Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I Sette Grandi si nascondono nelle città proibite e dorate


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] L’esibizione di enorme ricchezza sperperata al G7 di Evian non è una svista ma una premessa, una intenzionale rappresentazione del potere offerto agli occhi del 90 per cento del mondo, quello che circonda il nostro, dove si accavallano gli inferni della distruzione, della miseria, della malattia, della siccità. I sette capi del mondo si godono la vista del lago di Lemano dentro l’aria condizionata del massimo privilegio. Vivono nel paese delle favole, dove l’aria e l’acqua sono purissime, i vini non ne parliamo, mangiano aragoste a pranzo, ma volendo anche gli spaghetti al caviale a mezzanotte, ci mancherebbe. Hanno 19 ettari di parco a loro disposizione. 20mila uomini per la loro sicurezza – elicotteri, droni, tiratori scelti, incursori – che perlustrano il cielo e la terra pronti a liquidare qualunque interferenza possa molestare il loro quieto deambulare.

Lo scandalo del Vertice accade con calendario ricorrente. Questa volta l’ha convocato il piccolo re Emmanuel Macron, con Meloni Giorgia che ancora non si capacita di esserci, l’inglese Starmer a fine corsa, il tedesco Merz assediato in patria dai neonazi, e un monumentale Donald Trump che si annoia, caracolla, si schianta sulla poltrona, vuole parlare dei cazzotti visti nel suo circo privato della Casa Bianca, l’altra sera, quando i sudditi della sua orribile America hanno festeggiato i suoi 80 anni con piccole gocce di sangue sul ring e brindisi e fuochi d’artificio e rastrellamenti Ice.

[…] Per discutere di guerre, fame, massacri, clima che uccide, energia che manca, povertà che dilaga, hanno scelto il Royal Hotel, albergo Belle Époque affacciato sull’acqua più limpida d’Europa, circondato dal silenzio dei campi da golf. Perfetto per offrire il contrasto più perturbante tra la disperazione del mondo e il privilegio del potere. Come i re assoluti costruivano Versailles e la Città Proibita per nascondercisi dentro e destinare alla sola immaginazione dei sudditi gli ori e i velluti del comando, così il tecno capitalismo si annette la circolarità pubblica della rete per mettere in scena se stesso. Esibirsi per frammenti. Consentirci di calcolare la sua incolmabile distanza dalle nostre vite quotidiane. Fuori dai cancelli ci sono le immagini che ogni giorno scorrono nei telegiornali del nostro mondo: Gaza ridotta in polvere e macerie, il Libano bombardato un chilometro alla volta, il Sudan dimenticato, l’Iran imprigionato, l’Ucraina assediata, i campi di sterminio in Centro Africa e Myanmar, la siccità africana. I medici che dicono: abbiamo amputato senza anestesia, abbiamo curato senza medicine.

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Spendiamo nel mondo 3mila miliardi di dollari in armamenti. Ne basterebbe un terzo per rimediare a fame e malattie. Ma non c’è mai questo riequilibrio all’ordine del giorno. Semmai il contrario, incrementando la capacita di minacciarci a vicenda. E di distruggerci un pezzo alla volta, usando vittime sacrificabili. I 7 grandi del mondo finanziano la gran parte delle guerre, convinti come sono che la sola difesa sia la deterrenza. L’equilibrio della reciproca paura. Nessuno che si sogni di ascoltare il monito appena pronunciato da Leone XIV in Spagna: “La vera sicurezza nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica che sappia anteporre l’interesse dei popoli da quelli che traggono profitto dalla guerra”. Dice la realpolitik che tutto questo è inevitabile. La pace si fabbrica solo con la minaccia. Anche se i summit certificano il contrario, visti gli allestimenti securitari innalzati per difenderli. Ai 7 re serve un castello protetto e ripulito per tenersi al riparo dal disordine che preme. Servono il lago e le tovaglie impeccabili e le armi per fronteggiare l’odio che alimentano, controfirmare accordi d’alta scaramanzia e negli intervalli smaltire un po’ di sonno arretrato.


Meglio di Alì il Comico


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Fischiettano. Quelli che a febbraio invocavano un bell’attacco illegale all’Iran (quando ci vuole ci vuole) per salvare le donne dal velo, innescare la rivolta del popolo persiano che non aspettava di meglio che farsi liberare da americani, israeliani e sunniti, rimpiazzare il regime degli ayatollah con un governo filoccidentale guidato dal popolarissimo Reza Pahlavi jr. e annientare il programma nucleare […]


La dama del castello


Leggo tante analisi, ma ancora non riesco a capire perché Meloni abbia gradimenti alti nei sondaggi. Lina Farini

(di Paolo Di Mizio – lanotiziagiornale.it) – Gentile lettrice, è una domanda che sento spesso. Le rispondo in modo semplice: perché è sostenuta da quasi tutti i giornali e le reti televisive, Rai, Mediaset, La7. Per sostenerla basta far finta che Meloni sia una grande statista e questo governo una cosa seria anziché un’ammucchiata di incompetenti. Due anni fa (La Notizia 15.6.24) citavo e deridevo un articolo del Corriere della sera che era un capolavoro di culto della personalità. Già il titolo (“La tela diplomatica di Meloni. Da Gaza a Zelensky”) era una perla di pubblicità subliminale, in quanto suscitava l’idea del tutto fasulla che Meloni avesse una qualche influenza negli eventi mondiali. Poi l’incipit dell’articolo che, usando uno stereotipo del giornalismo più cortigiano e adulatorio, la presentava come una gran dama: “Perché il ‘suo’ G7 sia ricordato come un evento storico, Meloni ha scelto personalmente anche i fiori”. La prima parte della frase (“evento storico”) è falsa e ridicola. La seconda (“ha scelto personalmente i fiori”) è risibile e spaccia l’idea di donna raffinatissima, cresciuta tra castelli e giardini, una dama di grande cultura e dai gusti aristocratici. Il lettore immagina che Meloni ogni sera dalla torre del castello declami i versi di Petrarca. Poi la sente parlare in tv con quel timbro da mercati generali della frutta e verdura e si chiede: ma è la stessa persona di cui parla il Corriere? No: quella che ascolta in voce è reale, quella di cui legge è inventata dai giornali.


Meloni: “Vannacci ha chiuso all’alleanza, è funzionale alla sinistra”. Il generale: “Se vuol parlare con me, mi contatti”


La premier ostenta nonchalance a chi le chiede dei rapporti con Futuro nazionale: “È un tema che non mi sono posta”. E sui sondaggi minimizza: “La politica non è mai aritmetica”

(ilfattoquotidiano.it) – “È un tema che non mi sono posta. Mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano“. In conferenza stampa al termine del G7 di Evian, in Francia, Giorgia Meloni ostenta nonchalance a chi le chiede dei rapporti con il partito del generale, che vola nei sondaggi drenando consensi dalla coalizione di governo (e in particolare alla Lega). Lungi dall’aprire a Vannacci, la premier parla come se l’accordo elettorale sia già da escludere: “Mi pare che Futuro nazionale abbia chiuso all’alleanza con il centrodestra, poi io non mi sto ponendo il problema adesso. Io penso che il modo migliore per vincere le prossime elezioni sia governare bene, il resto sono alchimie. E io non mi occupo di alchimie”, dice. Ma non rinuncia a una stilettata all’ex vicesegretario leghista, accusandolo, come già ha fatto in Parlamento, di fare il gioco del “nemico”: “Vedo una certa funzionalità per la sinistra in questo, lo considero abbastanza normale, considero molto meno normale che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra”. Parole a cui il leader di Fn, contattato dall’Ansa, risponde beffardo: “Ma a chi sta parlando la premier? Se vuole parlare con memi contatti“.

