
(Gioacchino Musumeci) – Beatrice Venezi è balzata agli onori della cronaca per l’interruzione dei rapporti col teatro la Fenice.
Essere stata scaricata ha provocato una reazione esilarante per non dire paradossale e un po’ triste.
La sindrome da Calimero bastonato che affligge la Venezi, è piena di contraddizioni.
Sostiene di essere una donna che si è fatta da sé, senza un cognome altisonante, e senza una tessera politica.
Questo, a suo dire, le impedisce di ricevere gli allori che merita.
Allora la domanda da porre alla Venezi è semplice: perché si è prestata alla destra e non ha lesinato di farsi ritrarre sorridente in compagnia della premier? Perché lei dava immagine, loro davano incarichi. Poi lei ha smesso di dare immagine (anzi, l’ha data negativa), loro hanno smesso di dare incarichi. Fine.
Dopo mesi trascorsi a sostenere che la nomina alla Fenice non fosse politica, la Venezi conferma che lo era: si lamenta per la mancata protezione politica.
Se la nomina non era politica, perché il governo avrebbe dovuto fare quadrato per difendere un direttore d’orchestra?
La Venezi a dire il vero vorrebbe sembrare ingenua, ma ha fatto male i calcoli. La politica è un ingranaggio e se ci metti le mani, te le mangia. E’ tra le ragioni più consistenti per cui evitarla caldamente. Ma la foto sotto mostra che la Venezi non ha evitato, è entrata dentro dalla porta principale.
La verità è che Calimera Venezi si è prestata a un meccanismo in cui si utili in base ai voti che si spostano. Il controllo dei voti, quantifica il potere. E la Venezi ha dimostrato che non sposta consenso, al massimo attrae antipatia. Perciò eccole il biglietto di sola andata verso l’oblio transnazionale.
E’ pure divertente che la Venezi, nel descriversi donna senza cognome e appartenenze politiche utili, abbia improvvisamente scoperto la realtà di quasi tutti. Coloro che non possono agitare bacchette alle convention di forze politiche rampanti. Persone che lavorano senza ricorrere a scorciatoie.
Inutile dire “ Mi sono fatta da sola” e poi protestare per il mancato sostegno della destra perché allora l’unica cosa che ti sei fatta, è del male da sola. Chi si è fatto da solo, e le è riconosciuto quel che vale, non ha bisogno di ritrarsi con la premier. Riceve proposte tali che davanti al diniego di un’ orchestra sorriderà.
Ma la Venezi non sembra disposta a imparare. Pensa di impugnare un precontratto stipulato con la Fenice in cui compare solo la sua firma, nemmeno quella di Colabianchi che l’ha nominata e poi rigettata.
Essenzialmente il direttore non è stato mai assunto, ne discende che non è mai stato licenziato perché non esiste un contratto che attesti la sua assunzione.
Da punto di vista giuridico la Venezi non ne caverà un ragno dal buco perché sta impugnando l’aria fritta che forse ce l’ha contro di lei. Probabilmente si aspetta un risarcimento che con ogni probabilità non otterrà. E anzi deve prestare attenzione perché se racconti che i ruoli nell’orchestra passano da padre in figlio sei tu quella che diffama l’immagine dell’orchestra che ti ha detto “no grazie”.
Il “ No grazie” che la Venezi dovrebbe offrire ai media avvoltoi che per avere un click in più la intervisteranno finché la polpa non sarà stata del tutto erosa dalla carcassa. Perciò domani sentiremo la Venezi piangere perché è stata usata come carne da macello dai giornali.
Impari anche a dire di no. La vita le sorriderà di più.
Guardia Sanframondi, appuntamento a lunedì 4 maggio in Villa Comunale: squadra, visione e programma per il futuro

Lunedì 4 maggio, alle 19:30, presso la Villa Comunale di Guardia Sanframondi, sarà ufficialmente presentata alla cittadinanza la lista ‘Guardia Comune Orizzonte’, guidata dal candidato sindaco Giovanni Ceniccola. L’incontro pubblico rappresenterà il primo momento di confronto diretto con la comunità.
L’incontro sarà moderato dalla giornalista Barbara Serafini, che introdurrà il candidato alla carica di primo cittadino e l’intera compagine in corsa per il Consiglio Comunale: Vincenzo Del Rosso, Morena Di Lonardo, Giulia Falato, Michele Foschini, Barbara Garofano, Edvige Garofano, Innocenzo Pengue, Luigi Pengue, Leopoldo Rossi, Elena Sanzari, Michele Sanzari, Antonello Sebastianelli.
Al termine della presentazione è previsto un intrattenimento con Niky, accompagnato da un buffet.
La lista si propone come una sintesi tra continuità e rinnovamento, con l’obiettivo di offrire una prospettiva concreta di rilancio per Guardia Sanframondi. Una compagine che integra esperienza e nuove candidature, espressione di un tessuto civico che intende tornare protagonista attraverso partecipazione, ascolto e condivisione.
“Un progetto che nasce da un forte senso di appartenenza e dalla volontà di non assistere passivamente alle difficoltà del territorio – comunica il candidato Ceniccola – Guardia deve recuperare slancio, credibilità e capacità di costruire opportunità”
“Abbiamo dato vita a una squadra equilibrata, che unisce competenze e nuove energie, con un obiettivo chiaro: rimettere al centro i cittadini e affrontare con concretezza le criticità quotidiane”.
E come il logo della lista suggerisce, il sole che illumina i tetti e i filari del paese è accompagnato da tre figure stilizzate, a richiamare i valori fondanti del progetto: comunità, partecipazione e solidarietà civica, a rappresentare una presenza costante accanto ai cittadini.
Conclude Ceniccola: “Guardia non può aspettare e quel sole all’orizzonte rappresenta una nuova possibilità, un punto di ripartenza. È da qui che intendiamo ricostruire fiducia e prospettive per il paese: perché la fiducia riparte da qui!”

