
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Trump è impantanato in Iran. L’Ue vaga a tentoni senza bussola: altre sanzioni a Mosca e nuovi tribunali speciali anti-Putin nei giorni pari, dialogo con Mosca e più acquisti di gas russo nei giorni dispari. Così la guerra in Ucraina sta andando fuori controllo. Kiev, fra uno scandalo di ruberie sui nostri aiuti e l’altro, non sa più come reclutare uomini per arginare la nuova offensiva russa […]

(Dott. Paolo Caruso) – Storia maestra di vita ma con pessimi allievi. Chi avrebbe pensato di rivivere le pazzie di Caligola e di Nerone, le mitomanie di Napoleone, le crudeltà di Hitler e le fanfaronate di Mussolini e… di tutti i pazzi della Storia? Egocentrici hanno rivolto il mondo ai propri interessi. Purtroppo la Storia ce li ripropone. Come giudicare Trump, Putin, Netanyahu, i pasdaran iraniani e tutti i dittatorelli del pianeta che affamano i loro popoli per dotarsi di armi ed esercitare il potere oppressore?
Il Pianeta è ancora più insicuro, da quando “lo squalo”, rimesso in sella dagli Americani, devasta le reti protettive dei diritti personali e internazionali. Netanyahu, col delfino Itamar Ben Gvir, non fa da meno, mostrando muscoli con gli inermi della flotilla andati ad allarmare i Paesi civili occidentali, disattenti ai genocidi di Gaza e del Libano.
I mercati, dipendenti ogni mattina dagli umori del camaleonte, salgono e scendono impoverendo anche gli umili risparmiatori. Secondo come si sveglia, Trump boccia o promuove i sudditi, alla stregua dell’imperatore romano Caligola, che arrivò ad elevare al rango di senatore il proprio cavallo.
Restiamo in attesa di Godot: se viene… e quando viene? “Adda a passà a nuttata!” “Quando?” ci chiediamo. La chiusura di Hormuz intanto affama tante Nazioni, la nostra compresa con il caro energia. Ma il Tycoon ha dichiarato che non ha fretta. Ha ben ragione. Ha più che raddoppiato il suo capitale miliardario, da quando è ritornato, per l’ennesima disgrazia del pianeta con gli USA che non ne sono esenti anche se colpevoli del regalo fatto all’umanità, a dirigere da ambizioso e incompetente, l’orchestra del mondo. I suoni emessi, gracchianti e rumorosi, sono stonati perché le loro frequenze sono quelle delle bombe di morte. Si aggiungano al suo calmiere le deportazioni adottate nella sua nazione, letteralmente copiate da Hitler, come Netanyahu le aveva copiate da lui. Un incubo di storia, con fantasmi del passato ricomparsi in carne ed ossa, e altrettanta cattiveria e follia. Saranno “i corsi e i ricorsi” denunciati nel XVIII secolo da Giovan Battista Vico.
Come una fiera ferita, la destra al governo, quando è in difficoltà, si fa più cattiva e dura, più radicale. Mostra la propria faccia. L’opposizione farebbe meglio a evitare sciocche divisioni

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – I sondaggi indicano gradimenti in calo, eppure nulla sembra scuotere le destre al potere. Le sconfitte sembrano rafforzarle. Il governo Meloni, bastonato al referendum costituzionale e in cattive acque per i conti pubblici, con l’inflazione e la disoccupazione in crescita, e con il difficile riposizionamento nella politica internazionale, ostenta “coraggio” e determinazione a continuare il cammino, con il proposito di cambiare la legge elettorale per assicurarsi, eventualmente, una maggioranza bulgara, come si diceva ai tempi in cui i paesi dell’Est avevano governi longevissimi (e non democratici).

Per fermare la nuova legge truffa sarà necessaria una resistenza politica, dentro e fuori dalle istituzioni. La destra non ama perdere. E, se necessario, va alle scaturigini dei suoi valori politici, mettendo in soffitta le apparenti autocensure utili a darsi un volto costituzionale dopo la vittoria elettorale del 2022. “Noi fascisti? Ma quando mai? Il fascismo è finito e, con esso, l’antifascismo, che è solo un pretesto ideologico per discriminare gli underdog e seminare odio e divisione”. Ebbene, la stessa leader che diceva queste cose nella lettera al Corriere della Sera del 25 aprile 2023, oggi celebra con parole altisonanti l’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, volontario della Repubblica di Salò, torturatore e ideologo della purezza della razza, fondatore, nell’Italia repubblicana, del Movimento Sociale Italiano.

Sembra paradossale: mentre la coalizione di destra mostra segni di logoramento che a stento riesce a celare al pubblico, al punto che Salvini ha dichiarato pochi giorni fa che, siccome l’economia non va bene per nulla, sarebbe conveniente per il governo chiudere la partita ora; ebbene, mentre si alzano queste voci di insoddisfazione (subito tacitate), Fratelli d’Italia lucida l’argenteria di valore. Dalla timidezza del 2023 alla chiarezza del 2026. Sarebbe utile analizzare che cosa sia avvenuto in questi tre anni. Non può sfuggire il fatto che la stampa, anche quella in teoria critica, si è in questi tre anni molto acclimatata al vento di destra, tanto che alcuni giornalisti hanno bollato l’antifascismo come un anacronismo inutile. In fondo, sembrano dire, l’Italia è una democrazia matura e forte e, finché si può votare (non importa come), non c’è alcun problema. Chi pensa diversamente è, dicono, un massimalista che ha poca fiducia nel gioco democratico.
Non stupisce, dunque, che la destra, di fronte alle difficoltà, sfoderi tutto il proprio radicalismo. Deve farlo perché, nel frattempo, alcune ali estreme hanno spiccato il volo e messo al mondo un nuovo partito. L’attivismo di Vannacci induce i suoi naturali alleati a cambiare passo, lasciandosi alle spalle il moderatismo. La competizione per la ripartizione dei voti spinge gli alleati più a destra. E intanto Vannacci attraversa l’Italia come se già fosse in campagna elettorale, portando a galla il peggio. Al Festival dell’economia di Trento, si sono materializzati gli odiatori dei social, modello Maga. Piazza stracolma per seguire il live show “Zanzara & Pulp: podcast, libertà, opinioni forti” con Cruciani, Parenzo e Fedez. Popolo urlante che scandiva slogan per il Duce e insulti a Elly Schlein. Qualcuno dirà che questa è roba marginale e non rappresenta la destra in doppio petto. E invece la destra di governo e quella di movimento si stimolano e si sostengono a vicenda. E quella di governo, quando annusa la crisi, va alle sue radici più profonde per cercare nuova linfa. La destra si riarma andando più a destra – il moderatismo indotto dall’essere al governo non ha la forza di rigenerarla.

Lo stesso succede negli States con Trump, che, a fronte di sondaggi che lo danno in discesa libera, sfodera una reazione più cattiva e una politica più punitiva: soldi pubblici per risarcire i pro-golpisti del 6 gennaio 2021, un nuovo giro di vite sugli immigrati anche regolari, limitazione del diritto di voto, perdono fiscale a vita per lui e i suoi accoliti, attacco frontale al sindaco di New York per voler tassare Besoz e gli oligopolisti. E intanto, linguaggio al calore bianco contro i democratici, i critici e l’obiettivo raggiunto di far licenziare dalla Cbs il leader della satira politica. Come una fiera ferita, la destra al governo, quando è in difficoltà, si fa più cattiva e dura, più radicale. Mostra la propria faccia. L’opposizione farebbe meglio a evitare sciocche divisioni, come se battere la destra fosse una passeggiata. La destra non sa e non vuole perdere.
L’avvertimento rivolto a stranieri e diplomatici in vista di nuovi attacchi. Con lo stallo a sul fronte, la guerra si sposta nei cieli, dove Mosca è più forte

(Davide Maria De Luca – editorialedomani.it) – Il ministero degli Esteri russo ha lanciato un avvertimento senza precedenti agli stranieri e al personale diplomatico della capitale ucraina: lasciate la città, ci saranno presto nuovi attacchi. A pochi giorni dal devastante attacco di sabato notte, Mosca lancia una nuova minaccia di escalation e la guerra in Ucraina ritorna in una fase «calda».
Non sul fronte di terra, però, dove gli eserciti restano impantanati in una guerra di posizione che nemmeno l’arrivo della primavera è riuscito a sbloccare, bensì nei cieli, dove la Russia mantiene ancora una netta e brutale superiorità sui suoi avversari, anche se a Kiev non mancano gli strumenti per mettere in atto una pericolosa rappresaglia.

La Russia aveva già consigliato agli stranieri di lasciare Kiev, ma fino a ora la minaccia era stata ipotetica. Mosca minacciava attacchi gravissimi se gli ucraini avessero colpito la parata dello scorso 9 maggio a Mosca.
La parata si è svolta senza problemi, ma ora Mosca ha deciso di confermare la sua minaccia. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto che la «goccia che ha fatto traboccare il vaso» è stato l’attacco contro la città di Starobilsk, nell’Ucraina occupata, dove i droni ucraini hanno ucciso 18 persone nei giorni scorsi. In risposta, ha annunciato che la Russia colpirà «industrie militari, centri decisionali e di comando», un eufemismo per indicare i palazzi del governo, situati nel centro storico di Kiev, a pochissima distanza dalle ambasciate e dagli hotel dove risiede il personale delle organizzazioni internazionali. Per questo, Lavrov ha invitato tutti gli stranieri a «lasciare la città il più presto possibile» e gli abitanti di Kiev «a non avvicinarsi agli obiettivi dell’infrastruttura militare e amministrativa».
Fino agli ultimi giorni, il centro della città era rimasto relativamente protetto dagli attacchi, ma il bombardamento di sabato è arrivato molto vicino, danneggiando monumenti storici come il ministero degli Esteri e il Museo d’arte ucraina.
Nel pomeriggio di lunedì, il ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, ha invitato i suoi colleghi diplomatici a «non cedere ai ricatti russi». Un segnale, forse, che qualche diplomatico ha pensato di prendere seriamente la minaccia russa.
Per molti ucraini, però, le minacce di Mosca suonano a vuoto. Kiev viene bombardata senza interruzioni dall’inizio del conflitto. L’amministrazione cittadina ha calcolato che, in quattro anni, Kiev è già stata presa di mira da oltre 5mila tra missili e droni lanciati dalla Russia, molti dei quali intercettati dalla difesa aerea. E, per quanto Mosca abbia spesso presentato i suoi attacchi come una rappresaglia per questa o quell’altra azione compiuta dagli ucraini, i bombardamenti sono aumentati costantemente, mano a mano che l’industria militare russa aumentava la sua capacità di sfornare droni e missili. Nel solo mese di maggio, ad esempio, la Russia ha già colpito Kiev con più missili e droni che in tutto il 2023.

