Fondi. Ok al Safe per caccia e difesa aerea, in dubbio il voto in aula. Il forzista confessa mentre il governo litiga pure sugli aiuti a Kiev

(estr. di Lorenzo Giarelli e Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo mesi di melina, l’Italia ha chiesto all’Unione europea circa 9 miliardi di prestiti – i cosiddetti Safe – per investire in armi. Soldi che serviranno per la parte “hard” del riarmo, caccia e Eurofighter soprattutto, e su cui il governo potrebbe anche decidere di evitare un passaggio parlamentare ad hoc. Del resto il tema in maggioranza è un nervo scoperto per molti, soprattutto nella Lega, ma l’impopolarità della mossa è nota anche dentro Forza Italia, nonostante su Kiev e riarmo abbia sempre votato tutto con convinzione.
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Non sfugge però la dichiarazione con cui il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, annuncia l’adesione al Safe (arrivata con una lettera a Bruxelles), specificando che dei 15 miliardi “prenotati” all’Ue ne prenderemo un po’ meno: “Abbiamo deciso di utilizzare meno risorse del fondo perché in questo momento serve investire di più in sanità e in politiche sociali, la crisi che è nata dalla guerra in Iran ha portato dei cambiamenti”. Come a dire: con responsabilità, il governo toglie soldi alle armi per darli al welfare. In realtà, Tajani finisce così per sconfessare Giorgia Meloni, che da sempre si sgola per non mettere in correlazione le spese per la difesa con quelle destinate al sociale, assicurando che il riarmo non incide sulle risorse a disposizione per altri settori. E allora quello di Tajani si rivela un boomerang, perché invece che tranquillizzare gli elettori (che tutti i sondaggi danno contrari al riarmo) li induce a credere che senza questi 8,9 miliardi di Safe le spese sul sociale sarebbero potute essere superiori.
Resta la decisione politica. Fonti di governo di primo piano spiegano che i prestiti europei sono un meccanismo di finanziamento che sarà utilizzato per programmi già previsti: secondo quanto risulta al Fatto, nella lettera inviata a Bruxelles vengono indicate genericamente alcune priorità di spesa, a partire dalla difesa anti-aerea e degli aerei da combattimento. Tra i programmi per cui potrebbero essere utilizzati i 9 miliardi ci dovrebbe essere, secondo una fonte a conoscenza del dossier, una nuova commessa di 24 Eurofighter e, probabilmente, anche di F-35. Non è chiaro se qualcosa andrà alla fine anche a finanziare il Gcap, il caccia di sesta generazione prodotto da Italia, Giappone e Uk. Priorità sarà data anche alla difesa anti-aerea e anti-drone. Difficile che vengano finanziati i programmi di carri da fanteria.
Non è chiaro se sul tema ci sarà un passaggio alle Camere: per legge non è previsto, considerando che il Safe è un meccanismo di finanziamento, ma Giorgetti si era impegnato a garantirlo. Probabile che alla fine le linee di indirizzo sul Safe saranno inserite nella mozione parlamentare di settembre sullo scostamento di bilancio. Passaggio non facile per la maggioranza, visto che ieri il senatore leghista Claudio Borghi ha scritto un post per “sconsigliare” al governo il Safe, mentre nel Pd Piero Fassino è l’unico a esultare: “Meglio tardi che mai”, dice.
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A preoccupare la Lega però è il 13° pacchetto di aiuti a Kiev che conterrà moduli italo-francesi per i Samp/T di nuova generazione: “Le priorità sono altre”, ha detto Borghi. “Stupisce non si sia capita la situazione”, replica Crosetto. Nel decreto potrebbe essere inserita la licenza a Kiev per produrre Samp/T e le opposizioni hanno protestato contro il nuovo pacchetto di aiuti (Vannacci e M5S su tutti). Crosetto ha firmato una nota per dire che “la disponibilità offerta, con francesi e inglesi, di fornire all’Ucraina la tecnologia per costruirsi, da soli, una difesa aerea, non è una novità ed è stata una scelta di buonsenso”.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Nel 2001 il centrosinistra cercava un candidato pronto a schiantarsi contro B.. E, prima che trovasse quello giusto (Rutelli), Corrado Guzzanti impersonò Veltroni impegnato nel casting con la Turco. Paola e Chiara, i Fichi d’India, Heidi, Topo Gigio, Napo Orso Capo e Raoul Bova, per un motivo o per l’altro, avevano declinato. E pure Leonardo DiCaprio: “Ha rifiutato perché, dopo Titanic, non vuole […]
All’evento per i 4 anni di governo Giorgia parlerà dopo i ministri, i vice e Fitto: si studia una promessa sulle tasse. Il timore dei contestatori

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Il discorso non è ancora pronto. I collaboratori di Giorgia Meloni ci inizieranno a lavorare nel fine settimana. Anche confrontandosi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per capire quale sarà lo spazio di manovra e i fondi a disposizione. Perché venerdì 4 settembre, per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, la presidente del Consiglio non intende limitarsi a fare l’elenco delle cose fatte nei suoi quattro anni di governo. Vuole andare oltre: l’idea è quella di fare un annuncio elettorale in vista dell’ultima legge di Bilancio a tema economico e nello specifico sul taglio delle tasse, dicono due fonti di primo piano a conoscenza della questione. Nessun dettaglio trapela ma niente che non si potrà mantenere, è la linea.
L’evento, al porto di Bari sarà preceduto da un saluto dei ministri, dei due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (che non hanno ancora confermato ma ci saranno) e probabilmente del vicepresidente della Commissione europea, leccese doc, Raffaele Fitto. Ieri si è tenuto un comitato dell’ordine pubblico: sono previste 10 mila persone, di cui 5 mila da Bari e oltre 60 pullman da tutta Italia. Si temono contestazioni organizzate come a Taranto e per questo la Questura si è già attivata con una lista di possibili contestatori. Poi parlerà Meloni (al tramonto) che ricorderà cosa ha fatto il governo per il Sud, il G7 in Puglia e l’Italia come ponte del Mediterraneo e poi farà anche capire che la legge di Bilancio sarà l’ultimo grosso traguardo politico della legislatura facendo un riferimento alle elezioni anticipate: una volta raggiunto l’obiettivo del record di longevità, la presidente del Consiglio farà capire che su quello che è stato fatto nei quattro anni e mezzo di governo è pronta a chiedere la “conferma degli italiani”.
Un modo per dire che dopo la legge di Bilancio (e l’approvazione della legge elettorale, con passaggio decisivo tra Camera e Senato a settembre e ottobre) Meloni è pronta ad andare al voto in primavera. Il percorso studiato dai consiglieri della premier è segnato: dimissioni a inizio anno e voto a fine marzo, al più tardi ad aprile.
La prima data utile su cui sono state fatte riflessioni a Palazzo Chigi sarebbe quella del 24 marzo ma si sta studiando se nel frattempo i parlamentari avranno o meno maturato i vitalizi e probabilmente così non sarà. Al più tardi l’ipotesi è quella del voto l’11 aprile. In questo modo, si andrebbe a votare prima del voto amministrativo nelle grandi città – Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli – previsto per fine maggio in modo da evitare l’effetto traino della vittoria del centrosinistra, storicamente avvantaggiata nei grandi centri.
