
(Dott. Paolo Caruso) – Un depistaggio infinito ha accompagnato i trentaquattro anni trascorsi da quel 19 luglio 1992 giorno della strage di via D’ Amelio che fece seguito, 57 giorni dopo, all’ attentato di Capaci e alla tragica morte di Giovanni Falcone. Nonostante i tanti processi che hanno infiammato le aule del Tribunale di Caltanissetta nel corso dei decenni non si è riusciti a diradare ( o meglio voluto ) la nube ” tossica ” che ancora oggi ricopre come un sarcofago quello che resta di quelle verità. Nulla di nuovo è emerso da quel pozzo nero che racchiude i tanti misteri che hanno attraversato gli anni più tristi della Storia repubblicana italiana. Una storia di depistaggi che ha lasciato solo sconforto e una lunga scia di polemiche. Tanti interrogativi restano senza risposta così come restano occulti i veri mandanti. Mafia, politica, massoneria, servizi deviati, estremismo nero, un concentrato di interessi che ha fatto da vero detonatore. Non sarà di sicuro la Meloni a dare una svolta politica ne tantomeno la tanto chiaccherata Presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, entrambe legate a quell’area opaca del Paese che avrebbe potuto portare alla pista nera. Pista convenientemente abbandonata, privilegiando piuttosto il mondo riduttivo degli appalti. Un nuovo scenario che tende a sminuire le cause che hanno portato alle stragi. È ancora vivo tra la gente il ricordo di quel tragico 19 luglio quando l’esplosione di una automobile uccise Paolo Borsellino e la sua scorta, facendo ripiombare Palermo due mesi dopo la strage di Capaci nella Beirut degli anni ’80. Purtroppo, dopo ripetuti processi che hanno solo lambito le cosche mafiose, la “normalizzazione” già avviata dalla “schiforma” Cartabia ha trovato seguito nell’operare dell’attuale Ministro della giustizia Nordio, il quale dopo l’abolizione del reato di Abuso d’Ufficio e del reato di Traffico di influenze, cerca di limitare l’ uso delle intercettazioni, strumenti fondamentali soprattutto per le indagini di mafia e corruzione, voluti fermamente da Falcone e Borsellino. La riduzione dei tempi di prescrizione, lo scudo dei politici, stridono con tutte le promesse di legalità fatte dalla ” Ducetta della Garbatella “. Oggi infatti con scelte sconsiderate cerca di ostacolare sempre più la Magistratura o come nel caso del gioielliere Roggero condannato per duplice omicidio si lascia andare a giudizi severi come qualsiasi altra popolana della Garbatella. Ha abdicato da tempo a quei valori di legalità cui la destra si ispirava, e in cui l’Uomo Borsellino, integerrimo servitore dello Stato, si ritrovava. Il pensiero espresso in più occasioni da Paolo Borsellino, per cui ” I partiti non devono soltanto essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati”, viene oggi dileggiato dai fatti, e di sicuro non trova seguito nei comportamenti dello stesso partito della Premier ( caso Santanchè, la vicenda Delmastro e la mancata autorizzazione dell’ utilizzo delle chat da parte della Procura di Roma, e in Sicilia i casi corruttivi Galvagno e Amata ). Fratelli e Sorelle d’Italia tutt’altro che trasparenti. La presenza della Meloni nei giorni scorsi a Palermo per la cerimonia dello svelamento della Croma di Falcone non nasconde di certo le contraddizioni tra l’ eredità morale di Paolo Borsellino e le sue politiche di governo. Una passerella elettorale quella di Palermo e nulla più. Tele Meloni ha inondato gli schermi televisivi con l’enfasi che la caratterizza, rimarcando i passi avanti fatti dal governo nella lotta alla mafia, nella lotta alla corruzione e alla evasione, tralasciando tutte le negatività rappresentate dalla riforma Nordio. Ancora una volta nulla di nuovo sotto il sole rovente di questa estate palermitana. I cittadini, poco proclivi ai rituali del momento, si chiedono allora quanta ipocrisia attraversi questa destra sempre pronta a tutelare la casta di governo e a scoraggiare la ricerca della verità anche in seno alla commissione parlamentare antimafia. Una Meloni che nasconde la sua ambiguità dietro la figura di Borsellino, una sorta di passaporto della legalità di questo integerrimo Magistrato, di questo Uomo che con il suo esempio ha dato lustro alla Sicilia e all’ Italia intera, smascherando in parte i tanti “Ominicchi” che si annidano all’ interno dei Partiti e nelle stesse Istituzioni.
Il ddl approvato in Senato amplia le aree e le specie cacciabili, allunga il calendario venatorio e toglie i limiti all’orrido uso dei richiami vivi. Provvedimenti che violano più articoli della Carta

(Paolo Maddalena – ilfattoquotidiano.it) – Il testo del disegno di legge n. 1552, approvato dal Senato il 23 giugno 2026, recante modifiche alla vigente legge sulla caccia (la n. 157 del 1992), e ancora in corso di esame dal Parlamento, si caratterizza per aver ampliato gli ambiti dell’attività venatoria di carattere ricreativo, e per aver dimostrato una totale insensibilità per le sofferenze inflitte alla fauna selvatica e in particolare all’avifauna. E ciò non ostante la legge costituzionale n. 1 del 2022 avesse introdotto nell’art. 9 Cost., come principio fondamentale, la “tutela degli animali”.
L’ampliamento degli ambiti dell’attività venatoria a fini ricreativi è perseguita, innanzitutto, con l’apertura alla caccia delle “aree e dei territori del demanio forestale dello Stato, delle regioni e degli enti pubblici in genere”. Si tratta di un complesso forestale di 110 Km quadrati, costituenti il 33,8% dell’intero patrimonio forestale, cioè di un enorme territorio nel quale l’attività venatoria è vietata dalla legge attualmente in vigore, e che il disegno di legge mette a disposizione dei cacciatori. La finalità di ampliare gli ambiti territoriali di caccia è poi perseguita con altre numerose modifiche della legge vigente, come quella che “abroga” il “divieto dell’attività venatoria nelle zone non vincolate per l’opposizione manifestata dai proprietari o conduttori di fondi, o come quella che consente di cacciare “su terreni coperti in tutto o nella maggior parte di neve”.
Peraltro, oltre all’ampliamento degli ambiti territoriali di caccia, la finalità di consentire ai cacciatori di catturare un maggior numero di esemplari è perseguita dal disegno di legge in vari altri modi. Si pensi, solo per fare qualche esempio, alla riduzione delle specie protette (diventa cacciabile il lupo), all’allungamento dei termini del calendario dell’attività venatoria, alla previsione di una caccia senza limiti per gli uccelli di allevamento, alla eliminazione del divieto dei “fini di lucro” per le aziende faunistico venatorie, e soprattutto all’aggravamento dell’orrida pratica dei “richiami vivi”. Si consideri in proposito che si tratta di uccelli catturati o allevati, “confinati in luride gabbie piccolissime. Sbattuti, feriti, stressati, e usati come esca mortale. Tenuti per mesi al buio, vedono la luce solo quando devono attirare con il loro canto i loro simili” (così secure.avaaz.org).
In riferimento a questi poveri uccelli, la legge vigente limita l’utilizzo a fini di richiamo a poche specie di avifauna, tassativamente enumerate; il disegno di legge, invece, non richiama più detto elenco, estendendo questa abominevole pratica a tutti gli uccelli cacciabili o provenienti da allevamenti, precisando inoltre che “non sono posti limiti numerici all’utilizzo di richiami nati e allevati in cattività”.