All’escalation russa farà probabilmente seguito una risposta ucraina. Soltanto lo scorso 17 maggio, Kiev aveva dimostrato di poter colpire Mosca con centinaia di droni e di essere capace di arrivare a pochissimi chilometri dal centro. Meno spettacolari, ma potenzialmente più efficaci, sono gli attacchi contro le raffinerie russe. Secondo Reuters, nella campagna di attacchi condotta nell’ultimo mese, gli ucraini hanno messo fuori gioco un quarto dell’intera capacità di raffinazione del petrolio russo, circa 238mila tonnellate al giorno.
Questo spostamento del focus del conflitto dal fronte alle città piene di civili e alle infrastrutture che le circondano difficilmente sarà una buona notizia per i civili da entrambi i lati del fronte.
Una mediazione internazionale che trovi una soluzione al conflitto diviene sempre più impellente, ma gli Stati Uniti si sono sfilati dal loro ruolo negli ultimi giorni e l’Unione europea si sta ancora organizzando per sostituire Washington. Per ora si cerca una figura che possa rappresentare l’Unione nel negoziato. Scartata l’alta rappresentante diplomatica dell’Ue, Kaja Kallas, invisa non solo alla Russia, ma anche a molti colleghi europei, il presidente della Finlandia, Alexander Stubb, ha avanzato la sua candidatura.
Stubb ha diverse carte dalla sua, come ad esempio un buon rapporto con Trump, ma sembra che ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che l’Europa riesca a trovare un accordo su come occupare questo nuovo ruolo diplomatico. Nel frattempo, l’escalation nei cieli ucraini prosegue, notte dopo notte.

(di Natasha Chen – cnn.com) – Il turismo internazionale verso gli Stati Uniti ha subito nel 2025 il peggior crollo annuale degli ultimi vent’anni, escluso il periodo della pandemia. Secondo i dati citati da CNN, circa 4 milioni di visitatori stranieri in meno hanno scelto di non viaggiare negli Usa rispetto al 2024, provocando un calo della spesa turistica superiore agli 8 miliardi di dollari. La flessione, pari al 5,5%, è stata persino più pesante di quella registrata durante la crisi finanziaria del 2008.
A pesare, secondo il reportage, non sono stati fattori sanitari o economici globali, ma il clima politico creato dall’amministrazione Trump: retorica aggressiva, guerre commerciali, tensioni internazionali, raid dell’ICE contro gli immigrati e l’immagine di un Paese percepito come diviso e instabile. «Eravamo un Paese che gli altri volevano imitare. Quella narrativa non esiste più», ha spiegato Juliette Kayyem, docente della Harvard Kennedy School e analista della CNN. Secondo Kayyem, all’estero gli Stati Uniti vengono ormai percepiti come «un governo disfunzionale» e «una democrazia in difficoltà».
Alla cattiva immagine internazionale si sono aggiunti ostacoli pratici: il timore per una possibile tassa da 250 dollari sui visti, l’aumento del costo del carburante aereo causato dalla guerra con l’Iran e i tagli ai finanziamenti di Brand USA, l’ente incaricato di promuovere il turismo americano all’estero. Adam Sacks, presidente della società Tourism Economics, ha definito queste misure apparentemente vantaggiose ma in realtà dannose per l’economia.
Il calo più pesante riguarda il Canada. Centinaia di migliaia di canadesi hanno smesso di attraversare il confine, irritati dai dazi imposti da Trump e soprattutto dalla retorica sul Canada come “51° Stato americano”. John Stewart, canadese dell’Ontario che da oltre 35 anni andava ogni primavera alla Indy 500 di Indianapolis spendendo fino a 10mila dollari a viaggio, ha deciso di rinunciare: «Ho raggiunto un punto di rottura ideologico». Stewart ha spiegato di non voler più passare le vacanze «a discutere di politica mentre bevo una birra guardando le corse».
Anche Ray Caesar, di Toronto, ha cancellato i viaggi negli Stati Uniti per scegliere invece Giappone, Austria e Italia: «Ci sono tanti posti straordinari nel mondo da visitare, e per noi gli Stati Uniti non sono più uno di questi». Caesar ha aggiunto che molti canadesi considerano «profondamente irrispettose» le minacce contro l’economia e la sovranità canadese.
La crisi sta colpendo duramente gli operatori turistici americani. Joe Koenen, proprietario di Seattle Free Walking Tours, racconta che i turisti canadesi sono praticamente spariti. Adam Duford, proprietario della Surf City Tours di Santa Monica, ha detto che nel 2025 «lo spring break canadese semplicemente non è esistito» ed è stato costretto a licenziare tutti e sette i dipendenti. «È stato terribile», ha raccontato. Il suo fatturato nel 2025 è stato meno della metà rispetto agli anni precedenti.
Anche la Florida, tradizionale meta dei canadesi, è stata colpita duramente. Persino Disney World ha registrato un calo delle presenze internazionali, con l’occupazione degli hotel passata dal 92 all’89%.
Secondo il World Travel and Tourism Council, gli Stati Uniti sono ora «a un bivio». Mentre nel mondo nel 2025 hanno viaggiato all’estero 80 milioni di persone in più rispetto all’anno precedente, «hanno scelto altre destinazioni». Per la prima volta da anni, inoltre, gli americani spendono più soldi viaggiando all’estero di quanti ne spendano gli stranieri negli Usa.
L’unico possibile spiraglio positivo è rappresentato dai Mondiali di calcio, che dovrebbero portare circa un milione di visitatori. Ma secondo gli esperti non basterà a compensare le perdite accumulate. «Non sarà facile cambiare la percezione di un Paese visto dall’esterno come una società divisa e in guerra con sé stessa», ha concluso Kayyem. Fonte CNN.
Il convegno, promosso dall’osservatorio economico e sociale ‘Riparte l’Italia’ con il patrocinio del Comune di Napoli, analizzerà il ruolo del Mezzogiorno nel contesto economico nazionale ed europeo

Giovedì 28 maggio 2026, dalle ore 9.30, a Napoli presso il Circolo Nazionale dell’Unione (Via San Carlo, 99), si terrà l’evento nazionale “FAR CRESCERE IL SUD NELLA TEMPESTA GLOBALE”. L’iniziativa è organizzata dall’Osservatorio Economico e Sociale ‘Riparte l’Italia’ con il patrocinio del Comune di Napoli.
Il programma prevede dodici tavole rotonde volte a favorire il confronto tra rappresentanti istituzionali nazionali e locali, esponenti del mondo imprenditoriale e della società civile in merito alle sfide geopolitiche, economiche ed energetiche attuali, con particolare riferimento alla centralità del Mezzogiorno nelle dinamiche europee.
I lavori si apriranno alle ore 9.30 con i saluti istituzionali di Roberto Fico (Presidente della Regione Campania), Gaetano Manfredi (Sindaco di Napoli e Presidente ANCI), Luigi Balestra (Presidente dell’Osservatorio Riparte l’Italia) e Giuliano Buccino Grimaldi (Presidente del Circolo Nazionale dell’Unione).
Tra gli ospiti di caratura nazionale saranno presenti il Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Luigi Sbarra, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Politiche per il Sud, Luigi Di Maio, rappresentate speciale dell’Unione Europa nel Golfo Persico, Roberto Fico, governatore della Campania, Roberto Occhiuto, governatore della Calabria, Alessandra Todde, governatrice della Sardegna, Roberto Lagalla, sindaco di Palermo e Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli.
Il fulcro dell’iniziativa ruota attorno alla complessa congiuntura internazionale caratterizzata da shock energetici, tensioni geopolitiche nel bacino del Mediterraneo e mutamenti macroeconomici. In questo scenario, il dibattito intende analizzare le risposte strategiche del Mezzogiorno d’Italia, focalizzandosi su pilastri chiave quali l’attuazione della Zes Unica, il potenziamento delle infrastrutture logistiche, l’innovazione industriale e i modelli di coesione sociale. L’obiettivo dell’incontro è delineare il ruolo del Sud quale hub strategico e motore di crescita per l’intero contesto europeo.
“Il Sud cresce nonostante la tempesta globale – spiega Luigi Balestra, presidente dell’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia – ma occorre strutturare adesso un piano strategico nazionale che valorizzi i punti di forza del Meridione nell’ottica del post Pnrr. Per non perdere la scia di crescita maturata in questi anni. Per questo sono preziosi momenti di confronto come questo”.
Le sessioni tematiche si articoleranno secondo il seguente calendario:
Ore 10.00 – Governare il Sud tra crisi, sviluppo e riconversione: Sessione dedicata alle politiche regionali con la partecipazione dei Presidenti di Regione Alessandra Todde (Sardegna), Roberto Fico (Campania), Roberto Occhiuto (Calabria) e Renato Schifani (Sicilia), insieme a Laura Mongiello (Assessore all’Ambiente e alla Transizione Energetica della Regione Basilicata). Modera Andrea Pancani, Vice Direttore TgLa7.
Ore 11.00 – Le città del Sud nell’Europa del futuro. Tra bisogni e opportunità: Confronto tra i sindaci Gaetano Manfredi (Napoli), Roberto Lagalla (Palermo), Maria Ida Episcopo (Foggia), Massimo Zedda (Cagliari) e Vito Leccese (Bari). Modera Giuseppe Brindisi, giornalista Mediaset.
Ore 12.00 – Il mondo in fiamme, quale de-escalation: Intervento di Luigi Di Maio, Rappresentante speciale dell’Unione Europea nel Golfo Persico, in dialogo con Giuseppe Brindisi.
Ore 12.30 – Quali politiche per il Sud: Intervista a Luigi Sbarra, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Politiche per il Sud, a cura di Andrea Pancani, Vice Direttore TgLa7.
Ore 14.30 – La tempesta globale e lo shock energetico: Analisi degli scenari energetici con Giuseppe Argirò (Vicepresidente Elettricità Futura) e Greta Cristini (analista geopolitica e scrittrice). Modera Massimiliano Atelli, già Presidente della Commissione VIA VAS.
Ore 15.30 – La Zes Unica, risultati e nuovi obiettivi: Intervento di Giuseppe Romano, Coordinatore della Struttura di Missione Zes Unica, moderato da Giuseppe Brindisi.
Ore 16.00 – Il Sud nel Bilancio dello Stato, tra strategie e risorse: Relazione di Renato Loiero, consigliere economico e di bilancio del Presidente del Consiglio dei Ministri, in dialogo con Luigi Balestra.
Ore 16.20 – Le infrastrutture del Sud nella tempesta globale: Tavola rotonda con Fabrizio Iaccarino (Responsabile Affari Istituzionali Italia Enel), Mario Antonio Scino (General Counsel Ferrovie dello Stato), Massimo Sessa (Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e Commissario straordinario agli stadi), Biagio Mazzotta (Presidente Fincantieri), Roberto Barbieri (Amministratore Delegato Gesac), Gianfranco Battisti (Amministratore Delegato Gesap) e Greta Tellarini (Professore ordinario di Diritto della navigazione e dei trasporti all’Università di Bologna). Modera Andrea Pancani.
Ore 17.00 – L’Esercito Italiano e le sfide del Mediterraneo allargato: Intervento del Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, in dialogo con Franco Massi, Segretario Generale della Corte dei conti.
Ore 17.30 – L’innovazione motore del Sud: Sessione tecnica con Josè Rallo (Amministratore Delegato Donnafugata), Giovanni Lombardi (Presidente Gruppo Tecno S.p.a.), Vito Grassi (Amministratore Delegato Graded S.p.a., Presidente Aluiss e già Vicepresidente Confindustria), Salvatore Puca (Direttore Consorzio Asi Napoli), Gianni Lettieri (Presidente Atitech S.p.a), Paolo Taticchi (Professore Ordinario di Strategia d’impresa all’University College London) e Renato Franco (Professore Ordinario presso l’Ospedale Universitario L. Vanvitelli). Modera l’economista Giuseppe Coco.
Ore 18.30 – Sud, coesione sociale tra imprese e terzo settore: Interventi di Marco Musella (Professore Ordinario all’Università Federico II di Napoli ed esperto in impresa sociale) e Rosa Cappelluccio (Fondazione Figli degli Altri). Modera Antonello Barone, ideatore del Festival del Sarà.
La conclusione dei lavori è prevista per le ore 19.00. L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sulla piattaforma ufficiale ripartelitalia.it.
Modalità di accredito per la stampa: I giornalisti e gli operatori dei media interessati a seguire l’evento possono inviare richiesta di accredito formale all’ufficio stampa tramite i recapiti sotto indica—
Piero Bonito Oliva
Giornalista professionista/Addetto Stampa/Social Media Strategist
“Nessun trionfo. È un vicolo cieco e un azzardo politico”. I media Usa contro la strategia della Casa Bianca dopo tre mesi di guerra. Cresce lo scetticismo bipartisan a Washington per le concessioni a Teheran e il rischio di un nuovo pantano

