Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La rabbia per le iene contro Report


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Leggo di Michela, la figlia di Sigfrido Ranucci, che “disperata, non fa che piangere da giorni” (Corriere della Sera), e provo rabbia. Laureata in Legge alla Sapienza col massimo dei voti e la lode, “forse della sua famiglia e quella che ha subìto il tradimento più grande da Lavitola”. Perché a lei, “giovane e appassionata terapista, esperta di disturbo dello spettro, l’ex faccendiere affidò tra i singhiozzi le cure di suo figlio”. Provo rabbia perché quella sera, a Campo Ascolano, rientrando a casa un minuto prima o un minuto dopo, Michela avrebbe potuto anche rimetterci la vita. E adesso deve, per assurdo, fare i conti con il fallout venefico che quella bomba ha provocato. Come del resto capita ai fratelli, Giordano ed Emanuele, costretti a rispondere “colpo su colpo” alle mascalzonate degli odiatori social. Rabbia che non è soltanto la mia per le ricadute mediatiche, e per lo sciacallaggio politico (non soltanto a opera della destra) che l’eccellente, e incolpevole, redazione di Report continua a patire sulla base di un disegno evidente: lucrare sulle conseguenze della sciagurata amicizia di Ranucci con Lavitola per tentare di commissariare (e forse anche devitalizzare) un modello di Servizio Pubblico (purtroppo, uno dei pochi in Rai) al servizio dell’informazione e dei cittadini. Sono essi, quei bravi giornalisti, gli autentici protagonisti di Report, autori di scoop e inchieste professionalmente ineccepibili.

[…]

Anche se troppo spesso invisibili dietro le quinte dello studio, dove la visibilità è soprattutto quella del conduttore. Provo rabbia perché chi rischia di pagare il prezzo più alto di un simile disastro siamo noi, il vasto pubblico di Report, spettatori puntuali, ogni domenica sera, di quello che dai tempi di Milena Gabanelli si è via via trasformato in un appuntamento civile. Che – con gli errori inevitabili in chi fa, credendoci, questo mestiere –, ha spesso dato sostanza alla celebre massima di Luigi Einaudi: conoscere per deliberare. Assistere al bombardamento incessante di questa esperienza, da parte di iene dattilografe e veline semoventi, come può non provocare una rabbia profonda? Caro Sigfrido, quante vittime incolpevoli ha lasciato sul campo l’ordigno dell’“amico fraterno”.


Pregiudicato? Dipende


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci sono voluti Ranucci e Lavitola perché la stragrande parte del mondo politico e giornalistico trovasse l’unanimità su una regola-base del vivere civile: “Non si frequentano pregiudicati”. E chi più di noi potrebbe felicitarsene? Chi scrive ha firmato libri sugli impresentabili in Parlamento e ha fornito a Grillo la lista dei 23 pregiudicati che infestavano le Camere per pubblicarlia sull’Herald Tribune (era il 2005 e nessun giornale italiano volle vendergli una pagina) e poi declamarne i nomi nella piazza del V-Day per mandarli affanculo. […] La risposta unanime della stragrande maggioranza del mondo politico e giornalistico era: “populisti”, “giustizialisti”, “fascisti”, “odiatori”. Ora invece, con una discreta confusione mentale, sono i giornalisti a non dover frequentare pregiudicati, mentre i politici devono frequentarli. E possibilmente esserlo essi stessi.

[…]

L’altra sera, su Rete4, Mariastella Gelmini moraleggiava su Ranucci che “ha perso il barlume della ragione” (sic) e ha “sbagliato a frequentare un faccendiere”, ergo non può più condurre Report. Avete capito bene: la Gelmini, l’amicona del faccendiere pluripregiudicato Bisignani, che fu quattro volte deputata, poi ministra, infine capogruppo di FI, il partito di B., pregiudicato per frode fiscale e affiancato da una sfilza di pregiudicati per mafia, camorra, ’ndrangheta, corruzione, truffa, prostituzione ecc. Forse aveva perso pure lei il “barlume della ragione”, perché non fece mai una piega. Non si accorse neppure che sull’aereo di Stato che scarrozzava B. nelle missioni internazionali viaggiava stabilmente Lavitola, pagato per comprargli senatori un tanto al chilo e corrompere governanti di Saint Lucia in cambio di dossier anti-Fini. […] Già, perché il pregiudicato Lavitola nasce socialista con Craxi (pregiudicato) e poi forzista con B. (pregiudicato). Avete mai sentito qualcuno di questi tartufi rimproverare qualcuno per aver frequentato Craxi, B. e Lavitola? B., da pregiudicato, andava su e giù dal Quirinale per fare e disfare governi, appoggiando quelli del dem Letta e di Sua Santità Draghi. Qualcuno disse mai a Napolitano, a Mattarella, a Letta, a Draghi, che non stava bene ricevere il pregiudicato B., che per giunta frequentava e pagava il faccendiere Lavitola? Qualche giornalista storse il naso all’idea di farsi pagare dal pregiudicato B. dirigendo i suoi giornali o scrivendoci? Non risulta. Eppure sono gli stessi che oggi scoprono, per Ranucci e solo per lui, che non deve lavorare in Rai perché ha frequentato un pregiudicato, senza peraltro (almeno che si sappia) commissionargli reati, parlarne bene in tv o farci affari. Quindi, per maggiore chiarezza, la nuova regola del vivere civile va riformulata così: i pregiudicati sono santi finché non incontrano Ranucci.


Ranucci continua a lavorare alla nuova stagione di Report, avanti con il nuovo ciclo


Il legale del giornalista: “In audizione Rai fugati i dubbi sulle inchieste. Confermata la correttezza”. Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato, valuta un nuovo interrogatorio e prepara il ricorso al Riesame. Il Pd si rivolge alla Commissione Ue contro le richieste di sostituzione del conduttore

Ranucci continua a lavorare alla nuova stagione di Report, avanti con il nuovo ciclo. Il legale: “In audizione Rai fugati i dubbi sulle inchieste”

(ilfattoquotidiano.it) – Sigfrido Ranucci continua a lavorare al nuovo ciclo di Report. L’ipotesi di un passo indietro del conduttore, almeno al momento, non sarebbe sul tavolo della Rai. È quanto emerge da diverse fonti, mentre proseguono gli incontri di lavoro sul programma anche dopo l’esplosione dell’affaire legato a Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato contro il giornalista. Ranucci ne avrebbe parlato anche ieri, nel corso di una riunione con il direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini. Non troverebbero invece riscontro le indiscrezioni secondo cui il conduttore sarebbe pronto a chiedere un risarcimento alla Rai nel caso di un suo allontanamento dalla trasmissione.

La posizione del giornalista arriva al centro di un confronto che coinvolge contemporaneamente la Rai, la magistratura e la politica. Proprio giovedì è stata consegnata all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, la relazione del Comitato etico. Il suo legale, Roberto De Vita, definisce positivo l’esito dell’audizione davanti al Comitato.

“Nella lunga audizione davanti al Comitato Etico della Rai il dottor Ranucci ha risposto in modo puntuale ed approfondito a tutte le domande rivolte”, afferma l’avvocato, sostenendo che il conduttore avrebbe fornito “elementi fattuali” in grado di fugare “ogni possibile dubbio” sulle ricostruzioni, definite “infondate e pretestuose”, relative alla conduzione di Report e alle sue inchieste. De Vita rivendica inoltre il ruolo svolto da Ranucci nella tutela dell’autonomia della redazione. “Come già in precedenti audit conclusi con conferma della correttezza dell’operato di Report, Ranucci ha sempre difeso il valore dei giornalisti della redazione tutelandone autonomia ed indipendenza“, sottolinea il legale.

L’attentato e la confessione di Lavitola

Sul fronte giudiziario resta invece in carcere Valter Lavitola, per il quale il gip Iele Moricca ha confermato la misura cautelare dopo l’interrogatorio di garanzia della scorsa settimana nel carcere di Rebibbia. Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’attentato avvenuto nell’ottobre scorso davanti all’abitazione di Ranucci. Secondo quanto riferito dall’indagato, l’obiettivo sarebbe stato quello di provocare un innalzamento del livello di protezione attorno al giornalista.

Una spiegazione che non ha convinto il giudice che ha definito le dichiarazioni dell’ex editore e imprenditore prive di riscontro e inverosimili. Le parole di Lavitola sono state definite nell’ordinanza “fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”. Non sono quindi venuti meno, secondo il gip, il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga.

La difesa starebbe ora valutando un nuovo interrogatorio davanti al pm. All’inizio della prossima settimana è inoltre atteso il deposito del ricorso al Tribunale del Riesame, sia contro le esigenze cautelari sia rispetto alla contestazione dell’aggravante del metodo mafioso. L’udienza potrebbe essere fissata tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre.

