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Basta politica del “ma anche”. Per conquistare i giovani la sinistra deve scegliere da che parte stare


Il referendum ha dato un risultato che sarebbe irresponsabile pensare possa essere traslato alle elezioni politiche. Quel risultato però contiene dei messaggi chiari

(Domenico Valter Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Meloni e la destra estrema che governa il Paese nel breve volgere di un lunedì di marzo si sono trovati ad affrontare una condizione che rappresenta il loro peggiore incubo. Finire come Matteo Renzi che, dopo la batosta referendaria si ritrovò con un partito che precipitò dal 30 al 18 per cento. Meloni sa perfettamente cosa rischia e per questo è palesemente nel panico e il panico, si sa, è sempre un pessimo consigliere. Ha tentato di correre ai ripari tagliando tre teste.

I giornali d’apparato stamattina puntano tutti sul repulisti, a sottolineare la purezza della leader che caccia i mercanti dal Tempio, riproponendo l’adagio del Ventennio che, di fronte alle nefandezze e le incapacità del regime rantolava: “se lo sapesse il Duce”. Meloni si è ritrovata al centro di una tempesta perfetta: la sconfitta pesante al referendum arriva dopo tre anni di promesse totalmente non mantenute, che hanno piano piano fatto infuriare il suo elettorato e si pianta come un chiodo in una congiuntura drammatica acuita dalla guerra in Medio Oriente, scatenata dai due leader nei confronti dei quali Meloni ha mostrato ben di più che semplice acquiescenza. Una crisi economica ogni giorno più pesante per le famiglie e per le imprese. Meloni sa che può scivolare – come fu per Renzi, e ancor prima (per chi ne avesse memoria) per Bettino Craxi – in una slavina inarrestabile. Sconfitta al referendum rischia di diventare un Re Mida rovesciato.

Ho fatto questa premessa per arrivare ad un punto che è a mio avviso assolutamente centrale. Di fronte ad una destra che, mai come adesso, è vulnerabile, il centro sinistra e in particolare il cuore di quello che dovrebbe essere il Campo Largo, ovvero PD, M5S e AVS, è in grado di schierarsi in battaglia ed essere vincente, liberando il Paese dalla morsa di una destra pericolosa e soprattutto incapace? La risposta è: forse, ma a determinate condizioni.

Il referendum ha dato un risultato che sarebbe irresponsabile pensare possa essere traslato alle elezioni politiche. Ma non si può assolutamente prescindere da quel risultato, perché contiene dei messaggi politici chiari. In primo luogo il referendum, per sua natura è divisivo, indica infatti solo due strade – il Si o il No – pone alternative chiare. Questo ha avuto un impatto importantissimo sull’affluenza. Gli elettori sapevano per cosa stavano votando, potevano identificarsi in una scelta. Leggevo su La Repubblica una delle tante interviste fatte ai giovani che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vittoria del No. La nostra generazione – questo era il senso del ragionamento del giovane elettore – non è apatica, disinteressata, è che non ci sentiamo rappresentati. Parole che ci portano nel cuore del problema della rappresentanza.

Chi e cosa vuole rappresentare il Centro sinistra? La generazione Z, ma anche i diciottenni hanno mostrato di aver voglia di protagonismo e non solo votando al referendum anche a costo di sobbarcarsi sacrifici e disagi. Lo hanno dimostrato prima del 22 e del 23 marzo. Sono stati protagonisti di mobilitazioni che, nel giro di pochi mesi, sembrano dimenticate, ma che hanno indicato precisi temi programmatici. La più recente è quella contro il genocidio perpetrato dal governo Israeliano a Gaza. Una mobilitazione che ha portato un fiume sterminato di popolo composto in una parte importante da giovani e giovanissimi, molti alla loro prima manifestazione. Abbiamo di fronte ragazzi che se hanno una buona causa non esitano a mobilitarsi. Giovani che hanno subito insulti e provocazioni e in alcuni casi – vi ricordate di Pisa – violenze inaccettabili, eppure non si sono arresi, non hanno abbassato la testa.

Ci sono stati e ci sono. Ma non solo.

Molti sembrano aver scordato le grandi mobilitazioni per la difesa dell’ambiente per chiedere misure vere contro il riscaldamento globale e quelle per il diritto allo studio. Diritto costituzionalmente garantito. Ed ecco che torna sempre lei, la Costituzione. La stessa Carta che hanno difeso col No al referendum. Molti di quei ragazzi, e non solo loro, però alle politiche e alle europee sono rimasti a casa, non hanno votato, non per sciatto disinteresse, ma perché nessuno a sinistra è riuscito a capire i loro bisogni, le loro istanze.

Credo che se si vuole cacciare questa destra bisogna partire dalla politica, eliminando le fumisterie da convegni e avanzare proposte semplici, precise. Cose da fare che si possano spiegare anche nello spazio limitato dei social che questa generazione usa in vario modo, ma anche per veicolare messaggi e contenuti politici. Bisogna ascoltare di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, cosa li fa indignare, che visione hanno della realtà del futuro. Lo ha fatto Zohran Mamdani e ha vinto. Le loro mobilitazioni spiegano che non si pò essere per la difesa del popolo palestinese e contemporaneamente avere in casa la cosiddetta Sinistra per Israele che sostiene un criminale ricercato dalla CPI come Netanyahu o sentire dire che uno stato criminale e aggressore va comunque supportato.

Bisogna scegliere da che parte stare e bisogna avere coerenza, quindi se è giusto affermare che se uno Stato aggredisce si sta dalla parte dell’aggredito e contro l’aggressore, questo deve valere sempre, per l’Ucraina e per l’Iran, non può funzionare solo in alcuni casi. Non è una posizione da centri sociali, ma è la posizione del Primo Ministro della Spagna. Il centro sinistra sarà capace di mettere nel programma parole semplici come quelle del Presidente Sanchez?

E questo non vale solo in politica estera. Bisogna pensare ad una serie di misure per sostenere realmente il diritto allo studio. Alcune sono misure semplici: garantire uno sgravio fiscale alle famiglie che pagano affitti per i figli fuori sede (il che farebbe emergere gran parte dei contratti in nero), investire nella realizzazioni di alloggi per gli studenti a prezzi calmierati, imporre una scontistica sui trasporti; ridisegnare il prelievo fiscale che non può essere quasi totalmente a carico del lavoro dipendente e dei pensionati e non si può più prescindere da una patrimoniale sui redditi elevatissimi. Tassare le banche e i super ricchi per garantire servizi a chi sta peggio. Sono misure essenziali e chiare soprattutto di fronte ad uno scenario nel quale l’Inflazione morderà sempre più ferocemente il potere di acquisto di salati e pensioni.

I giovani dalla destra hanno ricevuto leggi liberticide, nessun aiuto per il loro futuro, un’organizzazione dell’università demenziale, molto spesso un biglietto di sola andata per l’estero. La destra ha fatto questo ed anche peggio. La domanda che pongo è cosa propone il centro sinistra, come li vuole rappresentare?

