Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Itaca Viva. “Sono felice di annunciare che la prossima Leopolda, l’ultima prima delle elezioni politiche, sarà dedicata a Itaca. A riprenderci Itaca, a riconquistare Itaca, a ritrovare Itaca. A ritornare a Itaca” (Matteo Renzi, leader Iv, Facebook, 7.8). Deve aver saputo che anche Ulisse era Nessuno. Lo storico. “Per fortuna il governo Draghi ha preso in mano il processo di vaccinazione che Conte non era in grado di portare avanti. Questa è la storia” (Carlo Calenda […]


Così Trump ha trasformato la politica in uno show (e perché funziona)


Pubblichiamo un estratto dal libro “Verosimile” di Andrea Pennacchioli (Paesi Edizioni, collana Montesquieu): il racconto di come Donald Trump ha trasformato la politica in uno show permanente, piegando i fatti alla gestione delle emozioni e della visibilità. Di seguito un estratto dal libro “Verosimile” di Andrea Pennacchioli (Paesi Edizioni, collana Montesquieu).

(fanpage.it) – Il successo politico di Donald Trump non va interpretato solo come il risultato delle sue capacità personali o delle debolezze degli avversari politici, ma come un fenomeno emblematico dell’epoca della post-verità, dove le emozioni e le percezioni contano più dei fatti oggettivi. Non a caso si è inventato un proprio social network e lo ha chiamato Truth, «verità», nonostante ogni suo messaggio sia un colpo diretto, una frase a effetto, un trionfo di maiuscole e punti esclamativi per esaltare la sua visione, senza alcun interesse reale a comunicare verità.

Trump ha saputo intercettare le paure, le insicurezze e la rabbia di ampie fasce della popolazione, promettendo soluzioni semplici e immediate a problemi profondi e complessi. La sua figura incarna un ideale di forza, protezione e «ripristino» di un passato glorioso che molti hanno accolto come un rifugio da un mondo, quello contemporaneo, invece percepito come caotico, ingiusto e minaccioso. In questa prospettiva, Trump non è soltanto un politico: è un simbolo, un archetipo della battaglia contro un sistema percepito come corrotto e ostile. Per alcuni (per lui stesso), è un messia.

L’efficacia della sua comunicazione spettacolare ha avuto un altro importante alleato: i media tradizionali. Invece di esercitare un ruolo di filtro critico e di verifica, gran parte dei media mainstream si sono trovati a inseguire costantemente l’attenzione del pubblico verso il fenomeno Trump, amplificando la portata della sua narrazione spettacolare. Il circo mediatico creato intorno a ogni sua dichiarazione, scandalo o provocazione ha prodotto una sovraesposizione che ha normalizzato il linguaggio violento, la disinformazione e la negazione dei fatti. La realtà è diventata una materia plasmabile, e la verità ha dovuto cedere il passo all’effetto emotivo e alla viralità.

In questo scenario, la politica non è più un terreno d’idee e programmi da discutere, ma un palcoscenico dove vincere la partita della visibilità. Trump ha mostrato come il vero possa diventare un elemento flessibile, messo in secondo piano rispetto al controllo dell’immagine e alla gestione delle emozioni. Questa strategia, solo apparentemente estrema, ha fatto scuola e oggi permea molti contesti politici in tutto il mondo, non solo a Occidente, dove leader e movimenti costruiscono narrazioni semplici e polarizzanti, capaci di catalizzare attenzione ma anche di frammentare la società.

In definitiva, il caso Trump è emblematico di un cambiamento profondo: la politica si trasforma in uno show permanente, i leader diventano star mediatiche e la realtà si piega alle logiche dello spettacolo. Questo mutamento ha conseguenze profonde per la qualità della democrazia, perché indebolisce il confronto razionale e la possibilità di un dialogo pubblico fondato su fatti e regole condivise. Il rischio è che la politica diventi sempre più un teatro delle emozioni e delle polarizzazioni, e che si allontani dall’obiettivo di costruire consenso attorno a progetti condivisi per il bene comune.

Fin dalla campagna del 2016, Trump ha costruito consenso con slogan diretti, nemici riconoscibili (immigrati, élite, media) e promesse iper semplificate. Make America Great Again non è solo uno slogan: è un richiamo identitario che trasforma la nostalgia in strategia. Non importa quale passato evochi, conta come ciò fa sentire chi lo ascolta. Si potrebbe asserire che, mentre l’Europa è fondata sul tempo, l’America lo è sullo spazio e sulla continua ricerca di espansione fonda le proprie ragioni. Che pertanto trascendono regole e modus operandi consolidati nei secoli.

Secondo Massimiliano Panarari – consulente di comunicazione politica e pubblica, specialista di scienza dell’opinione pubblica e sociologia della comunicazione – Donald Trump è «l’ennesima reincarnazione della natura profonda americana, a metà tra il far west e la sua matrice puritana. Quella del mito delle streghe di Salem, il male che si annida ovunque, anche dove non te lo aspetti. Un culto fervido della religiosità e della pistola come unico strumento per difenderla». In sostanza, la filosofia di Trump è che «il mondo è un luogo selvaggio, perciò noi lo dobbiamo piegare ai nostri voleri». Secondo la sua visione, negli Stati uniti non ci sono partiti, almeno non così come li concepiamo in Europa, ma soltanto comitati di affari che spingono un candidato raccogliendo fondi. È il culto della personalità, niente di più lontano dalla democrazia. Il cellulare dorato con il volto di Trump, il grattacielo col suo nome o il bitcoin con il suo volto, servono proprio a questo scopo.


Con il nuovo palinsesto della Rai inizia la campagna elettorale


(di Marco Franchi – ilfattoquotidiano.it) – È un periodo strano dalle parti di Mamma Rai. Un’azienda che da una parte mette in croce e indaga con ben due diverse investigazioni uno dei suoi giornalisti di punta, Sigfrido Ranucci, e dall’altra accoglie e promuove nomi che fin qui non hanno raccolto grandi risultati e il cui unico merito sembra essere quello di essere graditi al centrodestra. In questi giorni sono in corso le indagini del comitato etico per capire se alcune inchieste di Report siano state frutto dei suggerimenti di Valter Lavitola. Un paio di giorni fa è stato ascoltato lo stesso Ranucci per 5 ore, ma è stato sentito anche Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento. Presto saranno convocati pure i cronisti del programma, mentre la Rai sta per aprire un audit interno.

Qualcuno in azienda fa però notare la curiosa tempestività di queste azioni, con le indagini Rai che rischiano di disturbare quelle dei magistrati. “Sarebbe stato meglio far lavorare la magistratura con tranquillità e solo dopo, in base alle loro conclusioni, procedere con gli audit interni…”, fa notare una fonte autorevole. La sensazione è che il vertice Rai si sia dato subito da fare per arrivare il prima possibile a una sospensione di Ranucci e a un cambio alla conduzione. Ipotesi avvalorata anche da quello che sta accadendo in redazione, dove, come riporta il Messaggero, è stato votato all’unanimità un documento proposto da Giorgio Mottola e Giulio Valesini, per costituire un comitato editoriale che decida, per la ripartenza del programma, su quali inchieste puntare e come.

Un’iniziativa che Ranucci considera una sorta di tradimento, un modo per commissariarlo, indebolirlo e metterlo sotto tutela. Anche se poi dalla redazione arriva una mezza smentita (“non è un commissariamento, è solo un documento per affiancare Sigfrido”), la crepa tra giornalisti e conduttore sembra allargarsi sempre più.

