
(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani, almeno di quelli che incontro io. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”). Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.
[…] Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che gli artigiani in cui mi imbatto non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera, c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare: non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il “capolavoro” che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des: il maestro gli dava le proprie conoscenze, in cambio, l’apprendista gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la “bottega”, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo “capolavoro”. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tommaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice: “Adesso prendiamo una smentita a ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. Mi fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo un Cerno, non esisterebbero. […]
Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma. Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa di più profondo. Nell’Ancien Régime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una “compagna”, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora “figiciotti”, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il “migliore”, che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Si arrivò all’estremo del ridicolo, e forse oltre, quando Leningrado, l’antica San Pietroburgo, fu chiamata Togliattigrad. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica, che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia; e quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strepenati come erano mia madre e mio padre potevano frequentare i maggiori artisti e intellettuali, da Picasso a Picabia. […] Mia madre, Zenaide Tobiasz, il cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Michele Mari, candidato al premio Strega, ha detto una cosa poco amichevole su Michela Murgia. L’ha detta “in un contesto privato”, come tiene a specificare: era in un pulmino che trasporta gli scrittori della cinquina qui e là per l’Italia (fare lo scrittore, a volte, è peggio che lavorare).
La circostanza non ha impedito ai responsabili dello Strega di stilare un severo comunicato nel quale si puntualizza che “la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega”. Mi sono chiesto quale istituto, o fondazione, o associazione, o gilda, o partito, o consesso umano, a parte il Ku Klux Klan, consideri invece compatibile con il proprio spirito le espressioni denigratorie e i giudizi lesivi sulla dignità delle persone. A parte questo, mi sono anche chiesto se non sia il caso di codificare meglio la grande quantità di casi (ormai ce n’è uno al giorno) nei quali si biasima o si deplora o si censura qualcuno per avere detto qualcosa.
Badate bene: non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?
Leccornie. Dalle spigole al prosciutto che non deve odorare d’osso, fino ai polli ruspanti e ai cetrioli che devono essere “con semi teneri”

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Oltre un milione di euro solo per la ciccia. Qualcosa in meno per i prodotti di mare, insomma il pesce, che siano spigole, orate o quel che prevederà il menù. Ma il conto – signora mia! – è ancor più salato se si passa ad altro reparto. Per garantire verdura e frutta di stagione è messa in preventivo una spesa da capogiro anche se il top si raggiunge sul resto, a partire dall’amatissima pasta e tutto ciò che occorre per un carrello dei dolci sempre all’altezza della sfida. Lo scontrino per l’acquisto delle derrate alimentari destinate a finire nel piatto dei deputati vale all’incirca 5 milioni di euro più Iva, secondo quanto emerge dal bando appena pubblicato da Camera Servizi, la società in house di Montecitorio a caccia delle migliori offerte per garantire la massima soddisfazione degli onorevoli palati.
E così ecco qui i cinque lotti con annesso capitolato che specifica a quali condizioni potranno variare i prezzi di fornitura. E soprattutto quale debba essere la qualità della materia prima: per la carne bovina solo tagli di prima o massimo di seconda scelta per tutti i vari usi culinari, dal ragù allo stracotto, dal brasato al filetto passando per il roast beef. Il vitello avrà “grana fine, consistenza tenera, grasso bianco perlaceo, odore latteo”. Il maiale sarà senza antibiotici, “di età inferiore a 12 mesi”, nato e allevato in Italia o in Paesi comunitari e “la macellazione deve essere avvenuta da almeno 72 ore prima della consegna”.
Gli abbacchi e le galline
Gli agnelli devono avere “un’età superiore a 90 giorni e inferiore a 10 mesi”, con le carni a prova di esame organolettico che deve evidenziare “tenerezza della carne, succulenza adeguata alla tipologia, aroma delicato…”. Pollo e pollame? Naturalmente ruspanti perché rigorosamente allevati “a crescita lenta”. E pure sugli insaccati non si scherza: il disciplinare dop è d’obbligo che si tratti di salamella, felino, finocchiona, spianata romana o soppressa veneta. La mortadella solo Bologna Igp come lo Speck Alto Adige mentre nel caso del prosciutto crudo, vade retro il “puzzo d’osso”.
Ma pure il baccalà
Sul pesce invece occhio al calendario: tutto l’anno vanno bene cefalo, nasello, san Pietro e compagnia ma poi c’è la stagione che chiama: e dunque largo a spigole, ricciole, polpi, rombi, vongole veraci, alici&triglie e chi più ne ha ne metta in un’alternanza che non conosce sosta. E il pesce di acqua dolce? È ammessa solo la trota “in quanto specie autoctona pescata nell’Unione europea” . Ma ancora più attenta è la selezione di frutta e verdura in un tripudio di mandarini, ananassi, pesche nettarine, ribes e mirtilli, ciliegie e fragole. Sono esclusi i prodotti transgenici (Ogm) e quelli trattati con raggi gamma. Tutti i prodotti ortofrutticoli “devono essere di qualità extra o 1ª categoria e solo per straordinari motivi di mercato e limitati periodi di emergenza, debitamente documentati con dichiarazioni dei fornitori accreditati, si potranno utilizzare prodotti di 2ª categoria provenienti da agricoltura biologica”.
Anche con l’ortofrutta non si scherza, e così gli asparagi “devono essere freschi, turgidi, con turioni compatti e punte chiuse”, le biete “avere il torsolo reciso in modo netto in corrispondenza della corona fogliare esterna”, i cetrioli dovranno essere “praticamente dritti, avere semi teneri”, la cicoria avere “foglie turgide, di colore tipico e non ingiallite”, i fiori di zucca “freschi, integri, di colore brillante e non appassiti”, mentre le tipologie di radicchio esclusivamente di Chioggia Tondo e di tipo tardivo del Trevigiano. Un lungo catalogo – 139 pagine – di prescrizioni, pesi misure e qualità che coprono tutte le portate e pure le bevande. Ma il lotto più ricco che da solo vale 1,6 milioni è per la voce “altre derrate” dove a farla da padrone è la pasta: secca, fresca e pure esotica. Perché accanto a quella prodotta esclusivamente con semola di grano duro, di elevata qualità c’è posto per quella fresca e farcita. Dai ravioli di zucca a quelli ripieni di burrata passando per i gyoza giapponesi. Idem per il pane, dal filone ai bagel, dalle baguette ai bottoncini al burro, fagottini e croissant salati, compreso il pane Carasau. Nel reparto formaggi è regina la mozzarella di bufala “rigorosamente di color bianco porcellanato e crosta sottilissima, prodotta esclusivamente nelle aree riconosciute di Campania, Lazio, Puglia e Molise”. Le olive? Li perdonerà l’immenso Mario Brega di Borotalco: non “so’ greche”, ma rigorosamente italiche.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’appassionante duello dialettico Meloni-Trump sta volgendo in commedia la tragedia della frattura dell’Occidente. Anzi, delle sue fratture multiple: fra Europa e America, ma anche nel corpo della scoppiatissima “famiglia” europea e nella rissa originaria d’Oltre Atlantico. Perché questo caos senza precedenti discende da quella che a tutti gli effetti è guerra civile stars and stripes a intensità ogni giorno meno bassa.
