Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Biennale: la russofobia dei presunti “sovranisti”


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] C’è un attrito logico, per non dire un’aporia, riguardo all’aspra polemica che il governo Meloni ha ingaggiato col presidente della Fondazione della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, il quale ha deciso autonomamente di riaprire il Padiglione russo nonostante il parere contrario del ministro Giuli. Il vicolo cieco in cui si sono cacciati i patrioti è elementare: ma come, viene da pensare, volevano stabilire l’egemonia culturale di destra in Italia, laddove “di destra” vuol dire anche sovranista e popolare in barba alle élite sovranazionali, e poi obbediscono pedissequamente agli ordini dell’Europa in merito ai nostri rapporti con i russi? Non stiamo parlando del commercio di armi (vietatissimo, perché qui ci sono un aggressore e un aggredito e noi non aiutiamo gli aggressori, a parte Israele e Stati Uniti, ovviamente), ma di dialogo culturale, da sempre l’arma dei popoli per ergersi al di sopra dei conflitti decisi dai loro governi.

[…] Dal 24 febbraio 2022, data dell’aggressione russa contro l’Ucraina, gli istruiti ignoranti che siedono ai piani alti dell’Europa hanno infatti deciso che le sanzioni a Putin non dovevano riguardare solo gli affari finanziari, commerciali ed energetici tra Unione europea e Russia (a nostro svantaggio, peraltro), ma dovevano essere estese anche al campo artistico e culturale. Così ogni russo o filo-russo che calcava il nostro suolo, fosse pure per suonare il violino e non per invaderci, doveva essere ritenuto un propagandista e/o un agente putiniano sotto copertura, dunque respinto con perdite e pubblico disdoro. Una mega-retata di epurazioni ha riguardato festival, teatri, balletti, università, gare sportive, rassegne artistiche e persino concorsi felini (metti che vinceva un gatto Blu di Russia, poi chi glielo avrebbe detto a Zelensky?), fino appunto alla prestigiosa Biennale di Venezia, che esiste sul nostro territorio dal 1895. Così l’Italia ha respinto un esercito di pericolosi intellettuali, cantanti, atleti olimpici e persino paralimpici (non si sa mai), impedendo loro di esercitare la loro arte o disciplina per far dispetto a Putin. Solo qualche caso: l’estate scorsa, in seguito alle proteste dell’Ambasciata ucraina, fu annullato il concerto alla Reggia di Caserta del direttore d’orchestra Valery Gergiev, già allontanato dalla Scala nel ’22 per non aver preso le distanze dall’invasione; a gennaio di quest’anno, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha annullato gli spettacoli della étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova per la sua vicinanza a Putin (vicinanza che lei non avrebbe mancato di comunicare al pubblico mediante arabesque e pirouette); cancellate anche le esibizioni di suo marito, il violinista Vadim Repin. Impedire ad artisti russi di esibirsi è una scelta la cui stupidità è tanto più evidente se si pensa che in alcuni casi si tratta di persone perseguitate in Russia perché dissidenti. È il caso del fotografo Alexander Gronsky, cacciato dal Festival della Fotografia di Reggio Emilia in quanto russo e poi arrestato a Mosca per aver partecipato a un corteo contro la guerra in Ucraina (siamo più efficienti della polizia di Putin). Alla stessa Biennale di Venezia, il Padiglione russo, costruito dai russi coi soldi loro, è rimasto chiuso dal 2022 fino al marzo 2026, quando i russi hanno manifestato la volontà di riaprirlo dopo averlo affittato alla Bolivia in seguito al bando. Buttafuoco, chiarendo di ritenere l’arte […] un ponte fra i popoli, ha aperto anche ad altri Paesi in guerra, tra cui Israele, sulla cui partecipazione nessuno ha da ridire; in fondo, l’Idf ha ucciso oltre 73 mila persone col sostegno morale e materiale di Usa ed Europa (il cancelliere Merz: “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”), quindi ben venga. Ma come possono i liberali nostrani pensare che un artista putiniano sia meno valido di uno che odia Putin? Come può l’ideologia di un ballerino sublime e tormentato come Sergej Polunin, nato a Cherson (Ucraina) e filo-russo (ha un tatuaggio di Putin sul petto), condizionare la sua capacità di danzare? C’è un modo di ballare democratico-liberale e uno filo-putiniano? Eppure, a fine 2022, il Teatro Arcimboldi di Milano sospese il balletto di Polunin. Perché l’Italia, crocevia di culture, da sempre vicina alla Russia (dove infatti siamo adorati per la nostra arte e cultura), si deve incaricare di punire i russi per conto dell’Europa, ubriacata dalla russofobia delle élite atlantiste? Ha ragione Buttafuoco a volere tenere aperto il dialogo. La geopolitica è attuale, e soggetta al tempo; l’arte è inattuale, e mira all’eternità. […]

PS: a quanto pare sulla censura del governo contro la Biennale ha pesato la minaccia della Commissione europea presieduta dalla Von der Leyen (autrice del piano europeo di riarmo da 800 miliardi) di revocare 2 milioni di fondi alla Fondazione. Ah, ma allora lo dicano, che si vendono l’egemonia per 30 denari.


L’armata branca-meloni arranca


Sondaggi politici: flessione generale per i partiti del centrodestra, crescono Pd e Avs. La rilevazione settimanale di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto degli italiani

Sondaggi politici: flessione generale per i partiti del centrodestra, crescono Pd e Avs

(repubblica.it) – I principali partiti di centrodestra subiscono una generale flessione a favore di una crescita delle opposizioni. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio – fatto il 4 maggio da Swg per il Tg La7 – sulle intenzioni di voto degli italiani che delinea un quadro politico in leggero movimento.

Fratelli d’Italia si conferma prima forza del paese con il 28,8%, pur registrando un calo dello 0,3% rispetto alla settimana precedente. Segnali negativi arrivano anche dagli alleati di governo: Forza Italia scende al 7,5% e la Lega si attesta al 6,1%, entrambe in lieve contrazione. Al contrario, il Partito democratico mostra una dinamica positiva salendo al 21,8%, così come l’alleanza Verdi e Sinistra che guadagna terreno portandosi al 6,9%.

Nell’area del centro e delle altre opposizioni, il Movimento 5 Stelle subisce una piccola erosione scendendo al 12,4%, mentre si registra una vivacità diffusa tra le formazioni minori.

Italia Viva mette a segno la crescita più significativa del comparto salendo al 2,5%, seguita dai piccoli passi in avanti di Azione+Europa e Noi Moderati. Resta invece stabile Futuro Nazionale al 3,6%.

Un dato rilevante emerge infine dal fronte del non voto: la quota di chi non si esprime cala di un punto percentuale, scendendo al 28%, segnale di una timida riattivazione dell’interesse dell’elettorato.


Romano Prodi spara l’ennesima bordata contro Elly Schlein


Romano Prodi: «Sono stato segato alla Presidenza della Repubblica, ma la nostalgia è per Palazzo Chigi. Trump? Con il suo attacco ha fatto un favore a Meloni». L’ex premier intervistato a Bologna alla festa per i 150 anni del Corriere della Sera: «Stupido staccarsi come unico Paese dal Patto di stabilità. Va cambiato, ma da tutti. L’opposizione non è pronta a offrire un’alternativa di governo»

Romano Prodi: «Sono stato segato alla Presidenza della Repubblica, ma ho nostalgia di Palazzo Chigi»

(di Francesco Rosano – corrieredibologna.corriere.it) – «Mi chiede se al centrosinistra serve un altro Prodi? No, ce ne vuole uno migliore! Il passato non si ripete, ma la battaglia politica è bella… Quando mi hanno segato alla Presidenza della Repubblica a me non piaceva fare il Presidente della Repubblica, ma il presidente del Consiglio. E confesso che quando passo da piazza Colonna ho ancora una certa nostalgia…». Ospite della masterclass con gli studenti dell’Ateneo bolognese organizzata dal Corriere della Sera per i celebrare a Bologna i 150 anni del quotidianoRomano Prodi si confessa a tutto tondo al caporedattore centrale quotidiano, Marco Ascione. Senza risparmiare critiche al governo, che chiede alla Ue di allentare il Patto di stabilità per i costi dell’energia («Farlo da soli darebbe un errore gravissimo, da somari»); né all’opposizione di centrosinistra, che sogna la rivalsa elettorale («Non è pronta a offrire un’alternativa, ma non lo sono neanche il governo e la maggioranza»).

