Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La malapolitica italiana e la speranza da oltreoceano


(Tommaso Merlo) – Ci risiamo, i partiti non solo selezionano i peggiori, ma li proteggono pure quando piantano rogne. E questo perché nella malapolitica la fedeltà è tutto, fedeltà ad un boss e ad una cricca partitica nella buona e nella cattiva sorta finché le sbarre non li separano. Puoi anche essere un imbecille patentano o un noto lestofante, ma se sei fedele come un barboncino nano e lecchi le chiappe giuste al momento opportuno, nella malapolitica italiana prima o poi una poltroncina vellutata su cui posarti ed ingrassare satollo la trovi. Se poi porti voti, puoi arrivare in cima in un lampo. Il tutto a condizione che la tua fedeltà sia cieca e cioè devi idolatrare il tuo capobastone a prescindere e negare fino alle lacrime anche se venisse sorpreso con un sorcio obeso in bocca. È così, nella malapolitica la verità è roba da ingenui, la morale da sfigati e i nobili principi da drogati. Oggi a me e domani a te. Un pararsi il deretano a vicenda per ragioni di reciproca cortesia ma anche per praticità perché in certi ambientini politici volano sorci da tutte le parti ed è un attimo ritrovartene uno in bocca. E quindi servono onorevoli che abbassino la testa o la girano dall’altra parte nel momento opportuno e in caso di grosse magagne, si chiudono a testuggine. Fedeltà che fa rima con faziosità. Onorevoli che procedono coi paraocchi della propria cricca partitica e non vedono una mazza al di là del loro carrieristico naso. Non potere come mezzo per fare il bene comune, ma come fine per fare il bene proprio. Faziosità al punto da manipolare l’evidenza e poi avere pure il coraggio di vantarsi della propria trasparenza davanti al grande pubblico. Quanto al dormire bene la notte basta aumentare le pastigliette magiche oppure dare la colpa agli altri, ai nemici politici che vogliono il tuo scalpo o alla giustizia che si intestardisce a voler essere uguale per tutti anche in paesi andati a male come l’Italia. Un paese in cui onestà intellettuale, legalità e merito sono stati rimpiazzati da fregnacce propagandistiche utili a ravvivare le curve e far tenere i sondaggi. Potere come fine e non come mezzo e realtà virtuale in cui rintanarsi illusi di essere importanti e perfino eterni. Oramai quello che sorprende è che ci sia ancora in giro gente che vota e gli dà retta, come se si bevessero pure la fregnaccia che non esistono alternative e che non serva a nulla impegnarsi per un cambiamento radicale. Ma la speranza pare sia l’ultima a crepare e segnali incoraggianti arrivano da oltreoceano e in particolare dagli Stati Uniti, un paese dove la depravazione politica e morale hanno raggiunto livelli talmente putridi da piazzare un delinquenziale celebroleso alla Casa Bianca. Ebbene, è notizia di queste ore la vittoria alle primarie democratiche di un certo Abdul El-Sayed, un giovane medico di origine egiziane dalla lingua arzilla e virtuosa che ha vinto nonostante i sionisti e altre mafie lobbistiche abbiano investito la cifra stratosferica di 60 milioni di dollari sulla sua avversaria, una squilibrata che dal palco starnazzava di sognarsi Israele anche di notte. Cosa che avrebbe detto anche del Congo o della Mongolia se fossero stati quei paesi a corromperla fino all’osso sacro. Fatto sta che dopo Mamdani, si impone un altro candidato detestato dal sistema e perfino dai pezzi grossi del suo partito. A conferma di come la democrazia sia ancora viva e quando i cittadini hanno la possibilità di votare progetti alternativi e di qualità, lo fanno fregandosene di campagne pubblicitarie milionarie e delle prediche di un establishment ormai grottesco. E più i candidati sono anti sistema, più piacciono. Negli Stati Uniti imperversa il pensiero unico neoliberista ed entrambi i partiti sono corrotti dalle stesse mega lobby tra cui quella sionista. Ebbene, Abdul ha rifiutato i loro soldi e condotto una campagna elettorale proprio su quel punto cruciale. Una politica indipendente e al servizio esclusivo dei cittadini e che la smetta ad esempio di mandare soldi in Israele e finanzi piuttosto sanità e strade del suo Michigan, una politica che si impegna a ridurre il carovita e rafforzare diritti e stato sociale. Una politica con al centro le persone a prescindere dalle loro origini e credenze. Segnali incoraggiati di una società nuova che cerca di esprimere una politica nuova. È così, mentre la malapolitica italiana si barrica nei palazzi dando il peggio di sé, da oltreoceano arriva la conferma che la democrazia è ancora viva e l’establishment battibile anche con pochi mezzi. E quando anche da noi i cittadini avranno la possibilità di votare progetti alternativi e di qualità, non esiteranno a farlo.


Il bluff estivo sulle preferenze


Melonellum, parità è finta: capilista blindati possono essere quasi tutti uomini. Pd: una farsa. Nella scelta dei candidati al primo posto – quelli praticamente certi dell’elezione – non c’è nessun obbligo di prevedere una suddivisione equa tra uomini e donne

Melonellum, parità è finta: capilista blindati possono essere quasi tutti uomini. Pd: una farsa

(di Serena Riformato – repubblica.it) – Doveva essere lo zuccherino per portare a più miti consigli le “franche tiratrici” che alla Camera hanno contribuito ad affossare le preferenze. E invece è solo una polpetta avvelenata. Nell’incontro degli sherpa, ieri in via della Scrofa, la maggioranza si è apparecchiata un nuovo bluff sull’alternanza di genere nella nuova legge elettorale.

Il testo del centrodestra per introdurre le preferenze al Senato – da depositare entro il 1° settembre – sarà perlopiù un calco dell’emendamento Bignami clamorosamente bocciato a Montecitorio a metà luglio per un solo voto. Lo schema di base è immutato: sulla scheda, per ogni partito, l’elettore troverà un capolista bloccato e una lista di sei nomi, con la possibilità di indicare tre preferenze con le crocette.

Qual è il “rafforzamento dell’alternanza di genere” annunciato ieri da una nota trionfante del centrodestra? Inesistente. Vediamo perché.

Nella scelta dei candidati capilista, quindi blindati al primo posto – quelli certi dell’elezione o quasi – non c’è nessun obbligo di prevedere una suddivisione equa tra uomini e donne. Il Melonellum è uscito così dalla Camera e così rimarrà (se l’accordo non cambia): per ora è stata scartata l’ipotesi di imporre che nessun sesso sia rappresentato oltre il 60% e meno del 40% tra i capilista. La micro-modifica pensata: se il capolista è uomo, il secondo nome in lista dev’essere quello di una donna. E viceversa. Poi l’alternanza a seguire. Ma c’è una differenza sostanziale: solo il primo è blindato, dal secondo in poi i candidati si giocano la partita assai più faticosa delle preferenze da strappare, una per una, agli elettori.

Le contro-argomentazioni del centrodestra: l’alternanza di genere secondo le quote 60-40 verrà rispettata nel listone del premio. E chi compare nel listone del premio ha l’obbligo di candidarsi anche come capolista nei listini plurinominali. Anche questa è una magra consolazione: vuol dire che l’equilibrio uomo/donna interverrà solo in minima parte. Facciamo un esempio su Forza Italia. Poniamo che il partito di Antonio Tajani ottenga nel listone del premio 20 candidati per la Camera. Questi 20 sono anche obbligati a candidarsi come capilista. E vengono scelti in base a un meccanismo rigido di alternanza di genere al 60/40. Immaginiamo quindi che massimo 12 siano uomini e 8 siano donne. Abbiamo detto che questi 20 saranno altrettanti capilista nei listini proporzionali. Ma le circoscrizioni sono 49. Quindi vuol dire che non c’è nessun obbligo di rispettare alcun equilibrio uomo/donna nell’elenco dei restanti 29. In sintesi, alla fine, nulla impedirebbe, in base alla legge, che il partito possa candidare nei posti più sicuri 41 uomini e solo 8 donne. Le altre se la vedrebbero con i colleghi nel mare aperto delle preferenze.

Per ora si sono accorte della fregatura solo le parlamentari del centrosinistra: “Senza un meccanismo vincolante per i capilista, la parità resta solo un principio e non una garanzia”, commenta Simona Bonafè, capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali alla Camera: “Il gioco delle tre carte”. Concorda la presidente dei deputati dem Chiara Braga: “L’ennesima presa in giro nei confronti delle donne: non ci sarebbe nessuna garanzia di rispettare l’equilibrio di genere nei capilista bloccati ma una farsa su un’alternanza che non garantisce la norma antidiscriminazione che c’è nell’attuale legge. Sarebbe peggiorativo del Rosatellum”. Quindi chiama all’appello le parlamentari della maggioranza: “Così come successo alla Camera con la reazione delle colleghe deputate del centrodestra, mi auguro che anche al Senato ci sia una reazione analoga per fermare questa ennesima mortificazione della garanzia di rappresentanza femminile”.

Sul fronte opposto, la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi, invece, parlando con Repubblica getta acqua sul fuoco: “Contano le scelte della politica e dei partiti, non le tecnicalità. Le donne non vanno candidate solo in quanto donne”. E i leader, senza obblighi, garantiranno che le candidate non siano marginalizzate? “Il nostro segretario si è sempre detto attento sul tema, non dubito che lo sarà quando bisognerà compilare le liste”.

Scettica Elena Bonetti di Azione, promotrice del primo appello contro le preferenze alla Camera. Sottolinea che “se si fanno i conti, si vede bene che l’effetto penalizzante sulle donne sarebbe molto grave”. Da qui l’auspicio finale: “Certo sarebbe interessante se alla fine il governo inciampasse proprio sulle donne”.


Perché le chat di Delmastro con un prestanome della camorra fanno così paura a Meloni e al governo?


Di cosa hanno paura Giorgia Meloni e i deputati della maggioranza? Perché rischiare così tanto per proteggere la corrispondenza di Delmastro? Perché, insomma, hanno negato l’autorizzazione al sequestro delle chat?

Rome – Italy – December 13, 2022 – Giorgia Meloni , Italian Prime Minister, with Andrea Delmastro Delle Vedove , member of Brothers of Italy

(di Adriano Biondi – fanpage.it) – Possono girarci intorno quanto vogliono, ma i fatti restano chiari: la maggioranza ha negato l’autorizzazione richiesta dalla procura della Repubblica di Roma all’accesso alla corrispondenza intrattenuta da Mauro Caroccia con l’onorevole Andrea Delmastro Delle Vedove. Il Parlamento ha blindato le chat di un deputato, impedendone non la diffusione sui giornali (ci mancherebbe), ma il sequestro e l’utilizzo da parte della magistratura. Che ne aveva fatto richiesta nell’ambito di un’indagine di cui vi abbiamo parlato a lungo, quella che riguarda un ristoratore romano accusato di essere un prestanome del clan mafioso della famiglia Senese, la cui figlia si è scoperto essere socia dell’esponente di spicco di Fratelli d’Italia, ex sottosegretario alla Giustizia e vicinissimo a Giorgia Meloni. Una vicenda a dir poco surreale, su cui l’ex braccio destro di Nordio deve ancora fornire risposte convincenti, almeno sul piano politico.