L’attuale civiltà mediatica, isterizzata dalla dittatura del “tempo reale”, dall’anarchia disinformativa dei social e dalle propagande di guerra, solleva un fumo irrespirabile che oscura l’orizzonte, accorcia il pensiero. Impressiona il volume dei bit dedicati alle battute dei nostri leader, quasi avessero un qualche rapporto con quanto accade nei teatri bellici che incombono sui nostri confini. Nella migliore ipotesi, profonde dispute geopolitiche vengono delibate alla superficie delle cronache, esse stesse volte in strumento bellico sotto l’accattivante insegna della guerra cognitiva.
La personalizzazione del conflitto, quasi le guerre senza limiti fossero replica di antichi duelli dei capi, contribuisce a farci perdere l’orientamento. In chiaro: qui rischiamo di finire tutti in guerra senza accorgercene. Il rumore delle bombe potrebbe coglierci con lo sguardo fisso sullo smartphone, rapiti dall’ultimo tweet di Trump travestito da sé stesso.
Ora, che compito di qualsiasi governo responsabile sia quello di curare la tranquillità del popolo, di non eccitarne paure o altri pericolosi istinti, sottoscriviamo. Ma se tanto giusta precauzione si riduce a mettere la testa nella sabbia per non vedere, dunque confessarsi di non saper che dire e fare, rischiamo grosso. Prendiamo dunque per buona la parola di Meloni che dichiara chiusa la bizzarra polemica con Trump e aggiungiamo, per quel che (non) conta, di poter sopravvivere all’incertezza su chi e cosa sia stato all’origine di tanto vano clamore. Notiamo solo che non sposta di una virgola l’emergenza in cui ci dibattiamo, consapevoli o meno.
vero che la storia non procede lineare. Ma è anche vero che a sguardo per quanto possibile freddo osserviamo il formarsi di un uragano che presto potrebbe coinvolgerci molto direttamente. E che già lo fa in via sempre meno indiretta. Intendiamo il convergere tra la guerra di Ucraina e le guerre di Israele. Ormai una sola equazione. Congiunte non solo nel traffico di armamenti, informazioni e mercenari fra i vari fronti mediorientali e l’ucraino, ma dalla totale assenza di prospettive di pace. Nemmeno di veri cessate-il-fuoco. Ci vuole davvero una forte dose di incoscienza per prendere sul serio le tregue proclamate da questa o quella parte. O le finte diplomatiche di russi e ucraini, nessuno davvero disposto a cessare un massacro di cui si è perso il senso su entrambi i fronti – le rispettive difficoltà di reclutamento (eufemismo) ne sono testimonianza.
In tutto questo, noi italiani spicchiamo per attendismo. Non è ben chiaro chi o cosa aspettiamo, ma ci siamo assegnati lo status di osservatori, peraltro disattenti e comunque ininfluenti. Una scossa ci è venuta nelle ultime settimane scoprendo gli effetti ancora limitati del blocco di Hormuz sulle bollette energetiche – potenza dell’economicismo nostrano. Senza per questo spingerci ad agire.
In sette parole: Italia, se ci sei batti un colpo. Lancia una tua iniziativa diplomatica, con chi ci sta o anche senza. Sfrutta lo slancio della Roma vaticana, con il papa che si spende sul fronte non solo comunicativo, con lingua piana, idee forti e lingua semplice. Possiamo smetterla di rifugiarci dietro paraventi inesistenti, di invocare il diritto internazionale che non c’è, appellarci allo zero delle Nazioni Unite, nasconderci dietro la cosiddetta Europa plurifratturata, nella sua parte nord-orientale già sul piede di guerra contro l’imminente invasione russa? E’ troppo immaginare che la Roma italiana proponga anche solo un’apertura di dialogo a Ucraina e Russia, Israele e Iran, prima che quelle stragi involvano al grado atomico? Ogni tanto è bene testimoniare la propria esistenza in vita, prima che altri ti certifichino defunto.
La confidenza esibita, i complimenti, la proposta del Nobel. Ecco perché è stato imprudente avvicinarsi troppo al tycoon

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.
Anche in politica internazionale, e ancora di più nel tempo del caos e dell’irrazionalità sistemica, i proverbi conservano la loro luminosa efficacia. Per cui proprio insistendo a fare l’amicona con Trump ecco che Meloni, caparbia e imprudente, è caduta in trappola.
A questo punto gli studiosi di paremiologia, ovvero la scienza dei proverbi, si dividono sulle conseguenze della sciagura di Evian. Alcuni prevedono che la premier rimarrà d’ora in poi mutilata; mentre altri, più benevoli, ritengono che riuscirà a salvarsi lo zampino, ma dopo aver mostrato al mondo con quanta ingenuità, puntando smodatamente al ghiotto risultato, l’aveva infilato nella tagliola.
In entrambi i casi a Palazzo Chigi, a via della Scrofa e nelle redazioni collaterali si avrà la conferma definitiva di come, nei rapporti fra gli Stati, gli errori valgono il doppio e si pagano tre volte. Sotto lo sguardo della platea internazionale, la video-retorica sull’Italia «che non implora mai» lascia nel migliore dei casi il tempo che trova, mentre nel peggiore indica come scagliarsi oggi contro gli idoli di ieri suoni volgare, infantile, megalomane, patetico, ma soprattutto inutile.
Rispetto alle miserie del presente ci si sente perfino in colpa ad avventurarsi nei ricordi: «Ma come sono cretini!», sottinteso gli americani, fu il titolo di un editoriale dell’Unità con cui nel 1947 Palmiro Togliatti innescò la crisi del terzo governo De Gasperi. Ieri l’ineffabile Libero ha sparato in prima: «Trump è un coglione», ma in quella stessa vetrina, appena pochi mesi, fa erano messi alla berlina in qualità di “rosiconi” quanti disconoscevano i trionfi meloniani a Washington.
Ora, proprio per evitare questi buffi eccessi, queste acrobatiche oscillazioni, questi torcibudella da tifoseria esiste da qualche secolo – o forse esisteva – la diplomazia; e, all’interno di essa, uno stile improntato a coscienza, conoscenza, pazienza e auto-sorveglianza.
Per dire: ogni due per tre Meloni rivendica, non di rado in tono aggressivo, che lei è lì per difendere l’interesse nazionale, rivendicazione che tuttavia si misura più con i risultati che con le invocazioni o, come nel caso dei rapporti con Trump, con una quantità di mosse, mossette, gesti, bacetti, complimenti, compiacenze, salamelecchi e immaginifiche social card su cui in giornate come queste viene insieme da ridere e da avvilirsi.
Tipo che quando, gennaio 2024, Meloni si precipitò in gran segreto a Mar-a-Lago per implorare – si scelga, se necessario un altro termine – il nulla osta di Trump alla liberazione di un tecnico atomico iraniano e procedere a uno scambio con Cecilia Sala, beh, certo ne valeva la pena, ma una sintomatica combinazione di fuffa all’italiana e di scempia americanata produssero nella mente dell’uomo di Musk, a nome Stroppa, un’icona kitsch in cui Donald figurava come imperatore romano e Giorgia come la sua matrona in peplo – più defilato il dignitario Elon.
