Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Da Marx a Giorgia


Da Marx a Giorgia

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Diceva Marx che quando il capitalismo sarebbe arrivato al massimo della contraddizione, il sistema sarebbe collassato. L’aumento del saggio di profitto e il crollo dei salari avrebbe generato un divario intollerabile tra ricchi e poveri. E le condizioni per una rivoluzione del proletariato innescata dai livelli intollerabili di miseria cui la classe operaia era stata ridotta.

La previsione si rivelò giusta, anche se la ricetta del comunismo, sfociato nella sua applicazione pratica in dittature repressive e spesso sanguinarie, si dimostrò fallimentare. Ma non vedere oggi che il sistema neo-liberista sta producendo le stesse contraddizioni del capitalismo avversato da Marx, sarebbe come ignorare i corsi e i ricorsi storici sui quali Giambattista Vico ci mise in guardia. Ora, non si può pretendere che la premier Giorgia Meloni conosca le basi della filosofia, ma per il ruolo che riveste è lecito esigere che padroneggi almeno i fondamentali dell’economia. Anche se alcune recenti affermazioni – tipo quelle sullo spread che rende i titoli italiani più sicuri di quelli tedeschi o sulla pressione fiscale che cresce perché c’è più gente che lavora – qualche dubbio lo lasciano.

Di certo comprenderà la gravità dei numeri diffusi ieri dall’Oxfam all’apertura del World Economic Forum di Davos: nel 2025 la ricchezza dei miliardari italiani è cresciuta di 54,6 miliardi di euro, cioè 150 milioni di euro al giorno. Allo stesso tempo, il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Non rischieremo forse un’altra rivoluzione bolscevica, ma il disastro sociale è alle porte. E continuare ad ignorarlo non risolve i problemi. Li aggrava.


Vi sentite tristi e depressi? Non vi preoccupate, è normale: oggi è il “Blue Monday”


(Adnkronos) – Oggi, lunedì 19 gennaio 2026, è il Blue Monday, la giornata considerata ‘il giorno più triste dell’anno’. La definizione è ormai entrata nell’uso comune, ma cosa significa realmente e perché è oggi?

Il Blue Monday indica il terzo lunedì di gennaio nell’emisfero boreale: nel 2026 questa ricorrenza cade il 19 gennaio. Secondo la sua origine mediatica, sarebbe il giorno dell’anno in cui molte persone si sentono più giù di morale, stanche e meno motivate dopo il periodo festivo.

Il termine nasce nel 2005 da una campagna pubblicitaria di una compagnia di viaggi britannica (Sky Travel). Uno psicologo associato alla campagna, Cliff Arnall, elaborò una formula che combinava vari fattori — come il meteo invernale, il livello di debito dopo le feste, la distanza dalle vacanze natalizie e la difficoltà nel mantenere i buoni propositi di gennaio — indicando il terzo lunedì del mese come il giorno più triste dell’anno.

Il nome stesso riflette questa idea: in inglese blue non significa solo il colore blu, ma è anche associato alla tristezza o malinconia, mentre Monday è il lunedì, storicamente percepito come il primo giorno lavorativo della settimana.

È importante chiarire che non esiste alcuna prova scientifica robusta che questo sia davvero il giorno più triste dell’anno in termini di umore o salute mentale. La formula originale è ampiamente criticata e considerata una mossa di marketing, non un risultato di ricerca psicologica validata.

Tuttavia, Blue Monday ha guadagnato popolarità proprio perché molti riconoscono che gennaio può essere psicologicamente impegnativo: giornate corte, clima freddo, fine delle feste e difficoltà a mantenere le nuove abitudini possono pesare sull’umore di molte persone nel pieno dell’inverno boreale.

Anche se non esiste una ‘legge del Blue Monday’, ci sono fenomeni reali che possono influenzare la nostra emotività in gennaio:

– Giorni più corti e poca luce solare: l’inverno riduce l’esposizione alla luce naturale, con impatti su ritmo sonno-veglia ed energia.

– Fine delle festività: dopo il clima festivo e sociale di dicembre, la routine può sembrare più grigia e monotona.

– Pressioni finanziarie: molte persone affrontano le prime bollette dopo le spese natalizie, con stress economico.

– Obiettivi di inizio anno già difficili: i buoni propositi possono essersi indeboliti o già abbandonati, con effetti sul senso di realizzazione e motivazione.

Anche se non esiste una prova che oggi sia particolarmente deprimente, può essere utile approfittare della conversazione per prendersi cura del proprio benessere emotivo con piccoli gesti concreti:

– Attività fisica. Una passeggiata all’aperto o un po’ di esercizio aiutano a stimolare endorfine e regolano il ritmo sonno-veglia.

– Ripensa alle tue routine. Rendere più realistici i propri obiettivi, con passi più piccoli e gratificazioni, può aiutare a mantenere la motivazione.

– Cura il sonno. Una routine regolare della notte, evitando schermi poco prima di dormire, può migliorare energia e stabilità emotiva.

– Alimentazione e umore. Cibi che favoriscono l’equilibrio energetico (come cioccolato fondente con moderazione, omega-3 e cibi ricchi di vitamine) possono supportare il tono dell’umore.

– Condividi e connettiti. Parlare con amici o familiari, condividere come ci si sente, oppure fare qualcosa di piacevole insieme può migliorare l’umore.


Povera Groenlandia… e poveri noi! I nodi climatici e geopolitici stanno venendo al pettine


Proprio dieci anni fa, nel libro “Effetto serra, effetto guerra”, preconizzavamo una situazione di conflitto in Artico per via dei cambiamenti climatici. Cosa che si sta materializzando

(di Antonello Pasini* – ilfattoquotidiano.it) – Proprio dieci anni fa, di questi tempi, stavo iniziando a scrivere un libro con il diplomatico Grammenos Mastrojeni sugli influssi dei cambiamenti climatici recenti su conflitti e migrazioni in giro per il mondo; un libro dal titolo emblematico: Effetto serra, effetto guerra. Già allora preconizzavamo una situazione di conflitto in Artico per via dei cambiamenti climatici recenti di origine antropica. Scrivevamo in particolare:

“Poiché il Polo Nord si sta fondendo – e vi sono riscontri inequivocabili – gli stati che hanno ambizioni artiche iniziano a mostrare, ancora pacatamente, i muscoli, guardando alle nuove rotte di navigazione che si apriranno, ai giacimenti di gas e di petrolio e a tanto altro. La Russia ha inviato dei sottomarini a piantare la propria bandiera sul fondale oceanico dell’Artico, mentre gli Stati Uniti e il Canada hanno avviato una disputa per decidere di chi è la sovranità sul Passaggio a Nord Ovest, la mitica via di navigazione a settentrione del continente americano che già si sta liberando dai ghiacci perenni che la rendevano impraticabile. Tutto piuttosto pacifico perché gestito da soggetti che amministrano interessi economici in maniera generalmente razionale.”

Cosa è cambiato in questi dieci anni? Ebbene, dal punto di vista climatico continua, e anzi accelera, il cambiamento in Artico. Se allora scrivevamo che la temperatura all’interno del circolo polare aumentava del doppio o poco più rispetto all’aumento di temperatura media globale, oggi ci accorgiamo che aumenta tre volte più della media. D’altro canto, i ghiacci che sono a galla sull’Oceano artico, e soprattutto quelli della Groenlandia, continuano a fondersi, e a un ritmo accelerato.

Più studiamo la dinamica dei ghiacciai, più scopriamo che esistono fenomeni di fusione della neve e del ghiaccio che “lubrificano” lo strato tra ghiaccio e rocce sottostanti e fanno “scivolare” i ghiacciai verso il mare, creando fenomeni bruschi che ce li fanno perdere più rapidamente.

Dal punto di vista geopolitico, mi sembra che i nodi che descrivevamo allora come potenziali oggi vengano al pettine, e che quella “pacatezza” e quella “razionalità” di cui scrivevamo – e che tutto sommato ci dava un po’ di tranquillità – stiano venendo meno, perché c’è chi vuol fare prevalere la legge del più forte e chiaramente non ha consapevolezza (o non vuole vedere) l’interconnessione e la fragilità del mondo attuale, dove alla lunga non vince il più forte, bensì chi riesce ad armonizzare la propria dinamica e le proprie azioni con la dinamica della natura e degli altri umani sulla Terra.

Siamo in un momento storico in cui si nasconde la complessità e la fragilità di questo mondo interconnesso, sia dal punto di vista scientifico che da quello geopolitico. In questa situazione, povera Groenlandia… e poveri noi.

* Fisico del clima, Cnr


Il governo Meloni appare solido sia in Italia che fuori: grazie al Berlusconino Convinto e a quello Titubante


Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi

(di Emanuele Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.

Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità. Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.

Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.

Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.

Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?”) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.

Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.

Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.


Bettino Craxi: “Esule non fuggiasco”


Da ben 26 anni le spoglie del Presidente Craxi riposano nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet e a distanza di tanti anni solamente qualche decina di Sindaci hanno avuto la forza morale  di intitolare un luogo pubblico a Benedetto (Bettino) Craxi per onorare la memoria di quel grande uomo di Stato che ha speso la sua vita per il bene dell’Italia. Un grande statista già deputato della Repubblica, già Presidente del Consiglio, già rappresentante personale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per missioni di pace nel mondo. Un grande statista che per un quarto di secolo ha rappresentato la punta più avanzata del socialismo democratico e riformista nel mondo e che “è stato tra i 5 o 6 personaggi che hanno fatto la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni ‘90”, per dirla con il quotidiano l’Unità dell’anno 1999.

    Un grande  uomo di governo che nel 1984 aveva quasi azzerato l’inflazione  (dal 16% al 4%) con il cosiddetto “decreto di San Valentino” ed una politica industriale espansiva e non recessiva.

   Un grande uomo di governo che aveva portato l’Italia al quinto posto nell’economia del mondo con un tasso di sviluppo di circa il 3% annuo ed ottenuto per la prima volta il massimo di affidabilità da parte delle maggiori agenzie di “rating” internazionale che attribuirono all’Italia la valutazione massima, la cosiddetta  tripla AAA, portando in questo modo il nostro Paese nell’ aristocrazia dei paesi industrializzati.

   Un grande uomo di governo che aveva speso tutto il suo potere politico per mettere fine al monopolio nell’informazione della RAI nonostante la forte opposizione della sinistra catto-comunista e di una Magistratura politicizzata (tutti dovrebbero ricordare i cosiddetti pretori d’assalto che oscuravano le emittenti televisive private e i  decreti -reiterati- del governo Craxi per farle rivedere).

   Un grande uomo di governo che aveva gettato davvero le basi dell’Unione Europea e che, pur convinto filo-americano, non s’era fatto umiliare dal Presidente Reagan a Sigonella (in occasione del sequestro dell’Achille Lauro).

   Un grande Presidente che arrivò alla guida del Paese in un momento di gravissima crisi strutturale (vale la pena ricordare  che quando nell’agosto del 1983 il Presidente Craxi iniziò a governare la produzione industriale era crollata del 7% e le quotazioni azionarie precipitavano, al punto che, solo pochi mesi prima, si era stati costretti ad un intervento assolutamente eccezionale: la sospensione per tre giorni dell’attività di Borsa per evitare un vero e proprio tracollo finanziario) e che al programma dell’austerità considerata come la sola via d’uscita dalla crisi seppe contrapporre gli incentivi alla ripresa industriale per far uscire il Paese dalla recessione e dalla stagnazione. L’Italia assistita diventa modello di sviluppo e di innovazione grazie all’azione svolta dal primo governo Craxi.

   Un grande modernizzatore che non esitò a far votare “SI” ai socialisti quando si doveva decidere l’ingresso dell’Italia nello SME (primo passo verso la moneta unica, ferocemente osteggiata dal Partito Comunista Italiano).

    In conclusione, per aiutare qualche  Sindaco a  trovare la forza necessaria per  abbattere il muro  del pregiudizio ideologico  vale la pena ricordare che:

  1. Il 19 gennaio 2000 Bettino Craxi è morto ad Hammamet suscitando il cordoglio di tutto il mondo democratico e  il governo dell’epoca -presieduto dall’on. Massimo D’Alema-  propose di tributare a Bettino Craxi i funerali di Stato in Italia che la Legge prevede solamente per le più alte cariche istituzionali e per quelle personalità “che abbiano reso particolari servizi alla Patria, nonché per quei cittadini che abbiano illustrato la nazione italiana”.
  2. La Corte di Giustizia Europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per violazione dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sull’equo processo. In poche parole, la Corte europea ha sancito che i più elementari diritti e le regole del diritto furono violati pur di arrivare ad una condanna del leader socialista.
  3. Il Procuratore Capo del Tribunale di Milano Gerardo D’Ambrosio (poi Senatore della Repubblica eletto nelle liste dei DS ex PCI) che condusse le indagini che portarono alla condanna del Presidente Craxi  fu il primo a riconoscere che l’ex segretario del Partito Socialista Italiano non aveva mai intascato soldi a titolo personale e in un’intervista al “Foglio” del 22 febbraio 1996 affermava: “…La molla di Bettino non era il suo arricchimento ma la politica” ed ha  confermato in più occasioni (prima di morire) che Bettino Craxi aveva ragione quando affermava che tutto il sistema dei partiti della prima Repubblica si reggeva sul finanziamento illecito che è stato amnistiato sino al novembre ’89, depenalizzato se compiuto dopo il ’93 e colpito penalmente solo se commesso in quell’intervallo di quattro anni. Una legislazione a singhiozzo con reati che appaiono e scompaiono a seconda degli anni. Solo chi è accecato dalla faziosità non riesce a capire che questo tipo di legislazione ha lesionato il principio di eguaglianza del cittadino davanti alla legge, anche del cittadino Craxi.
  4. La difesa della libertà dei popoli oppressi è stata per Bettino Craxi una ragione di vita. Non ebbe paura di accusare le multinazionali per l’aiuto dato al golpe cileno di Pinochet, così come aiutò i socialisti portoghesi a combattere la dittatura di Salazar. Non ebbe d’altra parte alcuna remora nel denunciare con forza i regimi comunisti dell’Europa dell’Est. Ora ci può anche essere chi, ancora oggi, esprime l’opinione che Craxi sia stato “un corrotto e/o un latitante” e però è necessario ricordare quello che scrisse l’ex Presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, nella sua lettera di addio (prima di infilare la testa in un sacchetto di plastica) e che sicuramente il Presidente Craxi  ha letto centinaia di volte prima di  scegliere la via dolorosa dell’esilio: “ Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile … Siamo cani in un canile dal quale ogni Procuratore può prelevarci per fare la sua brava esercitazione e dimostrazione che è più bravo o più severo. Stanno distruggendo la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario … Io non ci voglio essere”.

A tutto ciò si è ribellato il cittadino Craxi e, per tale motivo, la Corte di Giustizia europea ha condannato lo Stato italiano. 

Benevento  19 gennaio 2026

Amedeo Ceniccola

Presidente circolo “B. Craxi” – Benevento


La caccia moltiplica i cinghiali


(Michele Agagliate – lafionda.it) – L’Italia si trova oggi nel pieno di un’emergenza che ha superato i confini delle campagne per entrare prepotentemente nelle periferie urbane e nei dibattiti politici nazionali. Gli incidenti stradali aumentano, i danni alle colture sono incalcolabili e la peste suina africana (PSA) incombe come una minaccia economica catastrofica. La risposta della politica, spinta dalla pressione dell’opinione pubblica e delle lobby agricole, è stata quasi unanime: aumentare gli abbattimenti, estendere le stagioni di caccia, semplificare i prelievi.

Tuttavia, sotto la superficie di questa strategia emergenziale, emerge un dato scientifico controintuitivo e scomodo. Un dato che suggerisce che, per quarant’anni, abbiamo tentato di spegnere un incendio gettandoci sopra della benzina.

​Il fulcro di questo cambiamento di paradigma si trova in uno studio recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Conservation da Andrea Mezzatenta, docente di Fisiologia presso il Dipartimento di Scienze dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Il lavoro, intitolato “Wild Boar Management and Environmental Degradation: A Matter of Ecophysiology—The Italian Case”, non si basa su stime teoriche, ma sull’analisi rigorosa dei dataset ufficiali governativi, regionali e locali dell’ultimo ventennio.

La conclusione è una “sentenza” scientifica: la gestione venatoria ha alterato l’omeostasi del cinghiale (Sus scrofa), innescando un meccanismo di compensazione biologica noto come passaggio dalla Strategia K alla Strategia r.

In natura, le popolazioni animali seguono due modelli principali di crescita. La Strategia K è quella dei grandi mammiferi che vivono in ambienti stabili: pochi figli, cure parentali prolungate, crescita lenta e popolazioni che rimangono vicine alla capacità portante dell’ecosistema. Fino agli anni ’80, il cinghiale in Italia seguiva questo modello, con una sola cucciolata all’anno e una struttura sociale gerarchica guidata dalle matriarche.

​La Strategia r (dove “r” sta per tasso di crescita), al contrario, è tipica delle specie colonizzatrici che devono sopravvivere in ambienti instabili o ad alto tasso di mortalità: maturità sessuale precoce, nascite plurime annuali e proli numerosissime.