La difesa degli altri indagati

Intanto alla luce di quanto è emerso dall’interrogatorio di Lavitola, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, difensori dei quattro indagati ritenuti dalla Dda di Roma gli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo contro il giornalista chiederanno gli interrogatori dei loro assistiti davanti ai magistrati. Gli arrestati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere ed hanno reso soltanto dichiarazioni spontanee.

Le accuse contestate ad Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marica De Filippis (ai domiciliari, ndr), vanno dalla detenzione, al porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. L’avvocato generoso Pagliarulo, ha spiegato a LaPresse: “Quanto è emerso dall’interrogatorio di Lavitola ci permette ora di chiedere che l’interrogatorio dei nostri assistiti”.

Il confronto politico

Intanto il caso continua ad alimentare lo scontro politico. Ranucci ha rilanciato sui propri canali social l’iniziativa dell’eurodeputato Pd Sandro Ruotolo, che ha annunciato di avere scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen per chiedere attenzione sulle dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e sulla richiesta di sospendere il giornalista dalla conduzione di Report.

Per Ruotolo la questione riguarda direttamente l’indipendenza del servizio pubblico e l’applicazione dell’European Media Freedom Act. “Non può essere il vicepresidente del Consiglio a decidere il futuro professionale di un giornalista della Rai”, sostiene l’eurodeputato, secondo cui non può essere il governo a stabilire “chi debba o non debba condurre un programma del servizio pubblico”. Nel suo intervento Ruotolo sottolinea inoltre che sull’attentato indaga la magistratura e che spetta agli inquirenti accertare fatti, movente e responsabilità. “Trasformare la vittima di un attentato nell’imputato politico della vicenda è inaccettabile”.


Buon ferragosto Giorgia…


(Dott. Paolo Caruso) – Mentre il Palazzo chiude le porte per la pausa estiva e i cosiddetti rappresentanti del popolo si godono le immeritate vacanze, buona parte degli italiani si trova alle prese con una crisi economica senza precedenti che morde sempre più il portafoglio con una inflazione calcolata al 3% annuo, e un aumento non più sostenibile dei prodotti energetici con ricadute sulle bollette, sui carburanti e con tutto quello che gli ruota intorno. Non può che fare rabbia l’ attenzione morbosa dei media rivolta alla falsa rappresentazione di una Italia vacanziera e spensierata che all’ interno di ” Melonilandia “, il fantastico mondo di Giorgia, ritrova fiducia e nuova linfa vitale per il prosieguo. Una arrampicata fino alla cima dei sogni che prelude ad un rapido scivolamento a valle in una realtà autunnale che di sicuro non prevede nulla di buono per i comuni cittadini. Cittadini che subiscono grazie ai sovranisti meloniani i contraccolpi economici di una politica scriteriata tesa al mantenimento del potere e alla difesa degli interessi delle lobby finanziarie soprattutto di quelle delle armi. Il mancato intervento sugli extra profitti bancari, assicurativi e energetici è un esempio lampante della rotta intrapresa da questa destra di governo a favore delle classi finanziarie dominanti. Un danno non indifferente per l’ erario, un giusto ritorno di capitali che avrebbe potuto risolvere almeno in parte i problemi insoluti della sanità pubblica. Uno schiaffo a tutti coloro che trepidano per arrivare a fine mese. Pagherà qualche altro. I soliti noti. Cioè noi cittadini sempre più ” tartassati “. Quanto profitto, ci chiediamo, in termini di miliardi non hanno guadagnato le banche e i ricconi in questi anni di guerra e con il rincaro dei prodotti energetici? Una economia di guerra che ha affossato una intera popolazione. Intanto si può affermare con cognizione di causa che questo governo non fa nulla, se non propaganda, per risolvere i problemi reali che più stanno a cuore ai cittadini, la sanità pubblica e le lunghe liste di attesa, la disoccupazione giovanile e non solo, la perdita delle migliori intellighenzie che emigrano in Paesi esteri, la sicurezza, un giusto sistema fiscale, la lotta alla corruzione e alla evasione. Corruzione e Evasione che a poco a poco hanno logorato come un tarlo il telaio socioeconomico del Paese, alterando le stesse regole del vivere civile. Un vero e proprio cancro la cui capillarità è diventata oggi un vero problema sociale. L’evasione fiscale (100 miliardi di euro l’ anno sottratti al fisco) e la corruzione (in maniera più subdola) sono aumentate notevolmente nel corso degli anni e nulla o poco è stato fatto da questo governo per ridurre il fenomeno. Anzi……. Basterebbe che la politica del “fare” invece di strombazzare a destra e a manca terapie miracolose per la risoluzione definitiva del problema non si mettesse di traverso a quegli strumenti preziosi che sono le intercettazioni telefoniche, l’ abuso di ufficio richiesto dall’ Europa e il traffico di influenze, e attuasse inoltre rigidi controlli per colpire i veri soci della politica, i cosiddetti Colletti bianchi, allora sì che tutto cambierebbe in meglio. Nessuna riforma è stata portata a compimento dalla Giorgia nazionale e l’ unica quella sulla Magistratura è stata bocciata giustamente dal Popolo Sovrano. Molte leggi ancora sono di là da venire, la legge del voto ai fuori sede per il voto a distanza di chi si trova in mobilità deve essere ancora approvata dal Senato, manca all’ appello la legge sul lobbying che faccia luce sulla rappresentanza degli interessi, la legge anti SLAPP ( contro le azioni legali intimidatorie ) come indicata dalle direttive europee che dovrebbe tutelare giornalisti , attivisti, e semplici cittadini da azioni legali infondate allo scopo di metterli a tacere. Una Meloni che a filastrocca approva decreti sicurezza senza che vi sia alcun riscontro positivo in campo. Una destra bellicista che ha portato l’ Italia ad una economia di guerra sprecando miliardi di euro per armamenti. Una Caciottara che non è riuscita a regolarizzare l’ arrivo dei migranti in Italia e che ora si ritrova da sola in Europa a sospendere il trattato di Schengen contro la Spagna e a fronteggiare le pretese del Cancelliere tedesco per i rimpatri di alcuni migranti. Il capolavoro di una vera Statista! Buone vacanze Giorgia, buon ferragosto a te, ai fratelli e sorelle d’ Italia, vi rimandiamo a settembre con la speranza di una sonora bocciatura alle elezioni del prossimo anno.


Perché “il campo largo” di Schlein è diventato un “campo minato”


La colpa non è soltanto della segretaria del Pd, ma di tutti gli oppositori interni che hanno cercata di sabotarla senza avere il coraggio di allargare la coalizione del centrosinistra. A meno di un anno dal voto, da Conte a Salis, da Renzi a Ruffini, tutti sono legati allo stesso filo. E devono trovare presto un accordo. Che è già tardi.

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Questa non la potete addebitare a Elly Schlein: la definizione di «Campo largo» non è una sua invenzione. Per chiarirsi, che vuol dire poi «Campo largo»? La Treccani, appena due anni fa, lo ha incluso nel novero dei neologismi e così lo ha decifrato: «Progetto di ampliamento della coalizione di centrosinistra sia verso forze collocate più al centro nello schieramento politico sia verso forze collocate più a sinistra». Ragionevole: per un elettorato che pende a destra, soltanto una sinistra larga – altro non si poté scegliere, proprio per non litigare con gli aggettivi – potrebbe avere opportunità di vittoria.

Benché al «Campo largo» sia riconosciuta una dignità lessicale da un paio di anni, coincidente più o meno con l’avvento di Schlein segretaria dem (2023), la ricerca del «Campo largo» impegna da decenni gli eruditi del segmento politico e, con rigore storico, sempre la Treccani cita gli sforzi di Walter VeltroniGoffredo Bettini, in ultimo Dario Franceschini. Schlein viene spesso accusata – e ne incassa di accuse provenienti da ogni lato del campo, larghissimo all’occorrenza – di non essere decisa, di non essere lungimirante, di non essere carismatica. In breve: di non essere leader. Su questo tema presto legifererà il tempo con le elezioni, a noi interessa raccontare il tempo che è trascorso da quando la trentenne Schlein ha battuto Stefano Bonaccini ai gazebo e, soprattutto, il tempo che si è impiegato male o, peggio, il tempo che si è sprecato.

Non vi è dubbio che in quasi tre anni e mezzo di segreteria, il «Campo largo» sia la più evidente e la più solida, se non l’unica, proposta politica di Elly Schlein. Una proposta politica, però, non è un piatto di un menu: va interpretata, migliorata, rielaborata. Schlein ha scritto la sua proposta politica, col suo fare diligente, e non l’ha mai corretta né adeguata ai sommovimenti nel centrosinistra e nel governo: «Te piace ’o presepio?».