Ho fatto alcuni esempi per dire che se il centro sinistra vuole vincere deve trovare il coraggio di essere divisivo. Deve scegliere da che parte stare. Non si possono mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, non si può essere dalla parte dei lavoratori e contemporaneamente dalla parte di una borghesia stracciona che ha saputo solo drenare soldi pubblici e ha sempre puntato a ridurre il lavoro e i diritti. Al referendum un elettore su due non aveva votato alle politiche e alle europee. Sono in larga parte loro, non il centro astratto di un Calenda in cerca di se stesso, Riportarli a votare è la vera sfida. Gli elettori per tornare a votare a sinistra chiedono che la sinistra faccia la sinistra. Che si archivi definitivamente la politica del “ma anche…”. Se Calenda o la signora Picierno storceranno il naso potranno sempre spostarsi nel centro destra. Non credo che saranno in molti a versare lacrime per la loro assenza.


Schlein e Conte si devono dare una svegliata (glielo chiede l’Europa)


(di Hannah Roberts – politico.eu) – La sconfitta della premier di destra Giorgia Meloni in un referendum ad alta posta in gioco ha offerto un raro segnale del fatto che può essere battuta, ma la questione ora è se l’opposizione italiana, frammentata, riuscirà a sfruttare questo slancio unendosi contro di lei.

Da quando è salita al potere nel 2022, Meloni è apparsa politicamente intoccabile, con ben poco da temere da avversari divisi.

Ma il fallimento del suo referendum sulla riforma della giustizia, lunedì, ha rivelato un forte e diffuso malcontento che i suoi rivali ora vogliono intercettare.

L’affluenza è stata elevata e gli elettori più giovani si sono mostrati particolarmente determinati a votare contro di lei.

La bocciatura rappresenta un’occasione favorevole per i suoi principali sfidanti: il Partito Democratico di centrosinistra guidato da Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle dell’ex premier Giuseppe Conte.

Mercoledì Schlein ha dichiarato di essere consapevole della posta in gioco, definendo il referendum “una straordinaria vittoria del popolo… che dimostra che inizieremo a sconfiggere la destra nazionalista”.

Ma replicare una simile vittoria alle elezioni politiche — probabilmente il prossimo anno, anche se si ipotizza che Meloni possa anticiparle — richiederà la costruzione di un fronte comune dell’opposizione, prospettiva difficile viste le tensioni su temi come gli aiuti militari all’Ucraina.

I sondaggi mostrano che il consenso per i principali partiti italiani è rimasto sorprendentemente stabile dalla metà del 2024: Fratelli d’Italia di Meloni è attualmente al 29%, il Partito Democratico al 22% e il Movimento 5 Stelle al 12%. Per avere una possibilità di battere Meloni e i suoi alleati di destra, l’opposizione dovrà lavorare insieme.

Per questo cresce la pressione per indire primarie dell’opposizione, al fine di selezionare un leader unificante capace di costruire una piattaforma comune — ipotesi sostenuta sia da Conte sia da Schlein.

“I cittadini chiedono le primarie e non possiamo evitarle”, ha detto Conte dopo il risultato del referendum. È “troppo presto” per dire se si ricandiderà, ha aggiunto con cautela — anche se è ampiamente considerato intenzionato a tornare a Palazzo Chigi. Ha incoraggiato Schlein a partecipare alla corsa; lei ha dichiarato che sarebbe “disponibile”.

Alleanze improvvisate

Fare campagna contro la riforma della giustizia di Meloni è stato un facile punto di aggregazione per l’opposizione, che ha potuto attaccare compatta la premier per aver messo in discussione l’indipendenza delle istituzioni.

A Roma, in Piazza Barberini, lunedì sera leader e attivisti di diversi partiti centristi e di sinistra si sono riuniti per celebrare un risultato che pochi ritenevano possibile solo poche settimane prima. I sostenitori hanno sventolato bandiere di partito e intonato slogan, mentre esponenti politici di vari schieramenti condividevano il palco in una rara dimostrazione di unità.

Ma la fratellanza mostrata in piazza nasconde divisioni più profonde: la coalizione che si è formata per battere Meloni al referendum è ancora lontana dal concordare un programma nazionale comune o un candidato condiviso alla premiership. Il raggruppamento, spesso altalenante, diverge nettamente su temi come la spesa militare e il sostegno all’Ucraina, oltre che sulla politica economica, con un divario significativo tra la sinistra populista più radicale e il più centrista Partito Democratico.

Schlein ha sostenuto mercoledì che l’opposizione deve concentrarsi su proposte concrete. “Non possiamo limitarci a essere contro il governo, dobbiamo rappresentare qualcosa”, ha detto, elencando poi proposte su salario minimo, riduzione dell’orario di lavoro e congedo parentale condiviso.

Schlein ha inoltre indicato i recenti successi a livello regionale e comunale, anche in Campania e Puglia, come prova che la cooperazione può tradursi in vittorie elettorali. “Sappiamo che possiamo farlo perché lo abbiamo fatto ripetutamente negli ultimi due anni: costruire una coalizione progressista e, in alcune regioni, battere la destra”.

Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, ha concordato sul fatto che queste alleanze abbiano avuto successo dalle ultime elezioni politiche — aggiungendo che esiste un ampio accordo tra i partiti di opposizione su temi come salario minimo, sanità, transizione verde e opposizione all’obiettivo NATO di destinare il 5% del PIL alla difesa.

“Il referendum accelera [la costruzione dell’alleanza]”, ha dichiarato a Politico. “Crea un’opportunità ma anche una responsabilità: non deludere chi chiede un’alternativa a Meloni e alla destra”.

Ha tuttavia ammesso che restano profonde divisioni all’interno dell’opposizione sulla guerra in Ucraina e sulla fornitura di aiuti militari a Kyiv.

Cercasi leader

Il prossimo ostacolo sarà la leadership.

Dopo essersi unite dietro al “no” nel referendum, le forze di opposizione devono ora affrontare il compito più spinoso: concordare un candidato unico per sfidare Meloni.

Non esiste una figura di consenso evidente. Schlein guida il principale partito di opposizione e si è proposta come naturale portabandiera di una vasta alleanza progressista, ma il fatto di essere cresciuta in Svizzera e la percezione di provenire da un ambiente elitario ne hanno ridotto l’appeal popolare.

Conte, ex presidente del Consiglio e leader di un blocco più piccolo ma ancora decisivo, mantiene una forte riconoscibilità personale, soprattutto nel Sud. Può anche rivendicare il suo operato al governo, durante il quale ha introdotto misure di sostegno sociale e ottenuto 200 miliardi di euro di aiuti europei durante la pandemia.

Nessuno dei due, tuttavia, ha dimostrato di poter unificare completamente l’opposizione.

In passato sono stati indicati possibili candidati di compromesso, tra cui Silvia Salis, ex martellista olimpica, e Gaetano Manfredi, eletti rispettivamente sindaco di Genova e Napoli con il sostegno di un ampio spettro di forze di sinistra. Entrambi però hanno raffreddato l’ipotesi di partecipare alle primarie.

Illusione di forza

Gli analisti avvertono inoltre che il risultato del referendum potrebbe aver sopravvalutato la forza dell’opposizione.

“La sfida per il centrosinistra è capire come capitalizzare questa vittoria politica”, ha affermato Lorenzo Pregliasco di YouTrend. “All’interno del 53% che ha votato ‘no’ c’erano molti gruppi diversi e motivazioni differenti”.

