A margine di un convegno sul referendum, la numero due di FdI, Arianna Meloni risponde alle richieste di dimissioni delle opposizioni per Delmastro, a seguito dell’inchiesta sui presunti rapporti con la famiglia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Oggi dai giornali emerge una foto, risalente al 2023, che mostra il sottosegretario alla Giustizia assieme all’imprenditore condannato all’interno del suo ristorante.

(di Giulia Casula e Marco Billeci – fanpage.it) – A margine di una manifestazione elettorale per il Referendum sulla Giustizia, la responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia Arianna Meloni risponde alle richieste di dimissioni arrivate dalle opposizioni per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Il sottosegretario è finito al centro di un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, che ha svelato come negli scorsi mesi abbia partecipato a una società di ristorazione che aveva come socio di maggioranza la figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan mafioso Senese.
Intercettata dai microfoni di Fanpage, la numero 2 di FdI e sorella della premier commenta: “Non mi sembra ci siano indagini su Delmastro. Basta con queste gogne mediatiche”. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano invece, preferisce trincerarsi dietro a un muro di silenzio. Incalzato dai cronisti, aggiunge: “Sì la domanda è chiara ma la risposta non gliela do perché adesso parlo di altro”.
Intanto si moltiplicando le domande sui rapporti tra Delmastro e la famiglia condannata per mafia. Nel 2024 il sottosegretario alla Giustizia era entrato in società con la figlia del ristoratore Mauro Caroccia. Quest’ultimo risultava già condannata in primo grado per mafia nel 2020 con l’accusa di essere un prestanome del noto clan Senese.
A quanto si apprende la figlia, Miriam, al momento della firma per la costituzione della società era appena 18enne. Le opposizioni si chiedono come fosse possibile che Delmastro non fosse a conoscenza dei guai giudiziari della famiglia romana e perché abbia omesso al Parlamento questa sua partecipazione societaria, violando l’obbligo imposto dalla legge a tutti i parlamentari.
Dopo la condanna in via definitiva, il sottosegretario alla Giustizia ha rapidamente rimosso le sue quote, trasferendole in un’altra società a lui riconducibile. Ieri Delmastro si è difeso, parlando di un’attività che coinvolgeva “una ragazza non imputata e non indagata. Nel momento in cui ho scoperto chi era, ho lasciato la società per rigore etico e morale”.
Tuttavia, dai giornali oggi emergono altri dettagli sul legame tra lui e il padre della ragazza, Mauro Caroccia. In particolare, una foto che risale al 2023 lo mostra assieme all’imprenditore condannato, all’interno del suo ristorante. La didascalia recita: “Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero baffo”.
Non solo, a quanto si apprende, Palazzo Chigi sarebbe a conoscenza della situazione da almeno un mese. Pd, M5s e Avs chiedono alla presidente del Consiglio di prendere una posizione netta prima del referendum e di revocare l’incarico a Delmastro immediatamente.

(Stefano Bernabei – Reuters) – L’Italia ha goduto di una stabilità di governo insolita da quando la premier Giorgia Meloni è entrata in carica più di tre anni fa […]. Ma le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, lanciati il 28 febbraio, stanno mettendo in luce una serie di vulnerabilità dell’economia italiana che […] rischiano di minare il consenso di Meloni tra imprese ed elettorato.
Il differenziale di rendimento tra i BTP italiani di riferimento e i Bund tedeschi equivalenti — un indicatore chiave della fiducia degli investitori nell’Italia — era sceso all’inizio dell’anno sotto i 60 punti base, il livello più basso dal 2008.
Questo cosiddetto “spread” si è però ampliato di oltre 20 punti base nelle ultime due settimane. Nello stesso periodo, i prezzi internazionali di petrolio e gas sono aumentati, incidendo sui bilanci di imprese e famiglie in un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
Ecco cinque fattori di crescente preoccupazione per Meloni:
PETROLIO PIÙ CARO, RENDIMENTI BTP PIÙ ALTI
Questo grafico mette insieme tre variabili: prezzi del petrolio, rendimento dei BTP decennali e spread BTP-Bund. L’Italia, con il suo enorme debito pubblico, tende a soffrire più di altri Paesi dell’eurozona quando i mercati passano a una modalità “risk-off” in fasi di instabilità globale o temono tassi d’interesse più elevati.
L’aumento del costo del debito arriva mentre il governo non è riuscito a ridurre il deficit di bilancio al 3% del PIL come previsto lo scorso anno, lasciando Roma sotto procedura d’infrazione dell’UE, che limita la libertà di spesa di Meloni in vista delle elezioni del 2027.
L’AUMENTO DEL GAS FA SALIRE LE BOLLETTE
Il sistema elettrico italiano, a differenza di quelli di Paesi come Francia e Spagna, dipende fortemente dalla produzione a gas. Questo significa che qualsiasi aumento del prezzo del gas si trasferisce rapidamente sulle bollette di imprese e famiglie.
È un problema significativo per un governo che aveva costruito parte della propria credibilità sulla gestione della crisi energetica interna scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
IL MANIFATTURIERO RISCHIA DI PEGGIORARE
Il settore manifatturiero italiano è in difficoltà da tre anni, frenando la crescita della terza economia dell’eurozona. Finora, tuttavia, i gruppi industriali — una base elettorale centrale per Meloni, soprattutto nel Nord — hanno sostenuto il governo. Se i costi energetici e i rischi geopolitici resteranno elevati e la domanda estera si indebolirà, continueranno a farlo?
L’AGRICOLTURA SOTTO PRESSIONE PER I FERTILIZZANTI
Il crollo del traffico nello Stretto di Hormuz e le interruzioni delle catene di approvvigionamento nei Paesi del Golfo stanno colpendo anche l’agricoltura italiana — fortemente dipendente dai fertilizzanti importati — e minacciano il settore agroalimentare del Paese.
[…] Anche le esportazioni agroalimentari italiane stanno soffrendo: Coldiretti stima perdite già superiori a 100 milioni di euro per il settore florovivaistico nella sola Sicilia, con oltre 2.000 container di piante e fiori destinati ai mercati del Golfo bloccati in transito.
TURISMO IN DIFFICOLTÀ
Con il conflitto in Medio Oriente che sconvolge i collegamenti aerei da e verso la regione, gli operatori turistici italiani lanciano l’allarme.
Oltre mezzo milione di viaggiatori — per lo più ad alta capacità di spesa — sono arrivati in Italia lo scorso anno dai Paesi del Golfo […], in aumento del 18,3% rispetto al 2024, secondo i dati dell’ENIT.
Un rapporto della società di pagamenti Nexi ha mostrato che i turisti della Penisola Arabica hanno raddoppiato la loro presenza nel 2024 rispetto al 2022 e hanno speso quasi 1.000 euro per carta di credito, più del doppio della media dei visitatori stranieri.
Un calo dei turisti benestanti del Golfo potrebbe essere in parte compensato da arrivi da altre regioni, ma l’associazione delle agenzie di viaggio Fiavet ha stimato l’11 marzo perdite già pari a 38.800 euro per agenzia. Le perdite complessive [… superano i 222 milioni di euro, con solo il 17% dei viaggiatori che ha accettato destinazioni alternative.

Trascrizione del video del giornalista Michael Wolff, autore di Fuoco e furia (2018), Assedio (2019) e altri libri su Trump. Wolff possiede 100 ore di conversazione con Jeffrey Epstein
A volte penso che la cosa che più rappresenta la presidenza Trump sia Jared Kushner, il genero che ha divorato il suocero.