«L’opinione pubblica non ne può più di Trump»

Il Professore non ha cambiato idea da quando, all’alba del Patto di stabilità, dichiarò a Le Monde quello che pensa ancora oggi: «È stupido, perché il deficit ci vuole quando devi spingere avanti l’economia. Ma i tedeschi volevano una disciplina fissa». Ma ancora più stupido, sottolinea l’ex presidente del Consiglio dopo le richieste del governo a Bruxelles, «è staccarsi come unico Paese dal Patto di stabilità. Va cambiato, ma da tutti i Paesi, sennò uno fa la figura del somaro della classe». Sui rapporti con gli Usa e sullo “strappo” tra Donald Trump e Giorgia Meloni, sigillato da un’intervista del Corriere della Sera al presidente statunitense, l’analisi di Prodi è netta: «A Meloni ha fatto un favore, perché l’opinione pubblica non ne può più di Trump». Poco importa che la premier avesse attaccato il Professore proprio perché le aveva imputato di essere troppo obbediente a Trump: «Stavo facendo il minestrone, sapete noi anziani… e ho sentito dalla tv che ce l’aveva con me. Ma adesso lui le ha tolto il problema».

Prodi e le critiche al centrosinistra

E poi c’è il centrosinistra, con cui il Professore è anche meno tenero. Padre nobile sì, ma d’altri tempi e d’altri metodi. L’opposizione «non è pronta a offrire un’alternativa di governo. Prima di tutto perché non si sa con quale legge elettorale si va», sottolinea Prodi, acuto sostenitori dell’uninominale: «L’unico sistema che salva la democrazia». Perché toglie potere ai segretari di partito e lo restituisce agli elettori. E invece, nella situazione in cui siamo, «i dirigenti dei partiti parlano solo tra di loro e non c’è grande dialogo con il Paese per stabilire insieme il programma. Io ho fatto un anno in giro per l’Italia con un pullman scassatoQuesto bisogna fare, altrimenti ci si ripiega sempre su se stessi». Ma chi rischia di essere oggi il Fausto Bertinotti che fa saltare il banco del centrosinistra? «Se non c’è un accordo serio e preventivo, tutti», allarga le braccia il Professore, che mette in guardia il campo largo dalla trappola di primarie pasticciate. «Io non sono d’accordo con le primarie prima del programma. Come fai a farla se non sai cosa vuoi fare sull’Ucraina, su Hormuz o sull’età della pensione? Le primarie si fanno su un programma comune e su chi lo può realizzare meglio, questo è serio. Altrimenti si possono anche fare le primarie tra Elly Schelin e Giorgia Meloni, se un programma non ce l’hai».

Infine, come un nonno, un consiglio ai giovani studenti dell’Università di Bologna. «Ragazzi, una cosa voglia dirvela per esperienza personale: cambiare mestiere nella vita è la più bella cosa del mondo, dover ricominciare dalla prima elementare è una delle cose più fortunate che mi siano capitate. E sarà ancora più necessario – conclude Prodi – con i grandi cambiamenti di oggi».


Meno male che era la sinistra ad avere le idee confuse in politica estera 


Se è vero che non si governa senza politica estera, la destra di Meloni, Salvini e Tajani può essere felice: di politiche estere ne ha almeno tre. Completamente diverse l’una dall’altra.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Senza politica estera non si governa.

Quante volte l’avete sentita questa frase, rivolta alla sinistra, o campo largo, o non destra che dir si voglia?

La tesi, magari poco generosa, di certo con più di un fondo di verità, è che in una fase come questa sia importante che una coalizione sia coesa nel decidere che posto voler dare al proprio Paese nello scacchiere geopolitico.

Il problema è che forse, magari, avrà senso occuparsi delle visioni diverse di Conte e Schlein, Renzi e Fratoianni, tra qualche mese.

Ma oggi abbiamo al governo Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Che proprio in questi giorni, e proprio in relazione alla politica estera, hanno raggiunto il massimo livello possibile di incompatibilità.

Fredda cronaca degli ultimi giorni.

Meloni, dopo aver fatto la portavoce di Trump e Netanyahu in Europa per tre anni buoni – giustificandone i dazi, dicendo che gli Usa hanno attaccato il Venezuela per difendersi, aderendo al Board of Peace come osservatrice, augurandosi che vinca il Nobel, giusto per ricordarne qualcuna – , decide di allontanarsi dalla Casa Bianca dopo esserci accorta che le scelte di Trump, a partire dalla guerra in Iran, stavano trascinando lei e l’Italia nel baratro.

Trump comincia a insultare Meloni ogni volta che può, la dipinge come un’ingrata, “minaccia” di ritirare le truppe americane dall’Italia, e già che c’è elogia Matteo Salvini, ripescando una sua vecchia intervista.

Salvini, che non ha detto una parola in difesa di Meloni quando Trump se l’è presa con lei, gonfia il petto e ricorda di essere l’unico ad aver sempre difeso ogni scelta di Trump, dazi all’Europa e attacco all’Iran compresi. Gli stessi dazi e lo stesso attacco che sia Meloni che Tajani hanno condannato.

Non pago, Salvini ricorda anche che lui è sempre stato a fianco di Netanyahu, che ha ricevuto persino il premio di politico più amico di Israele, lo scorso anno. Quello stesso Israele da cui Meloni ha preso le distanze più volte, negli ultimi mesi.

Non bastasse, Salvini continua a dire, in ogni intervista e da ogni palco, che bisogna fare pace con Putin e tornare a comprare il gas dalla Russia, mentre il megafono mediatico di Putin, Vladimir Soloviev inveisce contro Meloni e le dà della donna di facili costumi in italiano, rea di stare a fianco all’Ucraina e di continuare a sostenerla militarmente ed economicamente.

C’è solo una cosa, insomma, su cui Meloni e Salvini vanno d’accordo, ultimamente: entrambi vogliono violare il patto di stabilità, le regole di bilancio che il loro stesso governo ha votato e ratificato due anni fa. Peccato che non sia d’accordo Antonio Tajani, che a differenza loro fa parte del Partito Popolare Europeo, che quelle regole le difende e le sostiene più di qualunque altra forza politica continentale. E ancor di più la famiglia Berlusconi, vera padrona di Forza Italia, sostiene quella stessa linea filo-europea e filo tedesca cui Meloni e Salvini vorrebbero andare contro.

Del resto, in Europa, Tajani è nel Partito Popolare Europeo, il primo partito della maggioranza che sostiene la commissione Von der Leyen, mentre Salvini è nei Patrioti Europei, il gruppo che è più ferocemente contro, mentre Meloni sta nel mezzo: il suo partito europeo è contro, ma uno dei suoi fedelissimi, Raffaele Fitto, è commissario europeo, quindi è pure un po’ a favore.

A proposito di Europa. In tutto questo, la coalizione di destra potrebbe pure imbarcare il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, per non perdere le prossime elezioni. E lui, Vannacci, è uno che ha mollato la Lega perché è troppo poco filo russa, troppo poco trumpiana e troppo morbida con Von der Leyen. E magari pure il leader di Azione Carlo Calenda, che si è fatto tatuare sul braccio il simbolo delle forze armate ucraine e sostiene con forza l’idea che l’Europa debba armarsi per avere una politica estera autonoma a Trump e agli Usa.

E forse è vero, questa è un’ottima lezione per il centrosinistra, o campo largo, o non destra: che puoi mascherare tutte le incoerenze che vuoi, ma prima o poi, in politica estera come altrove, i nodi vengono al pettine e devi farci i conti.

Ma è anche vero, concedetecelo, che quando Meloni e i suoi parlano di una sinistra con le idee confuse, sono come un cervo adulto che sta dando del cornuto a un mulo.


