Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Vannacci rischia di far saltare il centrodestra


(di Nando Pagnoncelli – il Corriere della Sera) – Il mese di febbraio ha visto diversi avvenimenti degni di nota. […]  Per quanto concerne la politica interna vanno ricordati almeno l’uscita di Vannacci dalla Lega e la nascita del suo movimento Futuro nazionale; l’ulteriore inasprirsi dei toni della campagna referendaria anche da parte di esponenti delle istituzioni, tanto da portare il presidente della Repubblica a presiedere, irritualmente, un plenum ordinario del Csm per richiamare al rispetto per tale istituzione; l’avvio del dibattito sulla legge elettorale; e infine, per quanto notizia non politica, le Olimpiadi invernali che sono state un successo per il nostro Paese.

Il partito del generale

La nascita del nuovo movimento del generale Vannacci provoca alcuni cambiamenti negli orientamenti di voto, con ripercussioni soprattutto nel centrodestra. Futuro nazionale è oggi stimato al 3,6%. Due le formazioni più colpite da questo risultato: innanzitutto la Lega, che perde l’1,9% ed è stimata al 6,1%, e Fratelli d’Italia, con una contrazione dell’1,4% che li colloca al 28%.

Minime ripercussioni su Forza Italia, stimata all’8,4% con un calo dello 0,3% rispetto allo scorso mese. Il fatto che le perdite di questi due partiti siano determinate dalla comparsa nell’arena politica di questa nuova forza è confermato anche dai flussi di voto rispetto alle ultime Europee che evidenziano appunto come la formazione di Vannacci attinga quasi due terzi del proprio risultato dagli elettori dei due partiti prima citati.

Inoltre, da questi flussi, emerge anche una certa attrattività nell’area del non voto da cui Futuro nazionale otterrebbe poco meno di un punto percentuale. Quasi assenti flussi da altre forze.

Nell’opposizione si evidenzia una battuta d’arresto per il Pd, oggi stimato al 20,7%, con un calo di oltre un punto nell’ultimo mese, presumibilmente frutto delle divisioni interne, della gestione non perfetta di alcuni temi […] e di una non sufficiente visibilità nella campagna referendaria. Il Movimento 5 Stelle è stabile al 13,4%, mentre fanno registrare qualche miglioramento le forze minori: Avs al 6,8% (+0,6%), Azione al 2,8% (+0,5%), +Europa all’1,8% (+0,5%). Stabile, infine, Italia viva al 2,4%.

Il gradimento Stabile rimane anche la valutazione dell’esecutivo e della presidente del Consiglio. Oggi l’apprezzamento ha un indice (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa) di 43 per l’operato del governo e di 44 per Giorgia Meloni, senza cambiamenti.

Quasi inesistenti le variazioni nella valutazione dei leader politici. Tajani rimane, come da tempo avviene, in prima posizione, con un indice di apprezzamento di 30. Al secondo posto Giuseppe Conte (indice di 28), anch’esso stabile, seguito da Elly Schlein al 25. Stabili anche gli altri leader testati. Questo mese entra naturalmente nella graduatoria Roberto Vannacci: il suo indice di apprezzamento è del 18, un dato che lo pone nella parte bassa, ex aequo con altri leader (Bonelli, Lupi, Calenda e Magi).

In sostanza la novità di questo mese è rappresentata da Vannacci e dalla sua formazione che provoca un piccolo sommovimento nel centrodestra. In previsione della prossima scadenza elettorale politica, questo potrebbe togliere consistenza all’attuale compagine di governo, rendendo competitiva la proposta politica dell’opposizione (ammesso che riesca a costruire un’alleanza compiuta).

C’è quindi, per Meloni e in generale per le forze di maggioranza, un problema complicato da affrontare. Che riguarda innanzitutto l’opportunità o meno di far entrare stabilmente nell’alleanza di centrodestra una forza che a livello europeo aderisce all’Esn, gruppo di estrema destra dominato dall’Afd, partito con esplicite simpatie neonaziste, e che a livello nazionale si esprime radicalmente contro gli aiuti all’Ucraina, punto storicamente fermo per FdI e Forza Italia.

Quindi il contributo elettorale di Vannacci da un lato sembrerebbe al momento utile, dall’altro potrebbe provocare malumori non solo nell’elettorato moderato, ma anche in quello di FdI (e forse della Lega, viste le polemiche recenti).

La legge elettorale

Lo scenario presentato oggi va letto anche nella prospettiva della proposta di legge elettorale avanzata dal centrodestra, il cosiddetto «Stabilicum», che propone la soglia del 40% per ottenere il premio di maggioranza; sulla base delle odierne intenzioni di voto il centrodestra con Vannacci otterrebbe il premio di maggioranza attestandosi al 46,9% contro il 45,1% del «campo progressista».

Viceversa, quest’ultimo prevarrebbe sul centrodestra senza Vannacci che oggi conseguirebbe il 43,3%. L’unica forza politica esclusa dalla ripartizione dei seggi perché stimata al di sotto della soglia di sbarramento del 3% (prevista per le forze politiche che non fanno capo a una coalizione) sarebbe Azione. 


Meloni non preavvisata sull’Iran, colpita base italiana in Kuwait “ma tutti incolumi”


La premier convoca un vertice di emergenza con i vice. Tajani: “In Iran 500 connazionali, possibili trasferimenti in Azerbaigian”. Schlein: “Escalation Trump fuori dal diritto internazionale”

Giorgia Meloni

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – L’Italia non era stata pre-avvisata dell’imminente offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran. L’ha saputo solo ad “attacco cominciato”, come ha rivelato il vicepremier Matteo Salvini a metà mattinata, parlando a Milano. Ora però il governo di Giorgia Meloni si trova ad affrontare le conseguenze dell’azione americana e israeliana e della reazione di Teheran. Politicamente, l’esecutivo non dà un pieno appoggio politico alla mossa Usa, invitando alla de-escalation. L’altro vicepremier, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha informato che è stata colpita la base italiana in Kuwait, in cui operano 300 nostri militari, tutti incolumi. E che sono pronte alcune evacuazioni di connazionali dall’Iran all’Azerbaigian, su richiesta dei civili. Finora, secondo le riunioni che lo stesso Tajani sta tenendo alla Farnesina, non sarebbero arrivate informazioni di allarme circa i 500 italiani ancora presenti in Iran, il grosso nell’area urbana di Teheran.

Meloni stamattina ha convocato in video-call lo stato maggiore del governo. I due vice, Tajani e Salvini, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, i sottosegretari di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano che ha parlato di scenario “grave e preoccupante”. Palazzo Chigi ha invitato tutti i connazionali “alla massima prudenza e a seguire con attenzione le indicazioni fornite dalla Farnesina”. La nota di Giorgia Meloni parla di un “momento particolarmente difficile”, l’Italia rinnova “la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Ma non si sbilancia oltre. Meloni annuncia che “si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. De-escalation.