Ora, in mezzo a questa nuova guerra di Trump, in cui Kushner è il principale consigliere e negoziatore del suocero, Kushner sta raccogliendo 5 miliardi da investitori nel Golfo Persico.
Quindi la guerra è il veicolo di investimento di Kushner. Durante la scrittura di tre libri sulla prima amministrazione Trump, mi sono reso conto che l’unica persona che ha prosperato e sopravvissuto, oltre a Trump stesso, è stato Kushner. E infatti, anche quando il suocero è stato sconfitto, Kushner è riuscito a raccogliere 2 miliardi.
Quando ho scritto il mio quarto libro sulla campagna del 2024, mi sono reso conto anche che Kushner, che ha personalmente nominato Susie Wiles come responsabile della campagna, era essenzialmente la mano nascosta dietro l’intera campagna.
Kushner ora opera con la libertà di non far parte ufficialmente della Casa Bianca, e tuttavia con il potere di dirigere gran parte di ciò che fa la Casa Bianca. È ovviamente molto difficile, per non dire altro, individuare le ragioni e gli obiettivi della guerra.
Ma diventa molto più chiaro se inizi a vedere la partnership israelo-statunitense come un modo per, in particolare, Jared Kushner, di dominare la regione e iniziare a immaginare le possibilità di business della ricostruzione di ciò che verrà dopo tutta questa distruzione.
Durante la prima amministrazione, ho scritto, e questo era un punto di vista comico, sulla possibilità che Kushner stesso diventasse presidente, che sembrava in qualche modo ancora più improbabile di Trump come presidente. Ma ora, sempre di più, vedo effettivamente Kushner come il vero presidente, con il suocero che è solo la distrazione stupida.
La modifica proposta non migliora l’efficienza del sistema e pregiudica i diritti della collettività. I nostri padri costituenti ci hanno consegnato una Carta che tiene in equilibrio i poteri dello Stato. E per questo non va toccata, dice il procuratore capo di Napoli, schierato per il No alla riforma Nordio: “Vogliono allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno”

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Ha offerto alla causa la propria popolarità. Ha innescato polemiche e ne ha fronteggiate di violente. Polarizzando, inevitabilmente, l’attenzione. Da un lato lui, Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, il volto più noto, riconoscibile ed effervescente del No referendario e dall’altro il governo, con il ministro Carlo Nordio e il suo entourage a sparare bordate quotidiane. Nelle intenzioni, a sostegno del Sì, ma spesso capaci di innescare clamorosi autogol. A citare l’ultima uscita, bisogna, per prudenza cronachistica, affiancare sempre l’aggettivo «provvisoria». E la palma va a Giusi Bartolozzi, la zarina ministeriale, capa di gabinetto del ministro, e a quella sua trovata sui magistrati come «plotoni di esecuzione». Colpevoli di averla messa sotto accusa per l’assai opaca, confusa e pasticciata gestione dell’onorevole rimpatrio del torturatore libico Almasri. Strano cortocircuito per una che dalla toga è passata al Parlamento con Forza Italia, per acquartierarsi poi a dettar legge in via Arenula. Perché tra intenti punitivi, voglia di liberarsi dal fastidio della giurisdizione, addomesticare i controlli di legalità, quella del referendum è una campagna giocata tutta sulle intenzioni. Sviluppatasi su molti non detti, Nordio a parte. Separazione delle carriere, Csm a sorteggio, sbilanciato sulla politica, Alta Corte disciplinare si sono così rivelati i viatici per una resa dei conti tra politica e magistratura. Tutto è tornato utile. Soprattutto quello che non c’entrava, da Garlasco alla famiglia del bosco, fino a Sal Da Vinci. Tutto per un redde rationem rinviato da trent’anni: colpi di mano e coltelli sempre più affilati.
Procuratore Nicola Gratteri, giocoforza, lei è diventato il volto della campagna referendaria per il No. Le è pesato questo ruolo da testimonial?
«Sicuramente ho dovuto impiegare molta parte del mio tempo libero per questa “causa”. Come ho sempre detto, sono autonomo e non mi ritengo un testimonial, anche se condivido in toto la battaglia del comitato del No. In ogni caso, è un dovere morale da parte mia schierarmi, spiegando in ogni contesto possibile quale sia la posta in gioco».
Nell’infuriare della campagna, lei ha ingaggiato l’ennesimo confronto dialettico acceso con il ministro Carlo Nordio. Dopo l’intervento del Capo dello Stato, sembrava tornata la quiete, ma poi ancora una volta si è tornati a toni infuocati. Pensa che abbia giovato?
«I cittadini devono essere informati compiutamente da entrambi gli schieramenti sul merito, gli slogan e i toni accesi tendono a far perdere di vista l’oggetto e le conseguenze della riforma; quindi, condivido pienamente quanto detto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma ciononostante leggo ogni giorno attacchi di ogni tipo, anche rivolti alla mia persona, da parte di chi fa campagna per il Sì. Non mi sembra di constatare altrettanto, in senso opposto, nelle pagine del comitato del No. Ma io sono prima di tutto uomo delle istituzioni e quindi se anche sono ogni giorno bersaglio di attacchi, personali, continuo a dire che bisogna parlare solo del contenuto del referendum, e dei danni che una modifica della Costituzione, di questa portata, potrebbe avere su tutta la collettività. E pare che i cittadini stiano capendo».
Data come una causa perdente, la battaglia per il No, è ora concordemente accreditata come vincente, sia pure con margini risicati, da tutti i sondaggi. Cosa ha cambiato le carte in tavola?
«La partita è ancora lunga e nulla è scontato, bisogna continuare fino all’ultimo istante spiegando che la riforma costituzionale non migliorerà di una virgola i disservizi della giustizia, e anzi pregiudicherà il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, oltre a cagionare una triplicazione dei costi».
Una sua frase riferita al contesto criminale calabrese, sulla preferenza per il Sì da parte di chi ha conti aperti con la giustizia, ha contribuito a scaldare il clima? Conferma quella lettura?
«Chi ha sentito il discorso nella sua interezza ha colto il senso. Non ho detto e non penso affatto che gli elettori propensi a votare Sì siano automaticamente indagati, massoni o disonesti; ho spiegato che questa riforma, che indebolisce la giustizia, conviene a indagati e massoni deviati. Ma oltre a loro voteranno persone per bene che non la pensano come me e gli esponenti dell’altro schieramento. Credo di averlo detto decine e decine di volte, ma la frase continua a essere strumentalizzata».
La campagna referendaria è stata contrassegnata mediaticamente dalla definizione “separazione delle carriere”, ma dal fronte del No si è molto insistito sul fatto che fosse una mistificazione dialettica. Qual è il vero scopo della riforma allora?
«La separazione delle funzioni di fatto già esiste. Dal momento che non ha senso cambiare ben sette articoli della costituzione, per un problema che non esiste, mi pare evidente, e lo hanno fatto capire tra gli altri Nordio e Tajani, che lo scopo della riforma è di allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno».
Da parte del Sì, l’obiezione prevalente è che l’asservimento della funzione del pubblico ministero all’esecutivo, paventata dal fronte del No, sia in realtà inesistente, perché nel testo della riforma Nordio non se ne fa cenno. È un reale pericolo? E in che modo, a partire dalla riforma, potrebbe compiersi?