L’ostacolo principale a questo disegno è rappresentato dal fatto che Meloni si dovrebbe dimettere a inizio 2027 senza un’apparente motivazione e con una maggioranza ancora solida. Il Quirinale inoltre è pronto a vigilare sulla data del voto: secondo fonti parlamentari, non ha competenze per decidere e lascerà al governo la scelta ma non troverebbe niente di male che si tornasse a votare a giugno – con l’election day – per non fare la campagna elettorale d’estate. A ogni modo, il Colle potrà solo vigilare sulle tempistiche e non ci sarebbero state interlocuzioni con il governo, secondo le stesse fonti. Inoltre con due voti separati si rischierebbe di chiudere le scuole due volte in poche settimane, oltre al mancato risparmio dei costi.
Scenario, quello dell’election day, che Meloni però vuole evitare tanto che preferirebbe, a quel punto, votare a scadenza naturale in autunno sperando che passi la “buriana” del voto nelle città. Tant’è che ieri il vicepremier Matteo Salvini ha messo le mani avanti: “Penso che si voterà tra più di un anno, ad autunno 2027”, ha detto dal Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.
Qualche dubbio circola anche dentro Fratelli d’Italia e all’interno dei partiti della maggioranza: il leader della Lega Salvini vorrebbe evitare il voto anticipato in primavera, mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa non sta spingendo per nessuna opzione specifica, ma non è contrario né all’election day né al voto a scadenza naturale.
L’ad Rai studia una proposta concordata con Ranucci per lasciare la guida di Report. Lui attacca: “Studiano come allontanarmi”. Il ritorno al ruolo di caporedattore e il rischio di una disputa legale

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Roma. Ecco cosa si attende la Rai da Ranucci e cosa gli offre: si aspetta la causa legale e gli offre il ritorno al ruolo di caporedattore, da concordare, insieme. A un eventuale rifiuto corrisponderebbe il licenziamento. L’ad Rai, Giampaolo Rossi, ha avuto una riunione con i membri del comitato etico, una riunione commentata da Ranucci sui social: “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontanamento da Report”. Il diritto di questa tv bizantina prevede che vengano formulate tre offerte a Ranucci ma Rossi vuole arrivare a una, una che possa ridurre al minimo il rischio di contenziosi legali. Ranucci è un caporedattore e le testate affini dove può sbarcare sono il Tg3 (è stato già contattato il direttore Terzulli) e Rai News. Risulta impraticabile l’opzione di trasferirlo alla scuola Rai di Perugia. E qui, servirebbe un ulteriore pezzo. Il presidente è Flavio Mucciante, che aveva già diretto Radio Rai, mentre nel ruolo di direttore della scuola sta per sbarcare Giuseppe Carboni, ex direttore del Tg1, quota Conte, un altro che ha fatto causa alla Rai per demansionamento. I posti a Perugia sono finiti (e forse è un bene), resta ora la trattativa Rai-Lavitola: dalla bomba d’amore al divorzio in pretura.
Un’intesa equa con il Paese africano invisa a Parigi. È la tesi del libro di Vincenzo Calia, il magistrato che ha svelato l’omicidio, e di Giuseppe Oddo, autorevole giornalista economico

(Stefania Limiti – lespresso.it) – Tutti i segreti della Repubblica sono attuali, in un ognuno di essi c’è qualcosa dell’oggi, soprattutto se lo sfondo è la campagna pavese di Bescapè, dove il 27 ottobre del 1962 venne ammazzato Enrico Mattei, uno degli uomini più lungimiranti della nostra Repubblica, fondatore dell’Eni. Il suo aereo stava atterrando quando scoppiò la bomba innescata dal movimento del comando del carrello: ci sono voluti anni ma questa è la dinamica accertata. A bordo il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William McHale che ebbe in sorte di accettare il fatale passaggio per tornare a casa.
La scena del crimine avvenne sotto gli occhi di diverse persone, il contadino Mario Ronchi la descrisse nitidamente nell’immediatezza dei fatti ma le sue parole vennero silenziate dai telegiornali: il procuratore di Pavia che nel 1994 riaprì l’indagine, Vincenzo Calia, dovette ricorrere a esperti del linguaggio dei gesti per tradurle. Fu il primo atto di una lunghissima scia di depistaggi: dalla pulizia con la soda caustica dei rottami, compreso il lavaggio dei resti umani, alle bugie sugli errori del valido pilota e alla intimidazione dei testi, tutto nella direzione di ingarbugliare la ricostruzione dei fatti, rimasta a lungo sospesa nel sommerso della Repubblica. Di fronte alla scomposizione caotica degli avvenimenti si pone un problema metodologico generale: come sistemare quei fatti per dargli un senso e farli entrare nella Storia? Si può procedere solo con pazienza e perizia, intrecciando tutte le fonti, direzione lungo la quale si muovono il già citato Calia e Giuseppe Oddo, tra i maestri del giornalismo economico italiano, nel loro libro dal titolo di stampo pasoliniano, Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei. «Da leggere tutto d’un fiato per chi vuole approfondire un momento fondamentale della storia dell’industria italiana», scrive Franco Bernabè, ex ad di Eni sui suoi canali social.
Non fu la vendetta delle sette sorelle Usa, che pure lo odiavano, a uccidere Mattei: ormai era stato raggiunto un armistizio, le compagnie petrolifere d’oltreoceano tenevano molto alla pace con il nostro Paese perché non volevano cedere terreno all’Unione sovietica, tanto che Mattei stava per essere ricevuto dal presidente Kennedy. Secondo Oddo e Calia il terreno su cui Mattei stava giocando la sua partita più audace non era ad Ovest ma a Sud, in Algeria. E il suo nemico più agguerrito era Parigi. Lo spiega l’ex presidente di Eni, Luigi Meanti, tecnico stimatissimo: Mattei stava per incontrare anche il presidente algerino Ben Bella per avviare le operazioni dell’Eni nel Paese africano con una società mista Eni-Algeria che avrebbe gestito una raffineria per il mercato algerino. L’Eni avrebbe anticipato il capitale e al governo locale sarebbe spettato il 50% dell’impianto al termine di un periodo di gestione, ma l’aereo di Mattei precipitò prima. La questione dell’importazione del gas algerino ruotava attorno al Sahara: per Mattei era algerino, per i francesi no. L’Eliseo era disponibile a coinvolgere l’Eni in Algeria ma con un ruolo marginale, sbarrandogli la strada delle riserve sahariane attraverso un patto di esclusione con altre major petrolifere. Di certo odiavano l’idea di un accordo tra governo algerino e Mattei il quale aveva ben altro programma: per lui, subito dopo l’indipendenza dalla Francia, ad Algeri sarebbe andato il 50% della società petrolifera locale, Francia e Italia si sarebbero spartite il resto in parti eguali. La visione di Mattei era rivoluzionaria: «Mi si rimprovera di non aver accettato di stabilirmi nel Sahara a fianco delle compagnie francesi, inglesi e americane. Ho sempre rifiutato una concessione, non voglio che i miei tecnici si trovino un giorno nella necessità di lavorare sotto la protezione dei mitra – disse al settimanale France observateur – Con la guerra, l’Italia ha perduto le sue colonie. Certuni pensavano che fosse una sventura: in realtà è un immenso vantaggio, è perché non abbiamo più colonie che siamo oggi così ben accolti in Iran, nella Repubblica araba unita, in Tunisia, in Marocco, nel Ghana». Questo era Mattei.