Tajani ha invitato gli italiani in Iran a “non muoversi e rimanere a casa o in albergo”. La Farnesina sta installando a Doha, Abu Dhabi, dei desk in aeroporto per assistere gli italiani, per contattare la nostra unità di crisi o le ambasciate. Per Salvini “la via diplomatica è sempre la preferibile, se c’è da parte degli Stati Uniti la certezza che il regime islamista iraniano si stia avvicinando alla bomba atomica, hanno ritenuto di intervenire. Noi ci preoccupiamo di tutelare i civili, a partire dagli italiani”. Dalla Farnesina, Tajani conferma che non ci sono state vittime tra gli italiani. “Neanche un italiano coinvolto negli attacchi molteplici in Iran e nei Paesi dell’area del Golfo”. Anche i militari italiani dell’Aeronautica che sono nella base in Kuwait che è stata attaccata con i missili dall’Iran “sono tutti incolumi, erano tutti nel bunker”. Per ora si registrano “danni ingenti alla pista ma non ci sono militari italiani feriti. E’ stato fatto anche un attacco al comando della Quinta flotta ma non ci sono italiani coinvolti in tutta l’area, né civili né militari”.

Le reazioni dei partiti

Dall’opposizione arriva l’intervento della segretaria del Pd, Elly Schlein: “Chiediamo – afferma – al governo di attivarsi con urgenza per garantire la sicurezza dei nostri connazionali” in Iran “e di adoperarsi in tutte le sedi multilaterali per una descalation e impedire un allargamento del conflitto, con conseguenze potenzialmente incalcolabili”. La leader dem aggiunge: “Ci preoccupa moltissimo, ci angoscia la drammatica escalation in Medio oriente dopo l’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran. Trump aveva detto che avrebbe portato la pace e messo fine ai conflitti invece qui si apre una escalation, al di fuori del diritto internazionale, che può avere risvolti imprevedibili anche sulla fragile tregua a Gaza”.

Chiedono all’esecutivo di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs: “L’Italia ripudia la guerra e il popolo italiano non vuole essere complice di Trump e Netanyahu. E il governo deve rispettare la Costituzione e la volontà popolare. Che gli piaccia o meno, il diritto internazionale non vale fino ad un certo punto, ma noi chiediamo al contrario di Trump, Netanyahu e Putin che vada ricostruito il ruolo dell’Onu e del diritto internazionale in difesa dei diritti umani e delle democrazie”.


L’obiettivo è Khamenei


MEDIA, ATTACCHI USA VERSO L’IRAN CONDOTTI VIA ARIA E MARE

(ANSA) – ROMA, 28 FEB – Gli attacchi in corso delle Forze Armate Usa contro l’Iran sono condotti “via aria e mare”: lo indica sul suo sito la Reuters citando un alto funzionario statunitense.

TV ISRAELE, ‘DECINE DI MORTI TRA I PASDARAN IN IRAN, ANCHE FIGURE CHIAVE’

(ANSA) – Secondo i primi resoconti provenienti dall’Iran, si registrano gravi perdite tra le forze di sicurezza locali, con decine di morti e feriti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, tra cui alcune figure chiave. Vengono segnalate gravi interruzioni della rete dei cellulari.

  Lo riferisce la tv israeliana Channel 12.

NYT, ‘L’ATTACCO ALL’IRAN SARÀ PIÙ ESTESO DI QUELLO DI GIUGNO’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – L’attacco in corso contro l’Iran sarà più esteso rispetto ai raid di giungo contro gli impianti nucleari iraniani. Lo riporta il New York Times citando funzionari dell’amministrazione.

‘DECINA DI ATTACCHI USA IN IRAN CON AEREI DA BASI IN MEDIO ORIENTE E PORTAEREI’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – Decine di attacchi americani sono in corso con aerei partiti dalle basi in Medio Oriente o dalle portaerei. Lo riporta il New York Times citando un funzionario americano.

MEDIA, SENTITE ESPLOSIONI A ISFAHAN E IN ALTRE CITTÀ IRANIANE

(ANSA-AFP) – TEHERAN, 28 FEB – Esplosioni si sono sentite a Isfahan e in diverse altre città dell’Iran, come Qom, Karaj, e Kermanshah: lo ha riferito l’agenzia Fars. Intanto, Teheran ha dichiarato chiuso “fino a nuovo ordine” lo spazio aereo del Paese, secondo l’agenzia Tasnim.

‘NEL MIRINO DEGLI ATTACCHI USA L’APPARATO MILITARE DELL’IRAN’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – Nel mirino degli attacchi americani c’è l’apparato militare iraniano. Al di là dei siti nucleari, si ritine che Teheran abbia 2.000 missili balistici sparsi in tutto il paese. Lo riporta il New York Times citando funzionari americani.

TRUMP, AVVIATA OPERAZIONE IN IRAN, DIFENDIAMO GLI AMERICANI DALLE MINACCE

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – “Abbiamo iniziato un grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”. Lo afferma Donald Trump in un video pubblicato su Truth.

IL MOSSAD AGLI IRANIANI, ‘SIAMO CON VOI, NON SIETE SOLI’

(ANSA) – TEL AVIV, 28 FEB – “Fratelli e sorelle iraniani, non siete soli! Abbiamo lanciato un canale Telegram dedicato e altamente sicuro per voi. Insieme riporteremo l’Iran ai suoi giorni gloriosi. Condividete con noi foto e video della vostra giusta lotta contro il regime. E, soprattutto, prendetevi cura di voi stessi”. L’agenzia di intelligence israeliana Mossad condivide questo messaggio su un canale Telegram ad hoc in lingua farsi. Lo riporta il Times of Israel.

TRUMP, ABBIAMO PROVATO A FARE UN ACCORDO CON L’IRAN MA HA RIFIUTATO

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – L’Iran non potrà mai avere l’arma nucleare: “Abbiamo provato a fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alla sue ambizioni nucleari”. Lo ha detto Donald Trump in un video postato sul suo social TRuth.

TRUMP, DISTRUGGEREMO I MISSILI DELL’IRAN, NON AVRÀ IL NUCLEARE

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – “Distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane”. Lo ha detto Donald Trump assicurando di aver preso tutte le misure per cercare di minimizzare i rischi per gli americani impegnati in questa “nobile missione”. Il presidente ha comunque ammesso che potrebbero esserci delle vittime.

TRUMP ALLE GUARDIE RIVOLUZIONARIE, DEPONETE ARMI O MORTE CERTA

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – “Ai membri delle Guardie Rivoluzionarie, delle forze armate e della polizia dico: deponete le armi e sarete trattati giustamente con l’imunità totale o affronterete una morte certa”. Lo ha detto Donald Trump lanciando anche un messaggio “al grande e orgoglioso popolo iraniano: l’ora delle libertà è vicina. State al riparo, non lasciate le vostre abitazioni, è molto pericoloso là fuori. Ci sono bombe che cadono ovunque”.