«Principalmente, con il sistema di sorteggio dei membri, completamente squilibrato in favore dei laici. Prevedere un sorteggio tra tutti i magistrati e un sorteggio tra una rosa scelta dalla politica significa che una minoranza compatta condizionerà una maggioranza eterogenea destinata viceversa ad andare in ordine sparso».
L’altro nodo è l’architrave disciplinare, ovvero i due nuovi Csm e l’Alta Corte. Un antidoto allo strapotere delle correnti, dicono i fautori del Sì. Lei, di sicuro, non è ascrivibile alla schiera dei fan delle correnti e della politicizzazione della magistratura, dal momento che le hanno affibbiato qualunque casacca. Tuttavia, neanche su questo salva la riforma?
«Questa riforma sostituirà il correntismo togato con il correntismo politico. Dalla padella alla brace. Mi tengo il vecchio sistema».
Quali sono i tre mali del sistema giustizia e perché il referendum non li curerà?
C’è un rapporto sproporzionato tra carichi di lavoro e magistrati rispetto ad altri Stati. Le riforme ultime, Cartabia in primis, hanno appesantito ulteriormente le procedure; e quelle che si profilano andranno in questa direzione: ricordo che il Parlamento sta per approvare la riforma sul sequestro dei telefonini che, rispetto a oggi, richiederà ben tre sequestri sulla stessa cosa, quindi triplicando il lavoro dei magistrati. I sistemi informatici sono antidiluviani. La vera riforma della giustizia è quella che mette nelle condizioni i magistrati di decidere presto e bene. L’imputato deve sapere e sentirsi garantito se si rende conto che il suo giudice può esaminare con calma e approfonditamente le prove che le parti hanno portato al processo».
La magistratura ha conosciuto il massimo del favore popolare nei primi anni Novanta, con l’onda di Tangentopoli, la sollevazione popolare del dopo stragi, i processi al cuore del potere, poi l’inesorabile declino del consenso. A cosa lo attribuisce? Riconosce passi falsi della sua categoria?
«Sicuramente il correntismo non ha inciso positivamente sul gradimento dei cittadini. Ma ha influito anche una disinformazione di alcuni organi di stampa e di alcuni esponenti politici a cui non è gradito l’operato della giustizia. I magistrati, per contro, non hanno voce per potere spiegare come stanno le cose. Ma la cosa importante da far comprendere è che questa riforma non elimina le correnti, anzi se possibile la situazione potrebbe solo peggiorare».
Qual è lo stato della lotta alla mafia. Lei stesso ha denunciato l’affievolimento degli strumenti necessari a garantirne l’efficacia. Stiamo davvero facendo passi indietro?
«Stiamo facendo passi indietro sul fronte della legislazione. Ho citato l’esempio del sequestro dei telefonini, che oltre a triplicare il lavoro impedirà di acquisire prove che oggi sarebbe possibile acquisire; ma anche l’indebolimento del contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione incide poiché si annidano in quel contesto reati spia. Ma poi sul fronte tecnologico, le mafie sono sempre più evolute, mentre, secondo il ministro, le intercettazioni sono inutili. Non andiamo da nessuna parte».
Lei, indubbiamente, si è molto esposto. Ha qualche preoccupazione, teme contraccolpi?
«Sono 35 anni che vivo in trincea. Ho passato periodo peggiori e sono allenato a tutto».
La campagna è praticamente conclusa, qualche rimpianto?
«Bisogna fino alla fine far comprendere ai cittadini che la nostra Costituzione è una delle migliori al mondo, che ce la dobbiamo tenere stretta, che è l’architrave della nostra democrazia, che i padri costituenti ci hanno messo due anni per arrivare al giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, e non possiamo distruggere tutto questo».
“Sconto” di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio, 12 centesimi al chilo sul Gpl. Per 20 giorni di accise ridotte il governo prevede tagli di diversi milioni in tutti i ministeri, ma quello che salta più all’occhio è quello della Salute

(lespresso.it) – Il dl Carburanti, pubblicato oggi – 19 marzo – in Gazzetta Ufficiale, introduce una riduzione temporanea delle accise di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio e 12 centesimi al chilo sul prezzo del Gpl. Ma a quale prezzo? Quello di un piano di coperture finanziarie che penalizza duramente il ministero della Sanità. Per sostenere un taglio delle accise valido per circa 20 giorni, il decreto prevede infatti riduzioni lineari di spesa, e quindi una percentuale di riduzione fissa, sul budget dei diversi ministeri. Tra queste, la voce più consistente riguarda proprio il ministero della Salute, con un taglio di oltre 86 milioni di euro.
Pesanti riduzioni anche per il ministero dell’Economia (che perde 127,5 milioni) e per quello delle Infrastrutture e dei Trasporti 96,5 milioni, seguiti a catena dal ministero delll’Interno (30,17 milioni), dell’Istruzione (25,691 milioni), degli Esteri (25,148 milioni), dell’Università e Ricerca (25,382 milioni), dell’Agricoltura (25,355 milioni), della Cultura (25,012 milioni), e così via per gli altri dicasteri. Il decreto è già entrato in vigore con la pubblicazione, ma dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.
Le misure oltre i tagli
Accanto al taglio dei prezzi alla pompa, il decreto rafforza i meccanismi di controllo lungo la filiera. Le società petrolifere dovranno infatti comunicare quotidianamente agli esercenti i prezzi consigliati e pubblicarli sui propri siti, trasmettendoli anche al Garante per la sorveglianza dei prezzi e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. In caso di violazione è prevista una sanzione pari allo 0,1% del fatturato giornaliero. Per i distributori viene anche introdotto il divieto di aumentare i prezzi nell’arco della stessa giornata dopo la comunicazione.
Il testo istituisce inoltre un regime speciale di monitoraggio: il Garante per i prezzi potrà individuare anomalie tra l’andamento dei prezzi alla pompa e le quotazioni internazionali, segnalando i casi alla Guardia di finanza per verifiche sui costi lungo tutta la filiera, fino all’acquisto del greggio. Gli esiti degli accertamenti saranno trasmessi anche all’Antitrust e, in presenza di ipotesi di reato, all’autorità giudiziaria entro due giorni, con riferimento anche al reato di “manovre speculative su merci”. Le disposizioni su trasparenza e prezzi si applicheranno per tre mesi dall’entrata in vigore.
Le reazioni
La reazione di Pd, Avs e M5s è compatta. I 5 stelle parlano di un “ridicolo tentativo di pannicello referendario”, i dem di una misura “ampiamente insufficiente”. Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra definisce le misure del governo “una colossale presa in giro per gli italiani”. “Le notizie di oggi ci confermano quanto abbiamo sostenuto già ieri sera – incalza Bonelli – Le misure contenute nel Dl carburanti varato ieri dal Cdm sono insufficienti. L’aumento del prezzo del petrolio ha, di fatto, già mangiato l’effetto delle misure del decreto”.
Insoddisfazione anche da Assotir. “Il decreto carburanti è un provvedimento positivo, ma incompleto”. Così l’Associazione Italiana delle Imprese di Trasporto, che sottolinea che adesso il ministero dei Trasporti e il ministero dell’Economia debba “varare al più presto” il decreto interministeriale che “riconosce il credito di imposta ai Tir euro V e euro VI. “È un tassello fondamentale dell’intervento”, afferma il segretario generale di Assotir Claudio Donati.