(ilfattoquotidiano.it) – L’ombra che Donald Trump sia sul punto di cedere a un pessimo accordo, il timore che l’intesa confligga con gli interessi americani e la convinzione che la vittoria politica dell’amministrazione americana sia ormai sfumata. Perché il regime dei pasdaran non è stato smantellato, nonostante già nelle prime ore del conflitto la Casa Bianca esultasse dell’eliminazione dei vertici di Teheran. Nelle ore in cui i mediatori di Stati Uniti e Iran tentano di concordare una bozza che metta in pausa in conflitto, i giudizi dei media Usa sulla strategia e le conseguenze dell’attacco dal 28 febbraio mostrano un quadro incerto, e obiettivi che non sono stati raggiunti.
Per David Ignatius, l’opinionista di politica estera del Washington Post, “se Donald Trump riuscirà a ottenere un accordo di pace, sarà scampato a quello che era ormai un pantano militare e un vicolo cieco strategico. Scommettere che i Pasdaran si uniscano alla costruzione di uno stato moderno è tuttavia un azzardo. Trump però non sembra avere a disposizione opzioni migliori”, scrive Ignatius, sottolineando che la exit strategy di Trump dall’Iran è un azzardo, ma il presidente non ha soluzioni migliori. “Guardando indietro a tre mesi di blocco e di guerra – continua -, quello che stupisce è la scarsa chiarezza che Israele e Stati Uniti avevano su come aiutare il popolo iraniano a creare uno stato moderno”, ha osservato. Dal board editoriale del Wall Street Journal si chiedono se Trump stia salvando il regime con l’accordo quadro che – secondo quanto emerso – prevede 60 giorni per trattare e concessioni americane prima della firma di un’intesa sul nucleare. Ma “salvare ora il regime tramite un salvataggio economico costituirebbe un vero tradimento degli interessi americani e ancor più del popolo iraniano”, sottolinea il quotidiano finanziario, ricordando che l’Iran “è entrato in guerra facendo i conti con crisi economiche e politiche interne, che sono state aggravate dal conflitto”.
Se Washington Post e Wall Street Journal valutano negativamente il quadro complessivo e quanto trapelato rispetto ai punti del negoziato, anche l’analisi di Stephen Collinson di Cnn mette in luce l’insoddisfazione bipartisan e lo scetticismo con cui state accolte le ultime parole di Trump sul dossier Iran. Sia i falchi conservatori che i democratici sono convinti che il tycoon sia sul punto di cedere a un pessimo accordo, sottolinea Collinson, che ricorda come molte volte il presidente americano abbia affermato che un accordo per fermare il conflitto contro l’Iran fosse imminente. Inoltre scrive di una “pace insoddisfacente” con questioni cruciali da risolvere in seguito, e un aumento delle tensioni a Washington, che potrebbe essere “la miglior speranza” per porre fine a una guerra “mal pianificata”, iniziata con un “livello scarso di consultazione con il Congresso e il popolo americano”. Ed ecco il “dilemma di Trump“: riprendere la guerra potrebbe avere gravi conseguenze sul piano politico e a livello economico e concluderla alle migliori condizioni possibili potrebbe essere altrettanto problematico e impopolare.
Trump “non può vincere” dal punto di vista politico, incalza l’analisi, citando sondaggi che mostrano come la maggior parte degli americani si opponga alla guerra. Ma, prosegue, presidenti sono spesso “tentati di intraprendere nuove avventure militari per salvare la faccia” o cercare una via d’uscita che spesso si trasforma in un pantano e Trump è sottoposto a pressioni molto forti per trovare una soluzione, con i prezzi del gas in aumento, il ‘gradimento’ in calo al pari del sostegno dei repubblicani al Congresso, sia sul dossier Repubblica islamica che su altre questioni. Tutto mentre si avvicinano le elezioni di midterm.
L’analisi non tralascia le indiscrezioni diplomatiche che suggeriscono potrebbe essere imminente un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’allentamento del blocco navale Usa e scrive di una svolta che potrebbe costituire un punto di partenza per colloqui che l’Amministrazione cercherebbe di utilizzare per contrastare qualsiasi residua ambizione nucleare iraniana. Un accordo più concreto, che vada oltre l’attuale fragile tregua, verrebbe accolto con favore a livello globale. Ma, viene sottolineato, i dettagli che emergono su un eventuale accordo con Teheran lasciano intendere termini di un’intesa che potrebbero andare ben oltre le capacità di Trump di trasformare il negoziato in un trionfo. L’analisi cita le indicazioni secondo cui Washington potrebbe sbloccare alcuni beni iraniani e ridurre gradualmente il blocco per convincere l’Iran a riaprire lo Stretto di Hormuz e conclude come tutto questo servirebbe di fatto a convalidare la leva negoziale acquisita dall’Iran durante la guerra e a privare gli Usa di carte importanti da giocare. E qualsiasi impegno da parte dell’Iran sul suo controverso programma nucleare verrebbe accolto con molte riserve a Washington, oltre al fatto che appare piuttosto contenuto, data la complessità del dossier, un periodo di 60 giorni per i negoziati per risolvere i restanti nodi sull’arricchimento dell’uranio. Altro motivo di cautela sta nel fatto che non è chiaro se l’Iran, con un sistema di governo ancor più opaco dalla morte dei suoi leader ‘storici’ durante la guerra, accetterà qualsiasi accordo di pace gli Usa sembrino disposti a offrire.
La storia dimostra che l’Iran sarebbe ben felice di trascinare gli Usa in un lungo periodo di diplomazia inconcludente. Per anni o mesi. Erano contrastanti i messaggi arrivati nelle scorse ore da Teheran. E, secondo l’analisi, le linee di un accordo proposto sono ben lontane dalla “resa incondizionata” che Trump aveva chiesto all’Iran a inizio marzo. In questo contesto, secondo la rete americana, alcuni repubblicani temono Trump stia per cedere. “Undici settimane fa, circa, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, e il Dipartimento della Difesa ci dicevano di aver annientato le difese dell’Iran e che sul materiale nucleare era solo questione di tempo – ha osservato ieri il senatore Thom Tillis – Ora parliamo di una posizione in cui potremmo accettare che il materiale nucleare rimanga in Iran? Che senso ha?”. Scettico anche il senatore Roger Wicker, a capo della Commissione per le Forze Armate del Senato, che su X nei giorni scorsi non ha lasciato spazio a fraintendimenti. E sabato il senatore Lindsey Graham, alleato di Trump, ha avvertito che consentire all’Iran di consolidare il proprio vantaggio con il controllo dello Stretto di Hormuz modificherebbe gli equilibri di potere nella regione. Poi ci sono i democratici. Dall’inizio delle operazioni militari contro l’Iran, lo scorso 28 febbraio, con Israele, lo hanno accusato di aver dato inizio alla guerra e lo contestano per il possibile epilogo. Il senatore Cory Brooker ha detto chiaramente di essere “molto indignato” perché “il presidente ha affermato di aver intrapreso questo accordo per affrontare la questione del programma nucleare” e “questo accordo non risolve il problema”. Secondo la Cnn, Trump sembra aver in qualche modo ascoltato i timori. “Ho informato i miei rappresentanti di non affrettare la conclusione dell’accordo, dato che il tempo è dalla nostra parte”, ha scritto ieri il tycoon su Truth. Intanto esponenti repubblicani insistono sui benefici di una pace. Di “flusso massiccio” di petrolio ha parlato Kevin Hassett, a capo del Consiglio economico nazionale. “I prezzi del petrolio crolleranno” appena ci sarà un accordo, ha assicurato il deputato Byron Donalds, candidato governatore per la Florida. Parole pronunciate anche se molti analisti hanno avvertito che ci vorrà tempo.

