In affanno tra referendum e crisi energetica, Giorgia getta l’esca dell’unità nazionale all’opposizione. Sperando che qualcuno ci caschi

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non passa giorno ormai senza che quello successivo smentisca le previsioni del precedente. Nella sua arrampicata sugli specchi, per non contrariare l’alleato-padrone Trump – che continua a bombardare illegalmente l’Iran a rimorchio del premier e ricercato internazionale israeliano Netanyahu – su una cosa Giorgia Meloni era stata categorica nel suo intervento di mercoledì scorso alle Camere. “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, aveva detto rassicurando il Parlamento e, soprattutto, gli italiani.
Ma ventiquattrore dopo, la guerra dalla quale la premier giurava di volersi tenere alla larga, ci è piombata addosso. Con i missili piovuti ieri sui nostri militari dislocati nella base di Erbil in Iraq. Effetti collaterali della scellerata politica estera della premiata ditta Donald&Bibi e dell’incapacità di condannarla fermamente, dissociandosene, del nostro governo. Intanto la crisi del mercato petrolifero scatenata dal conflitto iraniano, utile a Trump per distogliere l’attenzione dallo scandalo degli Epstein Files dal quale rischia di restare travolto e a Netanyahu per spegnere i riflettori sulla mattanza di Gaza (altro che tregua!) e i soprusi dei coloni in Cisgiordania, ha iniziato a presentare il conto. Il governo brancola nel buio: con i prezzi dei carburanti e le tariffe energetiche alle stelle, non è stato ancora adottato uno straccio di provvedimento se non per sterilizzare almeno per mitigare l’ennesimo salasso sugli italiani.
Per Meloni, che insegue il mito del presidenzialismo, è forse il momento più difficile del suo mandato. Ma anziché comportarsi da uomo forte al comando, si appella all’unità nazionale e al senso di responsabilità delle opposizioni. Invitandole, dopo averle irrise per quasi quattro anni, al confronto che finora ha negato (perfino sulla riforma della Costituzione), ma che adesso invoca nell’ora più buia delle scelte impopolari. Così ha gettato l’esca: ieri tra una bordata e l’altra ai magistrati, al comizio pro Sì al referendum, ha addirittura telefonato a tutti i leader delle opposizioni. Sembra la mossa della disperazione, ma non si sa mai: qualcuno nel centrosinistra potrebbe sempre finire per abboccare.

(di Antonio Patrono – ilfattoquotidiano.it) – Chi è incerto su come votare al referendum dovrebbe vedere un bel film di Steven Spielberg, Amistad. È una storia vera.
Amistad era una nave che trasportava neri appena catturati in Africa che si ribellarono ai loro aguzzini, venendo però arrestati appena sbarcati negli Stati Uniti. Le immagini del film sulla conquista della nave sono spettacolari e terrificanti, ma credo non molto diverse da quelle vere, una moltitudine di fantasmi neri che di notte combattono per la loro libertà. Ma la parte più interessante del film, come di ciò che avvenne in realtà, viene dopo. I rivoltosi, arrestati, furono processati e ne rivendicarono la proprietà come schiavi sia l’ambasciatore spagnolo, perché la nave era spagnola, sia il proprietario della nave, e anche il governo degli Stati Uniti si costituì in giudizio chiedendo che fossero consegnati alla Spagna per evitare problemi diplomatici.
Tutti potenti, quindi, presenti in massa in tribunale con una sola richiesta. Dinanzi a quei potenti, chiamato a decidere sulle loro richieste, c’era soltanto un uomo, un giovane giudice. I neri furono liberati. Il presidente degli Stati Uniti si rivolse allora alla Corte Suprema che respinse il suo ricorso e scrisse: “Essi avevano il diritto naturale di cercare la propria libertà e di usare i mezzi necessari per ottenerla”. Era il 1840, oltre vent’anni prima della Guerra di secessione, metà di quella nazione si reggeva economicamente sulla schiavitù, non era facile pronunciarsi in quel modo, ma i giudici lo fecero.
Sono passati quasi duecento anni, ma anche oggi ci sono fantasmi neri, uomini neri vestiti di nero, che vediamo soprattutto col buio per le nostre strade. Sono i riders, a bordo di veicoli precari, sulle spalle contenitori che sembrano più grandi di loro, viaggiano con il buono e il cattivo tempo, rischiando di cadere. Sappiamo che guadagnano 2 euro all’ora, quanto necessario per avere da mangiare e nulla più. La differenza tra loro e gli schiavi è minima, ma anche stavolta esiste qualcuno disposto a difenderli contro gli interessi dei potenti di turno, forse non governi ma ricche imprese commerciali.
E anche stavolta è un magistrato, un pubblico ministero. È cronaca di oggi, sono le indagini per sfruttamento dei lavoratori della Procura di Milano nei confronti delle più grandi aziende di ristorazione a domicilio. Sono solo due storie, fra le tante simili che si potrebbero raccontare. I magistrati, giudici e pubblici ministeri, per far bene il loro lavoro hanno bisogno soprattutto di due cose: il coraggio e la libertà.
Per il primo non si può far niente, il coraggio, morale e qualche volta anche fisico, devono trovarlo da soli. Per la libertà possiamo aiutarli, assicurando loro leggi che li rendano tranquilli e consapevoli di non rischiare nulla se fanno, ovviamente con onestà, il loro dovere. In Italia è quello che assicura oggi la Costituzione del 1948, che si vuole cambiare. Speriamo che ciò non accada.

