
(Tommaso Merlo) – Gli abitanti della Val di Susa hanno ragione da vendere, la TAV devasterà il loro territorio. Ed hanno fatto benissimo a ribellarsi con coraggio ed ostinazione per anni. Una politica degna non avrebbe nemmeno pensato un ecomostro del genere e avrebbe permesso a quelle comunità locali di partecipare a decisioni così impattanti. Quanto alla violenza, le prediche di certi giullari politici e mediatici fanno venire l’orticaria. Violenza vuol dire guerra ed è un limite da non oltrepassare perché dalla costruzione si passa all’autodistruzione. Ma questo vale in Val di Susa come a Washington e in Medioriente. O la violenza si rigetta e si condanna sempre, oppure sarebbe meglio che certa gente cambi finalmente mestiere liberandoci da una ipocrisia che sta diventando asfissiante. Vandalizzare i cantieri e pestare i poliziotti non serve a nulla ed anzi dona l’opportunità al sistema di ghettizzare i rivoltosi, di sminuire le ragioni della protesta e d’imporsi dandosi arie. La lotta può essere anche dura ma deve rimanere civile e non violenta. Sempre e comunque. Non è una questione solo morale, la lotta civile è molto più efficace perché mentre la violenza fa innalzare muri anche mentali e alimenta violenza opposta, la lotta civile permette di comunicare le proprie ragioni e allargare il consenso rendendola più potente e quindi capace di raggiungere i suoi obiettivi. Un nanerottolo in mutande e scalzo come Gandhi ha sconfitto uno degli imperi più potenti della storia con una lotta civile intelligente e caparbia che aveva nella non violenza il suo pilastro portante. Detto questo, oltre alla violenza dei facinorosi, va condannata anche quella dei giullari politici e mediatici schierati a prescindere col sistema per mantenere le loro natiche al caldo. Tutti coloro che non hanno mai davvero ascoltato e capito il dolore delle comunità della Val di Susa ed hanno denigrato e demonizzato come irragionevoli estremisti chiunque osasse essere contrario all’ecomostro della TAV. Quelle pecore altolocate che hanno nel vile conformismo e nell’egoismo arrivista la loro filosofia di vita. Giullari politici e mediatici che oggi s’indignano e dai loro pulpiti spargono frasi fatte e mielosi perbenismi accostando la violenza in Val di Susa al terrorismo, gli stessi che hanno girato la faccia dall’altra parte mentre i sionisti sterminavano intenzionalmente decine di migliaia di bambini e di civili innocenti a Gaza. Uno degli atti terroristici più imponenti ed atroci della storia dell’umanità oggi esteso al sud del Libano ed alla Cisgiordania dove il terrorismo sionista sta rilanciando la pulizia etnica. Già, o la violenza si rigetta e si condanna sempre, oppure sarebbe meglio che certa gente cambi finalmente mestiere liberandoci da una ipocrisia che sta diventando davvero asfissiante. Già, siamo vittime di un sistema che ha sdoganato la violenza e quindi la guerra come strumento lecito per raggiungere obiettivi politici. Esattamente quello che rimproverano ai violenti della Val di Susa. Un sistema per cui la violenza e quindi la guerra è utile e addirittura indispensabile pratica democratica. Ed è quindi lecito e ragionevole sottrarre decine di miliardi a cittadini che lottano per riuscire a mantenere i loro figli per produrre armi di sterminio per alimentare guerre decise a tavolino da qualche lobby senza volto e senza cuore. Con giullari politici e mediatici parte integrante della macchina bellica e col compito di creare mostri, di alimentare odio e paura, di esasperare pericoli e minacce in modo che le masse si rassegnino alla guerra e continuino a tirare la carretta senza fiatare. Ma la storia insegna che la guerra è sempre terroristica in quanto porta terrore ed oggi più che mai visto che coinvolge sempre più i civili. Oggi il più grande terrorista in circolazione è Donald Trump che dopo aver promesso la pace nel mondo e preteso il Nobel, ha bombardato ovunque al punto da finire le scorte missilistiche. E noi servi europei ai suoi luridi piedi. Guerre illegali che calpestano cioè il diritto internazionale su cui blateravano si fondasse la nostra superiore civiltà occidentale. Stragi di civili innocenti, bombardamento di ospedali, di scuole, di ponti coi giullari politici e mediatici che tacciono e misurano le parole e poi quando scoppiano disordini come in Val di Susa si stracciano le vesti e salgono sui loro ipocriti pulpiti spargendo frasi strafatte e mielosi perbenismi. Trump è un terrorista secondo solo a quel mostro genocidario di Netanyahu che i governi occidentali hanno sempre protetto anche a genocidio in corso. Un ricercato per crimini contro l’umanità che verrà ricevuto nuovamente alla Casa Bianca e noi servi europei ai loro luridi piedi. L’apoteosi della violenza omissiva ed omertosa e dell’ipocrisia sistemica. I giullari politici e mediatici dovrebbero piuttosto guardarsi allo specchio mentre i cittadini guardare avanti. La pace e la non violenza sono scelte di vita che diffuse diventano scelte politiche efficaci. E sarebbe ora di rimboccarsi le maniche a livello personale e collettivo in modo che certi ecomostri non vengano nemmeno pensati e in modo di ripudiare la violenza e quindi la guerra ma per davvero e una volta per tutte.
Forza Italia e Lega dicono no agli aumenti delle sigarette