Lo studio di Mezzatenta dimostra come la caccia collettiva, in particolare la tecnica della “braccata”, agisca come un potente stressore antropico che rompe la stabilità della specie. Quando la pressione venatoria uccide le femmine adulte dominanti (le matriarche), si rompe il “blocco” feromonale che impedisce alle femmine più giovani di riprodursi. Il risultato è un’esplosione di nascite:

  • Maturità precoce: le femmine iniziano a riprodursi a pesi corporei e a età molto inferiori rispetto al passato.
  • ​Cucciolate multiple: si è passati da un unico evento riproduttivo stagionale a nascite scaglionate durante tutto l’anno.
  • ​Iper-produttività: nei maschi, la pressione dello stress aumenta la produzione di sperma, garantendo il successo riproduttivo anche in popolazioni decimate.

L’aspetto più dirompente dell’inchiesta scientifica di Mezzatenta risiede nell’analisi dei dati della Regione Toscana, regione “laboratorio” per la caccia al cinghiale in Italia. Incrociando il numero di capi abbattuti con la dimensione della popolazione residua, i ricercatori hanno trovato una correlazione eccezionalmente forte: un coefficiente di Pearson di 0,99997.

In termini statistici, è una correlazione pressoché perfetta. Essa indica che l’aumento sistematico del prelievo venatorio è andato di pari passo con l’aumento della popolazione. Nonostante milioni di capi abbattuti, il numero totale di cinghiali continua a salire. Non è solo inefficacia; è la prova che l’attività venatoria sta agendo come un selezionatore artificiale che premia la riproduzione rapida e la dispersione sul territorio.

​Per capire come siamo arrivati a questo punto, non basta osservare la biologia di oggi; bisogna riavvolgere il nastro della storia ecologica italiana. Lo studio di Mezzatenta identifica due momenti di rottura fondamentali: il 1958 e il 2000.

Il 1958 segna l’inizio di quello che oggi potremmo definire un “peccato originale” gestionale. In quel periodo vennero avviati massicci programmi di reintroduzione del cinghiale a fini venatori, ma con un errore fatale: furono traslocati individui provenienti dall’Europa orientale. Questi esemplari, geneticamente diversi dal nostro cinghiale maremmano (Sus scrofa majori) autoctono, erano più grandi, più massicci e, soprattutto, molto più prolifici.

​Questo “inquinamento genetico” ha creato un ibrido che ha trovato nell’Italia del dopoguerra — con l’abbandono delle campagne e l’aumento delle aree boschive — l’ambiente ideale. Tuttavia, come evidenzia lo studio, la vera accelerazione è avvenuta intorno all’anno 2000, con l’istituzionalizzazione delle braccate su larga scala. Quella che doveva essere una soluzione si è trasformata in una “fabbrica di nascite”: la dispersione causata dai cani e dalle fucilate ha spinto gli animali a colonizzare nuovi territori, portandoli fin dentro i nostri centri urbani.

In questo scenario di squilibrio, la logica scientifica vorrebbe un rafforzamento dei regolatori naturali. Il lupo grigio (Canis lupus), predatore apicale del nostro ecosistema, è l’unico alleato in grado di esercitare una pressione costante e selettiva sulle popolazioni di ungulati, colpendo proprio quegli individui che la caccia spesso risparmia.

Eppure, la cronaca legislativa del 2026 viaggia in direzione ostinata e contraria. In attuazione del recente DDL “Montagna” (Legge 131/2025), il Ministero dell’Ambiente ha predisposto uno schema di decreto che fissa per l’anno in corso un tetto massimo di 160 lupi prelevabili sul territorio nazionale. Una decisione figlia del declassamento del lupo nella Convenzione di Berna, ratificato a livello europeo nel giugno 2025.

​Questa misura, caldeggiata dalle associazioni agrivenatorie come AB – Agrivenatoria Biodiversitalia, viene presentata come un modo per “ridurre i conflitti” nelle zone rurali. Ma dal punto di vista ecofisiologico, l’abbattimento del lupo grigio in un momento di massima espansione del cinghiale appare come un controsenso scientifico.

​”Non c’è bisogno di allarmismi, ma di attrezzarsi per il ritorno del predatore”

avverte Federparchi, sottolineando come la rimozione dei lupi grigi possa innescare una reazione a catena: meno predatori significa meno pressione sui cinghiali, che a loro volta continueranno a moltiplicarsi seguendo quella “Strategia r” alimentata proprio dalla caccia.

Il dato più inquietante che emerge dai commenti alla ricerca di Mezzatenta è la resistenza culturale. Mentre il mondo accademico parla di feromoni, sincronizzazione dei cicli estrali e omeostasi, una parte del mondo venatorio reagisce con attacchi personali e scetticismo.

​C’è chi, tra i cacciatori, accusa gli studiosi di essere “animalisti pagati” e chi difende la caccia come l’unica soluzione possibile, nonostante i dati (come il citato coefficiente di Pearson del 0,99997) dimostrino il contrario. Questo scollamento tra evidenza scientifica e percezione sul campo è il vero ostacolo a una gestione moderna della fauna. Se la caccia fosse la soluzione, dopo milioni di capi abbattuti e un calo drastico del numero di cacciatori dagli anni ’70 a oggi, il problema dovrebbe essere risolto. Invece, siamo nell’era della massima emergenza.

​Dietro la narrazione del “cacciatore-soccorritore” che interviene per salvare l’agricoltura, si nasconde un’ombra economica che il giornalismo scientifico non può ignorare. Se il cinghiale venisse davvero eradicato o ridotto ai minimi termini, cosa accadrebbe all’indotto che ruota attorno alla sua caccia?

​Il dibattito pubblico è infiammato da sospetti di conflitti d’interesse. Molti commentatori, spesso gli stessi agricoltori esasperati, sottolineano come la caccia sia diventata un’attività che si auto-alimenta. Esiste un mercato parallelo — spesso sommerso — legato alla vendita della carne di cinghiale ai ristoranti e alle sagre, un giro d’affari che paradossalmente trae vantaggio dall’abbondanza della specie. Come sottolineano le voci critiche, tra cui la LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia), è difficile che una categoria delegata alla risoluzione di un problema sia realmente motivata a risolverlo se questo comporterebbe la scomparsa della propria passione e di una fonte di reddito.

​L’intesa tra Coldiretti e Federcaccia, siglata all’inizio del 2026, viene presentata come un superamento delle contrapposizioni ideologiche, ma per molti scienziati resta un accordo che ignora la radice del problema: la persistenza di un modello di gestione che ha fallito per quarant’anni.

Lo studio di Andrea Mezzatenta non si limita a distruggere i dogmi del passato, ma traccia una rotta per il futuro. La soluzione non risiede in una guerra indiscriminata nei boschi, ma in un approccio definito ecofisiologico.

La proposta è quella di sostituire i piani di abbattimento tradizionali con un monitoraggio territoriale ad alta densità tecnologica. L’integrazione di:

  • ​Droni con termografia: per censire le popolazioni con precisione millimetrica, senza disturbarne la struttura sociale.
  • ​Sistemi LiDAR e sensori ambientali: per comprendere i movimenti e le interazioni ecologiche in tempo reale.
  • ​Gestione della comunicazione chimica: l’uso di feromoni per manipolare i cicli riproduttivi o allontanare gli animali dalle colture in modo incruento.

Questi strumenti permetterebbero interventi adattivi, agendo solo dove necessario e, soprattutto, senza innescare quel “meccanismo di compensazione” (la Strategia r) che oggi rende i cinghiali indistruttibili.

L’inchiesta pubblicata su Conservation e le nuove normative sul prelievo del lupo pongono l’Italia davanti a un bivio. Da una parte, la continuazione di un dogma venatorio che, numeri alla mano, ha contribuito a creare l’emergenza attuale. Dall’altra, una gestione basata sulla biologia del comportamento, sulla fisiologia e sul rispetto degli equilibri preda-predatore.

Solo attraverso l’integrazione di fisiologia, ecologia e tecnologia è possibile progettare interventi scientificamente fondati”, conclude Mezzatenta. Se vogliamo davvero “dare a Cesare quel che è di Cesare”, dobbiamo ammettere che il cinghiale non ha invaso l’Italia: è stato invitato, incrociato, stressato e infine moltiplicato dalle nostre stesse azioni.

Continuare a combatterlo con le stesse armi che lo hanno reso così forte non è solo un errore scientifico, è una sconfitta della ragione. È tempo che la politica smetta di ascoltare le pance delle lobby e inizi a leggere i dataset dei laboratori. Perché nei boschi italiani, oggi, non sono solo i cinghiali a essere fuori controllo, ma l’illusione che un colpo di fucile possa risolvere ciò che la biologia ha già decretato come un fallimento.


Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi


In Europa, l’1% più benestante intasca pure fino al 40 per cento dei fondi. Le prime due aziende della Penisola per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali

Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi

(di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it) – I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di contributi agricoli in ItaliaRepubblica CecaDanimarcaGermaniaPaesi Bassi e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco, Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi (BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare. Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Europa.

La Pac che alimenta le disuguaglianze e butta fuori le piccole aziende

La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala) subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere. “Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera, che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”.

La concentrazione dei sussidi agricoli in sei paesi Ue

L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80% dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari, perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar.

Chi intasca davvero la Pac

Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra 195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’, concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi, antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni, Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti, la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano (Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali, oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”. Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e 1.770 ettari di foreste in Romania.

Se la Pac sostenesse i piccoli agricoltori

“Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš (16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione.


È il momento per l’Europa di sganciarsi dall’impero americano. Meloni con Trump per interesse


I leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia

È il momento per l’Europa di sganciarsi dall’impero americano. Meloni con Trump per interesse

(Enrico Grazzini, Giornalista economico e saggista – ilfattoquotidiano.it) – Cosa dovrebbe fare l’Europa per respingere l’attacco di Trump alla Groenlandia e a tutta l’Europa? Dovrebbe fare la pace con la Russia e sganciarsi, prudentemente ma decisamente, dall’impero americano. Dovrebbe riconoscere che siamo in un’epoca post-UE e post-Nato: la Nato e la Ue non esistono più, almeno per come le abbiamo conosciute. Occorre una politica completamente nuova.

Il governo italiano invece fa finta di nulla: mentre Donald Trump vuole conquistare la Groenlandia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa finta che le pretese coloniali del presidente americano possano essere risolte con dei negoziati, magari a base di cene con spaghetti e mandolino. Come donna, come cristiana, come madre, Meloni non ha avuto il coraggio di condannare pubblicamente né l’omicidio della povera Renee Good da parte delle squadracce di Trump né il criminale Netanyahu, grande amico di Trump. La sua vicinanza ideologica con l’autocrate è quasi totale, e la sua qualità morale è quasi allo stesso livello di quella di Trump.

Ma oltre a questo c’è soprattutto una questione di interesse: Meloni sa che Trump è la sua principale assicurazione per mantenere la poltrona. E’ convinta che finché c’è Trump potrà continuare a governare l’Italia anche se il suo partito ha ottenuto solo il 14% degli aventi diritto al voto, e anche se l’intera coalizione di centro-destra ha raccolto 12,3 milioni di voti (26,7% del corpo elettorale), ovvero 6 milioni in meno rispetto a chi ha deciso di non votare o ha votato scheda bianca (18,4 milioni). Il suo governo di minoranza elettorale attualmente si barcamena ambiguamente tra Trump e UE, ma non potrà farlo per molto.

L’Unione Europea – trainata da Francia, Germania, Olanda, Svezia, Finlandia, e gli altri paesi che hanno voluto difendere simbolicamente la Groenlandia mandandoci qualche soldato – sembra finalmente decisa a contrastare i nuovi dazi imposti da Trump. La UE vuole ricorrere a un mezzo molto efficace, l’Anti coercion instrument. Lo strumento anti-coercizione è stato approvato dalla UE nel dicembre 2023 ma finora non è mai stato utilizzato: ha la funzione di “contrastare Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Unione, o un suo Stato membro, per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche minacciando di applicare misure che incidono sul commercio o sugli investimenti contro l’Ue o un suo Stato”.

Permette alla Commissione Europea di imporre contro l’avversario un’ampia gamma di misure di ritorsione oltre all’aumento dei dazi, come: restrizioni al commercio di servizi digitali e finanziari, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale), l’applicazione di controlli sulle esportazioni, la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale, la limitazione degli investimenti esteri, il divieto di servizi, l’applicazione di dazi sulle piattaforme digitali.

Ma l’aspetto più importante è che la Commissione UE può applicare queste misure anche se vengono approvate solo a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo: non è dunque richiesta l’unanimità dei governi europei. Anche se Meloni vota contro, nulla può fare se – come è probabile – la maggioranza dei paesi europei approva le misure di ritorsione anti-Trump. Probabilmente il suo governo si spaccherà se verranno adottate misure anti-Trump.

Ma l’Europa ha un problema più grande: i leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia. Putin è un tiranno e certamente non è un santo: ma non ha alcuna intenzione e nessuno interesse a aggredire Copenaghen, Londra, Parigi e Roma. L’Europa, e soprattutto la sinistra europea, dovrebbero finalmente riconoscere che in Ucraina Putin si è difeso dall’espansione della Nato ai suoi confini.

Putin è un dittatore ma in Ucraina ha difeso la sicurezza russa messa in pericolo dai colpi di Stato americani, dai finanziamenti americani a Zelensky e ai governi corrotti di Kiev e, ovviamente, dall’impegno della Nato a inglobare l’Ucraina. La Nato in Ucraina è un pericolo mortale per la Russia perché i missili lanciati da Kiev possono colpire in pochi minuti Mosca senza potere essere intercettati. L’Europa deve dunque cambiare completamente registro con la Russia: non possiamo continuare a pagare il gas e il petrolio americano quattro volte di più di quello russo per fare piacere a Trump. Si obietterà che Putin è un dittatore: ma molti paesi con i quali abbiamo buoni rapporti commerciali, energetici e politici sono governati da sanguinosi dittatori.

Se l’Europa non vuole soccombere deve cominciare a sganciarsi dall’America e deve anche avviare una politica di disarmo bilanciato e controllato con la Russia.


Lo strabismo italiano. La strategia meloniana mentre il mondo va a pezzi


Lo strabismo italiano

(di Andrea Bonanni – repubblica.it) – Soldati italiani in Groenlandia? No, è una barzelletta. Anzi, sì. Però, forse. Trump sbaglia con le nuove sanzioni agli europei? Magari un po’, ma è solo un malinteso. I balbettii della diplomazia italiana nascono dallo strabismo della sua classe politica: ci vede doppio. Quella al governo è anche peggio: ci vede triplo. In un momento in cui il mondo sta cambiando velocissimo, stabilendo nuovi equilibri e nuovi assetti, i nostri partiti continuano a fare gli struzzi, come se le vicende internazionali fossero una delle tante variabili della politica e non, invece, l’unica variante che determinerà il nostro futuro. Siamo di fronte all’ennesima “eccezione italiana” che, ancora una volta, ci costerà cara.

Ucraina, Afghanistan, Gaza, Iran, Venezuela, Groenlandia, embarghi energetici, guerra dei dazi, contesa sulla regolazione del web: sono quattro anni ormai, da quando i carri armati di Putin hanno cercato di entrare a Kiev, che la politica internazionale prevale, ovunque, sulle beghe di politica interna. L’arrivo di Trump ha fatto precipitare questa situazione rompendo la coesione dell’Occidente, ribaltando il tavolo multilaterale, adeguandosi alla politica di potenza del suo amico Putin, mettendo sotto attacco le democrazie liberali e l’Europa. Che ci piaccia o meno, siamo di fronte a cambiamenti epocali. Nascondere la testa sotto la sabbia non è inutile. È dannoso, perché l’Italia e l’Europa sono l’epicentro del terremoto.

In questo quadro a dir poco angosciante, il nostro Paese è il solo in Occidente ad avere al potere forze politiche che divergono tra loro praticamente su tutte le principali questioni internazionali. Nel mondo ci sono governi alleati dei russi o alleati dell’Ucraina, che stanno con Trump o che stanno con l’Europa. Quello italiano è l’unico al mondo che vede sedere insieme amici di Mosca e amici di Kiev, ammiratori di Trump e convinti europeisti. E, purtroppo, dobbiamo riconoscere che le forze di opposizione non sarebbero molto più omogenee, se mai dovessero vincere le elezioni. Nonostante gli equilibrismi di Giorgia Meloni, il risultato è imbarazzante. Mandiamo armi a Kiev, ma non diciamo che sono aiuti militari. Aderiamo al gruppo dei volonterosi, ma non siamo pronti a spedire soldati per tutelare un eventuale cessate il fuoco. Condanniamo il genocidio di Gaza, ma non prendiamo una sola misura per fermare Israele. Definiamo “legittimo” il sequestro di Maduro, ma intensifichiamo le relazioni con i suoi eredi al potere. Difendiamo a parole l’integrità territoriale della Danimarca, ma non mandiamo neppure una forza simbolica, come hanno fatto i nostri alleati europei. Abbracciamo Trump, ma ci becchiamo le sue sanzioni, inasprite su prodotti tipici come la pasta. Ci professiamo europeisti, ma Washington ci considera una pedina per scardinare l’Ue. Facciamo la guerra all’accordo commerciale col Sudamerica, e poi lo sottoscriviamo all’ultimo momento. Neppure sull’Iran il Parlamento è riuscito a varare una mozione unitaria, né i partiti ad organizzare una manifestazione congiunta.