Un’inchiesta che non potrà contare sul sequestro delle chat fra il gestore di Bisteccherie d’Italia e Delmastro, dunque, perché così ha deciso il Parlamento. Badate bene, l’Aula chiaramente non era chiamata a valutare la fondatezza dell’ipotesi accusatoria nei confronti di Caroccia e nemmeno quale fosse la responsabilità del deputato di Fdi, che non è indagato. I deputati dovevano solo valutare se sussistessero i presupposti di legge per avallare la richiesta della Procura. Come ha spiegato il relatore di minoranza Gianassi, il “sindacato parlamentare deve restare circoscritto alla verifica della pertinenza, necessità, determinatezza e proporzionalità dell’atto, nonché dell’assenza di finalità persecutorie”. L’analisi delle carte non avrebbe potuto che portare a una scelta di trasparenza e correttezza, anche considerando la procedura seguita dalla Procura e la necessità dell’utilizzo delle chat per fare piena luce sulla vicenda.

In effetti, stando a quanto emerso, la centralità della corrispondenza tra gli attori è indubbia. Non solo sono stati gli stessi Mauro e Miriam Caroccia a confermare che i rapporti con “i soci piemontesi” del ristorante erano tenuti attraverso una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale partecipava lo stesso Delmastro. Ma la stessa difesa del ristoratore romano insiste nel dire che dalle chat emergerebbero elementi utili a discolparlo dalle accuse della procura. Insomma, per citare la relazione di minoranza: “Le finalità probatorie sono state indicate in modo puntuale: verificare l’attendibilità delle dichiarazioni rese dagli indagati; ricostruire le effettive modalità di costituzione, finanziamento e gestione della società; accertare la provenienza delle somme investite e la destinazione dei proventi; verificare l’eventuale esistenza di accordi non risultanti dalla documentazione formale. Si tratta di circostanze che coincidono con il nucleo oggettivo delle ipotesi di reato per le quali si procede e che rispondono direttamente alle anomalie della vicenda societaria. L’accertamento è tanto più necessario in quanto la veste formale della società vedeva coinvolto un esponente di Governo accanto alla figlia appena maggiorenne di un soggetto già condannato in primo grado per fatti della medesima natura di quelli oggi oggetto di verifica”.

La Giunta, invece, ha prodotto una relazione in cui si invitava la Camera a negare l’autorizzazione al sequestro e così è stato. Peraltro, dopo che il presidente della Camera Fontana, con una decisione senza precedenti e duramente avversata dalle opposizioni, aveva impedito ai membri stessi della Giunta di visionare le chat di Delmastro. Le ragioni dietro le quali si è trincerata la maggioranza sono in larga parte di natura tecnica (qui si può leggere la relazione del forzista Pittalis per farsi un’idea), e vertono sulla sussistenza dei presupposti della richiesta della Procura, ma hanno una valenza politica enorme.

Perché non solo Fratelli d’Italia e la maggioranza che sostiene Giorgia Meloni hanno messo la faccia su una decisione che ostacola de-facto il lavoro della Procura di Roma per un’indagine contro la criminalità organizzata, ma hanno anche restituito agli italiani l’idea di aver paura del contenuto di chat che, addirittura secondo lo stesso Delmastro, sarebbero del tutto innocue. Per quanto si possa provare a manipolare la narrazione dei fatti, il punto è sostanziale: perché mai proteggere in tal modo la corrispondenza di un parlamentare con un prestanome della camorra e sua figlia? Perché macchiare l’immagine di un governo pronto “a qualunque cosa” pur di aiutare i magistrati a combattere la criminalità organizzata? Perché impedire finanche a dei parlamentari di visionare il contenuto delle chat? Esattamente, cosa dovrebbe esserci in quei messaggi?


Morto Francesco Guccini: la voce che ha raccontato l’Italia tra osterie, poesia e ribellione


Tra i titoli e i brani più amati della sua carriera figurano “La locomotiva”, “L’avvelenata” e “Autogrill”, insieme a lavori più tardi come “Radici”, “Stagioni” (con il brano dedicato al Che Guevara) e “Ritratti” del 2004

Morto Francesco Guccini: la voce che ha raccontato l’Italia tra osterie, poesia e ribellione. Per oltre quarant’anni ha intrecciato musica, letteratura e impegno civile

(di Andrea Conti – ilfattoquotidiano.it) – È morto oggi, 6 agosto 2026, Francesco Guccini, all’età di 86 anni. Le sue condizioni di salute, non buone negli ultimi tempi, sono peggiorate rapidamente nella serata del 5 agosto. La famiglia ha annunciato che, come da volontà del cantautore, i funerali si svolgeranno in forma privata nei prossimi giorni, mentre in settembre è prevista una cerimonia pubblica per permettere a chi lo ha amato di salutarlo.

Se ne va uno degli intellettuali e cantautori più importanti della cultura italiana del secondo Novecento, una voce che per oltre quarant’anni ha intrecciato musica, letteratura e impegno civile.

Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini si trasferisce a Bologna nel 1961, città che diventerà il cuore della sua vita artistica e umana. Da adolescente inizia a suonare la chitarra sull’onda del rock’n’roll appena arrivato in Italia, e le sue prime canzoni risalgono già alla fine degli anni Cinquanta. All’università bolognese si costruisce la leggenda dell’eterno studente: sostiene molti esami ma non arriva mai alla laurea, un aneddoto che lui stesso trasformerà anni dopo in versi ironici sulla propria “materia di studio infinita”.

In quegli anni lavora anche come giornalista e, dal 1965, insegna per un ventennio italiano alla sede bolognese del Dickinson College, un’esperienza che affiancherà a lungo alla musica.

Francesco Guccini, dalle osterie all’anarchia: il maestrone che ha fatto cantare le generazioni

Storia del cantautore nato sugli Appennini che ha cambiato la musica a partire dall’Avvelenata, mescolando citazioni colte, politica e poetica della nostalgia

Francesco Guccini, dalle osterie all’anarchia: il maestrone che ha fatto cantare le generazioni

(di Emilio Marrese – repubblica.it) – Bologna – Gli eskimi non usciranno più dai guardaroba, il vino non rientrerà nei fiaschi e le osterie non riapriranno. Francesco Guccini se n’è andato e se si vuole ora ripercorrere la sua storia va cercata, più che qui, nelle sue canzoni, perché è lì che l’ha messa e si è raccontato per tutta la vita. La sua discografia è stata una lunga autobiografia, così generosa di dettagli da chiamare un album come suo zio, Amerigo, e indicare perfino la residenza, che tempi quei tempi: via Paolo Fabbri 43, dove oggi arriveranno pellegrini fiori calici sigarette e versi, perché – anche se il Maestrone non ci viveva da un pezzo – quello sarà sempre il suo indirizzo nella mappa dell’anima musicale italiana.

Il ritorno a Pàvana

“Io, Francesco Guccini, eterno studente, perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Così annunciò nel 1999 in “Addio” il suo ritorno agli Appennini dell’infanzia, quella Pàvana dove l’Emilia diventa Toscana, lui “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”. Morto da vivo, lassù, perché il suo eremitaggio montanaro non è mai stato un isolamento tanto si lasciava coinvolgere continuamente, disponibile a ogni stimolo incontro e occasione possibile, financo alla versione imminente in opera lirica-sinfonica dei suoi successi: aveva smesso di cantare, dal 2013 irrevocabilmente, ma mai di dire, perché in fondo si è sempre sentito e dichiarato più poeta, cantastorie o scrittore che non musicista. Le melodie erano le carrozze dei suoi pensieri, poi dopo 30 album sostituite quasi altrettanti libri. Nostalgico fin da ragazzo, disincantato fin dalle prime ballate, tanti i testamenti artistici notevolmente prematuri dettati, sempre con un senso di fine e di sconfitta addosso, ma mai per questo perdente o perduto, annoiato o deluso, anzi vitale, combattivo e prolifico fino all’ultimo. Guccini si è mostrato sempre a disagio nel contemporaneo, qualunque fosse, indossato come un maglione dei suoi puntualmente della taglia sbagliata, sempre orgogliosamente iscritto a una minoranza come Nanni Moretti, eppure “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, tra indole autentica, pigrizia, vezzo (come quello di non aver mai preso la patente di guida), sentendosi un po’ davvero Don Chisciotte e Cirano, eroe idealista, genio incompreso, fuori posto ma perché era il posto a essere sbagliato.

Le invettive e la Chiesa

I nemici preferiti: i politicanti, i potenti, gli impostori, gli ipocriti, i teleimbonitori, i nani di statura morale (“per la mia rabbia enorme mi servono giganti”) e i benpensanti. Più anarchico che comunista, come De André, elettoralmente si è sempre mosso a sinistra partendo dai socialisti. Non ha mai pensato che le sue opinioni politiche dovessero restare chiuse dentro alle sue strofe e alla sua arte.

Ateo mangiapreti, aveva stretto amicizia con il presidente della Cei, monsignor Zuppi, suo ammiratore, andandoci perfino ad Auschwitz dieci anni fa dove, qualcosa vorrà dire, il Maestrone si ruppe un braccio scivolando sul ghiaccio appena messo piede giù dal treno. Il vescovo di Bologna gli organizzò poi un incontro anche con Bergoglio.

Burbero solo all’apparenza fisica, imponente e imperioso come il proporzionato vocione, marchio della ditta con quella erre che ha arrotato migliaia di chilometri di strofe, ma in realtà omone schivo, timido e gentile, capace di infinita tenerezza. Intransigente solo quando talvolta mulinava la penna come spada, al fin della licenza, ma indulgente, da buon peccatore, con le debolezze umane.

Iniziò lugubre come un Savonarola a parlare di morte, incidenti d’auto e lager nell’epoca delle canzonette e della musica leggerissima, e tutti toccavano ferro, ma presto ne scoprirono anche l’indole ironica e sarcastica, l’umorismo dei suoi loquacissimi concerti, mai fatto piedistallo né cattedra del palco finché s’è divertito a salirci. Ieratico, intellettuale, impegnato, solenne e allo stesso tempo burlone, goliarda e fin troppo attento a non prendere troppo sul serio il proprio ruolo e il proprio successo da “modenese volgare”, “burattinaio di parole” ché “infine tutti avremo due metri di terreno”. Quando si lasciava prendere dalla collera, come ne “L’Avvelenata”, poi provava imbarazzo.

