Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Quattro anni buttati


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato. Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti […]


Giorgia Meloni è in modalità “Cattivissima me”


(dagospia.com) – Giorgia Meloni è entrata in modalità “Cattivissima me”. Di fronte ai guai e ai turbamenti che affollano la sua cofana bionda, si prepara ad armarsi e a non lasciare prigionieri.

Domani, con il comizio a Bari per festeggiare il record di longevità del suo Governo, calzato l’elmetto, coltello tra i denti, inizia ufficialmente la campagna elettorale per tentare di uscire dal pantano in cui si è infilata la “Thatcher della Garbatella”.

Eppure per quattro anni la Ducetta ha navigato in acque tranquillissime: grazie a un’opposizione di quelle pippe al sugo di Schlein e Conte, è andata avanti noncurante della crisi economica e delle guerre, riuscendo con il suo linguaggio retorico da “donna der popolo” ad anestetizzare gli italiani.

Poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato: il 22 e 23 marzo, la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, ha fatto saltare il tappo. E tutto è iniziato ad andare storto: è arrivato il “vaffa” di Trump, il caos con la riforma elettorale, le liti con gli alleati, le bollette alle stelle.

La barca di Giorgia Meloni ha iniziato a prendere acqua, con intorno i suoi due alleati che annaspano. Matteo Salvini è ormai un leader senza base: commissariato dai “nordisti” che chiedono la sua testa, rincuorato da una ridotta di fedelissimi con pochi voti, sta traghettando la Lega verso il baratro, dopo aver regalato a Roberto Vannacci un ascensore verso l’Europarlamento e la legittimità politica.

Se Salvini piange, Tajani non ride: il ”magggiordono” preferito di casa Meloni è osteggiato dal corpaccione del suo partito, con gli “azionisti di maggioranza” di Forza Italia, Marina e Pier Silvio Berlusconi, che da mesi chiedono inutilmente un rinnovamento che non arriva.

Entrambi i partiti sono ormai superati nei sondaggi da Futuro Nazionale, e senza le truppe vannacciane per il centrodestra si mette male alle elezioni: anche con il “Melonellum”, raggiungere la soglia del 42%, per ottenere il premio di maggioranza, sarebbe possibile solo con il generale putiniano.

La situazione è da allarme rosso, e Giorgia Meloni l’ha capito. La Ducetta non intende rassegnarsi alla disperazione, piuttosto si prepara a rispolverare la cazzimma di un tempo e a lottare colpo su colpo. Il guaio – per lei -, è che si circonda dall’affetto dei suoi cari della Garbatella e non si fida delle poche voci sagge dei due co-fondatori del suo partito, La Russa e Crosetto, che di politica si intendono.

La prova la si è avuta in questi giorni, con la gestione imbarazzante del caso “Report”. L’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha sempre agito “su commissione”. L’ex filosofo di Colle Oppio si è sempre coordinato con i vertici meloniani, avendo un filo diretto con la Fiamma Magica di Fazzolari, Arianna e Scurti, (non con Mantovano).

È da attribuire quindi alla gang del Colle Oppio la scelta scellerata di togliere la conduzione di “Report” a Sigfrido Ranucci, dando al giornalista quello che cercava dall’inizio, ovvero la scusa per trasformarsi in martire.

Quei geni dei meloniani hanno così tirato fuori dal cilindro il nome di Giulia Presutti, riuscendo nel miracolo: riunire la redazione di “Report” e ricompattare la squadra della trasmissione, che si era frantumata tra invidie personali, ansie da prime donne e vendette incrociate.

Della questione “Report” non sarebbe stato informato il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, ma sarebbe tutta farina del sacco dell’asse Rossi-Palazzo Chigi.

Giorgia Meloni si è fidata della fiamma magica, eppure gli avvertimenti non le sono mancati. A suggerirle nemmeno troppo velatamente che “rimuovere” Ranucci fosse una cazzata, ci aveva pensato il più arguto (politicamente) dei suoi colleghi di partito: Ignazio La Russa.

Domenica scorsa il mai paludato presidente del Senato, dalla sua Sicilia, ha insistito: “Io ho detto tenetelo Ranucci perché qualunque inchiesta di Report adesso tutti capiranno che è una bufala, che Dio ce lo conservi”.

Come ‘Gnazio, anche l’altro cofondatore di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, è scettico sulla “epurazione” dell’amico “fraterno” di Valter Lavitola. Non a caso, due giorni fa con un tweet ha addirittura manifestato solidarietà a Sigfrido Ranucci: “Valgono, per me, nei confronti del caso Report e di Ranucci, le stesse riflessioni che ho sempre fatto nei confronti di chiunque. Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate. Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia”.

Crosetto ha poi aggiunto: “Allo stesso tempo, difendo il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano. Sono e rimango garantista. E continuerò a considerare una barbarie inaccettabile questo modo di fare informazione e di celebrare processi nelle piazze mediatiche. Anche quando a subirlo è qualcuno che, in passato, di quella stessa barbarie è stato spesso interprete…”

Parole che hanno ricevuto un plauso dello stesso giornalista, e che forniscono un’ulteriore prova della distanza tra Crosetto e i vecchi camerati che occupano Palazzo Chigi. Sia lo “Shrek di Cuneo” che il siculo-milanese La Russa sono visti dal trio Fazzo-Scurti-Arianna come degli estranei, non appartenendo al gruppetto romano-laziale della “fogna” di Colle Oppio. Al massimo, La Russa viene chiamato “spurio” (non autentico), e Crosetto “abusivo”, in quanto democristiano.

Al bailamme Rai si aggiunge il caos totale sulla legge elettorale: i meloniani di rito romano sostengono che l’emendamento di Marcello Pera sul ballottaggio, infatti, sia stato “consigliato” proprio da Ignazio La Russa, cosa che avrebbe fatto sgranare gli occhioni a Giorgia Meloni. Incazzatissima con l’amico di Danielona Santanchè, la Ducetta è agitata anche perché sa che il Governo potrebbe non reggere al mancato passaggio dello “Stabilicum” a Palazzo Madama, il prossimo 15 settembre.

L’idea condivisa e sussurrata nei palazzi romani è che i vertici di Fratelli d’Italia siano convinti che, al 60-70%, si andrà a votare ad aprile.

Quello che non contemplano è che non è il Governo a decidere quando si vota, ma il presidente della Repubblica. E Sergio Mattarella non è affatto convinto che sia la scelta giusta spendere milioni di euro per due tornate elettorali.

Nella situazione economica drammatica in cui si trova il Paese (tra benzina a 2,5 euro al litro, bollette alle stelle e stipendi da paese del terzo mondo), sarebbe un messaggio pessimo per i cittadini, già con le palle piene della politica e per i costi della “Casta”.

Per il capo dello Stato, la soluzione si chiama “Election day”: una data unica, meglio a giugno, quando scadono i sindaci di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Meloni si oppone: essendo cinque città governate dalla sinistra, ad alto rischio sconfitta per il centrodestra, teme l’effetto traino. Meglio dunque separare i due voti e non portarsi dietro il marchio della “perdente”…


Meloni fa festa a Bari con il fantasma delle riforme mancate


Tra promesse e rivendicazioni la leader lancerà la corsa al voto. Ma su di lei pesano i fallimenti su autonomia, premierato e giustizia

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Bari caput mundi meloniano. Tutto è pronto per la giornata campale di celebrazione del governo più longevo della storia repubblicana: lo slogan è “governo più stabile, Italia più forte”, sono attesi settanta pullman da tutta Italia, la taranta è già nelle casse e i panzerotti pronti a friggere per nutrire gli elettori con un tocco di orgoglio locale. Le anticipazioni della vigilia fissano l’arrivo di Giorgia Meloni sul palco alle 19.30, quando la temperatura sarà più mite e il pubblico caricato dall’attesa. La premier ha preparato un intervento di circa un’ora e mezza, in cui dismetterà i panni della donna di Stato per rinfilare quelli della leader politica, tra rivendicazioni di quanto fatto e promesse per il futuro su welfare e sicurezza, fondamentali in vista della campagna elettorale.

Eppure, all’elenco dei successi che Meloni snocciolerà sul palco, una voce sarà necessariamente assente e, per paradosso, è proprio quella su cui nel 2022 la neo presidente del consiglio aveva investito di più. La leader potrà puntare sui numeri dell’occupazione in crescita, la quasi uscita dalla procedura di infrazione, lo standing internazionale e la lotta all’immigrazione clandestina, ma a mancare sarà la parola «riforme».

Il trittico era una dichiarazione d’intenti: presidenzialismo, autonomia e giustizia. Le tre riforme erano considerate fondamentali per ammodernare l’infrastruttura istituzionale del paese secondo il disegno del centrodestra, tutte e tre sono deragliate nonostante i numeri della maggioranza.

L’Italia di Meloni non sa qual è il suo posto nel mondo

Le riforme mancate

Quella del presidenzialismo – la «madre di tutte le riforme» secondo la retorica meloniana – è finita su un binario morto nonostante il passaggio in prima lettura al Senato, nel 2024. La riforma che doveva caratterizzare il mandato di Meloni ha cambiato molte volte natura, passando dal presidenzialismo al premierato, scontrandosi con le difficoltà della procedura di approvazione aggravata necessaria ai disegni di legge costituzionale. Più la premier si è ostinata a portarla avanti, più i ritocchi hanno pasticciato il testo fino a renderlo un Frankenstein indigeribile anche per i sostenitori più indefessi. Un barlume di quell’impostazione è finito nella proposta di legge elettorale, anche questa impallinata dagli emendamenti e con un percorso ancora molto accidentato. Il testo, infatti, prevede l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, ma questa sorta di premierato di fatto rischia di diventare uno dei punti di incostituzionalità, visto che in un sistema parlamentare la prerogativa di indicare il presidente del Consiglio spetta al Quirinale. Se anche la legge passasse, la soddisfazione rimarrebbe magra rispetto ai sogni di riforma costituzionale vagheggiati a inizio legislatura.

Quanto alla riforma dell’autonomia, che è anche la più invisa all’impostazione centralista di Fratelli d’Italia, per paradosso anche l’unica ad essere andata in porto almeno formalmente. La legge – ordinaria e dunque approvata con procedura ordinaria – è stata infatti smontata da una sentenza della Corte costituzionale che ne ha evidenziato i profili incostituzionali, rendendola di fatto inattuabile nei suoi connotati più rilevanti. Qualche scampolo è rimasto, tanto che le regioni di centrodestra soprattutto a guida leghista si sono affrettate a sottoscrivere le poche intese devolutive possibili. Tuttavia la realtà poco o nulla somiglia al mito autonomista della Lega. E, a microfoni spenti, proprio questo stop viene considerato per paradosso una vittoria secondo i più realisti tra i dirigenti di Meloni.

