Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Israele vuole la guerra. Ursula non sa dire di no


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Nell’analisi della politica internazionale si distinguono elementi di carattere strutturale e fattori contingenti. Nelle guerre dell’Occidente contro Russia e Iran giocano un ruolo decisivo dinamiche geopolitiche ed economiche di lungo periodo: l’esigenza del capitale finanziario, intrappolato nel debito, di confrontarsi con le potenze in surplus economico, appropriandosi delle materie prime e delle terre rare essenziali allo sviluppo tecnologico. In questo quadro, colpire i principali alleati di Pechino e ricorrere a una guerra permanente risponde a un obiettivo strategico statunitense: indebolire il rivale sistemico, la Cina.

[…] Gli elementi contingenti che permettono a questa strategia di lungo periodo di essere portata avanti sono rappresentati dalla corruzione delle classi dirigenti europee e dalla coppia criminale Trump-Netanyahu. A prescindere dalla teatralità volgare delle marionette politiche che ogni giorno grazie all’eco mediatica dobbiamo sopportare, è bene comprendere che il progetto di salvare l’impero finanziario americano e di militarizzare il dollaro è condiviso dai poteri radicati negli Usa come in Europa. Rifiutare la mediazione con Mosca sin dal Vertice di Bucarest del 2008, trasformare l’economia europea in economia a debito di guerra con pesanti interventi statali, sono finalità dei grandi fondi, delle burocrazie, dell’intelligence e degli apparati mediatici che con le lobby della finanza convivono.

[…] I fattori contingenti hanno tuttavia una loro rilevanza innegabile. Le poche opportunità di negoziato con l’Iran sono rese vane dal carattere instabile di Trump, dalla sua incompetenza in materia internazionale. Il progetto di grande Israele, da anni presente nell’ideologia del partito Likud, è facilitato da una leadership senza scrupoli che sarebbe in grado di mettere in conto un armageddon pur di raggiungere i traguardi messianici. Personaggi come la Von der Leyen e la Kallas, dato il loro incolto fanatismo, possono meglio gestire la destabilizzazione della frontiera orientale dell’Europa e la guerra permanente con la Russia. Essenziale è il ruolo dei media che fabbricano nemici e ideologie in grado di trasformare il comune sentire delle persone, anche della classe illuminata, progressista, dei giovani bocconiani. A volte sacche di resistenza alla propaganda si trovano nei ceti sociali meno abbienti. Un ragazzo dalla buona istruzione e grande moralità civica, ripeterà che un milione di ucraini muoiono per la libertà contro l’aggressore, mentre un tassista mostrerà un maggiore scetticismo. Il negoziato tra Iran e Usa, sul quale stanno esercitando una buona influenza la Russia e la Cina, è appeso a un filo. L’Iran sa che i costi, in caso di ripresa della guerra, saranno enormi. La classe Epstein non ha scrupoli nel bombardare a tappeto e sulle infrastrutture civili essenziali. Esilarante è notare al riguardo che la Commissione europea continua a legittimare le sanzioni a Teheran, invocando i supposti crimini contro il popolo iraniano. Siamo di fronte a due Stati terroristi, Israele e gli Usa, che minacciano la fine di un popolo di 90 milioni di abitanti e la lady tedesca ripete il catechismo liberale senza batter ciglio.

[…]

L’ipocrisia come l’idiozia umana non hanno limiti. La saggia diplomazia iraniana per evitare lutti e distruzione deve dare una via di uscita all’impero, ma non può tradire le sue istanze esistenziali: evitare che tra breve si riprenda la guerra, approfittando di una maggiore debolezza iraniana dovuta alle sanzioni. Il problema è dato dalla volontà israelo-americana di annientare l’Iran, di non accontentarsi di un nuovo accordo sul nucleare. Come cercavo di spiegare ai giovani iraniani, incontrati lo scorso gennaio e alla borghesia laica e desiderosa di standard occidentali, che speravano nella liberazione da parte di Netanyahu e volevano essere come l’Arabia saudita, servi dell’America ma ricchi, l’Iran potrebbe sopravvivere solo grazie al governo fantoccio dello Scià, arricchendo una classe borghese corrotta e massacrando il popolo. Chissà la Von der Leyen cosa vuol fare delle centinaia di persone scese in piazza, malgrado i bombardamenti, a sostenere il governo e a proteggere col loro corpo i ponti e altre infrastrutture?

[…] Israele vuole la guerra malgrado tutto, la vuole Netanyahu braccato dalla galera, ma la cerca anche l’opinione pubblica messianica. Non riesco a comprendere come ci possa essere una sinistra per Israele che ha la pretesa di difendere i valori della Liberazione. Cos’ha uno Stato basato sulla supremazia etnica e sull’apartheid, che viola sistematicamente il diritto internazionale, in comune con i valori costituzionali del 25 Aprile? La mediazione converrebbe ai popoli israeliano e americano per evitare il prezzo dell’escalation, ma il sionismo cristiano ha scelto diversamente. Del resto se le fonti energetiche del Mo venissero meno, l’Impero rimarrebbe uno dei pochi produttori di energia.


Flotilla, La Russa: “Propaganda a scarso rischio”. Piantedosi: “I loro aiuti irrisori”


Due degli attivisti sono ancora nelle carcere israeliane: sono stati arrestati mentre si trovavano su una nave battente bandiera italiana. Il presidente del Senato: “Se hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare”

(lespresso.it) – “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… É il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”. È quanto ha detto il presidente del Senato Ignazio La Russa in riferimento al fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla. 22 barche dirette a Gaza a scopo umanitario sono state intercettate e abbordate da parte di Israele in acque internazionali, al largo di Creta. Due degli attivisti su nave battente bandiera italiana, Thiago de Avila e Saif Abukeshek, sono ancora in carcere. Sul caso indaga la procura di Roma. 

“Quando ci sono eccessi da parte di paesi, anche lo stesso Israele, allora fa bene l’Italia a protestare, ma questo non mi fa cambiare idea sulla natura di questa protesta – ha aggiunto La Russa – che può provocare anche reazioni giuste e legittime ma non mi fa mutare il parere che siano iniziative a scarso rischio per i partecipanti e ad alta visibilità”. L’occasione per l’intervento è stata la presentazione a Milano del libro scritto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dalla giornalista Annalisa Chirico, “Dalla parte delle divise”. Piantedosi stesso è intervenuto sul caso, dichiarando che iniziative come quelle della Flotilla hanno “poco l’obiettivo di portare veramente aiuti, comunque irrisori rispetto a quelli che abbiamo dato come governo italiano”. Il ministro ha sottolineato che “finire in carcere un rischio minimo non lo è mai, è sempre un rischio importante” e che Meloni è stata “molto eloquente rispetto a quella che è la posizione del governo italiano sulla necessità di salvaguardare l’incolumità delle persone che hanno fatto questa iniziativa. Il governo italiano sta comunque presidiando – ha concluso – quello che sta avvenendo in Israele in qualche modo”.

Nel frattempo la procura di Roma indaga per sequestro di persona. Già due giorni fa il team legale della Flotilla aveva presentato un ricorso urgente alla Cedu contro Roma, sostenendo che le autorità italiano fossero state informate “tempestivamente del rischio concreto e imminente”, senza tuttavia attivare interventi efficaci per impedire o interrompere quanto stava accadendo.