In occasione della Festa dei Lavoratori, la lista “Radici e Futuro”, con il candidato sindaco Carmine Valentino, rilancia con forza la propria visione di sviluppo fondata sul lavoro, sulla valorizzazione delle risorse locali e sul protagonismo della comunità di Sant’ Agata dè Goti. “Oggi celebriamo chi, quotidianamente, tiene viva la nostra città: commercianti, artigiani, imprese locali e agricoltori rappresentano il cuore pulsante della nostra economia”, dichiara la squadra di Carmine Valentino. Il programma pone al centro azioni concrete per contrastare la desertificazione del centro storico, attraverso incentivi fiscali, semplificazione burocratica e riduzione dei costi per chi investe. “Vogliamo riportare vita, attività e opportunità nei nostri vicoli, sostenendo chi ha il coraggio di credere nel territorio”, aggiungono i candidati. Ampio spazio è dedicato anche alla valorizzazione delle eccellenze agricole locali: “Difenderemo e promuoveremo il nostro oro giallo e rosso – olio e vino – insieme alle mele annurche, attraverso strategie strutturate di promozione e tutela dei prezzi. Allo stesso tempo, sosterremo colture innovative come la feijoa e rafforzeremo la filiera corta, per trattenere valore e reddito sul territorio”. Tra i punti qualificanti del programma, anche il recupero degli usi civici come diritto collettivo: “Garantire pascolo, semina e legnatico significa fare giustizia sociale e assicurare un presidio concreto del territorio”. Particolare attenzione è rivolta ai giovani e al lavoro del futuro: “Restare a Sant’Agata deve essere una scelta, non un sacrificio. Trasformeremo l’area industriale in un polo per start-up e agroindustria, creando connessioni con le università campane e intercettando fondi europei. La nostra città può diventare un nodo strategico tra gli interporti di Nola, Marcianise, Caserta e il Sannio beneventano”.“Investire in chi già produce e offrire spazio ai talenti significa costruire una comunità che non subisce il presente, ma lo governa con competenza e visione”, conclude la squadra di Carmine Valentino. “Insieme, riaccendiamo l’orgoglio del fare per restituire a Sant’Agata il posto che merita. Per una Sant’Agata protagonista.”

“I giovani non devono scegliere tra il proprio futuro e la propria terra. Servono opportunità concrete, merito e valorizzazione delle competenze”.
“Il lavoro è oggi la vera emergenza del Sud, delle aree interne e, nel nostro piccolo, anche di Guardia Sanframondi. Non bastano più gli auguri di rito: servono scelte coraggiose e azioni concrete”. Lo dichiara Fiorenza Ceniccola, candidata al consiglio comunale di Guardia Sanframondi nella lista Insieme per Guardia con Raffaele Di Lonardo Sindaco, in occasione del Primo Maggio, Festa del Lavoro.
“Troppi giovani sono costretti a scegliere tra le proprie radici e un biglietto di sola andata. Restare non deve essere un atto di sacrificio, ma una possibilità reale. E questa possibilità si costruisce con politiche serie che premino davvero il merito e le competenze”, aggiunge Ceniccola.
“La mia candidatura nasce dall’urgenza di trasformare Guardia in un luogo di opportunità concrete, dove chi ha talento possa trovare spazio senza essere costretto a partire. Per farlo, però, bisogna passare dagli slogan ai fatti”.
“Attivare uno Sportello Lavoro e Impresa comunale, fisico e digitale, che faccia da ponte tra cittadini, imprese e opportunità. Un punto di riferimento stabile per accedere ai bandi regionali, nazionali ed europei, con assistenza gratuita nella progettazione e nell’avvio di nuove attività.
Costruire una vera rete tra scuola e territorio, superando l’alternanza scuola-lavoro formale e spesso inefficace. Inserire gli studenti in percorsi strutturati, con tutor, obiettivi chiari e competenze certificate, creando un collegamento diretto con il mondo del lavoro locale. L’attivazione di borse lavoro e incentivi alle assunzioni, utilizzando le risorse disponibili, per sostenere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e favorire il rientro di competenze sul territorio.

Fondamentale è anche la valorizzazione delle risorse locali: agricoltura, artigianato e turismo devono tornare a essere leve di sviluppo. Attraverso bandi mirati, promozione e strumenti di rete, vogliamo rafforzare queste filiere e renderle realmente sostenibili. Intendiamo recuperare spazi pubblici inutilizzati per creare luoghi di lavoro condiviso, laboratori e opportunità per professionisti e giovani che vogliono restare o tornare”.
“Queste sono azioni concrete, misurabili e realizzabili, che mettono al centro una visione chiara: fare di Guardia Sanframondi un paese dove restare sia una scelta possibile e dignitosa”.
“Buon Primo Maggio a chi ogni giorno lavora, resiste e crede nel futuro di questa comunità. Riprendiamoci il diritto di costruirlo qui”, conclude Ceniccola.

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Questosecondo e più grave atto di pirateria è una miccia accesa dentro l’Europa e l’Italia è in prima fila per aver saggiato già, con gli scontri del 25 aprile, a quale livello di crisi sia giunta la coesistenza con la comunità ebraica.
Questo secondio atto totalmente illegale, sul quale finalmente il nostro esecutivo pare prendere posizione, è ancora più grave perchè giunge, come una bomba ad orologeria, alla vigilia del 1 maggio, dentro il catino già infuocato di una manifestazione, pensiamo al palco del San Giovanni, dentro cui ogni provocazione può divenire la scintilla per atti di violenza.
Perciò quella di Netanyahu è molto più che un esercizio di pirateria, molto oltre il germe banditesco. Illustra la dimensione ormai nettamente criminogena del governo di Tel Aviv.
