacona affronta il tema del rapporto tra Ai e democrazia; mentre PresaDiretta Open è dedicata al conflitto in Medioriente.

Palantir, il colosso fondato da Peter Thiel, è diventato il cervello tecnologico di Pentagono ed eserciti, mentre bot farm e macchine per la propaganda create con l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale ci profilano e orientano il nostro voto, le telecamere ci osservano e gli archivi di oggi addestreranno le intelligenze artificiali di domani. Chi governa gli algoritmi, potrebbe governare anche noi? E poi un importante reportage da Gaza, tra annunci di ricostruzione, cantieri mai partiti e violenze mai cessate: che fine hanno fatto soldi e promesse?

PresaDiretta Open, nella prima parte della serata, si chiede che fine abbia fatto il Board of Peace, il Consiglio internazionale presieduto da Trump per guidare la ricostruzione di Gaza. Grazie alle immagini girate da Yasser, filmaker palestinese, PresaDiretta racconta una Striscia dove il 94% della popolazione è sfollato, dove l’Onu ha contato 1400 palestinesi uccisi dal cessate il fuoco a oggi e dove l’esercito israeliano controlla e occupa il 64% del territorio. La ricostruzione non è mai partita: il piano operativo del Board vale 2,45 miliardi, contro i 71 che servirebbero secondo l’ONU.

E poi la puntata Democrazia Artificiale. A Roma, a porte chiuse, Peter Thiel parla dell’Anticristo; intanto la sua creatura Palantir, azienda specializzata nello sviluppo di software e analisi di big data con la AI è diventata uno dei cervelli tecnologici del Pentagono e degli eserciti in guerra. PresaDiretta ricostruisce come i suoi software siano entrati nelle istituzioni di vari Paesi anche in Europa: nella sanità inglese e anche nei contratti della Difesa italiana, tra documenti che mancano o che non ci è permesso di leggere.

Queste stesse tecnologie non solo ci sorvegliano, ma soprattutto lavorano per influenzare il consenso politico. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha appena stravinto le regionali soprattutto sui social, con una macchina della propaganda potentissima che funziona grazie alla AI. “Alternita”, il software di AI – scoperto dal gruppo di giornalismo investigativo Correctiv – sceglie le notizie più virali, scrive i post, genera immagini e gonfia le visualizzazioni e il consenso con migliaia di profili falsi. E le stesse tecniche sono già arrivate in Italia, dove su TikTok la galassia di Vannacci conquista i giovanissimi con meme e video creati con l’AI. Insieme a AI Forensics e Trollrensics, PresaDiretta ha ricostruito le origini di migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria.

Infine la crescente diffusione degli strumenti per la sorveglianza di massa: dagli Stati Uniti all’Italia, come vengono trattati i nostri dati biometrici, quelli sanitari, le informazioni finanziarie e in generale tutte le informazioni personali gestiti con l’Intelligenza Artificiale? Come li utilizzeranno le forze dell’ordine, per farne cosa e per quanto tempo?

Riflettori puntati, a chiusura di puntata, sulla truffa con cellule staminali portata avanti, anche con infusioni a domicilio, dalla società polacca BioCells Medical. Dopo l’inchiesta della scorsa edizione, PresaDiretta racconta i nuovi sviluppi sulle indagini giudiziarie, nazionali e internazionali. Le puntate di PresaDiretta sono visibili integralmente su RaiPlay.