Da Barthes a Pieraccioni

Il re dei cantautori militanti per eccellenza, quello che citava Gozzano, Barthes, Borges o Salinger, non tutti sanno che aveva cominciato nelle balere della Riviera con i Gatti scrivendo pezzi alla Peppino Di Capri (“Bimba guarda come (il ciel sa di pianto)”), che aveva accompagnato alla chitarra Nunzio Gallo, protomelodico partenopeo, che aveva ceduto canzoni a Lando Buzzanca (“Il bello”) e confezionate altre per Bobby Soloe Gigliola Cinquetti, che aveva inventato slogan da Carosello per il “Salomone pirata pacioccone” dell’Amarena Fabbri. Guccini era curioso, altissimo e pop, mai snob, per cui non c’era nulla di strano nel vederlo chiudere un’antologia di poeti provenzali per appassionarsi ai quiz televisivi prima del tg o recitare nei film di Pieraccioni.

Le origini

Nato all’inizio della guerra, 14 giugno 1940, a Modena, “piccola città, bastardo posto” mai troppo amato, sfollato dai nonni a Pàvana, papà impiegato alle Poste dopo essere tornato dai campi di concentramento, mamma casalinga, Francesco, della razza sua “per quanto grande sia il primo che ha studiato”, fece le magistrali poi Lingue a Bologna senza finirla (di lauree ne avrebbe poi ritirate due ad honorem). Per due anni cronista alla Gazzetta di Modena (intervistò nel 1960 anche Mister Volare, Domenico Modugno, con arroganza da ventenne di cui ammise di essersi poi vergognato parecchio) prima di dedicarsi alla musica, abbracciata soprattutto per fare colpo sulle ragazze. Il primo disco in proprio fu nel 1967 “Folk beat n.1” ma nello stesso anno i Nomadi fecero un inno della sua “Dio è morto”, censurata dal solito zelo della Rai per blasfemia ed elogiata da Paolo VI e trasmessa da Radio Vaticana.

Il live del 1984

Prima dei record di Ligabue, Vasco e infine Ultimo fu epocale il suo raduno nel centro di Bologna il 21 giugno del 1984 per il live gratuito “Fra la via Emilia e il West”, accompagnato in piazza Maggiore, oltre che dalla band, da ospiti come Gaber, Dalla, Conte Vecchioni i suoi Nomadi ed Equipe 84: furono contati tra i 150 e i 160 mila spettatori.

Nella sua autobiografia cantata ha raccontato anche amori finiti, (feroce “Quattro stracci” per la compagna Angela, madre della figlia Teresa “Culodritto”, che prima aveva ispirato “Eskimo…”) e nuovi amori, come quello (celebrato in “Vorrei”) per la seconda moglie Raffaella Zuccari, insegnante, sposata nel 2011, con cui ha diviso gli ultimi trent’anni di strada e che lo ha accudito amorevolmente devota fino all’ultimo. Sempre più affaticato, dietro lo sguardo

più liquido guizzavano ancora intuizioni e passioni. Sempre più amareggiato e mortificato dal tradimento dei suoi occhi che ormai da troppo tempo non gli consentivano più di leggere, la più insopportabile delle menomazioni e delle pene per lui immaginabili. Speriamo che nessuno gli legga i coccodrilli, par di vederlo sbuffare e scrollare le spalle.

Guccini color nostalgia: “Non avevo previsto tutto questo”

Francesco Guccini nella sua cucina a Pavana

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il racconto dell’1 maggio 2025 dall’archivio

Pavana (Pistoia)

Una pioviggine grigia inzuppa l’Appennino tosco-emiliano, ma la vecchia cucina di casa Guccini è un presidio inespugnabile di voci amichevoli, di luci e di profumi. Ci si sente al riparo dal tempo, non soltanto il triste meteo che ristagna fuori dalla porta; anche il tempo cronologico, il passare degli anni, come se il convivio fosse una forma di tenacia, di indifferenza alle mode e di resistenza alle offese della vecchiaia. Se Crono bussasse alla porta, lo si farebbe accomodare a tavola (non per caso si dice: ingannare il tempo). Qui si mangia, si beve e si parla come se nulla potesse mai impedirlo. Non ricordo più chi scrisse: ogni attimo perfetto contiene l’eternità. Francesco ne ha ottantacinque, è appena tornato a casa dopo un lungo e travagliato ricovero in ospedale e per lui “tornare a casa”, la sua vecchia casa di Pavana, ai bordi della Porrettana che si srotola verso Pistoia, vuol dire davvero impugnare il tempo, tutto assieme, perché qui è stato bambino, qui sua nonna e sua madre hanno governato la casa e insegnato a campare, qui lui vorrebbe che tutto quanto vada a finire, quando sarà l’ora, nello stesso posto dove tutto è cominciato.

Quando sono arrivato era in poltrona, sembrava abbattuto e silenzioso; poi siede a capotavola e riprende fiato, tono e umore. È un narratore nato, uno che di raccontare storie non si stancherebbe mai, lo ha fatto in musica con una maestria e una potenza che ha reso felici almeno un paio di generazioni. Lo ha fatto con i suoi libri, i più belli e importanti dei quali ruotano attorno al fascino evocativo delle parole, l’italiano e i dialetti, le cadenze regionali (sa recitare A Silviain modenese eIl passero solitarioin pistoiese). Le parole come oggetti da manipolare senza sosta, le parole come storie da raccontare. Come un deposito di memoria nel quale si deve rovistare per non perdere se stessi. Le parole come il suono della vita.

«Sia ben chiaro che queste che stiamo mangiando non sono le crescentine. Sono le crescenti. Le crescentine, quelle che a Parma chiamano torta fritta e a Modena gnocco fritto, sono, per l’appunto, roba fritta. Le crescenti invece sono cotte in formelle di pietra. Le tigelle prendono il nome dalla piastra di metallo nella quale una volta si mettevano sul fuoco. Nel Parmense quel tipo di contenitore è di terracotta e si chiama testo. Da cui i testaroli».

Michele Serra a casa del cantautore: da sinistra, Raffaella Zuccari, Giulia Ichino, Guccini, Serra, Antonio Silva

«I miei nonni facevano il pane una volta alla settimana, al giovedì. Se rimanevano senza pane già al martedì, in attesa che venisse di nuovo giovedì, poiché era severamente vietato anticipare il giorno del pane, con la farina si facevano le cine. Diminutivo di focaccine. Se erano di farina di castagne, allora si chiamavano i necci, separati uno dall’altro da foglie di castagno che lasciavano impressa nei necci la loro venatura. Le cine si mangiavano con la salsiccia fritta o il prosciutto fritto. Per digerire, mia zia apriva un barattolo di limonina lasciato dagli americani. Credo che fosse limone in polvere, una volta aperta la scatola la polvere era dura come un sasso. Se la aggiungevi al bicarbonato, in un bicchier d’acqua, facevi dei rutti tremendi. Non ricordo umano che abbia mangiato più di tre cine. Tranne, forse, uno chiamato affettuosamente il porcone, che una volta riuscì a ingoiare venti uova sode a fine pasto».

Francesco è filologo, collocare le parole al posto giusto, e non confonderle tra loro, è segno del rispetto che alle parole si deve portare. La sua scrittura — compresi i testi delle canzoni — piglia forza anche da un lessico molto ampio, dilatato, e molto evocativo. È una scrittura letteraria e sonora, pre-ermetica, carducciana, orgogliosamente classica, con metrica e rima sempre in ordine: non so quanti versi di Guccini ho mandato a memoria, come le poesie scolastiche. «Dai porti di ponente / il mare ti ha portato/ i carichi di avorio e di broccato». «Son macchine che passano od è il vento? O sono i tuoi pensieri alzati in volo?». E il cinto d’ernia di Amerigo, l’indù in latta sulla scatola da tè e i fiori di scarpata ferroviaria in Autogrill, le sete e le ombre nere che avvolgono la fragile giovinezza di Ofelia.

Anche il libro che ha confezionato per Giunti nella lunga convalescenza, La legge del bar e altre irresistibili leggi dell’essere, risistemazione e riscrittura di vecchi pezzi comici pubblicati su Linus e altre riviste, gode della facondia inconfondibile del suo autore. La battuta secca, da stand up comedian, non gli appartiene, l’effetto comico è ottenuto per accumulo, sta nella descrizione accurata delle persone, delle situazioni, degli ambienti, è una specie di retorica buffa nella quale l’atteggiamento “ufficiale” del retore è parte stessa dell’intenzione satirica. Uno che chiede ascolto, sale sul pulpito, parla forbito per poi sparare cazzate.

«Lasciamo perdere, è un libretto, sono puttanate, con qualche puttanata carina», dice lui con indifferenza. «Io poi sono molto guardingo su quello che faccio. Sono stato abituato nella mia vita a stare masato, come si dice a Bologna (a Milano: stare schisciondr)». Ma dopo un paio di bocconi e appena un goccio di lambrusco (di più non si può, ormai), un poco se lo coccola, il suo libretto. «Il mio pezzo preferito è quello sui cori, quelli trentini e quelli non trentini». Il mio invece è quello sulle balere di una volta, nel quale la nostalgia dei bei tempi andati (vuoi mettere come erano meglio le balere delle discoteche?) finisce per generare una vera e propria epica della precarietà e dell’improvvisazione nelle quali la generazione di Francesco fece i suoi primi passi, nell’Italia ancora segnata dalla guerra. Lui cominciò, ventenne, come orchestrale di un’orchestra da ballo.

Uno scatto di Francesco Guccini da giovane con l’immancabile chitarra
 

«Sono nato nel ’40, quattro giorni dopo l’inizio della guerra. Cinque anni di guerra, che non è stata troppo brutta, qui a Pavana. Giù a Marzabotto, trenta chilometri più a valle, è andata diversa. In campagna il pane c’era, e le galline e i maiali, anche se il maiale dovevamo nasconderlo ai tedeschi. Sono cresciuto molto più timorato di voi boomer: mio padre aveva fatto due guerre, poi il campo di concentramento perché aveva rifiutato Salò. Quando il figliolo, a tavola, diceva “non mi piace”, i genitori menavano. Sono i boomer che cominciano a far casino, a fare quello che gli salta in testa, a girare di qua e di là: noi non andavamo da nessuna parte. Mio fratello, che ha 14 anni meno di me, è andato in India che io non ero ancora andato in Francia».

«Quando sono arrivati gli americani è arrivato il benessere. Siamo cresciuti con la passione sfrenata per tutto quello che era americano. Musica, cinema, letteratura, il modo di vivere. Leggevamo come delle bestie, dalla mattina alla sera non si faceva che leggere. Montagne di fumetti, montagne di libri, a proposito, bisogna fare resistenza a questa idea stravagante che Sàlgari si chiamasse Salgàri. Non sia mai! Sarà in eterno Sàlgari! (mormorio di adesione da parte dei presenti, con l’eccezione del paio di giovani infiltrati. È il volume delle suonerie dei cellulari, altissimo, a certificare l’età media elevata della tavolata)».