Mentre si indaga a tenaglia su Report, le porte della Rai si spalancano a personaggi improbabili. E Radio Rai in tal senso è una fucina di nuovi talenti. Il prossimo ingresso sarà quello di Luigi Crespi, l’ex sondaggista e spin doctor di Silvio Berlusconi, l’ideatore del contratto con gli italiani nel 2001. Condurrà un programma tutto nuovo – La scelta –, dove si parlerà anche di politica. Al contempo Claudia Conte è stata promossa dalla notte fonda al mattino di Radio Uno con un programma – L’impronta – sul benessere degli animali. Conte, conduttrice da un paio d’anni de L’ora legale, in un’intervista ha rivelato di avere una relazione col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ma a destare un certo scalpore sono pure le nomine a Rai Parlamento, dove la neodirettrice Francesca De Martino (il cui piano editoriale è stato bocciato dalla redazione) ha fatto tre nuovi vicedirettori tutti appartenenti a Unirai, il sindacato di destra nato per fare concorrenza a Usigrai e spingere i giornalisti di area. Due di loro prima erano caposervizio (Pilar Ottoz e Virginia Lozito) e uno addirittura redattore ordinario, Francesco Palese, che di Unirai è stato il primo segretario.

Ma promozioni e salti si notano anche nei palinsesti. Salvo Sottile, dopo il trasloco di Far West dal venerdì al martedì per bassi ascolti, erediterà Ore 14 lasciato libero da Milo Infante. Mentre Antonino Monteleone, recordman di share al lumicino (anche con Filorosso non sta brillando), condurrà un nuovo programma d’informazione nel prime time del martedì. Così come è stato confermato Tommaso Cerno col suo Due di picche: 5 minuti che non vede quasi nessuno nel primo pomeriggio di Rai2. Un programma sulla disabilità sarà invece condotto da Fabrizio Bracconeri, ex “ragazzo della Terza C”, che in questi anni non ha mai nascosto le sue simpatie meloniane.

A un altro giornalista caro alla destra, Roberto Inciocchi, sarà affidato un nuovo talk politico il mercoledì e il suo posto ad Agorà sarà preso da Annalisa Bruchi, volto Rai vicina a Forza Italia.

Ma in questo torrido agosto trapelano anche altre indiscrezioni: alla disperata ricerca di un anchorman per un talk politico, nella seconda parte della stagione la Rai ha provato a strappare a Mediaset prima Nicola Porro e poi Paolo Del Debbio, ma senza riuscirci. E a Cologno si sono vendicati accogliendo Infante.


Abuso di Marcinelle


(di Marcello Veneziani) – Stavolta lasciate stare l’indecente demagogia retroattiva nel ricordo della tragedia di Marcinelle, dove settant’anni fa, l’8 agosto del 1956, morirono 262 lavoratori in miniera, di cui la metà italiani, quasi tutti meridionali. Lasciate stare, egregi gufi e sciacalli, appollaiati dietro ogni anniversario per trarre profitto nel presente delle tragedie del passato, il paragone tra quei lavoratori italiani morti sul lavoro e gli immigrati clandestini che arrivano a fiumi sulle nostre sponde. Il paragone è infondato: quei minatori andarono in Belgio richiesti al nostro governo dalle autorità di Bruxelles e furono il frutto di un accordo di dieci anni prima tra i due paesi. Carbone per l’Italia a prezzi agevolati in cambio di 50mila lavoratori per le miniere del Belgio. Uno scambio pattuito tra due paesi europei che necessitavano l’uno di energia e l’altro di braccia-lavoro. Non clandestini ma richiesti, non disoccupati ma lavoratori e immigrati regolari dal primo giorno in cui arrivarono, non in fuga dal proprio paese ma costretti a lasciarlo per aiutare casa, non manovalanza disperata per la criminalità o business per Ong e centri di accoglienza, ma gente che partiva sapendo di finire in miniera, non per strada. Sbarcavano su richiesta dello Stato-ospite, in un paese che era pur sempre figlio della stessa civiltà, della stessa religione, dello stesso universo di valori europei. Entrambe sono tragedie umanitarie, quelle in miniera di settant’anni fa e quelle di oggi in mare, ma di tutt’altro tipo. È una vergogna usare questi eventi terribili del passato per rilanciare l’ideologia dell’accoglienza, con relativo traffico di imbarchi, sbarchi e con la prospettiva di lucrare qualcosa politicamente ed elettoralmente. Persino a teatro, da noi, rifanno l’Eneide e attualizzano Enea come un immigrato ed esule per ragioni politiche: con la trascurabile differenza che Enea secondo il mito è un principe, proviene da una civiltà distrutta e viene a fondare una civiltà, Roma; mentre i poveri migranti sui gommoni si affidano agli scafisti e vengono qui per aggrapparsi a una società del benessere, sfuggendo dalla barbarie e dalla miseria, spesso per ricadere in altra barbarie e altra miseria, a volte serbando odio per il paese in cui sono ospitati.

In tema d’immigrazione, la sinistra si presenta come un armadio quattrostagioni per tutti i gusti e i climi: cavalca un giorno a Lampedusa l’accoglienza, un giorno in Spagna i respingimenti, un altro dice che vuole aiutarli a casa loro, un altro ancora li carica interamente sulle nostre spalle. E quando non sa come conciliare queste posizioni, la butta sulla pedagogia: bisogna fare prevenzione, anziché buttarli in mare o fuori dalle frontiere, dobbiamo adottarli, educarli ma soprattutto dobbiamo educare noi e i nostri ragazzi alla “cultura dell’inclusione”, imparare ad accettarli e a integrarli. Ma poi sul tema pratico se e come accoglierli o meno, svicola o si abbandona a risposte impressionistiche, variabili di giorno in giorno e di governo in governo. Isola un episodio, una storia o un singolo fatto sbarco per toccare l’emotività di ciascuno, per suggestionare con un’immagine anziché far ragionare. Per poi dire: vedete che cento migranti in una città o centomila in una nazione sono una percentuale irrisoria. Ma certo che è irrisoria quella fetta, se si paragona un dato parziale e provvisorio a un dato generale e permanente, certo che non fa impressione se si isola il fotogramma; se invece vedi il film per intero, in tutte le sequenze e in prospettiva, se ti affacci davvero nella realtà, per le strade, per le piazze, nei mezzi pubblici, allora ti accorgi che si tratta di un fiume e non di un pozzo o una pozzanghera. Quando vedi uno sbarco come quello di Ceuta, hai l’impressione di assistere a un evento importante che è la spia di un’apocalisse ventura. Il flusso non è una fallace “percezione” indotta dagli impresari della paura più di quanto sia una fallace percezione indotta dagli impresari del traffico di vite umane, l’impressione opposta: che sia una piccola, inerme minoranza di casi umani che possiamo agevolmente accogliere nel nostro Grande Paese. Ora non tornate ad attaccarvi a quella tragedia di 70 anni fa, al dolore di una storia che toccò l’Italia così da vicino, per perorare le campagne presenti. Non abusate del mercato delle emozioni, non speculate sui ricordi e sui lutti antichi.

La tragedia di Marcinelle strinse tutto il nostro popolo attorno a quei poveri lavoratori; ricordo da bambino un altro funerale di ragazzi che erano andati a lavorare dal mio paese nel nord Europa ed erano morti sul lavoro. 

