Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Melonellum blindato. La premier non si fida più degli alleati


Posta la questione di fiducia su tre articoli della legge elettorale. Un segnale che tenere unita la maggioranza è sempre più difficile

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Infine la blindatura è arrivata: il governo ha posto la fiducia sugli articoli 1, 2 e 3 della legge elettorale. In questo modo il voto sarà palese, neutralizzando i franchi tiratori che avevano affossato il Melonellum a luglio, votando contro l’emendamento che introduceva le preferenze per i candidati dopo i capolista bloccati. Il voto finale sul testo, fissato per l’8 ottobre, rimarrà invece libero dalla fiducia e segreto, come hanno già chiesto le opposizioni.

Si delinea così la strategia della premier Giorgia Meloni: i voti di fiducia servono a far sì che la sua legge elettorale arrivi al voto finale senza intoppi né modifiche. L’ultima chiamata ai deputati sarà quella determinante sul piano politico: gli alleati di Lega e Forza Italia (dove si sarebbero annidati i franchi tiratori di luglio) saranno messi alla prova del voto segreto. In caso di bocciatura, la conseguenza è già stata annunciata. «Il presidente Meloni ha detto che è come un voto di fiducia. Se su un voto di fiducia perdi, il governo si dimette» ha ribadito il capogruppo al Senato di FdI, Lucio Malan, a Un giorno da pecora.

A queste condizioni, tuttavia, una clamorosa bocciatura finale sembra decisamente improbabile. La prima prova generale – il voto a scrutinio segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità – è già andata liscia e le molte accortezze prese dai capigruppo dovrebbero scongiurare qualsiasi sorpresa. Nessuna assenza concessa, nessun viaggio istituzionale permesso (nemmeno per i ministri, salva espresso sì di Palazzo Chigi): a Montecitorio i banchi dovranno essere tutti pieni.

In questo momento, del resto, per entrambi i partiti minori della maggioranza andare a elezioni anticipate sarebbe un problema. Sulla Lega pende un congresso straordinario convocato da un vicepremier Matteo Salvini sempre più in difficoltà e che dovrebbe tenersi il 24 e 25 ottobre, ma la data non è ancora certa. Arrivarci con una crisi di governo aperta e con Meloni che accusa gli alleati non sarebbe certo il clima migliore per celebrarlo. Lo stesso vale per Forza Italia, con il segretario Antonio Tajani – uscito da due settimane complicate sul fronte della comunicazione – formalmente in sella ma internamente sempre più spesso messo in discussione da chi guarda al presidente della Calabria Roberto Occhiuto.

Il risultato, dunque, sarà quello di doversi piegare ai desiderata della premier. Lei è convinta che il Melonellum sia la miglior legge elettorale con cui ripresentarsi davanti agli italiani, tuttavia le opposizioni sono già tutte protese al passo successivo: superato il vaglio parlamentare, il testo finirà certamente impugnato davanti alla Corte costituzionale, con un ricorso già preparato da un nutrito gruppo di giuristi.

Riccardo Magi di +Europa, al sesto giorno di digiuno, ha protestato davanti a palazzo Chigi perchè la fiducia ha fatto sì che l’interlocutore sia diventato il governo, che con la fiducia impedirà al Parlamento di esaminare emendamenti «che avrebbero potuto sanare delle incostituzionalità evidenti di questo testo». Si è rivolto anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sollevando il problema di costituzionalità delle firme da raccogliere per le nuove forze politiche (450mila, senza utilizzo della firma digitale) che ha definito uno «sbarramento alla competizione elettorale».

Legge elettorale, l’appello degli storici e delle storiche: «Altera l’equilibrio istituzionale»

Futuro incerto

Il futuro della legislatura, tuttavia, rimane incerto. Meloni continua a ripetere che arriverà al termine –che a rigor di date significa ottobre 2027 – ormai un mantra quanto il fatto che il generale Roberto Vannacci e il suo Futuro nazionale si sia posto fuori dal centrodestra e dunque non ci sia margine per un’alleanza.

In realtà, secondo fonti di centrodestra entrambe le considerazioni sono da prendere con beneficio di inventario. Nel senso che sono certamente vere oggi, ma in questo momento la capacità di previsione cambia di settimana in settimana.

Quanto al voto a scadenza naturale, dentro FdI il ragionamento più comune è che dopo dicembre e l’approvazione della legge di Bilancio ogni data è buona. Certo, i parlamentari vedono aprile come il mese che gli salverebbe la pensione, tuttavia non è detto che le cose non precipitino anche prima. Fuor di metafora: l’imposizione del voto di fiducia sui tre articoli della legge elettorale (in particolare su quello più controverso delle preferenze e senza tutela di genere per i capilista) è il sintomo che in maggioranza i rapporti sono decisamente tesi. Con la fiducia i ranghi vengono serrati intorno a un obiettivo strategico per Meloni, ma quanti altri intoppi potranno avvenire d’ora in avanti, avvicinandosi a una finanziaria che già si annuncia meno ricca e «coraggiosa» di come Salvini ha chiesto? E, soprattutto, adesso che ogni forza politica entra in modalità elettorale e dunque dovrà tenere duro sui propri provvedimenti bandiera?

Le stesse incertezze riguardano anche la collocazione di Vannacci, che secondo la supermedia di YouTrend ora veleggia intorno al 7,7 per cento. Fino a oggi a Meloni è bastato dire che il suo votare contro la fiducia al governo lo mette automaticamente fuori dalla coalizione, ma che succederebbe se Futuro nazionale votasse le prossime tre fiducie, sostenendo il governo come ha già fatto bocciando le pregiudiziali di costituzionalità? Dentro FdI, c’è chi auspica un avvicinamento col generale, la premier invece sarebbe convinta di poter bastare a sé stessa per vincere di nuovo. Oggi è così, domani chissà. L’unica certezza è che entro la fine della settimana gli elettori sapranno con quale legge andranno – presto o tardi – a votare.


Genialate renziane: chi non vorrebbe un alleato fatto così?


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] – Schlein lo ha detto una volta per tutte: Renzi deve stare dentro il campo largo. Una grandissima notizia… per Giorgia Meloni, ovviamente. Renzi non ha voti ed è il “leader” più detestato dagli italiani (talk show e giornaloni a parte). Se anche fosse in grado di portare un 2% stitico, la sua presenza farebbe scappare almeno un terzo degli elettori di 5 Stelle e Avs, e soprattutto non farebbe tornare mezzo astenuto alle urne. Brava Elly! Nel frattempo il Mr. Bean di Rignano ha partorito l’ennesima Leopolda, ahilui sempre più mesta. Ecco i dieci apici della malinconica festa rionale renziana.