Contro di lui gli ambienti dell’oltranzismo Nato dentro cui erano stati allevati i soldati dell’organizzazione terroristica Oas, sterminatori del popolo algerino, protetti dai nostri servizi segreti, in particolare dal dominus dell’Ufficio affari riservati Umberto Federico D’Amato. In definitiva gli apparati responsabili di varie fasi della strategia della tensione e che troveranno anni dopo un braccio operativo nella P2, la loggia massonica di cui, secondo Samuele Turi, una figura di grandissimo rilievo nel mondo degli apparati, era stato capo Eugenio Cefis, il super manager che prese le redini dell’Eni dopo Mattei, dissipando il piano del suo predecessore. Si colloca dentro questo scenario, secondo Calia e Oddo, la tragica fine del giornalista siciliano Mauro De Mauro: aveva raccolto moltissime informazioni per il progetto cinematografico di Franco Rosi, poi confermate dall’ex capo dei Servizi francese, Thyraud de Vosjoli, personaggio affascinante del mondo spionistico passato dalla parte degli Usa: il commissario Boris Giuliano che indagava sulla scomparsa di De Mauro gli parlò nell’ottobre del ’71 sentendosi dire che «uno dei due o tre nomi più vicini a Mattei» aveva ordito la macchinazione: a quel punto intervenne il capo del Sid Vito Miceli che chiuse l’inchiesta sulla sorte di De Mauro. L’assassinio di Mattei è una tragedia italiana perché vanificò la prospettiva della nostra sovranità, tema nel quale siamo ancora dolorosamente attorcigliati, lasciando al tempo smarrita anche la Dc di Moro e Fanfani, il quale non ebbe dubbi, quello era stato «il primo atto terroristico nel nostro Paese» (dimenticando Portella della Ginestra).

“Sul dramma dei Campi Flegrei il centrodestra ha scelto la strada della propaganda, invece di contribuire alla ricerca di soluzioni. È un atteggiamento irresponsabile, soprattutto perché parliamo di 3.600 persone ancora fuori dalle proprie abitazioni, che attendono risposte dalle istituzioni”. Lo dichiara Gennaro Saiello, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Consiglio regionale della Campania.
“Invece di lavorare in Commissione per migliorare e rafforzare le misure a sostegno delle famiglie e dei territori colpiti, preferiscono fare annunci e proclami da spendere sui social. Un’emergenza come quella dei Campi Flegrei non può diventare terreno di scontro politico: ci sono famiglie che aspettano di tornare nelle proprie case e comunità che chiedono risposte. Servono serietà, senso delle istituzioni e responsabilità, non una campagna elettorale permanente sulla pelle dei cittadini”.
“Il presidente Roberto Fico ha scelto fin dall’inizio la strada del dialogo e della collaborazione con tutti i livelli istituzionali, senza guardare al colore politico, con l’unico obiettivo di accelerare le risposte ai territori. È su questo terreno che dovremmo confrontarci tutti: lavorare dalla stessa parte, rafforzare gli interventi e garantire risposte rapide ed efficaci alle persone che stanno vivendo questa emergenza”.–
Mario Mosca
Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle
al Consiglio regionale della Campania
Nicola Arpaia
Addetto stampa
Due donne sole al comando: le ombre per Elly e Giorgia dietro ai record di longevità. Il 4 settembre la premier celebrerà il governo più lungo della storia. Lunedì il sorpasso della leader del Nazareno

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Tra nove giorni, il 4 settembre dell’anno 2026, il governo di Giorgia Meloni sarà per solenne statistica proclamato il più longevo della storia non solo repubblicana d’Italia. Escluso, s’intende, il ventennio mussoliniano, parentesi che a destra risuona un po’ così, ma tant’è.
Quel venerdì Sua Maestà Giorgia avrà guidato la Nazione per 1413 giorni di vita, contro i 1412 che durò il Berlusconi bis; ma confrontandosi con il più duraturo governo del Regno, quello attuale già supera di slancio il ministero di Giovanni Lanza, campione della destra storica sotto il quale avvenne la presa di Roma, che amministrò l’Italia per 1304 giorni.
Già previste dunque fastose celebrazioni sul lungomare di Bari, “una specie di Atreju” secondo alcuni entusiasti fratelli d’Italia. Si vedrà. Ma intanto, al minimo, potranno giocarsi al lotto il numero magico come ambo o terno secco sulla ruota di Roma e/o di Bari; mentre al massimo, cioè a voler strafare, cosa non del tutto aliena all’attuale classe dirigente, si anticiperebbero e semplificherebbero qui, con l’ovvio soccorso dell’IA, alcune risonanze numerologiche secondo cui, nella ricorrente scomposizione del 9, questo benedetto 1413 starebbe a simboleggiare la conclusione e il compimento di un ciclo. E con questo si concluderebbe l’enfatica e superflua digressione sul record di Meloni.
Sennonché, nelle sue infinite e implacabili varianti, il mondo dei numeri offre allo scetticismo degli osservatori politici un ulteriore combinazione aritmetica di fine estate; per cui da lunedì, addì 24 agosto 2026, l’onorevole Elly Schlein ha conseguito i 1261 giorni consecutivi alla guida del Partito democratico. E per quanto occorra riconoscere che la notizia non è minimamente paragonabile allo storico traguardo di Meloni, beh, è pur vero che nello spietato tritacarne del Nazareno si tratta comunque di un ragguardevolissimo record, avendo superato Pier Luigi Bersani che governò il Pd per 1260 giorni.
Non si dirà qui quanto questi giorni furono per lui tribolati, ma solo perché tali risultarono anche i 728 nei quali restarono dolorosamente in sella Zingaretti e Letta e, soprattutto dopo il referendum perso, parecchi dei 1162 vissuti da Renzi come leader dopo le dimissioni da Palazzo Chigi. I nomi degli altri infelici segretari del Pd, d’altra parte, anche i più diligenti fra i giornalisti politici tendono a dimenticarli, come quelli dei sette nani. Si salva solo il ricordo del fondatore, Walter Veltroni, ma va detto che pure per lui quell’esperienza fu un tale tormento che dopo aver mollato (febbraio 2009) riconobbe che per resistere alla guida di quel partito ci voleva, addirittura, “un fisico bestiale”.
Anche per questo, rispetto al primato di Schlein, non è opportuno immaginare cerimonie di sorta. Più significativo forse riflettere sul perché, specie in un tempo in cui la politica non appare al suo meglio, durata e longevità sono divenute, di per se stesse e quindi a prescindere dai risultati, virtù indiscutibili e momenti di auto-esaltazione ai limiti dell’idolatria.
