Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’Italia non va in vacanza


FERRAGOSTO 2026 A CASA PER 6,7 MILIONI DI ITALIANI: 4,4 NON PARTONO PER RAGIONI ECONOMICHE

(Estr. tg24.sky.it/) – […] Le vacanze estive, e in particolare quelle di Ferragosto, per milioni di italiani rappresentano uno dei periodi più attesi dell’anno. Tuttavia, nell’estate del 2026 caratterizzata da temperature record e prezzi in salita, molti hanno dovuto rinunciare alle ferie per ragioni economiche. Qualcuno, invece, si è anche indebitato pur di non restare a casa. Ecco cosa emerge da alcune indagini

[…] Secondo i dati dell’Osservatorio longitudinale sulla propensione turistica degli italiani realizzato da Confturismo-Confcommercio e Swg, sono 13 milioni i nostri connazionali in vacanza nel periodo di Ferragosto: 9 milioni si concedono un periodo lungo, mentre 4 milioni si accontentano di un soggiorno più breve. Altri 4,5 milioni, invece, hanno deciso di passare il 15 agosto facendo una gita in giornata senza pernottamento.

[…] Accanto ai vacanzieri, quindi, c’è un’importante fetta di popolazione che ha deciso di non partire: da un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca Emg, infatti, emerge che quest’anno gli italiani che non si concederanno nessuna vacanza sono 6,7 milioni. Tra questi, più della metà ha spiegato che ha deciso di rimanere a casa – anche a Ferragosto – per ragioni economiche: sono 4,4 milioni di persone.

[…]  Tra questi, quasi 1 su 2 – pari a circa 2,2 milioni di persone – ha spiegato che è stato l’aumento dei prezzi dei beni generali che si è registrato nell’ultimo anno a scoraggiare la partenza.

I crescenti prezzi legati al soggiorno, tra voli e strutture, hanno invece dissuaso più di 1 milione di persone dal prenotarne una vacanza. Il 33,1% degli intervistati, che corrisponde a oltre 1,4 milioni, ha poi confessato di aver deciso di non partire per problemi legati al lavoro, mentre circa 900mila persone per una situazione di difficoltà economica dovuta a un imprevisto.

Inoltre, sono più di 618mila e quasi 740mila gli italiani che staranno a casa per – rispettivamente – accudire una persona anziana o un animale domestico. Oltre 243mila, infine, le persone che hanno deciso di non partire a causa dei timori legati al conflitto in Iran (3,6%).

Nell’estate del 2026, i prezzi sono schizzati e gli italiani stanno facendo i conti con una serie di rincari: dagli alberghi ai ristoranti, dai voli nazionali fino ai traghetti e ai villaggi turistici.

L’Istat ha segnalato per i servizi di alloggio e ristorazione aumenti dei prezzi del 3,4%. A lanciare l’allarme sono anche le associazioni di consumatori. L’Unc ha calcolato che rispetto alla scorsa estate una coppia con due figli spende per i trasporti 252 euro in più su base annua e 115 euro in più per ristoranti e alloggi.

 Con un solo figlio la maggiore spesa è di 234 euro per gli spostamenti e di 92 euro per mangiare e dormire. L’aggravio totale sul costo della vita raggiunge 1.020 euro per una famiglia di quattro persone e 946 euro per una di tre.

L’allarme del Codacons

Anche il Codacons ha puntato il dito contro i rincari sul fronte delle vacanze: i biglietti dei voli nazionali a luglio sono stati più cari del 6,2% rispetto allo scorso anno, per i traghetti si è speso il 2,5% in più, per le auto a noleggio il 3,4%. Mentre c’è stato un calo dei prezzi dei voli internazionali del -7,6%, chi ha preferito ferie italiane si è ritrovato con alberghi più cari del 3% rispetto al 2025 e villaggi vacanza del +2,9%.


L’Europa rischia la guerra atomica, ma il 2027 probabilmente segnerà la fine di questa Ue


Il problema non è la morte della Ue ma la crescita degli ultranazionalismi di destra

L’Europa rischia la guerra atomica, ma il 2027 probabilmente segnerà la fine di questa Ue

(Enrico Grazzini – ilfattoquotidiano.it) – Guerra alla guerra della Ue! Meloni litiga con la Spagna socialista sull’immigrazione da Ceuta, mentre Berlino vuole restituirci tutti gli immigrati che sono approdati in Italia per andare in Germania. Nell’Unione Europea si litiga su tutto, e anche su niente (infatti non c’è un solo immigrato in Italia da Ceuta).

Questa Ue si sta ormai sfasciando anche se Ursula von der Leyen e il ceto politico europeo fanno finta di niente. Sono sonnambuli che nascondono la verità a se stessi e ai popoli europei. Ormai Bruxelles è diventata una succursale della Nato e l’unico obiettivo che si pone – mentre i governi europei si scontrano ferocemente sul piano finanziario dell’Ue per il periodo 2028-2034 perché nessuno vuole spendere per il budget comune – è di aumentare la spesa per le armi per prepararsi alla guerra con la Russia.

Una politica suicida e imbecille perché la Russia ha missili ipersonici in grado di portare testate atomiche multiple mentre l’Europa non ha – e non avrà per anni – assolutamente nessuna protezione antimissile, e non ha neppure nessun esercito comune.

L’imbecillità della classe politica europea non è mai stata così grande: è chiaro anche ad un bambino che seguire il presidente Zelensky, Ursula, e Kaja Kallas – la ministra degli esteri Ue che voleva rompere la Federazione Russa in tanti piccoli staterelli succubi dell’Occidente – nella loro fanatica lotta all’ultima sangue con Mosca pone a rischio atomico gli europei.

La Russia non ha alcun interesse ad aggredire l’Europa e conquistarla: casomai ha l’interesse a vendere petrolio e gas e di riprendere il business e gli scambi commerciali. La Russia ha soprattutto l’interesse prioritario di fermare la bellicosa espansione della Nato ai suoi confini.

Dopo i bombardamenti illegali della Nato contro la Serbia, dopo la creazione illegale del Kosovo, dopo che l’Alleanza Atlantica è intervenuta illegalmente in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, provocando disastri e migliaia di vittime innocenti, dopo che la Nato ha messo le sue basi nei paesi dell’est Europa, dopo che ha tentato di inglobare pure l’Ucraina e la Georgia accerchiando la Russia, dopo che Svezia e Finlandia sono entrate nell’Alleanza – è ora che i governi europei elaborino finalmente un piano di pace con la Russia.

Invece l’Europa si riarma e acquista a prezzi doppi il gas, il petrolio e le armi dagli Usa, inchinandosi al presidente Trump che vuole conquistare la Groenlandia strappandola alla Danimarca. La Ue e Meloni seguono come un cagnolino Trump la cui massima ambizione è di spaccare l’Europa e di trascinarla nella guerra fallimentare con l’Iran.

La classe dirigente europea è ormai impazzita, non capisce più chi è l’amico e chi è il nemico, e sembra che voglia un’altra Hiroshima in Europa. E’ chiaro anche ad un bambino che l’unica politica di sicurezza possibile per l’Europa è trattare con la Russia, fare finire il massacro inutile degli ucraini, accettare una pace di compromesso territoriale in Ucraina, e soprattutto trattare con Mosca una nuova architettura di sicurezza europea e un disarmo bilanciato e controllato.

L’Unione Europea è però incapace di qualsiasi soluzione: non vuole trattare con la Russia ma non è neppure in grado di creare una difesa comune europea. Francia e Germania sono divise e si scontrano su tutto, e Berlino si sta riarmando da sola: tenta di imporre la sua leadership militare a tutta l’Europa mentre prepara una nuova disastrosa “operazione Barbarossa” contro la Russia.

La novità è che forse questa Ue tra due anni non ci sarà più, almeno nella forma attuale. Nel 2027 ci saranno le elezioni in Italia, Francia, Spagna, Polonia e, nello stesso anno, scadranno anche i mandati di tre presidenze Ue: quella del Consiglio, del Parlamento Europeo e della Bce. Nel 2027 la Ue dovrà votare sul prossimo bilancio settennale che però nessuno vuole finanziare. Si discuterà anche del processo di allargamento della Ue all’Ucraina e ad altri paesi balcanici: molto probabilmente l’allargamento non avverrà mai, ma, se ci sarà, la Ue a 30-35 paesi diventerà definitivamente impotente.

L’Ue si sta disintegrando per l’inconsistenza dell’ideologia antinazionale e liberal-liberista che l’ha fondata: per reazione, in Francia e in Germania i partiti ultranazionalisti e di estrema destra – rispettivamente il Rassemblement National e AfD, Alternative für Deutschland, ambedue anti-Ue e pro-russi e, in parte, anche anti-Nato – sono già, secondo i sondaggi, il primo partito. Probabilmente andranno al governo e l’Ue cadrà, almeno nella sua forma attuale.

La vergogna di Bruxelles è che è riuscita a resuscitare i fantasmi del fascismo in Europa. Il problema non è la morte della Ue ma la crescita degli ultranazionalismi di destra. Se la sinistra non si sveglia e non contrasta il riarmo e le politiche della Ue e della Nato, l’Europa precipiterà nel buio! Guerra alla guerra di Bruxelles!


