
(Tommaso Merlo) – Va a finire che Trump bombarda anche noi e rapisce qualche premier europeo che gli sta sulle palle. Sarebbe l’apoteosi del suprematismo bianco a matrice capitalista, una guerra civile. In Groenlandia intanto protestano imbestialiti anche i pinguini che non vogliono finire sotto quel rimbambito malefico di Trump. Se davvero gli europei si sono estinti, preferiscono piuttosto i cinesi che almeno hanno un minimo di sale in zucca. Anche orsi polari e foche hanno capito che è l’egoismo degli esseri umani l’unica vera minaccia del pianeta e ci vorrebbe un limite di età per certe cariche e controlli preventivi di salute mentale. Non vogliono che la loro isola diventi una petroliera e la millesima base americana. Ma siamo al caos globale che dalla testa malfunzionante di Trump sta infestando il mondo. Guerra mediatica con post al vetriolo, guerra economica con minacce di dazi ai paesi della Nato che mandano soldati in Groenlandia e quindi rischi di degenerazione militare. A guidare i rivoltosi Macron Bonaparte che ha spedito al gelo una dozzina di malcapitati e pare pure suo marito abbia alzato la baionetta. Una barzelletta tragicomica. Dopo aver insanguinato il mondo a vanvera per decenni, la Nato si autodistrugge. Finalmente qualche buona notizia mentre gli storici zerbini della Casa Bianca come l’Italia balbettano imbarazzati più del solito. Il governo più insulso della storia repubblicana appartiene all’internazionale fascistoide che ha Trump come ducetto e potrebbe optare per il masochismo alleandosi col suo aggressore. Poveri noi ma oltralpe imperversa l’apoteosi capitalistica. Money first. Diritto internazionale come carta igienica e giacimenti e miniere come unico ideale. Dall’Iraq alla Libia, fino alla Nigeria e al Venezuela per passare dall’Iran e arrivare alla Groenlandia. Furto di risorse per sé e per sottrarle ai nuovi leader del pianeta dagli occhi a mandorla. Perlomeno in passato si sforzavano di inventare qualche balla di distrazione di massa, con Trump è caduta ogni maschera. La terza guerra mondiale contro i cinesi è già iniziata anche se per adesso solo in forma economica, prima i dazi e ora il furto di risorse. Apoteosi del suprematismo bianco. Gli americani sono stati già superati del dragone giallo in tutti i settori strategici, e allora giocano sporco per fargli mancare il carburante. E se rubare non basterà, passeranno alle bombe. Già, a meno di una clamorosa implosione economica, proveranno un colpo di coda militare prima della fine, prima di occuparsi dei loro poveri cittadini. Già, la storia è già girata e non potranno fare nulla contro un mega paese che ha prodotto un sistema politico ed economico molto più intelligente ed è promotore di un sistema internazionale molto più saggio. Nulla. Il mondo guarda già alla Cina. Finalmente qualche buona notizia anche se per ora imperversa il caos. Per Trump è carta igienica anche il diritto costituzionale con la Gestapo che gira per le strade americane mentre il suo governo protegge chissà perché cricche di pedofili altolocati. Alla fine sta venendo fuori che Maduro è molto più onesto di Trump mentre a livello democratico se la giocano. La Machado intanto regala il suo Nobel a Trump e vince quello della leccata di culo dell’anno. Cosa non si fa per una poltrona mentre della volontà popolare chissenefrega. Ne sa qualcosa il nasuto figlio dello Scià che il suo Iran per adesso lo vedrà solo col binocolo. L’ennesimo colpo di stato è fallito, con milioni di iraniani scesi in piazza a difesa del regime degli Ayatollah di gran lunga preferito rispetto a fare la fine della Siria. Pare che i Pasdaran siano riusciti con l’aiutino cinese a spegnere i satelliti Starlink di Elon Musk e gli infiltrati della Cia e del Mossad sono rimasti senza internet e quindi senza ordini. Ma inutile farsi illusioni, i deliri sionisti durano da oltre settant’anni e finché la loro lobby terrà la Casa Bianca per le palle, la guerra contro chiunque osi stare dalla parte dei palestinesi continuerà. La pulizia etnica a Gaza intanto prosegue come nulla fosse, in un fango gelido sporco di sangue innocente gli spietati aguzzini ancora ostacolano gli aiuti umanitari mentre esponenti della superiore civiltà occidentale si apprestano a formare il comitato internazionale il cui compito sarà confermare le tre opzioni riservate dai sionisti ai padroni di casa palestinesi: sottomettersi, scappare o morire ammazzati. Anche in Ucraina imperversa il freddo e la morte, nonostante gli strombazzamenti di Trump ed i vertici dei pietosi governanti europei, l’immane carneficina prosegue e Putin è alle porte di Odessa. Caos e sangue con adesso perfino la Groenlandia finita nel mirino dello stato profondo americano e quindi del burattino di turno alla Casa alla Bianca. Dopo aver insanguinato il mondo a vanvera per decenni, l’Occidente rischia l’autodistruzione per la felicità dei nuovi leader mondiali dagli occhi a mandorla. Già, siamo all’apoteosi del suprematismo bianco a matrice capitalista e come hanno capito anche i pinguini, orsi polari e foche, è l’egoismo dell’essere umano l’unica vera minaccia del pianeta.
L’aereo simbolo delle polemiche ceduto da Etihad ai commissari di Alitalia per una cifra simbolica. Il quadrimotore, parcheggiato dal 2018 a Roma Fiumicino, sarà venduto a pezzi

(di Leonard Berberi – corriere.it) – L’Airbus A340 — il quadrimotore utilizzato (poco) dallo Stato italiano per le missioni all’estero, citato (molto) a livello politico e ribattezzato, malignamente, «Air Force Renzi» (anche se l’ex premier non ci è mai salito) — è stato venduto da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia alla cifra, simbolica, di appena un euro. È quanto può svelare in esclusiva il Corriere della Sera dopo essere entrato in possesso sia dell’atto di compravendita sia della visura presso l’Ente nazionale per l’aviazione civile.
Il passaggio di proprietà, di fatto a titolo gratuito, avviene nell’ambito del maxi-accordo della primavera del 2023 tra Etihad (che aveva investito senza successo in Alitalia) e i commissari dell’ex vettore tricolore (Gabriele Fava — poi andato a guidare l’Inps —, Giuseppe Leogrande e Daniele Santosuosso). Un’intesa, approvata anche a livello politico, che, come è stato svelato nei giorni scorsi, ha previsto anche l’erogazione di «centinaia di milioni» di euro a favore dell’amministrazione straordinaria.
L’Airbus A340 non decolla più dall’estate del 2018, è parcheggiato a poca distanza dagli hangar di Atitech all’aeroporto di Roma Fiumicino e ha perso le abilitazioni per volare. Nelle prossime settimane sarà venduto, a pezzi, ai migliori offerenti, spiegano due fonti a conoscenza delle intenzioni dei commissari. Non è escluso che sia anche l’ultimo asset di Alitalia ad essere dismesso, chiudendo così uno dei capitoli più discussi, tortuosi e drammatici dell’ex compagnia di bandiera del nostro Paese. I commissari, contattati, non hanno risposto alle domande. Etihad non ha commentato.
Ma come si è arrivati a questo punto? È il 2014 e a Roma da tempo cercano un velivolo in grado di coprire lunghe distanze senza dover fare soste intermedie per il rifornimento di carburante. Gli Airbus A319 — in dotazione all’Aeronautica Militare — non possono volare da Roma all’Asia o al Sud America senza uno scalo tecnico. Viene così scelto un quadrimotore, l’Airbus A340-500, di Etihad Airways, che intanto è entrata in Alitalia con il 49% e prova a rilanciare il vettore tricolore.
Lo Stato però non può firmare un contratto di leasing con una società extra-Ue e così nascono due accordi. Il primo, il numero 808, siglato tra Alitalia e il ministero della Difesa il 17 maggio 2016 (durante il governo Renzi). Si tratta di un «sub-noleggio» e include diverse prestazioni accessorie, come la manutenzione, l’addestramento dei piloti, l’intrattenimento di bordo, per una spesa di 168 milioni di euro in otto anni.