Chi paga la guerra di Trump? I conti del Codacons: a ogni famiglia italiana costerà mille euro


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Carburanti, trasporti, generi alimentari. L’inflazione non fa sconti e pesa sulle famiglie italiane. Sono ormai trascorsi due mesi da quando gli Stati Uniti, di concerto con Israele, hanno deciso di aggredire l’Iran, trascinando il mondo intero in una nuova crisi umanitaria, politica e commerciale. Il Codacons, elaborando gli ultimi dati ISTAT sul rincaro dei prezzi, ha provato a quantificare i danni per l’economia reale italiana. «Un’inflazione al +2,8% si traduce, a parità di consumi e considerata la spesa totale delle famiglie, in una stangata media da +926 euro annui per la famiglia “tipo” (2 adulti e un figlio, NdR) che sale a +1.279 euro annui per un nucleo con due figli», scrive l’associazione dei consumatori.

Un mese di bombardamenti in Asia Occidentale che non hanno risparmiato i siti energetici e la chiusura (ancora attiva) dello Stretto di Hormuz stanno mettendo a dura prova l’economia mondiale, soprattutto i mercati più dipendenti dalla regione, come quello europeo. Proprio qualche giorno fa, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen aveva ammesso i costi della guerra all’Iran, quantificandoli in perdite da mezzo miliardo di euro al giorno: «in soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro». Il tutto a beneficio delle multinazionali statunitensi degli idrocarburi, che hanno visto crescere le proprie esportazioni di petrolio verso l’Europa, riproponendo lo schema già visto con la sostituzione del gas russo.

Per quanto riguarda l’Italia, l’ISTAT ha di recente pubblicato i dati sull’inflazione: ad aprile l’indice generale dei prezzi è cresciuto del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’inflazione è trainata dalla risalita dei prezzi energetici e alimentari. «Solo per la spesa alimentare, con i prezzi del comparto che salgono del +3,1% su anno con punte del +6% per i non lavorati, l’aggravio di spesa è pari a +198 euro per la famiglia tipo, +287 euro per quella con due figli», calcola il Codacons. Ci sono poi i rincari per i beni del settore energetico, cresciuti in media dell’8%. L’associazione dei consumatori stima per quest’anno, a parità di consumi, «una stangata media da +926 euro per la famiglia “tipo” che sale a +1.279 euro per un nucleo con due figli». I calcoli sono suscettibili di essere ritoccati al rialzo, in base all’andamento dell’inflazione che rischia di crescere ulteriormente a maggio, vista l’incertezza geopolitica. Con gli stipendi fermi al palo e i prezzi dei beni in aumento, le famiglie potrebbero rivedere nuovamente le proprie abitudini alimentari, diminuendo quantità o qualità del cibo acquistato.

«Le misure messe in campo dal governo non hanno evitato l’impatto devastante della crisi in Medio Oriente sulle tasche degli italiani», ha chiosato il Codacons, auspicando «la proroga del taglio delle accise fino al termine dell’emergenza, per evitare che i prezzi al dettaglio di beni e servizi salgano ulteriormente devastando i bilanci di milioni di famiglie». Il 30 aprile il governo Meloni ha rinnovato per altre tre settimane il taglio dei 20 centesimi al litro per il diesel, riducendolo invece a 5 centesimi per la benzina che oggi, dopo due anni, supera la quota di 1,9 euro al litro.


Spia e taci, il governo sugli scandali non dice nulla. Neanche su Palantir


Dal caso Del Deo a Equalize fino al trojan Paragon. Lo scambio di lettere fra il presidente di Montecitorio e il capogruppo Pd per occultare i rapporti con le società di Peter Thiel. Ecco come Palazzo Chigi tace con le Camere

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Non possiamo negare che sia una tradizione italiana, e però con questo governo pure le tradizioni si esasperano. Ogni tanto si adagia sui palazzi romani uno scandalo “spionaggio” con personaggi vecchi e nuovi, certamente usurati, sconcerto quasi unanime, mucchi di dossier, caterva di persone offese, e subito si applica il copione ormai talmente sperimentato da rientrare a pieno titolo nella tradizione italiana: chi lo aveva predetto, chi lo aveva combattuto, chi lo aveva smontato. Bravissimi a iniziare gli scandali, pessimi a finirli. (Salvo delegare al sistema giudiziario fortunatamente sopravvissuto alla riforma Nordio che lo voleva indebolire).

L’ultimo scandalo riguarda l’ex vicedirettore dei servizi segreti interni Giuseppe Del Deo e la squadra Fiore con l’appoggio dei “neri”. Si dice e si scrive che Del Deo, maestro delle intercettazioni preventive, fosse gradito e sempre atteso ospite a Palazzo Chigi, che era stimato dal ministro Guido Crosetto, che il sottosegretario con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano ne ha subito disposto la cacciata. Lo scandalo appena precedente riguarda l’utilizzo improprio – di mani ignote – del programma di spionaggio Graphite dell’azienda israeliana Paragon, inoculato nei telefoni di attivisti, come don Mattia Ferrari; di giornalisti, come Roberto D’Agostino e Francesco Cancellato, di amministratori/imprenditori, come Andrea OrcelFlavio CattaneoFrancesco Gaetano Caltagirone.

Che lo scandalo si chiami Del Deo oppure si chiami Graphite, e spesso la differenza è soltanto nominale, il governo Meloni fischietta, non commenta, fa finta di nulla, prende le distanze, e di conseguenza le prende anche da sé stesso poiché Del Deo è stato promosso due volte dal governo Meloni e l’azienda Paragon, dopo aver scoperto gli abusi, ha interrotto il contratto proprio con il governo Meloni. Palazzo Chigi ha paura della trasparenza, o quantomeno la pratica con grande patimento. Ne è prova il rifiuto totale di informare il Parlamento sui rapporti istituzionali, non certo privati, con la multinazionale americana Palantir e il suo fondatore Peter Thiel.

Sin dalle origini legata agli apparati di intelligence statunitensi, e di fatto allevata dalla Cia, Palantir fornisce ai clienti pubblici e privati strumenti per l’analisi massiva e predittiva dei dati: per tracciare migranti o per scovare terroristi o per la salute, i trasporti, la finanza. Per sorvegliare. Collabora con la Cia, la Fbi, la Nsa, le forze armate, i corpi di polizia. Palantir è fenomenale nella selezione dei bersagli, che siano esseri umani o infrastrutture nemiche: a Gaza per Israele, in Venezuela per gli Stati Uniti, in Iran per Israele più Stati Uniti. Ovunque a ridosso dei confini americani per la milizia federale Ice.

Palantir capitalizza circa 350 miliardi di dollari in Borsa. Thiel è meno ricco del suo amico/rivale Elon Musk – assieme hanno creato PayPal – e però è molto più potente. Soprattutto Thiel ha un piano per fare della Terra il suo mondo e non per fare il suo mondo su Marte: la supremazia della tecnologia contro la cultura “woke” che ha infiacchito l’Occidente. Il profitto senza regole. L’intelligenza artificiale senza limiti. Il controllo dei cittadini senza privacy. Sì, la filosofia, l’escatologia, l’Anticristo, le lezioni di René Girard, le conferenze riservate: non folklore, ma ostinazione. E per l’appunto, visione.

Thiel fu l’unico miliardario della Silicon Valley a puntare su Donald Trump dieci anni fa, l’unico datore di lavoro di Jd Vance, l’unico a finanziare con 15 milioni di dollari la candidatura del senatore Jd Vance, l’unico a spingere per la vicepresidenza a Jd Vance e dunque Thiel è il primo e unico mentore del vicepresidente e possibile prossimo presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo Palantir ha aumentato la sua incidenza nelle attività dei servizi segreti americani, e viceversa. Affidare la sicurezza a Palantir vuol dire affidare la sicurezza, e la nostra sovranità, agli Stati Uniti di Trump. Negli archivi degli appalti pubblici – incluso quello dell’Anticorruzione – risultano diversi contratti del ministero della Difesa con Palantir dopo la “sperimentazione” avviata da Sogei addirittura nel 2013: 1,3 milioni di euro nel 2018; 1 milione nel 2021, 3 milioni nel 2023, 1 milione nel 2025. Il più recente, il milione, fa riferimento a una licenza per la piattaforma Gotham, uno strumento in grado di integrare dati che all’apparenza sono eterogenei.