TRUMP AGLI IRANIANI, ‘PRENDETE IL CONTROLLO DEL VOSTRO GOVERNO’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – Trump ha esortato il popolo iraniano a “prendere il controllo del proprio governo” una volta completata l’azione militare. “Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni. Per molti anni avete chiesto aiuto all’America, ma non l’avete ottenuto. Nessun presidente era disposto a afre quello che sono disposto a fare io stasera. Ora avete un presidente che vi dà ciò che volete, quindi vediamo come rispondete”, ha aggiunto il presidente americano.


Tutto gira intorno al potere e agli affari


(Giancarlo Selmi) – C’è qualcuno, a parte i mononeuronali fozza gioggia, che possa considerare prioritaria la cosiddetta “separazione delle carriere” e prioritaria la modifica della legge elettorale, rispetto ai veri problemi che stanno accelerando il declino di questo Paese? C’è qualcuno che possa affermare, evitando la sua sottoposizione a un TSO, che sia più urgente discutere di quella roba, piuttosto che dedicare le energie a cose ben più importanti?

Se ancora ci fosse un minimo di ragionevolezza e di pensiero critico, la decisione di spostare tutta l’attenzione della politica e della pubblica opinione su quei temi, costituirebbe per chiunque la prova provata della totale inadeguatezza di Meloni e coro cantante. Del totale fallimento di una classe politica chiamata a fare cose evidentemente più grandi del loro misero livello. È del tutto evidente che la qualità di vita dei cittadini e, peggio mi sento, il perseguimento del bene comune, a questa flotilla di nanerottoli interessi veramente poco.

Tutto gira intorno al potere e agli affari. Perché è il potere che garantisce gli affari. L’obiettivo di questa banda, di questo clan di politici non per caso, è la perpetuazione della comodità del loro culo sulla giusta poltrona. Per questo non sentirete parlare di programmi, piani, visioni. Nessuna progettualità, solo litigi per garantire a loro stessi e ai loro soci in affari, più o meno confessabili, la continuità. Il tutto con il condimento dell’olio di ricino, ancora e non sappiamo per quanto ancora, metaforico.

Stanno realizzando i piani meno confessati di Licio Gelli e di decenni di eversione e strategia della tensione. Li stanno realizzando con il 25% dei consensi. Hanno paura della magistratura e, quindi, cercano di punirla e di metterla nelle condizioni di non nuocere ma, soprattutto, di non indagarli. Hanno paura di non rivincere le elezioni e quindi… Una legge proporzionale con un premio di maggioranza assurdo. Il sì e la voluta (da loro) legge elettorale, nel caso di loro vittoria ci catapulterebbe de facto in un regime fascista.

È quello che a loro interessa, è la loro unica visione. Mentre questo Paese sta letteralmente affondando. FERMIAMOLI.


Dario e Claude


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Come molti matematici Dario era un genio contemplativo, ma quando venne trovata la cura per la malattia rara che pochi anni prima era stata fatale a suo padre, si convinse che la velocità potesse fare la differenza tra la morte e la vita. Abbandonò gli studi astratti e si avventurò nel mondo pionieristico dell’intelligenza artificiale, contribuendo alla nascita di ChatGPT

Lì si spaventò: non della rapidità della macchina, ma dell’ottusità degli umani che la governavano senza altro scrupolo che il guadagno. Fondò un’azienda con la parola «uomo» nel nome – Anthropic – e dichiarò di voler conciliare etica e fatturato. Creò una nuova macchina, Claude, che crebbe talmente in fretta da ricattare l’ingegnere che intendeva disattivarla. 

A quel punto forse avrebbe voluto fermarsi, ma non ci riuscì e stipulò un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono

Eppure, quando il ministero americano della Guerra gli chiese di dare vita a un sistema che sorvegliasse i cittadini in modo capillare e consentisse alle armi di attivarsi da sole, senza nemmeno prendersi più il disturbo di chiedere permesso agli uomini, Dario pensò che fosse troppo e che quel troppo fosse contrario alla democrazia. Così disse di no.

Magari adesso lo sostituiranno con qualcuno più malleabile, però nei libri di storia del futuro ci si ricorderà di Dario Amodei come del genio italiano che accelerò la ricerca sull’AI pensando alla morte di suo padre e tentò di rallentarla pensando alla vita dei suoi figli. E dei nostri. 


Hanno preferito il controllo sugli eletti. La nuova legge elettorale aumenterà l’astensionismo


Il ripristino delle preferenze avrebbe giustificato la necessità di cambiare le regole per le urne

Hanno preferito il controllo sugli eletti. La nuova legge elettorale aumenterà l’astensionismo

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il ripristino delle preferenze poteva essere il mantello dorato con cui rendere presentabile, plausibile, addirittura necessaria la riforma elettorale fortissimamente voluta dal centrodestra come anticipo del premierato. Avrebbero potuto dire: agiamo per amore della democrazia, per interrompere il fatale declino della partecipazione in un Paese dove la metà dei cittadini non si prende più il disturbo di andare alle urne. Rispettiamo i nostri programmi, siamo coerenti con le nostre idee (Giorgia Meloni è sempre stata sostenitrice delle preferenze) e vogliamo innanzitutto ricucire il rapporto tra elettori ed eletti perché, come abbiamo sempre detto, ciascuno deve poter scegliere chi mandare in Parlamento, e in seguito incalzarlo se non fa il suo dovere.

L’occasione al momento è stata persa, le posizioni di principio del tutto contraddette. La bozza di riforma elettorale non solo non introduce le preferenze ma con l’abolizione del maggioritario cancella anche il loro ultimo brandello, cioè la possibilità di scegliere nei duelli di collegio tra singoli candidati, biografie, percorsi politici. Era l’estremo spiraglio di decisione “sulle persone” rimasto agli elettori, ora sostituito da un prendere o lasciare senza opzioni: coalizioni predeterminate, premier pre-indicati nel programma, deputati e senatori scelti dalle segreterie e blindati nei listini. L’unica via di dissenso da questi pacchetti chiusi sarà restare a casa, ed è possibile che la nuova legge elettorale incoraggi ulteriormente l’evasione di massa dal principale appuntamento della democrazia. Già adesso ogni analisi dice che il primo motivo dell’astensionismo è l’impossibilità di votare “qualcuno che mi rappresenti davvero”, e figuriamoci quando saranno cancellate anche le sfide di territorio.

Non è facile capire perché la destra abbia rinunciato in partenza a un suo caposaldo, che tra l’altro poteva rappresentare una risposta efficace alle accuse delle opposizioni di deriva orbaniana, trumpiana, autoritaria, e consentire di replicare ai critici: noi restituiamo un potere effettivo agli elettori, valorizziamo l’idea di popolo sovrano, diamo un potere aggiuntivo alla gente. Le preferenze sono senz’altro sistema opinabile, e tutti ricordano le distorsioni inquietanti che hanno a lungo portato nella vita pubblica italiana, ma questa preoccupazione non ha mai agito nel mondo della maggioranza. Piuttosto sembra aver lavorato anche in questa circostanza l’assillo di ogni classe dirigente di avere un controllo assoluto sui gruppi parlamentari e di evitare l’ascesa imprevedibile di elementi “di disturbo”, eretici, potenziali nuovi protagonisti della scena e quindi concorrenti.