Aver anticipato l’intercettazione della Flotilla al largo di Creta, territorio europeo, dunque a centinaia di miglia dalle coste di Gaza, significa anzitutto aver voluto anticipare la produzione della crisi.
E’ un dito nell’occhio europeo, finora assai premuroso nei confronti di Israele al quale lo legano solide relazioni commerciali e un interscambio militare di tutto rispetto. L’assoluta accondiscendenza, la voglia di confermare un’amicizia al di sotto di ogni decenza, ci porta adesso a fare i conti con la capacità destabilizzante di Nethanyahu. Che da oggi entra, con le sue retate e i suoi fucili, non solo nelle case delle ventiquattro famiglie di italiani finora arrestati (temiamo che il conto nelle prossime ore possa salire), ma porta in ebollizione il conflitto politico interno e diviene un’altra buccia di banana sotto le suole delle scarpe di Giorgia Meloni che sembra essersi accorta della pericolosità dell’alleato – come sempre più spesso le capita – fuori tempo massimo.

(estr. di Pasquale Tridico – ilfattoquotidiano.it) – […] Il decreto Lavoro del governo Meloni si presenta come una risposta al problema del lavoro povero, ma è solo un’operazione di facciata. Dietro la formula del “salario giusto” c’è solo retorica e nessuna svolta normativa. Ci sono incentivi e bonus già esistenti che vengono prorogati e ora condizionati a una formula incerta quale il “salario giusto” che rischia addirittura di ridurre quegli incentivi e renderne meno oggettiva l’applicazione, più arbitraria e selettiva. Del resto, ai lavoratori di quei bonus non va un centesimo perché si tratta di esoneri per le imprese.
[…] Esiste una direttiva europea sui salari minimi, esiste l’art 36 della Costituzione che ha una portata più forte della retorica del “salario giusto”, ed esiste la contrattazione collettiva, ma si continua a non affrontare il nodo centrale: l’assenza di una tutela salariale minima legale e indicizzata all’inflazione contro il lavoro povero, realmente efficace per permettere una vita dignitosa a tutti i lavoratori. La strategia dell’esecutivo punta apparentemente a valorizzare i contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi” (Cpr). Ma senza un criterio certo per stabilire quali siano davvero questi contratti e senza una soglia salariale chiara, il rischio è che la risposta al lavoro povero resti solo sulla carta. In un mercato del lavoro frammentato, con incertezza nell’identificare i datori di lavoro rappresentativi oltre che i sindacati dei lavoratori, con perimetri incerti tra i diversi settori, tra industria, artigianato, forme cooperative, e segnato da contratti pirata, part-time involontario, lavoro a termine e precarietà, affidarsi soltanto alla contrattazione collettiva significa lasciare irrisolto il problema della povertà lavorativa.
Infatti, il punto più delicato riguarda proprio il rapporto tra il decreto e l’articolo 36 della Costituzione. Il governo sembra voler blindare per legge i minimi contrattuali dei Cpr, ma la giurisprudenza della Cassazione e le diverse sentenze dei tribunali nel 2023 hanno chiarito che nessun contratto collettivo può impedire al giudice di verificare se la retribuzione sia davvero sufficiente e proporzionata. In altre parole, il decreto non può cancellare il controllo giudiziario sulla dignità della paga, anche se per legge si chiama “salario giusto”. Ad esempio, ‘giusto’ non era il Ccnl della Vigilanza con salario a 5 euro che il Tribunale di Milano ha disapplicato, pur essendo Cpr.
A rendere ancora più debole l’impianto del provvedimento è la scelta di sostituire il salario minimo con il concetto di “trattamento economico complessivo”. È una formula più opaca, che mescola paga base, indennità, premi e altre voci accessorie, senza garantire una soglia chiara e comprensibile di retribuzione oraria. C’è bisogno di una scelta molto più coraggiosa ed efficace: fissare un vero limite alla povertà salariale, non lasciando spazio a interpretazioni e aggiramenti. La realtà economica italiana rende questa cautela ancora meno giustificabile. Secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unica grande economia avanzata in cui i redditi da lavoro non hanno tenuto il passo dell’inflazione post-Covid: a inizio 2025, il potere d’acquisto dei salari reali risultava ancora inferiore dell’8% rispetto al 2021, in un contesto di lungo periodo già drammatico caratterizzato dalla peggiore dinamica salariale tra le economie avanzate negli ultimi 30 anni. E secondo l’Ocse, il salario minimo, che esiste in quasi tutti i paesi dell’Ue, ha protetto i lavoratori a salario più basso dall’inflazione. Il confronto europeo è impietoso. Restare l’unico grande paese Ue privo di un salario minimo legale non è un segno di autonomia sindacale, ma di debolezza di un sistema che, senza tutele minime, si presta a un dumping salariale diffuso.
[…]
L’Italia continua a rinviare una decisione strutturale, nascondendosi dietro la retorica della contrattazione collettiva. Ma senza una legge sulla rappresentanza, senza controlli efficaci e senza minimi certi, la contrattazione da sola non basta a proteggere i lavoratori più deboli. Il governo preferisce quindi puntare su bonus temporanei, proroghe di incentivi e formule linguistiche rassicuranti. Ma il problema non si risolve con un lessico nuovo: servono scelte chiare. Una legge sulla rappresentanza, un salario minimo legale indicizzato all’inflazione e il contrasto ai contratti pirata sarebbero stati strumenti più coerenti per affrontare davvero il lavoro povero. […]
La direttiva Ue sui salari minimi adeguati chiede proprio di rafforzare la protezione dei lavoratori e la qualità della contrattazione, non di sostituire tutele concrete con formule generiche. Questo decreto cerca di chiudere la partita del salario minimo senza risolvere la povertà di chi lavora, sperando che la propaganda basti a coprire l’assenza di una visione economica.