L’esigenza di allestire un «Campo largo» è sorta da una semplice constatazione: la divisione fra Pd di Enrico Letta e 5S di Giuseppe Conte ha favorito il trionfo di Giorgia Meloni. Divisi, perdiamo. Uniti, forse. Uniti forse, competiamo. Non c’era bisogno di teorici gramsciani o sciamani danzanti: è sufficiente una modesta dimestichezza con l’aritmetica. Perciò Schlein, non più ossessionata dai centristi senza consenso che vietano alleanze con gli ex grillini, ha impostato il «Campo largo» con Conte, la coppia Fratoianni & Bonelli e una spruzzatina – le dosi non sono quantificate – di moderati apolidi da Matteo Renzi in giù. Il campo è risultato subito abbastanza largo, non rigorosamente equilibrato.

Schlein ha cominciato a vacillare, ha faticato – e fatica – a tenersi in piedi al vertice di questo spazio politico che si ha paura a chiamare per quello che è, incapace di indicare una traiettoria politica. Ha anteposto la sopravvivenza del suo progetto politico, che ha per lieto fine la sua candidatura a Palazzo Chigi, alla stessa crescita di voti e di idee del Partito democratico.

Il comunista migliorista Emanuele Macaluso, che di leader se ne intendeva e di masse ancora di più, sosteneva che un vero leader di un partito di massa doveva essere “prevedibile” per i suoi elettori. La sua risposta deve essere scontata prima che si sollevi la domanda. E invece ogni volta che il Pd deve prendere una posizione intellegibile su riarmo europeo o guerra in Ucraina, e non esclusivamente su questioni spartiacque di politica estera, i suoi elettori devono scrutare un bugiardino; oppure, è il caso di questi giorni alla Camera, aspettare che si approvino involute mozioni del «Campo largo» senza convocare l’intero «Campo largo».

In quasi tre anni e mezzo di segreteria, e il referto appare unanime, il «Campo largo» è riuscito a manifestare più le sue contraddizioni che la sua potenziale coesione. Nessuno da quelle parti, fra i cosiddetti moderati, s’è mosso con generosità e coraggio per puntellare la coalizione, semplicemente per aiutare la proposta politica della segretaria. S’è lasciato fare, anzi non fare a Schlein pensando o sperando che si stancasse di insistere con una soluzione claudicante. Tutti hanno pregato per una “conceptio domini” e l’arrivo insperato di un federatore/una federatrice.

La segretaria ha superato con un colpo di tosse la tendenza stagionale di Ernesto Maria Ruffini; ha attraversato indenne l’ipotesi di una scissione al Nazareno con la fioritura di una nuova Margherita di Graziano Delrio; ha ascoltato le invocazioni a Paolo Gentiloni per il suo prestigio internazionale e ai sindaci Gaetano Manfredi di Napoli e Roberto Gualtieri di Roma per il loro prestigio comunale; ha praticato la tanatosi politica dinanzi alla travolgente moda Silvia Salis.

Con cinismo i numerosi oppositori di Schlein, e ce ne sono di oppositori nonostante fra i banchi dem prevalga il conformismo annaffiato con l’ipocrisia, potrebbero gioire del fallimento di Schlein e scommettere sul “dopo”. Vi sveliamo un segreto: il “dopo” non esiste.

Il voto del ’27 è probabilmente il voto più determinante della Repubblica. Rivelare banalità è noioso: se il centrodestra si riprendesse Palazzo Chigi con Giorgia Meloni, poi espugnerebbe il Quirinale con Giorgia Meloni o con un delegato di suo stretto gradimento. Il futuro di Salis e di Schlein e quello di Delrio e di Manfredi come quello di Ruffini e di Gualtieri è inestricabilmente connesso. Certo, pure quello di Conte.

Il capo dei Cinque stelle ha gioco facile a scassinare la già scassinata compattezza del Partito democratico. La sua forza è impregnata della debolezza di Schlein e sovverte le gerarchie elettorali, allora perché rischiare – Schlein conta sull’appoggio di Fratoianni & Bonelli al secondo turno – di soccombere con le primarie?

C’è un’urgenza, verosimilmente più preoccupante, che affligge il «Campo largo». Può sembrare un’urgenza bagatellare, ma sempre di urgenza si tratta. Che fare della quarta lista, la quarta gamba, la quarta cosa che giustifica l’esistenza di un centro e acquieta i moderati Pd? Salis non ha deciso ancora, o almeno non ha intenzione di farcelo sapere, se e come e quando e quanto sarà coinvolta nelle elezioni nazionali. Una valutazione più circostanziata ci sarà a ottobre, apprendiamo, quando il libro per la sua promozione sarà in libreria e in giro per l’Italia. Un pochino tardi.

Il paradosso è che Schlein e Salis hanno bisogno di stare assieme, e di starci adesso. Schlein perché ha necessità che un volto credibile – per i media, che ne certificano la credibilità – si intesti la quarta lista dove infilare Renzi, Ruffini eccetera. Salis perché ha l’occasione di capitalizzare la fama mediatica (attesa messianica) che s’è addensata rapidamente attorno a sé e altrettanto rapidamente potrebbe dissolversi.

«Con un “Campo largo” che spinge a sinistra, avrei difficoltà a votare il mio partito», confessa un autorevole esponente Pd. La sindaca di Genova dovrebbe tentare un’operazione come quella di Renzi con Pier Luigi Bersani nel dicembre 2013 con le primarie che lo videro sconfitto e da lì in poi principale azionista e referente della minoranza del partito. Il ribaltone del governo di Enrico Letta fu una naturale conseguenza di quella ordalia interna.

Un viandante del «Campo largo» pronostica le primarie a doppio turno e con una sestina di partecipanti: Conte e Schlein, ovvio, e poi un rappresentante di Avs, uno di Italia Viva con o senza radicali, uno dei civici dell’assessore romano Alessandro Onorato, una sorpresa in stile Salis, se non Salis. Il campo sarà comunque larghissimo, Schlein ce l’ha fatta. Quanto minato lo si capirà.


Vannacci, Musk ti osserva!


La rete di Elon Musk “osserva” Vannacci: contatti con Stroppa. Dopo aver visto il referente del magnate, il think tank vicino a Fn pensa ad altre iniziative

La rete di Elon Musk “osserva” Vannacci: contatti con Stroppa

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – È inizio estate. Sabato 20 giugno, Hotel Bulgari, Roma. Andrea Stroppa, referente italiano di Elon Musk, incontra per circa un’ora e mezza l’imprenditore Luca Sforzini. Parlano di politica, intelligenza artificiale, guerre. Non è un incontro qualsiasi: Luca Sforzini è presidente di Rinascimento Nazionale, il think tank di riferimento del partito di Roberto Vannacci, Futuro nazionale. Un’associazione autonoma rispetto a Fn, con un suo Statuto e un suo organigramma, ma una sorta di serbatoio culturale del partito. L’incontro all’Hotel Bulgari è emblematico: segno dell’attenzione con cui il magnate americano osserva i movimenti nella politica italiana.

Musk ha da sempre buoni rapporti sia con Giorgia Meloni che con Matteo Salvini. La premier lo ospitò ad Atreju nel 2023, mentre il leader leghista lo intervistò in collegamento durante il congresso del partito nel 2025. Sembra una vita fa, con Vannacci che aveva appena preso la tessera del Carroccio. L’interesse di Stroppa per le dinamiche politiche è testimoniato anche da diversi commenti pubblicati su X nelle scorse settimane, molti dei quali suggerivano proprio di fare attenzione alla crescita del Generale: “Se il governo non cambia rotta su sicurezza e immigrazione, parte del suo bacino di voci andrà a Futuro Nazionale”. E ancora, con un messaggio rivolto alla maggioranza: “Le strade sono poche e abbastanza obbligate: lasciare il prossimo giro a un altro schieramento oppure usare quest’anno per iniziare a cambiare la squadra. O prepararsi al 2027 tenendo presente che una parte dell’elettorato adesso vuole la linea dura, e che il voto finirà a Vannacci”.

Stroppa ha più volte chiarito di non aver fatto alcun endorsement al Generale e, per quanto Il Fatto ha potuto verificare, anche l’incontro con Sforzini non è da interpretare come una vicinanza politica a Fn o un’adesione ideologica al nuovo partito. L’attenzione, viene spiegato, è “sui programmi”, tema su cui per la verità Vannacci ha esordito in maniera piuttosto vaga.