Anche il decantato potere delle preferenze come antidoto all’astensionismo, alla fin fine, forse è stato giudicato più un problema che un vantaggio. I bassi livelli di partecipazione sono una sicurezza, rendono tutto più prevedibile, meno faticoso, e una riforma elettorale cucita su uno status quo immutabile da anni, richiede di evitare sorprese. Cosa succederebbe se tornasse ai seggi anche una minima parte dei 17 milioni di italiani assenti alle ultime Politiche, o un pezzetto dei 26 milioni che hanno disertato le Europee del 2024? Chi voterebbero, come cambierebbero gli equilibri generali? Nessuno nella maggioranza sembra avere voglia di scoprirlo.

Il ripristino delle preferenze, insomma, richiedeva una somma di atti di coraggio che in questa fase il centrodestra non si è sentito di fare. Perdita di controllo sugli eletti, sorprese sul territorio, esiti imprevisti di una fiammata di partecipazione. E tuttavia, senza quel mantello, senza quell’atto di coerenza con le posizioni di sempre, difendere la legge risulterà più complicato, anche nei confronti dei propri elettori.


Referendum e legge elettorale, la capocrazia al governo


In sintonia con la separazione delle carriere giudici-pm, anche questa nuova legge-truffa è blindata: riflette la dittatura della maggioranza, ignora l’opposizione, umilia il Parlamento. E tradisce il piano di conquista del Quirinale

Roma, 26 febbraio: la premier Giorgia Meloni

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – «La vita è fatta di priorità», era il claim di uno spot di fine anni 90. Il Belpaese prodiano tirava la cinghia, per arrivare al traguardo dell’euro, e la pubblicità assegnava a un bel gelato, il Magnum, il primato dei gusti italici. Una trentina d’anni dopo — tra i droni di Putin e le allucinazioni di Trump, il Pil che arranca e lo stipendio che manca — le destre al comando indicano all’Italia le loro priorità: il referendum sulla magistratura, e adesso la nuova legge elettorale. Volendo, potremmo aggiungere anche la scaletta di Sanremo, il prozac catodico-melodico della Nazione elevato a “questione di Stato”, che impegna da giorni le alte cariche di palazzo Chigi e palazzo Madama.

Ma non divaghiamo con il soft, e restiamo all’hard power. L’intonazione paranoica dell’ordalia del 22 marzo, e ora anche l’appropriazione clanica delle regole del voto, sono figlie della stessa sindrome: la paura. A dispetto della postura aggressiva forgiata negli anni ruggenti di Colle Oppio, Giorgia Meloni ha paura. Di perdere il «tocco magico». Di scontare troppi mesi buttati a fare il «ponte» con l’America Maga. Di smarrire la connessione emotiva con la pancia del Paese. Di scalfire il mito dell’invincibilità, costruito in tre anni e mezzo di dominio incontrastato. Quindi, paura di perdere: oggi il referendum, domani le elezioni.

La crociata sulla giustizia è il primo stress-test per l’ipnocrazia meloniana. Da un lato ci sono i finti moderati, che rinnovano callidi appelli a non «politicizzare» il quesito e a insistere sul portato «tecnico» della separazione tra giudici e pm. Dall’altro lato ci sono i soliti pasdaran, che hanno fretta di consumare la vendetta postuma contro le toghe rosse e di stabilire la primazia assoluta dell’esecutivo sul giudiziario. In mezzo c’è la Sorella d’Italia, che assiste inquieta al recupero del No.

Se dà retta ai moderati e non si espone troppo, rischia la sconfitta ma può provare a ridurre il danno. Se dà retta ai pasdaran e ci mette la faccia, può vincere mobilitando il suo popolo, ma se fallisce è una disfatta epocale. Finora ha alternato i due registri (anche se alla fine, come nella favoletta, prevale sempre la sua vera natura: non la rana che aiuta, ma lo scorpione che avvelena).

L’intervista a Sky del 19 febbraio è il paradigma dello spettro nevrotico nel quale vaga lei stessa e dello spazio ipnotico nel quale attrae gli italiani. Aveva l’occasione per rimediare al vergognoso strappo di Nordio contro il Csm «para-mafioso»: un’offesa a Mattarella che lo presiede e piange un fratello assassinato da Cosa nostra.

Ma niente da fare: un blando riconoscimento al capo dello Stato, poi un rinnovato affondo contro i magistrati e un surreale tentativo di uscire dalla «lotta nel fango» (dopo averlo copiosamente prodotto): «Il referendum non è un voto sul governo», ha provato a dire la premier. Negando spudoratamente due verità: questa “riforma della giustizia” è tutta sua, perché sua è la prima firma sul testo della legge che cambia 7 articoli della Costituzione, e di conseguenza il referendum su cui voteremo è la sfida più politica che esista.

L’obiettivo è sempre lo stesso: punire e intimidire le toghe, ristabilendo la primazia del potere politico sull’ordine giudiziario. Supportati da algidi filologi e “presidenti emeriti”, i legulei della Garbatella ripetono che «nella riforma questo non c’è scritto»: dimenticano che il principio di «autonomia e indipendenza della magistratura» è scolpito anche nelle Costituzioni di Russia, Turchia e Iran.

Se la reale intenzione non fosse questa — candidamente rivelata dallo stesso Guardasigilli nei suoi frequenti momenti di sincerità involontaria — non assisteremmo al teatro dell’assurdo messo in piedi ogni giorno dai patrioti, per alterare lo stato di coscienza dell’opinione pubblica.

Non vedremmo la presidente del Consiglio che detta alle procure i capi di imputazione per gli indagati di Torino o di Milano e posta video in cui mente e manipola senza ritegno sentenze civili sul risarcimento a un migrante o a Sea Watch, con il solo scopo di infangare «i giudici che non ci lasciano governare».

Non vedremmo il ministro della Giustizia snocciolare le sue tossiche “perle” quotidiane contro il Consiglio superiore, contro i magistrati promotori del No, contro Gratteri e Melillo, contro i pm che notificano l’avviso di conclusione indagini alla sua capa di gabinetto per lo scandalo Almasri.

Non vedremmo il sottosegretario Fazzolari, preda di un tragicomico testacoda geopolitico, iscrivere persino lo zar Putin al comitato del No. E non li avremmo visti tutti assieme — i Salvini e i Piantedosi, i Tajani e i Bignami — ballare la loro danza macabra nel bosco di Rogoredo, inneggiando alla «difesa sempre legittima» di un poliziotto che ora si è scoperto reo confesso e omicida volontario di un pusher. Colossale boomerang mediatico, generato da maniacale fumus ideologico. In termini di consenso, la strategia non sta pagando. Prende corpo il pericolo di perdere una partita che pareva stravinta in partenza. Di qui, la svolta sulla legge elettorale.

