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La rivoluzione di Trump? Il suo interesse personale


La presidenza Trump è una sorta di “ri-feudalizzazione” della politica: il potere dello Stato viene usato come estensione degli interessi personali del leader. La questione non è dunque se l’ipocrisia americana sia finita, ma come sia cambiata

(Chiara Cordelli* – editorialedomani.it) – La presidenza di Donald Trump è spesso vista come la prova che in politica non vi sia spazio per la morale: la politica sarebbe sempre e solo realpolitik – azione volta al perseguimento di interessi materiali e fini strategici – mentre i principi morali servirebbero da semplice copertura.

In questa prospettiva, l’America avrebbe da sempre agito per interessi economici e imperiali, cercando poi di legittimare le proprie azioni facendo appello ai principi liberal-democratici; la differenza starebbe nel fatto che Trump rende espliciti gli interessi sottostanti, rinunciando all’ipocrisia del passato. Trump non rappresenterebbe dunque una rottura, ma solo una versione più sincera di un crudo realismo politico.

Questa lettura non convince. Non perché l’America abbia mai agito in modo altruistico, ma perché Trump ha introdotto una novità importante: la personalizzazione del potere politico. Nel periodo egemonico postbellico e fino all’era pre Trump, la politica americana era segnata da una tensione tra interesse nazionale e principi liberal-democratici.

Con Trump la tensione è tra interesse nazionale e interesse personale. Le sue scelte politiche sembrano infatti spesso favorire soggetti legati al presidente, anche a costo di indebolire considerazioni di interesse nazionale. Si pensi alla sua decisione di esportare negli Emirati Arabi i chip per l’intelligenza artificiale.

Tale scelta, volta a beneficiare gli investitori sauditi del World Liberty Financial, la società di criptovalute cofondata dai figli di Trump, ha richiesto la revoca di restrizioni motivate da ragioni di sicurezza nazionale.

O si pensi alla cattura di Maduro in Venezuela, che rischia di destabilizzare la posizione geopolitica dell’America ma allo stesso tempo beneficia società petrolifere aventi legami stretti con Trump, inclusa quella del suo compagno di golf Harry Sargeant III, consultato dal presidente sui piani economici per il Venezuela. Il progetto di ricostruzione di Gaza, le relazioni favorevoli con i paesi arabi e quelle amichevoli con Putin sono anch’essi rappresentativi della tensione fra interesse nazionale e vantaggio personale.

Si assiste così a una “rifeudalizzazione” della politica: il potere dello Stato viene usato come estensione degli interessi personali del leader. La questione non è dunque se l’ipocrisia americana sia finita, ma come sia cambiata. Sotto Trump, l’interesse nazionale funziona spesso come norma di copertura per azioni orientate all’utilità personale, svolgendo un ruolo simile a quello che l’esportazione della democrazia e dei diritti umani aveva nell’era liberale. L’ipocrisia resta. La realpolitik fondata su interessi strategici ma pur sempre nazionali viene pero’ sostituita da una politica privatistica.

Dobbiamo allora chiederci: cosa ha reso possibile questa trasformazione? Perché Clinton, Bush e Obama non usavano il potere dello Stato in modo apertamente personalistico? Una spiegazione istituzionale, basata sull’erosione dei vincoli imposti dallo Stato di diritto, è insufficiente poiché tale erosione è in larga parte essa stessa il risultato di politiche personalistiche, come la rimozione di funzionari ostili, la delegittimazione delle elezioni, l’attacco vendicativo ai media e alle università. Non è affatto detto che Clinton, Bush o Obama non avrebbero potuto intraprendere le stesse azioni se lo avessero voluto.

Nemmeno una spiegazione ideologica è pienamente convincente. Il populismo di destra legittima l’azione personalistica del leader, ma basta pensare a Berlusconi per capire che l’uso personalistico del potere non ha bisogno di un’ideologia populista già consolidata. Al contrario, è il populismo che spesso nasce dall’uso personalistico del potere. Inoltre, la popolarità di Trump è molto bassa. Non può essere quindi essa a consentirgli di fare ciò che Obama o Bush non facevano, almeno non in maniera sistematica.

Per spiegare l’uso personalistico del potere occorre quindi un’altra spiegazione. I presidenti pre Trump non erano privi di interessi né di ipocrisia, ma condividevano una concezione liberale del dovere pubblico che li portava ad autoimporsi dei limiti nell’uso del potere. Trump dimostra così non che la politica, in quanto realpolitik, sia priva di morale, ma l’opposto: la realpolitik, intesa come perseguimento strategico dell’interesse nazionale, non personale, presuppone l’integrità etico-morale del leader. Senza morale non c’è realismo politico, ma solo feudalesimo.


Chiara Cordelli insegna all’Università di Chicago e a Sciences Po di Parigi


Gli italiani sono un popolo strano


(Giancarlo Selmi) – Gli italiani sono un popolo strano. Piangono per la mamma, per i figli (so’ piezz ‘e core) e per i nipoti. Ma poi votano e tifano per quelli che il presente della mamma e il futuro di figli e nipoti lo stanno gettando alle ortiche. Però loro insultano sulla rete per difendere un coso che nessuno conosceva, fino a quando non è stato invitato a Sanremo da un altro coso, che definire un paraculo diversamente abbronzato è un complimento. E cerco di rispettare i gusti di quelli ai quali questo uomo totalmente insignificante piace.

L’oblio. Dimenticano che i loro figli, i loro nipoti e i loro pronipoti hanno il futuro ipotecato dall’acquisto di armi. Volontà della tipa per cui tifano. Una sorta di mutuo trentennale (e forse più), a tassi finanziari e di sofferenza altissimi, che impedirà la spesa per la crescita, per creare occasioni per i giovani, per la salute, per l’istruzione, per il welfare, per la costruzione di alloggi. E impedirà la cosa più importante, a chiunque governi: di immaginare un paese inclusivo e giusto.

Semplice: come può fare qualcosa di differente dai richiami delle lobby un governo che ha come collante gli affari? Come può l’attuale governo non accogliere le esigenze dei costruttori di armi, ormai tutti partecipati dai grandi potentati finanziari del mondo? Riempirà le loro tasche utilizzando i soldi che appartengono al popolo italiano e che dovrebbero essere utilizzati per il miglioramento della qualità di vita di quest’ultimo. E poi, come faranno a non ubbidire ai diktat del loro padrone Trump. “Azzerare il nostro surplus nella bilancia dei pagamenti con gli USA acquistando GNL e armi”. Sono parole di Tajani.

Ed è tutto nero su bianco. Ma è tutto già in itinere. La sanità pubblica sempre peggio. Le mamme prenotano una mammografia per il 2027. I figli, nipoti e pronipoti, sanità pubblica non ne avranno affatto. La scuola non forma. I ragazzi italiani conoscono 600 parole, ma il ministro, invece di potenziare lo studio della letteratura, pensa di mettere tablet e PC nella scuola primaria. Senza una formazione di livello, i nostri figli, nipoti e pronipoti soffriranno. I figli dei ricchi no. D’altra parte, scopro l’acqua calda dicendo che questo sia il governo più classista della storia.

Il declino di questo Paese è nei fatti ed è soprattutto dovuto al livello non eccelso, anzi basso basso, della classe politica al governo. A loro, del resto, il bene comune interessa poco. È un comitato di affari, quindi gli affari interessano più di ogni altra cosa. Insieme al potere e alla occupazione di tutto ciò ch’è occupabile. Meloni non intende dare risposte a tutto ciò, non intende spiegare il perché da quando c’è lei al governo, la produzione industriale sia andata giù tutti i mesi, esclusi due. Non intende dire cosa voglia fare per migliorare una situazione fallimentare.

E allora spinge sui temi ideologici, incita l’odio, attacca la magistratura, limita gli spazi di discussione, difende uno pseudo comico e ne fa una causa di guerra, litiga su temi identitari. Della vita degli italiani non parla. Perché non saprebbe cosa dire su un tema che non le interessa e che non le procura benefici. Né elettorali né di altra natura. Sono finiti i tempi nei quali un PDC, Giuseppe Conte, piangeva per la tragedia che stava vivendo il suo Paese. E poi andava in Europa sbattendo i pugni sul tavolo e tornava con 209 miliardi. Un PDC che si presentava ai giornalisti tutti i giorni.

E senza fare faccine rispondeva alle loro domande. Anche a quelle più irritanti, con compostezza e rispetto. Cercava di fare ciò che serviva al Paese e di farlo ripartire dopo la più grande tragedia della storia. Pensare che i soldi del PNRR siano stati dilapidati e spesi malissimo, dà amarezza e tristezza. Pensare che un sindaco di FdI abbia ricevuto 300.000 euro per la sistemazione di un sentiero per il fitness nel bosco, fa pensare a quanto siano imbecilli gli abitanti di questo declinante Paese. Che, come sempre succede, piangeranno quando non saranno rimasti loro neppure gli occhi per piangere.