(Tommaso Merlo) – Trump fa il bullo davanti alle telecamere ma dietro è sempre attaccato al telefono. Ha parlato anche con Putin, vorrebbe mediasse per far finire il pandemonio che ha scatenato ma il vecchio zar gli ha fatto il gesto dell’ombrello, almeno per adesso. Con la chiusura dello Stretto le risorse russe vanno a ruba e a Mosca nevicano rubli. Prezzi migliori, nuovi clienti mentre gli americani rischiando una delle disfatte peggiori della loro collezione. La perdita del Golfo ma anche di una disastrosa leadership globale. Putin ha parlato anche a nome dei cinesi che si godono lo spettacolo appollaiati sulla grande muraglia mentre le loro petroliere passano serene dallo Stretto e il mondo intero sta capendo come il loro modello non è poi così malaccio. Non uno sceriffo manesco ed ipocrita, ma una comunità multipolare. Non una giungla di mercato, ma la politica al timone. Non che la Cina sia il paradiso, ma almeno non insanguinano il mondo a vanvera e gentaglia come Trump la mandano in terapia cognitivo-comportamentale e non sulla poltrona più potente. Anche da Tel Aviv tempestano Trump di telefonate, vogliono che non molli l’osso e continui a bombardare a tappeto l’Iran per conto loro, o meglio vogliono che la Casa Bianca continui ad occuparsi dei loro deliri ideologici invece che dei problemi dei cittadini americani. Dinamiche che verranno studiate nei libri di storia nel capitolo dedicato alla pericolosità del lobbismo in democrazia. Nel frattempo quel satanasso di Netanyahu è raggiante perché dopo decenni ha realizzato il suo sogno iraniano, peccato che per Israele si sta rivelando un incubo. Di questo passo finisce tutto in macerie come a Gaza col mondo intero che blocca gli aiuti umanitari finché non disarmano e consegnano i criminali di guerra alle corti internazionali. Il problemino è la presunta dottrina Samson e cioè il biblico “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Che tradotto significa un massiccio contrattacco atomico come ultima risorsa se l’esistenza di Israele fosse minacciata. Che tradotto significa apocalisse anche se di natura nucleare. Ed è anche per questo che Trump viene tartassato di telefonate anche da Washington, sono repubblicani terrorizzati di dover trovarsi presto un lavoro. Gli Stati Uniti stanno spendendo un miliardo al giorno per una guerra altrui, avevano promesso la pace e hanno scatenato un pandemonio, avevano promesso la motosega e invece non hanno fatto una sega dato che il debito pubblico batte ogni record nonostante abbiano tolto diritti ai poveri e tagliato le tasse agli oligarchi. Ormai perfino i cow-boy del Texas votano a sinistra alle supplettive e a novembre i repubblicani rischiano un bagno di sangue. Quanto all’Iran, va benissimo ubbidire ai padroni della lobby sionista, ci mancherebbe altro dopo con tutto quello che hanno speso, ma una guerra mondiale atomica è un tantino troppo anche per loro e se a Trump dovesse partire anche questa valvola, è la volta buona che lo prelevano a forza dallo Studio Ovale e lo gettano nel cassonetto lungo Pennsylvania Avenue. Ma anche gli sceicchi degli emirati arabi disuniti stanno tempestando Trump di telefonate. Strillano come zabette isteriche, pensavano che con la security a stelle e strisce il loro carnevale capitalistico fosse eterno ed invece tra dune e marciapiedi ormai girano più scaraffi che esseri umani. Altro che balle, Trump sul più bello gli ha persino portato via i quattro missili intercettori che avevano per darli a Tel Aviv e anche le basi americane si sono rivelate un bluff con soldati e spioni inseguiti dai droni iraniani anche al gabinetto e costretti a fuggire a gambe levate. Gli sceicchi non sanno che pesci pigliare, se armarsi fino ai denti e mandare i loro schiavi all’arrembaggio oppure provare con la security russa e cinese che sembra più affidabile. Con gli europei invece Trump non alza nemmeno la cornetta, valgono molto meno del due di picche quando briscola è bastoni e se detona la crisi energica rischiano di dover tornare nell’entroterra a coltivare patate e pascolare pecore che non sarebbe nemmeno male così almeno ritrovano se stessi. Dopo essersi zappati i piedi da soli con la Russia, se lo Stretto non riapre stipendi e pensioni non basteranno neanche per fare un pieno di benzina. Roba che le classi dirigenti rischiano di finire tutte nelle isole ecologiche mentre folle esasperate di poveri cristi assaltano la Bastiglia tecnocratica. Dall’Iran invece non chiama nessuno anche se il figlio dell’Ayatollah ferito vorrebbe farlo. Già, ma per ringraziare Trump dato che il suo paese non è mai stato così unito e speranzoso di liberarsi da decenni di persecuzione occidentale. Ma a non chiamare Trump è anche la sua malconcia coscienza, non vi riesce nonostante sappia benissimo che è inconcepibile rischiare una guerra mondiale nucleare per i suoi traumi infantili, per sconci segreti e perché ha dovuto vendere l’anima al diavolo per gratificare il suo ego. Al punto che perfino il Padreterno sta valutando se chiamare il presidente americano, già, ma a sé e per sempre in modo da evitare una catastrofe epocale.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Non credo sia possibile calcolare con decente precisione chi sta guadagnando su questa (e altre) guerre, e quanto. Certo, così a spanne, si immaginano i giganteschi profitti dell’industria degli armamenti e del suo indotto, e la prospera lievitazione dei relativi investimenti finanziari.
Si pensi solo alla enorme quantità di armi consumate. Chissà se le armi scadono, come le uova; ci sarà sicuramente qualcuno che, in vista della scadenza, avverte che è venuto il momento di usare tutto quel ben di Dio prima che finisca in discarica; e subito si provvede a usarle per poi rimpiazzarle, così che gli arsenali siano sempre ben muniti.
Con altrettanta certezza si sa che il prezzo della guerra (a parte quello, non valutabile, in vite umane) ricade sulla vita quotidiana di moltitudini di persone. Rincarano i prezzi energetici e con essi quelli delle merci di uso comune, costa più caro mangiare e viaggiare, spostarsi, studiare, costa più caro vivere.
Possiamo dunque dire, con buona approssimazione, che molti pagano il prezzo della guerra a vantaggio di pochi, che ci guadagnano un sacco di soldi.
In questo senso l’economia di guerra è parente stretta dell’economia dei tempi, che prevede la concentrazione della ricchezza in poche mani e l’affannato galleggiamento di tutti gli altri, specie il famoso ceto medio del quale (anche politicamente e culturalmente parlando) si stanno perdendo le tracce in favore del sistema binario popolo/élite.
L’economia di guerra è al tempo stesso figlia del tempo e sua fattrice. Pochi decidono, gli altri subiscono, pochi arricchiscono, gli altri sperano di cavarsela. Non bisogna essere Nostradamus per prevedere un radioso futuro per la guerra e l’economia di guerra. A meno che i molti si ribellino ai pochi: ma come, ma quando?
Una riforma contro la magistratura, non in sua difesa. E l’hanno blindata con quattro voti parlamentari senza correggerne una virgola. Tutto l’opposto dell’esperienza maturata alla Costituente