Meloni minimizza anche il potenziale impatto di Vannacci sul risultato del centrodestra alle prossime Politiche: “Una cosa che ho imparato molti anni fa è che la politica non è mai aritmetica. Non pensate mai che se in politica si sommano 30 e 4 fa 34, non necessariamente. Io voglio governare bene la Nazione, fare del mio meglio fino alla fine del mio incarico e poi serenamente presentarmi al cospetto degli italiani e essere giudicata per il complesso lavoro che faccio”. La leader di FdI replica al generale anche a proposito del reato di femminicidio, introdotto da questo govenro, che Vannacci ha chiesto di abrogare per una presunta discriminazione tra uomo e donna: “Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma sono contenta che ci sia oggi il reato di femminicidio nel nostro ordinamento. Il tema non è se gli uomini o le donne hanno un valore diverso quando vengono uccisi, ma è come accade”: nel caso del femminicidio, spiega, “la motivazione è non accettare la libertà di una donna. Tante battaglie che noi abbiamo fatto anche su altri fronti, cose sulle quali dovremmo essere in teoria anche d’accordo con Vannacci, come alcune degenerazioni legate al fondamentalismo islamico nelle nostre società, il non voler accettare la libertà delle donne, le abbiamo fatte esattamente per la stessa motivazione. Quindi perché il tema della libertà di una donna in alcuni casi funziona e in altri casi no?”, incalza.


AAA cercasi bagnini


(di Cristina Livoli – Adnkronos) – Spiagge a corto di personale. La carenza di lavoratori stagionali, in particolare di assistenti bagnanti, diventa un nodo cruciale per il settore balneare, messo a dura prova dai rischi sulla piena operatività degli stabilimenti. Come spiega all’Adnkronos Antonio Capocchione, presidente nazionale del Sib-Sindacato italiano balneari aderente a Confcommercio, “alla base c’è un problema demografico: ci sono sempre meno ragazzi, i quali tendono a preferire un’occupazione di tipo continuativo”, oltre al fatto che “lavorare d’estate, mentre gli altri coetanei magari vanno a divertirsi, certamente non aiuta”. 

Si tratta, secondo Capacchione, di una criticità ormai diffusa nel turismo stagionale, ma che “raggiunge livelli drammatici” nel caso degli assistenti bagnanti, una “figura fondamentale” per gli stabilimenti balneari perché “senza assistente bagnanti non si può neanche aprire”. Tra coloro che scelgono di ‘fare la stagione’, poi, ci sono mansioni più appetibili, come quella del cameriere, “che può anche contare sulle mance”, mentre sull’assistente bagnanti “pesa anche una maggiore responsabilità”.

Il nodo, secondo il presidente del Sib, non è comunque di natura retributiva: “Non si tratta di un problema economico, perché generalmente quel tipo di figure viene pagato bene”, piuttosto “servirebbero degli incentivi”. E in questo senso, Capacchione richiama la necessità di un intervento normativo: “Da tempo -dice- abbiamo proposto al governo di incentivare questi ragazzi”, anche perché “svolgono una funzione di interesse pubblico” e “il loro lavoro consente alle persone di godersi il mare in tutta sicurezza”. 

Un elemento, questo, confermato dai dati dell’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione, istituito dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, secondo cui in Italia si registrano circa 350 decessi per annegamento all’anno. E che, ricorda, “nelle spiagge libere si registra il doppio degli annegamenti rispetto alle spiagge in gestione che sono sempre presidiate”. “L’assistente bagnanti -ricorda poi il presidente Sib- è una figura specializzata, che richiede un’abilitazione rilasciata sotto il controllo delle Capitanerie di Porto dopo corsi di almeno 100 ore con prove teoriche e fisiche”. 

Per far fronte alla carenza, il settore ha iniziato anche a guardare all’estero, anche se con delle criticità: “Ci stiamo rivolgendo anche ai lavoratori stranieri -conferma- ma il fatto è che ci sono difficoltà burocratiche, oltre al rischio che, una volta terminata la stagione, queste persone possano finire in un circuito di clandestinità”. Proprio per questo “abbiamo proposto al governo l’introduzione di un titolo di preferenza nei concorsi pubblici per chi svolge questa attività di pubblico servizio”, ma la proposta, “purtroppo finora è rimasta senza esito”.

Da qui l’appello all’Esecutivo: “Ci auguriamo che la questione venga presa in considerazione e che si valuti l’introduzione degli incentivi”. Del resto, conclude, “ragazzi che scelgono di lavorare d’estate, svolgendo un lavoro di pubblica utilità come salvare vite umane, meriterebbero di essere premiati”. 


Trump trattato come un “Re Sole”


(dagospia.com) – Emmanuel Macron sarà un galletto antipatico, borioso, snob, ma da buon francese sa come organizzare un vertice internazionale, tra i più difficili e cruciali della storia.

Al G7 di Evian il primo trofeo è stata la presenza, nel corso del tempo messa più volte in dubbio, di Donald Trump.

E’ bastato apparecchiare un pizzico di grandeur, una spruzzata di panorami tres chic e una di kitsch dorato per titillare i sogni di Trump, novello Re Sole.

Il G7 di Evian è stato un successo, forse uno degli ultimi per il presidente già soprannominato “Jupiter” (Giove), che il prossimo anno lascerà l’Eliseo nelle mani, se i sondaggi hanno ragione, del galletto coccodè del sovranismo d’oltralpe, Jordan Bardella (Marine Le Pen permettendo).

Un successo, innanzitutto, è stato essere riuscito a tenere Trump per tre giorni in Francia, organizzando uno sfarzoso ricevimento alla Reggia di Versailles.

Come un “boss” (come si è autodefinito arrivando nella sala del summit, in un video diventato virale), adora gli arredi dorati in stile Casamonica-deluxe, e si sente un monarca a tutti gli effetti.

Essere trattato come tale lo esalta, e lo mette in una buona disposizione d’animo.

Di buon umore per aver raggiunto l’accordo travagliatissimo con l’Iran, Trump si è addirittura mostrato disponibile ad ascoltare Volodymyr Zelensky, a cui a febbraio 2025 aveva organizzato un agguato alla Casa Bianca: insieme al suo vice-buzzurro, JD Vance, aggredì verbalmente il presidente ucraino accusandolo di essere un ingrato “che non ha le carte”.

In un anno e mezzo, però, Kiev le carte le ha ottenute eccome: la sua formidabile industria militare è in grado di realizzare missili e droni che colpiscono nel profondo il territorio russo.

Ora che Zelensky ha il coltello dalla parte del manico, e ha dimostrato di poter tenere testa a Putin anche senza l’aiuto americano, la musica cambia.

Il Trumpone si è quindi – miracolo macroniano – riallineato ai leader europei e ha sottoscritto l’impegno collettivo a sostenere l’Ucraina con nuove forniture di armi, e ha aperto alla reintroduzione di sanzioni a gas e petrolio russo.

Un’apertura per niente scontata, considerando le affinità elettive di Trump con Putin.

Il Disturbato della Casa Bianca ha bisogno di accelerare sul dossier pace in Ucraina, come ha fatto con quello iraniano, per arrivare alle elezioni di midterm, a novembre, con due coccarde al petto da sventolare ai suoi elettori.

Per l’Ucraina, il guaio sono però le promesse che lui stesso ha fatto a Putin.

Nel meeting di Ferragosto 2025 ad Anchorage, in Alaska, è stato proprio Trump a promettere a “Mad Vlad” che l’Ucraina alla fine avrebbe acconsentito a cedere l’intero Donbass alla Russia.

Evidentemente preso dall’emozione di fronte al suo idolo, il tycoon si allargò un po’ troppo con promesse che ora gli si ritorcono contro.