Non è dubbio, tuttavia, che questo complesso di modifiche sia da ritenere in palese contrasto con i “principi fondamentali” della Costituzione. Innanzitutto, viene violato il citato l’art. 9 Cost., che tutela, non solo il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”, ma anche gli “animali”, la cui conservazione e il cui benessere sono fortemente peggiorati dal disegno di legge. Viene violato, inoltre, l’articolo 42 Cost., poiché la fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato”, cioè è “proprietà pubblica” dell’intera collettività, e l’aumento degli esemplari che possono essere abbattuti costituisce certamente una perdita per tutti. Infine, per quanto riguarda le disposizioni sui “richiami vivi”, risulta violato l’art. 3 Cost., poiché è contro la dignità dell’uomo maltrattare gli animali.
Che il Parlamento voglia tener conto di queste osservazioni, e voglia riformulare questo disegno di legge alla luce dei citati principi fondamentali della Costituzione.
Il solo fatto che una simile ipotesi venga evocata, ci fa capire quanto si sia abbassata la soglia di tollerabilità

(di Anna di Milano – ilfattoquotidiano.it) – Confesso che quando ho letto ieri questa notizia sulla homepage del FQ, ho provato una repulsa fisica totale. Non perché sia solo grottesca, ma perché fotografa negativamente in modo aderente la percezione della realtà, del tempo che stiamo vivendo. L’idea che Trump possa sponsorizzare Gianni Infantino per un ruolo di vertice all’Onu non è una semplice provocazione: è il segnale di un potere che non riconosce più limiti e che considera le istituzioni internazionali come spazi da occupare, piegare, usare. Come se il mondo intero fosse proprietà privata dei più forti.
Da questo punto di vista, Infantino è persino il nome “perfetto”. Incarna una certa idea di servilismo globale: il dirigente che sorride ai potenti, che si adatta a tutto, che non disturba il manovratore. Il profilo ideale per un mondo capovolto, dove la fedeltà al capo conta più dell’autonomia, del diritto e della credibilità. Detto questo, una precisazione è necessaria (mi sono documentata): per fortuna Trump non può imporre da solo il nuovo Segretario generale dell’Onu. Esiste una procedura precisa, con candidature presentate dagli Stati membri, il passaggio decisivo nel Consiglio di Sicurezza e poi il voto dell’Assemblea Generale. Quindi non siamo davanti a una nomina automatica calata dalla Casa Bianca. E questa è una rassicurazione importante. Ma il problema politico resta tutto: il solo fatto che una simile ipotesi venga evocata, ci fa capire quanto si sia abbassata la soglia di tollerabilità.
E infatti non è un episodio isolato. Fa parte della stessa visione del mondo che si intravede nel delirante progetto trumpiano del “board of peace” per Gaza, dove il dramma di un popolo massacrato, affamato e privato di tutto, viene trattato come materia da amministrare, quasi da liquidare. È questo che sconvolge: la tendenza a guardare ai territori distrutti, ai morti, ai sopravvissuti, come se fossero caselle da ridisegnare secondo convenienza, nella disumanità totale. Non persone, non diritti, non popoli: solo interessi e dominio.
Ed è proprio qui che tutto il contesto torna a riferirsi inevitabilmente all’Onu. Perché un organismo internazionale serio dovrebbe servire a impedire questo scempio. Dovrebbe far prevalere il diritto internazionale sulla prepotenza; difendere la sovranità degli Stati e impedire che i soliti Paesi privilegiati, usino il veto come una clava per bloccare qualunque decisione sgradita. Finché questo meccanismo resta in piedi, l’Onu continuerà troppo spesso a sembrare un teatro impotente.
Per questo mi torna in mente il Professor Pino Arlacchi. E lo dico sinceramente: quando lessi qualche mese fa sulla app del FQ della sua candidatura come rappresentante del “Mondo del Sud” (fra cui c’è anche Gaza), mi commossi. Perché la parola Sud implica automaticamente una parte molto significativa di quella fetta di Mondo, che di solito rimane esclusa da tutti i consessi internazionali. Per una volta vedevo un nome con spessore, preparazione, visione politica e idea di riforma. Una figura che sembrava parlare la lingua che oggi servirebbe davvero: quella della credibilità, della competenza e del coraggio.
Mettere accanto a quell’idea il nome di Infantino, fa quasi male fisicamente. Da una parte una candidatura che prova a restituire senso a un’istituzione svuotata. Dall’altra un nome che evoca compiacenza verso il potere più arrogante del momento. È difficile immaginare un contrasto più netto. Ed è proprio per questo che “la riforma dell’ONU non è più solo un tema da specialisti”. È una necessità storica: togliere il privilegio del veto, rafforzare il diritto internazionale, difendere davvero i popoli e gli Stati aggrediti.
Se oggi qualcuno pensa di poter piazzare il proprio uomo anche lì, allora vuol dire che il recinto della Democrazia si è ristretto ancora. E che il lupo non si accontenta più di travestirsi da agnello: adesso vuole anche riscrivere da solo le regole del mondo.
Matteo Salvini continua a vantare i dati sul miglioramento della puntualità dei treni da quando lui è ministro. Tuttavia, un rapporto realizzato dall’Osservatorio sui Conti pubblici italiani mette in discussione la sua versione. In particolare l’Alta velocità, negli ultimi anni, sembra essere nettamente peggiorata.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Per Matteo Salvini i treni non sono mai stati così puntuali. È la versione che va ripetendo da settimane, ribadita oggi durante il question time al Senato. Tuttavia, un rapporto indipendente realizzato dall’Osservatorio sui Conti pubblici italiani mette in discussione i dati forniti dal ministro, soprattutto per quanto riguarda l’Alta velocità, che negli ultimi anni sembra essere nettamente peggiorata.
I numeri di Salvini sulla puntualità dei treni
“Nel corso dell’ultimo triennio, dal 2024 al 2026, i dati sulla puntualità del servizio mostrano un miglioramento costante. Per l’Alta velocità si è passati dal 74 al 77%, per gli Intercity dall’82 all’85%”, ha detto oggi in Aula rispondendo al question time. “Per il trasporto regionale, che è quello che ogni giorno coinvolge l’80% di coloro che prendono il treno si è passati dall’88,9% al 90,5%. Giusto per fare un raffronto nel triennio del suo ex compagno di partito Delrio, la puntualità chiudeva al 76%, all’85% all’89, ben al di sotto dei dati che i tecnici oggi ci forniscono”.
Qualche giorno fa il ministro era tornato a difendere il suo operato alla guida dei Trasporti. Sulle linee ferroviarie “c’è il massimo storico di lavori in corso, di treni circolanti e di passeggeri trasportati”, aveva dichiarato giustificando i ritardi lamentati da cittadini e turisti nelle ultime settimane. “Nonostante questo, i treni regionali hanno un tasso di puntualità del 91%, quindi per i pendolari il ritardo è l’eccezione e non la regola”, si era spinto a dire.
Cosa dice il rapporto che mette in crisi la versione del ministro
Ma la situazione è decisamente meno rosea di come la descrive Salvini. Alle notizie di ritardi, disservizi e disagi sulla rete ferroviaria accumulatesi in queste settimane, si aggiungono i dati messi in fila dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Il rapporto, pubblicato lo scorso 21 luglio mette in discussione la narrativa portata avanti dal leader della Lega.