Un po’, certo, dipenderà dalla cultura ormai dominante di claques e tifoserie social; un altro po’ il fenomeno avrà a che fare con l’incertezza, l’evanescenza e la frammentazione della vita pubblica. Ma se al sommo della Prima Repubblica Andreotti teorizzava che era “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, e se nella Seconda Berlusconi scopriva e i vantaggi agonistici dei traguardi, non è così chiaro perché la stagione che stiamo vivendo, questa specie di agitata e assai precaria stabilità, impone un iperbolico trionfalismo che nel migliore dei casi sfida il buonsenso e la prudenza, nel peggiore il Caso.
E allora, gratta gratta, ecco che dietro ai record di permanenza al potere ancora una volta si affaccia l’ombra della grande e negata crisi democratica e – qui ci vuole – anche repubblicana; per cui un comando leaderistico e una sovranità verticale che permangono senza possibilità di finire, richiamano indubbiamente in campo l’idea monarchica, e non per caso già da qualche mese nella pubblicistica corrente Meloni e Schlein sono indicate come due “regine”.
Bel risultato, viene amaramente da pensare, dopo tante fatiche e conquiste; e ancora peggio se la “regina” ha pure bisogno di cambiare la legge elettorale, in corsa per giunta, perché magari le cade la corona dalla testa.
Sedici anni dopo l’omicidio del Sindaco Pescatore, Dario e Massimo Vassallo realizzano un docufilm per raccontare l’uomo, la sua idea di politica e le domande ancora senza risposta

Sono iniziate le riprese di “Perché?”, il nuovo docufilm dedicato alla vita di Angelo Vassallo, il Sindaco Pescatore di Pollica, ucciso il 5 settembre 2010. Un progetto indipendente nato da un’idea di Dario e Massimo Vassallo, fratelli di Angelo, rispettivamente presidente e vicepresidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore, con la regia di Giuseppe Falagario. “Perché?” vuole raccontare Angelo in una forma diversa, partendo dalla sua vita, dal suo essere pescatore, uomo e sindaco, dalla sua passione politica e dalla sua idea di amministrazione. Una politica fatta con passione, concretezza e attenzione al territorio, quella “bella politica” che aveva scelto di mettere al servizio della comunità. Ma al centro del film resta una domanda: perché hanno ucciso un uomo così capace, così utile per il suo territorio e per questo Paese? A sedici anni dall’omicidio, quella domanda continua a essere senza risposta. Il docufilm nasce anche per mantenere alta l’attenzione su una vicenda che ha segnato profondamente Pollica, Acciaroli e l’intero Cilento, raccontando non soltanto la morte di Angelo, ma soprattutto la sua vita, le sue idee e ciò che ha rappresentato come amministratore e uomo delle istituzioni.
“Sono iniziate le riprese di ‘Perché?’ – sottolinea Dario Vassallo, Presidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore – e dopo 16 anni tante domande non hanno trovato risposta. Vogliamo raccontare Angelo in una forma diversa e raccontare veramente la bella politica fatta con passione. E poi c’è la domanda finale: perché hanno ucciso un uomo così capace, così utile per questo Paese e non soltanto per il Cilento? Noi continueremo a porla”.
Il progetto ha una precisa vocazione cinematografica e punta alla partecipazione ai Festival italiani e internazionali, con l’obiettivo di portare la storia del Sindaco Pescatore oltre i confini del Cilento e raggiungere un pubblico sempre più ampio.
“Non abbiamo fatto questo docufilm per i social – continua Dario Vassallo –. Lo abbiamo fatto per i Festival, in Italia e all’estero, forse più all’estero. Perché più c’è chi vuole nascondere o annacquare questa storia, più noi la raccontiamo. Se dopo 16 anni siamo ancora qui significa che a noi non ci sposta nulla”.
“Vogliamo raccontare Angelo partendo dalla sua vita e non soltanto dalla sua morte – afferma Massimo Vassallo, Vicepresidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore –. Il pescatore, l’uomo, il sindaco e il politico. Un uomo che aveva una visione precisa del territorio e del ruolo delle istituzioni e che aveva scelto di fare politica con passione e responsabilità. È questa la parte della sua storia che vogliamo consegnare soprattutto alle nuove generazioni”.
Il docufilm è sostenuto direttamente da Dario e Massimo Vassallo, che hanno scelto di investire personalmente nel progetto senza chiedere finanziamenti o contributi.
“I soldi per questo investimento sono miei e di Massimo – spiega Dario Vassallo –. Non abbiamo chiesto niente a nessuno. Lo facciamo perché crediamo che la storia di Angelo debba continuare a essere raccontata e perché la verità, senza un impegno costante, rischia di non venire mai a galla”.
La Fondazione lancia inoltre un appello alle grandi piattaforme televisive e di streaming.
“Ci piacerebbe che realtà come Netflix e Amazon Prime Video si interessassero a questo progetto – sottolineano Dario e Massimo Vassallo –. Non chiediamo soltanto uno spazio per il film, ma che realtà così importanti prendano una posizione e abbiano il coraggio di investire in una storia che riguarda la vita di un uomo, la politica, il territorio e una domanda di verità ancora aperta. Una piattaforma può portare questa storia nelle case di milioni di persone, in Italia e nel mondo. Vorremmo che anche loro facessero la propria parte”.
Tra gli obiettivi della Fondazione c’è anche quello di organizzare una prima proiezione in una sede istituzionale italiana, alla Camera dei deputati o in un’altra sede delle istituzioni.
“Ci piacerebbe che ‘Perché?’ potesse avere un’anteprima in una sede istituzionale – concludono insieme Dario e Massimo Vassallo – perché questa non è soltanto la storia della nostra famiglia. È una storia che riguarda il nostro Paese. E se un film è fatto bene, se è fatto con passione e soprattutto se è fatto per gli altri, allora può diventare uno strumento per continuare a porre quella domanda che da sedici anni non smettiamo di fare: Perché?”

(di Marcello Veneziani) – Sono contento che il campo largo della sinistra proponga di farsi più stretto con l’ideologia woke che da anni è diventata la sua bandiera e la sua essenza. In fondo la stessa Elly Schlein è un prodotto di quella ideologia, la tesina che presentò agli esami per diventare segretaria del Pd verteva proprio su quei temi e s’incentrava su quegli idoli. Per anni la sinistra diffusa si è fondata sul piano etico sul moralismo woke, sul piano storico sull’antifascismo perenne e sul piano sociale sulla priorità ai migranti rispetto agli italiani. Anzi, il catechismo woke riassumeva al suo interno anche l’antifa e la priority ai migranti.
Ora qualche mente non atrofizzata ha lanciato soprattutto sulle colonne de la Repubblica, che è stata per anni l’organo ufficiale del wokismo, un ripensamento critico di quella petulante ideologia. E sul piano politico, la Volpe e il Gatto che affiancano il Pd per spogliarlo dei suoi beni, alleati fuori e nemici dentro, vale a dire Giuseppe Conte e Matteo Renzi, si sono subito fiondati a prendere le distanze dalla deriva woke della sinistra, indebolendo di fatto la leadership della Schlein e non solo le prediche di alcune celebri figure come la Boldrini.
