Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Kristi Noem, la “Ice Barbie” che sparò al suo cane e ora caccia i migranti in Usa


Le sue comparsate in tenuta mimetica superaderente e gli occhi di ghiaccio le hanno valso il nomignolo: un gioco di parole con la sigla dell’Immigration and Customs Enforcement che guida

Kristi Noem, la “Ice Barbie” che sparò al suo cane e ora caccia i migranti in Usa

(di Anna Lombardi – repubblica.it) – Le sue comparsate in tenuta mimetica superaderente fra gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, le hanno procurato il nomignolo di “Ice Barbie:” gioco di parole fra la sigla della polizia antimigranti e lo sguardo di ghiaccio ostentato. Che Kristi Noem — l’ex governatrice del Sud Dakota che in pieno Covid si distinse per le posizioni no-mask, così fedele da essere scelta alla guida dell’Homeland Security — sia una donna di ghiaccio, è il mito da lei stessa nutrito: non solo con foto d’impatto come quella in cui posa davanti a una gabbia piena di detenuti seminudi.

Ma col racconto di come uccise a sangue freddo il suo cucciolo di pointer Cricket, troppo «irrequieto», e pure una capretta «troppo brutta» nella sua autobiografia. Aneddoti scelti per sottolineare la sua capacità di intraprendere scelte dure e portare a termine, se necessario, «lavori raccapriccianti».

Quei racconti, all’epoca, indignarono così tanto i compagni di partito da farle perdere la chance di fare la vicepresidente. Anche a Minneapolis la responsabilità del lavoro sporco è sua. Ameno per ora, l’amico Trump gliel’ha fatta passare liscia.


Ice in Italia, Palazzo Chigi incassa un nuovo sgarbo dall’alleato americano


L’esecutivo fa l’ultimo tentativo di limitare la presenza della controversa agenzia, ma i trumpiani vogliono la vetrina mondiale

Ice in Italia, Palazzo Chigi incassa un nuovo sgarbo dall’alleato americano

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – L’ultimo tentativo di frenare l’operazione “Ice in Italia” lo porta avanti Matteo Piantedosi, il ministro reduce da smentite, rettifiche, ritrattazioni e imbarazzi. Niente da fare, comunque: nonostante l’incontro tra il titolare del Viminale e l’ambasciatore americano a Roma, gli agenti appartenenti alla contestata agenzia federale faranno parte del sistema di sicurezza per le Olimpiadi di Milano-Cortina. E d’altra parte, è esattamente quello che la Casa Bianca vuole fin dall’inizio, come ammettono fonti italiane di massimo livello a conoscenza del dossier: mostrare al mondo che l’Ice è corpo di fiducia dell’amministrazione, gode a pieno titolo di una vetrina internazionale e che, soprattutto, non finirà in panchina per un veto alleato. Un approccio ruvido, molto trumpiano. Una scelta vissuta nell’esecutivo come uno sgarbo. Consapevole, insensibile all’imbarazzo di un Paese amico. Se ne ragiona da 48 ore a Palazzo Chigi, al Viminale, alla Farnesina. Sottovoce, perché nessuno arriva apertamente a opporsi. Il tentativo, semmai, è contenere il danno. Ricevendo però una, due, tre porte in faccia.

L’effetto assume venature paradossali. Ancora ieri, per dire, il governo si esprimeva in modo dissonante. Tesi diverse pronunciate negli stessi minuti e nello stesso luogo da due ministri. Reduce dalla Giornata della memoria al Colle, Piantedosi nega addirittura la presenza dell’Ice: «Che ruolo avranno? Nessuno, perché non ci saranno». Ci sarà però, aggiunge, una squadra dell’Homeland security investigations, che dipende proprio dall’Ice. Si allontana intanto dal Colle anche Antonio Tajani, confermando invece l’unica cosa vera di questa storia, per di più già ufficializzata dall’amministrazione Usa: «Ci saranno tre o quattro di loro nella sala operativa».

Confusione, assenza di una comunicazione coordinata. Pasticci. E necessità di prendere tutte le precauzioni per ammortizzare la presenza dell’agenzia contestata, senza però strappare. La ragione è chiara e diventa oggetto di un dibattito intenso ai vertici di governo e intelligence: non possiamo sfidare Washington. Non è possibile farlo per ragioni politiche e operative. Agli americani, per dire, si sono rivolti gli italiani soltanto pochi giorni fa, per favorire la liberazione di Alberto Trentini. Solo un esempio, tra tanti, con cui deve fare i conti Giorgia Meloni.

E però, il caso Ice mostra anche una crepa diplomatica con cui la leader è ormai costretta a fare i conti da diverse settimane. Accompagnata da un imbarazzo crescente, per certi versi insostenibile, eppure necessariamente destinato a restare per lo più sottotraccia. Le riflessioni del cerchio magico meloniano attorno all’amministrazione Trump, quelle almeno che è possibile registrare da ormai un mese, sono infatti un misto di sconcerto e rassegnazione rispetto all’affidabilità dell’attuale amministrazione Usa. Un disincanto inespresso, per ragioni di opportunità politica. Semmai, la speranza – sostenuta a mezza bocca, mai ufficialmente – è quella che il deep state americano imbrigli il presidente, prima che le elezioni di medio termine di novembre lo azzoppino del tutto. È la tesi che la delegazione tedesca di Friedrich Merz ha consegnato informalmente agli italiani, durante il recente bilaterale a Roma.

Il risultato, comunque, è un equilibrismo sempre più faticoso. I dazi ventilati dagli Usa agli europei dopo la minacciata invasione della Groenlandia hanno messo a dura prova Meloni, che ha reagito contestando «l’errore» di Trump e frenando però su ritorsioni doganali Ue. Fino allo schiaffo del tycoon ai militari alleati, che sarebbero rimasti lontani dal fronte in Iraq e Afghanistan. In questo caso, la premier ha dettato una dura nota, anche se tardiva rispetto alle proteste degli inglesi. Si è mosso anche Guido Crosetto, scrivendo all’omologo Pete Hegseth e Mark Rutte. La missiva, in realtà, sarebbe partita soltanto ieri, dopo lunga limatura e accurata traduzione. Un segnale, però, della necessità politica di insistere, senza rassegnarsi al mortificante silenzio degli Stati Uniti. Serve una ritrattazione di Washington, per riaffermare il senso di una collaborazione. L’alternativa è un nuovo, dolorosissimo sgarbo.


Giochi olimpici Milano Cortina, così agiranno gli uomini dell’Ice in Italia


La sala operativa sarà al consolato di Milano

La protesta a Minneapolis contro gli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement)

(ilsole24ore.com) – Sarà l’His, il braccio investigativo degli uomini dell’Ice, a lavorare nella sala operativa del consolato Usa a Milano, in occasione dei giochi olimpici invernali Milano Cortina che si svolgeranno a febbraio. Durante tutto l’evento – per supportare i dettagli della sicurezza diplomatica e non per condurre operazioni di controllo dell’immigrazione – entreranno in campo per gli Stati Uniti gli uomini dell’His (Homeland security investigations).

L’Ice non avrà una funzione di ordine pubblico in strada: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha incontrato l’ambasciatore Usa, Tilman J.

L’Ice in Italia: altro caso di sudditanza verso gli Stati Uniti

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – È stata ventilata la possibilità che durante il periodo delle Olimpiadi di Milano-Cortina le nostre forze di sicurezza siano affiancate da elementi dell’Ice (Immigrations and Customs Enforcement) col pretesto di proteggere JD Vance, vicepresidente degli Usa, e Marco Rubio, segretario di Stato. Dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi e tantomeno dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni è avvenuta una secca e precisa smentita su questa eventualità. Al contrario, Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, l’ha confermata anche se poi, da buon rappresentante della Lega, non quella di Bossi ma di Salvini, ha fatto qualche passo indietro. Anche solo ventilare questa possibilità, cioè che uomini dell’Ice affianchino le nostre forze di polizia, è indice, come ha notato Avs, di una perdita di sovranità sul nostro territorio. E questa è la questione principale, senza però dimenticare i metodi feroci, spietati e largamente illegali dell’Ice, contestati anche all’interno degli Stati Uniti. Dopo l’assassinio di Renée Nicole Good, è recente quello di Alex Pretty, un infermiere attivo nel campo della terapia intensiva e definito invece da Donald Trump un “terrorista”. Tutte le immagini documentano che Pretty non aveva nessuna intenzione aggressiva. Buttato a terra da quelli dell’Ice, prima è stato colpito dai gas lacrimogeni e poi freddato con dieci colpi di pistola.