«A dodici anni feci un concorso fra i lettori del Vittorioso, grande giornale: mandate quattro righe sul vostro paese. Le mandai e me le pubblicarono, una soddisfazione della Madonna. Cominciava così: “Nella forra boscosa e tortuosa del Limentra occidentale”. Parlavo così perché leggevo. Oggi nessuno legge più niente (proteste dei presenti, affettuose ma sentite)». Ce la facciamo a dire qualcosa di non nostalgico?, chiedo a Francesco. Breve consulto della tavolata per fornire all’insigne capotavola, irriducibile avversatore dei tempi presenti, qualche suggerimento. Si stabilisce, con il suo consenso, che per esempio le cure mediche sono molto, molto migliorate. Ma dopo qualche secondo di riflessione aggiunge: «Ma sarà poi questo gran culo, essere ancor vivo?». La tavolata, allora, decide all’unanimità di lodare il clamoroso salto tecnologico nella comunicazione tra umani. Il cellulare. Il mondo in tasca. Francesco annuisce. Ma con una controdeduzione di innegabile peso: «Prima, almeno, si poteva sparire. Oggi non è più possibile».

Si torna a ricordare il passato. Alcuni dei presenti sono già pratici dell’inesauribile aneddotica gucciniana, vigorosa e ilare, materia prima del suo narrare comico e dunque anche di questo ultimo libro. Ma sono loro per primi a sollecitare il remake di quelle avventure umane sicuramente già sentite, già narrate forse proprio a questo tavolo, storie fatte di scherzi, di mangiate, di goliardia, nel segno di una ferrea regola etica: «Ci si poteva dire di tutto senza mai offendersi. Nessuno si offendeva, mai». E torna in mente il motto che Sergio Staino, coetaneo di Guccini (nato pochi giorni prima) e suo amico fraterno, volle issare accanto alla testata di Tango, il settimanale satirico al quale in tanti dobbiamo molto: «Chi si incazza è perduto». Qui una breve sintesi su alcuni degli episodi evocati dalla tavolata, con Francesco maestro del coro. Quella volta che un certo Aimone, orchestrale in sedia a rotelle, venne dimenticato nel dehors di una balera, e nevicava forte, e quando ci si accorse che nel furgone (rigorosamente usato, e comperato con le cambiali) Aimone non c’era, e si tornò a prenderlo, era quasi difficile distinguerlo, sotto la bianca coltre, e non era di buon umore. Quella volta che in una Casa del popolo oltre il crinale, nel Pistoiese, un compagno autorevole prese le parola e disse: «Ora finisce il ricreativo e principia il culturale. Pole la donna essere paragonata all’omo?».

Quella volta che l’oste di Porretta Terme, il Pelle («alto come me, calvo come il Duce, l’idea platonica dell’oste»), affrontò un paio di suore che si lagnavano del cibo: «Suore! Con tutta la fame che c’è nel mondo, siete venute proprio qui a rompere i coglioni?». Quella volta che fecero credere al Pelle che lo stesse cercando, per organizzare una gita, un certo ragionier Leone; e lui telefonò, e gli rispose lo zoo di Pistoia, «qui un leone c’è, ma non è ragioniere». Quella volta che sempre il Pelle mise davanti alla trattoria addobbi particolarmente belli e costosi perché doveva passare la processione; ma la processione non passò perché proprio quell’anno aveva cambiato strada; e il Pelle raggiunse il prete e, tirando qualche Madonna, lo convinse a fare passare la processione davanti all’osteria. E corteggiava rudemente, il Pelle, la raffinata intellettuale Renata Colorni «che lo adorava, e rideva alle battute più grevi». Ridere, divertirsi, stare insieme a tavola il più a lungo possibile, ammazzare il tempo con gli amici, ecco un’attività mai trascurata. Che con l’avvento del club Tenco prese nuovo vigore, venne quasi istituzionalizzata. A cavallo tra i Settanta e gli Ottanta salivano a Pavana quelli del club Tenco, Benigni, Paolo Conte, Vecchioni, Carlo Petrini, suonatori assortiti, il presentatore Silva, il fondatore Amilcare Rambaldi, per fare notte a tavola; e di mattina, per darsi un contegno — era pur sempre il Club Tenco — all’Hotel Santoli di Porretta Terme si teneva un serissimo simposio sulla canzone d’autore. Il pomeriggio ci si trasferiva da Francesco, la mamma tirava la pasta, ognuno portava qualcosa, il vino, i dolci, «solo Melega non portava mai un cazzo», sentenzia Francesco, «e la mia mamma glielo faceva pesare».

«Mia madre ne aveva eccome, di umorismo. Ironica, caustica. Imitava le persone. Devo avere assorbito da lei. Il senso dell’umorismo è un mistero, c’è chi ne ha zero, poverello. Ma dalle nostre parti abbonda, un professore mio amico sosteneva che dipende dal fatto che noi emiliani siamo celti. Il famoso umorismo inglese, diceva lui, non è per niente inglese, è celtico. Gli anglosassoni sono arrivati dopo e l’umorismo, dunque, lo hanno già trovato sul posto. Chissà se è vero».

Il primo gruppo in cui suonò il giovane Francesco si chiamava gli Snakers. «Non era un gruppo, era un complesso, allora si chiamavano complessi. Anche l’Equipe ’84 era un complesso. Facemmo il nostro primo complesso con un batterista che aveva solo le bacchette, si procurò un tamburo non so come, sospetto il furto. La prima scrittura era per andare a suonare in un campo scout, c’erano un sacco di ragazze, non era per la musica che ci si dava da fare, era per le ragazze. La prima canzone che ho scritto era tremenda, si chiamava Ancora ed era un plagio di Only You. Non è mai stata incisa, se Dio vuole…».

Si è fatta l’ora di andare. Chiedo a Francesco come passa il tempo, chiuso in casa. «Non posso più leggere, non vedo film, non ascolto musica, men che meno la mia. Raffaella (sua moglie, ndr) mi ha regalato un giradischi ma non sono capace di usarlo, e poi non so dove diavolo siano finiti tutti i miei dischi, che erano in via Paolo Fabbri, a Bologna, e sono misteriosamente scomparsi. Mi diverto a scrivere limerick (brevi componimenti comici in rima, in Italia resi popolari da Linus nei famosi anni Settanta… me ne dice un paio su Vannacci e su La Russa, molto divertenti ma qui irriferibili). Sto ascoltando l’audiolibro dei Promessi sposi letto da Paolo Poli, è una meraviglia. Le persone che mi stanno attorno e mi sostengono, mi leggono e mi raccontano un bel po’ di notizie, ma la politica mi mortifica, stiamo vedendo cose inimmaginabili. Come dobbiamo comportarci se invadono la Groenlandia? È una domanda che non avremmo mai pensato di doverci fare. E guarda che si va a peggiorare, Vance è peggio di Trump. A me, fatti i debiti conti, basta che mi lascino l’Emilia e la Toscana, per il resto facciano loro. Il Veneto possiamo anche darlo a Putin».

Si decide di leggere ad alta voce la Lettera a Silva, capitolo del libro che riporta un’antica contesa filologica tra Guccini e Antonio Silva, ormai una venerabile figura, da cinquant’anni presentatore delle rassegne del Club Tenco, dalla prima all’ultima. Si beve ancora un poco di lambrusco, bisogna proprio assaggiarlo perché «è quello che fa la figlia di Beppe Carletti dei Nomadi, lei adesso è la sindaca di Novellara». Qualcosa, dunque, è ancora al suo posto, se Novellara è ancora saldamente governata dai Nomadi. Ma troppe cose non lo sono più. Si fa un breve elenco di amici che mancano all’appello («È morto N.? Ma che cosa dici? Noooooo!»). Chiedo a Francesco se vede, nel futuro, una cosa bella. «Quando riuscirò di nuovo a camminare voglio andare al ristorante. Sarà una gioia. Per il resto, cosa vuoi: non lo vedi come è ridotto il mondo?».

Però uno dei vantaggi della vecchiaia, gli dico, è che si dimenticano un sacco di cose. «Io invece me le ricordo quasi tutte», risponde. E sembra di vedere la sua mamma che tira la pasta sul tavolo finalmente sgombero dei nostri bicchieri.

Il libro

La legge del bar e altre irresistibili leggi dell’essere di Francesco Guccini (Giunti, pagg. 192, euro 18) è una nuova, «profondamente rilavorata versione» di un cult dell’autore, La legge del bar e altre comiche, pubblicato nel 1996 da Comix. Era un volume su un mondo che non esiste più, tra chiacchiere, giochi di carte, calcio e tanto altro. In questa nuova versione lo sguardo dell’autore cambia, ma non l’ironia e l’amore per la vita


Le lettere al veleno tra La Russa e Renzi: “Dacci le dichiarazioni dei redditi”, “Chiamo gli avvocati”


Consulenze all’estero, il leader di Italia Viva chiede l’adesione al concordato fiscale ma presenta la sola variazione patrimoniale. Ma il presidente del Senato gli ricorda che serve la documentazione integrale. Il tema della norma del 2025 che vieta ai parlamentari di ricevere compensi da altri stati

Le lettere al veleno tra La Russa e Renzi: “Dacci le dichiarazioni dei redditi”, “Chiamo gli avvocati” – ESCLUSIVO

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Uno scontro politico e istituzionale. Ma anche legale. A colpi di carte bollate, lettere e contro-lettere. L’oggetto del contendere è la dichiarazione dei redditi del senatore Matteo Renzi che sta diventando un caso politico dopo la cosiddetta norma “anti-Renzi” che vieta ai parlamentari di accettare compensi per le consulenze estere. Il senatore e leader di Italia Viva, infatti, ha presentato al Senato la dichiarazione di variazione patrimoniale e la comunicazione dell’Agenzia delle entrate di adesione al concordato biennale preventivo (introdotto dal governo Meloni nel 2023), ma al presidente del Senato Ignazio La Russa non basta: serve anche la dichiarazione dei redditi completa come richiesto dalla legge.

Così la questione è diventata istituzionale. Con uno scambio di lettere tra i due – che Il Fatto è in grado di anticipare – che ha certificato lo scontro. Il 23 luglio La Russa ha scritto a Renzi: “Onorevole Senatore, come abbiamo avuto modo di ricordare per le vie brevi, gli articoli 2 e 3 della legge n. 441 del 1982 prescrivono il deposito presso la Presidenza del Senato dell’attestazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale intervenute nell’anno precedente (cosiddetto modulo C) e della copia della dichiarazione dei redditi”. E qui arriva la richiesta: “Sono pervenute alla Presidenza l’attestazione sulle variazioni patrimoniali e la comunicazione da parte dell’Agenzia delle entrate di avvenuto ricevimento della dichiarazione. All’esito degli approfondimenti richiesti, Le confermo la necessità dell’acquisizione della copia della dichiarazione dei redditi sopra richiamata, ai sensi dell’articolo 7 della citata legge n. 441 del 1982″. Firmato: Ignazio La Russa.