(di Steven Greenhouse – theguardian.com) – Il concerto di Bruce Springsteen a cui ho assistito a Brooklyn la scorsa settimana è stato diverso da qualsiasi concerto abbia visto negli ultimi decenni. È stato molto più di uno splendido e gioioso concerto; è stato anche un evento di resistenza fonte di ispirazione.
Fin dall’inizio, il Boss ha chiarito che questo concerto avrebbe fatto parte della resistenza anti-Trump. È stato un’ode alla resistenza durata tre ore e un fragoroso appello ai fan di Springsteen affinché facessero di più per lottare per la democrazia e contro l’autoritarismo. In questo senso, Springsteen sta diventando un modello di come le celebrità possano opporsi a Trump e combattere per ciò che è giusto.
Come negli altri concerti del suo tour Land of Hope and Dreams, Springsteen ha iniziato il concerto di Brooklyn con parole patriottiche e non controverse: «Cominciamo questa sera con una preghiera per i nostri uomini e le nostre donne impegnati in servizio all’estero. Preghiamo per la fine di questo conflitto e per il loro ritorno a casa sani e salvi».
Ma già nella frase successiva il Boss è entrato in piena modalità resistenza: «La E Street Band è qui stasera per celebrare e difendere gli ideali e i valori americani che hanno sostenuto il nostro Paese per 250 anni. Facciamo appello al giusto potere dell’arte, della musica, del rock’n’roll in questi tempi pericolosi.
«La nostra democrazia, la nostra Costituzione, il nostro stato di diritto», ha continuato, «sono oggi messe in discussione come mai prima d’ora da un presidente irresponsabile, razzista, incompetente, traditore e dalla sua amministrazione di sciocchi.
Perciò stasera vi chiediamo di unirvi a noi scegliendo la speranza invece della paura, la democrazia invece dell’autoritarismo, lo stato di diritto invece dell’illegalità, l’etica invece della corruzione sfrenata, la resistenza invece della compiacenza, la verità invece delle menzogne, l’unità invece della divisione e la pace invece della guerra».
Non appena Springsteen ha pronunciato la parola guerra, la E Street Band ha attaccato War (What Is It Good For), il principale brano Motown contro la guerra del Vietnam. Subito è arrivata la risposta ruggente: «absolutely nothing». Era il modo neppure troppo sottile di Springsteen di attaccare la disastrosa guerra di Trump contro l’Iran. Poi, tra applausi immensi, Springsteen ha intonato il suo grande inno antimilitarista, Born in the USA.
Uno degli ultimi brani del concerto è stato un altro pezzo diretto contro il nostro presidente autoritario: Chimes of Freedom di Bob Dylan. Springsteen ha cantato di quelle campane che suonano «for the refugees on the unarmed road of flight» e «for the rebel», «the outcast» e l’«underdog». A un’arena piena di fan giovani e meno giovani, ha regalato anche alcuni dei classici che tutti aspettavano: Born to Run, Hungry Heart e Dancing in the Dark.
Come bonus speciale, Tom Morello si è scagliato contro la macchina trumpiana unendosi a Springsteen in una versione potenziata di The Ghost of Tom Joad, sul deprimente «new world order» con «famiglie che dormono nelle loro auto». Per tutto il concerto ipercinetico, Springsteen ha mostrato un’energia fenomenale e inesauribile, sembrando più un ventiseienne che un settantaseienne.
Se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che fosse una serata di resistenza, Springsteen ha detto, in un diretto schiaffo a Trump: «Onestà, onore, umiltà, carattere, verità, compassione, umanità, sensibilità, moralità, vera forza e decenza – non lasciate che qualcuno vi dica che queste cose non contano più – contano eccome…
Così tanti dei nostri leader eletti ci hanno deluso che questa tragedia americana può essere fermata solo dal popolo americano – da voi. Quindi unitevi a noi e lottiamo per l’America che amiamo». Poi ha gridato: «Siete con noi? Siete con noi?». La folla ha risposto con migliaia di sì.
In un’altra stoccata contro Trump, Springsteen ha detto: «Ai nostri musei viene chiesto di ripulire la storia americana da qualsiasi fatto spiacevole o scomodo, come l’intera storia della brutalità della schiavitù. Volete parlare di snowflakes? Abbiamo un presidente che non sa reggere la verità».
Springsteen sembrava completamente a suo agio mentre attaccava Trump, che infantilmente (e in modo assurdo) lo ha definito un «total loser» e «not a talented guy». Fin dai suoi primi giorni ad Asbury Park, Springsteen ha difeso la classe lavoratrice, cantando di «broken heroes» che «sweat it out», dei veterani del Vietnam che «ain’t got nowhere to go» e dei ventenni per cui «ain’t been much work».
Mentre Trump ha favorito i miliardari, Springsteen ha combattuto per i lavoratori e le lavoratrici, per chi riceve sempre la parte peggiore. Questo gli ha dato una credibilità straordinaria presso gli americani comuni. Naturalmente molte altre celebrità si sono opposte a Trump, tra cui Stephen Colbert, John Legend, Jimmy Kimmel, Robert De Niro, Lady Gaga, la superstar country Zach Bryan e Natalie Maines delle Chicks.
Purtroppo il coraggioso Colbert sembra essere stato punito per aver criticato il presidente permaloso. Il suo ultimo show è andato in onda giovedì (Springsteen era apparso nella puntata di mercoledì). Forse perché Springsteen sa che ci sono centinaia di migliaia di americani disposti a pagare 100 dollari o più per vederlo esibirsi, affronta Trump con meno esitazioni e maggiore slancio rispetto ad altre celebrità. Il Boss non ha padroni aziendali che controllano ogni sua parola.
La sua resistenza è inflessibile. A Brooklyn e in ogni concerto, propone una variante di questo duro attacco: «Così tante famiglie americane fanno fatica mentre il nostro presidente e la sua famiglia si arricchiscono di miliardi di dollari sfruttando il potere pubblico in una corruzione senza precedenti nella storia americana… Questa Casa Bianca sta distruggendo l’idea americana e la nostra reputazione nel mondo. Eravamo un faro di speranza e libertà come difensori imperfetti ma forti della democrazia – schierati per il bene globale – e ora per molti siamo semplicemente l’America, la nazione irresponsabile, imprevedibile, predatoria, inaffidabile e canaglia che è l’eredità di questa amministrazione e di questo presidente».
Ogni movimento di resistenza ha bisogno di un inno, e Springsteen ha risposto scrivendo The Streets of Minneapolis, che denuncia l’invio da parte di Trump di migliaia di agenti mascherati per intimidire quella città profondamente democratica, sostanzialmente per metterle un ginocchio sul collo.
Quando ha iniziato a cantare Streets of Minneapolis, la folla è impazzita. Ne riporto un estratto:
Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare attraverso la nebbia insanguinata
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero in mezzo a noi
Qui nella nostra casa, hanno ucciso e vagato
Nell’inverno del ’26
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
Per le strade di Minneapolis …
Alla fine della canzone, ha guidato un assordante coro: «ICE out now!» e gigantesche foto di Renée Good e Alex Pretti sono apparse improvvisamente dietro il palco.
Springsteen ha portato il suo messaggio di resistenza in tutto il Paese. Alla manifestazione principale No Kings a St Paul, a fine marzo, ha detto all’immensa folla: «La forza e la solidarietà della gente di Minneapolis e del Minnesota sono state un’ispirazione per l’intero Paese… Ci avete dato speranza.
Ci avete dato coraggio. E per coloro che hanno dato la vita, Renée Good, madre di tre figli, brutalmente assassinata, e Alex Pretti, infermiere del VA, giustiziato dall’ICE e lasciato morire in strada senza che il nostro governo fuorilegge avesse nemmeno la decenza di indagare sulle loro morti. Il loro coraggio, il loro sacrificio e i loro nomi non saranno dimenticati».
Al concerto di Minneapolis del 31 marzo, ha raccontato con commozione le ultime parole di Good: «All’uomo contro cui stava protestando, l’uomo che le avrebbe tolto la vita, disse: “That’s fine, dude, I’m not mad at you. I’m not mad.” Dio la benedica.
«Quindi stasera, quando tornerete a casa», ha continuato Springsteen, «tenete stretti i vostri cari. E domani fate come ha fatto Renée: trovate un modo per intraprendere un’azione aggressiva ma pacifica per difendere gli ideali del nostro Paese. E come disse il grande leader per i diritti civili John Lewis: “Go out and get into some good trouble.”
«Dio benedica Alex Pretti, Dio benedica Renée Good, Dio benedica voi e Dio benedica l’America». Cosa mi dà speranza adesso Io, insieme a molti altri presenti al concerto del Barclays Center, ne sono uscito esaltato e ispirato. Immagino che centinaia di migliaia di fan che hanno visto Springsteen in concerto negli Stati Uniti nelle ultime settimane abbiano provato la stessa sensazione. Questo mi dà speranza. Anche il fatto che molti giovani partecipino ai concerti di resistenza del Boss mi dà speranza.
Springsteen fa ciò che le celebrità dovrebbero fare. Usa il suo potere da star per combattere la buona battaglia. Parla alle persone. Non parla sopra di loro, né le tratta con condiscendenza, né fa loro la predica. Dà voce a preoccupazioni comuni, mobilita, ispira. Forse per il Boss è più facile fare questo rispetto ad altre star, perché ha una fanbase enorme costruita in decenni ed è ampiamente percepito come un uomo del popolo. Speriamo che il suo fortunatissimo tour Land of Hope and Dreams ispiri altre celebrità a fare di più, a esporsi e a resistere.
Vorrei che Springsteen tenesse decine di concerti gratuiti all’aperto in tutti gli Stati Uniti nei prossimi uno, due o tre anni, ma potrebbe essere troppo complicato e costoso da realizzare. Non ho dubbi che quei concerti attirerebbero centinaia di migliaia di persone ciascuno, e questo potrebbe contribuire ulteriormente a cambiare la marea contro Trump, il presidente autoritario più corrotto della storia degli Stati Uniti. Springsteen è un leader indiscutibile della resistenza. La nazione avrebbe bisogno di molti altri come lui. Lunga vita al Boss.
Ricotta e asparagi, tempo di sagre estive con Schifani. Pioggia di fondi del governo di Schifani per le sagre in Sicilia da tenersi entro il 30 giugno. E per i visitatori ecco anche la ricotta d’estate al fianco di stufati di cipolla e festa degli asparagi

(Simone Olivelli – editorialedomani.it) – Ci sono gli asparagi selvatici, le ‘mpignolate con maiale, cipolla stufata e olive, gli immancabili cannoli, tra i circa 140 eventi che in Sicilia il governo Schifani finanzierà in quella che ha tutta l’aria di essere l’ennesima trovata per distribuire mancette sui territori.

L’occasione è data dal progetto Sicilia che piace. Ai Comuni sono destinati in totale oltre due milioni di euro. Una corsa alle spese: tutti gli eventi dovranno concludersi «inderogabilmente» entro il 30 giugno. Compresa le feste della ricotta, che verrà esaltata nonostante le temperature estive (non ideali per la conservazione), in quel di Adrano e Maniace (Catania), dove arriveranno 40mila euro.