Di certo però c’è la volontà di capire, di conoscere, creare contatti come naturale per chi, come Musk e i suoi collaboratori, ha interessi in vari settore chiave – dall’auto alla rete Internet all’AI – e dunque mantiene rapporti con referenti politici in tutto il mondo.

Al momento dunque non è in programma nessun incontro diretto tra Stroppa e Vannacci; è possibile invece che proseguano i contatti con Rinascimento Nazionale, anche perché il think tank sta preparando per l’autunno diversi eventi, tra cui uno sull’intelligenza artificiale. Sforzini è attivissimo e l’associazione lavora in parallelo rispetto al partito, cercando di parlare a mondi più ampi della stretta comunità del Generale e coltivando rapporti che poi potrebbero rivelarsi preziosi anche per Futuro nazionale.

L’incontro con Stroppa è un esempio, ma negli ultimi giorni Sforzini ha lanciato pure un convegno sulla crisi di Sigonella, declinata in un titolo che tocca un argomento sensibile in maggioranza: “Sovranità nazionale e alleanza atlantica”. Il primo invito è stato per la capogruppo FI in Senato, Stefania Craxi, ma l’iniziativa vorrebbe coinvolgere l’ampia galassia socialista di partiti e fondazioni che in qualche modo si rifà a Bettino Craxi. Che c’entra il socialismo con Vannacci? Se è per questo, Rinascimento Nazionale ha invitato nella sua sede al Castello di Castellar Ponzano anche Beppe Grillo, indicato come un fenomeno di rottura nella politica.

Sforzini ha anche iniziato a nominare una serie di figure per un ideale pantheon del think tank, e anche qui i riferimenti sono piuttosto trasversali, visto che si va da Oriana Fallaci a Mario Pannunzio passando per l’ideologo della Lega Nord Gianfranco Miglio e Guglielmo Giannini, ideatore dell’Uomo Qualunque subito dopo la fine del fascismo. Tra Grok e Tesla, magari un giorno Vannacci si ritroverà a parlarne a tavola con Musk.


Cinque settimane per evitare cinque anni di Meloni


Il centrosinistra avrebbe tutte le carte in regola per vincere le prossime elezioni, ma sembra quasi si stia applicando per perderle. Prevalgono i personalismi e i tanti nodi tematici ancora irrisolti. Dal riarmo al fisco, dal reddito di cittadinanza al nucleare. Sullo sfondo, l’incognita Salis

(Felice Florio – lespresso.it) – Il centrosinistra può vincere le prossime elezioni e la prima metà di agosto ha mostrato con quanta perizia stia lavorando per non farlo. Il destino personale di Elly Schlein e Giuseppe Conte sembra prevalere rispetto alla costruzione di una maggioranza opposta al governo che, il 4 settembre, diventerà il più longevo della storia repubblicana. L’unica alternativa degli ultimi mesi è nata a destra, ancora più a destra: l’incubo di Giorgia Meloni, Roberto Vannacci. Ma è un’allucinazione da caldo affidarsi all’estremo rivale, che a L’Espresso non ha escluso, a determinate condizioni, di potersi alleare con l’attuale coalizione di stanza a Palazzo Chigi, scongiurandone lo sfratto. Intanto dei gazebo, di quel moto di popolo che dovrebbe accompagnare le opposizioni a individuare un leader, non si vede l’ombra. 

Le primarie vengono evocate senza regole condivise. Soprattutto, scarseggia la fiducia e con essa l’impegno vincolante a sostenere il vincitore. La consultazione del proprio elettorato, così, rischia di trasformarsi in un congresso permanente del centrosinistra, con il nome indicato per la guida logorato dal giorno successivo. E gli sconfitti impegnati a recuperare nell’eventuale governo ciò che hanno perso nei gazebo. Ad Asiago, Conte ha bucato la pasta molle dell’alleanza con il tema più divisivo. Il Movimento 5 stelle non voterà il prossimo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina. Poi, l’inversione dell’ordine degli addendi che ha surriscaldato gli animi: la proposta sulla politica estera sarà stabilita dalle primarie. Ovvero gli elettori, preferendo un leader a un altro, esprimeranno già la propria posizione. Il programma seguirà. Condizione inaccettabile per un Partito democratico balcanizzato al suo interno dalle divergenti visioni geopolitiche. 

Schlein non può accettare che una linea si decida per acclamazione mentre il suo gruppo è diviso e la formula testardamente unitaria a cui si è inchiodata le lascia poco spazio di manovra. «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito», ha replicato la segretaria del Nazareno. Una risposta procedurale a una sfida politica, esistenziale per non sfilacciare le maglie larghe del campo nella fase di tessitura. Che nella sua trama vede diversi nodi ancora da sciogliere. Il primo è il Safe, il prestito europeo per il riarmo: la risoluzione unitaria in Parlamento lo ometteva, i riformisti dem avevano già annunciato che non l’avrebbero votata. Il secondo è il fisco, dove la geografia si capovolge: Schlein apre a una tassazione europea dei grandi patrimoni, Conte ripete che la patrimoniale non è all’ordine del giorno, alla ripresa dei lavori Alleanza verdi sinistra proporrà la sua legge sui patrimoni netti oltre i cinque milioni. Poi il reddito di cittadinanza, che il Movimento vuole ripristinare e il Pd ripensare in formule più selettive. La Tav, con le remore di 5 stelle e Avs. Il nucleare di nuova generazione, su cui il Nazareno mostra aperture e Avs la chiusura più netta. E il termovalorizzatore di Roma, voluto da Roberto Gualtieri e avversato per anni dai grillini: una questione capitolina, finché il nome del sindaco non ha cominciato a circolare per le eventuali primarie. 

Conte faticherebbe a spiegare ai propri elettori perché sostenere l’uomo dell’inceneritore. È una piccola selezione di contrapposizioni tematiche. Contemporaneamente, la partita si inasprisce sul terreno dei personalismi. Fonti vicine a Schlein sintetizzano così l’aspettativa del suo staff: «Da tre anni lavoriamo per costruire l’alternativa, sarebbe naturale che il Pd, anche perché primo partito della coalizione, esprimesse la leadership». Conte, dall’altro lato, crede fortemente in un suo ritorno a Palazzo Chigi. E allora i dirigenti del Pd, alcuni dei quali hanno sostenuto l’ascesa dell’attuale segretaria, starebbero lavorando per farla desistere. Poi, sono al lavoro i pontieri: tra i più attivi risulterebbero Dario Franceschini, Andrea Orlando e Goffredo Bettini, liaison privilegiata tra il Nazareno e Conte. Qualcuno avrebbe provato a convincere Schlein, senza successo, dell’opportunità di anticipare Conte, facendo per prima un passo indietro. La tesi è che la giovane età le permetterebbe di riprovarci in futuro.

Tuttavia, con l’accelerazione agostana impressa da Conte, gli stessi dirigenti che imbastivano nell’ombra hanno dovuto difendere alla luce del sole i gazebo. Le primarie non sono rinviabili, dicono, perché un elettorato composito come quello del centrosinistra non riconoscerebbe, se non tramite un’investitura elettorale, la leadership di un altro partito. Continua a circolare, nonostante le smentite dell’interessata, l’ipotesi di Silvia Salis. È l’identikit su cui Matteo Renzi insiste da tempo per il candidato ai gazebo. Nel Pd in tanti la considerano la federatrice migliore per il Campo largo. Negli scorsi mesi, però, un cortocircuito ha scosso la strada verso Roma della sindaca genovese. Lo schema del Nazareno vedeva Schlein candidata alla presidenza del Consiglio e Salis aggregatrice del centro, con Italia viva, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini e persino Carlo Calenda raccolti sotto di lei. Sarebbe saltato perché la sindaca non ha intenzione di rappresentare un’unica area. Ufficialmente, ribadisce di pensare alla sua città e alle primarie si è sempre detta contraria. 

Le due cose stanno insieme solo se la sua ipotesi non è una corsa, ma una nomina per acclamazione, che può arrivare quando gli altri papabili si saranno logorati a vicenda. Il libro atteso in ottobre, pubblicato da Feltrinelli con il titolo «È già domani», e il tour che seguirà alimentano il sospetto che Salis punti direttamente a Palazzo Chigi. Sono guardinghi, gli schleiniani, sulle mosse di Salis, che secondo alcuni sondaggi sarebbe la più competitiva contro Meloni. Sull’altro versante, però, nemmeno i contiani si sentono tranquilli. Fino a poche settimane fa la disponibilità di Conte alle primarie conviveva con la paura di perderle. Una fonte pentastellata lascia intravedere la preoccupazione: «Come costruiamo, da zero, i comitati per Conte in tutta Italia?». Allora, invocare i gazebo ad agosto potrebbe rispondere all’esigenza di ancorare le primarie nella rada tematica, più che avvilupparle su una lotta di leadership. 