Perché la creazione di un milione di posti di lavoro vantata da Meloni è una delle tante fake governative


Se qualcuno attribuisce ancora la creazione di un milione di posti di lavoro all’azione di governo, o è male informato o è disonesto e in malafede

Perché la creazione di un milione di posti di lavoro vantata da Meloni è una delle tante fake governative

(Mario Pomini – ilfattoquotidiano.it) – James Buchanan, il grande economista conservatore e premio Nobel per l’economia, sosteneva che i politici fossero, in materia economica, dei grandi bugiardi, promettendo a elettori piuttosto ingenui vantaggi impossibili da conseguire. Incassato il voto, poi i politici si curano solo dei loro interessi personali e di quelli delle loro cerchie amicali.

Il succo della pur autorevole Public Choice non mi ha mai veramente convinto fino a questa seconda presidenza Trump, che mostra come, per il politico ottantenne, le fasulle narrazioni economiche siano all’ordine del giorno.

In realtà, l’apripista a questa nuova svolta delle democrazie occidentali si può ritrovare in Italia. Maestro delle millanterie economiche è stato sicuramente Silvio Berlusconi. Ad esempio, a ogni tornata elettorale prometteva di portare tutte le pensioni a mille euro e di creare un milione di posti di lavoro.

Naturalmente nessuna delle due proposte è stata mai realizzata. La prima perché sarebbe costata all’erario più di 20 miliardi, cioè una cifra abbastanza folle. La seconda perché l’economia era ancora in una fase di difficoltà e a Berlusconi interessavano probabilmente solo gli affari di famiglia.

Anche nell’ultima tornata elettorale del 2022 l’aumento delle pensioni minime a mille euro al mese era nel programma di Forza Italia, ma in quattro anni sono state aumentate solo di circa dieci euro al mese, se trascuriamo l’aumento dovuto all’inflazione. Forse è per questi risultati fallimentari che il partito di Tajani ha perso molto smalto elettorale.

La promessa di realizzare un milione di posti di lavoro, il sogno di Berlusconi, sembra invece essere stata attuata dalla sua nipotina, politicamente parlando, cioè dal governo Meloni. Le statistiche non lasciano dubbi: dal 2023 sono stati creati in Italia quasi un milione di posti di lavoro. Lasciando perdere il fatto che un ciclo economico così favorevole si è verificato in molte economie europee, ci possiamo chiedere se effettivamente siamo di fronte a un grande successo, forse l’unico, del governo Meloni, oppure se la spiegazione sia di altro tipo e la premier attuale c’entri poco.

La teoria economica ci dice che un aumento dell’occupazione può essere generato dalle spinte dell’offerta, e quindi dalle politiche industriali, oppure da quelle della domanda, cioè dalla spesa aggiuntiva di imprese e consumatori. La politica industriale del governo Meloni, se si eccettua qualche sconto sulle assunzioni e qualche contributo energetico, è stata molto modesta, direi quasi nulla. Dobbiamo guardare dall’altra parte se vogliamo trovare una spiegazione.

Scopriamo allora un fatto abbastanza evidente, e cioè che la crescita dell’occupazione è stata trainata essenzialmente dai fondi del Pnrr, quei duecento miliardi che l’Unione Europea ci ha generosamente erogato. Cito uno dei tanti studi disponibili: per esempio Unioncamere ha stimato la creazione, grazie al Pnrr, di 809.000 nuovi posti di lavoro entro il 2029. Non è il milione governativo ma ci avviciniamo abbastanza.

Se poi mi guardo intorno, ne ho una conferma. La città dove insegno ha ricevuto quasi 623 milioni di euro dal Pnrr e così abbiamo una nuova linea del tram e altri utili servizi. Nel Comune dove risiedo con questi fondi è stato realizzato un nuovo nido, con una spesa di due milioni di euro. Per fare un altro esempio, le circa 4.000 assunzioni dei nuovi Ats per i servizi sociali intercomunali sono state rese possibili grazie ai fondi del Pnrr, e in effetti durano solo tre anni. E potrei citare molti altri casi di mia diretta conoscenza.

Ecco allora che il milione di posti di lavoro vantato da Meloni è una delle tante (troppe) fake news governative. Quest’ottimo risultato non deriva in nessun caso dall’attività del governo presente, ma dall’impulso di quelli precedenti. Da quello del governo Conte che per primo ha avuto l’intuizione di una spesa europea contro il Covid, e dal governo Draghi che ha dato al finanziamento una forma credibile e fattibile.

Naturalmente il protagonista assoluto è stata la generosità europea che non solo ci ha concesso un gigantesco finanziamento, ma metà di esso è a fondo perduto, cioè un regalo da parte dei contribuenti europei. Certo, al governo Meloni è toccato il compito abbastanza arduo, date le scadenze perentorie, di realizzarlo; ma i progetti e i soldi li hanno messi gli altri. A essere minimamente onesti il milione di posti di lavoro degli ultimi anni è una partita a quattro: Conte, Draghi, Ue e Meloni, in proporzioni differenti.

Purtroppo al governo Meloni e ai suoi pretoriani manca completamente il senso della viva gratitudine, che evidentemente non considerano una virtù abbastanza virile.

Ecco allora che se qualcuno attribuisce ancora la creazione di un milione di posti di lavoro all’azione di governo, o è male informato, ma non credo, oppure è apertamente disonesto e in malafede. E’ un’affermazione del tutto fasulla che non si può sentire. Che poi sia la destra-destra governativa la fucina delle fake news economiche è un fatto molto paradossale che farebbe rigirare nella tomba molti economisti conservatori.

Se, come ci ha insegnato Buchanan, ai politici servono bugie per vincere le elezioni, almeno che queste non siano di livello macroscopico, ma discretamente credibili. Il milione di posti di lavoro promesso da Berlusconi e “realizzato” da Meloni sicuramente non lo è.


La Douce France non esiste più


Come un viaggio nel cuore del paese profondo ci fornisce la spia di un malessere diffuso

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Per quanto lo avessimo messo in conto, non tutto sembra aver funzionato alla perfezione in questo lungo viaggio. Quando abbiamo costruito questa vacanza estiva – insieme alla mia partner di avventure, mia moglie, con la quale da un po’ di lustri ormai gestiamo l’immaginaria Compagnia dei Viaggi dei Sogni – ci brillavano gli occhi al solo pensiero. Abbiamo inanellato una serie di città dai nomi esotici, Nantes, Angers, Rennes, Fougères, Combourg, Lorient, Concarneau, Quimper: fra castelli da sogno, dolmen e menhir di Asterix, elfi, fate e Mago Merlino, misteriose maree dell’Oceano e foreste incantate uscite fuori da un’antica saga medievale. Memori di un viaggio da sogno di 13 anni fa, pressoché negli stessi luoghi, pregustiamo per i nostri due pargoli le stesse identiche sensazioni di allora. Poi però – puntuale – arriva la realtà, che spesso è un po’ diversa da quello che ci si aspetta.

E certo, considerando i paesi della Loira e la Bretagna – un’area grande all’incirca il doppio della Sicilia – avevamo messo in conto tante variabili e diversi punti di attenzione. A partire dalle ultime feroci ondate di calore che negli ultimi mesi hanno colpito la Francia intera, comprese le sue estreme propaggini nordiche e atlantiche, generalmente più fresche. Ragione per cui abbiamo scelto soluzioni abitative con “aria condizionata” inclusa e non negoziabile: prima voce nella lista delle “facilities” di Booking.com. Costruiamo questo viaggio da mesi, forti di un’esperienza decennale – pensavamo – figuriamoci a farci prendere per il naso dai trappoloni ben nascosti fra le innumerevoli offerte online. E così, fatte le scelte a monte, restava solo da provarle sul campo: pronti, partenza e via!

E invece, il nostro primo soggiorno in Loira comincia con la classica sola che levate… travestita da casa medievale: sotto mentite spoglie di cappe, spade, maghi, dragoni, finte ali di castello e letti sospesi nel vuoto. Figura barbina da principiantedal momento che finiamo per abboccare all’amo. Anzi, presi letteralmente per il naso (e non solo): visto lo scarico dei fumi di un ristorante, Copains comme Cochons (nomen omen), che sembra confluire direttamente nello scarico del nostro bagno. Tanto che al primo sciacquone ci sembra di trovarci sospesi a metà fra le malsane viuzze di Soho a Londra e i fumi di scarico dell’affollata Pigalle a Parigi.

Non ci mettiamo molto a intuire poi la concezione molto approssimativa che i francesi del nord hanno di “aria condizionata”, espressione con cui infarciscono le descrizioni di fatidici alloggi climatisé (li morté…). Bisognerebbe invece spiegare loro che l’aria condizionata non è la stessa cosa di un ventilatore potente, né un meccanismo che si regge con l’aiutino del ghiaccio triturato. Inutile dire che l’indomani mattina presto siamo già con le valigie pronte, verso una nuova sistemazione più ordinaria e meno eccentrica, per quanto questo significhi una leggera modifica alla rotta del primo terzo del nostro viaggio.