La violenza dell’Ice è tale che diversi Stati Nordamericani, a cominciare dal Minnesota, dove sono avvenuti gli omicidi di Pretty e della Good, hanno chiesto che l’Ice si “levi letteralmente dai coglioni”, come avevamo scritto in un nostro precedente articolo.

L’Italia è suddita degli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale, basi americane anche nucleari sono in Italia e militari americani godono di una sorta di immunità anche quando commettono, volontariamente o per un eccesso di disinvoltura, reati di diritto comune. Non è stato mai perseguito e condannato il pilota americano “Rambo”, Richard J. Ashby, che volendo fare il fenomeno e volando a bassissima quota in territorio alpino aveva reciso le funi di una funivia provocando la morte di 20 persone. Se ne è tornato negli States e chi s’è visto s’è visto.

Non sono stati mai processati né tantomeno perseguiti i militari americani di base, soprattutto a Napoli, che periodicamente stuprano le donne del capoluogo campano.

Ed è anche inaccettabile che ci si accorga oggi e solo oggi delle violenze dell’Ice perché sono stati minacciati dei giornalisti italiani. Le violenze dell’Ice c’erano state già prima e ci saranno anche dopo tanto che qualcuno l’ha paragonata alla Gestapo, col timore che voglia indurre i suoi metodi razzisti (ma questo è fare un torto ai nazisti) anche in Italia.

Ma in questa occasione, anche solo suggerendo la presenza dell’Ice a Milano per collaborare con le nostre forze di polizia, si è superato ogni limite di decenza.

È dalla fine della Seconda guerra mondiale che l’Italia, con l’eccezione di Andreotti quando era ministro degli Esteri e per un breve periodo e molto limitatamente di Craxi, è suddita degli yankee.

Col governo Meloni, dati i legami della premier non solo con gli Usa ma anche personali con Donald Trump, questo soccombismo ha raggiunto e superato i limiti che abbiamo cercato di documentare. In Italia gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessun regime change, il regime che c’è attualmente gli basta e anche gli avanza (è stata la Meloni a definire l’aggressione al Venezuela “legittima”) ma mentre gli stessi americani denunciano le violenze dell’Ice (per cui negli Stati Uniti è in atto una quasi guerra civile con milioni di cittadini americani, bianchi, non solo neri o afro) da noi non si fa un plissé, a meno che non colpiscano giornalisti italiani. Ma solo questo fatto ci dice che noi siamo sudditi degli americani più degli stessi americani.


Maggioranza e Pd salvano Santanchè dal processo Visibilia


Offese Zeno che denunciò il bubbone Visibilia. Daniela Santanchè polverizza il campo largo. Ieri in Giunta al Senato, il Pd e Italia Viva hanno infatti votato con le destre per salvare la ministra dal processo per diffamazione nei confronti di Giuseppe Zeno, azionista di minoranza […]

Maggioranza e  Pd salvano  Santanchè: “No al processo”

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Daniela Santanchè polverizza il campo largo. Ieri in Giunta al Senato, il Pd e Italia Viva hanno infatti votato con le destre per salvare la ministra dal processo per diffamazione nei confronti di Giuseppe Zeno, azionista di minoranza di Visibilia, che con i suoi esposti aveva fatto partire l’inchiesta di Milano: per la maggioranza allargata a un bel pezzo di opposizione, le parole pronunciate da Santanchè contro il suo accusatore meritano la garanzia dell’insindacabilità delle opinioni, riconosciuta ai parlamentari dalla Costituzione affinché siano liberi nell’esercizio del loro mandato. E pace se nel caso specifico le opinioni in questione nulla abbiano a che fare con il mandato di senatrice[…]

“È una sorta di finanziere, partito da Torre del Greco che si è trasferito prima a Londra, poi in Svizzera e successivamente a Montecarlo e ora risiede alle Bahamas”. In ogni caso, “fa riferimento a inverosimili e oscure mie manovre solo dopo aver inutilmente tentato di costringermi ad accordi per me inaccettabili” aveva detto di Zeno Santanchè intervenendo dai banchi del governo il 5 luglio 2023 durante l’ora più buia della richiesta di dimissioni per via dei boatos sull’inchiesta per bancarotta e falso in bilancio. Parole pronunciate contro Zeno in diretta tv nel tentativo di difendere il suo operato di imprenditrice. Epperò per le destre, ma anche per il Pd e i renziani, il fatto che le abbia pronunciate in aula a Palazzo Madama fa scattare in automatico lo scudo riservato ai parlamentari e dunque bye bye processo. A settembre Santanchè aveva peraltro già incassato anche un altro aiutone ossia il conflitto di attribuzione, da lei sollecitato, in vista dell’udienza preliminare per un altro reato oltre al falso in bilancio per cui è già a processo: il Senato aveva infatti trascinato di fronte alla Corte costituzionale i magistrati di Milano che la accusano di truffa ai danni dello Stato per l’utilizzo della cassa Covid per i dipendenti di Visibilia. Di sicuro il processo per diffamazione finisce qui.

“Nel caso delle parole pronunciate contro Zeno, siamo di fronte al tentativo di estendere una prerogativa costituzionale oltre il suo ambito, per coprire affermazioni che nulla hanno a che vedere con l’attività parlamentare. L’insindacabilità è una garanzia funzionale dell’istituzione volta a proteggere la libertà e l’autonomia del Parlamento, non un privilegio personale del singolo parlamentare. […] E ricordo che Santanchè rappresenta una funzione pubblica di governo che deve essere adempiuta con disciplina e onore, come impone la Costituzione”, ha commentato Ada Lopreiato del M5S che, come Avs, ha votato no allo scudo accordato alla ministra e senatrice meloniana dalla Giunta del Senato che con questa decisione raggiunge un record evidenziato dalla stessa senatrice pentastellata. “Da inizio legislatura ha un tasso di ‘assoluzioni’ che sfiora il 100%. Avete approvato la riforma che sottrae il potere disciplinare al Csm perché dite che i magistrati tendono ad autoassolversi. Siate coerenti: proponete anche l’abolizione della Giunta che avete contribuito a delegittimare nei fatti”.


Aumenti di stipendio, perché chi prende meno paga più tasse?


Quanto sono tassati davvero gli aumenti di stipendio?

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Quanto sono tassati davvero i nostri aumenti di stipendio? È la domanda che ogni lavoratore si pone nel momento in cui il contratto viene rinnovato. Il motivo è che tra lordo e netto, aliquote ordinarie, bonus che non concorrono alla formazione del reddito imponibile e detrazioni che invece riducono l’imposta da pagare, capire quanto ci rimarrà in tasca è tutt’altro che immediato.
Che le imposte sugli aumenti siano elevate, e non solo quando i soldi in più comportano il passaggio a uno scaglione Irpef superiore, lo dimostra una misura contenuta nella Legge di Bilancio 2026. Per aumentare il netto in busta paga, il governo Meloni ha deciso di applicare un’aliquota agevolata del 5% agli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali del settore privato sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i lavoratori con redditi fino a 33 mila euro lordi annui (qui).

Perché il governo interviene sugli aumenti

Per comprendere i motivi della scelta, e se è davvero risolutiva, è necessario comprendere come funziona oggi la tassazione ordinaria sugli aumenti di stipendio. Una risposta arriva dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) che, nell’audizione sulla Finanziaria 2026, mette in evidenza un dato significativo: «Un aumento di stipendio del 5% costa al lavoratore quasi il 30% in più di tasse». Facciamo due conti utilizzando proprio i dati riportati nel documento dell’Upb (qui da pag. 70).