Le violenze e la crisi della politica


(Tommaso Merlo) – La partitocrazia ha perso il controllo della società. Oramai rappresenta solo se stessa e i pochi tifosi superstiti. I partiti si sono ridotti ad agenzie di marketing elettorale e i politicanti ad influencer e venditori televisivi di fuffa propagandistica. Arroganti imbonitori disposti a dire tutto e il suo contrario per un pugno di voti. Ed è per questo che i più non votano e non seguono più, perché non credono che votando certi arroganti poltronari cambierà qualcosa. Una crisi di risultati figlia di decenni di promesse a vanvera, scandali perlopiù coperti e legislature sprecate a non combinare nulla se non gli affaracci di categoria e danni. Una crisi di contenuti politici, programmi elettorali diversi a chiacchiere che alla prova dei fatti si riducono tutti alla stessa ordinaria amministrazione mentre la crisi si fa sempre più straordinaria. Con nessuno che affronta i problemi strutturali perché non rendono in campagna elettorale in quanto richiedono sacrifici e non mancette elettorali e perché contrastano coi poteri forti. Una crisi di qualità delle classi dirigenti, un film dell’orrore rispetto al passato. Personaggi sempre più ignoranti ed incapaci ma anche cinici e spregiudicati che una volta sul trono non lo mollano più. I partiti avevano il compito di selezionare le personalità migliori ed oggi invece selezionano il peggio con capibastone che si circondano di parenti, leccapiedi e comprimari che gli garantiscono carriere infinite. Viene premiata la fedeltà, la faziosità, l’ipocrisia, la sfacciataggine che permettono al sistema di sopravvivere ai suoi fallimenti. Egoismo personale che si fa di sistema e meritocrazia al contrario. Gli italiani sono nettamente migliori delle classi dirigenti e per questo si è allargato il fossato alimentando rabbia sociale. Ma ad essere in crisi è anche il modello proposto dal pensiero unico, quello per cui a comandare è il mercato con la politica al suo servizio invece che a quello dei cittadini. Che la crescita economica ricada magicamente a pioggia su tutti si sta rilevando una minchiata epocale. Il mercato si basa sull’ingiustizia sociale e sulla legge del più forte o del più privilegiato. Siamo addirittura arrivati ai trilionari che hanno più soldi di dozzine di paese in cui si muore di fame con migrazioni di massa che alimentano lotte tra poveri. Ridistribuire in maniera intelligente la ricchezza e garantire servizi pubblici e diritti, è un compito che spetta alla politica che deve quindi rafforzare lo stato sociale e non distruggerlo. Ed invece è questo che sta succedendo. È saltato il patto sociale, in passato la classe media aveva un lavoro pagato decentemente, la garanzia di una pensione dignitosa e nella vita con un minimo di sacrifici si poteva permettere addirittura una seconda casa e se avevano bisogno di un dottore si trovava sempre. Oggi i loro figli hanno studiano molto di più ma si ritrovano schiavizzati fin da quando mettono il naso fuori di casa, poveri e senza prospettive, mentre i loro nipoti fanno che scendere per strada a protestare con ancora i pantaloni corti. Anche mettere su famiglia è diventato un lusso mentre tutto attorno cade a pezzi. Colpa di fenomeni storici come la globalizzazione o meglio la deindustrializzazione dell’Occidente a favore di aree in cui il lavoro costa meno ed è sfruttato di più e di una competizione planetaria, un declino a cui però la politica anche di sinistra non ha saputo rispondere se non facendo macelleria sociale per assecondare le esigenze di mercato. Ed ecco i risultati, intere generazioni che sopravvivono precarie e sottopagate, crescita dello zero virgola e servizi pubblici allo sfascio, nessuna rotta alternativa e al collo il macigno del mega debito pubblico che ci rende ricattabile dagli strozzini borsistici. E qui arriva il capolavoro partitocratico. Nel bel mezzo di tale crisi epocale, i politicanti hanno avuto la brillante idea di rimettersi a fare la guerra. E non contro chiunque ma contro due delle fonti energetiche principali del pianeta col risultato di massacrare a colpi di bollette sia famiglie che imprese e adesso dandogli il colpo di grazia con benzina e quindi carovita da incubo. Il tentativo di colpevolizzare a vanvera i più deboli e cioè i migranti e di ridurre tutto ad un problema di ordine pubblico, conferma il livello imbarazzante della politica nostrana. Con anche una devastante crisi demografica, se non ci fosse loro, i nostri giovani sarebbero costretti a raccogliere pomodori e tagliare patate con lauree in scienze politiche e filosofia, mentre masse di esclusi lascerebbero le periferie cittadine per tornare negli entroterra a vivere di una economia di sussistenza mentre molti italiani ricomincerebbero a migrare con la valigia di cartone ma verso la Cina. È così. La violenza è solo un sintomo di una crisi molto più profonda e complessa. Serve una nuova fase politica in cui la vecchia partitocrazia prenda atto del suo fallimento storico e si faccia da parte. Serve una politica espressione dell’oggi e quindi capace di proiettarsi nel futuro unendo invece che dividendo e servendo i cittadini invece di usarli. Una politica seria, umile e concreta che si rimbocca le maniche per uscire da questa grave crisi ma anche per ritrovare nuovi orizzonti.