Perché se il quesito è chi guida, vince la macchina territoriale del Pd, capillare come nessun’altra. Invece, se il quesito è armi sì o armi no, vince il posizionamento, e Conte ha il lusso di poter sciorinare posizionamenti più forti. Ma nei 5 stelle fedeli al presidente si consolida anche un’altra giustificazione per assumersi la guida del Campo largo: Alessandro Di Battista. Una coalizione a guida pentastellata conterrebbe il suo exploit, se invece fosse il Pd a esprimere il candidato a Palazzo Chigi potrebbe generarsi una fuga verso l’eventuale soggetto politico che nascerebbe a sinistra. Mentre i due partiti maggiori si studiano, l’elenco dei candidabili si allunga. Recentemente, è comparsa la suggestione Gualtieri, sostenuto dalla macchina di Claudio Mancini e dall’associazione delle autonomie locali che il sindaco presiede. Al centro, invece, un primo verdetto è già arrivato da fuori. La contromossa attribuita al Nazareno era di allargare il tavolo fino a Calenda, anche con lo scopo di diluire il progetto di Onorato in una platea abbastanza affollata da togliergli centralità. Il leader di Azione ha risposto prima ancora che l’invito partisse: andrà al voto da solo. Il Campo largo, sostiene, è un’accozzaglia senza possibilità di governare. 

L’unico interlocutore con cui Calenda potrebbe rivedere la decisione è Paolo Gentiloni. Pure Avs ha rotto gli indugi. Dopo Angelo Bonelli, che ha chiesto ai due maggiori di finirla con il dualismo perché «non siamo più disponibili ad attendere», Nicola Fratoianni si è spinto oltre: il candidato premier «può essere anche uno dei nostri», anzi «il profilo ideale per guidare il Paese lo abbiamo noi». Con un partito che ha quasi raddoppiato il 3,6 per cento del 2022, non è una boutade estiva. Impressiona la disinvoltura con cui si discute già del dopo. Nel gruppo dirigente dem c’è chi è convinto che il prossimo governo cadrà loro in braccio per gravità. E le caselle vengono assegnate in anticipo: la vicepresidenza del Consiglio a chi desiste, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio a chi avrà lavorato bene. Circola perfino una previsione: reggiamo un anno di governo con i 5 stelle, poi arriva Vannacci. È un’altra di quelle allucinazioni da afa estiva, capovolta e messa a bilancio. Il tempo, però, sta finendo. Al Senato, entro il primo settembre, vanno depositati gli emendamenti per la legge elettorale che obbligherebbe a indicare il candidato premier. Il 6 settembre Schlein e Conte saranno sullo stesso palco a Cernobbio, in quello che i loro collaboratori definiscono già un derby. E il 19 e il 20, a Milano, gli esponenti del Movimento discuteranno del programma che i vertici porteranno al tavolo della coalizione: da quel momento Conte non tratterà più a titolo personale, ma con un mandato. Chiunque voglia incidere sulla piattaforma deve muoversi prima di quella data. Cinque settimane per sciogliere i nodi. Trascorse le quali il centrosinistra si troverà a questionare dei ruoli di un governo che non avrà ancora capito come conquistare.


Meloni si auto-incensa sull’economia: “L’Italia tiene, dati incoraggianti”. E il debito è ancora “colpa del Superbonus”


In un’intervista ferragostana la premier magnifica i presunti successi del governo sull’economia. Le opposizioni: “Racconta un Paese che non c’è, nessun accenno ai salari”

Meloni si auto-incensa sull’economia: “L’Italia tiene, dati incoraggianti”. E il debito è ancora “colpa del Superbonus”

(ilfattoquotidiano.it) – “La stabilità che questo governo ha assicurato ha permesso all’Italia di affrontare con maggiore sicurezza la più difficile congiuntura degli ultimi decenni. L’economia italiana sta tenendo bene e i dati dei primi due trimestri 2026 sono incoraggianti. Il Pil pro capite è cresciuto rispetto al 2022 di quasi 4.500 euro“. In un’intervista ferragostana al quotidiano Milano FinanzaGiorgia Meloni magnifica i presunti successi economici del governo scaricando le responsabilità per ciò che non funziona. Rispondendo alle domande non proprio feroci del direttore Roberto Sommella (che loda la sua “forza di volontà” nell’aver smesso di fumare), la premier insiste sui pochi indicatori positivi e ripete i soliti alibi per i molti negativi: la crescita tra le più basse d’Europa “sconta un annoso problema di bassa produttività del lavoro“, legato a una “struttura produttiva fatta principalmente di micro e piccole imprese. Servono molti anni per invertire questa tendenza”. Il debito pubblico che fatica a scendere, invece, è colpa della “situazione catastrofica ereditata” dal Superbonus, “un disastro che il governo Pd-M5s ha abbattuto sui conti” (e pazienza se le proroghe sono state votate pure da FdI).

Meloni insiste sugli interventi per “sostenere il potere d’acquisto dei redditi medio-bassi: “Ogni anno, tra taglio del cuneo e taglio dell’Irpef, rimettiamo 21 miliardi nelle tasche degli italiani. Ma il ceto medio beneficia anche di altri provvedimenti che abbiamo introdotto o potenziato in questi anni, come la detassazione dei fringe benefit, la riduzione dal 10 all’1% dell’aliquota sui premi di produttività, oltre all’innalzamento a 85mila euro della soglia d’accesso al forfettario“. E sottolinea il taglio dei tempi per il saldo delle fatture da parte della Pubblica amministrazione, che “oggi paga abitualmente le imprese entro trenta giorni”. Sulla crisi diplomatica con la Spagna aperta dopo i massicci arrivi di migranti a Ceuta, la premier rivendica l’asse con altri 22 Paesi espressa in una lettera a Bruxelles: “Già oggi la stragrande maggioranza delle nazioni europee condivide la posizione dell’Italia. La priorità è proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione incontrollata, escludere ogni rischio di sicurezza e terrorismo, difendere la libertà di circolazione”.

L’intervista innesca reazioni indignate da parte dell’opposizione: “Non si sa bene se essere ammirati, per la capacità di alterare la percezione della realtà, o indignati, per un racconto lontano anni luce dalla condizione reale del Paese. Di certo la premier ha un dono: raccontare un’Italia che esiste solo nella sua immaginazione, come un grande Truman Show. Peccato che gli italiani, nel frattempo, debbano fare i conti con quella vera, che nei quasi quattro anni di governo della destra è decisamente peggiorata”, accusa il senatore Pd Antonio Misiani. “Meloni esalta l’aumento del Pil pro capite, ma dal 2022 l’Italia ha perso terreno rispetto all’Europa anche su questo indicatore. E i salari? Parola assente dall’intervista, come dai pensieri del governo. Il potere d’acquisto delle retribuzioni di 19 milioni di lavoratori è inferiore del 6,1% rispetto a cinque anni fa, il dato peggiore tra le grandi economie Ocse, con un altro calo previsto nel 2026, ma evidentemente per la destra questo è un problema secondario”.

Anche per Peppe De Cristofaro, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, Meloni “racconta di un Paese che non c’è. Sull’energia siamo il paese europeo che sta subendo maggiormente la crisi di Hormuz per colpa del negazionismo climatico della destra. Le misure approvate non sono servite a fronteggiare l’aumento dei prezzi e i ritardi sulle rinnovabili si fanno sentire. Ma ora ci racconta che con il nucleare tutto cambierà, senza però specificare a che prezzo e fra quanti anni. Pil a zero virgola, produzione industriale con il meno davanti, crisi aziendali infinite (vedi Ilva), aumento della pressione fiscale, bassi stipendi e precarietà. Questa è la realtà che Giorgia Meloni non racconta. L’Italia da quando governa Meloni è peggiorata e gli italiani se ne stanno accorgendo a proprie spese”, afferma.


Che voragine nei conti dello Stato!


(ANSA) –  Lo scorso giugno il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 26,2 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 3.207,2 miliardi. Lo rende noto la Banca d’Italia nella pubblicazione ‘Finanza pubblica: fabbisogno e debito’.

L’incremento riflette il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (13,3 miliardi), la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro (9,8 miliardi, a 61,7), nonché l’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (3,1 miliardi). 

Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, la variazione del debito è imputabile a quella delle Amministrazioni centrali (26,9 miliardi), in parte compensata dalla diminuzione del debito delle Amministrazioni locali (0,7 miliardi). La vita media residua è rimasta stabile a 7,9 anni. 


I premi di maggioranza solo con alte soglie di affluenza: perché no?