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Da giorni Giorgia Meloni premeva: serve intervenire per ridurre il carburante, alla vigilia delle vacanze. Da Palazzo Chigi era iniziato un pressing pesante sul ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti che, non a caso, una settimana fa andava dicendo in Parlamento: “Sono preoccupato dalla prossima manovra che sarà l’ultima prima delle elezioni…”. Come dire: i partiti andranno all’assalto. Lo ha potuto verificare solo pochi giorni dopo e ha provato a trovare una soluzione. I 125 milioni richiesti per il taglio delle accise sul carburante erano stati trovati con una soluzione precisa: aumentare le tasse sulle sigarette. Una decisione che inizia a circolare dalla mattina, mentre Giorgia Meloni vola a Chiomonte. La premier prende tempo, vuole tornare a Roma per studiare bene la misura. Alle 14.30 rientra a Palazzo Chigi scura in volto e viene seguita a ruota dai vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. I tre si chiudono in una stanza prima del Consiglio dei ministri. Giorgetti viene chiamato in collegamento. E i due vicepremier dicono subito “no”.
Il leader forzista si era presentato a Palazzo Chigi con un video pubblicato sui social con la ricetta economica azzurra sulla manovra, proponendo di abbassare le tasse su tutto: tredicesima, bollo auto e Irpef. Non può accettare, dunque, che per abbassare le accise si alzino le tasse su un prodotto di largo consumo come le sigarette. Lo stesso fa sapere Salvini: “Non si possono aumentare le tasse per abbassarle dall’altra parte, è un gioco delle tre carte”, spiega. A quel punto anche Meloni, dubbiosa fin dall’inizio, si dice d’accordo. E quindi si ripropone lo scontro tra Palazzo Chigi e il Mef, che aveva provato a trovare una soluzione alle richieste dei vertici del governo. Dai vertici del governo puntano il dito contro i tecnici della Ragioneria che, ancora una volta, mostrano “distanza con il Paese”. Alla fine, salta tutto: l’intervento sulla benzina e le tasse sul fumo. In conferenza stampa sarebbero dovuti andare Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma Meloni manda solo il primo: “Vai a spiegare”, gli dice per lanciare qualche segnale rassicurante a chi va in vacanza. Meloni poco dopo pubblica un video sui social che parte proprio da qui, dalle tensioni internazionali che stanno causando un aumento del carburante che “non abbiamo provocato, ma che dobbiamo gestire”, spiega la premier che poi parla anche di risposta “tempestiva e responsabile” tenendo presente che le risorse “sono poche”. Restano però le scorie tra alleati che si sono riproposte anche sulla giustizia e sul tema delle intercettazioni.
Oggi pomeriggio arriva in aula al Senato il decreto Giustizia con l’emendamento di FdI che voleva estendere le intercettazioni anche ai processi in cui non erano state autorizzate, su richiesta del procuratore antimafia Giovanni Melillo. Dopo il muro di FI, l’accordo in maggioranza era stato quello secondo cui il presidente del Senato Ignazio La Russa avrebbe dichiarato inammissibile l’emendamento per materia, così da rinviare il problema, evitare una spaccatura e ripresentare la norma in un successivo decreto dopo le vacanze. Ma ieri sera è intervenuto un problema ulteriore: la Lega ha fatto sapere agli alleati che presenterà i suoi emendamenti sui migranti e in particolare una stretta sui ricongiungimenti familiari dei migranti. Una norma che non piace al Quirinale e che sta facendo andare in tilt la maggioranza. Come può La Russa dare ammissibilità a questo emendamento (che non piace a FI e FdI) e non a quello sulle intercettazioni dei meloniani? Il rischio è che oggi si arrivi in aula con uno scenario di tutti contro tutti. Lo spettro della spaccatura sulle preferenze tornerà a Palazzo Madama.
Schlein è convinta che alla fine il Pd veleggerà intorno al 25 per cento, e non vuole rinunciare al tentativo di coinvolgere nel centrosinistra anche Carlo Calenda. Servono pure i suoi voti, è il suo ragionamento

(ilfoglio.it) – Al Pd c’è un certo allarme perché in tutti i sondaggi il partito resta fermo tra il 20 e il 21 per cento. Nessun trend indica un possibile incremento dei consensi. Ma la segretaria Elly Schlein continua a essere ottimista. La leader dem ha spiegato ai dirigenti Pd che a un certo punto, quando si arriverà alle elezioni politiche, inevitabilmente scatterà il voto utile. Sarà un voto, secondo lei, “antifascista” e l’unico partito che da questo punto di vista si presenta come un punto di riferimento per un battaglia del genere è quello democratico. Insomma, Schlein è convinta che alla fine il Pd veleggerà intorno al 25 per cento ed è pronta ad accettare scommesse su questa percentuale.
Il Pd comunque sembra non avere pace. Oltre all’allarme per i sondaggi c’è quello per le primarie. Ci sono alcuni sondaggi che danno in netto vantaggio Giuseppe Conte. Ma non sono questi dati la vera fonte di preoccupazione perché in molti credono che si tratti di sondaggi “telecomandati”. La vera fonte di apprensione riguarda la candidatura di Silvia Salis che potrebbe tornare alla ribalta. La presenza della sindaca di Genova nella competizione ai gazebo, infatti, cambierebbe la situazione e nessuno adesso è in grado di prevedere se e quanto possa nuocere a Elly Schlein. Non solo. Anche Avs medita di presentare un proprio candidato. Il quadro quindi è molto più complesso di quello fin qui immaginato nel quale gli unici veri competitor sarebbero stati la segretaria del Pd e il leader del Movimento 5 stelle. Anche al quartier generale del M5s, del resto, si registra una certa preoccupazione perché Avs potrebbe drenare i voti pacifisti che si dava per scontato andassero a Conte. Anche per questa ragione c’è chi torna a suggerire di non indire le primarie: si rischia il caos, è la motivazione di quanti spingono per frenare la corsa ai gazebo.
Elly Schlein, nonostante le tensioni con Conte e le fibrillazioni nel Pd, continua a restare testardamente unitaria ed è per questo motivo che la leader dem non vuole rinunciare al tentativo di coinvolgere nel centrosinistra anche Carlo Calenda. Servono pure i suoi voti, è il suo ragionamento, tanto più che la riforma elettorale congegnata dal centrodestra favorisce l’attuale maggioranza. Ed è per questo motivo che al Nazareno in questi giorni si sta vagliando l’ipotesi che i dem riconfermino l’appoggio a Pina Picierno alla vice presidenza del Parlamento europeo. Nulla in questo senso è stato già deciso, ma l’ipotesi resta sul tavolo. Se così non fosse il candidato alla vice presidenza dell’Europarlamento potrebbe essere Stefano Bonaccini. Sempre che lui accetti e non voglia invece, come sostengono alcuni nel Partito democratico, “tornare in Italia dopo le elezioni politiche” per giocarsi la partita nazionale.
Una ventenne si è ritrovata senza saperlo la tessera del partito di Vannacci. Il problema riguarda anche le altre forze politiche: il GDPR impone verifiche solide dell’identità e, senza controlli adeguati, l’iscrizione è fuori legge