Intervistata da Fedez e Marra, la premier replica allo storico che ha criticato la riforma Nordio: “Quello che dice non ha senso. Selezionare i membri laici dei Csm non sarà come scegliere il capo di una bisca clandestina”

(di Giovanni Macchi – tpi.it) – Nel corso della discussa puntata di Pulp Podcast, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervistata da Fedez e Davide Marra, risponde a distanza allo storico Alessandro Barbero, tra gli intellettuali più critici verso la riforma della magistratura che fra tre giorni sarà oggetto di referendum. “Le sue tesi non hanno molto senso”, replica la premier.
Meloni si esprime dopo che Fedez le ha mostrato il video di un intervento pubblico di Barbero nel quale il professore si scaglia contro il meccanismo del sorteggio introdotto dalla riforma per scegliere i membri dei nuovi consigli superiori della magistratura e della nuova Alta Corte Disciplinare. Barbero critica, in particolare, la previsione per cui i membri “togati” saranno totalmente estratti a sorte, mentre i membri “laici” saranno sorteggiati da un elenco selezionato dal Parlamento. Lo storico parla di “malafede”: “Nell’Italia di oggi – osserva – da moltissimo tempo il Parlamento fa esattamente quello che dice di fare il Governo”.
Dopo aver visto il video, Meloni risponde. “La risposta lapidaria che voglio dare a Barbero – dice – è che io ho sempre pensato che, ascoltando quello gli altri si aspettano da te, scopri di quello che tu dovresti aspettarti dagli altri”. “La mia malafede non arriva dove arriva l’immaginazione di Barbero”, aggiunge
“Barbero – afferma la premier entrando nel merito – dice che il Parlamento fa quello che dice il Governo. Temo che per uno storico, atteso che noi siamo in una repubblica parlamentare, sia una tesi un po’ forzata. Il Parlamento fa quello che dice la maggioranza del Parlamento. Se c’è una maggioranza in Parlamento, il Governo fa quello che dice la maggioranza del Parlamento”.
“Barbero – prosegue – fa questo errore apparentemente grossolano per dire che io al governo mi posso stilare da sola questa lista. Ma Barbero, che è una persona autorevole, sa benissimo che questo sarebbe incostituzionale. La lista va fatta per forza da maggioranza e opposizione insieme”. “Quando faremo la legge di attuazione della riforma – assicura Meloni – io voglio mantenere i tre quinti che sono necessari per eleggere la lista: significa che tu non puoi fare una lista senza il concorso delle opposizioni”.
Nel video mostrato da Fedez, Barbero sottolinea inoltre come la riforma non precisi quanti nomi dovrà contenere la “lista stabilita dalla politica”, “per cui – sostiene – se devono sorteggiare dieci membri laici, potrebbero benissimo fare una lista di undici nomi”.
“Qui esco pazza – replica Meloni – perché noi stiamo parlando della Costituzione e della legge del Parlamento della Repubblica italiana, non stiamo parlando della nomina del responsabile di una bisca clandestina. Se io provassi a fare una legge del genere, il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe e non consentirebbe che quella legge venisse presentata in Parlamento”. “La lista dovrà essere molto lunga e verrà fatta con l’opposizione”, ribadisce.
“Tutte queste tesi surreali – conclude la premier – sono anche una mancanza di rispetto verso il presidente della Repubblica, che la riforma l’ha controfirmata. Tutte le tesi che sta sostenendo Barbero non hanno francamente molto senso dal mio punto di vista”.

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – È stata depositata presso il TAR del Lazio una class action popolare contro la Rai e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per porre fine alla «occupazione partitica» del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso è stato promosso dall’associazione Generazioni Future, rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei, con il patrocinio dell’avvocato Luigi Paccione. Secondo i ricorrenti, l’attuale governance di viale Mazzini si trova infatti una «situazione di assoluta illegalità» rispetto alla normativa europea, che richiede procedure di nomina trasparenti e del tutto svincolate dalla politica. La Rai, dicono i promotori, è stata ed è ancora segnata da «un’occupazione pluridecennale che annienta il diritto degli utenti alla trasparenza e alla imparzialità dell’informazione».
L’azione legale collettiva, che ha già raccolto oltre diecimila adesioni, denuncia la violazione del Regolamento europeo 2024/1083, il cosiddetto Media Freedom Act, entrato in vigore lo scorso 8 agosto, che impone l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico dai condizionamenti politici. Nella realtà, fanno notare i ricorrenti, il metodo dell’«occupazione partitocratica» e della spartizione del servizio pubblico continua a segnare, senza soluzione di continuità, le dinamiche interne alla Rai. «Dall’agosto scorso la Rai versa in situazione di assoluta illegalità e la sua governance è radicalmente contraria ai principi e alle regole di un Regolamento Europeo fonte primaria del nostro diritto», spiegano i promotori, sottolineando come «le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con relativa collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi ben pochi si preoccupino». Il CDA Rai è oggi formato da 7 membri: 4 sono eletti dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), 2 sono designati dal governo – nello specifico dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e 1 è eletto dai dipendenti dell’azienda.
La class action mira a ottenere dal Tar una sentenza di accertamento che verifichi la mancata applicazione della normativa europea, con l’obiettivo di ripristinare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione pubblica. I sostenitori dell’iniziativa chiedono inoltre un intervento sulla gestione finanziaria dell’azienda, con particolare riferimento alla «restituzione del canone non dovuto» e alla «limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista», aprendo così la strada a un possibile coinvolgimento della Corte dei Conti. Sostenuta da un patto di oltre venti organizzazioni, la class action rappresenta un tentativo di mobilitazione popolare per difendere un «bene comune» pagato dai cittadini attraverso il canone. La piattaforma per aderire è accessibile sul sito generazionifuture.org, dove i cittadini possono prenotarsi come partecipanti all’azione collettiva.
«L’occupazione della Rai, dopo entrata in vigore del Media Freedom Act, ha raggiunto un nuovo livello – dichiara a L’Indipendente il Prof. Ugo Mattei -. Essa non è più soltanto politicamente vergognosa ma oggi è anche smaccatamente illegale. Questa volta davvero “ce lo chiede l’Europa!”». Sulla Rai, prosegue Mattei, «emerge in modo chiarissimo il comune interesse all’occupazione tanto della destra quanto della cosiddetta sinistra: emerge così in modo plastico come il Italia la vera contrapposizione sia fra chi vuole la Rai bene comune e chi vuole mantenerla come puro strumento di propaganda. Il popolo contro la casta. Lo strumento giuridico della class action può dare al primo uno strumento per coalizzarsi per difendere i beni comuni».
L’annuncio di Downing Street sulla disponibilità di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, minaccia gli alleati degli Stati Uniti

(ilfattoquotidiano.it) – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone sono pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale dello strategico Stretto di Hormuz, chiuso dall’inizio della guerra in Iran. L’annuncio è arrivato con un comunicato diffuso da Downing Street nel quale i sei Paesi condannano con forza i missili e i droni lanciati da Teheran. La risposta iraniana non si fa attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, secondo quanto riporta la Cnn, fa sapere che gli alleati degli Usa che aiutano Washington a riaprire lo Stretto si renderebbero “complici” dell’aggressione. Durante una telefonata con il suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, Araghchi ha affermato che l’attuale situazione a Hormuz è stata causata da Stati Uniti e Israele, e ha avvertito che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano costituirebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.