A differenza di quel che sostiene Salvini, l’Alta velocità non è migliorata negli ultimi anni. Le percentuali fornite dal ministro infatti possono essere “molto lontane dalla puntualità effettivamente sperimentata dai passeggeri” e “ciò dipende dal modo in cui viene calcolato l’indicatore”.
Sono due le misure principali che vengono utilizzate e pubblicate dalla Rete Ferroviaria Italiana (Rfi). La prima, denominata “Nessuna Esclusione”, rappresenta “la puntualità effettivamente sperimentata dai passeggeri, qualunque sia la causa”, viene spiegato. La seconda, “Puntualità RFI” considera invece “esclusivamente i ritardi attribuibili alla responsabilità del gestore della rete, escludendo quindi non solo i ritardi dovuti, ad esempio, a condizioni meteorologiche avverse o a scioperi, ma anche quelli causati da guasti ai treni”. Naturalmente, quest’ultima, non tenendo conto di una grossa quota di ritardi dà risultati migliori, con percentuali che oscillano tra il 78% e l’81%, in linea con la versione di Salvini.
L’Alta velocità è peggiorata negli ultimi anni
Ma se si allarga lo sguardo a tutti i ritardi che effettivamente sperimentano i viaggiatori, indipendentemente dalle cause che li provocano, le percentuali crollano rapidamente. Il tasso di puntualità sull’Alta velocità scende al 63%-66%. Tradotto: un treno su tre è in ritardo.
Non solo, se si fa un confronto con il 2018 (ovvero l’ultimo anno di mandato di Delrio da ministro dei Trasporti), si scopre che la situazione dei ritardi è peggiorata. Le percentuali di puntualità (sempre misurate sulla base dell’indicatore “Nessuna esclusione”) sono passate dal 61,1% del 2018 al 63,3% del 20b25.
Il trasporto regionale è rimasto stabile
Per il trasporto regionale invece, il quadro è rimasto abbastanza stabile: 90,4% nel 2022, 89,8% nel 2023, 88,9% nel 2024 e 90,1% nel 2025, seppur con notevoli differenze a livello territoriale. In particolare, Milano e Genova – si legge – mostrano le performance peggiori, seguite da Torino, Bologna e Firenze, tutte tratte caratterizzate da un’intensa circolazione.
Supermedia AGI/Youtrend: calo FdI, Campo largo sempre avanti

(AGI) – Roma, 23 lug. – A causa delle poche rilevazioni per l’arrivo dell’estate quella di oggi e’ una ‘Supermedia’ molto meno ‘solida’ del consueto, poiche’ si basa sulle rilevazioni provenienti solo da tre istituti. Le variazioni registrate, a cominciare dal forte calo di FdI (-1,4%) vanno quindi interpretate con grande cautela.
Questa, nel dettaglio, la Supermedia liste: FDI 26,3 (-1,4) PD 21,0 (-0,5) M5S 12,9 (-0,1) Forza Italia 8,0 (+0,2) Futuro Nazionale 6,8 (+0,6) Verdi/Sinistra 6,2 (-0,3) Lega 6,2 (+0,4) Azione 3,1 (+0,1) Italia Viva 2,5 (+0,2) +Europa 1,3 (=) Noi Moderati 1,3 (+0,3)
Questa la Supermedia Coalizioni 2022: Centrodestra 41,8 (-0,5) Centrosinistra 28,5 (-0,9) M5S 12,9 (-0,1) Terzo Polo 7,3 (+0,8) Altri 9,5 (+0,7)
Questa, invece, la Supermedia Coalizioni 2026: Campo largo 44,0 (-0,7) Centrodestra 41,8 (-0,5) Futuro Nazionale 6,8 (+0,6) Centro 4,7 (+0,5) Altri 2,7 (+0,1)
NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (9 luglio 2026).
NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi e’ una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto.
La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 9 al 22 luglio, e’ stata effettuata il giorno 23 luglio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. 
I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 17 luglio), Piepoli (17 luglio) e SWG (13 e 20 luglio). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato e’ disponibile sul sito ufficiale http://www.sondaggipoliticoelettorali.it.

(Tommaso Merlo) – Trump concede il nucleare al suo amico Mohammad bin Salam, capoccia dell’Arabia Saudita che ha conosciuto ai bei tempi di Epstein quando i due sfogavano le loro mire di grandezza sulle ragazzine. Il Salam è anche quello che ha dato due miliardi al genero sionista di Trump Jared Kushner per il suo fondo di investimento, lo stesso ceffo della Riviera degli Orrori a Gaza e dell’oasi albanese di Sazan per farci l’ennesimo asilo nido extralusso per ricchi che si ostinano a non accettare che coi soldi ci compri solo minchiate e se sei un minchione ci rimani per sempre. E a proposito di Trump, dando il nucleare al Salam è riuscito con uno dei suoi celebri colpi di demenza, a far incazzare tutti. Sia le persone dotate di senno che non si capacitano del perché un regime autoritario, liberticida e misogino come l’Arabia Saudita possa avere il nucleare mentre la Repubblica iraniana no, a meno che il criterio sia la vicinanza alle chiappe flaccide di Trump. Sia coloro che il senno lo hanno donato al nazi sionismo preoccupati che il progetto della Grande Israele venga archiviato come la barzelletta del secolo. La propaganda di massa con cui il sionismo ha infatti infinocchiato mezzo mondo per decenni, serviva anche a celare la strategia regionale e cioè il dominio militare assoluto. E cioè i nazi sionisti possono avere l’atomica anche illegalmente mentre tutti gli altri no e nemmeno per uso civile, Iran in primis. E solo loro possono avere i cacciabombardieri mentre tutti gli altri no e via privilegiando. E tutto questo in modo da poter intimidire, soggiogare e colpire a piacere chiunque osi ribellarsi al suprematismo del popolo eletto da Dio o da chi per esso. Non un piano ma la drammatica storia degli ultimi decenni con arabi e persiani che si sono messi a traforare le montagne e i deserti come gruviera per difendersi. Se poi le bombe non bastano, il nazi sionismo e gli amichetti americani passano allo strangolamento finanziario e agli infiltrati tra i marciapiedi come nei palazzi del potere. È la storia del Libano, un paese martoriato da decenni che da Svizzera del Medioriente oggi si trascina da una bancarotta all’altra e per l’ennesima volta si ritrova il sud occupato e devastato mentre a Beirut dei burattini venduti tramano con Tel Aviv. La colpa del Libano è la stessa della Siria e dell’Iran ma anche dell’Iraq, opporsi alla persecuzione dei palestinesi e rifiutare la servitù a quel progetto coloniale che la propaganda ha spacciato alle masse come una democrazia modello nonché avamposto della superiore civiltà occidentale. A passarsela meglio sono paesi come la Giordania o quelli del Golfo che hanno venduto l’anima al diavolo per un pugno di dollari. Come il Salam, classico esempio di sceicco bacchettone che non appena mette il naso fuori dalla tenda fa lo sporcaccione e il gradasso tramando coi peggiori furfanti del pianeta tipo Trump che ha ricoperto d’oro massiccio in cambio di affari e di una protezione militare che alla prova della storia si è rivelata un bidone colossale. Se gli iraniani volessero, potrebbero dronare il Salam anche quando al mattino si siede sul trono a rilasciare i reali escrementi. Ma s’intravede l’alba di una nuova era. Sionisti e americani pensavano di avere in pugno quei deserti roventi ed invece i bolidi ipersonici scagliati dalle montagne iraniane li stanno costringendo a rinculare verso il Mediterraneo. Sceicchi e reucci si arroccano indignati ma i popoli dell’Asia Occidentale si prosternano a ringraziare il Profeta quando scorgono i missili Made in Persia sorvolare le dune. Anche i cammelli se la ridono, anche a loro stanno alquanto sulle gobbe quegli sceicchi mollaccioni ed ipocriti che li hanno abbandonati a favore di orde di businessman dal muso pallido e baldracche provenienti da ogni angolo del globo. Schiavi e cammelli da una parte, sceicchi dall’altra. Ma impazza la cronaca di un marasma senile diventato geopolitico e di una lobby sionista sempre più all’angolo. Nelle ultime settimane Trump ha chiesto al tagliatore di teste piazzato a Damasco di attaccare gli Hezbollah in Libano, ai Curdi di invadere l’Iran e pare sia stato lui a spingere il Salam a bombardare lo Yemen. Mossa davvero geniale con gli Houthi che hanno risposto bloccando il Mar Rosso alle petroliere saudite mentre dallo Stretto di Hormuz non passano più neanche i pesci che si sono rotti le branchie delle esplosioni e delle stronzate della Casa Bianca. E così a breve la benzina costerà come lo champagne e potranno brindare solo i ricchi. Popoli e pesci da una parte, sciacalli borsistici dall’altra. Ma menomale che s’intravede l’alba di una nuova era. La fine di ogni suprematismo e la riscoperta della pari dignità di ogni essere umano, la fine di ogni estremismo e la riscoperta della ragionevolezza, la fine di ogni violenza e la riscoperta del dialogo e della pace come scelta vitale, la fine di un degrado interiore che fattosi politica ha devastato l’Asia Occidentale e il mondo intero.