È evidente che regalare intere regioni a Mosca, in un momento peraltro sfavorevole sul piano militare (la situazione è in stallo da mesi, e l’Ucraina sta riguadagnando posizioni), è inaccettabile per Zelensky.

Come dimostra la questione Iran, però, a Trump non interessano i contenuti degli accordi, ma solo firmarli.

La “pace” in Medio Oriente, infatti, è una sconfitta su tutti i fronti per gli Stati Uniti, e per i loro alleati israeliani.

Gli Usa hanno ceduto a tutte le richieste dei pasdaran, pur di chiudere la guerra iniziata improvvidamente il 28 febbraio con il blitz su Teheran che uccise Ali Khamenei.

In cambio di una vaga promessa sul ritiro del programma nucleare militare (simile a quelle, mai mantenute, degli anni di Obama), gli ayatollah ottengono il potere di controllo sullo stretto di Hormuz, tanti soldi e una rinnovata centralità politica.

A questo si aggiunge il mancato disarmo delle milizie che il regime foraggia in giro per il Medio Oriente, in particolare di Hezbollah, il “partito di Dio” libanese che potrà continuare a lanciare missili contro Israele e rappresentare una spina nel fianco di Netanyahu.

A proposito di Netanyahu, Trump ha ormai capito che l’unica via per evitare le sue mattane militari è disinnescare il suo potere: in vista del voto di MidTerm, “Bibi” è un personaggio tossico, inaffidabile, che a suon di bombe e massacri lo trascina nell’abisso.

Soluzione: lavorare per la sconfitta di Netanyahu alle elezione politiche di ottobre che, sondaggi alla mano, danno, per ora, perdente. E “Bibi”, si sa, è molto affezionato al detto: finché c’è guerra c’è speranza…

Fatto fuori Netanyahu, siglata una pace complicata ma che conviene a tutti, con il prezzo della benzina che rientra a valori accettabili, Trump è convinto di risollevare le sue sorti in casa e potersela giocare:

“La gente dimentica chi ha iniziato la guerra, ricorda solo chi l’ha vinta”, è la tesi che frulla nella cofana dipinta del tycoon.

Certo, la vittoria è solo nella sua testa e non nei fatti, ma l’ex licenziatore di “The Apprentice” è convinto di manipolare la “narrazione” e rivendersi come moderno Giulio Cesare.

L’enorme non detto è che il merito della “svolta” che ha portato alla firma del memorandum tra Usa e Teheran non è suo, ma della Cina (che lo stesso Trump ha ringraziato: “Xi Jinping è stato un vero gentiluomo”).

Via Pakistan, ormai una specie di protettorato del regime comunista, è stata Pechino a mediare sottobanco e convincere l’ala dura dei Pasdaran ad accettare l’accordo.

In cambio della garanzia dei Paesi del Golfo (Emirati e Qatar in testa) di riempire d’oro Teheran, e a quella dello stesso Xi Jinping di continuare a rifornire Khamenei di componenti e tecnologia militare, e di acquistare il petrolio iraniano sottocosto…

Tutto bene è quel che finisce bene per Trump? Mica tanto: la trattativa con l’Iran sarà lunga, molto lunga e complicata; Netanyahu fino a ottobre resterà in carica e potrebbe sabotare da un momento all’altro la pace bombardando il Libano. E sul dossier ucraino, il tycoon deve ancora trovare un modo per far credere sia a Zelensky che a Putin di dichiarare vittoria…

Ps. C’è un altro fattore che Trump non considera. È vero che Netanyahu è uno dei maggiori ostacoli alla pace, ma è altrettanto vero che un governo con un altro premier e un’altra maggioranza non cambierebbe lo slancio militare dello stato ebraico. L’opinione pubblica israeliana, sulla questione Libano, è infatti molto compatta. 

E lo è molto più che sul dossier Gaza. Se i bombardamenti indiscriminati nella Striscia, nel corso degli anni, hanno sollevato una delicata questione morale tra i giornali e nell’animo della popolazione, con i razzi di Hezbollah e dell’Iran la questione è diversa.

Ci sono 60mila residenti del nord di Israele sfollati per i lanci di missili, che non possono tornare nelle loro case, e raccolgono la solidarietà di  gran parte della popolazione .

Sono tutti delusi da Netanyahu, ma non perché fa la guerra, piuttosto perché non la fa abbastanza.

Lo stesso Yair Lapid, volto “buono” della politica israeliana, ha condannato “Bibi” per non aver colpito abbastanza duramente il Libano e le zone dove si nascondono i miliziani, burattini del regime iraniano, e ha definito l’accordo Usa-Iran “un disastro”…


Giorgia e Donald come Brooke e Ridge: la telenovela infinita è meglio di “Beautiful”


DONALD: “IO ABBANDONATO” MELONI CERCA DI RICUCIRE

(Estr. di Tommaso Ciriaco – la Repubblica) – Meloni non ha grandi alternative, deve fare i conti con Trump, ha bisogno della sua sponda, sfrutta il G7 per favorire un contatto. Lo aveva teorizzato alla vigilia, in privato: anche nei rapporti con gli europei è utile ricucire con Washington. La diplomazia italiana, ovviamente, si ingegna per gestire due spinte contrapposte, per certi versi inconciliabili.

Da una parte, la voglia di veicolare questo ritrovato feeling. Dall’altra, la necessità di non mostrarsi troppo accondiscendente, sorridente, disposta a dimenticare le gravissime accuse ricevute dal presidente americano nei mesi scorsi. Per questo, il messaggio di Palazzo Chigi diventa: «C’è stato un chiarimento, nessuna battuta o risata».

Poi però arriva il video, pubblicato da Reuters, che non aiuta certo a rafforzare la tesi enunciata dalle fonti italiane. Semmai, conferma che la premier continua a coltivare una relazione politica. E che anche gli strappi, quelli in nome dell’«interesse nazionale», sono serviti soprattutto a prendere le distanze in una fase critica – quella seguita alla sconfitta referendaria – dalla Casa Bianca trumpiana, invisa all’opinione pubblica europea e italiana. Una zavorra. Nel summit si discute di Ucraina, naturalmente.

La presidente del Consiglio interviene per dire sostanzialmente questo: «La fermezza dell’Occidente è decisiva per convincere Putin a impegnarsi seriamente in un negoziato di pace». Ora, aggiunge, lo sforzo del G7 deve essere quello di favorire «un confronto diretto tra Zelensky e Putin».

È un posizionamento che coincide in questa fase non solo con la linea europea, ma anche con quella di Trump, tornato a ipotizzare nuove sanzioni al petrolio russo. Per Meloni, d’altra parte, è questa la strategia per ottenere «l’unica pace possibile: quella giusta».


“Sono di destra e grato a Meloni”. Protesta al Tg1 contro Chiocci: “Calpesta la nostra dignità”


Scoppia il caso in redazione, malumori dopo l’intervista rilasciata dal direttore a Telenord. Una componente del cdr scrive una lettera ai colleghi per esprimere disagio

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Non l’hanno presa bene al Tg1 l’intervista rilasciata un paio di giorni fa dal direttore Gian Marco Chiocci a Telenord. Una lunga chiacchierata con la storica emittente ligure in cui l’ex inviato del Giornale spedito tre anni orsono da Giorgia Meloni a guidare il primo telegiornale nazionale si è abbandonato a una serie di commenti non proprio lusinghieri sui giornalisti Rai “riferimento dei partiti”, molti dei quali “fuori non avrebbero mercato perché purtroppo sono figli della politica”; sulle scalette del notiziario infarcite di “animaletti che pagano tantissimo in termini di ascolti”; sul suo “rapporto personale” con la premier che “conosco da tanto tempo, la stimo molto, sono grato a lei per essere arrivato qua”, anche se poi “sul Tg1 non mette becco perché si fida”. Di lui, ovviamente, della sua appartenenza ai Fratelli, di cui non fa mistero: “Io sono profondamente di destra”, rivendica in diretta tv. Così, testuale, senza ombra di pudore.