[…]

Riprenderci Itaca. Lo slogan era “Riprenderci Itaca”, che non vuol dire assolutamente nulla e per questo è perfettamente renziana. Siamo ancora alla fase adolescenziale dei “Generazione Erasmus” e “Progetto Telemaco”, supercazzole come se fosse Antani con scappellamento a destra. In ogni caso, condoglianze a Itaca: se se la riprende Renzi, ciao core.

De Luca. La Leopolda 2026 è stata così marginale che l’ospite migliore, per distacco, è stato Vincenzo De Luca, molto duro e netto (come sempre) su Israele e Palestina.

Fedez. Quando c’è da presenziare a un funerale politico, Fedez non manca mai. I suoi compagni di banco sono Santanchè, La Russa, Gasparri, Cruciani, il gruppo Angelucci e ora pure Renzi. Fedez era nato incendiario ed è diventato un mix tra Parenzo e Senaldi, però con meno preparazione. Se non altro, in un rigurgito di lucidità, ha definito il ddl Antisemitismo quello che è: “Una stronzata”.

Fiano. Renzi ha invitato anche uno dei suoi giannizzeri preferiti, ovvero Fiano. In questa fase il sempre allegro Fiano è ovunque: apri il frigo di casa e spunta fuori lui, che piange e dice che se il Pd non voterà il ddl Antisemitismo, lui se ne andrà (e sticazzi?). Lacrime su lacrime. Fiano, la soluzione è semplice: torna dal tuo Matteo, da sempre e per sempre il tuo leader preferito!

Segre. Renzi ha tenuto a dire che lui sta con Liliana Segre senza se e senza ma, e che in un mondo con sempre più Francesca Albanese lui starà sempre con la Segre. Ora, premesso che tutte queste Francesca Albanese nel mondo non si vedono (purtroppo), occorrerebbe ribadire che Segre merita per sempre rispetto e riconoscenza, ma che non per questo ha ragione a prescindere. Concetto troppo impegnativo, però, per Renzi e renziani.

Garanzie. Rispondendo a Conte, Renzi ha detto che lui non ha bisogno di fornire garanzie. Come dargli torto? L’uomo che ha politicamente tradito i Letta, i Martina, i Conte, i Calenda; l’uomo che ha celebrato Bin Salman eccetera: come fai a non fidarti di uno così?

[….]

Forza Italia, vieni a me. Renzi ha fatto persino un appello ai centristi di Forza Italia e derivati, chiedendo loro di aderire al campo largo. Grande idea! Non ci sarebbe pietra tombale migliore, in effetti.

Epica del centrismo. Il mondo va a destra, ma Renzi crede che la soluzione non sia il radicalismo civico, bensì sbrodolare verso quel mitologico centro che non ha né voti né senso. Genio!

Conquistando Milano. Renzi ha lanciato anche la volata come sindaco di Milano a Mario Calabresi: un altro cerchio che si chiude. Calabresi è sempre stato così renziano, ma così renziano, che in confronto Maria Teresa Meli e Aldo Grasso paiono ultra grillini. Se questo è il centrosinistra, aridatece Rumor.

Tajanometro. La grande trovata comica della Leopolda 2026 era il “Tajanometro”, che misurava la lunghezza delle gonne. Ci si metteva lì davanti e si facevano dei bei selfie ridanciani. Una trovata comica così irresistibile che, in confronto, il Bagaglino pare Ricky Gervais. Che festa indimenticabile! Mi raccomando, geni esimi del campo largo: rimettetevelo in casa uno così. Se non altro, avremo la certezza che Meloni durerà come minimo altri cinque anni.


Ddl Antisemitismo. Il governo Meloni renderà più facile querelare i cittadini


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il ddl Antisemitismo sta spaccando il Pd di Elly Schlein. Giorgia Meloni lo difende con il seguente argomento: “Il ddl Antisemitismo non introduce nuove pene o reati”. Il relatore alla Camera, Paolo Emilio Russo di Forza Italia, lo ha detto esplicitamente. Per capire l’intento liberticida, bisogna ricorrere alla sociologia politica che studia l’interconnessione tra la politica e la società.

In primo luogo, occorre sapere che il governo Meloni è interconnesso alle organizzazioni che difendono l’immagine d’Israele. Il 21 gennaio 2024, Eugenia Roccella è intervenuta al primo convegno di Setteottobre, nata il 5 dicembre 2023. Il 24 febbraio 2024, Ignazio La Russa ha presieduto un’iniziativa di Setteottobre in Senato. Il 7 marzo 2024, Roccella ha partecipato a un’altra iniziativa di Setteottobre, che non ha mai condannato Israele per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” a Gaza. In un articolo del 4 ottobre 2025, Setteottobre ha blandito Meloni e sferzato il Pd di Schlein. Il meccanismo per limitare la libertà di espressione degli italiani per favorire Netanyahu può essere riassunto in tre fasi sociologiche. Nella prima fase, o fase genetica, una nuova associazione nasce e inserisce la difesa della reputazione d’Israele tra le finalità del suo statuto. In tal modo, si pone nella condizione di querelare qualunque cittadino italiano denunci le politiche genocidarie dello Stato d’Israele. Queste associazioni sioniste querelano anche i cittadini italiani che scrivono su Facebook: “L’esercito israeliano è un esercito criminale”, cosa peraltro confermata dalla ricerca sociologica (si veda il mio Ucraina-Palestina. Il terrorismo di Stato nelle relazioni internazionali e Gaza-Meloni. La politica estera di uno Stato satellite). Un’affermazione del genere non è antisemita, ma l’associazione pro-Israele querela ugualmente il malcapitato per “odio etnico” e “antisemitismo”.

[…]

Nella seconda fase, o fase organizzativa, l’ambasciata israeliana a Roma, il cui ambasciatore è nominato da Netanyahu, promuove le iniziative della nuova organizzazione. L’interconnessione tra politica e società è evidente: il 19 giugno 2024, per citare un esempio, il sito ufficiale dell’Ambasciata israeliana a Roma ha promosso un’iniziativa di Setteottobre che si è distinta per la veemenza degli attacchi pubblici contro i cittadini italiani che denunciano i crimini contro l’umanità dell’esercito israeliano: l’11 luglio 2025, Setteottobre ha chiesto al governo Meloni di schierarsi contro Francesca Albanese e di operare per la sua rimozione da incarichi Onu: la medesima richiesta di Netanyahu e Ben-Gvir.