Poi c’è il secondo contratto, tra Alitalia ed Etihad, firmato il 9 giugno 2016 a Dublino e impostato su quattro grandi blocchi di spesa: il leasing (81 milioni), la manutenzione (31 milioni), l’handling (12 milioni) e l’addestramento dei piloti (quasi 4 milioni), per un costo complessivo intorno ai 150 milioni. Per il noleggio dell’Airbus A340 Alitalia dava a Etihad 512.198 dollari ogni mese, ma ne riceveva 590.889,60 dalla Direzione degli armamenti aeronautici e per l’aeronavigabilità (Armaereo), il settore del ministero della Difesa che si occupa anche degli aerei di Stato.
Il governo Conte I decide di fermare tutto. Il 22 agosto 2018 i commissari straordinari annullano l’accordo con Etihad. Il 31 agosto lo fa il dicastero con Alitalia. Dopo 88 voli istituzionali l’A340 deve essere riportato ad Abu Dhabi. Ma il velivolo — lungo 67 metri — resta parcheggiato a Fiumicino. Intanto Etihad si rivolge ai tribunali (italiani) per opporsi allo scioglimento unilaterale del contratto. Il Tar del Lazio respinge il ricorso nel gennaio 2019. Il 7 dicembre 2022, sempre il Tar, dichiara «estinto» il giudizio anche per il venir meno dell’interesse di Etihad.
Secondo i dati forniti al Corriere da Collateral Verifications attraverso la piattaforma ch-aviation, quando smette di volare (il 7 giugno 2018) l’A340 ha un valore di mercato di 3,43 milioni di euro. Oggi, in teoria, quel valore è pari a zero. Ma dalla dismissione dei pezzi la terna commissariale potrebbe comunque ricavare qualcosa, in particolare se si pensa alle parti di ricambio che servono rapidamente e non sono trovabili sul mercato.
Dopo cinque anni di parcheggio, senza sapere il suo destino, i commissari sbloccano la situazione all’interno del maxi-accordo complessivo. Alle 14:30 del 17 maggio 2023, a Roma, di fronte al notaio Lorenzo Cavalaglio, Fava e Santosuosso firmano con la legale rappresentante in Italia di Etihad l’«atto di compravendita» del velivolo con marche di registrazione I-TALY, stando al documento recuperato dal Corriere.
Il jet viene venduto «unitamente a quattro motori Rolls-Royce Trent, nonché alle apparecchiature, agli strumenti, agli accessori, all’equipaggiamento, alle pertinenze, ai log books, ai manuali di volo, alla documentazione, al manuale di manutenzione del costruttore e a ogni altro documento e manuale». A quanto? «Il prezzo della compravendita dell’aeromobile — viene messo nero su bianco — è stato pattuito tra venditore e acquirente nella somma complessiva simbolica di euro 1,00».
L’aereo è ancora oggi tra gli asset di Alitalia in amministrazione straordinaria, come conferma la visura presente all’Ente nazionale per l’aviazione civile, che reca come momento del passaggio di proprietà, a livello aeronautico, il 3 aprile 2024. Nei circuiti dell’Agenzia delle Entrate il trasferimento è avvenuto il 19 maggio 2023. La cessione non è costata alla collettività, e infatti dai bilanci depositati dai commissari non emerge più alcuna posta passiva legata al noleggio. E nei prossimi mesi l’A340 verrà venduto a pezzi.
lberberi@corriere.it

(Flavia Perina – lastampa.it) – Anche stavolta il governo di Giorgia Meloni riesce a sfuggire alla stretta della storia. La linea prescelta sulla questione dell’Artico (“In Groenlandia ma con la Nato”) magari significa poco ma salva l’Italia dalle ritorsioni di Donald Trump contro chi ostacola la sua missione di conquista, evita lo scontro con gli alleati europei colpiti dai nuovi dazi di Washington, tutela gli assetti interni della maggioranza. Dire “il solito equilibrismo” non basta più. C’è dell’altro, qualcosa di più consistente che emerge dall’intreccio delle vicende internazionali e nazionali: c’è la scelta di assecondare, seppure con modi felpati, lo spirito del tempo che soffia dall’America immaginando di raccoglierne i frutti in patria, magari nella prossima legislatura. Meloni non può impugnare il trumpismo come un’alabarda, nei modi sguaiati di un Viktor Orban, né può affrontarlo con la sottomissione un po’ patetica della signora Maria Corina Machado, e tuttavia ha trovato la strada per mettersi in scia alla modalità trumpiana di intendere la politica, le relazioni istituzionali, la questione immigrazione, il rapporto tra potere e giustizia e soprattutto tra Stati e diritto internazionale.
Quella modalità apre la strada a strappi che i conservatori e i sovranisti italiani hanno a lungo teorizzato senza mai riuscire a realizzarli nella pratica quando sono stati al governo. Breve elenco: le ronde leghiste contro gli stranieri, la riforma berlusconiana della giustizia, l’idea di un esecutivo e di un premier sovraordinati rispetto alle autorità di garanzia sanitarie o monetarie, i diritti del più forte (elettoralmente, ma non solo), la sicurezza affidata alla legittima difesa dei cittadini senza l’impiccio di indagini e controversie, la garanzia di impunità per chi indossa una divisa, la remigrazione volontaria o coatta.
Sono tutte battaglie perse dalla destra nell’arco di un ventennio dove ha governato, sì, ma non è stata assistita dallo spirito del tempo. La presidenza Trump le ha sdoganate una ad una, le ha normalizzate e messe a terra con una serie di eclatanti strappi. Ed è in questo solco che la destra immagina di potersi muovere in futuro con maggiore efficacia. Pensiamo a cosa sarebbe successo se due anni fa la maggioranza avesse proposto l’introduzione del fermo preventivo contro soggetti giudicati a rischio: nessuno l’avrebbe salvata dall’accusa di deriva cilena ma adesso, con gli agenti dell’Ice abilitati a sparare a cittadini renitenti agli ordini, quell’idea sembra addirittura poca cosa: una misura modesta, persino gentile, per tutelare l’ordine pubblico.
Lo stesso vale per la riforma del Csm, che fu terreno di acerrima battaglia (persa) ai tempi del berlusconismo ma ora non sembra scaldare più di tanto gli italiani, malgrado l’imminente referendum: se paragonata a Pam Bondi che licenzia i procuratori indisponibili a scudare le violenze dell’Ice, a molti sembra davvero di scarso rilievo, minestrina. E tuttavia la scommessa di Giorgia Meloni resta rischiosa. La destra che fa la destra fino in fondo di solito non ha successo, e talvolta provoca reazioni di rigetto. Vedere l’esperienza dell’utraliberal inglese Liz Truss, restata in sella appena cinque settimane, o lo stesso declino del consenso di Trump che elettrizza una minoranza ma spaventa molti che lo hanno votato con convinzione. La prova referendaria indicherà tra le altre cose se allinearsi allo spirito del tempo che soffia dagli Usa, seppure in modo soft e senza rivendicarlo troppo, è stata una buona idea oppure no.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Per la prima volta nella storia paesi europei della Nato mobilitano truppe a scopo di deterrenza antiamericana. Il teatro è la Groenlandia, che Trump continua a promettere di far sua con le buone o le cattive. Capofila la Francia, a seguire, per esercitazioni in comune, Regno Unito, Olanda, Germania, Svezia, Finlandia, Norvegia. Non l’Italia, perché secondo il ministro degli Esteri Tajani “presenze unilaterali” di singoli paesi atlantici non servono a niente, eppoi noi possiamo agire “solo in ambito Nato”. Tradotto: possiamo dissuadere l’America solo insieme all’America.
Il problema che a Roma pare sfuggire è che l’Alleanza Atlantica non è più tale. La spaccatura sulla Groenlandia ne è la riprova. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, osserva il ministro della Difesa Crosetto. Ma non fa ridere. Perché evidenzia la rivoluzione strategica che sconvolge la nostra sicurezza. Quegli europei non sono nell’isola danese per respingere un’invasione russa o cinese ma per rispondere alle minacce di Trump. Sotto il profilo militare, lo schieramento di minimi contingenti europei nell’isola danese ha valore simbolico, anche se Macron annuncia che “altri reparti di terra, mare e aria” arriveranno presto. Mentre il suo ambasciatore per i Poli e gli Oceani, Olivier Poivre d’Arvor, avverte: “Questa è una prima esercitazione. Mostreremo agli americani che la Nato è presente”. Il mondo alla rovescia? Gli associati si ribellano al capocordata? Più semplicemente: le alleanze non contano più, contano gli allineamenti. Come stabilito dalla Strategia americana per la sicurezza nazionale. E come praticato da tutti, amici e nemici dell’Occidente.
Questa è, piaccia o meno, l’aria del tempo. Il blocco transatlantico è storia. Nato e Ue continuano a esistere come organizzazioni. Ma senz’anima. E senza cervello, giusta la formula lanciata da Macron nel 2019, per cui la Nato è “cerebralmente morta”.
Lo conferma la guerra di Ucraina, che fin dall’inizio ha esibito le faglie interne alla famiglia euroatlantica. Oggi complicate dall’annunciata disponibilità di Macron a negoziare con Putin, seguito da Meloni, mentre il cancelliere tedesco Merz ricorda che la Russia fa parte dell’Europa (oggi anche le banalità possono parere rivoluzionarie). Sull’altro fronte, Starmer conferma che con Mosca non c’è nulla da trattare. Tesi che cementa il blocco scandinavo-baltico-polacco, per cui gli ucraini sono la prima linea di difesa contro l’imminente invasione russa dell’Europa. E come mostra un recente studio norvegese, il sostegno alla resistenza ucraina costa molto meno della sua futura ricostruzione. La Nato è morta a Kiev. Nel 2022 Putin invase l’Ucraina perché non voleva che entrasse nell’Alleanza Atlantica. O, peggio, che la Nato entrasse in Ucraina. In questo caso sarebbe diventata l’avanguardia antirussa di americani, britannici e nordeuropei, che avrebbero potuto usarne senza considerare i vincoli più o meno formali imposti dal Patto Atlantico. Quattro anni dopo, l’avventura con cui Putin ha finito per gettare la Russia nelle braccia della Cina, suo avversario strategico di sempre, assume contorni sempre più paradossali. Per motivi che forse gli storici del XXII secolo riusciranno a scoprire, Putin decise di scatenare le sue truppe contro il vicino riluttante per installarvi un suo fantoccio fra il plauso dei locali. Colpo di Stato inteso come riparazione di quello favorito dagli angloamericani nel 2014, suggellato dall’allora plenipotenziaria Usa Victoria Nuland con il grido “Europa fottiti!”. Esclamazione che risuona nelle tesi dell’amministrazione Trump — di opposto colore politico — pronta a chiudere la partita con Putin sulla testa degli ucraini. E di noi europei. Gli americani sono divisi su tutto meno che sull’insofferenza per l’Europa. Viviamo una duplice frattura dell’architettura transatlantica: fra americani ed europei, ma anche fra noi europei. La prova decisiva deve ancora arrivare. Quando si sarà stabilita una tregua che chiameremo pace, responsabilità e costi della ricostruzione ricadranno sulle nostre spalle. Qualcuno pensa di cavarsela partorendo un’Unione Europea di serie b in cui accomodare ciò che resterà dell’Ucraina. Una beffa, per gli ucraini. L’ennesimo tragico bluff per l’Ue. Non sappiamo quale sarà l’esito di questa crisi senza precedenti. Ma far finta di vivere in un mondo che non c’è più significa esserne travolti.