Thiel è venuto in Italia a marzo a discettare di escatologia cristiana e, secondo indiscrezioni non confermate, suoi emissari proponevano accordi pluriennali al ministero dell’Interno. Curiosità: Palantir deriva da “palantiri” le pietre veggenti de “Il signore degli anelli”, la solita letteratura di fantasia che ha nutrito l’internazionale di destra. Questo appare sufficiente a indurre le opposizioni a pretendere i doverosi “chiarimenti” dal governo. Com’è facile intuire, e come L’Espresso ha potuto ricostruire, il governo s’è negato. E le motivazioni sono davvero difficili da accettare. Per la democrazia parlamentare, si intende.

Le prime domande su Palantir al governo sono arrivate il 9 marzo 2026 con un atto di sindacato ispettivo del gruppo Pd. Nulla. Si ripetono l’indomani, il 10 marzo 2026, con una informativa in aula. Nulla ancora. Il 24 marzo 2026, superate le due settimane di silenzio, il dem Andrea Casu e decine di colleghi hanno firmato una interpellanza urgente indirizzata al presidente del Consiglio e ai ministri di Difesa, Interno, Imprese, Infrastrutture, Pubblica Amministrazione. Il quesito ormai era noto: che relazioni economiche/istituzionali ci sono con Palantir e Peter Thiel? La sera di giovedì 26 marzo 2026, alla vigilia della risposta del governo, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha scritto al gruppo Pd riportando a sua volta una lettera del sottosegretario Mantovano: «Il governo non può rispondere all’interpellanza in quanto coinvolge materie sulle quali sarà chiamato a riferire a breve al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir)». Per puntellare meglio il suo rifiuto, Mantovano ha citato l’articolo 131 comma 1 del Regolamento della Camera: «Il governo può dichiarare di non poter rispondere indicandone il motivo. Se dichiara di dover differire la risposta, precisa in quale giorno, entro il termine di un mese, è disposto a rispondere». Il motivo indicato era fragile perché il Copasir si era già mosso su Palantir, vero, ma non c’era ancora una data fissata e poi il Copasir, e le sue stanze ovattate, non possono essere il solo interlocutore del governo sull’intera materia della sicurezza nazionale. Quanto ai trenta giorni, sono passati e nessuno, né alle Camere né al Copasir, ha saputo qualcosa.

Il 31 marzo 2026 Chiara Braga, la capogruppo dem, si è rivolta direttamente al presidente Fontana per lamentare non un caso bensì un’abitudine del governo Meloni: «Nel corso della presente legislatura, il governo ha fatto ricorso all’articolo 131 del Regolamento in modo che non trova riscontro nella consolidata prassi parlamentare. Si evidenzia come precedenti analoghi risultino estremamente rari nella prassi parlamentare, con riscontri limitati al 1991 e al 2011, e comunque non caratterizzati dalla reiterazione e dalla concentrazione temporale che si registrano nella presente legislatura». Braga ha reperito due casi in 35 anni e tre in 3 anni e mezzo: le interrogazioni su Paragon e su Palantir e una di Benedetto Della Vedova sul naufragio sul Lago Maggiore durante un’operazione congiunta di agenti italiani e israeliani. Nella sua prudente replica a Braga, il leghista Fontana ha ripescato una riunione della Giunta della Camera del 29 marzo 2011 per affermare che se il governo non vuole parlare non c’è rimedio, se non parlarne, con la censura politica. A ogni modo, un colpo di qua e un colpo di là, Fontana ha salutato Braga spiegando di aver trasmesso le sue doglianze al ministro dei rapporti con il Parlamento. Sia mai che al governo Meloni torni la voglia di comunicare agli eletti «der popolo».


La Fondazione Vassallo incontra Fico: “Sulla costa della provincia di Salerno servono verità e trasparenza”


La delegazione guidata da Dario Vassallo ricevuta dal Presidente Roberto Fico: focus sulle opere costiere e sulla barriera di Casal Velino, già oggetto di interrogazione parlamentare

La Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore ha incontrato il Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, per affrontare le criticità legate agli interventi lungo la fascia costiera della provincia di Salerno, con particolare attenzione al caso della barriera artificiale frangiflutti di Casal Velino Marina. La delegazione della Fondazione era composta dal Presidente Dario Vassallo, dal segretario storico di Angelo Vassallo, l’avvocato Gerardo Spira, e dall’ingegnere Antonio Curcio. Nel corso dell’incontro sono state rappresentate le preoccupazioni emerse dai territori, anche alla luce delle numerose segnalazioni di cittadini e operatori del settore marittimo e balneare. In particolare, è stato evidenziato come la situazione di Casal Velino sia già stata oggetto di interrogazione parlamentare presentata alla Camera dei Deputati dall’On. Stefania Ascari, a dimostrazione della rilevanza nazionale della questione.

“Il mare è un sistema complesso che richiede competenze e responsabilità – ha sottolineato la Fondazione – e ogni intervento deve essere supportato da studi scientifici rigorosi, aggiornati e verificabili. Non si può rischiare di compromettere l’equilibrio della costa e la sicurezza delle comunità locali”.

Durante il confronto con il Presidente della Regione Campania è stata ribadita la necessità di fare piena chiarezza su tutti gli interventi realizzati e programmati lungo la costa salernitana, a partire dagli studi preliminari, dai criteri di progettazione e affidamento, fino ai monitoraggi successivi alla realizzazione delle opere. La Fondazione ha inoltre richiamato l’attenzione sul piano più ampio degli interventi previsti lungo il litorale, sottolineando che ogni progetto dovrà essere valutato con trasparenza, basandosi su evidenze scientifiche indipendenti e su un confronto pubblico reale.

“Non siamo contrari alle opere di difesa costiera – ha ribadito la delegazione – ma chiediamo che ogni intervento sia realmente necessario, efficace e sicuro. La tutela del territorio e del mare non può prescindere da legalità, competenza e trasparenza”.

La Fondazione Angelo Vassallo ha infine sollecitato l’attivazione di verifiche tecniche indipendenti e la piena accessibilità agli atti, ribadendo il proprio impegno a vigilare nell’interesse delle comunità costiere e della salvaguardia di un bene comune fondamentale come il mare.


Un tre maggio da dimenticare…


(Dott. Paolo Caruso) – Un 3 maggio 2026 passato sottotono, senza alcun risalto da parte delle Istituzioni, in particolare della Presidenza del Consiglio, che nella persona della Premier Meloni vede come fumo negli occhi la ricorrenza della giornata mondiale della libera informazione, istituita trentatré anni fa (1993) dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una giornata celebrativa nella quale vengono enunciati i principi fondamentali della libertà di stampa e reso omaggio a tutti quei giornalisti che hanno sacrificato la vita nell’esercizio della loro professione in Paesi dove è soffocata la libertà di informazione, in territori di guerra. Ancora oggi in tutto il mondo molti giornalisti e operatori continuano a denunciare il clima di ingiustizia presente nei loro Paesi, le intimidazioni e spesso anche le violenze a cui sono sottoposti. Gli inviati sui vari fronti di guerra accendono i riflettori sulle violazioni dei diritti umani e ci raccontano storie di massacri che mai sarebbero venuti alla ribalta della cronaca, anche se poi come spesso accade alle parole e alle immagini purtroppo non seguono segnali forti da parte della politica internazionale e della stessa Europa. L’informazione libera, che rappresenta l’anima vitale del pensiero democratico di una nazione, oggi anche in l’Italia, ancor più del passato, viene distorta a pura disinformazione e sottomessa con una volontà intimidatoria e repressiva a logiche di Potere, da parte delle proprietà di giornali, gruppi editoriali, lobby, ecc. In Italia nei confronti di giornalisti e intellettuali l’ aria si fa sempre più pesante affermandosi la cosiddetta “Querela temeraria”, l’attacco per vie legali alla libertà d’espressione. Una corretta e obiettiva informazione, libera da censure, nel nostro Paese rappresenterebbe una lusinghiera premessa per una democrazia matura. Cosa che non si vede assolutamente con questa destra di governo, la cui Premier rigetta qualsiasi confronto con i Media preferendo monologhi a voci che potrebbero assumere posizioni di aperto dissenso. Anche la RAI, lottizzata da tempo remoto dai partiti, infatti è diventata esclusiva cassa di risonanza del Governo Meloni, una “Tele Meloni del servizio pubblico. Lo stato attuale fa sì che nella nuova classifica annuale che valuta il grado di libertà del giornalismo in 180 paesi del mondo, l’Italia continua a perdere posizioni rispetto agli anni precedenti, scendendo oggi dal 49.mo al 56.mo posto, risultando ultima tra i Paesi europei. La democratura meloniana anche se azzoppata dalla sconfitta referendaria porta in sé il seme della repressione e del bavaglio agli organi di informazione risultando ostile a qualsiasi forma di dissenso. Il bavaglio è più che mai attuale, infatti minacce e querele tentano di stroncare qualsiasi anelito di libertà di pensiero. Scriveva Calamandrei che “La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Allora cominciamo a difenderci e a riappropriarci della verità…..