Le chiacchiere stanno a zero


Le chiacchiere stanno a zero

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – A forza di ossequiarlo e di ripetere “Signorsì!” ad ogni richiesta senza battere ciglio, capita di ritrovarsi il presunto alleato come padre padrone. Con l’asticella delle pretese che finisce per alzarsi sempre di più. Una regola che non ammette eccezioni: è successo all’Unione Europea quando la presidente (si fa per dire) della Commissione Ue, Ursula von der Leyen ha subito senza fare un plissé i dazi imposti da Donald Trump (che ora minaccia di innalzarli) senza nessuna contropartita; poi è toccato alla Nato, sdraiata di fronte all’ordine di elevare al 5% del Pil la spesa militare dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica; per non parlare dell’Italia di Giorgia Meloni, fino a qualche settimana fa considerata la più fedele estimatrice del presidente Usa – al punto da inviare il ministro degli Esteri Tajani, immortalato con il cappellino (Maga) in mano, alla convention che ha tenuto a battesimo quella galleria degli orrori di autocrati e dittatori sotto le insegne del Board of Peace – e poi caduta in disgrazia per aver osato difendere Papa Leone XIV dagli insulti del numero uno della Casa Bianca. Hai voglia ora a cercare di smarcarsi, peraltro più con le parole che nei fatti, da un alleato divenuto sempre più ingombrante e causa principale dell’inesorabile, per quanto lenta, emorragia di consensi che dalla disfatta referendaria in poi ha segnato l’esecutivo sedicente sovranista guidato da Meloni. Che mentre prova ad invertire il trend propinando all’elettorato la nuova narrazione di un governo in grado persino di dire qualche No all’alleato-padrone, dopo essersi lasciato dettare fino a poco più di un mese fa l’agenda della politica estera italiana – dal rapimento di Maduro in Venezuela (“legittima difesa), ai silenzi sullo sterminio di Gaza (bloccando in Europa lo stop al trattato tra Ue e Israele) fino alla folle guerra scatenata in Iran (“non condivido né condanno”) – prova ora nei fatti a ricucire i rapporti con la missione del ministro Crosetto negli Stati Uniti e l’annuncio di un imminente incontro con l’anima neocon dell’amministrazione Trump, Marco Rubio. Un copione più volte reiterato nella condotta di una premier che, dall’inizio del suo mandato, ha sempre camminato sul filo sottile che separa la propaganda dalla realtà. Che prima o poi presenta sempre il conto.


Nordio “perdona” Ranucci: nessuna querela. Ma ora potrebbe agire contro Bianca Berlinguer


Dopo le frasi sulle presunte visite del ministro in Uruguay nel ranch di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, pronunciate a È sempre Cartabianca, il Guardasigilli era pronto a querelare il giornalista di Rai3 che nel caso, aveva precisato, avrebbe affrontato le spese da solo, senza la protezione della rete. Il dietrofront del ministro. Che ora pretende le scuse anche dalla conduttrice di Rete4

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha intenzione di “perdonare” il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. A quanto risulta a Domani l’ex magistrato non intraprenderà più, al contrario di quanto annunciato ieri, l’azione legale nei confronti del giornalista che, nel corso del programma di Rete4 È sempre Cartabianca, di Bianca Berlinguer, aveva riferito di presunte visite del Guardasigilli al ranch in Uruguay di Nicole Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani. Ha infatti apprezzato le scuse del giornalista, e salvo sorprese non adirà a cause per risarcimento danni.

«Sono stato accusato di aver dato una notizia non verificata. Che cosa ho detto? Ho detto: “Siamo sulle tracce di una testimonianza raccolta in queste ore dove una fonte ci ha detto di aver visto Nordio i primi giorni di marzo in Uruguay e di averlo visto nel ranch di Cipriani. Stiamo verificando una pista e quindi la prendiamo col beneficio dell’inventario. Ora, sicuramente sono caduto in un eccesso, mi copro il capo di cenere. Tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto: “Stiamo verificando una notizia”, che è una cosa un po’ diversa», ha detto Ranucci nella sua trasmissione in onda domenica 3 maggio, scusandosi e informando che, «davanti all’eventuale denuncia del ministro della Giustizia», avrebbe «rinunciato a esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi, affrontando il giudizio» a sue «spese». 

Ora il rischio paventato non esiste più. Questa storia si dovrebbe chiudere. Fatta eccezione per un altro aspetto: Nordio si riserverebbe, apprende sempre Domani, di agire legalmente contro Mediaset e Berlinguer. A meno che anche la giornalista non si scusi domani in trasmissione, prendendo a modello Ranucci. 


Lo psicodramma della destra a Venezia sul Financial Times 


(di Amy Kazmin – Financial Times) – In quanto a guerre culturali, poche superano quella del Teatro La Fenice di Venezia, dove l’orchestra si è ribellata per mesi contro la nuova direttrice musicale, apparentemente scelta per la sua affinità politica con la premier Giorgia Meloni.

La disputa è giunta di recente al culmine quando Beatrice Venezi ha dichiarato a un giornale argentino che l’orchestra stessa era un covo di nepotismo «dove le posizioni vengono praticamente tramandate di padre in figlio». Nel giro di pochi giorni è stata licenziata per aver denigrato il prestigioso teatro.

Sebbene la risoluzione del contratto di Venezi abbia calato il sipario su quella vicenda, il conflitto è stato solo uno di una serie di controversie che hanno ostacolato il tentativo del governo di destra di Meloni di imprimere il proprio marchio sulla vita culturale italiana.

«Sembrano inciampare da un errore all’altro», ha dichiarato Marianna Griffini, autrice di The Politics of Memory in the Italian Populist Radical Right. «Ciò a cui fanno riferimento in termini culturali è Il Signore degli Anelli. Come si traduce poi questa ossessione per Il Signore degli Anelli nella definizione delle politiche?»

Da quando ha preso il potere alla fine del 2022, Meloni ha spinto affinché il governo eserciti un’influenza più forte su istituzioni culturali prestigiose come teatri e musei, che aveva lamentato essere stati dominati «dalla sinistra».

Sebbene su scala più modesta, le sue mosse riecheggiano le guerre culturali condotte da Donald Trump, mentre il presidente degli Stati Uniti cerca di rimodellare istituzioni artistiche come il Kennedy Centre per adattarle ai suoi gusti.

Il governo Meloni è «in una battaglia per nominare i propri uomini — per dimostrare di avere buoni intellettuali o artisti di destra», ha affermato Andrea Mammone, professore di politica alla Sapienza.

Andrea Estero, presidente dell’Associazione nazionale dei critici musicali e direttore della rivista mensile Classic Voice, ha dichiarato che la presidente del Consiglio e i suoi alleati «ritengono la cultura strategica» e hanno l’impulso a «centralizzare il controllo della cultura in generale».

Tuttavia molte nomine si sono rivelate controproducenti, generando controversie e perfino battaglie legali, lasciando teatri d’opera e musei in subbuglio e creando notevoli imbarazzi per Meloni.

«È evidente che esiste una fondamentale mancanza di competenze professionali in queste nomine motivate politicamente», ha detto un operatore del settore artistico che ha chiesto di restare anonimo. «Se si mette qualcuno senza esperienza alla guida di una grande istituzione culturale, le cose vanno male.»

La Biennale di Venezia, la prestigiosa fiera internazionale d’arte, si apre questa settimana tra le proteste nell’Unione europea per la decisione di consentire il ritorno della Russia nonostante la guerra in corso in Ucraina. Il padiglione è curato da due figlie di importanti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin.

Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco — nominato dal governo Meloni nel 2024 — ha resistito alle pressioni, anche da Roma, per fare marcia indietro sulla partecipazione della Russia.

Bruxelles ha tagliato 2 milioni di euro di finanziamenti agli organizzatori della Biennale a causa della partecipazione di Mosca. Ma Buttafuoco ha mantenuto la sua posizione, citando il desiderio di opporsi a «qualsiasi forma di esclusione o censura» e definendo la fiera un «luogo di apertura, dialogo e libertà artistica».

Tale è l’imbarazzo per Meloni, che sostiene fermamente l’Ucraina, che il suo ministro della Cultura, Alessandro Giuli, diserterà l’inaugurazione. La giuria internazionale incaricata di selezionare i vincitori dei premi artistici della fiera si è dimessa venerdì.

«È una guerra culturale interna», ha affermato Griffini a proposito dello stallo. «Stanno affrontando tensioni tra i loro stessi intellettuali di estrema destra e le necessità più pragmatiche imposte dall’esercizio del governo.»

Quando si tratta dei propri gusti estetici, Meloni e i suoi alleati politici si orientano decisamente verso la cultura popolare — con una forte enfasi sul pop.

Nel 2023, il governo ha organizzato una mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea dedicata allo scrittore britannico JRR Tolkien e alla sua saga fantasy Il Signore degli Anelli — da tempo fonte di ispirazione per l’estrema destra italiana. Tra gli oggetti esposti figuravano un flipper, costumi tratti dal film, copertine dei libri e opere dei fan.