E ricordo uno splendido documentario di Vittorio de Seta dei primi anni cinquanta sui lavoratori nelle miniere sarde e siciliane. Sembra preistoria, ma quei lavoratori umili, ignoranti, invecchiati precocemente, ti sembrano giganti rispetto a noi per i sacrifici immani che facevano per portare il pane a casa e mantenere le loro numerose famiglie, accontentandosi di poco. Storie di umanità, di pietà, di dedizione, di quelle che rendono verace e non retorico l’articolo uno della costituzione, la repubblica fondata sul lavoro. Storie che si possono ricondurre a un’epoca che Felice Chilanti, con magnifica, evangelica espressione definì l’età del pane. Si, era l’epoca in cui dovevi procurarti il pane, e procurarlo ai tuoi figli, alla tua numerosa famiglia, ai vecchi e ai bambini. Di quella età del pane ho ancora memoria al mio paese, quando ricordo i bambini che uscivano d’estate per giocare per strada, in canottiera, a volte scalzi, e stringevano nella mano un tozzo di pane che avevano avuto dalle loro madri, con la mollica insalivata. Il tozzo di pane era il minimo, essenziale conforto nell’era che precede le merendine, i corn flakes e la sovralimentazione degli anni seguenti; quel pezzo di pane era il portatile di allora e il cordone affettivo con la casa e la premura delle madri. 

Ricordo ancora un film dedicato ai minatori in Cile, The 33, una storia vera, a lieto fine, di trentatrè minatori che furono salvati dopo un lungo calvario nelle viscere della terra che durò due mesi. Non sporcate quelle storie e quelle memorie con le prediche ideologiche, i miserabili calcoli politici ed elettorali, di ambo i versanti, le insopportabili tirate finto-moralistiche. La pietà accresce l’umanità, non serve a portare voti. 


Trump e i nuovi oligarchi d’America: il governo dei miliardari che ha conquistato la Casa Bianca


Dalla Silicon Valley alla Casa Bianca, una ristretta élite di ultraricchi ha trasformato i miliardi in potere politico, mediatico e tecnologico. I ministri e i grandi donatori vicini al presidente controllano risorse senza precedenti, mentre il divario tra ricchi e poveri riporta gli Stati Uniti all’era dei magnati dell’Ottocento

Trump e i nuovi oligarchi d’America: il governo dei miliardari che ha conquistato la Casa Bianca

(Anna Lombardi – repubblica.it) – NEW YORK – Il presidente immobiliarista, si sa, ha messo insieme il governo più facoltoso della storia degli Stati Uniti: la rivista economica Forbes stimava che la somma delle fortune dei suoi principali consiglieri si aggira sui 7,5 miliardi di dollari. Più del doppio dei 3,2 miliardi combinati del primo gabinetto Trump, e ben lontani da quei “poveracci” dell’amministrazione Biden, che possedevano “appena” 110 milioni di dollari complessivi. Se poi a quella dei suoi ministri si aggiunge anche la fortuna di Trump, la cifra tocca la bellezza di 14 miliardi di dollari. Insomma, un’élite economica ha saputo trasformare le sue immense ricchezze in un’influenza politica tangibile: un po’ com’è avvenuto in Russia con gli oligarchi. La ristretta cerchia di ultraricchi che gravitano intorno a Trump non solo gode di un accesso privilegiato al presidente degli Stati Uniti: ma domina anche il panorama mediatico e l’economia tecnologica. Hanno, insomma, piena influenza sulle leve del potere.

I sostenitori dell’amministrazione parlano di “esagerazioni”: Trump, dicono, è solo un presidente che sostiene le imprese e collabora con la finanza e l’industria per raggiungere i suoi obiettivi. Ma le cose, nota il Financial Times che ai nuovi oligarchi americani dedica un paginone, sono più complesse. I magnati ultra-ricchi, soprattutto di Silicon Valley, sono ormai penetrati nell’ecosistema politico di Washington: assumendo ruoli consultivi nel governo, coltivando legami a Capitol Hill e intervenendo sulle questioni del momento, dall’intelligenza artificiale alla politica industriale. Partecipano a cene sfarzose, donano milioni di dollari a progetti di raccolta fondi della Casa Bianca e vengono fotografati con Trump mentre promettono investimenti strabilianti su territorio americanoMolti hanno beneficiato di agevolazioni e politiche a vantaggio delle loro aziende e, in alcuni casi, di lucrosi contratti governativi del valore di miliardi di dollari.

E se i magnati del passato, i vari Rockefeller, Astor, Morgan, Carnegie, Vanderbilt e via dicendo, “espiavano” il benessere facendo filantropia, finanziando ampiamente le istituzioni pubbliche, i neo-miliardari del settore tecnologico mostrano completa indifferenza ai loro doveri verso la società. «Questo la dice lunga sull’impunità che sembra essere radicata nella loro mentalità: convinti di essere al pari di divinità», afferma Quinn Slobodian, storico del capitalismo presso la Boston University, parlandone appunto al quotidiano della City.

Tutta colpa di una sentenza del 2010 che ha spalancato le porte al denaro nella politica. Secondo l’organizzazione progressista Americans for Tax Fairness, i ricchi americani fino ad allora investivano in politica mediamente 30 milioni di dollari a testa. Ebbene: nel ciclo elettorale del 2024, sono stati staccati assegni per ben 2,6 miliardi di dollari, la metà dei quali provenienti da tre soli Paperoni: Elon Musk, Miriam Adelson e Timothy Mellon che hanno versato oltre un terzo dei circa 1,5 miliardi di dollari spesi per far vincere Trump.

La spesa elettorale degli ultraricchi, nota poi il FTè aumentata di pari passo con l’ampliamento del divario tra ricchi e poveri. Secondo Jeffrey Winters, politologo della Northwestern University, la quota di ricchezza totale degli Stati Uniti detenuta dalle 400 persone più ricche del Paese è aumentata del 146% negli ultimi 30 anni, mentre quella dell’intera metà più povera della popolazione americana, nello stesso periodo, è diminuita del 25%. Un divario che ricorda quello di fine Ottocento, quando una ristretta cerchia di industriali e finanzieri accumulò fortune favolose esercitando un immenso potere politico in un sistema permeato da clientelismo e corruzione. «Si è tornati al dare per ottenere favori e non è altro che una tradizionale forma di corruzione», afferma Martin Gilens, professore di politiche pubbliche all’Università della California.

Non è certo un caso che i leader del settore tecnologico abbiano elogiato l’approccio non interventista dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Intelligenza artificiale. E infatti durante un incontro alla Casa Bianca lo scorso settembre, Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha affermato che avere «un presidente così favorevole alle imprese e all’innovazione rappresentava un cambiamento molto positivo». A presagire quel che stava succedendo, ci aveva provato l’ex presidente Joe Biden che nel suo discorso di commiato dello scorso anno, aveva dato l’allarme: «sta emergendo una nuova oligarchia americana, pericolosa concentrazione di potere nelle mani di pochi ultraricchi». Peccato che avesse omesso un dettaglio importante: i grandi donatori esercitano lo stesso tipo d’influenza anche sul suo partito. Numerosi miliardari hanno donato decine di milioni (anziché centinaia) alla campagna di Kamala Harris. Tra i suoi donatori ci sono infatti il cofondatore di LinkedIn Reid Hoffman, voce influente nei dibattiti democratici sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, il finanziere George Soros, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, il cofondatore di Facebook Dustin Moskovitz e la filantropa Laurene Powell, vedova del defunto CEO di Apple, Steve Jobs.

D’altronde, anche fra i democratici ci sono Paperoni che fanno politica attiva: il governatore dell’Illinois JB Pritzker, erede della fortuna degli hotel Hyatt e uno degli uomini più ricchi d’America, è anche lui un papabile per la corsa alla Casa Bianca 2028.

E pensare che Donald Trump ha vinto due volte le elezioni presentandosi come il paladino della gente comune, l’antiestablishment per eccellenza, il nemico delle élite consolidate. E invece, la sua presidenza le ha semplicemente consolidate.