Saranno tatticismi, operazioni finalizzate solo alla competizione interna e alla riconquista esterna di consensi, ma vediamo comunque il fatto positivo; ritorna almeno un pezzo di realtà e di intelligenza, e dal punto di vista di noi critici della supremazia woke da diversi anni, c’è l’ulteriore soddisfazione di aver avuto ragione, anche se non te lo riconosceranno mai. La critica all’ideologia woke che rivolgevano negli anni non era solo distruttiva, almeno dal mio punto di vista, perché si accompagnava al rispetto per la vecchia tradizione sociale, socialista e popolare della sinistra, l’attenzione alla giustizia sociale e ai più poveri, la critica al capitalismo, all’americanismo e ai privilegi di classe.
Sarà surrettizia la loro scoperta, puramente tattica? Probabile, almeno quando viene rivendicata sul piano politico, come dalla parte opposta sono pura apparenza sono i ruggiti sovranisti e i sacri ardori patriottici, poi smentiti dalla realtà e dai comportamenti supini. Poi si vedrà quando la sinistra passerà dall’enunciazione dei principi alla pratica quotidiana e si imbatteranno in esempi concreti. Ma se la politica è il regno del dire e del mostrare, almeno su quel piano, una parte della sinistra ha migliorato la sua immagine con queste correzioni di tiro, seppur inimicandosi i settori più fanatici di quelle minoranze woke.
Certo, sappiamo che questi ravvedimenti sul piano politico non sono ripensamenti nel segno della verità ma dell’opportunità: le battaglie woke sono perdenti, e non solo in Italia, riguardano infatti alcune minoranze, a volte tra loro incompatibili (come per es. le femministe e i gay rispetto ai migranti, soprattuto islamici). La metà della fortuna elettorale di Trump deriva da una reazione a quell’egemonia woke sulla mentalità americana; la gente è arrivata a votare persino Trump pur di scrollarsi di dosso questa pesante dominazione, con la sua asfissiante intolleranza e petulanza. Che è ancora vigente nelle università anglo-americane in particolare, come il caso recente di Cambridge, la difesa del Rettore dell’Università nei confronti del professor Arday, dal curriculum taroccato e dagli studi plagiati, copiati, ma esaltato, premiato e poi difeso anche dopo che si è scoperta la magagna, perché “nero”.
L’istupidimento ad opera del woke colpisce purtroppo una fetta consistente di femministe isteriche e intolleranti. A me è capitato di recente di scrivere un articolo sull’Italia in menopausa e ricevere un attacco da una di queste scalmanate, accusato di brutalità, volgarità e sessismo per aver rivolto un attacco alle donne. Non c’era alcun riferimento alle donne nel mio articolo, era una metafora sulla condizione italiana. È come se dopo aver scritto che l’Italia è un paese di vecchi, si alzasse qualche anziano imbestialito per accusarti di brutale, volgare ageismo o razzismo anagrafico nei confronti dei vecchi. Non riuscire a capire la differenza tra rappresentazione simbolica e realtà, tra discorso generale e attacchi di genere, è una dei fondamenti più demenziali dell’ideologia woke. Nessuno che abbia avuto il coraggio, magari sulle stesse pagine di quei giornali, di richiamare alla realtà le deliranti menadi e il loro furore: guarda che la menopausa è una metafora, non è un attacco, peraltro insensato, assurdo, alle donne in menopausa o un atto di disprezzo senza motivo per chi vive una fase naturale della vita. E poi il coro delle cretine al seguito ha preso a inveire: ma parla dell’andropausa, fasciomaschilista, vergognati. Come spieghi ai dementi che quando si dice che l’Italia è in menopausa non disprezzi e non offendi le donne, esattamente come quando si dice che l’Italia è un paese di vecchi non si vuole disprezzare e offendere i vecchi?
Il fatto vero è che per troppi anni l’ideologia woke ha fornito argomenti, slogan, “valori” a quel mondo politico e culturale e pretendere ora di smantellarli e smentirli è difficile. Soprattutto perché poi qualcosa ci devi mettere al loro posto, e non è pensabile un puro ritorno alla sinistra proletaria, operaista, borgatara di una volta con le battaglie in fabbrica, sul lavoro e nei campi sempre meno larghi dell’agricoltura. Anch’io ricordo con rispetto la sinistra di Peppino Di Vittorio, nobilmente cafona, che lottava dalla parte dei lavoratori, degli sfruttati, dei poveri, anche se minacciosa e aggressiva in molti casi: c’era dietro una tensione ideale e una fame reale. Oggi sarebbe impensabile. Il vero problema per la sinistra è che sui due macrotemi del nostro presente, il modello economico e il quadro internazionale, sono sulla stessa barca delle destre e del centro, in quell’area che ho definito dragosfera. Non differiscono in nulla di sostanziale, nemmeno nel riarmo: l’unica piccola differenza è che la subalternità atlantica è in questo momento parzialmente sospesa a sinistra per via della presenza di Trump alla Casa Bianca, che ha esplicitato, brutalizzato e radicalizzato la linea che avevano già perseguito i suoi predecessori democratici, Obama e Biden.
A uno sguardo più ampio e più in profondità, lo spettacolo del nostro presente sul piano delle idee, risulta essere una parodia più o meno tragica delle ideologie del passato: il wokismo è la parodia del marxismo, così come il suprematismo è la parodia del nazionalismo conservatore. Diciamo che la destra e la sinistra sono popolate dalle scimmie di Marx e di Zarathustra, continuatori maldestri della lotta di classe del primo e della volontà di potenza del secondo. I primi trasferiscono il conflitto dalle classi ai generi, dalle fabbriche agli sbarchi, dalla società alla famiglia. I secondi trasferiscono l’annuncio di Zarathustra dell’Oltreuomo nel Superman, nel Transumano, nell’IA, nell’Androide e nella bioingegneria, come fanno alcuni imprenditori “suprematisti” tipo Musk o Thiels. Fu Nietzsche stesso a presagire l’avvento delle scimmie di Zarathustra. Ma anche la moda Woke è un fenomeno scimmiesco, di imitazione e caricatura della rivoluzione marxista. Torneremo su questi argomenti ma quel che intanto possiamo dire è che la liberazione dallo wokismo a sinistra e dal suprematismo (Trump-Netanyahu) a destra, deve ancora trovare nuovi e antichi contenuti per sostanziare la svolta e non ridurla solo a un riposizionamento in vista del voto. La questione non è l’imminenza del voto ma la preminenza del vuoto…

(Salvatore Grandone – lafionda.org) – «Chiaramente, se guardiamo a quella storia [il fascismo] oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». Questo passaggio della recente intervista al New York Times del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha suscitato scalpore e indignazione.
Al di là delle intenzioni apologetiche, più o meno velate, nessuno ha preso alla lettera l’affermazione. E tuttavia essa è tragicamente vera: non certo perché il fascismo “ha fatto anche cose buone”, come spesso si sente dire, ma perché dall’interno, da “dentro”, un regime dittatoriale appare molto diverso da ciò che è davvero.
Un dato è particolarmente allarmante: secondo il Democracy Report 2026 del V‑Dem Institute dell’Università di Göteborg, il 74% della popolazione mondiale vive oggi sotto regimi autoritari. Com’è possibile, se molti non sostenessero, direttamente o indirettamente, questi governi?
E non è l’unico elemento rilevante. Il rapporto registra una crescente percezione, tra i cittadini delle democrazie occidentali, che lo Stato liberale non rappresenti il miglior assetto istituzionale. I simpatizzanti dei movimenti di estrema destra e i nostalgici dei fascismi sono in aumento.