Lo spettacolo che il governo italiano offre al mondo è abbastanza desolante. Giorgia Meloni contrabbanda per successi politici i sorrisi che i leader degli altri Paesi le dispensano volentieri. Ma chi negherebbe un sorriso ad un interlocutore che non conta nulla? Sorridere è una cosa, fidarsi è un’altra. Costruire con gli alleati una alternativa politica al disfacimento dell’Occidente, un’altra ancora. In questo momento Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, perfino il Canada, stanno cercando di costruire una nuova solidarietà politica. Un pezzo significativo di Europa è consapevole di rappresentare il nucleo duro delle democrazie liberali sotto attacco e si coordina per difenderne i valori, ben al di là dei limiti impliciti nelle istituzioni Ue. Qual è la posizione del governo italiano in tutto questo? Le altre cancellerie hanno smesso di chiederselo. Il nostro Parlamento non ha mai neppure cominciato a farlo.

Ancora una volta la nostra classe politica, con una parte della nostra opinione pubblica, sembra vivere fuori dal mondo. È già successo. Ai tempi della grande crisi finanziaria, quando la questione dei conti pubblici era diventata cruciale in tutta Europa, l’Italia discuteva d’altro. I governi avevano al loro interno fautori dell’austerità (pochi), e spensierati amici della spesa pubblica. La vacanza della nostra classe politica dalla realtà ci costò cara, costringendoci a ricorrere a “tecnici” esterni, come Monti e Draghi per salvare il Paese. Adesso la situazione è, se possibile, ancora più critica. Ma, in politica estera, non ci possono essere “tecnici” per dirci che fare.


Trump ha invitato Putin nel Consiglio per Gaza


(ANSA) – “Il presidente Putin ha ricevuto un’offerta attraverso canali diplomatici per entrare nel Consiglio di Pace” per Gaza, ha detto Peskov. “Attualmente stiamo studiando i dettagli di questa proposta, speriamo di contattare la parte americana per chiarire tutti i dettagli”, ha aggiunto.

LA PACE AMERICANA COSTA UN MILIARDO A TESTA

(Estratto dell’articolo di Fabiana Magrì – la Stampa) – Una cosa appare chiara nel Board of Peace (Bop) apparecchiato da Donald Trump: per entrare a farne parte, ciò che conta non è il pedigree diplomatico ma il peso specifico finanziario di una nazione. La quota di ammissione e permanenza per più di tre anni, infatti, è superiore al miliardo di dollari, con un meccanismo di adesione a pagamento che rischia di creare una gerarchia nei diritti di influenza. «Ciascuno Stato membro rimarrà in carica per un mandato non superiore a tre anni dall’entrata in vigore della presente Carta – si legge nello statuto che è trapelato integralmente sul sito di notizie israeliano Times of Israel –, salvo rinnovo da parte del Presidente», che è lo stesso Trump.

Il limite temporale triennale «non si applicherà agli Stati membri che contribuiscono con più di 1.000.000.000 di dollari in fondi in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore della Carta».

Altrettanto chiaro appare l’orizzonte della missione di pace: non solo o non tanto Gaza (parola e luogo che nel documento non compare neanche una volta) quanto, potenzialmente, il globo. […] Non stupisce quindi che, alla luce delle critiche manifestate apertamente dall’Amministrazione Trump nei confronti delle Nazioni Unite, si moltiplichino le indiscrezioni sull’intenzione del presidente Usa di creare un organismo destinato a fare concorrenza all’Onu. E come all’Onu, nel consesso internazionale messo in cantiere da Trump dovrebbero convivere realtà statuali che non dialogano direttamente tra loro, come Israele con Qatar, Turchia e Pakistan.

Anche se ogni membro, specifica lo statuto, ha diritto a un voto, molte decisioni richiederanno l’approvazione del presidente del Bop o del suo comitato esecutivo, entrambi a traino Usa. Il peso delle decisioni rischia di essere centralizzato nelle mani di pochi e fortemente legato all’agenda statunitense.

Tanto più che il Board può essere sciolto quando il presidente lo ritenga «necessario o appropriato» […]

Canada e Italia, Pakistan e Giordania: fra gli oltre 60 Paesi a cui è stato esteso l’invito accompagnato dallo statuto, escono allo scoperto le cancellerie che confermano di essere state raggiunte.


In America tira aria di guerra civile


Assedio a Minneapolis, tra arresti e provocazioni: “Il governo ci invade”. Il presidente vuole inviare migliaia di soldati contro i manifestanti.

Assedio a Minneapolis, tra arresti e provocazioni: “Il governo ci invade”

(di Massimo Basile – repubblica.it) – NEW YORK – Il sindaco di Minneapolis parla di città «sotto assedio» e di «intimidazione». «Non avrei mai pensato che saremmo stati invasi dal nostro stesso governo», ha dichiarato Jacob Frey, commentando la minaccia di Donald Trump di inviare migliaia di soldati. Le parole del sindaco democratico sembrano disegnare uno scenario reale: la città del Minnesota, che Trump considera in questo momento la «fogna» americana, può diventare un inferno da un momento all’altro. L’amministrazione americana sta alzando ogni giorno lo scontro. L’Fbi ha chiesto ai suoi agenti chi sia disposto a trasferirsi in modo temporaneo a Minneapolis. Secondo alcuni commentatori, il presidente punta a scatenare una reazione violenta per invocare lo stato d’emergenza e invadere la città.

Le provocazioni si moltiplicano: un suprematista di estrema destra, Jake Lang, uno degli insurrezionisti che assaltarono il Congresso il 6 gennaio 2021 e graziato da Trump, ha organizzato una marcia anti-immigrati e contro il Corano a Minneapolis, in aperto gesto di sfida verso gli attivisti che contestano i raid dell’Ice e del Border Patrol, le agenzie federali che si occupano di lotta all’immigrazione illegale. Lang e una decina di suprematisti sono stati accerchiati, insultati e aggrediti da centinaia di contro-manifestanti, e costretti ad allontanarsi.

Video pubblicati sui social mostrano gli agenti arrestare chi manifesta in modo pacifico indossando costumi dei personaggi Disney, puntare le armi in faccia alla gente, usare spray urticante, ammanettare cittadini americani, compiere raid alle fermate dei bus scolastici. Un uomo, Garrison Gibson, originario della Liberia, ha documentato l’irruzione degli agenti che hanno sfondato la porta della sua abitazione, nonostante non avessero un mandato d’arresto. «Poi mi hanno umiliato, scattandosi selfie e usando me come trofeo», ha raccontato. Gli agenti dell’ice documentano sui social i loro abusi, compiuti con il volto coperto e con veicoli che, in alcuni casi, non hanno la targa. E intanto il dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine sulla vedova di Renee Good, la donna di 37 anni uccisa a Minneapolis dalI’Ice, per capire se abbia ostacolato l’agente federale prima che lui sparasse sulla donna quattro colpi a sangue freddo.

Trump continua a lanciare messaggi incendiari: «L’Ice sta rimuovendo i criminali più violenti del mondo dal nostro Paese – ha scritto su Truth – Perché il Minnesota è contro? Tra i delinquenti che protestano ci sono molti pagati da agitatori professionisti e anarchici». Ma intanto sempre più americani cominciano però a guardare con sospetto la politica anti-immigrati. Secondo un sondaggio del Washington Post, la maggioranza non giustifica l’agente dell’Ice che ha ucciso Good, mentre per Economist/You Gov il 47 per cento pensa che l’Ice abbia reso più insicura l’America.


Breve storia della sinistra in Italia


(di Marcello Veneziani) – Questa settimana si è celebrato il Concistoro solenne della sinistra italiana. L’occasione è stato il cinquantennale della nascita del quotidiano la Repubblica in cui sono convenuti gli stati generali della sinistra intera e i suoi alleati. C’erano o ci sono passati davvero tutti, come capita ai funerali di un Papa e al Conclave che ne consegue. O come fu, ai suoi tempi, il funerale di Enrico Berlinguer, l’ultimo grande evento di popolo del Pci (più in piccolo lo stesso congedo avvenne per il Msi coi funerali di Almirante, quattro anni dopo). Il Concistoro de la Repubblica è stato indubbiamente un’occasione più significativa di un congresso del Pd, per intenderci. È l’occasione per fare un bilancio e una riflessione generale sulla sinistra tra ieri e oggi.