(GUIDO SCORZA* – lastampa.it) – Qualche giorno fa una ventenne ha ricevuto, via posta, una tessera di iscrizione a Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Peccato solo che non si fosse mai iscritta al partito in questione. La ragazza, giustamente, ha denunciato la questione alle Autorità e l’ha raccontata ai giornali. Che una persona si ritrovi, a sua insaputa, iscritta a un partito politico è un fatto gravissimo. L’iscrizione, infatti, suggerisce adesione, condivisione, partecipazione a principi, ideali, posizioni politiche del partito in questione e, quindi, inesorabilmente tratteggia, connota, descrive il profilo di una persona. La etichetta, marchia, descrive come di destra o di sinistra, con certe idee sull’immigrazione, il nucleare, la guerra, il lavoro, la famiglia. Contribuisce, inesorabilmente, a tratteggiarne l’identità nella comunità in cui vive. E non si tratta di considerare certe idee migliori o peggiori di certe altre. Semplicemente ciascuno di noi ha diritto a esser identificato per come è, per le idee in cui crede, per quelle in cui non crede. È per questo che la disciplina europea sulla protezione dei dati personali subordina, tra gli altri, proprio il trattamento dei dati idonei a rivelare le convinzioni politiche di una persona a un regime più rigoroso rispetto a quello cui subordina il trattamento di altri dati personali, meno particolari, sensibili, idonei a rivelare aspetti meno rilevanti dell’identità. Inutile scendere nei tecnicismi tecnico-giuridici: ai sensi delle regole vigenti non dovrebbe mai capitare che qualcuno ritrovi nella cassetta della posta la tessera di un partito al quale non ha mai voluto iscriversi e non si è mai iscritto.
Deflagrata la bomba mediatica, il partito di Vannacci ha, quindi, fatto sapere che avrebbe verificato e cercato la domanda di iscrizione all’origine dell’emissione della tessera intestata alla ventenne. Come dire che se ha spedito una tessera alla ragazza è perché quest’ultima deve essersi iscritta. In relazione allo specifico episodio, a questo punto, non resta che attendere che venga trovata questa domanda di iscrizione o che le indagini facciano il loro corso. Ma, appena qualche giorno prima, un’inchiesta di Fanpage aveva raccontato quanto facile fosse iscrivere al partito del mondo al contrario chiunque, che si trattasse di un personaggio di fantasia come Hannibal Lecter e Crudelia De Mon come nell’esperimento della testata online, o, evidentemente, di una persona reale in carne ed ossa. E, in effetti, è sufficiente un giro nell’apposita area del sito di Futuro Nazionale per rendersi conto che chiunque, ma proprio chiunque, può iscrivere chiunque altro al partito solo che ne conosca il nome e cognome, la data di nascita e l’indirizzo di residenza. Inserisca un numero di telefono e un indirizzo mail qualsiasi e disponga di una carta di credito. Niente di più e niente di meno. L’ho appena fatto anche io, iscrivendo a Futuro Nazionale un mio quasi omonimo inesistente, Guido Scorsa anziché Scorza. Certo, per farlo, ho dovuto usare la mia carta di credito per effettuare il pagamento della quota di iscrizione, dieci euro, il che, verosimilmente, significa che il partito sa o potrebbe sapere che a iscrivere il mio quasi omonimo inesistente sono stato proprio io. E, però, resta il fatto che chiunque potrebbe iscrivere decine di persone vere o, come nel mio caso, inesistenti. Per carità, nessuno dovrebbe neppure provare a iscrivere chiunque altro a un partito politico senza il suo consenso. Farlo è, evidentemente, illegale. E, però, al tempo stesso, è fuor di dubbio che il partito politico in questione dovrebbe fare qualcosa di più per scongiurare il rischio che le sue liste si riempiano di iscritti inconsapevoli o, addirittura, inesistenti. Un rischio tutt’altro che teorico, come dimostra anche il precedente dell’assalto ai Radicali attraverso centinaia di false iscrizioni online.
Letta l’inchiesta di Fanpage, Roberto Vannacci ha replicato usando la più tradizionale delle italiche scuse: così fan tutti. Quasi che la circostanza di essere in buona compagnia nel non rispettare i diritti e le libertà altrui legittimi a far altrettanto. Ma, a parte questo, non era e non è, esattamente, così. Nel senso che, pur essendo, in effetti, diffuso il “vizietto” delle iscrizioni facili ai partiti, gli altri sembrano fare qualche piccolo sforzo in più. Fratelli d’Italia, ad esempio, richiede che si indichino anche gli estremi di un documento di identità e che si verifichi l’effettiva disponibilità di un indirizzo mail, mentre il Partito Democratico, pur non richiedendo l’indicazione degli estremi di un documento di identità, richiede che si verifichi l’effettiva disponibilità sia dell’indirizzo mail sia del numero di telefono utilizzati in sede di registrazione. Niente di risolutivo, intendiamoci, comunque non abbastanza, ma meglio del nulla del partito del mondo al contrario. E, però, il problema esiste e non riguarda solo Futuro Nazionale. Iscriversi a un partito politico online, oggi, in Italia è facile come abbonarsi a un giornale, a una piattaforma di streaming video o musicale o a un qualsiasi altro servizio commerciale. Non dovrebbe essere così. La disciplina europea sulla protezione dei dati personali, il famoso GDPR, impone al titolare del trattamento, il partito politico in questo caso, di verificare che chi chiede di iscriversi sia effettivamente chi dice di essere o, almeno, che chi vuole iscrivere un terzo, circostanza di per sé non comune, abbia ricevuto dal terzo in questione e proprio da quest’ultimo il consenso a procedervi. Non è un problema astratto di sicurezza informatica, ma una questione che riguarda direttamente il funzionamento della politica, troppo spesso poco attenta alla protezione delle proprie infrastrutture e dei dati dei cittadini.
Lo ha chiarito, di recente, senza tanti giri di parole, la Corte di Giustizia dell’Unione europea nella Causa C-492/23 con la sentenza del 2 dicembre 2025. Il caso riguardava la pubblicazione su un sito di annunci di un annuncio attraverso il quale una donna offriva prestazioni sessuali, annuncio che era stato pubblicato da un terzo, all’insaputa della donna, all’evidente fine di lederne dignità e reputazione. Ma la sostanza non cambia: i giudici della Corte hanno messo nero su bianco che il titolare del trattamento, il gestore del sito di annunci nel caso di specie e il partito politico in quello del quale ci stiamo occupando, «ha l’obbligo di acquisire l’identità di tale utente inserzionista e di verificare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in tale annuncio» e hanno aggiunto che lo stesso titolare «deve disporre, in applicazione degli articoli 24 e 25 di tale regolamento, misure tecniche e organizzative adeguate che gli consentano non solo di acquisire, ma anche di verificare l’identità degli utenti inserzionisti prima della pubblicazione di tali annunci, e ciò segnatamente al fine di poter determinare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in detti annunci. Siffatte misure devono segnatamente consentire […] di limitare il rischio di un trattamento illecito dei dati personali nei confronti dell’interessato». E hanno poi concluso che il gestore del sito «deve rifiutare la pubblicazione dell’annuncio in questione, circostanza che deve garantire attuando misure tecniche e organizzative adeguate».
Le regole, quindi, ci sono e sono chiare: un partito politico prima di accettare l’iscrizione di chicchessia deve verificarne in maniera solida l’identità attraverso adeguate misure organizzative e, se non vi riesce, deve rifiutare l’iscrizione. Non c’è spazio per equivoci, ambiguità o interpretazioni fantasiose. Non è quello che accade nelle pagine dedicate all’iscrizione al partito del mondo al contrario ma, per la verità, è difficile ritenere che sia quello che accade anche sulle analoghe pagine della più parte degli altri partiti politici. Così non funziona. Il rischio che qualcuno si ritrovi iscritto a sua insaputa a un partito politico è troppo elevato e il recente episodio lo ha dimostrato plasticamente. Le regole ci sono e vanno applicate e i partiti politici, anime pulsanti della nostra democrazia, dovrebbero dare l’esempio.
Le soluzioni tecnologiche esistono, sono semplici e alla portata di chiunque. Volere, insomma, è potere. Anche perché l’iscrizione a un partito politico è un gesto serio, carico di significato, di valore personale e democratico e, quindi, anche se la verifica dell’identità rendesse il processo un po’ più farraginoso, meno veloce, immediato, semplice, si tratterebbe di complessità giustificate e giustificabili. Il nodo da sciogliere, quindi, è uno e uno soltanto: i partiti e i movimenti politici sono pronti a rispettare di più i diritti, le libertà, l’identità e la dignità delle persone, a rafforzare i loro processi di identificazione di chi intende iscriversi per esser certi che si tratti sempre della scelta consapevole di una persona reale? È una prova di maturità e democrazia alla quale non dovrebbero sottrarsi. Detto che, in effetti, non è una questione di scelta dei singoli partiti ma di rispetto delle regole: non verificare in maniera adeguata l’identità di chi intende iscriversi è, semplicemente, fuori legge.
* Esperto di IA e cultura digitale
Brasile-Argentina, match politico. Milei sostiene Flavio Bolsonaro e offende Lula: è crisi. Richiamato l’ambasciatore dopo che il presidente di ultradestra di Buenos Aires si è recato a San Paolo per la campagna elettorale del figlio dell’ex leader e ha definito l’omologo “spazzatura socialista” e “ladro”. E anche Trump si prepara a condizionare il voto