Reddito da 20 mila euro

Prendiamo un lavoratore con un reddito imponibile di 20 mila euro annui. Si colloca interamente nel primo scaglione Irpef, fino a 28 mila euro, dove l’aliquota di legge è del 23%. Ma l’imposta lorda non coincide con quella effettivamente pagata.
Con un reddito di 20.000 euro, la formula prevista dal Testo unico delle imposte sui redditi (articolo 13, comma 1-b qui) riconosce detrazioni da lavoro dipendente per 2.642,3 euro, a cui si aggiunge il bonus da 960 euro introdotto dalla Legge di Bilancio 2025 (qui art. 1 comma 4 c). In termini concreti, a fronte di un’imposta lorda teorica di 4.600 euro, il lavoratore paga in realtà solo 998 euro di Irpef, oltre quattro volte in meno.

Cosa succede quando arriva l’aumento

Arriva ora un aumento di stipendio del 5%, pari a 1.000 euro. Il reddito sale a 21 mila euro. Se l’aumento fosse tassato con la stessa aliquota media effettiva del reddito precedente, le imposte crescerebbero di poco, arrivando a 1.050 euro. Ma non è quello che accade. Su quei 1.000 euro in più scattano due meccanismi.

Il primo è immediato: sull’aumento si applica l’aliquota Irpef prevista per lo scaglione di riferimento, il 23%. Questo significa 230 euro di imposta aggiuntiva che fa salire l’imposta lorda complessiva da 4.600 a 4.830 euro.

Il secondo meccanismo è più complesso. Con l’aumento del reddito cambiano anche le detrazioni da lavoro dipendente. Il bonus Meloni da 960 euro non è più riconosciuto e viene sostituito, secondo quanto previsto dalla Finanziaria 2025, da una diversa detrazione pari a 1.000 euro (qui art. 1 comma 6 a). La formula per il calcolo delle detrazioni da lavoro dipendente produce un risultato diverso (art. 13 comma 1b qui). In questo caso lo sconto fiscale ammonterà complessivamente a 3.550,8 euro: sono 51 euro in meno rispetto agli sconti fiscali di 3.602,3 euro per il reddito di 20.000 euro. Sottraendo 3.550,8 euro dall’imposta lorda di 4.830 euro, l’imposta netta sale a 1.279,2 euro.

La differenza, come evidenziato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, è di 281 euro di imposte in più (28%), a fronte di un aumento di stipendio di 1.000 euro (5%). L’effetto non dipende dal passaggio di scaglione, ma dalla sovrapposizione di detrazioni e bonus che riducono progressivamente i benefici fiscali al crescere del reddito, anche di poco, creando al contempo evidenti distorsioni che fanno rabbrividire chi si occupa di finanza pubblica.

Gli altri redditi

Le detrazioni da lavoro dipendente si applicano al reddito complessivo e l’aumento di stipendio è ciò che fa scattare il ricalcolo dell’imposta. Con l’aumentare del reddito, le detrazioni riconosciute si riducono e l’effetto del ricalcolo diventa progressivamente meno rilevante. Vediamo, allora, cosa succede con gli altri redditi e quanto cresce in percentuale l’imposta totale.

Scaglione Irpef al 33%. Su un reddito di 30.000 euro, un aumento di stipendio del 5% fa crescere l’imposta complessiva di circa il 15%. A fronte di 1.500 euro di aumento lordo, le imposte passano da circa 4.300 a circa 4.924 euro.

Scaglione Irpef al 43%. Su un reddito di 50.000 euro, un aumento di stipendio del 5% determina un incremento dell’imposta complessiva pari a circa l’8%. Su 2.500 euro di aumento lordo, le imposte salgono da 13.700 a 14.775 euro.

Quanto resta davvero in busta paga

Alla fine, tutto si può tradurre nel netto che resta in busta paga. Quanto valgono, allora, davvero gli aumenti di stipendio?
Su 20.000 euro di imponibile, un aumento di 1.000 euro vale in realtà 719 euro netti.
Su 30.000 euro1.500 euro di aumento diventano 875 euro netti.
Su 50.000 euro2.500 euro di aumento si traducono in 1.425 euro netti.

Cosa fa il governo con la Finanziaria 2026

Con la Legge di Bilancio 2026 il governo interviene sugli aumenti di stipendio riducendo il prelievo fiscale. Abbiamo visto che gli incrementi salariali derivanti dai rinnovi contrattuali sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i lavoratori con redditi fino a 33.000 euro, saranno tassati al 5% invece che con le aliquote Irpef ordinarie.

La misura riguarda oltre 2 milioni di lavoratori del settore privato. Restano esclusi i 3,3 milioni di dipendenti pubblici, così come i lavoratori i cui contratti vengono rinnovati fuori da quel periodo temporale.

Si tratta inoltre di una misura temporanea. Dal 2027, gli aumenti contrattuali entreranno a regime nella busta paga e saranno assoggettati alle aliquote ordinarie. Il meccanismo che oggi riduce il valore netto degli aumenti tornerà quindi a operare integralmente.

L’intervento alleggerisce il prelievo nel momento della contrattazione, ma non modifica la struttura dell’Irpef. Il problema viene rinviato di un anno, non risolto.

dataroom@corriere.it


Karoline, la bocca che le spara grosse


La giovane portavoce di Trump, Leavitt, è convinta d’essere autorizzata a dire ciò che vuole

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – «Ho detto qualcosa che non va?». «Con quella bocca può dire tutto ciò che vuole», diceva un ammiratore in un vecchio Carosello del dentifricio Chlorodont dove si rendeva omaggio alla sobria bellezza di Virna Lisi che si fingeva a un po’ svampita. Anche la giovane e bionda portavoce di Trump, Karoline Leavitt, evidentemente, è convinta d’essere autorizzata a dire ciò che vuole. Anche le cose più offensive, assurde, insopportabili. E ne approfitta quotidianamente.

 Basti ricordare quanto disse in tivù a Fox News in occasione dell’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York: «Il principale elettorato del Partito Democratico è composto da terroristi di Hamas, immigrati clandestini e criminali violenti. È a loro che si rivolge il Partito Democratico». Indimenticabile la risposta a un cronista reo d’aver fatto una domanda impertinente: «Trovo divertente che tu ti consideri davvero un giornalista. Sei un pennivendolo di estrema sinistra che nessuno prende sul serio (…) Smettila di mandarmi le tue domande false, di parte e piene di stronzate». «Se dovesse essere valutata in base alla concezione tradizionale del suo ruolo, sarebbe gravemente insufficiente. Ma se invece ci si basa sui criteri attuali, che consistono nell’accontentare Donald Trump, merita 30 e lode», ha detto al Wall Street Journal Joe Lockhart, ex portavoce di Bill Clinton: «Parla sempre e solo ai “suoi”, non le interessano gli altri, perché non ne ha bisogno per mantenere i Repubblicani al potere». Per dirla col Guardian, ironico sul paragone col servilismo verso l’«adorato Kim Jong-Il»: appena nominata è «entrata subito in modalità Corea del Nord».

Per capirci: Trump ha sempre ragione. Sempre. Al punto che dopo le roventi polemiche sull’uccisione a revolverate della pacifista disarmata Renee Good a Minneapolis, ripresa da troppi video perché fosse smentita, ha detto: «L’Ice svolge un lavoro incredibilmente importante, non solo per la nostra sicurezza e questa amministrazione continuerà a sostenere con tutto il cuore i coraggiosi agenti, compreso quello di Minneapolis che ha agito in modo assolutamente giustificato per legittima difesa contro una pazza». E le dieci pallottole nella schiena di Alex Pretti? «Il governatore Walz e il sindaco Frey hanno vergognosamente impedito alla polizia locale e statale di collaborare con l’ICE, inibendo attivamente gli sforzi per arrestare i criminali violenti». Non una parola di rincrescimento, non una di dolore.


Gli sgherri alle Olimpiadi


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Anche se Tajani non ce lo spiegava, lo sapevano già da soli che gli uomini dell’Ice in arrivo in Italia per le Olimpiadi non saranno mascherati e non spareranno agli slalomisti che non si fermano all’alt. Magari avranno perfino modi educati, che nell’America di Trump sta diventando un’eccezione, anzi una stravaganza. Ma non è questo il punto.