“Hanno i nervi a pezzi, con la scissione da Vannacci hanno perso la bussola…”. Così Canfora su Meloni


(ilfattoquotidiano.it) – “Hanno i nervi a pezzi e quindi perdono il controllo con una certa facilità, inventano degli insulti attribuendoli a chi non li ha compiuti“. Con queste parole lo storico Luciano Canfora, ospite a In onda (La7), commenta la polemica scatenata ieri dal governo Meloni intorno alla commemorazione del settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, quando, durante la cerimonia al Bois du Cazier, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha letto il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alcuni sindacalisti hanno voltato le spalle: l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza e Giorgia Meloni hanno accusato subito la Cgil ma il sindacato belga Fgtb ha rivendicato il gesto come protesta antifascista contro la presenza di Fratelli d’Italia. I post di Meloni e Fidanza, ad ora, sono ancora online, senza scuse nei confronti della Cgil.

Canfora prosegue senza mezzi termini: “Improvvisamente si abbracciano all’immagine del presidente della Repubblica salvo contrastarlo in molti modi, comprese le riforme in gestazione con cui si tenterà di togliere le prerogative del capo dello Stato. È una decadenza molto sintomatica che fa capire che da quando c’è stata la grande scissione vannacciana hanno perso la bussola e quindi si appendono a qualunque pretesto, poi passa il giorno dopo e ce ne sarà un’altra. È una ginnastica mentale a perdere“.

Lo storico si sofferma poi sullo scontro diplomatico tra Sànchez e Meloni, premettendo: “i valori (usiamo questa parola grossa), nei quali Vannacci dichiara di credere, compreso blindare confini e ammiccare a AfD, sono gli stessi di chi ci governa attualmente. Valori che Meloni per molto tempo ha cercato di attutire i toni mostrandosi un po’ più dolce o europeista. Ora invece c’è lo scisma vannacciano – continua – E con lo scisma i problemi diventano drammatici: o combatti e distruggi Vannacci o lo insegui. Fratelli d’Italia ha scelto la linea di inseguirlo e questo in realtà è un suicidio politico“.

Canfora riserva lo stesso registro critico anche allo scontro con il premier spagnolo Pedro Sánchez. Lo storico non ha dubbi sul carattere della mossa di Meloni: “Con questi gesti insensati si ridicolizzano: viene in mente la celebre frase “la seconda volta è farsa”. Questa è una farsa e ora dare una mano ad Abascal di Vox per battere alle prossime elezioni Sánchez, usando Ceuta e Schengen, è, in piccolo e in carattere comico, quello che un governo italiano di molti anni addietro fece approvando e appoggiando militarmente Francisco Franco contro il governo socialista di Largo CaballeroSto evocando un episodio drammatico di cui questa è la caricatura in piccolo“.
Il riferimento è all’intervento fascista italiano nella guerra civile spagnola: Mussolini inviò migliaia di uomini, aerei, armi e il Corpo Truppe Volontarie a sostegno dei nazionalisti di Franco contro la Repubblica, di cui Largo Caballero fu premier socialista tra il 1936 e il 1937. Quella fu un’operazione militare di vasta portata; oggi, secondo lo storico, assistiamo a una versione in scala ridotta e grottesca.

Canfora chiude con un giudizio pragmatico sulla crisi tra Spagna e Italia: “Credo che passerà ben presto questa storia perché la doverosa “ritorsione”, come la chiamano loro, di chi si è visto sbarrare Schengen crea una situazione dalla quale prima si esce meglio è”.


Sulla politica di riarmo italiano


(Andrea Zhok) – C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.

E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?

In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.

Ma non solo.

Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.

Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?

Dunque, non raccontiamoci balle.

Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.

Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.

Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.

Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.

Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.

Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.


Il Tg1, la clava contro i nemici del governo


(di Letizia Giostra – ilfattoquotidiano.it) – Ancora polemiche contro Report. La trasmissione nega l’indiscrezione sul commissariamento del conduttore Sigfrido Ranucci, ma un servizio del Tg1 rilancia l’ipotesi e rincara la dose con le polemiche di giornata della maggioranza contro il documentario Food for profit di Giulia Innocenzi. Ma prima è bene fare un passo indietro.

Ad aprire le danze un articolo del Messaggero sulla situazione che ci sarebbe dentro la redazione del programma. Clima pesante, tensione alle stelle con Ranucci sempre più solo: sarebbe stato commissariato dai suoi stessi colleghi. E il quotidiano fa anche i nomi: Giorgio Mottola e Giulio Valesini. Il primo, un collaboratore esterno. Il secondo, invece, un dipendente Rai (i nomi tirati in ballo sono gli stessi che fa l’edizione del Tg di ieri sera). E mentre il quotidiano scrive anche di un esodo di collaboratori, tra cui anche quelli storici del programma, è la redazione stessa a replicare. Lo fa attraverso una nota, che smentisce l’ipotesi commissariamento: la solidarietà della squadra Report verso Ranucci, al centro di una “continua, quotidiana e inarrestabile campagna diffamatori” però non dipana i dubbi. Soprattutto non convince il tg della rete ammiraglia del servizio pubblico che dà conto della smentita ma intanto rilancia pure sul resto.

In giornata a finire nella bufera delle polemiche del centrodestra è Giulia Innocenzi, firma Report e autrice di Food For Profit, documentario che accende i riflettori sugli allevamenti intensivi. Un lavoro che le è valso diversi premi, oltre alle proiezioni in diverse sale in giro per il mondo. Ma un articolo de Il Giornale punta il dito contro il docufilm, sostenendo che dietro ci sia il finanziamento di Michiel Van Deursen, imprenditore olandese che aiuta economicamente solo aziende vegane. Ma pure il Corriere della Sera fa la sua parte.

La cronista replica alle accuse dei colleghi della carta stampata: solo falsità. I finanziatori del suo documentario li ha resi pubblici fin dal principio, altro che megafono della lobby veg. Insomma nulla da nascondere, tutto tracciato e trasparente. Ma c’è dell’altro: il documentario sarebbe sotto la lente della commissione per il codice etico della Rai, scrive il Corriere. “Un’altra notizia falsa”, ribatte Innocenzi.

Ma è troppo tardi: il centrodestra si scatena con accuse più varie. Puntualmente rilanciate dal Tg Rai.


Insensata la guerra con la Spagna. Parola d’ordine: indietro tutta


Italia e Spagna hanno interessi comuni in Europa, dissipare l’intesa per l’affare di Ceuta è un errore bislacco, un grido propagandistico che rimbomba come un gigantesco rutto. Meloni non può smentire così la sua politica dell’immigrazione

Immagine di Insensata la guerra con la Spagna. Parola d’ordine: indietro tutta

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La guerra Italia-Spagna è totalmente insensataMeloni deve difendersi da Vannacci, ma così ne fa un eroe, l’uomo che con la sua sola minacciosa presenza garantisce la rovina delle relazioni intraeuropee. Sánchez deve badare a Vox e ai popolari, deve badare alla magistratura, tutti soggetti che minacciano di mangiare la pappa in testa a un governo di minoranza che non è in grado di fare la legge finanziaria da tre anni (il segreto dell’espansione economica spagnola?). L’uso strumentale della politica estera è una baggianata, di più, è un modo di darsi la zappa sui piedi. Italia e Spagna hanno interessi comuni in Europa, dissipare l’intesa per l’affare di Ceuta, un’invasione a nuoto di ragazzini con cento morti, che avrebbe meritato solidarietà e richiesta di rimpatrio da parte del paese di Lampedusa, ma non la chiusura di Schengen, è un errore bislacco, un grido propagandistico che rimbomba come un gigantesco rutto. La ritorsione di Madrid è un altro caso di risposta a singhiozzo, una piccola vendetta castigliana che peggiora le cose e danneggia perfino il flusso bilaterale del turismo. Questo è forse il particolare minore. Ma la posizione di Sánchez, su tutto, sulle armi, sulla pace, su Gaza, sui palestinesi, su Israele, sulle basi per l’Iran, è poco meno di una mascalzonata, è lui che sta insegnando a tutti come si piega a scopi di propaganda la retorica antibellicista e la logica di resa perfino davanti a un pogrom, e gli spagnoli sanno di che cosa si tratta.