Perché la gioggia che tanto amano, i loro occhi li avrà impegnati per l’acquisto di un carro armato dal suo amico Trump. E lo farà dopo aver difeso Pucci con la rumorosa e insultante claque degli stessi ai quali avrà tolto gli occhi, per non farli pensare alla perdita degli occhi. Domani dirà che si deve alla sinistra la sconfitta di Caporetto e che il suo governo ne sta pagando le conseguenze. La claque depensante applaudirà e si vedrà togliere pure le mutande. Forza gioggia, forza vaselina.


Giletti vs Ranucci


Massimo Giletti mostra le chat tra Ranucci e Boccia sulla presunta “lobby gay”. Il conduttore di Report: “Falso. Lui e Cerno sono amici e al servizio dell’ex 007 Mancini”. Il giornalista allo “Stato delle cose” mostra le conversazioni e parla di “delusione umana profonda”. La replica della firma del programma d’inchiesta: “Gli ho fatto un’accusa ben più grave ma finge di non capire”

Massimo Giletti mostra le chat tra Ranucci e Boccia sulla presunta “lobby gay”. Il conduttore di Report: “Falso. Lui e Cerno sono amici e al servizio dell’ex 007 Mancini”

(ilfattoquotidiano.it) – Maria Rosaria Boccia è al centro di una polemica a distanza tra Massimo Giletti e Sigfrido Ranucci. L’imprenditrice campana, che dovrà affrontare un processo per stalking e lesioni nei confronti dell’ex ministro Sangiuliano, aveva avuto una conversazione privata con il conduttore di “Report il 17 settembre 2024. Le chat su una presunta “lobby gay di destra” erano stato pubblicate da “Il Giornale“, quotidiano diretto da Tommaso Cerno.

Ranucci aveva replicato spiegando le chat erano state riportate “in maniera parziale, se non manipolate”. “E’ stato dalla chat il nome di un personaggio legato ai servizi segreti, Marco Mancini, amico di Cerno e della Cavallaro (la giornalista che firmava l’articolo, ndr), che ha rapporti parentali con uomini dei servizi e che avrebbe spiegato il mio riferimento a Giletti, che nulla a che fare con frasi omofobe che mi sono state attribuite”, aveva sottolineato sui social.

Nella puntata de “Lo Stato delle Cose“, in onda lunedì 9 febbraio su Rai3, Giletti ha mostrato le discusse chat: “Vi dirò la mia verità, anzi quella delle carte e dei documenti, sulla questione delle chat tra Maria Rosaria Boccia e Sigfrido Ranucci, in cui si parlava di me. In queste chat si diceva che io appartenessi a una lobby e che fossi omosessuale”, ha spiegato il conduttore in apertura, precisando anche di aver ricevuto un messaggio da Ranucci pronto a smentire la ricostruzione de “Il Giornale”.

I messaggi del 17 settembre 2024 tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia mostrati da Giletti.

Ranucci scrive a Boccia:

“Ho visto Cerno all’Aria che tira”

“Quello è un altro del giro”

“Amico di Marco Mancini (un uomo importante dei servizi segreti, precisa Giletti), giro gay”;

“Pericolosissimo”.

Maria Rosaria Boccia risponde a Ranucci:

“Come Signorini”.

Ranucci a Boccia:

“Sì”.

Boccia a Ranucci:

“E il signor B”.

Ranucci a Boccia conclude:

“E Giletti”.

“Quindi il giro gay è Mancini, Signorini, Giletti e il Signor B. Forse anche il direttore Tommaso Cerno”, ha commentato Giletti per poi rivolgersi a Ranucci: “Sono un po’ perplesso, siamo giornalisti della stessa azienda, finire a parlare di questa roba è veramente triste. Proprio perché so chi sei e so la tua storia, non riconosco questa libertà di informazione in quello che hai scritto. La libertà di informazione, non è un venticello, non è una battuta, ma è qualcosa di molto più serio. Non è gossip, ma è coraggio. Andare contro chi non vuole la trasparenza. Andare contro i palazzi anche se te la fanno pagare”.

“La libertà di informazione – ha continuato Giletti – è batterti per chi non ce l’ha e che la pensa lontano mille miglia da te. E lo sai, sei il primo, te l’ho sempre riconosciuto. Faccio fatica a non essere deluso da quello che leggo. Faccio fatica a pensare che mi hai inviato un messaggio dicendo che non era vero nulla. In quei messaggi non vedo la sostanza di un combattente. Dividersi in un momento così difficile del giornalismo per me è una delusione umana profonda. Non me ne frega niente del gay, dell’omosessuale, se nel 2026 c’è chi ancora pensa che qualcuno si offenda per la parola omosessuale… ma la lobby no, perché lobby vuol dire potere e io quel potere l’ho sempre contrastato”.

E a stretto giro è arrivata, tramite Facebook, la replica di Ranucci: “Ieri sera Giletti ha riproposto le chat tra me e Maria Rosaria Boccia. Dopo che gli avevo spiegato il senso delle mie chat, ha comunque deciso che l’ho accusato di fare parte di una lobby gay. Questo è falso, ma se ci tiene tanto a riconoscersi nella lobby gay è un problema suo, non mio. Io ho detto una cosa più grave che i due hanno fatto finta di non capire: Cerno e Giletti sono amici e al servizio di Marco Mancini, lo 007 coinvolto nel rapimento di Abu Omar e nel dossieraggio illecito della security Telecom-Pirelli”.

Ranucci spiega poi che sia Giletti che il direttore de Il Giornale Tommaso Cerno “sorvolano sulla figura di Mancini che invece è chiave nella chat, come è chiave la vicenda dell’incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini. Cerno da direttore dell’Identità ha fatto realizzare vari articoli a Rita Cavallaro, che ha passato, stile Luca Fazzo, le veline di Mancini o degli avvocati senza contraddittorio”.

“La stessa operazione l’ha fatta Giletti – prosegue -, che ha sponsorizzato la teoria del complotto dei servizi e del Segreto di Stato smentite con sentenza definitiva dalla Procura e dal Tribunale di Roma, che ha dato ragione a Report. Giletti ha spacciato per un’inchiesta sua le carte degli avvocati di Mancini. Prova è che, raccontando le vicende dell’autogrill, ha commesso gli stessi errori dei legali”.

“Dispiace se ho deluso umanamente Giletti – sottolinea ancora il conduttore di Report -, del resto chi più di me ha provato il suo stesso stato d’animo quando ha cercato di rivelare la nostra fonte, cercando di delegittimarla. Si tratta dell’insegnante di sostegno che aveva scattato le immagini di Renzi e Mancini. Giletti si è recato con una telecamera nascosta davanti alla scuola dove la nostra fonte accompagnava le figlie, e ha rivelato la città dove viveva”.

“Ultimo, ma non per importanza – conclude Ranucci -, Giletti non ha fornito il contesto in cui ho parlato di Cerno come legato alla lobby gay. Il direttore allora del Tempo, oggi de il Giornale, ed editorialista della Rai si era lascito andare in un editoriale all’Aria che Tira, il cui tenore era stato poi riproposto e sintetizzato in un tweet. Difficile trovare un tale condensato di volgarità e misoginia”.


In Sicilia si pensa a fare il ponte, ma gli operai dell’autostrada non vengono pagati da tre mesi


(ANSA) – Sciopero dei lavoratori e blocco dei lavori sul lotto 3 dell’autostrada Ragusa-Catania. Da tre mesi senza stipendi, gli operai stamani hanno effettuato un presidio davanti al cantiere Achates Scarl-Consorzio C6, lungo la strada statale 514 all’altezza del vincolo di Vizzini, per “denunciare i mancati pagamenti da novembre 2025 a gennaio 2026 e l’assenza di certezze sul futuro occupazionale”.

Pd e M5s chiedono l’intervento del governo nazionale e della Regione. “La politica non può stare a guardare mentre il dramma umano di tante famiglie senza stipendio si compie e il lotto 3, asse nevralgico della Ragusa-Catania, rimane ancora tristemente fermo al palo con appena il 3 per cento dei lavori completati”, dicono le deputate regionali del M5S all’Ars Stefania Campo e Lidia Adorno.    

“Chiediamo al governo nazionale di convocare con urgenza un tavolo tecnico sull’ennesimo blocco dei lavori di un’opera fondamentale”, sostiene Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia e capogruppo in commissione Trasporti della Camera.