La Lega non ha mai fatto i conti con sé stessa, per questo rischia di dissolversi

Il referendum

L’ultimo fallimento ha riguardato la riforma costituzionale della giustizia e probabilmente è anche quello che – pur inconsciamente – determinerà il tono del comizio di Meloni. La drammatica sconfitta al referendum di marzo, infatti, è stata il vero passaggio che ha concluso politicamente l’esperienza del governo Meloni 1. Quella sconfitta col 46 per cento, infatti, ha dato alla premier la misura del suo non essere più (o di non essere mai stata davvero) maggioranza nel paese e ha infranto l’illusione di una luna di miele infinita con gli italiani. L’enorme investimento che l’esecutivo aveva fatto sul referendum ha determinato lo speculare peso psicologico della mancata vittoria.

Non a caso, sul fronte della giustizia, tutte le altre riforme minori si sono fermate: quella sulle intercettazioni galleggia in parlamento, ferma è anche la vagheggiata riforma del codice di procedura penale. Comprensibile che Meloni non voglia tornare su un terreno che ha scoperto essere minato. Tuttavia, il peso del referendum è stato ben maggiore di quello di una riforma mancata, che per altro non era nemmeno in cima alla lista delle priorità della premier. La sfida era massima: modificare la Costituzione repubblicana, in faccia alle forze di opposizione che ancora attaccavano il governo per i silenzi sul fascismo. Anche per questo la sconfitta ha fatto così male, insinuando in Meloni il dubbio che la sua maggioranza non basti. Non a caso da quel momento in poi i suoi dirigenti sono tornati insistentemente a parlare di riforma della legge elettorale, depositando poco dopo una proposta in parlamento.

Meloni salirà sul palco carica del suo successo di longevità, ma anche con i demoni di quel 46 per cento e il grande non detto delle tre riforme mancate. Dalla sua gente prenderà lo slancio per aprire di fatto una campagna elettorale di cui però non si conosce ancora la durata, visto che una data del voto ancora non c’è. Col rischio, per questo, che il governo abbia ancora molti lunghi mesi di logorio da attraversare. Il primo scoglio, il 15 settembre, sarà a palazzo Madama proprio con la legge elettorale, che rischia di aggiungersi all’elenco delle fallite riforme di sistema.


Napoli, parco comunale Mascagna: di nuovo degrado e abbandono


Aiuole brulle, servizi igienici chiusi e fontana con rifiuti e fioritura algale

            “ Come era prevedibile e ampiamente previsto, senza un’idonea manutenzione costante e senza una vigilanza attenta, il parco comunale Mascagna, oggetto di recenti lavori di riqualificazione, a poco più di un anno e mezzo dalla riapertura, avvenuta il 1° febbraio dell’anno scorso, alla presenza del sindaco e dell’assessore al ramo, manifesta di nuovo un totale degrado e abbandono. Dal sopralluogo effettuato stamani è emerso molte delle aiuole c sono già senza un filo d’erba. Inoltre la maggior parte dei muretti sono di nuovo imbrattati con scritte e disegni mentre non ci sono bambini nell’area delle giostrine, poste su terreno battuto ed esposte totalmente al sole cocente. Aspetto ancora più grave, in un parco che, anche a ragione delle ondate di calore di questo periodo e delle scuole chiuse, è frequentato quotidianamente da tanti bambini accompagnati ma anche da numerose persone anziane che passano la giornata prendendo il sole o giocando a carte, gli unici servizi igienici presenti sono chiusi anche se non si conoscono i motivi di tale chiusura, visto che non c’è alcun avviso al riguardo. Infine la fontana, posta nei pressi dell’ingresso su via Ruoppolo, è piena di rifiuti tra  i quali anche due bottiglie vuole di birra che galleggiano su un’acqua di colore verdastro per la fioritura algale “. A segnalare l’ennesima puntata dell’eterna telenovela che, negli ultimi anni, sta caratterizzando la vita dell’unico polmone di verde pubblico attrezzato posto in un’area densamente abitata, a confine tra i quartieri del Vomero e dell’Arenella, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, il quale, nel corso dei lunghi 17 mesi di chiusura del parco Mascagna per i lavori di riqualificazione, ha condotto una vera e propria battaglia, insieme ai residenti, con petizioni, sit-in e comunicati stampa per denunciare i ritardi che si andavano sommando nella riapertura del parco comunale.

            ” Va rimarcato – afferma Capodanno – che i lavori di riqualificazione del parco, che occupa una superficie di circa 12.000 mq, sono costati alla collettività circa 600mila euro finanziati con fondi della Città Metropolitana di Napoli. Diversi gli interventi previsti nel progetto originario, in uno alla sostituzione di numerose alberature e alla ricostruzione del manto erboso, tra i quali la revisione e il rifacimento di muretti e balaustre, il ripristino dell’impianto di irrigazione, il rifacimento delle pavimentazioni, la riqualificazione delle aree giochi, il ripristino del campo polifunzionale, le opere in ferro, l’impianto di illuminazione e quello idrico e l’integrazione di arredi e segnaletica, oltre alla realizzazione dell’impianto di videosorveglianza e alla riqualificazione dei locali adibiti a spogliatoi, uffici e servizi igienici “.

            ” Inoltre – continua Capodanno – una parte delle somme stanziate, quasi 100mila euro, era destinata alla riattivazione della fontana, realizzata dall’azienda speciale ABC Napoli. Ma senza una manutenzione, per effettuare la quale occorrono personale e risorse economiche, usando specifici prodotti, le fontane, come dimostrano tanti altri esempi presenti in Città, l’ultimo dei quali proprio la fontana posta nel parco Mascagna, sono destinate riempirsi di rifiuti e di alghe “.

            ” Quanto riscontrato oggi – afferma Capodanno –  rinfocola  le  tante polemiche sollevate nel corso del lungo periodo di chiusura, dal momento che sono rimaste senza risposte alcune questioni sulle quali chiediamo da tempo di fare chiarezza, anche attraverso indagini da promuovere sia da parte della magistratura inquirente che di quella contabile “.

            ” Questioni – puntualizza Capodanno – che riguardano il lungo lasso di tempo impiegato per i lavori, iniziati, come si leggeva nel primo cartello di cantiere, solo il 20 novembre 2023, benché il parco fosse chiuso dal 7 settembre precedente,  affidati all’impresa MAIBA S.r.l., la quale però, dopo aver eseguito i primi interventi anche con l’abbattimento numerosi alberi che si trovavano all’interno del parco, rinunciò a proseguire, sostituita, dopo alcuni mesi, dalla ditta TEKNO GREEN S.R.L., che era risultata seconda nella gara d’appalto. Inoltre la durata dei lavori in origine era indicata in 120 giorni, 4 mesi, mentre il parco è rimasto chiuso 512 giorni, ben 17 mesi, un tempo che si è dunque più che quadruplicato “.

            Sulle questione sollevate Capodanno lancia l’ennesimo appello al sindaco Manfredi e all’assessore al verde, Santagada, affinché si proceda in tempi rapidi a fare eseguire tutti i lavori necessari al parco Mascagna con particolare riguardo al ripristino del manto erboso, alla manutenzione e pulizia costante della fontana e alla riapertura dei servizi igienici, previa riparazione dei guasti.


Guardia Sanframondi, spopolamento: la proposta di Fiorenza Ceniccola


“UNA LEGGE NAZIONALE PER LA RINASCITA DEI PICCOLI BORGHI”

GUARDIA SANFRAMONDI – Le aree interne non possono tornare al centro dell’attenzione soltanto durante le campagne elettorali. Se davvero si vuole contrastare lo spopolamento dei piccoli borghi, è arrivato il momento di passare dalle dichiarazioni alle scelte concrete.

A sostenerlo è Fiorenza Ceniccola, vice sindaco di Guardia Sanframondi, che lancia una proposta rivolta al Governo, al Parlamento e alla Regione Campania, una legge nazionale per la rinascita dei piccoli borghi e il ripopolamento delle aree interne, accompagnata da un grande piano pluriennale di rigenerazione dei centri storici e dei territori più fragili.

“Le aree interne – sottolinea Ceniccola – tornano ciclicamente al centro del dibattito politico, salvo poi essere rapidamente dimenticate una volta chiuse le urne. È quanto rischia di accadere anche dopo le recenti elezioni regionali in Campania, nonostante gli impegni assunti durante la campagna elettorale e l’ipotesi di una specifica delega o di un assessorato alle Aree interne. Ora, però, è il momento di passare dalle parole ai fatti”.

L’appello arriva da chi amministra direttamente uno dei territori che più di altri conoscono il problema.
“Parlo da amministratrice di un piccolo Comune – spiega Ceniccola – e quindi da una posizione che mi consente di vedere ogni giorno gli effetti concreti dello spopolamento. Non parliamo soltanto di numeri: parliamo di giovani che partono, di attività commerciali che chiudono, di servizi che diventano sempre più difficili da garantire, di case che restano vuote e di comunità che progressivamente si impoveriscono”.

La proposta nasce anche dalle recenti parole pronunciate dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Matteo Zuppi, durante l’assise dei vescovi delle aree interne svoltasi a Benevento, secondo cui proprio dalle aree interne possono arrivare “germogli di crescita per l’intero Paese”, attraverso percorsi condivisi e programmi di ampio respiro.

Un richiamo che si aggiunge alle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha più volte sottolineato la necessità di fare di più per le aree interne e di non rassegnarsi al declino di un patrimonio di persone e territori che appartiene all’intera Italia.

“Di fronte a questi richiami – afferma Ceniccola – non servono altre dichiarazioni. Serve una decisione politica. E serve adesso, prima che per molti territori diventi troppo tardi, ma non basta spendere di più. Bisogna spendere diversamente”

Secondo la vice sindaco di Guardia Sanframondi, gli strumenti messi in campo negli ultimi anni hanno rappresentato segnali importanti, ma non sono riusciti a invertire una tendenza demografica ormai strutturale.
“La legge sui piccoli Comuni, la Strategia nazionale per le aree interne e i diversi programmi di finanziamento hanno certamente avuto un ruolo importante – osserva Ceniccola – ma il problema è che continuiamo troppo spesso ad affrontare il fenomeno per singoli pezzi”.