L’opera lirica è un altro ambito centrale, essendo un genere nato in Italia e diffusosi in tutta Europa. Ma Estero ha affermato che Roma vuole che i teatri d’opera italiani privilegino una manciata di popolari «best-seller» del «repertorio tradizionale italiano», piuttosto che sperimentare ed evolversi come cultura viva.

«Si concentrano molto sulla tradizione — compositori tradizionali — Verdi, Bellini, Puccini e così via», ha detto. «La loro strategia è concentrarsi su una sorta di museo di questa eredità: questi grandi compositori di queste grandi opere.»

Poco dopo essere arrivato al potere, il governo ha imposto un nuovo limite massimo di età di 70 anni per qualsiasi cittadino straniero alla guida di una delle 13 fondazioni lirico-sinfoniche statali italiane. Ha utilizzato la nuova norma come pretesto per rimuovere il celebre direttore francese Stéphane Lissner dal Teatro San Carlo di Napoli, dove aveva ottenuto riconoscimenti per le sue messe in scena innovative e per l’ingaggio di grandi star.

Lissner — che in precedenza aveva diretto la Scala di Milano e l’Opéra di Parigi — ha contestato con successo la sua estromissione in tribunale. Quando l’anno scorso ha lasciato definitivamente al termine del suo contratto quinquennale, si è lamentato di «troppa politica nel teatro».

I pubblici ministeri stanno ora indagando su Lissner, sul suo team e sulle star dell’opera da loro ingaggiate per accuse secondo cui i cantanti sarebbero stati pagati eccessivamente in violazione delle norme italiane. Lissner e il suo team hanno dichiarato di non poter commentare mentre l’indagine è in corso.

Il tenore tedesco Jonas Kaufmann ha dichiarato di essere rimasto «sorpreso» nell’apprendere dai media italiani di essere sotto inchiesta. «È corretto che l’assegnazione di fondi pubblici sia attentamente esaminata», ha affermato in una dichiarazione, aggiungendo: «Ho adempiuto pienamente ai miei obblighi contrattuali».

A Venezia, La Fenice dovrà cercare un nuovo direttore musicale, mentre Venezi si definisce vittima di una «campagna d’odio».

Estero afferma che il processo della sua nomina è stato così insolito da rendere impossibile per i musicisti accettarlo: «È stata una nomina politica per un incarico che non può tollerare nomine politiche», ha detto. «Le scelte artistiche devono essere fatte per ragioni musicali.»


La Russa: “Sigfrido Ranucci spesso inventa. E se vuole mi quereli”


(Adnkronos) – Il conduttore di Report Sigfrido Ranucci ”spesso inventa. E se vuole mi quereli”. Lo ha detto il presidente del Senato Ignazio LA RUSSA alla presentazione ‘L’impronta. LA lezione di Garlasco e LA fiducia degli italiani nella giustizia’, di Giancarla Rondinelli, edito da Rubbettino.

A una domanda sulla possibilità di non divulgare il nome dei magistrati che coordinano le indagini per evitare un’eccessiva personalizzazione,

LA seconda carica dello Stato ha risposto: ”Ci fu una proposta di schermare i nomi dei magistrati ai tempi di Berlusconi. Io non l’ho mai trovata salvifica. Sono quelle cose teoriche. Già mi vedo Ranucci che ne trova tre al posto di uno e altrimenti inventa, perché Ranucci spesso inventa. Se vuole mi quereli”. (Alb/Adnkronos)

CALCIO: LA RUSSA, ‘SCUDETTO INTER TROPPO FACILE’

(Adnkronos) – Per l’Inter vincere lo scudetto ”è stato troppo facile. Erano scarsi gli avversari”. Lo ha detto con una battuta il presidente del Senato Ignazio LA RUSSA, tifoso nerazzurro, alla presentazione del libro ‘L’impronta. LA lezione di Garlasco e LA fiducia degli italiani nella giustizia’, di Giancarla Rondinelli (Rubbettino) a Milano. 

La Russa, alla fine non ci sarà un colpevole per Garlasco

(ANSA) – Nel caso di Garlasco “mi sono fatto l’opinione che alla fine non ci sarà un colpevole”: ne è convinto il presidente del Senato Ignazio La Russa che sta partecipando a Milano alla presentazione del libro ‘L’impronta’ di Giancarla Rondinelli di cui ha curato la prefazione.   

Cinque processi per Alberto Stasi, ora l’inchiesta su Andrea Sempio ma “se non venti, ci vorranno altri quindici anni e io non ci sarò più ma ricordatevi le mie previsioni”.    “Stasi se l’ottima procuratore Nanni deciderà di far partire la revisione, lo manderà a casa. Se non parte no”, ha osservato. E ora nel caso di Sempio “la ricostruzione del dolo d’impeto a un rifiuto sensuale così a occhio troverà difficoltà ad andare oltre il ragionevole dubbio”.    In questa occasione ‘l’ottimo lavoro che avete fatto – ha detto riferendosi ai media – ha fatto nascere molti dubbi”, però in generale “mi fido più di una sentenza che di una ricostruzione giornalistica’.


Tangenti al Comune di Benevento, l’impronta del partito-municipio di Mastella Noi di Centro


Tre indagati, tutti associabili al movimento del sindaco Mastella e a una kermesse di partito poco prima delle elezioni regionali, alla quale parteciparono in massa dirigenti e dipendenti comunali. L’ex capo di Gabinetto Gennaro Santamaria, oggi in carcere per estorsione, fittò il teatro come “organizzatore di Noi di Centro” e ringraziò le dirigenti comunali ora indagate nel suo fascicolo

Tangenti al Comune di Benevento, l’impronta del partito-municipio di Mastella Noi di Centro

(diVincenzo Iurillo – ilfattoquotidiano.it) – Se Forza Italia era (ed è) il partito-azienda della famiglia BerlusconiNoi di Centro si staglia come una sorta di partito-municipio di Benevento della famiglia MastellaColpa dei recenti grattacapi giudiziari di Gennaro Santamaria, e delle sue buste trovate a casa piene di centinaia di migliaia di euro di presunte tangenti. Infatti tra i dettagli dei ricordi della campagna elettorale regionale per Pellegrino Mastella (figlio dell’ex ministro poi eletto consigliere), e gli atti dell’inchiesta sulle mazzette intascate dall’ex capo di Gabinetto del sindaco Clemente Mastella, emergono incroci che vanno nella direzione del partito-municipio.

A cominciare dal ruolo dell’ex dirigente municipale Santamaria, militante Ndc ed organizzatore di eventi elettorali del movimento mastelliano, durante i quali proiettava slide di ringraziamenti per Antonella Moretti e Maria Antonella Matticoli, rispettivamente dirigente e funzionaria del settore Urbanistica. I nomi delle due nuove indagate dell’inchiesta che fa tremare Palazzo Mosti, sede del municipio beneventano.

E’ il 17 novembre 2025, si vota la domenica successiva, ed al Teatro De La Salle di Benevento va in scena una potente kermesse di NdC. C’è da pompare le candidature di Pellegrino Mastella e di Giovanna Razzano, oggi assessore comunale alle Finanze, subentrata alla Serluca promossa assessore nella giunta regionale di Roberto Fico.

Razzano all’epoca era presidente del Nucleo di Valutazione del Comune di Benevento, organo competente a valutare la performance dei dirigenti comunali, e ad attestare l’assolvimento degli obblighi di trasparenza del Comune. Nonché Amministratore della Multiservice che gestisce il depuratore dell’ASI di Ponte Valentino. L’evento è infiocchettato da uno di quei dirigenti: Gennaro Santamaria, per l’appunto. Ci mette la firma sulla locandina. “Sarei lieto se partecipassi all’evento da me organizzato”, con aperitivo al termine. E’ lui a bonificare i 500 euro per l’affitto del teatro, chiesto in qualità di “organizzatore di Noi di Centro”. E’ lui a condurre, a introdurre, a presentare.