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Dice: in questo referendum bisogna decidere sul merito, sulla bontà delle soluzioni tecniche proposte. Giusto, ma prova a domandare a chi passa per strada: «Preferisci un Csm o due?». Ti beccherai una denuncia per molestie. Ri-dice: però l’appartenenza politica non c’entra, conta solo la libera opinione. Curioso, quando tutti i partiti di maggioranza sono schierati come una falange per il «sì», tutte le opposizioni per il «no». Ri-ri-dice: ma la riforma non è contro i magistrati, semmai nel loro interesse, serve a liberarli dalla cappa delle correnti giudiziarie. Ah sì? E allora perché tutti (o quasi) i giudici italiani vi s’oppongono? E perché non passa giorno senza che la stampa di destra spari frecce avvelenate contro questo o quel magistrato? Ma soprattutto: perché s’esercita nel tiro al bersaglio la stessa presidente del Consiglio, usando a pretesto qualsiasi fatto di cronaca, anche se non c’entra un piffero col doppio o triplo Csm?
Cattivi umori, cattivi sentori. E allora turiamoci il naso, proviamo a riflettere sul testo, lasciando perdere il contesto. Carriere separate fra giudici e pm, organi d’autogoverno della magistratura formati per sorteggio. Una bestemmia costituzionale? In linea di principio no. La separazione delle carriere dovrebbe garantire la terzietà del giudice penale, ponendo sulla stessa griglia di partenza accusa e difesa; il sorteggio dovrebbe tagliare le unghie alle correnti giudiziarie, rafforzando l’autonomia di ogni magistrato. Ma il punto non è che cosa fai, bensì come lo fai. Specie se ti trastulli con la fisionomia della giustizia – la dea bendata, che somministra ragioni e torti.
Quanto al cordone ombelicale che lega giudici e pubblici ministeri, in primo luogo. La riforma lo recide, benché già adesso si possa cambiare ruolo una sola volta durante la carriera, entro i primi dieci anni di servizio, e con l’obbligo di cambiare sede. Ma stavolta s’usano le cesoie, anziché le forbici. Il pm avrà un concorso tutto suo, un Csm solo suo. Diventa potente e prepotente. E a quel punto sarà giustificato mettergli un guinzaglio, assoggettarlo alle direttive del governo, proprio per comprimerne gli eccessi. Risposta al referendum: no, non ci caschiamo. Quanto al sorteggio, in secondo luogo. Un sorteggio col trucco, giacché i membri togati vengono estratti fra i 10 mila giudici italiani tirando in aria i dadi, i membri laici (di derivazione parlamentare) pescando dentro liste formate dai partiti. Che non si sa quanto saranno lunghe, magari venti nomi, così uno su due otterrà il suo bel posto al sole. Il sorteggio, per come viene concepito, umilia la dignità dei magistrati, privandoli del diritto di voto. Sarebbe stata commestibile (e altrettanto efficace per contrastare le correnti) una soluzione mediana: dieci membri eletti, dieci sorteggiati fra magistrati meritevoli. Ma lorsignori hanno fatto una scelta muscolare, radicale; muscolo per muscolo, diciamogli di no.
C’è poi l’Alta Corte disciplinare, la corte dei miracoli. Che mette in castigo i giudici ordinari, ma chissà perché non quelli contabili o amministrativi. Che è un giudice speciale, benché l’articolo 102 della Costituzione vieti d’istituire nuovi giudici speciali. Che decide su se stessa, essendo giudice d’appello contro le proprie sentenze. Che sfugge al ricorso in Cassazione, in contrasto con l’articolo 111 della Carta. Che altera la proporzione fra membri togati e laici a vantaggio dei secondi. E che concorre alla moltiplicazione di pani, pesci e Csm, disarticolando il potere giudiziario. Risposta: no, tre volte no.
Posso aggiungere una notazione personale? Ero in dubbio, quando la riforma venne presentata dal governo Meloni, nel giugno 2024. Strada facendo i suoi padrini ne hanno rivelato l’intenzione: una riforma contro la magistratura, non in sua difesa. E l’hanno blindata con quattro voti parlamentari senza correggerne una virgola. Tutto l’opposto dell’esperienza maturata alla Costituente, di quel reciproco parlarsi ed ascoltarsi tra forze politiche diverse. E allora dico no, per questo governo e per chi in futuro vorrà replicarne il metodo. Con la speranza che s’impari la lezione.
“Il mondo senza gli Ayatollah sarà migliore”: la frase risuona in Europa grazie alla Von der Leyen, la Metsola, la Kallas ed è ripetuta dai politici di tutti gli Stati membri e, cosa più grave, da diplomatici, giornalisti e accademici. La demonizzazione di un Paese non cessa mentre le bombe israelo-americane […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] “Il mondo senza gli Ayatollah sarà migliore”: la frase risuona in Europa grazie alla Von der Leyen, la Metsola, la Kallas ed è ripetuta dai politici di tutti gli Stati membri e, cosa più grave, da diplomatici, giornalisti e accademici. La demonizzazione di un Paese non cessa mentre le bombe israelo-americane si concentrano su scuole, ospedali, creano disastri ambientali e sanitari a Teheran, colpiscono villaggi densamente popolati, anche lontani da obiettivi strategici, utilizzano il cosiddetto doppio colpo, la bomba cade e quando dopo un po’ i soccorritori escono, ne cade una seconda. Crimini di guerra verso gli iraniani non vengono condannati. L’Iran come Gaza, come il Libano. I cittadini sono tutti terroristi perché di fronte all’assassinio del Papa sciita, Khamenei, sono usciti in strada incuranti delle bombe, non per sovvertire il regime ma per celebrare la guida spirituale, morta per libera scelta, da martire. […]
Nessuno si sorprende delle dichiarazioni di Netanyahu, di Trump, del ministro della Guerra Hegseth, che promettono punizioni collettive. Abbiamo disumanizzato i palestinesi, ora tocca agli iraniani. Nessuno sembra accorgersi della barbarie, dell’affossamento della nostra civiltà umanistica. I mostri pullulano, inconsapevoli, ballano intorno a noi con le mani sporche di sangue. L’Iran, la Russia, Gaza combattono una guerra esistenziale che richiama valori ignoti all’Occidente della classe Epstein. Combattono per la salvezza di un popolo sotto attacco, per la loro storia e identità. Non possono accettare un cessate il fuoco che rafforzerebbe soltanto i loro nemici, i quali riprenderebbero fiato per ritentare il regime change e il loro annientamento. Russia, Iran, i palestinesi sono stati presi in giro dalla diplomazia occidentale. Gli iraniani attaccati due volte mentre i negoziati erano in corso; la Russia imbrogliata con le promesse relative alla non espansione della Nato, con gli accordi di Minsk, con i negoziati con Trump, paralleli all’attacco alla residenza di Putin organizzato dalla Cia; i palestinesi col numero di risoluzioni Onu rimaste inapplicate, con l’impunità di Israele.
[…]
In Iran tuttavia Washington paga un prezzo economico insostenibile. Fallito il regime change, senza un piano B, sorpresi dalla difesa missilistica iraniana e dalla caparbietà di un popolo, sebbene il Pentagono avesse più volte avvertito circa l’insostenibilità dell’impresa, gli Usa cercano una strategia di uscita e si rivolgono a Putin come mediatore. Non rimpiangono i crimini di guerra, 175 bambine trucidate, rimpiangono i costi economici. Le monarchie del Golfo, famiglie corrotte in Paesi che vivono del lavoro dei poveri migranti, sono furiose. Le basi militari Usa non proteggono, li rendono vulnerabili. Le raffinerie di petrolio sono obiettivi indifesi così come gli impianti di desalinizzazione. Gli intercettori e le munizioni occidentali finiscono mentre i 57 siti di missili sparsi in territorio iraniano con un comando decentralizzato resistono. Dalla Seconda guerra mondiale avremmo dovuto imparare che la Germania non è stata sconfitta dai nostri criminali bombardamenti ma dal sacrificio di 27 milioni di Russi, dall’invasione di terra dei sovietici che hanno scoperto loro, (avvertite Benigni e la Kallas), i campi di concentramento. L’Iran resisterà ai crimini di guerra israelo-americani e vorrà dettare le condizioni per la pace. L’intelligence russa e cinese aiuterà la resistenza iraniana. Secondo Scott Ritter, Trump dovrebbe dichiarare che lascia il Medio Oriente perché è un uomo di pace, elimina le basi statunitensi nella regione accontentando l’elettorato Maga, e potrebbe riproporsi candidato al Nobel con l’aiuto della presidente del Consiglio. Intanto i servizi inglesi continuano a colpire la Russia in profondità come a Brjansk e cercano di trascinare Putin in un’escalation. Il ” killer” rimane invece stabile nella sua strategia di logoramento dell’Ucraina, nella sua lenta avanzata, rafforzato dai prezzi del petrolio e dai margini di profitto, sa che Starmer, Macron e Trump, sono spettri che tra poco scompariranno.
[…] Molti falchi in Russia vorrebbero che il presidente attaccasse le basi inglesi da dove partono gli assalti sul suo territorio. Sarebbero atti di legittima difesa tutelati dal diritto internazionale. Mostrerebbero la capacità di deterrenza. Alcuni consiglieri auspicano, a imitazione dei crimini di Trump e Netanyahu, la decapitazione del regime ucraino. “Il macellaio” resiste e mostra pazienza strategica. Intanto le destre e tutta la maggioranza Ursula organizzano girotondi per il trionfo della nostra democrazia in Russia, in Iran. Censurano atleti, artisti russi e, non sazi del pensiero unico che occupa tutti i media, inquisiscono l’esiguo e marginale dissenso. Ci attende la militarizzazione dell’Europa, la società della sorveglianza. Trionfa l’anticristo di Thiel.
L’intervento della premier in Parlamento richiama l’apologo dello scorpione e della rana. Ha invitato le opposizioni a una qualche forma di intesa di fronte alla guerra nel Golfo ma poi, nel pomeriggio, ha rovesciato il tavolo, accusando la sinistra di incoerenza di fronte agli interventi guidati dagli americani in vari teatri

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – L’intervento di Giorgia Meloni in Parlamento richiama l’apologo dello scorpione e della rana. Lo scorpione chiede di attraversare il fiume sulla schiena della rana e le assicura che non la pungerà perché altrimenti annegherebbero tutti e due; ma a metà del guado pianta il suo pungiglione sulla rana perché, dice lo scorpione, «non potevo resistere, questa è la mia natura».
Allo stesso modo Meloni ha invitato le opposizioni a una qualche forma di intesa di fronte alla guerra nel Golfo ma poi, nel pomeriggio, ha rovesciato il tavolo, accusando la sinistra di incoerenza di fronte agli interventi guidati dagli americani in vari teatri.
Non sappiamo chi le abbia preparato il testo ma qualsiasi studente di politica estera o relazioni internazionali che avesse inanellato una serie così disastrosa di cantonate sarebbe stato bocciato. Evidentemente da Colle Oppio non si coglievano le diverse logiche che hanno ispirato gli interventi da parte della comunità internazionale.
Sintomatico, comunque, che abbia evocato i bombardamenti alleati sull’Italia durante la Seconda guerra mondiale per liberarci dal fascismo. Forse, in qualche angolo del suo inconscio, le da ancora fastidio. Ma, come in ogni conflitto, c’è un prima e un dopo.
Prima i raid delle aviazioni italiane e tedesche in Spagna – mai visto Guernica? – e la “coventrizzazione” (la distruzione della città di Coventry da parte della Luftwaffe) vantata da Benito Mussolini dal balcone di piazza Venezia. Poi la risposta degli alleati (a volte fuori misura, come le bombe incendiarie su Amburgo e Dresda).

Nel suo discorso alla Camera Meloni ha distorto gli eventi più recenti in maniera indecorosa: non ha fatto alcuna distinzione tra gli interventi militari di coalizioni internazionali approvati dall’Onu e quelli compiuti senza alcun mandato. In Iraq, nel 1991, il Consiglio di sicurezza, unanime, aveva dato mandato di agire contro Saddam Hussein dopo che aveva invaso il Kuwait. Dieci anni dopo, nel 2003, lo aveva negato perché non c’era alcun presupposto: le famose «armi di distruzione di massa» erano una fake news. Nonostante ciò i “volenterosi” guidati da George W. Bush lo avevano invaso lo stesso, e il governo Berlusconi, dopo qualche esitazione – anche allora non approvare e non condannare – aveva aderito.
Ma questo Meloni se lo è dimenticato. Così come ha sorvolato sul fatto che l’intervento in Libia era stato validato dall’Onu in quanto Gheddafi stava per fare piazza pulita degli insorti di Misurata con i suoi carri armati schierati alle porte della città. Quell’azione era congruente con il nuovo principio adottato dalle Nazioni unite dopo l’intervento della Nato contro la Serbia.
In quell’occasione mancava il sigillo dell’Onu. ma si era nell’imminenza di una nuova pulizia etnica, in Kosovo, dopo che le milizie serbe avevano trucidato a freddo, in 24 ore, 8.000 bosniaci, a Srebrenica. Quella giustificazione è poi stata codificata come Responsability to Protect (R2P) – il diritto-dovere della comunità internazionale ad ergersi a difensore delle popolazioni civili – e integrata nei principi delle Nazioni unite nel 2005.
Quando una presidente del Consiglio parla di questioni così drammatiche come la guerra dovrebbe avere maggiore accortezza e non lasciarsi andare a comiziacci per eccitare le proprie truppe.
Se Meloni fosse stata adeguata al ruolo che occupa avrebbe dovuto porre la questione della crisi in termini riflessivi, problematici, e chiedersi se l’attacco israelo-americano si configuri come una missione sotto l’ala del R2P.
Sarebbe stata una discussione seria, profonda e appassionante. Ma anche indigesta per la premier perché avrebbe sollevato lo spinosissimo tema della non protezione dei civili palestinesi dal massacro dell’esercito israeliano. E poi, al di là del fatto che l’lran non è una piccola entità come la Serbia, gli obiettivi dell’azione in corso non hanno certo scopi umanitari, a difesa dei coraggiosi oppositori del regime. Follow the money, per capire perché si muove Donald Trump.
MELONI, QUI PER LA GIUSTA ATTENZIONE AL TRAGUARDO EPOCALE DI RIFORMARE LA GIUSTIZIA