Nella dichiarazione congiunta i leader dei sei Stati esprimono la “disponibilità” a “contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto” accogliendo “con favore l’impegno delle nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria“. Nella nota inoltre i firmatari condannano “con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane” ed esprimono “profonda preoccupazione” per l’escalation del conflitto. “Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le sue minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge nella nota.
“Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili”, insistono ancora i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone. “In linea con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sottolineiamo che tale interferenza con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali“. “A questo proposito – concludono – chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas”.
Sull’argomento è intervenuto, a margine del Consiglio Europeo a Bruxelles, anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres facendo presente che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu “ha condannato gli attacchi” dell’Iran contro gli Stati vicini “e ne ha ordinato la cessazione, come ha ordinato l’apertura dello Stretto di Hormuz”. Per Guterres, “la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz causa immense sofferenze a moltissime popolazioni in tutto il mondo, che non hanno nulla a che fare con questo conflitto. È tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza. È tempo che la diplomazia prevalga sulla guerra”, conclude.

(ANSA) – PISA, 19 MAR – Regolare i salari, introducendo un limite minimo e massimo, può ridurre le disuguaglianze senza compromettere occupazione e crescita. Lo dice uno studio dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista internazionale Economic Modelling. La ricerca ha analizzato il caso italiano utilizzando il modello macroeconomico Eurogreen.
Le simulazioni, spiega l’ateneo, “mostrano che un salario minimo fissato a 10 euro l’ora è particolarmente efficace nel ridurre il lavoro povero e le disuguaglianze diffuse, aumentando i redditi più bassi: il salario massimo, fissato nelle simulazioni a 40 euro l’ora, agisce invece sulla parte alta della distribuzione e contribuisce in modo significativo a ridurre il divario retributivo fra uomini e donne”.
Per la ricerca “sul piano macroeconomico occupazione e produttività restano sostanzialmente stabili nel medio periodo: l’aumento dei salari più bassi tende a rafforzare la domanda interna, compensando gli effetti legati all’aumento dei costi del lavoro, mentre il contenimento dei redditi più elevati non produce impatti negativi rilevanti sull’attività economica complessiva”.
“Il dibattito pubblico – osserva Simone D’Alessandro, professore del dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa – spesso contrappone equità ed efficienza ma il nostro lavoro mostra che, se valutate in modo sistemico, politiche salariali ben calibrate possono ridurre le disuguaglianze salariali e di genere senza generare effetti macroeconomici destabilizzanti”.
Lo studio, conclude il docente, “si inserisce in un contesto particolarmente critico per il mercato del lavoro italiano, visto che negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse in cui i salari reali medi sono diminuiti, a fronte di una crescita diffusa negli altri Paesi avanzati”.
Le affinità con Ferragni. Il problema non è Fedez. Quello fa Fedez. La sua virata a destra è ormai cosa nota da tempo e lo ha aiutato a galleggiare nel periodo delle amicizie pericolose tra ultras della malavita e Fabrizio Corona. Quando temeva di affondare con la ex moglie […]

(di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – Il problema non è Fedez. Quello fa Fedez. La sua virata a destra è ormai cosa nota da tempo e lo ha aiutato a galleggiare nel periodo delle amicizie pericolose tra ultras della malavita e Fabrizio Corona. Quando temeva di affondare con la ex moglie – in pieno Pandoro gate – ha iniziato a flirtare con Cruciani, ad andare a pranzo con Giambruno, a invitare nel podcast Vannacci, Gasparri, Capezzone, Sechi, il social media manager di Meloni, ad andare in barca con La Russa e Santanchè, a dichiarare pubblicamente che Salvini – patatone – gli era stato vicino quando era malato e che Meloni comunica meglio di Schlein. Ci mancava solo che dicesse “e comunque Crosetto è anche un bell’uomo”. Quindi no, Fedez che corteggia Meloni perché vada ospite da lui (lo aveva già anticipato mesi fa) e di conseguenza a promuovere il sì al referendum, non stupisce. Appena Meloni ha accettato perché molto preoccupata per l’esito del referendum, il rapper si è precipitato a inviare mail (il 12 marzo) a Conte e Schlein per simulare par condicio e – giustamente ignorato dagli altri due – si è portato a casa l’intervista alla premier.
Ripeto. Fedez fa Fedez. Il problema è Giorgia Meloni che fa Chiara Ferragni. Per anni Chiara Ferragni ha rifiutato qualunque intervista con i giornalisti, a parte i pochissimi di cui si fidava. Regina dell’autonarrazione, ha sempre temuto il confronto, le domande, le critiche (chi vi ricorda?). Lei si raccontava da sé sulle sue pagine, era protetta dal suo cerchio magico di mamma e sorelle, restituiva al Paese un’immagine di sé perfetta e inaffondabile. Esattamente come Giorgia Meloni, laddove mamma Anna era mamma Marina, dove Arianna era Valentina Ferragni e i giornalisti – a parte l’esercito dei lecchini – erano tutti degli stronzi. Pericolosi. Infidi. Capaci di tutto, perfino di fare domande scomode.
Poi, un giorno, Chiara Ferragni è inciampata in Fedez e ha capito che lui le avrebbe allargato il pubblico, senza ancora sospettare che le avrebbe pure accorciato la vita di almeno 20 anni (Fedez è più logorante del lavoro nelle miniere di carbone nel Sulcis). E così, in effetti, è stato. Ferragni è diventata nazionalpopolare e anche molti maschi under 25 (un pubblico che lei non aveva) hanno iniziato a conoscerla. Giorgia Meloni, alla vigilia del voto per il referendum sulla giustizia, ha completato la sua trasformazione in Chiara Ferragni. Dopo una sfilza di rifiuti a interviste serie e rigorose di giornalisti che non fossero i paladini del sì (nel senso di “Sì Giorgia, obbedisco”), ha deciso di chiudere la campagna referendaria sedendosi sulla scomodissima poltrona del podcast di Fedez. Proprio lei, quella che in pieno Pandorogate sbraitava dal palco di Atreju: “ll vero modello da seguire non sono gli influencer che fanno soldi a palate indossando vestiti o mostrando borse o facendo eco al design o promuovendo carissimi panettoni, facendo credere che si farà beneficenza ma il cui prezzo serve solo a pagare cachet milionari. Il vero modello da seguire è quello di chi quelle eccellenze le inventa, le disegna e le produce. E ai giovani bisogna spiegare che crearli quei prodotti è più straordinario che limitarsi a mostrarli!”.
Per la cronaca, Fedez replicò: “È singolare che pochi minuti fa la presidente del Consiglio abbia deciso di salire sul palco per parlare delle priorità del Paese. Avrà parlato della disoccupazione o della manovra che stanno facendo col c*lo o della pressione fiscale? No, ha deciso di dire ‘diffidate dalle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro presidente del Consiglio”. Insomma, si schifavano reciprocamente, poi devono aver pensato che l’uno poteva tornare utile all’altra e improvvisamente né il governo né gli influencer che esibiscono ricchezza fanno poi così tanto schifo. Del resto la nostra premier esibisce maglioni da cinquemila euro di Cucinelli e compra ville milionarie con piscina, la ricchezza non fa schifo neppure a lei.