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – La lettera di Giuseppe Conte al Corriere della sera, nella quale spiega la posizione dei cinquestelle sull’Iran, avrebbe potuto essere controfirmata da Schlein. Nonché dalla grande maggioranza degli elettori di centrosinistra. Diceva (mi scuso per l’estrema sintesi): siamo contro gli ayatollah e al fianco dei ragazzi iraniani, ma consideriamo rovinosa la sola ipotesi di un intervento militare americano.
Nei giorni precedenti una lettura distratta, ma anche meno distratta, dei media italiani, non aveva dato questa impressione. Prevaleva un’idea di divisione quasi insanabile “a sinistra” a proposito dell’Iran. Certo, questa impressione era influenzata anche dall’astensione dei cinquestelle, in Senato, sulla mozione “bipartisan” dei partiti, che non includeva anche la contrarietà preventiva a un intervento armato americano. E non c’è dubbio che sulla questione gravano anche vecchie sclerosi della sinistra sedicente antagonista che dove vede nemici dell’America si entusiasma anche se si tratta di dittature assassine e di preti invasati. Ma alla fine dei conti, e con due giorni di tempo per metterlo in chiaro, sulla questione Iran non c’erano voragini e barriere, a dividere l’opposizione.
Quello che colpisce è la fatica enorme, spesso la goffaggine, con la quale l’opposizione comunica se stessa. Sarà anche colpa dei media, che sorvolano sulle divisioni (enormi) in politica estera dei partiti di governo e gradiscono indugiare su ogni increspatura interna all’opposizione. Ma visto che la situazione è questa, diventare un poco più scafati, più precisi e più puntuali nella comunicazione, non aiuterebbe? Come prova di campo largo, un ufficio-stampa largo, volendo anche clandestino, che provi a dare qualche buon consiglio?
Un incontro qualunque in un’Italia dove basta uno sguardo per accendere la miccia.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Cannizzaro, a nord di Catania, non è certo il peggiore dei quartieri. Anzi: la presenza rassicurante di uno degli ospedali più importanti e iconici della città gli dà un’aria di presidio, di avamposto civile. Ma basta allontanarsi dalla Cittadella ospedaliera perché il paesaggio torni quello di cento, mille periferie italiane: un po’ slabbrate, un po’ lasciate a sé, non davvero pericolose ma dove l’incidenza di fare brutti incontri supera la media.
In uno slargo di una piazza della zona, una vecchia casa cantoniera è stata trasformata in un murale bellissimo, dedicato ai due giudici che hanno segnato la nostra adolescenza: Falcone e Borsellino. Sto scattando un paio di foto a quel piccolo capolavoro popolare – la Sicilia ormai è tappezzata di piccoli grandi murales – quando dal fondo della piazza sento il rombo di un motore di grossa cilindrata. Lontano, ma in avvicinamento. Una sorta di jeep, una di quelle astronavi da fuoristrada, trascina un rimorchio vuoto, grande abbastanza da ospitare un motoscafo.
La cosa strana è che non accenna a rallentare. Non che la piazza sia affollata – è ora di pranzo, quasi deserta – ma tra il chiosco con due avventori e le strade che si incrociano ad angolo, un minimo di prudenza sarebbe il minimo aspettarselo. Invece no: più si avvicina, più accelera. E dietro, il rimorchio sbandando sembra impegnato in un ultimo giro di pista, inseguendo la testa del convoglio.
Nonostante sia a pochi metri da me, decido di attraversare comunque, in sicurezza. Gli faccio segno che quello è un punto di passaggio, che così rischia di investire qualcuno. Niente. Il pirata della strada – la scimmia sotto mentite spoglie – entra nella piazza come un toro imbizzarrito, pronto a scornare il primo che gli capita sotto. Al suo passaggio furioso mi volto e, con un gesto breve della mano, lo mando al diavolo. Come farebbe chiunque al mio posto. Certo, non può vedere l’espressione di disprezzo che ho dipinta in faccia, ma se la vedesse forse capirebbe quanto e come l’ho già battezzato.
Il tempo di sbollire la rabbia e raggiungo il parcheggio dove ho lasciato l’auto. Quasi ho dimenticato tutto, quando all’improvviso lo vedo affiancarmi. Lui. L’energumeno. A bordo della stessa astronave con rimorchio. Ma solo in un secondo momento realizzo che è il tizio di prima.
Abbassa il finestrino. Mi guarda con quello sguardo feroce, mafioso, di sfida tipico di chi vuole fare a botte. Senza pensarci, mi tolgo gli occhiali da sole: un gesto automatico, quasi un riflesso, nel momento esatto in cui capisco che è tornato per me.
Ho pochi secondi per registrare i dettagli: un dente d’oro, la fronte alta e spaziosa, il colorito rossastro, l’orecchino, la mascella breve dell’uomo non troppo abituato a parlare. Lì, in quel frangente, penso che possa avere una pistola, o anche una spranga, una mazza con cui potrebbe assaltarmi nel silenzio dei palazzi immersi nell’ora di pranzo.
Lo guardo dritto in mezzo alle orecchie, con uno sguardo tuttavia calmo, innocente e interrogativo. In silenzio. Uno, due, forse tre secondi lunghi come un’eternità. E lì succede qualcosa. L’uomo fa un passo indietro. Si ricompone. E quasi si scusa.
«Ah… mi pareva che fosse il sindaco», dice ridendo in modo beffardo. «Niente, pensavo che fosse il sindaco», ripete.
Ma ormai entrambi abbiamo capito il gioco. Stavolta mi va bene. Sarà che l’ho colto di sorpresa, sarà che non gli ho riproposto la faccia con cui l’avevo mandato al diavolo trenta secondi prima. E che lui si aspettava di trovare. Avrà pure constatato il muro basso, di uno che non ha la minima voglia di fare a botte, e forse – che so – avrà avuto pietà.
Non lo so. So solo che per una frazione di secondo ho l’impressione di trovarmi davanti al diavolo in persona, venuto a prendermi e portarmi via.
E mentre l’astronave con rimorchio si allontana, lasciandomi lì con il cuore che ancora bussa contro lo sterno, mi torna in mente tutto quello che negli ultimi mesi abbiamo visto scorrere nei notiziari: i pestaggi alla stazione Termini, o alla stazione Centrale di Milano, l’aggressione a Bologna dove un ragazzo non torna a casa, le cronache che raccontano di come non siano più solo le periferie a scricchiolare, ma anche i centri delle città, diventati territori dove la violenza non è più eccezione ma prassi quotidiana.
Baby gang, regolamenti di conti improvvisati, criminalità di piccolo e grande calibro che si mescolano in un’unica colata di brutalità diffusa. E poi l’assurdo: un ragazzo accoltellato a scuola per una lite su una ragazza. A scuola. Il luogo che dovrebbe essere il più protetto, il più prevedibile, il più “normale”.
In questo clima, quasi da guerriglia urbana, c’è persino chi – in tempi politicamente così nauseanti – riesce a proporre la liberalizzazione delle armi, come se aggiungere pistole al caos potesse trasformare il Far West in civiltà. Come se la risposta alla paura fosse moltiplicare gli strumenti per farci del male.
Ripensando a quell’uomo con il dente d’oro, alla sua jeep lanciata come un ariete, al suo ritorno per “chiarire”, ho la sensazione che quel piccolo episodio sia solo un frammento dello stesso paesaggio: una società allo sbando, dove la percezione è che chiunque si possa fare giustizia con le pripri mani, e dove basta un gesto, uno sguardo, un attraversamento di troppo per ritrovarsi improvvisamente dentro un duello mortale che nessuno ha scelto.
E allora sì, oggi mi è andata bene. Ma è bene stare accorti di questi tempi pazzi. Perché anche uno sguardo sbagliato, a volte, può essere fatale.
Ps: E forse, senza che me ne accorgessi, a guardarmi le spalle c’erano proprio loro, i due giudici con cui siamo cresciuti, silenziosi e giusti, come sentinelle incorruttibili del tempo.
Il documento sulla politica italiana nell’Artico ha il merito di spiegare perché l’estremo nord è diventato in pochi giorni la più esplosiva questione strategica del pianeta. Ma l’equilibrismo di Meloni nei confronti degli Usa diventa ogni giorno più complicato da mantenere