I malumori della redazione

Parole che hanno suscitato non pochi malumori in redazione. Subito trasmessi al Cdr, l’organismo sindacale interno, che spaccato com’è tra chi tifa Chiocci e chi no ha preferito fare orecchie da mercante. Almeno finché una delle tre componenti – Caterina Proietti, l’unica sopravvissuta alle purghe meloniane fatte di riposizionamenti ed epurazioni – non ha detto basta. E ha scritto una vibrata lettera ai colleghi per esprimere un disagio che nella palazzina A di Saxa Rubra è più diffuso di quanto non si immagini. Accogliendo “le perplessità di quanti di voi mi hanno contattata in merito all’intervista pubblicata su Telenord.it”, prima se la prende con l’intervistatore che “descrive il Tg1 come una redazione che ‘non è mai andata alla ricerca di notizie’, la cui missione istituzionale è quella di parlar bene del governo”. Affermazioni – sottolinea la rappresentante sindacale – che calpestano la dignità professionale di tutti noi e di grandi giornalisti (inutile elencarli tutti), che hanno fatto parte di questa testata e della nostra storia”. “Un qualunquismo imbarazzante – rincara – che coinvolge tutti i lavoratori della Rai, di fronte al quale è impossibile rimanere in silenzio”. E qui si coglie un velato rimprovero alle altre due colleghe del Cdr, Giancarla Rondinelli e Roberta Ferrari, che hanno preferito mettere la museruola al dissenso interno.

La protesta contro il direttore

Poi Proietti, con molto garbo ma altrettanta schiettezza, critica le uscite di Chiocci sugli animaletti che alzano lo share e sull’amicizia rivendicata con la premier. Un po’ troppo per chi, guidando il più importante telegiornale pubblico, dovrebbe – se non essere – quanto meno apparire imparziale. “Il Tg1 è composto da giornalisti che svolgono il proprio lavoro con abnegazione e impegno, sostenuti da milioni di telespettatori che ogni giorno rinnovano la loro fiducia verso quello che raccontiamo”, sottolinea la cronista. “Sapere che la presidente del Consiglio non mette becco perché si fida del lavoro del direttore, apre dubbi su quelli che devono essere i rapporti di indipendenza del giornalismo dal governo di turno”. Il perché è presto detto: “La redazione del Tg1 non può essere percepita come compromessa con il potere, crediamo nella trasparenza e nella responsabilità di un’informazione che non distolga mai lo sguardo dalla ricerca della verità. Così come elogiamo i nostri risultati, allo stesso modo non possiamo permettere che si riducano i confini dell’indipendenza giornalistica”. Un j’accuse senza sconti. Pieno di orgoglio, coraggio, ma anche tanta amarezza. Che non sono passati inosservati.

Le reazioni

“Il Tg1 non è grato alla premier e non ha bisogno della sua fiducia, se non nella misura in cui ha bisogno di quella di qualsiasi altro cittadino – sostene l’Esecutivo Usigrai – Guardiamo con stupore l’intervista pubblicata su Telenord.it, in cui il direttore della principale testata italiana raccontava il suo rapporto con la presidente del Consiglio. Apprezziamo la reazione di colleghe e colleghi del Tg1 che a prescindere dalla formazione culturale e dalle proprie idee, ritengono un aspetto irrinunciabile la difesa propria autonomia. Un valore che Usigrai difende dal 1984. La storia del Tg1 non nasce tre anni fa. La redazione ha sempre lavorato con grande professionalità e le notizie le ha sempre cercate. La trasparenza e l’equidistanza della testata non possono essere messe in discussione da rapporti personali con qualsiasi politico, di qualsiasi colore o schieramento – continua il sindacato – Pur non condividendo nulla di quanto detto dal direttore ne apprezziamo la sincerità. Ha confermato quanto Usigrai dice da anni rispetto all’ingerenza dei governi di ogni colore politico nelle nomine in Rai: speriamo che aver gettato la maschera serva finalmente a dare una scossa, convincendo chi governa a cambiare la legge di governance, come chiediamo da anni. Una riforma che finalmente liberi la Rai dall’oppressione della politica. Tutta”.

“Ho sempre lavorato con coerenza, fuggito le scorciatoie di qualsiasi tipo e sono fiera di aver passato gran parte della mia vita professionale al Tg1. Nessuno può permettersi di dire che abbiamo piegato la testa in passato o che lo faremo in futuro”, aggiune una delle colleghe più anziane. “Grazie Caterina per aver rotto il silenzio su quell’insopportabile comparsata del nostro direttore a Telenord”, scrive un altro: “Non ho molto altro da aggiungere se non che in 30 anni di Tg1 una mancanza di rispetto della sua redazione da parte di chi la dirige non si era mai vista. Spero bene che i vertici dell’azienda sappiano trovare il coraggio di farsi sentire”. E ancora, stavolta da una quarantenne: “Grazie Caterina per la tua nota a difesa della dignità del Tg1, della Rai e di noi tutti”. E Chiocci? Nessuna risposta. Il messaggio che doveva dare l’ha già consegnato alla tv ligure.


Dietro gli striscioni contro Salvini, ci sarebbe una rete di giovani militanti e dirigenti del Carroccio


(dagospia.com) – “Grazie Matteo ma…Zaia segretario ora”. Dietro gli striscioni contro Salvini comparsi nella mattinata del 15 giugno in otto città italiane, tutti accomunati dallo stesso messaggio, ci sarebbe lo zampone di una rete di giovani militanti e dirigenti territoriali del Carroccio.

Secondo quanto risulta a Dagospia, circa un mese fa, Zaia avrebbe incontrato in Veneto il gruppo di ribelli del Carroccio.

I militanti avrebbero manifestato all’ex “Doge” l’insofferenza per la gestione Salvini e l’auspicio di averlo sulla tolda di comando del Carroccio: “Sior Zaia, la sua leadership rappresenterebbe la soluzione migliore per il futuro del partito”.

Nel corso del colloquio, l’ex governatore del Veneto è stato informato delle inquietudini del corpaccione del partito, non solo nel Nord-Est. I ragazzotti, inoltre, si sarebbero messi a disposizione per costruire consenso intorno a un’eventuale “segreteria Zaia” anche in quei territori lontani dal Veneto, dove la leadership del cowboy di Conegliano è più debole.

Zaia, notoriamente un “cuor di melone” cacadubbi, ha incassato, senza fare un plissè, e non ha dato indicazioni operative o politiche.

Dopo l’incontro, è nata dal basso la rete “Comitati Zaia segretario”. E il 15 giugno l’iniziativa ha assunto una dimensione nazionale con l’affissione coordinata degli striscioni in diverse città.

L’obiettivo non è aprire immediatamente una battaglia congressuale, per quella ci sarà tempo. L’intenzione reale è dimostrare al sempre timoroso Zaia l’esistenza di una base organizzata pronta a sostenerlo.

L’operazione è stata varata nonostante la contrarietà di alcuni dirigenti della Lega, che avrebbero invitato i giovani promotori a non esporsi, per evitare possibili tensioni con il gruppo dirigente nazionale e, in particolare, con il vicesegretario federale, Claudio Durigon…


Renzi finisce stritolato nella tenaglia Bettini-Conte


C.SINISTRA: BETTINI, ‘IERI SCATTO IN AVANTI, ORA OCCORRE ALLARGARE AD ALTRE CULTURE’

(Adnkronos) – “Gli elettori e i militanti progressisti e di sinistra aspettavano da tempo un segnale di unità, di comune ricerca programmatica, di vicinanza e collaborazione tra i leader fondamentali del campo alternativo alla destra meloniana. Ieri è arrivato.