“E’ urgente che il governo si faccia carico di far sedere attorno a un tavolo tutti gli attori protagonisti, inclusi commissario e Anas, oltre ai sindacati affinché vengano garantiti i sacrosanti diritti dei lavoratori e contestualmente avviare in modo deciso i lavori”, conclude. 


Santanchè indagata a Milano per un’altra ipotesi di bancarotta


(ANSA) – La ministra del Turismo Daniela Santanchè è indagata a Milano per un’altra ipotesi di bancarotta, quella che riguarda il fallimento di Bioera, la spa del gruppo del biofood di cui la senatrice è stata presidente fino al 2021. Un’accusa di bancarotta era già nota a carico di Santanchè, quella sul crack di Ki Group srl, altra società del gruppo. 

LA MINISTRA DEL TURISMO HA A SUO CARICO UN’ALTRA ACCUSA DI BANCAROTTA PER KI GROUP SRL, ALTRA SOCIETÀ DEL GRUPPO – LA “PITONESSA” È POI IMPUTATA PER IL PRESUNTO FALSO IN BILANCIO DI VISIBILIA E INDAGATA PER LA PER TRUFFA AI DANNI DELLO STATO – MA IN QUALE ALTRO PAESE UNA MINISTRA CON UNA TALE SFILZA DI GUAI GIUDIZIARI SAREBBE ANCORA AL SUO POSTO?


Carlo Nordio alza ancora i toni contro le toghe


NORDIO, DI FRONTE A MOLTI ERRORI NESSUN MAGISTRATO HA MAI PAGATO

(ANSA) – “Di fronte a molti errori di malagiustizia penso che in realtà poi nessun magistrato abbia mai pagato”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a Tagadà. “Anche riguardo alla ‘giustizia domestica’ dei magistrati, credo che poi la montagna partorito un topolino”, ha spiegato Nordio.

NORDIO, CON IL NUOVO QUESITO NON CREDO CHE SI CAPISCA DI PIÙ

(ANSA) – L’ammissione del nuovo quesito del referendum sulla riforma della Giustizia da parte della Corte di Cassazione “sarà anche una cosa giusta, ma non credo che l’elettore ci capisca qualcosa di più o di meno rispetto a prima. Anche prima il quesito era facile”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a Tagadà. 

GIUSTIZIA, NORDIO: MAGISTRATURA HA PERSO CREDIBILITÀ NEGLI ANNI

(askanews) – “Il magistrato è la bocca della legge,  come diceva Montesquieu, è una persona libera, indipendente ed  autonoma, che deve applicare la legge votata dal Parlamento”. Lo  ha detto il ministro della giustizia, Carlo Nordio, nel corso del  suo intervento Tagadà su La7.

Il magistrato – ha detto ancora –  “non deve mai superare mai la lettera della legge”. Il  guardasigilli, rispondendo alla conduttrice, Tiziana Panella, ha  poi detto: “Quando entrai in magistratura, era il periodo delle  Brigate rosse il consenso nei confronti della magistratura era  all’80 per cento. Oggi siamo a meno della metà”. Quindi ha  aggiunto: “Hanno perso credibilità negli anni, lo dicono gli  stessi magistrati”. 


Caso Pucci, il vittimismo della destra che non sa ridere e si lamenta: “Non si può più dire niente”


Personaggi popolarissimi, da quelli di Sordi e Totò, a Fantozzi e Checco Zalone sono lontanissimi dalla sinistra. La destra-destra, però, ha sempre avuto un rapporto complicato con l’ironia: perché il riso destabilizza l’ordine, sfotte la gerarchia, svuota la retorica

Caso Pucci, il vittimismo della destra che non sa ridere e si lamenta: “Non si può più dire niente”

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – La vicenda del comico Pucci autoescluso da Sanremo è già abbastanza patetica, ma la difesa che ne ha fatto la premier Meloni, oltre che un’occasione persa, conferma che la destra-destra non sa ridere, e questa in Italia è un’ulteriore disgrazia.

Ai suoi tempi, fresco di spolveratina alla poltrona di scena, il presidente Berlusconi si consentì il lusso di rimbrottare il duo Santoro-Travaglio: “Non sapete nemmeno scherzare!”. Altra storia, altra stoffa. Giorgia Meloni, che pure un filo di istrionica comicità ha ereditato in famiglia (nonno Nino e nonna Zoe Incrocci, affermati artisti della commedia), non se lo può permettere e così ondeggia, senza un sorriso, tra vittimismo e risentimento.

Dispiace essere così risoluti, ma purtroppo non si tratta di gusti personali, né di alterigia radical-chic, quanto di storia, antropologia, psicologia e umanità varia che con la pretesa egemonia umoristica della sinistra nulla hanno a che fare. Alberto Sordi, per dire, non era di sinistra e Totò meno che meno; idem il personaggio di Fantozzi o quelli di Checco Zalone. Sul piano artistico di solito la complicazione prevale sulle appartenenze. Walter Chiari Ugo Tognazzi, per dire, aderirono alla Repubblica di Salò, come del resto Dario Fo, ma certamente “sapevano scherzare” sulla figura idealtipica del fascistone, vedi le formidabili parodie del primo e l’indimenticabile interpretazione de “Il Federale”.

Altri illustri personaggi assai lontani della sinistra tipo Guareschi, o Benito Jacovitti, o Max Bunker, l’inventore di Alan Ford, più che di destra si consideravano impolitici, eretici, anarchici. Ma lei è fascista? chiese un giorno Giordano Bruno Guerri Carmelo Bene, di tutti i sospettati il più imprevedibile: “Equivoco per equivoco – rispose – sono nazista” e roteava gli occhiacci.

Quando negli anni 70 i deviazionisti missini de “La Voce della Fogna” presero sonoramente in giro la retorica della fiamma, Almirante li sbattè fuori. Perché il riso destabilizza l’ordine, abbassa ciò che è in alto, profana l’identità, sfotte la gerarchia, svuota la retorica, mette in piazza ciò che si vuole nascondere: ci provasse qualche fratello d’Italia a mettere su un numeraccio sul caso Giambruno, su casa Santanché o anche solo sugli inevitabili casini di Colle Oppio!

Questo non vuol dire che chi si sente di destra manchi di umorismo. Tatarella era greve, ma spiritosissimo; lo stesso La Russa appare dotato di un suo magnetismo grotesque, tanto che De Laurentis gli offrì una parte in un cinepanettone. Ma LolloSangiuliano e un po’ anche Giuli (specie dopo essere diventato ministro con gli stivali) si prendono così sul serio da trasformarsi in veri comici, con l’aggravante dell’inconsapevolezza.

Ancor più, dunque, stringe il cuore il povero Pucci. Per quanto figlia della sciagura, grazie a CirriPingitore Oreste Lionello la destra neofascista almeno diede vita a qualche forma di cabaret. Ma l’evoluzione televisiva del Bagaglino ha finito per mostrare la più disarmante comicità senza pensiero; per troppi anni Pippo FrancoMartufello e i sosia hanno fatto satira di governo, anche interessante da studiare, ma elementare, innocua, corporea, cosce, culi, panze e torte in faccia. La stessa tenace fedeltà di Lando Buzzanca alla fiamma quasi mai è riuscita a sollevarsi, almeno nei film, dal cliché dell’ossessione sessuale femminile.

Cosa ci sia da far ridere ai tempi del governo Meloni e della tv che ne porta il nome è un doloroso mistero, una specie di deserto che non può dirsi nemmeno dissodato dai rutti dell’influencer portati in prima serata da Pino Insegno, dalle rime radiofoniche di Gasparri o dalle surreali tele-sclerate di Mario Giordano. È dubbio che Giorgia conoscesse questo Pucci, mentre è sicuro che le piacciono molto Pio e Amedeo. Ma anche qui si apre il sipario e al patriota di bocca buona non resta che bearsi di rimessa del politically correct: “Non si può più dire niente!”, quindi lagne e difetti fisici, bersagli chiari e rassicuranti, le femministe, gli omosessuali, gli italiani in minoranza, ovvia riscoperta delle barzellette da caserma o da spogliatoio, un velo di nostalgia, oppure è l’ansia che si trasforma in risata, ma senza dirlo.


Un leggerissimo sospetto


Un leggerissimo sospetto: per Meloni è meglio fare un po’ di vittimismo su Pucci che assumersi la responsabilità dei propri disastri

Un leggerissimo sospetto

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – La censura non è mai un buon servizio alla democrazia. Di peggio c’è, forse, solo la doppia morale di chi la condanna oggi, ma non la disdegnava ieri. “Dipende da cosa va a fare… Se Rula Jebreal, che oltre tutto è una donna bellissima, va lì a presentare il Festival, cioè va lì a dire ‘di Oxa e Leali, Ti lascerò, suona l’orchestra…’, io non ho nulla da dire. Cosa diversa è che Rula Jebreal, che è una persona politicamente impegnata, a spese dei contribuenti e super pagata vada a fare un monologo senza contraddittorio di mezz’ora dentro al Festival di Sanremo…”.