Dieci giorni dopo, il 4 agosto, Renzi ha risposto accordando di pubblicare tutto il materiale depositato sul sito del Senato: “Mi compiaccio del fatto che Ella mi dia atto di aver presentato la documentazione consegnata al Senato nei tempi previsti e questo rende giustizia di talune polemiche assurde e ingenerose che ho dovuto sopportare”. Ma resta il disaccordo perché il leader di Italia Viva non sembra essere intenzionato a voler pubblicare la dichiarazione dei redditi ritenendo che basti l’adesione al concordato biennale:”Sono consapevole che sussiste una diversità di valutazione rispetto alla necessità di acquisire ulteriore documentazione, come da Lei richiamato”. E dunque Renzi dice di voler coinvolgere i propri avvocati: “Ho chiesto ai miei legali di verificare le modalità con le quali accogliere il Suo ulteriore invito, senza che ciò crei pregiudizio vista la particolarità della scelta di aderire al Concordato. Sarà mia cura tenere informati i Suoi uffici su questo passaggio da Lei evidenziato”. Firmato: Matteo Renzi.

La variazione patrimoniale datata 30 novembre 2025 – che nelle ultime ore è stata pubblicata sul sito del Senato dopo mesi di assenza – certifica l’acquisto di due case da parte di Renzi: una a Firenze vicina alla sua villa il 3 dicembre 2024 e una a Roma, in zona Trieste, il 30 maggio 2025. Quest’ultima, secondo il quotidiano Domani che aveva fatto le visure catastali, è da 174 metri quadri per 1,2 milioni di euro. Inoltre Renzi ha ceduto il 10% delle quote della Ma.Re.Holding Srl, la società di comunicazione ed editoria dei figli. Dal punto di vista del reddito, invece, Renzi nel 2024 e 2025 ha guadagnato la stessa cifra: 2,25 milioni con 933 mila euro di imposte pagate. Per il senatore di Italia Viva basta depositare la documentazione relativa al concordato perché ci sono le informazioni necessarie anche per il 2025, ma La Russa sostiene di “no”: serve la dichiarazione dei redditi classica degli ultimi dodici mesi.

La dichiarazione dei redditi classica permetterebbe di capire da dove provengono i redditi complessivi di Renzi (2,25 milioni) e come sono stati calcolati anche se nel 2025 la norma cosiddetta anti-Renzi ha vietato ai parlamentari di ricevere compensi dall’estero.


I fan di Vannacci e il motore social dell’odio: Gruber e Palmerini tra i bersagli


Resta una domanda: cosa pensa il leader di questi suoi sostenitori così virulenti? È questa la feccia di cui si dice orgoglioso?

14 giu 2026

(di Gian Antonio Stella – corriere.it) – «Bagasce di sinistra… Che schifo di donne, poi dicono che gli uomini le accoppano. E lo credo due zoccole così…». Il signor Adolfo Montarsolo, ammesso si chiami davvero come si firma, non si fa problemi di vomitare odio online su Lilli Gruber e Lina Palmerini. Querele? Chissenefrega! Il camerata Roberto Vannacci si vanta in pubblico: «Noi siamo la sporca dozzina, i figli di nessuno, noi siamo la feccia». E lui, evidentemente, feccia si sente. E con lui gli oltre 30.413 (ma mentre scriviamo saranno cresciuti: come città tipo Gorizia o Belluno) che risultano iscritti al gruppo pubblico di Facebook «Futuro Nazionale Vannacci – Il Popolo Amico del Generale».

Un gruppo di tifosi bellicosi che, spiega ancora su Facebook il linguista Massimo Arcangeli, impegnato professionalmente da tempo nel monitoraggio del percorso dell’ex militare autore de Il mondo al contrario e della sua galassia politica, sarebbe stato creato l’11 febbraio scorso da un certo Massimo Mastrangelo, autore via via di vari travasi di collera e sarcasmo. Contro la nazionale di calcio francese con la foto dei «galletti» di qualche decennio fa (tutti bianchi) e una di oggi (molti di colore) e la battutaccia «e poi c’è chi non vuole ammettere il cambiamento climatico». 

Contro quella tedesca non più bionda e lentigginosa e perciò eliminata ai rigori dal Paraguay. Contro gli avversari della nuova ondata securitaria, con la foto dell’ex paracadutista in maglietta nera con una X della X Mas sul petto e il titolo: «Nella nuova Italia il manganello dovrà roteare generosamente per fare pulizia nelle strade».

Gli insulti

Il dux viareggino sostiene in un’intervista ad Aldo Cazzullo che «chi vorrebbe cancellare l’odio vorrebbe cancellare il motore dell’universo, il combustibile che muove il mondo»? Accontentato: il sito Facebook su citato trabocca schiumante di odio vannacciano, spesso firmato da iscritti e sostenitori del partito, come le cascate sull’Iguassù. Soprattutto nella scia di un post pubblicato da Mastrangelo il 10 giugno dopo la serata di Roberto Vannacci ospite su La7 di Lilli Gruber a Otto e mezzo insieme con la quirinalista del Sole24Ore Lina Palmerini. Titolo: «Molto bravo il Generale a tenere testa a queste due mignotte rosse».

Era l’avvio d’un indecente diluvio di insulti, battutacce, volgarità. Che riportiamo testuali, e controvoglia, strafalcioni inclusi, solo per aiutare i lettori a capire. Conte Claudio: «Sempre vigliacchi. Due contro uno… Ma il Generale le ha fatte una merda». Mauro Mansueto: «Giusta affermazione: due mignotte rosse». Enzi No: «Non lo facevano parlare, ste 2 zocc…e». «Il Generale è un Generale. Queste galline sono due galline (senza offesa per le galline)». Vicente Coda: «Sono due Oche pro migranti (sete di Nerborute Scimmie) che di Italianità hanno solo la lingua». Patrizia Papadopoli: «Ste due zecche psicolabili…». Andrea Giannelli: «Mignotte rosse». Maurizio Turotti: «Sono proprio due zecche rosse marane». E via così, con la foto di due zecche e la didascalia: «Primo piano delle due intervistatrici…».
Andiamo avanti? Lasciamo perdere… Salvo eccezioni, con qualche visitatore casuale del sito che manifesta sconcerto per le volgarità più pesanti (che scegliamo di non pubblicare lasciando il passo, eventualmente, alla polizia postale o ai magistrati) sono solo eruzioni di bile. Tutte uguali. Tutte indifferenti alle ragioni e i torti. Tutte postate soltanto per dare libero sfogo all’odio.

I toni dei tifosi

Per quello che serve (poco, pare…) varrebbe la pena di rileggere quanto spiegò un giorno lo scrittore Fulvio Tomizza davanti alla carneficina nella ex Jugoslavia che gli ricordava quella già vissuta ai tempi della cacciata degli italiani dell’Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia: «Eh, l’odio! Deve ancora essere inventato un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio. È un fenomeno spaventoso. Accecante. Gente fino a ieri normale perde l’intelletto e prova un solo sentimento: l’odio. Ma come puoi gonfiarlo, e si è visto, così puoi fare anche il contrario. Basta girare la manovella dalla parte contraria». Resta una domanda: cosa pensa, Roberto Vannacci, di questi suoi tifosi così virulenti? È questa la feccia di cui si dice orgoglioso?


FdI: i bambini con le mani sulla marmellata


(Gioacchino Musumeci) – Fratelli d’Italia blinda Delmastro e blocca il precorso della magistratura, con cui afferma di non essere mai stata in conflitto.

Ci troviamo davanti a un caso clamoroso di contraddizione logica. Delmastro afferma di non avere nulla da nascondere. Inoltre pare che i contenuti delle chat incriminate siano stati mostrati ai vertici di Fratelli d’Italia. E questi confermano ancora che non ci sarebbe nulla da nascondere. Eppure si nascondo i contenuti delle chat ai magistrati e – fatto altrettanto grave- a cittadini ai quali bisognerebbe rispondere sempre, non solo quando utili in cabina elettorale.

Ne discende che qualcosa da nascondere c’è: ironicamente si nascondono proprio le chat su cui non c’è nulla da nascondere.

Come dire che se becco un bambino con le mani sulla marmellata, lui può difendersi nascondendo le mani sporche e il barattolo dietro la schiena. Se io non ci guardo, risulta che il bambino non ha fatto niente. E ogni volta che provo a guardarci, lui si sposta col barattolo e continua a sostenere di non aver fatto niente.

Così fanno i bambini che alcuni italiani hanno preposto a governare il barattolo di marmellata italiano.

Dato che difendersi, risultando ridicoli come mai nessuno prima, è la specialità del partito di maggioranza di governo, Galeazzo Bignami conferma la strategia. Nella disperazione di cui non ha contezza, lo straordinario stratega commette una fallacia retorica quasi comica se non fosse per la tragicità dell’argomento: il soggetto è chiaro come il sole di mezzogiorno: se Delmastro è davvero pulito, piuttosto che sorridere mentre nel suo partito di ipocriti sventolano Borsellino o Falcone, mostri le chat affinché i cittadini sappiano se è davvero estraneo a qualsiasi collegamento con associazioni mafiose o criminali in generale.

Invece Bignami chieda misericordia al creatore: evocare la pandemia – su cui ogni argomento ai danni di Conte è stato già visto e archiviato – per distrarre l’opinione pubblica già abbastanza distratta di suo, è tra le tattiche più pietose possibili.

In verità l’Italia avrebbe avuto bisogno di una destra composta da politici seri, esisteranno sicuramente. Ma non essendo utili idioti di un progetto fallimentare, vengono ignorati. Perciò l’Italia è governata dalla destra alternativa, quella dei bambini frignoni con le mani tese su ciò che resta di un Paese spolpato.

Purtroppo dall’altra parte c’è un opposizione aleatoria. Inutile la bagarre alla camera, oltre quel perimetro c’è il vuoto in cui il Movimento resta concettualmente una forza isolata.

Ciò che fa sorridere amaramente è leggere che FDI è calato sotto il 27% , dato reale, e che il campo largo, soggetto politico misterioso e senza programma condiviso, supererebbe la coalizione di Cdx.

Fantapolitica pura: Vannacci – antitesi strutturale della sinistra piddina variegata di Draghismo, concorrerà per sostenere la destra. Che poi passi all’opposizione o meno è un fatto strategico. Vannacci continuerà a dichiararsi “ vera destra” forte del fatto che in Italia una porzione consistente di popolazione è ancora convinta che mercato del lavoro equo e stipendi decenti siano cose da comunisti. Occorreranno secoli prima che il nostro Paese si emancipi dalla morsa di capitalisti coccodrilli e proletari masochisti.