Stabilicum, Donzellum, Melonellum: qualunque sia il raccapricciante nomignolo che gli appiopperanno, la riforma del sistema di voto concepita nottetempo nel prestigioso laboratorio di via della Scrofa dagli azzeccagarbugli tricolore è un altro Frankenstein, giuridico e politico. Lo spacciano come «garanzia di stabilità», nonostante si vantino dal settembre 2022 di essere «l’esecutivo più stabile d’Europa».

Come il Porcellum di Calderoli del 2005, poi corretto nel Rosatellum che nel 2017 aveva sostituito il renziano Italicum del 2015, anche l’ultimo nato è un mostriciattolo incostituzionale, impapocchiato con un solo scopo: garantire alle destre oggi al potere di rivincere, o quanto meno di pareggiare le prossime elezioni.

Tutti i correttivi previsti alla legge elettorale vigente sono funzionali a questo risultato: il ritorno al proporzionale e l’abolizione dei collegi uninominali serve a impedire la vittoria del centrosinistra al Senato, il super-premio di maggioranza al primo arrivato serve a garantire il primato di FdI, i listini bloccati servono a blindare le candidature di Lega e Forza Italia, la soglia di sbarramento ferma al 3% serve a imbarcare Vannacci.

È un film dell’orrore, purtroppo già visto ai tempi di Berlusconi e di Renzi: a pochi mesi dal voto e a corto di fiato, le coalizioni uscenti riscrivono le regole del gioco a misura delle loro esigenze e delle loro convenienze. Ancora una volta l’uso e l’abuso della democrazia e delle norme che ne disciplinano il funzionamento.

Ma qui c’è una doppia aggravante. In sintonia con la separazione delle carriere giudici-pm, anche questa nuova legge-truffa (proprio come quella del 1953) è totalmente blindata: riflette la dittatura della maggioranza, ignora l’opposizione, umilia il Parlamento (già annichilito dalle 101 fiducie imposte dall’inizio della legislatura). E in sequenza con il referendum (contro la magistratura) e con il «premierato forte» (contro il presidente della Repubblica) il colpo di coda meloniano tradisce il piano di conquista del Quirinale, la voglia di «pieni poteri» e la ricerca di una scorciatoia per ottenerli.

Eccole servite, le vere «priorità». L’Italia chiede crescita, equità salariale e fiscale, sicurezza. E Giorgia le offre il suo rancido Magnum: la capocrazia.


Il No aiuta a respingere la riforma elettorale


La destra ha presentato la sua legge elettorale: proporzionale, abolizione dei collegi uninominali, premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato con liste ad hoc, soglia per il premio 40%, eventuale ballottaggio con soglia al 35%, nessuna preferenza, 3% per l’attribuzione di seggi ai partiti minori in coalizione. Si prevede anche la previa obbligatoria indicazione di chi è proposto […]

(estr. di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] La destra ha presentato la sua legge elettorale: proporzionale, abolizione dei collegi uninominali, premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato con liste ad hoc, soglia per il premio 40%, eventuale ballottaggio con soglia al 35%, nessuna preferenza, 3% per l’attribuzione di seggi ai partiti minori in coalizione. Si prevede anche la previa obbligatoria indicazione di chi è proposto per la carica di premier, ed è una furbata che si richieda non sulla scheda, ma nella documentazione elettorale. Basta per spingere il duo Schlein-Conte al duello rusticano, impedendo il rinvio a dopo il voto della scelta sulla leadership di coalizione. Un problema che Meloni (presumiamo) non avrà. […]

Fin qui il compromesso maturato nella maggioranza, anche se qualcosa potrà cambiare. Richiede coalizioni prima del voto, azzera il rischio avvertito dalla destra nel collegio uninominale, mantiene il pieno controllo dei vertici di partito sulla rappresentanza parlamentare. Rimanendo stabili gli equilibri politici attuali – è la scommessa sottesa alla proposta – la coalizione di governo potrebbe confermare o persino superare il risultato dato dal Rosatellum nel 2022, con il 44% dei consensi e circa il 59% dei seggi. Quali effetti? Nell’immediato, Parlamento agli ordini dell’esecutivo e indebolimento dei poteri del Capo dello Stato. In prospettiva, controllo sull’elezione dello stesso Capo dello Stato e decisiva influenza sulla scelta di una maggioranza dei giudici della Corte costituzionale. È l’essenza del premierato voluto da Meloni e FdI. La riforma costituzionale servirebbe al più non a conseguire il risultato, ma a consolidarlo per il futuro.

La domanda è: perché presentare la proposta ora, con la campagna referendaria in pieno svolgimento? Ovviamente, può solo far salire la temperatura, mentre un rinvio di poche settimane non avrebbe fatto differenza. La ragione è nell’evitare che il solo punto focale sia la magistratura – su cui la destra teme un possibile sorpasso del No – testimoniando l’esistenza di un progetto che va ben oltre. Non per caso la proposta segue alla approvazione in Consiglio dei ministri degli accordi preliminari firmati da Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Si chiamano meglio al voto le tifoserie, quando si affianca a un tema – la magistratura – su cui la destra avverte di avere argomenti assai deboli, altri di maggiore appeal, come autonomia differenziata (Ad, in una parte del paese) e premierato.

[…] Viene in chiaro che il 22 e 23 marzo si vota formalmente su questioni concernenti i magistrati, ma nel contesto di un ben più ampio stravolgimento della Costituzione. Basta considerare che la legge elettorale proposta mira a consolidare gli assetti istituzionali utili a normalizzare la magistratura, per la parte non definita nella Meloni-Nordio, a fare gli ulteriori passi annunciati come la sottrazione al magistrato della polizia giudiziaria, a mantenere l’indirizzo iper-securitario e di compressione del dissenso della legislazione sulla sicurezza. Altresì, a dare seguito all’Ad con l’approvazione di leggi recanti intese ai sensi dell’art. 116.3 della Costituzione. Per tutto, la destra cerca una validazione plebiscitaria nella vittoria del Sì.

Che fare? Anzitutto, non ci si illuda sulle opposizioni in Parlamento. Se la maggioranza rimane compatta, non hanno strumenti per incidere in profondità. Per la legge elettorale è inutile aspettarsi un esito non conforme agli interessi della maggioranza. Né abbondano gli strumenti per il contrasto. I punti essenziali della proposta potrebbero passare attraverso le maglie – larghe – della Consulta (sent. 1/2014 e 35/2017). Il referendum totalmente abrogativo è inammissibile, e un referendum parziale incontra il limite dell’eccesso di manipolatività, che consente solo cambiamenti relativamente marginali. Anche le leggi recanti intese di Ad si sottraggono, in quanto leggi rinforzate, a referendum abrogativi. Per esse rimane solo il ricorso in via principale di qualche regione, sempre che il ceto politico non trovi la sua convenienza nel maggiore potere comunque acquisibile con l’Ad, ancorché in danno dei cittadini del territorio. Adire la Consulta in via incidentale avrebbe un percorso lungo, e non privo di incertezze.