Resta solo da capire quanto la mossa di Giorgia Ferragni sia furba. Ha intercettato nuovi elettori o vecchi detrattori di Fedez? Perché la premier ha accettato convinta di poter allargare la platea giovane dei potenziali votanti, ma non ha tenuto conto del fatto che questa ospitata ha il sapore della mossa disperata, della premier che chiede aiuto, per il referendum sulla giustizia, a uno che fino a ieri (e forse oggi) era il best friend di Luca Lucci e altra bella gente. A uno che ormai ha la credibilità sotto le sneakers. E non sono neppure le amicizie di Fedez il problema, visto che Meloni ne ha anche di peggiori. È proprio l’operazione in sé a essere grottesca.
Meloni inizia a scimmiottare la propaganda trumpiana, quella delle ospitate dai peggiori podcaster del Paese, corteggiando soprattutto il pubblico meno istruito, giovane e principalmente maschile. In un momento, per giunta, in cui gli effetti dell’elezione di Donald Trump si fanno sentire a suon di bombe e/o scenari inquietanti in mezzo mondo, compreso il nostro Paese. E in cui per molti sta diventando chiaro che per scongiurare l’eventualità che si finisca in qualche baratro con Trump, è meglio liberarsi al più presto di chi gli giura fedeltà (la presidente del Consiglio, per esempio). Non so se la scelta di Giorgia Ferragni sia saggia, so però che fine ha fatto Chiara Ferragni quando si è convinta che per allargare la platea e “vendere di più” avesse bisogno del marito: ha pensato che Fedez fosse un trampolino, ha scoperto un attimo dopo che era una botola. Quel “sì” le è costato carissimo. Chissà che questa corsa al “sì” non costi altrettanto caro alla novella sposa.
Dopo le ultime infrazioni su Rete4 e le furbe modalità notturne di garantire al No una presunta parità di trattamento su Mediaset, sembrava che l’Agcom si fosse addormentata

(Giandomenico Crapis – ilfattoquotidiano.it) – Alla fine l’Autorità Garante delle comunicazioni, sollecitata da settimane, ha battuto un colpo. Quindi esiste e lotta insieme a noi, verrebbe da dire parafrasando un vecchio slogan post-sessantottino. Perché il dubbio di questa campagna elettorale era stato quello di sempre; che ne è della par condicio, dov’è l’Agcom? Con gli ultimissimi episodi di infrazione su Rete4 e le furbe modalità notturne di garantire al No una presunta parità di trattamento sulle reti Mediaset, si era avuta insomma la sensazione che l’Agcom non ci fosse o che si fosse addormentata. Le ingiunzioni last minute a Rete4 e Nove, per quanto sacrosante, giungono però in ritardo e solo a parziale compensazione dei danni fatti da vari attori lungo tutta la campagna. Ciò anche per un sistema di rilevamento, affidato a Geca Italia, che elabora dopo 4 giorni i dati dell’ultima settimana rilevata e che in campagna elettorale tralascia di monitorare gli esponenti politici come pure andrebbe fatto: un minuto di parola di un politico di terza fascia non pesa quanto lo stesso tempo utilizzato dalla premier o da un leader. Un sistema da rivedere, sperimentando magari anche altre società per un monitoraggio più incisivo e puntuale.
Ma facciamo un passo indietro. Si dice che Meloni e soci comunichino bene e che è anche questo il segreto del loro permanente consenso. Con il referendum però le cose pare stiano andando diversamente, sia a leggere i sondaggi fino a dieci giorni fa che per ammissione di qualche ministro. Forse che le strategie meloniane si sono improvvisamente inceppate, come accadde, un po’ più precocemente, a Renzi? Di colpi alla narrazione referendaria destrorsa ce ne sono stati, in particolare il clamoroso rovesciamento dei fatti di Rogoredo ha vanificato con grande risonanza mediatica la pronta strumentalizzazione della premier e dei suoi alleati. Il nervosismo della compagine governativa è diventato evidente negli ultimi 15 giorni: dall’intervento a gamba tesa di Meloni sul caso dei bambini della casa nel bosco alle recenti sollecitazioni di qualche suo sodale che ha chiesto di utilizzare tutti i mezzi, anche quelli più biecamente clientelari, per estorcere il Sì agli elettori. In una curiosa, e speriamo beneaugurante, assonanza con gli inviti del 2016 di De Luca ai sindaci campani, che li invitava ad apparecchiare fritture acchiappavoti per il referendum renziano.
Forse non è accaduto come nel 1995 quando una campagna di spot devastante su Mediaset fece vincere il No al ridimensionamento del monopolio tv di Berlusconi, mettendo una pietra tombale su una possibile riforma, ma i tentativi di forzature propagandistiche del fronte del sì si sono succedute in un crescendo rossiniano. E qui torniamo al problema davvero grosso di un’Autorità poco attrezzata per far fronte alle necessità di vigilanza: tra l’altro per un’effettiva azione di deterrenza bisognerebbe vigilare giorno per giorno, magari con riunioni quotidiane dell’Agcom, che invece nell’ultimo mese prima del 22 marzo si è riunita solo 3 o 4 volte!
L’azione di quest’ultima poi, già blanda di suo, quando c’è appare discutibile. Oltre ai provvedimenti di ieri, 15 giorni fa aveva invitato La7 e Nove a riequilibrare a favore del Sì la loro programmazione, ma non lo aveva fatto con Rete4 (o anche Radio24) dove lo sbilancio per il Sì e a sfavore del No (per lo stesso periodo) ha percentuali simili a quelle contestate a La7. E’ inutile aggiungere le tante altre faziosità lasciate impunite, come Tommaso Cerno che irride su Rai2 i portavoce del No, le interviste fiume a Meloni e la preponderanza in questo ultimo periodo, tra gli esponenti politici, della Presidente del Consiglio che ha goduto di una presenza tv tre volte superiore rispetto al primo esponente dell’opposizione.
Tutto ciò ci conferma ancora una volta che la vigilanza sul rispetto della par condicio in periodo elettorale non è una cosa seria: è tardiva, piena di buchi, inefficace. Poi certo, non ci sarebbe bisogno di regole, sanzioni e par condicio, come ha osservato Zaccaria, se non esistesse l’abnorme duopolio Rai-Mediaset e il sistema fosse davvero plurale. Perché, attenzione, nonostante il digitale e l’apparente proliferare di canali, la maggior parte di essi appartengono al polo Rai-Mediaset che gestisce dai 2/3 ai 3/4 degli ascolti.
P.S.: Domanda per il Garante, ma perché Radio Radicale, così schierata per il Sì e finanziata dallo Stato, non viene monitorata insieme alle altre radio?
Sul sito dell’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit sono disponibili soltanto i prezzi aggiornati a ieri mattina. Controlli a tappeto su rispetto prezzi

(adnkronos.com) – I prezzi di benzina e diesel salgono ancora. Il taglio delle accise entrato in vigore a notte fonda (il decreto-legge è uscito in Gazzetta Ufficiale dopo l’una di oggi 19 marzo 2026) non sembra ancora essere stato recepito sui prezzi consigliati e praticati dei carburanti alla pompa. Sul sito dell’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit, inoltre, sono disponibili soltanto i prezzi aggiornati a ieri mattina, per cui, anche nel caso in cui il taglio delle accise fosse stato recepito sui listini, dalla rilevazione odierna l’effetto non emergerebbe.
Secondo il Codacons incrementi generalizzati dei listini sarebbero avvenuti alla vigilia della riduzione delle accise.