Di roba e sotto-roba del genere – elogi reciproci ed esagitati nei pranzi, panchine e divanetti a due, illustri copertine, risatine, battutine, prefazioni in famiglia di libri meloniani, pronunciamenti Nobel, impegnative frequentazioni dell’inviato speciale Zampolli, con tanto di rincorse da parte di Salvini – se n’è ammonticchiata talmente tanta nella raccolta differenziata dell’ultimo anno, che qualsiasi odierna proclamazione di indipendenza rispetto a Trump da parte del governo italiano non solo è assolutamente tardivo e incredibile, ma finisce per mettere a nudo la confusione, l’improvvisazione, l’inconsistenza, il voltafaccia, la fede nella propria furbizia, tutte caratteristiche che purtroppo non sono estranee al carattere nazionale allorché i governanti italiani debbono misurarsi con le faccende internazionali.
Nessuno può negare la buona fede e anche l’impegno di Meloni su e giù per il mondo. Ma quale ponte davanti a dazi, armi, Venezuela? Hai voglia adesso a insultare grossolanamente o accusare di follia quello stesso Trump che nemmeno un anno fa, dopo aver ascoltato la premier, se n’era uscito: «Che bel suono ha il suo italiano!».
La nuda e cruda verità secondo cui “Sovranista grande mangia sovranista piccolo” resta forse l’unica autentica spiegazione dell’ingratitudine, del tradimento, dello scaricamento, dell’umiliazione planetaria. La gatta del proverbio doveva forse accorgersi prima che non ne valeva la pena, mantenere una distanza, una misura, un decoro, una fermezza che di questi tempi sono tanto più rari quanto più utili.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Donald Trump ha un lessico infantile e binario dove tutto il mondo è riducibile ai suoi estremi rudimentali, puerili, da fase della lallazione, di bello/brutto, grande/misero, straordinario/triste, e soprattutto vincente/perdente. Zero sfumature, nessuna gradazione”, scrive Daniela Ranieri nel suo imperdibile, “Ma come parli?!” (manuale di resistenza al linguaggio dei politici che presentiamo oggi, a Carrara, nella Paper Fest – Libri in piazza). Perciò, il presidente americano è tutt’altro che “un coglione”, come scrive su “Libero” Alessandro Sallusti, per mettere una toppa al titolo giulivo del giorno prima (“È di nuovo amore”, con Donald-Romeo che corteggia Giorgia-Giulietta). Infatti, nello sputtanamento premeditato della premier che lo “implora” per una photo-opportunity, Trump adotta un giudizio di valore, binario, forse infantile ma che attraverso la pubblica umiliazione retrocede l’ex fan nel girone dei perdenti. […] Con tutta l’Italia appresso, s’intende. Del resto, che l’energumeno della Casa Bianca non si sia inventato proprio tutto di sana pianta emerge dalle cronache laddove si racconta di come, nelle pieghe del vertice Ue, sia stata la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. Richiesta partita da Palazzo Chigi: “Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l’americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via” (“La Stampa”). Superfluo ricordare i maltrattamenti a cui il signore biondastro ha sottoposto i vari Starmer, Macron, Merz, Von der Leyen, colpevoli di non aver capito subito chi fosse “il boss” (così si è definito prima di stravaccarsi al capotavola di Evian). Quindi, non ha torto la presidente del Consiglio quando teme che “non finisca qui”. Perché può essere consolatoria la solidarietà dispensata a piene mani, a partire dal Quirinale, e fatta propria, con qualche ininfluente distinguo, dalla opposizione (ovvia quella della maggioranza). Belle parole che, tuttavia, non cambiano la sostanza delle cose, vale a dire di un legame il cui sfilacciamento danneggia il più debole (noi) e lascia indifferente il più forte (lui). Pensate davvero che il tycoon non volesse dire le cose che ha detto quando ha portato dove voleva la conversazione con l’inviato di La7 a Washington, il bravo Nicola Compatangelo: che, cioè, Giorgia Meloni dopo aver rifiutato di dargli una mano per Hormuz, con lui ha chiuso? Quando poi la premier si chiede (retoricamente) come mai il presidente Usa si comporti così con il proprio alleato, “mostrandosi molto più accondiscendente con i nemici dell’Occidente e dell’America”, si risponde da sola. Nel sistema binario di Trump, molto più forte dell’amico/nemico risulta essere lo schema vincente/perdente (“Vuole tornare mia amica perché è in crisi di popolarità, non mi interessa”). […] A coloro che si chiedono se l’italiana non poteva accorgersene prima di quanto l’altro fosse un tiranno iracondo, vendicativo, umorale, inaffidabile, narciso (Michele Serra, Matteo Renzi, eccetera), ricordiamo l’eterno “superior stabat lupus, longeque inferior agnus” di Fedro. Tanto per capirci, mentre prendeva a ceffoni una premier non abbastanza sottomessa, il lupus si sdilinquiva in elogi per l’“intelligente” dirigenza iraniana, ammirato dalla tenuta di Teheran. E se anche quel popolo infelice continuasse a soffrire la repressione della teocrazia oscurantista imbottita di dollari, poco male. Dove si pialla cadono trucioli, diceva un gerarca nazista, citazione che se Donald non fosse “l’epitome del degrado linguistico, culturale, antropologico di una politica terminale, quella dell’Occidente” (Ranieri), e di una ignoranza crassa (aggiungiamo noi), potrebbe, utilmente, ai suoi fini, espettorare.!

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – È davvero incomprensibile questo accanimento del popolo della sinistra (vedi gli ululati degli operai della Fiom) contro la Volpe di Rignano e i geni del Pd ansiosi di rimettersela in casa. A parte la tetragona affidabilità del soggetto, già sperimentata con gioia da Marini, Prodi, Bersani, Letta, B., Zingaretti, Conte, Calenda, Bonino e chiunque altro ha avuto la fortuna di averci a che fare, a imporne il […]
La parabola della “special relationship” tra i due leader. Ancora prima di entrare in carica, il tycoon riempiva la premier di elogi. Poi la crisi di Hormuz e l’intervento della presidente del Consiglio in difesa del Papa, fino alla frattura che ha portato agli scontri pubblici

(ilfattoquotidiano.it) – Da “una dei veri leader del mondo, una persona eccezionale” a una politica che gli ha fatto “pena“. La parabola di quella che, fino a pochi giorni fa, veniva ancora definitiva a Washington come una “very special relationship” tra Donald Trump e Giorgia Meloni va da un estremo all’altro: dall’immagine dell’unica leader Ue capace di avere un rapporto stretto con il tycoon alla premier che viene umiliata pubblicamente. A far scoppiare il caso la crisi di Hormuz e gli attacchi del presidente Usa a Papa Leone XIVesimo, poi difeso proprio da Meloni. Da lì la frattura, il tentativo di ricucire al G7 di Evian e ora gli scontri pubblici.