Nella terza fase, o fase della democrazia liberticida, Meloni amplia gli indicatori di antisemitismo per porre le associazioni che difendono l’immagine dello Stato israeliano nella condizione di querelare più facilmente i cittadini italiani. Da una parte, il ddl Antisemitismo non introduce pene dirette; dall’altra, pone le associazioni pro-Netanyahu nella condizione di querelare un numero sempre più grande di cittadini italiani che criticano le politiche genocidarie dello Stato israeliano. Si presti attenzione: l’oppressione dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania è capillare. Questo rende pressoché impossibile la distinzione tra “Stato d’Israele” e “governo Netanyahu”. La violenza di Netanyahu impiega gli apparati dello Stato israeliano che penetra in tutti gli ambiti della società palestinese. Il governo Netanyahu usa lo Stato israeliano per sterminare i palestinesi. Il ddl difeso da Meloni rende più facile l’applicazione di norme penali già esistenti, legge Mancino in primis. I riferimenti a Israele dovrebbero essere assenti in qualunque legge contro l’antisemitismo.


Il famoso tetto sopra la testa


(di Michele Serra – repubblica.it) – Proviamo a fare un riassunto di quelli un po’ spericolati, ma necessari. La casa è un bene primario: il tetto, il letto, il focolare, il rifugio, la tana. Nessuno, qualunque sia il suo reddito, quali siano le sue aspirazioni, può immaginarsi senza un tetto sopra la testa. La casa è come l’acqua e il pane.

Considerare la casa una merce come tante vuol dire consegnarla al mercato. Illudendosi (come fa il liberismo in purezza) che il mercato possieda una sorta di capacità virtuosa di regolarsi, calmierarsi, equilibrarsi. Con qualche vittima e molti vincitori: questo è il pensiero magico del mercatismo.

Ma non funziona così. Troppi non riescono più ad avere una casa. Costa troppo. Non se la possono permettere. La casa fa cadere i governi (Spagna) ed è un problema politico enorme in mezza Europa, soprattutto nelle grandi città, che stanno diventando un posto per soli ricchi.

Il mercato non è quello antropomorfo che si vede in piazza, con la gente che tratta, c’è chi compra e chi vende, e ci si guarda in faccia. Il mercato è fondi di investimento, concentrazioni gigantesche che non hanno faccia, non hanno nome di persona e soprattutto non hanno alcun bisogno di trattare. Bernie Sanders forse esagera, ma sostiene che l’America tutta intera è posseduta e diretta da tre grandi fondi di investimento.

Se non è troppo tardi, il potere enorme del profitto va contrastato con una forza uguale e contraria, e questa forza non può essere che la politica. Come la sanità e la scuola, una casa deve essere alla portata di tutti. Il mercato fa il suo mestiere: non garantisce un bel niente. Non è il suo mestiere, provvedere ai bisogni di chi ha di meno. È il mestiere della comunità, è il mestiere della politica.


Incontro segreto Schlein-Conte, è intesa sulle primarie di coalizione


La scorsa settimana il colloquio. Il leader 5s ha sondato la segretaria sul nome terzo, poi l’accordo: gazebo dopo la Consulta

Incontro segreto Schlein-Conte, è intesa sulle primarie di coalizione

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Si sono visti all’inizio della scorsa settimana. Loro due da soli, senza orecchie né occhi indiscreti, ma soprattutto testimoni che — in testa Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni — tifano apertamente per evitare la lotta fratricida delle primarie.

In quel faccia a faccia, caduto non per caso alla vigilia della direzione nazionale del Pd, Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno siglato un patto: prima si aspettano i ricorsi alla Corte Costituzionale contro la legge elettorale che costringe le coalizioni a indicare il nome del candidato premier nel programma. Poi, se questa novità — introdotta dalla destra proprio per mettere in difficoltà il centrosinistra — non verrà cancellata dalla Consulta, si allestiranno i gazebo per lasciare al popolo progressista la scelta del leader chiamato a sfidare Giorgia Meloni alle politiche.

Una strada, a questo punto, obbligata. Ancor prima di entrare nel merito, il presidente del M5S ha difatti chiesto dritto alla segretaria del Pd se fosse disposta al passo di lato, dichiarandosi pronto a fare lo stesso qualora avesse incontrato un’analoga disponibilità dall’altra parte. Se cioè, anche alla luce del malumore registrato dai sondaggi e delle polemiche in corso fra alleati, non fosse meglio individuare una figura terza, di garanzia, in grado non solo di mettere d’accordo l’intero campo largo, ma pure di riconciliare elettorati poco omogenei. Ovvero, rasserenare un clima che la gara interna tra capi-partito rischia viceversa di esacerbare.

Il sondaggio, tuttavia, non sarebbe andato a buon fine. La risposta di Schlein è stata netta: non se ne parla. Come ha sempre detto e ripetuto, per lei le opzioni sul tavolo sono soltanto due: o si designa il leader della forza più votata, oppure si fanno le primarie. Il federatore non esiste, comunque si chiami: Roberto Gualtieri o Gaetano Manfredi, Silvia Salis o Antonio Decaro, per lei la discussione non va proprio aperta.

Un muro. Che Conte non riesce a scalfire. E siccome per lui la prima ipotesi non è praticabile perché, l’ha spiegato più volte, non riuscirebbe a farla digerire ai suoi, per scongiurare l’implosione della coalizione non resta che misurarsi ai gazebo. Dove comunque confida di poterla spuntare anche grazie al voto online, su cui il Nazareno — a dispetto del rischio ingerenze esterne denunciato dei riformisti — non avrebbe chiuso. Anzi.

E primarie siano, dunque. Ma solo al momento opportuno. «Per ora mettiamo da parte questa parola: in poche settimane scriviamo il programma e su quello facciamo un patto di sangue», propone il presidente dem Stefano Bonaccini. Indizio di un percorso ormai tracciato, sebbene l’entourage M5S preferisca non commentare e dal Pd non arrivino né conferme né smentite.

I dem sono pronti a far notare che se pure si votasse a maggio per le politiche, la finestra già indicata per la consultazione interna al centrosinistra (tra gennaio e marzo) sarebbe compatibile con le urne anticipate. Lo dice pure Goffredo Bettini: «In mancanza di un nome terzo autorevole e rappresentativo, non ci sono che le primarie», argomenta, auspicando «un accordo “deontologico” che possa renderle un momento di partecipazione, popolare e democratica, piuttosto che un duello rusticano tra partiti». Concorda l’ex ministro Andrea Orlando: «Gli spazi per terzi nomi credo si siano consumati, il meccanismo si è messo in moto». L’unica che sembra non rassegnarsi è Avs: «Rischiano di dividere piuttosto che unire», insiste il verde Bonelli. «Noi continuiamo a sostenere che ci si confronta sulle idee, non su chi conta di più o di meno, in base ai numeri». Risposta indiretta a Schlein e al suo «uno non vale uno» scandito venerdì scorso davanti alla direzione nazionale del partito. Un dibattito che, riassumendo, sarebbe piaciuto molto a Nanni Moretti. Morto, ancora prima di cominciare.