Ora, se c’è una scusante per i francesi è quella di aver avuto l’estate più torrida di sempre. O almeno così sembra: non si contano più le ondate di calore, con temperature che hanno superato i 40 gradi un po’ dappertutto, al nord e ovviamente al sud, a intervalli quasi regolari, da maggio ad agosto. E temperature così, lo ammetto, mettono a dura prova noi, abituati sulla nostra pelle alla canicola verticale di stampo nordafricano, figuriamoci questi poveri cristi abituati d’estate alle fresche carezze dell’Atlantico.

Incidente di struttura a parte, e cambiamento climatico assodato, troviamo la valle della Loira un po’ troppo depressa. A poco serve rivisitare – con gli occhi di un tempo -quei borghi incantati medievali e rinascimentali, che fanno della Loira una delle zone più spettacolari, oltre che dense, di castelli al mondo. Si fa fatica a trovare il vecchio incanto dei tempi che furono. Anche provando ad appellarsi alla magia di un fiume, la Loira, un tempo meraviglioso e rigoglioso – protagonista, spesso, insieme ai castelli di questo scorcio di angolo di paradiso – difficile poter apprezzare quando la temperatura esterna è in media di 36-38 gradi e tutti in giro boccheggiano alla ricerca di un pezzo di ombra. Manco fossimo nel deserto qatarino. O nel Chott a sud di Tozeur. La Loira, fiume fino a poco tempo fa navigabile, pieno di borghi fascinosi, di fiori e piante, di mongolfiere che al tramonto risalivano romanticamente da Saumur fino a valle, sembra ora irriconoscibile. Mentre in questa arsura estrema, nomi come Chenonceau, Amboise, Ussé, Saumur e cento altri che da secoli scandiscono l’eccellenza del luogo, sembrano non avere più la presa di un tempo. La Francia delle idilliache stampe rinascimentali che ha saputo trasferire i fasti di una vita regale lontano da Versailles e da quella Parigi che è sempre stata il baricentro di un paese decisamente asimmetrico. Con i suoi castelli e quei luoghi che hanno saputo raccontare, fra le altre, le imprese di Enrico IV e le guerre di religione contro gli ugonotti, chiuse dall’editto di Nantes. O anche, in scala privata, del suo tormentato matrimonio con Maria de’ Medici. Sotto questa nuova luce, ben poco conserva l’antico splendore: questa torrida estate sembra aver cancellato ogni traccia del tempo che fu.

Oggi la Loira non solo è in secca, letteralmente, ma non riesce nemmeno lontanamente a ricordare quei fasti di un tempo appena trascorso. Lo constatiamo mentre scorriamo a uno a uno i paesini sonnacchiosi che si susseguono fino alle porte di Tours, molti dei quali ridotti a una parvenza triste, svuotati, dall’aria malinconica, in preda all’arsura, che in altri momenti non avremmo mai potuto immaginare cosi’.

Un po’ meno secca, forse, la Bretagna, con le sue grandi città e una costa che prova a rivaleggiare con le destinazioni mediterranee più gettonate dell’estate. Una orgogliosa Nantes, città di confluenza fra la Bretagna e la Loira angioina, che dismesso il vecchio spirito battagliero, sembra oggi risentire inevitabilmente di un’aria di abbandono che pare spirare dritta da sud. E non sono solo le temperature alte a renderla nuda, ma anche una depressione economica che sembra attraversare contagiando l’intero paese. Sorprende Nantes, come fosse un’ordinaria città meridionale, una Catania qualunque, con i suoi viali in disordine, l’immancabile erba alta e secca – vero e proprio trait d’union di questo viaggio – una periferia ancora dignitosa ma visibilmente staccata dal tessuto del centro urbano. Si, insomma, ritrovarla in questo stato è come ricevere un pugno in pancia. Situazione pressoché simile a Rennes: un bijou incorniciato fra Place République e il Parc du Thabor, dove la maestosità della capitale bretone lascia però scoperti molti, forse troppi, angoli di periferia. Un ragionamento che, certo, vale ovunque in Europa, con l’eccezione della Svizzera: dove cioè non mancano politiche di gentrificazione, ricomposizione e decentramento della popolazione capaci di assicurare anche nei quartieri esterni uno standard accettabile di vivibilità e servizi.

No, non se la passano bene i cugini francesi. La situazione osservata sul posto restituisce certo un’impressione soggettiva, che può cambiare a seconda della sensibilità e dell’angolo da cui la si guarda. Ma sono i numeri, purtroppo, a confermare una preoccupante crisi strutturale che investe il sistema Francia.

A partire da un inquietante aumento della disoccupazione – mai così alta dal 2019 – che si attesta all’8,3% nel secondo trimestre 2026, con un allarmante 21,6% di disoccupazione giovanile. Significa che uno su quattro, giovani fra i 15 e i 24 anni, è senza lavoro. Tutto questo si traduce visibilmente in degrado urbano, senso di precarietà che si avverte nelle periferie, scarsa manutenzione del decoro urbano, non solo nelle problematiche banlieue, ma anche appena fuori dal centro, con servizi carenti in quella Francia profonda, che un tempo faceva invece la differenza qualitativa, paragonata ad altri paesi occidentali.

Situazione di precarietà fotografata impietosamente dai dati ufficiali del deficit pubblico francese, che nel 2025 si è attestato al 5,1% del PIL; riuscendo cioè a battere in questo anche l’Italia, ferma al 3,1%. La Francia cioè spende più di quanto incassa e più di quanto si possa permettere, finendo per ingrossare il suo debito pubblico, salito al 115,6% del PIL. Ma più che il dato in sé, è la traiettoria ad allarmare Parigi: pur spendendo di più, non riesce a stare al passo. E questo è un problema.

Insomma, una narrazione della Douce France che non regge più ormai da anni, e a cui si aggiunge una situazione esplosiva delle banlieue, polveriere carsiche pronte a esplodere a ogni minimo evento: non ultimi i disordini scoppiati a Parigi e a Lione – 141 arresti nella sola capitale, mortai pirotecnici contro le forze dell’ordine – dopo la sconfitta in semifinale contro la Spagna ai recenti Mondiali.

Ogni scusa è buona, del resto, per agitare gli animi delle sacche più emarginate della società. Una situazione sociale cavalcata alla grande dai populismi della politica, da destra così come da sinistra. Da un lato l’estrema destra del Rassemblement National, con Marine Le Pen – la cui corsa all’Eliseo resta però appesa all’esito della telenovela giudiziaria sulla sua ineleggibilità – e il delfino Jordan Bardella, pronto a raccoglierne l’eredità in caso di esclusione. Dall’altro un grande agitatore di folle come Jean-Luc Mélenchon, rivoluzionario di France Insoumise che però spaventa gli elettori di centrosinistra con le sue ricette sangue e arena: patrimoniale secca, pensionamento a 60 anni, ritorno alle nazionalizzazioni per settori strategici come energia e industria pesante, insieme a una disobbedienza europea e all’uscita dalla Nato sul versante della politica estera. Mentre al centro rimane ben poco al di fuori dell’uscente – e sempre più solo e impopolare – presidente Emmanuel Macron, alle prese con l’ennesimo governo Lecornu dopo i vari disastri dei governicchi di questa ultima legislatura. Una situazione insomma non del tutto fluida che, alle prossime elezione presidenziali fissate nel 2027, rischia seriamente di consegnare la Francia a questa nuova destra rampante e sovranista che tanto successo riscuote altrove nel mondo.

Eppure, nonostante tutto, la Francia resiste – almeno nell’orgoglio – ancorando l’inerzia del momento storico alla sua tradizionale forza dello Stato, campando di rendita, grazie alla sua proverbiale rete di strutture pubbliche: dalle infrastrutture, strade e autostrade, ai trasporti, a un’alta competenza della sua burocrazia fortemente centralizzata, fino a una diversificazione energetica attenta che però – va detto – non riesce a tenere a freno il prezzo del carburante, con il diesel che sfiora i 2,35 euro al litro. A tutto questo si aggiunge una cultura industriale tradizionalmente forte, capace però di lasciare spazio anche a un artigianato vivo e fantasioso: non si contano gli atelier di prodotti artigianali, le piccole botteghe, i piccoli produttori, vignaioli, artisti e artigiani che altrove farebbero la fame. Un settore che pare reggere, grazie anche e soprattutto al turismo che vede i transalpini ancora meta preferita dei flussi internazionali. E nonostante tutto – almeno nei centri storici – il piccolo artigianato riesce ancora a tenere testa all’invasione dei grandi negozi cinesi o dei colossi del franchising che in Italia spopolano invece ovunque.

Ciononostante, per ritrovare davvero la Douce France – quella delle mongolfiere, dei paesi fioriti della Loira, delle splendide villes fleuries della Bretagna, e di quella spensieratezza senza tempo che aveva illuminato l’inizio del secolo – ci vorrà ancora un po’. Ma non sarà certo un problema: sapremo aspettarla. Per quella Francia, la nostra pazienza non mancherà mai.


