“Il comunicato è contraddittorio: vi accusano di falso, ma non hanno fatto tutti gli accertamenti”

(estr. di Giuseppe Pipitone – ilfattoquotidiano.it) – “A me pare che qui ci sia un superiore interesse a chiudere la vicenda, garantendo la reputazione e la corretta condotta di tutti gli attori coinvolti”. È questa l’opinione di Antonio Di Pietro, già pm simbolo di “Mani pulite”, poi ministro e ora avvocato, a proposito del caso della grazia concessa a Nicole Minetti, nuovamente ribadita ieri dal Quirinale, dopo che la Procura generale di Milano ha confermato il suo parere positivo. Dal comunicato del Colle che aveva chiesto un supplemento d’indagine, dopo le inchieste del Fatto, non sono passati neanche 40 giorni. “Io ho preso atto delle conclusioni della Procura generale di Milano, che rispetto come tutti i provvedimenti – dice Di Pietro – Ma non non ho capito l’obiettivo dei legali di Minetti e Cipriani di voler procedere contro Il Fatto”.
[…] Annunciano una richiesta di risarcimento danni.
Se è vero che l’accertamento della Procura generale si è concluso senza indagini rogatorie, mi pare controproducente. Potrebbero farvi un favore.
Perché?
In questo modo avrete l’opportunità di dimostrare la bontà delle vostre fonti, producendo tutti gli elementi utili a dimostrare di aver raccontato una storia vera. E quindi di dimostrare quello che non hanno potuto o voluto dimostrare adesso. […]
La Procura generale, però, ha spiegato che non ha potuto ordinare una rogatoria internazionale perché gli accordi con l’Uruguay la prevedono solo nei procedimenti penali in corso.
Quel comunicato, secondo me, è contraddittorio: da una parte dicono che non hanno svolto attività rogatorie perché si possono fare soltanto con l’indagine penale in corso. Ma dall’altra parte scrivono che quanto affermato dal Fatto Quotidiano è falso. Ora una cosa è dire ‘non abbiamo trovato riscontro a quanto scrive Il Fatto‘, un’altra sostenere che avete scritto il falso. Vuol dire accusarvi di aver sostenuto qualcosa di diverso dalla realtà in modo consapevole. Ma come fai a sostenere questo e allo stesso tempo dire che non sono stati fatti tutti gli accertamenti perché la normativa non lo permette?
Sostengono che le dichiarazioni di Graciela De Los Santos Torres, la massaggiatrice uruguaiana intervistata dal nostro giornale, “risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede d’indagine difensive”.
Il problema di fondo è che tutte le indagini devono essere riscontrate, quelle degli avvocati e quelle del pm. Ma a me non convince la parte del comunicato stampa in cui si parla di attività giudiziaria non realizzata e nello stesso tempo si afferma che quanto riportato dal vostro giornale è falso. Con l’affermazione di falsità siete stati accusati di un reato. Ripeto: una cosa è dire che non è stato riscontrato quello che avete scritto, un’altra sostenere che avete volutamente raccontato falsità.
[…] Secondo lei, dunque, perché c’è questa contraddizione nel comunicato della Procura generale?
A me pare che qui ci sia un superiore interesse a chiudere la vicenda, garantendo la reputazione e la corretta condotta di tutti gli attori coinvolti. Ripeto: io rispetto il provvedimento in sé, assolutamente. Ma certo se fossi stato io il procuratore generale avrei cercato di fare qualcosa in più.
Ma la Procura generale cosa avrebbe potuto fare di più?
Acquisire maggiori informazioni attraverso rapporti diplomatici, rapporti collaborativi dal punto di vista governativo.
Che però, è l’obiezione, sono operazioni che spettano al ministero.
Va bene, chiunque fosse il responsabile avrebbe dovuto farlo.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Egregia procuratrice generale Francesca Nanni, lei è liberissima di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna sulle sue condanne per reati gravissimi senza che abbia scontato un minuto di pena; di cancellare le pesanti accuse lanciate da una testimone oculare senza neppure ascoltarla, anzi facendola “smentire” dai testimoni della difesa, cioè affidando alla Minetti le indagini sulla Minetti; di rinunciare alla rogatoria in Uruguay perché si tratta di un procedimento amministrativo […]

(di Marcello Veneziani) – Ma quali idee hanno accompagnato la Repubblica italiana in questi ottant’anni?