(ANSA) – “Sono giornate di grande attenzione, di enorme lavoro per evitare un ulteriore allargamento della crisi sulle risposte alle possibili ripercussioni” ma “dall’altra noi non vogliamo rinunciare” a dare “la giusta attenzione al traguardo epocale di riuscire finalmente a riformare in Italia anche la giustizia”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
MELONI, QUANDO SI VUOLE CAMBIARE IN ITALIA SI GRIDA ALLA DERIVA ILLIBERALE
(ANSA) – “In Italia, quando si vuole modificare qualcosa, si grida alla deriva illiberale, alla fine dello stato di diritto. In questo catastrofismo si nasconde solo una spasmodica volontà di mantenere lo status quo e difendere i privilegi che si annidano in quello status quo a vantaggio di alcuni sulla pelle degli altri”. Così la premier Giorgia Meloni durante un evento a Milano organizzato per il sì al referendum.
MELONI, AL GOVERNO PER RESPONSABILITÀ, SOPRAVVIVERE NON FA PER ME
(ANSA) – “Non ho accettato” la guida del governo “per vanità ma per responsabilità, non considero un traguardo governare l’Italia lo considero uno strumento non mi interessa governare per sopravvivere, galleggiare, piegarmi ai troppi interessi consolidati fingere di non vedere le troppe degenerazioni da superare, non è per me”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
MELONI, LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È UNA QUESTIONE DI CORAGGIO
(ANSA) – “Qui è tutta una questione di coraggio, di riformare quello che sembrava irriformabile, intoccabile, indiscutibile”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano. “Il coraggio di maturare le convinzioni andando nel merito nelle cose e interrogarsi oltre la cortina fumogena delle menzogne che abbiamo ascoltato”, ha aggiunto.
MELONI, QUANDO SI VUOLE CAMBIARE IN ITALIA SI GRIDA ALLA DERIVA ILLIBERALE
(ANSA) – “In Italia, quando si vuole modificare qualcosa, si grida alla deriva illiberale, alla fine dello stato di diritto. In questo catastrofismo si nasconde solo una spasmodica volontà di mantenere lo status quo e difendere i privilegi che si annidano in quello status quo a vantaggio di alcuni sulla pelle degli altri”. Così la premier Giorgia Meloni durante un evento a Milano organizzato per il sì al referendum.
MELONI, NON SONO DILANIATA…MAI AVUTO DUBBI SUL VENIRE A MILANO
(ANSA) – “Chiedetevi perché perfino sulla mia partecipazione a questo evento ho sentito ricostruzioni stravaganti: la Meloni è dilaniata dal dubbio se partecipare o meno. Dilaniata…sono intatta, non sono dilaniata ma soprattutto non ho mai avuto dubbi sulla mia partecipazione”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
MELONI, RIFORMA PER I CITTADINI NON PER LIBERARCI DEI MAGISTRATI ++
(ANSA) – “Non facciamo questa riforma perché ce l’abbiamo con qualcuno, qui nessuno ha in mente di liberarci della magistratura” ma “per sistemare quello che non funziona anche per i magistrati e soprattutto per i cittadini, noi a loro abbiamo promesso una nazione migliore”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
MELONI, RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È UN IMPEGNO CHE ABBIAMO MANTENUTO
(ANSA) – “Tutti noi siamo gente che rispetta gli impegni presi e che rivendica le sue scelte. Fare la riforma della giustizia è un impegno che abbiamo preso e uno dei tantissimi che abbiamo mantenuto”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano. “Perché noi la politica la concepiamo così, dando concezione pratica al concetto di responsabilità che significa rispondere a qualcuno, non a se stessi, ma agli altri e a chi ti ha affidato un mandato”, ha concluso.
MELONI, SFORZI PER GIUSTIZIA SEMPRE NAUFRAGATI PER INTERDIZIONE ANM
(ANSA) – “Non devo ricordare quante volte in passato gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati” a causa “dell’interdizione esercitata dall’Anm o da gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica”: così la premier Giorgia Meloni durante un evento a Milano organizzato per il sì al referendum.
“Dopo decenni di rinvii e tentativi mancati – ha aggiunto – abbiamo approvato una riforma storica che affronta i principali problemi alla base del malfunzionamento della giustizia. Il compito del potere legislativo è fare leggi per correggere le storture”.
MELONI, MAGISTRATI HANNO UN POTERE ENORME A CUI NON CORRISPONDE RESPONSABILITÀ
(ANSA) – “Se la giustizia è lenta e si inceppa, le conseguenze le pagano tutti, le scelte dei magistrati impattano su tanti aspetti della nostra vita”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano. Quello dei magistrati “è un potere enorme ed è l’unico a cui non corrisponde una adeguata responsabilità – ha aggiunto -, perché se un magistrato sbaglia, non subisce alcuna conseguenza, anzi spesso avanza di carriera”.
MELONI, PRESTIGIO DELLA MAGISTRATURA UMILIATO DA LOGICHE CORPORATIVE
(ANSA) – Il prestigio della magistratura è stato “umiliato e compromesso dalle logiche corporative” secondo la premier Giorgia Meloni.
“Il fatto che la riforma sia sostenuta da moltissimi magistrati in servizio conferma che non è contro i magistrati, ma per tutti i magistrati” ha aggiunto Meloni durante l’evento di FdI a Milano per il sì al referendum.
MELONI, DERIVA ILLIBERALE? SEPARAZIONE DELLE CARRIERE È IN 21 PAESI UE
(ANSA) – Sulla riforma della giustizia, “abbiamo assistito all’armamentario del rischio della deriva illiberale, ma qualcosa non torna. Se si considera che la separazione delle carriere è già in vigore in 21 dei 27 paesi della Ue, io dico sono tutti in una deriva illiberale o siamo noi che siamo indietro?”.
Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
MELONI, CON IL SORTEGGIO IL CSM SARÀ LIBERO, INDIPENDENTE E SENZA VINCOLI
(ANSA) – “Tra membri del Csm che sono scelti dai partiti e dalle correnti e quelli sorteggiati quali garantiscono meno dipendenza dalla politica? io penso che ogni persona intellettualmente onesta” avrebbe la risposta. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano, sottolineando che la riforma introduce “due Csm, uno per chi giudica e uno per chi accusa, composti da persone che non hanno dovuto chiedere il voto a chi poi devono promuovere o trasferire: con il sorteggio i membri del Csm non devono dire grazie a nessuno per essere lì e potranno esercitare il loro ruolo senza alcun vincolo, liberi e indipendenti”.
MELONI, CON LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA AVVICINIAMO L’ITALIA ALLA UE
(ANSA) – “Come è possibile che quelli che ci dicono che non siamo abbastanza europeisti ora siano contrari quando siamo noi che vogliamo avvicinare l’Italia all’Europa?” Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano dopo avere ricordato che in almeno una ventina di Paesi europei è in vigore “la separazione delle carriere”.
MELONI, CHI NON VUOLE IL CONTROLLO DELLA POLITICA SULLA MAGISTRATURA VOTI SÌ
(ANSA) – “C’è un eccessivo condizionamento politico” nel Csm, che “dovrebbe essere un organismo totalmente estraneo a logiche politiche. Quel condizionamento produce un meccanismo in cui si tende a privilegiare, nella scelta di chi va trasferito o no, promosso o no o sanzionato, delle logiche che non sono meritocratiche ma di appartenenza. No al controllo dalla politica sulla magistratura”. Così la premier Giorgia Meloni durante un evento di FdI a Milano per il sì al referendum.
“No al controllo della politica sulla magistratura – ha ripetuto Meloni -. Lo dice il fronte del no e io sono d’accordo con loro, ma segnalo che allora devono votare sì”.
MELONI, IN NOSTRA IDEA DI GIUSTIZIA VALE IL MERITO, NON L’APPARTENENZA
(ANSA) – Nel “sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alla correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi”. Così la premier Giorgia Meloni durante un evento per il sì al referendum organizzato da FdI a Milano.
“Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti” ha aggiunto.
MELONI, MAI PIÙ MAGISTRATI NEGLIGENTI CHE NON PAGANO PER I PROPRI ERRORI
(ANSA) – Con la riforma della giustizia “non vedremo più casi di magistrati palesemente negligenti che non hanno risposto a nessuno” perché “se c’è qualcosa di più odioso di un sistema che non garantisce che un magistrato paghi per i propri errori è un sistema che chiude gli occhi e consente che” chi sbaglia “riceva valutazioni positive per fare carriera, in uno Stato che si definisce giusto e serio non è accettabile”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
“Chiunque è responsabile – aggiunge – deve rispondere e non deve essere promosso così come chi fa bene merita di essere valorizzato e non di restare al palo perché non aveva le amicizie giuste”.
MELONI, NON C’È NESSUNA POSSIBILITÀ CHE IO MI DIMETTA DOPO IL REFERENDUM
(ANSA) – “C’è chi dice ‘votate no contro la Meloni’, intanto non c’è nessuna possibilità che mi dimetta in nessun caso, voglio arrivare alla fine della legislatura”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
“Io voglio farmi giudicare sul complesso del mio lavoro. Tra un anno, quando si andrà a votare alle politiche, avrete comunque la possibilità di mandare a casa il governo”, ha concluso.
MELONI, PERIODO DECANTAZIONE PER CHI DALLA POLITICA VUOLE ENTRARE NEL CSM
(ANSA) – “Io penso che la legge attuativa della riforma debba prevedere un periodo di decantazione, cioè qualche anno deve passare perché chi è stato in politica possa aspirare ad entrare nei membri laici del Csm”. Così la presidente del Consiglio e leader di FdI Giorgia Meloni in chiusura della kermesse del partito per il sì al referendum sulla giustizia al Teatro Parenti di Milano.
MELONI, CON IL NO VI TENETE IL GOVERNO E UNA GIUSTIZIA CHE NON FUNZIONA
(ANSA) – “Se votate no, vi tenete questo governo e anche una giustizia che non funziona”: così la premier Giorgia Meloni durante un evento di FdI a Milano sul sì al referendum sulla giustizia, ribadendo che non c’è nessuna possibilità che si dimetta in caso di vittoria del ‘no’.