Il governo italiano ha gravemente sbagliato, offrendo il destro per vaneggiamenti patriottardi di vario conio, italiani e spagnoli, di cui l’Europa, nelle condizioni grottesche in cui si è messa, non aveva certo bisogno. Avrebbero dovuto ascoltare Tajani, il ministro degli Esteri saggio e assennato, e non Salvini, il ministro dei Trasporti che fa della politica estera una salamella e il cui ricordo perenne è affidato al celebre comizio pro Ucraina (un fake) in cui fu sputtanato a vantaggio di telecamere mondiali con l’esibizione della maglietta di Putin, quel Salvini che insidia Piantedosi, il ministro dell’Interno, e vuole fargli le scarpe per esibirsi nella campagna elettorale oggi straperdente della Lega. La politica ne può fare molte, di cose grossolane e anche ignobili, ma non andare contro la ragion di stato, non smentire una delle principali acquisizioni del governo Meloni, l’impostazione di una politica dell’immigrazione da movimento conservatore lontano dai ragli d’asino dei Maga e del trumpismo più abietto, vicino a una vera egemonia nell’Europa unionista percorsa dai populismi e dai vannaccismi di vario conio.

Gli errori si possono correggere. Non è mai troppo tardi. Insistere, perseverare, può risultare diabolico, controproducente a tutti gli effetti. Meloni sull’immigrazione ha avuto un nemico insidioso, la magistratura che si è messa a fare del finto umanesimo libertario con le paure degli altri, non la Spagna. E nell’Unione di Bruxelles ha o aveva un alleato prezioso. Sacrificare questo dato di realtà sull’altare della propaganda non corrisponde a una visione professionistica del governo nazionale, che è il tratto meno effimero dell’esperienza Meloni, della guida di destra della coalizione con i centristi di Forza Italia e con gli smoderati del salvinismo, che hanno tutto da guadagnare, loro sì, da un incrudimento fallace della piattaforma antinvasionista, fino alla legittimazione della orrenda remigrazione sbandierata dalla stampa reazionaria. Avanti marsc’? No, indietro tutta dovrebbe essere la parola d’ordine.


La destra e l’islamofobia, come si costruisce il nemico


La campagna elettorale è iniziata e il linguaggio è sempre più aggressivo. I nemici: Islam, minori, sinistra. «Si vuole costruire una percezione deformata del clima politico-sociale», spiega l’esperta Simona Ruffino. Con social, Ia e media allineati

(Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu – editorialedomani.it) – Video con l’intelligenza artificiale, profili falsi sui social network, media allineati, fondi Maga per diffondere la propaganda sovranista e discorsi d’odio. La prossima campagna elettorale è una gara a chi va più a destra. Da una parte, c’è il generale Vannacci che alza il livello dello scontro, dall’altra un governo che legifera a suon di decreti legge securitari. Lo strumento: un linguaggio sempre più aggressivo che sembra – secondo i sondaggi – premiare il generale. E i nemici sono già stati individuati: l’Islam, i minori di origine straniera, la sinistra.

È un periodo in cui «la violenza viene usata come metodo e la discriminazione come difesa», spiega Simona Ruffino, umanista ed esperta di comunicazione strategica, specializzata nell’analisi dei meccanismi che orientano la percezione e il comportamento collettivo. Ma non è solo una questione di linguaggio. Queste settimane hanno riportato a galla vecchi meccanismi. «Si è rimessa in moto una macchina simile a quella che Matteo Salvini ci ha fatto conoscere nel 2019 e che abbiamo chiamato “la Bestia”», prosegue Ruffino, che è stata presa di mira sui social dopo aver criticato pubblicamente un’intervista di Vannacci.

«Sono arrivate minacce di morte, stupro e altri messaggi inquietanti. Nel giro di poco tempo mi sono resa conto che, nella maggior parte dei casi, i commenti sono partiti da profili falsi», racconta. «L’obiettivo è costruire una percezione molto deformata della realtà e del clima politico e sociale del paese».

È il fenomeno dell’astroturfing: un’azione simultanea di attivisti reali, profili ombra e account civetta che sommerge il bersaglio con centinaia di commenti intimidatori, fabbricando a tavolino l’illusione di un’indignazione popolare spontanea. Si produce così l’impressione che una posizione sia maggioritaria quando non è necessariamente vero. «L’architettura interna delle piattaforme si è riflessa sulla nostra architettura esterna di percezione».

Gli strumenti

La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, l’attentato a Berlino, l’accoltellamento di tre donne a Parigi, l’arrivo di migliaia di persone a Ceuta. Ogni caso che coinvolge persone di origine straniera diventa una “battaglia” e il terreno di scontro è soprattutto sulle piattaforme social dove content creator e pagine “di informazione” fungono da megafono.

Il caso più noto è quello di Welcome to Favelas che di recente ha annunciato la sua candidatura al bando “Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience and Rule of Law in Europe” del Dipartimento di Stato Usa, su cui Italia Viva ha presentato un’interrogazione parlamentare. Presentato formalmente come un programma per rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto, è in realtà uno strumento di diffusione in Ue dell’agenda politica MAGA.

I finanziamenti sostengono organizzazioni impegnate su temi centrali del trumpismo, come sovranità nazionale, contrasto all’immigrazione, opposizione alla regolamentazione dei social media e denuncia della presunta censura e del “lawfare”. Cioè l’ennesimo attacco alla magistratura. Attraverso ricerche, conferenze e attività culturali, il programma mira a promuovere una comune identità occidentale e una visione conservatrice di diritti e libertà. I progetti vincitori potranno ottenere fino a tre milioni di dollari e inizieranno a settembre. In Europa, c’è già chi la considera un’ingerenza pericolosa per le prossime elezioni, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Il comune denominatore del linguaggio sovranista è la diffusione di discorsi d’odio. «L’aggressività ha fatto parte della costruzione di una percezione di autorevolezza, che le persone confondono spesso con l’autorità. Vannacci ha utilizzato un linguaggio particolarmente aggressivo per farsi percepire come una persona capace di fornire risposte e soluzioni a problemi che sono invece estremamente complessi», spiega Ruffino. «Le persone affascinate dalla comunicazione manipolativa tipica dei leader autoritari e fascisti sono cadute nella trappola. Ma parlare in modo violento non significa avere una soluzione».

La comunicazione vannacciana non è la sola. Segue le orme di quella trumpiana. «L’Ia offre una maniera veloce per costruire messaggi particolarmente manipolativi. In Italia, prima di Vannacci, nessuno si era spinto a utilizzarla in questo modo. Anche questa scelta ha un significato politico: fa capire verso quale modello di leadership vuole orientarsi», continua Ruffino. Nei suoi video, il leader di Futuro nazionale normalizza simbolicamente l’eliminazione dell’avversario e costruisce una mitologia del capo.

Destra di governo

Se Vannacci è stato il primo a usare l’Ia in stile Trump, la sua narrazione non è una novità né è estranea ai partiti della destra di governo. Seppur più limitati dal ruolo istituzionale, Fratelli d’Italia e Lega hanno contribuito a quest’operazione linguistica e culturale, volta alla creazione di un nemico, alla disumanizzazione di una parte di società a cui riconoscono diritti di serie b. Proponendo di inserire nei trattati europei «il riconoscimento esplicito» delle «radici cristiane dell’Europa», FdI nel suo programma per le europee del 2019 voleva «contrastare il processo di islamizzazione in corso», con «il contrasto al proselitismo integralista che alimenta il terrorismo» e l’«introduzione del reato di integralismo islamico». Un obiettivo che alle politiche del 2022 è stato ridotto a «contrasto all’integralismo islamico».