Palazzo Chigi sotto pressione: il “gioco dello sciangai” di Meloni e il sospetto delle manine estere


Il sistema costruito dalla premier starebbe entrando in una fase di stress mai vista prima. Non tanto per l’opposizione quanto per una serie di “interferenze” esterne che avrebbero acceso più di una spia rossa

(Marco Antonellis – lespresso.it) – C’è un retroscena che rimbalza da giorni nei corridoi più ovattati di Palazzo Chigi. Un sussurro, per ora, ma sempre più insistente tra chi frequenta i piani alti dell’intelligence e i tavoli che contano davvero: il sistema costruito da Giorgia Meloni starebbe entrando in una fase di stress mai vista prima. Non tanto per l’opposizione – che pure, per la prima volta, mette il naso avanti nei sondaggi – quanto per una serie di “interferenze” esterne che avrebbero acceso più di una spia rossa.

Il punto non è solo il referendum perso, né la teoria dei dietrofront a raffica – da Beatrice Venezi a Giuseppina Di Foggia, passando per teste politiche cadute una dopo l’altra. Il punto, raccontano fonti qualificate, è che ogni mossa della premier sembra ormai produrre un contraccolpo immediato. Come se qualcuno, da fuori, stesse giocando in anticipo.

Nei briefing più riservati dell’intelligence si parla apertamente di un raffreddamento simultaneo su due assi decisivi: Washington e Tel Aviv. Il gelo con Donald Trump – culminato nello scontro verbale e nella gestione della crisi mediorientale – non sarebbe stato digerito in alcuni ambienti americani. E ancora meno a Israele, dopo lo stop al memorandum sulla Difesa. “Errori non casuali – sussurra chi monitora i flussi diplomatici -. Qualcuno ha iniziato a considerare Meloni meno affidabile”.

Da qui il sospetto, tutto politico ma alimentato da segnali concreti: le “manine” del cosiddetto Deep State – americano e israeliano – starebbero lavorando per indebolire la premier italiana. Non un complotto ma una pressione multilivello: mercati, media, frizioni interne amplificate ad arte.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo più longevo degli ultimi anni si scopre improvvisamente fragile. Ogni dossier è un campo minato: Eni, conti pubblici, riforme ferme, rapporti con Bruxelles. Persino il feeling costruito con Ursula von der Leyen rischia di incrinarsi, mentre la corsa a Parigi da Emmanuel Macron sa di mossa obbligata più che di scelta strategica.

Dentro Fratelli d’Italia, intanto, il clima è cambiato. Le dimissioni a catena – da Andrea Delmastro a Daniela Santanchè – non sono più viste come episodi isolati, ma come crepe di un sistema che scricchiola. Meloni, raccontano, resta lucida ma più isolata. Il cerchio magico si è ristretto, i margini di errore azzerati. E quella partita di sciangai evocata dopo il referendum non è più una metafora giornalistica: è la fotografia plastica di un potere che prova a reggersi togliendo bastoncini uno alla volta, sperando che la struttura non crolli.

Ma la vera domanda, nei palazzi che contano, è un’altra: quanto può durare un equilibrio quando le pressioni arrivano contemporaneamente dall’interno e dall’esterno? E soprattutto: chi sta davvero muovendo i fili?


La Russa contro la Flotilla: quante vite ha salvato invece la destra italiana col silenzio sul genocidio?


In realtà li odiano, perché con la loro azione civile e nonviolenta hanno illuminato bugie, codardia, violazione della legalità internazionale

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Il presidente La Russa, seconda carica dello stato, quello con il busto del Duce in casa, ha lanciato una vera e propria fatwa contro imbarcazioni ed equipaggi della Flotilla per Gaza. Invece di difendere chi è stato assalito in acque internazionali, minacciato, sequestrato, imprigionato, il presidente ha aggredito gli assaliti.

“Quante vite di bambini hanno salvato?”, ha chiesto nel suo orribile comizio. A differenza della signora Meloni non ha neppure fatto finta di prendere, sia pure ipocritamente, le distanze. Loro non possono e non vogliono prendere le distanze da Netanyahu, ma non perché ebreo, più semplicemente perché è uno dei capi della destra internazionale, uno che ha ospitato a casa sua i capi dei gruppi neonazisti e neofascisti. Questo li lega, non certo la lotta all’antisemitismo.

Dal momento che La Russa vuole sapere quante vite abbiano salvato volontarie e volontari della Flotilla, sarà lecito chiedere quante vite abbia salvato la destra italiana assistendo in silenzio al genocidio, al massacro dei bambini, alla distruzione degli ospedali, alla cacciata di tante organizzazioni non governative anche italiane, alla chiusura dei valichi, al giornalisticidio sistematico? Dove stavano La Russa e i suoi?

In realtà li odiano, perché con la loro azione civile e nonviolenta hanno illuminato bugie, codardia, violazione della legalità internazionale. Hanno fatto vedere al mondo intero che Netanyahu e i suoi alleati ritengono un pericolo anche chi porta una coperta, un bambolotto di pezza, una aspirina. Chi li ha brutalmente aggrediti ha svelato al mondo la vera natura di chi sta radendo al suolo Gaza, la Cisgiordania, il Libano.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi legga Mai più di Anna Foa e La continuità del male di Tomaso Montanari e capirà che fascisti erano, fascisti restano.


Trump torna ad attaccare Leone XIV: “Sta mettendo in pericolo molti cattolici”


“Al Papa va benissimo che l’Iran abbia l’arma nucleare”, ha detto il presidente Usa all’emittente di orientamento cristiano-conservatore Salem News Channel, a due giorni dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano

(di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it) – Tutto lasciava pensare che lo strappo stesse per essere ricucito. La visita di Marco Rubio in Vaticano prevista per dopodomani era stata organizzata anche per raggiungere lo scopo. Ma a 24 ore dall’arrivo del segretario di Stato a Roma, Donald Trump è tornato ad attaccare Leone XIV. In un’intervista telefonica concessa a Hugh Hewitt, anchorman dell’emittente tv conservatrice Salem News Channel, il presidente degli Stati Uniti ha affermato che “il Papa sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone”.

L’occasione è stata una domanda sul viaggio del capo della Casa Bianca in Cina in programma per il 14 e 15 maggio. “Lei ha avuto questo scambio di battute con Papa Leone – premette Lewitt parlando dello scontro avvenuto a inizio aprile -. Voglio che Papa Leone parlasse di Jimmy Lai (“I want the Pope to talk about Jimmy Lai, l’espressione letterale dell’anchorman, ndr) (…). Lei ne ha parlato con il presidente (Xi Jinping, ndr?). Lo riporterà sull’argomento?”, domanda quindi l’intervistatore a Trump riferendosi al dissidente cattolico a febbraio condannato a 20 anni di carcere a Hong Kong, regione ad autonomia limitata della Repubblica Popolare, con l’accusa di “collusione con forze straniere” e “cospirazione a scopo di sedizione”.