Concorrenza, il diritto alla doggy bag e alla ricarica

(di Andrea Ducci – corriere.it) – Diritto alla «doggy bag» da parte dei consumatori e incentivi a convertire i tradizionali distributori di carburante all’elettrico. Sono queste alcune delle novità contenute nel disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza, che dovrebbe approdare oggi in consiglio dei Ministri. Nel provvedimento figura, dunque, il pacchetto di misure per accelerare la chiusura delle vecchie stazioni di servizio, ridicendone il numero complessivo, ormai di gran lunga superiore alla media europea. In dettaglio, il ddl rivede il meccanismo di autorizzazione per i distributori, introducendo requisiti soggettivi, etici, tecnico-organizzativi ed economici dei titolari degli impianti. Le vecchie autorizzazioni restano valide, ma verranno revocate in assenza di adeguamento alle nuove regole. La chiusura scatterà se oltre ai carburanti non verranno erogate ricariche alternative (per esempio, elettricità o idrogeno). Il provvedimento prevede un contributo per la dismissione degli impianti che verranno riconvertiti con un fondo da 40 milioni di euro all’anno nel periodo dal 2028 al 2030. Il ddl sancisce, inoltre, il diritto alla «doggy bag» per i consumatori che chiedono agli esercenti di portare via cibi e bevande avanzate. Nel testo non ci sarebbero, invece, disposizioni contro il telemarketing selvaggio.

(diChiara Appendino * – ilfattoquotidiano.it) – Caro direttore,
Matteo Renzi ha deciso di rispondere alle mie critiche politiche speculando sulla tragedia di Piazza San Carlo. Su quella ferita voglio essere breve, perché merita rispetto e non strumentalizzazione. Poi parliamo di ciò di cui Renzi non vuole parlare: la politica.
Ho sempre affrontato i processi a testa alta, mi sono sempre difesa nei processi e mai dai processi. E il dolore per quanto accadde il 3 giugno 2017 lo porterò con me per sempre. Ma quella vicenda pone una domanda che riguarda tutti i sindaci d’Italia: fino a che punto un primo cittadino può rispondere penalmente di ciò che accade in una piazza, compreso il panico scatenato con lo spray al peperoncino da una banda di ladri? Per questo ho ricevuto la solidarietà di sindaci ed ex sindaci di ogni colore che conoscono bene la “paura della firma”. È di questo che un Paese serio discuterebbe. Tra quegli ex sindaci c’era anche Matteo Renzi. Il 28 gennaio 2021, il giorno dopo la sentenza di primo grado, mi dedicò la sua Enews, dichiarando la sua vicinanza e auspicando la mia assoluzione. Scriveva che lui non è come chi “usa i processi per regolare i conti della politica”. Parole giuste, che sottoscrivo.
La sentenza su Piazza San Carlo, da allora, non è cambiata. È cambiato ciò che conviene a Renzi: nel 2021 poteva farsi bello del garantismo e prendere le distanze dal Movimento, oggi si scopre giustizialista per mettermi a tacere quando dico quello che penso di lui. Ma non mi tocca e di certo non mi zittisce.
Passiamo dunque al terreno che a Renzi è più alieno: la coerenza. Renzi mi sfida a parlare del passato? Parliamone. Noi siamo quelli del Reddito di cittadinanza. Lui quello che l’ha combattuto. Noi quelli del salario minimo. Lui quello che non l’ha voluto. Noi quelli della Spazzacorrotti. Lui quello che l’ha ostacolata. Noi quelli che una legge sul conflitto d’interessi la vogliono. Lui quello che ne è terrorizzato, e sappiamo tutti perché. Noi quelli dei 209 miliardi del Pnrr. Lui quello che ha fatto cadere il governo per non farceli gestire.
Ed eccolo, il vero tema: prima ancora delle idee, l’affidabilità. Renzi – il Loki della politica italiana, il dio dell’inganno e del trasformismo – ha una sola coerenza documentata: distrugge tutto. Ha rottamato Enrico Letta dopo avergli detto di stare sereno, ha stretto il Patto del Nazareno con Berlusconi, ha fatto cadere il governo Conte II in piena pandemia, ha logorato ogni tavolo a cui si è seduto. Un alleato così non è un alleato: è un conto alla rovescia.
E mentre il Paese reale soffre, lui si candida a costruire l’ennesimo finto “centro”, impegnato a barattare emendamenti alla legge elettorale cuciti su misura per la propria sopravvivenza. È lo stesso che, pur di colpire il Movimento 5 Stelle, fa sponda con la destra fino a votare quella vergognosa Commissione d’inchiesta sul Covid: un processo politico a Giuseppe Conte e a chi si è trovato a gestire la più grande crisi dal dopoguerra.