Per consolidare le battaglie già svolte assieme e definire ulteriori questioni che ci uniscono.

È uno scatto in avanti che mi riempie di speranza. È ovvio, almeno per me, che è un primo passo; al quale farne seguire altri. Ho ripetuto all’infinito che da sola la sinistra non basta.

Occorre allargare, includere, ospitare le culture democratiche, socialiste, repubblicane, liberali e libertarie. Mantenendo coerenza, armonia, capacita’ di sintesi al fine di un messaggio chiaro di cambiamento dell’Italia”. Così Goffredo Bettini, dirigente nazionale del PD e direttore di Rinascita, si esprime in un editoriale pubblicato dalla rivista da lui diretta circa gli esiti dell’incontro di ieri tra i leader di Avs, PD e M5s.

“Questa esigenza è emersa particolarmente forte negli interventi di Elly Schlein e di Giuseppe Conte all’assemblea nazionale civica proposta da Alessandro Onorato. La segretaria del PD ha ribadito la linea ”testardamente unitaria”; Conte, in un discorso assai bello, ha parlato della necessità di un sentimento di amicizia che deve scorrere nel nostro schieramento.

Anche da qui traggo la convinzione per uno sforzo massimo nell’includere tutte le energie che, in modo diverso, si sono collocate nettamente all’opposizione del governo di destra e che hanno così tanto fatto arrabbiare i ”terzopolisti” alla Calenda”. “Il fenomeno Vannacci rafforza tale mio ragionamento. Non lo considero un rigurgito folcloristico del passato; piuttosto un segnale nel presente di quanto sia in bilico l’equilibrio democratico.

Vannacci si presenta esso stesso come uno del popolo dimenticato, arrabbiato, degradato, non rappresentato, impaurito, sordo ormai ad ogni richiamo di valori, distraenti rispetto alla sua condizione difficile o semplicemente faticosa, non corrispondente alle aspettative.

Vannacci si muove dentro il mutamento antropologico, che sta investendo l’Occidente e l’Italia. La ”feccia” o lo ”sporco” diventano utili arnesi per liberare un ”fascismo interiore”, estremo, razzista, xenofobo, grottescamente militaresco. Non so come andrà a finire. Ma non credo che Marina Berlusconi, sincera liberale, farà più di tanto. Né ho certezza che la destra si dividerà. Semmai sarà trascinata da Vannacci, ad andare ancora piu’ a destra. Grande spazio si apre per noi in mezzo ai cittadini ”normali”; non ideologizzati, non politicizzati, non impegnati in battaglie civili, ma semplicemente ”perbene” e di “buon senso” che probabilmente cominciano a guardare con orrore la ”bruttura” che stanno preparando i nostri avversari”. 

C.SINISTRA: CONTE, ‘BEN VENGA PROGETTO CIVICO ONORATO’

(Adnkronos) – Sono stata al ‘battesimo’ di Progetto civico Italia di Alessandro ONORATO “perché il Movimento 5 stelle e io non siamo settari, se c’è qualcosa di interessante che nasce, come in questo caso, dal basso, una forza politica nuova, innovativa, che si avvantaggia dell’esperienza amministrativa di assessori, sindaci di tutta Italia, erano circa 600 rappresentanti, che ben venga per dare un contributo di esperienza, di pragmatismo”. Lo dice ospite di AdnTalks, intervistato dal direttore Davide Desario, il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte.


Quello che non torna sul maxi progetto immobiliare che la famiglia Trump vuole realizzare in Albania


Vi spieghiamo cosa ha detto davvero Edi Rama nell’intervista a Vanity Fair, non solo le risposte che ha dato ma quello che c’è tra le righe: le normative Ue sull’ambiente, il progetto immobiliare di Trump in Albania e l’ombra lunga degli oligarchi. C’è qualcosa che non torna sul maxi progetto immobiliare che la famiglia Trump vuole realizzare in Albania. Quello che non ha detto il premier albanese Edi Rama in un’intervista a Vanity Fair ci aiuta a capire meglio la vera posta in palio: l’ingresso di Tirana nell’Unione europea che passa per gli affari dorati di strani personaggi…

(di Federico Giuliani – mowmag.com) – Vi spieghiamo cosa ha detto davvero Edi Rama nell’intervista a Vanity Fair, non solo le risposte che ha dato ma quello che c’è tra le righe: le normative Ue sull’ambiente, il progetto immobiliare di Trump in Albania e l’ombra lunga degli oligarchi.

Lui, Edi Rama, continua a ripetere che l’Albania non è in vendita e di non star regalando il suo Paese all’oligarchia globale. La gente, o meglio il popolo albanese, ha idee diverse. Non a caso, nelle ultime tre settimane, decine di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il governo, reo di aver ceduto i diritti di sviluppo dell’isola di Sazan, e dell’area costiera protetta di Zvernec, a capitali stranieri. Gli acquirenti, un gruppo di investitori legati a Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia di Donald Trump, intendono realizzare un maxi progetto turistico (e di lusso) nelle due zone. L’intero dossier si è ormai trasformato in un caso internazionale. Ma che cosa sta succedendo davvero in Albania? Rama ha provato a spiegare la situazione a Vanity Fair. Nel corso di una lunga intervista al settimanale, il leader socialista ha parlato di Sazan, della famiglia Trump, della Rivoluzione dei Fenicotteri che sta mettendo sotto pressione il suo governo, dei giochi politici in campo e, forse il tema fondamentale, dell’ingresso di Tirana nell’Unione europea. Un attento debunking di tutto quello che ha dichiarato il premier albanese, e di ciò che non ha detto e ha solo lasciato intendere, offre uno scenario ancora più chiaro. Ecco i passaggi più interessanti.

“Se fosse vero che stiamo svendendo la nostra terra a oligarchi pronti a deturparla con ecomostri, sarei il primo a essere disgustato. Ma è vero? È una narrazione costruita su mezze verità che, passando di bocca in bocca, di post in post, sono diventate una gigantesca bugia”, ha spiegato Rama.

In questa affermazione notiamo tutta l’abilità del politico Rama. Tecnicamente, l’isola di Sazan non viene venduta definitivamente. Il modello discusso è una specie di concessione/diritto di sviluppo di lungo periodo su terreni pubblici, con status di investimento strategico. I manifestanti parlano di svendita in relazione a presunte agevolazioni fiscali concesse dal governo, a modifiche normative favorevoli al progetto, oltre che per l’utilizzo privato di aree considerate patrimonio collettivo. C’è poi il discorso legato agli ecomostri: altra semplificazione. Nessuno contesta l’estetica degli edifici ma il loro impatto, e quello del conseguente turismo, su zone ecologicamente sensibili. Detto altrimenti, anche un resort bellissimo può distruggere un habitat, e proprio su questo punto la Commissione europea ha chiesto verifiche ambientali più rigorose.

“La costa di Valona era di proprietà privata ed è stata venduta agli investitori. Vendita illegittia? L’ex proprietario era indagato per un’altra questione. Ora la transazione è sospesa finché non si accerta la legittima proprietà delle terre, che in Albania resta una questione delicata dalla caduta del regime e dalla riassegnazione dei titoli di proprietà. Chiarita l’appartenenza, verrà versata la somma a chi di dovere”, dice ancora Rama.

Chi sono gli investitori? La figura centrale è Jared Kushner. Il veicolo associato all’operazione è Affinity Partners, un veicolo creato da Kushner; gran parte dei suoi capitali proviene da fondi sovrani del Golfo, tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Sono stati fatti anche altri nomi: Richard Grenell come facilitatore dei contatti regionali, l’imprenditore albanese Shefqet Kastrati, gli imprenditori qatarioti Moutaz Al-Khayyat e Ramez Al-Khayyat in alcune strutture collegate al progetto. E ancora: il progetto viene spesso attribuito a società specifiche come Sazan Real Estate Development, guidata da Asher Abehsera, cofondatore con Kushner di iniziative immobiliari collegate.