Il 2 giugno è l’occasione per tracciare un bilancio storico e ideale del suo cammino.
Disponiamo in partenza di alcune chiavi in negativo: l’antifascismo come collante e fondamento, il ripudio del nazionalismo, la scristianizzazione come perdita progressiva di valori comuni. Poi quando si passa dalle negazioni alle affermazioni divergono le priorità e i contenuti. Anche le idee condivise di nome sono poi declinate in modo opposto, come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. O si rinchiudono nelle armature ideologiche e diventano corpi contundenti.
Sul piano politico la repubblica italiana è stata polarizzata da due forze antagoniste, e poi convergenti: la Dc e il Pci, più la costellazione di partiti minori. Anzi, per essere precisi: centro contro sinistra, o centro-sinistra, fino al cattocomunismo; la destra in origine non era prevista. Il bipolarismo ha avuto uno svolgimento tutto particolare: non c’è mai stata alternanza e avvicendamento al potere, per quasi cinquant’anni, ma ruoli fissi, tra il primo, partito sempre al governo e il secondo, sempre all’opposizione. Da cui la definizione di bipartitismo imperfetto (Giorgio Galli). Con un’ulteriore caratteristica: la Dc governava coi suoi alleati l’Italia, ma sul piano delle idee, c’è stata una prevalenza o quantomeno una maggiore incisività ed evidenza di idee che appartenevano al campo avverso, alla sinistra a lungo identificata largamente con il comunismo. È quella che è stata definita egemonia culturale. Ma la formula sbrigativa non corrisponde poi alle articolazioni, alle mutazioni e al panorama effettivo della repubblica italiana.
Dietro quella definizione non c’è stato solo il predominio del Pci, come si sbriga solitamente la vicenda ideale, riducendo l’egemonia a un’intuizione di Antonio Gramsci applicata da Palmiro Togliatti. In realtà per lunghi decenni, quel predominio ha toccato solo alcune sfere della cultura, dell’università, dell’editoria ma non è stata pervasiva. Alla supremazia delle idee erano refrattari vari settori cruciali in cui si forma l’opinione pubblica e la mentalità condivisa, non riconducibili agli intellettuali organici di gramsciana memoria.
C’erano autori e culture diverse, e sul piano dei mass media, nei primi decenni della repubblica c’era a livello di stampa, radio e di televisione, di musica e di cinema, di teatro, sport e altri campi un quadro assai variegato. A livello popolare restava ancora vivo benché declinante un mondo d’ispirazione cristiana e rurale, tra parrocchie, associazioni di categoria, reti e tradizioni locali. C’era poi un mondo che subiva l’attrazione dell’America, del suo cinema, del suo modello di vita, della sua mentalità e del suo mercato; più altri mondi più ristretti e differenziati.
L’egemonia ideologica era una cosa, la vita popolare era un’altra.
La più grande mutazione prese corso tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in un periodo che per comodità colleghiamo al ’68. La società fu investita agli inizi da una forte partecipazione ideologica e politica, una carica contro il sistema capitalistico e le istituzioni liberali e borghesi; l’impronta prevalente sul piano delle idee fu di segno marxista. In quell’atmosfera la conquista ideologica della cultura italiana sconfinò negli ambiti dei mass media, del cinema, dell’arte e di vari settori, insieme a un progressivo predominio a livello accademico, editoriale che non c’era stato ai tempi del Pci di Togliatti. Il Pci diventò forse “l’utilizzatore finale” di quella spinta prodotta nel ‘68 ma quel processo non nacque in seno al Pci, alla Cgil e alle fabbriche; nacque fuori, oltre, se non contro il Pci, in quell’arcipelago che definiamo il movimento giovanile.
Allora nasce davvero un’egemonia culturale della sinistra, mentre quella di Togliatti restava più circoscritta e più direttamente controllata dal Pci.
Col passare degli anni accade però un sorprendente cambiamento: l’impronta rivoluzionaria, collettivista e anticapitalista, antiamericana mutò assumendo una valenza trasgressiva, anarco-libertaria, “dionisiaca” e perfino un po’ nietzscheana, fino a trasformare il collettivismo di partenza in una carica eversiva sempre più elitaria e soggettivista, fino all’individualismo degli anni ottanta e oltre. Permaneva solo la venatura terzomondista.
Sul piano delle idee e del pensiero politico cosa era avvenuto?