La voglia di un mostro, purchessia


Il caso di Youssef Siher – “Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona”

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.


Meloni e l’avviso agli alleati. Ipotesi dimissioni a marzo dopo il consiglio Ue a Roma


La prima data utile per il voto sarebbe il 16 maggio. Lo scenario più probabile è election day a giugno con le comunali. La destra accelera sui candidati

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro del Kuwait Sheikh Ahmad al-Abdullah al-Sabah 

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – L’ordine di scuderia è sempre quello: negare, negare, negare. «Si voterà a scadenza naturale». Certamente. In realtà, la macchina della campagna elettorale, a destra, viaggia già a giri talmente alti che Giorgia Meloni, nel corso degli ultimi vertici con gli alleati a Palazzo Chigi, ha tratteggiato anche il momento e l’occasione delle sue dimissioni: l’idea prospettata a Tajani, Salvini e Lupi è di salire al Colle il prossimo marzo, subito dopo il consiglio europeo che quel mese si terrà eccezionalmente a Roma, per celebrare l’anniversario del trattato che ha sancito la nascita della Cee, la vecchia comunità economica europea, architrave dell’Ue. La premier, raccontano fonti di governo, ha discusso di questo summit speciale direttamente con il presidente del consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa. Ricevendo la rassicurazione: il vertice nell’Urbe si farà. Fonti europee, lunedì scorso, hanno raccontato che è stato informato dell’operazione anche il primo ministro belga Bart De Wever, il quale avrebbe acceso il semaforo verde, rinunciando alla sede naturale di Bruxelles per questa particolare occasione. La sfilata di tutti i big del continente, probabilmente sulla scalinata del Campidoglio, dove fu firmato il trattato il 25 marzo del ‘57, sarebbe dunque l’ultimo atto che ha in testa Meloni, prima di chiedere al Quirinale le urne, in anticipo di qualche mese rispetto alla deadline di fine settembre.

La prima data utile per il voto, che trapela difatti sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio, visto che la legge prevede per le elezioni un termine minimo di 45 giorni e un massimo di 70 dallo scioglimento delle Camere ad opera del Quirinale. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, potrebbe slittare ai primi di giugno. Proprio giugno è l’orizzonte tracciato prima dal sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, poi da Francesco Filini, il responsabile del Programma di FdI. Entrambi, ovviamente, con formule dubitative, per non scoprire le carte, mentre il grosso dei leader della coalizione continua a smentire seccamente. In ogni caso, Meloni sembra essersi convinta che l’unico modo per ottenere le urne anticipate sia l’election day. L’accorpamento del voto nazionale con la tornata nelle principali città italiane sarebbe, a sentire fonti parlamentari del centrodestra, lo spiraglio lasciato aperto «dal Colle». La premier, è noto, avrebbe preferito spacchettare, rimandando le amministrative, perché il traino dei grandi centri urbani favorisce solitamente il centrosinistra. Ma ormai la rotta pare tracciata.