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – Messo insieme all’ultimo minuto soprattutto per giustificare la decisione di non irritare Donald Trump imitando quell’Europa maggiore che invia soldati in Groenlandia, il documento presentato venerdì da Giorgia Meloni e da Antonio Tajani sulla politica italiana nell’Artico almeno un merito lo ha: spiega perché l’estremo nord sia diventato in pochi giorni la più esplosiva questione strategica del pianeta, tale da mettere a rischio perfino l’Occidente residuale, la Nato; perché, ma questo non è detto, il presidente americano voglia a tutti i costi “acquisire” la Groenlandia; e perché, da ultimo, nell’isola all’improvviso siano apparsi soldati canadesi.

Dice Meloni: «L’accelerazione impressa dai cambiamenti climatici allo sviluppo delle rotte artiche sta cambiando lo scenario al quale eravamo abituati». L’assottigliarsi del ghiaccio «disegna interconnessioni nuove che potrebbero rivoluzionare il commercio marittimo mondiale», dato che rotte adesso percorribili per una parte dell’anno promettono di accorciare di un quinto la distanza tra Europa e Giappone.
Attraverso l’Alaska gli Stati Uniti controllano lo sbocco occidentale di quelle rotte artiche. Per controllare anche lo sbocco orientale (dunque essere in grado di fissare regole, incassare pedaggi, offrire servizi, controllare le rotte, decidere le polizze e di fatto selezionare gli accessi) devono impadronirsi non solo della Groenlandia ma anche di parte degli arcipelaghi canadesi sparsi lungo il mitico Passaggio a nord-ovest. A quel punto sarebbero padroni di entrambe le porte d’accesso artiche all’intero emisfero occidentale, quello che Trump considera “cosa nostra”. Concezione contro cui ieri in migliaia hanno protestato a Copenaghen, con lo slogan “Giù le mani dalla Groenlandia”.
All’inizio del suo attuale mandato il presidente aveva raggelato i canadesi liquidando come artificiali e irragionevoli i confini tra Stati Uniti e Canada, ma non aveva mai spiegato a quale tratto di confine in particolare si riferisse. Il dubbio che adesso Washington stia adocchiando territori artici non sembra estraneo alla decisione di Ottawa per la quale da alcuni giorni soldati canadesi sono in Groenlandia. Ufficialmente partecipano ad un’esercitazione prevista da tempo, la stessa motivazione addotta da tutti i paesi che hanno inviato o stanno per inviare propri ufficiali nell’isola danese (Germania, Francia, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, prossimamente anche Estonia e Spagna).
La consegna è: non drammatizzare lo scontro con gli Stati Uniti. Eppure è evidente che quei pochi militari, certo non in grado di opporsi ad un’invasione americana, sono però sufficienti per mettere in chiaro che per prendersi l’isola gli americani dovrebbero puntare le armi contro alleati Nato. Un tradimento di quella portata comporterebbe la fine dell’Alleanza atlantica, evento così traumatico da indurre a reagire non soltanto i Democrats ma anche un piccola quota di Repubblicani.