Ponte Summer Festival, la voce di Paolo Stefanelli guiderà la grande festa del 22 agosto


C’è una voce che da anni accompagna migliaia di persone nelle serate di musica e spettacolo in tutta Italia. Sarà quella di Paolo Stefanelli a scandire i momenti più emozionanti della prima edizione del Ponte Summer Festival, in programma sabato 22 agosto, dalle ore 21, in Piazza Fontana Longa a Ponte, in provincia di Benevento.

Conduttore radiofonico, speaker e presentatore televisivo, Paolo Stefanelli rappresenta da tempo uno dei volti più apprezzati dell’intrattenimento italiano. È soprattutto la voce di Bar Italia – Discoteca Italiana, il format che anima piazze e festival di tutta Italia con uno spettacolo capace di coinvolgere il pubblico dall’inizio alla fine. La sua conduzione sarà uno dei punti di forza della manifestazione, accompagnando gli spettatori in una serata all’insegna della musica, dell’energia e del divertimento.

Il Ponte Summer Festival nasce con l’ambizione di diventare uno degli appuntamenti di riferimento dell’estate 2026 nel Sannio. Con ingresso completamente gratuito e il patrocinio del Comune di Ponte, la manifestazione offrirà un ricco programma fatto di musica dal vivo, spettacolo, animazione e street food, pensato per coinvolgere famiglie, giovani e visitatori provenienti da tutto il territorio.

Sul palco si alterneranno Kophra, giovane promessa della musica italiana, il travolgente show di Bar Italia – Discoteca Italiana e la carica di Cecilia Gayle, pronta a far ballare il pubblico con i suoi grandi successi. A legare tutti i momenti della serata sarà proprio la conduzione di Paolo Stefanelli, chiamato a dare ritmo e coinvolgimento a un evento che punta a lasciare il segno.

Per tutta la durata della manifestazione saranno inoltre presenti stand gastronomici e aree dedicate allo street food, offrendo ai visitatori un’esperienza completa all’insegna della convivialità e della valorizzazione delle eccellenze locali.

L’appuntamento è fissato per sabato 22 agosto, dalle ore 21, in Piazza Fontana Longa. Una lunga notte di musica, spettacolo e condivisione che si candida a diventare uno degli eventi simbolo dell’estate sannita.


Il Pd è la conservazione: solo i 5stelle sono una “eccezione”


(di Piero Bevilacqua – ilfattoquotidiano.it) – Quando nacque il bipartitismo angloamericano, che il Partito democratico voleva trapiantare in Italia, era già morto nei paesi d’origine. Nel Regno Unito, il New Labour di Tony Blair era sempre meno distinguibile dai Tories. Lo stesso accadeva dei programmi elettorali dei Democratici rispetto a quelli dei Repubblicani negli Usa. Con l’avvento del pensiero unico, tutti i partiti si mettevano al servizio dei poteri dominanti. Il progetto di innovazione del sistema politico ideato da Walter Veltroni, assieme a Francesco Rutelli, che sin nel nome evocava il partito americano, si ispirava in realtà a un’idea hollywoodiana della democrazia americana, dove il rito elettorale era di fatto una competizione per milionari.

Ma che cosa rappresentavano le due tradizioni che nel 2007 si fondono nel Pd? Sono due capisaldi del potere politico nazionale. I loro membri sono da tempo dirigenti in tante regioni, province e comuni, negli apparati dello Stato, nelle imprese pubbliche, nella Tv. Ciascuno dei due tronconi porta in dote i propri apparati e le proprie clientele. Quindi il Pd nasce come partito dell’establishment. Ma nelle sue origini cova e lavora un sentimento ideologico che ha condizionato la sua politica negli anni successivi: il senso di colpa per la propria storia. Gli ex democristiani dovevano cancellare la memoria di Mani pulite, gli ex comunisti dovevano far dimenticare il legame con l’Urss. Ma questa volontà di espiazione non è solo un dato psicologico e culturale. Condiziona visione e condotta del gruppo dirigente. Tutto il passato, la Rivoluzione russa, l’Urss, i grandi conflitti del movimento operaio diventano un unico grande errore. La storia come dimensione della conoscenza viene abolita. Ma non è solo la ricusazione di un passato considerato infamante. Tutto ciò che accade in Russia dopo il 1991 viene ignorato. L’avvento di Putin, che ricostruisce (col pugno di ferro) lo Stato russo dopo un decennio di anarchia, chiedendo di aderire alla Ue e alla Nato, viene interpretato come la riedizione dell’Urss. Putin come Stalin o Breznev. Così quasi tutta la sinistra ex comunista non comprende ancora oggi nulla degli sforzi di quel paese di sfuggire al grande gioco che gli Usa hanno ordito per impedire la sua saldatura con l’Europa. Naturalmente, se il passato è stato un errore, la verità è quella dell’ex nemico, è il neoliberismo che avanza. Gli ex comunisti che in politica estera dovevano farsi perdonare una lunga appartenenza al nemico, diventano ferventi atlantisti, mentre in politica interna, per farsi accettare nei circoli del potere economico sono disposti a tutto: svuotare lo Statuto dei lavoratori, privatizzare i beni pubblici, trasformare la scuola in azienda, accettare l’Ue e la sua devastante politica di austerità.

Dopo la fine dei grandi partiti, il Pd precipita sulla scena politica come un ingombro che imprigiona al suo interno anche forze progressiste, priva il sistema politico di una reale forza di opposizione, partecipando a quasi tutti i governi. Ebbene, la natura conservatrice di questo monstrum italico, è stata da tempo compresa da un’ampia platea di cittadini italiani che ha perso la speranza di cambiare qualcosa attraverso il voto. Sicché oggi solo ridando una qualche aspettativa al popolo dei delusi sarà possibile battere questa destra sempre più plebea ed eversiva. È dunque un suicidio tentare di normalizzare l’unica “eccezione” italiana, i 5S di Conte, farli assomigliare al Pd di Schlein, criminalizzare il loro pacifismo. I prossimi mesi mostreranno più da vicino lo scenario di guerra che avanza, se Conte non appare estraneo al centrosinistra, a essere premiato sarà il pacifismo flessibile di Vannacci.


Iran, Trump: “Eravamo pronti a più grande attacco da Seconda guerra mondiale”. E nega carenza munizioni


Secondo il presidente Usa l’Iran ha chiesto negoziati dopo che gli Stati Uniti si erano preparati a sferrare un massiccio attacco militare. Teheran chiarisce: “Su Hormuz stiamo negoziando solo con l’Oman”. E un accordo di questo tipo non comporterebbe comunque l’apertura automatica dello stretto

Donald Trump - (Afp)

(Cristiano Camera – adnkronos.com) – L’Iran ha chiesto negoziati dopo che gli Stati Uniti si erano preparati a sferrare un massiccio attacco militare. Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante un evento a Las Vegas, sostenendo che la pressione militare costante ha riportato Teheran al tavolo delle trattative. Rivolgendosi ai suoi sostenitori, Trump ha affermato che gli Stati Uniti erano “pronti per il più grande attacco dalla Seconda Guerra mondiale” prima che i funzionari iraniani li contattassero per chiedere un colloquio. “Mi hanno chiamato e mi hanno detto: ‘Per favore, non farlo, parliamone'”, ha dichiarato Trump.

L’Iran ha chiesto negoziati dopo che gli Stati Uniti si erano preparati a sferrare un massiccio attacco militare. Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante un evento a Las Vegas, sostenendo che la pressione militare costante ha riportato Teheran al tavolo delle trattative. Rivolgendosi ai suoi sostenitori, Trump ha affermato che gli Stati Uniti erano “pronti per il più grande attacco dalla Seconda Guerra mondiale” prima che i funzionari iraniani li contattassero per chiedere un colloquio. “Mi hanno chiamato e mi hanno detto: ‘Per favore, non farlo, parliamone'”, ha dichiarato Trump.

Trump ha affermato di preferire una soluzione diplomatica a ulteriori azioni militari, ma ha ribadito che la posizione dell’amministrazione non è cambiata. “Preferisco raggiungere un accordo perché non voglio uccidere nessuno”, ha detto. “Ma l’Iran non può avere un’arma nucleare”. Le dichiarazioni di Trump giungono mentre la sua amministrazione prosegue i negoziati con l’Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ieri il presidente Usa aveva affermato che sono stati compiuti “molti progressi” e aveva suggerito che un accordo sarebbe potutto essere raggiunto già mercoledì o giovedì.

Iran: “Su Hormuz stiamo negoziando solo con l’Oman”

L’Iran e l’Oman sono vicini alla definizione di un accordo quadro per la navigazione commerciale attraverso lo stretto di Hormuz. Tuttavia, l’accordo non comporterebbe la riapertura automatica della via navigabile, ha affermato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi in un’intervista all’agenzia di stampa statale Islamic Republic News Agency (IRNA). E secondo quanto affermato da un alto funzionario del Golfo, vi è una probabilità “50-50” che l’Iran e l’Oman raggiungano un accordo entro domani. L’Iran ha inoltre negato qualsiasi colloquio con gli Stati Uniti, affermando che i propri colloqui con l’Oman sono strettamente bilaterali.

La proposta tecnica prevede l’impiego di una corsia settentrionale, in prossimità delle coste iraniane, per le unità in entrata, mentre il traffico in uscita transiterà attraverso le acque omanite, in coordinamento con la Repubblica islamica. Il piano esclude l’applicazione di pedaggi o commissioni e contempla la bonifica delle mine da una corsia centrale, destinata alla navigazione a doppio senso, mediante un’azione congiunta di Iran e Oman.

L’obiettivo di Teheran è quello di mantenere a tutti i costi il controllo dello Stretto di Hormuz. Ma per la leadership iraniana si tratta di “una scommessa molto rischiosa”. Rivendicando l’autorità su uno dei principali corridoi marittimi attraverso cui transita il petrolio greggio mondiale, scrive il ‘Wall Street Journal’, Teheran scommette sul fatto “che la propria capacità di infliggere danni all’economia americana rappresenti il miglior strumento di pressione per evitare future azioni militari da parte degli Stati Uniti e di Israele.

Trump nega carenza munizioni

Intanto Trump ha smentito le notizie sulla carenza di munizioni e ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social che gli Stati Uniti dispongono di “enormi quantità” di munizioni, “specialmente di certi tipi”. Secondoil tycoon, “vengono prodotte grandi quantità e fornite agli Stati Uniti a secondo delle necessità. Le aziende del settore della difesa stanno costruendo il maggior numero di fabbriche nella storia del nostro Paese”. Ha aggiunto: “Chi ha fatto trapelare queste dichiarazioni traditrici sarà rintracciato. Saranno necessarie lunghe pene detentive!”.