Come ha ricordato Roberto Scarpinato su queste colonne, la bussola del Movimento resta l’articolo 3 della Costituzione: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza. La storia politica di Renzi parla la lingua opposta: il Jobs Act, la “Buona Scuola” contro cui scioperò tutta Italia, la vicinanza ai potentati e alle lobby. Chi vuole rimuovere quegli ostacoli non può allearsi con chi li costruisce. E c’è un dato che nessun sondaggio smentisce: Renzi i voti non li fa guadagnare, li fa perdere. Nei territori la gente me lo dice in faccia: se andiamo con Renzi, loro restano a casa. Perché qui il problema non è tanto il passato quanto il futuro. E in futuro, io a casa preferisco lasciarci Renzi. Non i nostri elettori
* Deputata Movimento 5 Stelle
“Sigfrido è nel mio cerchio magico”, dice e ripete Maria Rosaria Boccia. “Sigfrido è nel mio cuore, e come tutte le persone ‘del cerchio’ anche lui, per me, rasenta la perfezione”. Addirittura. “Dovreste smettere di invadere la sua sfera privata”

(di Ginevra Leganza – ilfoglio.it) – “Sigfrido è nel mio cerchio magico”, dice e ripete Maria Rosaria Boccia (senza mai preoccuparsi dell’effetto-janara). “Sigfrido è nel mio cuore, e come tutte le persone ‘del cerchio’ anche lui, per me, rasenta la perfezione”. Addirittura. Inutile chiedere, allora, se siete amici. “Certo che lo siamo! Ci sentiamo spesso, ci vediamo, ci vogliamo bene. Io lo stimo tantissimo come giornalista e come uomo, e voi giornalisti la dovreste smettere di cavalcare l’ondata di fango soltanto per apparire”. Cos’è, di preciso, che dovremmo smettere di fare? “Dovreste smettere di invadere la sua sfera privata, ecco”. Ah. Ma non è che le gesta erotiche di Sigfrido di per sé ci entusiasmino. E’ solo che lui per primo ne ha scritto nel libro La scelta. O no?
“Certo”, dice l’ex dama del Mic. “E come sempre l’italiano medio, purtroppo, è più appassionato alla storia di gossip che alla notizia economica o politica”. Il minimo indispensabile per tenerci alta la vita, Maria Rosaria. Comunque – lungi da noi l’impertinenza – com’è che proprio lei, oggi, difende la vita intima? “Forse lei non ha seguito bene il mio caso”. Forse. “Se l’ha seguito sa che io non sono mai andata in tivù a raccontare i fatti miei”. In che senso? “Erano i fatti miei, certo, ma come saprà io ho sempre e soltanto risposto a delle menzogne. Ho sempre e soltanto parlato dopo che altri parlavano. E dopo che di me hanno fatto carne di porco al punto che nessuno, più di me, è stato esposto in Europa. Nemmeno i membri della famiglia reale”. I quali, però, suggeriscono di non rispondere né di spiegare mai. “Sì. Ma sa, non tutti abbiamo la stessa corazza”. Questo è vero. “A ogni modo io non ho mai parlato di me, anche se per due anni mi avete descritta come una mantide o una scappata di casa”. Lasciamoci il passato alle spalle. Ora vive serena? “Serena è un parolone”. Di buono, però, c’è che ha incontrato Sigfrido. “Sì! Un uomo meraviglioso, gentile, delicato! Con un garbo che rare volte ho visto nei suoi colleghi”. Ha conosciuto anche Valter Lavitola? “Mai visto. Non vado alle cene”. Magari recuperate? “Io non sapevo neppure chi fosse Lavitola, prima di questa storia”.
E allora torniamo a Ranucci. La sua stima per Sigfrido è ricambiata? “Posso dire che ci sentiamo sempre e che gli sono accanto. Soprattutto ora che la politica lo attacca. Dimostrando tutta la sua incompetenza”. Cosa intende? “Intendo dire che la politica fa le pulci all’avversario, cioè lui, perché non regge lo scontro. Ma per fortuna Sigfrido ha sempre risposto con il lavoro. Facendo informazione senza mai demonizzare nessuno”. Senza mai demonizzare nessuno? Ne parla quasi fosse un’anima pia. “Il punto, gliel’ho detto, è che io proteggo chi è nel mio cerchio”. D’accordo. E però converrà che non sempre Report è stato – come diceva lei? – meraviglioso, gentile, delicato. Talvolta ha fatto carne di porco – sempre per citare le sue parole – anche di… “Mi faccia la domanda diretta!”. Non vorremmo riperticare ferite e punti di sutura. La domanda è sul cosiddetto metodo Report. Davvero è stato sempre così gentile con tutti, il suo amico Ranucci? “Guardi, io credo che il metodo Report abbia sempre aiutato a comprendere la vera natura delle cose. E vale anche per la mia inchiesta. Dopodiché, ognuno ha il suo metodo. Anche nel vostro giornale, che a me non piace affatto, ci sono penne più feroci e più delicate. Idem nella squadra di Report, dove tutti i giornalisti sono liberi di operare a seconda delle differenti inclinazioni”. Un sant’uomo, insomma. “Non è questione di santità, le ho spiegato”. E’ questione di cerchio sciamanico. “Di cerchio magico, sì”. Ma cos’è? “E’ un insieme molto ristretto di persone. E anch’io ne ho uno”. Come funziona? “Si fa molta fatica a entrare nel cerchio, ma una volta dentro, si è intoccabili”. L’ipotesi dell’autobomba non la sfiora, immagino. “No. In questa vicenda Sigfrido è una vittima che sta gestendo con magistrale serenità tutto ciò che gli fate voi giornalisti”. E’ sereno? “Apparentemente. Ma penso soffra perché tutto il gran parlare che si fa della sua vita intima ne lede il ruolo di padre e marito”. Dopo dieci anni al timone di Report, avrà gli anticorpi. O no? “No. Perché l’Italia è un paese fondato sull’uomo di casa. E oggi, in casa Ranucci, i ruoli sono invertiti. Le assicuro che non è bello”.

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Habeas corpus. Sono quasi novecento anni che quando parliamo del dovere dello Stato di rendere puntualmente conto di ogni restrizione della libertà personale dei suoi cittadini citiamo il ‘corpo’. Un modo potente per alludere al nucleo più intangibile della libertà, l’integrità fisica del prigioniero, che lo Stato deve religiosamente garantire: «Èpunita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», dice l’articolo 13, che nella nostra Costituzione recepisce, subito dopo i dodici principi fondamentali, proprio quello dell’habeas corpus.
[…] Ebbene, è difficile immaginare una violazione più drammatica dell’habeas corpus di quella documentata nell’interminabile video che documenta l’agonia e la morte di Abderrahim Fakir. Un corpo che viene affidato allo Stato per essere difeso da se stesso, e che invece viene condotto a morte dalle mani stesse dello Stato. Comunque sia andata, si tratta di una colossale catastrofe delle basi stesse dello stato di diritto. Un evento che nega i fondamenti della nostra Costituzione, la quale ammette l’uso legittimo della forza, di cui lo Stato ha il monopolio, ma esclude in ogni modo la violenza. Ed è proprio la violenza, una violenza protratta e insensata, la protagonista di quel terrificante filmato: alla fine del quale la persona umana non esiste più, e un corpo giace a terra, senza vita.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio. A Bologna si difende a oltranza il diritto dello Stato a usare la forza in un modo e in una misura che si vorrebbe insindacabile, a Grinzane si grida che lo Stato si deve spogliare del suo monopolio, consentendo che la forza venga usata per strada da un privato cittadino, attraverso la violenza estrema di una duplice esecuzione sommaria. Una schizofrenia che rende evidente una cosa: questa destra non ha nulla a che fare con la legge e con l’ordine, ha invece a che fare con l’apologia della violenza. Di fronte a questa evidenza, assai difficile da cancellare, sono subito scattati in piedi, o in ginocchio, i difensori d’ufficio della destra e accusatori non meno d’ufficio della sinistra, e così si è dovuto leggere, sul Corriere della sera, che l’invocazione di Vannacci, Meloni e Salvini per una legittima difesa senza limiti avrebbe un perfetto corrispondente nella piazza di Bologna, che avrebbe accolto una «manifestazione di protesta che altro non poteva diventare se non un atto d’accusa nei confronti delle forze dell’ordine, dando così copertura involontaria ma implicita a nuove violenze di piazza». Si stenta a credere che l’esplicita apologia di un reato gravissimo compiuta dai vertici del governo possa essere messa sullo stesso piano di una piazza in cui si è chiesta esplicitamente «non vendetta, ma giustizia». Un parallelo indegno e grottesco, che vorrebbe gettare fango su una città, Bologna, che ha nella sua identità civile la capacità di reagire alla violenza riunendo i corpi liberi delle cittadine e dei cittadini nello spazio pubblico. La città della strage della stazione: una strage di estrema destra, sarà il caso di ricordare, prima che altre incredibili fumisterie provino a cancellare anche questo. La conclusione del Corriere è da manuale, excusatio non petita inclusa: «Lo diciamo a entrambi gli schieramenti, e non per ‘cerchiobottismo’: ma per il dovere comune di tenere al riparo quei principi liberali che sono condizioni essenziali per garantire la convivenza civile». La morale è chiarissima: tutti colpevoli nessuno è colpevole. E la destra di governo è servita.