Cinquant’anni fa accaddero due eventi che cambiarono in modo decisivo la sinistra in Italia: uno fu l’avvento alla guida del Partito Socialista di Bettino Craxi, di cui domani ricorre l’anniversario della morte; l’altro fu appunto la fondazione de la Repubblica dal seno de l’Espresso. Con questi due avvenimenti fu liquidato di fatto il vecchio Pci e prese corpo la modernizzazione della sinistra, ben tredici anni prima della caduta del comunismo e poi della fondazione del Partito democratico, allora Pds. Sul piano ideologico, il passaggio fu dal socialismo di Marx al socialismo di Proudhon, che Craxi, delfino di Pietro Nenni, consegnò proprio a l’Espresso; un testo ispirato da Luciano Pellicani, anche se Proudhon fu solo un pretesto per tagliare la barba al profeta Marx e per tagliare i ponti col vecchio Psi subalterno al Pci. La Repubblica, invece, propose un disegno diverso, sintetizzare il mondo della sinistra, dal Pci al movimento venuto dal ’68, dalla cattolicesimo democratico al socialismo liberale e azionista, in una specie di ecumenismo liberal e radical, in cui cioè l’evoluzione del comunismo non fosse verso la socialdemocrazia europea ma verso qualcosa più in linea con la Left atlantica. Per dirla in breve, un passaggio da Gramsci a Gobetti o forse una sintesi (il cosiddetto gramsciazionismo). In questo progetto venivano via via convogliati i partiti laici, il cattolicesimo democratico e il vecchio Pci. Non si trattava del catto-comunismo, come lo aveva prefigurato Franco Rodano, in cui permaneva viva la tensione ideale e morale, l’impronta cattolica, comunista e anticapitalista, popolare e anticapitalista; ma segnava piuttosto la fuoruscita dall’oscurantismo cattolico e comunista verso un nuovo illuminismo laicista, nel segno della modernità occidentale. La Repubblica nasceva da una costola del settimanale L’Espresso, si reputava discendente del Mondo di Panunzio e i suoi giornalisti provenivano in parte dalla galassia extraparlamentare e dai giornali alla sinistra del Pci, alcuni dal Corriere della sera (come Giampaolo Pansa) e dal Giorno (come Giorgio Bocca). Più rari da l’Unità.

Veniva liquidato della sinistra il tratto nazionalpopolare e anticapitalista, lo spirito a suo modo religioso e non moderno (potremmo quasi dire pasoliniano), e veniva prefigurato l’incontro della sinistra con le forze produttive, imprenditoriali, capitalistiche, con i laici e con una Dc liberata dall’ispirazione cristiana e conservatrice, modernizzata, allora identificata in De Mita e nei suoi alleati (Moro era un’altra cosa). Curiosamente, questo progetto trasversale – che Augusto del Noce colse più di tutti – ebbe come antagonista non solo il mondo conservatore, tradizionalista, ma anche il Psi di Craxi, disegnato non a caso come un nuovo duce, decisionista e patriottardo.

Veniva liquidato il vecchio antiamericanismo della sinistra sub-sovietica; e veniva adottato un filoamericanismo intermittente, che si interrompe quando va al potere un conservatore o peggio un Tycoon come Trump; allora rinasce l’antiamericanismo. Col nazionalpopolare veniva liquidato non tanto Gramsci – reinterpretato in chiave gobettiana e quasi liberal- ma la vecchia tradizione comunista che potremmo definire dei Peppone e dei Peppino: ove Peppone è il mitico sindaco comunista padano disegnato da Guareschi e Peppino è il sindacalista Di Vittorio, il leggendario leader della Cgil dalla parte dei “cafoni”. Finiva l’antico legame col proletariato, contadino e operaio, e avveniva una graduale sostituzione del compagno di borgata col borghese di città, ex studente sessantottino con l’eskimo, poi magari insegnante, dedito a un’attività intellettuale e borghese; quello che pure il compagno regista Ettore Scola prenderà in giro nel film la Terrazza e che gli avversari chiameranno radical chic. Al posto del Pci nasceva una specie di Partito radicale di massa, il giornale di riferimento non era più l’Unità ma appunto la Repubblica, e l’Intellettuale Collettivo prendeva il posto del Partito Comunista. Il maggiore artefice e regista di questa mutazione antropologica della sinistra fu la Repubblica di Eugenio Scalfari: poi prese corpo quel progetto politico trasversale che diventò l’Ulivo.

Dopo il ventennio scalfariano, avvenne un’ulteriore svolta: la Repubblica si spostò sempre di più – nella proprietà, nella direzione ventennale di Ezio Mauro e nella guida ideologica – da Roma al Piemonte e i due elementi preminenti furono l’antiberlusconismo e l’antifascismo. Avveniva una sostanziale trasmutazione: il nemico principale non era più il capitalismo presente ma il fascismo passato, elevato dal guru principale di quel mondo, Umberto Eco, a eterno (Ur-fascismo) fino a coincidere con la tradizione. L’antiberlusconismo serviva a dare ancora una faccia da padrone e da riccone al nemico; per giunta Berlusconi era stato amico di Craxi e fu lo sdoganatore della destra postfascista. Dunque, tutti i requisiti per elevarlo a nemico assoluto, anche perché il centro alleato alla destra vince. Mentre si avversava il malefico Cavaliere si sposavano i grandi padroni piemontesi, da Carlo De Benedetti, diventato editore de la Repubblica, al gruppo Agnelli, diventato editore prima del Corriere e infine editore de la Repubblica, oltreché la Stampa.

L’esperienza di Repubblica ebbe un grande successo mediatico e culturale, fu punto di raccolta della supremazia intellettuale della sinistra; ma un grande insuccesso politico, perché destinò la sinistra a un ruolo minoritario e perdente rispetto al suo avversario (ieri Berlusconi, oggi Meloni), lontano dal comune sentire popolare e nazionale, incapace di esprimere una linea sociale e una leadership efficace e coerente. Non aver tenuto conto né della lezione socialdemocratica del nord Europa né della lezione craxiana in Italia, portò la sinistra prima a liquidare i suoi leader politici (come d’Alema, Veltroni, e altri) poi a finire nella terra di nessuno, ben rappresentata dalla guida di un’aliena, Elly Schlein (pur cresciuta politicamente rispetto ai disastrosi inizi); o inseguendo sempre papi stranieri, a volte anche in senso letterale. Sul piano sindacale, l’antagonista non è più il padronato ma lo Stato, almeno quando governa il centro-destra. Sicché gli scioperi si fanno non più contro lo sfruttamento dei capitalisti ma contro i cittadini-utenti. Fermano i servizi pubblici, non le fabbriche private.

Ma l’antifascismo antistorico, l’adozione dell’ideologia woke, la deriva giudiziaria, il tradimento della matrice socialista e popolare e la pretesa superiorità etica ed etnica della sinistra possono funzionare per legittimare alcune oligarchie e alcuni gruppi sociali e intellettuali e soprattutto per censurare ed escludere altri; ma sono perdenti sul piano politico e non incidono nella realtà. Perciò si celebra il Concistoro di una chiesa che non parla più al mondo e parla sempre meno ai suoi fedeli perché parla solo a se stessa di se stessa. Ci vorrebbe una rivoluzionaria spregiudicatezza…


“Meloni riuscirà ancora una volta a bilanciare gli interessi della sua coalizione?”


(di Christian Schubert – Frankfurter Allgemeine Zeitung) – Le ultime minacce di dazi di Donald Trump risparmiano un grande Paese europeo: l’Italia. Il governo italiano, infatti, aveva consapevolmente deciso di non partecipare alla missione militare di alcuni Paesi dell’UE in Groenlandia.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, solo pochi giorni fa, si era persino fatto beffe dell’operazione con alcune decine di soldati: «Sembra l’inizio di una barzelletta» – «che cosa fanno laggiù, una gita?», aveva chiesto ironicamente.

Giorgia Meloni si era espressa a favore del coordinamento di tutte le questioni di sicurezza riguardanti la Groenlandia all’interno della NATO – e quindi con gli americani. Il presidente degli Stati Uniti Trump, nel suo messaggio sul social network Truth Social, non ha quindi menzionato esplicitamente l’Italia.

Tra diversi esponenti della Lega, il partito di governo di destra nazionalista, nel fine settimana è esplosa la soddisfazione. L’influente senatore Claudio Borghi ha annunciato sulla piattaforma “X” che ora sarebbe andato «a festeggiare», visto che Germania e Francia sarebbero state colpite da dazi più elevati.

Questi Paesi, dopotutto, sarebbero «prima di tutto concorrenti, non alleati». Borghi appartiene all’ala più a destra della Lega, uno dei tre partiti di governo […]

Meloni riuscirà ancora una volta a bilanciare gli interessi della coalizione?

Finora la presidente del Consiglio Meloni è generalmente riuscita piuttosto bene a ricondurre a una linea comune le diverse correnti presenti nel suo governo sulle questioni di politica estera. L’Italia è rimasta complessivamente su una linea filo-europea, cercando però di mantenere buoni rapporti con Trump, al quale Meloni è ideologicamente piuttosto vicina.