60mila abitazioni da ristrutturare, il resto lo fa un fondo Cdp-Emirati in 10 anni…

(di Carlo Di Foggia – ilfattoquotidiano.it) – L’obiettivo-slogan lo ribadisce Giorgia Meloni nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri: “Centomila nuovi alloggi in dieci anni”. In realtà, di certo, diciamo così, ci sono 60mila vecchie “case popolari” – non nuovi alloggi, ma ristrutturazioni di abitazioni oggi inagibili – il resto è affidato a un po’ di recupero del patrimonio pubblico e agli affari immobiliari privati incentivati dallo Stato in cambio di una quota da affittare o da vendere a prezzi un po’ inferiori a quelli di mercato, opportunamente declinati negli inglesismi oggi di moda: Social Housing (fasce in difficoltà moderata), il più lucroso Affordable Housing (ceto medio vero) etc. La cornice legislativa si completa con le solite semplificazioni per i passaggi urbanistici, commissari straordinario e (ma coi tempi lunghi di un disegno di legge) sfratti più veloci.
Eccolo il “Piano casa” che il governo annuncia da un paio d’anni e approvato ieri in Cdm con un decreto non ancora chiuso, che ieri ha fatto già litigare due ministri. Matteo Salvini voleva escludere le Sovrintendenze sui vincoli urbanistici, specie nei centri storici, fermato dal titolare dei Beni culturali, Alessandro Giuli (“è incostituzionale”). Per ora niente pieni poteri al ministero del leghista, ma i poteri degli enti potrebbero essere limitati, sulla falsariga di quanto fatto nel Pnrr per gli studentati.
Breve premessa. L’Italia non vede un grande piano di edilizia residenziale pubblica dagli anni 60 e infatti è l’unica categoria di alloggi che scarseggia: è sotto la media Ocse – il 6% del patrimonio abitativo, contro oltre il 10% – e vede circa 750mila alloggi costruiti, di cui 650mila assegnati e il resto inagibile per mancanza di manutenzione od occupato abusivamente.
In questo scenario si inserisce il “piano” di Meloni&Salvini, in sostanza una goccia nel mare, che conta su “tre pilastri”. Il primo prevede di ristrutturare 60mila alloggi Epr e riassegnarli “in tutte le Regioni”, spiega Salvini, che però cita solo i “17mila nella mia Lombardia”. Il ministro delle Infrastrutture promette: “Saranno pronti in un anno”. Una quota andrà anche a nuovi alloggi, non quantificati. Qui ci sono 1,7 miliardi a disposizione, di cui uno dalle leggi di Bilancio, ai quali si potrebbero aggiungere “oltre 4 miliardi”, dice Meloni, oggi inseriti nei programmi di “rigenerazione urbana” dei comuni, da assegnare con decreti di Palazzo Chigi (e qui toccherà al commissario).
Il secondo pilastro, il più fumoso, prevede di accorpare tutte le risorse dei piani di “housing sociale”, soprattutto recupero di immobili pubblici, in un fondo gestito da Invimit, la società immobiliare del ministero dell’Economia. A disposizione ci sono “solo” 100 milioni per far partire il fondo, il resto arriverebbe dai Fondi di coesione se Bruxelles darà l’ok (“fino a 3,6 miliardi”, spiega il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti).
Infine c’è il terzo pilastro, l’affare per i privati. Funzionerà così: lo Stato nomina un commissario che concede una corsia preferenziale per investimenti oltre il miliardo, a patto che il 70% degli alloggi venga venduto o affittato con uno sconto del 33% rispetto al mercato. Chi lo farà? Qui la forma è bizzarra perché Palazzo Chigi sta mettendo in piedi un fondo immobiliare con la pubblica Cassa depositi e prestiti e il fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment. Si parte con 1 miliardo, Cdp mette 420 milioni, ma della partita faranno parte anche Poste e le casse di previdenza invitate dal governo, azionista della prima e vigilante delle seconde. Problema: il fondo sarà lussemburghese e affidato a una società privata di manager fuorusciti da Hines Italia, colosso attivo in grandi speculazioni immobiliari a Milano e Roma, con in testa l’ex responsabile Mario Abbadessa.
PRIMO MAGGIO: MELONI, ‘CON DECRETO AGGIUNTO NUOVO TASSELLO, LAVORO NON SI DIFENDE CON PROPAGANDA MA CON MISURE CONCRETE’

(Adnkronos) – “Con il decreto lavoro approvato in Consiglio dei Ministri abbiamo aggiunto un altro tassello importante: affermare il principio del salario giusto. Significa una cosa molto semplice: le risorse pubbliche devono andare a chi rispetta i lavoratori, non a chi sottopaga, sfrutta o usa contratti pirata.
Per noi il salario giusto non si difende con slogan o scorciatoie, ma valorizzando la contrattazione di qualità e colpendo chi fa concorrenza sulla pelle delle persone”.
Ad affermarlo in un post su ‘X’ è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni in occasione della festa del primo maggio. “Sappiamo bene – sottolinea Meloni – che c’è ancora molto da fare.
Perché il lavoro deve essere sempre più stabile, sicuro, ben retribuito e capace di dare futuro, soprattutto ai giovani, alle donne e a chi vive nelle aree più fragili della Nazione. Ma sappiamo anche che la strada intrapresa è quella giusta. Per noi il lavoro non si difende con la propaganda, ma con misure concrete, diritti veri e rispetto per chi ogni giorno manda avanti questa Nazione”.
PRIMO MAGGIO: MELONI, ‘GOVERNO IMPEGNATO PER MIGLIORARE CONDIZIONI LAVORATORI, IN QUESTI ANNI PIU’ OCCUPATI E MENO PRECARI’
(Adnkronos) – “Il Primo Maggio è la festa di chi ogni giorno, con impegno, sacrificio e dignità, manda avanti l’Italia. Ed è anche il giorno in cui la politica deve misurarsi con i fatti.