“Possiamo restaurare una piazza, recuperare un edificio, sistemare una strada. Ma se nello stesso territorio contemporaneamente chiudono una scuola, diminuiscono i servizi sanitari, scompaiono i negozi e i giovani continuano ad andare via, non abbiamo fermato lo spopolamento”.

Da qui la necessità di cambiare prospettiva.
“Non è sufficiente spendere di più. Bisogna spendere diversamente. Bisogna costruire una strategia nazionale nella quale urbanistica, patrimonio, servizi, lavoro, fiscalità e politiche demografiche siano finalmente parte di un unico progetto”.
L’idea: un “Piano Malraux italiano”
Ed è qui che entra in gioco il modello francese.

“Dobbiamo avere il coraggio di guardare anche alle esperienze che hanno funzionato fuori dall’Italia – continua Ceniccola – e penso in particolare alla legge Malraux del 1962”. La legge francese introdusse strumenti destinati a proteggere e rigenerare interi quartieri storici attraverso piani organici di salvaguardia e valorizzazione, accompagnando la tutela del patrimonio con la riqualificazione degli immobili e, nel tempo, con incentivi fiscali alla restaurazione.

“Non dobbiamo copiarla meccanicamente – precisa Ceniccola – ma possiamo trarne una lezione fondamentale, un borgo non si salva intervenendo su un edificio alla volta. Si salva quando si ricostruisce un progetto complessivo di vita del territorio.”
Da qui la proposta di un “Piano Malraux
italiano”, destinato ai piccoli borghi dell’Appennino e delle aree interne, con particolare attenzione alle realtà del Mezzogiorno.
“Immagino un grande programma nazionale di rigenerazione dei centri storici e dei tessuti urbani dei piccoli Comuni – spiega – che consenta di recuperare gli immobili abbandonati, riqualificare gli spazi pubblici, valorizzare l’architettura e il paesaggio e, nello stesso tempo, creare le condizioni perché quelle case tornino a essere abitate e quei luoghi tornino a produrre economia”.
Cinque priorità
La proposta dovrebbe poggiare, secondo Ceniccola, su cinque grandi direttrici.
Primo: recuperare i borghi.
Un grande programma pluriennale per la rigenerazione dei centri storici, il recupero degli immobili abbandonati, la riqualificazione degli spazi pubblici e la tutela del patrimonio architettonico e paesaggistico.
Secondo: riportare persone.
Incentivi per giovani coppie e famiglie, nuovi residenti, professionisti, lavoratori da remoto e cittadini che vogliono tornare nei paesi di origine.
Terzo: garantire i servizi.
Scuola, sanità territoriale, trasporti, servizi sociali e connessione digitale devono essere considerati una condizione essenziale per poter scegliere liberamente di vivere in un piccolo Comune.
Quarto: creare lavoro.
Servono incentivi per imprese, artigiani, agricoltori, commercianti e professionisti, puntando sulle vocazioni dei territori e sulla capacità dei borghi di generare nuova economia.
Quinto: garantire risorse per un periodo lungo.
Non una successione di bandi occasionali, ma un vero Fondo nazionale pluriennale per la rinascita dei piccoli borghi, con risorse certe e programmate per almeno dieci anni.

“I nostri piccoli Comuni non chiedono assistenzialismo. Chiedono una possibilità.Possiedono un patrimonio straordinario di storia, cultura, ambiente, paesaggio, tradizioni, produzioni agricole e artigianali. Ma soprattutto possiedono comunità che continuano a resistere”.

Fiorenza Ceniccola


La legge elettorale riparte da… dove è stata bocciata


VIA LIBERA IN COMMISSIONE AL SENATO ALL’EMENDAMENTO DI MAGGIORANZA SULLE PREFERENZE

(ANSA) – Via libera della commissione Affari costituzionali del Senato all’emendamento unitario del centrodestra sulle preferenze nella riforma della legge elettorale.

Il testo, che ricalca quello bocciato a luglio per un solo voto alla Camera, lascia bloccato il capolista, mentre per tutti gli altri candidati l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, mettendo una croce sulla scheda.

L’alternanza di genere parte dal candidato successivo al capolista, che resta dunque escluso dal meccanismo. Per i capilista non viene dunque riproposta la regola del 60%-40% del Rosatellum, che pone un limite alla prevalenza di uno dei due generi. 

LEGGE ELETTORALE: OPPOSIZIONI SENATO, FORZATURA MAGGIORANZA PREFERENZE 

(Agenzia Agi) – “Sulla legge elettorale la maggioranza compie una forzatura dopo l’altra, truccando le carte in maniera plateale”, affermano i senatori di Pd, Avs e Iv in commissione Affari costituzionali.

“Il colpo di mano del giorno – prosegue una nota – riguarda la scelta del presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, di impedire che i commissari potessero esprimersi sull’emendamento unitario delle opposizioni che, in contrasto con la proposta-farsa del centrodestra sulle ‘finte preferenze’, reintroduce le preferenze in modo serio e vero, per tutti gli eletti, e insieme innalza la soglia di premio al 45%, elimina l’obbligo di pre-indicazione del candidato premier e inserisce una reale tutela di genere”.

“E’ una scelta grave, non in linea con il regolamento e il buonsenso. La maggioranza ha paura di far risaltare quel che tutti hanno sempre piu’ chiaro: il fatto che il centrodestra vuole azzerare il potere di scelta dei cittadini e dar vita a un Parlamento composto per la stragrande maggioranza da nominati”, conclude la nota.


Rai: Claudia Di Pasquale nuova co-conduttrice di Report


(LaPresse) – Claudia Di Pasquale sarà la nuova co-conduttrice di ‘Report’. Lo apprende LaPresse. Fumata bianca all’esito dell’incontro di oggi pomeriggio con il direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini.

Di Pasquale prende il posto di Giulia Presutti, che ieri ha rinunciato all’incarico, al fianco di Daniele Piervincenzi. Di Paquale avrebbe già incontrato e fatto un discorso alla redazione di ‘Report’. Applausi e grida di esultanza sono stati uditi provenire dalle stanze dove si trova la redazione di ‘Report’. Alle 18 sarebbe previsto un incontro a quattro con Corsini, cui dovrebbero partecipare Di Pasquale, Piervincenzi, Bernardo Iovene e Giulio Valesini.

APPLAUSI E GRIDA DI ESULTANZA DALLA REDAZIONE DI REPORT

(ANSA) – Applausi e grida di esultanza dalle stanze in cui si trova la redazione di Report nella sede Rai di Via Teulada. Lo riferiscono persone presenti sul posto. Nel pomeriggio il direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini, ha convocato la storica inviata del programma Claudia Di Pasquale, che potrebbe essere la nuova conduttrice.

L’esultanza arrivata dalla redazione fa pensare che possa essere stata sciolta la riserva sul futuro del programma.


Munizioni fantasma comprate in Italia per l’Ucraina, si dimette il ministro della Difesa estone


Pevkur si fa da parte. Un’indagine interna ha rivelato che i proiettili di un’azienda della Spezia non sono mai arrivati a Kiev. Il contratto vale 70 milioni

Munizioni fantasma comprate in Italia per l’Ucraina, si dimette il ministro della Difesa estone

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – Uno scandalo di munizioni fantasma comprate in Italia per l’Ucraina ha portato alle dimissioni del ministro della Difesa dell’Estonia Hanno Pevkur. Un’indagine interna ha rivelato come la Repubblica baltica avesse firmato un contratto da 70 milioni di euro con un’azienda della Spezia, che aveva garantito la consegna di proiettili da cannone mai arrivati a Kiev. Dopo la pubblicazione del rapporto del National Audit Office, Pevkur ha deciso di farsi da parte. “Un leader deve avere la forza e il coraggio di assumersi la responsabilità. Anche se il ministro non conta calzini e munizioni, né si occupa di negoziare i contratti, il documento dell’Audit pone una questione di responsabilità politica di cui mi faccio carico”.

Il contratto con l’azienda ligure

La vicenda nasce da un accordo firmato nell’estate 2024 dalla Repubblica baltica, in prima fila nel sostenere la resistenza ucraina. In quel momento la priorità di Kiev era ricevere munizioni per l’artiglieria, protagonista dei combattimenti, che l’Estonia non produce. Così il governo ha utilizzato i fondi messi a disposizione dal programma finanziato dalla Ue “European Peace Facility” per ordinare proiettili dalla Datasel Srl della Spezia. Si tratta di una compagnia fondata nel 2005 da Sandro Pazzini, un ex manager di Oto Melara (Leonardo) e poi amministratore italiano del consorzio missilistico europeo Mbda. La società proprio nel 2024 è stata rilevata dal gruppo indiano Neco Defence Munitions: un conglomerato della famiglia Jayaswal che si occupa di acciaierie, miniere e solo tre anni fa è entrato nel settore militare. Il sito web della Datasel presenta un catalogo di munizioni di piccolo e medio calibro, oltre a cariche propellenti per i 155 millimetri più richiesti dall’esercito ucraino. Secondo l’Audit estone invece Datasel e Neco non hanno mai prodotto munizioni.

I ritardi e quei proiettili “inutilizzabili”

Alla firma del contratto, le autorità di Tallinn hanno pagato 15 milioni, a cui è seguito il versamento di altri 10 milioni nell’ottobre 2024. Le prime consegne erano previste nel novembre 2024 ma sono state rinviate “per difficoltà tecniche”. Nonostante questo, ci sono stati altri bonifici con l’esborso di tutti i 70 milioni. Secondo la stampa estone, soltanto nel 2025 è arrivato uno stock di colpi per cannoni: erano tutti pessima qualità e sarebbero stati giudicati “inutilizzabili”.

La replica di Pazzini

“Non so cosa abbiano fatto con l’Estonia – spiega Sandro Pazzini a Repubblica -: la gestione della Datasel è passata interamente ai nuovi proprietari della Neco dal 2024. Ho venduto l’ultima quota del 10 per cento all’inizio del 2026: io ho 85 anni e mantengo solo una collaborazione perché sono ancora il titolare delle licenze per l’esportazione. L’azienda che ho fondato in passato si occupava di assemblare munizioni con componenti acquistate altrove, oltre a produrre sistemi elettronici e spolette per i missili di Mbda. Il contratto con l’Estonia è stato portato avanti dalla Neco e la Datasel è stata una sorta di broker: di fatto è diventata una società di trading. Gli avevo proposto di proseguire l’assemblaggio dei proiettili alla Spezia ma so che loro si sono affidati a filiali in Romania e nella Repubblica Ceca”.