Difatti, dopo il congresso straordinario della Lega, che si chiude oggi a Milano, a destra c’è l’intenzione di accelerare sui nomi per le Comunali. Un tetris ancora scombinatissimo, anche se gli incastri da trovare riguardano città come Roma, Napoli, Milano, Torino e Bologna. Per Milano, considerata la più contendibile del quintetto, anche se resta una sfida in salita, Meloni, come raccontato da Repubblica, ha aperto alla candidatura dell’ultra salviniana Silvia Sardone. Ignazio La Russa, che sponsorizzava Maurizio Lupi, non si sarebbe opposto. Resta da convincere FI, che punta sul sottosegretario Matteo Perego, vicino ai Berlusconi e apprezzato anche da Guido Crosetto. Non è l’unico nome, in realtà, che circola dentro FI: c’è chi vede nella casella del candidato sindaco di Milano un’exit strategy dal Parlamento per Licia Ronzulli. Ma l’opzione non ha grandi chance. Per Napoli, FI spinge per un civico: ora in pole c’è il presidente della società italiana di cardiologia, Pasquale Perrone Filardi. Anche se dentro FdI c’è chi vorrebbe giocare la carta Matteo Piantedosi, che rifiutò la Campania. Per Torino, resta sempre in pista il vicegovernatore meloniano Maurizio Marrone. Per Roma, Meloni sembra orientata a scegliere la vicepresidente del Lazio, Roberta Angelilli, ai danni di Fabio Rampelli. I Fratelli romani vorrebbero che la premier desse l’annuncio ad Atreju. Ma il grosso della coalizione, Lega in testa, non vuole perdere tempo. «Se n’è già perso tempo», incalza Salvini. Ecco perché il nodo Comunali dovrebbe comparire nel menù del prossimo vertice dei leader di maggioranza, forse già domani. Insieme a quello, ancora più tribolato, della manovra.


Gli “inascoltati moniti” di Mattarella


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Secondo voi, tra Giorgia Meloni che dice “Chi rompe paga” oppure “Mo’ mando l’esercito” e la sinistra televisiva che predica “un maggiore ascolto alle istanze dei giovani”, chi risulta più efficace, chi suscita più ascolto, ed eventualmente più consenso? Non si tratta di dare ragione a un governo che giunto al settimo od ottavo decreto sicurezza naviga nel torto quasi per definizione. Si cerca di valutare quale sia l’impatto sull’elettorato generato dalla rivolta dei ragazzini dediti al saccheggio griffato. Che, a prima vista, è sembrata una vera pacchia per una destra quanto mai inetta e sgarrupata, dopodiché inebriata dall’orgia legge e ordine. Anche se a risalire nei sondaggi è la premier grazie agli spot muscolari (l’ultimo Swg dava FdI quasi al 30 per cento). Mal supportata dai suoi vice “shining” Salvini e Tajani, che non ne azzeccano una. Anzi, io sono Giorgia è perfino danneggiata dal ministro Nordio che nel sonno della ragione (e del dopo spritz) intende mettere dietro le sbarre un’intera generazione. […] Esiste poi la variabile Quirinale, la cui incidenza elettorale non sapremmo valutare. Infatti, i moniti presidenziali possono essere interpretati dalle forze politiche a seconda delle diverse preferenze. Un “prêt-à-porter” dei richiami solenni disegnato grazie a un uso sapiente di sofisticate figure retoriche. Per esempio la litote, che è l’affermazione di un concetto attraverso la negazione del suo contrario, risulta ben saldata con l’esortazione nella frase di Sergio Mattarella, valorizzata dalla stampa di opposizione: “Non si sottovaluti il malessere dei giovani”. Al che perfino un Donzelli o un Bignami, per citare la destra nella versione basica più convenzionale, potrebbero a buon diritto replicare con un “ma chi li ha sottovalutati” (magari aggiungendo sottovoce “quelle zecche rosse criminali”). Frequente nella messaggistica del Colle anche l’anastrofe (inversione dell’ordine diretto di due parole vicine, spesso con l’aggettivo che precede il sostantivo). Ad esempio: “Non guardare ai giovani con meschina sottovalutazione”, oppure il “non indugiare in pretestuosi conflitti”. Moniti adoperati anche in funzione ornamentale, soprattutto nella polemica da talk per attaccare il governo (menomale che c’è Mattarella). In contrapposizione con la seconda carica dello Stato, quell’Ignazio La Russa, presidente del Senato, con la sue volgarità da Joker di corso Buenos Aires. Comunque, moniti puntualmente inascoltati, quelli del capo dello Stato. O, se si vuole, inascoltati moniti.