Da quando siamo al Governo abbiamo scelto di farlo così: intervenendo ogni anno con misure concrete per migliorare la condizione dei lavoratori italiani. Lo abbiamo fatto con il taglio del cuneo fiscale, con gli incentivi all’occupazione, con gli interventi sulla sicurezza sul lavoro.
E continuiamo a farlo rafforzando la qualità del lavoro, la tutela dei salari più bassi e il contrasto a ogni forma di sfruttamento, compreso il caporalato digitale. In questi anni i risultati sono arrivati: l’Italia ha oltre 1 milione e 200 mila occupati in più, 550 mila precari in meno e ha raggiunto il livello più alto di occupazione femminile della sua storia.
Sono numeri che non risolvono tutto, ma che raccontano una direzione chiara e un cambio di passo reale”. Ad affermarlo in un post su ‘X’ è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni in occasione della festa del primo maggio.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Oggi è la festa di un martire o di un disperso: il lavoro. Ma lo dico sottovoce, perché ad augurare «buon Primo Maggio» si passa per nostalgici dei soviet. Non che vada meglio negli altri giorni dell’anno. Se festeggi il 25 Aprile, ti criticano perché manchi di rispetto ai combattenti di Salò. Se il 4 novembre ricordi la vittoria nella Prima guerra mondiale, ti danno del guerrafondaio. E se il 20 Settembre rendi omaggio alla breccia di Porta Pia, ti prendi come minimo del massone. Stessa sorte per le ricorrenze religiose. «Buon Natale» è diventata una provocazione, e non parliamo della Befana: a farle gli auguri si rischia ancora l’accusa di bodyshaming. La Festa del Papà urta la sensibilità di chi non ha o non è un papà, e così quella della mamma, mentre a San Valentino non festeggia più nessuno e in compenso si intristiscono i single. Quanto alle giornate della Memoria e del Ricordo, meglio scordarsele: le opposte curve le usano come pretesto per insultarsi. Ma ogni festa è diventata una rissa. Nate per condividere, le commemorazioni riescono ormai solo a dividere. Nella giornata dell’Ambiente si arrabbiano i nemici dell’elettrico e nel Dante Day i lettori di Leopardi. Se esistesse il Giorno della Pantegana, si offenderebbero le gattare.
Superato in qualche modo il Primo Maggio, per domani propongo la Festa del Niente. Ma non mi faccio illusioni: ho appena scoperto che il 2 maggio si celebra Leonardo da Vinci. I fan di Michelangelo la prenderanno malissimo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Anni fa vidi un documentario illuminante, “Keep Quiet”. Storia (vera) di un leader neonazista ungherese dei nostri tempi, Csanád Szegedi, che scopre di avere origini ebraiche. Per lui, antisemita, è un colpo inaccettabile. Ne rimane stordito. Ma per superarlo e rialzarsi non trova altra maniera che trasformarsi in ebreo ortodosso.
Tutto quello che sta nel mezzo deve sembrargli mediocre: ha un’indole così animosa che solo una identità “forte” può dargli requie. Non esiste sfumatura di grigio che possa imprimersi nella sua retina. O bianco, o nero. Non esiste identità “mista”, composita, ibrida (come quella della maggioranza degli umani) che basti a placare il suo disperato bisogno di sentirsi “puro”, interamente definibile solo se porta impressa in fronte una etichetta precisa, inequivocabile.
Ripenso a Szegedi ogni volta che un fanatico si prende la scena — rubandola agli altri. Penso che la condizione determinante non sia dovuta alla sua uniforme (in quale milizia politica o religiosa si sia arruolato) ma al suo essere fanatico. Penso che tra il tizio (o i tizi) che usano la Brigata Ebraica come un tram per inneggiare a Netanyahu nel cuore di un corteo che celebra la liberazione e la cacciata degli invasori; e il tizio (o i tizi) che gli urlano “sei solo una saponetta mancata”, non ci sia una grande differenza. Sono lo stesso tizio, gli stessi tizi. Il fanatico è un tipo umano (quasi sempre maschio, il testosterone ha un suo ruolo politico) che si sente vivo solo nello scontro frontale. Non è vero che ci sono gli “opposti estremismi”. L’estremismo è uno solo.

(ansa.it) – a minaccia di Donald Trump di colpire i “cattivi” della Nato che non lo hanno aiutato nella guerra in Iran si allarga dalla Germania all’Italia e alla Spagna.
A chi gli chiedeva nello Studio Ovale se prenderebbe in considerazione anche per Roma e Madrid l’ipotesi di una riduzione delle truppe, il commander in chief ha risposto “probabilmente”. “L’Italia non è stata di alcun aiuto. E la Spagna è stata terribile”, ha aggiunto. “È la Nato. Non è nemmeno una questione di quanto siano cattivi. Sarebbe un conto se avessero detto le cose con garbo”, ha spiegato Trump.
“Non ne capirei le ragioni. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani”. Così all’ANSA il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in merito alle dichiarazioni del presidente Usa.
“Guardate il livello di assistenza che stanno fornendo all’Ucraina. Hanno creato un disastro in Ucraina: un caos totale. La cosa incredibile è che hanno utilizzato lo stretto di Hormuz, mentre noi non lo usiamo”, ha messo in evidenza riferendosi al fatto che il passaggio serve più agli europei che agli americani.
In Italia si trovano 13 mila soldati americani in varie basi, in Spagna 4 mila.
E’ la stessa minaccia avanzata nei confronti del cancelliere tedesco. Le cordialità riservate al cancelliere tedesco alla Casa Bianca a marzo, neanche due mesi fa, sono ormai solo un ricordo. Trump ha sferrato in poche ore un duplice attacco a Friedrich Merz: prima annunciando di essere pronto a ridurre le truppe americane di stanza in Germania, poi consigliando al cancelliere tedesco di occuparsi “dell’Ucraina e del suo Paese in rovina” piuttosto che dell’Iran.