La causa e lo scontro politico

Adesso il governo di Tallinn ha intentato una causa contro la Datasel e si è rivolta alla Corte europea degli arbitrati di Strasburgo. E la vicenda è diventata oggetto di scontro politico, con l’apertura di un’inchiesta penale e lo scaricabarile tra i soggetti che hanno gestito la partita. Elmar Vahe, da inizio anno direttore generale del Center for Defense Investments (RKIK) ossia l’ente che ha siglato i contratti, ha dichiarato che lui non avrebbe accettato condizioni del genere e che la decisione è stata presa “da un circolo ristretto a un livello più alto”: “Se comincio a costruire una casa e affido i lavori a un’impresa che non ha mai costruito case, c’è il dubbio che il cantiere non sarà mai completato”. Il suo predecessore, Magnus-Valdemar Saar, ha respinto le accuse spiegando che “gli acquisti da Paesi terzi comportano sempre dei rischi” e che tutto era stato approvato dal vertice del ministero.

La questione è al centro del dibattito in un Paese che quest’anno spenderà per le forze armate il 5,4 per cento del Pil, con un incremento del 42 per cento: la piccola Repubblica baltica si trova sul confine russo ed è l’epicentro delle tensioni tra la Nato e il Cremlino. “So di avere fatto le scelte giuste per potenziare la nostra difesa – ha scritto Pevkur su Facebook nell’annunciare le dimissioni da ministro – L’Estonia è più protetta. Il popolo deve essere rassicurato sulle capacità e le risorse della difesa e continuare a sostenere l’Ucraina, perché così si rafforza anche la nostra sicurezza”.

Una corsa spregiudicata alle armi

Allo stesso tempo, questo episodio è illuminante sulla corsa spregiudicata agli armamenti alimentata dal conflitto ucraino. Sono nate nei Paesi dell’Ue numerose iniziative per procacciare armamenti e munizioni, con investimenti miliardari e una catena di fornitori che si è estesa in ogni continente: dall’India al Pakistan, dal Brasile al Sud Africa. Spesso sono stati rivenduti residuati e rimanenze degli arsenali della ex Jugoslavia o di nazioni africane. Un vortice di denaro di cui sarà difficile ricostruire le tracce e sul quale aleggia il sospetto di giri colossali di mazzette.


“Ricostituzione del partito fascista”, la Procura Militare avvia un’indagine su Vannacci


L’esposto-denuncia, rivolto alla Procura di Roma, è stato depositato dal Sindacato dei Militari. L’intervento della Procura militare è dovuto alla presenza del leader di FnV, che è un generale

“Ricostituzione del partito fascista”, la Procura Militare avvia un’indagine su Vannacci

(ilfattoquotidiano.it) – La Procura militare di Roma, guidata da Marco De Paolis, ha avviato “accertamenti preliminari” in relazione ad un esposto presentato dal Sindacato dei Militari nei confronti del generale Roberto Vannacci, presidente di Futuro nazionale, del coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e del responsabile del programma Lorenzo Gasperini e in cui si ipotizza la ricostituzione del partito fascista con la violazione della legge Scelba. L’attività della Procura “è in ordine alla posizione di appartenenti alle Forze Armate – spiega il procuratore in una nota – all’interno della struttura organizzativa Futuro Nazionale”. Obiettivo dei pm è verificare “l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare”.

Nei giorni scorsi il segretario del Sindacato dei Militari, Luca Marco Comellini, insieme al giurista Massimiliano Strampelli, ha depositato un esposto-denuncia alla Procura di Roma. La tesi centrale è che il movimento riproporrebbe “il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta” del fascismo, e i denuncianti chiedono alla magistratura di verificare se si sia superato il confine tra legittima competizione politica e reato. Secondo l’esposto, concorrerebbero a delineare questo “nucleo dottrinale” fascista la retorica della superiorità nazionale, la concezione gerarchica della società, il culto della figura del capo e la delegittimazione costante delle istituzioni di garanzia. Vengono contestati anche il ruolo attribuito ai militari nella gestione dell’ordine pubblico, con “zone rosse” senza limiti temporali e la possibilità di dare a reparti militari il potere di arrestare persone sospettate di reati, oltre ai punti definiti “non negoziabili” dal partito (famiglia naturale, identità cristiana, tutela della vita).

Ieri il Il Financial Times ha lanciato l’avviso all’indirizzo della maggioranza di governo, sulla possibile alleanza (in vista delle elezioni nel 2027, dove Vannacci sarà appunto una figura chiave) con l’estrema destra guidata da Roberto Vannacci: “Il cavallo di Troia russo mette alla prova Meloni”, ha titolato l’autorevole testata londinese. Accusa a cui Vannacci aveva risposto con ironia: “Egregio Signore, Le rispondo con mano tremante, avendo appena scoperto di essere un ‘candidato della Manciuria’ inviato dalla Federazione Russa – è l’esordio del leader di Futuro Nazionale – per lamentarmi dei prezzi insostenibili della benzina nel mio Paese, l’Italia. Si affida a testate notoriamente russofobe come l’Ecfr e l’Iai per dipingermi come un ‘Cavallo di Troia’. Onestamente, mi aspettavo di più da Lei”. Il generale è tornato sul tema sui social, con un video, in cui si legge: “Mamma li russi. Grandi titoloni sulle possibili e potenziali influenze russe sulle elezioni italiane ma, guarda caso, nessuno si preoccupa sulle attuali, e già presenti, influenze sulle elezioni italiane da parte del Financial Times e da parte di tantissime altre testate manovrate dalla finanza internazionale e dai poteri forti“, dice nell’ultimo video pubblicato su Facebook.

Futuro nazionale, la procura militare indaga su Vannacci: “Forze armate nella struttura del partito”

L’inchiesta arriva dopo la denuncia del sindacato dei militari: approfondimenti sulla posizione di appartenenti alle forze armate nel movimento del generale

Futuro nazionale, la procura militare indaga su Vannacci: “Forze armate nella struttura del partito”

(di Giuseppe Scarpa – repubblica.it) – La procura militare di Roma accende il suo faro su Futuro nazionale. E questa volta non c’è più soltanto un esposto. Il procuratore Marco De Paolis ha avviato “accertamenti preliminari” sulla presenza di appartenenti alle forze armate nella struttura organizzativa del movimento presieduto dal generale Roberto Vannacci. Un primo passo, ancora esplorativo, per capire se dietro l’attività politica del movimento possano esserci fatti di competenza della magistratura con le stellette.

È il nuovo fronte giudiziario – anticipato da Repubblica nei giorni scorsi – che si apre attorno a Futuro Nazionale. E nasce dalla seconda denuncia presentata dal Sindacato dei Militari guidato da Luca Comellini, dopo quella depositata il 28 agosto, alla procura ordinaria di Roma nella quale si chiede ai magistrati di verificare, tra le altre ipotesi, una possibile violazione della legge Scelba sulla ricostituzione del partito fascista.

Ora, però, De Paolis guarda a un terreno più circoscritto. “L’attività della Procura è in ordine alla posizione di appartenenti alle Forze Armate all’interno della struttura organizzativa Futuro Nazionale”, spiega il procuratore. L’obiettivo è verificare “l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare”.

Nel mirino dell’esposto ci sono infatti alcuni militari ancora in servizio e il ruolo che avrebbero assunto nella macchina politica costruita attorno a Vannacci. Un comitato a Roma, un altro a Villafranca di Verona. È da qui che parte la domanda posta alla magistratura militare: fino a dove può spingersi l’attività politica di chi continua a indossare una divisa?

Gli accertamenti della procura militare si affiancano così al primo esposto del Sindacato dei Militari presentato alla procura ordinaria. Una denuncia molto più ampia, costruita sul programma, sulle dichiarazioni pubbliche e sui contenuti diffusi online da Futuro Nazionale, firmata dall’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di Diritto militare all’Università degli studi Link.

La tesi dei denuncianti è che il movimento riproporrebbe “il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta” del fascismo. Non sarebbe necessario, sostengono richiamando la giurisprudenza della Cassazione, dimostrare che Futuro nazionale sia la copia del disciolto Partito nazionale fascista: la legge Scelba potrebbe trovare applicazione anche di fronte alla riproposizione del suo fondamento ideologico e del suo metodo politico.

Nella denuncia vengono passati al setaccio i principi definiti dal movimento “non negoziabili”, dal modello di “famiglia naturale” all’identità cristiana; il piano di “remigrazione”, che contempla anche il ritorno nei Paesi d’origine degli immigrati regolari; le proposte sulle zone rosse e sull’impiego dei militari nei controlli; fino ai moduli di educazione alla difesa e ai campi di “educazione militare con valenza civica” destinati agli studenti.

Ci sono poi le immagini realizzate con l’intelligenza artificiale nelle quali alcuni avversari politici vengono raffigurati come schiavi dell’antica Roma e dati in pasto alle fiere, mentre Vannacci osserva la scena nelle vesti di un alto ufficiale dell’Impero. Per i firmatari dell’esposto sarebbe uno degli elementi che segnano il passaggio dall’avversario politico al “nemico”.

È sulla base di questo insieme di elementi che il Sindacato dei Militari ha chiesto alla Procura ordinaria di accertare se sia stato oltrepassato il confine della legittima battaglia politica. Tra le ipotesi prospettate figurano la violazione della legge Scelba, la propaganda e l’istigazione all’odio, l’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. È stato chiesto anche il sequestro del portale online che ospita il programma del movimento.

La seconda denuncia ha spostato invece l’attenzione dalle idee alle divise. E adesso la procura militare ha deciso di verificare. Nessuna conclusione, per il momento, sulla sussistenza di reati. Ma gli “accertamenti preliminari” disposti da De Paolis trasformano quello che fino a ieri era un esposto in un’attività formale della magistratura militare.


Il governo Meloni si autocelebra ma ecco tutti i flop, dal lavoro ai migranti


Domani l’esecutivo raggiunge il record di longevità. Quattro anni sull’ottovolante che invece la premier intende festeggiare con tutti gli onori. Assenti (solo collegati) i due vice, alla kermesse in Puglia

Il governo Meloni si autocelebra ma ecco tutti i flop, dal lavoro ai migranti. Il fact checking

(repubblica.it) – Domani la festa organizzata a Bari per consacrare i quattro anni del governo Meloni, che corrispondono anche al record di longevità tra gli esecutivi della storia della Repubblica. E per anticipare l’evento viene diffusa una brochure di 29 pagine realizzata da FdI con la premier in copertina e il titolo «Il governo più stabile, l’Italia più forte. 4 anni di impegno per la nazione».