“I voti per il ‘no’ non corrispondono necessariamente a voti per il centrosinistra”, ha proseguito Pregliasco, osservando che anche nelle elezioni locali svoltesi in contemporanea alcuni elettori hanno sostenuto il referendum ma non i partiti di opposizione.

Ha avvertito che una quota significativa del voto contrario proveniva da elettori disimpegnati o con bassa propensione al voto. “Esiste ancora un divario tra chi ha votato ‘no’ per sfiducia nel governo e un sostegno concreto e tangibile al centrosinistra”, ha detto. “Sarebbe un errore per la sinistra pensare di aver acquisito questi elettori”.

Il fattore tempo potrebbe rivelarsi decisivo.

Analisti e sondaggisti ritengono che esista un argomento convincente a favore di elezioni anticipate convocate da Meloni prima che le condizioni economiche peggiorino. (L’argomento opposto è che dovrebbe resistere almeno fino alla soglia cruciale di settembre, quando avrebbe superato la durata di qualsiasi altro governo italiano.)

Un voto anticipato potrebbe inoltre permetterle di cogliere di sorpresa un’opposizione ancora frammentata, prima che abbia definito un programma o un candidato.

I leader dell’opposizione insistono che non funzionerà. “Quando ci saranno le elezioni, noi saremo pronti”, ha dichiarato Schlein.


Eccoli, quelli che volevano cambiare la Costituzione


(Stefano Rossi) – Come previsto da tempo, il Parlamento europeo ha dato il via libera, con 581 voti a favore, 21 contrari, e 42 astenuti, alla direttiva anti corruzione.

La direttiva è del dicembre 2025, ma si dava tempo agli Stati membri di adeguarsi per armonizzare il reato di abuso d’ufficio.

L’Italia, famosa in tutto il mondo, per le numerose mafie tradizionali, e non tradizionali, e le numerose associazioni criminali di varie nazionalità, e corruzione pubblica (proprio oggi ci sono state perquisizioni al ministero della Difesa, imprese, uffici di società miste), ha pensato bene di abolire il reato di abuso d’ufficio.

Ora, tutto da rifare.

Strano, una volta, chi era di destra, voleva un codice penale più restrittivo e severo.

Questi nun so’ boni manco a fa’ i fascisti pe’ cinque minuti!


Sondaggi politici, sorpasso del campo largo sul centrodestra


In calo FdI, Avs sopra la Lega. Secondo l’ultima Supermedia Agi/Youtrend, il partito di Meloni perde più di mezzo punto, cresce di poco il Pd. Bene il M5S

Sondaggi politici, sorpasso del campo largo sul centrodestra. In calo FdI, Avs sopra la Lega

(repubblica.it) – Prima Supermedia Agi/Youtrend dopo il referendum costituzionale. La vittoria del no ha scatenato un terremoto politico dentro il governo. Tensioni nella maggioranza, dimissioni di Andrea Delmastro, sottosegretario alla giustizia, di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto al ministero della Giustizia e di Daniela Santanchè al Turismo, cambi di incarichi dentro Forza Italia. Nonostante il numero di rilevazioni sia ancora limitato (durante le due settimane che hanno preceduto il referendum, quasi nessun istituto ha pubblicato dati sulle intenzioni di voto ai partiti), dalla nuova Supermedia – ossia la media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto che include sondaggi realizzati dal 12 al 25 marzo – si intravedono già delle tendenze: su tutte, il calo di FdI al 28,2% (il dato peggiore dalle europee 2024) e la crescita di M5S (+1,3% rispetto a un mese fa). Ma soprattutto, in termini aggregati, il sorpasso del campo largo (Pd-M5S-Avs-Iv/+Ee) rispetto al centrodestra.

La Supermedia liste

FdI 28,2 (-0,6)

Pd 21,8 (+0,2)

M5S 13,2 (+0,8)

Forza Italia 8,9 (+0,2)

Verdi/Sinistra 6,7 (=)

Lega 6,3 (-0,2)

Futuro Nazionale 3,6 (+0,4)

Azione 3,0 (-0,3)

Italia Viva 2,2 (=)

+Europa 1,5 (-0,1)

Noi Moderati 1,2 (+0,1)* non rilevato da Youtrend

La Supermedia coalizioni 2022

Centrodestra 44,6 (-0,5)

Centrosinistra 30,0 (+0,1)

M5S 13,2 (+0,8)

Terzo Polo 5,2 (-0,3)

Altri 7,0 (-0,1)

Supermedia Coalizioni 2026

Campo largo 45,4 (+0,9)

Centrodestra 44,6 (-0,5)

Futuro Nazionale 3,6 (+0,4)

Azione 3,0 (-0,3)

Altri 3,4 (-0,5)


Trump, una barzelletta col ciuffo platinato


TRUMP AI NEGOZIATORI IRANIANI, ‘FACCIANO I SERI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI’

(ANSA) – “I negoziatori iraniani farebbero bene a comportarsi seriamente, presto, prima che sia troppo tardi”: è il monito del presidente americano Donald Trump lanciato sul social Truth.

“I negoziatori iraniani sono molto strani. Ci stanno implorando per fare un accordo, cosa che dovrebbero fare visto che sono stati obliterati militarmente con zero chance di riprendersi, ma – scrive il presidente americano – pubblicamente affermano che stanno solo visionando la nostra proposta. SBAGLIATO!!! Farebbero meglio a fare i seri presto, prima che sia troppo tardi”, perché in questo caso “NON SI TORNA PIU’ INDIETRO”.

TRUMP RIBADISCE, ‘L’IRAN ERA A DUE SETTIMANE DALL’ATOMICA’

(ANSA) – Donald Trump ha ribadito la sua convinzione che l’Iran “era a due settimana dal produrre l’arma nucleare quando ho attaccato”. Parlando alla cena annuale di raccolta fondi del Comitato repubblicano per il Congresso ha poi insistito che gli Stati Uniti hanno “vinto la guerra” contro l’Iran “nei primi due giorni” dell’operazione ‘Epic Fury’.

TRUMP AMMETTE, ‘COSTI BENZINA SALITI MA DOVEVO ELIMINARE IL CANCRO IRAN’

(ANSA) – Donald Trump ha ammesso che i costi della benzina e della vita in generale sono saliti da quando ha lanciato la guerra contro l’Iran. “Ma dovevo eliminare il cancro che è Teheran”, ha detto surante un evento a Washington. “Ora ricostruiremo l’economia più forte del mondo”, ha aggiunto accusando poi i democratici dell’inflazione.

TRUMP, ‘NEGOZIATORI IRANIANI TEMONO DI ESSERE UCCISI DA TEHERAN’++

(ANSA) –  “I negoziatori iraniani temono di essere uccisi da Teheran”. Lo ha detto Donald Trump parlando alla cena annuale di raccolta fondi del Comitato repubblicano per il Congresso a Union Station, la stazione di Washington.

PENTAGONO E CENTCOM STANNO LAVORANDO AL COLPO DI GRAZIA PER L’IRAN’

(ANSA) – “Il Pentagono e il Comando Centrale dell’esercito degli Stati Uniti stanno lavorando a piani militari per un ‘colpo finale’ contro l’Iran, che potrebbero includere l’impiego di forze di terra e una serie di bombardamenti massicci”, secondo due alti funzionari americani e due fonti a conoscenza della questione che hanno parlato con Channel 12.   