[…] La realtà, però, è un’altra. Ed è che questa destra non si riconosce nelle regole dello Stato di diritto, né in quelle della Costituzione, e per una ragione molto semplice: perché non riconosce l’esistenza della persona umana in quanto tale. Perché l’ideologia che la fonda distingue gli umani a seconda della loro pelle, del loro sangue, della loro religione e del loro ceto. In questa visione, la violenza è sempre ammessa se è dall’alto verso il basso: da un gioielliere su un rapinatore, da un poliziotto bianco cristiano su un fermato marocchino musulmano. Ecco la chiave ermeneutica che restituisce, infine, coerenza a posizioni che sembrano contraddittorie: e che tornano perfettamente leggibili se si assume l’aberrante punto di vista per cui le vite non sono tutte uguali. Del resto, non è la stessa destra che difende l’idea di sequestrare migranti su una nave, la stessa destra complice del genocidio di Gaza?
Habeas corpus? Dipende: di che colore è il corpo di cui si parla?

(Andrea Zhok) – Nelle intense discussioni che hanno avuto luogo in questi giorni sul tema “sicurezza” una delle questioni che rimane insidiosamente sotto traccia è la questione del ruolo dello Stato.
Nel formato neoliberale lo stato interviene ben oltre il perimetro dello stato minimo (fatto di ordine pubblico e difesa militare), ma lo fa con un’agenda dettata dagli interessi dei mercati (e dei maggiorenti sui mercati). Dunque lo stato neo liberale può essere assai intrusivo, purché questa intrusività esprima gli interessi dei mercati.
La sinistra si è fatta piacere lo stato neoliberale facendo proprio il dogma liberale che il mercato è libertà e che i “servizi pubblici” possono essere erogati efficacemente servendo interessi privati (esternalizzazioni dei servizi, intramoenia per i sanitari, ecc.). Le libertà individuali vengono sempre più chiaramente assimilate all’idea classica dell’arbitrio, al “fare quello che ti pare”, con l’unica limitazione che ciò non danneggi direttamente altri individui (ma può serenamente danneggiare la società). La libertà a sinistra è così diventata senza resti la libertà individuale del liberalismo.
La destra si è fatta piacere lo stato neoliberale perché la rimanente pervasività dello stato è comunque di fatto privatizzata. Così nel nome della “salute pubblica” si possono avviare campagne vaccinali inutili (purché l’industria farmaceutica sia contenta), nel nome della “difesa nazionale” si possono spendere risorse dell’erario in commesse alle aziende della difesa, ecc.
Sia la destra che la sinistra accettano che lo stato rimanga in esistenza al di là di polizia, giudici ed esercito, purché lo stato funzioni in modo coerente con i meccanismi di mercato: per la destra è comunque una vittoria perché premia chi già detiene il potere, per la sinistra è una vittoria perché vissuto come trionfo della libertà individuale come libertà di scelta.
Nella cornice dello stato neoliberale richiedere “più stato” non significa di solito richiedere “più sfera pubblica”, perché lo stato tende a servire interessi privatizzati.
Ma similmente, nella cornice neoliberale, richiedere “meno stato” non significa ampliare i margini di libertà personale, perché in assenza della mediazione dello stato rimangono in piedi tutte le forme di coercizione privata e ricatto economico.
Siamo così arrivati all’impasse odierna, dove sembra che ogni soluzione sia un vicolo cieco.
Se lo stato è più presente lo sarà in una forma oppressiva, forte con i deboli e debole con i forti.
Se lo stato è meno presente, saranno direttamente i forti ad opprimere i deboli, i ricchi a ricattare i poveri, ecc.
Di qui tutti i cortocircuiti cui abbiamo assistito in questi giorni, dove chiedere PIÙ STATO NELLA SICUREZZA veniva interpretato come “sbirri a servizio dei benestanti che picchiano i poveracci”, e dove chiedere PIÙ LIBERTÀ NELLA SICUREZZA veniva interpretato o come libertà di farsi giustizia da sé o come lassismo verso i piccoli crimini “perché tanto i problemi sono altri”.
L’oscillazione mentale odierna è dunque la seguente (tagliando a fette grosse):
A sinistra la libertà individuale è pensata su un modello para-anarchico, rousseauiano, dove l’uomo senza interferenza del potere si comporterà naturalmente bene. Quando non lo fa è perché è traviato da influenze culturali perniciose che bisogna spezzare attraverso regolamenti dettagliati, procedure, controlli.
A sinistra l’intervento statale è perciò pensato come garante di diritti naturali, individualmente premiale, non sanzionatorio, e neppure educativo (sarebbe paternalismo). Ma si giustifica l’intervento statale attivo, anche pesantemente attivo, quando produce regolamenti “nel nome del bene” (laddove questo bene è di solito il momentaneo consenso raggiunto nella cultura di sinistra).
A destra la libertà individuale è pensata su un modello anarco-capitalista, con una spruzzatina di darwinismo sociale, in cui chi ha più potere per definizione se lo è meritato e dunque basta lasciar fare al mercato. Quando tuttavia la mano invisibile del mercato produce mostri (es.: immigrazione incontrollata, free rider, ecc.) e questi mostri creano problemi al mercato stesso, allora si ritorna all’originario concetto hobbesiano dell’uomo naturalmente cattivo, che deve essere tenuto in riga a mazzate. E qui lo stato può intervenire somministrando mazzate a chi disturba il mercato (e solo a quelli), oppure delegando ai privati di somministrare mazzate a proprie spese.
Incidentalmente nessuno prende in considerazione un modello dei rapporti tra libertà individuale e ruolo dello stato che proviene dalla tradizione socialista e da quella della dottrina sociale della chiesa, e che è incarnata con grande precisione nella NOSTRA COSTITUZIONE.
In quel modello lo stato assumeva come suo compito l’esatto opposto del modello neoliberale: esso deve essere mosso dall’interesse pubblico. Così, l’attività economica è sì libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” Al contempo la Repubblica ha a cuore “il pieno sviluppo della persona umana” e il lavoro non è soltanto un diritto, ma è anche un dovere: il “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Nella Costituzione italiana non c’è traccia dell’opposizione astratta tra uno stato come formalismo esteriore (iper-regolamentatore o erogatore di mazzate ai morti di fame), e una libertà individuale come arbitrio privo di doveri (la Prima parte si intitola: “Diritti e DOVERI dei cittadini”).
Ma proprio quella opposizione astratta viene oggi assunta come se fosse una realtà di natura, da cui non riusciamo a sfuggire prima di tutto mentalmente.