Tutti al fronte


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Non c’è un minuto da perdere. Se è vero quel che dicono Merz e il suo capo dei servizi Jaeger, cioè che Putin sta per invadere l’Europa, tutti i Paesi Ue devono schierare subito le truppe ai confini con la Russia. Guai a lasciare soli gli ardimentosi estoni, connazionali dell’intrepida Kallas, che avvicinano a 50 km dalla frontiera il loro poderoso esercito di 4.650 uomini e zero carri armati, zero caccia, 6 lanciarazzi e 36 cannoni per “colpire in profondità” la prima potenza nucleare mondiale. La notizia che quello screanzato di Putin, venendo meno alle più elementari regole di buona educazione, non intende aspettare il 2030 quando sarà completato il riarmo Ue da 800 miliardi, né tantomeno il 2035 quando sarà ultimato il riarmo Nato al 5% del Pil ha stupito le migliori menti europee, finora convinte che il despota avrebbe cavallerescamente rispettato le nostre scadenze (“Quando siamo pronti ci facciamo vivi noi”, “Ah, ok, allora resto in attesa”). Resta da capire da cosa desumano l’invasione alle porte, visto che non hanno ancora dimostrato uno solo dei mille “attacchi ibridi russi” dell’ultimo biennio (il prossimo è il cyberattacco putiniano che truccherà le primarie del Campo Largo, ma solo se vince Conte, sennò tutto regolare). Pare che Merz ci sia rimasto male perché domenica, mentre visitava Kiev a sorpresa con la solita valigetta di soldi, i russi colpivano il ponte Nord dopo il ponte Sud sventrato sabato: forse non sospettava che lì c’è la guerra. Così le ha cantate chiare a Putin: “Basta, va fermato”. Resta da capire come: non, si spera, con le valorose truppe della Estonia, sempreché il piano non sia far morire i russi dal ridere.

[…]

Serve qualcosa di più serio, tipo gli eserciti tedesco, polacco, francese e britannico: i Volenterosi al gran completo. Sono due anni che ripetono di essere prontissimi: è ora che lo dimostrino. Fra un’elezione persa e l’altra, mandino queste benedette truppe in Ucraina e la facciano finita. Tanto Varsavia e Rutte han già assicurato che la guerra alla Russia è una pura formalità: vinciamo noi, come disse il maresciallo Severgnini. E allora basta chiacchiere: tutti a Kiev. Ma alla svelta, perché il deputato Goncharenko del partito ucraino più filo-Ue conferma l’analisi dell’ex ministro della Difesa Fedorov: “Stiamo perdendo la guerra, la strategia del governo – la ricerca dell’arma miracolosa che risolverà tutto – è assurda, dobbiamo negoziare con Mosca e fare concessioni reciproche”. Sarà mica putiniano pure lui?

Ps. C’è anche la remota eventualità che gli allarmi dei baltici, dei polacchi e dei tedeschi siano la solita barzelletta: nel qual caso, il governo italiano dovrebbe precisare una volta per tutte che non li riconosce più come alleati. Anzi, non li conosce proprio.


Perché i nostri ragazzi non protestano come gli studenti francesi


In Italia, nonostante gli stipendi dei docenti sotto la media, nessuno scende più in piazza perché ha paura del “sistema”, che potrebbe punirlo indirettamente rendendo la vita professionale difficile

Perché i nostri ragazzi non protestano come gli studenti francesi

(Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Perché gli studenti italiani non scendono in piazza? Perché come i ragazzi francesi non protestano? Qual è la differenza tra la Francia e l’Italia? Solo il fatto che Oltralpe sono abituati a manifestare mentre nel nostro Paese non si sciopera più, non si vota più, non si alza più la voce?

A vedere i dati elettorali non sembrerebbe che sia questo il “casus belli”: al di là delle Europee 2024 dove in Italia l’affluenza è stata inferiore al 50% (circa il 49,6%), segnando un netto calo rispetto al 2019 e confermando il primato dell’astensionismo, alle politiche i numeri non si distanziano più di tanto. In Francia al primo turno (10 aprile 2022) l’astensione ufficiale è stata del 26,31%; nel secondo turno è salita al 28,01% mentre in Italia nel 2022 si è attestata al 36,1%.

Penso piuttosto che nel nostro Paese la democrazia negli ultimi anni sia stata smantellata, picconata. Le fotografie dei ragazzi francesi scesi in piazza circondati dai loro professori che li proteggevano sono immagini eloquenti: in Italia, nonostante gli stipendi dei docenti siano sotto la media, nessuno scende più in piazza perché ha paura. Di chi? Delle manganellate?

No! Ha timore del “sistema”, di chi potrebbe punirlo indirettamente rendendo la vita professionale difficile. Questo Governo, nel luglio 2023, ha introdotto nel codice di comportamento disciplinare questo articolo: “Il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale”. E’ il bavaglio alla bocca. Da giornalista ho spesso a che fare con dirigenti che mi rivelano alcune cose ma aggiungono: “La prego non metta il mio nome”, oppure “Non ci sentiamo tutelati”. Presidi e docenti che sono terrorizzate dalle ispezioni ministeriali, dai provvedimenti disciplinari.

E se non scendono in piazza i padri come possono farlo i loro figli? Sono tanti gli esempi in cui i nostri studenti sono stati zittiti, puniti. Non sto parlando delle autogestioni ma di altro. Nel 2024 un ragazzo di Modena è stato sospeso solo per aver criticato la preside in un’intervista.

Negli ultimi anni, in particolare tra il 2025 e il 2026, diversi studenti italiani hanno messo in atto forme di protesta eclatanti durante l’esame di Maturità, rifiutandosi di sostenere il colloquio orale o chiedendo di abbassare il proprio voto per contestare un sistema scolastico percepito come troppo competitivo e basato solo sui numeri. Azioni rese impossibili introducendo disposizioni per sanzionare o bocciare chi sceglie di non completare il colloquio d’esame.

Risultato? La conseguenza è una sola, riassunta in cinque parole: chi me lo fa fare?


Calenda: Conte alla guida del campo largo è più pericoloso del centrodestra


(ANSA) -“Per quello di cui si sa oggi del campo largo è più pericoloso del centrodestra: quello che ha detto Conte” nel programma “vale 120 miliardi di deficit” e così “zompa il banco” e inoltre “porta l’Italia fuori dalla traiettoria della nato Europea”, “Conte alla guida del campo largo è pericolosissimo: per la collocazione internazionale, tenuta dell’Italia e dei suoi conti pubblici”. Lo ha detto il leader di Azione Carlo Calenda a ‘L’aria che tira’. “Non ha niente di progressista Conte – ha detto in un altro passaggio Calenda citando, tra l’altro, il governo gialloverde – è semplicemente un populista ‘ndo cojo cojo”.