Abbiamo adeguato la nostra normativa agli standard europei che prevedono diversi livelli di protezione. Ci sono zone intoccabili, come il delta del fiume Vjosa, e zone su cui si può edificare, sempre rispettando i parametri dell’Ue”, ha proseguito il primo ministro albanese.

Partiamo da un punto: la Commissione europea non ha detto che qualunque resort a Sazan sarebbe automaticamente illegale. Ha semmai ricordato all’Albania che, essendo in negoziato per l’adesione, deve dimostrare di saper applicare le regole europee sulla conservazione della natura, svolgere una valutazione d’impatto ambientale completa e garantire che gli habitat non vengano deteriorati. Bruxelles ha inoltre criticato alcune modifiche alla legislazione albanese sulle aree protette e la continua proroga della legge sugli investimenti strategici, ritenendo che possano indebolire le garanzie ambientali. Una parte importante delle proteste riguarda il sistema costiero di Vjosa-Narta, che è considerato dagli organismi europei e internazionali una zona di altissimo valore ecologico: area di sosta per gli uccelli migratori, candidata a entrare nelle reti europee di conservazione e già oggetto di precedenti richiami da parte delle istituzioni europee per altri progetti infrastrutturali, come l’aeroporto di Valona. Quali sono le normative Ue da considerare? La più importante è la cosiddetta Direttiva Habitat: se un’area ospita habitat o specie di particolare valore ecologico, uno Stato deve evitare che questi vengano deteriorati. Troviamo poi la Direttiva Uccelli che protegge le aree essenziali per gli uccelli selvatici, soprattutto quelli migratori (ben presenti nelle zone messe di mira da Kushner). Arriviamo infine alla Direttiva Via, secondo la quale opere importanti, come aeroporti, porti turistici, grandi resort, infrastrutture costiere, devono essere sottoposte a uno studio dettagliato degli impatti ambientali.

Chi protesta, in sostanza, accusa il governo Rama di aver ignorato interi passaggi in nome del Dio denaro. Ma le manifestazioni oceaniche che hanno paralizzato Tirana nascondono anche un chiaro intento politico: quello di colpire il governo in carica. Basta leggere quanto dichiarato dal primo ministro albanese: “Credo che sia sbagliato usare l’Albania per condurre battaglie politiche altrui. Tra i manifestanti c’è sicuramente una componente sobillata dall’Iran. Non è un mistero che l’Albania sia sotto tiro. Teheran aveva già cercato di lanciare un cyberattacco contro i nostri sistemi di sicurezza […] ora ci riprovano costruendo una narrativa anti-Israele secondo cui questo progetto sarebbe un favore a Netanyahu”.

Nel 2022, in effetti, l’Albania ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran dopo una serie di cyberattacchi attribuiti da Tirana. Nel momento in cui scriviamo, tuttavia, non sono stati ancora presentati elementi ufficiali che dimostrino un fantomatico coordinamento iraniano delle proteste. La sensazione è che il premier albanese voglia mettere in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti, prevalentemente ambientali e di politica interna. Altra sensazione: Rama potrebbe aver accelerato sui dossier turistici più delicati sperando di concludere i vari iter prima di un eventuale ingresso dell’Albania nell’Unione europea. Il risultato, per ora, è stato disastroso: i malumori per la questione ambientale sono degenerati in un malcontento generale contro l’establishment. E, si sà, un contesto del genere è perfetto per accogliere influenze esterne e agenti che non vedono l’ora di colpire Bruxelles e i suoi alleati. Presenti e futuri.


Il testo integrale del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran


Definisce i termini del cessate il fuoco tra Usa e Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione, una serie di aiuti finanziari per la Repubblica islamica e la conferma da parte di Teheran dell’intenzione di non sviluppare mai un’arma nucleare. Ma manca ogni riferimento alla sorte degli oltre 460 chilogrammi di uranio arricchito ancora in possesso della Repubblica islamica

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – Il testo del memorandum d’intesa, negoziato tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto scatenato il 28 febbraio scorso da Washington, insieme a Israele, contro la Repubblica islamica e aprire le trattative per un accordo di pace definitivo, è trapelato alla stampa statunitense durante il G7 di Evian, in Francia. Malgrado il suo contenuto non sia stato confermato ufficialmente è stato pubblicato per intero dall’emittente Cnn, che cita come fonte “un diplomatico che lo ha visionato al vertice del G7 in Francia di questa settimana”, che “ne ha confermato il contenuto”, “così come altre due fonti diplomatiche a conoscenza dei negoziati”.

Cosa prevede il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran
L’accordo pare ricalcare le indiscrezioni già fatte circolare negli scorsi giorni da alcune agenzie di stampa iraniane come Mehr News. Il testo trapelato definisce i termini del cessate il fuoco tra Usa e Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione, una serie di aiuti finanziari per la Repubblica islamica e la conferma da parte di Teheran dell’intenzione di non sviluppare mai un’arma nucleare.
In base all’accordo, gli Stati Uniti consentiranno all’Iran di vendere il suo petrolio e i suoi prodotti petrolchimici, mentre – se rispetterà gli impegni relativi al suo programma nucleare – Teheran potrebbe accedere a un fondo di sviluppo da 300 miliardi di dollari. Manca invece ogni riferimento alla sorte degli oltre 460 chilogrammi di uranio arricchito ancora in possesso della Repubblica islamica.
L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha definito inaccurate le versioni trapelate della bozza, in particolare una pubblicata da Bloomberg, ribadendo che “il testo del Memorandum d’intesa di Islamabad sarà pubblicato dopo la firma”, prevista venerdì 19 giugno, “in base all’accordo tra le parti”. La Casa bianca non ha commentato, anche se il presidente Usa Donald Trump ha più volte definito “false” le indiscrezioni di stampa in merito. Di seguito il testo integrale, così come trapelato alla Cnn:

  1. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente e dei restanti articoli.
  2. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.
  3. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.
  4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti revocano il blocco navale e impediscono qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale sarà proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.
  5. Dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito di navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.
  6. Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per il rilancio e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo al contempo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.
  7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.
  8. La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari di comune accordo, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale; l’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo.
  9. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sul fatto che, in attesa di un accordo definitivo, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né rafforzeranno le proprie forze nella regione.
  10. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.
  11. Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran saranno sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.
  12. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro impegno nei confronti dell’Accordo finale.
  13. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e al ricevimento di garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.
  14. L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.


Cecchini a Sarajevo, il racconto fatto agli inquirenti


Cecchini a Sarajevo, sequestrati foto ‘significativa’ e silenziatore a indagato

(ANSA) Una fotografia “significativa” che lo ritrae con attrezzatura tecnica e un silenziatrore sono stati sequestrati stamani a uno dei quattro indagati per omicidio nell’inchiesta sui presunti cecchini del weekend a Sarajevo negli anni ’90.

Sono gli esiti “positivi” di una perquisizione effettuata stamane dai  carabinieri del Ros su delega del pm di Milano, Alessandro Gobbis, e del procuratore Marcello Viola, nell’abitazione del 65enne residente nell’Alessandrino. L’uomo durante l’interrogatorio di qualche tempo fa non aveva risposto alle domande. La perquisizione di oggi si fonda sulle testimonianze della ex moglie e della ex compagna.