“Il Governo dimostra ancora una volta la sua vicinanza concreta al Sannio”. Così il Coordinatore provinciale della Lega, Domenico Parisi, nell’esprimere profondo plauso per il riconoscimento di ingenti risorse destinate alla provincia sannita, da parte del Governo centrale, nell’ambito del Piano nazionale per la messa in sicurezza degli edifici e del territorio. “Vedere oltre 40 progetti dichiarati conformi – insiste Parisi – è un risultato straordinario che premia la capacità di programmazione dei nostri amministratori locali. Alcuni interventi saranno finanziati immediatamente, mentre altri lo saranno a scivolamento, ma il dato politico e tecnico è chiaro: il territorio cresce e si mette in sicurezza grazie a una sinergia vincente tra enti locali e Ministero dell’Interno.”
Parisi ha quindi rivolto un ringraziamento specifico alle amministrazioni comunali “Un plauso va ai Comuni che hanno operato con efficacia in termini progettuali. È grazie a questa qualità tecnica che la nostra provincia potrà beneficiare di fondi cruciali per strade, scuole e contrasto al dissesto idrogeologico.”
Il finanziamento, quanto ai dettagli del medesimo, erogato dal Ministero dell’Interno ai sensi dell’articolo 1, comma 139, della legge n145/2018, riguarda contributi per il triennio 2026, 2027 e 2028. Gli interventi si dividono in tre categorie principali: Messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico; Manutenzione e sicurezza di strade, ponti e viadotti ed Efficientamento energetico e messa in sicurezza di edifici pubblici (con priorità per le scuole).
La capillarità del contributo tocca sostanzialmente ogni latitudine della provincia. In graduatoria figurano Montesarchio, Campoli del Monte Taburno, San Giorgio del Sannio, Foiano di Valfortore, Vitulano, Campolattaro, San Lorenzo Maggiore, Paolisi, Limatola, Pietrelcina, Arpaia, San Salvatore Telesino, Casalduni, Molinara, Amorosi, Ceppaloni, Fragneto l’Abate, Castelfranco in Miscano, Pago Veiano, Guardia Sanframondi, San Lupo, Cerreto Sannita, San Martino Sannita, Calvi, Pesco Sannita, Paupisi, Fragneto Monforte, Sassinoro, San Nicola Manfredi, San Nazzaro, Morcone, Tocco Caudio, Santa Croce del Sannio, Colle Sannita, San Giorgio la Molara e Baselice.
“La programmazione triennale – prosegue e conclude Parisi – permetterà agli enti locali di avviare cantieri strategici per la protezione del suolo e il miglioramento dei servizi scolastici e viari, garantendo una maggiore sicurezza per i cittadini e un volano economico per le imprese locali impegnate nei lavori pubblici”.
Settantotto Press

(dagospia.com) – Un’altra ordinaria giornata di guerra, la tredicesima, è trascorsa: missili e droni iraniani hanno colpito nel pomeriggio Gerusalemme, Dubai e ancora una volta Erbil, dove la scorsa notte gli iraniani avevano preso di mira una base italiana.
Nel pomeriggio è arrivato il primo “discorso” ufficiale della nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un messaggio letto dalla tv iraniana in cui l’ayatollah (o chi per lui, visto che sarebbe in coma in ospedale) ha sottolineato la volontà di tenere lo stretto di Hormuz chiuso alle navi non iraniane e ha annunciato attacchi a ripetizione contro tutte le basi americane nel Medio Oriente, con un messaggio paraculo ai “vicini” che “non sono nemici” (allora Mojtaba ci dovrebbe spiegare perché continua a bombardarli.
La notizia più interessante però è quella che dà CNBC: l’Iran, nonostante la guerra, avrebbe esportato circa 11,7 milioni di barili di petrolio greggio verso la Cina, dall’inizio del conflitto. Pechino, che nei giorni scorsi ha inviato una nave spia nell’area, e rifornisce Teheran di componenti per i missili, è il più grande alleato del regime teocratico, che rappresenta il suo terzo fornitore di petrolio (dopo Russia e Arabia Saudita).
E l’Europa che fa? Come al solito, discute, monita, prepara: ora starebbe studiando delle linee guida, attese entro il 18 marzo, per alleggerire temporaneamente le regole contro il gas russo: per garantire scorte sufficienti e sicurezza energetica per l’inverno, l’Unione Europea non verificherà se il GNL venduto da terzi provenga da Mosca.
Il recente shock petrolifero ha inoltre messo in discussione i tempi previsti per un taglio dei tassi della Fed; il mercato ora si aspetta solo una riduzione verso fine anno, contro le quasi tre previste prima del conflitto…
L’IRAN INVIA MILIONI DI BARILI DI PETROLIO ALLA CINA ATTRAVERSO LO STRETTO DI HORMUZ MENTRE LA GUERRA SOFFOCA LA VIA D’ACQUA
(Sintesi dell’articolo di Anniek Bao per cnbc.com) – Nonostante la guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran abbia quasi paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz, Teheran continua a esportare petrolio verso la Cina. Come scrive Anniek Bao per la CNBC, dall’inizio del conflitto il 28 febbraio l’Iran ha inviato almeno 11,7 milioni di barili di greggio attraverso lo stretto, tutti diretti verso il mercato cinese.
Secondo i dati di TankerTrackers.com e della società di intelligence marittima Kpler, il traffico petrolifero nello stretto – da cui normalmente transita circa un quinto dell’energia mondiale – si è drasticamente ridotto perché molte petroliere evitano la zona dopo gli attacchi iraniani contro le navi. In due settimane di guerra dieci imbarcazioni sono state colpite, con almeno sette marinai uccisi, mentre molte petroliere hanno spento i sistemi di tracciamento per non essere individuate.
L’Iran continua comunque a far passare carichi di petrolio destinati soprattutto alla Cina, che negli ultimi anni è diventata il principale acquirente del greggio iraniano. Tuttavia i volumi sono molto inferiori rispetto a prima della guerra: circa 1,22 milioni di barili al giorno, contro i 2,16 milioni di barili al giorno esportati a febbraio, il livello più alto dal 2018.
Per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz, Teheran ha anche riattivato il terminal petrolifero di Jask, sul Golfo di Oman, che consente di esportare greggio evitando il passaggio nello stretto. Ma la struttura è molto meno efficiente: il caricamento di una superpetroliera può richiedere fino a dieci giorni, contro uno o due giorni nel principale terminal di Kharg Island.
Nel frattempo la Cina sta accumulando scorte di petrolio per proteggersi da possibili shock energetici. Pechino ha aumentato le importazioni di greggio del 15,8% nei primi mesi dell’anno e dispone di riserve stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tre o quattro mesi di domanda.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi del petrolio fino a quasi 120 dollari al barile, prima di un parziale calo negli ultimi giorni, mentre i leader globali discutono possibili rilasci straordinari di riserve strategiche per evitare uno shock energetico mondiale.
L’IRAN DICHIARA CHE GLI INTERESSI ECONOMICI E BANCARI DI STATI UNITI E ISRAELE NELLA REGIONE SONO OBIETTIVI
(Sintesi dell’articolo di aljazeera.com) – L’Iran ieri ha minacciato di colpire banche e centri economici legati a Stati Uniti e Israele in Medio Oriente.
Come riporta Al Jazeera, un portavoce del quartier generale Khatam al-Anbiya, struttura collegata ai Pasdaran (IRGC), ha dichiarato che l’attacco contro una banca iraniana ha lasciato Teheran «libera di prendere di mira centri economici e istituti bancari appartenenti agli Stati Uniti e al regime sionista nella regione». Le autorità hanno avvertito la popolazione di non avvicinarsi alle banche entro un raggio di un chilometro, mentre Washington dovrebbe «attendere una risposta dolorosa».
L’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha inoltre pubblicato un elenco di nuovi obiettivi economici e tecnologici, includendo infrastrutture e uffici di grandi aziende occidentali con collegamenti con Israele — tra cui Google, Microsoft, Palantir, IBM, Nvidia e Oracle — accusate di fornire tecnologie utilizzate in ambito militare.
Le minacce arrivano dopo che Israele ha bombardato a Beirut una struttura legata all’istituto finanziario Al-Qard Al-Hassan, associato a Hezbollah. L’organizzazione gestisce un sistema quasi bancario che offre prestiti senza interessi e sostiene varie attività sociali nel Libano sciita.
Nel frattempo il conflitto continua ad allargarsi nella regione: secondo Israele gli attacchi contro Hezbollah mirano a distruggerne le capacità operative, ma oltre 570 persone sono state uccise e circa 780.000 sfollate in Libano.