IL PRIMO FACCIA A FACCIA A PARIGI – “Meloni è piena di energia, è fantastica”, dice Trump dopo il colloquio all’Eliseo l’8 dicembre 2024, a margine della riapertura di Notre Dame, quando è presidente eletto ma non ancora in carica.
IL BLITZ A MAR-A-LAGO – Il 4 gennaio 2025 la premier vola in Florida, nel pieno del rapimento di Cecilia Sala in Iran. Partecipa a una cena nella residenza del tycoon, impressionato da una leader che “ha davvero preso d’assalto l’Europa”. Qualche giorno dopo aggiunge: “Gli altri leader hanno mostrato grande rispetto per il nostro Paese. Meloni è volata fin qui per poche ore solo per vedermi”.
L’INAUGURATION DAY – Meloni il 19 gennaio è l’unica leader di governo Ue a Capitol Hill per l’insediamento di Trump, che il 24 gennaio a Davos lascia intendere come il rapporto personale con la premier (“Mi piace molto, vediamo cosa succede”) possa valere un’esenzione dai dazi contro un’Ue che “ci tratta molto male”.
ALLA CASA BIANCA – Il 17 aprile Meloni è ricevuta a Washington, e invita Trump in Italia con l’idea di “organizzare un incontro con l’Europa”. “Meloni ama il suo Paese e l’impressione che ha lasciato su tutti è stata fantastica!!!”, scrive il presidente Usa sui social. Appena rientrata a Roma, la premier incontra JD Vance, che un mese più tardi si siederà con Ursula von der Leyen al tavolo a Palazzo Chigi.
IL FUNERALE DI PAPA FRANCESCO – In Vaticano il 26 aprile Meloni e Trump hanno un breve colloquio. Qualche settimana più tardi la premier definirà l’alleato “coraggioso, schietto, determinato”, un leader “che difende i suoi interessi nazionali“. Rivendicando anche di sapergli parlare “con franchezza”: “Ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo”.
SULLA PANCHINA – Il G7 in Canada è stravolto dalle prese di posizione di Trump. Quella su Vladimir Putin possibile mediatore con Teheran spiazza Meloni. I due parlano a lungo su una panchina di legno del resort di Kananaskis, da soli, senza staff, prima della cena che sblocca la dichiarazione sulla crisi Israele-Iran.
IL TAVOLO SULL’UCRAINA – Meloni torna a Washington il 17 agosto, con gli altri leader convocati da Trump per l’incontro con Volodymyr Zelensky. Il padrone di casa la definisce “una grande leader, d’ispirazione per tanti”, che “nonostante la giovane età governa da molto, altri non durano come lei”. “Governerai a lungo”, dice a Meloni.
SUL PALCO A SHARM – Si rivedono in Egitto il 13 ottobre, al vertice di pace per Gaza, dopo il piano annunciato da Trump, “che squarcia le tenebre”, secondo Meloni. “Chi è questa donna?”, scherza accogliendola sul palco: “Una governante molto forte, sta facendo un bel lavoro”.
DAL NOBEL ALLE CRITICHE – La conferenza stampa di inizio 2026 serve a Meloni anche a ribadire che quando non è d’accordo con Trump non si astiene dal dirglielo. Gli chiede di riaprire la configurazione del Board of Peace per Gaza, o l’Italia sarà solo “osservatore”. E il 23 gennaio auspica di poterlo candidare al Nobel per la pace. L’8 marzo, al Corriere, il tycoon torna a parlare della premier, che continua a essere “un’ottima leader e una mia amica“, una partner che “cerca sempre di aiutare”.
L’INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA – La frattura tra Trump e Meloni si consuma il 15 aprile, dopo che la premier italiana aveva definito “inaccettabili” le sue parole nei confronti di Papa Leone XIV, definito un “debole” in politica estera. La risposta del presidente americano arriva in un intervista rilasciata al Corriere della Sera, dove attacca direttamente Meloni per il mancato sostegno nell’offensiva a Hormuz. “Pensavo fosse diversa, non è più la stessa persona – afferma -. A lei non importa se l’Iran ha un’arma nucleare e che farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”. Pochi giorni dopo il tycoon rincara la dose su Fox News: “Il nostro rapporto non è più lo stesso“.
LA VISITA DI RUBIO – Un primo tentativo di disgelo arriva con la visita in Italia del segretario di Stato Marco Rubio, che l’8 maggio incontra Meloni a Palazzo Chigi. “Abbiamo parlato di Ucraina, abbiamo parlato di Cina e della prossima visita del presidente americano” in Italia, spiega Meloni ai giornalisti.
IL G7 DI EVIAN – L’ultimo incontro ufficiale tra i due in occasione del G7 di Evian dal 15 al 17 giugno. “Non ci sono state recriminazioni, abbiamo parlato di quello che è successo”, afferma Meloni alla stampa, “alla fine ognuno capisce qual è il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti su quello che si può fare nei prossimi mesi”. Da Evian arrivano immagini di Trump e Meloni vicini: la stampa italiana e internazionale inizia a parlare di disgelo.
LA TELEFONATA CON LA7 – Letture che crollano la mattina del 19 giugno, con la telefonata del presidente americano divulgata da L’Aria che Tira: “Mi ha implorato di fare una foto con lei – il commento di Trump -, mi ha fatto pena”. La presidente del Consiglio gli ha risposto con un video che ha innescato un secondo attacco su Truth: “Ha la popolarità bassa”, ha detto il tycoon. Mentre la leader Fdi ha replicato: “Pensa alla tua”. La rottura tra Stati Uniti e Italia è ancora lontana dall’essere risanata.
(dall’account Facebook di Giuseppe Conte) – Potete anche controllare quasi tutte le tv e i giornali ma risparmiateci la favoletta del Governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio.
Ad aprile 2025 per far contento Trump è andata negli Stati Uniti a prendere impegni per acquisti di armi e gas americani, per non tassare i giganti del web statunitensi.
Nell’estate 2025 è andata a firmare l’aumento esorbitante delle spese militari al 5% del Pil per far contento Trump e non si è schierata con i leader europei che hanno alzato la voce come Sanchez.
Sui dazi imposti alle nostre imprese ha parlato di accordo “positivo” e “sostenibile” e ha fatto dire al suo vicepremier, sfidando il senso del ridicolo, che le misure contro le nostre aziende in fondo erano una “opportunità”.
Rispetto agli attacchi al Venezuela ha parlato di azione difensiva legittima mentre lo stesso Trump spiegava che la ragione era il petrolio. Di fronte alle violazioni del diritto internazionale di Netanyahu e Trump in Iran ha detto “non condivido né condanno” ma a pagare sono stati gli italiani con il boom di prezzi, energia e carburante.
Di fronte a un genocidio con oltre 20mila bambini uccisi da Netanyahu ha mandato Tajani a “osservare” il Board of peace di Trump con il cappellino rosso Maga in mano mentre lo proponeva per il Nobel per la Pace.