Un’escalation militare è vista come probabile se non si registreranno progressi nei colloqui diplomatici. Tra le opzioni del ‘colpo di grazia’, oltre all’invasione dell’isola di Kharg, principale centro di esportazione del petrolio iraniano, anche l’invasione dell’isola di Larak, da dove Teheran esercita il controllo sullo Stretto di Hormuz. La postazione strategica include bunker, mezzi offensivi in grado di far esplodere navi e petroliere e radar che monitorano i movimenti nello Stretto.

Secondo Channel 12, le ipotesi d’attacco americane comprendono anche “la presa dell’isola strategica di Abu Musa e di altre due piccole isole, situate vicino all’ingresso occidentale dello Stretto, controllate dall’Iran ma rivendicate dagli Emirati Arabi Uniti. E il blocco o il sequestro di navi che esportano petrolio iraniano sul lato orientale dello Stretto di Hormuz”.

Alcuni funzionari negli Stati Uniti ritengono che “una dimostrazione di forza schiacciante che ponga fine ai combattimenti creerebbe una leva maggiore per i negoziati di pace, oppure semplicemente darebbe al presidente Trump qualcosa da indicare per dichiarare una vittoria”. L’esercito americano – riferiscono le fonti dell’emittente israeliana – “ha anche preparato piani per operazioni di terra in profondità nel territorio iraniano, con l’obiettivo di prendere il controllo dell’uranio arricchito nascosto nei siti nucleari”. In alternativa a un’operazione così complessa e rischiosa, gli Stati Uniti potrebbero scegliere di effettuare attacchi aerei su larga scala contro gli impianti nel tentativo di impedire all’Iran l’accesso al materiale


Come mai la fu “Giorgia dei due mondi” ha deciso la desantancheizzazione del governo solo adesso?


(dagospia.com) – Il “vaffa” che fa definitivamente traboccare il vaso (da notte) tra Giorgia Meloni e la “Pitonessa” esplode nel 2024, quando la Procura di Milano chiede il rinvio a giudizio della ministra del Turismo; procedimento che è poi rimasto sospeso in attesa di una decisione della Corte Costituzionale su un ricorso sollevato dal Senato.

All’epoca il sonoro invito della Ducetta alla Santadeché di firmare le dimissioni rimase lettera morta. Un “grazie, preferirei di no” che nessuna lavanda gastrica è riuscita a far digerire alla Meloni d’Italia.

Blindata dal co-fondatore del partito, Ignazio La Russa, dotata di un carattere tostissimo supportato da un pelo sullo stomaco a prova di pasdaran e Hezbollah messi insieme, il bordello economico e finanziario della “Santa”, fitto di magheggi da leguleio e atti di finanza creativa, cavilli parlamentari e azioni giudiziarie, sembrava avviarsi verso la prescrizione.

Ma il quadro politico, con la scellerata riforma della giustizia, è salto in aria. La vittoria del “No” ha fatto implodere gli otoliti della fu invincibile “Giorgia dei Due Mondi” che, anziché mostrarsi salda al potere e far quadrato, ha perso il controllo, che nella gestione del potere è tutto, mettendo alla gogna i Bartolozzi e i Delmastro e le Santadechè.

Soprattutto la defenestrazione della ministra col tacco 12 è parsa ai più una mossa fuori tempo massimo: fino a prova contraria, la Melona ha avuto a disposizione più di tre anni di casini giudiziari per metterla alla porta.

Poi, sbuca su Facebook un post del giornalista di “Report”, Giorgio Mottola (vedi l’articolo a seguire sulle ultime prodezze della Pitonessa), dal titolo: ‘’I SOLDI DELLA SOCIETA’ INDAGATA PER MAFIA A DANIELA SANTANCHE’ E LE OMBRE SUI “SALVATORI” DI VISIBILIA ‘’.

A questo punto sorge spontanea la domandina: non è che, all’indomani della disfatta, la premier e il suo entourage di Palazzo Chigi, già schiaffeggiati dalla furtiva “manina” sulle “bisteccherie” di Delmastro uscita tre giorni prima del voto referendario, hanno sentito odor di bruciato? E, prima del diluvio, hanno preso la palla al balzo per buttar fuori il loro insostenibile ministro del Turismo?

Del resto, già il giorno stesso della sconfitta, lunedì 23 marzo, il Richelieu di Meloni, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, aveva messo in conto la possibile reazione di una magistratura ringalluzzita dalla vittoria nei confronti di un governo che non vedeva l’ora di sottometterla, preannunciando all’Ansa che “l’azione (delle toghe) potrebbe diventare ancora più invasiva”.

Ed oggi, su disposizione della procura di Roma che indagano su una serie di appalti negli ambiti del settore sicurezza e cybersicurezza, toh! è ricicciato il caso Sogei con perquisizioni al ministero della Difesa e in una serie di società pubbliche tra cui Terna, Rete ferroviaria italiana, Polo strategico nazionale.

‘’Nelle carte dell’inchiesta”, informa Enrica Riera su “Domani”, “emerge anche il nome di Giorgio Mulè: l’ex sottosegretario alla Difesa e oggi vicepresidente della Camera non è indagato. Ma in base a quanto si apprende, sarebbe «intervenuto – si legge negli atti giudiziari – per la promozione di un importante esponente politico e rappresentante istituzionale e dei vertici dell’amministrazione dell’aeronautica». Agli inquirenti non è ancora chiaro se questo «intervento» sia stato «reale o millantato»’’.

Ah, come aveva previsto tutto questo quel navigatissimo politico di Ignazio La Russa quando affermò che il governo Meloni stesse dando “troppa importanza” alla separazione delle carriere, definendo la riforma della giustizia come una questione in cui “il gioco non vale la candela”.

Amorale della fava: la “candela” ora se la ritrovano in quel posto non battuto dal sole….

I SOLDI DELLA SOCIETA’ INDAGATA PER MAFIA A DANIELA SANTANCHE’ E LE OMBRE SUI “SALVATORI” DI VISIBILIA

(di Giorgio Mottola – https://www.facebook.com/reel/975667521477961) – Fin dove è pronta spingersi Daniela Santanchè per salvare Visibilia dal fallimento ed evitare l’apertura di un’altra indagine a suo carico per bancarotta fraudolenta?

Nel dicembre del 2024, la ministra aveva raggiunto l’accordo con una misteriosa compagnia anonima svizzera, la Wip Finance per cedere tutte le sue quote per 2,7 milioni di euro. Poi però è arrivata l’inchiesta di Report che ha rivelato il nome dell’imprenditore che si celava dietro gli affari in Italia della società svizzera, Altair D’Arcangelo.

Ex consigliere comunale di Forza Italia a Chieti, ma soprattutto bancarottiere, condannato in primo grado, e rinviato a giudizio per svariate truffe e frodi fiscali, che lo hanno fatto finire in giri che hanno lambito il consorzio mafioso lombardo di Hydra, come rivelato da Nicola Borzi sul Fatto, e gli sono costate un sequestro da 40 milioni di euro.

È lui ad aver chiuso in prima persona con Daniela Santanchè la compravendita di Visibilia, come testimoniato da una foto in cui sono in posa, uno accanto all’altra, pubblicata da D’Arcangelo sul suo profilo Instagram.