Una situazione che non fa che aumentare la pressione su un leader sempre più debole e già alle prese con le questioni interne e isolato persino fra i conservatori che – stando alla Welt – starebbero già pensando a un successore se si dovesse arrivare a una crisi e a un governo di minoranza. Con Trump il cancelliere tedesco paga il conto delle durissime dichiarazioni rilasciate giorni fa, quando si è spinto a dire che gli Usa sono del tutto “privi di strategia per uscire dal conflitto in Iran”, aggiungendo che la leadership di Teheran “sta umiliando un’intera nazione”, quella americana. Un passaggio, quest’ultimo, che ha fatto infuriare il tycoon.
Così mentre i due fronti, quello esterno e quello interno, moltiplicano i guai del Kanzler, provocando una sorta di tempesta perfetta (fra l’altro a pochi giorni dal primo anniversario dell’esecutivo di Unione e Spd, che cadrà il 6 maggio), Berlino ha replicato all’annuncio di una “decisione a breve” sulla riduzione delle truppe Usa dicendo di essere preparata a questo scenario. In divisa militare per la visita a un campo di addestramento della Bundeswehr a Munster, Merz, che fino a ieri negava che vi fosse un problema con il presidente americano, ha scandito: “In questo periodo turbolento seguiamo una linea chiara.
Questa linea resta fondata sulla Nato e su un partenariato transatlantico affidabile”. Il suo ministro degli Esteri ha risposto entrando, invece, nel merito: “Siamo preparati a questo, ne stiamo discutendo approfonditamente e in uno spirito di fiducia i tutti gli organi della Nato, e attendiamo decisioni da parte degli americani a riguardo”, ha assicurato Johann Wadephul. In Germania si trovano circa 39mila soldati americani, in basi come quelle di Ramstein, Garnison e Grafenwoehr. Il timing degli attacchi di Trump non potrebbe essere peggiore per il leader della Cdu, il cui consenso è calato a picco nei sondaggi, mentre Afd svetta cinque punti sopra l’Unione con un 27%.
E il cancelliere sarebbe sempre più isolato perfino fra i suoi: è stata la Bild a far trapelare che non si esclude, in questo clima, che il leader debba presentarsi al Bundestag e chiedere la fiducia. In un’aula, occorre ricordarlo, in cui la maggioranza si regge su 12 voti. Non bastano, nella Germania in crisi, le 174 leggi approvate nel primo anno, né sembrano convincere le sue riforme.
Solito decreto del Primo maggio per il governo. Ma intanto si continua a morire: nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Per il quarto anno di fila, il governo ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. Stessa data, stesso rito: conferenza stampa, miliardo, parola magica. Quest’anno è “salario giusto”. L’anno scorso era sicurezza. Prima gli incentivi, il cuneo. Ogni Primo maggio la sua formula, ogni formula più lontana dalla realtà.
Il decreto vale 934 milioni, quasi tutti alle imprese. Gli sgravi per chi assume giovani o donne nelle aree Zes li incassa il datore, non il lavoratore. L’adeguamento per i rinnovi scaduti è al 30% dell’inflazione: tre punti con inflazione al 10%. I contratti già scaduti aspettano il 2027. Il salario minimo legale rimane il “logoro vessillo della sinistra”. Il decreto “Primo maggio 2023” aveva allargato i contratti a termine, il reddito di cittadinanza è stato abolito. Quattro anni, quattro decreti, quattro operazioni di retorica della dignità che hanno coperto lo svuotamento delle garanzie.
Intanto si continua a morire. Nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093, tre in più del 2024: 148 nelle costruzioni, 117 nella manifattura, 110 nei trasporti. I lavoratori stranieri muoiono a un ritmo doppio: 72 decessi ogni milione di occupati contro 29. Questi numeri non compaiono nelle conferenze stampa.
Ieri mattina Meloni si è svegliata con un’altra urgenza. La Global Sumud Flotilla era stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali, a 960 chilometri da Gaza, davanti a Creta. Tra i fermati, 57 italiani. Palazzo Chigi ha convocato Tajani, Crosetto e Mantovano. La nota finale condanna “il sequestro” e chiede “il pieno rispetto del diritto internazionale”. La stessa premier che per mesi ha coperto ogni escalation con il silenzio, che ha votato contro la sospensione degli accordi commerciali con Israele in sede europea. FdI è sceso al 27-28% dopo il referendum perso. Il Mediterraneo è tornato a essere uno specchio in cui si vede l’opinione pubblica.
La logica è la stessa del lavoro. Si cambia idea quando la pressione costa consensi. Un abbordaggio in acque greche basta a spostare Netanyahu dalla lista degli alleati impliciti. Resta da capire quale arrembaggio serva nel mare dei diritti. Finora non è bastata la morte di oltre mille persone l’anno.

(Stefano Rossi) – Oggi, a L’aria che tira, mi sono convinto che ci debba essere una larvata voglia di offuscare, se non infangare, l’immagine, e il ruolo, del presidente Mattarella.
Vi sono stati alcuni interventi del sen. Francesco Paolo Sisto, di FI, viceministro di Nordio, che mi inducono a rafforzare tale giudizio.
Oggi ha parlato di ruoli ben definiti tra il presidente della Repubblica, ministro della Giustizia, procura di Milano: i secondi e i terzi non possono esprimere pareri, secondo lui, e la decisione finale spetta solo al Capo dello Stato (e qui siamo tutti d’accordo).