Potrei continuare. Le favole di un Governo che tutela l’interesse nazionale la possono raccontare i giornali del deputato di maggioranza Angelucci e tutto il sistema informativo che controllano da Palazzo Chigi. Lo stesso che ha buttato fango su di noi, che abbiamo portato 209 miliardi quando ci volevano imporre il Mes.
Lo stesso che rideva per “Giuseppi” mentre scontentavamo Trump su spese militari e Via della Seta per tutelare i nostri interessi nazionali, pur senza mettere in discussione le nostre alleanze storiche. Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi.
La relazione tra Giorgia Meloni e Donald Trump va oltre il legame politico. C’è un manipolatore seriale e una vittima che sta dimostrando di sapere come sfruttare al meglio questo ruolo. Quanto accaduto al G7 e la conseguente relazione social ne è la prova. Ma quali sono le dinamiche che hanno attraversato il rapporto tra i due leader? Dal love bombing a una svalutazione crescente che serve per testare il livello di fedeltà dell’altro

(di Marika Costarelli – mpwmag.com) – Questo è uno dei momenti in cui l’aver vissuto una relazione tossica torna utile. Perché ti fa vedere chiaramente determinate dinamiche e soprattutto ti fa scoprire che sì, anche una donna di potere come Giorgia Meloni può cadere in preda a un narcisista. Quindi, care donne manipolate, sappiate che non siete sole. E non siete nemmeno deboli o stupide. Perché a Meloni tutto le puoi dire, tranne che sia debole o stupida. Eppure è capitato pure a lei.
E non parliamo dell’ex Andrea Giambruno, l’emblema del galletto che agisce indisturbato perché crede che non sia possibile sgamarlo. Perché lui è troppo furbo. Tant’è che fa il pavone negli studi Mediaset, senza temere il giudizio degli operatori e delle persone presenti. Perché chi ha un grosso ego si crede invincibile. Invece, alla fine, il blu Estoril si è rivelato solo un blu Cina e a Giorgia è toccato (giustamente) sfanc*larlo. E via, Giambruno nell’oblio.
Ma il karma relazionale di Giorgia Meloni è tremendo. E il malessere con cui ha che fare da un po’ di tempo a questa parte è biondo e ha quell’accento americano di chi la sa sempre più lunga di tutti.
Dopo il discutissimo incontro al G7, cara Giorgia, possiamo dirtelo: sei sempre tu la regina.
Innanzitutto perché Meloni ha smesso di fumare, mica poco. E poi perché, nonostante lo smacco di Donald Trump, la premier in pubblico si difende ancora bene.
Niente tute grigie, solo tailleur e onore nel video pubblicato sui suoi social: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Eppure, in quegli occhi celesti, un sottotesto si legge. È una delusione personale quella di Giorgia e pure mal celata. È che il malessere di cui è caduta vittima adesso non è più un Giambruno qualsiasi che puoi far licenziare con uno schiocco di dita. Questa volta si tratta del presidente degli Stati Uniti d’America. E in ballo non ci sono più una casa e una figlia da spartire, ma la diplomazia mondiale. E sarà che quando vedo una donna svalutata pubblicamente mi parte l’empatia ma, in queste circostanze, risulta quasi ovvio stare dalla parte di Giorgia. Pure se non si condivide un solo punto della sua politica. Perché Giorgia Meloni, piaccia o no, oggi rappresenta l’Italia, un Paese umiliato, ancora una volta dall’America. Eppure, verrebbe da dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Giorgia Meloni si è illusa di aver a che fare con un simpaticone e, invece, pure lei si è ritrovata manipolata. Con Trump che attua il gaslighting e si inventa che la foto al G7 con Meloni l’ha concessa solo perché lei lo avrebbe implorato di scattare quel selfie.
Ma andiamo per gradi: perchè Giorgia Meloni e Donald Trump sono la sintesi perfetta di una relazione tossica?
“Non era vero amore. Trump è un c*glione”. Così Libero titola la notizia. Ma Trump non è un c*glione (o meglio, anche), ma un manipolatore di prestigio. Non staremo qui ad azzardare diagnosi, però, se analizziamo la dinamica tra il presidente americano e la nostra premier, possiamo sicuramente constatare dei passaggi interessanti.
La loro relazione inizia benissimo, anche troppo. Trump le riserva diversi complimenti. È una luna di miele: “È una bella donna. È un leader incredibile è molto rispettata. È fantastica”. Praticamente un love bombing. E Giorgia, dall’ego tutt’altro che minuscolo, cosa fa? Come tutte coloro che ricevono il classico “bombardamento d’amore”, abbassa le difese e a quell’elogio romantico ci crede davvero. Giorgia si sente vista, validata. E si sente vista non da uno qualunque, ma dal presidente degli USA. L’idealizzazione diventa una conseguenza logica. Tanto da iniziare a proporre il nome di Donald Trump come vincitore del Premio Nobel per la pace. Sembra folle, lo sappiamo. D’altronde pure io nella fase iniziale credevo che il mio ex fosse la persona migliore del mondo. Vuoi mica metterti a giudicare Giorgia adesso? E poi questa è la fase in cui la relazione serve a entrambi: legittimazione internazionale per lei, alleato europeo “affine” per lui.
Poi Meloni prova a consolidare il ruolo di “ponte” tra Europa e Stati Uniti, investendo molto sul rapporto personale. L’incontro informale e alcune interlocuzioni su dossier delicati rafforzano l’idea che il rapporto personale possa contare più dei meccanismi istituzionali. In questa fase, la relazione sembra funzionare soprattutto quando c’è un obiettivo condiviso, ma resta asimmetrica: il peso decisionale rimane fortemente sbilanciato.
Giorgia non è una semplice lavoratrice che deve arrivare a fine mese, è il Presidente del Consiglio italiano, per cui si ritrova, per forza di cose, a dover mostrare lieve dissenso per alcune decisioni politiche prese da Donald. Entrano in gioco altri attori: Unione Europea, NATO, Vaticano e l’opinione pubblica italiana. Giorgia si trova a dover bilanciare più livelli di lealtà incompatibili tra loro. Ogni scelta diventa un test e avvicinarsi a Washington rischia di isolare in Europa, prendere le distanze genera tensione con gli Stati Uniti. È lì che il rapporto tra i due inizia scricchiolare, svelando le prime crepe.
Si entra in una fase più esplicita di conflitto. Ci sono critiche pubbliche e messaggi contraddittori, ma soprattutto tensioni diplomatiche visibili. Qui le parole diventano strumenti di pressione politica e di ridefinizione del rapporto di forza. La relazione non è più “privata” né strategica, ma diventa pubblicamente conflittuale: arriva la fase della svalutazione, Trump si dice deluso da Meloni.
Subentra, quindi, una fase di rottura funzionale, ma non definitiva e anticipa la fase finale, in cui Giorgia Meloni cerca di ricostruire la narrativa enfatizzando continuità e stabilità dei rapporti istituzionali, mentre Donald enfatizza la delusione personale e la distanza politica: Giorgia dice: “Riproviamoci”. Donald la guarda con superbia e un velo di disprezzo e inizia a concederle qualche briciola, o meglio, un selfie. E lì si colloca il recente episodio: Giorgia al G7 si avvicina a Donald e gli chiede di fare una foto. Nella foto Donald appare visibilmente contrariato e il giorno dopo, infatti, dichiara di essere stato implorato dalla premier per farla e di non averle detto no perché le faceva pena.