Il Paese avrebbe bisogno di una seria legge elettorale per affrontare la vera emergenza delle istituzioni democratiche: la non partecipazione al voto

I premi di maggioranza solo con alte soglie di affluenza: perché no?

(di Carmelo Pennisi – ilfattoquotidiano.it) – L’agenda politica del governo e del Parlamento è impegnata nell’approvazione di una nuova legge elettorale, attirando le critiche dell’opposizione sia sul merito della legge sia sull’opportunità temporale di affrontare questo tema, visti i gravi e concomitanti problemi che attanagliano il Paese. Tuttavia, chi ha un po’ di memoria ricorda che le leggi elettorali sono state modificate sempre a fine legislatura e lo hanno fatto governi sia di centrodestra sia di centrosinistra, quasi sempre con intenti manipolativi dell’esito elettorale a seconda delle convenienze del momento e degli attori in campo, con risultati discutibili quando non incostituzionali e dando loro nomi bizzarri (Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum).

I veri scopi sono sempre di opportunità, sebbene camuffati da nobili motivazioni come ad esempio quelli dichiarati da questo governo in termini di maggiore stabilità e governabilità il che, detto da chi può vantare il record di longevità e l’approvazione sprint dell’ultima legge di modifica costituzionale con rigetto di tutti gli emendamenti proposti, sembra piuttosto mistificatorio.
In realtà il Paese avrebbe bisogno di una seria legge elettorale ma non per garantire alle maggioranze il miglior risultato ma per tentare di affrontare l’attuale vera emergenza delle istituzioni democratiche ovvero la non partecipazione al voto di una parte sempre più ampia dell’elettorato. L’esperienza referendaria dello scorso marzo ha dimostrato che l’emergenza è reversibile, basterebbe rendere nuovamente protagonisti e partecipi del dibattito politico i cittadini, essere ispirati dai valori costituzionali e avere l’onestà intellettuale di far prevalere la verità sulle mistificazioni.

Invece sembra non cambiare nulla. Con l’ossessione di rendere schiaccianti le vittorie elettorali con sempre meno elettori, si adottano sistemi maggioritari, premi di maggioranza e soglie di sbarramento che, alterando e distorcendo i pesi della rappresentanza, aumentano la distanza tra politica e cittadini. I premi di maggioranza, se proprio necessari, quanto meno si riconoscessero soltanto al raggiungimento di alte soglie di affluenza così da incentivare le forze politiche a promuovere la più ampia partecipazione elettorale.

Ma la grande svolta dovrebbe essere il ritorno ad un sistema sostanzialmente proporzionale (più confacente al pluralismo politico italiano) e al voto di preferenza. Poter scegliere un candidato significa per l’elettore rimpossessarsi del suo diritto-dovere-onere di selezionare il proprio rappresentante senza più essere costretto ad accettare o rifiutare una lista di nomi preconfezionata dai vari capi-partito.

Le argomentazioni contrarie al voto di preferenza, ancorché pretestuose e non verificabili, non sono convincenti mentre è sempre più evidente la volontà di segretari e quadri di partito di non rinunciare al potere di scegliere nomi e posizioni in lista. Di fatto un potere di nomina che, facendo nascere una sorta di vincolo di subordinazione o, quantomeno, un sentimento di riconoscenza del parlamentare nei confronti del segretario di partito, eluderebbe l’art. 67 della Costituzione che vuole ogni membro del Parlamento libero da vincoli di mandato (degli elettori e tanto più dei capi-partito). Si assiste, quindi, al paradosso che l’attività del parlamentare viene sottoposta al vaglio di fedeltà dimostrata nei cinque anni di legislatura alla segreteria del partito prima ancora che al giudizio politico degli elettori (che diverrebbe, pertanto, eventuale).

E nello scenario in cui il leader di partito diventa presidente del Consiglio il cortocircuito è fatto, con grave vulnus al principio di separazione dei poteri e ribaltamento del dettato costituzionale in tema di fiducia: i parlamentari sottoposti, di fatto, al gradimento da parte del governo. Non è un caso se la storia recente ci ha consegnato Parlamenti sempre più deboli e subalterni al potere esecutivo.

Se non è un’emergenza questa…


Putin, l’attacco all’Europa e la speranza


(Tommaso Merlo) – A Putin conviene attaccare l’Europa militarmente. Adesso che il riarmo europeo è solo all’alba e nel bel mezzo della disfatta americana in Iran. La Russia ha di fatto demilitarizzato la Nato, ha polverizzato tutti i suoi arsenali mentre gli americani hanno sprecato le loro rimanenze per servire i loro padroni sionisti nel Golfo. L’Occidente è disarmato mentre l’industria bellica russa procede a pieno regime e si avvale anche della collaborazione nord coreana, iraniana e soprattutto cinese. Il momento migliore per Putin per dare una lezione ai russofobi di Washington e Bruxelles che perseguitano la Russia da decenni e si erano illusi che sfruttando quegli utili idioti di Kiev potessero coronare i loro sogni napoleonici. Putin avrebbe poi tutto il diritto di colpire le fabbriche sul suolo europeo in cui si producono i componenti per i droni che l’Ucraina usa per i suoi attacchi terroristici in territorio russo tipo la ripugnante strage sulla spiaggia in Crimea. Le coordinate per tali porcherie gli vengono fornite dagli americani, anche quelle per l’attacco ad una delle residenze di Putin tempo fa. Oggi la Russia è militarmente superiore all’Occidente, dispone di missili ipersonici inarrestabili e devastanti, ha già mobilitato un imponente esercito e può contare su un impressionante arsenale nucleare. È poi un paese compatto attorno alla sua leadership e che combatte per la propria sopravvivenza mentre l’Occidente combatte controvoglia una guerra per procura per volontà di detestate classi deficienti e dei loro padroni della lobby della guerra. E in guerra movente e leadership sono decisivi. Ma politicamente, a Putin non conviene attaccare frontalmente l’Europa almeno per il momento, gli conviene limitarsi a difendere le petroliere della flotta ombra come dichiarato in queste ore e completare nel frattempo le operazioni in Ucraina entro l’inverno e poi valutare. Un attacco diretto in Europa infatti, permetterebbe ai russofobi delle classi deficienti politiche e mediatiche di starnazzare alle masse tutto il loro viscerale odio, compattare i guerrafondai e lanciare la mobilitazione in nome del suicidio di massa nucleare. Putin aiuterebbe cioè i suoi nemici ad uscire dallo stallo, nemici che sono detestati dai loro stessi popoli e che hanno quindi vita politica breve. Gli conviene avere pazienza. Merz in Germania è considerato una prostituta dei guerrafondai di Bruxelles, di quelli dei fondi di investimento e dei sionisti, a spopolare è la destra dell’AfD che vuole una pace immediata con la Russia e la neutralità dell’Ucraina. Lo stesso vale per le destre populiste inglesi che stanno scaldando i motori per governare e vogliono un negoziato di pace con Mosca. Anche in Francia sta cambiando il vento col guerrafondaio Macron che è odiato a morte anche da suo marito mentre l’Italia è politicamente già estinta a furia di votare imbecilli. Una Europa mai così debole e divisa, spaccata tra popoli e classi deficienti e spaccata tra stati membri dell’ammucchiata tecnocratica nata per difendere la pace e che sta schiattando per difendere la guerra. Nonostante l’Occidente abbia superato ogni linea rossa, Putin ha sempre evito una escalation potenzialmente mondiale. Checché ne dicano le newsletter della Nato travestite da giornalismo mainstream, Putin ha storicamente perseguito una politica di apertura verso l’Occidente ed è considerato un moderato che anche di recente è stato spronato dalla Duma ad usare la mano pesante con Kiev e chiudere la pratica. Putin ha sempre visto l’Europa come un mercato e un partner naturale ed i rapporti stavano crescendo fino a quando dopo decenni di lavoro nell’ombra, la lobby della guerra a matrice americana è riuscita a distruggere tutto con noi servi europei che gli siamo andati dietro compromettendo la nostra principale risorsa energetica in pieno declino. Un vero e proprio suicidio politico ed economico di cui prima o poi dovranno rispondere. Ma ora possiamo solo sperare che la situazione non sfugga di mano e si diriga verso la conclusione. Con la resa incondizionata di Kiev e l’esilio di Zelensky mentre quello che resta dell’Ucraina diventa neutrale come poteva essere deciso senza sparare un colpo. Altra speranza è che Trump riesca nell’impresa di far schiantare l’impero americano prima del previsto trascinando nel baratro anche la lobby della guerra e lo stato profondo. Aggiungendo la disfatta ucraina a quella iraniana, Trump passerà alla storia per aver archiviato la fasulla egemonia e la disastrosa leadership americana in tempi record. Quanto a noi colonie europee, la speranza è quella di liberarci il prima possibile dalle classi deficienti che ci hanno trascinato in questo vicolo cielo. Liberarci da una politica inetta, da media venduti, dal servilismo americano, dai deliri della lobby della guerra camuffata da Nato e riprendere la strada del dialogo e della cooperazione con la Russia come con tutti i paesi. La strada costituzionale della pace e della vera democrazia in cui venga vietata ogni interferenza lobbistica e in cui questioni vitali come la guerra tornino saldamente nelle mani del sovrano e cioè del popolo.