Nel capoluogo pugliese, tra luminarie e dj, sarà presente, oltre alla premier, il leader di Noi Moderati mentre i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini saranno solo videocollegati. Ci sarà poi il presidente del Senato Ignazio La Russa, che nel pomeriggio depositerà una corona d’alloro sulla targa che ricorda i fratelli Tatarella.

La stima è di diecimila partecipanti. A loro sarà distribuito il dossier autocelebrativo in cui la parola che viene ripetuta più volte è «record». È diviso in capitoli che illustrano i risultati ottenuti dalla premier e dai suoi ministri ma sorvola sui fallimenti. Si parte dall’occupazione, anche questa «record»: oltre un milione di occupati in più da quando è in carica l’esecutivo Meloni con il tasso di occupazione che tocca il «picco storico» del 63,2%. Viene omesso però che in molti casi si tratta di lavoro povero o precario. Parallelamente, si legge nelle slide, la disoccupazione generale «crolla» al 5,8% e quella giovanile (15-24 anni) scende ai minimi storici: 18,9%. Anche se rispetto a giugno scorso il tasso di disoccupazione è tornato a salire. Viene poi rivendicato il 54,5% di occupazione femminile, ma non viene specificato che resta ben 17 punti sotto quella maschile.

Si parla poi di «il sostegno alle famiglie», il piano casa da 10 miliardi di euro per oltre 100mila alloggi in 10 anni, il fondo per il sostegno abitativo dei genitori separati e divorziati (20 milioni di euro) e il fondo per il sostegno del caregiver familiare (1,15 milioni di euro per il 2026). C’è poi il capitolo fiscale con «il taglio del cuneo fiscale» e «oltre 21 miliardi immessi direttamente nelle tasche degli italiani». Nessuna di queste cifre viene messa a confronto con l’inflazione che ad agosto è tornata a crescere del 3,3%, il livello più alto da settembre 2023.

Un altro tema è il calo dello spread a «meno di 80 punti base», ma secondo gli analisti il calo dipende soprattutto dal rialzo dei rendimenti tedeschi più che da un progresso equivalente dei titoli italiani. Infine politiche migratorie con la riduzione «dell’80%» degli sbarchi e l’aumento dei rimpatri. I 5.620 del 2026 vengono definiti «più di quanti ne fece Renzi in tutto il 2015». I dati Eurostat di 11 anni fa dicono però che nel solo 2015 i rimpatri italiani furono oltre 1.500 in più. di Gabriella Cerami

La politica estera. Gli show con Trump, poi la rottura e il gelo

Le avevano consigliato di inventare una scusa. Di ascoltare i segnali del cielo: neve e vento polare su Washington, tenersi alla larga dall’Inauguration Day di Donald Trump. E invece, Giorgia Meloni intirizzita va incontro al suo destino. Gennaio 2025, è l’unica leader occidentale presente. Segue lo show sporgendosi tra autocrati e sconosciuti. Fino a quel momento, tutto era filato liscio: la protezione di Joe Biden, le coccole di von der Leyen, le copertine della stampa internazionale, il G7 tra gli ulivi, l’inglese fluente. Politica estera come moltiplicatore di consenso in patria. Per un anno difende l’indifendibile Trump, al diavolo le prudenze degli europei e il fastidioso Macron, lei è il ponte sopra l’oceano. Come Icaro, si brucia. Brucia i ponti, soprattutto: gli europei sono stufi del leader Usa e dei suoi amici, l’opinione pubblica le rinfaccia la condanna tardiva della campagna di Israele contro Gaza. Snobba i Volenterosi, loro la escludono, intanto Tajani viene spedito al Board of Peace trumpiano col cappellino Maga: un disastro. Finché Trump si offende per Sigonella e si fa beffa di Meloni. L’espiazione segue il protocollo del tycoon: pubblica e volgare. Crolla l’impianto, si spegne l’ambizione: le restano solo i Volenterosi. Tenersi alla larga dalla politica estera diventa la nuova strategia. Adesso un comizio a Bari sembra meglio di un viaggio all’Onu. di Tommaso Ciriaco

Le riforme. Il premierato finito su un binario morto

Era la «madre di tutte le riforme». E il premierato deve avere preso così sul serio il suo ruolo materno che, dopo quattro anni di legislatura, è ancora in gestazione. La «più potente misura economica di cui necessita l’Italia» da ventisei (26) mesi, dopo la prima lettura in Senato, prende la polvere in un cassetto di Montecitorio. Nessun Fratello ne parla più, come capita con certi ex che si ha fretta di dimenticare. Impossibile che venga approvata entro il gong delle Politiche, con tanto di referendum. Ed era già la seconda scelta di Meloni, che nel programma elettorale del ‘22 sbandierava la promessa del presidenzialismo secco. Pure il Melonellum, legge elettorale sagomata su un premierato all’acqua di rose, ha dato finora solo grattacapi alla maggioranza: fragoroso patatrac parlamentare alla Camera sulle preferenze e adesso, dopo settimane di bizze, ancora non c’è accordo sui rammendi da portare a dama in Senato. Peraltro, incombe sempre il voto segreto. Anche l’autonomia differenziata, cara alla Lega, è arrivata all’approvazione in versione minimal, per poi essere impallinata dalla Corte costituzionale. Più che una rivoluzione, un contentino. Non c’è da stupirsi che di queste «potenti misure» invecchiate male, nelle 28 pagine di dossier confezionato da FdI per celebrare il governo più longevo, non ci sia traccia. di Lorenzo De Cicco

La sicurezza. La stretta securitaria che comprime i diritti

Quel calo dei reati del 10 per cento rilevato dalle statistiche del Viminale (ma assai meno dalla percezione della gente) lo hanno ottenuto a scapito di diritti fino ad ora inattaccabili. Un dato su tutti: quello dei bambini piccolissimi (30 contro gli 11 di due anni fa) finiti in carcere con le loro mamme, il diritto alla libertà di un bimbo calpestato per fermare una borseggiatrice in più. Più che la sicurezza promessa è una svolta securitaria quella impressa, con le limitazioni al diritto di manifestare, il fermo preventivo, le manette facili per i minori, la stretta sull’immigrazione propagandata come sinonimo di sicurezza. Ben otto provvedimenti di legge che non hanno reso sicure le città e fermato la violenza giovanile.

La promessa mantenuta è quella sul contenimento dei flussi migratori, più che dimezzati. Ma anche qui a scapito di diritti umanitari riconosciuti da tutte le convenzioni, finanziando la guardia costiera libica controllata da trafficanti e criminali come Almasri. I rimpatri degli irregolari restano una chimera. Anche perché di quei Cpr (uno per regione) annunciati in campagna elettorale, non ne è stato fatto neanche uno. L’unico, quello d’Albania, una macchina mangiasoldi che in quattro anni è riuscita a rimpatriare qualche decina di persone. di Alessandra Ziniti

L’economia. Conti a posto ma niente crescita e salari bassi

La disciplina di bilancio come stella polare. Per consegnare ai mercati e agli investitori il messaggio di un esecutivo affidabile, che non sfascia i conti. Mossa obbligata dopo che la coalizione si era presentata agli italiani con un programma zeppo di misure bandiera, ma dalla scarsa sostenibilità, come l’abolizione della riforma Fornero e la flat tax per tutti. Se la virata verso il controllo della spesa, a iniziare dallo stop al Superbonus, ha portato a risultati come il calo dello spread, passato da 233 a meno di 80 punti, o la riduzione del deficit fino ad arrivare a sfiorare l’uscita dalla procedura d’infrazione, non per questo ha risolto le criticità strutturali. La zavorra del debito resta la più pesante di tutta l’Eurozona. Non solo. La disciplina fiscale non si è tradotta in una spinta alla crescita. Il Pil resta fiacco, la produttività affanna. Gli investimenti rischiano di precipitare ora che il Pnrr è arrivato al capolinea. L’industria è in recessione. Tante le vertenze aperte, a iniziare dall’ex Ilva. Luci e ombre anche sui risultati migliori. Il taglio delle tasse per i redditi medio bassi deve fare i conti con una pressione fiscale in aumento e salari erosi dal caro vita. L’occupazione record è garantita dagli over-50, giovani e donne indietreggiano. Ora c’è la coda della legislatura. La fiammata dell’inflazione mette il governo davanti a un bivio: stringere la cinghia o giocarsi le ultime fiches elettorali nelle urne? di Giuseppe Colombo

La sanità. Riforma al palo, boom della spesa farmaceutica

Una nuova organizzazione del territorio che ancora deve partire, carenze degli organici, soprattutto degli infermieri, liste di attesa ancora troppo lunghe. Tra riforme mancate, polemiche sempre dietro l’angolo sui vaccini (con tanto di astensione dell’Italia dal nuovo piano pandemico internazionale dell’Oms insieme a Iran e Russia), nomine sbagliate, finanziamenti non sufficienti, sono stati anni di spine per la sanità. Il ministro alla Salute Orazio Schillaci, tecnico spesso schiacciato dagli appetiti delle correnti di Fdi, ha dovuto rinunciare a tante novità promesse. Come quella di una stretta sulle sigarette elettroniche, mai arrivata. Ma anche la riforma dei medici di famiglia non è stata conclusa. I soldi del Pnrr hanno permesso di aprire le Case di comunità previste, sorta di super ambulatori, ma ora vanno fatte funzionare, visto che solo poche sono partite a pieno regime. Manca personale e del resto c’è un serio problema di carenze di organico, soprattutto di infermieri. Ma uno dei problemi più significativi, che in questa legislatura è peggiorato in modo importante, è la spesa farmaceutica. Nel 2025 la spesa ha toccato i 25 miliardi, nel 2022 era di 20,5 miliardi, è quindi aumentata del 22% in tre anni. La questione medicinali è una spina nel fianco per Schillaci. E per il governo. di Michele Bocci

La cultura e l’informazione. L’egemonia arenata e i russi in Biennale

Ribaltare l’egemonia culturale della sinistra: la missione del governo Meloni, quattro anni dopo, si è risolta in un mega flop a base di riforme pasticciate, attori in rivolta, russi in marcia su Venezia, occupazione militare della tv di Stato. Una commedia all’italiana che però non fa ridere. Si comincia con Gennaro Sangiuliano chiamato a guidare la riscossa, con tanto di Dante e Gramsci arruolati fra i pensatori di destra, finito travolto dal caso Boccia. Sipario. Arriva Alessandro Giuli. La rivoluzione cambia ministro, ma non copione. Che si fa ancora più turbolento. La premier era stata chiara: il tax credit voluto da Franceschini è un «sistema malato», fatto per premiare i film “rossi” che incassano zero al botteghino. Si cambia. Parte la stretta: controlli, istruttorie, decreti e contro-decreti. È il caos. Il cinema si ribella. Mentre dai contributi restano fuori progetti di alto valore come il doc su Regeni. E si sbarca in laguna. La Biennale di Buttafuoco riapre il padiglione russo, chiuso dal ‘22. Bruxelles non gradisce, Giuli prende le distanze e l’Ue infine taglia 2 milioni. Altro giro altra corsa. La Rai, il grande bottino, dove la promessa di liberare il servizio pubblico dalla politica si tramuta nella presa della Bastiglia: direttori, conduttori, palinsesti, tutto profuma di Meloni. Senza quella matrice non entri. E gli ascolti crollano. Volevano l’egemonia culturale, si sono accontentati delle poltrone. di Giovanna Vitale

La giustizia. Guerra alle toghe ma il referendum è un fiasco

Coesi nell’indebolire la lotta contro colletti bianchi e amministratori infedeli. Ma con la vittoria del no soffiano venti di tempesta. La bocciatura della riforma sulla giustizia scuote il governo e lascia tuttora divisioni e strappi tra lo stop dei meloniani che temono il contraccolpo di altre norme anti-giudici, e il pressing da rivalsa di Forza Italia che, su prescrizione e responsabilità civile, non intende mollare. Su tutto, resta il fallimento più grave, il buco nero trasversalmente riconosciuto: il dramma carceri.