La svalutazione diviene potente e infligge alla vittima un colpo non da poco. Ma la vittima è sempre la premier d’Italia e ha un certa immagine da preservare, quella della donna forte, tosta, indipendente. Di colei che non si piega. Di colei che non implora. Anche se il suo sguardo tradisce un certo dispiacere e una rintracciabile preoccupazione.
Ancora Trump: “Lei era una mia grande fan, ma non la voglio come fan”. La svalutazione è ormai spietata. Il manipolatore fa così: prima ti ubriaca di elogi e poi, a primo segnale di mancata assoluta fedeltà, inizia con le svalutazioni: prima lievi, poi sempre più taglienti. Lo fa per testare fino a che punto può spingersi la vittima, fino a che punto possa perdonarlo e rimanergli fedele. E se la vittima conferma lealtà, la svalutazione seguente sarà ancora più potente, perché carica di quel senso di disprezzo che prova per chi è disposto a mettere da parte la dignità per lui.
Giorgia Meloni è una vittima, ma è una vittima scaltra. Perché c’è un vantaggio nell’essere vittima. E cioè il fatto che permetta che si attivi una wave di empatia virale. Pertanto, il post della premier, nelle ultime 24 ore ha ricevuto un’enorme quantità di like. E non si tratta solo di quanti, ma anche di quali. Moltissimi detrattori di Meloni hanno mostrato solidarietà con un semplice mi piace o con un commento. E quando una figura come Giorgia Meloni riesce a fare di necessità virtù e cioè a portare i detrattori dalla sua parte in un momento così delicato, ha vinto.
E allora ci basterà questa storia per dimenticarci del malcontento scaturito dai suoi anni di Governo. Perché la vittimizzazione funziona così: se sai come sfruttarla, il potere si ribalta.
E se alla fine, da questo falò di confronto mondiale Giorgia uscisse finalmente single, libera e politicamente più forte di prima?
Sullo Stabilicum 36% di favorevoli e 40 di contrari. E il 47% vorrebbe una riforma condivisa

(di Nando Pagnoncelli – corriere.it) – Dal 1993, anno a partire dal quale inizia il bipolarismo in Italia, abbiamo avuto 4 leggi elettorali (di cui una, l’Italicum, dichiarata parzialmente incostituzionale, mai stata utilizzata). I cambiamenti della legge elettorale sono avvenuti, per stare agli ultimi due casi, a ridosso delle Politiche (il Porcellum approvato nel 2005 per le elezioni del 2006; il Rosatellum approvato nel 2017 per le elezioni del 2018). Le critiche a queste scelte hanno almeno due aspetti rilevanti: si decidono le leggi a ridosso delle elezioni e si punta a sistemi in qualche modo «su misura», miranti a far vincere la coalizione che governa.
Oggi è in discussione (forse in dirittura di arrivo) una nuova legge elettorale che sembra avere le stesse caratteristiche: proposta a un anno circa dalle Politiche, mirata a contenere i possibili buoni risultati della coalizione progressista, nel caso si presenti unita. La legge proposta, lo Stabilicum, prevede un proporzionale con premio di maggioranza al 42% (con un tetto massimo di deputati e senatori alla coalizione vincente), l’abolizione dei collegi uninominali, l’assenza di preferenze, l’obbligo di indicare il candidato premier per le coalizioni.
Cosa pensano gli elettori di tutto ciò? Intanto la valutazione della legge in vigore, il Rosatellum, divide gli italiani: 36% ne dà un giudizio positivo, 39% negativo. Il maggior gradimento si riscontra tra gli elettori delle forze di governo, proprio quello schieramento che si sta battendo per cambiarla. D’altra parte, il Rosatellum ha prodotto per il centrodestra una solida maggioranza che potrebbe portare il governo Meloni a essere il più longevo della Repubblica. Come era prevedibile, il tema non affascina particolarmente gli elettori: la maggioranza (53%) non sa se sia stata presentata la proposta di un nuovo sistema elettorale, l’8% è convinto che non vi sia nessuna proposta, il 10% pensa che provenga dai partiti di opposizione, solo poco più di un quarto (29%) sa che i promotori sono i partiti di centrodestra. Anche tra gli elettori di questi ultimi quasi la metà non sa della proposta di legge, dato che scende un po’ tra gli elettori degli altri partiti, ma senza mai che la risposta corretta arrivi almeno al 50%.
Dei contenuti dello Stabilicum se ne sa poco o nulla: il 43% non ha nessuna idea in proposito, il 32% ne ha solo sentito parlare, il 19% ricorda di aver letto o sentito qualche articolo o commento, solo il 6% se ne è interessato un po’ più approfonditamente. La disinformazione, un po’ mitigata rispetto alla media, è prevalente in tutte le aree elettorali con qualche attenzione in più tra gli elettori delle forze minori.
I principali contenuti della legge vedono opinioni diversificate. Forte il disaccordo per l’assenza di preferenze: il 53% valuta negativamente questa scelta, solo il 21% concorda. Anche fra gli elettori di centrodestra prevale di misura il disaccordo (42% contrari, 38% favorevoli). Vince la contrarietà anche rispetto al premio di maggioranza: negativo per il 43%, positivo per il 33%. In questo caso con una netta polarizzazione: fortemente favorevoli (59%) gli elettori delle forze di governo, al contrario decisamente critici (58%) gli elettori dell’alleanza progressista; mentre gli elettori delle altre liste si dividono a metà (48% a 47%). Sull’abolizione dei collegi uninominali il 35% è d’accordo, il 37% è critico.
Tra gli elettori di centrodestra l’accordo è piuttosto netto (54%, anche se un quarto è critico al proposito) mentre prevale, ma non in misura eclatante, il disaccordo tra gli elettori progressisti (46% contrari, 37% a favore) e si equilibrano i pareri tra gli elettori delle altre liste. Infine, l’ipotesi di indicare il premier della coalizione riscontra un gradimento apprezzabile, se pur non maggioritario: il 43% condivide la proposta, il 33% è contrario. Netta l’approvazione fra gli elettori delle forze di governo (63%) ma anche tra gli elettori delle altre liste (62%), dove pure emerge una certa contrarietà (35%), mentre sono divisi gli elettori progressisti (48% favorevoli, 40% contrari).
Tra gli elettori incerti o astensionisti prevale sempre, sia pur con gradi diversi, la contrarietà a tutte le proposte testate. Il gradimento complessivo dello Stabilicum vede una lieve prevalenza dei critici (40%) sui favorevoli (36%) con le polarizzazioni già viste (centrodestra prevalentemente favorevole, area progressista prevalentemente critica, elettori di altre liste divisi a metà). Significative perplessità emergono anche verso una certa forzatura dell’iter di approvazione, che sembra profilarsi a colpi di maggioranza senza la partecipazione delle opposizioni. Non condivide questa scelta il 47% degli elettori, solo il 21% non vede problemi. Quanto al fatto che la modifica avvenga all’incirca a un anno dalle prossime elezioni, il 40% non lo ritiene giusto, mentre il 28% non vede problemi, essendo successo anche in passato.