Qualche mese dopo la nostra inchiesta, è poi scattato l’arresto dell’amministratrice di Wip Finance, Jane Lepori, nell’ambito di un’indagine europea per riciclaggio. L’accusa dei magistrati è che nella società a cui Daniela Santanchè ha ceduto Visibilia siano passati anche i soldi della mafia.

L’accordo salta, ma la ministra ha comunque incassato da Wip Finance una caparra da 600 mila euro: è stato messo nero su bianco il 6 marzo 2025 nei comunicati ufficiali inviati dalla società alle autorità di vigilanza finanziaria. Dalla Svizzera arrivano sui conti della Santanchè 100mila euro il 26 agosto 2024, 400 mila euro il 19 dicembre 2024, 100 mila il 20 febbraio 2025.

L’ultima volta che abbiamo incontrato la ministra di Fratelli d’Italia a Napoli, all’inaugurazione dell’ultima Borsa del turismo alla Mostra dell’Oltremare a Napoli, le abbiamo chiesto se avesse restituito quei soldi che, secondo le indagini, potrebbero avere un’origine illecita. Ma l’esponente di Fratelli d’Italia ha persino negato di aver mai ricevuto quel denaro.

Con Wip finance fuori gioco, Visibilia rischiava di rimanere sul groppone della ministra con il suo fardello da 7 milioni di euro di debiti e l’apertura di una procedura per fallimento nel suo destino.


Giorgia Meloni pagherà le dimissioni di Santanché e gli altri più della sconfitta al referendum


La lettera con cui la ministra del turismo ha accettato di dimettersi, dopo un giorno di resistenza, è la vera attestazione della sconfitta di Giorgia Meloni: una leader che pur di salvare se stessa è disposta a sacrificare i suoi collaboratori, non è una leader.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Certo che ce ne vuole, a farsi dare lezioni di dignità politica e umana da Daniela Santanché.

Ebbene, Giorgia Meloni è riuscita anche in questo piccolo capolavoro. Perché la purga con cui ha defenestrato Delmastro e Bartolozzi, oltre alla ministra del turismo, rappresenta esattamente quel che un leader non deve fare, di fronte a una sconfitta: scaricare responsabilità e abbandonare i suoi al loro destino, per preservare il mito della propria infallibilità e invincibilità.

E nella sua lettera di dimissioni alla presidente del consiglio, Daniela Santanché lo dice con una chiarezza che rasenta la brutalità.

Perché prima del referendum ero innocente fino a prova contraria, dice in sostanza la ministra, e ora non lo sono più?
Perché una sconfitta politica rende inopportuna la mia presenza al governo?
Perché proprio io, che non c’entro niente coi disastri politici e comunicativi di chi ha gestito la partita del referendum della giustizia?

“Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”, chissa Santanché nella sua lettera. Ed è proprio qui il peccato capitale di Giorgia Meloni, che forse le costerà più della sconfitta alle urne.

Una leader non va nel panico alla prima sconfitta, ma tiene il timone fermo anche in mezzo alla tempesta.
Una leader si prende le responsabilità per gli altri, non gliele scarica addosso.
Una leader si fa scudo per i suoi fedelissimi, non li offre come capri espiatori al posto suo.

Nel voler mandare un messaggio di discontinuità al suo elettorato Giorgia Meloni ha invece restituito l’immagine di una guida debole, disorientata dalla sconfitta, disposta a tutto pur di preservare il proprio potere.

La verità che fa più male di tutte, quella che Meloni sta cercando di negare a se stessa e agli altri in tutti i modi è una sola: che lei è scesa in campo e che ha perso. Che la sua presenza nella scena ha rafforzato il fronte del No, anziché indebolirlo. Che se deve cercare un colpevole per la sconfitta, deve cercare uno specchio.

Quello che oggi sembra l’unico modo per salvare il salvabile, domani rischia di essere ricordato come il più grave tra gli errori di Giorgia Meloni: perché se non sai prenderti le tue responsabilità, se sei l’unica che non deve pagare mai, smetti di essere prima tra pari, parte di una comunità di destino, scavi un solco incolmabile tra te e gli altri.

Questo è il messaggio di Daniela Santanché, e Giorgia Meloni farebbe bene a prenderne atto, per la sua sopravvivenza politica: se tra fare la Storia e tirare a campare, scegli di tirare a campare sulla pelle degli altri, l’incantesimo si spezza, finisce la magia. E, presto o tardi, nessuno si fiderà più di te.


Cacciari avverte il centrosinistra: “Se oggi fate le primarie, vi scannate”


Le indicazioni del filosofo per battere Meloni

(ilfattoquotidiano.it) – “La vittoria del No è un segnale. La Meloni farebbe bene a capire il significato di questo voto, che va ben al di là del referendum. E speriamo che lo capisca anche la cosiddetta opposizione“. Con queste parole, pronunciate a Otto e mezzo, su La7, il filosofo Massimo Cacciari commenta il risultato del referendum sulla giustizia, dove il No ha prevalso con una percentuale intorno al 54% e un’affluenza significativa. Un monito severo, rivolto non solo alla maggioranza di centrodestra ma soprattutto al centrosinistra, che secondo Cacciari rischia di sprecare un’occasione preziosa se non sa leggere con intelligenza strategica il messaggio arrivato dalle urne.

Il filosofo riconosce che a destra esiste una leadership consolidata, a differenza del centrosinistra. Alla domanda di Lilli Gruber sulle primarie come possibile soluzione, Cacciari smonta l’idea con realismo tagliente. L’unica volta in cui le primarie hanno funzionato davvero come mobilitazione reale, ricorda, è stata con Romano Prodi: “Si sapeva perfettamente il vincitore, e quindi fu un fatto di mobilitazione collettiva”. Oggi, invece, “se fanno le primarie si scannano e si fanno male”.
E allora come si costruisce un’alternativa credibile? “Si devono mettere d’accordo”, risponde secco Cacciari. Prima di inseguire nomi o facce, l’opposizione deve affrontare i punti di debolezza che il referendum ha messo in luce nella proposta della maggioranza di Giorgia Meloni.

Il primo è la questione meridionale e le disuguaglianze crescenti: “Non è possibile andare avanti moltiplicando le disuguaglianze – avverte il filosofo – non è possibile continuare ad andare avanti con i tabù, che sono anche delle opposizioni, sul fatto che i ricchi non si tassano o che la patrimoniale non si può fare. Devono dire qualcosa di preciso in base alle politiche sociali e fiscali”.
Il secondo punto dirimente riguarda la guerra e la politica estera: “Tre quarti dei giovani sono andati a votare perché non ne possono più di queste politiche di guerra, dove non si esprime nessuna strategia per arrivare a una prospettiva di accordo, né per l’Ucraina, né per l’Iran. Ma neanche per la Palestina e Israele hanno detto una parola che si sia capita“.
E aggiunge: “Cosa me ne frega delle primarie! Ma che organizzino un programma serio politico su queste questioni. Solo allora i giovani andranno a votare e forse si potrà vincere la Meloni“.