Il Ponte non sta in piedi? Si saprà dopo l’appalto


Forse il Ponte sullo Stretto non sta in piedi, ma si saprà dopo l’appalto. E ora? I dubbi tecnici di Lavori pubblici, Autorità dei trasporti e Commissione Via da esaminare nel progetto esecutivo, a lavori affidati. Intanto i costi già salgono

Forse il Ponte sullo Stretto non sta in piedi, ma si saprà dopo l’appalto

(di Gaetano Benedetto* – ilfattoquotidiano.it) – Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha certificato l’insufficienza del progetto Ponte sullo Stretto di Messina. A oggi, in assenza degli approfondimenti prescritti, nessuno può asserire che l’opera sia certamente realizzabile e, qualora lo fosse, i costi saranno certissimamente superiori a quelli dichiarati, con un differenziale oggi non coperto da risorse economiche. Ciò nonostante, il governo vuole approvare definitivamente l’opera e affidarne la costruzione senza nuova gara d’appalto (il consorzio Eurolink, guidato da WeBuild, vinse nel 2005 per 3,88 miliardi, cifra oggi lievitata a 13,532 miliardi dichiarati, in ulteriore crescita).

Che il progetto non contenga certezza di fattibilità non è più un’opinione: lo certifica il Consiglio Superiore. I rilievi sono sostanziali e andrebbero affrontati prima dell’affidamento, ma il Consiglio ha lavorato su un progetto definitivo già approvato come tale: poteva dare parere negativo, ma con pari onestà intellettuale non poteva che prescrivere una progettazione esecutiva in due fasi. Una FASE A per acquisire gli elementi conoscitivi mancanti – numerosi, e che richiedono tempo – e una FASE B basata sui risultati della prima. Il problema, non imputabile al Consiglio, è che entrambe le fasi sono oggi espletabili solo ad appalto già assegnato.

Leggete il parere: è tecnico, ma scritto con parole chiare. Si riconosce lo sforzo progettuale rispetto al 2011, ma tra le raccomandazioni di più parti – incluso il Comitato Scientifico della Società Stretto di Messina – e le conclusioni del Consiglio, il quadro esce incerto e zoppicante. Quantomeno rimandato a settembre.

Il parere affronta undici temi: territorio e ambiente, geologia, geotettonica, sismica, aeroelastica, strutture, azioni termiche, riparabilità, viabilità, impianti, aspetti economico-finanziari. Sul rischio sismico, il Consiglio non esclude faglie attive e capaci, chiede studi aggiornati con saggi specifici e boccia il riferimento al terremoto di Messina del 1908: “Le conoscenze più recenti (…) indicano che il modello della sorgente del 1908 dovrebbe essere rivalutato in modo integrato (…) tali verifiche devono essere aggiornate nella prima fase di sviluppo del progetto esecutivo”. Come possono arrivare questi risultati, potenzialmente negativi, ad appalto già assegnato?

Sulle vibrazioni e sulla tenuta aeroelastica dell’impalcato, il Consiglio certifica l’insufficienza delle analisi condotte finora: la turbolenza riprodotta in galleria del vento “non è mai correttamente scalata” rispetto al modello, con “una sottostima importante”; solo i metodi più avanzati permettono di non trascurare fenomeni di interazione fluido-struttura non irrilevanti per un’opera “straordinaria”. Da qui la necessità di ripetere ed estendere analisi già “molto vaste”. Sono solo due esempi: nelle 353 pagine del parere se ne potrebbero trovare centinaia. E ogni adeguamento progettuale comporta costi aggiuntivi.

Sull’incertezza dei costi si è espressa anche l’Autorità dei Trasporti (Art), chiamata a pronunciarsi sui pedaggi: con il parere 39/2026 rinvia la definizione tariffaria “in prossimità dell’entrata in operatività dell’opera”, quando saranno note le “grandezze di costo”. L’Art segnala che l’aumento dei costi è già previsto, seppur non quantificato, nel III Atto aggiuntivo alla convenzione tra ministero e Società Stretto di Messina. Il Mit sostiene che il nuovo accordo non comporta variazioni economico-finanziarie: vero solo in apparenza, perché i maggiori costi già noti non vengono dichiarati, e lo saranno solo ad appalto assegnato. Scrive l’Authority: la concessionaria “non quantifica eventuali impatti derivanti dalle clausole di revisione prezzi che (…) potrebbero comportare con tutta probabilità significativi adeguamenti”, dato confermato dalla stessa Stretto di Messina Spa, secondo cui gli importi “saranno aggiornati a valle della progettazione esecutiva”.

Anche le ragioni degli ambientalisti sono documentate: la Commissione VIA ha dato parere favorevole condizionato a prescrizioni pesantissime, riconoscendo un impatto non mitigabile. Per procedere comunque, il governo deve dichiarare l’opera necessaria per “motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”: lo ha fatto il 4 agosto, con una nuova dichiarazione non ancora disponibile, dopo quella dello scorso anno che presentava il Ponte in termini miracolistici.

Il dibattito, però, si è spostato: non è più questione di essere pro o contro il Ponte, ma di buon senso amministrativo. Anche chi è favorevole all’opera dovrebbe pretendere che, prima di affidare l’appalto e di caricare sullo Stato – cioè su tutti noi – le penali per un’eventuale mancata realizzazione, si sia certi della fattibilità e dei costi reali.

*Vicepresidente WWF


Il fuoco dei coloni che incendia la Cisgiordania


La situazione in Cisgiordania sembra peggiorare ogni ora di più.

Coloni israeliani, scortati da forze israeliane, entrano nelle aree meridionali e occidentali di Nablus in Cisgiordania il 31 luglio 2026, a Nablus

(ANNA FOA – lastampa.it) – Da domenica 10 agosto due famiglie di palestinesi, con i loro bambini, sono assediate dai coloni nelle loro case, prive di elettricità, cibo e acqua a Qusra, vicino a Nablus. Hanno chiesto aiuto all’esercito israeliano, c’è anche stato un breve scontro fra coloni ed esercito, ma la situazione è rimasta immutata. Anzi, ad essere sgomberate dall’esercito sono state una ventina di famiglie palestinesi, non i coloni. L’esercito è notoriamente molto ambiguo nelle sue risposte ai coloni e un gruppo di soldati ha addirittura pregato insieme ai coloni. Si tratta di uno soltanto dei tanti episodi simili che avvengono con sempre maggior frequenza nel Paese, ma questa volta sembra che l’attenzione dell’opinione pubblica sia cresciuta e che il precipitare della situazione abbia finalmente smosso inedite reazioni.

Le gesta dei coloni sono sempre più definite come atti “terroristici”, un termine che ha avuto grandi difficoltà ad essere applicato agli ebrei fino a questo momento. Ora, lo ha usato lo stesso ambasciatore statunitense in Israele, il repubblicano pastore battista Mike Huckabee, in un post del 13 agosto sui social, scrivendo che «le azioni di coloro che hanno compiuto questo orribile atto di terrorismo, volto a intimidire e molestare questa famiglia, sono ripugnanti».

Una dura condanna è anche venuta dall’ex ambasciatore tedesco in Israele, che ha chiesto che gli stretti legami fra Germania e Israele non si applichino ai territori occupati. Reazioni verbali di condanna e promesse di intervento vengono anche dal governo, ma il dato di fatto è che le due famiglie continuano ad essere sotto assedio.

Dobbiamo inoltre ricordare che disposizioni di legge israeliane dello scorso anno hanno consentito l’uso della detenzione amministrativa solo per i “terroristi” palestinesi, non consentendola per i “terroristi” ebrei. Il che rappresenta un grande incentivo all’immunità dei coloni, come dimostrano le vicende detentive di quelli di loro, pochissimi, che sono approdati nelle carceri.

A spiegare l’attenzione inusuale che questo ulteriore attacco ai villaggi palestinesi ha suscitato in Israele è anche il clima politico preelettorale, il dibattito sugli schieramenti elettorali e sulla partecipazione dei partiti arabi al voto, una partecipazione sempre più considerata fondamentale per le sorti elettorali di ottobre.

Ma già da molti mesi, con l’aggravarsi della situazione in Cisgiordania, le manifestazioni contro il governo hanno richiamato l’attenzione sugli attacchi dei coloni in Cisgiordania. Molti degli attivisti che vi si impegnano sono gli stessi che hanno inventato l’idea della “presenza protettiva”, cioè sono quanti vanno nei villaggi e nelle case in Cisgiordania per proteggere con la loro presenza i palestinesi, li aiutano a portare i bambini a scuola, a proteggere il bestiame e gli ulivi. In Israele è diventato famoso per i suoi video un giovane ebreo israeliano di origine russa, Andrey Khrzhanovskiy, che passa da un luogo all’altro della Cisgiordania documentando gli attacchi dei coloni, sempre aggredito, fermato dalla polizia, minacciato. In un suo recente video che gira sui social ha mostrato i volti dei coloni e dei soldati israeliani colpevoli delle aggressioni. Visibili, riconoscibili. Finiranno un giorno di fronte ai tribunali internazionali o godranno per sempre dell’immunità? O proveranno almeno vergogna e pentimento?

Di questo clima, come sempre, anche il mondo della cultura è partecipe. Un’iniziativa di grande interesse è quella di una fotografa israeliana, Noga Kalinsky, attivista settantenne impegnata nell’attività di “presenza protettiva” ed artista. È sua una mostra sul fuoco, “Burned Portraits”, in cui fotografa la Cisgiordania incendiata dai coloni, la confronta con le immagini del prima, e fotografa le persone, gli abitanti oltre che le cose. Le foto, in una performance che fa parte della mostra, vengono incendiate. Il fuoco le divora, ma anche le trasforma. «Alla fine questo fuoco si rivolgerà contro di noi» dice Kalinsky in una recente intervista al giornale Haaretz.