(di Laura Lucchini – repubblica.it) – E’ “el clásico” dell’estate. Il match dei match. Ma non si gioca alla Bombonera e nemmeno al Maracanã. Lo scontro Brasile-Argentina si consuma in queste ore nell’arena della diplomazia. Ieri sera il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha richiamato l’ambasciatore in seguito alle calunnie pronunciate contro di lui dal presidente turbo-capitalista porteño Javier Milei. Mancano poco più di due mesi alle elezioni presidenziali e sul gigante sudamericano si accendono i fari dell’internazionale Maga.

E infatti Javier Milei non era in Brasile per caso. Partecipava all’evento con cui veniva ufficializzata la candidatura alle presidenziali di ottobre di Flávio Bolsonaro, il figlio di Jair Bolsonaro, l’ex presidente di estrema destra del Brasile agli arresti domiciliari dopo essere stato condannato a 27 anni di prigione per il tentativo di colpo di Stato del 2023.
Flávio coltiva l’amicizia con Javier da tempi non sospetti. Credeva in lui già prima che le primarie argentine confermassero la sua meteora. Era presente, all’Hotel Libertador, tra gli amici e i familiari nel foyer, in entrambe le tornate elettorali che nel 2023 lo hanno consacrato alla presidenza. E ora è giunto il momento per Milei di restituire il favore.
E poco importa l’etichetta e la diplomazia. Per l’argentino, a San Paolo, avevano steso il tappeto rosso: arrivava invitato dal governatore Tarcísio de Freitas per ricevere l’Ordine di Ipiranga, la più alta onorificenza del governo regionale. È poi comparso sul palco della convention del Partito liberale come una star, con le mosse scalmanate di sempre e un’enorme forbice al posto della motosega per brandire lo spettro del grande pericolo comunista: «Credo fermamente che non ci sia nessun altro come lui in grado di porre fine al rischio Lula che incombe sul Brasile». Durante il suo intervento, Milei ha poi definito Lula un «ladro», un «carcerato» e «spazzatura socialista». Il presidente argentino ha anche accusato il capo dello Stato brasiliano di aver cercato di influenzare le elezioni argentine del 2024.

Immediata la reazione del Partito dei lavoratori di Lula: «È inammissibile che un capo di Stato straniero venga nel nostro Paese e si rivolga in termini irrispettosi alle sue istituzioni». Sarebbe stato meglio, proseguiva la nota, che si fosse fermato in patria per concentrarsi sui gravi problemi del suo Paese. Ore dopo, il Brasile ha richiamato il suo ambasciatore da Buenos Aires per consultazioni in seguito agli «insulti» rivolti dal presidente argentino.

È evidente che è solo l’inizio e che sulla partita elettorale si giocherà una guerra sporca. D’altronde è l’obiettivo esplicito dell’agenda “America First” del segretario di Stato Marco Rubio: concentrarsi sul continente americano per ottenere svolte di governo in direzione Maga. Una strategia che ha già dato frutti in Ecuador, Cile e Colombia. Ma è il Brasile, e l’eredità di Bolsonaro, ciò che sta veramente a cuore a Trump. È del fine settimana, infatti, la notizia anticipata dal Washington Post secondo cui gli Usa si preparavano a mandare degli emissari in Brasile, in vista delle elezioni del 4 ottobre, per mettere in discussione il sistema elettorale del Paese. La delegazione del Dipartimento di Stato americano, che sarebbe dovuta partire per Brasilia nei prossimi giorni, includeva i funzionari nominati da Trump Riley M. Barnes, assistente segretario, e Samuel Samson, vice assistente segretario. Ma il consolato brasiliano ha poi negato loro i visti.
“Entro la fine dell’anno, formuleremo la nostra proposta, poi dirà Crosetto come investirli”, ha dichiarato il vicepremier alle Commissioni Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato.