Il filosofo invita a una lettura strategica dei dati del referendum, che indicano con chiarezza il terreno su cui l’opposizione dovrebbe costruire il proprio progetto: “Le forze politiche devono formare questo programma e poi potranno presentare qualcuno come candidato alla presidenza del Consiglio”. Senza perdere tempo in discussioni premature su leader o primarie.
Alla domanda se abbia in mente un nome preciso, Cacciari risponde con onestà: “No, ma penso che, dopo il referendum, il partito di maggioranza dell’opposizione è il Pd e quindi il candidato alla presidenza del Consiglio potrebbe essere Elly Schlein. Mi sembra logico, sic stantibus rebus“.
Precisa però che nei prossimi mesi le cose potrebbero evolversi, e che la vera priorità resta un accordo preventivo su un programma condiviso piuttosto che “la faccia” del candidato premier.
Infine, Cacciari lancia un altro avvertimento al centrosinistra: “È importante che il centrosinistra si presenti con una squadra di governo. In questi anni non hanno capito che per fare l’opposizione occorre fare il governo ombra. Agli elettori interessa anche questo”.


Per cacciarli ci voleva una sconfitta


Santanchè, Delmastro, Bartolozzi: Meloni li avrebbe dimissionati se non avesse perso il referendum? Si accettano scommesse

Per cacciarli ci voleva una sconfitta

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – C’è voluta la batosta al referendum per spingere Giorgia Meloni a fare quello che avrebbe dovuto fare ben prima di conoscere l’esito della consultazione popolare che ha bocciato la riforma Nordio innescando un vero e proprio terremoto nella compagine governativa.

Daniela Santanchè, l’ultima in ordine di tempo a sloggiare (dopo ventiquattrore di braccio di ferro con la premier) dal ministero del Turismo, avrebbe dovuto essere accompagnata alla porta anni fa, per i guai giudiziari legati alla gestione delle sue vecchie aziende per le quali è indagata, tra l’altro, anche per truffa ai danni dello Stato per la Cassa Covid. Quanto ad Andrea Delmastro, sarebbe bastata la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, rimediata per aver spifferato al collega-coinquilino Donzelli informazioni riservate sulla visita in carcere di alcuni parlamentari di opposizione all’anarchico Cospito, in regime di 41-bis, alle quali aveva accesso in qualità di sottosegretario alla Giustizia.

Una condotta che secondo i giudici che l’hanno condannato ha “comportato un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità”. Per non parlare dell’imbarazzante vicenda della società costituita con la figlia del prestanome del clan Senese e sciolta in fretta e furia dopo la condanna definitiva dell’ingombrante genitore. Vicenda per la quale Delmastro non è indagato, ma che ha certamente gettato ulteriori ombre sull’opportunità politica della sua permanenza al ministero di Via Arenula. Per Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro Nordio, non sono state fatali le false dichiarazioni ai pm per le quali è indagata nell’ambito del caso Almasri, ma le dichiarazioni scomposte (la magistratura dipinta come “plotoni di esecuzione”) in piena campagna referendaria a farne uno dei capri espiatori della disfatta elettorale.

Per tutti e tre, del resto, il “dimissionamento” è arrivato solo ad urne chiuse e a risultato acquisito. Una mossa tardiva e calcolata per attenuare l’impatto sull’elettorato di una sconfitta netta che neppure Meloni probabilmente si aspettava. Ma che lascia intatto un dubbio: avrebbe preso la stessa decisione se avesse vinto il referendum? Si accettano scommesse.


Perché il tempismo delle tre purghe di governo racconta una storia di ipocrisia e malafede


Se Meloni ha preteso queste teste per una questione di onorabilità, ci troveremmo fuori tempo massimo. Se si tratta invece del fallimento della riforma, la logica vorrebbe che a dimettersi fossero lei e Nordio

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – Il primo pensiero, guardando le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè pretese da Giorgia Meloni, non è di sollievo, ma di irritazione per l’ennesima recita. Perché il tempismo di queste tre purghe di governo racconta una storia che nulla ha a che fare con la morale e che smentisce nei fatti la narrazione della premier ‘non ricattabile’. Per anni ci hanno spiegato che la coerenza e il garantismo erano i pilastri di questo governo, una scusa buona per tenere in sella personaggi che in qualunque altro Paese civile sarebbero stati accompagnati alla porta dopo cinque minuti.

Si sono tenuti Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con una condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Si sono tenuti Giusi Bartolozzi, indagata sul caso Almasri. Per non parlare di Daniela Santanchè, ancorata alla poltrona tra una presunta truffa all’Inps e crac societari, come se il decoro delle istituzioni fosse un optional.

Il metodo Meloni, in una cosa, è davvero coerente: nella sua indecenza. Si vedano anche gli incarichi all’abbaiante pregiudicata Montaruli e a Chiara Colosimo, all’Antimafia nonostante le frequentazioni stragiste.

Umberto Galimberti lo ha spiegato bene: questo non è un partito, è un “clan”. Nel clan non valgono le regole della democrazia, ma quelle della protezione reciproca: tutto si tiene, perché ognuno sa qualcosa dell’altro.

Ora la premier prova a fare disinfestazione tardiva, ma è come fare un ritocchino estetico su un corpo in cancrena. Se fosse una leader “non ricattabile”, come disse a un Berlusconi sul viale del tramonto, avrebbe cacciato questa gente mesi fa (anni, nel caso di Santanchè). A pensar male, si potrebbe dire che non lo ha mai fatto perché, per qualche ragione, non poteva.

Oggi invece può: ha il pretesto per andare dai suoi fedelissimi inguaiati e dire “ragazzi, avete visto che il popolo ci sta voltando le spalle… non vorrei mai, vi ho difesi finché ho potuto ma ora qualche testa deve saltare”. La sconfitta al referendum è l’alibi perfetto per scaricarli senza passare da “traditrice” agli occhi del clan: non possono prendersela con lei, se dipende dal voto dei cittadini. Ed ecco che arriva la purga ai danni dei tre facilissimi capri espiatori, lontani anni luce dall’essere immacolati, ma “dimessi” con un tempismo che insulta l’intelligenza.

In definitiva, qual è il vero motivo per cui Meloni ha preteso queste teste? Se fosse una questione di onorabilità, ci troveremmo enormemente fuori tempo massimo. Se si trattasse invece del fallimento della riforma, la logica vorrebbe che a dimettersi fossero la premier, che ci ha messo la faccia e la propaganda quotidiana, e il ministro Nordio, che quella riforma l’ha materialmente scritta.

La verità è che l’etica di questo governo è una variabile che non dipende dai princìpi, ma dall’umore dell’elettorato. Prima del voto, gli indagati erano intoccabili; perché preoccuparsene? In fondo, il costante favore nei sondaggi ci dice che la base di questo governo non ha problemi nel vedere pregiudicati di ogni sorta che ricoprono alti incarichi istituzionali. La conferma della malafede sta tutta nella nota ufficiale di Palazzo Chigi: Meloni non ha parlato di rigore morale, ma di “sensibilità istituzionale”. Una dicitura ipocrita che serve a nascondere la realtà: quella sensibilità si è miracolosamente palesata solo ora che gli elettori hanno detto “No”. Fine della sceneggiata.


Torna l’abuso d’ufficio


SI DEL PE A DIRETTIVA ANTICORRUZIONE, ‘GRAVE ABUSO D’UFFICIO È REATO’

(ANSA) – BRUXELLES, 26 MAR – Il Parlamento europeo ha dato il via libera con 581 voti a favore 21 contrari e 42 astenuti alla direttiva anti corruzione. La direttiva stabilisce a livello Ue le fattispecie dei casi di corruzione che devono essere qualificate come reati dai paesi Ue.