Le sagre in Sicilia in questi anni hanno fatto più volte parlare di sé per l’attenzione riscossa nelle finanziarie dell’Ars. Stavolta, invece, lo stanziamento arriva direttamente da Schifani, tramite l’assessorato alle Attività produttive. A essere finanziato anche un festival del giornalismo.
La premier vuole coprirsi a destra e cerca di studiare le intenzioni del generale. Il capogruppo Bignami è l’inviato di FdI per capire le intenzioni di Vannacci con Futuro nazionale. Anche in caso di voto anticipato. Ma Marina Berlusconi non vuole estremisti in coalizione

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Vincere a tutti i costi. Giorgia Meloni vuole restare a Palazzo Chigi per altri 5 anni. E per riuscirci serve un’alleanza in grado di battere il campo largo. La premier sta così ragionando con i fedelissimi la strategia da seguire, oltre all’approvazione della legge elettorale. Le possibilità di voto anticipato entro l’anno sono remote, ma non del tutto escluse dopo le parole di Matteo Salvini di pochi giorni fa.
Meloni non vuole in ogni caso farsi cogliere impreparata. Sondaggi alla mano, serve anche Roberto Vannacci in coalizione. E ha bisogno di valutare le intenzioni del generale e del suo Futuro nazionale. Per questo la leader di Fratelli d’Italia ha chiesto di sondare il terreno.

L’ordine è di muoversi con grande cautela, lontano dagli occhi leghisti per non esacerbare le tensioni. L’uomo in missione per conto di FdI è il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, usato come clava nelle dichiarazioni pubbliche, ma riconosciuto come abile mediatore nelle sedi private. Il confronto si dovrà muovere sui possibili obiettivi comuni, i punti di contatto tra gli eredi della Fiamma e il generale fan della X Mas. Bignami è chiamato a esaminare, per esempio, il livello di rigidità di Vannacci sulle posizioni filorusse sulla guerra in Ucraina. Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, mente politica di FdI, aveva chiaramente detto che era un punto essenziale per delineare il perimetro dell’alleanza.
L’obiettivo, a grandi linee, sarebbe quello di “salvinizzare” Vannacci, lasciandogli la propaganda contro il sistema, ma portandolo all’allineamento al momento del voto in Parlamento. Partendo dal presupposto che la fiducia è stata votata in questa legislatura.
Nell’auspicio che, di qui alla (ipotetica) data del voto, il conflitto in Ucraina sia cessato. Rendendo meno complicato il confronto con il generale. Ma c’è un risvolto non proprio secondario. Forza Italia, ancora di più con il nuovo corso imposto da Marina Berlusconi, non ha intenzione di mettersi a braccetto con Vannacci, alleato in Europa di Afd, l’estrema destra tedesca.

A più riprese ha chiesto un riposizionamento moderato. In caso di patto con Vannacci, l’erede del Cavaliere chiederebbe al segretario del partito, Antonio Tajani, di prendere le distanze. Mettendo in moto un meccanismo imprevedibile. Intanto anche Vannacci, che rivendica 60mila iscritti, ha qualche problema interno.
La gestione troppo accentratrice ha portato a malumori con il presidente di Confimprenditrori, Stefano Ruvolo, che gli ha “donato” la sede in via Lucina, facendogli da base di appoggio. L’eurodeputato è disposto solo a poche concessioni, per il resto è convinto di bastare a se stesso.

(Salvatore Bianco – lafionda.org) – Pare che la Storia con la S maiuscola abbia calzato di nuovo «gli stivali delle sette leghe» e a passi da gigante ci stia trascinando Motu proprio nel precipizio della guerra. E sarebbe l’Europa stessa, nel suo complesso, la prossima vittima sacrificale di uno scontro diretto armato, catastrofico, contro la Federazione Russa.
Il circo mediatico di completamento, poi, si incarica di condire il tutto con discorsi di «crolli», «crisi» e «catastrofi imminenti». A tale rappresentazione sull’inevitabilità dello scontro con la Russia contribuiscono attivamente anche esperti di geopolitica ed «epistocrati» di economia mainstream. E anche questi ultimi pure anteponendo, come fattore esplicativo, l’«economico» rispetto alla più ricorrente «volontà di potenza», nella maggioranza dei casi, pur modificando l’ordine degli addendi, concorrono attivamente alla narrazione dominante: lo spazio europeo sarebbe, per tutti costoro in rotta di collisione ineluttabile con la Russia di Putin. Come la traiettoria di un meteorite proveniente dalle profondità dello spazio. La domanda allora smette di riguardare il Che fare per limitarsi a dettagliare solo il quando e il come tutto inesorabilmente si compirà. Ma da cosa sono accomunati i due differenti racconti, quello geopolitico e quello più «economicista», da pervenire ad esiti più o meno analoghi? In buona approssimazione, da un dato di partenza inesorabile che ne determina in anticipo la traiettoria successiva, solo che i «geo-politologi» individuano nella «proiezione di potenza» quel vettore, là dove gli economisti, anche quelli di orientamento più critico, identificano quel vettore nel «mercato» che produrrebbe tutto quanto il resto, con un riflesso quasi automatica sulla politica e le decisioni che ne derivano. Ma cosa manca di sostanziale a queste differenti «narrazioni» che rischiano di relegare l’umano al ruolo di semplice comparsa? Forse ciò che della modernità politica ne è stata la causa: che sono i popoli e, segnatamente, chi sta più in basso nella scala sociale a fare la storia e a costruire, con livelli sempre maggiori di consapevolezza, quelle istituzioni sociali e politiche in grado di spostare dai pochi ai molti l’esercizio della sovranità. Al riguardo, con qualche fondamento si potrebbe interpretare la storia moderna, con le sue lotte e rivoluzioni come un meccanismo di progressivo espulsione dal basso del «privilegio». Secondo questa chiave ermeneutica, il «conflitto sociale» ha dapprima identificato il «nemico» per poi sconfiggerlo ed emarginarlo. Emblematica l’affermazione dell’abate Sieyès nel suo celebre opuscolo del 1789, Che cosa è il Terzo Stato?: «Se si eliminassero l’ordine privilegiato, la nazione non sarebbe qualcosa di meno, ma qualcosa di più». Questo sarebbe avvenuto in occidente dapprima coi re, per poi proseguire con la «nobiltà» e da ultimo si è tentato di liquidare la «borghesia» tramite il ben più consistente «proletariato». Si potrebbe leggere allo stesso modo il lungo plurisecolare travaglio degli assetti politico-istituzionali: dall’assolutismo monarchico, al liberalismo fondato sul «censo» e ancora, più di recente, le democrazie costituzionali e fino ad arrivare ai vari «esperimenti profani» di socialismo. Peccato solo che questo processo non si sia svolto nel vuoto pneumatico di forze sociali, collocate in alto, che una volte battute sono state definitivamente emarginate dalla storia. In effetti, in una logica ingenuamente quantitativa, si sarebbe indotti a pensare che il dato numerico dei tanti e poveri collocati in basso avrebbe avuto ragione alla lunga dei pochi «privilegiati» posti in alto. Ma si dà il caso che quei pochi, esclusi o ridimensionati come ad esempio nella breve stagione socialdemocratica, in Europa, dei trenta gloriosi del secondo dopoguerra, sono anche i più potenti e nelle condizioni di contrattaccare. Così è stato. In un’inedita lotta di classe scatenata dall’alto, a seguito di una vera e propria rottura rivoluzionaria di paradigma socioeconomico, si è assistito all’archiviazione dello stato sociale keynesiano in una manciata di anni (gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso). Si è avviato da quel momento un processo di crescente concentrazione e centralizzazione di potere politico e finanziario in una sempre più ristretta oligarchia che ha prodotto un nuovo ordine compiutamente post-democratico.
In ogni caso, anche in un contesto di rapporti di forze capovolto dalle «dure repliche della storia», rispetto a quello auspicato, con l’alto e minoritario a dominare il campo, pare che l’impianto interpretativo «classista» di fondo, dei pochi contrapposti ai molti, venga confermato ed è comunque capace di catturare molti più fenomeni del presente. Viceversa, quel tipo di approccio geopolitico o anche economicista, sopra richiamati, tendono a sottovalutare esattamente quell’elemento dinamico e soggettivo che pare invece caratterizzare il paesaggio sociale e politico, in occidente, dalla modernità in poi. L’essere sociale appare sacrificato in entrambi gli approcci, vuoi per una ricostruzione storica troppo compatta, solo istituzionale e diplomatica, che non considera nella giusta misura le dinamiche sociali e le sue articolazioni in classi e vuoi perché, nel secondo racconto, l’economia appare granitica nei suoi effetti quasi meccanici sulla politica. Per fortuna pare non sia così. Ci sono momenti di rottura anche traumatici dell’egemonia, come quello attuale, dove il capitalismo occidentale è solo in grado materialmente e culturalmente di offrire guerre in serie. Questo apre pur nella indubbia drammaticità della fase uno spazio enorme per un recupero di consapevolezza delle coscienze da parte dei subalterni. Anche sul piano interno siamo in una congiuntura caratterizzata da una perdita catastrofica di legittimità dei gruppi dirigenti, che reagiscono con la costruzione dell’emergenza permanente secondo una logica di puro dominio con la complicità dell’elettronica.
Forse può allora risultare più produttivo permanere all’interno di quelle mappe nautiche ipotizzate, che serve magari aggiornare alla luce della nuova fase storica da apprendere con il pensiero. Ne consegue: che così come l’ascesa della «borghesia», prima, e la forza del «proletariato», poi, avevano prodotto rilevanti cambiamenti negli assetti di potere preesistenti, allo stesso modo, anche l’affermazione della nuova «aristocrazia del denaro» trionfante si è addensata in un quadrilatero del potere. I suoi vertici sono rappresentati, sempre solo in occidente, dal potere politico tradizionale, dal potere finanziario, dal potere mediatico e dal più risalente «complesso militare-industriale». Quello che è accaduto con le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, capofila del blocco capitalistico occidentale, è esattamente questo passaggio dalla post-democrazia a una forma di anarco-capitalismo guerrafondaio. Si tratta di un agglomerato di poteri con la spasmodica necessità di procacciarsi un sottostante materiale, fatto di risorse e materie prime, per continuare ad alimentare la «bolla» ipertrofica di Wall Street. Dunque, la guerra è una necessità non per la Storia in quanto tale, ma per questa inquietante configurazione politica che l’occidente collettivo al suo interno ha prodotto. Sul piano culturale, la caratteristica più ostentata è una particolare concezione di libertà, che non è più intesa come un diritto inalienabile appannaggio di ciascuno e neppure una prerogativa del mercato, più opportunamente da segmentare e sorvegliare, piuttosto un privilegio di quei pochissimi che possono contare su di un potere illimitato di armi e denaro. Sul piano simbolico, poi, un siffatto potere neofeudale, obbligato a disconosce e sfruttare senza pause, dovrà dotarsi di un sofisticato sistema di liturgie e riti del potere, che ne giustificano agli occhi dei più un ruolo così scandalosamente sovraordinato. Inevitabile pertanto l’uso capitalistico della religione e l’adozione di un più spregiudicato dispositivo di autolegittimazione da parte di questi «nuovi padroni del mondo», messo a punto in particolare dal gruppo di Peter Thiel, che molto opportunamente Carlo Galli ha riassunto nella formula di una nuova «teo-tecnologia». Attraverso questo particolare meccanismo potranno moltiplicarsi a dismisura i capri espiatori che verranno opportunamente rinominati agenti dell’anticristo, per interporli ed usarli letteralmente come spauracchi. La scommessa ben più prosaica è quella di abituarci poco alla volta mediante la normalizzazione della guerra e la naturalizzazione del dominio, in stile «rana bollita», alla nuova distopica condizione di assoggettamento e subalternità permanente.
Ma da quello stesso impianto interpretativo, del «basso» contrapposto ad un «alto», possiamo ricavare l’antidoto critico per l’agire politico collettivo. Come fatto cenno, siamo nel bel mezzo di una rottura egemonica, che l’ideologia guerrafondaia sta cercando molto a fatica di colmare. Si apre uno spazio di possibilità per una politica dal basso, magari non immediatamente istituzionale ma con potenzialità costituenti non banali. E in questo caso la riattivazione di quel meccanismo di esclusione dal basso riguarderà esattamente il ripudio di quel dominio che una sparuta oligarchia sempre più armata sta esercitando per guadagnare tempo e preservarsi. La contraddizione determinata, che la migliore tradizione del pensiero dialettico ci invita sempre a scovare, è rappresentata dall’essere contro la guerra, a cui il sistema ha fatto sempre ricorso nella storia per sigillare il potere costituito. E in questo quadro, già di suo desolante, è risultata ancora una volta l’inconsistenza impalpabile del liberalismo, che si scioglie come neve al sole ogni qual volta la cruda contingenza di rapporti di forza scandalosamente sbilanciati in alto ne richiedono l’archiviazione. Ovviamente non per cambiarli quei rapporti di forza piuttosto blindarli con modi spicci per assicurare il meccanismo ferreo dell’accumulazione. Quando il gioco si fa duro, il capitalismo più selvaggio e predatorio proietta il suo vero volto nella sfera politica, riponendo le «maschere di carattere» in precedenza esibite. Siamo in un certo senso ad un bivio: o recuperiamo il filo interrotto di una politica che dal basso, per quel che si deve, e dall’alto delle istituzioni, per quel poco che si può, recuperi un disegno di liberazione coerente con le esigenze delle classi popolari oppure siamo perduti per sempre. Perché gli effetti sul corpo sociale e sulle antropologie dei singoli individui di questi continui maltrattamenti, di questa assenza di orientamento e di finalità è devastante. Noi siamo «costruttori di senso» e dunque se non ce lo formiamo da noi questo senso attraverso il legame sociale e la lotta per il riconoscimento, necessariamente ci viene imposto dall’alto con modalità aberranti. Da un complesso finanziario, militare e comunicativo che sta rendendo tossica, non solo in senso metaforico, l’aria che respiriamo ogni giorno. Pensiamo sia questa la nuova frontiera dello scontro e del conflitto nei piccoli come nei grandi spazi del mondo che attualmente abitiamo, per «una società più ricca di vita collettiva» come immaginava Gramsci.
Nelle strade di Gerusalemme la resistenza civile fa scudo con il corpo all’estremismo ebraico