(di Ivan Krastev – il Financial Times) – La crisi contemporanea della democrazia è forse riassunta meglio da un fatto semplice: molti dei leader delle grandi potenze mondiali oggi sono al potere perché sono riusciti a modificare le costituzioni dei loro Paesi per restare in carica più a lungo di quanto fosse originariamente previsto.
Questo vale per il presidente russo Vladimir Putin e per Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia. (Vale anche per Xi Jinping, anche se la Cina non è mai stata una democrazia in primo luogo.)
Presto, però, tutti gli occhi saranno puntati sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Riuscirà a compiere l’impresa costituzionalmente impossibile di candidarsi per un terzo mandato? Diventare un presidente di guerra sarà il preludio a una permanenza più lunga al potere?
La politica democratica è passata a un diverso regime temporale. Passato e presente in qualche modo sono collassati l’uno nell’altro.
La cosa più straordinaria dell’attuale presidente americano è che agisce come se fosse al tempo stesso suo padre e suo figlio. Mentre Putin pianificava la guerra in Ucraina in “consultazione segreta” con i suoi predecessori da tempo defunti, Pietro il Grande e Caterina la Grande, e mentre le scelte politiche di Erdogan sono state concepite all’ombra del fondatore della Turchia moderna Mustafa Atatürk, Trump cita i leader americani del passato solo per ripetere quanto sia più grande di tutti loro. La sua indifferenza verso i morti è pari solo alla sua indifferenza verso coloro che non sono ancora nati.
Forse Trump ritiene inutile affidarsi alla saggezza delle generazioni passate, oppure forse aderisce al copione apocalittico dei suoi compagni di viaggio della Silicon Valley. Il risultato è lo stesso. L’abitudine del presidente di imprimere il proprio nome su edifici e istituzioni è la prova di qualcuno che si sta preparando a pronunciare l’elogio funebre al proprio funerale.
Di norma, le rivoluzioni non riguardano soltanto un cambiamento nella struttura del potere. Riorientano anche la nostra concezione del tempo.
La Rivoluzione francese inaugurò un nuovo calendario. La Rivoluzione russa promise che il futuro avrebbe riordinato il passato. Ma l’essenza della rivoluzione trumpiana è qualcosa di ancora più strano: l’implosione del tempo stesso. Trump non mostra alcun interesse per ciò che è accaduto prima di lui e non si preoccupa di ciò che accadrà dopo di lui. Agisce come se la storia dovesse arrestarsi bruscamente nel momento in cui lui uscirà di scena. Questo aiuta a spiegare perché ritenga che tutte le guerre debbano essere fermate in settimane, se non in giorni.
L’esperienza del tempo di Trump è centrale per il suo comportamento politico. Il presidente non pensa in termini di strategia di lungo periodo ma piuttosto in termini di scadenze. È come un regista che non gira film ma soltanto trailer di film che non verranno mai realizzati.
In realtà non è davvero interessato all’esito della guerra tra Russia e Ucraina. Ciò che conta per lui è quando finirà. Fa la storia nello stesso modo in cui un imprenditore indebitato negozia con i propri creditori.
Il senso rivoluzionario del tempo di Trump, in assenza di qualsiasi progetto rivoluzionario, è fonte sia di forza sia di vulnerabilità. Egli arma politicamente il crescente senso di urgenza del pubblico. L’ansia esistenziale che “non c’è tempo” impedisce di porre la domanda: “Tempo per cosa?”. La sua disponibilità ad attaccare l’Iran è scollegata da qualsiasi senso di responsabilità per il futuro di quel Paese.
L’essenza di questa ontologia temporale radicalmente nuova è l’affermazione che nulla di ciò che fa è destinato a durare. Trump propone accordi che gli altri non possono né rifiutare né accettare.
Il Cremlino dovrebbe concludere un accordo con lui perché offre qualcosa che nessun altro presidente americano probabilmente proporrebbe? Oppure i russi dovrebbero preoccuparsi che un accordo così vantaggioso probabilmente non durerà mai?
Gli ucraini dovrebbero fidarsi delle sue garanzie di sicurezza se lui stesso dice loro che nessuno dovrebbe essere considerato affidabile? I cinesi dovrebbero negoziare con Trump o aspettare che il suo tempo passi? Gli europei possono evitare la trappola trumpiana della pressione temporale rivoluzionaria?
La compressione del passato e del presente nell’arco di vita di un singolo leader è il peculiare contributo di Trump alla politica contemporanea. Il suo momento è definito dal fatto che sia la nostra comprensione del passato sia i nostri sogni per il futuro vengono drasticamente trasformati.
Quando Lenin morì, i bolscevichi mummificarono il suo corpo e lo deposero in un mausoleo sulla Piazza Rossa, spiegando al mondo che, sebbene il grande leader fosse scomparso, avrebbe vissuto per sempre. Il desiderio di vita eterna non è insolito nei leader politici. Ciò che è nuovo in Trump è la sua capacità di farci credere che sarà sempre lì.