Eppure Trump non molla. Vuole la Groenlandia, ora minaccia dazi contro gli europei che non lo assecondano, e col suo insistere malevolo conferma ai maggiori governi Nato l’impressione di una irriducibile slealtà americana. Stando alle minute pubblicate dallo Spiegel, in una recente riunione della Ue, premier importanti hanno liquidato i due negoziatori di Trump per l’Ucraina come fossero il Gatto e la Volpe di Collodi, due imbroglioni pronti a vendere Kiev a Vladimir Putin («Stanno facendo giochetti sia con voi sia con noi», dice ad esempio il tedesco Friedrich Merz a Volodymyr Zelensky).
L’articolo non cita dichiarazioni di Meloni, di solito circospetta quando gli europei più audaci mancano di rispetto al “nostro primo alleato” (così la premier un anno fa, con una definizione da allora non più ripetuta ma neppure corretta).
Ma la disputa groenlandese ora mette in affanno l’equilibrismo meloniano. In astratto la posizione italiana è saggia, la navigabilità dei mari artici è questione di una tale complessità tecnica da richiedere interventi coordinati tra i paesi Nato. Ma quando si arriva al dunque, sostenere che l’Italia non parteciperà all’altolà europeo a Trump ma manderà soldati solo nell’ambito di una missione dell’Alleanza atlantica, che Washington però non vuole, significa di fatto smarcarsi dall’Europa maggiore. Disertare. E questo appare rischioso, oltre che codardo.
Ormai è chiaro che si sta aprendo una profonda crepa all’interno della Nato. E la crepa avanza. Ecco per esempio il premier canadese Mark Carney, uno che parla poco ma sa picchiare, concordare con Pechino una “nuova partnership strategica”, essenzialmente economica ma tale da influenza le relazioni politiche con la Cina, ora definite da Carney «più prevedibili» che le relazioni con gli Stati Uniti.
Un tempo Washington e i suoi portavoce avrebbero stigmatizzato l’eterodossia canadese ricordando le indiscutibili violazioni dei diritti umani commesse dai cinesi. Ma nel tempo in cui Trump e la sua Barbie-sceriffo, la ministra degli Interni, arrivano a dare della “terrorista” e della squinternata ad una dolcissima ragazza assassinata a sangue freddo da uno dei loro bravi, obiezioni del genere mancano di credibilità.
Quanto più l’Alleanza atlantica si rivelerà un guscio vuoto, tanto più entro il suo perimetro attuale potrebbe agglomerarsi un informale nuovo Occidente, alternativo all’Occidente fin qui guidato dagli Stati Uniti. Per l’Italia a quel punto sarebbe difficile barcamenarsi. Finora non irritare il nostro “primo alleato” ci ha reso sconti sui dazi della pasta La Molisana, non molto di più. Non sarebbe più conveniente darsi coraggio e fare gioco di squadra con gli europei che non assecondano Trump?
L’annuncio in un video sui social da parte dello stesso membro dell’Autority

(ansa.it) – Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy.
Lo annuncia lo stesso Scorza in un video sui suoi profili social.
Insieme agli altri componenti dell’Autorità, Scorza è indagato per peculato e corruzione dalla Procura di Roma nell’ambito di un’inchiesta nata dopo alcuni servizi di Report.
Una buona notizia, se non fosse che a potersi permettere di viverci ora sono soltanto i ricchi

(Alberto Mattioli – lastampa.it) – Che per vivere a Milano ormai si debba essere milionari, lo si sospettava. Che però ce ne siano tanti, è una sorpresa. Milano è la prima città del mondo per rapporto fra abitanti e milionari: ogni 12 residenti, almeno uno ha un patrimonio a sei zeri, e al netto di quello immobiliare. Per dire: a Parigi questo rapporto è di uno a 14, a New York di uno a 22, a Londra di uno a 41 e a Roma di uno a 54. Insomma, concesso e non dato che la prendano (improbabile: è la «spostapoveri», nel gergo dei milanesi che non lo sono), in ogni vagone della metro c’è almeno un milionario. Milano Paperona.
I dati sono quelli del rapporto annuale degli esperti londinesi di Henley & Partners, rilanciati dal Sole24Ore. Si potrebbe obiettare che avere in tasca un milione di euro non fa di te un Paperone ma solo un benestante (molto benestante). Ma anche salendo sulla scala della ricchezza, Milano resta in alto. I «centimilionari», cioè chi di milioni ne ha almeno cento, sempre immobiliare escluso, che vivono a Milano sono 182, un po’ meno che a Montecarlo, 192, ma più che a Miami, Mosca e Zurigo, cantone compreso. In proporzione, vuol dire che c’è un super-ricco ogni 7.692 milanesi: più o meno come a Los Angeles o a Parigi, ma molto più che a New York (uno ogni 10 mila e rotti) e Londra (uno ogni 25 mila). E il fenomeno a Milano è in crescita, anzi «in alta crescita», come spiegano da Londra, come succede in poche altre piazze globali come Miami e Dubai.
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La concentrazione di attività finanziarie, qualità della vita, moda, design, cucina e insomma tutto quello che si indica con l’orrenda parola «attrattività» spiega molto ma non tutto. La Brexit ha contribuito, insieme alla politica fiscale dei laburisti che hanno alzato le aliquote e abolito la mitica «non-dom», il regime che permetteva ai domiciliati nel Regno ma residenti altrove di non pagare le tasse sui redditi all’estero. Risultato, un esodo di ricconi che sempre H&P calcola in 10.800 nel ’24 e 16.500 l’anno scorso e che «valgono» poco meno di 92 miliardi di dollari. Mete preferite, oltre ai classici Svizzera e Montecarlo, Milano e Dubai. E fra le due, francamente, si vive meglio a Milano.
Che l’Italia sia diventata una calamita per miliardari lo si deve alle imposte di successione basse e al famoso o famigerato «decreto Ronaldo» del governo Renzi, 2017, quello che offriva ai ricconi d’importazione una flat tax di 100 mila euro, poi portata a 200 l’anno scorso e che con il nuovo anno dovrebbe salire a 300 mila. Spiccioli. Il risultato è che in Italia nel ’25 sono arrivati circa 3 mila e 600 paperoni portando con loro più di 20 miliardi di dollari. Poi c’è chi ritorna: per esempio un 57enne italiano (niente nome né consistenza del patrimonio, per carità) che ha vissuto 25 anni a Londra, ha fatto i soldi nella finanza, poi è rimpatriato perché i tre figli «crescevano troppo inglesi». Un affare? «Dal punto di vista fiscale, abbastanza. Ma lo Stato italiano ci ha guadagnato perché ho aperto la mia società, ho assunto dei dipendenti e, ovviamente, pago le tasse qui».
Vive in piazza Castello, là dove il mattone costa come se fosse d’oro. E qui c’è il rovescio della medaglia. Il problema non è che Milano sia una città per ricchi. È che sta diventando una città soltanto per ricchi. Viverci è sempre più difficile non solo per i più svantaggiati, ma anche per la classe sociale più evocata dai politici e ormai più difficile da definire, la quasi mitologica «classe media». L’immobiliare è fuori controllo, con il prezzo medio a 6 mila euro al metro e picchi di 27 mila nel Quadrilatero o a Brera o a City Life, per non parlare delle periodiche «gentrificazioni» di quartieri già popolari che diventano di colpo modaioli (e carissimi) o delle «ristrutturazioni» che trasformano ruderi in grattacieli.
La Deutsche Bank ha calcolato che il rapporto medio fra lo stipendio e l’affitto è del 72 per cento superiore alla soglia di sostenibilità, che dovrebbe essere del 30 circa. Ha fatto discutere la storia, raccontata da Fanpage, di quell’insegnante precaria di 25 anni che, con uno stipendio netto di circa mille euro, me spendeva 700 d’affitto per un tugurio senza nemmeno i termosifoni. Il Comune ha annunciato nel ’24 un Piano casa per la realizzazione di 10 mila case ad affitto calmierato in dieci anni, chissà.
Almeno, però, il tradizionale understatement milanese ha conquistato anche i ricconi. In proporzione, ce ne saranno certamente di più che a Londra o a Dubai, ma si fanno notare meno. Meno Rolls nelle strade, meno elicotteri in volo per gli eliporti privati. Certo, alla Scala capita sempre di vedere il russo in smoking alla matinée delle 15 che tenta di entrare in sala con lo champagne, placcato dalle maschere, oppure uscire dai negozi di Montenapo delle sciure arabe barcollanti sotto i pacchi (ma i veri ricchi se li fanno consegnare a casa o nell’hotel a cinque stelle), però l’ostensione non è sempre ostentazione. Infatti fioriscono i club privati. Se la vecchia Milano aristocratica o altoborghese frequenta alla Società del Giardino dal 1783, oggi ci sono The Wilde nell’ex casa di Santo Versace in via dei Giardini o Casa Cipriani con vista sui Giardini Montanelli, esclusivi, lussuosi e costosissimi. Un po’ come la Milano del 2026.
“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%”, rimarca Trump e continueranno “fino a quando non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto” dell’isola