Il punto, altamente simbolico, fortemente politico, è che quella milizia di sgherri strapagati, politicamente non neutrali, al servizio del potere e non del cittadino, è mal voluta da chiunque sappia distinguere la prepotenza dal diritto. E se non è diventato pura retorica, se ne rimane almeno qualche briciola, anche il contesto olimpico non si direbbe il più adatto a reggere la presenza di una milizia brutale e arrogante. Già, lo spirito olimpico: si fermavano le guerre, nell’antica Grecia, quando c’erano le Olimpiadi. La violenza spiccia e sanguinaria cedeva il campo, sia pure per un attimo, alla competizione tra gli atleti arrivati da ovunque. Si faceva pace nel nome di quello che un giorno si sarebbe chiamato sport.

Si sa che le Olimpiadi (come lo sport nel suo insieme) sono diventate un business. Ma nel nome di quel poco, forse pochissimo che rimane dello spirito olimpico, anche se nessuno osa sognare che anche le Olimpiadi moderne siano l’occasione giusta per fermare le guerre: che accidenti c’entra l’Ice, con il suo spirito di sopraffazione, con le Olimpiadi? Vance e chi altro arrivi in rappresentanza degli Stati Uniti abbia la cura e la gentilezza di non farsi scortare da quei miliziani, che qui in Italia piacciono solo al Salvini, nemmeno a tutti i suoi elettori. C’è un limite all’arroganza, e c’è un dovere degli ospiti di non essere di impiccio. Ice, go home.


Tajani e le SS ma fino a un certo punto


Da Tajani un’ammissione involontaria che le SS nell’Ice ci sono, e sono quelle “che stanno in strada”, “coi mitra” e “la faccia coperta”.

Tajani e le SS ma fino a un certo punto

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Prima l’imbarazzo, con tanto di arrampicata sugli specchi. Ora l’excusatio, a decisione già presa (da Washington) e subita senza fiatare. Nel tentativo maldestro di far apparire come normale una vicenda che non lo è per niente. Ossia, la presenza (confermata) a Milano per le Olimpiadi degli agenti dell’Ice, le squadracce di Trump a volto coperto e mano armata, che stanno seminando il panico negli Usa con due morti sulla coscienza (Renée Good e Alex Pretti) lasciati sulle strade del Minnesota.

Si occuperanno, assicurano dagli Usa, del “servizio di sicurezza diplomatica del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, così come il Paese ospitante, per valutare e mitigare i rischi legati alle organizzazioni criminali transnazionali”. Il dado è tratto, l’Italia si limita a prenderne atto. Nel governo degli Yesman, del resto, basta rileggere le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per capire che aria tira quando l’ordine arriva dall’alleato – pardon, dal padrone – americano. “Uno sa di cosa si parla o diventa una cosa emotiva, ma non è che sono quelli che stanno in strada a Minneapolis…”, “non è che stanno per arrivare le SS”, “non è che arrivano quelli coi mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari che sono di un reparto. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo”.

Un’ammissione involontaria che le SS nell’Ice ci sono, e sono quelle “che stanno in strada”, “coi mitra” e “la faccia coperta”. Da noi però verranno i loro colleghi, della stessa truppa, quelli bravi, magari pure a volto scoperto. Tutto bene, insomma, per il ministro. Un po’ meno per i milanesi. Almeno a sentire il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, che dice di temere dimostrazioni di piazza. Mentre la petizione su change.org contro gli sgherri di Trump ha già raccolto in appena due giorni oltre 15mila firme. Segnali che dalle parti di Palazzo Chigi fingono di non vedere. Ma più passa il tempo e più gli italiani si stanno rendendo conto che non è solo il diritto internazionale – calpestabile alla bisogna per gli amici, vedi Trump in Venezuela e Netanyahu in Palestina – ma l’intero governo che conta “fino a un certo punto”. Tajani docet.


Vannacci fa un altro passo verso la scissione



(adnkronos.com) – Si muove il generale Roberto Vannacci. Il tam-tam di queste ultime settimane, con le indiscrezioni su un possibile addio alla Lega dell’ex capo della Folgore, pronto a dar vita a una nuova forza di estrema destra, sta diventando sempre più insistente, con rumors provenienti dalla Toscana, dove lo stesso Vannacci risiede.

Le voci di un nuovo partito, non smentite dallo stesso interessato (“mai dire mai”, ha detto nelle scorse ore) trovano oggi una conferma importante. A quanto risulta all’AdnKronos, infatti il generale Vannacci nella giornata del 24 gennaio, tre giorni fa, ha depositato il marchio di quello che dovrebbe essere il suo nuovo partito ‘Futuro Nazionale’.

La mossa di Vannacci è stata preceduta negli scorsi messi da quella del fedelissimo del generale, Giulio Battaglini, già in Fdi, poi sotto le insegne dell’eurodeputato della Lega di cui oggi è braccio destro, assieme al fedelissimo Massimiliano Simoni, ex militare ed ex Fdi, oggi unico eletto in Toscana con la Lega a gestione Vannacci.

Il lucchese Battaglini, oggi uno degli assistenti parlamentari del generale a Bruxelles e dipendente della ‘Versiliana’, a quanto risulta all’AdnKronos, lo scorso fine ottobre, aveva infatti già registrato il dominio internet http://www.futuronazionale.it. Piattaforma web che potrebbe divenire il sito ufficiale della nuova formazione vannacciana.

Il simbolo del possibile nuovo partito di Roberto Vannacci – visionato dall’Adnkronos – si presenta come un emblema circolare dal fondo blu profondo. In alto, in caratteri bianchi, netti e moderni, campeggia la dicitura “Futuro Nazionale”. Elemento centrale e fortemente identitario è la fiamma tricolore stilizzata, reinterpretata in chiave dinamica: non una fiamma verticale e statica, ma una fiamma che avanza controvento, piegata in avanti. Il verde, il bianco e il rosso scorrono in una linea fluida e tesa, evocando movimento.

Le tensioni sulla possibile fuoriuscita di Vannacci dalla Lega vedono – per ora – il leader Matteo Salvini gettare acqua sul fuoco. Nelle scorse ore, Via Bellerio ha smentito ricostruzioni di stampa dove si raccontano pressioni da parte di Luca Zaia sul segretario per intervenire contro il suo vice, ormai da molti dei ‘vecchi’ leghisti considerato un corpo estraneo.

“Nessuna telefonata”, assicurano dalla Lega. Ma di certo in tanti si interrogano sul futuro politico di Vannacci, guardando con attesa alle mosse del segretario federale, impegnato in una mediazione che pare sempre più complicata.


Gli Stati Uniti stanno ammassando mezzi militari al largo dell’Iran


(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». È il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, richiamato all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, è arrivato lunedì in Medio Oriente. Secondo fonti ufficiali di Washington, lo spostamento degli asset militari mira a «garantire la sicurezza regionale e proteggere le forze statunitensi», ma lascia aperta la possibilità di un’azione offensiva contro Teheran.

A inizio mese, il presidente americano Donald Trump sarebbe stato vicino ad autorizzare un attacco contro il regime iraniano dopo la repressione delle proteste. La scelta sarebbe stata sospesa, ma il rafforzamento militare nella regione è proseguito. Fonti della Casa Bianca, citate da Axios, confermano che l’opzione resta sul tavolo, anche se le rivolte interne sono ormai state in gran parte soffocate. Proprio Trump, di ritorno da Davos, aveva anticipato l’ingente dispiegamento di mezzi militari verso il Medio Oriente: «Abbiamo un’armata che si dirige in quella direzione, e forse non dovremo usarla», aveva sentenziato a bordo dell’Air Force One, sottolineando che la presenza serve principalmente a deterrenza e pressione contro l’Iran. La USS Abraham Lincoln trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, affiancati dagli E/A-18 Growler per la guerra elettronica e dagli E-2 Hawkeye per il controllo e l’allerta precoce. Oltre alla componente navale, il Pentagono ha redistribuito in Medio Oriente aerei da combattimento, forze di supporto logistico e sistemi avanzati di difesa, con F-15, F-16 e altre unità trasferite alle basi in Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La presenza degli F-15 segnala una capacità offensiva profonda: possono trasportare carichi pesanti e colpire a lunga distanza. Israele li ha già impiegati a giugno contro l’Iran insieme agli F-35, con questi ultimi incaricati di neutralizzare le difese aeree e aprire la strada agli attacchi successivi.