(ANNA FOA – lastampa.it) – Si chiama “protective presence”, protezione attraverso la presenza. Non riguarda solo Israele ma molte situazioni di conflitti e violenze. È stata ed è molto usata dall’Unhcr, l’organizzazione Onu per i rifugiati. In Israele se ne parla molto. L’abbiamo vista all’opera nel giorno in cui si festeggiava la presa di Gerusalemme nella guerra dei Sei giorni, Yom Yerushalayim, da sempre una ricorrenza celebrata con entusiasmo dalle destre nazionaliste e religiose, la presa di Gerusalemme e l’inizio dell’occupazione. Negli ultimi anni, in particolare quest’anno, le destre si sono scatenate, i coloni dalla Cisgiordania sono scesi in massa a Gerusalemme, hanno fatto irruzione nella Città Vecchia, aggredito i palestinesi, distrutto i loro negozi, il tutto nell’indifferenza o nella complicità della polizia. Ma c’erano gli attivisti dei gruppi che si battono contro Netanyahu e il suo governo. Vestiti di un giubbotto viola, si sono frapposti con le braccia distese fra gli aggressori e gli aggrediti, cercando di evitare aggressioni e violenze. Sono pacifici, senza armi, a differenza dei coloni, riuniti in gruppi misti di ebrei e palestinesi, in organizzazioni importanti come Standing together o il New Israel Fund. I gruppi erano composti soprattutto di ebrei, perché l’intento di fronte a quelle violenze è proprio quello di frapporre il corpo di ebrei degli attivisti a difesa di quello dei palestinesi.
Anche se nei giorni scorsi sono stati particolarmente visibili nelle strade di Gerusalemme, non si limitano a agire in città o nelle manifestazioni settimanali che li vedono protagonisti. Operano ormai da molto tempo in Cisgiordania. Da anni si sono dedicati a ripiantare e a proteggere gli ulivi dei palestinesi, sistematicamente distrutti dai coloni. Con il progredire delle violenze in Cisgiordania, hanno iniziato ad andare a dormire nelle case dei palestinesi. Portano i loro bambini a scuola, li proteggono con la loro presenza, documentano col telefonino le violenze di coloni ed esercito. Alcuni gruppi dagli Stati Uniti, da organizzazioni come Rabbini per i diritti umani, che organizzano nei villaggi palestinesi stages di attivisti ebrei americani, sempre allo scopo di frapporre ebrei, corpi ebraici, a protezione dei palestinesi. Ma con il progredire delle violenze, anche questa riluttanza dei fanatici a colpire gli ebrei sta diminuendo. Per loro, sono terroristi. In fondo anche razzisti come loro, che finora distinguevano fra ebrei e palestinesi, ben possono assimilare gli attivisti ebrei ai non ebrei e colpirli come fanno con loro.
Anche nelle università cresce il ruolo protettivo di professori e studenti ebrei verso i loro colleghi palestinesi. Recentemente, in occasione della giornata in ricordo della Nakba, l’espulsione da Israele dei palestinesi nel 1948, gli studenti arabi di un’importante università si sono riuniti in un’aula a discutere sull’organizzazione della loro protesta. Improvvisamente ha fatto irruzione un deputato del partito di Ben Gvir, coi suoi accoliti. Volevano sfondare la porta dell’aula dove c’erano gli studenti palestinesi. Fortunatamente studenti, docenti e fin le guardie di sicurezza dell’Università hanno fatto muro e li hanno cacciati. Il deputato, andandosene, ha minacciato pesanti conseguenze all’Università.

Ricordare questi fatti ci impedisce, credo, di considerare che in Israele è tutto perduto. Se per ogni Ben Gvir, per ogni Netanyahu, per ogni terrorista razzista e fanatico ci fosse qualcuno che si frappone disarmato contro l’odio… Se una generazione di “protettori” crescesse in quel terreno di violenza e razzismo, come abbiamo visto nel caso degli attivisti, anch’essi disarmati, della Flotilla, in un contesto che è dieci volte più duro quando ad essere colpiti sono i prigionieri palestinesi, allora credo che davvero Israele potrebbe rinascere come una fenice dalle sue ceneri. Ceneri, a differenza di quelle di Gaza, immateriali, il frutto della distruzione dell’etica, della giustizia, dei valori. «Signore, quanti giusti servono perché tu non distrugga Sodoma?», chiedeva Abramo a Dio. Oggi, nonostante tutti gli ingiusti che vi proliferano, e l’indifferenza di chi li tollera, ci sono ancora giusti in Israele. Ma fino a quando?
I costi della guerra all’Iran. Trump bombarda i debiti pubblici: su gli interessi, l’Italia sotto schiaffo