Calenda, Meloni dovrebbe convocare opposizioni e spiegare minaccia internazionale

(ANSA) – “La mia domanda a Meloni e anche all’opposizione è può convocare i segretari dei partiti di opposizione e fargli sapere il tipo di minaccia” che c’è dal conflitto russo-ucraino e dalla situazione internazionale. “Non è possibile parlare di legge elettorale o chi guida il campo largo”, ha osservato mentre c’è questa situazione, servirebbe questa convocazione “con l’obbligo della segretezza ma sapendo che forse Conte non continua sulla propaganda pro russa se sa che c’è una minaccia”.

Lo ha detto il leader di Azione Carlo Calenda a ‘L’aria che tira’. “Noi – ha osservato Calenda – siamo un po’ sonnambuli parliamo di cose che non hanno a che fare con una situazione di tensione che la Russia sta aumentando”. Questa situazione “imporrebbe una grande responsabilità degli attori politici e capire che siamo in una situazione di estrema fragilità”. “Abbiamo chiesto a Crosetto di venire in Aula a riferire su Colleferro, sullo stato di prontezza delle difese italiane ma se la situazione è grave” e noi “non possiamo andare avanti pensando che davvero il problema è la legge elettorale o le beghe un po’ indegne del campo largo”.


La testa di Ranucci è stata chiesta e ottenuta dal governo: chi finge di non sapere, è complice


Sospeso per dieci giorni, magari mentre Report registra le prime puntate. Questa decisione, premessa del licenziamento, garantirà ai vertici Rai l’approvazione della norma bavaglio

La testa di Ranucci è stata chiesta e ottenuta dal governo: chi finge di non sapere, è complice

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Il Fatto ci ha informato che i vertici di Telemeloni hanno sospeso per dieci giorni Sigfrido Ranucci. Le motivazioni non sono note, i dieci giorni saranno decisi dai capi, magari in occasione della registrazione delle prime puntate di Report.

Guardacaso la decisione è stata comunicata alla vigilia della decisione del giudice del Lavoro in seguito alla richiesta di reintegro presentata dai legali di Ranucci. Forse sperano di poter interferire con la decisione del giudice che, tuttavia, grazie al risultato del referendum non è ancora tra i dipendenti dell’esecutivo.

A questo proposito segnaliamo che il direttore dell’approfondimento Rai, Paolo Corsini, ha voluto manifestare le sue certezze sulla prossima sentenza che, a suo giudizio, non potrà che essere sfavorevole a Sigfrido. State pure certi che questa decisione, premessa del licenziamento, garantirà ai vertici della tv pubblica l’approvazione della norma bavaglio già in discussione e che blinderà per altri quattro anni gli attuali dirigenti.

Del resto la richiesta esplicita di cacciare Ranucci ê arrivata dai vari La Russa, Salvini, decine di parlamentari della destra. Lo avevano già fatto quando avevano chiesto e ottenuto la testa di Roberto Saviano e non solo… Tutte le invettive sono precedenti alla vicenda Lavitola e tutte collegate alle inchieste sulla trattativa Stato mafia, su Falcone e Borsellino, sulla strage di Bologna, sulle famiglie La Russa e Santanché, sulla autorità per la privacy.

Per comprendere la gravita di quanto accaduto basterà ricordare che Telemeloni ha sospeso Ranucci, ma non ha mai risposto neppure alla domanda di tre consiglieri – Natale, Di Maio, di Pietro – in relazione a tutte le violazioni del codice etico accumulate in questi anni. All’interno della Rai una manina ha fatto uscire i compensi taroccati di Report, ma non ha voluto, invece, rendere noti i compensi di quei collaboratori, protagonisti di clamorosi flop, e che hanno utilizzato i canali pubblici per denigrare una trasmissione di successo della Rai.

Evidentemente la sensibilità etica si manifesta a giorni alterni, a seconda dei casi e delle opportunità politiche.

Sigfrido Ranucci può piacere o meno, non tutte le sue parole e le sue scelte debbono per forza essere condivise. Chi, tuttavia, finge di non sapere che la sua testa è stata chiesta e ottenuta dal governo, in violazione del Media freedom act, e oggi tace è oggettivamente un complice.


Sondaggi politici, Vannacci sfiora il 9%: senza Futuro Nazionale il centrodestra scende sotto il 40%


Il sondaggio Ipsos Doxa vede Futuro Nazionale sfiorare il 9%, fotografando una crescita costante. Forza Italia perde un punto e scende al 7,3% mentre la Lega ormai è al 4,7%. FdI è ancora il primo partito con il 26,4%, ma senza Vannacci il centrodestra si ferma al 39,4%, contro il 44,5% del campo largo.

(di Michelangelo Mecchia – fanpage.it) – Vannacci sfiora il 9%: Futuro Nazionale consolida il sorpasso su Forza Italia e si conferma come seconda forza politica della destra, dietro a Fratelli d’Italia che ancora raccoglie il 26,4%. Gli azzurri scendono al 7,3%, mentre la Lega scivola al 4,7%: senza il generale la coalizione guidata da Giorgia Meloni è ferma al 39,4%.

In questo scenario, delineato da Ipsos Doxa in un sondaggio per il Corriere della Sera, sarebbe il campo largo a vincere le politiche: Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra  insieme valgono il 40,3%, e con Italia Viva e +Europa arrivano al 44,5%, dunque oltre la soglia prevista dallo Stabilicum – la legge elettorale oggi in discussione alla Camera – per far scattare il premio di maggioranza.

Vannacci sale all’8,8%, Forza Italia e Lega perdono terreno
Il movimento più significativo lo registra Futuro Nazionale: +1,7% rispetto all’ultima rilevazione dell’istituto. Con l’8,8% Vannacci supera nettamente Forza Italia (7,3%) e allunga ancora di più sulla Lega (4,7%). Entrambi i partiti hanno perso consensi: un punto percentuale gli azzurri, 0,4 il Carroccio. Fratelli d’Italia resta stabilmente 26,4%, perché è sceso solo di un decimale, ma il centrodestra nel suo complesso è calato di 1,4%. I dati non consentono di stabilire da quali partiti arrivino i singoli elettori di Vannacci, perché l’indagine non ricostruisce i flussi di voto, ma il saldo è compatibile con un forte riassestamento all’interno dell’area di destra più che con una sua contrazione complessiva.