(Giancarlo Selmi) – Meloni continua a sventolare Borsellino come una reliquia da comizio, ma il problema è che Borsellino la mafia la combatteva davvero e ci ha lasciato la pelle: non ci parlava al telefono, non ci apriva ristoranti, non ci faceva società. E soprattutto non impediva alla magistratura di vedere le prove, per difendere qualche “amico” di partito. Qui invece siamo oltre l’ipocrisia e dentro il teatro dell’assurdo: viene proibito l’accesso alle chat di Del Mastro con il ristoratore Caroccia, legato al clan Senese, condannato per mafia, lo stesso con cui Del Mastro aveva aperto un ristorante.
La domanda, a questo punto, diventa una sola: se in quelle chat non c’è nulla di compromettente, perché sottrarle ai magistrati? Perché blindarle? Perché impedire che vengano usate? Chi non ha nulla da nascondere non teme la verità. Chi crede nella giustizia non le mette il bavaglio. Il paradosso è sempre lo stesso: inflessibili con i deboli, opachi con i forti. Solerti quando c’è da imbastire commissioni farsesche e inseguire ossessioni ideologiche, improvvisamente garantisti fino al coma quando invece si tratta di far luce su rapporti, frequentazioni e affari che meriterebbero chiarezza totale.
Altro che eredi di Borsellino: qui siamo dalle parti di chi usa i martiri della legalità come copertura retorica, salvo poi infastidirsi appena la legalità chiede di leggere qualche chat di troppo. E la lotta alla mafia diventa sempre più chimera idealistica.
Il Parlamento va serenamente verso la pausa estiva mentre il Paese arranca, mentre affonda tra caro vita, stipendi leggeri e carburanti da bene di lusso. Però sulla legge elettorale si lavora. Lì nessuna pausa, nessun rinvio, nessun sacrificio. Evidentemente, per questa maggioranza, è più urgente mettere in sicurezza il proprio potere che la vita quotidiana degli italiani. Solo per inciso: gasolio fuori autostrada a euro 2,20.
Alla fine l’impressione è quella di una Meloni sempre più Maria Antonietta con chiare tendenze da marchesa del Grillo. Ama la legalità in forma celebrativa, ma non l’ agevola. Difende Borsellino come citazione, ma tratta la trasparenza come un inutile optional. Il bene comune e la qualità di vita degli italiani sempre più assenti in un’agenda che vede al primo punto la conservazione del suo potere e l’uso dello stesso in maniera sempre più spregiudicata.

(Tommaso Merlo) – L’Iran sta polverizzando le basi americane nel Golfo con una precisione chirurgica. Sanno anche dove sono le latrine dei marines e soprattutto gli arsenali e i cacciabombardieri contro cui scagliano i loro siluri ipersonici. Il mainstream manipola, la politica mente ma sostanzialmente le armi iraniane sono tecnologicamente superiori a quelle americane. I loro missili sono inarrestabili, cambiano perfino rotta parecchie volte in volo rendendo la costosissima contraerea americana roba da sfasciacarrozze. Gli esperti militari seri ammettono che l’esercito più potente del mondo è in realtà solo il più costoso e corrotto. Ma non solo. Se le basi americane sono distese sul deserto rovente, quelle iraniane sono al fresco nel ventre di granitiche montagne. E a differenza di quelle americane, le loro piattaforme di lancio sono mobili. Ma non solo. A furia di bombardare il mondo alla carlona, gli americani sono a corto di munizioni mentre gli iraniani sotto le montagne hanno piazzato pure le fabbriche di missili e di droni DOP che sfornano a nastro. La cicala e la formica, lo sceriffo sbruffone e manesco americano tutto chiacchiere e distintivo ed un popolo perseguitato da mezzo secolo che sottoterra si è preparato per l’aggressione più premeditata della storia. Davano per scontato che la mafia sionista prima o poi riuscisse a convincere la marionetta di turno alla Casa Bianca ad attaccarli e la fortuna ha voluto che avvenisse nel momento migliore. Nel bel mezzo di una crisi politica ed economica che si spera culmini col disfacimento dell’impero più imbecille della storia. Politicamente la giungla di mercato ha portato alla mafia lobbistica che ha portato all’elezione di un rintronato e maligno narcisista che se la giustizia fosse uguale per tutti marcirebbe in galera per corruzione e pedofilia col fantasma del suo amicone Epstein. Economicamente invece tutti attendono l’ennesimo crack col casinò finanziario globale che traballa da tempo tra manipolazioni del clan presidenziale, bolla della deficienza artificiale e trilioni di debiti mentre la Cina zitta zitta ha completato il sorpasso e sta guadagnando luce. Per i cittadini americani l’ennesima guerra senza senso che non voglio pagare, per quelli iracheni una guerra per la sopravvivenza che non vedevano l’ora di combattere. Motivazioni e tempo che in guerra sono tutto. A corto di obiettivi, gli americani si sono messi ad arricchire la loro collezione di crimini di guerra bombardando impianti di desalinizzazione dell’acqua e centrali elettriche e a quel punto per rappresaglia gli iraniani hanno fatto altrettanto in particolare in Kuwait e Bahrein tra le bestemmie dei rispettivi sceicchi e i boati di gioia dei rispettivi schiavi. Anche le basi aeree in Giordania sono finite nel mirino, altra colonia americana in mano a monarchie che di regale hanno solo la mancanza di palle e la viscida ipocrisia. L’Iran ha colpito in maniera devastante anche i Curdi nel nord dell’Iraq perché pare che quel farabutto di Trump stesse tentando di sfruttare loro per l’invasione di terra. Se ne parlerà un’altra volta anche perché più che di una invasione si tratta di un suicidio di massa. I marines si sono rifugiati dai loro padroni israeliani e restano quindi a portata di missile. Altra buona notizia che filtra da Tel Aviv sono le pessime condizioni di salute di quel disgustoso orco di Netanyahu mentre per il resto il karma sta facendo il suo lento ma inesorabile corso. I sionisti sono rimasti per il momento defilati nel conflitto perché malconci dopo tre anni di delirio sanguinario e perché comunque soddisfatti che la loro lobby sia riuscita nuovamente a far spendere agli Stati Uniti miliardi e vite umane per colpire il loro storico nemico persiano. Ma visto come stanno andando le cose, sotto sotto tremano. Se davvero infatti gli americani verranno cacciati a missilate dal Medioriente, ben presto dovranno fare le valigie pure loro. Il mainstream manipola, la politica mente, ma è così. L’Iran sta polverizzando l’egemonia americana pezzo per pezzo e dato che la parola di Trump vale meno di una sua scorreggia, potrebbero decidere di andare fino in fondo imponendo con la forza il nuovo status quo e sedendosi ad un tavolo solo dopo che gli restituiranno tutti i soldi rubati, rimuoveranno le sanzioni e molleranno sullo Stretto. Quanto al nucleare pare che il figlio dell’Ayatollah sia più morbido e circolano varie voci, anche perchè l’atomica con certa gentaglia in giro potrebbe essere l’unico modo per venire lasciati in pace. E se vogliono ficcare il naso nello loro centrali, lo devono fare anche in quelle sioniste. Già. il mainstream manipola, la politica mente, Trump blatera, ma gli iraniani sono gli adulti della situazione e nonostante da decenni subiscano persecuzione economica e attacchi terroristici, ancora combattono nel rispetto delle regole e limitando al massimo le vittime civili e militari. Tempi davvero duri per la superiore civiltà occidentale, di questo passo potremmo capire che l’Iran non sta combattendo solo per la sua libertà e quella del popolo palestinese ma anche per la nostra vincendo una guerra che potrebbe portare al disfacimento dell’impero più imbecille della storia.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Ho fatto un sogno, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Fratoianni&Bonelli che dichiarano agli italiani quanto segue: “I gruppi violenti che, a Bologna, hanno scatenato la guerriglia urbana approfittando dell’emozione per la tragica morte di Abderrahim Fakir sono i nostri peggiori nemici. Sì, essi sono un pericoloso ostacolo all’alternativa che stiamo cercando faticosamente di costruire poiché, di fatto, con il loro agire, e non da oggi, forniscono munizioni alla peggiore propaganda della destra. Non a caso, infatti, centri sociali e antagonisti, impegnati nella devastazione e nel ferimento di sessanta appartenenti alle forze dell’ordine, hanno fornito al governo Meloni un’ottima scusa per distogliere l’attenzione da quanto accaduto a Fakir, spirato tra le mani di uomini dello Stato, per mettere sotto accusa il sindaco della città, Lepore, promotore di una grande manifestazione commossa e civile”.