(ilfattoquotidiano.it) – Prima lo scontro tra i ministri Guido Crosetto e Giancarlo Giorgetti, poi – pochi giorni fa – il titolare dell’Economia durante il Question time a Montecitorio aveva detto che sull’ipotesi di utilizzo dei fondi S.A.F.E. (Security for Action Europe) “deciderà il Parlamento“. Alla fine però il governo ha deciso, almeno secondo quanto annunciato dal vicepremier Antonio Tajani: “Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno, formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo”, ha dichiarato il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia intervenendo nel dibattito nel seguito dell’informativa sugli esiti del Vertice Nato di Ankara resa col ministro della Difesa Guido Crosetto alle Commissioni Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato.
Nei mesi scorsi si era fatta strada l’ipotesi di accedere allo strumento Ue (che fornisce agli Stati prestiti a tassi molto agevolati per aumentare l’acquisto di armamenti) ma in misura ridotta rispetto a quanto richiesto a luglio del 2025. Tajani però cita 14,9 miliardi, quindi l’intera cifra. Parlando alla Camera mercoledì scorso il ministro Giorgetti aveva fatto riferimento alla necessità di “fare chiarezza” su “tutti gli aspetti connessi all’utilizzo di Safe per addivenire quanto prima ad una decisione di Parlamento e governo sulla strada da intraprendere ora e nei prossimi anni”. Elencando gli aspetti positivi dello strumento (“come il periodo di pre-ammortamento o un tasso di interesse vantaggioso”), il ministro dell’Economia aveva messo però in guardia dai rischi: “L’utilizzo di Safe non ha solo benefici: andranno valutati tutti aspetti dell’altra faccia medaglia, cioè un inevitabile appesantimento burocratico e la condivisione delle scelte con gli altri partner europei che l’hanno attivato”, ha spiegato.
Crescono FdI e Lega. Avs unico col segno più tra i partiti dell’opposizione

(repubblica.it) – Fratelli d’Italia cresce, Pd e M5S in calo. Futuro Nazionale di Roberto Vannacci continua a salire e si avvicina a Forza Italia. Avs unico col segno più tra i partiti dell’opposizione. Sono le novità del sondaggio Swg che per il Tg La7 fotografa le intenzioni di voto in caso di elezioni ieri, lunedì 27 luglio.

Fratelli d’Italia, sempre primo partito, guadagna lo 0,1% e arriva al 27%. La formazione guidata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aumenta il vantaggio sul Pd della segretaria Elly Schlein. I dem cedono lo 0,2% e scivolano al 20,9%. Calo analogo per il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, ora al 12,9%. Forza Italia perde lo 0,1% e ora vale il 7,6%. Prosegue la crescita di Futuro Nazionale: il partito di Vannacci guadagna ancora lo 0,2% e si attesta al 6,9% staccando Verdi e Sinistra, che crescono dello 0,1% e arrivano al 6,5%. Passo avanti anche per la Lega di Matteo Salvini, dal 5,5% al 5,7%.

Più staccate Azione di Carlo Calenda (3,4%) e Italia Viva di Matteo Renzi (2,3%). Seguono +Europa (1,2%), Noi Moderati (1%), Sud chiama Nord (1%) e Ora! (1%).

(Giancarlo Selmi) – Malagò non è una persona. È un principio attivo. Una sostanza della politica, dello sport, del sottobosco istituzionale e del galleggiamento nazionale. C’era prima del CONI, prima della Repubblica, probabilmente prima anche della ruota. Alcuni archeologi sostengono di averne rinvenuto tracce già nel paleolitico superiore: una figura vagamente sorridente, ben pettinata, intenta a presiedere una riunione tra cacciatori e raccoglitori per la governance della selce. D’altronde Malagò non si limita a esistere: presenzia.
E quando non presenzia, viene evocato. Come il prezzemolo, ma con più relazioni. Come l’attaccatutto, ma per le poltrone. Come il WD-40, ma per i gangli del potere. Ottimo per Associazioni, Federazioni, Comitati, Giochi olimpici. Cigola un ente? Malagò. Si inceppa una federazione? Malagò. C’è da traghettare, commissariare, rappresentare, benedire, inaugurare, sponsorizzare, rassicurare, rinviare, mediare, galleggiare? Sempre lui: Malagò multiuso. Esiste in varie formulazioni. C’è il Malagò classico, ideale per enti, fondazioni, comitati, tavoli, tavolini e sottotavoli. Poi il Malagò cremoso, spalmabile sul pane istituzionale, noto anche come Philamalagò, ottimo per colazioni di sistema e aperitivi bipartisan.
Infine, il celeberrimo Malagò liquido, che stura lavandini, sblocca carriere, lucida curriculum e rende presentabile perfino l’ennesimo “progetto di rilancio” con piano pluriennale incorporato, roba che Breznev al confronto sembrava uno da mordi e fuggi. Avete un condominio allo sbando? Chiamate Malagò. Con lui l’assemblea non sarà più una noiosa rissa tra il pensionato del secondo piano e il giustiziere dei bidoni dell’umido. No. Diventerà un vertice strategico di altissimo profilo, con visione, mission e forse perfino una cabina di regia.
Il rompicoglioni del primo piano, quello che minaccia querele perché qualcuno ha parcheggiato due centimetri oltre la striscia, verrà fissato da Malagò e si trasformerà all’istante in una persona mite, sorridente e collaborativa. Che potrete all’occorrenza usare come lavastoviglie. Si è rotto il termosifone? Il vetro? La dentiera della suocera? Avete una colica, l’alluce valgo, una lite familiare, un mutuo, una crisi identitaria o ansia da prestazione? Niente panico: c’è lui, Pronto Intervento Malagò.
E nei casi disperati, Malagò dà il meglio. Dall’uomo in impermeabile sul cornicione, al leghista alle prese con il congiuntivo, dal torneo di bocce di Ponte sul Buco alla Presidenza Onoraria dell’Associazione Faunisti un po’ Vegani, lui è sempre il profilo giusto. Perché in Italia non serve essere competenti in qualcosa: basta essere compatibili con tutto. E infatti Malagò va bene ovunque. Presidente, traghettatore, garante, federatore, mediatore, supervisore, civilizzatore, ricollocatore di ex glorie bollite.
Sponsor di annunci enfatici su trattative improbabili con allenatori stellari che spesso scoprono la notizia dai giornali, salvo poi ripiegare su un tecnico che in carriera non ne ha azzeccata una neanche per sbaglio. Ma sempre con metodo, prudenza, senso delle istituzioni e soprattutto con un sano piano pluriennale. In pieno ossequio alla meritocrazia, naturalmente: quella che in Italia consiste nel collocare, con stipendi milionari, l’amico dell’amico. Per poi magari, sul più bello, non fare più nulla. Perché il tipo è una pippa? No, perché “ha stato Putin” e hanno alzato la voce Calenda e Picierno.
Che meraviglia, l’Italia.
Il Paese in cui il talento è opzionale, ma la cooptazione è una scienza esatta. Il Paese in cui per ogni problema non si cerca una soluzione, ma un nome gradito ai più. E quel nome, prima o poi, è sempre lo stesso. Non uomo, non mito, non leggenda: è semplicemente Malagò. L’unico vero materiale da costruzione della Repubblica. Altro che cemento armato.