Il programma ha tentato di istituzionalizzarsi, ma non hanno fatto lo stesso i componenti di partito: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida nel 2023 sosteneva bisognasse «incentivare le nascite» perché «non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica». Secondo Sara Kelany, responsabile Immigrazione di FdI, in alcune città esiste il separatismo islamico – cioè verrebbe applicata la legge islamica – «che minaccia le fondamenta della nostra civiltà».

O la stessa presidente del Consiglio nel 2024, in campagna elettorale, poneva come priorità la difesa dell’Ue «dall’islamizzazione strisciante». Senza tornare all’epoca della “Bestia” di Salvini, i fatti di Ceuta per il vicepremier «ci dicono che il pericolo per i nostri figli è l’estremismo islamico», alludendo in un post al fatto che potesse trattarsi di «invasione organizzata».

L’ha chiamata così l’eurodeputata della Lega Susanna Ceccardi che, con altre due colleghe di partito, si è appellata a Mattarella sostenendo che «l’Islam politico rappresenta un rischio per la tenuta democratica delle nostre istituzioni». Dunque, se è vero che – come mostra una ricerca dell’università di Salerno sulla macchina propagandistica di Salvini – le emozioni negative (rabbia, tristezza, paura) trainano l’engagement, queste non rimangono solo nel linguaggio, ma plasmano la realtà.

Non solo si traducono in proposte di legge per vietare l’uso del burqa, imporre la lingua italiana agli imam, limitare il ruolo delle moschee narrate come pericolo. Ma anche in violenza: negli ultimi mesi gruppi di estrema destra hanno organizzato agguati contro persone di origine straniera o ronde “anti-maranza”. È accaduto alla stazione Termini a Roma, dove volevano colpire gli «inferiori»; o a Bologna dove, scriveva La Stampa, un gruppo voleva «liberare (il territorio) dagli stranieri».

La velocità e la semplificazione della comunicazione social trovano terreno fertile in un paese in cui (dati Ocse) il 35 per cento degli adulti italiani si colloca ai livelli più bassi di literacy, contro una media del 26 per cento della popolazione. «Non è necessario che il contenuto abbia un fondamento – conclude Ruffino – La ripetizione ha prodotto familiarità e la familiarità è stata confusa con la verità».


Carmelo Burgio, il generale dei carabinieri candidato da Vannacci a Milano: “Rivolterà la città come un calzino”


Carmelo Burgio, generale dei carabinieri classe 1957, lanciato da Vannacci: «Milano tornerà la città della Madonnina e non dei Maranza. Se gli chiedessimo di rastrellare Rogoredo saprebbe come farlo, senza i consigli del prefetto Gabrielli»

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(di Giampiero Rossi – corriere.it) – Il generale sceglie un altro generale per Milano. Roberto Vannacci, fondatore e leader della formazione di estrema destra Futuro nazionale, annuncia il candidato sindaco che lo rappresenterà alle elezioni comunali del prossimo anno: sarà Carmelo Burgio, generale dei Carabinieri classe 1957, nato ad Anzio, con un lungo curriculum militare, denso di missioni e incarichi di comando in Italia e all’estero. A fine 2003, ad esempio, è stato comandante del Reggimento Multinational Specialized Unit in Iraq, subito dopo l’attentato di Nassiriya.

L’annuncio arrivato dal palco della Versiliana, a Marina di Pietrasanta, dove Vannacci ha svelato il nome scelto per la corsa a Palazzo Marino: «Un generale dei carabinieri, un paracadutista e un uomo delle istituzioni», e che «ha una grande esperienza nel campo della sicurezza, a Caserta ha lottato contro il clan dei Casalesi portando a termine operazioni spregiudicate». Quindi la conclusione: «Con lui Milano tornerà a essere la città della Madonnina e non dei maranza. Date fiducia a Burgio e vedrete Milano rivoltata come un calzino».

Dunque, a rappresentare la formazione politica che sta scalando i sondaggi e seminando il panico nel centrodestra, non sarà nessuno dei politici già collaudati — Laura Ravetto, Massimiliano Bastoni o Luca Bernardo —che hanno aderito al progetto di Vannacci. Ma anche il nome del generale Burgio era in circolazione da qualche giorno. E sabato il leader di Futuro nazionale lo ha annunciato nel momento insieme al suo progetto politico per le elezioni amministrative del 2027: «Correremo in tutte le grandi città, a Milano, Bologna, Roma, così come correremo alle politiche». E poi, facendo ricorso all’ormai collaudata retorica sul tema della sicurezza, a proposito del candidato per Milano, ha aggiunto: «Ha una grande esperienza nella sicurezza e se gli chiedessimo di rastrellare Rogoredo saprebbe come farlo, senza i consigli del prefetto Gabrielli».

Poco dopo, una nota di Futuro nazionale annuncia la prima conferenza stampa di Burgio per il 18 agosto alle 17 in Galleria San Babila: «Una candidatura molto forte, un programma molto chiaro, liste elettorali aperte e qualificate: partiamo dal 15 per cento, andremo al ballottaggio con la sinistra e puntiamo a governare Milano, dove tutto ha avuto politicamente inizio: futurismo, fascismo, Craxi, Bossi, Berlusconi».

E poco dopo l’annuncio, arriva una prima reazione politica dal campo del centrosinistra: «Ormai è chiaro chi è il generale Vannacci e qual’è il suo progetto di Paese — scrive su Instagram il segretario del Pd milanese, Alessandro Capelli —. Da Milano gli arriverà un’altra sonora risposta come a Milano hanno già imparato negli anni Salvini e Sardone. E come è capitato a Legnano, dove al ballottaggio i vannacciani hanno fatto accordo con il centrodestra che si conferma tutt’altro che moderato».


Caso Delmastro, torna l’arroganza del potere


(estr. di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] Il 5 agosto, a scrutinio segreto con 206 voti contro 133, la Camera nega l’autorizzazione al sequestro delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. È bufera in aula, in specie per un contestatissimo intervento del capogruppo FdI Bignami.

Delmastro non è indagato. La Procura di Roma chiede le chat in un’indagine per intestazione fittizia e riciclaggio, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Dichiara che servono a verificare la versione data dalle persone sottoposte alle indagini e le allegazioni difensive. Il paradosso è già tutto qui. L’immunità viene azionata sacrificando insieme l’indagine e la difesa di chi è indagato, per proteggere un parlamentare che non l’aveva chiesta, e che anzi aveva dichiarato di avere inoltrato lui stesso le chat alla Procura, non avendo “alcunché da nascondere”. Si apre la prospettiva di un ricorso dei magistrati alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzioni.

[…]

Nel 1993 il Parlamento riscrisse l’art. 68 Cost. cancellando l’autorizzazione a procedere, divenuta agli occhi del paese uno scudo di casta. Rimase l’autorizzazione per gli atti più invasivi (arresti, perquisizioni, intercettazioni, sequestri di corrispondenza) ma ripensata come presidio della funzione, non della persona. L’obiettivo non era più proteggere il parlamentare dal processo, ma il Parlamento dall’aggressione persecutoria.

La Corte costituzionale è rimasta fedele a quel disegno? Nella sentenza 390/2007 leggiamo che la garanzia tutela non la riservatezza ma la funzione. Ma nei fatti la protezione si è dilatata non poco: i tabulati (38/2019), i messaggi già ricevuti e archiviati (170/2023), da ultimo perfino le videoregistrazioni fatte da un interlocutore privato (111/2026). La preoccupazione per la pervasività dei mezzi digitali è comprensibile, e l’equiparazione delle chat alla corrispondenza cartacea regge. Ma quando ogni comunicazione del parlamentare è coperta in quanto tale, il collegamento con la funzione diventa presunzione assoluta. E una siffatta presunzione è la forma logica (e giuridica) del privilegio.