Correva l’anno 2020 e così si esprimeva, ospite di Massimo Giletti, l’attuale premier Giorgia Meloni, sul monologo contro il femminicidio – manco fosse un comizio pro Stalin – che poi la giornalista tenne comunque sul palco dell’Ariston. Ma oggi che siede sulla poltrona di Palazzo Chigi, è la stessa Meloni ad indignarsi per la decisione del comico Andrea Pucci di rinunciare alla co-conduzione della terza serata del Festival dopo le accuse di sessismo e omofobia ricevute. “Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui”, ha detto ieri la premier, esprimendo solidarietà a Pucci.

Ma la cosa che, nel 2026, dovrebbe far riflettere di più è una premier che si occupa del palinsesto di Sanremo, la trasmissione di punta della Rai da cui dipende il grosso degli introiti pubblicitari dell’anno e del quale dovrebbe occuparsi esclusivamente il management (e poi si lamentano se la chiamano TeleMeloni). Un’invasione di campo nel giorno in cui apprendiamo che, in un solo anno, 429 aziende italiane, tra fusioni e acquisizioni, sono passate in mani straniere; le imprese in liquidazione giudiziale sono cresciute di oltre il 30% rispetto al 2022; la cassa integrazione ha registrato una vera e propria impennata mentre nel nostro Paese l’energia costa il 30% in più rispetto alla media Ue.

Ecco, scorrendo questi dati ci assale un leggerissimo sospetto: meglio fare un po’ di vittimismo su Pucci che assumersi la responsabilità dei propri disastri.
P.S.: a proposito di disastri, Meloni non ha nulla da dire sulla slavina olimpica che ha travolto il direttore di RaiSport?


Il trono splendente al Palazzo Reale di Napoli


Ori e splendori del trono che ritorna

al Palazzo Reale di Napoli dopo il restauro

Dopo il restauro rientra a Napoli dopo un anno e mezzo

È stata in tour a Torino per una preview e Roma in occasione della XX edizione del programma  “Restituzioni” promosso da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura

 Le scoperte sulla sua origine sabauda e il restauro dei tessili per accoglierla.

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Napoli 10 febbraio 2026 – Torna nella “sua” sala il trono di Palazzo Reale, restaurato e con un nuovo certificato di nascita.  Splendido e luccicante, con la doratura che lo riporta alle origini, il trono torna a Napoli dopo oltre 16 mesi di assenza. Per l’occasione sono stati anche condotti importanti lavori sui tessili della sala.

Alla presentazione sono intervenuti tutti i protagonisti della realizzazione di un lavoro che ha coinvolto finanziatori, restauratori e storici dell’arte.

Ha aperto l’incontro la Direttrice delegata Tiziana D’Angelo, che ha introdotto Il Vicedirettore delle Gallerie d’Italia  di Napoli Antonio Denunzio in rappresentanza di Intesa Sanpaolo. Il restauro del trono rientra infatti  nella XX edizione del progetto “Restituzioni”, promosso dalla Banca in collaborazione con il Ministero della Cultura.

La direttricedei  Laboratori del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale Michela Michela Cardinali, ha illustrato le fasi del restauro del trono e la referente scientifica del progetto per Palazzo Reale e Paola Ricciardi ne ha tracciato il percorso.

Antonella Delli Paoli, funzionaria storica dell’arte Palazzo Reale con Ilaria La Volla, funzionaria restauratrice della reggia napoletana, hanno curato la visita guidata, raccontando delle scoperte documentarie che hanno rivelato la sua fattura sabauda e non borbonica e illustrando la risistemazione dei tessili nella sala del Trono realizzata dalla restauratrice Graziella Palei.

Il 12 settembre 2024 il trono è partito alla volta del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale di Torinoper il restauro reso possibile grazie al progetto “Restituzioni” di Intesa Sanpaolo ed è stato sostituito, in questo periodo di assenza, da una seduta borbonica settecentesca.

I lavori, durati 7 mesi, sono stati condotti, dopo un’ispezione realizzata con tecnologie avanzate grazie a scienziati del CNR, dai restauratori del CCR La Venaria Reale che hanno applicato il protocollo di analisi e di intervento già adottato su manufatti analoghi, come il trono del Palazzo del Quirinale.

Nel corso di questi mesi, sono stati avviati studi e ricerche dai funzionari storici dell’arte di Palazzo Reale che hanno rivelato una datazione diversa da quella nota fino ad ora: il trono, catalogato come di fattura borbonica e risalente al 1845-50, è stato, in realtà, è stato commissionato dai Savoia e liquidato nel 1874. Una notizia che fa slittare la sua realizzazione di 30 anni e che riscrive non solo la storia del trono e la sua origine, ma anche la cronologia del Palazzo.

Subito dopo il restauro, nel mese di maggio dello scorso anno, il trono è stato esposto alla Reggia di Venaria di Torino per un’esclusiva preview della XX edizione di una delle più importanti iniziative del Progetto Cultura di Intesa Sanpaolo, la mostra “Restituzioni” che si è svolta a Roma al Palazzo delle Esposizioni, dal 28 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026.

Ma perché la Sala del Trono fosse degna di ricevere il suo protagonista principale sono stati effettuati restauri al tappeto sui quali poggia la seduta regale, alle fasce laterali che ricoprono la pedana e alle mantovane delle tende della sala oltre ad un accurato “spolvero” del baldacchino, curati dalla restauratrice Graziella Palei, della ditta “Conservazione e Restauro Opere d’Arte” con il coordinamento delle restauratrici di Palazzo Reale.

I lavori ai tessili sono stati effettuati negli ultimi tre mesi direttamente nella sala del Trono, in modo che potessero essere osservate dal vivo le fasi del restauro, complesso e delicato.

Ora finalmente il simbolo della reggia è rientrato al suo posto ed i visitatori possono tornare a immergersi nell’atmosfera regale che si respira a Palazzo.

 DICHIARAZIONI

Massimo Osanna Direttore generale Musei 

Il rientro del Trono al Palazzo Reale di Napoli segna il compimento di un articolato percorso di studio, restauro, ricerca e valorizzazione che ha profondamente rinnovato la conoscenza di questo significativo.

Le attività di studio condotte dai professionisti del museo hanno consentito di chiarire con precisione origine e datazione, mentre l’intervento conservativo, realizzato nell’ambito del progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Centro di Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, e le successive esposizioni temporanee presso la Reggia di Venaria e il Palazzo delle Esposizioni di Roma, hanno contribuito in modo determinante alla valorizzazione dell’opera e all’ampliamento delle sue modalità di fruizione.

Questa esperienza conferma come i musei siano oggi luoghi attivi di produzione di conoscenza, in cui studio, conservazione e valorizzazione procedono insieme, e mette in evidenza il valore di collaborazioni virtuose, sia all’interno del Sistema Museale Nazionale sia nel dialogo tra pubblico e privato.

Tiziana D’Angelo, Direttrice delegata del Palazzo Reale di Napoli

Il trono, simbolo del Palazzo Reale di Napoli, fa ritorno nell’Appartamento di Etichetta, nella sala cui appartiene e che oggi ritrova la propria identità. Un restauro reso possibile dal progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo, ma che si colloca all’interno di un più ampio e complesso intervento sulla Sala del Trono coordinato e diretto dai nostri restauratori, che ha visto anche lavori di risistemazione e ripristino dei tessili, del tappeto e del baldacchino. Dunque un importante lavoro di squadra completato dagli studi dei nostri storici dell’arte e archivisti, che hanno ricondotto la commissione e realizzazione del trono all’età sabauda, facendo nuova luce su una delle opere più rappresentative della Reggia.

Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia

“Il modo con cui ci siamo presi cura del prezioso manufatto di Palazzo Reale dimostra chiaramente lo spirito di Restituzioni, il programma che da oltre trentasei anni ci vede al fianco delle istituzioni pubbliche nella difesa e valorizzazione del patrimonio culturale italiano. 

Il restauro del trono affidato ai migliori professionisti, le nuove conoscenze emerse dagli studi, il percorso di condivisione  dell’opera, prima a Venaria Reale e poi a Roma, per “restituirla” oggi, in una veste di rinnovata bellezza, alla propria comunità: tutto questo racconta l’impegno concreto della Banca per preservare e promuovere le testimonianze artistiche del Paese, di cui è ricchissima Napoli, una delle città delle nostre Gallerie d’Italia alla quale siamo particolarmente legati.”