La rilevazione precede di pochi giorni il primo vero test elettorale di Futuro Nazionale. Alle suppletive di Reggio Calabria del 27 e 28 settembre il candidato vannacciano Domenico Giannetta ha ottenuto il 10,94%, mentre il candidato del centrodestra Fabio Roscioli ha vinto con il 51,02%. Dopo il voto Vannacci ha sostenuto che il suo partito ormai è “indispensabile” al centrodestra per vincere. Però il generale continua a preparare la corsa solitaria: il 2 ottobre ha annunciato che sta preparando  “i dieci provvedimenti” che approverebbe nei primi cento di giorni di governo. Inoltre, ha ribadito che se il centrodestra continuerà a considerare Fn incompatibile con la coalizione, il suo partito può benissimo “andare avanti da solo”.

Il campo largo è avanti al centrodestra e può vincere il premio di maggioranza 
Il Partito democratico scende di sei decimi e viene stimato al 19,5%, mentre il Movimento 5 Stelle resta stabile al 14,5%. Il distacco tra i due principali partiti dell’opposizione in questa rilevazione Ipsos è di cinque punti. Alleanza Verdi e Sinistra non si muove ed è al 6,3%. Complessivamente le tre forze arrivano al 40,3%, quasi un punto sopra il centrodestra senza Vannacci.

I numeri arrivano mentre il confronto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sulla guida della coalizione si è nuovamente irrigidito. Alla direzione del Pd del 2 ottobre Schlein ha rivendicato il ruolo dei democratici come prima forza dell’opposizione. Nella definizione di un programma comune si dovrà tenere conti dei rapporti di forza all’interno della coalizione, perché non è vero che “uno vale uno”. Conte ha replicato rilanciando le primarie come metodo per decidere il candidato premier. Anche Angelo Bonelli ha criticato il discorso della segretaria dem, sostenendo che nel confronto politico non possa prevalere semplicemente “la forza dei numeri”.

Il centrosinistra è avanti ma non riuscirebbe a raggiungere il 42%, la soglia prevista dallo Stabilicum per vincere il premio di maggioranza, che consiste in 70 deputati e 35 senatori; il blocco progressista deve allargarsi a Italia Viva e +Europa, che valgono entrambe il 2,1%. Secondo il sondaggio però nelle ultime settimane si sono mosse in direzioni opposte, dato che Renzi ha perso due decimi mentre il partito fondato da Emma Bonino ne ha guadagnati sette (l’aumento più consistente dopo quello di Vannacci). Con anche le forze liberali a bordo il campo largo staccherebbe il centrodestra tradizionale di oltre cinque punti e vincerebbe il premio di governabilità.

Azione invece resta al di fuori dei due blocchi ed è stimata al 3%, un decimo in meno rispetto a luglio. Carlo Calenda ha ribadito nei giorni scorsi di voler ricostruire uno spazio autonomo di centro e si è detto convinto che Vannacci, alla fine, non entrerà nella coalizione guidata da Meloni.

Cosa succederebbe con la nuova legge elettorale
L’indagine simula le elezioni applicando lo Stabilicum: converte le percentuali in seggi (che in concreto è ciò che fa una legge elettorale). Se Vannacci corresse da solo il campo largo otterrebbe 219 seggi alla Camera, contro i 130 del centrodestra e i 30 di Futuro Nazionale. Al Senato il rapporto sarebbe 109 seggi per il campo largo, 64 per il centrodestra e 15 per Fn.

Invece con Vannacci alleato di Meloni, Tajani e Salvini il risultato si ribalterebbe: 222 deputati al centrodestra contro 154 al campo largo, mentre al Senato il rapporto diventerebbe 110 a 76.

Infine, rimane molto consistente l’area del non voto. Astensionisti, indecisi, schede bianche e nulle vengono stimati complessivamente al 40,5%, anche se la quota scende di 2,1 punti rispetto alla precedente rilevazione Ipsos.


Mance e altri doni, ma il governo ha paura dei conti


Parte la campagna elettorale e, tra bonus e bolli e tante promesse, partono le spese pazze, ma la situazione geopolitica impone prudenza, così l’esecutivo si prepara alla legge di Bilancio togliendo 8 miliardi alla Difesa

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Questo è un articolo capovolto. Un po’ come le cronache politiche. L’inizio è la fine: che titolo poggiamo su questo testo? S’era pensato a un classico «destra e mancia» per descrivere le ultime strategie del governo Meloni; «destra», perché si insegue col fiatone di quattro anni di legislatura il leprotto generale Roberto Vannacci, sempre più tornito dai sondaggi istantanei; «mancia», perché con una mano si allunga sornioni una paghetta ai cittadini/elettori e con l’altra si sovraccarica la spesa pubblica che ricade sui medesimi già sballottati da picchi di inflazione e di pressione fiscale (42,9 per cento nel 2025).

Per non abbattervi a colpi di noia così da non arrivare svegli alla fine dopo aver affrontato vigili l’inizio, s’è pensato a una rivisitazione con «I cavalieri della Mancia» per raccontare – con una dose contenuta di ironia –  le peripezie di Giorgia Meloni e dei suoi fedeli scudieri Antonio Tajani e Matteo Salvini; «cavalieri» con uniformi miste, perché si preparano ad assaltare le elezioni armati di pensioni anticipate, di tasse piatte, di proclami tondi e di soppressioni a caso: «Confida nel tempo, Sancho, che spesso offre soluzioni dolci a difficoltà molto amare».

Se capiamo il metodo intuiamo ciò che ci aspetta da qui al giorno del voto. (E lo sappiamo che da un pezzo avete già controllato il libretto di circolazione). Un paio di settimane fa – era mercoledì 16 settembre – le solite fonti ben informate hanno fatto trapelare alle agenzie di stampa che il Consiglio dei ministri già riunito stava per adottare un provvedimento per sospendere il bollo per auto e moto. Il tempo di apparecchiare la conferenza stampa – ricordate don Chisciotte? – e la presidente Meloni ha offerto una soluzione dolce (paghi di meno per una proprietà) a una difficoltà amara (paghi di più la benzina per la stessa proprietà): «Altri parlano di patrimoniale, noi le togliamo», voilà, ha detto la maga di Palazzo Chigi.

Meloni ha battuto sul tempo il fedele scudiero Salvini che per etichetta, è pur sempre il ministro dei Trasporti, un merito e due parole se le voleva prendere. Nient’affatto, la competizione è forte fra i cavalieri e Salvini forte non lo è più.

Sbrigato l’annuncio mediatico che ha provocato la solita carrellata di reazioni, la pratica è stata scaricata al ministero del Tesoro che, con la Ragioneria dello Stato e il ministro Giancarlo Giorgetti, fa da argine alle idee più bislacche scaraventate sui giornali da cavalieri e scudieri e persino da «spingitori di spingitori di cavalieri», per citare Corrado Guzzanti.