Infine, sulla stabilità dei governi, emerge un certo atteggiamento di disincanto: il 42% ritiene che, pur auspicabile, non sia di per sé garanzia di buoni risultati, valutando prevalente la capacità realizzativa degli esecutivi; per il 33% è invece un valore in sé, pre garanzia di una buona attività di governo. Per tutti questi ultimi aspetti emerge la consueta polarizzazione fra gli elettori. In sostanza si registra un certo scetticismo sullo Stabilicum, sia nei contenuti sia nell’iter. Certo, gli elettori di centrodestra sono più positivi (ma con sacche critiche in molti casi significative), e gli elettori progressisti sono più critici (ma con sacche di apprezzamento in diversi casi non irrilevanti). Sembra quindi che le due narrazioni — dalle forze di governo il richiamo alla stabilità, dall’area progressista il vulnus democratico — non avranno un grande impatto su un elettorato piuttosto disilluso. D’altra parte, questa legge produrrà necessariamente obblighi di alleanze difficili (per il centrodestra con Vannacci, per l’area progressista con i centristi). Insomma, un percorso accidentato, che non è detto valga davvero la pena di percorrere.

(Dott. Paolo Caruso) – La gattina e il molosso… Sembra di vivere una fiaba. Cosa si poteva aspettare da Trump, uomo primitivo cui interessa solo l’osso da spolpare per rimpinzarsi di denaro? Da “cane arrabbiato” questa volta ha prescelto la nostra Presidente del Consiglio, da sempre a Lui servile, per esternare acredine per il suo fallimento. Bersaglio delle sue invettive per non averlo seguito insieme alla Ue nella folle guerra contro l’Iran, che l’ ha visto ingloriosame perdere. Da capo supremo, vuole tutti ai suoi ordini. Il servizio da lui è trasformato in beneficio personale. Egli se la intende, gli rimprovera nella replica la Meloni, solo con quelli della sua stessa risma. Arroganti come lui. L’ Unione Europea gli è di intralcio, con la guerra dell’Ucraina. Egli con la Russia vuol fare business. Così a turno scarica le sue frustrazioni sui singoli componenti della UE. Stavolta è toccata all’Italia. La Meloni al G7 provava a ricucire con bacetti e self. “Richiesti” , come dice la Meloni, e “non implorati”, come al contrario, afferma il molosso. Aggiunge, da cafone, di “averle concesso quel self, implorato e ripreso dalle telecamere, perché le faceva pena!” (sic!). A camere spente, con volgarità e con totale assenza di fair-play quale è il suo stile, disse che ripudiava la Meloni anche “come fan”. I media ormai privi di qualsiasi obiettività e contenuti riportano a grandi titoli lo sgarbo subito dall’ Italia dal molosso a stelle e strisce. Ma l’ Italia non è la Meloni, una gattina che miagola e fa le fusa al padrone americano. Infatti la Premier è rimasta capo partito e quando starnazza si rivolge alla sua gente, al suo elettorato. Prima lo “scandalo delle ginocchiere” ad opera del deputato 5 Stelle che fotografava in pieno l’ atteggiamento servile della Meloni nei confronti del Tycoon, ma che deliberatamente veniva travisato da menti perverse che affollano le aule parlamentari e amplificato dalla Stampa amica, ora invece con le offese ricevute da Trump che non scalfiscono di sicuro la sua scarsa sensibilità e l’ aggressività verbale dimostrata. Il tutto per sviare l’attenzione dell’ opinione pubblica dai gravi problemi economici che attanagliano il Paese. Così sotto gli occhi del mondo, il molosso, spegne il sogno della nostra Caciottara di potere ricucire quel rapporto servile raffreddatosi negli ultimi mesi. Un rapporto tossico per la nostra economia, infatti dazi, costo elevato del gas americano, acquisto di armi statunitensi ecc. hanno messo in ginocchio il nostro Paese. Il guitto americano, incapace della più elementare educazione, così ha messo in luce che il Re è nudo, che la Sovranista di casa nostra, nonostante cuoricini e bacetti è alla sua merce’. L’ Europa, altra realtà da Lui ignorata e fatta a pezzi dal suo temperamento psicopatico, è in preda alla pochezza delle sue “donnine” istituzionali “, quindi……. non pervenuta.
Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami chiede le dimissioni del deputato pentastellato dal Copasir. Malan: disinformazione su una controversia internazionale che sta indebolendo l’Occidente a vantaggio di competitor come Russia e Cina

Un caso nel caso. L’alta tensione Italia-Usa si scarica anche nel dibattito politico interno. A far scoppiare la polemica a tra M5S e FdI è un post social del deputato pentastellato Marco Pellegrini, componente del Copasir. Post corredato da un selfie di Meloni e Trump su cui il partito della premier subito chiarisce per precisare che si tratta di un deep fake.
L’esponente del Movimento, sulla vicenda Meloni-Trump, scrive sui social: «Le realtà supera sempre la fantasia. Quando pensi che Giogggia abbia toccato il fondo, lei prende la pala, scava più a fondo e ti smentisce». Il post, in cui Pellegrini riporta tra l’altro le frasi del presidente americano sulla premier è corredato da un selfie di Meloni e Trump.
«È evidente che Pellegrini non può sedere al Copasir, si dimetta almeno da quello» dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami, per il quale è «gravissimo utilizzare l’intelligenza artificiale per inventare selfie di Donald Trump e Giorgia Meloni al fine di alimentare una ignobile denigrazione e disinformazione».
«Con la consueta propensione al falso e alla menzogna, il Movimento 5 Stelle, per screditare il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, usa un “deep fake”, in cui il nostro capo del governo è raffigurato nell’atto di fare un selfie con il presidente Trump» spiega il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan che parla di «un vergognoso tentativo di ingannare la gente».
Malan prosegue: «Sembrava difficile superare in abiezione la frase delle ginocchiere, ma in pochi giorni ci sono riusciti. Sono sempre contro la verità, sempre contro l’Italia. Il codice penale, all’articolo 612-quater, introdotto dalla recente legge sull’intelligenza artificiale, punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque cagiona un danno ingiusto ad una persona, cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini alterate con l’intelligenza artificiale idonee a indurre in inganno. Si procede d’ufficio in alcune circostanze, tra cui quella in cui – come sarebbe in questo caso – il fatto avviene nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate. Di certo si tratta di disinformazione su una controversia internazionale che sta indebolendo l’Occidente a vantaggio di competitor come Russia e Cina, che si inserisce in quella guerra ibrida che è tra le peggiori minacce alla sicurezza nazionale. È incredibile e molto grave che l’autore sia componente di un organo delicatissimo come il Copasir. Mi auguro che la magistratura accerti se il codice penale è stato violato e non faccia finta di nulla».