La replica di Trump è un nuovo attacco al pontefice: “Beh, il Papa preferisce parlare del fatto che per l’Iran va bene avere un’arma nucleare, e non credo che sia una cosa positiva – sibila il presidente degli Stati Uniti -. Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone. Ma immagino che, se dipende dal Papa, per lui va benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare”. “Viene da Chicago. Deve imparare alcune cose”, risponde sprezzante Hewitt, noto commentatore repubblicano e principale volto di Salem News Channel, prodotto di punta del Salem Media Group, che sul proprio sito definisce se stesso “leader di mercato tra i media cristiani e conservatori” e per il quale fino alla sua morte ha lavorato Charlie Kirk con il suo The Charlie Kirk Show.

Il primo scontro conclamato tra i due er avvenuto a inizio aprile. “Un’intera civiltà morirà stanotte”, aveva scritto martedì 7 Trump su Truth, minacciando di cancellare l’Iran dalla faccia della Terra se lo Stretto di Hormuz non fosse stato subito riaperto. “Oggi c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo iraniano – aveva detto poche ore dopo Papa Leone -. Questo non è accettabile”. Subito dopo il pontefice aveva spostato il discorso sul terreno della politica interna americana: “Vorrei pregare tutti a cercare di comunicare con i Congressisti, con le autorità, per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace”. A 6 mesi dalle elezioni di medio termine, Prevost aveva rivolto un appello ai cattolici a sollecitare i membri del Parlamento Usa ad andare in direzione contraria a quella tracciata dall’amministrazione.

A quel punto lo scontro era deflagrato. Trump aveva risposto definendo il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera”, e J.D. Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, si era schierato dalla parte del tycoon suggerendo al pontefice di essere più cauto quando parla di temi teologici applicati alla guerra e invitando la Santa Sede ad “attenersi alle questioni morali“.

Con il passare dei giorni l’attrito era faticosamente rientrato e la visita di Rubio in Vaticano in calendario per giovedì, oltre a essere utile al segretario di Stato in vista di una sua possibile candidatura alle presidenziali del 2028, era pensata per suggellarne la fine. Anche in considerazione dei sondaggi realizzati negli Usa tra i cattolici, che non sembravano aver gradito gli strali presidenziali contro Prevost. Tutto questo prima dell’ultima, imprevista stilettata registrata nelle scorse ore. La diplomazia Usa si è subito affrettata a gettare acqua sul fuoco. L’incontro tra il papa e il segretario di Stato, assicurava ancora questa mattina Brian Burch, ambasciatore americano presso la Santa Sede, includerà una “conversazione franca” sulle politiche dell’amministrazione Trump.


Il nuovo schiaffo di Bruxelles a Buttafuoco


UE, ‘CONDANNIAMO LA DECISIONE DELLA BIENNALE, NON SIA VETRINA PER LA RUSSIA’

(ANSA) – BRUXELLES, 05 MAG – “Posso confermare che abbiamo inviato una seconda lettera alla Biennale sulla base di ulteriori prove. E ritengo importante concentrarci sul messaggio principale: sono stata molto chiara nel condannare con forza la decisione della Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla mostra d’arte.

La Biennale apre sabato. Ironia della sorte, sabato è la Giornata dell’Europa. E la Giornata dell’Europa dovrebbe essere un giorno per celebrare la pace, non un’occasione per la Russia di mettersi in mostra alla Biennale”. Lo ha dichiarato la vice presidente della Commissione europea Henna Virkkunen in un punto stampa a Bruxelles.

“Se la violazione della sovvenzione di due milioni di euro sarà confermata, non esiteremo a sospenderla o a revocarla, perché il denaro dei contribuenti europei dovrebbe salvaguardare i valori democratici e la diversità. E sappiamo che questi valori non sono rispettati nella Russia di oggi”, ha aggiunto Virkkunen. 

APERTO IL PADIGLIONE RUSSO ALLA BIENNALE, MUSICA E TANTI FIORI

(ANSA) – VENEZIA, 05 MAG – Aperto oggi, con ingresso su invito, il Padiglione russo alla Biennale d’arte di Venezia. Performance musicali con suoni ancestrali e tanti fiori accolgono nel padiglione della discordia.

Al piano superiore il grande albero dell’evento “The Tree is Rooted in the Sky” (L’albero è radicato nel cielo) al centro della stanza e installazioni video con il paesaggio sonoro della Buriazia fra la neve, i cavalli, le montagne.

Tutti i sensi sono coinvolti, anche l’olfatto con il profumo dei fiori che si diffonde nelle stanze, ma l’evento che vuol essere una festa dopo sette anni di chiusura del Padiglione è un po’ disorientante.       

Tra suoni di campane ed esibizioni alla chitarra si alterneranno per tutta la giornata gli artisti, nel complesso una trentina, e non tutti russi ma anche stranieri.

L’opening ufficiale su invito è previsto domani alle 17.00. La registrazione delle performance proseguirà fino all’8 maggio. Poi il padiglione verrà chiuso per tutta la durata della Biennale arte, fino al 22 novembre, e la performance potrà essere vista dal pubblico dall’esterno, su maxi schermi.


Contro la guerra, per una pace realista in Ucraina


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Ho diffuso sui social media l’appello degli intellettuali (vedi sotto) contro l’isteria e l’intolleranza dei governi europei, miranti a far guerra alla Russia e ad alimentare russofobia, con indegne gazzarre di Picierno e Calenda e assurdi slogan irresponsabili di Draghi: «Libertà o condizionatori?». E con non meno indecorosi paragoni sulla Russia, assimilata al Terzo Reich, da parte di Sergio Mattarella.

Da quattro anni a questa parte denuncio la correità di Euro-NATO nel favorire la guerra civile in Ucraina, l’espansione militare occidentale e la guerra geopolitica. Nel quadro di un vergognoso riarmo che prevede 6.800 miliardi di euro in “difesa attiva e correlata” nel corso di 10 anni, tale da deformare e plasmare l’economia del continente in chiave keynesiana militare, nonché imperiale: a difesa del capitalismo europeo implicato nel sacco privatistico del demanio di quel Paese. Favorito dai nazional-populisti di Kiev prima e dopo il golpe di Maidan del 2014.

Tale scelta strategica dell’UE non solo ipoteca il nostro futuro e il nostro welfare senza benefici su lavoro e occupazione, come scrive anche Cottarelli, ma alimenta e protrae la guerra, intralciando ogni possibile tregua e trattativa con la Russia, ogni giusta pace e sicurezza a est. Consegnando le nostre vite al ricatto delle sanzioni e del petrolio e gas USA — del 40 per cento più caro — (Trump erede di Biden), nonché a quello dell’import USA di armi, e di una spesa militare che sfiora ormai i 50 miliardi di euro annui per l’Italia. Sanzionata per lo sforamento dello 0,1 da un’Europa da banco dei pegni!

Dunque apprezziamo questo appello che invita a dismettere la russofobia nelle arti, nella musica e nella cultura in generale, come invece la psicosi destra/sinistra ormai persegue o lascia fare.

Ciò detto, ecco un punto di dissenso da quell’appello. È vero che il Donbass russofono e russo era prima della guerra in larga parte filorusso, come pure la Crimea, russa a grande maggioranza. Ma la feroce guerra di invasione, dopo la guerra civile, ha alterato in quelle terre consenso e convivenza, mescolato le carte e rovesciato in torto la ragione originaria dei russi attaccati e le ragioni di sicurezza della Russia. Un conto era difendere Luhansk e Donetsk, e con esse la Crimea; altro fu l’invasione massiccia. E dunque, in questo quadro tragico, parlare di “liberazione” del Donbass — come nell’appello — suona ormai retorico e offre pretesti ai fanatici antirussi.

E infine, sarebbe compito di un appello di tal genere avanzare una proposta: tregua e spartizione del Paese sulla linea del fuoco. Garanzie esterne per l’Ucraina non russa e garanzie per ogni minoranza, in un quadro cooperativo, con un’ONU armata a fare da peacekeeping. Non già “volenterosi” di un’Europa che fu correa e parte in causa della guerra.

Su questi due punti marco la mia differenza dall’appello e, al contempo, invito tutti a un più ampio impegno, con specifiche idee-forza. Ovvero: no alla guerra, no a un’Europa armata antirussa, con Kiev integrata nel suo complesso militare-industriale; ma no ai bombardamenti russi sulle città e alla richiesta del Donbass non conquistato.