Alfonso Frugis, Presidente del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”

La collaborazione tra la Fondazione Centro per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali “La Venaria Reale” (CCRR) e il Palazzo Reale di Napoli è nata anni fa nell’ambito di un progetto di conservazione preventiva e programmata, che ha portato i professionisti del Centro a condurre una campagna di schedatura conservativa e definizione di attività dirette sulle opere delle collezioni del Palazzo. Grazie al lavoro congiunto, il Palazzo Reale di Napoli ha potuto avere una mappa delle priorità di restauro, tra cui la necessità di intervenire sul trono.

Michela Cardinali, direttrice Laboratori di Restauro e Scuola di Alta Formazione e Studio del CCR “La Venaria Reale”

Grazie alla rassegna “Restituzioni” di Intesa Sanpaolo è stato possibile compiere questo impegnativo restauro che ha coniugato le competenze dei funzionari del Palazzo Reale di Napoli e dei restauratori e scienziati del CCR. Abbiamo potuto effettuare radiografie digitali complete sul trono, per comprenderne la complessità costruttiva, grazie ad un apparato radio-tomografico di cui sono dotati i nostri laboratori per effettuare analisi su oggetti di grandi dimensioni. Si è poi eseguita la pulitura della doratura selettiva e senza l’utilizzo di agenti chimici aggressivi grazie a tecnologie LASER e con un approccio sostenibile ed eco-compatibile a cui il CCR da tempo guarda”.

DIANA KÜHNE

ufficio stampa 

info@DKcomunicazione.compal-na.ufficiostampa@cultura.gov.it


Roma, Teatro Trastevere: 18 febbraio ore 21.00 “Il caos. Antichi vip allo sbaraglio”, di e con Susanna Lauletta


Compagnia SilipoLauletta

DATA UNICA: 18 febbraio ore 21.00

IL CAOS.

ANTICHI VIP ALLO SBARAGLIO

Di e con: Susanna Lauletta

Regia: Susanna Lauletta

Dagli scritti di Mariangela Galatea Vaglio

Ironico e pungente, nella parola. Astratto ma radicato, nel corpo. Parola e corpo che vivono delle figure dei Poemi epici di Omero e Virgilio. Passioni e ambizioni di personaggi che, spogliati del loro più aulico canto ed immersi nella nostra chiave contemporanea, sussurrano la loro vicinanza ai colpi di scena della vita umana odierna.

Dagli scritti di Mariangela Galatea Vaglio, ho raccolto, per le loro particolari sfumature, alcune di queste figure portandole in scena con l’utilizzo di un duplice linguaggio: il linguaggio corporeo e il linguaggio verbale inteso come vortice riparatore. Il primo apre lo spettacolo, sintetizza, attraverso una partitura astratta di mimodramma, il nucleo del lavoro: ovvero l’avanzare di ere, pensieri, accadimenti che non possono fare a meno di nascere in una continua oscillazione tra passato, presente e futuro.

Astrazione corporea e suo, però, radicamento, che trasla all’interno del secondo linguaggio, quello verbale, vorticoso e terreno a delineare il caos. Questo, in cui si snoda lo spettacolo, prende vita da pagine come strumento di interpretazione più viva che guarda oltre. Per questo la regia spoglia il palco e lo riempie di corpo, parola ed immaginazione.

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00

-prevista tessera associativa-

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.ithttps://www.teatrotrastevere.it/


Una rosa per Norma Cossetto


IO RICORDO

    Oggi 10 febbraio si celebra la  “Giornata del Ricordo” dedicata alla memoria dei martiri delle foibe e il mio pensiero va a “Norma Cossetto”, medaglia d’oro al merito civile,  che  nella notte tra il 4 e il 5 ottobre del 1943 pagò con la vita la sua fede per l’Italia. In quell’ottobre di 80 anni fa, Norma Cossetto fu trucidata a soli 23 anni  dai partigiani del generale Tito che la gettarono ancora viva (dopo averla stuprata) dentro la foiba di Villa Surani, oggi in territorio della Repubblica di Croazia. Cosa volevano i partigiani del generale Tito? Volevano liberare l’Istria dalla presenza italiana: e per questo, non colpirono solamente simboli e protagonisti del regime mussoliniano, ma anche persone comuni come Norma Cossetto (che aveva l’unica colpa di essere la figlia del podestà), rappresentanti dell’italianità di una terra che era culturalmente italiana da qualche millennio.

    Per la sconfitta della guerra 350mila italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia furono costretti a lasciare le loro case, cedute alla Jugoslavia per decisione dei vincitori. E per realizzare questo esodo i partigiani  del generale Tito non esitarono a ricorrere a forme di criminale violenza: foibe, annegamenti, torture, stupri …

     A Norma Cossetto i partigiani del generale Tito propongono di rinnegare la propria famiglia e la propria Patria, ma lei rifiuta. Lei dice di no. E per questo motivo perde la vita.

     Il 9 dicembre 2005 il Presidente Carlo Azeglio Ciampi insignì Norma Cossetto della Medaglia d’Oro al Merito Civile con questa motivazione: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio  e di amor Patrio”.

Lì 10 febbraio 2026            

Fiorenza Ceniccola

Consigliere Comunale  Forza Italia – Guardia Sanframondi


Epstein Files: la ragnatela, l’idrante e il trucco dell’abbondanza


Tre milioni e mezzo di file, duemila video, centottantamila immagini: e la trasparenza che diventa nebbia

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Se vi aspettavate che il “rilascio” degli Epstein Files producesse una cosa semplice, tipo la verità in formato pdf con indice, responsabili e firme in calce, vi conviene sedervi. Qui la trasparenza non è un faro: è un diluvio. E il diluvio, quando arriva addosso con milioni di documenti, non chiarisce: lava via. Si chiama tecnica dell’idrante. Ti inondano, tu ansimi, ti perdi nei rivoli, e alla fine ti resta solo un’impressione: che “tanto sono tutti uguali”, che “non cambia niente”, che “ricchi porci che fanno porcate”. Esattamente l’unica conclusione che salva chi deve essere salvato.

Il punto di partenza è il solito, e infatti non scandalizza più nessuno: ville, isole private, ragazzi e ragazze reclutati come carne fresca, minorenni trattate da merce, un giro di “selezione” e “trasporto” che non nasce per caso. Il punto vero è che questa storia, se la riduci a scandalo sessuale, la rendi innocua. È come descrivere una rapina parlando solo del cappello del rapinatore. Epstein non è stato soltanto un abusatore. È stato un dispositivo. Un centro di raccolta. Un archivio vivente. Una macchina che trasforma il vizio dei potenti in leva politica, finanziaria, geopolitica.

La premessa che fa saltare il banco: non è cronaca nera, è potere

Il racconto classico dice: un mostro, un’isola, un giro di abusi. Vero, ma incompleto. L’isola e le ville, in questo quadro, non sono soltanto il teatro dell’orrore: sono un set. E un set serve a produrre materiale. Il materiale non è un dettaglio: è l’oggetto. Le ragazze sono esche, le stanze sono scenografie, i camerini sono trappole, i voli sono corridoi, le agende sono mappe, le mail sono ricevute. Il sesso, qui, è il carburante più efficace perché è universale, vergognoso e ricattabile. E il ricatto, spesso, non serve nemmeno esercitarlo: basta suggerirlo.

È la logica del compromesso per paura, il compromesso per sopravvivenza. La vera forza non è “pubblico la foto”: è “so che esiste la foto”. Il potere del sussurro, non quello del megafono. E infatti la ragnatela è fatta così: più ti avvicini al centro, più trovi ombre, e più le prove diventano opache o scompaiono.

La nota “curiosa”: alcuni documenti su Trump sarebbero falsi. Però Trump è ovunque

Dentro questo mare di carte, arriva la premura istituzionale: si ribadisce che alcuni documenti che chiamano in causa Trump sarebbero fake, frasi sensazionalistiche, materiale usato come arma politica contro di lui. Una precisazione ripetuta, non buttata lì per caso. È come quando uno ti dice “non voglio allarmarti”, e poi ti descrive l’incendio.

E qui scatta il paradosso. Anche accettando che una parte sia falsa o manipolata, il nome di Trump resta centrale. Compare in modo ossessivo: citazioni dirette e indirette, riferimenti per famiglia, luoghi, contatti, contesti. Non è un dettaglio “letterario”: è un fatto narrativo-politico. Perché Trump aveva messo il rilascio dei file tra le bandiere della sua retorica. Poi, quando i file diventano realtà e lui diventa personaggio, cambia registro: ridimensiona, minimizza, dice che lo “assolvono”, risponde male ai giornalisti, parla di complotto, minaccia querele. La tipica conversione del paladino della trasparenza in custode della nebbia.