Anche altri esponenti di Fratelli d’Italia intervengono a criticare il post M5S. Il deputato di FdI Ciro Maschio, componente Commissione giustizia, precisa: «Da ore circolano sui social immagini false, realizzate mediante strumenti di intelligenza artificiale, raffiguranti il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Si tratta di un fatto grave che contribuisce ad avvelenare il dibattito pubblico e ad abbassare ulteriormente il livello del confronto politico. Tali contenuti sono stati diffusi dal deputato grillino Marco Pellegrini, evidentemente alla frutta. Ci troviamo di fronte a un comportamento che merita il massimo approfondimento. L’utilizzo di immagini artificialmente manipolate per attribuire fatti, comportamenti o contesti non reali a personalità istituzionali è reato. Spetterà naturalmente agli organi competenti verificare ogni circostanza e accertare eventuali profili di rilevanza giuridica. Ciò che è certo è che la politica dovrebbe dare l’esempio nell’utilizzo responsabile delle nuove tecnologie, anziché alimentare campagne basate su contenuti falsi e potenzialmente ingannevoli. Gli italiani meritano un confronto fondato sui fatti e non sulla manipolazione della realtà. Per questo auspichiamo che venga fatta piena luce sulla vicenda e che siano chiarite rapidamente tutte le responsabilità».

(Tommaso Merlo) – Alla Meloni servirebbe qualche lezioncina di psicologia. I narcisisti come Trump pretendono l’adulazione ma in realtà disprezzano chi gli lecca i piedi. Un paradosso. Più facilmente una persona s’inchina, meno il narcisista la rispetta. Preferiscono uomini difficili da conquistare e forti. È risaputa infatti l’ammirazione di Trump per leader come Putin e Xi mentre sui vassalli europei vomita da sempre di tutto. I narcisisti alla Trump pretendono poi fedeltà dai leccapiedi, ma non si sentono minimamente in dovere di ricambiare. La fedeltà come la sudditanza, per loro sono debolezze di cui approfittare alla bisogna. Gli altri per loro sono mezzi da sfruttare o ostacoli da abbattere per i loro scopi egoistici. E non solo. Più li assecondi, più pretendono e nel malaugurato caso di un tradimento, apriti cielo. Trump si è sentito tradito dalla Meloni per la questione dello Stretto di Hormuz, pretendeva che gli alleati Nato si precipitassero anche a nuoto a sostenere i suoi deliri bellici ed invece si è beccato un mega dito medio sul faccione. Che l’Italia abbia una Costituzione e sia vincolata da trattati internazionali, Trump non lo sa e non gliene frega nulla. Pretendeva che vassalli e presunte discepole come la Meloni si tuffassero senza esitazioni e il rifiuto l’ha preso come lesa maestà. Anche solo un “no” per un narcisista equivale ad un tradimento che lo manda in bestia perché intacca l’idea grandiosa che ha di sé, il suo fragile e fasullo senso di superiorità. Al G7 si è vendicato e le polemiche confermano come l’Italia dorma. Per arrivare alla firma del Memorandum, gli Iraniani si sono avvalsi anche di un team di psicologi in modo da gestire al meglio l’ego tossico di Trump. Hanno capito che non è un attore razionale ma un narcisista patologico maligno che gestisce il suo paese come fosse uno dei suoi Golf Club extralusso, circondato da tifosi ed inservienti che schifa mentre lui si pavoneggia come una divinità tra le buche anche se fa cagare. Sta distruggendo gli Stati Uniti che manco le cavallette e a livello internazionale è un caotico cottolengo. Ottuagenari nelle sue condizioni di salute mentale andrebbero ricoverati altro che Casa Bianca. E come tale doveva trattarlo l’Italia. Altro che logiche cortigiane che orami funzionano solo in paesi ammuffiti come il nostro. Altro che inchinarsi ad un impero ormai alla frutta ripetendo ridicole sceneggiate da guerra fredda. Alla Meloni servirebbe anche qualche lezioncina di geopolitica. L’Italia è una portaerei americana in disuso, un bancomat della Nato e uno zerbino dei tecnocrati europei. Non contiano assolutamente nulla perché nelle classifiche continentali siamo agli ultimi posti in tutto, siamo il cattivo esempio occidentale con chicche come l’essere dietro a paesi africani e mediorientali per libertà di stampa. Non riusciamo a risolvere nessuno dei problemi strutturali che ci affliggono da una eternità e non abbiamo nulla di valido da proporre al mondo. Cresciamo dello zero virgola anche culturalmente e vivacchiamo incastrati in una crisi ormai permanente al punto da puzzare di declino con la chicca che di questo passo rischiamo l’estinzione demografica. E nessuno fa nulla. Nulla. Siamo immobili nella nostra mediocrità a leccare i piedi ai potenti che si susseguono oltralpe. Ostaggi di partiti talmente vuoti di contenuti che li devono raccattare dal secolo scorso e in balia di classi dirigenti irremovibili che si trascinano da una poltrona all’altra senza combinare niente da decenni dato che la meritocrazia si applica solo per i poveri cristi. Grandi promesse elettorali, i soliti ducetti della domenica, polemiche infinite e poi non cambia una mazza se non in peggio. Il litigio da scuole elementari per la foto tra Meloni e Trump è un sintono di dinamiche ben più drammatiche. La pandemia narcisistica che sta devastando il mondo ed ha in Trump il sintomo più emblematico ed un’Italia impantanata che in mondo in profonda e rapida trasformazione rischia l’estinzione.
Donald Trump torna ad attaccare la premier italiana Giorgia Meloni.

(corriere.it) – Con un post su Truth, piattaforma social di sua proprietà, il leader Usa ribadisce la sua posizione dopo le parole di venerdì a La7: «Il Primo ministro italiano Gigiorgia Meloni», scrive (con un refuso nel nome «Giorgia») «mi ha chiesto, più e più volte, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia. Sta andando male in Italia con il suo livello di popolarità, forse perché ha detto no agli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, se è per questo!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio o di volo dell’Italia, un grande disagio logistico, e questo nonostante il fatto che gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e altri “cosiddetti” alleati della NATO. Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far “salire i suoi numeri”. No grazie!!!».
Trump si riferisce allo stop all’utilizzo della base di Sigonella da parte del governo italiano: alla fine di marzo, due caccia militari armati Usa, decollati dalla Scozia, avevano comunicato l’intenzione di atterrare alla base di Sigonella, in Sicilia; ma gli accordi – in larga parte secretati – sull’uso delle basi militari americane, su territorio italiano, di mezzi aerei o navali degli Stati Uniti non prevedevano questa possibilità, e il permesso non venne accordato.
Nella giornata di venerdì, in una intervista a La7, Trump aveva detto che Meloni lo aveva «implorato» di fare una foto con lui al G7. Meloni aveva seccamente risposto, con un video, che la ricostruzione era completamente priva di basi fattuali.
Dall’account Truth di Donald Trump
La premier italiana Gigiorgia Meloni mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con lei durante il vertice del G7 in Francia. La sua popolarità in Italia è scarsa, forse perché ha rifiutato l’offerta degli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, del resto!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO. Ora, dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti, vuole tornare ad essere amica per “aumentare i suoi consensi”. No grazie!!! Presidente DJT