Cecchini a Sarajevo, ex compagna del perquisito ‘aveva incubi per aver ucciso’

(ANSA) “Mi spiegò di aver avuto quegli incubi perché in passato aveva ucciso delle persone, raccontandomi di essere andato in Bosnia a combattere durante la guerra degli anni ’90. Mi disse che partiva da Milano con l’aereo e che con lui c’erano delle persone che facevano il weekend (….) per fare il cecchino per sparare ai musulmani”.

Lo ha messo a verbale l’ex compagna del 64enne, residente in provincia di Alessandria e perquisito oggi dal Ros dei carabinieri nell’inchiesta del procuratore di Milano Marcello Viola e del pm Alessandro Gobbis sui cosiddetti “cecchini del weekend” a Sarajevo tra il ’92 e il ’95.   

La donna ha raccontato che l’uomo, a cui oggi sono stati sequestrati una foto ritenuta rilevante e un silenziatore, le aveva riferito di avere un “silenziatore per armi” e che “possedesse, conservandolo gelosamente, un lasciapassare delle zone di guerra, ovvero una fotografia di lui in piedi in posa militare con una sorta di divisa, non di quelle convenzionali”.

Sul retro di questa foto, si legge ancora nel decreto che riporta passaggi della testimonianza dell’ex compagna, “c’era una scritta in lingua straniera non so di preciso quale, che costituiva una sorta di autorizzazione per accedere alle zone di guerra”. E ancora: “Su questa foto c’erano dei segni che corrispondevano alle persone uccise durante i combattimenti (…) erano dei cerchi o delle righe, una sorta di conta”.


Tutti i problemi della riforma della caccia


Il provvedimento tenta di descrivere l’attività venatoria come tradizione nazionale capace di concorrere alla conservazione della biodiversità e dell’ecosistema: un’assurdità che nasconde il fatto che la caccia è in realtà un’attività privata e ricreativa. Fra le peggiori sconcezze in tema ambientale che il nostro Parlamento ricordi

Immagine di Tutti i problemi della riforma della caccia

(di Enrico Bucci – ilfoglio.it) – Siamo ormai vicini alla possibile approvazione di un ddl in grado di stravolgere completamente la protezione della fauna italiana e la regolamentazione della caccia.

Il ddl 1552 è un’iniziativa parlamentare presentata da Lucio Malan il 20 giugno 2025, che risulta in relazione dal 27 maggio 2026 e deve ancora essere approvata dal Senato e poi dalla Camera. È una riforma costruita intorno alle richieste del mondo venatorio, con il governo che la sostiene apertamente. Si tratta di una delle peggiori sconcezze in tema ambientale che il nostro Parlamento ricordi.

Il punto più grave sta nel rovesciamento dell’impianto della legge 157/1992. La legge vigente nasce come disciplina di protezione della fauna selvatica, qualificata dall’articolo 1 della stessa legge come “patrimonio indisponibile dello Stato” e regolata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale. Il ddl 1552 sposta la logica verso la “gestione”, trasformando la caccia da eccezione regolata a componente ordinaria della politica faunistica. Le osservazioni depositate da numerose associazioni davanti alle Commissioni del Senato colgono il nodo: il provvedimento tenta di descrivere l’attività venatoria come tradizione nazionale capace di concorrere alla conservazione della biodiversità e dell’ecosistema, un’assurdità che ovviamente nasconde il fatto che la caccia è in realtà un’attività privata, ricreativa, concessa dallo stato su un bene comune.

Oltretutto, la nuova impostazione collide con l’articolo 9 della Costituzione, che oggi include tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, e affida alla legge statale la tutela degli animali. Una legge che amplia tempi, luoghi e strumenti della caccia dovrebbe quindi dimostrare con particolare rigore di aumentare la tutela effettiva della fauna. Il ddl fa l’operazione opposta: affida alla retorica della “gestione” ciò che dovrebbe essere provato con dati, monitoraggi, limiti e controlli, e quindi in sostanza apre, senza alcuna prova a proprio supporto, un evidente profilo di frizione con il nuovo articolo 9 della Costituzione.

Il depotenziamento di Ispra è il centro tecnico della riforma. Il ddl riduce la forza conformativa del parere Ispra nella definizione delle specie cacciabili e dei periodi di caccia, trasformandolo da presidio tecnico sostanziale in un elemento consultivo affiancato da un organismo nel quale pesano anche componenti venatorie e agricole. La comunicazione formale della Commissione europea del 18 dicembre 2025, secondo quanto riportato nell’interrogazione parlamentare al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, ha contestato proprio la trasformazione del parere Ispra sui calendari venatori da presidio sostanziale a parere meramente consultivo, segnalandola come rischio per il sistema di tutela previsto per esempio dalla Direttiva Uccelli.

Il capitolo dei calendari venatori è altrettanto critico. Il ddl elimina il vincolo della prima decade di febbraio come termine massimo della stagione venatoria, incidendo sul periodo della migrazione prenuziale. La Direttiva 2009/147/CE impone agli stati membri di evitare che le specie cacciabili siano prelevate durante la riproduzione o durante il ritorno verso i luoghi di nidificazione. Aprire varchi proprio in quella fase significa aumentare la pressione su animali che stanno rientrando nei territori riproduttivi, con effetti che non riguardano solo l’Italia ma rotte migratorie continentali.

Il capitolo dei richiami vivi è uno dei più indecenti. La riforma allenta il sistema di autorizzazione e controllo, mentre il settore è già esposto a traffici illegali, catture abusive, bracconaggio e problemi sanitari. Le osservazioni depositate parlano di deregolamentazione del comparto e di una sanatoria di fatto, perché richiami illegali e richiami legali diventerebbero più difficili da distinguere. Una legge seria avrebbe irrigidito tracciabilità e controlli, perché in questo settore esistono già problemi noti di traffico illecito, bracconaggio e possibili rischi sanitari, inclusa l’influenza aviaria. Presentare tutto questo come modernizzazione normativa richiede una notevole dose di cinismo istituzionale.

La riforma estende anche lo spazio della caccia. Nei rilievi tecnici compaiono il demanio forestale, i valichi montani, la braccata sulla neve, territori oggi importanti come corridoi o rifugi per la fauna. Viene ridotto lo spazio naturale disponibile in sicurezza per cittadini disarmati, escursionisti, famiglie, fotografi naturalisti, agricoltori che subiscono la pressione venatoria senza condividerne gli interessi. La libertà reale di fruire del territorio viene subordinata al privilegio di chi porta un fucile.

La privatizzazione strisciante della fauna è ancora più chiara nelle norme sulle aziende faunistico-venatorie e agri-turistico-venatorie. Le osservazioni parlano di attività di lucro, caccia su ordinazione e scollegamento dalle regole pubbliche ordinarie. Un bene indisponibile dello Stato entra così in un circuito economico nel quale animali, territorio e abbattimento diventano componenti di un’offerta commerciale. Anche il riconoscimento automatico delle abilitazioni venatorie rilasciate da Stati UE o SEE va nella stessa direzione: più pressione venatoria, meno legame con il territorio, nessuna reale garanzia di formazione sulle norme italiane e sulle peculiarità ecologiche locali.

Il riconoscimento automatico delle abilitazioni venatorie rilasciate da Stati UE o SEE apre un altro fronte: le osservazioni parlano di assenza di verifica preventiva, assenza di formazione specifica sulle norme italiane e sulle peculiarità territoriali, assenza di limiti numerici. In pratica, mentre si invoca il legame tra cacciatore e territorio quando conviene alla retorica venatoria, si apre il mercato a soggetti che quel legame non hanno e che aumenterebbero la pressione su specie e habitat.

Il controllo faunistico viene spinto verso una gestione sempre più armata e privatizzata. Le osservazioni segnalano l’affidamento a soggetti privati armati, in continuità con una linea già oggetto di procedura d’infrazione europea. Qui l’assurdità è doppia: si prende un problema reale, come il contenimento di alcune popolazioni animali e i danni agricoli, e lo si usa per espandere il ruolo dei cacciatori, invece di rafforzare monitoraggio, prevenzione, interventi selettivi, responsabilità pubblica e verifica degli esiti.