Sul palco siede anche Maurizio Perlingieri, dirigente di ruolo del Comune di Benevento del settore Ambiente, Patrimonio, Mobilità, Energia, Servizi Cimiteriali, Protezione Civile. La platea pullula di dipendenti comunali, confusi e mischiati tra mastelliani di breve e lungo corso. Al comizio partecipa anche Clemente Mastella, in triplice veste: sindaco, padre del candidato, leader del partito che lo schiera. Nel suo riferimento Mastella fa riferimento ‘a tutte le persone che ho fatto assumere’. L’ex ministro di Giustizia gioca in casa e vince facile: è un successone, che si tradurrà in un pieno di voti per il figlio Pellegrino.

La propaganda si è perfezionata anche sui social dove Santamaria ha pubblicato un video riassuntivo dell’evento. Tra le varie slide coi nomi dei candidati e dei promotori politici di Ndc, al secondo 50 compaiono i nomi di Moretti e Matticoli sopra al simbolo di partito (nella foto). Santamaria le ringrazia per aver aiutato l’organizzazione. Cinque mesi dopo, c’è un nuovo filo che collega Santamaria, Moretti e Matticola, ed è quello delle indagini per concussione ai danni di un geometra che lamentava ostracismo e pratiche bloccate al Comune.

Santamaria è in carcere, le dirigenti indagate, Mastella è estraneo all’inchiesta. Il 7 maggio avverrà il conferimento dell’incarico per la perizia sui cellulari di Moretti e Matticola. Mentre il video del 17 novembre torna virale tra le chat degli oppositori del leader centrista. Una loro interrogazione – primo firmatario Francesco Farese – vorrebbe far discutere in consiglio l’accaduto: “Il sindaco Mastella sapeva che Santamaria ne era organizzatore? Ha verificato se per diffondere gli inviti ai dipendenti comunali ha utilizzato anche canali istituzionali o database dell’Ente”? E’ trascorso più di un mese e non è stata messa all’ordine del giorno.


Che non si parli nemmeno della carestia globale in arrivo è semplicemente da pazzi


Tutti parlano di gas e petrolio, ma nessuno sembra interessarsi del blocco dei fertlizzanti legato allo stretto di Hormuz e alla guerra tra Usa e Iran che potrebbe trascinare decine di milioni di persone sotto la soglia della fame estrema entro pochi mesi.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quando si tratta di Hormuz e della guerra tra Usa e Iran, c’è una crisi di cui nessuno parla, che rischia di essere la più pesante di tutte.

Non è quella del petrolio, e nemmeno quella del gas: è la crisi dei fertilizzanti.

Dal “collo di bottiglia” di Hormuz, chiuso dal blocco iraniano in risposta all’attacco americano, e contro-chiuso dal blocco americano in risposta al blocco iraniano, passa un terzo dei fertilizzanti azotati come urea e ammoniaca utilizzati dall’agricoltura mondiale.

L’effetto domino lo potete immaginare da soli. Scarsità vuol dire aumento dei costi di produzione, che vuol dire aumento dei prezzi. Se a questo aggiungete il riscaldamento globale e l’effetto di un fenomeno climatico come El Nino – cioè , l’anomalo e periodico riscaldamento delle acque superficiali nell’Oceano Pacifico -, capirete perché il rischio di una carestia globale è davanti ai nostri occhi.

Allo stesso modo, non ci vuole un genio per capire quali possano essere gli effetti di una carestia globale. In Paesi ricchi come i nostri, nell’aumento del carovita alimentare, che ovviamente colpisce le tasche di chi ha meno soldi.

In Paesi poveri e instabili, invece, gli effetti possono essere devastanti. Non si parla di aumento dei prezzi, ma di scarsità di cibo. Che porta con sé – ce lo dice la Storia – tensioni sociali, ribellioni che possono sfociare in rivolte e guerre civili, col loro carico di sfollati e di profughi di guerra.

In un mondo normale, questa sarebbe la questione più seria di tutte, la prima emergenza da affrontare. Un mondo come il nostro, sovrappopolato, in cui già 630 milioni di persone soffrono la fame – quasi una su dieci – non può permettersi una carestia globale che, sono parole del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, potrebbe trascinare quasi 50 milioni di persone sotto la soglia della fame estrema. 

E a ben vedere, pure un Paese come l’Italia, anche solo perché ossessionato dalla pressione migratoria che arriva dall’Africa, dovrebbe porre la questione con forza a Trump e Netanyahu, o anche solo al segretario di Stato Marco Rubio, che tra qualche giorno atterrerà a Roma per incontrare il Papa e, forse, Giorgia Meloni. 

Che tutto questo passi in cavalleria, che nessuno ne parli, che non ci sia né una strategia, né la benché minima idea di come venirne a capo, è sintomatico della situazione in cui ci troviamo: in un mondo governato da apprendisti stregoni che non solo non hanno la più pallida idea di come affrontare il caos che hanno generato, ma che a fatica ne sono consapevoli.

E quest’ultima, forse, è la cosa più preoccupante di tutte.


Solo l’1% dei fondi del Pnrr (poco più di due miliardi su 190) alla prevenzione dei dissesti idrogeologici


(di Luca Monticelli – la Stampa) – Viviamo in un Paese che si sgretola sotto i piedi, che frana a ogni pioggia, ma quando l’Europa ha offerto la più grande dote finanziaria della storia repubblicana, l’Italia ha scelto di non proteggersi.

Il 94,5% dei comuni è esposto a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Eppure […] il Paese ha preferito non usare davvero l’unico strumento che avrebbe potuto cambiare le cose: il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

[…] Anche per quel che riguarda il territorio, non c’è stata una visione di lungo periodo. Le associazioni ambientaliste, infatti, hanno denunciato come il piano sia stato usato poco e male sulla prevenzione, privilegiando interventi emergenziali.

Su 190 miliardi di fondi europei, solo poco più di 2 miliardi sono stati destinati direttamente al dissesto idrogeologico. Una cifra minima, quasi simbolica, se confrontata con l’enormità del problema e con i costi che ogni anno l’Italia sostiene per riparare i danni. Secondo uno studio dell’Ance, negli ultimi quindici anni la spesa per i danni da dissesto è triplicata, passando da 1 miliardo a 3,3 miliardi l’anno.

E se si sommano terremoti, incendi, mareggiate e siccità, il conto sale a 12 miliardi l’anno. […] Il Pnrr avrebbe potuto invertire questa logica. Invece no. Le misure del piano dedicate al dissesto sono essenzialmente due: 500 milioni per un sistema avanzato di monitoraggio e previsione; 1,49 miliardi per interventi contro alluvioni e frane, di cui 290 milioni per Emilia-Romagna, Toscana e Marche e 1,2 miliardi per aree colpite da calamità.

Totale: 1,99 miliardi. Anche includendo qualche voce accessoria, si resta poco sopra i 2 miliardi. Una cifra irrisoria se confrontata con i 5,3 miliardi programmati dallo Stato dal 2010 al 2023 per il dissesto, soldi che però avanzano lentamente, tra ritardi e frammentazione amministrativa. L’Associazione dei costruttori denuncia che su 21,6 miliardi stanziati negli ultimi 15 anni, solo il 20% dei cantieri risulta concluso: «Di 24mila interventi finanziati per 19 miliardi, risultano conclusi cantieri solo per 3,9 miliardi».

Questo è il paradosso italiano: pochi fondi e spesi male. La governance è un labirinto: almeno 13 soggetti coinvolti nella gestione del rischio idrogeologico, dai ministeri alle regioni, dalle Autorità di bacino ai consorzi di bonifica. […] Non sorprende che il 29% degli interventi è ancora da avviare, mentre solo il 21% risulta concluso.

Il Pnrr avrebbe potuto imporre un modello diverso: tempi certi, responsabilità chiare, monitoraggio digitale. Invece, proprio la misura più strutturale — 6 miliardi per la resilienza dei territori e l’efficienza energetica dei comuni — è stata eliminata in una delle rimodulazioni. Un taglio che ha privato l’Italia di un capitolo che avrebbe potuto finanziare opere diffuse di prevenzione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel solo 2026, nei primi tre mesi, lo Stato ha già dovuto stanziare 1,2 miliardi per far fronte alle emergenze del Centro-Sud, tra il ciclone Harry e le frane di Niscemi e del Molise. Una cifra che supera i 933 milioni previsti dalla legge di bilancio per tutte le emergenze dell’anno.