(ilfattoquotidiano.it) – Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.
“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.
Il presidente Usa si rivolge direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.
Norme anti maranza, Ice italiano e caccia a chi protesta. E su stazioni e zone rosse… Più sicurezza nelle stazioni, stop alle manifestazioni illegali, tutela per le forze dell’ordine. Il governo Meloni scende in campo sulla sicurezza con il nuovo pacchetto di norme per il 2026. Dall’opposizione c’è chi grida al fascismo e allo stato di polizia, ma è davvero così? Tutto quello che dovete sapere sul nuovo pacchetto sicurezza

(mowmag.com) – Circa una settimana fa Matteo Renzi provava a stanare la Meloni sul tema della sicurezza, accusandola di essere passiva di fronte un’escalation di violenza nelle strade. “Guardate che sul tema della sicurezza state perdendo i ‘vostri’ e prima o poi ve ne accorgerete”, diceva il leader di Italia Viva. Detto fatto, si torna al mantra legge e ordine con la bozza del nuovo pacchetto di norme sulla sicurezza. Presentato dal Ministro dell’Interno Piantedosi, il provvedimento dovrebbe arrivare entro la fine del mese in Consiglio dei Ministri. Da un lato un decreto legge per le misure più urgenti, dall’altro un corposo disegno di legge, nel mezzo importanti novità sul fronte della sicurezza e della repressione al crimine. La risposta del governo ai problemi dell’attualità e alle principali criticità delle città italiane.
Tra chi da una parte della barricata esulta per la stretta del governo Meloni sulla criminalità, dall’altra l’opposizione grida al fascismo e allo stato di polizia. Ricordiamo che entrambi i provvedimenti prima di diventare legge a tutti gli effetti dovranno passare il controllo, democratico, del Parlamento. Nel frattempo ecco tutto quello che dovete sapere sul nuovo pacchetto sicurezza.
Passare davanti a una stazione di notte è diventata una sfida da videogioco, evitare tutti i pericoli per arrivare sani e salvi al traguardo. L’accoltellamento del capotreno a Bologna è stata poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il primo obiettivo del governo Meloni e del pacchetto sicurezza è quello di rendere sicure le aree nominate come “sensibili”. Stazioni, piazze, quartieri della movida, presidi permanenti di illegalità, popolati da persone armate e con molto poco da perdere. È il caso di Marin Jelenic, l’accoltellatore di Bologna, più volte fermato in possesso di armi da taglio ma sempre rilasciato, fin quando non ci è scappato il morto. Il nuovo decreto legge prevede quindi l’istituzione da parte dei prefetti delle cosiddette “zone rosse”, aree caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità dove sarà disposto il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già attenzionati dall’autorità giudiziaria per reati di microcriminalità.
Certo, un provvedimento che servirà a poco senza un massiccio aumento dei presidi delle forze dell’ordine nelle suddette zone.
Sul fronte della microcriminalità poi si innestano le norme del ddl dette “anti-maranza”, che prevedono il divieto di portare coltelli e oggetti atti ad offendere, con attenzione specifica alla vendita ai minori e alle zone come istituti di credito, stazioni e parchi. Vengono poi ampliati i reati per cui è concesso l’ammonimento del questore per la fascia 12-14, inaspriti da una sanzione amministrativa per i genitori, tenuti alla sorveglianza del minore.

Le proteste per Gaza, con la stazione Centrale di Milano a ferro e fuoco e l’assalto alla redazione de La Stampa ha spinto il governo a nuove norme anche riguardo alle manifestazioni.
Innanzitutto stop alle manifestazioni non autorizzate: previste una raffica di multe, da 500 a 20mila euro, per manifestazioni non autorizzate, cortei deviati, concentramenti che continuano dopo l’ordine di scioglimento. La polizia poi potrà mettere in stato di fermo e trattenere fino a 12 ore chiunque è “sospettato” di essere un pericolo per il pacifico svolgimento dell’evento, o se ha “strumenti atti ad offendere”, oltre a poter perquisire sul posto. Per chi danneggia possibilità di arresto dopo l’evento sulla base di video o foto. Mentre è previsto il Daspo urbano per i destinatari di denuncia per reati di piazza.
Una serie di norme volte a scoraggiare, impedire e sanzionare la deriva violenta delle manifestazioni, rimane da vedere quanto saranno ampi i margini di discrezionalità concessi alle forze dell’ordine, dalle maglie della legge per non sfociare in un mezzo di repressione del dissenso. Mentre sempre a proposito dell’assalto a La Stampa sarà introdotta una nuova aggravante per tutta una serie di delitti che vanno a minacciare l’incolumità dei giornalisti durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse.
Il governo Meloni torna su uno dei piatti forti della casa, i rimpatri con delle nuove norme di contrasto all’immigrazione irregolare. Dopo il secondo ordine di allontanamento del questore sarà immediata l’esecuzione del provvedimento di espulsione, salvo il caso in cui non siano sopraggiunte situazioni personali diverse, meritevoli di attenzione. Inoltre nella fase giurisdizionale contro il provvedimento di espulsione il cittadino extra UE non potrà più usufruire del gratuito patrocinio. È prevista una spesa di 8 milioni di euro per dare esecuzione ai rimpatri, un investimento che fa pensare all’Ice, i poliziotti armati fino ai denti che in America si occupano principalmente della deportazione e dell’espulsione degli immigrati illegali.
A proposito di Ice, scappare dai posti di blocco ora costerà caro. Per chi non si ferma all’alt della polizia pena fino a cinque anni, oltre alla sospensione della patente e la confisca dell’auto o del motorino.
Del contrasto all’immigrazione fa parte anche quella parte di norme denominata “stretta anti ong”. Il governo avrà la possibilità di vietare l’ingresso nelle acque territoriali a delle imbarcazioni, per un periodo fino a sei mesi in caso di una “minaccia grave per l’ordine pubblico”, cosa che include anche una “pressione migratoria eccezionale” o il “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”.
Se i migranti arrivati sono detenuti oppure internati in un Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), e non cooperano con le autorità per farsi identificare, commettono un reato e possono essere espulsi. Si restringe infine la possibilità di ricongiungimento familiare: è più corta la lista di legami familiari ammessi. E per i minorenni non accompagnati si accorcia il periodo in cui lo Stato li sostiene: fino a 19 anni, invece di 21.

Veniamo infine al famigerato scudo legale per gli agenti di polizia, che tanto per iniziare non riguarda solo gli agenti di polizia ma tutti i cittadini. La norma prevede che, in caso ci sia una causa di giustificazione, il pm non provveda all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato. Le cause di giustificazione sono: legittima difesa, stato di necessità, esercizio di un diritto, adempimento di un dovere e consenso dell’avente diritto; e la sussistenza di una di queste fa venir meno l’antigiuridicità del fatto, che non costituisce dunque più reato. Con questo nuovo “scudo penale” la presenza di queste cause di giustificazione viene stabilita in via presuntiva.
Detto in parole povere e lasciando perdere il manuale di diritto penale se qualcuno commette un reato e potrebbe esserci una di queste cause di giustificazione prima si procede con le indagini e poi, solo se viene fuori che per qualche motivo la giustificazione non c’è, la persona viene ufficialmente indagata. Un grande vantaggio proprio per gli agenti di polizia che in questo modo non verrebbero sospesi dalle loro funzioni.