Caso Ranucci, caccia al sostituto: in Rai le carte coperte sono Gomez e Nerazzini


La relazione del comitato etico è nelle mani di Rossi, che potrebbe decidere sul futuro di Ranucci già nei prossimi giorni. Più lontana la decisione del suo successore, anche perché la vicenda potrebbe trasformarsi in un asset per l’avvenire dello stesso amministratore delegato

(Lisa Di Giuseppe – edicoladomani.it) – Credibilità e discontinuità. Le parole d’ordine per la successione di Sigfrido Ranucci – perché di passaggio di testimone ormai in Rai tutti ragionano abbastanza apertamente – sono le stesse da settimane. Le certezze attualmente sono poche: la relazione del comitato etico che ha ascoltato a lungo il conduttore di Report sul suo modus operandi è stata consegnata all’ad, che la leggerà anche se, spiegano, il contenuto non influenzerà direttamente la decisione editoriale sul futuro di Report, nonostante la vicenda ai piani alti abbia generato «malcontento» (per dirla con un eufemismo) per il «danno reputazionale».

Anche se qualche commentatore più smaliziato segnala come la risoluzione del dossier sia una freccia inaspettata all’arco di Giampaolo Rossi, che con la riforma della governance rischia di dover cedere la poltrona ma potrebbe riguadagnare il favore di palazzo Chigi con una buona risoluzione di questa faccenda.

«Cerchiamo un nome che sia rispettato dalla redazione, che sia riconosciuto come indipendente anche fuori dall’azienda ma che non sia ideologico, insomma sappia stare al mondo e rapportarsi anche con la governance» tratteggia l’identikit un dirigente Rai di primo piano. Nel totonomi che già impazzava nei giorni scorsi si è inserito nelle ultime ore un esterno alla redazione che però per una serie di ragioni potrebbe fare al caso di dell’ad: nonostante le smentite dell’azienda sarebbe infatti tra i favoriti Peter Gomez, che per il momento spiega a Domani di non avere niente da dire sull’indiscrezione. 

Il direttore de ilfattoquotidiano.it è da un paio d’anni un nome Rai lontano dal registro dei Monteleone e dei Sottile, considerati più organici alla dirigenza meloniana di viale Mazzini. Ma il giornalista è stimato da Giorgia Meloni e Giovanbattista Fazzolari. Su Rai3 Gomez ha portato prima La confessione, traslocando da Discovery ma mantenendo la produzione esterna in mano a Loft, società del gruppo del Fatto. Poi, una stagione di Un alieno in patria, esperimento access time messo in piedi con lo spirito di Rai3 – era presenza fissa Paolo Rossi – in una terza rete già ridotta in macerie e capace di raccogliere anche un ottimo 3,5-4,5 per cento di share. Come l’Alieno, sarà una produzione interna alla Rai anche L’elefante, annunciato alla presentazione dei palinsesti di Ancona a luglio scorso: una separazione delle vie di Gomez e del gruppo del Fatto quotidiano che non ha lasciato tutti contenti al quotidiano diretto da Travaglio.

Per qualche detrattore Gomez è stato utile alla TeleMeloni degli ultimi anni per mostrarsi pluralista: quel che è vero è che, in pieno spirito montanelliano, nonostante l’appartenenza a una testata ostile al governo, il direttore riesce a mantenere buoni rapporti anche a destra. Habitué di Atreju, riesce a sedersi accanto alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo o intervistare il presidente del Senato Ignazio La Russa. Nessuna autocensura ma, alla stessa maniera, nessun problema a spiegare che «su Caivano il governo sta facendo bene» (2024). Colloquiando con l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro a Radio Atreju, il giornalista fu plaudito dall’ex avvocato di Meloni, che ironicamente auspicò una laurea honoris causa e un posto al Dap per Gomez. Che ha anche spiegato, in quell’intervista, come «questa Rai non mi ha mai impedito di dire qualcosa».

Piano A

Intanto, la via della successione interna sembra meno facile di quanto lo sia stato per Chi l’ha visto? per questione di equilibri e continuità con Ranucci. Il nome di Federico Ruffo, invece, sembra meno proponibile alla redazione di quello di Gomez. Perde quota anche la soluzione del montato senza conduzione, considerato uno snaturamento del programma. E, mentre la decisione sull’attuale conduttore di Report potrebbe arrivare anche nei prossimi giorni, viale Mazzini potrebbe anche rinviare la scelta del suo successore alle prossime settimane.

Resta però una questione di tempistiche da non sottovalutare: sia Ruffo sia Gomez sono ai blocchi di partenza. Mi manda Rai3 riprende l’8 settembre, L’elefante debutta su Rai3 il 19 settembre, lo spot di lancio è stato girato nei giorni scorsi e gli addetti ai lavori non considerano possibile che i due incarichi possano coesistere.

A non avere questi problemi è invece Alberto Nerazzini. Per il pubblico ancora volto di La7, la sua esperienza dei Cento minuti in coabitazione con Corrado Formigli si è conclusa due stagioni fa. Professionista rispettato, c’è chi osserva però che non è uomo di organizzazione e conduzione. Per altro, i suoi rapporti con i senatori del programma non sarebbero dei più sereni, dopo l’ultimo addio di Nerazzini al programma. Ma come commentano dalle parti di Saxa Rubra con ironia: «Perché mettersi in casa un altro comunista a gratis?»


Gli imbucati dell’estate


(Di Marco Travaglio- ilfattoquotidiano.it) – In questo Paese di vili, forti coi deboli e deboli coi forti, lo sport nazionale è il calcio dell’asino: l’attacco all’avversario a terra che non può difendersi. Ora tocca a Ranucci che, non essendo accusato di nulla, non deve difendersi da nulla (a parte la sciagurata amicizia con Lavitola, che però è affar suo: sono i politici, non i giornalisti, a dover rendere conto delle frequentazioni e comportarsi con […]


Giù le mani da Ranucci…


(Giancarlo Selmi) – Sulla vicenda di Ranucci ci sono tanti argomenti che inducono a riflettere. E a indignarsi.

Il primo: Ranucci è vittima di una guerra mediatica e di una macchina del fango mirante a distruggerne la credibilità come persona e come giornalista. Una campagna che ha pochi precedenti in Italia, forse nessuno. E che a spargere quel fango siano gli stessi che volevano cambiare la Costituzione con la parola d’ordine del garantismo, è tutto dire. Perché, secondo la narrazione di quella gentaglia, Ranucci è colpevole senza esserlo. Senza processo. Senza garanzie. Senza diritto alla difesa. Tutto già deciso, tutto già scritto, tutto già sentenziato. Dagli stessi che dichiaravano Toti innocente anche dopo che Toti aveva ammesso i reati e aveva patteggiato la pena.

La seconda riflessione: i giurati di questo strano processo senza diritti sono gli stessi che nascondono le chat di un loro camerata, ex sottosegretario alla Giustizia, con un signore attualmente in galera perché accusato di fare parte di una potentissima cosca mafiosa e di esserne prestanome. Le nascondono per paura. Paura di ciò che c’è dentro quelle chat. Per paura che il contenuto di quelle chat possa diventare di dominio pubblico. E nonostante questo parlano di credibilità, come se loro ne fossero ancora in possesso. Terza riflessione: Ranucci può essere accusato di ingenuità, forse di leggerezza, non di altro. E il suo lavoro di giornalista d’inchiesta non viene assolutamente inficiato da questi due errori.

Sarebbe bastato che Ranucci non fosse entrato in confidenza con uno che ha lavorato tutta la vita per gli attuali suoi accusatori. Uno che ha lavorato per Berlusconi, fino a procurare allo stesso alcuni “divertimenti”. Lo stesso che ha lavorato e fornito al Giornale, il cui direttore era Sallusti, il dossier che ha terminato la carriera politica di Gianfranco Fini, dopo che quest’ultimo aveva osato disturbare il manovratore. Che era, per la cronaca, lo stesso Berlusconi. Un faccendiere senza scrupoli e senza alcuna credibilità, meno ancora in questa vicenda, che ha sempre navigato sott’acqua e rigorosamente a destra. Da quel tipo Ranucci doveva stare alla larga. Purtroppo, non lo ha fatto.

Quarta riflessione: la bomba ha avuto l’esito sperato. Non quello di ammazzare qualcuno, perché a quello chi l’ha piazzata non pensava affatto. L’obiettivo era un altro: distruggere un giornalista d’inchiesta che faceva bene il suo lavoro. Un giornalista che aveva toccato, e stava continuando a toccare, i gangli più delicati del potere. Distruggerne l’immagine. Metterne in dubbio perfino la moralità. Rimuoverlo dalla conduzione e dalla direzione di una trasmissione scomoda, insopportabile, inaccettabile. Una trasmissione che, in tempi di giornalismo prono al potere e di servizio pubblico usato come ripetitore e amplificatore della propaganda di governo, osava metterne in piazza debolezze e abusi. Con la narrazione della verità.