Sul terreno dell’offensiva all’“invadenza intollerabile” delle toghe, parole di Giorgia Meloni, l’ esecutivo incide con freni e paletti: l’abolizione dell’abuso d’ufficio, l’attenuazione del traffico di influenze, la stretta sulle intercettazioni cosiddette “a strascico”, il bavaglio alle Procure e alla stampa. La marcia si infrange solo contro i 15 milioni di no, la stangata delle urne. Cade il progetto di presentarsi alle Politiche con lo scalpo dei magistrati. Ma il governo ha fatto in tempo a indebolire i pm e separare le carriere con la riforma sulla Corte dei Conti: i cui magistrati in lotta chiedono lumi alla Consulta. E mentre è espugnata la Scuola della magistratura (per la prima volta, a guidare c’è un prof amico dei meloniani), le mani si allungano anche sul Consiglio di Stato. Dove da mesi è congelata una nomina ai vertici per uno scontro anomalo. Su cui ha acceso un faro perfino il Quirinale. di Conchita Sannino


Il generale Battisti: “In caso di errori o incidenti la guerra in Ucraina può estendersi in Europa”


Il generale Giorgio Battisti, ex comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia: “Né la Russia né l’Alleanza Atlantica vogliono uno scontro diretto. Il rischio di escalation risiede nell’errore umano o nell’incidente”.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – La guerra in Ucraina sta cambiando forma e rischia di allargare i suoi confini. Se lungo i 1.200 chilometri di fronte il conflitto è sostanzialmente in stallo, lontano dalla prima linea l’escalation è nei fatti. Dai droni esplosivi russi piazzati negli aeroporti tedeschi – cuore logistico della NATO – agli avvertimenti di Zelensky sulla sicurezza dei cieli sopra Mosca, fino alle imponenti operazioni di guerra elettronica dell’Alleanza Atlantica sull’exclave di Kaliningrad, i segnali di un confronto sempre più serrato si moltiplicano. Non a caso lo stesso ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – presidente del comitato militare NATO – ha recentemente evocato una postura dell’alleanza più offensiva, segnando un punto di svolta nella deterrenza verso il Cremlino.

Ma quanto è reale il rischio di un allargamento formale del conflitto ai Paesi dell’Alleanza? E quali sono i punti di rottura che potrebbero innescare l’Articolo 5? Per decifrare le dinamiche di questa nuova fase, abbiamo intervistato il Generale Giorgio Battisti, già comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia. Il quale è convinto che né l’Alleanza Atlantica né la Russia sono alla ricerca di uno scontro diretto, ipotesi che tuttavia non può essere del tutto esclusa dall’impatto della guerra ibrida di Mosca, da quello dei missili occidentali assemblati a Kiev e, soprattutto, dallo scenario più temuto: un incidente nei cieli baltici o una provocazione russa mirata, potenzialmente capace di trascinare l’Europa intera in una guerra aperta.

Generale Battisti, qual è il punto della situazione sul campo e cosa indicano gli attacchi sempre più intensi di questi ultimi giorni?

Per capire l’evoluzione del conflitto occorre distinguere ciò che accade sul fronte da ciò che avviene nei territori interni dei due Paesi. Per quanto concerne il fronte, che si estende per oltre 1.200 chilometri, è sostanzialmente bloccato in una dura guerra di logoramento: l’Ucraina ha ottenuto limitati guadagni territoriali a sud, mentre la Russia continua a spingere nel Donetsk per conquistare l’ultimo 10-15% del territorio non ancora sotto il controllo di Mosca. L’obiettivo delle forze russe è aggirare da nord e da sud le città fortificate dal 2014 – come Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka – oltre le quali non vi sarebbero più linee difensive ucraine strutturate fino al fiume Dnipro.

Negli ultimi mesi si è intensificato lo scambio di attacchi a lungo raggio. Kiev impiega droni e missili in profondità contro raffinerie, depositi di carburante e centri logistici come la cosiddetta “Amazon russa” per intaccare la vita quotidiana della popolazione in vista delle elezioni della Duma. Questo sta erodendo il consenso di Putin, che seppur continui a essere molto alto è sceso dall’85% di gennaio al 75% di luglio secondo i dati dell’ONG russa Levada. La Russia risponde colpendo sistematicamente le centrali elettriche ucraine: con l’80% delle infrastrutture energetiche fuori uso, si prospetta un inverno drammatico per la popolazione civile, con temperature che possono raggiungere i -30°C. A questo si aggiungono i bombardamenti sui porti di Odessa e del Mar Nero per bloccare l’esportazione del grano, principale fonte di introito di Kiev, e i frequenti sconfinamenti di droni nei Paesi vicini come Romania e Bulgaria.

Ieri Zelensky ha avvertito le compagnie aeree internazionali che i cieli russi potrebbero non essere più sicuri. Come interpreta questa dichiarazione?

L’avviso rivolto da Zelensky alle linee aeree internazionali suona come una velata minaccia di poter estendere gli attacchi ucraini non solo agli aeroporti commerciali e civili sul territorio russo – compresi i quattro scali di Mosca – ma agli stessi velivoli in volo nei cieli della Russia. Se questa intenzione dovesse tradursi in attacchi concreti contro aerei commerciali carichi di passeggeri inermi e stranieri, ci troveremmo di fronte a uno scenario drammatico. Non a caso, questa presa di posizione ha provocato l’immediata reazione di Putin, che ha accusato Kiev di “terrorismo internazionale”.

Regno Unito e Francia hanno annunciato la condivisione di tecnologie per la produzione in Ucraina dei missili Storm Shadow/SCALP. Si tratta di una svolta o non cambierà gli equilibri?

I missili Storm Shadow britannici e SCALP francesi sono la stessa tipologia di missile cruise lanciato da aerei, con oltre 500 chilometri di gittata e 450 chili di esplosivo. L’Ucraina li impiega già da tempo con successo, come dimostra il recente attacco che ha distrutto un centro di comando russo sul fronte nord.

La novità risiede nell’autorizzazione ad assemblarli direttamente sul territorio ucraino. Tuttavia, dal punto di vista pratico non si tratta di una svolta immediata. A meno che non siano state approntate con largo anticipo, allestire queste catene di montaggio richiede l’individuazione di siti idonei, il trasporto di macchinari complessi e il reclutamento di maestranze e ingegneri specializzati: è un processo che richiederà circa un anno prima di sfornare i primi missili pronti all’impiego. Vi sono inoltre due forti criticità: queste fabbriche diventeranno subito bersagli strategici prioritari per i missili russi e sussiste il concreto rischio che le tecnologie sensibili possano essere scoperte o sottratte tramite spionaggio o corruzione, motivo per cui ad esempio gli Stati Uniti hanno frenato sull’assemblaggio dei Patriot.

È notizia di ieri che la Germania ha formalmente accusato la Russia di aver collocato un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia vicino a un cargo ucraino. Qual è il significato di questo episodio?

Dall’inizio della guerra si contano circa 200 atti di sabotaggio o tentativi di aggressione ibrida in Europa, ma per la prima volta un governo – attraverso due ministri di punta – ha attribuito in modo formale e diretto la responsabilità a Mosca. La Germania è il bersaglio principale di queste azioni perché rappresenta il perno logistico dell’impegno occidentale: sul territorio tedesco arrivano e vengono smistati i rifornimenti per Kiev, risiedono i comandi di coordinamento della NATO e vengono anche assemblati i missili antiaerei Stinger. L’attacco sventato al cargo Antonov-124 a Lipsia dimostra come la Germania sia il nodo centrale che la Russia cerca di destabilizzare.

Il mese scorso l’ammiraglio Cavo Dragone ha sollecitato una postura più attiva della NATO: poco dopo c’è stata un’importante operazione di guerra elettronica su Kaliningrad. Che segnale manda l’Alleanza?

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, la massima autorità militare della NATO, ha dichiarato che è giunto il momento per l’Alleanza di superare una postura puramente difensiva nei confronti degli attacchi cyber e ibridi russi, adottando un atteggiamento più attivo e offensivo.

Un primo segnale concreto si è visto a cavallo di ferragosto: per tre giorni, tra i 30 e i 50 velivoli alleati hanno condotto un’operazione di guerra elettronica contro l’exclave russa di Kaliningrad, oscurando e neutralizzando le comunicazioni delle basi e dei sistemi missilistici a capacità nucleare lì concentrati. Questa manovra ha mostrato la capacità della NATO di intervenire con decisione in caso di escalation, segnando un netto cambio di passo nella deterrenza.

Alla luce di queste manovre e della tensione crescente, c’è il reale rischio di un allargamento della guerra ai Paesi della NATO?

Né la Russia – già palesemente in difficoltà nel conflitto logorante in Ucraina  – né la NATO desiderano uno scontro aperto e il riarmo dell’Alleanza ha una funzione essenzialmente deterrente. Tuttavia, quando centinaia di aerei pattugliano quotidianamente i confini e i caccia russi provocano entrando per pochi secondi nello spazio aereo baltico, il rischio principale risiede nell’errore umano o nell’incidente. In situazioni in cui le decisioni devono essere prese in manciata di secondi da piloti o soldati sul campo, un errore di valutazione o una reazione d’impulso potrebbero innescare una reazione a catena incontrollabile. Siamo nel campo delle ipotesi, ma chiaramente quando si hanno centinaia di migliaia di militari dispiegati in aria, terra e mare un errore può sempre capitare.