[…] Ecco la ragione di votare il 22 e 23 marzo per difendere, con il No, la Costituzione. Va difesa, e non per una mozione degli affetti, ma perché è garanzia dei diritti, delle libertà, dell’eguaglianza. Protegge il cittadino nel rapporto con il potere, politico, amministrativo o economico, come in vicende come quella di Glovo e Deliveroo. Una vittoria del No respingerebbe la Meloni-Nordio, attaccando al tempo stesso il più ampio disegno della destra. Ogni sollecitazione a “non politicizzare” il voto è pubblicità ingannevole.


Come le bibite nei distributori


People lay flowers and light candles for the victims of the fire at the “Le Constellation” bar and lounge during New Year’s celebration, in Crans-Montana, Switzerland, Thursday, Jan. 1, 2026. (Alessandro della Valle/Keystone via AP)

(di Michele Serra – repubblica.it) – “Famiglia nel bosco” è ormai un serial di molte puntate, peccato che Bruno Vespa abbia abbandonato la tradizione dei plastici (il Ponte sullo Stretto, la villetta di Cogne) perché un plastico della nuova casa nel bosco, nata dalla inedita partnership tra geometri e assistenti sociali, farebbe la sua figura, con Vespa che illustra, con la bacchetta, il cesso che dovrebbe mettere finalmente pace.

Il primato di “Famiglia nel bosco” è insidiato da serie mediatiche più noir e da altre più tragiche, “L’incendio di Crans-Montana”, “Il calvario cardiologico del piccolo Domenico”, “Il far west di Rogoredo”, settimane di programmazione, mesi di programmazione.

Non vorrei sembrarvi cinico, credo che sia vero il contrario: è proprio perché si avverte la tragedia, si misura il dolore, si capisce lo scandalo, si partecipa al lutto, che viene voglia di spegnere il televisore, e passare oltre quando si naviga in rete, e girare pagina se si legge un giornale.

La morte è una cosa seria, il dolore è una cosa seria, la loro trasformazione in show — spesso con le stesse immagini di repertorio ripetute fino allo sfinimento, fino al disgusto — è una forma di banalizzazione, di sterilizzazione, è sangue imbottigliato per la grande distribuzione, come le bibite nei distributori.

In Francia, sull’uso mediatico di Crans-Montana, c’è stato un dibattito severo, non ho l’impressione che da noi sia avvenuto altrettanto. Forse la vocazione nazionale per il melodrammatico, per il patetico, impedisce una più razionale valutazione. Lo show del dolore piace. Commuove. Indigna. Così come si applaude ai funerali, si applaude ai telegiornali che mostrano, per l’ennesima volta, le fiamme sprigionarsi, e i feretri avviarsi verso un esito mai definitivo: va comunque prorogato per ragioni di audience.


Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran: esplosioni a Teheran e in altre città


Lo ha annunciato il ministro della Difesa israeliano Katz questa mattina, sostenendo che Tel Aviv «ha lanciato un attacco preventivo». Secondo l’agenzia Fars, sono state sentite esplosioni anche a Isfahan, Qom, Karaj, e Kermanshah.

Israele ha attaccato Teheran e altre città. Lo ha annunciato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che questa mattina ha comunicato che «Israele ha lanciato un attacco preventivo contro l’Iran per rimuovere le minacce allo Stato». Di conseguenza, ha aggiunto, «si prevede un attacco missilistico e con droni contro lo Stato di Israele e la sua popolazione civile nell’immediato futuro». Secondo il Wsj anche gli Stati Uniti stanno partecipando. 


Legge elettorale, Ainis: “Se per loro conta solo la stabilità, il nome giusto è Mussolinum”


Il costituzionalista: “All’elettore dicono un’altra volta che non vale un piffero. La Consulta può intervenire”

(estr. di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – […] Professor Ainis, se davvero Meloni porterà a casa lo “Stabilicum”, saremo di fronte a un’altra legge elettorale incostituzionale?

In caso – mi perdoni l’ovvietà – lo deciderà la Consulta. Il fatto è che l’orientamento della Corte costituzionale cambia a seconda della sua composizione. Nel 2014 il presidente era Gaetano Silvestri e la sentenza numero 1 – che bocciò il Porcellum – fu molto criticata da chi sostenne che i giudici avessero invaso la discrezionalità del legislatore. Io credo invece che quella sentenza fissò dei principi molto importanti. Se la Corte di oggi dovesse avere la stessa sensibilità, è probabile che quei principi saranno fatti valere anche oggi.

Il punto più delicato è ancora il premio di maggioranza?

Sì. La Corte non ha mai stabilito che il premio sia incostituzionale in sé. Disse però che non può e non deve produrre un effetto distorsivo eccessivo sulla rappresentanza. Nel Porcellum mancava una soglia minima: potevi ottenere quel premio anche con il 21 o il 25 per cento. Era chiaramente sproporzionato.

[…] Nello “Stabilicum” invece c’è una soglia minima del 40%.

Eppure, se ho fatto bene i conti, chi supera il 40 per cento ottiene 70 deputati e 35 senatori in più; il premio incide per oltre il 17 per cento dei seggi, parliamo di un sesto della rappresentanza parlamentare.

E le liste bloccate?

Nel 2014 la Corte costituzionale censurò quelle troppo lunghe. Con questo nuovo sistema saltano i collegi uninominali. Se rimanessero le circoscrizioni attuali, le liste si allungherebbero inevitabilmente.

La Consulta però non ha fissato un numero magico o una tabellina che stabilisca i confini “leciti”, né per il premio di maggioranza, né per la lunghezza delle liste bloccate.

No, però ha stabilito un limite implicito e questa legge sembra voler ignorare ogni principio di ragionevolezza. Il fatto davvero scandaloso è che questi sistemi elettorali – per una sorta di nevrosi che abbiamo noi italiani – vengono disegnati, cuciti e scuciti ad ogni legislatura. In questi anni le pluricandidature e le liste bloccate hanno contribuito non poco all’astensionismo. Il messaggio dei partiti è chiaro: tu, elettore, non conti un piffero.

Lo “Stabilicum” prevede anche l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra coalizioni.

Rispetto al piatto che si sta cucinando, è l’ingrediente meno indigesto, anche se sarebbe una soluzione inedita per le Politiche. Ma è tutto confuso. Si sono inventati un “maggiorzionale”: un proporzionale drogato da un premio di maggioranza abnorme. Una creatura ibrida. Né proporzionale vero, né un maggioritario come quello inglese o americano, dove ci sono i collegi uninominali.

Mi affido alla sua memoria storica: è mai esistita una “etica costituzionale” della legge elettorale? Oppure il cinismo strategico a cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni è un classico della cultura politica italiana?

Nella Prima Repubblica quell’etica c’era. Dal 1948 al 1993 il proporzionale puro era accettato da tutte le forze politiche. Quando la Democrazia cristiana tentò la cosiddetta “legge truffa” ci fu una battaglia furente. E pensi che il premio sarebbe scattato solo superando il 50 per cento dei voti! Invece quell’ipotesi fu cestinata immediatamente. Esisteva un senso di condivisione delle regole.