Presente nella lista dei reati un articolo dedicato all’abuso d’ufficio definito “esercizio illecito di funzioni pubbliche” e su cui la direttiva chiede che gli Stati membri adottino le misure necessarie per fare in modo che “costituiscano reato determinate violazioni gravi della legge derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico”.

UE: RUOTOLO, TORNA ABUSO UFFICIO. CAPORETTO PER NORDIO E MELONI =

(AGI) -Bruxelles, 26 mar. – “Con la nuova direttiva anticorruzione approvata in plenaria a Bruxelles, l’abuso d’ufficio rientra di fatto dalla porta principale, smentendo l’intera linea del governo Meloni che nel 2024 aveva scelto di abolire quel reato”. Lo dichiara Sandro Ruotolo, eurodeputato e membro della segreteria del Partito Democratico (S&D).   

“Tra lo stop della Corte costituzionale sull’autonomia differenziata, la bocciatura del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo e le dimissioni della ministra Daniela Santanche’, insieme a quelle del sottosegretario Delmastro e della capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi, si profila oggi una vera e propria Caporetto politica per il duo Meloni-Nordio. – prosegue – La direttiva parla chiaro: all’articolo 11, sotto la definizione di ‘esercizio illecito di funzioni pubbliche’, l’Europa ripristina quegli elementi sostanziali che Nordio aveva voluto cancellare.

Gli Stati membri sono ora obbligati a punire i funzionari che violano intenzionalmente la legge nell’esercizio delle loro funzioni. E’ il crollo di una narrazione: cio’ che il governo Meloni ha smantellato nella lotta alla corruzione, l’Unione europea lo impone come standard minimo di legalita’”.   

L’eurodeputato dem evidenzia anche il quadro economico: “Non gliene va bene una alla presidente Meloni. Mentre la crescita rallenta e la precarieta’ aumenta, il governo continua a collezionare sconfitte politiche e istituzionali. Riforme bocciate, prezzi in aumento e un’economia che rischia la recessione. La realta’ sta travolgendo la loro propaganda”.


Non c’è alternativa. Viva l’alternativa!


(Gabriele Guzzi e L’Indispensabile – lafionda.org) – Avrei tutto l’interesse ad accodarmi alla lapidazione contro questo governo.

Per questioni di merito: un governo con una politica economica regressiva, neoliberale, e prona ai dogmi dei due cancri della politica italiana: il vincolo esterno assoluto dell’UE e della Nato.

Come dissi dal 2022, il problema della Meloni non è che sarà mussoliniana ma draghiana.

Per questioni di incentivo personale: attaccare la maggioranza in difficoltà, facendo intendere che sia solo un problema di incapacità personali, sarebbe un ottimo strumento pubblicitario.

Ma non posso mentire.
Innanzitutto a me stesso.

L’Italia non ha a disposizione i presupposti per una vera Politica di rottura. Almeno non ancora.

Per incidere una svolta macroeconomica seria, servirebbe sottrarsi gradualmente dal 95% degli indirizzi di policy che oggi regolano praticamente tutt gli assetti della nostra società: energia, salute, industria, lavoro, università, magistratura, partiti, sindacati, tasse, banche, finanza, esercito.
Senza dimenticare un assetto istituzionale che disattiva oramai strutturalmente la sovranità popolare.

Questo risultato è l’esito di un processo lungo 80 anni, e lo potremmo definire “un indebolimento della capacità politica e di governo dell’Italia”. Esso si è accentuato massimamente negli ultimi 50 anni, ovvero dal 1978: anno in cui io faccio iniziare l’Eurosuicidio.
Dal 1978 al 1992, poi, abbiamo vissuto un quindicennio costituente, che si è concluso con l’entrata dell’Italia nell’UE e nell’euro.

Da tutto questo, ahimè, non possiamo uscirne con un po’ di caciara.
Serve un programma realistico, ambizioso, fondato per un ribaltamento dell’intero ordine politico italiano. E questo si intreccia con le nostre alleanze internazionali, e le fragilità interne.

Mi dispiace non aggiungere benzina al rogo, ma l’onestà intellettuale è un bene che una volta perso non si recupera più.

Dobbiamo compiere un lavoro di sottrazione dalle alternanze senza alternativa, dal teatrino delle marionette.
È un lavoro di grande sacrificio personale e collettivo. Ma è l’unico per cui mi sembra valga la pena combattere.


Si ricomincia!


CORRUZIONE, IN CORSO PERQUISIZIONI ALLA DIFESA, TERNA E RFI

(ANSA) – Sono in corso perquisizioni da parte della Gdf al ministero della Difesa, Rfi, Terna e Polo Strategico Nazionale nell’ambito di una indagine della Procura di Roma, sviluppo di quella su Sogei, in cui si ipotizzano i reati di corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio oltre alla turbativa d’asta e al traffico di influenze illecite.

Al centro dell’indagine, coordinata dal sostituto Lorenzo Del Giudice, presunte irregolarità negli appalti informatici. Complessivamente 26 gli indagati. Fra le persone perquisite anche generali della Difesa, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori.

Corruzione, perquisizioni della Finanza al ministero Difesa, Terna e Ferrovie: 26 gli indagati

Corruzione, perquisizioni della Finanza al ministero Difesa, Terna e Ferrovie: 26 gli indagati

(di Giuseppe Scarpa – repubblica.it) – Un sistema fondato su fondi neri, gare pilotate che tocca grandi aziende pubbliche come Tim, Terna e Rete Ferroviaria Italiana, e su una rete di relazioni costruite per orientare appalti e forniture. È questo il quadro che emerge dalle carte dell’indagine della procura di Roma, che ipotizza – a vario titolo – reati di corruzione, traffico di influenze illecite, turbata libertà degli incanti e riciclaggio..

Al centro dell’inchiesta c’è l’imprenditore Francesco Dattola, ritenuto dagli inquirenti amministratore di fatto della NSR s.r.l., affiancato – tra gli altri – da Stefano Tronelli, titolare della Tron Group Holding s.r.l., e dall’intermediario Antonio Spalletta. Secondo l’impostazione accusatoria, il gruppo avrebbe costruito un sistema capace di generare liquidità in nero attraverso fatture per operazioni inesistenti e successive operazioni di riciclaggio, trasformando i bonifici in denaro contante da destinare a pagamenti corruttivi.

Le carte descrivono un meccanismo strutturato: le società riconducibili a Tronelli emettevano fatture fittizie nei confronti della NSR, incassavano i bonifici e li “monetizzavano” attraverso operazioni commerciali – come l’acquisto e la rivendita di orologi di lusso – restituendo poi il contante a Dattola. Una provvista che, secondo gli investigatori, sarebbe stata utilizzata per alimentare rapporti corruttivi e favorire le aziende del gruppo.

Nel sistema compaiono anche rapporti con grandi player industriali. Tra questi Red Hat, con il coinvolgimento del country manager per l’Italia Rodolfo Falcone, accusato di aver favorito le società di Dattola presso clienti istituzionali in cambio di utilità economiche. Le forniture avrebbero riguardato, tra gli altri, TIM s.p.a., con un volume di acquisti per milioni di euro tramite il distributore Esprinet.