Insomma: cessare il fuoco sulla linea attuale, niente enfasi sulla “liberazione”, ma realistica accettazione di uno scenario spartitorio, con il 20 per cento del Paese ormai alla Russia e garanzie per il restante 80 per cento, con neutralità protetta dall’esterno. Non con truppe Euro-NATO in loco.

E con in vista una “Conferenza internazionale per la pace e la sicurezza europea”.

Su tutto questo deve lavorare la sinistra, senza dividersi o tacere per convenienza, come fin qui ha fatto per paura di contraccolpi al centro oppure per subalternità a Euro-NATO. C’è un grande lavoro da fare, diplomatico, di analisi e di lotta. Proprio per battere la destra su questo punto chiave, e prima che sia proprio la destra a cavalcare questo tema dirimente.

NO alla guerra con la Russia. Appello dell’intellettualità libera

Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla pubblica opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario.

(Angelo D’Orsi – lafionda.org) – In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi  una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele;  lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.

Anche se possiamo non concordare con gli orientamenti politici interni di quel Paese ed esprimere critiche su questo o quell’aspetto, noi respingiamo come errato, pericoloso e antistorico qualsivoglia tentativo di esportare i nostri modelli. Soprattutto siamo uniti nel respingere la follia russofobica e il clima da caccia alle streghe che si sta imponendo in Italia come in Europa, generato da politici e giornalisti irresponsabili, i quali, dopo aver raccontato in modo distorto la genesi del conflitto, diffondendo informazioni false, arrivano a esaltare le azioni terroristiche dell’Ucraina, a cominciare dalla distruzione dei gasdotti North Stream 1 e 2, o che, sulla scia della frase di Mario Draghi (“preferite la libertà o i condizionatori?”), vogliono persuaderci che il significato di questa guerra vada al di là degli interessi materiali, che l’Occidente combatte “per i suoi valori”, e che la Russia è un regime autocratico, che il suo presidente è “il nuovo Hitler” (e “il nuovo Stalin” e “il nuovo zar”!), fingendo di non accorgersi di come e quanto venga, giorno dopo giorno, limitata la possibilità per chi non sia allineato con la narrativa dominante, di esprimersi e, in particolare, di rifiutare la damnatio della Russia, presentata semplicemente come “Stato che viola il diritto internazionale”, dimenticando ben altre violazioni compiute quotidianamente da Stati dei quali siamo alleati-servi, a cominciare dagli USA.

La Russia non ha mai compiuto gesti ostili verso le nazioni europee e men che meno verso l’Italia, alla quale, anzi, ha sempre mostrato amicizia e persino affetto: non dimentichiamo i consistenti aiuti medici e sanitari portati nella Penisola durante la prima fase della pandemia, nel 2020, com’era accaduto un secolo prima, nel 1908, quando la Russia era stato il primo Paese al mondo a recare aiuto ai terremotati di Messina e Reggio Calabria. Noi siamo sicuri che il popolo italiano, pressoché nella sua totalità, vorrebbe che ritornassimo a commerciare con la Russia, comprando il suo gas e il suo petrolio (a prezzi cinque volte inferiori a quelli ai quali compriamo ora dagli USA) e vendendo le merci del nostro straordinario comparto manifatturiero, in crisi a causa di assurde sanzioni della UE. Il popolo italiano, ne siamo certi, vuole offrire al popolo russo la stessa amicizia che dal popolo russo ha sempre ricevuto.

Contro la costruzione di un senso comune russofobico e bellicistico, ci corre l’obbligo, per onestà intellettuale, e per competenza storica, di rilevare che la Federazione Russa, lo Stato più grande del mondo, non ha alcun interesse o disposizione a invadere l’Europa. La sua guerra in Ucraina (l’Operazione Militare Speciale) è volta semplicemente alla liberazione del Donbass, e, quindi, a favorire l’autodeterminazione delle sue popolazioni che si sono già espresse, come peraltro la Crimea, per il “ritorno” alla Madrepatria Russia, dopo il golpe a Kiev del 2014, organizzato dalla CIA, sostenuto da USA e UE. Tutto ciò è documentato e va sottratto alla logica dell’opinionismo, che si traduce in mero schieramento. Noi non vogliamo abdicare alla facoltà di pensare, a quel comandamento di Immanuel Kant che, nel lontano 1784, invitava gli umani a rivendicare il diritto di “usare la propria ragione”. Noi non abbiamo alcun sentimento ostile verso la Russia.

In quanto “intellettuali”, ossia persone che intendono “abbracciare la propria epoca” (come scrive Jean-Paul Sartre), noi rivendichiamo il diritto di dire la nostra sui fatti della politica e riteniamo che questo faccia parte dei nostri doveri, perché siamo parte integrante, e importante, di una comunità. In quanto persone professionalmente addette alla scienza, alla formazione, all’arte, alla comunicazione, alla letteratura, respingiamo con sdegno ogni politica volta a sanzionare musicisti, scrittori, danzatrici, direttori d’orchestra, uomini e donne di cinema e di teatro (per non parlare degli atleti!), e deploriamo che a uno dei più importanti direttori d’orchestra del mondo, Valerij Gergiev, sia stato per ben due volte, a Milano e a Caserta, impedito di esibirsi, e che lo stesso sia accaduto alla danzatrice Svetlana Zacharova, autentica stella nel firmamento della danza classica.

L’ultimo caso è quello della Biennale d’Arte di Venezia, il cui direttore, Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale notoriamente schierato a destra, ha deciso, intelligentemente, la riapertura del Padiglione Russo, in nome della libertà della cultura, suscitando le ire della sua stessa area politica, ma anche di gran parte di una sedicente opposizione parlamentare, per non parlare dell’ignobile ricatto della UE che recita: “o cacciate i russi o non vi diamo il contributo”.

Ebbene, è ora di por fine a questa situazione umiliante (per noi!) e dannosa (per noi!), ma soprattutto preoccupante (per tutti!). È ora che le nostre popolazioni prendano in mano i propri destini, è ora che si cessino parole e gesti ostili (dal primo cittadino della Repubblica fino all’ultimo) verso la Russia, e si cessi di piegare la testa ai comandi di leader e opinionisti affetti da visibili sindromi psicopatologiche. È ora di dire: NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA ALLA RUSSIA! Il popolo italiano ha conosciuto direttamente, dolorosamente, due conflitti mondiali e ne ha tratto come conclusione l’articolo 11 della Carta Costituzionale, che “ripudia la guerra”.

Noi per primi, nelle università, nelle scuole, nei giornali, nelle case editrici, nelle reti tv, nei libri che scriviamo, nelle conferenze che teniamo, dobbiamo batterci per aiutare i cittadini distratti, ovvero inebetiti dalla propaganda, ad aprire gli occhi e a opporsi insieme a noi a questa follia. Il nostro primo dovere è suscitare il dubbio, respingere la logica del pensiero binario e coltivare il pensiero critico. Dobbiamo rivendicare il diritto di ascoltare tutte le voci e di respingere con il disprezzo che meritano gli appelli alla censura, i quali non di rado stanno diventando incitamento all’aggressione, come già accaduto a qualcuno di noi. Noi vogliamo ascoltare le lezioni su Dostoevskij e vedere i film di Russia Today, o sintonizzarci sui canali radiotelevisivi russi, proprio come fanno i cittadini di quel Paese. Noi vogliamo assistere a concerti, balletti, spettacoli teatrali, film russi, così come siamo liberi di fare la stessa cosa rispetto ai prodotti artistici di altre nazioni. Vogliamo essere liberi di andare in Russia come in qualsiasi altro Paese del mondo, senza chiedere permessi o senza fornire spiegazioni a chicchessia. Non accettiamo di essere ostracizzati o silenziati o addirittura additati come “nemico interno” o persino quali “traditori” della patria!

Leggere, ascoltare, incontrare “l’altro”, è la via maestra per evitare di vedere in lui il “nemico”. Solo la libertà – di pensiero, riunione, organizzazione… – può consentirci di uscire dalla logica della contrapposizione, che ci viene presentata come inevitabile o persino necessaria. Noi non intendiamo “fare una scelta di campo” (Occidente contro Oriente!), ma una “scelta di vita”, soprattutto in nome di coloro che non hanno voce e che sono destinati a essere le prime vittime della guerra, oggi come ieri.