Groenlandia, stop alle trivelle Usa: fermata la società legata a Trump


Nell’isola che il tycoon vuole acquisire a tutti i costi, la compagnia petrolifera avrebbe dovuto avviare le perforazioni, ma non aveva i permessi necessari

Groenlandia, stop alle trivelle Usa: fermata la società legata a Trump

(di Massimo Basile – repubblica.it) – NEW YORK – La Groenlandia ha bloccato, per ora, il piano di una compagnia petrolifera americana legata a Donald Trump di avviare le perforazioni alla ricerca di petrolio nel bacino di Jameson Land, sulla costa orientale. Il motivo: non aveva tutti i permessi. La storia conferma come l’isola di ghiaccio sia diventata l’epicentro di tre forze: Trump, il business delle risorse naturali e la nuova corsa geopolitica dell’Artico. Ma rivela anche il contrasto tra la grande ambizione del presidente e la goffaggine quasi provinciale dell’operazione condotta dai suoi amici: una società americana di esplorazione petrolifera e di gas quotata al Nasdaq, la Greenland Energy Co., è arrivata in Groenlandia con 60 milioni di dollari di attrezzature per scoprire che un partner, White Flame Energy, non aveva tutti i permessi. Il progetto è stato rinviato all’inverno del 2027.

La retorica trumpiana della conquista dell’Artico può attendere, ma non è detto: essendo in gioco gli interessi di donatori alla sua campagna, Trump potrebbe intensificare la pressione per acquisire l’isola.

«Operare nell’Artico richiede pazienza e flessibilità. Useremo questo tempo per perfezionare i nostri piani e rafforzare i rapporti con le comunità locali», ha dichiarato Robert Price, amministratore delegato di Greenland Energy.

Le licenze di esplorazioni, in possesso di White Flame Energy, – che fa parte del gruppo britannico “80 Mile” – erano state concesse prima che la Groenlandia interrompesse, nel 2021, il rilascio di nuove autorizzazioni, citando il peggioramento della crisi climatica, proprio quella che Trump e i suoi amici petrolieri hanno definito «una bufala».

Dopo lo stop alle operazioni, le azioni di Greenland Energy hanno perso mercoledì oltre il 44 per cento a Wall Street. Nel frattempo sono emersi vari legami con Trump. Carol Craig, membro del board della compagnia, ha fondato una società di tecnologia militare coinvolta in appalti del Pentagono per la realizzazione della Golden Dome, il progetto trumpiano di difesa antimissilistica. E produrrà un documentario con “Dr Phil”, Phil McGraw, un personaggio televisivo che ha fatto campagna per il tycoon.

Greenland Energy, nata a marzo, sostiene di voler sfruttare soltanto il potenziale petrolifero inesplorato del bacino di Jameson Land, un’area di oltre 8 mila chilometri quadrati grande quasi quanto l’Umbria. Ufficialmente l’operazione non è considerata una mossa per fare da apripista all’invasione trumpiana. Ma intanto la Groenlandia ha voluto riaffermare un principio: sulla sua terra comanda chi ci vive.


Valterino, un paraguru dalle mille facce


Lavitola resterà in carcere, “Ha organizzato tutto lui”. Ranucci sarà sentito dai pm. All’indomani dell’interrogatorio, il gip ha respinto la richiesta dei domiciliari: “Dichiarazioni fumose”. A settembre la Procura convocherà il conduttore

Lavitola resterà in carcere, “Ha organizzato tutto lui”. Ranucci sarà sentito dai pm

(di Andrea Ossino – repubblica.it) – Più che una confessione, quella resa davanti al gip da Valter Lavitola sembrerebbe essere un tentativo «di inquinare l’attività investigativa dando vita e vere e proprie opere di depistaggio», per celare le vere ragioni dell’attentato a Sigfrido Ranucci, per ammettere ma minimizzare il suo ruolo, per dimostrare di aver «agito esclusivamente nell’interesse della persona offesa e non anche per fini personali». O almeno è questo che ritiene la giudice per le indagini preliminari Iole Moricca, che ha respinto la richiesta del faccendiere di lasciare il carcere di Rebibbia e ritornare tra le mura del suo appartamento romano, ai domiciliari.

Perché l’ex direttore dell’Avanti! «seppur ammettendo di essere il mandante dell’azione intimidatoria», ha detto di aver agito soltanto per proteggere l’amico giornalista, per fare in modo che gli venisse potenziata la scorta. Secondo la giudice si tratta di «ricostruzioni inverosimili», «fumose», «generiche», «prive di riscontri». È anche per questo che Valter Lavitola resterà in carcere. Perché si è assunto la responsabilità per quanto accaduto il 16 ottobre 2025, quando una bomba è esplosa sotto casa del conduttore di Report, ma allo stesso tempo «ha cercato di ridimensionare fortemente il ruolo svolto nell’organizzazione», sostenendo di non conoscere i dettagli dell’attentato, di non sapere – in sostanza – che il commando da lui assoldato piazzasse una bomba sotto la villetta del conduttore di Report.

«Inverosimile», è scritto negli atti. Perché l’attentato era stato affidato a Gomes Clesio Tavares, l’uomo che per lui è «come un figlio», e che per i pm di Roma è l’intermediario tra il mandante e gli esecutori materiali del delitto. E allora appare difficile che Gomes – «uomo di assoluta fiducia del Lavitola e suo vero e proprio factotum» – abbia violato «gli ordini impartiti».

Dunque quella del faccendiere non è stata ritenuta una confessione piena. Lo stesso movente vacilla alla prova dei fatti. Da una parte Lavitola sostiene di aver agito per proteggere Ranucci, facendo in modo che la scorta del suo amico venisse rafforzata dopo aver «appreso di un non meglio specificato progetto omicidiario nei confronti del Ranucci ad opera dell’intelligence israeliana». Dall’altra, però, sollecita un giornalista di Report a indagare proprio su quelli che, secondo la sua ricostruzione, potrebbero essere i mandanti di una ritorsione nei confronti del conduttore.

C’è poi il rischio che Lavitola possa fuggire, anche in Africa, dove ha numerosi contatti. Del resto aveva già provato ad allontanarsi dall’Italia, sostenendo di dover partecipare a una conferenza di cui però non c’è traccia.

Ancora: il rischio di inquinamento probatorio. Ai domiciliari, Lavitola potrebbe organizzarsi con il coindagato Gomes Clesio Tavares e «concordare una versione che dia supporto alle dichiarazioni inattendibili già rese». Dal carcere, invece, questo rischio è più contenuto. Le sue parole dovranno ora essere confrontate con quelle di Ranucci, che potrebbe essere ascoltato dai pm dopo le analisi sul cellulare di Lavitola, e con quelle degli uomini del commando.

Pellegrino D’Avino, sua moglie Marika De Filippi, Saverio Mutone e Antonio Passariello non hanno mai parlato. Intercettati in carcere, avevano spiegato la loro strategia: tacere e poi chiedere i soldi. «Quando esco da qua dentro, andiamo a casa di quello che ci deve ritornare i soldi», dicevano. Poi qualcosa è cambiato. Hanno capito, scrivono gli investigatori, di «essere stati sacrificati da soggetti più forti e protetti». Sanno di «non avere più nulla da nascondere rispetto all’identità del mandante». Da qui la reazione: «Te la insegno io la legge a te e a quest’uomo di me…a, tanto a questo c’è scritto nome e cognome, è uscito».

Ora, con Lavitola che ha scelto di parlare e ha scaricato su di loro le modalità dell’attentato, gli uomini del commando potrebbero decidere di rompere il silenzio. E raccontare quello che finora hanno taciuto.