Su un diniego come questo, poi, non esiste un precedente puntuale. La Corte ha annullato due dinieghi (74/2013, Cosentino; 157/2023, Ferri), ma riguardavano l’utilizzo di captazioni già legittimamente acquisite. Il diniego che ha retto al sindacato (188/2010) colpiva una richiesta relativa a un senatore indagato. Mai la Corte ha giudicato il diniego preventivo sulla corrispondenza di un non indagato, in un procedimento a carico di soli terzi, con il diritto di difesa del terzo in campo. Una bussola però c’è, nell’affermazione (sent. 390/2007) che la protezione del parlamentare non può travolgere le esigenze della giurisdizione e i diritti di chi ha avuto la ventura di averlo come interlocutore. È un punto che la relazione di maggioranza elude. Mentre avanza critiche sulla genericità della richiesta estesa a tutte le comunicazioni, essendo note le date rilevanti. Ma la genericità si cura delimitando, non negando, e un’autorizzazione circoscritta nell’oggetto e nel tempo era possibile, quindi doverosa.

[…]

Perché non si segue questa strada? Per una rilettura dell’art. 68 che prevale. Il fatto che Delmastro non sia indagato viene visto come aggravante dell’onere motivazionale della Procura. Il presupposto concettuale è che la garanzia copra la persona e non la funzione. È un ritorno all’antico. Cui però si aggiunge un’invenzione del tutto nuova, quando si lamenta che la richiesta viene “direttamente dalla Procura di Roma”, senza “l’intervento di un giudice o di altra autorità terza e indipendente”. Un requisito che né l’art. 68 né la legge 140 del 2003 conoscono. A che servirebbe il giudice terzo, se non a filtrare il sospetto che il pubblico ministero persegua scopi impropri? Ma qui un fumus persecutionis non l’ha dedotto nessuno. La Camera scrive da sé il criterio del proprio diniego, ed è lo schema che la Corte censura nella sent. 74/2013. Un’immunità azionata in assenza della persecuzione da cui dovrebbe proteggere non tutela la funzione. Cosa tutela?

Lo dice il calendario. Il 5 lo scudo per Delmastro; il 6 l’audizione di Giuseppe Conte davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid, al culmine di uno scontro frontale con la premier. È l’uso partigiano del potere: la difesa per gli amici, l’attacco per i nemici. Come negli Stati Uniti, dove la maggioranza repubblicana usa le audizioni sulla pandemia per portare Anthony Fauci sul banco degli imputati, e Trump copre fedeli, sodali e clientes, muovendo contro oppositori e dissenzienti. Il 1993 aveva voluto chiudere con l’immunità come status di casta. Il caso Delmastro mostra il rischio di tornare al punto di partenza, con integrazioni e aggiunte in via di interpretazione. È l’arrogante volontà di mantenere a ogni costo il potere.


Tutti invasori o disperati: i falsi miti sui migranti che accecano la politica


Oscilliamo tra la minaccia da respingere e la vittima da salvare: nel mezzo resta invisibile la persona, che viene disumanizzata. Il movimento non è un incidente dal quale difendersi, ma una forma con cui la storia continua a prodursi

Tutti invasori o disperati: i falsi miti sui migranti che accecano la politica

(di Francesca Mannocchi – repubblica.it) – Quello che accade a Ceuta in queste settimane ci rimette davanti a un problema antico: il modo in cui la narrazione europea sulla migrazione genera due figure opposte, che assolvono alla stessa funzione — impedirci di riconoscere nelle persone migranti delle persone.

Da giorni le immagini si somigliano tutte. Migliaia di corpi in acqua tra la costa marocchina e l’exclave spagnola, ragazzi che nuotano verso una città europea in Africa, i soldati sulla spiaggia, le camionette che riportano al confine chi è entrato, le ottanta salme in fila in un hangar. E da giorni, con la stessa puntualità, il discorso pubblico europeo lavora a trasformare quei corpi in argomenti, con un repertorio noto, molto collaudato negli anni, e dunque immediatamente disponibile. Da un lato l’invasore: colui che arriva per sottrarre qualcosa — lavoro, sicurezza, identità, risorse — protagonista di un assalto orchestrato e strumento di una potenza straniera, dunque minaccia da respingere. Dall’altro la vittima assoluta: un essere umano mosso soltanto dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione, privo di desideri e di volontà, un corpo da compatire. La prima figura criminalizza la capacità di agire. La seconda la cancella.

In entrambi i casi il migrante smette di essere una persona complessa, una persona come noi, e diventa una funzione del nostro discorso politico che serve alla destra per organizzare la paura e a una parte della sinistra, costretta ormai da anni a giocare in difesa sul tema migratorio, per dimostrare che chi arriva possiede ragioni sufficientemente dolorose da meritare di essere accolto.

Paura e compassione producono immagini apparentemente opposte ma condividono la stessa semplificazione: hanno bisogno di un migrante senza ambivalenze.

La vittima, per essere accolta nel racconto, deve essere perfetta, deve avere sofferto abbastanza, deve essere partita per una ragione che noi consideriamo legittima, deve avere un passato irreprensibile, deve dimostrare gratitudine, deve desiderare una vita modesta, deve restare dentro il perimetro morale che abbiamo costruito per lei; appena manifesta ambizione, desiderio di vita migliore, di consumo, di riconoscimento, di libertà personale, la sua innocenza viene messa in discussione. È una forma sottile di disumanizzazione, ma è comunque disumanizzazione.

I ragazzi che a fine luglio si sono gettati in acqua verso Ceuta rendono visibile proprio ciò che il nostro racconto della migrazione fatica a contemplare: si può partire perché si fugge da una condizione insostenibile e si può partire perché si desidera una vita diversa, perché quella che si ha non basta più, perché altrove si immaginano possibilità che il luogo in cui si è nati non sembra poter offrire. Molti hanno vent’anni, hanno un telefono, hanno letto una convocazione rimbalzata sui social, hanno valutato un rischio e hanno deciso di correrlo. Vengono da un Paese che non è in guerra e che l’Europa considera insieme partner, alleato e presidio esterno dei propri confini. Proprio per questo Ceuta pone una questione che precede persino quella morale e riguarda la capacità politica di governare le migrazioni.

Da decenni continuiamo a parlare di migrazione attraverso il lessico dell’eccezione, come se ogni movimento fosse una crisi improvvisa alla quale rispondere, ogni frontiera attraversata l’inizio di un’emergenza, ogni aumento degli arrivi la prova di un sistema che ha smesso di funzionare. Eppure ciò che chiamiamo emergenza è ormai una condizione permanente, prodotta da diseguaglianze, guerre e crisi climatiche, trasformazioni del mercato del lavoro, instabilità politiche, reti transnazionali e, insieme a tutto questo, dall’aspirazione antichissima degli esseri umani a spostarsi verso luoghi nei quali immaginano di poter vivere meglio.

Continuare a distinguere le migrazioni attraverso una gerarchia morale delle ragioni che le producono impedisce di vedere questa complessità. Abbiamo costruito un sistema nel quale la sofferenza rende il movimento comprensibile e il desiderio lo rende sospetto, come se la necessità appartenesse alla politica e l’aspirazione individuale ne fosse una deviazione. Governare la mobilità richiede esattamente il contrario: riconoscere che cause diverse producono movimenti diversi, che protezione internazionale, migrazione economica, ricongiungimenti familiari, mobilità per studio o lavoro chiedono strumenti differenti e che nessuna politica dei confini può essere efficace se pretende di ridurre a un’unica categoria ciò che accade prima che una persona raggiunga quel confine.