[…] Ogni nuova legge elettorale porta con sé il giochino del nome. A questa hanno già affibbiato lo “Stabilicum”. Qualcuno ha parlato pure di “Ipocritellum”. Vuole partecipare?

Il vezzo dei latinismi è diventato stucchevole e non fa onore alla memoria di Giovanni Sartori, che lo inventò per primo e poi fu goffamente imitato. La chiamano “Stabilicum” per la stabilità, ma se la stabilità è la suprema virtù, Mussolini era un grande virtuoso. E allora chiamiamolo “Mussolinum”.


La lunga marcia del comando


La legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia.

La lunga marcia del comando

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – C’è stata la fase dell’assalto al potere, mica per governare ma per comandare. Quello Giorgia Meloni l’ha fatto (e bene) in occasione delle ultime elezioni politiche. Le è bastato approfittare dello sfilacciamento degli avversari, usurati dalla pandemia e dal governo tecnico che ha funzionato come bromuro.

Lei si è presentata come la dura e pura, l’underdog che avrebbe ribaltato tutto, sgretolando l’inutile Unione Europea, combattendo qualsiasi alfiere dei moderati e curando gli interessi della Patria. Non si è visto nulla di tutto questo ma Palazzo Chigi ormai era espugnato e così Meloni e i suoi hanno potuto comodamente fare ciò che è loro più connaturale: revanscismo in purezza.

Il brivido di comandare invece di governare ha alzato l’asticella. Dalla prima battaglia campale contro i rave party si è passati via via ai giornalisti, ai comici, ai musicisti, agli scrittori, ai sindacati, ai magistrati. Tutto ciò che è lontanamente afferrabile alla sinistra è un nemico da abbattere. Per gli amici invece c’è un posto al banchetto del comando, sia anche una disastrosa striscia nella televisione pubblica ammaccata dall’amichettismo.

Poi c’è la fase dell’assoggettamento dei poteri, funzionale all’inettitudine del governo e all’inclinazione per il comando. La riforma costituzionale della Giustizia è l’ultimo passo ma le stoccate alla Corte dei conti, al diritto internazionale e al multilateralismo sono state i prodromi impossibili da non leggere. In questo caso il finale rischia di non essere quello sperato: troppa caciara, troppo impudico entusiasmo nei sostenitori del referendum. E così il trucco si nota da lontano.

Per questo siamo nella terza fase: l’arroccamento. Un governo di revanscisti sa che per togliersi tutte le soddisfazioni ci vuole più tempo della singola legislatura. Bisogna quindi costruire una legge elettorale che consenta di continuare l’opera di desertificazione istituzionale e culturale. Per questo la legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia. E se per farlo serve una legge chiamata elettorale ma semplicemente confermativa dell’esistente allora eccola servita.


Trump? Un caso da Croce Verde


Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico. Il presidente impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire

Washington, 25 febbraio: Donald Trump durante il discorso sullo stato dell'Unione

(di Massimo Ammaniti – repubblica.it) – Non è la prima volta che si parla della salute mentale di Donald Trump. Anche nel 2017 quando fu eletto presidente per il primo mandato ci furono dubbi e interrogativi sul suo equilibrio personale. Addirittura in quell’occasione 27 psichiatri americani di università prestigiose come Yale e Harvard pubblicarono un libro dal titolo allarmante The dangerous case of Donald Trump (Il caso pericoloso di Donald Trump), curato dalla psichiatra di Yale Bandy Lee. Nel libro gli psichiatri pur riconoscendo i limiti di una diagnosi psichiatrica in absentia, ossia in assenza della persona interessata, giunsero a conclusioni inquietanti ipotizzando che Trump potesse avere una personalità pericolosa per la sua megalomania e il suo egotismo strabordante.

Nonostante questa diagnosi Trump è riuscito a raggiungere con una strategia elettorale efficace la seconda incoronazione adottando la parola d’ordine Maga-Make America Great Again a cui hanno risposto con entusiasmo maree di sostenitori ed elettori del popolo americano e ancora di più gli oligarchi delle nuove tecnologie e dell’IA.

È evidente che sia poco giustificabile supporre che Trump possa avere un disturbo psichico che potrebbe ostacolare gravemente i suoi executive order, gli ordini esecutivi con i quali si è imposto come leader mondiale. È stato in grado di applicare regole vincolanti dalla Palestina al Venezuela e ha giocato alzando e abbassando i tassi mondiali a suo piacimento, senza trovare opposizioni significative da parte dei Paesi colpiti.

Questo non vuol dire condividere in alcun modo le sue tattiche politiche, ma ammettere che hanno avuto un metodo efficace, non facile da riconoscere anche perché offuscato dalle sue stravaganze, dai comportamenti erratici e dall’ostentato disprezzo per quanti non condividono le sue decisioni.

Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico, con cui impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire. E come ha profetizzato nel recente discorso sullo stato dell’Unione, presentandosi come Creso il Re che trasformava tutto in oro, è in arrivo per gli Stati Uniti un’età aurea. D’altra parte il senso grandioso di sé è alimentato dall’enorme potere di cui dispone e dall’opportunismo e dall’acquiescenza dei suoi collaboratori e anche dei suoi stessi oppositori costretti a rincorrerlo continuamente.

Per comprendere Trump più che ricorrere ai trattati di psichiatria occorre cercare di analizzare i cambiamenti antropologici delle classi al potere verificatisi negli ultimi decenni negli Stati Uniti e anche nel nostro Paese, nei quali si sono via via affermate nuove forme di personalità nelle classi dirigenti plasmate dal contesto sociale, politico ed economico.

In Germania, ad esempio, con l’avvento del nazismo giunsero al potere persone con un carattere fortemente autoritario e violento, come è stato poi indagato dalla Scuola di Francoforte guidata da Adorno. Questo è successo anche in Italia negli anni ’70 del secolo scorso quando si è verificato un cambiamento antropologico in alcuni esponenti delle classi imprenditoriali, la cosiddetta razza padrona (come l’avevano definita Scalfari e Turani in un loro libro) che voleva saccheggiare le casse pubbliche per arricchirsi indebitamente.

È quello che sta succedendo oggi in America in cui una razza predona, favorita da un capitalismo rapace, si è impossessata del potere per accumulare capitali smisurati, divorata da un’avidità incontenibile che cancella ogni etica e ogni regola civile.

Queste figure si caratterizzano per la ricerca compulsiva di potere e di dominio sugli altri, accecate da una competizione esasperata e una forte propensione per il rischio. Un narcisismo estremo con un baricentro esistenziale rivolto esclusivamente a sé stessi per garantirsi il proprio piacere e la propria felicità con nessun interesse, addirittura un disprezzo nei confronti delle altre persone, soprattutto quelle più vulnerabili. Non è necessario rifarci al filosofo inglese Thomas Hobbes per farci preconizzare un possibile ritorno alle leggi della giungla.


Per non dimenticare la… memoria


(dagospia.com) – Il giorno dopo l’addio al Carroccio, nella prima uscita pubblica, Robertino Vannacci così ha lanciato il nuovo partito, “Futuro Nazionale”: “La mia è la vera destra”.