L’Italia non va in vacanza


FERRAGOSTO 2026 A CASA PER 6,7 MILIONI DI ITALIANI: 4,4 NON PARTONO PER RAGIONI ECONOMICHE

(Estr. tg24.sky.it/) – […] Le vacanze estive, e in particolare quelle di Ferragosto, per milioni di italiani rappresentano uno dei periodi più attesi dell’anno. Tuttavia, nell’estate del 2026 caratterizzata da temperature record e prezzi in salita, molti hanno dovuto rinunciare alle ferie per ragioni economiche. Qualcuno, invece, si è anche indebitato pur di non restare a casa. Ecco cosa emerge da alcune indagini

[…] Secondo i dati dell’Osservatorio longitudinale sulla propensione turistica degli italiani realizzato da Confturismo-Confcommercio e Swg, sono 13 milioni i nostri connazionali in vacanza nel periodo di Ferragosto: 9 milioni si concedono un periodo lungo, mentre 4 milioni si accontentano di un soggiorno più breve. Altri 4,5 milioni, invece, hanno deciso di passare il 15 agosto facendo una gita in giornata senza pernottamento.

[…] Accanto ai vacanzieri, quindi, c’è un’importante fetta di popolazione che ha deciso di non partire: da un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca Emg, infatti, emerge che quest’anno gli italiani che non si concederanno nessuna vacanza sono 6,7 milioni. Tra questi, più della metà ha spiegato che ha deciso di rimanere a casa – anche a Ferragosto – per ragioni economiche: sono 4,4 milioni di persone.

[…]  Tra questi, quasi 1 su 2 – pari a circa 2,2 milioni di persone – ha spiegato che è stato l’aumento dei prezzi dei beni generali che si è registrato nell’ultimo anno a scoraggiare la partenza.

I crescenti prezzi legati al soggiorno, tra voli e strutture, hanno invece dissuaso più di 1 milione di persone dal prenotarne una vacanza. Il 33,1% degli intervistati, che corrisponde a oltre 1,4 milioni, ha poi confessato di aver deciso di non partire per problemi legati al lavoro, mentre circa 900mila persone per una situazione di difficoltà economica dovuta a un imprevisto.

Inoltre, sono più di 618mila e quasi 740mila gli italiani che staranno a casa per – rispettivamente – accudire una persona anziana o un animale domestico. Oltre 243mila, infine, le persone che hanno deciso di non partire a causa dei timori legati al conflitto in Iran (3,6%).

Nell’estate del 2026, i prezzi sono schizzati e gli italiani stanno facendo i conti con una serie di rincari: dagli alberghi ai ristoranti, dai voli nazionali fino ai traghetti e ai villaggi turistici.

L’Istat ha segnalato per i servizi di alloggio e ristorazione aumenti dei prezzi del 3,4%. A lanciare l’allarme sono anche le associazioni di consumatori. L’Unc ha calcolato che rispetto alla scorsa estate una coppia con due figli spende per i trasporti 252 euro in più su base annua e 115 euro in più per ristoranti e alloggi.

 Con un solo figlio la maggiore spesa è di 234 euro per gli spostamenti e di 92 euro per mangiare e dormire. L’aggravio totale sul costo della vita raggiunge 1.020 euro per una famiglia di quattro persone e 946 euro per una di tre.

L’allarme del Codacons

Anche il Codacons ha puntato il dito contro i rincari sul fronte delle vacanze: i biglietti dei voli nazionali a luglio sono stati più cari del 6,2% rispetto allo scorso anno, per i traghetti si è speso il 2,5% in più, per le auto a noleggio il 3,4%. Mentre c’è stato un calo dei prezzi dei voli internazionali del -7,6%, chi ha preferito ferie italiane si è ritrovato con alberghi più cari del 3% rispetto al 2025 e villaggi vacanza del +2,9%.


L’Europa rischia la guerra atomica, ma il 2027 probabilmente segnerà la fine di questa Ue


Il problema non è la morte della Ue ma la crescita degli ultranazionalismi di destra

L’Europa rischia la guerra atomica, ma il 2027 probabilmente segnerà la fine di questa Ue

(Enrico Grazzini – ilfattoquotidiano.it) – Guerra alla guerra della Ue! Meloni litiga con la Spagna socialista sull’immigrazione da Ceuta, mentre Berlino vuole restituirci tutti gli immigrati che sono approdati in Italia per andare in Germania. Nell’Unione Europea si litiga su tutto, e anche su niente (infatti non c’è un solo immigrato in Italia da Ceuta).

Questa Ue si sta ormai sfasciando anche se Ursula von der Leyen e il ceto politico europeo fanno finta di niente. Sono sonnambuli che nascondono la verità a se stessi e ai popoli europei. Ormai Bruxelles è diventata una succursale della Nato e l’unico obiettivo che si pone – mentre i governi europei si scontrano ferocemente sul piano finanziario dell’Ue per il periodo 2028-2034 perché nessuno vuole spendere per il budget comune – è di aumentare la spesa per le armi per prepararsi alla guerra con la Russia.

Una politica suicida e imbecille perché la Russia ha missili ipersonici in grado di portare testate atomiche multiple mentre l’Europa non ha – e non avrà per anni – assolutamente nessuna protezione antimissile, e non ha neppure nessun esercito comune.

L’imbecillità della classe politica europea non è mai stata così grande: è chiaro anche ad un bambino che seguire il presidente Zelensky, Ursula, e Kaja Kallas – la ministra degli esteri Ue che voleva rompere la Federazione Russa in tanti piccoli staterelli succubi dell’Occidente – nella loro fanatica lotta all’ultima sangue con Mosca pone a rischio atomico gli europei.

La Russia non ha alcun interesse ad aggredire l’Europa e conquistarla: casomai ha l’interesse a vendere petrolio e gas e di riprendere il business e gli scambi commerciali. La Russia ha soprattutto l’interesse prioritario di fermare la bellicosa espansione della Nato ai suoi confini.

Dopo i bombardamenti illegali della Nato contro la Serbia, dopo la creazione illegale del Kosovo, dopo che l’Alleanza Atlantica è intervenuta illegalmente in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, provocando disastri e migliaia di vittime innocenti, dopo che la Nato ha messo le sue basi nei paesi dell’est Europa, dopo che ha tentato di inglobare pure l’Ucraina e la Georgia accerchiando la Russia, dopo che Svezia e Finlandia sono entrate nell’Alleanza – è ora che i governi europei elaborino finalmente un piano di pace con la Russia.

Invece l’Europa si riarma e acquista a prezzi doppi il gas, il petrolio e le armi dagli Usa, inchinandosi al presidente Trump che vuole conquistare la Groenlandia strappandola alla Danimarca. La Ue e Meloni seguono come un cagnolino Trump la cui massima ambizione è di spaccare l’Europa e di trascinarla nella guerra fallimentare con l’Iran.

La classe dirigente europea è ormai impazzita, non capisce più chi è l’amico e chi è il nemico, e sembra che voglia un’altra Hiroshima in Europa. E’ chiaro anche ad un bambino che l’unica politica di sicurezza possibile per l’Europa è trattare con la Russia, fare finire il massacro inutile degli ucraini, accettare una pace di compromesso territoriale in Ucraina, e soprattutto trattare con Mosca una nuova architettura di sicurezza europea e un disarmo bilanciato e controllato.

L’Unione Europea è però incapace di qualsiasi soluzione: non vuole trattare con la Russia ma non è neppure in grado di creare una difesa comune europea. Francia e Germania sono divise e si scontrano su tutto, e Berlino si sta riarmando da sola: tenta di imporre la sua leadership militare a tutta l’Europa mentre prepara una nuova disastrosa “operazione Barbarossa” contro la Russia.

La novità è che forse questa Ue tra due anni non ci sarà più, almeno nella forma attuale. Nel 2027 ci saranno le elezioni in Italia, Francia, Spagna, Polonia e, nello stesso anno, scadranno anche i mandati di tre presidenze Ue: quella del Consiglio, del Parlamento Europeo e della Bce. Nel 2027 la Ue dovrà votare sul prossimo bilancio settennale che però nessuno vuole finanziare. Si discuterà anche del processo di allargamento della Ue all’Ucraina e ad altri paesi balcanici: molto probabilmente l’allargamento non avverrà mai, ma, se ci sarà, la Ue a 30-35 paesi diventerà definitivamente impotente.

L’Ue si sta disintegrando per l’inconsistenza dell’ideologia antinazionale e liberal-liberista che l’ha fondata: per reazione, in Francia e in Germania i partiti ultranazionalisti e di estrema destra – rispettivamente il Rassemblement National e AfD, Alternative für Deutschland, ambedue anti-Ue e pro-russi e, in parte, anche anti-Nato – sono già, secondo i sondaggi, il primo partito. Probabilmente andranno al governo e l’Ue cadrà, almeno nella sua forma attuale.

La vergogna di Bruxelles è che è riuscita a resuscitare i fantasmi del fascismo in Europa. Il problema non è la morte della Ue ma la crescita degli ultranazionalismi di destra. Se la sinistra non si sveglia e non contrasta il riarmo e le politiche della Ue e della Nato, l’Europa precipiterà nel buio! Guerra alla guerra di Bruxelles!