Perché, badate bene, in questa rivoltante vicenda le inchieste di Report non vengono messe in discussione. No. Non è assolutamente in dubbio ciò che Report ha narrato. E proprio per questo bisognava distrarre l’attenzione dal contenuto delle inchieste al conduttore della trasmissione. Spostare il bersaglio. Non parlare dei fatti. Parlare di Ranucci. Farlo tacere, soprattutto prima delle elezioni. L’ultima riflessione non può trascurare chi siano stati gli obiettivi di quelle inchieste e quanto la parte più oscura del sottomondo della politica, quella che ha sempre detenuto il potere vero in Italia, sia stata toccata da quelle inchieste.

A partire dai “servizi”. A partire da quell’incontro fra Mancini e Renzi. Fino alle inchieste che hanno scosso il mondo della finanza. Per finire al famoso “collaboratore” di Trump, Zampolli, alla first lady americana, al ruolo di Epstein. Sembra strano, ma forse, considerate le cronologie, tanto strano non è. Perché c’è una coincidenza temporale straordinaria fra tutto questo e la bomba. Una coincidenza troppo rumorosa per essere ignorata. D’altra parte, le minacce a Ranucci non mi pare siano giunte solo da Gasparri e dagli altri, tutti onestissimi e integerrimi, esponenti di questa ignobile classe politica oggi al potere. Il punto, alla fine, è semplice. Quando un giornalista d’inchiesta colpisce davvero il potere, il potere non risponde nel merito.

Non smentisce i fatti, non smonta le inchieste, prova a distruggere chi quelle inchieste le fa. È il metodo più antico del mondo: se non puoi cancellare la verità, prova a infangare chi la racconta. E allora la domanda non è se Ranucci sia stato ingenuo, la domanda vera è: perché fa così paura? Perché tanta ferocia? Perché tanta fretta di processarlo sui giornali, senza giudici, senza garanzie, senza contraddittorio? Forse perché Report ha fatto quello che il giornalismo dovrebbe fare sempre: disturbare il potere. E in un Paese in cui troppi giornalisti hanno scelto di inginocchiarsi, chi resta in piedi diventa automaticamente un bersaglio. D’altra parte, basta riflettere sul fatto che i peggiori attacchi vengano da giornalisti.

Per questo oggi la difesa di Ranucci non riguarda solo Ranucci, diventa la difesa di un argine fra una democrazia liberale vera e un regime. Riguarda il diritto dei cittadini a sapere, riguarda la libertà di stampa, riguarda la possibilità che in Italia possa continuare a esistere qualcuno capace di guardare il potere negli occhi e raccontare ciò che vede. Anche quando fa paura. Soprattutto quando fa paura.

Giù le mani da Ranucci, tirate fuori le chat.


Meloni posta video di migranti rimpatriati in manette sui social: “Difendiamo i confini”


(di Luca Pons – fanpage.it) – Giorgia Meloni, sul modello di quanto fatto da Donald Trump con le deportazioni dell’ICE, ha pubblicato un video con musica drammatica e le immagini di alcuni cittadini egiziani rimpatriati. “Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole”, ha rivendicato nel post. Il ministro Piantedosi ha detto che i controlli per chi arriva dalla Spagna resteranno in vigore fino a quando “saranno esclusi rischi di sicurezza”.
Giorgia Meloni aumenta l’aggressività anche nella comunicazione social. Imitando quanto fatto dalla Casa Bianca di Donald Trump con le persone deportate dall’ICE, ha condiviso un video di alcuni rimpatri. Le immagini sono montate come se si trattasse di un trailer cinematografico, la musica è drammatica. Si vedono alcuni uomini in manette, portati da agenti di polizia su un volo di Stato. Nelle stesse ore, il ministro dell’Interno Piantedosi è tornato a parlare dei controlli al confine con la Spagna, che resteranno in vigore fino a quando non ci saranno più “rischi di sicurezza”.

Il video di Meloni, già in campagna elettorale
Stando a quanto comunicato dalla polizia poche ore prima (con un video più lungo e senza effetti sonori), le immagini apparse sui profili social di Meloni sono di 17 cittadini egiziani. La maggior parte di loro veniva dai CPR di Bari, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo e Milano – nessuno, invece, dal centro costruito in Albania. Avrebbero dei precedenti “soprattutto in materia di stupefacenti e contro il patrimonio”. Il volo di Stato li ha portati direttamente al Cairo.

È la prima volta che Meloni pubblica il video delle procedure di rimpatrio. “Continuano le operazioni di espulsione per gli immigrati irregolari sul suolo italiano. Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada”, ha scritto. La mossa arriva a pochi giorni dalla pubblicazione del programma elettorale di Roberto Vannacci, che negli ultimi mesi (con l’avvicinarsi delle elezioni del prossimo anno) ha spinto la destra di governo a rivendicare posizioni ancora più dure soprattutto in materia di immigrazione e di ‘sicurezza’.

Potrebbe non essere l’ultima occasione, quindi, in cui la presidente del Consiglio decide di postare immagini di rimpatri. Già nelle ultime settimane è decisamente accelerato il ritmo con cui Meloni condivide video di operazioni di polizia (come sgomberi o blitz in zone pubbliche), sempre accompagnate da musica drammatica e messaggi che richiamano alla sicurezza.

Piantedosi sui controlli dalla Spagna: “Resteranno finché ci sono rischi”
Nel frattempo, il ministro dell’Interno Piantedosi ha rilanciato la posizione dell’Italia sui controlli al confine con la Spagna. Il titolare del Viminale, convocato davanti al Comitato parlamentare che controlla l’attuazione degli accordi di Schengen, ha rivendicato che finora le verifiche hanno portato, in dodici giorni, ad arrestare tre persone e respingerne ventuno (di cui sei marocchine).

La data in cui il governo Meloni valuterà se tornare alla normalità è già fissata: il 15 agosto, giorno in cui c’è il timore che un nuovo appello social spinga molte persone a tentare di entrare nell’exclave spagnola di Ceuta, che geograficamente si trova in Marocco. Piantedosi ha comunque detto che “la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen non sarà rivista prima del 15 agosto” e solo “dopo che saranno completamente esclusi rischi di sicurezza per l’Italia”.

A Ceuta si stima che fossero entrate circa 70mila persone nel giro di due giorni, il 30 e 31 luglio. Oggi il governo spagnolo ha fatto sapere di aver identificato 1.898 minorenni che si trovano ancora nella città autonoma, mentre le persone straniere sarebbero in tutto circa 5mila. In risposta alla chiusura italiana, l’esecutivo spagnolo ha risposto ristabilendo i controlli per chi viene dall’Italia fino al 7 settembre.


La fuga di Trump dall’Air Force One rilanciata dai media iraniani


(Adnkronos) – A Teheran non è passato inosservato il trasferimento segreto di Donald Trump dall’Air Force One all’aereo con cui è effettivamente ripartito dalla Turchia dopo il vertice Nato di Ankara. Trasformato in una statuina Lego dentro un furgone di shawarma, circondato da patatine di McDonald’s o rannicchiato in un carrello di EasyJet: sono solo alcuni dei meme rilanciati nelle ultime ore dai media iraniani per ironizzare sul complesso piano organizzato dagli Stati Uniti per far lasciare in segreto la Turchia al presidente americano, di fronte alla presunta minaccia di un attentato iraniano.

Lo scorso 8 luglio Trump aveva segretamente lasciato il vertice Nato a bordo di un aereo militare alternativo, sul quale era salito dopo essere stato trasportato nascosto all’interno di un mezzo per il catering, secondo quanto ricostruito dai media americani.

L’agenzia di stampa statale iraniana Mizan ha definito l’operazione una “fuga codarda”,sottolineando come la vicenda sia diventata oggetto di discussione e ironia sui social, mentre il sito Rajanews ha parlato di “un’ondata di battute” sulla partenza segreta di Trump e sul suo trasferimento a bordo di un mezzo per il trasporto di cibo.

Anche l’ambasciata iraniana in Sudafrica si è unita alla campagna, pubblicando su X un fotomontaggio ispirato a Spider-Man: da una parte Trump con il pugno alzato dopo l’attentato subito in Pennsylvania nel luglio 2024, dall’altra un’immagine manipolata che lo mostra rannicchiato in un carrello per il catering di un aereo. “Coraggioso eroe americano o codardo nascosto in un camion del catering?”, recita la didascalia.