La scorsa settimana il presidente degli Stati Uniti si è scontrato con il suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, affermando che la Casa Bianca era stata indotta in errore riguardo allo stato delle scorte di munizioni americane in vista di un possibile ritorno a importanti operazioni militari in Iran riportava il Washington Post, secondo cui il contrasto fra i due sarebbe avvenuto a Camp David, a margine di una riunione di gabinetto. Secondo il giornale, che cita due persone a conoscenza dell’accaduto, Trump avrebbe detto a Hegseth di ritenere che il problema – la carenza di missili a lungo raggio e intercettori – “fosse stato risolto”.

Secondo quanto riportato, il segretario alla Difesa ha scaricato la colpa sul suo vice, Stephen Feinberg. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito categoricamente la notizia, dichiarando al Washington Post che si tratta di: “Notizie false al 100%. Non è mai successo. E il presidente Trump ha la massima fiducia nel segretario Hegseth”. Allo stesso modo, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato: “Il segretario Hegseth non ha tratto in inganno nessuno riguardo alla nostra situazione in materia di munizioni e non ha incolpato il vicesegretario Feinberg”. “Queste affermazioni sulle scorte esaurite, sui disaccordi interni, sulla posizione del Segretario sull’Iran… sono altrettanto inventate”, ha aggiunto.


Estate, la stagione più brutta per noi vecchi


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, scrive Paul Nizan, uno del giro di Sartre, in Aden Arabia, tanto per épater la bourgeoisie. Ho 82 anni e non permetterò mai a nessuno di dire che l’estate è la stagione più bella dell’anno. Iniziamo dalla solitudine. I figli, se li hai, e i nipoti se ne vanno in vacanza e non puoi certo pretendere di aggregarti a loro e alle loro compagnie. Io mi ostino ad andare al mare. Un tempo, quando nelle interviste mi chiedevano quale fosse la mia più grande passione, si aspettavano che rispondessi: le donne, il gioco d’azzardo, il gioco in generale. Io dicevo invece: il mare. Da ragazzino affrontavo cavalloni alti più di quattro metri. Era un rito di iniziazione. A otto anni facevamo il bagno col mare grosso, sorvegliati dagli amici più grandi. Oggi basta che sia un po’ increspato, una cosa da ridere che abbatterebbe solo Sgarbi, perché non mi senta sicuro. Nuoto ancora bene: lo faccio da quando avevo quattro anni. Il problema è l’uscita, perché ci sono le dune coi sassi e io sono diventato troppo pesante, quindi viene il bagnino a tirarmi su o, quando c’è, mio figlio Matteo. Una scena umiliante.

[…]

Mi ricordo di una volta, quando c’era un mare con onde altissime, e i miei amici si erano già tuffati in acqua. Ma la mia fidanzata di allora pretese che la riaccompagnassi a casa. Non capiva, la stronza, che per me fare il bagno era molto più importante. Ritornai, ma il mare, sotto un cielo diventato plumbeo e con onde che coprivano tutto il litorale visibile, era ancora più ingrossato. Per la verità le onde non erano più alte di quelle che avevo affrontato tante altre volte, ma era già un mare di settembre, autunnale, dove le onde sotto avevano molta più forza. Mi gettai a regola d’arte: bisogna farsi il più sottili possibili per offrire meno impatto all’onda. Ma fui travolto. Non mi ero mai trovato in una situazione simile e pensai: chi l’avrebbe detto stamattina che sarei morto oggi pomeriggio? Ne arrivò un’altra, ancora più alta – in genere vanno a coppie – e mi capitò la stessa cosa, ma ero più tranquillo, bastava che aspettassi che l’onda mi ributtasse fuori. Non ero Maiorca, ma nei polmoni avevo almeno due minuti buoni di apnea. Restai comunque in acqua. Sulla rotonda dei Bagni Umberto, una rotonda che avrebbe fatto gola ai Vanzina, il bagnino urlava che non aveva nessuna responsabilità e che erano cazzi miei. E in effetti erano cazzi miei, perché avevo già raggiunto la maggiore età. Tutta la gente, compresa mia madre, urlava: “Esci! Esci!”. Ma non c’è cosa più pericolosa che dare le spalle all’onda. Finalmente uscii. Standing ovation.

[…]

In realtà non dovrei andare al mare anche per altri motivi. Perché, a differenza della mezza montagna, eccita i nervi. Non troppo alta però, perché ti manca il fiato. Mi ricordo un Campionato del mondo a Città del Messico, a 2250 metri d’altitudine, dove le squadre più dinamiche soffrivano tremendamente. Giganteggiava Socrates, “il filosofo”, che essendo il giocatore più lento del mondo e facendo pochi passi (come il Messi dell’ultimo Mondiale) non sprecava energie. Tu resti quindi a casa, solo, nel silenzio della città, che è molto più sepolcrale di quello della campagna. Ascolti il suono delle ambulanze e pensi: “Almeno per questa volta me la sono cavata, non vengono a prendere me”. D’estate, i vecchi che muoiono per l’afa sono molto più numerosi. Anche quest’anno, lo confermano le statistiche, ne sono morti a frotte. Senti, lontano, molto lontano, il rumore di uno sciacquone e ti conforti pensando: “Be’, allora non sono proprio solo”. Dovrei andare quindi in collina dove tutto è più riposante, come fanno quasi tutti i miei coetanei, ma è un riposo che somiglia un po’ troppo all’eterno riposo. Il fatto è che l’invecchiamento non è un’invenzione, lentamente perdi non la forza, io ne ho ancora a sufficienza per battere a braccio di ferro Ramiro, il ragazzo ben piantato che gestisce il Nhero, cubano d’origine, ma spagnolo d’adozione con cui facciamo interminabili discussioni sul Barça, un luogo dove Elisabetta, non capisco perché, non vuole mai venire. E l’altro giorno ho aperto una scatola che Elisabetta, che pur ha solo 30 anni, non riusciva ad aprire. Quindi non mi manca la forza, ma ciò che Sorel chiamava élan vital, la voglia di vivere.

“Settanta sono gli anni della vita dell’uomo” dice il biblista e Dante fissa l’età media della vita a 35 anni. Io, a 82, ne ho già sgraffignati una decina, dopo un’esistenza sregolata in cui non mi sono fatto mai mancare nulla, utilizzando anche i tempi supplementari. È quindi venuto il momento di dire basta. Anche perché la semicecità mi complica una vita già di per sé complicata. Siamo andati sulla Luna, stiamo per raggiungere, almeno secondo le fantasie di Elon Musk, Marte, ma non siamo riusciti a rigenerare le cellule nervose e questo riguarda il mio glaucoma, il Parkinson, l’Alzheimer. Allegria!, come diceva Mike Bongiorno alla fine delle sue trasmissioni.


La vergogna e la viltà viaggiano sui banchi della destra di governo


(Dott. Paolo Caruso) – La vergogna e la viltà viaggiano sui banchi della destra di governo, infatti negando con il voto segreto l’ autorizzazione alla Procura di Roma dell’ acquisizione delle chat del deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro si è assistito a un atto di sabotaggio dei valori di legalità che sono alla base della nostra democrazia. Trasparenza e legalità abbattuti in un sol colpo da una accozzaglia di deputati che ormai da tempo non rappresenta più il Paese reale ma il liquame di una casta in dissolvimento. Del resto basti ricordare il 50% e più di astenuti e le liste bloccate. L’ Aula della Camera dei Deputati ha approvato, tramite scrutinio segreto con 206 voti favorevoli e 133 contrari, la relazione della Giunta per le autorizzazioni che ha negato alla Procura di Roma l’acquisizione delle chat del deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Un risultato scontato che dimostra quanto il valore etico sia presente in questa destra di governo. La stessa Meloni non ci ha voluto mettere la faccia e ha seguito ipocritamente l’ esito del voto. La richiesta di accesso ai messaggi era stata avanzata dalla Procura nell’ambito di un’indagine legata al ristoratore romano Mauro Caroccia vicino al clan Senese. I magistrati ritenevano tali comunicazioni necessarie per gli accertamenti d’indagine, mentre la difesa dell’indagato e la maggioranza parlamentare, a mo’ di ” testuggine romana “, compatta, hanno sostenuto l’inutilità o l’improcedibilità dell’acquisizione coatta. Dopo il verdetto della Giunta nei giorni precedenti, il voto finale dell’Aula ha confermato definitivamente la blindatura delle conversazioni. Un altro colpo al cuore della democrazia. Un’ armata “Brancameloni” sempre più pavida che si fa scudo dell’ immunità parlamentare. La decisione ha scatenato forti tensioni e dure proteste all’interno di Montecitorio da parte delle forze di minoranza, con i deputati 5 Stelle che hanno manifestato direttamente nell’emiciclo , accusando il centrodestra di voler ostacolare la trasparenza e la giustizia. I partiti della coalizione di governo (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia) hanno respinto le accuse di ostruzionismo giudiziario. Il relatore di maggioranza, Pietro Pittalis, ha ribadito che la decisione non rappresenta un tentativo di favorire l’impunità, bensì una legittima tutela delle prerogative del Parlamento e delle garanzie costituzionali previste per i membri delle Camere rispetto alle richieste della magistratura.


Virginia Raggi: “Ora il Pd deve scegliere da quale parte stare: la linea di demarcazione è tra bellicisti e pacifisti”


“Le primarie? Le chiedevano i dem, quindi le farei. Ma c’è chi vuole boicottarle”

Virginia Raggi: “Ora il Pd deve scegliere  da quale  parte stare:  la linea di demarcazione è tra bellicisti e pacifisti”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Per l’ex sindaca di Roma è tutto molto chiaro: “Oggi la linea di demarcazione è tra pacifisti e bellicisti, ossia tra chi vuole un futuro di pace e chi vuole tenere il Paese bloccato, spendendo miliardi in armi”. Così la pensa Virginia Raggi, veterana dei Cinque Stelle e consigliera comunale a Roma.

Nel centrosinistra tengono banco le parole primarie e Ucraina. Partiamo dalla prima: lei li vorrebbe i gazebo?

Va fatta innanzitutto una premessa, ossia che la pace deve essere la precondizione per ogni progetto e per ogni alleanza. In questo momento, l’Italia ha un governo che spende miliardi in armi e che tiene fermo il Paese, preoccupandosi solo dei guai della maggioranza: penso alle chat di Delmastro, alla riforma per depotenziare la Corte dei conti o ai mesi persi per riformare la magistratura, fino al referendum. Va costruito un nuovo modello di governo, incentrato sul No al riamo, sull’attenzione agli ultimi e sulla transizione ecologica, ovvero sul largo impiego delle energie rinnovabili, come è stato fatto in Spagna, con ottimi risultati. E sono tutti punti che il Movimento porta avanti da tempo.

Ma sul riarmo per il Pd non è così semplice dire no, se si parla di Safe.