La questione riguarda allora anche il significato che siamo disposti ad attribuire alla libertà di movimento.

È forse questa la domanda più difficile che Ceuta consegna all’Europa. Non soltanto quanti confini possiamo controllare, quante persone possiamo accogliere, quali accordi possiamo stipulare con i Paesi di origine e di transito, quali strumenti possano rendere i movimenti ordinati e governabili. La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quali ragioni e a quali condizioni.

Finché continueremo a chiedere alle persone migranti di essere qualcosa di diverso da ciò che riconosciamo come umano in noi stessi, continueremo a oscillare tra le stesse due immagini: la minaccia da respingere e la vittima da salvare. In mezzo rimarrà invisibile la persona, con la sua storia e i suoi errori, la necessità e il desiderio, il calcolo e l’incoscienza, ciò da cui fugge e ciò verso cui vuole andare. È in quello spazio che dovrebbe cominciare una politica europea della migrazione capace finalmente di chiamare il movimento con il suo nome: non un incidente della storia dal quale difendersi, ma una delle forme attraverso cui la storia umana continua a prodursi.


Vaccini, Green pass e Figliuolo, ma la Commissione Covid continua a ignorare Draghi


Arma politica. L’organo che indaga sulla pandemia ha sentito l’ex premier e i suoi uomini. Nessuna notizia sul suo successore

Vaccini, Green pass e Figliuolo, ma la Commissione Covid continua a ignorare Draghi

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – A giudicare dalla lentezza con cui è stato sentito il presidente del Consiglio, che affrontò per primo l’emergenza Covid, l’audizione del suo successore, Mario Draghi, potrebbe non avvenire mai. Giuseppe Conte è stato sentito dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione del virus Sars-Cov-2” il 6 agosto e come ha ricordato l’altra sera a Sabaudia, “ci ho messo due anni per farmi ascoltare”. A Meloni che lo aveva accusato di negarsi alla verità, subito dopo l’audizione parlamentare ha replicato: “Io amo la verità, ma dov’era FdI durante la pandemia?”.

Che la Commissione sia servita da arma politica contro il leader del M5S è dimostrato dal modo in cui Conte veniva attaccato ancora ieri dai membri FdI della commissione stessa e dal fatto che ci si è dati da fare per ascoltare tutti gli uomini di cui si era circondato, a cominciare dal primo Commissario per il coordinamento dell’emergenza, Domenico Arcuri. L’allora ministro della Sanità, ad esempio, che sarà confermato poi anche nel governo Draghi a partire dal 2021, Roberto Speranza, non è stato ancora audito e solo ieri il presidente della Commissione, Marco Lisei, ha lasciato intendere che sarà ascoltato in autunno. Di Draghi non si sa ancora nulla.

Eppure da marzo 2021, dopo la crisi di governo del Conte-2, scatenata da Matteo Renzi in piena emergenza vaccinale, è stato lui e il suo entourage a gestire la crisi. Il Commissario Arcuri viene sostituito dal generale Francesco Paolo Figliuolo il 1º marzo 2021 con il mandato di dare una forte spinta alla campagna vaccinale. Ma questa era già attiva a fine 2020 e, secondo un fact checking a cura di Pagella politica, il nostro Paese “nel giorno di entrata in carica del governo Draghi aveva vaccinato con almeno una dose il 2,9 per cento della popolazione, percentuale più bassa di Francia (3,6 per cento), Germania (3,3 per cento) e Spagna (3,2 per cento)”, Paesi tuttavia piuttosto vicini tra loro. Ma, soprattutto, “al 13 febbraio l’Italia aveva vaccinato con due dosi una percentuale della popolazione del 2,2 per cento, all’epoca secondo dato più alto tra i grandi Paesi europei, dietro alla Spagna (2,3 per cento), ma davanti a Francia (0,9 per cento) e Germania (1,7 per cento)”. La scusa della spinta alle vaccinazioni era una balla, si trattava di gestire invece, anche sul piano economico, una delle emergenze più importanti del secolo. Lo stesso viene fatto alla Protezione civile dove l’ex capo Dipartimento, Angelo Borrelli, famoso per le conferenze stampa quotidiane delle 17, viene sostituito da Fabrizio Curcio.

Al momento, sebbene Borrelli sia stato audito a fine 2024, nemmeno Curcio, così come il generale Figliuolo, sono stati sentiti. Per Conte, invece, ci sono voluti più di due anni e dopo il 6 agosto ci sarà un seguito a settembre.

Eppure di questioni da discutere ce ne sarebbero. Anche perché, mentre la commissione ha svolto il suo lavoro, il nuovo Piano pandemico è stato approvato solo un mese fa.

Con Draghi, ad esempio, si potrebbe discutere del Green Pass e della sua efficacia. In una conferenza stampa del 22 luglio 2021 l’allora presidente del Consiglio aveva detto ai giornalisti che il Green pass dava ai cittadini la “garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”. Eppure, già allora, come è stato verificato, si sapeva che le persone vaccinate potevano contagiarsi e contagiare gli altri, sebbene in misura minore. La Corte costituzionale ha avallato la scelta del certificato decisa dal governo Draghi, e non si tratta di rimetterlo per forza in discussione, ma capire come ha funzionato, perché è stato deciso e quali scelte fare in futuro. Non a caso la Commissione ne ha chiesto conto al presidente del M5S, che al momento della sua introduzione era fuori dal governo.

Si potrebbe capire come sia andata davvero la campagna vaccinale del generale Figliuolo, che appena insediato annunciò 500mila vaccinazioni al giorno salvo poi dover abbassare l’obiettivo. Le 500mila vaccinazioni furono poi raggiunte il 29 e 30 aprile, ma solo per due giorni tornando nella settimana successiva a 400mila. Il Fatto in quei mesi denunciava la superficialità del rendiconto finanziario delle spese fatte dal Commissario il quale resta agli atti come “salvatore della Patria”, ma potrebbe avere invece diverse cose ancora da raccontare.


Magari Meloni ci smentisse


(di Michele Serra – repubblica.it) – I guai grossi non si possono evitare, ma proprio questo rende odiosi, in quanto evitabili e superflui, i guai piccoli. Tipico esempio di guaio piccolo odioso, perché perfettamente evitabile, è il miserabile sgarbo del governo italiano alla Spagna: inutile, provocatorio e anche a tradimento. Vile nei confronti di un partner europeo che avrebbe avuto diritto a solidarietà e collaborazione, non a questo gesto ostile e — come già spiegato e capito da tutti, tranne il Salvini — del tutto ininfluente sul fronte dalla difficile gestione dei flussi migratori in Europa.

Non si fa in tempo a ricalibrare il giudizio sul governo Meloni, cercando di evitare uno guardo troppo fazioso, di frenare i giudizi drasticamente ideologici (tipo: sono fascisti!), che il governo Meloni provvede a rimarcare lo sprofondo che lo separa dalla democrazia dei diritti e soprattutto dalla costruzione europea, che il melonismo detesta perché l’Europa è per la destra sovranista come la kryptonite per Superman: se c’è l’Europa il sovranismo muore, e viceversa, se vince il sovranismo (Meloni tra le star in cartellone) l’Europa muore. E dunque, dopo qualche settimana (un paio al massimo) di tentativi di moderare i termini, e levigare i giudizi, e sperare che il clima politico rincivilisca, alla fine sei costretto a dire: sì, purtroppo sono fascisti.

Peccato. Perché sarebbe di gran lunga più confortante pensare che sia frutto di pregiudizio, buttare Meloni in quel calderone di istinti aggressivi, xenofobia, nazionalismo stupido e vacuo. Mettiamola così: Meloni è l’infaticabile, puntuale vidimatrice dei nostri pregiudizi. Riuscisse mai a smentirci, le saremmo grati.