(diFrancesco Lenzi – ilfattoquotidiano.it) – Per trovare un tasso di rendimento come quello attuale sui titoli di Stato americani con scadenza a 30 anni si deve tornare indietro di oltre due decenni, a prima della grande crisi finanziaria. Se il 2026 era iniziato con l’aspettativa che l’inflazione fosse ormai sotto controllo e niente avrebbe impedito al nuovo capo della Fed di iniziare a tagliare i tassi come chiedeva il presidente Trump, l’attacco di Usa e Israele all’Iran ha completamente ribaltato lo scenario. Il principale elemento su cui ci si interroga, cercando di trovare un senso alle parole sempre più ondivaghe dell’amministrazione americana, è la tempistica per la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno ai normali flussi di navigazione, perché da ciò dipende l’intensità con la quale lo shock energetico diventerà uno shock inflattivo.
Sfumata ormai la possibilità che la Fed tagli i tassi nei prossimi mesi, cosa a cui lo stesso Trump sembra ormai rassegnato, il rischio che l’inflazione riprenda a crescere e necessiti di tassi d’interesse più elevati per ritornare sotto controllo ha scatenato le paure dei detentori di titoli di Stato a lungo termine. E la paura s’è trasformata in vendite, col conseguente rialzo dei rendimenti. Il trentennale Usa la scorsa settimana è arrivato a rendere il 5,2%: circa 60 punti base più che a febbraio. Anche sui decennali i rendimenti sono cresciuti di 60 punti, superando il 4,6%.
I rialzi, però, non riguardano solo i titoli a stelle e strisce. Per le stesse ragioni, ovunque nel mondo le scadenze a lungo termine hanno visto salire i rendimenti e anche i mercati obbligazionari che godono della reputazione più solida non ne sono rimasti immuni. Il Bund tedesco a trent’anni, considerato l’equivalente europeo del Treasury americano per qualità creditizia e liquidità, ha visto il proprio rendimento avvicinarsi alla soglia del 3,2%, circa 40 punti sopra l’inizio dell’anno. Analoga la dinamica in Giappone, dove la Banca centrale ha da tempo avviato un lento ma significativo abbandono della politica di controllo della curva dei rendimenti: il trentennale nipponico ha superato il 4%, un livello che non si registrava dal 1999, cioè da quando questa specifica scadenza è stata introdotta dal governo di Tokyo. Se per Germania e Giappone si tratta principalmente di un aggiustamento a un nuovo regime di tassi globali, altrove le pressioni sul mercato obbligazionario possono alimentare segnali più preoccupanti.
In Gran Bretagna la situazione ricorda, con qualche variazione, i mesi difficili del 2022. Il Gilt a trent’anni la scorsa settimana ha superato il 5,8%, trascinato da una combinazione di fattori dalla miscela potenzialmente esplosiva: l’inflazione che fatica a scendere, la fragilità della sterlina esposta al rialzo del dollaro e una manovra di bilancio che prevede un ricorso al mercato ben superiore alle attese, con emissioni nette di titoli di Stato che potrebbero superare i 350 miliardi di sterline nei primi sei anni. Il mercato si interroga sulla capacità del governo Starmer di tenere il punto su una politica fiscale percepita come espansiva in un contesto in cui il costo dell’energia importata rischia di ridare fiato all’inflazione.
In Francia e in Italia le dinamiche sono in parte differenti, ma il risultato, per le casse pubbliche, è simile. Parigi paga il prezzo di un quadro politico che non riesce a trovare una solida maggioranza parlamentare e di un disavanzo che stenta a rientrare nei parametri Ue: lo spread con il Bund si è allargato oltre i 60 punti base, territorio che non si vedeva dalla fase più acuta delle tensioni sui debiti sovrani dell’Eurozona. Roma, alle prese con una crescita anemica che si riflette sul rapporto debito/Pil, vede il proprio decennale attestarsi intorno al 3,7%, mentre la scadenza a trent’anni ha superato il 4,6%: ogni punto in più di rendimento si traduce, al momento del rinnovo delle scadenze, in miliardi aggiuntivi di interessi che pesano sul bilancio pubblico.
Gli effetti si trasmettono anche al settore privato: le obbligazioni corporate e bancarie, come il credito alle piccole e medie imprese per operazioni a medio/lungo termine si riprezzano verso l’alto, stringendo le condizioni di finanziamento in un momento in cui la domanda interna fatica a svilupparsi. Con il passare del tempo gli studi sui possibili scenari stanno abbandonando l’ipotesi che da questa crisi si possa uscire con un impatto limitato. Gli operatori sembrano sempre più convinti che, anche se Hormuz dovesse tornare alla normalità durante l’estate, il prezzo del petrolio possa rimanere impantanato sui 100 dollari al barile, con effetti significativi sulla dinamica dei prezzi al consumo. In queste condizioni l’inflazione potrebbe tornare a superare il 4% nel corso dell’anno in gran parte dei Paesi sviluppati, costringendo le banche centrali ad avviare una nuova fase di restrizione monetaria, che peserebbe soprattutto sulle economie più fragili, come quella dell’Italia: da un lato la spesa per interessi che lievita a ogni rinnovo del debito, dall’altro la necessità di spendere per sostenere famiglie e imprese contro il caro energia, ma senza perdere la fiducia dei mercati.
Lo spazio di manovra si fa così sempre più stretto e la soluzione più dannosa, quella dei tagli su investimenti e spesa sociale, diventa la più probabile. Ma questa stessa tempesta che sta erodendo i margini di manovra degli Stati e pesando sulle condizioni di finanziamento di tanti, per altri diventa una finestra di opportunità. Non solo le società petrolifere, che di nuovo ingrassano i propri bilanci, ma anche chi ha disponibilità liquide ed è a caccia di reddito fisso con un orizzonte a medio-lungo: comprare debito sovrano di qualità oggi, a questi livelli, può essere una scommessa remunerativa come non si vedeva da decenni.
Lo slancio della segretaria e il sorriso dell’ex premier nello scatto immortalato durante il corteo per Falcone a Palermo

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – C’è a Roma in questi giorni (al museo del Genio, chiude a luglio) una mostra di Robert Doisneau, la cui foto più famosa, vera e propria icona parigina e globale scattata all’inizio degli anni 50, ritrae un bacio davanti all’hotel De Ville.
Fra i peggiori peccati del giornalismo politico c’è quello di sprecare suggestioni e parole per innalzare l’ordinaria e spesso misera attualità all’altezza di qualche opera d’arte che resiste all’usura del tempo. Il colpevole scribacchino ondeggia in quel caso fra la marchetta e la pernacchia, e con tale scappellotto sopra la testa si osserva tuttavia con qualche interesse la foto di Conte e Schlein che l’autore, Igor Petyx, ha realizzato l’altro giorno a Palermo e poi opportunamente ridefinito in bianco e nero con effetti abbastanza alla Doisneau.
Sempre con il capo cosparso di preventiva cenere, si potrebbe rubricare questa immagine come l’amplesso del campo largo. Va da sé che quando l’alleanza sarà finalmente riuscita a liberarsi di questa espressione di arida e ritardata geometria politichese le sinistre avranno una speranza in più di vincere.

Ma intanto lei, Schlein, appare davvero molto intensa, perfino emozionata; il volto esprime un trasporto non comune nel repertorio delle photo-opportunity; il braccio s’impone sulle spalle di Conte con un’energia avvolgente; forse c’entra anche il fatto che è uscito pochi giorni fa dall’ospedale, ma anche questo rafforza il tratto affettivo in una politica ormai iper-personalizzata.
Lui sembra un po’ sorpreso. Forse non se l’aspettava così; o forse, invece, ci è abituato. Pur vergognandosi per aver maturato questo genere di competenze, gli osservatori dell’odierna scena pubblica hanno sufficiente materiale per decretare che Giuseppi piace un sacco alle donne; e se dinanzi a una foto diventano leciti i processi alle intenzioni, lui lo sa talmente bene da considerarsi, come ogni piacione, un dono al genere femminile. Per cui è certo che di lì a qualche istante – si accettano scommesse – gli sarà fiorito sulle labbra quel “maledetto sorriso” che tra coroncine e cuoricini deliziava su Instagram le ignote, ma famigerate “bimbe di Conte”, e qui ci si ferma.
O meglio, ci si limita a far presente che nel vuoto di ideali e nel deserto di progetti tipici di questo tempo, le facce e i corpi dei leader contano assai più delle loro chiacchiere, anche se non sempre il body language accompagna il dispiegarsi delle intenzioni.
Anche per questo sia consentito di trascurare, dinanzi all’iper-abbraccio, facili e viete formule tipo il campo largo si è ristretto, eccetera. Così come è meglio evitare previsioni sul futuro di un’alleanza che seguita ad apparire incerta nonostante la testarda volontà unitaria di Schlein e comunque messa a repentaglio da inarrivabili primarie, inconciliabili opzioni internazionali e inconfessabili negoziati sulla spartizione delle cariche, un classico della sinistra non appena da quelle parti si avverta un benché minimo sentore di possibile vittoria.
Per cui forse è meglio tornare a Doisneau e al suo celeberrimo bacio. Si legge su Wikipedia – sempre sia benedetta – che nel 1992 si presentarono in tv un uomo e una donna sostenendo di essere loro i protagonisti dell’immagine per riscuoterne i crediti. Ma prima che si rivelassero degli impostori, la rivendicazione spinse la vera protagonista a farsi avanti. A costo di ridimensionare il mito dell’attimo fuggente, raccontò che si trattava di una foto niente affatto spontanea, Doisneau aveva messo in posa lei e il suo ragazzo, e a riprova mostrò la copia autografata della stampa.
C’entra niente con Schlein e Conte, ma quel documento fu venduto per 155 mila euri. C’entra molto, invece, l’idea che l’autenticità dei leader ha bisogno di tempo per rivelarsi tale.