E intanto, per un effetto collaterale perfetto, la valanga produce due tifoserie: chi vede dentro quei file la prova di tutto e il contrario di tutto, e chi si rifugia nel “sono tutte falsità”. In mezzo, ciò che conta scompare: la struttura.

Tutti citati, dunque nessuno responsabile

Dentro il “sistema file” finiscono nomi di ogni tipo: imprenditori, ex leader, politici, star, accademici, mediatori. Vengono citati Musk, Gates, Clinton, Bannon, Putin, e via via altri pezzi di élite. Persino Salvini viene tirato dentro. E qui c’è l’altra magia: quando ci stanno tutti, non ci sta nessuno.

Perché una citazione non è una condanna. Ma una citazione è un marchio. E un marchio, nella società dell’indignazione, vale più della sentenza. Risultato: le persone comuni restano incollate al nome, non al fatto. E il sistema guadagna un doppio vantaggio: sporca tutti e salva i forti. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha media, chi non ha apparati. I superpotenti, invece, hanno tre scudi: avvocati, controllo della narrazione e la vecchia tecnica del rumore.

In più, dentro questa massa, trovi pagine oscurate, blocchi anneriti, immagini non accessibili, interi passaggi resi illeggibili. La sensazione non è “trasparenza”, è “selettività”. Come dire: vi facciamo vedere abbastanza da farvi litigare, non abbastanza da farci male.

Il ragno: Epstein come creatura di confine

Epstein è l’uomo perfetto per stare tra il detto e il non detto, tra l’ufficiale e il sommerso. Ufficialmente è un finanziere con un lifestyle osceno. Ufficiosamente è uno che “sa troppo”. E muore nel 2019, in una cella del Metropolitan Correctional Center di New York, alle 6:30, con un referto ufficiale di suicidio e un’opinione pubblica che, nella migliore delle ipotesi, resta scettica. Non perché tutti siano complottisti, ma perché la storia è costruita per alimentare il dubbio: un uomo così, con una rete così, con un archivio così, finisce morto prima di parlare davvero.

E c’è poi il mistero economico-sociale: da dove viene il salto? Figlio di famiglia modesta, madre casalinga, nessuna laurea, una fase da docente a Manhattan, poi improvvisamente ricchezze “infinite”: appartamenti a Manhattan, villa a Palm Beach, ranch nel New Mexico, isola privata. E in parallelo la rubrica: politici, finanzieri, potenti. Il punto non è fare il romanticismo del self-made man: è capire che qui il self-made non sta in piedi. Epstein non cresce così senza sponsor. E gli sponsor, per definizione, hanno interessi.

I tre pilastri della macchina: Maxwell, Wexner, Brunel

La rete, nel tuo testo, ha tre architetti ricorrenti. E vale la pena scomporli come una struttura, non come personaggi.

Ghislaine Maxwell è il braccio operativo. Non è un’ospite. È la compagna e la facilitatrice. Il suo ruolo nel reclutamento di giovani donne e quindi di vittime è descritto come “arcinoto” e giudiziariamente centrale. È in carcere di massima sicurezza in Texas. E la sua posizione è una cassaforte: sta lì, condannata a una lunga pena, e se parla davvero può cambiare la storia. Ma il tempo gioca contro la verità: se esce nel 2046, i protagonisti politici di oggi saranno pensionati, morti o comunque fuori dal raggio d’urto.

Les Wexner è il grande sponsor. Fondatore di Victoria’s Secret, miliardario, accesso a denaro e immobili. Epstein, nel racconto, gli gestisce proprietà e riceve in cambio un arricchimento che lo porta a possedere una delle residenze più lussuose di Manhattan. Questo passaggio è decisivo: senza una “copertura” di quel livello, Epstein resta marginale. Con una copertura così, diventa intoccabile.

Jean-Luc Brunel è il canale di approvvigionamento umano. Agente di modelle francese, reclutatore, colui che porta donne e quindi vittime. Il mondo delle modelle, delle agenzie, dei casting è un ambiente perfetto per la predazione mascherata da opportunità. Anche qui, la fine è “simmetrica”: arrestato nel 2020, muore in carcere a Parigi per impiccagione, ufficialmente suicidio, con lo stesso alone che circonda Epstein. Due suicidi “perfetti” in storie che perfette non sono mai.

Tre pilastri, un metodo: trovare vulnerabili, offrirgli una porta, trasformarla in gabbia.

Il denominatore Israele: più indizi che prove, ma una pista che ritorna

Nel tuo testo è esplicito: non si parla di certezze, si parla di tracce. Eppure la pista “Israele” ritorna come un refrain, anche perché i personaggi chiave ci si incrociano.

Ghislaine Maxwell è figlia di Robert Maxwell: uomo d’affari, carriera sfolgorante, rifugiato ebreo in Gran Bretagna, finanziatore della nascita di Israele nel conflitto del 1948. Su di lui, il racconto richiama inchieste che lo descrivono come intermediario del Mossad su software e attività con governi. Lui nega. Ma la storia gli resta addosso.

Wexner viene descritto non solo come businessman, ma come cofondatore del Mega Group e finanziatore di organizzazioni pro-Israele capaci di influenzare il dibattito americano. E spunta una connessione con la Southern Air Transport, compagnia cargo utilizzata dalla CIA durante Iran-Contra. Qui il punto non è “colpevole o innocente”: è che le reti d’affari e le reti di sicurezza spesso si sovrappongono.

Brunel ha un legame più “geografico-commerciale”: l’agenzia MC2 con sedi a New York, Miami e Tel Aviv, cresciuta grazie ai finanziamenti di Epstein. Non è prova di intelligence, ma è un asse operativo che torna.

Il risultato è che, nel racconto, Epstein appare come una figura che opera in una tradizione di “trappole al miele” e di compromat: la raccolta di materiale compromettente, non per fare scandalo, ma per fare politica.

Ari Ben-Menashe: l’accusa che sposta Epstein da mostro a strumento

Entra in scena Ari Ben-Menashe, consulente di sicurezza israelo-canadese, ex intelligence israeliana tra anni Settanta e Ottanta. Le sue dichiarazioni sono presentate come controverse, ma hanno una funzione precisa: descrivere Epstein come “strumento” per influenzare e spaventare, non come semplice predatore. Le feste diventano trappole, le donne diventano esche, le ville diventano centrali di raccolta. E in questa versione Epstein sarebbe stato “addestrato” dal suocero, Robert Maxwell, dentro una continuità di metodo.

Anche qui: non è una prova, è un quadro. Ma il quadro è coerente con la logica del sistema. Perché il mondo non è pieno di Epstein “per caso”. È pieno di Epstein perché il ricatto è la moneta più antica e più efficace della politica sporca.

Ehud Barak: la geopolitica nelle mail

Poi ci sono le corrispondenze tra Epstein ed Ehud Barak. Qui il livello sale, perché non parliamo più di mondanità, ma di dossier: Iran, Siria, Russia. Nel tuo testo citi date e contenuti:

31 agosto 2013: conversazioni su Iran, Siria e Russia
Febbraio 2013: registrazione audio, Epstein parla di Palantir e suggerisce l’idea di mettere Barak nel board, cita Peter Thiel e un incontro imminente
Consigli su rapporti con famiglie influenti, link e commenti su trattative nucleari, sull’accordo iraniano, sulle elezioni USA 2016, sul confronto Trump-Hillary
Uso dell’appartamento di Epstein a New York come base operativa per “gestire affari” tra 2016 e 2017
Contatti regolari e fitti, “parlano di tutto”, come se ci fosse un rapporto di fiducia

La parte più tossica qui è l’effetto “salto di qualità”: se Epstein discute di tecnologie, board, relazioni d’affari e geopolitica con un ex premier, non è il finanziere eccentrico. È un intermediario, un facilitatore, uno che apre porte. E chi apre porte, di solito, non lo fa gratis.

Barak, dopo la morte di Epstein, nega di sapere dei crimini. È la formula più comoda: “non sapevo”. Non puoi confutarla facilmente. Ma resta la domanda: perché un ex premier frequenta con tale regolarità un uomo che, già da tempo, era circondato da voci, indagini, sospetti? O sei ingenuo, o sei interessato. E l’ingenuità, a quei livelli, è rara.

Il dossier CHS: la non-verifica che avvelena tutto

Arriviamo al pezzo più delicato: la fonte confidenziale, CHS, non verificata. È il classico documento che non puoi usare come martello giudiziario, ma puoi usare come veleno politico. Dentro, nel tuo racconto, compaiono Alan Dershowitz e la sua influenza, e il collegamento a Jared Kushner, il genero di Trump.