Per la sospensione annuale del bollo – che riguarda auto di media e piccola cilindrata e moto di ogni tipo per circa 2,36 miliardi di euro – il Tesoro potrebbe utilizzare 1,4 miliardi di risparmi sui prestiti europei per il Pnrr. Per rendere strutturale la misura, e cioè 2,36 miliardi a salire, pure a Giorgetti è chiesta una magia non banale. Come, lo scopriremo in legge di Bilancio.

La sintesi la fa il professor Giuseppe Pisauro, già rettore della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze e già presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio: «Il bollo è un buon esempio del modo in cui si sta costruendo la prossima legge di Bilancio. È un’imposta certamente impopolare, non priva di una sua logica: colpisce il possesso dell’auto e varia con la potenza del veicolo. È difficile invece trovare una particolare giustificazione economica per abolirla fino alla soglia degli 80 kw. La giustificazione sembra soprattutto politica: eliminare una tassa molto visibile per una platea molto ampia di contribuenti. Il costo è nell’ordine di un paio di miliardi e il tema diventa come finanziarlo. Normalmente la politica di bilancio dovrebbe funzionare al contrario: si stabiliscono le priorità, si verifica quali risorse sono disponibili e si scelgono le misure».

Il bollo di Meloni non ha soddisfatto Salvini. Il giorno dopo il ministro ha rilanciato: datemi otto miliardi, subito, per non fermare i cantieri. Nessuno gli ha risposto. Allora i leghisti, rimasti a corto di comunicati, hanno schierato un gruppetto di senatori pronti a conquistare un lembo di consenso con la riforma Rai. E ci sono riusciti. I leghisti hanno presentato in Commissione un emendamento identico ai relatori forzisti e, dopo la scontata approvazione, hanno celebrato l’eterna promessa che però tale resta: «L’abolizione del canone è più vicina!». Come ha ben spiegato Pagella Politica, la proposta leghista prevede la possibilità di ridurre il canone a patto che lo Stato elargisca risorse equivalenti – togli un euro, metti un euro – per il servizio pubblico. Il precedente è assai fresco, e soprattutto esemplare: due anni fa il canone fu sforbiciato da 90 a 70 euro nel mentre si licenziava un fondo di 430 milioni a Rai.

Non sappiamo di preciso il rango di Francesco Lollobrigida, ma il ministro dell’Agricoltura è anch’egli un assiduo frequentatore delle Mancia. Fra il bollo di Meloni e i cantieri di Salvini, Lollobrigida si è inserito con la “carta dedicata a te”. Si tratta di un contributo diretto di 500 euro, introdotto tre anni fa, per acquistare alimenti con una tessera emessa da Poste Italiane in collaborazione con Inps che individua i beneficiari: famiglie residenti in Italia con Isee non superiore a 15.000 euro, coppia con almeno un minore a carico, non percettori di altri sussidi statali. La carta è finanziata stabilmente da tre anni con circa 500 milioni di euro e, anche se raggiunge soltanto 1,17 milioni di famiglie su 2,9 milioni con Isee basso, porta sollievo e con esso del cibo, e non va criticata con inutili pregiudizi politici. Per non andare troppo oltre negli archivi, è sufficiente menzionare i governi Conte II e Draghi che affidarono i bonus spesa ai Comuni per contrastare l’aumento dei prezzi. Concessa la buona fede, non si può non notare che Lollobrigida ha trasformato la carta da annuale a biennale con una strana ricaduta in calendario: 500 euro accreditati a novembre, 500 euro ad aprile quando – che coincidenza! – probabilmente il voto sarà nei paraggi.

Al Tesoro si preparano a resistere ai cavalieri della Mancia che puntano la legge di Bilancio con le spade sguainate, e un menù già ricco nel fodero: pensioni anticipate a 64 anni; 13esime detassate a Natale; taglietti per le imposte della classe media. Il professor Pisauro ne ha viste molte, e non si sorprende: «Ogni governo vuole poter mostrare la tassa che ha abolito, l’aliquota che ha ridotto, la categoria alla quale ha concesso un beneficio. Preso isolatamente, ciascun intervento può avere le sue giustificazioni. Ma il sistema fiscale va guardato nel suo complesso. Se il gettito necessario a finanziare la spesa pubblica rimane grosso modo lo stesso, ciò che viene tolto da una parte deve prima o poi riapparire da qualche altra: sotto forma di altre imposte, minori agevolazioni, maggiore deficit o minore spesa. A forza di interventi selettivi si perde qualsiasi disegno complessivo dell’Irpef, che diventa una somma di aliquote, detrazioni, bonus e trattamenti differenziati per categorie».

Affrontati bonus al ritmo di uno a bimestre, il Mef non si spaventa del menù né per il bollo di Meloni o i cantieri di Salvini o la carta di Lollobrigida. Il presupposto è unico: conti in ordine.

Ad agosto il governo ha ottenuto dall’Unione Europea il nullaosta per lo scostamento di bilancio dell’1,5 per cento di Prodotto interno lordo, ovvero circa 36 miliardi di euro da stanziare nel triennio per sicurezza energetica (14,4) e investimenti per la Difesa (22). Non sono né prestiti né donazioni: altro debito pubblico, semplice, in purezza. E con l’Italia, per uno zero virgola di Pil, rimasta sotto procedura di infrazione europea per troppo deficit.

Con i tassi di interesse che crescono e la campagna elettorale che incede, il Tesoro deve riflettere come, e se, usare questi 36 miliardi di euro. Per la sicurezza energetica si cercherà di sfruttare lo spazio a disposizione, per la Difesa chissà. Sborsare decine di miliardi in armi porta voti? Gli impegni con la Nato sono chiari, più volte confermati e la Difesa attende trepidante questi 22 miliardi; però nulla di valido ieri sarà valido domani se non si esprimono cavalieri e scudieri uniti. E infatti, dopo una plenaria, al momento cavalieri e scudieri uniti hanno tranciato i 22 miliardi per la Difesa (-8) così da pareggiare i 14 miliardi per l’energia. 

Decidere presto cosa fare aiuta a farlo meglio. Chiosa il professor Pisauro: «La questione non è se ci si possa permettere il bollo, un nuovo taglio dell’Irpef o una singola misura per una determinata categoria. È se esista una gerarchia delle priorità. Se ogni nuova proposta politicamente attraente viene aggiunta a quelle già annunciate e solo dopo si cerca il modo di finanziarla, il rischio è che la legge di Bilancio torni a essere il luogo nel quale si tenta di far quadrare, a posteriori, una somma di promesse, non sempre giustificate». A volte il vento quelle promesse le porta via. E lì nella Mancia di vento ce n’è parecchio. Purtroppo i mulini siamo noi.