Un altro scenario potrebbe riguardare la possibilità, sempre del tutto ipotetica al momento e non sostenuta da evidenze, che la Russia decida di testare la tenuta dell’Alleanza nei Paesi Baltici. In Estonia e Lettonia risiedono significative minoranze russofone (pari al 24-25% della popolazione) a cui Mosca ha concesso passaporti d’ufficio, rivendicando il diritto di intervenire a loro tutela. Un’operazione “limitata” o una provocazione mascherata da “intervento umanitario” per proteggere le popolazioni russofone – sulla falsa riga di quanto fatto nel Donbass o da Stalin in Polonia nel 1939 – servirebbe a Putin per mettere alla prova la coesione della Nato e l’applicazione dell’Articolo 5, rappresentando il pericolo più concreto di estensione del conflitto. Sottolinea, però, che si tratta al momento più di un’ipotesi teorica che di una minaccia concreta.


“Da soli non ce la facciamo più”


(Giancarlo Selmi) – Signora Meloni le racconto una tragedia: si chiamavano Luca e Valentina ed erano i genitori della piccola Bianca, cinque anni, nata con una paralisi cerebrale. Avevano dedicato al loro piccolo angioletto la vita, gli sforzi, i risparmi, ogni energia possibile, come fanno tanti genitori di bambini speciali: genitori che non si rassegnano, che non accettano di vedere i propri figli inghiottiti dalle voragini burocratiche, dai tagli mascherati da riorganizzazioni, dai muri di gomma eretti proprio da quelle istituzioni che dovrebbero aiutare e che, invece, spesso intralciano. Luca e Valentina avevano scelto di fare, non di aspettare, avevano scelto la speranza, non la rassegnazione. Avevano cercato cure, pratiche riabilitative, percorsi capaci di migliorare la qualità della vita e il futuro della loro amatissima figlia. Erano arrivati fino in Messico, dove sistemi riabilitativi moderni avevano mostrato risultati apprezzabili. Ma quei percorsi costavano moltissimo. Troppo.

Si sono rovinati economicamente, ma volevano continuare ad avere speranza e vedere risultati, forse piccoli, ma risultati. Non potevano più e nessuno li ha aiutati. Neppure quello Stato che continuiamo ostinatamente a considerare civile, avanzato, degno di stare nel cosiddetto “primo mondo” e che, davanti alla fragilità più assoluta, troppo spesso non è più nulla di tutto questo. Sono rimasti soli. Soli con la fatica, con la paura, con i conti da pagare, con una bambina da proteggere. Sono rimasti soli con la disperazione che, alla fine, ha preso il sopravvento. E se ne sono andati, insieme, tutti e tre. Luca, Valentina e Bianca non parteciperanno ai festeggiamenti per la longevità del suo governo, signora Meloni. Non ci saranno. Non possono esserci più.

Forse avevano capito, prima di tanti altri, che non c’è davvero nulla da festeggiare in un Paese che lascia soli i suoi figli più fragili e le famiglie che provano a tenerli in vita, a curarli, ad accompagnarli, ad amarli oltre ogni limite umano. Non c’è nulla da festeggiare quando una famiglia viene costretta a diventare bancomat, infermiera, autista, fisioterapista, segreteria amministrativa, ufficio reclami, santa e martire al posto di chi avrebbe il dovere di esserci. Non c’è nulla da festeggiare quando il mondo della disabilità viene trattato come una voce di spesa, un fastidio contabile, un problema da accorpare, comprimere, rinviare, scaricare sulle famiglie. Lei, signora Meloni, sta apparecchiando un Paese sempre più duro con i deboli e sempre più premuroso con i forti. Un Paese che chiede sacrifici a chi è già stremato, che pretende resistenza da chi è già allo stremo, che lascia che i genitori coprano con il proprio corpo, con il proprio lavoro, con la propria salute e con i propri risparmi i buchi sempre più grandi del sistema.

E intanto i giornali che hanno dedicato migliaia di articoli a Ranucci, alla famiglia nel bosco, a Garlasco, su Luca, Valentina e Bianca hanno detto poco o nulla. Un trafiletto. Una notizia laterale. Una tragedia enorme infilata dove non disturba troppo. I telegiornali, idem. Perché il dolore dei disabili e delle loro famiglie non fa rumore, non porta share, forse neppure voti. Non genera indignazione comoda e non serve neppure per la grande recita quotidiana. E lei, signora Meloni, oggi trova il tempo per dedicare un post a un disagiato che ha molestato una bambina, perché “straniero”, ma non trova una parola per Luca, Valentina e Bianca. Non una parola per questi genitori che, secondo me, sono eroi civili. Vittime di uno Stato canaglia che non protegge i suoi figli più fragili. O forse quel post non lo poteva fare. Perché bisognerebbe dire che i fondi per la disabilità sono stati accorpati tutti in uno e che, in quell’operazione, secondo studi autorevoli e accreditati, si sono perse per strada risorse per molti milioni. Qualcuno ha scritto che siano 380.

Ma non si sono perse per strada, vero, signora Meloni? Li avete risparmiati. Sono risparmi tolti alla vita, risparmi sottratti alle famiglie, ai bambini, alle terapie, all’assistenza, alla dignità, alla possibilità di respirare un giorno in più senza sentirsi abbandonati. Risparmi tolti alla vita per comprare strumenti di morte. E uno solo di quei milioni, o anche solo una parte, forse avrebbe potuto cambiare il destino di Luca, Valentina e Bianca. Forse avrebbe potuto tenere accesa una possibilità. Forse avrebbe impedito che una famiglia intera arrivasse a pensare di non avere più alcuna via d’uscita. Forse, chissà, avrebbero potuto festeggiare anche loro, invece non festeggeranno. Perché non ci sono più e perché non c’è nulla da festeggiare. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese che costringe i genitori dei bambini disabili a mendicare diritti. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese che trasforma l’amore in debito, la cura in rovina economica, la fragilità in condanna. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese dove chi dovrebbe proteggere si volta dall’altra parte e poi si presenta sorridente davanti alle telecamere.

Luca, Valentina e Bianca meritavano molto più di un post. Meritavano uno Stato, aiuto, ascolto. Meritavano una rete vera, non promesse, una vita possibile. Invece sono diventati l’ennesima ferita nascosta sotto il tappeto della propaganda. Si vergogni, signora Meloni. Si vergogni per la politica da macelleria sociale, per i tagli mascherati, per le assenze, per le parole non dette, per i post scritti e per quelli non scritti. Si vergogni per le menzogne raccontate a chi ogni giorno combatte dentro case trasformate in reparti, ambulanze, palestre, uffici e trincee. Per il disagio e le sofferenze che questa politica sta provocando a tante, troppe persone. Si vergogni lei, e si vergognino i suoi compagni di succulente e non condivise merende.

Perché Luca, Valentina e Bianca non sono una notizia minore, sono uno specchio e dentro quello specchio c’è il volto di un Paese che ha smesso di proteggere i più fragili. Un Paese che, oggi, non ha proprio nulla da festeggiare. La longevità del suo governo, signora Meloni, è il requiem da voi dedicato a questo Paese. Altro che festa.


Il terrorismo americano e la resistenza iraniana


(Tommaso Merlo) – Dopo la strage della scuola, ecco quella del matrimonio, prosegue la scia terroristica americana. Bombe su civili inermi e strangolamento economico per farli morire tutti di fame mentre il mainstream divaga e l’Europa sventola false bandiere russofobe. Mesti spasmi da fine impero mentre ad Est sta nascendo un nuovo mondo. Trump non accetta la sconfitta strategica con l’Iran e invece di dare retta ai suoi generali e servizi, ubbidisce ai nazi sionisti che infestano la Casa Bianca. Bisognerà aspettare gli storici per sapere se davvero è vittima di ricatti legati allo schifo Epstein oppure solo del suo ego perfido che non accetta di risvegliarsi dalle favolette che si racconta da solo. Tipo che ha distrutto l’Iran, tipo che controlla lo Stretto di Hormuz o che è un presidente grandioso e non la peggiore sciagura della storia americana come certificano i sondaggi. E mentre altri generali si dimettono e le truppe tentano il suicido piuttosto che battersi per i sionisti o mangiare certi ranci, cresce silenziosamente la preoccupazione. Sui mercati, come nei palazzi, come sul campo di battaglia. Se la Russia ha demilitarizzato la Nato in Ucraina, l’Iran sta demilitarizzando l’esercito americano nel Golfo facendo saltare illusioni imperiali e fragili equilibri anche esistenziali. Dopo avergli svuotato gli arsenali, l’Iran continua a mandare in fumo miliardi in velivoli, radar e attrezzature che gli americani stavano risistemando di soppiatto in Giordania e in altri emirati. Il mainstream lima, ma sostanzialmente al momento l’Iran è militarmente superiore agli Stati Uniti che non hanno nemmeno una strategia e sono in balia delle bizze narcisistiche di Trump. Un vecchio demente che invece di affrontare la realtà ed arrendersi, continua a mentire e minacciare e bombardare a caso anche civili con l’unico risultato di unire e motivare la Repubblica Islamica come non mai invece di distruggerla. Anche lo strangolamento economico è una barzelletta per gli iraniani dopo mezzo secolo di inutili sanzioni e con Cina e Russia che hanno detto no a quella robaccia terroristica. Il mainstream svia ma l’unico che ha le idee chiare è l’Iran. Vuole mantenere il ferreo controllo dello Stretto e l’applicazione del Memorandum firmato da Trump oltre ad aver specificato un punto fondamentale. Altro che smantellare l’asse della resistenza, l’Iran vuole portarlo alla vittoria e liberare il popolo palestinese e libanese e mandare Netanyahu all’inferno. Parole loro. E anche in fretta visto che non c’è momento storico migliore visto che gli Stati Uniti sono in balia di una leadership disastrosa, i cittadini americani sono contro questa ennesima guerra per conto degli odiati sionisti e soprattutto visto il clamoroso sbando dell’esercito più costoso del mondo. Più attende, più l’Iran dà tempo ai suoi aggressori di riorganizzarsi e l’opportunità di logorarli piano piano. Oltre al vantaggio militare, oggi l’Iran ha il favore dei popoli del mondo intero e alle spalle sia la rediviva Russia che soprattutto il gigante cinese che acquista il 90% del petrolio iraniano e continuerà a farlo. Nemmeno il ricorso all’atomica degli aggressori li spaventa, come se avessero previsto anche questa mossa. L’Iran preferisce la via diplomatica ma la strage del matrimonio potrebbe essere l’inizio dell’annunciato contrattacco. Non più solo rappresaglie ma presa dell’iniziativa militare per scacciare del tutto gli americani dal Golfo e raggiungere gli obiettivi strategici che arrivano fino a Gaza. Ma il mainstream preferisce straparlare d’altro e illudersi che l’impero sia eterno e che la verità storica si possa censurare per sempre. Già. Siamo noi i cattivi, siamo noi quelli che si riempiono la bocca di democrazia e diritti umanai e poi bombardiamo civili, rapiamo capi di stato, affamiamo popoli interi, rovesciamo viscidamente governi che non ci aggradano, sfruttiamo risorse altrui. Siamo noi il pericolo, altro che rubare miliardi alle masse per difenderci da nemici inventati ad arte dalla lobby della guerra. Siamo noi gli aggressori, i provocatori, gli artefici del caos e dell’ingiustizia che ha causato milioni di morti ed ha costretto altrettanti sopravvissuti ad emigrare. Al timone la prepotenza ed ignoranza americana e noi meschine colonie al seguito. Anche basta. Cresce silenziosamente la preoccupazione ma che quel perfido demente di Trump stia facendo stramazzare gli Stati Uniti al suolo prima del previsto, è una ottima notizia per il mondo intero e quindi anche per noi colonie che potremo ritrovare senso e libertà sbarazzandoci delle classi inservienti che hanno disgraziatamente scalato le nostre democrazie. Le stesse che in queste ore sventolano false bandiere russofobe per salvare faccia e poltrone. Piuttosto che ammettere la disfatta e rovinarsi la carriera, preferiscono la terza guerra mondiale. Mesti spasmi da fine impero mentre ad Est sta nascendo un nuovo mondo.