(di Marcello Veneziani) – L’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran è stata una violazione del diritto internazionale. Lo ha detto perfino Guido Crosetto che non mi pare un indomito nemico delle armi, degli Usa e dell’Occidente. La giustificazione di Donald Trump è ancora più preoccupante, soprattutto per l’avvenire: «Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente». Non sono un cieco devoto del diritto internazionale, conosco le ipocrisie e le viltà che si nascondono sotto la sua veste e so quanti crimini sono stati compiuti in suo nome ma una dichiarazione del genere pronunciata dall’uomo più potente (e prepotente) della terra fa oggettivamente temere il peggio: se chi detiene il massimo potere non riconosce alcun limite esterno a se stesso, sia esso una norma internazionale, un consesso sovrano o una tradizione a cui attenersi, e reputa che a decidere sia solo lui che poi ne risponderà alla sua morale e alla sua testa, siamo esposti a ogni rischio e a ogni sbalzo d’umore. Morale autarchica, mente autoreferenziale, affermazione da autocrate. Tutto è nelle mani sue e della sua volontà di supremazia e di onnipotenza; individuo assoluto con potere assoluto di intervenire in ogni parte del mondo lui decida di farlo, destituire a piacimento capi di stato, veri o presunti tiranni e criminali, lasciandone altri a lui simpatici, ora per fare gli interessi americani, ora per tutelare l’umanità; e pretesa più volte dichiarata, di decidere lui chi mettere al suo posto, a prescindere dai popoli e dai diretti interessati. Per essere un leader populista, il popolo sovrano non viene considerato neanche di striscio. Della stessa opinione è Netanyahu a giudicare dalle decisioni unilaterali e a suo dire preventive di attaccare tutti i paesi limitrofi, senza alcuna giustificazione tratta dal diritto internazionale o senza considerare l’ordine mondiale. Come dicono alcuni psicopatici: “mi guardava storto, perciò l’ho ucciso prima che lo facesse lui”. A differenza di molti osservatori progressisti, non ho alcuna pregiudiziale nei confronti di Trump, anzi; ma la realtà dei fatti impone di trarre quelle conclusioni, anche perché è in gioco il futuro di tutti.
Ho trovato inquietante e per altri versi grottesca, quella catena pseudomistica nello studio Ovale della Casa Bianca, già teatro di altre nefaste performance, con quel gruppo di pastori evangelisti in preghiera attorno a Trump, come se fosse un Santone o un Capo Spirituale (ma non è lo stesso amico di Epstein e quanto pesano quei dossier sulle sue decisioni?). E dire che i fondamentalisti religiosi dovrebbero essere quelli abbattuti a Teheran… Per carità, non attribuiamo ogni fanatismo alla religione. C’è religione e religione: nella storia della cristianità c’è Sant’Agostino e San Tommaso o sul piano pratico c’è San Francesco e San Benedetto e ci sono i fanatici che hanno massacrato e perseguitato nel nome della fede, gli inquisitori, i simoniaci e infine i cristiani delle sette pseudo-evangeliche… Anche nel mondo islamico ci sono i fanatici e i terroristi e ci sono i Sufi e i dervisci.
Preoccupa questo Dio nazionalista che vuole la guerra e tifa per il suo popolo eletto (sia esso Israele, lo Stato Islamico o gli Stati Uniti). Sconcerta quell’immagine di pastori evangelici che toccano il messia Trump in una preghiera di Stato, invocando un Dio a stelle-e-strisce che benedice le guerre e le incursioni aeree, anche quando colpiscono scuole di bambini. Mi pare la caricatura di un rito sacro, quella che si chiama controiniziazione; qualcosa come una seduta spiritica e una grottesca imitazione a contrario di una cerimonia religiosa. Vedo poco Cristo, e un odore sulfureo d’Anticristo in quelle parole e in quelle immagini, in quel Dio Bomba che risolve in quel modo drastico ogni “peccata mundi”, assumendo come universale e oggettivo il punto di vista di un potente della terra.
Già l’Anticristo. Domenica prossima, come ha già scritto La Verità, verrà a Roma a tenere incontri all’Angelicum, Peter Thiel, imprenditore e intellettuale, fondatore di PayPal e Palantir, mentore di Vance, sostenitore di Trump e teologo di un tecno-spiritualismo elitario, che potremmo definire tecno-gnosi. Lessi qualche tempo fa il suo libretto Il movimento straussiano pubblicato lo scorso anno da Liberilibri (ma è un saggio di quasi vent’anni fa). Thiel ha buone letture: Leo Strauss, René Girard, Carl Schmitt, e perfino Tolkien. E ha capito tre cose di non poco conto: innanzitutto, la sfida che si sta aprendo nel mondo è prima di tutto spirituale, che lui legge con un risvolto apocalittico e con toni che evocano Armageddon e l’Anticristo. In secondo luogo, occorre aprirsi al futuro e ai suoi possibili scenari, confrontarsi in modo pregiudicato con le nuove tecnologie; osare, scompaginare i campi, non restare chiusi nel recinto prudente e ottuso dell’oggi. Infine, o meglio nel mezzo, bisogna liquidare l’ideologia woke, il suo intreccio liberal e radical, nefasto al mondo. In chiave macropolitica il tema di Thiel è superare la democrazia e ridefinire la libertà, affidarsi a un’élite di titani per cambiare il mondo attraverso la tecnologia. Il sottofondo tematico è la religione ripensata con l’AI. Insomma il pensiero di Thiel è una teologia tecno-politica. In un libro appena pubblicato, Critica della ragione digitale (ed. Castelvecchi), Eugenio Mazzarella dedica molte pagine finali del suo saggio a Thiel, al suo tecno-spiritualismo a sfondo teologico. E alle sue applicazioni, a quel che viene definita “la giusta miscela di violenza e di pace” esercitata da coloro ai quali, scrive Thiel, «toccherebbe il terribile potere che è legato a una centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo».
L’Intelligenza Artificiale, il silicio dei chips, è considerato da Thiels “l’Anticristo della nostra epoca”; ma diventa alla fine il rimedio, il Kathéchon, la salvezza del mondo a partire dall’Occidente dall’Apocalissi, se è nelle mani di questi Oltreuomini o Superuomini. Insomma, l’Anticristo ha due facce. È come mutare il veleno in farmaco. Tutto questo, come su altri versanti sostiene Elon Musk, conduce a uno scenario transumano, animato da una fede entusiasta nella tecnica e nei suoi prodigiosi sviluppi. Non ha torto Mazzarella a vedere in questa manipolazione l’uso degli esseri umani da parte di altri esseri umani speciali, che potremmo definire nietzscheanamente la Razza dei Signori, tramite l’Intelligenza Artificiale. La risposta del filosofo italiano all’escatologia inquietante del tecnognostico Thiels è affidarsi alla triade rivoluzionaria della modernità: libertà, uguaglianza, fraternità. Io invece direi innanzitutto lasciamo stare l’Anticristo nelle due versioni, malefica e salvifica; poi rispondiamo con l’intelligenza critica, la libertà responsabile e l’umanesimo incardinato sulla civiltà e sulla tradizione. Ma ogni discorso di principio è insufficiente, non può risolversi solo in un ordine teorico, ci sono forze in campo e soggetti in azione, occorre rispondere a quelli. Rispetto a questo scenario non basta sfilarsi dicendo: non condivido e non condanno, non ho elementi per giudicare… Quando la partita coinvolge l’umanità, limitarsi a campare può essere comprensibile per i singoli sudditi inermi, non per chi deve guidare i popoli e gli Stati. Certo, con realismo, con prudenza, misurando le proprie forze, cercando sponde; ma ci sono punti fermi e beni non negoziabili. Lasciamo stare l’Anticristo ma non laviamoci le mani davanti a Cristo in croce.
Nel dibattito in Parlamento, Giorgia Meloni ancora una volta non riesce a condannare la guerra di Usa e Israele all’Iran. Ma le bombe su Teheran rischiano di mandare al tappeto proprio la nostra economia. Forse è il caso di smetterla di dire sempre sì a Donald Trump.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Sapete cos’è la sindrome di Stoccolma, no? Quella condizione psicologica in cui le vittime finiscono per provare affetto verso il proprio carnefice.
Ecco, forse dopo questa guerra finiremo per ribattezzarla sindrome di Roma, o sindrome di Giorgia Meloni, per definire il livello di subalternità e sostegno acritico del nostro governo, nei confronti di chi, come Donald Trump, ha iniziato una guerra con l’Iran che rischia di fare malissimo alla nostra economia.
Perché mentre la presidente del consiglio, alla Camera e al Senato, per non dire mezza parola contro Trump, deve arrampicarsi sugli specchi delle “contromanovre” dell’Italia, mentre sostiene senza opporre alcuna critica sia il Board of Peace sia questa guerra a Teheran, altrove si fanno i conti di quanto potrebbe costarci questo scherzetto. E non sono belle notizie.
Secondo Oxford Economics, in uno studio ripreso dal Financial Times, l’Italia è uno tra i grandi Paesi che pagheranno un’eventualecrisi energetica molto più degli altri, a causa della nostra dipendenza endemica dal petrolio e dal gas altrui, acuita dal fatto che ormai da anni gli investimenti sulle energie rinnovabili sono al palo, anche perché chi sta al governo li ha liquidati – forse un pochino improvvidamente – come “follie green”.
Prezzi dell’energia che crescono, vuol dire anche aumento dei prezzi e del costo della vita, in un contesto in cui il potere d’acquisto delle famiglie che si stava riprendendo a fatica dopo anni passati a dover fare i conti con un’altra crisi energetica, legata a un’altra guerra e ai combustibili fossili da cui dipendiamo.
Aumento del carovita vuol dire anche calo dei consumi interni. Rimarrebbero le esportazioni, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, c’è quella piccola incognita chiamata “dazi di Trump”.
Tocca alla mano pubblica sostenere l’economia? Forse no. Perché proprio quest’anno, il 31 agosto per la precisione, devono terminare tutti i lavori legati al Pnrr, il cui impatto è stimato attorno al punto percentuale di prodotti interno lordo. E perché – grazie Trump, di nuovo – ci toccherà investire in armi (americane) quel po’ di denaro che raggranelleremo dalle entrate fiscali, che difficilmente aumenteranno.
Tutto questo condurrà l’Italia in recessione? Difficile dirlo ora, ma il futuro cui dovremmo lavorare è quello di una crisi che si risolve in fretta, con lo stretto di Hormuz che si sblocca definitivamente e con una pacificazione complessiva del quadro internazionale, che faccia ripartire l’economia.
Ecco: magari, visto che siamo così amici di Trump e così abili a contromanovrare, non sarebbe male dirglielo, fargli capire che questa guerra rischia di non liberare i giovani e le donne iraniane e di mandare la nostra economia al tappeto. In un mondo di “cattive opzioni” come le chiama Giorgia Meloni, la peggiore è fare come Sal Da Vinci e dire sempre sì a Donald Trump.