[…] L’Italia ha scelto di destinare al rischio idrogeologico appena l’1% del Piano. E oggi, mentre frane e alluvioni continuano a colpire un territorio fragile, il governo si trova a cercare fondi che non ha perché i margini del bilancio sono sempre più stretti.

Nei giorni scorsi l’Ance ha riproposto al governo un piano contro il dissesto che punta su cinque azioni: adattare città e territori ai cambiamenti climatici; una cabina di regia unica per accelerare i progetti; usare il metodo Pnrr con tempi certi e gare; investire in digitalizzazione; garantire fondi stabili per superare la gestione delle emergenze.


Salvini contestato in un quartiere di case popolari a Milano, “vai a lavorare”


(ANSA) – MILANO, 04 MAG – Una ventina di persone del comitato per il diritto all’abitare del quartiere San Siro di Milano ha contestato stamani il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, atteso per un sopralluogo in un cantiere Aler in piazzale Selinunte.

I presenti hanno esposto cartelli con scritto ‘Salvini vai a lavorare’, ‘casa per tutti, razzismi per nessuno’, ‘Lega ladrona San Siro non perdona’ e ‘più case meno passerelle’, intonando slogan come ‘assegnare le case vuote’ e ‘fuori i fascisti della città’. Salvini, arrivando al cantiere, ha guardato i contestatori e li ha salutati ironizzando: ‘Peace and love’.


Tutti amici finchè c’è il potere


(ANSA) – “C’è stato un accanimento, questo muro contro muro per impedire un cambio di rotta… Forse, è sfumato il progetto culturale di questo governo”.

È l’opinione di Beatrice Venezi sulla conclusione del suo rapporto con il Teatro La Fenice, espressa in un’intervista pubblicata oggi sulle testate del gruppo Nem “Ho iniziato a sospettare qualcosa – prosegue Venezi – quando Zecchi (Stefano, consigliere comunale, ndr) si è pronunciato a favore dell’Orchestra.

Mi sono chiesta: non è che trovare la pax alla Fenice potrebbe rappresentare una captatio benevolentiae agli elettori veneziani?. Guarda caso pochi giorni dopo, a fronte di una mia dichiarazione opportunamente travisata e non offensiva, Colabianchi decide di risolvere il mio contratto, forse – e così risulta da fonti giornalistiche – su input di Roma”.

Da quel momento “nemmeno una telefonata. Al suo posto avrei chiamato, chiesto una smentita. Solo successivamente, pensato alla lettera di licenziamento”.   

Riguardo all’assenza di rapporti e incontri con l’orchestra della Fenice, Venezi sostiene che “sono stata a Venezia anche in occasione di incontri con il sindaco e con le figure apicali del teatro ed era previsto che al mio rientro dall’Argentina avremmo combinato una serie di incontri conoscitivi.

Spettava al sovrintendente Colabianchi preparare il terreno, cosa che non è mai avvenuta”.   

Venezi definisce il rapport con Colabianchi “molto complesso. Da una parte le difese d’ufficio, parole per la stampa ma non tutele concrete della mia persona nei confronti dell’atteggiamento ingiurioso adottato dall’orchestra, che al contrario è stata lasciata libera di fare proclami dal palco a più riprese durante gli spettacoli, lancio di volantini come in un’arena gladiatoria, interviste su ogni mezzo stampa, tv, radio, social terracqueo.

Una crescente insofferenza e ostilità di fronte alle mie richieste di essere coinvolta nelle scelte artistiche, così come compete a un direttore musicale. Ho un carteggio ben fornito di mail in cui Colabianchi mi ribadisce più volte, anche in termini inappropriati, che le scelte artistiche competono esclusivamente a lui, escludendo ogni mio intervento, a dispetto delle clausole contrattuali e della prassi.

Questa impostazione mi ha di fatto impedito di esercitare le mie funzioni: in qualità di direttore musicale sarei stata tenuta a condividere e, per quanto di competenza, almeno per le produzioni che mi riguardavano, a cofirmare le scelte artistiche, ma non sono mai stata messa nelle condizioni operative per farlo”. 

  Infine, sulla presunta natura ‘politica’ della sua nomina, Venezi sostiene che “sono stata scelta sulla base di un progetto di rilancio artistico ed internazionale. Colabianchi conosceva benissimo le mie capacità avendo già collaborato al Teatro Lirico di Cagliari in diverse produzioni. La nomina politica è la sua”. E su un’eventuale causa al teatro “stiamo valutando con i miei avvocati”.


L’invasione degli alieni


(di Marcello Veneziani) – Silvia Salis è una creatura divina che sembra discesa dal cielo a miracol mostrare. Nelle sue apparizioni in video e tra gli umani rifulge tutto il suo biondo splendore e abbaglia gli astanti. Mi ricorda un detto popolare delle mie parti, a proposito di una favolosa Maria Stella, che era forse la traduzione volgare di Stella Maris: Maristella Maristella, affacciati dal balcone, supplicavano i marinai che passavano in barca sotto casa sua ma poi le chiedevano di tornare nelle sue stanze perché “è tanto lo splendore che la barca non può andare avanti”. Salve o regina della bonaccia miracolosa. Di esser bella è bella, la rea Silvia, la madonna genovese, ma guai a dirlo perché il giudizio estetico delle figure femminili e la confessione di essere attratti dalla sua bellezza, configurano ormai reato di sessismo, sono considerati oltraggio, offesa e un residuo d’inferno maschilista. Eppure, a vederla, verrebbe voglia di dichiararsi suo sostenitore, follower e devoto, e per compiacerla di tifare Sampdoria e sperare perfino di essere colpiti se lancia il martello. Ma a vederla con occhio critico e soprattutto a sentirla parlare, appare quasi una bellezza prodotta dall’Intelligenza artificiale. La sua voce che per taluni magari ha un tono e un timbro particolarmente seduttivo e afrodisiaco, stride col suo viso delicato, ha quasi un’impronta metallica, androgina, quasi trans (e so di farle in complimento), ermafrodita. Ciò conferma la sua origine extraterrestre o la sua provenienza da un’App dell’Intelligenza Artificiale. Anche le cose che dice sembrano a volte da repertorio l’AIexa o IA, non vanno oltre un certo perimetro di frasi woke, programmate e scontate.

Silvia Salis politicamente è nata dal nulla, un 17 febbraio dello scorso anno. Da sportiva si trovò improvvisamente candidata a Sindaco di Genova e subito eletta. E da Sindaco di Genova si trova ora proiettata come possibile Presidente del Consiglio dalla coalizione del centro-sinistra; la madonna del Campo Largo, che offusca col suo splendore Elly Schlein e ogni altro pretendente al trono. Lo sponsor della sua fulminante carriera per imprecisati meriti e appeal iconico, è Matteo Renzi, e da quel punto di vista lui ci vede lungo, è una macchina da guerra, inventa dal nulla governi e presidenti, o li distrugge con una capacità unica che gli va riconosciuta. Si può dire che Renzi sia il suo Pigmalione: secondo il mito greco, Pigmalione che per taluni era re di Cipro e per altri uno scultore, si sarebbe innamorato di una statua della dea Afrodite conservata dai cretesi o scolpita da lui stesso. (Renzi ha precedenti, fu Pigmalione anche di Maria Elena Boschi).

A onor del vero, Silvia Salis non è un caso unico: se consideriamo i leader attuali del centro-sinistra, se mettiamo insieme i tre potenziali contendenti del trono di Giorgia Meloni, abbiamo l’esatta percezione di trovarci di fronte all’invasione degli alieni, o per citare Benedetto Croce, la calata degli Hyksos. Se ci pensate, Giuseppe Conte è un caso senza precedenti nella storia della politica italiana e forse mondiale: iniziò a fare politica da presidente del consiglio, eletto così da un giorno all’altro, i latini direbbero ex-nihilo o ex-abrupto, cioè dal nulla e all’improvviso, senza aver mai fatto un giorno di politica prima. Anche se ora sembra assai più scafato di molti politici di lungo corso. Ed Elly Schlein ebbe una carriera rapidissima dal nulla alla leadership del partito più “strutturato” del Paese, il Pd venuto dal Pci più altre frattaglie. I due, insieme a Silvia Salis, non nascono dalla militanza, dalle sezioni di partito, dall’aver mangiato pane e politica, come la loro concorrente, la pop Giorgia. E tutti e tre hanno goduto (e alcuni anche patito) del Pigmalione Renzi, che ebbe anche lui, a sua volta, una folgorante carriera e diventò leader in pectore del Pd e del governo prima ancora di misurarsi con le urne e la realtà; ma era indubbiamente animale politico nato ed era stato sindaco di Firenze. I tre alieni non hanno fatto carriera di partito, scalando tappa dopo tappa, ma si iscrissero direttamente a capo di movimenti e coalizioni, partiti o governi; ebbero un’investitura dall’alto per l’alto, salvo nel mezzo un passaggio nelle urne. Stiamo dunque al tempo dell’invasione degli alieni nella politica italiana.