L’osservazione del Presidente del Consiglio è allora doppiamente vera: dall’interno e dall’esterno. Non solo da “dentro” i regimi autoritari possono sembrare buoni e giusti; anche da “fuori”, dalla prospettiva privilegiata dei paesi democratici, non mancano coloro che li idealizzano e ne auspicano l’instaurazione.
D’altronde, la questione si estende al di là del piano macroscopico: negli ambienti lavorativi si osservano di frequente atteggiamenti ambigui, un servilismo eccessivo, la tendenza ad assecondare i propri dirigenti anche quando non è richiesto. Nel piccolo, con più o meno consapevolezza, si favorisce l’emergere di leadership autoritarie, perfino dove non sembrerebbero esservi le premesse.
Insomma, “quella storia” non è soltanto una vicenda del passato, ma un atteggiamento, una postura, un modo di abitare la vita comunitaria.
Voglio lanciare una provocazione: prima di essere un’ideologia, prima di essere una parentesi orribile e – si spera – conclusa della storia, il fascismo è un modo di strutturare la politeia, un modello possibile dell’organizzazione collettiva.
Non si tratta di trasformarlo in una categoria sovratemporale, quanto di portare alla luce l’elemento antropologico che accomuna forme diverse del nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.
Per comprenderlo non servono studi complessi: basta un piccolo classico del Cinquecento, il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. Nel libello troviamo una chiave preziosa per leggere insieme passato e presente.
La Boétie pone una domanda fondamentale: perché i popoli non si ribellano ai tiranni? Se si smette di assecondarli, il loro potere crolla all’istante. Il tiranno non possiede una forza sovrumana: è un uomo come gli altri, spesso peggiore. La sua autorità non risiede nelle sue virtù, ma nella nostra disponibilità ad assoggettarci. Il testo sintetizza questa contraddizione in un ossimoro: servitù volontaria.
Come si arriva a desiderare le proprie catene? Il filosofo individua tre fattori che operano in sinergia.
Il primo è la corruzione. Chi aspira alla tirannide non può agire da solo: costruisce una rete di fedeli promettendo favori, ricchezze e frammenti di potere. Costoro, a loro volta, ne corrompono altri, generando una vera e propria piramide. Alla fine, a trarre vantaggio dal sistema – anche in misura minima – sono più di quanto si creda. La società si divide: oppressori e oppressi.
Perché le masse non insorgono? Per paura, si dirà. Gli ostacoli che si frappongono alla libertà sono numerosi. La Boétie non è soddisfatto della risposta.
Occorre considerare un secondo elemento: l’abitudine. Chi nasce e cresce sotto un regime non ha più memoria della libertà. Con il tempo, il potere dispotico crea consuetudini che plasmano il carattere dei sudditi, rendendo la servitù una condizione percepita come naturale.
Eppure, qualcosa ancora non torna. Si potrebbe pensare che un regime tirannico sia vantaggioso, in particolare per chi si trova vicino al vertice. Qui La Boétie formula la sua intuizione più sottile: più si sale nella piramide, più aumenta la servitù. Per chi siede accanto al tiranno non basta obbedire: deve anticiparne i desideri, pensare come lui, incatenare la propria mente. I devoti “mangia‑popoli” – così La Boétie chiama gli esecutori della volontà del tiranno – vivono in un clima costante di sospetto, con il rischio perenne di cadere in disgrazia o di essere sacrificati come capri espiatori quando le cose vanno male.
Perché allora farlo? Per quello che La Boétie chiama il fascino dell’Uno. I mangia‑popoli si identificano nel tiranno, abbagliati da un potere assoluto che si illudono di condividere. È un meccanismo psicologico di sorprendente modernità: se non si può essere il tiranno, lo si imita; ovunque germogliano piccoli despoti che ne riproducono la spietatezza.
La storia mostra quanto La Boétie abbia colto nel segno. Corruzione, abitudine e fascino dell’Uno non sono forse i meccanismi che ritroviamo all’origine di ogni potere autoritario? Non è così che si sono affermati i totalitarismi?
Certo, oggi disponiamo di strumenti storico‑psicologici molto più raffinati per comprendere la genesi di questi regimi. Tra gli studi più rilevanti, merita attenzione il recente testo La mente nazi di Laurence Rees. L’attualità di La Boétie risiede invece nella sua semplicità e soprattutto nella sua versatilità.
Diversi studi di psicologia riprendono infatti il concetto di servitù volontaria per analizzare fenomeni che riguardano il mondo del lavoro. Spesso il servilismo si spinge ben oltre ciò che si potrebbe ricavare in termini di vantaggi. Non si obbedisce per timore di perdere il posto o per ambizioni di carriera.
Si pensi, ad esempio, al famoso “dieselgate” Volkswagen del 2015. Gli ingegneri e i tecnici erano sotto fortissima pressione per trovare una soluzione rapida e poco costosa per rendere i motori “puliti” secondo le norme, soprattutto per il mercato USA. Non riuscendo a individuare un modo per soddisfare la richiesta in tempi stretti, svilupparono un software ingannevole che registrava un livello di inquinamento inferiore a quello reale. Per non deludere i dirigenti – e senza che questi ne fossero consapevoli – i dipendenti optarono di comune accordo per una frode.
Gli psicologi hanno inoltre osservato come, nel settore lavorativo, il complesso della servitù volontaria nasca spesso da un processo di vittimizzazione. In altre parole, non è sempre il fascino dell’Uno a spingere i dipendenti a fare più di quanto richiesto; molte volte è il complesso della vittima, ossia la percezione erronea di non avere possibilità di scelta, a giocare un ruolo decisivo.
In entrambi i casi, però, il risultato è identico: ne deriva una paradossale sensazione di sicurezza. Che ci si identifichi nel capo o ci si percepisca vittime, è alla propria libertà che si rinuncia. La libertà è un peso: implica responsabilità, l’assunzione delle conseguenze delle proprie azioni. Obbedire ciecamente – sia come mangia‑popoli sia come vittime – offre un senso di ineluttabilità che mette a tacere i conflitti interiori.
L’abitudine e la corruzione fanno poi il resto nell’alimentare questo subdolo meccanismo.
La servitù volontaria sembra costituire un ponte tra il macroscopico e il microscopico: le stesse logiche si ripetono su livelli diversi, ma complementari. Abbiamo così una lente per leggere molte dinamiche del nostro tempo.
Per realizzare una società più giusta non basta interrogarsi sui grandi principi, sui valori che dovrebbero guidarci. Occorre iniziare a esaminare le nostre abitudini, il modo in cui ci relazioniamo agli altri, e riflettere sulle aspirazioni segrete che ci portano a tifare per i potenti, per i tirannucoli, per chi si impone con la forza, per chi rinuncia al dialogo, per chi demonizza l’avversario.