Nel frattempo, i nuovi drammatici sviluppi della guerra del Golfo hanno fatto schizzare ancora una volta le quotazioni dei prodotti raffinati. Il risultato è che questa mattina Eni – che dall’inizio della crisi si è mantenuta sensibilmente al di sotto delle altre compagnie e in generale del mercato – ha aumentato i prezzi consigliati di benzina e gasolio. Stando alla consueta rilevazione di Staffetta Quotidiana, Eni ha aumentato di quattro centesimi al litro i prezzi consigliati di benzina e gasolio.
Intanto i ministri delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti hanno predisposto già da questa mattina, con la collaborazione della Guardia di finanza, un’immediata azione di controllo sulla rete di distribuzione dei carburanti, come previsto dal decreto legge approvato ieri in Cdm, che conferisce nuovi, importanti e straordinari poteri al Garante per la sorveglianza dei prezzi del Mimit.
A Palazzo Piacentini è in corso una riunione della Cabina di regia della Commissione di allerta rapida, nel corso della quale il Garante per i prezzi fornirà alla Gdf la lista dettagliata degli operatori della distribuzione e delle relative compagnie petrolifere che non hanno ancora adeguato il prezzo dei carburanti al taglio delle accise, per un’immediata e straordinaria azione di controllo in tutta la rete stradale e autostradale.
Queste sono le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del made in Italy ed elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 20mila impianti: benzina self service a 1,869 euro/litro (+14 millesimi, compagnie 1,872, pompe bianche 1,863), diesel self service a 2105 euro/litro (+16, compagnie 2,106, pompe bianche 2,102). Benzina servito a 2,001 euro/litro (+13, compagnie 2,037, pompe bianche 1,932), diesel servito a 2,236 euro/litro (+15, compagnie 2,270, pompe bianche 2,173). Gpl servito a 0,706 euro/litro (+1, compagnie 0,716, pompe bianche 0,694), metano servito a 1,507 euro/kg (+1, compagnie 1,510, pompe bianche 1,506), Gnl 1,235 euro/kg (+2, compagnie 1,242 euro/kg, pompe bianche 1,229 euro/kg).
Questi sono i prezzi sulle autostrade: benzina self service 1,950 euro/litro (servito 2,200), gasolio self service 2,169 euro/litro (servito 2,420), Gpl 0,837 euro/litro, metano 1,539 euro/kg, Gnl 1,295 euro/kg.
Il Codacons, che ha elaborato i dati regionali pubblicati stamattina dal Mimit, in attesa dell’applicazione del taglio delle accise parla di una nuova ondata di rialzi su tutta la rete. Il prezzo medio del gasolio sale in tutta Italia, e si attesta sopra una media di 2,1 euro al litro in tutte le regioni ad eccezione delle Marche – spiega l’associazione – I listini più elevati in Valle d’Aosta con una media di 2,153 euro/litro, Sicilia 2,143 euro/litro, Calabria 2,137 euro/litro, mentre a Bolzano in litro di diesel costa in media 2,155 euro. Per la benzina i prezzi medi superano in diverse regioni quota 1,9 euro al litro: 1,915 euro in Calabria, 1,912 euro in Valle d’Aosta, 1,909 euro in Sicilia e Basilicata; 1,922 euro/litro a Bolzano. Sulle autostrade il prezzo medio del gasolio in modalità self si attesta a 2,190 euro al litro, 1,967 euro/litro la benzina.
Lo rivela un sondaggio pubblicato dal Telegraph. L’ipotesi, respinta dalla Casa Bianca come “ridicola”, circola in realtà anche tra esponenti politici di entrambi i partiti, commentatori e opinionisti

(ilfattoquotidiano.it) – L’interesse sugli Epstein files sembra essere stato surclassato, almeno sui media, dal conflitto in Iran. Mentre il Congresso continua a indagare e sono attese nelle prossime settimane diverse audizioni di spicco – tra cui anche quella di Bill Gates – proseguono le accuse di insabbiamento nei confronti del segretario alla Giustizia Pam Bondi. “Non ha nessuna intenzione di presentarsi per dare una testimonianza sotto giuramento“, ha detto la deputata liberal Melanie Stansbury della commissione di sorveglianza della Camera, quella davanti alla quale Bondi e il suo vice Todd Blanche si sono presentati volontariamente per aggirare il mandato di comparizione. “Noi democratici abbiamo abbandonato l’aula perché non volevamo stare al loro gioco”, ha continuato Stansbury. “L’insabbiamento continua”, aggiungono i democratici che hanno riferito di aver saputo della comparizione di Bondi e Blanche e di aver ricevuto indicazioni su come l’udienza a porte chiuse si sarebbe svolta solo ieri.
Per quanto l’amministrazione cerchi di distogliere l’attenzione mediatica dal tema, dentro alla base trumpiana, tra i dem e gli analisti c’è chi ritiene che l’operazione militare sia un mezzo per distrarre dallo scandalo che ha travolto uomini di potere – dalla politica alla finanza fino alle case reali – dentro e oltre gli Stati Uniti. Un sospetto già sorto nelle prime fasi del conflitto e che continua a crescere: come riporta il Telegraph, un recente sondaggio commissionato da Zeteo – sito web di orientamento progressista – e da altre testate, ha rivelato che per il 52% degli americani Donald Trump ha attaccato Teheran per distogliere l’attenzione dei media dallo scandalo del finanziere pedofilo. A Washington sono perfino comparsi manifesti che ribattezzano l’offensiva contro l’Iran ‘Operation Epstein Fury’, invece di ‘Epic Fury’.
L’ipotesi, respinta dalla Casa Bianca come “ridicola”, circola in realtà anche tra esponenti politici di entrambi i partiti, commentatori e opinionisti. “Avviso pubblico: bombardare un paese dall’altra parte del mondo non farà sparire i dossier su Epstein, così come non lo farà il Dow Jones che supera quota 50.000″, ha scritto il repubblicano Thomas Massie, che si è scontrato ripetutamente con Trump in merito alla pubblicazione dei documenti. Graham Platner, un democratico del Maine, la pensa in modo molto simile: “Questa guerra viene fomentata anche perché il presidente figura nei dossier Epstein, così come altre persone alla Casa Bianca, e costoro sono terrorizzati dal fatto che ci siamo accorti di ciò che stanno combinando”. Nel giugno del 2025 Joe Rogan, il podcaster americano che vanta 11 milioni di ascoltatori mensili, espresse pensieri analoghi in seguito agli attacchi sferrati da Trump contro i siti nucleari iraniani: “Basta bombardare l’Iran e tutti dimenticano. Tutti si scordano della faccenda”.

(di Kashif Hasan Khan – asiatimes.com) – Nel suo monumentale “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, lo storico Edward Gibbon sosteneva che gli imperi raramente crollano all’improvviso. Il loro declino è in genere graduale, modellato da trasformazioni strutturali di lungo periodo.
Eppure, la storia registra talvolta momenti in cui un singolo errore strategico accelera il processo. La domanda che vale la pena porsi è se gli Stati Uniti si siano avvicinati a uno di questi momenti.
L’attacco congiunto Stati Uniti–Israele contro l’Iran nel febbraio 2026 ha acceso un intenso dibattito tra studiosi e osservatori di politica internazionale. […]
Per oltre sette decenni, gli Stati Uniti hanno ancorato l’ordine globale non solo attraverso la forza militare, ma anche tramite istituzioni, regole e assetti economici che hanno strutturato il sistema internazionale del secondo dopoguerra. Molti Paesi, comprese le potenze emergenti, hanno conosciuto una crescita economica all’interno di questo quadro.