La stampa fa già la Ola intorno a loro, molti annunciano con esultanza che c’è già il sorpasso dei Marziani Associati sul partito meloniano e la sua coalizione. In realtà, se la Meloni rischia sul serio il suo futuro non lo deve a loro ma a qualche autogol in casa sua e a un altro alieno disceso da poco in politica: il generale Vannacci. Quel 4 per cento previsto è una spina nel fianco del centro-destra e rischia di crescere nel campo dei delusi del governo Meloni, fino a determinare la sua sconfitta. La volpe Renzi lo ha capito e si è subito fiondato a incontrarlo e a sponsorizzarlo: capisce che può essere lui la chiave per licenziare la Meloni. Per la verità, un’altra navicella si aggira latente e minacciosa nell’etere nostrano: quella degli eredi Berlusconi, Marina e Piersilvio, che sono con la Meloni finché è vincente e governante ma appena s’incrina il suo consenso e vacilla il suo governo, sono pronti a far la giravolta, e già adesso si esercitano con prove tecniche di trasmissione, tra incursioni, invasioni di campo e piccoli terremoti nella loro dependance politica di Forza Italia che considerano la loro magione, o residenza estiva, tipo Villa Certosa. Anche loro, a ben vedere, sono un po’ degli Hyksos rispetto alla politica, reclamano i diritti testamentari e patrimoniali del vecchio Partito-Azienda.

L’invasione degli alieni che si annuncia per i mesi prossimi è l’unica novità della politica dopo un periodo piuttosto stantio. La logica con cui si procede è perfettamente alternata: il governo in carica perde colpi, pezzi e compie passi falsi; e le opposizioni aliene colgono la palla al balzo e fanno manovre di avvicinamento per lo sbarco o l’atterraggio. Un esempio? In questi giorni si assiste a una pantomima grottesca: la destra di governo scarica, attacca e offende quel che convenzionalmente si chiama cultura di destra e la sinistra scopre, esalta e difende la cultura di destra dagli oltraggi del governo di destra. Non si erano mai accorti di loro, non li avevano legittimati come interlocutori, anzi; ma ora sono pronti a incensarli in chiave antimeloniana. Anche perché a destra hanno fatto il contrario: si sono avvalsi di loro per trarre qualche idea e qualche prestigio, ma poi sono stati i primi a tradirli, scaricarli e abbandonarli come zavorra, credendo in questo modo di salvarsi. A destra gli incolti, a sinistra i furbetti, entrambi cinici e opportunisti. Credono da entrambi i versanti di ispirarsi a Machiavelli, in realtà sembrano usciti dal teatro di Pirandello e dai suoi personaggi e maschere.


Chiara Saraceno: “La ‘nuova’ Bella Ciao? Che si vuole dai giovani, li abbiamo tutti traditi…”


‘Essere umano’ al posto di ‘partigiano’? Zero scandalo

Chiara Saraceno: “La ‘nuova’ Bella Ciao? Che si vuole  dai giovani, li abbiamo tutti  traditi…”

(diAntonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Professoressa Chiara Saraceno, nella piazza del primo maggio il canto dei partigiani è stato evirato – da chi era chiamata sul palco a cantarlo – proprio della parola partigiano.

Non mi scandalizzo, credo nelle buone intenzioni di Delia, la cantante che ha manomesso il testo.

La manomissione del testo dà però il senso di una inconsapevole trascuratezza. Cassare la parola che costituisce il corpo vivo del canto (il “partigiano”) e sostituirla con “essere umano” produce il dubbio che insomma la storia, anche recente, vive una stagione difficile.

Bella Ciao è divenuta nel tempo ovunque un canto di resistenza. Anche in Iran la cantano e magari loro avrebbero più titolo alle sostituzioni.

Colpisce la distanza che separa le nuove generazioni dal resto della società. Colpisce anche il silenzio, oltre le canzoni, della piazza del Concertone.

Non penso che i giovani trascurino l’impegno civile. Invece sono certa che esista una sorta di tradimento civile delle vecchie generazioni nei confronti delle nuove. Se vogliamo parlare di manomissione allora affrontiamo il blocco del sistema di inclusione di una parte della società nel processo produttivo.

La manomissione più grande, l’ostruzione più cieca del potere affluente verso i giovani qual è stata?

Pensi solo al grande programma europeo denominato Next generation you. Una montagna di miliardi investiti dove, per fare cosa, a favore di chi?

In effetti l’occupazione registra un dato favorevole per i cinquantenni.

Le nuove generazioni trascurate come non mai. Senza un progetto, un’idea di inclusione quale rivoluzione sociale, rigenerazione culturale e anche civile può immaginare di produrre?

Siamo alle ultime battute del Pnrr che doveva risollevare le sorti dell’Italia.

Di quali italiani stiamo parlando? Contestiamo il silenzio dei giovani, la loro separatezza dal mondo degli adulti. A parte il fatto che non è così: nel referendum si sono mostrati vivi e vegeti e partecipi. Su Gaza hanno invaso le strade d’Italia.

Il problema è che appaiono e poi scompaiono.

Hanno bisogno di una motivazione forte, la politica deve offrirla chi altri sennò? E la battaglia coinvolge gente, anche chi non è tuo vicino di banco per età e formazione, se è chiaro l’obiettivo, se sai chi sconfiggere, dove andare.

Quindi siamo tutti colpevoli.

Chi è il nostro nemico? Chi è che tradisce i giovani? Il centrodestra ha bruciato le sue occasioni e non ha un progetto di governo che sostenga il lavoro dignitoso e quello giovanile. E il centrosinistra? Ha letto proposte di qualità da parte dell’opposizione?

Lei scruta nebbia fitta da ovunque i lati della valle?

È questa nebbia che produce lo scoramento. E lo scoramento sa che comporta?

La fuga all’estero.

Esattamente: l’esilio. Chi è giovane e ha qualche competenza da far fruttare rifiuta i lavoretti sottopagati, la precarietà infinita e sceglie di trasferirsi dove l’orizzonte è più visibile.

Il precariato è una stagione permanente dell’ingresso nel mondo del lavoro che ha coinvolto tutti.

Anch’io sono stata precaria, anche le mie figlie che ora hanno un’età matura e hanno visto il contratto a tempo indeterminato a quarant’anni. Ma la differenza tra ieri e oggi è che la precarietà aveva un tempo definito, poi sapevi che sarebbe venuto il meglio.

Adesso si aspetta il peggio.

Allo scoramento si aggiunge l’angoscia per questi tempi bui.

L’angoscia per la guerra.

Ho ottant’anni e ricordo, negli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale, che vivevamo noi ragazzi nel terrore della bomba atomica. Col tempo quella paura era andata via.

Ora è ritornata.

Ora di nuovo i ragazzi si chiedono: sganceranno la bomba? Il pericolo lo vivono vicino e reale.

La politica non li prende.

Il potere è distante e ostruttivo. Il potere non li vuole.

Sto pensando alla grande abbuffata di soldi del Pnrr. Per la next generation, a cui era intestata la massa miliardaria, zero carbonella.

Zero carbonella.