(Andrea Zhok) – Mi spiace per Pirlo, ma con tutto il rispetto stiamo sempre guardando la guarnizione della torta dimenticando la torta.
E la torta è che siamo già de facto in guerra con la Russia.
Nel 21° pacchetto di sanzioni l’UE, e dunque anche l’Italia, ha approvato un meccanismo che permette di confiscare e vendere il petrolio russo proveniente dalle petroliere intercettate, senza risarcimenti. In sostanza, è una dichiarazione che approva ufficialmente la pirateria di stato.
Questo è l’esatto equivalente della “guerra da corsa” che l’Inghilterra elisabettiana conduceva contro la Spagna: i corsari inglesi erano navigatori autorizzati dalla regina Elisabetta I ad assaltare le navi e i porti della Spagna. Si trattava di atti di guerra, senza distinguo, senza se e senza ma.
L’unica ragione per cui la Russia non ne trae le dirette conseguenze è che al momento non le conviene aprire un fronte ulteriore, nel momento in cui resta aperto il fronte ucraino.
La scommessa UE è che la Russia non riuscirà mai a chiudere questo fronte, che l’Ucraina continuerà a tempo indeterminato a tenere occupate ingenti risorse militari russe e che perciò riusciremo a continuare indefinitamente a fare la guerra alla Russia da lontano, senza pagare dazio, senza che i nostri porti saltino in aria, senza che le nostre infrastrutture vadano in pezzi, senza che le nostre navi vadano a picco.
È una scommessa insensata oltre che impossibile da vincere.
Di fronte alla nuova riconfigurazione dei rifornimenti all’Ucraina, la Russia ha avviato un’escalation, cominciando a distruggere sistematicamente il sistema portuale ucraino, risparmiato finora. È il segno che le cautele iniziali con cui era stata avviata l’“Operazione speciale” sono oramai cadute.
Questo, che è un segno di difficoltà del fronte russo, è il peggior segnale possibile per l’Europa, e solo l’imbecillità delle nostre classi dirigenti non ne comprende le implicazioni. Più la Russia è in difficoltà, minori saranno gli scrupoli con cui la guerra verrà esercitata.
La possibilità che la Russia si lasci quietamente logorare fino alla dissoluzione è il sogno bagnato della von del Leyen, ma non accadrà mai. Il giorno in cui qualcuno in Russia dovesse ritenere che un rischio del genere si affaccia concretamente alle porte, l’opzione nucleare sarebbe immediatamente messa in campo, con NESSUNA POSSIBILITÀ che avvenga una replica (gli USA ci hanno da tempo lasciato il cerino in mano; e chi pensa che verrebbero in soccorso per un attacco all’Europa affrontando una guerra nucleare frontale, deve cambiare pusher). Ovviamente il giorno in cui si romperà il tabù, invalso dopo il 1945, dell’uso del nucleare militare, si apriranno le cataratte del cielo e dell’inferno.
Stiamo lavorando attivamente per la nostra distruzione, e il fatto che questa comporti potenzialmente anche una distruzione globale non dovrebbe essere una consolazione per nessuno.
Rompendo ogni possibilità intesa pacifica col M5S, Schlein va dritta all’obiettivo ossia la leadership. Felici i ‘riformisti’ del Pd, Calenda e lo spirito di Draghi