L’ascesa della Cina come potenza manifatturiera e la crescente integrazione della Russia nei mercati globali si sono sviluppate in larga misura all’interno di un sistema economico plasmato dalla leadership americana. La legittimità di questa leadership si fondava dunque non solo sulla forza, ma sulla percezione che il sistema creato dagli Stati Uniti producesse stabilità e benefici economici condivisi. In nessun luogo questo assetto è stato più strategicamente rilevante che in Asia occidentale.
Le fondamenta della leadership statunitense in Asia occidentale
L’Asia occidentale è da tempo una delle regioni più instabili della politica globale. Dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948, i conflitti ricorrenti tra Israele e i Paesi arabi, insieme alle rivalità settarie e alle guerre civili, hanno prodotto un’instabilità persistente. Allo stesso tempo, la regione possiede vaste riserve petrolifere, rendendo la sua stabilità politica essenziale per il funzionamento dell’economia globale.
Per gestire questo contesto strategico, gli Stati Uniti hanno sviluppato un sistema di sicurezza ed energia che è diventato centrale per la loro influenza globale. A partire dagli anni Settanta, Washington ha offerto garanzie di sicurezza alle monarchie del Golfo, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
In cambio, questi Stati hanno accettato di prezzare e commerciare il petrolio principalmente in dollari statunitensi. Questo assetto, comunemente noto come sistema dei petrodollari, ha rafforzato il ruolo centrale del dollaro nella finanza globale, garantendo al contempo forniture energetiche affidabili.
La relazione funzionava come un patto strategico: gli Stati del Golfo ricevevano protezione in una regione caratterizzata da forti rivalità geopolitiche, mentre gli Stati Uniti assicuravano stabilità energetica e influenza finanziaria.
Nel tempo, questo assetto ha contribuito a sostenere lo sviluppo economico nel Golfo e ha rafforzato la posizione di Washington come principale potenza esterna in grado di plasmare la sicurezza regionale.
L’Iran, tuttavia, è rimasto a lungo al di fuori di questo sistema. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, i rapporti tra Teheran e Washington si sono deteriorati drasticamente. L’Iran si è posizionato come sfidante dell’influenza statunitense e ha sviluppato reti di alleanze regionali con attori come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. Queste relazioni hanno intensificato le tensioni nella regione e rafforzato la dipendenza delle monarchie del Golfo dalle garanzie di sicurezza americane.
Per decenni, la strategia statunitense in Asia occidentale si è basata su tre pilastri: contenere l’Iran, mantenere il sistema dei petrodollari e garantire la sicurezza dei partner del Golfo. Questo quadro ha permesso a Washington di plasmare le dinamiche regionali sostenendo al contempo la propria leadership globale.
Perché l’ordine regionale potrebbe incrinarsi
Gli sviluppi recenti suggeriscono però che le fondamenta di questo sistema si stanno indebolendo. L’attacco all’Iran del febbraio 2026 ha sollevato interrogativi significativi sia sulla credibilità sia sulla sostenibilità della leadership americana nella regione.
Una delle principali preoccupazioni riguarda la fiducia diplomatica. Secondo alcune ricostruzioni, erano in corso negoziati tra Stati Uniti e Iran in Oman quando è avvenuto il primo attacco. Lanciare un’azione militare durante un processo negoziale rischia di minare la fiducia nei meccanismi diplomatici. Nella diplomazia internazionale, la credibilità resta una risorsa cruciale, anche tra rivali strategici.
Anche la legittimità dell’operazione è stata ampiamente discussa. L’attacco, secondo quanto riportato, non avrebbe avuto un’autorizzazione formale del Congresso degli Stati Uniti né l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Azioni che aggirano i meccanismi internazionali consolidati sollevano inevitabilmente interrogativi sulle regole che governano l’uso della forza e sulla coerenza dell’ordine internazionale.
Ancora più rilevanti sono le conseguenze regionali, che hanno messo in luce vulnerabilità crescenti. Le azioni di ritorsione dell’Iran hanno colpito infrastrutture e siti strategici legati agli Stati del Golfo. Per questi governi si pone una domanda fondamentale: se gli Stati Uniti non sono in grado di proteggerli dall’escalation regionale, possono ancora essere considerati un garante di sicurezza affidabile?
Queste preoccupazioni si sono sviluppate gradualmente. Negli ultimi anni, gli Stati del Golfo hanno progressivamente diversificato le proprie relazioni strategiche. La crescente presenza economica della Cina nella regione ha creato alternative che in passato erano limitate. Attraverso investimenti su larga scala, progetti infrastrutturali e cooperazione energetica, Pechino ha rafforzato costantemente la propria posizione come attore economico di primo piano in Asia occidentale.
La Cina ha inoltre iniziato a svolgere un ruolo diplomatico. L’accordo del 2023 che ha ristabilito le relazioni tra Arabia Saudita e Iran, facilitato da Pechino, ha dimostrato che stanno emergendo attori diplomatici alternativi in una regione storicamente dominata dalla mediazione americana.
Allo stesso tempo, le conseguenze economiche di un’escalation potrebbero estendersi ben oltre il Medio Oriente. Qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio, farebbe impennare i prezzi dell’energia. Quotazioni superiori ai 100 dollari al barile genererebbero pressioni inflazionistiche su scala globale, colpendo sia le economie sviluppate sia quelle emergenti.
La preoccupazione più ampia è che gli Stati Uniti rischino di indebolire proprio il sistema che ha sostenuto la loro leadership. L’ordine del dopoguerra godeva di legittimità perché appariva in grado di garantire stabilità, regole prevedibili e crescita economica. Se Washington venisse sempre più percepita come una forza destabilizzante anziché stabilizzatrice, la credibilità di questa leadership potrebbe erodersi progressivamente.
Questa dinamica è già visibile nel crescente interesse di molti Paesi a diversificare i sistemi economici e finanziari. Le iniziative all’interno del gruppo BRICS, volte a ridurre la dipendenza dalle istituzioni finanziarie dominate dagli Stati Uniti, riflettono una più ampia ricerca di alternative all’ordine esistente.
Sarebbe tuttavia prematuro dichiarare la fine della leadership globale americana. Gli Stati Uniti restano il principale attore militare mondiale e continuano a occupare una posizione centrale nella finanza e nella tecnologia globale. Tuttavia, i sistemi egemonici raramente collassano improvvisamente: più spesso si indeboliscono gradualmente, man mano che diminuisce la fiducia nella potenza dominante.
Il dibattito sull’attacco all’Iran del febbraio 2026 riflette esattamente questa incertezza. Se la credibilità delle garanzie di sicurezza statunitensi continuerà a erodersi nelle regioni che un tempo ne costituivano il pilastro, l’ordine globale potrebbe evolvere progressivamente verso una struttura più multipolare. Potenze emergenti, attori regionali e nuove coalizioni economiche avranno un peso crescente nella definizione della politica internazionale.
Resta incerto se gli eventi del 2026 si riveleranno davvero un punto di svolta. Ma la storia suggerisce che momenti di eccesso strategico possono accelerare trasformazioni più profonde. Per gli Stati Uniti, la sfida sarà capire se sapranno adattare la propria leadership a un mondo in cambiamento — o rischiare di assistere al lento logoramento e, infine, al tramonto dell’ordine che essi stessi hanno costruito.