(di Marcello Veneziani) – Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi si indigna, c’è chi perfino si schifa, c’è chi giocando di rimessa cerca di vantare il populismo ridente di Checco Zalone e appropriarsene, mentre lui straccia al botteghino ogni record e umilia il cinema restante. Ma l’alternativa è mal posta: Checco Zalone non vendica il cinema di pura evasione dal cinema d’autore, intelligente e un po’ palloso agli occhi del grasso grosso pubblico. Semplicemente gioca un’altra partita, in un altro girone e va giudicato con altre categorie. Non fa arte del cinema, non esprime, come taluno sottintende, una specie di “cultura di destra” in versione pop, contrapposta al cinema impegnato o addirittura intellettuale, che ormai di rado è nostrano. Del resto la democrazia è quella roba lì, lo tengano a mente sia gli elitisti che i populisti o sovranisti. Nonostante la democrazia e la società di massa, il mondo però è stratificato in vari livelli, pur fluidi e comunicanti, e non bisogna confondere i piani e i generi. Un tempo, ad esempio, c’erano i rotocalchi popolari e c’erano le grandi firme e i grandi elzeviristi; oggi mutano i media ma non finisce la diversità di piani e di gusti. C’è chi legge i libri Harmony e chi i libri Adelphi. Tuttora ci sono sempre più rari scrittori, ricercatori e pensatori e ci sono poi i confezionatori di best seller, divulgatori di successo, onnipresenti nei media e in tv, che svolgono una funzione a loro modo utile alle masse; ma non sovrapponeteli agli scrittori, agli studiosi, ai pensatori, non li sostituiscono, sono un’altra categoria e svolgono un’altra funzione. Categoria benemerita rispetto all’ignoranza di massa perché avvicinano ai libri gente aliena; ma non si possono sostituire alla cultura e alle idee né si possono considerare alla stessa stregua. Il loro è il regno della quantità e non va confuso col regno della qualità. Un tempo c’era d’Annunzio e poi c’era Guido da Verona, detto il d’Annunzio delle sartine; c’era il romanzo popolare, il feuilletton, in cui talvolta si annidava pure, per ragioni alimentari, anche un Fedor Dostoevskij, ma era l’eccezione; e poi c’erano i grandi autori, i maestri, i classici. E c’è ancora da distinguere tra gli autori di best seller che hanno successo ma poi non lasciano traccia in alcun campo e ci sono gli autori di long seller, destinati cioè a durare nel tempo.
Non tutti gli autori di best seller diventano Giovannino Guareschi, che pur nella semplicità del suo lessico e della sua letteratura popolare, esprimeva da vero scrittore un mondo di sentimenti, di affetti, di passioni e umanità, unito a una vis comica accessibile ai più. Così succede al cinema, nessuno può confondere Bergman, Kurosawa o Visconti con i Vanzina o con Fantozzi, ognuno fa (bene) il suo mestiere. E anche nel comico c’erano Ciccio e Franco e c’era Alberto Sordi; su un altro piano c’era Paolo Villaggio che pur strappando risate pop con scene comiche elementari, descriveva uno scenario sociale, la subumanità degli impiegati sottoposti e maltrattati dai loro direttori disumani.
C’era Alvaro Vitali col suo Pierino e c’era Walter Chiari coi suoi monologhi, una comicità ricca di verve e di mimica ma anche intelligente. Checco Zalone diverte e al contrario dei suoi critici stupidamente intelligenti, lui è intelligentemente stupido, non fa il comico-guru al servizio della Solita Causa, la sua comicità nasce dallo stridente contrasto tra arcaismo e attualità. È una comicità double-face che prende due fasce di pubblico perché percorre contromano due mondi diversi e li prende in giro a vicenda: i seguaci del woke godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi rozzi d’una volta e la crassa idiozia degli arretrati; e i politicamente scorretti godono a vedere derisi i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio verace, senza veli e senza precauzioni progressiste. Così ognuno ride alle spalle dell’altro.
Ma Checco non parteggia né per gli uni né per gli altri, si tiene astutamente al di fuori e al di qua e non stabilisce la superiorità degli uni o degli altri. La sua satira sui pregiudizi opposti, su padani e terroni, negri e cafoni, familisti e gay, ricconi e “ricchioni”, drogati e credenti, donne e maschilisti, regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare uno di oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al sud, in provincia e pure al cinema; l’effetto comico sgorga naturale da questo piccolo ma stridente anacronismo, ma è comicità bipartisan. Sulla stessa linea è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta; diverte perché è irriverente agli occhi d’oggi, è finto ingenuo, studiatamente naïve, con trivialità premeditata, come la stupidità. In più c’è il sapore di etno-comicità pugliese doc.
Suscita l’effetto comico di battute dette al bar, magari accompagnate da una volgare grattata al “pacco”. Del resto la scelta del nome d’arte è già un programma: Cozzalone sta per bifolco, rozzo, magari pure un po’ stupido. Il suo vero nome e cognome, Luca Medici, non avrebbe avuto la stessa resa comica e “pugliastra”. Checco Zalone non è Totò, non è una leggenda, se non per gli incassi, davvero favolosi; è un comico divertente che non vuol convincere e fustigare nessuno né pensa di fondare un movimento politico o darci una lezione morale. Anzi stavolta nel suo ultimo film si spinge a lanciare un lieve messaggio sul piano affettivo nel sopraggiunto legame tra un padre e una figlia sul cammino verso Santiago di Compostela. Parte da un dissacrante approccio per giungere a una piccola conversione di vita, nel segno di un ritrovato amore filiale e paterno. Ho visto il film di Checco Zalone, dopo anni di assenza dalle sale, e l’ho trovato carino, moderatamente divertente e anche un po’ tenero. Il successo mostruoso che riscuote non mi indigna e non mi esalta, e non mi spinge a rivedere il giudizio che ne ho dato. Il discorso, semmai, si sposta da lui al popolo reale e al suo target di spettatori. Il campione medio dell’auditel è di un basso che non vi dico, ma se il paese è quello, non possiamo sostituirlo con un altro immaginario, come vorrebbero gli snob. Non è colpa di Checco Zalone se la gente comune non va a vedere Lars von Trier.
L’uomo che sfidò la “troika” per i durissimi tagli ad Atene annuncia in un post su X la convocazione in questura per l’interrogatorio: “In Europa la libertà è un’illusione”

(ilfattoquotidiano.it) – Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco delle finanze al tempo di Tsipras e dello scontro con la “troika”, è accusato di droga dalle autorità di Atene. Il motivo? L’ammissione di aver consumato droghe durante la partecipazione ad un podcast, anche per mettere in guardia i più giovani dalle nefaste conseguenze. Non è il primo guaio per Varoufakis. Ad aprile 2024, la Germania gli ha imposto il divieto d’ingresso per le sue parole sulla Palestina.
In un lungo post pubblicato ieri pomeriggio sulla piattaforma X, l’ex ministro racconta la sua sorpresa: “Vi do una notizia che sarebbe esilarante se non fosse stata così spaventosa. Stamattina due poliziotti si sono presentati alla mia porta per notificarmi una citazione in giudizio che mi ordinava di recarmi in questura per essere interrogato dalla DEA greca, il nostro dipartimento antidroga. Non come testimone, esperto o meno, ma come accusato. Accusato di cosa?”. Stupefacenti, ammette l’ex ministro, raccontando nel dettaglio la genesi del caso.
“Poco dopo Capodanno, sono apparso in un podcast organizzato da giovani per rispondere alle loro domande su tutto ciò che riguarda la Generazione Z oggi: i social media, il senso della vita, le loro prospettive di lavoro, quello che io chiamo tecnofeudalesimo, ecc. A un certo punto, mi hanno chiesto se avessi mai fatto uso di droghe. Deciso a non fare come Bill Clinton (ricordate il ridicolo ‘Non ho inalato’?), ho risposto di sì. Oltre all’erba, ho detto loro, avevo avuto un’esperienza con l’ecstasy a Sydney 36 anni fa”. Secondo Vaoufakis il suo racconto non era l’elogio degli stupefacenti, bensì un monito ad evitarli: “È stato piacevole, ho ballato per 16 ore senza sforzo, ma poi, ho aggiunto, mi ha causato un’emicrania per una settimana, e quindi non ho più fatto uso di droghe. Questo è stato il mio punto di partenza per affermare che, per quanto piacevole possa sembrare l’assunzione di droghe, c’è un prezzo da pagare. E che il prezzo finale è la dipendenza, l’assuefazione – ‘la fine della libertà’, ho detto con enfasi”.
Per quel discorso in un podcast, sarebbe arrivata l’incriminazione dell’antidroga: “Sì, la polizia greca ha aperto un’indagine su di me con l’accusa di… favoreggiamento della narco-mafia. (Fatemi un favore, gente: per favore non ditelo a Trump, ok?)”.
Infine Varoufakis mette in guardia sui rischi per la libertà d’espressione in Europa e in tutto l’Occidente: “Seriamente, ora, in un periodo di guerra, genocidio, sfruttamento smisurato e così via, il mio piccolo problema con l’insensata polizia greca non c’entra nulla. Ma è importante. Qui, in Europa, molte persone vivono ancora nell’illusione di avere libertà, razionalità e libertà. Non è così. Forze oscure sono all’opera, spingendoci in una versione postmoderna del Medioevo. Quindi, attenzione, gente! Vogliono portarci via gli ultimi resti di autonomia e libertà che ci sono rimasti. La resistenza è, letteralmente, esistenza”.