(Renzo Parodi – ilfattoquotidiano.it) – Una bomba? Di più. Un missile balistico lanciato da Elly Schlein nel suo stesso campo di gioco. L’intervista della segretaria del Pd al Foglio di giovedì semina il terreno dell’intesa di mine e trappole micidiali. Forse il vero obiettivo è proprio questo. Far saltare l’accordo elettorale con Giuseppe Conte e liberare il campo dal fastidio di un competitor agguerrito nella corsa alla candidatura del campo largo.
Il Pd, ha promesso Schlein, appoggerà incondizionatamente l’Ucraina nella guerra con la Russia, confermando l’invio di armi a Kiev. Un bellicismo proprio all’Europarlamento del gruppo piddino. “Putin ha violato il diritto internazionale con un invasione criminale”: ergo va ricercata “una pace giusta dal punto di vista dell’Ucraina, come ripete spesso il presidente Mattarella”. Israele e gli Usa cosa hanno fatto in Palestina e in Iran? Cerasa, il, direttore-intervistatore si è scordato di domandarglielo… Esultano i “riformisti” del Pd (Quartapelle, Delrio, Fassino, Gori & C). Va in un brodo di giuggiole la fuoriuscita Pina Picierno, tra i più ferventi sostenitori di Kiev.
Schlein ha riaperto la porta dell’alleanza progressista al renitente Carlo Calenda, il quale peraltro annaspa alla ricerca di spazio al centro. “Da parte mia nessun veto”. Ha evocato lo spirito di Mario Draghi incoronandolo come il demiurgo che salverà l’Europa riportandola a nuova vita. Con lui Schlein ha interlocuzioni continue e Draghi le dà corda, spera che un Parlamento dominato dal centrosinistra lo chiami a salire al Quirinale. Fossi Elly starei attenta a fidarmi… Si dà il caso che non basti assicurarsi l’appoggio dell’establishment finanziario, industriale e politico. Per vincere le elezioni servono i voti di quegli elettori che all’epoca la spedirono sulla sedia bollente di segretaria del Pd. Gli elettori di sinistra storcono il naso all’idea di imbarcare Renzi, figurarsi Calenda. Non le perdonerebbe la definitiva conversione centrista. Area questa presidiata da Forza Italia e hai visto mai che alla fine dei giochi, in caso di impasse, non salti fuori un governo delle larghe intese… Meloni tocca ferro.
Rompendo ogni possibilità intesa pacifica col M5S, Schlein ha fatto la mossa regina sulla questione della candidatura al ruolo di anti-Meloni. Schlein si è convinta di potere anzi di dovere correre alla testa della coalizione progressista. Il Pd ha più voti di tutti. Perché dovrebbe cedere il passo a Conte? Il Programma di governo? A settembre: vedremo, faremo, diremo. Intanto Schlein annacqua, stempera, si tiene aperte tutte le porte. Guarda al centro. Va dritta all’obiettivo.
Se si arriva allo showdown finale, delle due l’una. O Schlein vince il braccio di ferro con Conte e si impone magari attraverso primarie di coalizione. Oppure Conte resiste e rilancia e allora lo stallo si incancrenisce. Risalirebbe in cattedra l’ipotesi del papa straniero e il nome sarebbe Silvia Salis, sindaca di Genova da poco più di un anno. Lei ha chiarito di essere stata eletta per fare il sindaco di Genova per cinque anni. Wanda Marra sul Fatto Quotidiano ha scritto di un libro-programma in uscita il 12 ottobre per Feltrinelli e un tour di lancio della candidatura in preparazione in giro per l’Italia.
La nuova elegge elettorale entrerà in vigore presto o tardi, comunque in tempo per andare elle urne primavera del 2027. E’ certo che il Melonellum verrà dichiarato incostituzionale per manifesto contrasto con l’art.92 della Costituzione che riserva al presidente della Repubblica la nomina del presidente del Consiglio. Ma intanto si voterà con questo.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Il disastro Pirlo non è solo la maniera più mitologicamente fantozziana che Malagò poteva inventarsi al debutto (debutto?), ma è pure l’ennesimo orrore partorito dal calcio italiano. Da sempre il mondo del pallone incarna al meglio il peggio della politica nostrana, ma qui si stanno toccando picchi inimmaginabili di incapacità, amoralità, ipocrisia e tafazzismo. La fredda cronaca.
Il gattopardo. Per uscire da una crisi che ci ha regalato tre mondiali senza qualificazioni (in mezzo a un Europeo vinto non si sa come), il calcio italiano pensa bene di “rinnovarsi” puntando sul nome più polveroso, furbino, antiquato e politicamente bolso: ovvero Giovanni Malagò, l’eterno gattopardo, buono per tutte le stagioni (soprattutto quella renziana). Puntare su di lui per “rinnovare” sarebbe come puntare su Vannacci per insegnare ai giovani l’antifascismo. Daje!
[…]
Maquillage. Per fingersi nuovo, Malagò punta su uno dei nomi più popolari in Italia, Paolo Maldini, che a sua volta chiede di farsi affiancare da Leonardo per riformare radicalmente l’ambiente. Maldini, che come dirigente resta insondabile ma che di sicuro conosce tutti, punta su Guardiola. Nome suggestivo, ma ovviamente impossibile, anche solo per il fatto che Pep è un allenatore e non un ct, e la sua meticolosità non potrebbe mai sposarsi con un ruolo che gli garantirebbe al massimo i giocatori (peraltro di scarsa qualità) per due-tre giorni ogni due mesi. Guardiola rifiuta, perché ha promesso alla sua famiglia di fermarsi un po’ e – soprattutto – perché passare dal Manchester City a questa nazionale sarebbe masochismo inaudito. La stampa italiana lo critica perché avrebbe chiesto 10 milioni di euro l’anno (qualcuno scrive 20). Comunque pochi, per uno che sarebbe dovuto passare da Haaland a Bastoni: nessuno merita un contrappasso così atroce.
Pirlate. La situazione degenera in farsa. Maldini e Leonardo puntano su Pirlo, da sempre loro amico e pupillo, solo che c’è un problema: non lo vorrebbero come giocatore (in questa squadra giocherebbe titolare pure da fermo), ma come allenatore. E da allenatore Pirlo ha dimostrato poco poco. Tanto valeva tenersi Baldini: costava di meno, era più esperto e probabilmente persino più motivato e popolare.
La dura legge della Picierno. La scelta di Pirlo non convince nessuno, e i motivi per non avallarla sono molteplici. Due su tutti: la poca esperienza come allenatore (difficile esaltarsi per le sue esperienze con Juve e Samp) e il possibile conflitto di interessi (suo figlio e il figlio di Maldini si stanno facendo le ossa come procuratori). Abodi borbotta, ma Malagò non fa una piega: mugugna, ma sembra orientato ad appoggiare un quadriennale da 1 milione e mezzo l’anno per Pirlo. Qui però arriva il capolavoro: a far saltare il banco sono la Picierno, Calenda e tutti quelli che vedono “putiniani” ovunque. Perché? Perché Pirlo è testimonial di un’agenzia di scommesse russe e quindi, essendo fiancheggiatore del Male, non può allenare l’Italia. Ora: chi scrive vieterebbe le scommesse e ancor più le pubblicità sulle scommesse, siano esse interpretate da Pirlo, Totti, Toni, Abatantuono eccetera. Italiane, russe, venusiane: tutte. Sono moralmente abominevoli. Ma far saltare il contratto del ct della Nazionale perché lo ha detto la Picierno, e far credere che Pirlo (che si intende di politica come Bocchino di previsioni) sia putiniano, è tanto surreale quanto vagamente imbecille. E invece è esattamente ciò che accade.
Gran finale. Pirlo fa sapere che non è più candidato come allenatore azzurro, Maldini si chiama già fuori, Malagò sogna Mancini (per premiarlo di avere sfanculato tre anni fa proprio la Nazionale), Palladino o Thiago Motta, la serie A vuole Conte e tutto non potrebbe andare peggio di così. Un capolavoro autentico. Ma chiuderlo una volta per tutte ‘sto calcio, no?
LA FIRST LADY E BARRON NEL MIRINO IRAN, SUI SOCIAL IL VIDEO ‘COME UCCIDERE MELANIA’
(ANSA) – NEW YORK, 27 LUG – “Dove uccidere Melania”. E’ il titolo del video, che circola sui social e attribuito all’Iran, per incoraggiare i sostenitori del regime ad assassinare la First Lady. Nel mirino c’è anche Barron, il figlio 20enne di Donald Trump.
Nel filmato – riporta il New York Post – si vede l’auto con la scorta di Melania e si indicano alcuni dei negozi dove la First Lady fa shopping, notando come potrebbero essere dei luoghi per un’azione dei “global fighter per la libertà”. Nel video si suggerisce anche un agente nervino per avvelenare gli abiti acquistati dalla First Lady. Alla fine del filmato è minacciato anche Barron: “Questo è solo l’inizio. Barron Trump aspettaci”.
NYT, ‘GUERRA IN IRAN ENTRA NEL SESTO MESE, C’È PROFONDA INCERTEZZA’
(ANSA) – La guerra in Iran entra “nel sesto mese e in un periodo di profonda incertezza. Dopo due settimane di attacchi e contrattacchi, Trump ha per ora evitato una escalation.
Ma molti nodi fra le due parti restano irrisolti”. Durante il conflitto, riporta il New York Times, si sono avute “molte perdite”: le stime parlano di almeno 1.700 civili iraniani uccisi nei raid che hanno devastato l’infrastruttura dell’Iran. Le vittime americane sono 18 in una guerra che il Pentagono è stimata finora costare 37,5 miliardi.
AXIOS, ‘PER FUNZIONARI USA SANZIONI ALL’IRAN FANNO PIÙ MALE DEI RAID’
(ANSA) – Le sanzioni possono causare alla fine più danni dei bombardamenti al regime dell’Iran. Lo hanno riferito alcuni funzionari americani ad Axios, mettendo in evidenza come le informazioni di intelligence indicano una profonda crisi economica nel paese.
“Gli iraniani vogliono fermare i bombardamenti e voglio soldi. Ma nell’ordine inverso, vogliono prima i soldi”, ha osservato un funzionario americano. Secondo gli 007, all’Iran mancano i soldi per pagare le truffe e la benzina e il rischio è che ci sia una corsa alle banche per ritirare denaro.
SONDAGGIO, SOLO UN AMERICANO SU TRE SOSTIENE LA GUERRA IN IRAN
(ANSA) – Solo un americano su tre sostiene la guerra in Iran. E’ quanto emerge da un sondaggio Reuters-Ipsos, secondo il quale la percentuale è la più bassa da quando sono iniziate le rilevazioni cinque mesi fa.
Il sondaggio rivela che inoltre che Donald Trump è salito nei sondaggi di 3 punti al 37% e che il 69% degli americani ritiene che il presidente non abbia chiaramente spiegato gli obiettivi del coinvolgimento milutare americano in Iran.