Da Teheran arriva un monito netto: il Paese è pronto a un nuovo conflitto con Israele e Stati Uniti in caso di attacco e i vertici militari iraniani promettono una risposta «totale e tale da suscitare rimpianto». Il portavoce del Ministero degli Esteri avverte che l’insicurezza che ne deriverebbe «travolgerebbe tutti». Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non consentiranno operazioni contro l’Iran dal proprio territorio, Israele morde il freno, delineando la prospettiva di un nuovo attacco, a soli sei mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Pur in assenza di segnali ufficiali sulle reali intenzioni di Washington, la stampa israeliana riferisce che l’ipotesi di un’azione militare americana contro Teheran resta concreta e che un dossier sui «preparativi per un attacco» sarebbe già sul tavolo del governo di Israele, i cui vertici si dicono pronti «a tutti gli scenari». In questo contesto si inseriscono anche gli avvertimenti dei gruppi filoiraniani in Iraq, Yemen e Libano. Gli Houthi nello Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq hanno indicato di essere pronti a riattivare attacchi, ad esempio contro navi commerciali nel Mar Rosso o installazioni statunitensi, se la tensione dovesse tradursi in un conflitto aperto.

Questa combinazione di minacce, movimenti armati e incertezza diplomatica sta creando uno dei momenti più delicati nelle relazioni tra Washington e Teheran degli ultimi anni, con implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lunedì sera, Trump ha affermato che la situazione con l’Iran è “in evoluzione”, aggiungendo che la diplomazia rimane sul tavolo: «Vogliono raggiungere un accordo. Lo so. Ci hanno contattato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha precisato il tycoon. In attesa delle prossime mosse, diversi analisti fanno notare che un “regime change” rischierebbe di innescare una guerra civile in un Paese da 92 milioni di abitanti, fortemente armato, ricco di risorse energetiche e incastonato tra aree esplosive: il Belucistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan dei talebani. Un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran rischierebbe, inoltre, di trasformarsi in una guerra di logoramento: eroderebbe la capacità di proiezione americana, già impegnata in operazioni come quella in Venezuela e sotto la pressione di sfide globali, potrebbe drenare risorse militari ed economiche, favorire il riequilibrio globale a favore della Cina e consolidare una resistenza internazionale all’egemonia statunitense.


Crisi del fronte euro-atlantico: chi comanda e chi striscia


(Matteo Bortolon – lafionda.org) – Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.

È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano ed attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.

Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni. 

I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”

Come siamo arrivati a tutto questo?

Un nuovo sceriffo in città”

Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.

Nel febbraio 2025, a pochi giorni di distanza, si sono succeduti i discorsi, di fronte a dirigenti europei, di due importanti figure della nuova leadership: il neosegretario alla Difesa Hegseth e il vicepresidente Vance.

Il primo faceva capire che l’interesse di Washington per l’Europa non avrebbe più comportato un impegno così consistente, ed avrebbe delineato la linea di contrasto più seria coi vertici del Vecchio Continente. Avanzando la volontà del nuovo inquilino alla Casa Bianca di pacificare il continente segnalava una attenuazione dell’impegno a favore dell’Ucraina, in merito alla quale affermava che

ogni garanzia di sicurezza deve essere sostenuta da truppe europee e non-europee. Se queste truppe vengono dispiegate come forze di pace in Ucraina (…), dovrebbero essere schierate come parte di una missione non NATO e non dovrebbero essere coperte dall’articolo 5.

In altre parole gli Usa annunciavano che se gli europei volevano davvero entrare sul campo con le truppe, avrebbero dovuto cavarsela da soli. Da allora i leader europei si sarebbero investiti di improbabili babysitter di Zelensky, cercando di favorirlo presso Trump, con accompagnamento alla sua corte, telefonate congiunte, incontri separati.

Il discorso di Vance invece era persino più duro. Nonostante il contesto – parlava alla conferenza sulla sicurezza di Monaco – non riguardava se non in maniera tangenziale le questioni strategiche e militari, ma la democrazia. Ed ha accusato i vertici europei di logorarla nei loro paesi con censura, abolizione di elezioni, e norme penali per punire il dissenso, come accadeva – quale paragone! – con i paesi del “socialismo reale”.

Ma adesso, aggiungeva Vance, l’aria è cambiata, perché c’è “un nuovo sceriffo in città”. 

Il febbraio 2025 è stato un mese piuttosto duro da digerire per le cancellerie europee. Poco prima degli interventi di Hegseth e Vance, i leader europei avevano dovuto masticare amaro per una telefonata di 90 minuti fra Trump e il presidente Putin avvenuta il 12 febbraio. Spettacolare il contrasto con l’atteggiamento verso Zelensky: a fine mese la diretta televisiva mostrava in mondovisione il litigio fra  i vertici statunitensi e il presidente ucraino, trattato senza tanti fronzoli come un subordinato e messo alla porta senza tanti complimenti. Un vero shock per le classi dirigenti del Vecchio Continente. Gli Usa avevano già di fatto reso chiara la priorità di Israele come alleato rispetto all’Ucraina, per cui le quotazioni di Kiev erano già scese, senza emergere però nelle paludate liturgie atlantiste. Con Trump il velo diplomatico si è squarciato disvelando la brutale realtà dei rapporti di forza: le priorità Usa sono altre e senza perder tempo si può ridimensionare l’impegno su tale fronte.

Disimpegno dall’Ucraina e dialogo con la Russia

Al Congresso una parte consistente dei repubblicani pareva immune alla deferenza quasi religiosa professata dalla politica europea verso Zelensky, spesso raffigurato come un fastidioso accattone.

Dopo il litigio in diretta con lui alla Casa Bianca, Trump aveva sospeso le forniture di armi e persino la condivisione di informazioni di intelligence. Al di là dell’episodio, che risulta circoscritto, il sostegno è indubbiamente diminuito.

Dall’estate 2025 ha preso piede un nuovo programma di forniture militari a Kiev, totalmente finanziato dagli Stati europei, chiamato Purl, Prioritised Ukraine Requirements List (“Elenco Prioritario delle Necessità dell’Ucraina”).

Da quando è andato a regime vi è stato un calo vistoso; secondo quanto scrive il Kiel Istitute, nell’ambito del suo programma di monitoraggio, dal periodo estivo “le assegnazioni militari dei paesi europei sono diminuite del 57% rispetto a gennaio-giugno 2025, anche includendo i loro contributi all’iniziativa Purl della Nato. La media mensile di tutti gli aiuti militari durante questo periodo è stata quindi del 43 per cento al di sotto del livello della prima metà del 2025”. In pratica gli europei pagano di meno anche contando i fondi Purl che dovrebbero sostituire i finanziamenti Usa.

Il Wall Street Journal ha riportato che il vicesegretario alla Difesa Elbridge Colby ha influenzato la decisione di sospendere alcune spedizioni di armi all’Ucraina attraverso un memorandum segreto inviato al Segretario Pete Hegseth. Il documento evidenziava la carenza di scorte di armi negli Stati Uniti, dovuta alle richieste ucraine, spingendo per una pausa nelle forniture per preservare le risorse per altre priorità strategiche, in particolare il contenimento della Cina. Nel suo libro del 2021, The Strategy of Denial, considera la Russia un possibile collaboratore contro Pechino, opponendosi all’ingresso dell’Ucraina nella NATO per i rischi che comporterebbe. 

Per tutto il 2025 Trump ha oscillato tra una interlocuzione con la Russia e un atteggiamento più duro – gli Stati Uniti infatti hanno approvato nuove sanzioni contro la Russia inerenti settori come petrolio, gas, banche e criptovalute. D’altro canto vi sono stati incontri cordiali fra rappresentanti dei due Stati fino ad un incontro faccia a faccia fra i due leader il 15 agosto in Alaska.