E squadernò le seguenti ragioni: “Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Zaia”.

“Non è possibile – ha detto ancora – fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina”.

In sintesi, “La mia destra non è né estrema né nera: è vera”. Del resto, basta passare in rassegna quanti principi ideologici, durante i suoi tre anni e mezzo a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, già gabbianella del Fronte della Gioventù, pur ben dotata di arte camaleontica, è stata costretta a rinnegare e mettere in soffitta.

Un elenco interminabile di giravolte e capriole, financo doppi salti mortali su principi  e valori fino a ieri difesi col coltello tra i denti, accompagnati da facce di bronzo in preda ad attacchi di Alzheimer (basta ascoltare le dichiarazioni dei Camerati d’Italia quando sedevano ai banchi dell’opposizione).

Un buon esempio dello stordimento di una buona parte dell’elettorato e degli iscritti di Fratelli d’Italia è rappresentato dalla loro renitenza a recarsi alle urne il 22/23 marzo per apporre la croce sul “Sì” sulla scheda del referendum sulla riforma della giustizia.

Purtroppo per la Statista dei Due Mondi, gli ex missini, passati poi in Alleanza nazionale e traghettati infine in Fratelli d’Italia hanno sempre avuto un Dna giustizialista. Li ricordiamo applaudire il cappio leghista in Parlamento ai tempi di Tangentopoli, con la foto di Paolo Borsellino sventolata come santino da Giorgia Meloni.

Erano gli ex missini, che rivendicavano la propria diversità morale da chi aveva sempre gestito il potere, e celebravano la magistratura dei Di Pietro come un angelo vendicatore per mandare all’inferno quelle élites corrotte della Prima Repubblica che avevano spedito nelle “fogne” (copy Marco Tarchi) i “topi” del post-fascismo.

Quando nel 2012 Meloni, La Russa e Crosetto fondarono Fratelli d’Italia, raccolsero l’eredità della destra sociale, rappresentata dalla corrente nel Msi capitanata da Pino Rauti, che si distingueva dalla destra di Almirante (nazione, ordine, gerarchia) perché propugnava anche una forte attenzione alla giustizia sociale e all’intervento dello Stato nell’economia.

E Meloni lo sa bene perché la sua formazione politica è sbocciata tra i Gabbiani di Colle Oppio, fondati dal rautiano Fabio Rampelli.

Certo, la vera misura dell’intelligenza politica è la capacità di adattarsi al cambiamento quando necessario, e la “salamandra della Garbatella” lo sa benissimo.

Ma la “Giorgia dei Due Mondi” deve anche sapere che c’è un limite che non va oltrepassato: quello dei principi e valori che rappresentano l’identità di un partito, di una forza politica. Quando si dimenticano (eufemismo), allora i Vannacci ne hanno ben donde a gridare: ‘’La mia è la vera destra’’.


Ogni proposta di legge elettorale che non preveda il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata


La conferma delle liste bloccate è l’aspetto più grave della legge che vuole il governo

Ogni proposta di legge elettorale che non preveda il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata

(di Roberto Celante – ilfattoquotidiano.it) – Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la maggioranza ha trovato un accordo interno, circa i contenuti di un ddl che mira a modificare la legge elettorale. Prima di valutarne gli aspetti, converrà confrontare le caratteristiche dei due principali sistemi elettorali.

Nel sistema maggioritario, prevedendo collegi uninominali, in cui si candida un solo esponente di ogni partito, vince il candidato più votato e vengono cestinati i voti per gli altri candidati, penalizzando fortemente la rappresentanza. Questo sistema, secondo i propri estimatori, favorirebbe la governabilità. La tesi è censurabile, sia perché in democrazia la governabilità non può essere un vantaggio da preferire alla rappresentanza, sia perché non è scontato che il partito che elegge più candidati ottenga automaticamente una maggioranza schiacciante dei seggi disponibili.

Il sistema proporzionale, prevedendo seggi plurinominali da assegnare ai partiti con i candidati più votati, è viceversa il sistema più rappresentativo, ma, nel caso si registrasse uno scarto minimo tra i due partiti, o le due coalizioni, principali, la neonata legislatura sarebbe caratterizzata da una forte instabilità, con il rischio dell’arruolamento determinante, a sostegno della maggioranza, degli eletti dei piccolissimi partiti, che tradirebbero i propri elettori (ancorché, secondo l’art. 67 Cost., i parlamentari rappresentino l’intera Nazione e non siano legati da alcun vincolo di mandato con gli elettori). Il secondo difetto del sistema proporzionale (che peraltro concorrerebbe ad aggravare il primo) è da individuarsi nell’eccessiva frammentazione politica che esso favorisce.

Tra le criticità dei due sistemi elettorali, il sistema proporzionale si fa comunque preferire, perché in democrazia il pluralismo è un valore irrinunciabile; i difetti di questo sistema elettorale andrebbero tuttavia mitigati con degli opportuni correttivi. L’eccessiva frammentazione potrebbe essere evitata da una soglia di sbarramento del 5%, come nel sistema tedesco. Nel caso nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, la governabilità potrebbe essere favorita da un premio di maggioranza, che attribuisca il 53% dei seggi al partito, o alla coalizione, che vinca al secondo turno: in questo modo, anche gli elettori dei partiti minori sarebbero coinvolti nella scelta del male minore, sempre nell’ottica di favorire la rappresentatività.

Inoltre, un premio di maggioranza limitato sarebbe funzionale a responsabilizzare i parlamentari, tanto di maggioranza, quanto di opposizione, per ovvi opposti motivi: il fenomeno dell’assenteismo, in tal modo, dovrebbe tendere a scomparire.

L’ultimo correttivo, teso a mitigare il rischio del “mercato delle vacche”, sarebbe la reintroduzione della possibilità per l’elettore di scegliere il candidato, attraverso il voto di preferenza: il parlamentare che “cambiasse casacca” rischierebbe molto a ripresentarsi nuovamente al successivo appuntamento elettorale, perché verosimilmente non verrebbe votato neanche dal proprio nuovo partito, i cui elettori gli preferirebbero candidati di maggiore “anzianità” di militanza nel partito e quindi di più elevata affidabilità.

Relativamente alla proposta di modifica della legge elettorale da parte della maggioranza, a mio avviso gli aspetti più critici sono: una soglia di sbarramento troppo bassa (3%), un premio di maggioranza eccessivamente elevato (60% dei seggi a chi raggiunga almeno il 40% dei voti) e infine, ma non ultimo, la conferma delle liste bloccate, ed è quest’ultimo il più grave, perché mina l’indipendenza dei parlamentari, rispetto alle direttive delle segreterie dei partiti.

Quindi, ogni proposta di legge elettorale che non prevede il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata, perché il Parlamento, da attuale luogo di nominati dai partiti, deve tornare ad essere un luogo di eletti. Altrimenti, continuerà ad essere una sorta di “ufficio ratifiche”, con il governo reale titolare anche del potere legislativo.