(di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina – corriere.it) – Le guerre e la geopolitica agitano i mari di mezzo mondo. Una certezza come la libertà di navigazione, che sembrava ormai incorporata nel senso comune di quasi tutte le nazioni del pianeta, comprese quelle governate da regimi dispostici, ora viene messa in discussione. Tutto è iniziato con la guerra innescata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu contro l’Iran. I Pasdaran hanno reagito ai bombardamenti bloccando lo Stretto di Hormuz, una delle sette porte d’oro che tengono in vita l’economia globale. Le norme fissate dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos), entrata in vigore nel 1994, sono chiare: si deve versare un pedaggio solo negli snodi artificiali aperti dagli uomini, come Suez e Panama. Fa eccezione lo Stretto del Bosforo regolato, come vedremo, dalla Convenzione di Montreux che riconosce alla Turchia la facoltà di riscuotere una tassa sulle imbarcazioni in transito.
La storia recente della legislazione marittima internazionale comincia nel 1958 con la prima Convenzione Onu, che fissa il principio della libertà di navigazione.
La storia recente della legislazione marittima internazionale comincia nel 1958 con la prima Convenzione Onu, che fissa il principio della libertà di navigazione. Da lì in avanti si susseguono diversi round negoziali, fino ad arrivare all’intesa risolutiva del 1982 che si fonda su un compromesso. Le due superpotenze dell’epoca, Usa e Urss, accettano la sovranità degli altri Paesi sulle acque territoriali fino a 12 miglia dalla costa. In cambio ottengono libertà di transito per i loro sottomarini e per le navi militari nei sette Stretti più importanti. Quell’equilibrio, che è sopravvissuto alla fine della Guerra Fredda, oggi è minacciato dalle ripercussioni della guerra tra Stati Uniti e Iran.
È l’epicentro della crisi in Medio Oriente: collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. La larghezza minima è di 34 chilometri e separa le coste dell’Iran da quelle dell’Oman. Prima della guerra era l’esempio perfetto di come l’interesse comune per gli affari e i commerci prevalesse sulle rivalità politiche tra Teheran e le monarchie del Golfo. La navigazione era libera e sicura e l’Iran non aveva mai ostacolato in modo così pervasivo l’ingente flusso di petroliere e navi cargo. Da qui transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, una quota pari al 20% del fabbisogno mondiale e il 19% del consumo globale di gas liquido. Nell’elenco delle materie prime strategiche figurano anche gasolio, jet fuel (il carburante per gli aerei), fertilizzanti, semiconduttori, alluminio e sostanze chimiche di base indispensabili all’industria farmaceutica. I Paesi esportatori sono Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrein, Iran, Iraq e Qatar che, oltre a procurare il gas liquido, fornisce anche i gas speciali per la produzione di chip (neo, elio, argo, kripton e xeno). I principali clienti del Golfo, via Hormuz, sono i Paesi asiatici: Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Pechino acquista 5,5 milioni di barili di greggio dai Paesi del Golfo, vale a dire il 6% del consumo cinese. E l’Iran pesa solo per l’1,5% sul totale. Le vere difficoltà toccano l’Europa. I Paesi dell’Unione importano petrolio soprattutto dall’Arabia Saudita, ma il problema più urgente è quello del gas naturale che copre il 22% della produzione di elettricità per uso civile (luce, riscaldamento) e il 38% per gli impieghi industriali. Il 10% del fabbisogno dei 27 membri Ue proviene dal Qatar. L’Italia è tra gli Stati più esposti. Nel 2025 ha consumato 63,4 miliardi di metri cubi di gas liquido: circa 5 miliardi di metri cubi sono arrivati dal Qatar, per un controvalore di 2,3 miliardi di euro.
Dal 28 febbraio 2026, dopo l’attacco israelo-americano, i pasdaran hanno cominciato a minare le acque internazionali nello Stretto di Hormuz, costringendo le navi a lambire la costa iraniana, fino alla strozzatura finale del braccio di mare. Dal 24 aprile chi vuole passare deve versare un pedaggio illegale agli iraniani: fino a 2 milioni di dollari per le grandi petroliere e le navi cargo da liquidare, a quanto pare, in yuan (la moneta cinese) o criptovalute. Più o meno la stessa somma verrebbe estorta alle altre navi cargo. Risultato: il traffico complessivo è ora pari solo al 5% rispetto al periodo precedente al conflitto. Dall’esito degli accordi in corso capiremo se il pizzo verrà eliminato o meno e se sarà tolto il blocco Usa alle petroliere battenti bandiera iraniana.
L’altro passaggio monitorato con apprensione dai governi e dalle imprese è Bab el-Mandeb, che divide lo Yemen da Gibuti e dall’Eritrea. Da qui si snoda un lungo corridoio che parte dal Mediterraneo, supera il Canale di Suez, entra nel Mar Rosso e sbocca nell’Oceano Indiano. È un’arteria che smista il 12% del commercio globale, con almeno 19 mila passaggi di navi all’anno. Il mix di merci è simile a quello di Hormuz. Il protagonista dei traffici è il greggio. Prima della guerra transitavano 6,2 milioni di barili al giorno, oggi si sfiorano i 13 milioni di barili visto che l’Arabia Saudita ha iniziato a dirottare una parte ingente della sua produzione. Da Bab el-Mandeb passano anche le merci che da Cina, Indocina e Corea del Sud sono destinate all’Europa; e l’export europeo verso l’Asia. Infine grano e fertilizzanti per l’Africa e il Medio Oriente.
Il quadro, però, è turbolento. Gli Houthi, i ribelli dello Yemen alleati dell’Iran, dal 2023 al 2025 hanno condotto ripetuti attacchi contro i mercantili, costringendo gli armatori a circumnavigare il continente africano. Una deviazione che si è tradotta in un costo aggiuntivo stimato in 7-9 miliardi di dollari all’anno per l’economia globale. A fine novembre 2025 si erano visti i segnali di una parziale ripresa del traffico. Ma il conflitto in Iran ha riattivato l’allarme: gli Houthi stanno pensando di seguire il modello Hormuz e imporre un pedaggio di 5 milioni di dollari per ogni nave che transita da Bab el-Mandeb, attribuendo un nuovo, beffardo significato al nome che significa «Porta delle lacrime».
Le tensioni a Bab el-Mandeb si riflettono sulla stabilità del Canale di Suez. Il passaggio artificiale è lungo 193 chilometri e collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso. Fu costruito da una società francese e inaugurato nel 1869. Nel1888 venne dichiarato zona neutrale con la Convenzione di Costantinopoli e posto sotto il protettorato della Gran Bretagna. Il Canale è stato per molto tempo al centro di diversi conflitti. Nel 1956 è stato nazionalizzato dallo Stato egiziano. Da questo snodo passa il 12% del commercio globale con una grande varietà di merci: petrolio e prodotti raffinati, gas liquido, cereali, automobili, elettronica, abbigliamento, fertilizzanti, macchinari e altro ancora. Il traffico di petroliere e portacontainer è intenso nella doppia direzione: dal Medio Oriente e dall’Africa sia verso l’Europa che verso l’Asia. Dalla Cina e dal Sud-est asiatico giungono nei porti europei una miriade di beni manifatturieri. Dai Paesi europei, Italia compresa, partono prodotti chimici, macchinari, rottami metallici, carta e agroalimentare.
Chi naviga nel Canale deve pagare il pedaggio alla Suez Canal Authority che fa capo direttamente al governo egiziano. Il costo dipende dalla stazza: dai 300 mila dollari per un mercantile portarinfuse, fino ad un massimo di 1 milione. Il Canale è una fonte cospicua di reddito per le casse pubbliche egiziane: nel 2023 l’incasso è stato di 10,3 miliardi di dollari. Nel 2024, a causa degli attacchi degli Houthi, i ricavi sono scesi a 4 miliardi di dollari e una cifra simile è stimata per il 2025.
Lo Stretto del Bosforo (…) è un valico marittimo di grande importanza strategica non solo per il commercio, ma anche per gli equilibri geopolitici (…)
Lo Stretto del Bosforo attraversa Istanbul, in Turchia, con una larghezza di appena 700 metri. Il Bosforo è lungo 30 chilometri cui vanno aggiunti gli altri 61 chilometri dello Stretto dei Dardanelli. Il corridoio naturale che collega il Mar Nero con il Mar di Marmara e poi con il Mediterraneo è un valico marittimo di grande importanza strategica non solo per il commercio, ma anche per gli equilibri geopolitici, in particolare dopo l’attacco dell’armata putiniana contro l’Ucraina. Sul Mar Nero si affacciano sei Paesi: Ucraina, Russia, Georgia, Romania, Bulgaria e Turchia. La Russia invia le sue petroliere cariche di greggio (circa il 3,5% circa del consumo mondiale) e i suoi cargo con prodotti petrolchimici raffinati, fertilizzanti, carbone, acciaio. Fino al febbraio 2022, buona parte di questo export faceva rotta sull’Europa, adesso i clienti sono la Cina e altri Paesi asiatici.
Passa da qui anche il commercio mondiale di grano, orzo, mais, proveniente da Russia e Ucraina e destinato soprattutto al Nord Africa e al Medio Oriente. Nel 2022 si è rischiato il blocco totale. La Turchia e le Nazioni Unite riuscirono a mediare un accordo con i russi e gli ucraini e il traffico è ripreso, ma non più a pieno regime.
La Convenzione di Montreux – firmata nel 1936 da Turchia, Francia, Grecia, Romania, Regno Unito e Unione Sovietica – riconosce al governo turco la facoltà di incassare una tassa di transito. Per esempio una nave da 10 mila tonnellate paga 17 mila dollari. Nel 2024, a fronte del passaggio di 51.058 mercantili, la Turchia ha incassato 227,4 milioni di dollari.
Le antiche «Colonne d’Ercole» separano Spagna e Marocco, con una distanza minima di 13 chilometri, e collegano il Mar Mediterraneo all’Oceano Atlantico. La sovranità fisica sulle coste è divisa fra Regno Unito (Rocca di Gibilterra), Spagna e Marocco, ma il transito è completamente libero, come prevede la Convenzione per la libera navigazione dei mari. Lo Stretto è il passaggio chiave per i commerci tra i Paesi europei, africani e mediorientali con gli Stati Uniti, l’America Latina e, in parte, l’Asia. Da qui passano oltre 100 mila navi all’anno, una ogni cinque minuti. Le petroliere costituiscono circa il 30% delle imbarcazioni. Poi ci sono portacontainer cariche di cereali, automobili, materie prime, prodotti manifatturieri di ogni tipo. Il flusso, chiaramente, è bidirezionale e raramente le navi viaggiano vuote.
Lo Stretto è monitorato anche dalle autorità militari britanniche, spagnole e dagli organismi della Nato. Dal 2022 Mosca ha intensificato l’attività militare nel Mediterraneo, suscitando l’attenzione dell’Alleanza Atlantica. Nel 2025 è stato registrato il passaggio di 43 navi da guerra russe.
È uno Stretto di cui si parla poco, ma ha una funzione chiave per l’economia asiatica. Si trova tra Indonesia, Malesia e Singapore; è lungo 800 chilometri di lunghezza, con una larghezza minima di 2,7 chilometri. A est si apre il Mare cinese meridionale, a ovest si va verso l’Oceano Indiano, il Medio Oriente e quindi, attraverso Bab El Mandeb e Suez, verso l’Europa. Acque da sempre infestate da pirati: nel 2025 sono state assaltate 108 navi. Il rischio ha spinto le compagnie assicurative ad aumentare le polizze di circa 10-30 mila dollari per ogni passaggio dallo Stretto: Malacca viene attraversata da 100 mila navi all’anno che dall’Asia si dirigono verso i mercati occidentali e viceversa. Ciò significa una quota pari al 40% del traffico marittimo globale. E’ l’incrocio in cui confluiscono le diverse catene di approvvigionamento petrolifero della Cina, che partono dal Golfo Persico e dal Mar Rosso. Il transito è libero, ma lo scorso 22 aprile il ministro delle finanze indonesiano Yudhi Sadewa, ispirato dalle mosse iraniane, ha ventilato l’idea di imporre un pedaggio alle petroliere, suscitando la dura reazione di Pechino. Tanto che il governo indonesiano ha subito ripudiato il progetto.
Dall’altra parte del mondo c’è il Canale di Panama, inaugurato nel 1914. Se ne occupò direttamente il governo federale americano, mobilitando il genio militare su iniziativa del presidente Theodore Roosevelt. Costò la vita a 5 mila lavoratori. Collega l’Oceano Atlantico al Pacifico con un doppio sistema di chiuse per consentire il passaggio a navi più imponenti e con un pescaggio più profondo.
Dal 1999 lo Stato di Panama controlla il Canale, che permette alle merci prodotte sulla costa est americana di dirigersi verso l’Asia senza fare il giro del mondo. Naturalmente, vale anche il contrario: i prodotti orientali sbarcano direttamente nei porti della East coast. Nel 2024 ha registrato 11.240 transiti commerciali carichi di gas liquido, petrolio, benzina, automobili e un’infinità di articoli industriali. Il passaggio è a pagamento, perché il Canale è un’opera artificiale che richiede la costante gestione da parte di personale specializzato. Il sistema di riscossione è gestito dall’Autoridad del Canal de Panamá (ACP), una società di diritto pubblico. Anche qui come a Suez il pedaggio dipende dalla stazza: si va dai 475 mila dollari fino ad 1 milione e 125 mila dollari.
Nel 2024 l’Autoridad ha incassato complessivamente 4,84 miliardi di dollari, versandone una parte al Tesoro panamense. Nel 2025 Donald Trump ha minacciato di riprendersi il Canale: accusava le autorità panamensi di aver lasciato troppo spazio alla Ck Hutchsion, compagnia cinese che operava nei porti di Balboa e Cristobal, collocati alle estremità del canale. Nel gennaio del 2026, su pressione americana, la Corte Suprema di Panama ha dichiarato incostituzionale la licenza assegnata ai cinesi. La gestione dei due porti è stata provvisoriamente affidata alla società italo-svizzera Msc e alla danese Maersk, con il coinvolgimento anche del fondo americano BlackRock.