Fdi contro Ranucci, Fazzolari: “Si scusi per averci infangato. Lui, Schlein e M5s hanno cercato di accostarci all’attentato”


Il sottosegretario all’Adnkronos: “Dovrebbe spiegare perché ha sempre difeso il mandante del suo attentato. E dovrà anche chiarire perché, il giorno della perquisizione, sia rimasto per due ore al telefono con Lavitola per concordare una versione”

Fdi contro Ranucci, Fazzolari: “Si scusi per averci infangato. Lui, Schlein e M5s hanno cercato di accostarci all’attentato”

(ilfattoquotidiano.it) – “Dovrebbe scusarsi con Fratelli d’Italia e con tutte le persone che ha provato a infangare in questi mesi”. Dopo Matteo Salvini, che ne ha sollecitato la sospensione dalla Rai, anche Giovanbattista Fazzolari, senatore di FdI e braccio destro di Giorgia Meloni, inizia chiedere la testa di Sigfrido RanucciIl giorno dopo la confessione di Valter Lavitola di essere il mandante dell’attentato di ottobre, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha dichiarato che, “con la conduzione di Ranucci, Report ha perso di credibilità rispetto all’epoca Gabanelli”, sottolineando che il giornalista “ha fatto una figuraccia“. “È venuto fuori – commenta Fazzolari all’Adnkronos – che l’inquisitore delle fragilità altrui aveva tutte le debolezze, le contraddizioni, le opacità che cercava morbosamente negli altri. E su queste contraddizioni il pubblico non è mai stato indulgente”. Poi l’attacco alla segretaria del Pd Elly Schlein che, dice il sottosegretario, “in occasione di un appuntamento internazionale, ha subito accostato il governo Meloni all’attentato“. Così come, rimarca, “il deputato M5S Dario Carotenuto che ha accusato l’esecutivo di essere il mandante morale” della bomba piazzata davanti alla villetta di Pomezia.

Secondo il fedelissimo di Meloni, Ranucci in questi mesi “ha cercato ripetutamente di accostare FdI all’ordigno esploso sotto casa sua. Ha provato a gettare ombre su di me orchestrando una ridicola messinscena in Commissione Antimafia”. Fazzolari non si dice né arrabbiato per le insinuazioni né soddisfatto per l’esito delle indagini: “Al di là di ogni altra considerazione, credo che Ranucci dovrebbe scusarsi con FdI e con tutte le persone che ha provato a infangare in questi mesi, con il tentativo continuo e scientifico di accostare il partito all’attentato“.

Alla domanda se Ranucci sapesse della bomba, Fazzolari replica: “Se applicassi il metodo Report, la risposta sarebbe scontata. Io però preferisco aspettare gli sviluppi dell’inchiesta. Una cosa è certa, il mandante dell’attentato è un caro amico di Ranucci”. E ancora: “Il giornalista dovrebbe spiegare a tutti perché, lui pronto ad attaccare chiunque al primo pretesto, ha sempre difeso il mandante del suo attentato. E sicuramente – insiste Fazzolari – dovrà chiarire perché, proprio il giorno della perquisizione, sia rimasto per due ore al telefono con Lavitola per concordare una spiegazione da dare sul sopralluogo fatto davanti a casa sua dal faccendiere e dal suo scagnozzo ritenuto vicino alla camorra”, conclude.


Gusta Sannio Food Festival 2026, tutto pronto per la quarta edizione tra alta cucina e solidarietà


Dopo il grande successo registrato nell’edizione 2025, torna uno degli appuntamenti enogastronomici più attesi e prestigiosi del panorama regionale: il Gusta Sannio Food Festival, momento che giunge quest’anno alla sua quarta edizione, riconfermandosi come punto di riferimento imprescindibile per la valorizzazione delle eccellenze del territorio e per la promozione della solidarietà sociale.
Nato con la vocazione di unire l’eccellenza della tavola e dei vigneti sanniti all’impegno per il sociale, il festival rilancia con forza la sua missione benefica.
Negli anni, Gusta Sannio ha destinato il proprio concreto sostegno a importanti realtà filantropiche e territoriali, tra cui la Sostenitori Santobono – Open Mind e la Cooperativa Sociale di Comunità iCARE, testimoniando come la grande enogastronomia possa farsi veicolo primario di solidarietà e sviluppo per la comunità.

L’appuntamento per l’edizione 2026 è fissato per il 24 e 25 Agosto, a partire dalle ore 20:00, nella suggestiva cornice di Tenuta Pascarella (in Località San Vito a Frasso Telesino).
Con il claim ufficiale “Sosteniamo con Gusto”, l’intero ricavato benefico dell’iniziativa andrà a supportare i progetti della cooperativa iCARE.
Madrina d’eccezione dell’evento sarà la giornalista e critico enogastronomico Fosca Tortorelli.
“𝘎𝘪𝘶𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘳𝘵𝘢 𝘦𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 – sottolineano – 𝘤𝘦𝘭𝘦𝘣𝘳𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘪𝘭 𝘵𝘢𝘭𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘦𝘤𝘤𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦𝘧 𝘦 𝘭𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘷𝘪𝘵𝘪𝘨𝘯𝘪 𝘴𝘢𝘯𝘯𝘪𝘵𝘪, 𝘮𝘢 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘷𝘪𝘳𝘵𝘶𝘰𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘭 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪𝘰. 𝘎𝘶𝘴𝘵𝘢 𝘚𝘢𝘯𝘯𝘪𝘰 è 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘨𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘭’𝘦𝘤𝘤𝘦𝘭𝘭𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘪𝘯 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘳𝘦𝘵𝘪.”

𝖨𝖫 𝖯𝖱𝖮𝖦𝖱𝖠𝖬𝖬𝖠

Lunedì 24 Agosto — Start ore 20:00 | FOOD EXPO & TASTING
Una grande festa diffusa del gusto con banchi d’assaggio, maestri artigiani e grandi interpreti della viticoltura.
● Formula: 5 Tasting Food & Wine
● Ticket: 35 € (Solo online su prenotazione, posti limitati)
● Protagonisti: Oltre 30 Maestri del Gusto e 18 Cantine storiche e boutique del Sannio

Martedì 25 Agosto — Start ore 20:00 | CENA SOLIDALE DI GALA
Un’esclusiva esperienza gastronomica placé a più mani guidata da grandi nomi della ristorazione d’autore.
● Formula: Cena placé d’autore con abbinamento vini d’eccellenza
● Ticket: 90 € (Solo online su prenotazione, posti strettamente limitati)
● Chef: Angelo D’Amico, Antonio Grasso, Giuseppe Aversa, Pasquale Palamaro
● Cantine: 36 Casali, Fontanavecchia, Il Poggio Vini, Domus Leonis

I posti per entrambe le serate sono limitati.
La prevendita dei biglietti è attiva esclusivamente online sul sito ufficiale dell’evento accessibile tramite QR Code presente sui materiali promozionali.


Scamarcio, Del Pero, Stivaletti, Cordio… Ritorna il Mario Puzo Film Festival la XII Edizione dal 19 al 24 agosto 2026


Dal 19 al 24 agosto ritorna il festival del cinema nelle aree interne tra le province di Benevento e Avellino. Sulla linea del concept Inversione di Tendenza: Maura Del Pero, Riccardo Scamarcio, Sergio Stivaletti, Francesco Cordio, Stefano Fresi alcuni degli ospiti. Masterclass, proiezioni, aperitivi letterari, i laboratori, il cinema diffuso.
Mario Puzo Film Festival: la XII Edizione!

Associazione di Cultura Cinematografica Daena APS
con il contributo di
Regione Campania
Campania Film Commission

presentano:


FESTIVAL MARIO PUZO
CORTO E A CAPO
Festival del Cinema nelle Aree Interne
XII EDIZIONE

19-24 agosto 2026

Direzione artistica:
Umberto Rinaldi

“Ogni proiezione è un piccolo e lucido atto di resistenza contro la rassegnazione. Vogliamo dimostrare che l’inerzia si può spezzare.”

Portare il cinema dove solitamente non è di casa, trasformandolo in uno strumento di riflessione, riscatto e inversione di rotta per le aree interne è la missione da dodici anni del Mario Puzo Festival – Corto e a Capo (MAPUFF), pronto ad accendere i riflettori su piazze, aie, vicoli e spazi insoliti della Campania con un programma denso di proiezioni, incontri e dibattiti. Il festival si conferma un presidio culturale e un progetto politico volto a rimettere le aree interne al centro del dibattito comune. Oltre alle consuete sette sezioni in gara (cortometraggi, documentari e lungometraggi), due delle quali promosse in collaborazione con i partner Officine sostenibili e Slow food Avellino il programma si arricchisce dei tradizionali aperitivi cinematografici, quest’anno impreziositi dalla presentazione del secondo numero della riviste CineMOI, e del nuovo documentario di cinema partecipato, dedicato proprio al tema dello spopolamento e ai possibili scenari di rinascita dei territori.

Questa XII Edizione ha per tema Inversione di Tendenza. Strategie per opporsi ad un cronicizzato declino. Il tema di questa edizione ci racconterà come in quelle aree che le stesse istituzioni vedono come destinate ad un inesorabile declino, non si cerca solo un dignitoso invecchiamento ma esistono sguardi e percorsi di speranza, progetti di vita e sociali ambiziosi e all’avanguardia.

Punteremo le nostre telecamere su quel fiore nel deserto, su quel fiocco da neonato che splende su un portone di in un paese spopolato, su quelle idee e quei progetti che rendono unica, moderna e desiderabile anche la vita in periferia. Ci serviremo del cinema che da tempo immemore racconta di rivincite e rinascite, di finali imprevisti e imprevedibili, quel cinema che lontano dai grossi centri ha sempre trovato grande fonte di ispirazione e di vita. Da ‘900 di Bertolucci (che quest’anno compie 50 anni) a Nuovo cinema paradiso, passando per il Gattopardo, Riso Amaro e Il Postino, il grande cinema italiano ha sempre raccontato la provincia, le sue peculiarità e la sua capacità di vivere i cambiamenti della storia da protagonista e spesso anche da motore propulsivo. In questi anni di cambiamento, di rigenerazione e di perdita di identità, le aree interne custodiscono ancora la forza, le peculiarità e la voglia per opporsi ad un destino triste e segnato e per indicare ancora una volta la giusta rotta.