Quante delle nostre esternazioni sui social non celano una pericolosa fantasia di onnipotenza? Il desiderio, sempre più diffuso, di farsi giustizia da soli, l’invocare l’uomo forte che risolva con la violenza e in modo definitivo i soprusi non nascono forse da un’identificazione con il carnefice? E la rassegnazione di molti, l’incapacità di reagire democraticamente alle ingiustizie, non deriva dall’identificazione con la vittima? Prepotenza e senso di impotenza sono due manifestazioni complementari della servitù volontaria dei nostri tempi: si alimentano a vicenda. È la sensazione di impotenza e di impossibilità del dialogo che nutre la prepotenza, e viceversa la prepotenza rafforza l’idea che il confronto democratico sia irrealizzabile.
Nasce così la spirale pericolosa della servitù volontaria: il rinunciare alla propria libertà in nome di una sicurezza esteriore e di una narcotizzazione interiore. Allora sì: il vero pericolo è che “quella storia” appaia, da dentro e da fuori, nel grande e nel piccolo, troppo “diversamente”, come l’unica storia possibile.

(Fabio Balocco – ilfattoquotidiano.it) – Qualche tempo fa ha fatto notizia e destato scalpore sugli organi di informazione il fatto che nel concorso in magistratura di quell’anno solo il 5% dei candidati fosse stato ammesso all’orale a causa non solo dell’ignoranza in diritto, ma anche della semplice scrittura dell’italiano.
Un mio caro amico in pensione che ha fatto l’insegnante di storia e filosofia al liceo classico mi riporta: “io nel corso della mia professione ho avuto modo di notare il decadimento della cultura, ma non quella specifica, bensì generalizzata. Sono andato in quiescenza sette anni fa e mi dicono che c’è stato un ulteriore crollo, non solo nella preparazione dei ragazzi, ma anche in quella del corpo docente”. Nel mio piccolo ho selezionato gli obiettori di coscienza in un’associazione ambientalista e notai come in soli dieci anni ci fosse stato un crollo non solo delle reali vocazioni ma anche dell’eloquio.
Ma veniamo ad oggi. Sempre nel mio piccolo mi capita di guardare alla sera un programma a quiz della tivù generalista, “Reazione a Catena”, da cui emerge la preparazione dei concorrenti. Qualche esempio recentissimo: Amsterdam capitale della Danimarca; Dublino capitale della Scozia; Waterloo in Inghilterra; Ancona capoluogo del Molise; l’euro è femminile; la Torre di Abele; lo spirito di patata si chiama così perché dalle patate si ricava un liquore; Andromeda era la moglie di Ulisse; Giannik Sinner.
Del resto, già nel 2008, Tullio De Mauro denunciava che “il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioè non in grado di distinguere lettere e cifre. Il 38% sa leggere, cioè riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura. Il 33% degli italiani soffre di analfabetismo funzionale, cioè sa leggere con fluenza ma ha difficoltà di comprensione del testo”. Parentesi. Questo tralasciando che solo il 35% degli italiani tra i 16 e i 65 anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno. Chiusa parentesi.
Non sono un sociologo, non so cosa possa aver determinato questo scadimento della cultura. La politica certo ci ha messo del suo, ricordo la nefasta riforma Moratti delle tre I: inglese, informatica, impresa, una riforma chiaramente volta non tanto alla formazione culturale del ragazzo, bensì al suo inserimento nel mondo del lavoro, sfociata nell’alternanza scuola-lavoro. Ci ha messo del suo anche con l’eliminazione di fatto di una materia fondamentale come la geografia, dimodoché uno non sa neanche più dove vive. Ci ha messo del suo la famiglia con il tempo dedicato ai figli sempre più risicato, dimodoché essi si sentono sempre più immersi in un mondo globalizzato e non più in un nucleo con una sua storia e le sue specificità.
Verrebbe da eccepire: “sì, però c’è internet oggi, un formidabile strumento per acquisire cultura”. Vero, in teoria, ma in pratica la realtà è che il giovane di internet usa i social. La realtà è che l’utilizzo di internet è frenetico e non va al di là di una veloce acquisizione teorica. E poi ancora: internet occorre saperlo usare, comprendere le fonti, e quant’altro, non fermarsi a quello che Google ti invia sapendo che ti piace. In pratica, la rete necessita di una sua specifica cultura.
Il risultato di questo minestrone sono gli spaventosi concorrenti di “Reazione a Catena”, che tra l’altro sono frutto di una selezione a monte. Ma allora, veniamo alla terribile considerazione: questa gente, i giovani, saranno i professionisti di domani, saranno i politici di domani. In quali mani, santo dio, finiremo? Ma poi penso: del resto, se estendo lo sguardo e vedo gente come Trump, Zelenski, Milei, mi rendo conto che nella merda ci siamo già ora.
Come ricorda il mio amico insegnante, siamo nell’età oscura del Kali Yuga, del forte declino morale, spirituale, intellettuale. Cosa aspettarsi?
Alla premier piacerebbe avere il giornalista nel servizio pubblico: restituirebbe blasone dopo il caso Ranucci-Lavitola. Per il direttore del Tg La7 sarebbe un ritorno nella tv dove ha iniziato

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – E se Enrico Mentana tornasse in Rai? Scorrete gli account social di FdI, che rilanciano le sue parole a Cortina (“o La 7 si apre per fare qualcosa vista da tutti o penso che posso fare altro nella vita”). Leggete il malessere del direttore del Tg La7 e la fine ormai annunciata del suo contratto con Urbano Cairo. A Meloni piacerebbe avere Mentana in Rai. Non è un’indiscrezione. E’ un pensiero limpido ed è suffragato dai fatti. Quando Meloni ha accettato di intervenire a La7, prima delle elezioni regionali, ha scelto Mentana per farlo. Quando si chiede ai parlamentari di FdI quale giornalista televisivo viene ancora ritenuto autorevole, e non si intende amico o fedele (di quelli si abbonda), la risposta è: Mentana.
Il suo contratto si conclude a fine dicembre e Meloni guarda con attenzione al prossimo talk di prima serata della Rai. La stampa di destra è già militarizzata, preparata alle elezioni solo che in Rai occorre altro. Un talk verrà affidato a Roberto Inciocchi ma il pensiero, e neppure così nascosto della destra, è che il ritorno di Mentana in Rai restituirebbe blasone, tanto più dopo la vicenda Ranucci-Lavitola. Chi si occupa di televisione, a destra, ritiene che Mentana “in Rai potrebbe fare tutto”. E si ripete: tutto. A novembre, dopo la legge elettorale, il governo vuole approvare anche la riforma della Rai. Si azzera la governance e la destra potrà esprimere i vertici che guideranno l’azienda nel futuro. Mentana vuole continuare a fare giornalismo. Due sono le alternative accreditate, almeno finora: la nuova televisione dell’editore di Repubblica (con una rete ancora da trovare) e il ritorno a Mediaset, alla guida del Tg5. L’impensabile è la Rai, la televisione dove Mentana ha iniziato, la televisione pubblica, la sola che potrebbe costruire intorno a Mentana un racconto. Una televisione che Mentana potrebbe “dirigere” e il senso della parola è molteplice.