Il nodo centrale resta quello delle gare. Secondo gli atti, il gruppo sarebbe stato in grado di incidere sulle procedure di selezione, anche attraverso la conoscenza anticipata dei capitolati o la loro modifica. È il caso, tra gli altri, delle commesse verso Terna s.p.a., dove si ipotizza un’interferenza sugli uffici acquisti, e della maxi gara da 400 milioni di euro di Rete Ferroviaria Italiana, che sarebbe stata “preparata” grazie all’accesso a informazioni riservate.

Particolarmente delicato il capitolo relativo al Ministero della Difesa. Qui entrano in scena ufficiali di alto livello, tra cui il generale Francesco Modesto, con cui – secondo l’accusa – Dattola avrebbe collaborato già nella fase di definizione dei requisiti tecnici, prima dell’avvio formale delle procedure. In questo contesto, il ruolo di Antonio Spalletta sarebbe stato quello di facilitatore, capace di muoversi tra ambienti istituzionali e favorire contatti e decisioni.

La Guardia di Finanza sta eseguendo perquisizioni su tutto il territorio nazionale, acquisendo documenti e dispositivi informatici per ricostruire i flussi finanziari e i rapporti tra i soggetti coinvolti.

L’indagine è coordinata dagli aggiunti Giuseppe De Falco, Giuseppe Cascini, Gianfranco Gallo e Lorenzo Del Giudice. Il quadro delineato dagli atti restituisce l’immagine di un sistema articolato, capace – secondo gli inquirenti – di incidere su appalti e forniture in alcuni dei settori più strategici del Paese.


Maurizio Gasparri costretto a lasciare la poltrona da capogruppo di Forza Italia: al suo posto Stefania Craxi


La decisione sarà formalizzata nel pomeriggio: il senatore dovrebbe essere candidato alla presidenza della commissione Esteri

Gasparri: «Forza Italia continuerà a opporsi. Per una riduzione di 20 euro andrebbero alla Tv di Stato 400 milioni di soldi pubblici»

(di Adriana Logroscino – corriere.it) – La decisione è presa. Maurizio Gasparri lascia la presidenza del gruppo di Forza Italia in Senato dopo la lettera dei 14 senatori (tra loro i ministri Casellati e Zangrillo) su 20 complessivi che chiedevano un avvicendamento nell’interesse dell’unità del partito. Il suo posto sarà preso da Stefania Craxi. Gasparri, uomo molto vicino al segretario Antonio Tajani, dovrebbe andare alla presidenza della commissione Esteri lasciata libera da Craxi. Sarà votato nei prossimi giorni.

Dopo il risultato del referendum, molto deludente anche e proprio nelle regioni guidate da presidenti forzisti, come quelle del Sud, si è aperto un aspro confronto interno agli azzurri. A sollecitare un’analisi approfondita e cambiamenti immediati sarebbe stata anche la famiglia Berlusconi.


Il progetto politico c’è e si chiama Costituzione


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Sarà che abito a Firenze, ma è impressionante la quantità di persone sconosciute che per strada ti fermano a parlare del referendum, o semplicemente ti fanno un enorme sorriso felice. Una gioia contagiosa, legata a una partecipazione elettorale che non si vedeva da gran tempo: su su dai diciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari che si sono trascinati ai seggi con una dignità e una determinazione struggenti. A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente, è stata la difesa della Costituzione. Perché la Costituzione parla una lingua chiara e radicale: sta, senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa. Non per caso, don Milani la chiamava “la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”: perché la sua lingua è il “sì, sì; no, no” del Vangelo.

[…]

Se c’è una cosa che la coalizione alternativa a questa destra deve innanzitutto capire è questa: non si vince ‘al centro’, perché le persone si riportano a votare parlando la lingua radicale della Costituzione. Parlando di giustizia, di solidarietà, di rifiuto della guerra in ogni forma, di difesa dei più deboli in Italia e nel mondo, di redistribuzione della ricchezza, di progressività fiscale, di diritto alla diversità e diritto all’eguaglianza. Finora anche il centrosinistra ha fatto sempre i conti dando per scontato che fosse impossibile allargare la base dei votanti: un meccanismo regressivo che a ogni tornata elettorale espelleva altri elettori. Lo confesso: io stesso non ho votato alle ultime Regionali, perché la Toscana non correva il rischio di passare a destra e la proposta del centrosinistra era quella di una davvero troppo grigia prosecuzione dello stato delle cose.

[…] Ebbene, ora è il momento di cambiare, di rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il popolo della Costituzione. Per decenni la sinistra ha inseguito una destra che soffiava sull’egoismo e sulla paura. Dalla precarizzazione del lavoro alla pessima riforma del Titolo V fatta ascoltando la Lega; dall’acquiescenza alle troppe guerre occidentali alla criminalizzazione dell’immigrazione culminata nelle scelleratezze delle leggi di Minniti; da una fiscalità non secondo Costituzione alle riforme pessime della scuola e università fino allo smontaggio del sistema sanitario, e a una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale: su tutto questo, e moltissimo altro, è l’ora di voltare pagina. È stata fortissima, nella campagna referendaria, la consapevolezza che una destra bandita dalla Costituzione la volesse colpire, smontare, abbattere. […] Ma il punto cruciale da comprendere è che essere antifascisti oggi vuol dire innanzitutto attuare la Costituzione della Repubblica. Si combatte lo scivolamento autoritario del Paese attuando l’articolo 3 della Costituzione: vera, sostanziale, eguaglianza fra uomini e donne, fra persone di pelle bianca e di pelle nera, valorizzazione delle differenze e redistribuzione della ricchezza, in un Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri.

Il progetto politico c’è: si chiama Costituzione ed è capace di riportare a votare abbastanza persone da ribaltare un quadro politico che fin qui sembrava immobile. Sul piano tattico, l’unico che pare interessare al circo mediatico-politico, questo significa: liberarsi definitivamente di Renzi (che ha militato con ogni mezzo per il Sì) e di Calenda, la cui inclusione produce assai più astensioni dei pochi voti che riescono a portare inchiodando lo schieramento a posizioni regressive; aprirsi davvero al popolo della Costituzione e alle sue associazioni e articolazioni, dalla Cgil al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità; non partire dal tema della leadership e dal feticcio delle primarie, cioè non costruire la casa iniziando a litigare sul tetto. Da questo punto di vista, le prime note della politica televisiva dopo la vittoria del No sono state stonate: il Paese aveva parlato la lingua altissima dei principi della Costituzione, e i capi del centrosinistra iniziavano subito a preoccuparsi del loro posizionamento e potere. La cosa più intelligente l’ha detta Elly Schlein, citando il referendum sull’acqua: che fu una grande pagina e poi subito un’occasione politicamente perduta. Stavolta non possiamo permetterci che accada qualcosa del genere: la Costituzione non reggerebbe a un altro mandato di governo di questa destra autoritaria, corrotta e pericolosa. Una destra che è oggi maggioranza solo in Parlamento, mentre è clamorosamente minoranza in quel popolo (loro dicono ‘nazione’) che sempre invocano per legittimarsi a comandare senza limiti. Ora è chiaro come batterla definitivamente: parlando la lingua della Costituzione, riportando la gente a votare. Mancare l’obiettivo, questa volta non è un’opzione. […]