Egli ha esordito dicendo che la l’istanza di grazia è stata inviata dalla Minetti direttamente al Quirinale, il quale, ha trasmesso gli atti al ministero della Giustizia per l’istruttoria. E qui, già debbo ricordare la bugia del giornalista de La Verità, Massimo De Manzoni, che insiste nel dire che Nordio non ha poteri istruttori.
Poi, il ministero trasmette gli atti alla procura competente (Milano), per svolgere le indagini. Finite le quali, gli atti finiscono di nuovo al ministero della Giustizia e, qui, Sisto dice: “Non è un passacarte. E’ un giudizio limitato alle indagini svolte dalla procura”. Riferendosi al compito del ministero e del ministro della Giustizia.
Poi, l’impostura inaudita per un avvocato e viceministro della giustizia: “Il ministero, ha ragione la presidente Meloni, non ha alcuna responsabilità”.
E qui si chiude il cerchio.
Tradotto: la colpa è tutta di Mattarella.
Incalzato dal giornalista Antonello Caporale, del Fatto, Sisto dice una cosa giusta nella forma, sbagliata nella sostanza: “Tutti i cittadini hanno diritto, se hanno diritto, ad avere dei provvedimenti a loro vantaggio o a loro svantaggio”.
Cioè, l’istanza della Minetti non poteva essere rigettata solo per i suoi trascorsi pregressi; come dire, siamo tutti uguali di fronte alla legge. Ma non è così.
Eccome se pesano i trascorsi. Financo il codice penale, che Sisto conosce bene, prevede aggravanti per la recidiva.
Un conto è chiedere il porto d’armi se sono incensurato e ligio davanti la legge, un conto se ho precedenti, se sono violento, se sono stato condannato per porto d’armi abusivo, ecc.. Non siamo tutti uguali davanti la legge e i trascorsi possono pesare come macigni.
Poi, il costituzionalista Stefano Ceccanti, diceva che, dopo la sentenza n. 200 del 2006, con la quale la Corte Costituzionale ha deciso che la grazia è un potere esclusivo del presidente della Repubblica, quindi, se c’è stato un errore, questo è solo di Mattarella.
“Se il potere fosse duale, se avessero deciso insieme allora sì, se non ci fosse stata quella sentenza della corte allora ci sarebbe stata anche una responsabilità politica”.
E Sisto annuiva tutto soddisfatto.
Quindi, alla domanda del conduttore “Nordio se ne dovrebbe andare via?”.
Con molta sicumera, Ceccanti, ha risposto di no.
Quello che balza agli occhi, è che ben due giuristi di alto rango, come Sisto e Ceccanti, non hanno mai ricordato la Costituzione che, in questi casi, è l’unica guida che deve seguire un giurista.
Dal combinato disposto degli artt. 89 e 90 della Costituzione, si evince che:
1) il presidente della Repubblica è un irresponsabile per gli atti da egli compiuto;
2) l’atto di grazia, di esclusiva pertinenza del Capo dello Stato, deve essere controfirmato dal Guardasigilli; non per l’efficacia del decreto, ma perché il ministro firmatario, cioè, Nordio, sarà sempre responsabile davanti la legge.
Questo inevitabile effetto è stato del tutto censurato da due che avrebbero dovuto ben spiegare come stanno le cose e non lo hanno fatto, pur conoscendo molto bene la materia.
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Per chi vuole approfondire la questione, bisogna approfondire la sentenza citata.
Dunque, l’allora presidente Ciampi volle concedere la grazia a Ovidio Bompressi, di Lotta Continua, condannato a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Il ministro della Giustizia, Castelli, si oppose fermamente non trasmettendo mai gli atti al Quirinale. Venne così adita la Corte Costituzionale per Conflitto di attribuzione.
La questione venne decisa con la sentenza n. 200 del 2006.
Con tale sentenza, venne deciso che la grazia spetta solo al Capo dello Stato quale organo supremo e super partes, lontano dagli interessi politici. Ma, per tale atto di clemenza, il Capo dello Stato ha bisogno di altri organi per l’istruzione della causa ed essere messo in condizione di decidere al meglio, secondo questioni di diritto e di umanità.
Ecco cosa scrisse la Corte: “Il Ministro in tal modo sarebbe chiamato a contribuire, nel segno di una leale collaborazione tra poteri, alla formazione della volontà presidenziale mediante lo svolgimento di attività cui dovrebbe essere attribuita valenza essenzialmente “istruttoria” … quale tipo di relazione intercorra tra il Capo dello Stato, titolare del potere di grazia, ed il Ministro della giustizia, il quale, responsabile dell’attività istruttoria e quindi a tale titolo partecipe del procedimento complesso in cui si snoda l’esercizio del potere in esame, è chiamato a predisporre il decreto che dà forma al provvedimento di clemenza, nonché a controfirmarlo e, successivamente, a curarne l’esecuzione”.
Come non rimanere basiti, increduli, e pure sospettosi, dalle dichiarazioni dei due giuristi, Sisto e Ceccanti, che ritengono che il ministro non sia responsabile?
Come non pensare male, quando la sentenza n. 200, più volte citata dai due, dichiara palesemente, e non potrebbe dire diversamente la Consulta, che il ministro Guardasigilli cura l’istruttoria, cioè, ne cura i contenuti affinché il Capo dello Stato venga messo nelle migliori condizioni per decidere al meglio l’eventuale atto di grazia?
Nella sentenza, poi, si ricorda quanto disposto dall’art. 681, c.p.p., a seconda che il richiedente sia internato o libero. Si legge nella sentenza: “Nel primo caso è il magistrato di sorveglianza che, acquisiti tutti gli elementi di giudizio utili e le osservazioni del Procuratore generale presso la competente Corte di appello, provvede alla loro trasmissione al Ministro della giustizia, unitamente ad un motivato parere.
Nella seconda ipotesi è, invece, direttamente il Procuratore generale a trasmettere al Guardasigilli le opportune informazioni con le proprie osservazioni”.