Il dossier spinge oltre: parla di Dershowitz come cooptato dal Mossad, di Epstein come appartenente ai servizi statunitensi e agli alleati israeliani, di raccolta di materiale per passarlo “agli amici”. Poi entra nel campo minato: la tesi che Trump sarebbe “compromesso” e Kushner sarebbe la mente dell’organizzazione, con intrecci addirittura con fondi russi e con un ruolo crescente ai tavoli negoziali su Russia-Ucraina, Israele-Palestina, USA-Iran.

Tu stesso lo dici: frasi anonime non confermate. Però questa è la dinamite perfetta: anche se non regge come prova, regge come narrazione. E nel mondo Epstein, la narrazione è già un’arma. Perché basta associare un nome a Epstein per creare un’ombra che non si stacca.

Il trucco finale: se lo Stato rilascia, è perché non fa più male

Qui si arriva alla tua conclusione più forte, e vale la pena espanderla: se i governi rilasciano una mole così grande e così confusa, forse è perché ciò che davvero poteva far male non fa più male. O perché è stato già neutralizzato. Epstein è morto. Robert Maxwell è morto in circostanze mai digerite. Brunel è morto in cella. Wexner è vivo ma anziano. Maxwell è in carcere e, se mai parlasse, parlerebbe quando i protagonisti saranno fuori scena.

Quindi la bomba mediatica colpisce poco e soprattutto colpisce chi è sacrificabile: chi non ha potere sufficiente per schermarsi, chi non controlla la comunicazione, chi non ha alleati. E al contrario lascia ai superpotenti la possibilità di “cavalcare” il caos, manipolarlo, spostarlo, spegnerlo.

La domanda vera: non “chi c’è”, ma “chi c’è adesso”

E qui, se vogliamo fare i cattivi davvero, la domanda non è neppure più “chi era Epstein”. È: chi fa oggi quel lavoro. Chi gestisce oggi il modello Epstein. Quanti intermediari stanno costruendo archivi compromettenti con metodi nuovi, magari senza isole e senza feste, ma con chat, cloud, video, dati, intelligenza artificiale, riconoscimento facciale, tracciamenti.

Perché il sistema ha imparato una cosa semplice: un Epstein visibile è un problema. Un Epstein invisibile è una risorsa. E se l’impressione finale, dopo milioni di file, è “non si capisce niente”, allora la missione è riuscita.

L’ultima riga, quella che fa male, è questa: la verità, quando arriva, arriva sempre quando non può più colpire chi conta. E chi resta esposto sono sempre loro: le vittime, con i nomi ben leggibili, mentre i carnefici si confondono nella nebbia, protetti dall’eccesso di luce.


Petrecca, le Olimpiadi sono solo l’ultimo caso: notizie nascoste, sfiducie e il servizio sulla moglie. Le “imprese” del direttore


Il tg di Rai News aperto con il festival di Pomezia al posto del voto in Francia. L’ultimo caso della telecronaca alle Olimpiadi, le proteste dei giornalisti

09 feb 2026

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Paolo Petrecca è, ormai, una leggenda del giornalismo. Ma di quel giornalismo lì. Gli aggettivi sono inutili. Quanto alla sua telecronaca dell’altro giorno, una delle dirette più nere (in tutti i sensi) trasmesse dalla Rai: non ha senso tornarci. È già stata ben sezionata tra lo sgomento per la totale improvvisazione (argomenti ed eloquio da bar della stazione) e certi errori blu (come si fa a confondere la presidente del Cio, Kirsty Coventry, con Laura Mattarella, figlia del capo dello Stato?). Il punto è un altro: cercare di capire meglio chi è e chi non è, questo Petrecca, e come e perché — fregandosene dell’idea di servizio pubblico, quindi pure del canone, cioè dei nostri soldi — si sia sentito autorizzato a mettersi davanti a un microfono per un racconto sportivo e istituzionale tanto solenne come l’apertura dei Giochi olimpici invernali, portandosi addosso modestia assoluta e disdegno, arroganza e presunzione (indizio: «Ho le spalle coperte, io. Non possono farmi niente», ripeteva — con espressione facciale tronfia — nei corridoi di Saxa Rubra).

Questa storia ha una prima scena: con Petrecca che, in un pomeriggio di pioggia e vento, gli occhialini appannati, entra nella redazione di Rai News 24. Poche ore prima (18 novembre 2021), il cda della Rai, su proposta dell’amministratore delegato Carlo Fuortes, lo ha nominato direttore (siccome l’importante canale delle all news non bastava, ci hanno messo sopra pure la guida di Televideo). Il suo nome è stato indicato da Fratelli d’Italia. 

Sono l’unico partito d’opposizione, ma a Viale Mazzini le regole della lottizzazione (non scritte) restano chiare: anche chi non è al governo ha diritto a prendersi una rete, o un tigì. I Fratelli indicano Petrecca o perché lo stimano (vabbé), o perché non hanno di meglio (lui assicura d’essere missino, sebbene non risulti abbia frequentato la leggendaria sezione di Colle Oppio, dove sono cresciute le sorelle Meloni: che però gli credono e, in qualche modo, se lo fanno piacere).

Siccome in Rai, spesso, la riconoscenza è tutto, Petrecca decide di partire nel modo giusto: nel senso che parte e va subito a Civitavecchia, a presentare il libro biografico della futura premierIo sono Giorgia. Poi torna. E s’insedia: «Faremo un grande telegiornale!».

Qualcosa s’intuisce la sera delle elezioni francesi, quando tutti i tigì del pianeta seguono in diretta l’evento. Non a Rai – News 24. Dove, invece, aprono il notiziario con il Festival delle città identitarie, che è in svolgimento a Pomezia (giuro, ho controllato bene). Stupore. Corrono al coordinamento. C’è un errore nella scaletta dei servizi? No. Cercate il direttore. Ma il direttore non si trova. Dov’è? Eccolo lì, seduto in prima fila, sotto il palco di Pomezia. Ma no? Ma sì. E volete sapere perché? Perché, sul palco, si esibisce la sua promessa sposa, Alma Manera, cantante.

Fin qui, diciamo che siamo all’uso del servizio pubblico per ragioni di amore privato. Poi, però, Petrecca inizia a fare seriamente il suo lavoro. Così, quella volta che il ministro Francesco Lollobrigida fa fermare un Frecciarossa in corsa per scendere alla fermata di suo gradimento (atto che trascina nella mitologia l’ex compagno di Arianna Meloni), la notizia viene omessa. Non nascosta: omessa. Primo intervento del cdr: «Direttore, abbiamo il dovere di farci un servizio». Lui accetta malvolentieri la richiesta.

Ma quando esce il clamoroso fuorionda di Andrea Giambruno che fa il galletto con una collega, dicendo cose che è meglio non dire se stai con la presidente del Consiglio, Petrecca ci ricasca. E niente: pure stavolta deve intervenire il sindacato. Molti giornalisti (non tutti: qualcuno con la lingua strusciante c’è sempre) sono mortificati. 

Il clima viene descritto da una firma del politico, Enrica Agostini: «Mai subite tante censure come in questo periodo». Lui, il direttore, sbuffa. Che noia queste croniste tutte d’un pezzo. Così, per far capire chi comanda, va ad Atreju. Poi manda in diretta ogni comizio della Meloni. Quindi, francamente, si supera: e, durante il caso Cospito, falsifica un titolo. Annunciando, a caratteri cubitali, «l’assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro, mentre si trattava solo della richiesta del pm. Petrecca viene sfiduciato dalla redazione: l’83% dei giornalisti è contro di lui.

Troppo. A Palazzo Chigi, perciò, decidono di promuoverlo. Che gli facciamo fare al nostro Paolone? Diamogli la direzione di RaiSport (dove, intanto, era andato in pensione uno storico gentiluomo del giornalismo Rai come Jacopo Volpi). Petrecca arriva, nomina sei vicedirettori tutti di area governativa (tra cui Riccardo Pescante, che — per l’anniversario della nascita del Msi — pubblica un romantico post: «Le radici profonde non gelano») e si becca altre due sfiducie: tre in tre mesi, più uno stato d’agitazione, più un pacchetto con tre giorni di sciopero.

È chiaro che, a questo punto, sarebbe dovuto intervenire l’ufficio studi di via della Scrofa, coordinato dal deputato Francesco Filini, il quale — a sua volta — prende ordini dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: è infatti in quelle stanze che vengono confezionati i dossier per i parlamentari, e dove gli eventi del Paese vengono passati al setaccio per poi essere gestiti, e indirizzati, sotto l’aspetto mediatico. Ma né Filini né Fazzolari realizzano che al loro Paolone stanno, di fatto, affidando la complessa gestione televisiva dell’Olimpiade invernale.