M5S Campania: “DEFR, rafforzate le priorità su sanità, lavoro, sociale e aree interne”


“Con l’approvazione del DEFR 2027-2029 la Campania fissa le priorità dei prossimi anni. Come Movimento 5 Stelle abbiamo lavorato perché dentro questa programmazione trovassero maggiore spazio i temi che consideriamo decisivi: sanità pubblica, contrasto alla povertà, lavoro, aree interne, ambiente e sostegno alle fasce più fragili”, dichiarano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Gennaro Saiello, Raffaele Aveta, Salvatore Flocco, Luca Trapanese ed Elena Vignati.

“Abbiamo rafforzato l’attenzione sul contrasto alle liste d’attesa e sull’assistenza territoriale, sul sostegno al reddito e ai caregiver, sul lavoro stabile e sicuro e sul contrasto al caporalato, sulla tutela dell’ambiente e dell’agricoltura. E ancora: giovani, diritto all’abitare, sicurezza del territorio, risorsa idrica e contrasto allo spopolamento”.

Priorità richiamate anche in Aula dal capogruppo Gennaro Saiello nel corso del suo intervento sul Documento di economia e finanza regionale.

“Adesso viene la parte più importante: trasformare questi indirizzi negli atti e nelle politiche della Regione e verificarne concretamente i risultati. Le risorse pubbliche devono tradursi in servizi migliori, più opportunità e risposte concrete per cittadini e territori. È su questo che continueremo a lavorare, perché la programmazione abbia effetti reali sulla vita delle persone”, concludono.


Benevento, grande successo per Ponti Sonori in Polonia: oltre 500 persone a Trzebnica per lo Stabat Mater di Pergolesi


È stato un successo straordinario il concerto che domenica 4 ottobre ha portato per la prima volta in Polonia “Ponti Sonori – Global Musical Journeys”, il progetto internazionale dell’Accademia di Santa Sofia. Oltre 500 persone hanno gremito la Basilica di Santa Edvige a Trzebnica, in una serata che ha entusiasmato il pubblico dal primo all’ultimo minuto. Il concerto si è aperto con il Divertimento in Re maggiore K. 136 di Mozart, eseguito dall’Orchestra Accademia di Santa Sofia, che ha creato fin dalle prime note un clima di grande attenzione. Nella seconda parte, il soprano polacco Dominika Zamara e il mezzosoprano italiano Marcella Parziale, direttrice artistica dell’Accademia, sono state protagoniste dello Stabat Mater di Pergolesi. Con un’interpretazione intensa, le due soliste hanno conquistato la basilica: gli applausi a scena aperta si sono ripetuti più volte e, al termine, il pubblico ha chiesto a gran voce un bis. Particolarmente apprezzata la performance di Marcella Parziale, la cui voce e presenza scenica hanno ricevuto il caloroso riconoscimento del pubblico e l’attenzione della televisione e della stampa polacca, che hanno dedicato ampio spazio all’evento. La tappa di Trzebnica rappresenta un nuovo e significativo passo di “Ponti Sonori – Global Musical Journeys”, progetto nato per creare, attraverso la musica, occasioni di incontro e collaborazione tra artisti e realtà culturali di Paesi diversi. Il viaggio prosegue così il suo percorso internazionale, rafforzando la rete di relazioni artistiche e culturali che ne è il cuore.


Casagiove, il 9 ottobre l’inaugurazione della Sala Teatro Peppino De Filippo


Al Quartiere Militare Borbonico una serata dedicata al grande artista con Lucio Allocca, Domenico Pinelli e ospiti del mondo del teatro e della cultura

CASAGIOVE – Venerdì 9 ottobre 2026, alle ore 19:30, presso il Quartiere Militare Borbonico di Casagiove, sarà inaugurata ufficialmente la Sala Teatro Peppino De Filippo, spazio culturale gestito dall’Associazione Artistica 30Allora APS.

Dopo oltre un anno di lavoro, cura e interventi che hanno consentito di completare la sala in ogni suo aspetto, compresi gli spazi destinati ai camerini, il teatro è oggi pronto per essere presentato ufficialmente alla città.

La scelta di intitolare la sala a Peppino De Filippo nasce da un legame particolare con il luogo: proprio nel Quartiere Militare Borbonico l’artista svolse il proprio servizio militare. Un filo della memoria che l’associazione ha voluto recuperare, trasformandolo nel nome di uno spazio destinato al teatro, alla formazione, agli incontri e alla cultura.

Alla serata interverrà Lucio Allocca, attore che ha avuto modo di lavorare con Peppino De Filippo e che porterà una preziosa testimonianza legata alla sua figura artistica e umana. Sarà presente inoltre Domenico Pinelli, che ha interpretato Peppino De Filippo nel film I De Filippo, diretto da Sergio Rubini.

Alla cerimonia sono stati invitati rappresentanti delle istituzioni e numerosi esponenti del mondo del teatro, della cultura e dell’informazione, insieme ad artisti e operatori del settore che contribuiranno a impreziosire un appuntamento pensato in una dimensione semplice e conviviale.

L’inaugurazione rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato con l’affidamento degli spazi all’Associazione Artistica 30Allora APS, avvenuto attraverso una manifestazione d’interesse del Comune di Casagiove, al quale l’associazione rivolge il proprio ringraziamento per aver reso possibile la crescita di questa nuova realtà culturale.

«Questa sala è la casa della nostra associazione e appartiene idealmente a tutti coloro che hanno contribuito a farla nascere e a farla vivere – sottolinea il presidente di 30Allora APS, Vincenzo Russo –. Ognuno ha lasciato qualcosa: lavoro, tempo, idee, presenza. Ora possiamo finalmente presentarla nella sua forma completa, con la speranza che negli anni possa riempirsi di spettacoli, artisti, giovani, pubblico e soprattutto di nuove storie da raccontare».

La serata sarà anche un’occasione per ricordare Peppino De Filippo e raccontare il legame tra la sua storia e il Quartiere Militare Borbonico, aprendo simbolicamente una nuova pagina per uno spazio che vuole diventare un punto di riferimento per le attività teatrali e culturali del territorio.

INAUGURAZIONE SALA TEATRO PEPPINO DE FILIPPO

Venerdì 9 ottobre 2026 – ore 19:30

Quartiere Militare Borbonico – Casagiove

Ingresso su prenotazione, fino ad esaurimento posti

WhatsApp: 351 327 7689

Ufficio comunicazione / contatti

Associazione Artistica 30Allora APS

Presidente: Vincenzo Russo