Ora però si trova di fronte a una nuova sfida. L’unità dei Paesi cardine dell’Europa è il presupposto per una risposta chiara a Trump. In visita ufficiale a Seoul, Meloni ha dichiarato ai giornalisti che l’annuncio di Trump sull’aumento dei dazi è «un errore».

Nelle ultime ore, ha detto, ha parlato con Donald Trump. Riguardo alla missione in Groenlandia di alcuni Paesi europei, ci sarebbe stato «un problema di comprensione e di comunicazione»; tale iniziativa non dovrebbe essere interpretata come «anti-americana». È necessario «riprendere il dialogo ed evitare un’escalation».

Il ministro della Difesa Crosetto, cofondatore di Fratelli d’Italia, ha criticato apertamente Borghi e messo in guardia contro la gioia maligna per l’imposizione di dazi a importanti partner commerciali come la Germania.

Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, al contrario, ha ribadito – come Borghi – la critica all’iniziativa sulla Groenlandia dei principali Stati dell’UE: «L’ossessione di annunciare qui e là l’invio di truppe produce i suoi frutti amari», ha fatto sapere tramite il suo partito. Per questo, sarebbe «un bene per l’Italia essersi tenuta fuori da questo attivismo bellicoso, verboso e dannoso dei Paesi deboli d’Europa». […]

Il tema dovrebbe dominare venerdì prossimo le consultazioni governative italo-tedesche a Roma. Il cancelliere federale Friedrich Merz e i principali membri del governo sono attesi nella capitale italiana nell’ambito del “Piano d’azione” bilaterale firmato poco più di due anni fa. Da parte tedesca si spera che continui a prevalere la linea più moderata di Meloni. Così è stato anche pochi giorni fa, in occasione dell’approvazione dell’ultimo pacchetto di aiuti italiano all’Ucraina, sebbene non siano mancate accese discussioni interne. […]

Negli ultimi tempi il deputato leghista Borghi ha inasprito le sue dichiarazioni anti-europee. Nel fine settimana ha affermato in un video che il cancelliere Merz e il presidente francese Emmanuel Macron «non avrebbero alcuna legittimazione popolare», ignorando il fatto che si tratta di politici eletti. A suo avviso, l’appartenenza dell’Italia all’UE è dannosa, poiché l’Unione sarebbe dominata dalla Germania. Già un anno fa aveva invitato il governo italiano a negoziare bilateralmente con gli Stati Uniti sulle questioni commerciali, il che costituirebbe però una violazione dei trattati UE.


Mercosur, la qualità di carne, cereali e ortofrutta è davvero a rischio?


Accordo Mercosur, chi ci guadagna

(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – I trattori di mezza Europa stanno scaldando i motori: domani, 20 gennaio, saranno tutti a Strasburgo davanti al Parlamento europeo. Gli agricoltori proprio non digeriscono l’accordo Mercosur appena firmato in Paraguay da Ursula von der LeyenEppure è la prima reazione forte dell’Unione ai dazi di Trump. L’intesa raggiunta con ArgentinaBrasileUruguay Paraguay crea la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni di persone e un Pil complessivo di 22,4 trilioni di dollari. Il trattato prevede l’eliminazione graduale delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate e farà risparmiare 4 miliardi di euro all’anno in dazi doganali alle 60 mila imprese europee coinvolte. L’accordo proteggerà 350 prodotti Ue a indicazione geografica tra cui 58 italiani vietando il commercio di prodotti d’imitazione. Oggi la fattoria del Vermont può tranquillamente produrre mozzarella italian sounding e venderla ai ristoranti di New York, e noi non abbiamo nessuno strumento per intervenire. In questo caso invece l’esportatore italiano potrà bloccare l’azienda argentina o brasiliana che copia le nostre eccellenze (per alcuni prodotti come Mortadella Bologna e Tipo Grana Padano ci sarà una finestra di transizione). E poi c’è un obiettivo strategico: facilitare l’accesso a materie prime e minerali critici, come rame, litio, grafite, nichel e terre rare, riducendo così la dipendenza Ue dalla Cina. Ma come funziona l’interscambio tra Ue e Mercosur?

Uno scambio da 111 miliardi 

Oggi esportiamo verso il Mercosur macchinari industriali, prodotti chimici e farmaceutici, auto, soggetti a dazi compresi tra il 15 e il 35% per un valore complessivo di 55,2 miliardi. Importiamo minerali, idrocarburi e soprattutto prodotti agroalimentari per un totale di 56 miliardi. La Ue è anche il maggior investitore nel Mercosur, con un volume d’affari annuo di circa 390 miliardi di euro, ma ha perso la leadership di primo partner commerciale dell’area: dal 2000 la quota europea nel commercio estero è scesa dal 30% al 16,8%, mentre nello stesso periodo la presenza della Cina è passata dal 5% al 27%. Una delle ragioni è dovuta anche all’instabilità delle regole, che ora diventano più chiare. Il travagliato accordo (25 anni di negoziati) è stato approvato il 9 gennaio a maggioranza qualificata, con il Belgio astenuto mentre Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria hanno votato contro. Sono i Paesi dove il settore agricolo ha maggior peso.

Il ruolo dell’Italia 

Anche l’Italia, dove l’agricoltura rappresenta un pilastro dell’economia, in un primo tempo aveva bloccato l’intesa, ma dopo aver ottenuto una serie di garanzie a tutela del settore, ha cambiato posizione, diventando decisiva. Il governo italiano ha imposto un limite all’import, e la sospensione temporanea della carbon tax (Cbam) sui fertilizzanti a base di ammoniaca, urea e altre sostanze. E ora, mentre si attende il via libera definitivo del Parlamento europeogli agricoltori tornano sul piede di guerra. Temono l’arrivo massiccio di carne bovina, pollame, zucchero, cereali, riso e ortofrutta a basso costo, e la concorrenza sleale. Vediamo.

Carne, cereali, ortofrutta 

Nel caso della carne bovina già oggi esiste un dazio agevolato del 20% su circa 90 mila tonnellate importate nella Ue (Fonte Uniceb). Con il nuovo accordo i dazi scenderanno al 7,5% su una quantità leggermente maggiore (99 mila tonnellate) scaglionata su 6 anni e che comunque rappresenta appena l’1,6% del consumo totale di carne bovina nella Ue. Le importazioni eccedenti questa soglia saranno invece soggette a tariffe tra il 40 e il 45% (qui pag.10). Per il pollame sono previsti zero dazi su 180 mila tonnellate, che rappresentano l’1,4% del consumo europeo. Per ogni tonnellata di petto di pollo in più bisognerà aggiungere un dazio di 1.024 euro (Fonte Assoavi). L’assenza di tariffe è garantita anche su 190 mila tonnellate di zucchero (1,2% del consumo Ue), 45 mila tonnellate di miele e 60 mila tonnellate di riso. Non ci sono quote invece per l’ortofrutta perché essendo prodotti deperibili legati alla stagionalità, avrebbero poco impatto. L’accordo prevede anche clausole di salvaguardia: qualora le importazioni di un determinato prodotto aumentassero oltre il 5% o i prezzi subissero una riduzione superiore al 5%, la Commissione europea potrà sospendere le agevolazioni tariffarie o limitare l’ingresso delle merci. Per i prodotti sensibili le indagini devono concludersi entro quattro mesi, mentre in caso di urgenza possono essere adottate misure provvisorie entro 21 giorni (qui). Non c’è dubbio che tutto questo potrebbe generare qualche perturbazione di mercato, motivo per cui la Commissione ha anticipato sul prossimo bilancio dell’Unione (2028‑2034) 45 miliardi di euro che potranno essere usati dagli Stati membri come sussidi per gli agricoltori attraverso la Politica agricola comune (Pac).

Fitofarmaci, antibiotici e ormoni

Gli agricoltori sollevano però anche il tema della concorrenza sleale. I nostri standard sanitari e le regole di produzione incidono sui costi e, di conseguenza, sui prezzi degli alimenti immessi sul mercato, penalizzando i produttori europei. L’Unione applica norme vincolanti sul benessere animale, come il divieto delle gabbie convenzionali per le galline ovaiole e l’obbligo di garantire condizioni minime di spazio, l’alimentazione e le cure veterinarie. Nei Paesi del Mercosur, invece, gli standard sono spesso molto più bassi: secondo una recente inchiesta della federazione Eurogroup for Animals, rimangono diffuse «pratiche agricole crudeli, dagli allevamenti intensivi per le mucche ai sistemi sovraffollati per i polli».
Stesso discorso vale per fitofarmaci, antibiotici e ormoni. La Ue ha da tempo avviato una politica di riduzione dei pesticidi e vieta l’uso di antibiotici a scopo di crescita e di ormoni steroidei negli allevamenti. Secondo uno studio della geografa Larissa Bombardi, molti pesticidi proibiti nella Ue sono invece impiegati in Sudamerica: in Brasile, ad esempio, il 27% dei principi attivi utilizzati sono proibiti dall’Unione Europea (Qui pag. 22). L’elenco comprende l’erbicida amicarbazone mai autorizzato in Europa, il fungicida clorotalonil vietato dal 2019 e l’insetticida Novaluron escluso dal 2012. Un problema ancora più delicato riguarda gli ormoni della crescita. Nell’ottobre 2024 un audit ufficiale della Commissione europea sul sistema di controlli brasiliano (qui) ha concluso che non è possibile garantire con certezza che la carne bovina esportata verso la Ue non sia stata trattata con ormoni vietati, in particolare con l’estradiolo-17β.