Per tali contatti, Trump ha bruscamente escluso gli europei, che si sono lamentati a più riprese – mentre i commentatori e dirigenti più fanatici lo bollavano come traditore dell’Occidente e dell’Ucraina. L’atmosfera era tale che ad agosto CBS News ha riferito che un promemoria, datato 20 luglio e firmato da Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, ha disposto che le agenzie di intelligence Usa non condividessero informazioni sui colloqui di pace Russia-Ucraina con i partner del gruppo Five Eyes (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda). Del resto l’aprile precedente un articolo del Financial Times riportava che la Commissione europea ha iniziato a fornire telefoni “usa e getta” e computer molto basilari ad alcuni funzionari diretti negli Stati Uniti per motivi di sicurezza digitale, una misura finora riservata a viaggi in paesi ritenuti ad alto rischio di sorveglianza come Cina o Russia. 

Il successivo ottobre Trump ha avuto una telefonata di oltre due ore col Presidente russo.

L’atteggiamento più conciliante con la Russia e meno devoto verso la causa ucraina è il riflesso di una ridefinizione di strategia globale. Parliamo di America First.

America First e ritiro dall’Europa?

Nel corso della campagna elettorale presidenziale 2024 era emerso con forza il principio chiamato America First. Con esso Trump esprimeva il rifiuto di “essere i poliziotti del mondo”, cioè di accollarsi i costi e le responsabilità di un ordine mondiale, per limitarsi al presidio delle frontiere e agli interventi a favore degli interessi nazionali. 

L’ovvia implicazione è che gli Stati europei devono spendere di più per la loro sicurezza: gli Usa non saranno più disposti a farlo. Al di là della sfumatura di generosità e disinteresse che tale narrativa falsamente conferisce all’imperialismo a stelle e strisce, l’effetto operativo consiste di un tendenziale disimpegno Usa sul Vecchio Continente.

Nel corso del 2025 si sono succedute notizie di stampa di ritiri di truppe Usa:

  • La rivista G4Media ha riportato (29 ottobre) che gli Stati Uniti avrebbero ritirato parte delle loro truppe non solo dalla Romania, ma anche dalla Bulgaria, Ungheria e Slovacchia. Lo avrebbe confermato un comunicato del Ministero della Difesa della Romania: «La decisione degli Stati Uniti consiste nel cessare la rotazione in Europa della brigata che aveva unità in diversi paesi della NATO».
  • Secondo The Telegraph (7 marzo 2025) Trump stava valutando la possibilità di ritirare circa 35.000 membri del personale attivo dalla Germania.
  • Il Financial Times (16 aprile  2025 ) si domandava: “Trump smantellerà la base di Rota in Spagna?”
  • Il quotidiano austriaco Express segnalava angosciato che “Nelle capitali europee dei Paesi della NATO è stato dichiarato un livello di allarme rosso: il Pentagono sta pianificando uno storico ritiro di migliaia di soldati americani […]. Le garanzie di sicurezza vacillano e le debolezze dell’Europa si fanno sentire”
  • Bloomberg riportava che l’Europa stava sollecitando gli Stati Uniti a comunicare in anticipo i piani di ritiro delle truppe americane.
  • Il Pentagono sta discutendo il ritiro di 10.000 soldati americani dalla Romania e dalla Polonia, riportava la NBC citando fonti a conoscenza del dibattito interno.

Tutte queste notizie non sono state confermate da movimenti effettivi, salvo la prima che riguarda un contingente di poche centinaia di soldati. Ma per tutti questi mesi è serpeggiata l’attesa di un drastico ridimensionamento, e le notizie indicano, quanto meno, un dibattito interno agli apparati Usa e con gli alleati.

A marzo è scoppiata la bomba: il  Washington Post ha dato notizia di una direttiva interna del Pentagono, un documento di nove pagine denominato Interim National Defense Strategy Guidance, che avrebbe ridotto sostanzialmente la strategia di difesa degli Stati Uniti alla regione indo-pacifica.

In pratica si prefigurava un declassamento reale e consistente dell’importanza dell’Europa, fronte da far reggere agli alleati, cornice di un ulteriore strappo di Trump ai danni delle oligarchie europee: la pace in Ucraina riconoscendo la vittoria della Russia.

La richiesta di pagare di più alla fine otterrà un risultato: al vertice NATO dell’Aia (24-25 giugno 2025), gli alleati hanno ufficialmente impegnato i loro paesi a aumentare la spesa militare fino al 5 % del PIL entro il 2035, con un percorso incrementale con revisioni nel 2029 formalizzato nella Hague Summit Declaration

I due documenti successivi, la National Security Strategy of the United States of America di dicembre 2025 e la più recente National Defense Strategy of the United States of America del 23 gennaio 2026, hanno confermato appieno tale orientamento col suggello dell’ufficialità. E sempre a dicembre uno sconsolato articolo di Reuters riportava che i funzionari statunitensi hanno intimato alle loro controparti che gli europei dovranno prendere entro il 2027 le redini dell’Alleanza Atlantica sul continente.

 “L’alleanza è morta”

L’innalzamento delle spese militari degli Stati europei è stato un tema ricorrente dal 2022; con l’accordo del 2025 Trump li spingeva verso la strada che essi avevano già intrapreso, ma dandole un senso completamente diverso.

La militarizzazione era vista come necessaria per difendersi dalla (presunta) aggressività della Russia, ma sempre nel quadro atlantista. La nuova strategia America First pareva frantumare il fronte euroatlantico, spingendo a più ampie spese come compensazione sofferta come abbandono. Gli atlantisti e le loro riviste di riferimenti hanno gridato il lutto ai quattro venti. 

In breve le nuove spese militari non sarebbero destinate a uno sforzo congiunto con gli Usa (contro la Russia) ma sostitutive rispetto ad essi. O forse contro di loro?

Le minacce di invadere la Groenlandia sono davvero inaudite, e quel che è seguito pare la trama di una satira fantapolitica: paesi NATO spostano truppe in un paese dell’alleanza per proteggerlo da… il principale paese NATO.

In una bizzarra esibizione pubblica Trump aveva annunciato una caotica imposizione di dazi a molti paesi del mondo, e gli alleati non erano stati minimamente risparmiati – già questo è uno sgarro notevole. Nella negoziazione condotta da Ursula Von Der Leyen a giugno si è raggiunto un accordo umiliante, con il Presidente vincente e la leadership europea mestamente pronta a subire un 15% di dazi doganali – con eccezioni per alcune merci – senza imporre alcuna ritorsione. A fronte delle resistenze europee gli Usa hanno minacciato ulteriori dazi del 10% a 8 alleati europei (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Gran Bretagna). Ovviamente cumulativi al 15% per tutta la Ue. Come ritorsione la Commissione ha ipotizzato sanzioni per 93 mld $. 

Che il legame Usa – classi dirigenti europee fosse di netta subordinazione non è certo un mistero. Il politologo norvegese Glenn Diesen ha recentemente ricordato la confidenza di un ex alto funzionario Usa secondo cui alla Casa Bianca si scrivevano su delle lavagne i nomi dei leader europei, assieme alla loro inclinazione pro-Usa, e si decideva chi far emergere. Ma le eufemistiche espressioni diplomatiche quali alleanza atlantismo evitavano di dirlo apertamente. Sotto tale velo le oligarchie accettavano entusiasticamente uno scambio: l’appoggio Usa per restare al potere contro la svendita dell’indipendenza e della sovranità dei loro paesi a fronte degli interessi statunitensi. 

Non è quindi sorprendente che a fronte della maggior crisi dell’asse euroatlantico che la storia ricordi esse si riducano a mosse ostentatamente muscolari ma in realtà vacue; si preferisce sottomettersi sperando che passi la nottata e arrivi alla Casa Bianca un nuovo padrone più trattabile e misurato. L’ABC delle lotte anticolonialiste suggerisce che senza recidere le strutture oggettive della dipendenza (come le basi militari Usa e la presenza dei colossi del risparmio gestito quale BlackRock) strepitare ed agitarsi è solo un miserevole teatrino.


Come volevasi dimostrare: siamo riusciti a buttare 200 miliardi di euro  


Briscola, padel e astrofili: al gran banchetto del Pnrr, il trionfo dei “progettini”. Dagli studi del cielo stellato dell’Unione astrofili al museo del prosciutto, finanziamenti a pioggia. Soldi per piccoli stadi, musei e affittacamere. Intanto Confindustria lancia l’allarme: «Economia ferma» 

Giorgia Meloni e Tommaso Foti

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Campi di padel, tornei di briscola, app per le diocesi, fondi a pioggia agli hotel per le ristrutturazioni. E ancora: società pubbliche “fantasma”, soldi a fondazioni, associazioni, musei di ogni risma.