Perciò sollecitiamo tutte le voci libere, a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, a fare giungere la più alta protesta contro un folle progetto bellicistico, e schierarsi dalla parte della libertà e della pace, ribadendo che, sempre, “una cattiva pace è migliore di una buona guerra”.

FIRMATARI

Angelo d’Orsi, storico, Università di Torino, scrittore e giornalista, Torino;

Alessandro Di Battista, giornalista e scrittore, Roma;

Elena Basile, già ambasciatrice;

Alberto Bradanini, già ambasciatore;

Vauro Senesi, giornalista e vignettista;

Fiammetta Cucurnia, giornalista;

Carmen Betti, Emerita di Pedagogia, Università di Firenze;

Marc Innaro, giornalista;

Vincenzo Lorusso, giornalista RT (Russia Today);

Iain Chambers, già professore di Studi Culturali, Università di Napoli, L’Orientale;

Laura Salmon, Università di Genova

Ugo Mattei, Ordinario Diritto Civile, Università di Torino;

Aldo Giannuli, già professore di storia contemporanea Università statale di Milano;

Demostenes Floros, Responsabile Energia CER-Centro Europa Ricerche;

Massimo Arcangeli, linguista, Università di Cagliari;

Marinella Mondaini, filologa russa e pubblicista (Mosca);

Ruggero Giacomini, storico (Ancona);

William Gambetta, ricercatore Centro studi movimenti, Parma;

Lara Ballurio, giornalista, Torino;

Paolo Desogus, docente universitario, Parigi;

Franca Balsamo, professoressa emerita Sociologia della famiglia Università di Torino;

Diana Carminati, già docente Storia dell’Europa contemporanea, Università Torino;

Pier Giorgio Ardeni, professore ordinario di economia politica, Università di Bologna;

Giulio Di Donato, La Fionda;

Piero Bevilacqua, già ordinario Storia contemporanea, Università La Sapienza, Roma;

Glauco Della Sciucca, Filmaker, Direttore di Retrospective;

Federico Greco, Filmaker;

Gianni Fresu, Professore di Filosofia politica all’Università degli studi di Cagliari;

Andrea Catone, direttore MarxVentuno edizioni;

Sandro Teti, Editore;

Franco Coppoli, docente, COBAS scuola;

Roberto Passini, avvocato in Firenze. Rivista Il Ponte;

Marina Rota, scrittrice e giornalista, Torino;

Giulio Chinappi, analista geopolitico presso World Politics Blog e CeSEM;

Cristina Alziati, scrittrice, Arco (Tn);

Giorgio Bianchi, fotoreporter;

Francesco Toscano, direttore VisioneTV;

Pino Cabras, scrittore ed ex deputato;

Amedeo Feniello, docente di storia medievale, Università dell’Aquila;

Paolo Becchi, già professore ordinario di Filosofia del Diritto, Università di Genova;

Loris Caruso, Università di Bergamo;

Vito Petrocelli, ex Presidente Commissione Affari Esteri del Senato, presidente dell’Istituto Italia BRICS – Matera;

Alexander Höbel, professore di Storia contemporanea, Università di Sassari. Presidente di Futura umanità. Direttore di Marxismo Oggi online;

Leonardo Fredduzzi, Vice direttore, Istituto di Cultura e Lingua Russa;

Massimo Zucchetti, Ordinario Politecnico di Torino;

Francesca Chiarotto, Storica del pensiero politico, Ricercatrice Università del Piemonte Orientale;

Claudio Grassi, Coordinatore nazionale Disarma;

Clara Statello, curatrice Polivox, redazione Casa del Sole TV;

Andrea Lucidi, giornalista;

Sara Reginella, autrice e documentarista;

Stefano Orsi, analista militare, scrittore, articolista, youtuber;

Giuseppe Salamone, video blogger e referente Nord Schierarsi;

Alberto Fazolo, giornalista e saggista, Roma;

Guido Liguori, già prof di Storia del pensiero politico, Univ della Calabria;

Fabrizio Marchi, giornalista “L’Interferenza”;

Carmelo Buscema, ricercatore e docente, Università della Calabria

Tania Di Malta, Poetessa;

Antonino Salerno, musicista;

Emanuela Ligarò, musicista, Pisa;

Margherita Furlan, giornalista, Direttore Casa Del Sole TV, Roma;

Angelo Caputo, docente, presidente ass. La Città Futura;

Gennaro Imbriano, professore associato di Storia moderna Università di Bologna;

Jeanne Toschi Marazzini, giornalista;

Aldo Gaccione, responsabile del blog Odissea;

Alessandro Guerriero, designer e fondatore di Atelier Alchimia;

Franca Ruggieri, Emerita Università di Roma Tre;

Danila Ghigliano, artista;

Benedetto Ligorio, assegnista di Storia moderna e Storia dell’Europa orientale, Sapienza, Roma;

Marilena Budroni, microbiologa, Università di Sassari;

Paolo Ferrero, giornalista e saggista, già deputato e ministro, Torino;

Eloisa d’Orsi, fotoreporter e ricercatrice, Barcellona-Milano;

Ascanio Bernardeschi, saggista, Centro Studi Domenico Losurdo;

Alessandra Ciattini, già docente di Antropologia culturale alla Sapienza di Roma;

Giovanni Rezza, docente di Igiene e sanità pubblica, Università San Raffaele, Milano;

Francesco Armezzani, docente di Filosofia, Scuola Europea di Varese;

Davide Bellelli, insegnante;

Marco Morra, docente.


Donald Trump ha il bacon sugli occhi


TRUMP, ‘L’OPERAZIONE MILITARE IN IRAN STA ANDANDO MOLTO BENE’

(ANSA) – “L’operazione militare, o chiamatela come vi pare, in Iran sta andando molto bene”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca ribadendo che Teheran “non avrà mai l’arma nucleare”.

TRUMP, IL PETROLIO SCENDERÀ IN MANIERA SIGNIFICATIVA QUANDO LA GUERRA SARÀ FINITA

(ANSA) – Donald Trump ha ribadito che il prezzo della benzina negli Stati Uniti scenderà in maniera significativa una volta finita la guerra contro l’Iran. “Pensavano che il petrolio sarebbe stato 300 dollari al barile e invece è a 100 e credo stia scendendo. E penso che scenderà in maniera sostanziale quando questa cosa sarà finita”, ha aggiunto il presidente americano

TRUMP INSISTE, ‘L’IRAN NON HA PIÙ LA MARINA NÉ L’AERONAUTICA’

(ANSA) –  Donald Trump ha ribadito che l’Iran “non ha una marina, non ha un’aeronautica”. In un intervento alla Casa Bianca il presidente americano ha insistito che il regime di Teheran “non ha radar. Non ha assolutamente nulla”.

TRUMP, ‘I SONDAGGI SULLA GUERRA IN IRAN SONO FALSI’

(ANSA) – Donald Trump ha accusato i sondaggi che danno la maggior parte degli americani contrari alla guerra in Iran “falsi”.

TRUMP, SENZA DI ME CI SAREBBE LA TERZA GUERRA MONDIALE

(ANSA) – “Se al posto mio ci fosse la persona sbagliata ci sarebbe la terza guerra mondiale”. Lo ha detto Donald Trump parlando della guerra in Iran.

TRUMP, ‘NON POSSO DIRVI SE LA TREGUA SIA ANCORA IN VIGORE’

(ANSA) –  Donald Trump si è rifiutato di dire se il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran sia ancora in vigore, dopo che entrambe le parti hanno rivendicato uno scambio di colpi nello Stretto di Hormuz.

Ospite del programma “The Hugh Hewitt Show”, al presidente degli Stati Uniti è stato chiesto se la tregua fosse “finita” e se gli attacchi sarebbero ripresi. “Beh, non posso dirvelo”, ha risposto Trump aggiungendo che “se rispondessi a questa domanda, direste che quest’uomo non è abbastanza intelligente per essere presidente”. Lo riporta Sky News.