Si parte mercoledì 19 agosto: dopo l’inaugurazione mattutina a Tufo, la kermesse entra nel vivo con due presenze d’eccezione: Adriano Della Starza (docente, youtuber e critico cinematografico) presenta il volume John Ford e Clint Eastwood: I due sentieri del giuramentoMaura Delpero, tra i nomi di punta del cinema italiano contemporaneo, porterà la sua visione dopo il trionfo con Vermiglio (vincitore di due premi alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, quattro David di Donatello e designato come film italiano agli Oscar 2025). Il giorno successivo – giovedì 20 agosto – spazio alla magia del grande schermo con Sergio Stivaletti, maestro degli effetti speciali che ha legato il suo nome ai capolavori di Dario Argento. A Stivaletti verrà consegnato un premio speciale alla carriera; l’autore incontrerà il pubblico per svelare i segreti degli effetti speciali e presenterà il suo film Rabbia Furiosa – Er canaroDal giorno 20 inizieranno le proiezioni quotidiane della mattina e del pomeriggio, realizzate in collaborazione con importanti realtà associative locali come Migrantes (San Giorgio del Sannio) e Officine del fotogramma (Avellino) e alla libreria Casa Naima di Atripalda per la sezione libri. Venerdì 21 dopo una giornata ricca di proiezioni diffuse in serata a San Martino Sannita ci sarà l’apertura con l’Archivio Audiovisivo Irpino, la presentazione Fuori Concorso del cortometraggio Fenice di Domenico Pizzulo e la proiezione del laboratorio partecipato Inesorabile declino diretto da Giustino Pennino.

Sabato 22 agosto sarà la giornata fulcro per la riflessione politica e sociale del festival a Venticano, un dibattito istituzionale sul futuro delle aree interne culminerà con la proiezione del film Ritorno al tratturo (scritto tra gli altri da Filippo Tantillo e interpretato da Elio Germano), presentato dal regista Francesco Cordio. La serata in cavea si chiuderà con un’intensa intervista-approfondimento con l’attore Stefano Fresi, incentrata sul divario tra cinema di città e di provincia, musica e segreti del mestiere. Domenica 23 agosto a Tufo dalle 10.00 il workshop GENIUS LOCI a cura del collettivo Zauber Laboratorio di cinema, territorio e Spiritualità. A San Giorgio del Sannio invece, la presentazione del volume sul cinema inglese Giorni di gloria a cura del critico Giuseppe Borrone e in serata sarà protagonista Riccardo Scamarcio in un imperdibile incontro-intervista/masterclass a tutto campo sulla sua carriera internazionale (da Johnny Depp a Costa-Gavras, Woody Allen e Abel Ferrara, fino ai maestri italiani) e sul suo ruolo di produttore.

Lunedì 24 agosto, il gran finale a Montefusco con le proiezioni dei lavori in concorso e fuori concorso, l’assegnazione dei premi e del prestigioso riconoscimento del pubblico, alla presenza di autori e cast,imperdibile l’intervista show e premiazione Renato Carpentieri Ad impreziosire la giornata ci sarà la mostra fotografica a cura di Paolo Speranza, autore e critico cinematografico, dedicata ad Ettore Scola nel decennale della scomparsa del Maestro a cui il festival dedica di anno in anno un omaggio.

Mario Puzo Film Festival – Corto e a capo è nato nel 2015 con l’obiettivo di diffondere la cultura cinematografica attraverso proiezioni e incontri con autori, attori e protagonisti del cinema, privilegiando quelle figure che si muovono al di fuori dei circuiti ufficiali e dei canali classici di fruizione. Si svolge in paesi della provincia irpina dove spesso diviene l’unica possibilità di entrare in contatto con le opere cinematografiche senza doversi spostare. Ogni anno Corto e a capo ha un tema specifico, intorno al quale viene costruita tutta l’edizione tra cinema, musica, incontri con ospiti, libri e documentari partecipati.

Mario Puzo Festival – Corto e a Capo
https://www.cortoeacapo.it/


Ranucci, Totò e l’estinzione dell’Italia


(Tommaso Merlo) – Sono riusciti ad imbrattare anche Report, una delle ultime oasi di giornalismo investigativo. Dopo anni di persecuzione, ci mancava giusto l’attentato con risvolti che manco i film di Totò e Peppino. Vogliono lo scalpo di Ranucci colpevole di un crimine odioso in questa Italia malconcia, fare vero giornalismo. E mentre assistiamo all’inseguimento tra gendarmi e farabutti e in attesa dell’epilogo a tarallucci e vino, il malconcio sistema Italia perde un altro pezzo di credibilità e di libertà. I potenti perseguitano quelli di Report da decenni ed è un miracolo se non sono ancora riusciti a silenziarli. Li perseguitano perché osano investigare le magagne del potere e rivelarle ai cittadini. Temono che conoscendo la verità sulle classi deficienti, i cittadini la smettano di abboccare al sistema e si ribellino. Si sa. Più un paese è marcio, più la libertà di stampa e i giornalisti coraggiosi danno fastidio. Tipico dei paesi andati a male. Invece di smetterla di combinare malefatte, i potenti pretendono che a smetterla siano i giornalisti che fanno il loro mestiere ed i cittadini che pretendono di vivere in un paese civile. Vogliono perfino il privilegio di fare le loro porcate senza che qualcuno osi ficcare il naso, che sia la Magistratura o la stampa non asservita. Nessuna domanda scomoda, nessun dubbio o ombra ma solo propaganda e possibilmente amica. Come se la libertà di stampa fosse un dettaglio superfluo e non un pilastro della democrazia. Come se fossero affaracci loro anche quando intrallazzano con la cosa pubblica e danneggiano la collettività. Tipico dei paesi che rischiano l’estinzione come il nostro. Arroganza, mediocrità e disonestà che a furia di dilagare si mangiano l’intero sistema e lo piegano ai loro meschini disegni. In Italia la politica è degenerata a livelli tragicomici e il giornalismo è morto e sepolto, è stato rimpiazzato dalla propaganda della finta destra e della finta sinistra, redazioni perlopiù finanziate coi soldi pubblici invece che dai lettori e quindi anche per necessità succubi del potere. Redazioni che in tempo di pensiero unico neoliberista si differenziano giusto per i partiti e capobastone che tifano e la loro unica funzione è animare le rispettive curve. Un deprimente scenario anche culturale in cui le rare oasi di vero giornalismo finiscono o emarginate o nel mirino come successo a Report e questo perché impediscono al marciume di spacciarsi come normalità. Ma c’è un livello più profondo, quello che fa imbestialire i potenti non è solo che emerga la verità su fatti scomodi, ma anche che emerga la verità su chi sono loro davvero come persone. Molti potenti si credono infatti chissà chi e detestano coloro che dimostrano la loro pochezza, i loro compromessi al ribasso, i loro errori e perfino crimini. Detestano coloro che fanno crollare l’idea grandiosa e falsa che hanno di se stessi rovinando la loro farlocca autostima ma soprattutto scalfendo l’immagine del loro personaggio pubblico e la loro reputazione mettendo così a rischio il loro consenso e prestigio e status sociale che in questa era egoistica e narcisistica è tutto. Ma c’è un livello ancora più mesto. Più un paese è culturalmente mafioso, più la libertà di stampa e i giornalisti coraggiosi danno fastidio. E danno fastidio sia ai potenti che a tutti coloro che sono scesi a compromessi col sistema e detestano chi tenendo la schiena dritta dimostra il loro tradimento professionale e morale. Si sa. Più un paese è culturalmente mafioso, più ti devi accodare a qualche cordata e leccare i piedi a qualche boss per conquistarti il tuo posticino al sole. Viene premiato il conformismo e il servilismo e se invece osi rimanere te stesso o addirittura alzare la testa e sfidare lo status quo, rischi l’emarginazione o addirittura di finire nel mirino come successo a Report. Una mafia culturale tipica di paesi che rischiano l’estinzione come il nostro in cui arroganza, mediocrità e disonestà a furia di dilagare si sono mangiati l’intero sistema piegandolo ai loro meschini disegni al punto da fregarsene perfino dell’autodistruzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Italia è al 56esimo posto al mondo per libertà di stampa e al 52esimo come corruzione e nessuno fa nulla. Uomini in balia di una manica di caporali, come nei film dei due grandi artisti Totò e Peppino alle prese col caso Ranucci. Con l’inseguimento tra gendarmi e farabutti, in attesa dell’epilogo a tarallucci e vino e magari pure del colpo di scena. Ma la sostanza non cambia. Non dobbiamo perdere il diritto di conoscere la verità sulle malefatte delle classi deficienti e invece di farci manipolare dobbiamo ribellarci per riconquistare una democrazia sana e per evitare l’estinzione fin che siamo in tempo.