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il New York Times, si sa, non è un giornaletto qualunque. È il santuario del giornalismo “liberale” americano, quello che bacchetta i potenti, scopre gli scandali, detta la linea morale dell’Occidente. Ma quando si parla di guerra, di armi e di potenza militare, il giornale più influente del mondo diventa improvvisamente disciplinato come un soldato al contrappello.
Da mesi, infatti, le sue pagine raccontano la stessa litania: l’America si sta indebolendo, la minaccia cinese è incombente, la Russia avanza, i tiranni si moltiplicano, e gli Stati Uniti devono urgentemente riarmarsi. Tutto, ovviamente, per “difendere la libertà”. E così, mentre la spesa militare statunitense è già superiore a quella dei dieci Paesi successivi messi insieme, il New York Times implora di spendere ancora di più. In nome della democrazia, s’intende.
Il Pentagono, che non aspettava altro, ringrazia e rilancia: secondo i suoi esperti, le forze armate americane sarebbero “solo” al 3,4% del PIL, quando ai bei tempi della Guerra Fredda sfioravano il 9%. Una tragedia, ci spiegano: come si fa a dominare il mondo con appena 800 miliardi di dollari l’anno? Il giornale scrive che “gli Stati Uniti devono prepararsi a guerre su due fronti”, contro Russia e Cina. Ma quando si tratta di spiegarci perché mai queste guerre sarebbero inevitabili, cala il silenzio.
Non un dubbio, non una domanda. Nessuno che si chieda se il sistema d’alleanze americano, la NATO in testa, non sia esso stesso parte del problema. Nessuno che ricordi come gli Stati Uniti abbiano un arsenale nucleare capace di distruggere il pianeta dieci volte. E nessuno che noti il dettaglio più curioso: gli articoli “allarmati” del New York Times citano regolarmente fonti del Pentagono, ufficiali anonimi, think tank finanziati dall’industria bellica. Un’informazione libera, ma a senso unico.
E quando la realtà bussa alla porta – Afghanistan, Iraq, Libia – il giornale si affretta a riscrivere la storia. Le guerre perse diventano “missioni incomplete”, gli interventi falliti “tentativi di democratizzazione”. La retorica patriottica serve a coprire le rovine, i crimini, le menzogne. In Vietnam, come a Kabul, come a Mosul, il copione è sempre lo stesso: “Difendiamo il mondo libero”. Poi il mondo libero va in fiamme.
In questa narrazione manichea, Israele diventa il modello da seguire: “una nazione che combina tattiche vecchie e nuove”, scrive il giornale, elogiando l’uso dei droni a Gaza come se si trattasse di videogiochi. Nessun accenno ai civili uccisi, ai bambini senza casa. Anzi, si parla di “precisione chirurgica” e “strategie di contenimento”. Come se la guerra fosse un’equazione morale, non una mattanza.
A questo punto, il lettore ingenuo potrebbe chiedersi se non sia arrivato il momento di abbassare il volume della propaganda e ascoltare un po’ di realtà. Ma il New York Times preferisce la marcia militare al dubbio critico. Parla di “nuova era di competizione tra grandi potenze”, di “difesa dell’ordine internazionale”, e si dimentica di aggiungere che quell’ordine, spesso, è costruito sulle macerie degli altri.
L’America – scrive il giornale con un candore quasi commovente – “sta perdendo il vantaggio tecnologico”. Tradotto: i concorrenti fabbricano armi più economiche. E allora via con nuovi programmi da centinaia di miliardi: missili ipersonici, flotte robotiche, intelligenza artificiale bellica. Il complesso militare-industriale ringrazia, e le azioni di Lockheed Martin salgono.
Il paradosso è che proprio chi invoca “più armi per difendere la pace” finge di ignorare il disastro di ottant’anni di interventi. Dal golpe in Iran del 1953 alla Siria, passando per i regimi addestrati e finanziati da Washington, il risultato è sempre lo stesso: caos, dittature, rifugiati, odio. Ma l’editoriale del New York Times conclude con solennità che “gli Stati Uniti devono essere pronti a sacrificarsi per il bene dell’umanità”.
Il bene dell’umanità, a quanto pare, coincide sempre con il bene dei loro arsenali. E chi osa dire il contrario viene subito bollato come “filorusso”, “antisistema” o “nemico della libertà”. Una libertà che oggi, più che mai, assomiglia a una caserma: ordini dall’alto, applausi automatici, e silenzio assoluto sul prezzo da pagare.
Perché, in fondo, il giornale “sull’attenti” non è il sintomo ma la conferma di un Paese che ha bisogno di sentirsi assediato per giustificare la propria potenza. Un Paese che fabbrica nemici per tenere viva la fede nel proprio mito. E che ogni giorno, dal suo pulpito mediatico, continua a predicare la guerra chiamandola pace.

(dagospia.com) – Nell’Italia del “pedinamento digitale” dei suoi cittadini (intercettazioni illegali) con il Grande fratello che rischia di minare le stesse sorti della democrazia, l’accusa di peculato e corruzione nei confronti del presidente, Pasquale Stanzione, e dei componenti del consiglio del Garante della privacy non può essere liquidato come un Watergate “alla vaccinara”.
No, non sono la quantità di filetti o di cotolette acquistate dal professor Stanzione alla nota macelleria “Feroci” al Pantheon e messe nel conto dei contribuenti, a far gridare allo scandalo.
E neppure, politicamente parlando, sono gran cosa le somme per alberghi a cinque stelle o certi altri lussi “da parvenu” di provincia accreditati sulla carta di credito aziendale. Alla faccia del rigido codice etico di cui si era dotata authority.
Sull’immorale certezza del collegio che da cinque anni guida l’organismo sulla privacy dei cittadini, saranno i tribunali a dire l’ultima parola. Del resto, si tratta di uno scandalo annunciato. Da tempo, grazie al lavoro investigativo dei giornalisti del magazine tv “Report”, stranamente è stato lasciato in un cono d’ombra allarmante dal governo della “pulzella” della Garbatella, Giorgia Meloni.
Detto che il nostro don Pasquale da Solopaca, con un robusto curriculum accademico, è stato nominato dall’allora presidente del Consiglio, Mario Draghi, pochi giorni prima dalla sua uscita da Palazzi Chigi (luglio 2020), poco si comprende la ragione dell’attuale esecutivo nel lasciare nel limbo una situazione a rischio ben prima dell’intervento dei magistrati inquirenti.
Toccava, infatti, ai solerti sottosegretari, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, che per legge attenziona pure i nostri servizi segreti, mandare a casa Stanzione e gli altri membri del consiglio del Garante. Oppure si scoprirà che nelle grigliate allestite a Palazzo Venezia il fumo delle bistecche potrebbe nascondere l’arrosto del conflitto d’interesse di cui avrebbero beneficiato società come Meta e Ita Airways. Che dire? Buon appetito a tutti.