Ma, nel mare magnum del Pnrr, non passa inosservato il finanziamento approvato all’Unione astrofili italiani con lo scopo di «promuovere la cultura scientifica e valorizzare la conoscenza del cielo notturno stellato, attraverso la creazione di una rete nazionale». Finanziamento previsto? 50mila euro abbondanti.

Tavolata Pnrr

Al banchetto del Piano nazionale di ripresa e resilienza si sono seduti un po’ tutti. Almeno chi ne ha avuto la possibilità.

Certo, le risorse sono state stanziate dopo apposite domande validate anni addietro, volate sopra le teste dell’attuale ministro, Tommaso Foti. Dunque, a monte c’è una decisione consapevole. Gli effetti sul Pil italiano non sono stati decisivi. E Confindustria ha lanciato l’allarme sull’economia «quasi ferma» e oggi gli investimenti del Pnrr «sono l’unica spinta». La luce sta per spegnersi e le riforme latitano. «Non sono stati centrati gli obiettivi di migliorare tasso di crescita economica, rimuovendo lacci di natura regolamentare e amministrativa», dice l’ex economista del Fmi, Fabio Scacciavillani.

I progetti hanno spesso una ridotta platea di beneficiari. Uno dei casi è quello dei campi di padel per la palestra di Vigo di Cadore, 1.500 abitanti in provincia di Belluno. Next Generation Eu, il nome europeo del piano, ha messo a disposizione un importo di 300mila euro. Stessa somma destinata al comune di Castelpagano (1.300 abitanti), nel Sannio, per il percorso fitness nella pineta comunale.

È stato confermato, con un decreto del 2025, poi il progetto “un giro di briscola”, elaborato nel modenese, per la socializzazione delle persone anziane: la spesa è di 222mila euro. E se lo stadio di Firenze è stato eliminato dalle opere finanziabili dal Pnrr, su richiesta dell’allora ministro, Raffaele Fitto, è andata meglio allo stadio “Mimmo Garofalo” di Tursi, in provincia di Matera: il Pnrr ha previsto un importo di 700mila euro per la realizzazione del campo in erba sintetica e per la copertura della gradinata. Dunque, il Franchi no, ma sì al Ciullo di Salve (4.500 abitanti), in provincia di Lecce: il completamento della struttura è costato un milione di euro.

Sul fronte culturale, come già raccontato da Domani, nel Pnrr cultura, sono stati assegnati circa 40mila euro alla fondazione Magna Carta presieduta dall’ex ministro berlusconiano, Gaetano Quagliariello, con lo scopo di rifare i contenuti editoriali del sito e potenziare l’e-commerce. Mentre alla pro loco di Castel Viscardo (Terni), è stato approvato un importo di oltre 25mila euro per la «creazione del primo borgo umbro nel metaverso». Un turismo immersivo.

In mezzo alla miriade di micro-progetti ne spuntano tanti altri, che non hanno portato di certo impennate per il Pil. Stando ai database pubblici, l’associazione museo della Bora di Trieste è stata ammessa al finanziamento per 75mila euro (che risultano ancora da erogare) per la «digitalizzazione del patrimonio analogico del magazzino dei venti attraverso installazioni digitali».

Mentre la diocesi di Massa Carrara-Pontremoli ha ricevuto il via libera al finanziamento (per un massimo) di 75mila euro. La finalità? Un’app da scaricare sugli smartphone per promuovere il patrimonio religioso della zona.

Il caso della 3-i spa

Il Pnrr è anche la fotografia delle cattedrali nel deserto, non per forza fisiche. Il paradigma è la 3-i spa, società pubblica pensata per favorire la digitalizzazione di tre colossi, Inps, Inail e Istat, che sono infatti diventate socie per gestire la spa che avrebbe dovuto assorbire una serie di servizi. Era una delle “milestone” del Pnrr.

A tre anni dalla fondazione, la 3-i resta un oggetto misterioso. Un dato è singolare: una società che si occupa di digitalizzazione non aggiorna nemmeno il proprio sito. A inizio settembre, nel cda è entrato Paolo Guidelli al posto di Ester Rotoli, mentre il presidente del collegio sindacale è diventato Stefano Moracci in sostituzione di Cosimo Giuseppe Tolone. Informazioni non riportate dal sito dopo vari mesi.

Il problema è pure il piano industriale, tuttora in costruzione, mentre i conti traballano. Significativo è il bilancio del 2024. La differenza tra entrate e uscite è stata di oltre 600mila euro: per ammortizzare, il management ha compiuto degli investimenti per 500mila euro. Operazioni finanziarie “salva-conti”, che non sono il core business della società. Nei mesi scorsi c’è stato qualche passettino in avanti. «Nel 2025 sono stati sottoscritti gli accordi di servizio con gli enti coinvolti, segnando l’avvio a regime della società», spiegano a Domani fonti di governo.

A chiudere il cerchio gli stanziamenti del ministero del Turismo, già quando c’era Massimo Garavaglia con il governo Draghi: affittacamere, agriturismi, hotel, bed&breakfast e ristoranti hanno beneficiato di 600 milioni di euro di incentivi, 150 milioni a fondo perduto. Il Pnrr è un’occasione per molti, insomma. Specie per i musei più fantasiosi.

A Ficarra (Messina), oltre 90mila euro sono stati previsti per il museo del giocattolo medievale, e i 600mila euro per il museo del prosciutto a Langhirano (Parma). A Sala Consilina (Salerno), infine, c’è il progetto Casa Surace, con un importo di circa 39mila euro, per «un portale digitale per tramandare le leggende italiane». Per un Pnrr da lasciare ai posteri.


Trump schifa l’Europa?


(dagospia.com) – Cari europei, dobbiamo rassegnarci a essere vassalli di qualcuno. Se non di Trump, di Xi Jinping. D’altronde non si vede all’orizzonte una presa di coscienza, da parte degli euro-leader, della forza dell’Ue. E non essendoci in giro politici disposti a investire centinaia di miliardi per rilanciare l’Unione, come contrappeso di rilievo a Usa e Cina, tocca accettare il proprio destino.

Il canadese Mark Carney, nuovo idolo dei liberali europei, ha aperto la strada. A Davos parlava della necessità delle “medie potenze” di riconoscere il “potere dei propri valori”, ma giusto qualche giorno prima aveva spalancato le gambe del suo Paese alla penetrazione dei prodotti cinesi, con un accordo, siglato da una stretta di mano con l’autocrate con gli occhi a mandorla, Xi Jinping.

Va detto che i cinesi sono dei geni della strategia e continuano impunemente a rintontirci di belle parole sull’importanza del multilateralismo, del dialogo e della diplomazia, dall’alto di un regime che sopprime le libertà individuali e politiche e attua una politica di pulizia etnica (che ad altre latitudini qualcuno avrebbe chiamato “genocidio”) nei confronti dei musulmani uiguri nello Xinjiang, per non parlare di quello perpetrato in Tibet.

Fatto sta che Xi Jinping, sfruttando l’onda lunga dell’indignazione europea per le vergognose mire di Trump sulla Groenlandia, sarebbe tornato alla carica e nelle scorse ore avrebbe sottoposto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, una “proposta indecente”: cominciamo ad avere rapporti economici con valuta in euro, lasciando perdere una volta per tutte il dollaro come valuta di riserva mondiale.

La furbata ha ingolosito la cofana bionda di Bruxelles, che però non ha alcun potere in materia e ha rimandato la questione alla presidente della Bce, Christine Lagarde.

L’idea di Xi sarebbe un’ulteriore arma in grado di destabilizzare l’economia americana: la Cina sa che l’Europa è il grimaldello per scardinare il dominio statunitense.

Come ripetono esperti ed analisti ormai da mesi, infatti, i paesi dell’Ue sono i principali detentori del colossale debito americano (ne possiedono quasi 2mila miliardi), senza considerare gli oltre 8mila miliardi in azioni e obbligazioni a stelle e strisce.