[…] Un sogno, il mio, purtroppo destinato a restare tale a giudicare dalle reazioni generiche, o reticenti, o del tutto assenti che i cari leader di cui sopra hanno dedicato alle bande di provocatori protagonisti degli scontri. Che non sono, come qualcuno tenta di minimizzare, “i soliti quattro imbecilli”, visto e considerato che dall’assalto alla redazione della Stampa, ai frequenti cortei pro Pal, le squadracce, ben inquadrate e organizzate, entrano in azione ogni volta portando acqua e argomenti alla propaganda della destra. Ma, dunque, se il quadro di complicità di costoro con gli interessi di Meloni, Salvini, Vannacci è così evidente perché mai le forze dell’opposizione non ne prendono seriamente atto, invece di cambiare discorso? Una prima risposta ci porta banalmente a un complesso da cui la sinistra è storicamente affetta. Sia pure con le dovute differenze, durante gli anni di piombo fu per merito delle analisi coraggiose di una personalità come Rossana Rossanda che il Pci prese atto che le Brigate Rosse appartenevano, a pieno titolo, all’Album di famiglia della sinistra. Che non erano, quindi, strumento dei servizi segreti deviati, come autorevoli intellettuali e giornalisti sostenevano preferendo ignorare, anche allora, la realtà.
[…] Si aggiunga, oggi, il delirio di qualche capo o capetto, l’idea, cioè, che tra quei soggetti armati di spranghe possano esserci elettori di Pd, 5stelle, Verdi e Sinistra. E sol perché si nascondono dietro una bandiera della Palestina. Dai compagni che sbagliano, ai compagni che menano.
L’occasione è l’incontro pubblico a Pratovecchio, in provincia di Arezzo, per la rassegna organizzata da Andrea Scanzi «Naturalmente Pianoforte»

(di Renato Franco – corriere.it) – Altro che Enzino il mite, come vuole la narrazione di Ezio Greggio. Forse liberato dal gioco-giogo di Striscia la notizia dove i ruoli erano definiti — il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, l’ingenuo e il volpino — Enzo Iacchetti ha tirato fuori nuovamente il suo animo inatteso da lottatore politico. Dopo il famoso show a È sempre Cartabianca quando — giustamente — non ci aveva visto più di fronte al presidente della Federazione Amici di Israele, Eyal Mizrahi, che in modo provocatorio gli chiedeva «definisci bambino» in merito alla situazione di Gaza, il comico è tornato a parlare a ruota libera.
Qui non c’è la tv, ma le telecamere ci sono lo stesso. L’occasione è l’incontro pubblico a Pratovecchio, in provincia di Arezzo, per la rassegna organizzata da Andrea Scanzi «Naturalmente Pianoforte».
Prima Iacchetti puntualizza, lui è un militante comunista: «Non trovo che la definizione sia un’offesa perché al di là dei milioni di persone che ha ucciso Stalin, non ho mai più conosciuto un delinquente che facesse parte del partito comunista». Magari qui esagera, ma vabbé. L’idea è portare avanti i suoi ideali. «Quando ero bimbo, c’era una persona che se tutti i politici fossero stati come lui, probabilmente eravamo tutti comunisti: Berlinguer è il mio ideale di militante comunista». Quindi spiega: «Essere comunista vuol dire aiutare i poveretti, difendere i bisognosi, parlare male di chi governa uno Stato e lo sta riducendo in poltiglia, parlare male di eserciti e guerrafondai, parlare male dei pedofili che governano gli Stati Uniti».
Ne ha anche per De Gregori, e forse non a torto. «Chi si espone, si espone. Chi sta zitto, sta zitto. Ma io preferisco uno che sta zitto piuttosto che uno che dice che gli artisti non devono esporsi. Dicendo così ti sei già esposto dall’altra parte, caro De Gregori». Poi lo punge ancora: «Ora ho capito perché non ho mai capito la Donna Cannone». Quindi arriva la parte più accorata e per alcuni divisiva, quando elenca i suoi sogni («ho 25 sogni, come i ministri italiani, ma ne dirò solo due o tre»).
Il primo. Nel mirino Vannacci. «Vorrei che i pomodori in Puglia in agosto venissero raccolti da quelli che vogliono la remigrazione. Io vorrei vedere la faccia di Vannacci sudare a un euro netto all’ora. E vorrei vederlo asfaltare le strade di notte a 40 gradi, perché io non vedo mai un bianco farlo. Non c’è un bianco che asfalta le strade di notte a 40 gradi».
Il secondo. Nel mirino Salvini. «Vorrei che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti provasse un giorno a salire su un Frecciarossa, in seconda classe: deve essere lì quando il treno si ferma tra Parma e Bologna per quattro ore senza aria condizionata, non in executive, dove l’aria condizionata funziona sempre».
Il terzo. Che non farà certo felice il ministro Schillaci e assomiglia troppo al sentimento politico nei confronti del «nemico» che lo stesso Vannacci ha espresso ripostando sul suo account social un video generato con l’intelligenza artificiale in cui lui, in versione imperatore romano, ordinava la morte di Schlein e Conte. «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in ospedale e avere bisogno di una tac o di una risonanza magnetica e sentirsi rispondere, ci dispiace la prima libera è tra otto mesi. E allora voglio vederlo morire prima come succede in tanti casi». Salvo poi, nella serata di mercoledì, puntalizzare: «Caro ministro della Sanità, io non le ho mai augurato di morire, mi creda. Ho fatto solo un esempio, una gag simpatica in cui immaginavo tutti i ministri senza i loro poteri, costretti ad affrontare la vita come persone comuni». Comprese le tac che arrivano in ritardo.
In realtà Iacchetti ne ha anche un quarto di sogno. Non manca dunque Giorgia Meloni. «Mi piacerebbe sapere cosa risponderà questa signora, questa mamma, tra vent’anni, a sua figlia che leggerà sui libri di storia di 25.000 bambini ammazzati, a volte trucidati, a cui sono state tagliate le gambe. Che leggerà di coloni che spaccano i crocifissi e che uccidono le persone. E questa bambina ormai adulta andrà a chiederle: “Mamma, ma quell’anno lì non eri il presidente del Consiglio? E perché non hai mai detto un cazzo su queste cose? Io sogno questo momento, peccato che tra vent’anni sarò già all’inferno».