Come funziona l’insider trading all’ombra di Trump: tutti gli speculatori del Presidente


Insider trading all'ombra di Trump - Video

(di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina – corriere.it) – Gli operatori di Wall Street ne parlano come se fosse un mercato finanziario parallelo, «il Trump market»: imprevedibile, senza regole e molto redditizio. Nella storia americana non si è mai visto un intreccio così spregiudicato tra gli annunci, le decisioni della Casa Bianca e i movimenti anomali in Borsa. Negli Stati Uniti il problema del classico conflitto di interesse che sorge quando un imprenditore assume un incarico politico si era già posto con il primo mandato di Donald Trump, poiché le sue aziende spaziano dalle costruzioni, all’immobiliare, agli alberghi, ai resort turistici, ai golf club. Nove anni fa sollevò molte polemiche la decisione del neopresidente di affidare la guida della holding ai figli Donald Jr. ed Eric, scartando soluzioni più trasparenti come quella di consegnare la gestione a un «blind trust», cioè a un amministratore fiduciario incaricato di curare gli affari della Trump Organization in piena autonomia.
Con il rientro di «The Donald» alla Casa Bianca i guadagni per la famiglia sono esplosi. Prendendo in considerazione le operazioni su criptovalute, immobiliare e altro ancora, secondo il New York Times il clan avrebbe ottenuto extra profitti per 1,4 miliardi di dollari. Per il New Yorker il tesoro ammonta a 4 miliardi di dollari. In un anno e mezzo, poi, si sono moltiplicate le manovre decisamente sospette in Borsa, avvenute poco prima che Trump annunciasse importanti mosse politiche ed economiche. Al punto che, di recente, perfino il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sbeffeggiato l’ex costruttore mandando un sarcastico avvertimento «a Wall Street»: «Interpretate al contrario le parole di Trump: i suoi discorsi sono una finzione per ottenere facili guadagni». Sta di fatto che negli Usa queste anomalie sono diventate un caso politico. Vediamole.

(…) mercoledì 2 aprile 2025, (…) Trump si presenta con un grande tabellone (…) Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondo. L’iniziativa (…) suscita un tracollo in Borsa

Il giorno più torbido

Partiamo da mercoledì 2 aprile 2025, è il cosiddetto «Liberation day»: quel giorno Trump si presenta con un grande tabellone davanti alle telecamere assiepate nel Rose Garden della Casa Bianca. Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondoL’iniziativa di Trump suscita un tracollo in Borsa: fra giovedì 3 e venerdì 4 l’indice Standard and Poor (S&P 500, la media delle quotazioni delle 500 società più grandi) perde il 10,8%. Allarme rosso sui principali mercati finanziari del mondo. Domenica 6 aprile il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, va a trovare Trump nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Bessent si fa portavoce del profondo disagio del mondo della finanza e dell’industria e sollecita il presidente a cambiare idea. Lunedì 7 aprile riaprono le quotazioni: l’indice S&P risale di poco (+0,23%), ma il mercato resta instabile, tanto che martedì 8 lo stesso indicatore va in rosso (-1,57%). Ma arriva mercoledì 9 aprile: fuochi d’artificio a Wall Street.

Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%.

Attenzione agli orari

Alle 9.37 Trump posta un messaggio sibillino sulla sua piattaforma social Truth: «QUESTO È UN GRANDE MOMENTO PER COMPRARE!!! DJT». DJT è la sigla che in Borsa indica la Trump Media & Technology Group, la holding della famiglia Trump. Sembra quasi un segnale rivolto a persone o entità finanziarie già in allerta.
Alle 13.08, nel pieno delle contrattazioni di Borsa, per 10 minuti gli speculatori si scatenano, con ordini torrenziali di call options, contratti che prevedono l’acquisto di un titolo a un prezzo prefissato ed entro un determinato lasso di tempo. Questo strumento finanziario consente di scommettere sull’aumento del valore delle azioni a breve termine e quindi di ottenere un profitto che deriva dalla differenza tra il prezzo stabilito dalla call option e la quotazione successiva del titolo. Alle 13.18, Trump scrive su Truth che l’introduzione dei dazi viene rinviata di 90 giorni. La Borsa reagisce con il più poderoso rialzo dal 2008: l’indice S&P sale del 9,5% e il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, si impenna con un +12,2%, l’incremento maggiore negli ultimi due decenni. Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%. È evidente che qualcuno sapeva che sarebbe valsa la pena raccogliere l’invito a comprare del primo post di Trump. In questo caso il leader Usa potrebbe aver commesso il reato di «market manipulation», in Italia si chiama anche aggiotaggio, cioè diffusione di informazioni esagerate e fuorvianti per alterare il corso delle quotazioni.

Chi informa i borker?

Come si possono calcolare, almeno per approssimazione, i guadagni di chi ha investito con i tempi giusti magari perché al corrente di ciò che avrebbe detto Trump? Due possibilità. Chi ha investito 1 milione acquistando le azioni o un fondo di investimento quotato (Etf) parametrato sul valore dell’Indice S&P, la mattina del 9 aprile si è ritrovato a fine giornata con un 1.095.000 euro: 95 mila euro di guadagno in pochi minuti. Il calcolo è semplice: basta aggiungere il 9,5% del rialzo dell’S&P al milione di dollari investito. In generale è più complesso calcolare l’effetto moltiplicativo generato dai contratti di call option. Ma nel caso specifico del 9 aprile la Reuters, sulla base dei movimenti registrati sul mercato, ha calcolato che la leva finanziaria delle call option Spy, cioè dei fondi che riproducono l’Indice S&P, ha prodotto una moltiplicazione di 10 volte il capitale investito. Chi ha puntato 1 milione di dollari si è ritrovato con 10 milioni e quindi con un profitto netto di 9 milioni. Sta di fatto che quello stesso 9 aprile il Presidente nello studio ovale, presentando alcuni piloti automobilistici al finanziere Charles Schwab, dice: «Oggi lui ha guadagnato 2,5 miliardi di dollari»; poi indicando l’imprenditore Roger Penske: «E lui 900 milioni di dollari. Non è male!». Il caso dei dazi è il più clamoroso, ma siamo solo all’inizio. 

Farmaci: i ben informati

Lunedì 12 maggio il presidente americano, dopo un lungo tiro alla fune, annuncia un accordo con Xi Jinping. Gli Stati Uniti ridurranno i dazi sull’import cinese e la Cina taglierà a sua volta le tariffe sui beni Usa. Wall Street accoglie la notizia con un aumento del 3,3% (indice S&P) e il giorno dopo, martedì 13 maggio, con un altro + 0,7%. Nelle stesse ore si sviluppa un’altra vicenda che fa ballare un comparto specifico dello Stock Exchange: quello dei farmaci. L’11 maggio del 2025 è domenica, il presidente Usa comunica che lunedì 12 avrebbe firmato un ordine esecutivo per ridurre i prezzi dei medicinali tra il 30% e l’80%, imponendo ai produttori di allinearli a quelli applicati dai concorrenti stranieri. Quello stesso giorno le quotazioni dei titoli farmaceutici americani oscillarono parecchio, recuperando sul finale di seduta. Si potrebbe ipotizzare che qualcuno, a conoscenza in anticipo delle intenzioni trumpiane, abbia piazzato ordini di acquisti al ribasso già venerdì 9 maggio, incamerando azioni di società come Pfizer, AbbVie, Eli Lilly, Amgen, Merck che terminarono la giornata di lunedì 12 con ribassi tra il 2,1% e il 4,8%. 

Chi specula sul petrolio

L’altra pista segnata dai dubbi porta alla guerra contro l’Iran. Sabato 21 giugno 2025 Trump decide di attaccare il regime degli ayatollah. Wall Street reagisce in modo positivo: evidentemente gli investitori pensavano che i bombardamenti sarebbero durati poco e non avrebbero ostacolato le forniture di petrolio. Anche in occasione del secondo attacco, sabato 27 febbraio 2026, la Borsa di New York non si scompone. Non si può dire la stessa cosa per ciò che accade lunedì 23 marzoAlle 7.04 Trump posta queste parole su Truth: «Conversazioni molto buone e produttive con Teheran a proposito di una completa risoluzione del conflitto». Il presidente ordina lo stop ai bombardamenti contro gli impianti di energia elettrica iraniani. Il prezzo del greggio crolla del 14%, poi la Borsa riprende a salire e l’indice S&P chiude la seduta con +1,15%. La Bbc ha ricostruito che lunedì 23 marzo, dalle 6.40 alle 6.50 del mattino, il mercato è stato sommerso da 3.818 ordini di futures sul valore del greggio per un ammontare complessivo di 320 milioni di dollari. Nel corso della mattinata il valore dei futures raggiungerà il totale di 580 milioni di dollari. Difficile calcolare quanto hanno guadagnato questi trader super informati. Qualcuno può aver approfittato per vendere petrolio prima della flessione del 14%. Altri possono aver stipulato contratti di vendita futura del greggio a un prezzo superiore a quello acquistato nel corso della giornata con quotazioni decisamente inferiori. In ogni caso, un’onda anomala. 