La retorica del programma tv che si ripaga con la pubblicità!


(di Claudio Plazzotta – Italia Oggi) – Quando c’è un programma televisivo il cui futuro è traballante o del quale, per qualche motivo, si contestano i costi, c’è il riflesso pavloviano, da parte dei conduttori o dei fan, di sottolineare come invece quella trasmissione «si ripaghi coi soldi incassati dalla pubblicità» e faccia «guadagnare molto al broadcaster tv grazie agli spot». 

Ecco, questa narrazione, che è stata usata in passato da molti personaggi, da Bruno Vespa a Michele Santoro, da Fabio Fazio fino a Sigfrido Ranucci, va smontata pezzo per pezzo. 

Perché solo il 2-3% degli investitori pubblicitari pianifica campagne all’interno di una trasmissione tv in particolare. 

Il resto degli spot, quindi praticamente tutti, arrivano su un canale piuttosto che su un altro solo perché fanno parte di pacchetti venduti in blocco, per raggiungere un determinato numero di teste e un certo target, ma senza obiettivi specifici legati a questo o quel programma. 

ItaliaOggi ha parlato con uomini che sono o sono stati ai vertici delle principali concessionarie pubblicitarie del mondo televisivo. Manager che, ovviamente in via anonima, hanno spiegato bene il meccanismo. 

Report, per restare all’ultimo caso di cronaca, è una trasmissione su Rai 3 che nella stagione 2025-26 ha raggiunto una share media dell’8,8%. Ranucci ne ha assunto la conduzione nel 2016, dopo quasi 20 anni di Milena Gabanelli. Era sostanzialmente uno sconosciuto e, nelle edizioni successive, ha confermato gli ascolti che faceva la sua maestra, riuscendo, qualche volta, addirittura a migliorarli. 

Perché, e qui virgolettiamo quanto riferito dai manager consultati da ItaliaOggi, «gli investitori fanno un acquisto tecnico degli spazi. I risultati della raccolta pubblicitaria, quindi, non sono mai merito del singolo programma e quasi mai del singolo conduttore, ma semplicemente del canale e della fascia oraria, tranne rarissime eccezioni. E l’esempio di Amadeus, con ascolti al top su Rai 1 e scomparso su Nove, è lì a dimostrarlo». 

E allora come funziona sta benedetta pianificazione pubblicitaria? 

«Beh, di sicuro gli investitori chiedono di fare pubblicità durante il Festival di Sanremo, o quando ci sono le partite di calcio della Nazionale, o per la Ruota della fortuna, la grande serialità tipo Montalbano. Oppure chiedono il primo spot all’interno del break pubblicitario. Le concessionarie danno tutto quello che viene chiesto, ma in cambio chiedono di pianificare, e pagare, anche un po’ di spot su Rete 4 o Rai 3, che altrimenti nessuno pianificherebbe, oppure su Iris o Rai 5.

È la politica dei pacchetti: altrimenti sui canali tv più piccoli ci sarebbero solo telepromozioni o campagne tipo Telethon». 

Insomma, tranne rare occasioni, nessun brand chiede mai un programma in particolare: cerca semplicemente dei numeri, dei target, a prescindere da chi li fa.

Quindi nè Report, nè Vespa, nè altri possono considerare un loro personale successo la pianificazione di un certo numero di spot dentro i loro programmi. 

Succede in Rai, in Mediaset, ma pure a Sky o a Discovery, dove l’unico canale per il quale «si richiedono pianificazioni è Nove. 

Poi è chiaro che se ci sono trasmissioni particolarmente critiche verso le aziende, i brand se ne vogliano stare alla larga, «e di sicuro nessun investitore ha mai chiesto di essere pianificato all’interno di Report». 


I sospetti sui legami di Vannacci con il Cremlino preoccupano la premier: “Non si sa a chi risponde”


A via della Scrofa cresce la diffidenza sull’ex generale. Lui però della leader dice: “Potrebbe essere un ottimo capo dello Stato”

I sospetti sui legami di Vannacci con il Cremlino preoccupano la premier: “Non si sa a chi risponde”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – La pistola fumante, quella decisiva per sciogliere i garbugli dei noir, dentro FdI, nessuno ce l’ha. Il sospetto, invece, ce l’hanno in tanti. E non certo da ieri, dall’inchiesta pubblicata dal Financial Times, che tratteggia Roberto Vannacci come il «cavallo di Troia di Mosca» che «mette alla prova» Giorgia Meloni. Sussurri e sfoghi, una ridda di voci e timori che arriva fino alle orecchie della premier. Non a caso, da mesi, a cronisti e parlamentari che chiedono ai big di via della Scrofa, sottotraccia, perché s’impuntino così a mettere il veto sull’alleanza con le truppe dell’ex generale – che a Cartabianca ieri sera si è sbilanciato parlando della leader come di un possibile “ottimo capo dello Stato”- si aggiunge sempre una risposta estranea alle considerazioni tutte partitiche, sul temuto travaso di consensi all’interno della maggioranza. E suona così: «Poi Vannacci non si sa a chi risponde». O ancora, più tranchant: «Non vorremmo poi dover rispondere a Mosca». Alle domande successive, se ci siano prove inoppugnabili di un legame tra l’ex parà e addentellati del Cremlino, scrollate di spalle. «È complicato». Insomma no, non alla luce del sole almeno.

Il Copasir ormai riceve ogni mese dal governo un report sull’impatto della disinformazione nel nostro Paese, ad opera di attori stranieri, a partire dalla Russia«Guerra ibrida». Pure su Lipsia è stata chiesta un’informativa urgente ai servizi, il comitato che vigila sull’intelligence si riunirà la settimana prossima. Nei report che trasmette Palazzo Chigi sulla cosiddetta “Fimi” (Foreign Information Manipulation and Interference) si parla soprattutto di campagne social, non di soggetti politici italiani. Però tra i Fratelli il timore resta. Sottotraccia, si cerca di capire – e non ci si spiega con canoni tradizionali – come Vannacci sia riuscito a macinare prima visibilità e poi soldi in tempi record. Nelle chat di FdI, da fine luglio, circola uno studio pubblicato sulla piattaforma Substack, che approfondisce proprio questo aspetto: l’ascesa dell’ex generale, la pagina di Wikipedia a lui dedicata, che viene modificata «sistematicamente» molto prima del libro “Il Mondo al contrario” e proprio quando l’attuale capo di Fn «è a Mosca – si legge – in missione da addetto militare presso l’ambasciata italiana. Un uomo invisibile». Il report pone domande anche sui flussi di denaro, che secondo la tesi circolata nelle chat di FdI potrebbero ricondurre anche «alla galassia Maga».

La spirale di crucci e diffidenze sui legami all’estero incrocia un altro tema: la tenuta di un esecutivo con Vannacci dentro. A parole, Meloni non vuole rinnegare la posizione scelta a difesa dell’Ucraina e della resistenza di Zelensky dallo scoppio del conflitto, quando sedeva ancora ai banchi dell’opposizione. E certo, quest’anno, a differenza dei precedenti, non è ancora stato spedito nemmeno un pacchetto di aiuti militari in direzione Kiev. Si lavora al tredicesimo, con tempi tutt’ora incerti. Ma a gennaio il Parlamento ha rinnovato il “decreto cornice”, che autorizza l’esecutivo a inviare munizioni per tutto l’anno. E proprio dentro FdI in queste ore ricordano che il primo, clamoroso strappo di Vannacci con Matteo Salvini risalga a quelle settimane lì. Sul finire di dicembre, dopo mesi di trattative tribolatissime tra Guido Crosetto e gli sherpa leghisti (in testa Claudio Borghi), la coalizione di governo riuscì ad acciuffare un accordo al fotofinish per prorogare le autorizzazioni. Venne inserito nel testo che in via «prioritaria» il sostegno avrebbe riguardato mezzi ad uso «civile». Più le armi, come sempre. Mentre la Lega brindava, Vannacci, ancora vicesegretario del partito, ruppe per la prima volta col vicepremier: «Acrobazie lessicali, con questo decreto si continua una guerra persa, basta armi all’Ucraina». La scissione, formalizzata un paio di mesi dopo, cominciò da lì, dalla guerra a Kiev.

Col senno di poi, per i “Fratelli” non è stato forse un caso. Anche per questo Meloni frena sull’alleanza: perché con Salvini, raccontano i suoi, alla fine si trova sempre un accordo. Mentre Vannacci «è uno che stacca la spina», se non accontentato. Dunque non si può imbarcare. Anche se si rischia di farsi male alle politiche: l’ultimo sondaggio riservato commissionato dalla maggioranza – e che impazza nelle chat di Forza Italia – lo proietta al 12%.