Scrive Veronica de Romanis oggi sulla “Stampa”: “Che cosa accadrebbe nell’eventualità di una vendita in massa da parte degli europei?

L’enorme quantità di titoli immessa sul mercato farebbe crollare i prezzi e, di conseguenza, salire i rendimenti, incrementando in maniera significativa le già elevate spese per interessi quindi il deficit.

La Federal Reserve, la banca centrale americana, potrebbe intervenire acquistando una parte dei titoli ma ciò significherebbe aumentare un’inflazione già elevata.

In alternativa, potrebbero comprarli gli investitori americani che, tuttavia, lo farebbero solo in cambio di tassi più alti.

Il risultato ultimo sarebbe un aumento dei tassi d’interesse, soprattutto quelli a lungo termine, una maggiore pressione inflazionistica e forti tensioni finanziarie”..

Mettendo il suo piedone in Europa, Xi Jinping potrebbe rifilare un calcione a Trump, e archiviare una volta per tutte l’era americana, per inaugurare il glorioso (per lui) “secolo cinese”…


Trump fa e i suoi lacchè reagiscono compiacenti: così torna l’oscurantismo in Occidente


Il nostro presente si sta trasformando in una sorta di tragedia shakespeariana del re pazzo circondato da cortigiani ossequienti

(Pierfranco Pellizzetti – ilfattoquotidiano.it) – C’è poco da stupirsi se Giorgia Meloni, nella sua più recente presa di posizione ufficiale quale nostra presidente del consiglio in carica, si augurava di poter candidare Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, quando si tratta della stessa persona che all’inizio della carriera ministeriale certificava in Parlamento con il proprio voto che la marocchina Ruby Rubacuori era senza alcun dubbio la nipote del premier egiziano Mubarak.

Dunque, sempre di spudorata acquiescenza si tratta (che la narrazione corrente accredita come abilità manovriera e forza comunicativa), di un personaggio politico che persegue la sua scalata blandendo il potente di turno e accondiscendendo ai suoi grotteschi capricci. Indubbiamente risibile, nella misura in cui è rivelatrice di un abito morale inadeguato per guidare un Paese che si presume civile. Specie nelle traversie da affrontare in questi tempi.

Minacce in non trascurabile misura prodotte dalla transizione sistemica ad opera di un ciclopico distruttore a piede libero, quale il destinatario delle servili ruffianate di Meloni. Ma c’è qualcuno che si stupisce se l’attuale presidente degli Stati Uniti, dopo aver tentato il colpo di Stato alla fine del suo primo mandato, autorizza i suoi squadroni della morte, reclutati tra gli assalitori di Capitol Hill e altre nefandezze, di abbattere pacifici cittadini come prede venatorie di una feroce caccia all’uomo. Come le due vittime dell’Ice a Minneapolis, Renée Good e Alex Jeffrey Pretti; quale avvertimento a quanti ritengono diritto democratico dissentire dal potere. Un nemico che minaccia gli equilibri vigenti da eliminare.

E se la violenza cieca si scatena contro gli stessi compatrioti, perché stupirsi se il furore devastatore si rivolge contro l’intero orbe terracqueo, a partire proprio dai tradizionali alleati?

Di certo la tempesta che si è abbattuta sul mondo diventa inarrestabile perché quelle che il premier canadese Mark Carney chiama “le potenze di mezzo” – in particolare i leader europei e il club di Bruxelles di cui frequentano i salotti – hanno solamente saputo abbassare il capo nella speranza di sopravvivere al passaggio dell’uragano. Sorde all’invito del collega – giunto dai Grandi Laghi del Nord America al Forum di Davos 2026 – di “agire insieme perché il mondo assuma una piegatura diversa, verso il progresso e la giustizia”.

Ma per fare questa radicale inversione di marcia occorre capire di cosa si alimenta la furia trumpiana, diventata virale nell’acquiescenza di chi poteva/doveva contrastarla: la convinzione egemonica che la società mondiale – e l’Occidente in particolare – si divide drasticamente tra chi ha e chi non ha. E chi ha deve sentirsi consapevole della propria superiorità intellettuale e morale, che lo autorizza a qualunque pretesa; anche la più abietta. In particolare combattere con la forza e il terrore chi osa contrastare questo presunto stato di fatto. Per diritto divino o per l’ordine naturale delle cose.

Un pensiero che riemerge in tutta la sua virulenza da secoli di tentato addomesticamento, da parte di una didattica umanitaria e cosmopolitica che si presentava illuminata dalla luce della benevolenza e della solidarietà. Nei secoli in cui la stanchezza e l’orrore di massacri e stermini hanno dato credito al pensiero della luce. Con il prevalere della lezione di Erasmo da Rotterdam su quella di Machiavelli.

Infine – nel Novecento – la catastrofica guerra civile dell’intero Occidente, che ha sancito il collasso dell’Europa come centro del sistema-mondo, ha dato vita a istituzioni internazionali che si ritenevano capaci di intercettare la luce.

Ma dall’ultimo quarto del secolo scorso l’oscurantismo è tornato ad avanzare con gli stivali delle sette leghe. Inesorabilmente. Un’ideologia di stampo anglosassone nata (secondo Michel Foucault) dalla sublimazione in lotta di classe della guerra di razze dopo la conquista normanna dell’Inghilterra (Hastings 1066) e l’asservimento dei sassoni, proseguita nella dottrina di stampo calvinista e puritano del successo come segno della grazia divina; fino all’avanzata a ovest dei colonizzatori “di un continente assegnato dalla provvidenza”, spinta dall’eccezionalismo messianico americano.

Quel concentrato di aggressività e prevaricazione che riemerge come credenza salvifica dell’impero morente. Mentre il nostro presente si sta trasformando in una sorta di tragedia shakespeariana del re pazzo circondato da cortigiani ossequienti. E non sai quale di questi personaggi sia il più indegno: magari i cardinali di curia alla Paolo Mieli, che invitano a sopire e troncare i distinguo; a non esagerare con le critiche. I veri giullari dei nostri giorni.


Ice alle Olimpiadi, Piantedosi incontra ambasciatore Usa. Tajani: “Non è che arrivano le SS”


Il ministro degli Esteri: “Il problema non è che arrivano quelli coi mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari che sono di un reparto. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo”

Ice alle Olimpiadi, Piantedosi incontra ambasciatore Usa. Tajani: “Non è che arrivano le SS”

(repubblica.it) – “O uno sa di cosa si parla o diventa una cosa emotiva, ma non è che sono quelli che stanno in strada a Minneapolis. Io sono stato quello più duro di tutti in Italia” su questo, ma “non è che stanno arrivando le SS”. Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia per il Giorno della Memoria e replicando alle domande dei cronisti sugli agenti dell’Ice che potrebbero arrivare in Italia per le Olimpiadi Milano-Cortina e delle proteste dell’opposizione.

“Quindi – aggiunge – il problema non è che arrivano quelli con il mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari che sono di un reparto. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo”. Per chiarire la questione, Tajani annuncia per oggi “un incontro tra il ministro Piantedosi e l’ambasciatore americano”.

Intanto, durante la conferenza dei capigruppo della Camera, il Partito democratico ha rinnovato la richiesta della presenza in Aula del ministro Piantedosi, “per chiarire finalmente – ha detto al termine della riunione la presidente dei deputati dem, Chiara Braga – la vicenda della presenza della forza Ice a Milano in vista delle Olimpiadi” invernali. “Abbiamo ribadito la richiesta che la presidente del Consiglio venga a riferire a valle della riunione straordinaria del Consiglio europeo”, ha aggiunto.

Quella dell’Ice è una presenza che, sulla carta, rientra nel dispositivo che accompagna abitualmente le delegazioni ufficiali americane all’estero. Gli uomini dell’Ice fanno infatti parte del Diplomatic service, il servizio che segue e tutela i rappresentanti Usa durante missioni e grandi eventi internazionali.

I target principali della protezione saranno il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Il primo è però affidato alla vigilanza del Secret service, mentre il secondo sarà la figura direttamente coinvolta nell’apparato di sicurezza di cui fa parte la controversa agenzia federale.