Lo stesso schema si ripete il 7 aprile. In un solo minuto, tra le 12.24 e le 12.25, sul mercato si assiste a vendite massicce di futures per un valore di 760 milioni di dollari. Alle 12.45 ecco l’annuncio di Trump: «Lo Stretto di Hormuz è tornato navigabile». Più tardi il mondo scoprirà che non è vero, ma intanto il prezzo del greggio crolla dell’11%.
Dall’inizio dell’attacco isarelo-americano all’Iran si contano almeno sei episodi di possibili casi di insider trading. Il più recente, stando ai dati raccolti da Reuters, si è verificato mercoledì 22 aprile: 15 minuti prima che Trump comunicasse il prolungamento della tregua con Teheran, si sono registrate vendite di petrolio al ribasso per 430 milioni di dollari. Un’altra scommessa vinta perché nella giornata il prezzo del greggio è effettivamente sceso da 100,6 dollari al barile a 96,83 dollari.

Le denunce alla Sec

La prima denuncia è firmata da sei senatori democratici, inviata l’11 aprile 2025 a Paul Atkins, presidente della Sec, l’Autorità che vigila sulla Borsa. Quella più recente e circostanziata, datata 24 febbraio 2026, è di due deputati democratici: la vicepresidente della Commissione Servizi finanziari, Maxime Waters e il vicepresidente della Sotto commissione sulla vigilanza e le indagini economiche e finanziari, Al Green. Entrambi chiedono agli organismi di cui fanno parte di avviare un’indagine parlamentare su quanto è accaduto tra la Casa Bianca e lo Stock Exchange di New York nella mattina del 9 aprile 2025, quando l’umore prevalente a Wall Street era piuttosto depresso. Con l’eccezione di alcuni operatori beninformati. Da chi? È la domanda che i parlamentari Waters e Green rivolgono al presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano French Hill, sollecitandolo ad aprire un’indagine. Nella lettera ricordano anche che a distanza di un anno il presidente della Sec, Paul Atkins, grande sostenitore della deregulation più totale e delle criptovalute, non ha fatto nulla. Non ha neanche risposto alla lettera dei sei senatori. 

Fino all’arrivo di Trump alla Casa Bianca la Sec era considerata la più temibile sentinella dei mercati finanziari. Un modello per tutto il mondo. Ma con Atkins alla guida il ruolo della Sec è diventato marginale. L’amministrazione Trump ha tagliato il personale del 17%, compresi gli ispettori investigativi della Enforcement Division. La spesa per finanziare le indagini è stata ridotta del 50%. Va precisato che Trump non può essere accusato di insider trading solo sulla base delle dichiarazioni che incidono sulle quotazioni, poiché sono inevitabili. Serve la prova che il presidente abbia direttamente comprato o venduto titoli prima dei suoi annunci. Tuttavia i parlamentari chiedono di puntare l’attenzione su figure vicine alla Casa Bianca.  

Le scommesse su Polymarket

Infine un fenomeno relativamente nuovo, quello dei siti specializzati nelle scommesse geopolitiche on line. Uno in particolare sta attirando l’attenzione dei media e degli analisti: Polymarket. Fondato nel 2020 a New York, accetta puntate in criptovalute sugli avvenimenti più diversi, dallo sport alle elezioni politiche fino alla durata di una guerra. Il primo caso collegato alle mosse dell’Amministrazione Trump riguarda la cattura del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. Il Presidente americano annuncia il successo del blitz a Caracas con un post alle 10.21 di sabato 3 gennaio. Ma poco prima, Gannon Ken Van Dyke, uno dei militari americani che partecipa all’operazione, aveva puntato da un account anonimo 32 mila dollari sulla piattaforma scommettendo che Maduro sarebbe stato destituito entro la fine di gennaio. Van Dyke, ora sospeso dal servizio, aveva vinto 436 mila dollari.

Uno studio della Columbia University dal titolo «From Iran to Taylor Swift», firmato dai professori universitari Joshua Mitts e Moran Ofir, riassume in modo efficace il quadro delle scommesse su alcuni interrogativi collegati alla guerra contro Teheran. Giusto per fare un esempio. La domanda «Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran entro il 28 febbraio?» ha raccolto puntate per 529 milioni di dollari. La società di analisi Bubblemaps ha notato l’improvvisa comparsa di sei account anonimi sulla piattaforma Polymarket, aperti solo poche ore prima che iniziasse la guerra: hanno tutti azzeccato la risposta guadagnando, complessivamente, 1,2 milioni di dollari. Preveggenza o, più banalmente, frode?
Polymarket non piace a tutti. È stato bandito dai governi di 33 Paesi fra i quali Francia, Italia, Belgio, Germania, Regno Unito. L’amministrazione Trump, invece, ha allentato i controlli sulle attività di questi siti e, guarda la combinazione, Donald Jr., il primogenito del Presidente, ha investito, si stima, qualche milione di dollari in Polymarket, diventandone anche consigliere strategico.


Longevità senza consenso: il paradosso di Giorgia Meloni


Sabato scorso il governo in carica, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana

Longevità senza consenso: il paradosso di Giorgia Meloni

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – Sabato scorso il governo Meloni, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana. Al momento, inoltre, non si vedono ostacoli insormontabili per raggiungere il record di durata, detenuto da Silvio Berlusconi, il cui esecutivo governò ininterrottamente per 1412 giorni. Certo, questo dato sembra quasi paradossale considerando il contesto storico: Giorgia Meloni festeggia un grande risultato di longevità in un momento in cui le leadership sembrano consumarsi con una velocità inedita. I cicli delle leadership politiche sono storicamente stati lunghi: da Craxi a Berlusconi, molti grandi leader sono stati sulla cresta dell’onda per un periodo importante, ma negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un’opinione pubblica in rapido movimento, mutevole, capace di farsi sedurre rapidamente da leader abbandonati poco dopo. RenziSalviniDi Maio: sono molti gli esponenti politici la cui grande popolarità si è consumata in un arco temporale breve. Come Icaro, si sono avvicinati troppo al sole, bruciando rapidamente il proprio consenso. Giorgia Meloni, invece, pur indebolita, rimane al timone.

Ci sono diversi motivi che spiegano questo risultato e l’avvicinamento al primato di durata berlusconiano.

Il primo è legato alle rigide gerarchie della coalizione di centrodestra: nessuno mette in discussione il ruolo di partito-timone di Fratelli d’Italia, e l’assetto della coalizione, ad eccezione dello strappo vannacciano, è rimasto solido. I partiti conservatori in questo paese sono inoltre meno “scalabili” dalla propria classe dirigente, e rientrano spesso nella fortunata definizione di Fabio Bordignon di “partito del Capo”, leaderistici e verticali.

Inoltre, storicamente, il centrodestra si è mostrato più disciplinato e coeso rispetto all’alleanza progressista: non è un caso che sabato l’esecutivo abbia superato al secondo posto il governo Berlusconi IV, e che al primo posto permanga il Berlusconi I.

Va anche sottolineato come il consenso nei confronti del governo e della coalizione meloniana sia calato in questi anni, in modo costante e netto ma meno rapido rispetto ad altre situazioni. Questo fatto, sommato a un’opposizione piuttosto divisa nei primi anni, ha generato una pressione limitata dell’opinione pubblica nei confronti del governo, aumentata solamente negli ultimi mesi, dalla campagna referendaria in poi.

Dunque, Meloni e il centrodestra possono festeggiare un traguardo di stabilità importante e puntano a stabilire un nuovo record.

Tuttavia, la longevità, di per sé, non è una vittoria: le elezioni politiche non premiano chi resiste, ma chi convince.