Il dato politico è ancora più netto se si guarda alla dimensione sociale della categoria. Nel 2024, secondo dati del Ministero dell’Interno riportati dalla stampa specializzata, le licenze per porto di fucile uso caccia erano 588.043: circa l’uno per cento della popolazione italiana. Anche usando questa stima alta, e tenendo presente che si parla di licenze e non necessariamente di cacciatori effettivamente attivi, il Parlamento sta impegnando capitale politico, conflitto istituzionale con l’Europa e regressione ambientale per una minoranza ristretta, organizzata e rumorosa.

Lollobrigida ha scelto di intestarsi la difesa politica del provvedimento, arrivando a dire, secondo quanto riportato da agenzie di stampa, che il governo non intende interrompere l’iter per “una lettera di un burocrate”, riferendosi alle osservazioni europee. Quella frase è rivelatrice: quando Bruxelles interviene su biodiversità, Direttiva Uccelli, Ispra e rischio di infrazione, il ministro dell’Agricoltura derubrica il problema a scambio tra apparati. È il modo più rapido per chiarire la gerarchia reale: prima il pacchetto elettorale venatorio, poi la scienza, poi il diritto europeo, poi la fauna.

Pichetto Fratin esce malissimo da questa vicenda. Il suo ministero è quello dell’Ambiente e della Sicurezza energetica; la tutela della biodiversità e degli ecosistemi ricade politicamente nel suo perimetro. La comunicazione europea è stata oggetto di un’interrogazione rivolta proprio a lui, con la richiesta di chiarire tempi di ricezione, trasmissione alle sedi istituzionali, valutazioni del governo e misure per preservare il ruolo di Ispra. Pichetto Fratin non è rimasto formalmente silente: ha scelto una risposta difensiva e procedurale, trattando i rilievi europei come osservazioni interlocutorie su un testo ancora in itinere, senza assumere una posizione politica netta a difesa di Ispra, biodiversità e fauna selvatica. A fronte di un attacco così diretto al presidio tecnico-scientifico nazionale in materia ambientale, questa copertura politica pesa quasi quanto la propaganda di chi spinge il ddl.

Il ddl 1552 prende una legge di tutela, ne abbassa le difese, riduce il peso della scienza, allarga il campo del prelievo, apre spazi al mercato venatorio e usa problemi reali di gestione faunistica come pretesto per rafforzare chi della caccia vive o chi sulla caccia costruisce consenso. Lollobrigida raccoglie voti dove li trova, anche presso minoranze piccole e aggressive. Pichetto Fratin lascia che il ministero dell’Ambiente arretri mentre l’ambiente viene consegnato a un compromesso di bottega. Il Parlamento dovrebbe fermare questo testo prima di approvare una legge che tratta la biodiversità come merce di scambio e il patrimonio faunistico dello Stato come riserva elettorale di pochi armati.


Colle extra-large: l’abuso di potere sul caso Savona


Paletti. Molte azioni “creative” del Quirinale non derivano dai poteri che gli dà la Carta: tipo sbarrare la strada a un ministro per le sue idee

Colle extra-large: l’abuso di potere sul caso Savona

Pubblichiamo un estratto di “Romanzo Quirinale”, in uscita per PaperFirst

(di Savino Balzano – ilfattoquotidiano.it) – Molte delle azioni “creative” del Quirinale (…) non derivano da poteri che la Carta gli conferisce formalmente. Avete letto da qualche parte, ad esempio, che spetti al Presidente della Repubblica il diritto di sbarrare la strada a un ministro per le sue idee politiche? È successo con Paolo Savona, nel 2018. (…)

Il 23 maggio, Giuseppe Conte – l’uomo scelto da M5S e Lega – ricevette l’incarico da Mattarella per formare una maggioranza di governo e pronunciò parole che, probabilmente, non immaginava sarebbero rimaste a lungo impresse nella memoria degli italiani: “Mi propongo di essere l’avvocato difensore del popolo”. Un ottimo espediente retorico. E tuttavia, ritengo che più significativa fu un’altra frase: “Sono consapevole della necessità di confermare la collocazione europea dell’Italia”. Aveva già capito tutto, probabilmente.(…)

Come ministro dell’Economia scelsero Paolo Savona: volevano lui. Il professore era noto per le sue critiche alla moneta unica, sicuramente estremizzate – soprattutto da una certa informazione –, e fu proprio a causa di esse che, per la prima volta, il Quirinale decise di agire come mai prima di allora era accaduto.

Non ricostruiremo passo dopo passo i densi avvenimenti di quei giorni, dal momento che a noi interessa dimostrare un aspetto specifico. Nel dire di no a Paolo Savona, il Presidente della Repubblica non rispettò la Costituzione, esercitando poteri esorbitanti rispetto a quelli riconosciuti dalla stessa. Tale forzatura venne esercitata anche nel tentativo di far morire nella culla il programma politico: un testo fortemente orientato alla Costituzione e, di conseguenza, lontano dai dettami neoliberali e austeri di Bruxelles. (…)

Con un discorso che avrebbe segnato un prima e un dopo, Sergio Mattarella disse di no a Giuseppe Conte: non acconsentiva alla nascita di un governo che vedesse come ministro dell’Economia il professor Paolo Savona. Dal Quirinale, le parole furono a dir poco chiare. Non vorrei apparire paranoico, ma già l’incipit tendeva in qualche modo a screditare l’azione delle due forze politiche protagoniste dell’esperimento: “Si è manifestata – com’è noto – una maggioranza parlamentare tra il Movimento 5 Stelle e la Lega che, pur contrapposti alle elezioni, hanno raggiunto un’intesa”. Perché sottolineare il fatto che le due forze politiche fossero su fronti contrapposti alle elezioni politiche di quell’anno? Il dato è del tutto irrilevante in un sistema parlamentare come il nostro. O, meglio, era irrilevante sotto il profilo procedurale, giuridico, costituzionale: l’unico piano a dover riguardare le valutazioni del Presidente della Repubblica. (…)

Nessuna norma della Carta affida al Presidente della Repubblica il compito di valutare se un ministro sia coerente con un programma, tanto meno quali siano le sue idee (a meno che non siano eversive o anticostituzionali). Si trattava di un vero e proprio abuso di potere. (…)

Le uniche caratteristiche che spetta al Capo dello Stato verificare sono: disciplina, onore. Verificare che vi sia un giuramento adeguato, che non vi siano conflitti di interessi tali da compromettere l’interesse nazionale. Cose di questo genere. Certo, la fedeltà alla Repubblica e l’osservanza della Costituzione deve esprimerle per primo proprio lui. Altrimenti casca tutto. (…)

La questione di Paolo Savona è rilevante per tutto ciò che abbiamo visto, ma qui diventa evidentissima la questione di fondo: la politica che il Quirinale prova a imporre al Paese nell’interesse del sovranazionalismo europeo e di tutto ciò che incarna. (…) Paolo Savona venne spostato agli Affari europei, e il resto della storia lo conosciamo tutti.(…)

Bisognava stroncare l’idea stessa che si potesse ancora scrivere un programma sociale, in un Paese che ha giurato fedeltà al mercato. In un’Italia dal popolo senza più garante. L’eresia non fu il nome di Savona: quello fu solo il pretesto. Eretico fu immaginarci diversi. In una democrazia che ha smarrito il senso della propria sovranità, la libertà di decidere da soli fece scandalo. Ecco perché il 2018 è stato uno spartiacque. Non fu una semplice crisi di governo: fu una crisi di identità. E tutto, inesorabilmente, sarebbe presto tornato com’era prima.