Il dibattito sulla guerra è soffocato da retoriche inutili. L’unico fatto concreto rimane l’occupazione dell’Est ucraino

(Domenico Quirico – lastampa.it) – «Le cose che non sono» dispongono, purtroppo, di una formidabile, incoercibile potenza… sono le idee che non corrispondono ad alcun soggetto storico effettivo, le false verità, i miti sventolati da miseri pettegoli interessati a giustificare l’impotenza o a ricavarci lucro. Le guerre di oggi ne sono un sillabo. L’idea “due popoli due stati” in Palestina, per esempio. E una “pace giusta” tra Russia e Ucraina nel centro dell’Europa, in quello che un tempo si definiva “il cuore della terra”. Ma anche nel più occidentale occidente, per tener deste le masse, capi ed élites hanno sempre bisogno di un vecchio ingrediente: garantire il paradiso.
Dopo quattro anni di massacro, diventato un modo di vita orribile a cui si è fatta l’abitudine, il nome di “questa cosa che non è” attorno a cui si spegne e decade ogni possibilità perfino di tregua si chiama: Donbass. Alla fine la guerra è orribile ma semplice: un lembo di terra che gli uni hanno preso e gli altri vogliono indietro. Tutto qui. Come sempre.
«Ritiratevi dal Donbass e la pace sarà calzata come una mano in un guanto benfatto».
«Rinunciate voi al Donbass che ormai è nostro e tutto finirà!».
Intorno, inutili progetti e schemi che si rinviano a turno come un palla, ghiribizzando oziosamente, centellinandoli, sminuzzandoli. Alla fine irrompe la domanda: ma insomma che si fa del Donbass? E la pace resta una delle terribili cose che non sono. Una astrazione che estende il suo dominio al campo della politica e della diplomazia che, per loro stessa natura, dovrebbero esser trattate in termini concreti. Anche nell’ultima proposta da Zelensky si cerca invano una immagine concreta. Le astrazioni, cessate il fuoco ritirata reciproca disarmo… vengono somministrate come una droga. Le espressioni astratte aiutan a restare al comando, ad agitare le acque chiare del pensiero.
Il possesso russo di una parte del Donbass è, purtroppo, dopo quattro anni, un Fatto. L’unico persistentissimo Fatto. Il Donbass, tra Russia e Ucraina, si avvia a diventare una replica di ciò che furono Alsazia e Lorena nella interminabile ordalia franco tedesca. Tutto il resto in questi quattro anni si è rivelato un sistema di disfatte gastronomie verbali troncato sul nascere. La guerra “di rappresentanza” per creare o confermare significati immaginata da Putin, ovvero farsi scappellare come risorto Grande del mondo, è finita nei cassetti, per dimostrata impotenza; come l’antico prurito di imporre un vassallo obbediente nel Palazzo di Kiev. Ma anche la vittoria garantita da Zelensky ai suoi nei giorni della “controffensiva”, senza un intervento diretto occidentale e soprattutto americano, è sproporzionata alle possibilità ucraine. Anche una rivolta dei boiari a Mosca o addirittura una rivoluzione russa contro lo zaretto si sono rivelate un sogno. Ormai si è rassegnati a vedere anno dopo anno, Putin diventare un vecchio, canuto veterano del Male.
Così la guerra prosegue monotamente il suo cammino. Tra frustrazione e sconcerto. Si contano i droni e i missili reciproci, i civili ammazzati e le strutture demolite in uno show strategicamente impotente, un consumismo distruttivo che può durare anni ed anni. Dove è il senso della gloria in un condominio sbriciolato o una raffineria in fiamme? Sembra incredibile che la pace d’Europa, e il rischio di una Euroshima, ruoti attorno a queste pianure fertili di implacabili apparatcik staliniani e brezneviani, dove fino a poco tempo fa tra i fumi di acciaierie vetuste come il socialismo reale innumerevoli statue di Lenin indicavano imperiose la marcia verso ovest della immancabile Rivoluzione.
Eppure è così. Il confronto con l’Alsazia e la Lorena che innescarono le due grandi tragedie europee del novecento innesca somiglianze e suggestioni. Ricordate: i dipartimenti perduti dalla Francia nella disfatta del 1870 con la Prussia bismarkiana, l’année terrible di Victor Hugo, Sedan, l’assedio di Parigi? Fu allora che l’eroe repubblicano-giacobino della resistenza, Léon Gambetta, dopo la dolorosa ma necessaria cessione delle due province al Kaiser, coniò una esortazione alla “revanche”, la rivincita, che non ha perso la sua raffinata ambivalenza: non parliamone mai ma pensiamoci sempre. Una velata ammissione della sua consistenza illusoria? O piuttosto un appello perché i francesi non si smarrissero nella retorica ma lavorassero per capovolgere quella rinuncia con metodica e risoluta energia? Se il genio politico talora consiste nel sostenere posizioni ambigue abbastanza a lungo da annullare poi la sconfitta ebbene Gambetta è un maestro da imitare. Anche Zelensky come il tribuno francese è il simbolo del rifiuto di accettare il fatto compiuto dell’aggressione, ma solo per costruire con realismo la prima paziente mossa della revanche.
La parte del Donbass annesso dalla Russia, e la Crimea, non possono essere ripresi oggi con la forza o la diplomazia. Perché l’Europa è un alleato parolaio e impotente. E per due anni l’America sarà quella di Trump. L’Ucraina può solo svenarsi inutilmente. Meglio come fece la Terza Repubblica restare libera, cedere le due province e puntare sul tempo: pensarci sempre… Nel 1918 le truppe francesi tornarono con le bandiere spiegate in Alsazia e Lorena, l’onnipotente militarismo prussiano era in pezzi. E forse l’Ucraina dovrà attendere molto meno della Francia per riavere le province rubate…

(di Michele Serra – repubblica.it) – In questo prevedibile Paese, dove tutto è proprio come sembra, basta poco per meravigliarsi. Si apprende che in area vannacciana esiste un professore, Luca Sforzini, assai contrariato dal puzzo nero che essuda da ogni singola parola di quel partito e di quel programma; al quale contrappone gli ideali del Risorgimento e dell’Italia liberale. Il punto — dice — non è essere più a destra; è capire quale destra. Bisogna «persuadere uomini liberi, non educarli sotto tutela». E mai e poi mai si possono istituire «polizie morali».
Il professore, si noti, è presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, dunque in teoria uno degli ideologhi del nuovo partito, non un passante distratto o un umarell che, non avendo di meglio da fare, osserva il cantiere da fuori e dà consigli impercepiti. E in mezzo al fervore littorio e al batter di tacchi dei fascisti e delle fasciste che fanno da coorte a Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi), se ne esce, soave e ammirevole, con Cavour e Ricasoli, con le memorie ottocentesche di una nazione giovane, laica, inesperta e forse per questo più dignitosa di come poi, rendendola feroce e volgare, la fece il Novecento nella sua prima metà.
Detto che sarebbe un sogno l’eventuale prevalenza, dentro Futuro Nazionale, del professor Sforzini (che immaginiamo con i baffi a manubrio e la camicia candida che si oppone alle baionette austriache e agli schioppi dei papalini), ci si domanda chi avrà il coraggio di avvertirlo che forse non è nel partito giusto, come quello che sbaglia treno e dai finestrini vede le Alpi. Ma voleva andare a Napoli.
Da Cologno Monzese ad Atreju: non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.
[…] Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.
Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.
Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.
[…] Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.
D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.
Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.
La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.
[…] Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.
Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.