(estr. di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] – La legge elettorale è ora in Senato (As 1971). È ingegnerizzata per far passare le esigenze di maggioranza tra le maglie (larghe) poste dalla Consulta. Ma l’ingegneria non basta. Vediamo, senza pretesa di completezza, alcuni punti principali.
[…] Anzitutto il premio. Si sente la critica che 105 seggi (70+35) sono troppi. Ma la dimensione del premio è analoga a quella già avallata dalla Corte nella sentenza 35/2017. Il dubbio di costituzionalità viene piuttosto dalla struttura a cifra fissa. Per la Corte il premio è accettabile perché funzionale a governabilità e stabilità, ma deve comunque osservare canoni di proporzionalità e di necessità nel sacrificio della rappresentatività, nonché di idoneità rispetto al fine. Nel modello considerato dalla Corte il premio aggiunge seggi nella misura (variabile) necessaria a conseguire il risultato, e decresce all’aumentare del voto del vincente. È la struttura del Porcellum, dell’Italicum, delle leggi elettorali oggi vigenti per le assemblee regionali e locali. Nell’As 1971, invece, i 70+35 seggi sono un contingente predeterminato. Ne segue che il danno alla rappresentatività può eventualmente essere anche maggiore del necessario. Per di più, il premio è garantito integralmente in ogni scenario. Così, se mancano candidati si attinge ai listini, se manca capienza il seggio migra altrove, in coalizione può passare da una lista all’altra. I seggi del premio non seguono i voti. Non è affatto certo che questo impianto rientri nei canoni stabiliti dalla Corte.
Veniamo alle liste bloccate. Attualmente il blocco comprende listini di collegio e premio. Ma i seggi del premio compongono in realtà un listone unico, e vanno comunque a candidati che l’elettore non vota, e in larga parte nemmeno vede, perché il premio non ha un voto proprio. Se poi l’emendamento Bignami bocciato in Camera viene ripresentato e approvato, i nomi in cima ai listini – se il premio scatta – non sono quelli che entrano con i listini. Le pluricandidature accentuano l’effetto negativo, e il seggio può spostarsi tra liste e territori. Non c’è garanzia che l’elettore sappia con certezza chi elegge, e dove. Quindi che il listino sia breve non basta di per sé per una assoluzione. Si aggiunga che solo una minoranza dei parlamentari sarebbe di fatto scelta con le preferenze, essenzialmente con i partiti maggiori. Alla fine, l’unica garanzia è che il parlamento rimanga in prevalenza di nominati.
[…] Quanto al Senato, il premio è calcolato su cifra nazionale, anzi bicamerale perché metà del titolo sta nei voti dell’altra Camera, e distribuito tra le regioni qualunque sia l’esito regionale. Se in una regione prevale la coalizione A ma nazionalmente vince B, i seggi del premio in quella regione vanno a B. Un premio ai perdenti. Non a caso, l’art. 6 dell’Ac 1921 sul premierato, approvato dal Senato in prima lettura e ora in coma vegetativo in Camera dei deputati, aggiunge all’art. 57 Cost., che prevede per il Senato una base elettorale regionale, la formula “salvo il premio su base nazionale”. Una modifica che la stessa maggioranza ha ritenuto necessaria per raggiungere l’obiettivo che ora invece persegue con legge ordinaria.
Infine, l’obbligatoria indicazione nella documentazione elettorale del premier, a pena di ricusazione del contrassegno, fatte salve le prerogative del Presidente della Repubblica. Salvo, altresì, il divieto di mandato imperativo ex art. 67. Ma proprio quest’ultimo richiamo disvela l’irrilevanza giuridica dell’individuazione del premier, che non vincola in alcun modo i parlamentari nell’indicazione che danno al Presidente nelle consultazioni. Una previsione coercitiva nel mezzo, inoperante nel fine. Né gioverebbe cancellare il richiamo all’art. 67, che rimarrebbe comunque parametro prevalente e applicabile. E allora perché? Solo per creare un problema al centrosinistra.
Le fibrillazioni nella maggioranza sono ancora alte, in specie su preferenze e rappresentanza di genere. Incombe Vannacci, ed è un vero paradosso per Meloni che la migliore strategia di riduzione del danno sarebbe cancellare dalla legge elettorale ogni correzione maggioritaria. I tempi slittano. Potremo allora ricordare che tornerà in Cassazione il Rosatellum, nel contesto di eccezioni di incostituzionalità sollevate (ord. 28511/2025, giudizio Palumbo ed altri contro Presidenza del Consiglio). Cogliamo nell’ordinanza che i giudici guardano al “complessivo meccanismo che emerge dalla legge elettorale”. È un approccio che bene si applicherebbe anche al Melonellum, i cui vizi sono di sistema, e seguiremo con interesse. Ma il giudizio pende dal 2018, e dimostra che la via verso la Consulta può essere lunga e lenta. Per la riforma in discussione è probabile ci si giunga dopo il voto. La battaglia politica verrà prima di quella giuridica.