Poi, certo: lui ha scapocciato e s’è addirittura messo davanti a quel microfono (Pucci, almeno, non se l’è sentita e, alla fine, ha rinunciato).


Caveat


(Andrea Zhok) – Nei grandi scandali pubblici il potere utilizza tre tattiche in momenti successivi per limitare i danni.

La prima tattica è la più ovvia: la NEGAZIONE, l’appello alla “negabilità plausibile”. Si afferma semplicemente che è tutto falso e che non è successo niente. Se la gente è abbastanza distratta e i media a molla fanno il loro dovere, l’insabbiamento funziona.

La seconda tattica è più elaborata ed è la DEVIAZIONE, la menzogna fuorviante: si ammette che qualcosa è successo, ma lo si attribuisce a motivi e cause che non c’entrano nulla, in modo da limitare i danni e magari da colpire nel percorso qualche nemico di lungo corso.

La terza tattica subentra quando le prime due sono naufragate; possiamo chiamarla la tattica dell’ANNACQUAMENTO. essa consta di una messa in discredito complessiva delle “presunte verità” emerse dallo scandalo. Questo risultato si ottiene in due fasi; nella prima si alimentano voci esagerate, si mettono in giro miscele di verità e menzogne, si coinvolgono in un sospetto generalizzato anche soggetti insospettabili; nella seconda fase si schiaccia la palla così alzata, attraverso facili smentite. Il risultato che si vuole ottenere è di far scattare nella mente dei più una patina di dubbio forfettario: “Sì, qualcosa è successo, ma chissà quanto di quello che dicono è vero”; “Non si capisce più niente, non si riesce più a distinguere bene e male”.

La prima tattica fa appello alla tendenza dei più a voler dare fiducia al sistema (perché ammettere la sua malignità è troppo faticoso ed inquietante).

La seconda tattica si appella alla stessa tendenza psicologica, ma deviandone l’interpretazione.

La terza tattica si richiama al gusto popolare per le narrative apocalittiche e per il piacere insito in molti nel veder cadere quelli che un tempo venivano considerati eroi: su questa base psicologica la diffusione di menzogne ritrattabili e di colpevolizzazioni indiscriminate si infiamma velocemente, e dopo una grande fiammata si spegne altrettanto rapidamente.

Nello scandalo Epstein la prima tattica ha resistito per anni, praticamente fino a qualche mese fa. C’era chi stava all’erta ma per il grande pubblico era o un’invenzione della stampa scandalistica o una storiella di ordinaria dissolutezza, come se ne sentono tante, roba da cronaca nera.

La seconda tattica è subentrata recentemente, non appena la prima ha cominciato a dimostrarsi insufficiente, soprattutto cercando di accreditare la versione che sotto a tutto ci sia il “villain” proverbiale dell’Occidente perbene, cioè Putin e il Kremlino.

La terza tattica sta entrando a pieno regime proprio in questi giorni, solo che non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Vista la natura tentacolare dei documenti, la difficoltà di esplorarli e l’inaffidabilità delle fonti ufficiali, gli Epstein files si prestano a diventare il luogo ideale dove far circolare bocconi misti di verità e menzogna, di documentazione e illazione, che devono prima scaldare il dibattito pubblico al calor bianco sparando ad alzo zero su tutto e tutti, salvo poi sbattere in smentite mirate, come secchi d’acqua gelata che spengono nell’opinione pubblica insieme il falso e il vero.

Ecco io credo che questo sia il momento in cui non bisogna lasciarsi prendere dal sacro furore di ardere tutto, subito ed indiscriminatamente, perché il forte rischio è poi di annacquare l’intero edificio di verità inquietanti, di farlo degenerare in un rumore di fondo: “Sì, tutto possibile, ma se ne dicono tante”.

Nel contesto di quest’ultima tattica una delle tendenze che vedo con preoccupazione è quella di coinvolgere scandalisticamente personaggi “al di sopra di ogni sospetto”, il cui coinvolgimento documentato rientra sotto la rubrica “frequentazioni dubbie”, ma che l’inclinazione plebea di gettare nel fango i passati eroi alimenta con facilità. Penso ad alcuni nomi che girano moltissimo in questi giorni, come Stephen Hawking, Noam Chomsky, Woody Allen, ed altri.

Ora, è perfettamente pacifico che se venissero fuori relativamente ad uno qualsiasi di questi personaggi pubblici atti manifestamente immorali o sostanzialmente illegali, se ne trarrebbero le conseguenze del caso. Tuttavia in tutti questi casi quello che emerge finora rientra sotto le voci “frequentazioni discutibili”, “battute inopportune”, ecc. Naturalmente oggi molte più cose appaiono discutibili rispetto a mesi o anni fa, quando era ancora in funzione la tattica mediatica della “plausibile deniabiity”

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Personalmente non mi interessa fare il difensore di ufficio di nessuno di quei personaggi “al di sopra di ogni sospetto”. Nessuno di essi sta tra i miei “santini”, tra le mie “figure di riferimento”.

Ma ricordo che finora gli Epstein files sono una colossale quantità di parole da verificare, di affermazioni che qualunque avvocato potrebbe derubricare a fraintendimenti, parole in libertà, a confabulazione e mitomania. Se non seguiranno indagini e ricerche di riscontri tutto questo materiale enorme non porterà letteralmente a nulla. E per non farlo passare alla fase delle indagini le pressioni sono e saranno enormi. L’unica cosa che sta dalla parte della ricerca della verità è la pressione di un’opinione pubblica persuasa della loro plausibilità.

Ecco, in questo quadro io suggerisco caldamente di andarci piano con le illazioni ad alzo zero, e questo per due motivi.

Il primo è stato in parte menzionato più sopra: allargando in modo generalizzato lo sdegno, mettendo nello stesso calderone la pedofilia e le “frasi sospette”, i progetti di regime change e l’“insufficiente presa di distanza”, ecc. si finisce per creare una immensa broda melodrammatica in cui tutto si confonde, e in cui appena qualcosa comincerà a non reggere, tutta la vicenda passerà nel reparto “leggende metropolitane”.

Il secondo motivo è che il compiacimento nel distruggere gli “eroi” passati è la strada maestra che porta al qualunquismo (come se avessimo bisogno di ulteriore qualunquismo). Il sottile piacere plebeo di poter dire che alla fin fine, “vedi, è tutto un magna magna, sono tutti uguali, è tutto uno schifo, il più pulito c’ha la rogna, predicano bene e razzolano male”, e via luogocomuneggiando è il miglior complice psicologico di chi vuole istillare rassegnazione, di chi vuole continuare a detenere il potere indisturbato.


Con il governo Meloni, l’Italia viene percepita come più corrotta


(ANSA) – ROMA, 10 FEB – Il punteggio dell’Italia nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) nel settore pubblico continua a calare: da 54, nel 2024, passa a 53 nell’edizione 2025 pubblicata oggi da Transparency International. Viene confermata, dunque, la 52esima posizione nella classifica globale che conta 182 Paesi/territori in tutto il mondo e la 19esima nell’Unione Europea dove il punteggio medio è di 62 su 100. Tra i Paesi Ocse è 31esima su 38.

Secondo Transparency International il sistema di prevenzione della corruzione italiano risente delle ripercussioni dell’indebolimento delle misure anticorruzione, tra cui la depenalizzazione dell’abuso di ufficio. Nel 2024 il punteggio nazionale aveva subito la prima inversione di tendenza dal 2012, dopo una crescita durata tredici anni con +14 punti.     

A livello globale poi, al primo posto della classifica, con un punteggio di 89 – in una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello) – c’è anche quest’anno la Danimarca, mentre all’ultima posizione si riconferma il Sud Sudan.     In base a quanto emerge dal report, la corruzione sta peggiorando a livello mondiale con un aumento dei fenomeni corruttivi anche nelle democrazie consolidate.

I dati globali del Cpi 2025 mostrano che le democrazie, “solitamente più forti nella lotta alla corruzione rispetto alle autocrazie o alle democrazie imperfette, stanno registrando un preoccupante calo delle prestazioni”. Una tendenza che riguarda paesi come gli Stati Uniti (64), il Canada (75) e la Nuova Zelanda (81), nonché varie parti d’Europa, come il Regno Unito (70), la Francia (66) e la Svezia (80).     In aumento poi “le restrizioni da parte di molti Stati alla libertà di espressione, di associazione e di riunione. Dal 2012, 36 dei 50 paesi con un calo significativo dei punteggi Cpi hanno anche registrato una riduzione dello spazio civico”.