Appare evidente come, tutti i passaggi, tra magistrato di sorveglianza e procuratore generale, si accompagnano a pareri sull’opportunità di concedere o meno l’atto di clemenza. Sono osservazioni e giudizi del tutto personali, non vincolanti che tengono conto di quello che è emerso dall’istruttoria.
Non vincolanti perché, come detto, solo il Capo dello Stato deciderà alla fine.
Ma ecco un passaggio della sentenza, più volte citata, che guarda caso non è stato ricordato.
“La valutazione di suddetti elementi, ed in particolare dei pareri espressi dagli organi giurisdizionali, è effettuata in sede ministeriale. A conclusione della istruttoria il Ministro decide se formulare motivatamente la “proposta” di grazia al Presidente della Repubblica ovvero se adottare un provvedimento di archiviazione”.
Alla faccia del ministro che non c’entra nulla!!!
Nordio aveva la facoltà addirittura di archiviare!
Non lo ha fatto. Ha preferito trasmettere gli atti al Quirinale e, la sentenza, spiega che lo deve fare con formula motivata, cioè, anch’egli trasmette un parere motivato.
Poiché nel caso di specie, risulta che tutte le autorità che si sono prodigate alla conclusione dell’istruttoria, e abbiano trasmesso al Quirinale pareri positivi e non ostativi alla concessione della clemenza, il ministro della Giustizia controfirma assumendosi la piena responsabilità, ex art. 89 della Costituzione.
Egli si salverebbe solo quando abbia formulato un parere negativo, ma il presidente abbia comunque dato seguito al decreto di grazia.
Ma non è il caso tra Mattarella e Norio.
Quindi, dopo quanto precisato dalla Corte Costituzionale, dopo aver letto e riletto gli artt. 89 e 90 della Costituzione, risuonano molto curiose e sospette gli interventi di Sisto e Ceccanti, i quali, sembrano più interessati a difendere chi è responsabile dell’istruttoria e non chi non può assumere alcuna responsabilità.
Concludo guardando lontano.
Un governo in piena crisi: politica, con la sconfitta referendaria; economica, non potendo sforare il bilancio; crisi internazionale dagli esiti molto incerti; sondaggi che cominciano a intravedere una flessione nella maggioranza; una certa Marina Berlusconi che impone i suoi “segugi” a capogruppo in Parlamento e convoca, in casa sua il ministro degli Esteri come fosse un suo dipendente; Mondatori, che è sempre Marina Berlusconi, con “Chi”, che fece un servizio rigenerativo alla Minetti; mi pare che sotto la cenere covi tanto fuoco.
Molto fuoco che arde in attesa di capire il momento migliore per far terminare la legislatura senza un Capo dello Stato troppo ingombrante che possa determinare le sorti delle elezioni.
Se lo si mette in difficoltà sarà meglio per questo governo.

(Dott. Paolo Caruso) – Si è operato nel silenzio fino a quando ” Il Fatto Quotidiano”, un giornale libero da condizionamenti, fa esplodere portando alla ribalta la notizia della Grazia ottenuta dalla Minetti, ex igienista dentale, ex consigliera regionale lombarda ma soprattutto ex showgirl del cosiddetto bunga bunga delle serate di Arcore, condannata qualche anno fa a 3 anni e 11 mesi da scontare ai servizi sociali. L’ Ape regina alla corte di Silvio Berlusconi graziata per assistere il figlio adottivo minorenne “gravemente ammalato” ( sic! ) senza aver fatto un giorno di pena ci lascia a dir poco sconcertati. Come fiume in piena le notizie si susseguono. Dall’ Uruguay arrivano quelle sulle presunte irregolarità sull’ adozione del bimbo, la scomparsa improvvisa della madre biologica, della morte a causa di un incendio della avvocata che si occupava del caso, l’ intervento del bimbo negli States perché a suo dire dopo visite specialistiche effettuate negli ospedali di Padova e San Raffaele di Milano, non confermate, venivano a mancare le cure necessarie. Il caso Minetti, che ha investito si voglia sperare ingenuamente anche il Quirinale, fa oggi riflettere su quale sia l’ intesa tra il Ministro Nordio e il presidente della Repubblica, che a febbraio ha firmato la grazia, perché la Minetti non scontasse la pena. La Meloni intanto preferisce scagionare il suo Ministro della Giustizia. Accusa implicitamente di leggerezza Mattarella? O cerca di nascondere la cosiddetta ” polpetta avvelenata ” ? La vicenda appare losca, a venirci dentro, con ambigue presenze come quella del compagno dell’imputata, e dei loro affari in Uruguay, che a nuova disamina, non appaiono per niente limpidi. Il Ministro Nordio è chiamato ancora una volta in causa e dovrà rispondere del perché limitare le indagini investigative della Procura di Milano nel solo perimetro italiano? Un Ministro della Giustizia ormai screditato a partire dal “caso Almasri”. Il referendum, da lui voluto e sonoramente perduto, nonché la notizia della liceità da lui proposta della “modica mazzetta” validate a corrompere giudici, deputati e quant’altro. La stessa di quando si parla – è suo il paragone – della “modica quantità” per la droga. Strano che non abbia avuto ancora il pudore di dimettersi, nel rispetto del “buon governo”, tanto millantato. E la ” non ricattabile ” Giorgia, cosa intende fare? Mattarella da parte sua vuole approfondimenti per sapere se la grazia concessa fosse legittima. Si è fidato di un Ministro screditato e di un Governo che gli fa quadrato, ed è a lui ostile. Ma che appare “ventre molle” e criticabile dalle opposizioni. Se ne faccia una ragione, signor Nordio, non si renda facile bersaglio, troppe ne ha combinate e dette. Lasci quel posto con dignità. Glielo chiedono in primis gli Italiani.