Trasparenza e controlli

L’accordo, però, specifica che tutto quello che entra dal Sudamerica deve essere conforme alle norme Ue, e dunque si applicheranno due vincoli: 
1) il principio di precauzione ovvero un alimento può essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la salute; 
2) l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine per ortofrutta, miele, uova, carne bovina, suina, ovina, caprina e pollame. Una trasparenza che consente ai consumatori di scegliere consapevolmente se acquistare o meno una bistecca argentina o il miele brasiliano. Attenzione però, se la carne (ad esclusione di quella bovina) viene poi lavorata, la storia cambia. Per esempio, se il petto di pollo importato viene poi panato o trasformato in crocchette in Italia, sull’etichetta ci sarà scritto: «Prodotto in Italia». Comunque, molto si giocherà sui controlli doganali, ma anche qui la Commissione ha annunciato un pacchetto di misure per aumentare del 33% le ispezioni sulle merci in entrata. Calcolando che gran parte dei prodotti che arrivano in Europa dal Sudamerica sbarcano al porto di Rotterdam, dove oggi i controlli sono sotto il 3%, l’aumento proposto li porterebbe al 4%. Davvero poco… ma tant’è. In sostanza abbiamo capito che non esistono accordi senza compromessi e che l’apertura impone vincoli di lungo periodo che limitano la capacità europea di sostenere standard elevati.

Alleanza strategica

«L’asimmetria regolatoria tra Ue e il resto del mondo, specie con i Paesi dell’America latina è evidente – sostiene Paolo de Castro, per 15 anni membro della Commissione agricoltura al Parlamento Ue di cui 5 anni da presidente – e questo può creare distorsioni sul mercato, motivo per cui le proteste degli agricoltori non sono campate per aria! Va riconosciuto che sono stati fatti progressi, ma l’accordo per portare benefici a tutti va ben monitorato nella sua applicazione». Al momento la Commissione stima che il trattato con il Mercosur porterà a un aumento delle esportazioni europee del 39% e a un incremento complessivo del Pil pari a 77,6 miliardi di euro entro il 2040Va ribadito che la Ue, non avendo materie prime, è orientata all’export, e se tutti mettono dazi si crea un regime di economia stagnante dove gli Stati incassano meno, e alla fine a soffrire saranno pure gli agricoltori, perché i sussidi chi glieli dà? Inoltre, la nuova alleanza strategica tra due aree del mondo che condividono una crescente pressione geopolitica e commerciale da parte degli Stati Uniti potrebbe andare oltre il piano economico.

dataroom@corriere.it


Dodici persone controllano il 90% della ricchezza globale, la ricetta Oxfam contro le disuguaglianze


Presentata in apertura del World Economic Forum di Davos, la ricerca propone riforme fiscali più eque per superare le disparità

Dodici persone controllano il 90% della ricchezza globale, la ricetta Oxfam contro le disuguaglianze

(FABRIZIO GORIA – lastampa.it) – Davos. La disuguaglianza sta vincendo. Nel mondo dei record finanziari, il 2025 segna una soglia che Oxfam definisce senza precedenti storici. Oltre 3.000 miliardari concentrano oggi una ricchezza netta aggregata pari a 18.300 miliardi di dollari, dopo un incremento annuale di 2.500 miliardi, una cifra quasi equivalente alla ricchezza complessiva detenuta dalla metà più povera dell’umanità, circa 4,1 miliardi di persone. È il quadro tracciato da “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il nuovo rapporto diffuso dall’organizzazione in apertura del World Economic Forum di Davos, che lega in modo diretto l’accelerazione della concentrazione della ricchezza al deterioramento delle condizioni sociali e alla fragilità crescente delle democrazie a livello globale.

Secondo Oxfam, nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo triplo rispetto alla media degli ultimi cinque anni, portando l’aumento complessivo rispetto al 2020 all’81%. Da soli, i dodici individui più ricchi del pianeta controllano patrimoni per 2.635 miliardi di dollari, più di quanto possieda la metà più povera della popolazione mondiale. Una concentrazione mai registrata prima, che si produce mentre una persona su quattro nel mondo soffre di insicurezza alimentare e quasi la metà della popolazione globale vive in condizioni di povertà. Il tasso di riduzione della povertà mondiale ristagna da sei anni e la povertà estrema è tornata a crescere in Africa, segnando un’inversione di tendenza rispetto ai progressi degli ultimi decenni. Anche in questo caso la sostenibilità di lungo periodo è considerata fondamentale per garantire un’espansione economica duratura anche per le maggiori economie globali.

Il rapporto sostiene che l’accumulazione di ricchezza estrema non si esaurisce nella sfera economica, ma si traduce in potere politico e capacità di influenza sistemica. Oxfam stima che oggi un miliardario abbia 4.000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un cittadino comune e rileva come sette delle dieci maggiori corporation mediatiche globali abbiano proprietari miliardari, consentendo a pochi attori di esercitare un’influenza sproporzionata sul discorso pubblico. «Siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia: l’estremizzazione delle disuguaglianze corrode il patto di cittadinanza, disintegrando legami sociali, corresponsabilità e fiducia reciproca», afferma Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia.

Nel dossier, Oxfam lega l’ascesa dei grandi patrimoni agli sviluppi politici più recenti, indicando il 2025 come un anno emblematico in cui l’aumento della ricchezza dei miliardari ha coinciso con l’attuazione di politiche favorevoli a un’élite ristretta. Negli Stati Uniti, sottolinea il rapporto, la riduzione della pressione fiscale sugli ultra-ricchi e l’indebolimento degli sforzi internazionali per una tassazione minima delle grandi multinazionali hanno rafforzato posizioni dominanti e potere monopolistico. Una dinamica che, secondo l’organizzazione, va ben oltre il contesto statunitense e riflette una tendenza globale, con governi che agiscono sempre più spesso in difesa di interessi oligarchici, comprimendo diritti e spazi di dissenso.

Le conseguenze sociali sono descritte in termini netti. Miliardi di persone continuano a fare i conti con povertà, fame e malattie del tutto prevenibili, mentre i tagli agli aiuti internazionali decisi nel 2024 potrebbero causare, nei Paesi più poveri, oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. La disuguaglianza economica, afferma Oxfam, gioca un ruolo chiave nell’erosione dei diritti civili e politici e crea un terreno favorevole all’autoritarismo. Il rischio di arretramento democratico risulta fino a sette volte più probabile nei Paesi con livelli di disuguaglianza più elevati. Tra il 2004 e il 2024, la quota della popolazione mondiale che vive in autocrazie è aumentata di quasi il 50%, mentre oggi solo tre persone su dieci vivono in sistemi democratici, contro una su due vent’anni fa.

Il rapporto evidenzia anche la scala del divario economico globale. La ricchezza aggregata dei miliardari sarebbe sufficiente a sradicare la povertà estrema 26 volte e, per la prima volta, il patrimonio individuale di un singolo imprenditore ha superato per un breve periodo i 500 miliardi di dollari. Dati che, secondo Oxfam, mostrano la distanza crescente tra la capacità economica di una ristretta élite e i bisogni fondamentali della popolazione mondiale. «L’influenza sproporzionata che i super-ricchi esercitano sulla politica, sull’economia e sui media ha acuito le disuguaglianze e ci ha allontanato dalla lotta alla povertà», aggiunge Barbieri, avvertendo che nessuno Stato dovrebbe rimanere inerte di fronte a una concentrazione di potere che erode diritti e sicurezza dei cittadini.

Il documento si chiude con un richiamo alla responsabilità dei governi e delle istituzioni internazionali. Per Oxfam, la via d’uscita dal baratro della disuguaglianza esiste, ma richiede riforme fiscali più eque, una regolazione incisiva dei grandi gruppi economici e politiche capaci di ridare valore al lavoro e di rafforzare sistemi di welfare inclusivi. Senza un cambio di rotta, avverte l’organizzazione, l’estrema concentrazione di ricchezza continuerà a minare le basi della democrazia globale.