Come dice Giuseppe Conte, i dem devono scegliere da che parte stare. A contare sono i programmi, e su molti temi c’è già una consonanza di base. Ma lo ripeto, senza pace non c’è futuro.

Il vero nodo però resta il sostegno militare all’Ucraina. Lei rimane dell’idea che non vadano mandati più armamenti a Kiev?

Assolutamente sì. In questi quattro anni in cui hanno mandato armi agli ucraini non è cambiato nulla. E tanti di quei fondi si sono persi in giri di corruzione, che hanno toccato anche alcuni ministri di Zelensky.

Senza gli aiuti militari occidentali Putin avrebbe dilagato, non crede?

Io e gli altri 5Stelle non possiamo essere presi per stupidi. È chiaro che l’alternativa è tra continuare a mandare armi e sedersi per aprire un vero tavolo negoziale per la pace.

Il tavolo dovrebbe volerlo anche la Russia.

Bisogna fare dei tentativi veri in tal senso.

Torniamo alle primarie: lei le vorrebbe?

Le chiedeva il Pd: facciamole.

Lei pensa che le temano?

C’è qualcuno che non le vuole, mentre qualcun altro intende boicottarle.

E voi 5 Stelle avete paura che Alessandro Di Battista si candidi alle Politiche? Potrebbe togliervi tanti voti?

Alessandro è un amico, ed è stato tra i primi fuori del Parlamento a parlare del dramma di Gaza e contro la politica del riarmo. Ma non ho idea se voglia candidarsi alle Politiche. Questo andrebbe chiesto a lui.

Insisto: potrebbe togliervi molti consensi?

Non credo che voglia togliere voti a noi. I suoi obiettivi mi sembrano altri.

E Vannacci di voti ve ne prenderà?

Credo che lui prenda molto tra i delusi e tra quelli che non votano più. Toglierà a tutti i partiti, ma soprattutto a Fratelli d’Italia. Però propone un modello vecchio di politica: parla ancora di energie fossili, per dire. Noi dobbiamo rispondergli imponendo il nostro modo di farla.

Pochi giorni fa, in Campidoglio, lei ha definito il sindaco dem Roberto Gualtieri “un monarca”, e ha votato contro l’assestamento di bilancio. Un’alleanza con il Pd a Roma per lei è difficile da sostenere?

Ho votato contro perché non ero d’accordo. Per me la stella polare sono sempre stati i programmi, e la mia idea di Roma è chiara: sono contro il cemento e per un’amministrazione più vicina a chi è in difficoltà. Ma sull’alleanza deciderà chi se ne sta occupando, ossia i gruppi interni al M5S.

Lei farebbe votare gli iscritti sull’intesa?

Non spetta a me decidere. Generalmente, tutto ciò che favorisce la partecipazione per me è positivo.


C’è un baco nella politica


Sugli aiuti all’Ucraina e sui fondi per la difesa nessuna coalizione è senza peccati. Delle divisioni del centrosinistra si è discusso a lungo. Ma che dire di chi governa insieme da oltre quattro anni?

Roma, 5 agosto: la protesta dei deputati di Futuro Nazionale

(di Francesco Bei – repubblica.it) – Sugli aiuti militari all’Ucraina e sul ricorso eventuale ai fondi europei del Safe per la difesa, nessuna coalizione è senza peccati. Delle divisioni del centrosinistra, dopo l’uscita di Giuseppe Conte che ha proposto di risolvere la questione a colpi di primarie, si è discusso a lungo.

Esiste una differenza profonda, inutile nasconderlo, che non investe tanto l’opportunità di continuare a spedire armamenti, quanto l’idea che l’Ucraina sia diventata anche altro, il simbolo della resistenza all’oppressione, della democrazia che non si piega alla forza bruta dell’invasore, della difesa dei valori su cui si fonda la stessa Unione europea.

Su questo ci si continua a dividere nel campo progressista. Non è poco, anche perché le questioni che riguardano i principi ultimi, per definizione non negoziabili, sono le più difficili da risolvere. Ma se è giusto fare le bucce e pretendere chiarezza da chi si candida a governare, che dire di chi governa insieme da oltre quattro anni?

L’Italia, nel silenzio generale, di armi non ne invia più dal 2025, un po’ perché gli ucraini, in un conflitto basato sui droni, non sanno che farsene dei nostri carri arrugginiti, un po’ perché Meloni, che subisce il martellamento pacifista di Vannacci e la pressione di Salvini, ha raffreddato di molto la sua spinta pro-Kiev. Tanto che non abbiamo acquistato sistemi americani di difesa per l’Ucraina con il meccanismo Purl (Prioritized Ukraine Requirements List), né abbiamo ancora onorato l’impegno finanziario per Kiev stabilito al recente vertice Nato di Ankara.

Vogliamo parlare del fondo Safe? Se i riformisti del Pd hanno fatto rumore per la decisione di non sostenere la mozione unitaria del centrosinistra, perché a loro dire troppo contiana, i veri stracci sono volati nel centrodestra, tanto da costringere i capigruppo di maggioranza a modificare fino all’ultimo la risoluzione, dopo le proteste di Claudio Borghi e, ancora, di Matteo Salvini, contrari a vincolarsi a un meccanismo europeo per gli investimenti sulla difesa.

Tutto questo per dire che la purezza ideologica, l’ortodossia programmatica che si pretende dal centrosinistra, è tutto fuorché acquisita dal centrodestra, che si presenta altrettanto disunito sulla politica estera. L’unica, vera, differenza tra le due coalizioni è che, per un lungo tratto della legislatura, alla fine dei conti Meloni è spesso riuscita a imporre la sua linea con la forza dei numeri. Ma proprio la vicenda Ucraina, e il ricorso eventuale al contestato Safe, dimostrano che le cose stanno cambiando anche a destra.

Il centrosinistra è diviso? Può darsi, su alcuni temi di politica estera (alcuni, o forse uno solo) restano le differenze di cui si diceva prima. Senza minimizzarle, è tuttavia importante ricordare che è dal 2022 che i partiti che ne fanno parte si oppongono insieme al governo Meloni, spesso presentando proposte legislative unitarie.

Il centrodestra, vincente solo grazie a una riffa elettorale fortunata, nel 2022 nemmeno esisteva: Forza Italia e Lega governavano insieme a Draghi, sostenevano l’esecutivo di salvezza nazionale con i Cinque Stelle e il Pd, mentre i Fratelli d’Italia se ne stavano da soli all’opposizione. Non c’era quindi un programma comune — tra Salvini che proponeva l’abolizione della Fornero, Meloni il blocco navale, Tajani la rivoluzione liberale — e non c’era nemmeno la coalizione, almeno fino a poche settimane prima del voto.

Sarebbe confortante svegliarsi domani mattina scoprendo che i problemi sulla politica estera sono risolti, ma dopotutto basta sollevare un po’ lo sguardo per capire che il mondo progressista è attraversato da dilemmi simili in tutte le democrazie. Negli Stati Uniti, per restare alla giornata di ieri (mercoledì 5 agosto), Abdul El-Sayed ha conquistato in Michigan la candidatura dem per il seggio al Senato, sconfiggendo — con una piattaforma pro Pal che da noi nemmeno Francesca Albanese — la rivale moderata Haley Stevens, sostenuta da gruppi pro Israele. Ma alle prossime elezioni entrambi voteranno contro Trump, non bisogna scandalizzarsi.

La verità è che il bipolarismo italiano convive da più di trent’anni, da quando è stato adottato un sistema elettorale ibrido — maggioritario e proporzionale insieme — con un bug perenne, un malware che infetta entrambe le coalizioni e le costringe a imbarcare di tutto pur di vincere.

Soltanto in Italia la legge elettorale — non solo l’attuale o la futura, anche le precedenti — è stata disegnata per premiare le coalizioni prima del voto, vuoi con i collegi uninominali, vuoi con il premio di maggioranza, nessun altro grande paese europeo funziona così. Visto che con un voto in più si prende tutto, è chiaro che bisogna tenere le porte aperte a tutti, per quanto possibile, per sperare di governare. Se la regola è questa, chi non la rispetta si condanna da solo. È aritmetica, non è politica.


Non è Miss Italia


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Più se ne parla e meno queste primarie progressiste sembrano secondarie. Intanto servono a misurare la bugiarderia di quanti un tempo le facevano e ora le demonizzano, e di chi ieri non le voleva e oggi le reclama a gran voce. Ma il fatto più interessante è lo sgomento generale per un rendez-vous dove gli elettori decidono al posto degli eletti più ancora che alle elezioni politiche. Lì, siccome il voto è prevedibile in base ai precedenti e ai sondaggi, le scelte dei partiti contano molto più di quelle degli elettori, qualunque sia il sistema elettorale. Con le liste bloccate gli elettori non scelgono nulla, ma anche con le preferenze i capi dei partiti più strutturati e clientelari riescono quasi sempre a far uscire chi vogliono, candidando i loro protégé nei posti più sicuri e convogliando pacchetti di voti controllati o comprati. Invece le primarie aperte sono un po’ come i referendum: i capibastone se ne infischiano e il voto libero vale di più, anche perché non si deve scegliere questo o quel partito: si deve optare fra un paio di figure e linee politiche. Anziché dire Sì o No a un quesito, gli italiani (e non tutti per forza di centrosinistra) dovranno decidere chi fra Schlein e Conte è il più adatto a fare il premier in caso di vittoria elettorale. Malgrado le scemenze che girano, le primarie per il candidato premier non sono il concorso di Miss Italia per eleggere il più fico o il più forte. E neppure il replay delle votazioni per il leader del Pd (vinte da Schlein nel 2023) o del M5S (vinte da Conte nel 2021, nel ’22 e nel ’25). Né un’inedita consultazione per creare la inesistente figura del “leader del centrosinistra”. Che resterà una coalizione di partiti, ciascuno retto dal suo leader, ma tenuta insieme da un programma comune (meglio un contratto tra forze diverse, non organicamente alleate, sui punti di convergenza). Se avesse un leader unico, gli elettori dei partiti diversi da quello del leader non vi si riconoscerebbero. Invece, col Melonellum, dovrà dichiarare un candidato premier.

[…]

Quindi si tratta di decidere chi sia il più adatto a guidare il governo, non la coalizione. Il più bravo ad amministrare l’Italia, non a fare politica. E non è detto che il più bravo sia il leader del partito più votato: può essere quello di un partito meno votato. Non tutti i bravi leader di partito sono bravi premier, e viceversa. E non tutti i bravi leader di partito sono graditi come premier dagli elettori. Prodi un partito non l’aveva neppure, ma portava dall’Iri un buon profilo di amministratore: fu scelto come candidato premier, batté due volte B. e nel suo primo governo fece bene. Prima di scoprire alle elezioni politiche come la pensano gli elettori progressisti, è meglio domandarglielo alle primarie. Che, se possibile, sono persino più importanti. […]