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – Difficile capire se le teorie apocalittiche di Peter Thiel siano funzionali al ruolo crescente che la sua Palantir sta avendo nel nuovo “complesso militar-digitale” o se quest’ultimo ne sia semplicemente la prosecuzione. “L’Anticristo” di Thiel, del resto, assomiglia a quei fattori – ambientalismo, diritto internazionale, regole – che minano la supremazia dell’imperialismo nordamericano e dei suoi privilegi visti come doni divini. In ogni caso è sulle conseguenze materiali di questa nuova potenza industriale che occorre focalizzarsi. Parliamo di un’azienda che dal 2021 al 2025 ha visto il titolo passare da 23 a 152 dollari ad azione, un fatturato cresciuto a oltre 4 miliardi di dollari e un utile netto nel 2025 di 1,6 miliardi che si appresta a essere raddoppiato nel 2026.
Grazie anche a una tecnologia utilizzata per la guerra, come dimostra il rapporto redatto lo scorso luglio da Francesca Albanese, relatrice Onu per i territori occupati palestinesi. “Mentre leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e ora del genocidio” si legge in un testo che chiede al “settore privato, compresi i suoi dirigenti” di rispondere dei danni provocati dall’adozione di strumenti di analisi e predittività, la specialità Palantir.
Il rapporto si sofferma in particolare sui sistemi di intelligenza artificiale Lavender, Gospel e Where’s Daddy, in grado di trattare i dati e produrre “liste di obiettivi con un uso duplice dell’intelligenza artificiale”. La collaborazione di Palantir con Israele risale al 2023 e la società ha fornito tecnologie “di polizia predittiva e infrastrutture per la difesa di base”. Nel 2024, poi, Palantir ha annunciato un nuovo partenariato strategico con Israele organizzando la riunione del suo consiglio di amministrazione a Tel Aviv “in segno di solidarietà”. E quando il suo direttore generale ha dovuto rispondere delle accuse di aver ucciso dei palestinesi di Gaza, ha ammesso: “È vero, erano per lo più terroristi”. Elementi, a giudizio di Albanese, “rivelatori della conoscenza da parte dei dirigenti dell’azienda dell’uso illegale della forza da parte di Israele e del fatto che non fanno nulla per prevenire questo particolare uso”.
Il ruolo delle aziende a tecnologia digitale nella guerra è ormai una costante tanto da dispiegare un “complesso militar-digitale” in cui i rapporti tra le aziende Big Tech e i governi diventano sempre più reciprocamente dipendenti. Come nota Dario Guarascio nel suo Imperialismo digitale (Laterza, 2026), tra le immagini che fotografano questa nuova realtà c’è la cena di Trump con gli amministratori delegati delle grandi aziende digitali – Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft, ma anche le più nuove come Nvidia, Oracle e Palantir. Le cose non sono sempre lisce visto il conflitto che ha visto contrapposti lo stesso Trump e la società Anthropic, rifiutatasi di offrire i suoi servizi di data per operazioni di guerra e prontamente sostituita da Open Ai, la società ideatrice di ChatGpt. E proprio contro quest’ultimo si è attivato un boicottaggio popolare chiamato QuitGpt che ha già raggiunto un milione di persone disponibili a chiudere i propri rapporti con l’IA più nota al mondo.
Il ministro: “Se vince il sì una nuova riforma e mai più casi Garlasco”. Sulla capo di gabinetto: “Dimissioni? Lei fedele”. Pd, Avs e 5S: non può restare

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – Brava. Anzi, «estremamente laboriosa». E soprattutto: «fedele». Non si sa bene a chi, a cosa. È per questo, comunque, che Carlo Nordio considera inutile insistere con il tema dimissioni: «il caso è chiuso». Non si tocca Giusi Bartolozzi, dice il ministro della giustizia riferendosi alla sua capa di gabinetto, travolta dalle polemiche sui magistrati come «plotoni d’esecuzione», sulla magistratura come categoria «di cui ci liberiamo con un bel sì».
Le dimissioni, spiega Nordio, «si chiedono per ragioni molto più serie», quelle parole sono state «una voce dal sen fuggita». Concede insomma che la “zarina” di via Arenula abbia straparlato, ma «dovrebbe bastare» che l’abbiano risolta internamente. Un caso del Palazzo. «Abbiamo già fatto un comunicato dove davamo atto di questo errore, la stessa dottoressa ha ammesso di avere sbagliato e si è detta molto rammaricata, la cosa dovrebbe finire qui», precisa il titolare di via Arenula.

E quali sarebbero le cose serie, ministro, si chiede la deputata dem Debora Serracchiani. «Forse la liberazione di un criminale libico torturatore e seviziatore di bambini riaccompagnato con un volo di stato? Ma davvero la fedeltà giustifica tutto?». Incalzano pentastellati e Avs, non si molla la presa sulla capa di gabinetto che ha suscitato l’ira della premier e le preoccupazioni della maggioranza. «Nordio deve rendere conto di quelle parole», attacca Carla Auriemma, dal M5s. E Nicola Fratoianni: «Togliere di torno i magistrati, come dice Bartolozzi. Controllare in modo maniacale e fare dossieraggi sui giornalisti scomodi come ha fatto lo staff di Bucci a Genova». Al Senato Matteo Renzi rincara: «In questo Paese di intoccabili ci sono il Papa e la capo di gabinetto di Nordio».
Solo più tardi, quando è inseguito fino in strada dalla pattuglia di giornalisti – che chiedono a chi sarebbe fedele Bartolozzi, alla ricostruzione del caso Almasri, a quale patto? – il ministro si ferma e risponde secco: «La fedeltà come serietà nel lavoro, e lealtà».

È un’altra giornata di tensione alle stelle che si consuma sul referendum. Cominciata alla Camera, finisce per Nordio all’Adriano, il cinema romano di piazza Cavour gremito di studenti universitari, muniti di cartelli dov’è stampato un grande sì, tutti pronti a issarlo all’arrivo di Nordio in platea.
«Guarda che bello spettacolo, ministro», gli fa Hoara Borselli. Ed è a loro che il Guardasigilli regala pillole pro-riforma, quando la giornalista gli mette sul piatto le polemiche su Nicola Gratteri. Lui finge di smorzare e attacca: «Tendo a pensare anche lì che siano voci da dal sen fuggite. Però un procuratore ha un potere immenso che nessun altro ha: non ce l’ha neanche il premier né il papa. Può mandarvi in prigione, può vulnerare il vostro onore» e allo stesso tempo, «è anche l’unico che è irresponsabile, a guardare le statistiche. I magistrati sono l’unica categoria al mondo le cui valutazioni dicono che al 99 per cento sono tutti bravissimi, perfetti, geniali». Il ministro annuncia anche una possibile riforma del codice di procedura penale se vince il sì e tira in ballo Garlasco: «Ritengo che casi Garlasco non ce ne dovrebbero più essere: perché noi attueremo il processo accusatorio».
Forte il pressing del fronte governativo del sì sulla meglio gioventù. Idea che invece a Napoli, proprio ieri, finisce male. Centinaia di allievi degli ultimi anni degli istituti superiori, invitati con i rispettivi docenti, a Castel Capuano si dicono «ingannati» da un invito che prometteva un «evento formativo sul referendum: posizioni giuridiche». «Invece siamo arrivati e c’erano solo il sottosegretario Ostellari, il senatore Cantalamessa e solo esponenti del sì». I ragazzi gridano «censura, censura», gli stessi docenti si dicono presi in giro. E parte il tamtam su social, viene avvertita anche l’Anm, al grido di «Meno male che la scuola ha ancora gli anticorpi».