Non era più il marxismo o l’italo-marxismo la stella polare. Da un verso Gramsci fu coniugato a Gobetti e alla cultura azionista, dall’altro il comunismo si stemperò nel progressismo radical, assumendo altre valenze. E più in generale la sinistra non fu più contenuta dentro il Pci ma il contrario, fino a sparire il comunismo. Sinistra democratica fu l’espressione politica. E cambiamento radicale, e radical, quanto alla linea: non più l’idea di cambiare sistema, di fuoruscire dall’Occidente, non più il capitalismo come nemico principale, ma al suo posto una vaga protesi del passato, il fascismo, e contorno di forse oscurantiste, reazionarie, conservatrici, patriarcali. E sul piano positivo diritti civili, ideologia woke, spirito radical. Quella sinistra trovò sponde e alleanze nei salotti buoni della finanza, in una parte dell’imprenditoria italiana, in alcuni settori dell’industria, a partire da quelli che avevano un peso rilevante negli assetti proprietari dell’editoria.
E fuori dalla sinistra, cosa c’era? Restavano nicchie culturali e poi un largo habitat sottoculturale o comunque refrattario, estraneo, alle idee e alla politica. Tra le nicchie culturali ci fu una cultura cattolica, ma in un paese guidato da un partito che si diceva d’ispirazione cristiana era però minoritaria, se non di opposizione; poi una cultura di destra, in un rapporto di tensione con l’unico partito che si definiva di destra sociale e nazionale, l’Msi e poi An; infine sparse isole liberali, sparuti gruppi o personalità.
Il grosso della società si andava invece configurando al di fuori di ogni dimensione ideologica, culturale o politica, a volte rifugiandosi nel buon senso e nel realismo spicciolo della quotidianità, nelle paure e nelle insicurezze sociali.
In questo quadro avveniva quel che prima definivamo la scristianizzazione della società italiana, la ridefinizione e lo sfaldamento della famiglia, delle parrocchie e di altre forme di relazione sociale. E al suo posto la crescita del totem televisivo e di una pervasiva trasformazione che era per certi versi una forma nostrana di americanizzazione. Non una risposta culturale al predominio ideologico della sinistra, ma una fuga dal piano culturale e un rifugio nella vita domestica, nei consumi, nel tempo libero, nella vita pratica, fuori dalla politicizzazione.
In quel passaggio dalla scristianizzazione all’americanizzazione della nostra società si situò il berlusconismo con la sua egemonia sottoculturale sul piano televisivo, che dal piano commerciale poi si tradusse anche in politico, nel nome di un liberalismo di massa, liberista, consumista e libertario, di un anticomunismo di ritorno e filoatlantico; senza però rompere i rapporti coi valori cristiani e famigliari, popolari e moderati; anzi si pose come sintesi e convergenza tra il mondo uscito dalla cristianità e quello entrato nella televisione e nella modernità globale.
Così nacque una traccia di bipolarismo, che in qualche modo resta sullo sfondo della nostra società, tra progressisti e moderati, con tratti conservatori, securitari o identitari. Ma le idee, come i cavalli della sfilata del 2 giugno, si dispersero imbizzarrite, scosse e spaventate per le vie laterali della repubblica.
Il presidente ringrazia Nordio per gli accertamenti effettuati

(lastampa.it) – ROMA. “Il Presidente della Repubblica, che aveva chiesto pubblicamente al Ministero della Giustizia – che ringrazia per avervi sollecitamente provveduto – di far disporre nuovi accertamenti, ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano, in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella Magistratura”. E’ quanto si legge in una nota del Quirinale sul caso della grazia a Nicole Minetti.
“L’Autorità giudiziaria competente -la Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano- ha condotto gli accertamenti, richiesti dalla Presidenza della Repubblica e sollecitati dal ministero della Giustizia, sulla asserita infondatezza delle condizioni che hanno portato alla concessione della grazia alla signora Minetti. La Procura Generale, su presunti fatti raffigurati in notizie di stampa, ha disposto accurate verifiche in ogni direzione necessaria, per il tramite degli organismi di Polizia italiani e dell’Interpol, giungendo alla conclusione che essi non corrispondono al vero”. Il Colle spiega che “il Presidente della Repubblica, che aveva chiesto pubblicamente al ministero della Giustizia – che ringrazia per avervi sollecitamente provveduto- di far disporre nuovi accertamenti, ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano, in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella Magistratura”. Lo sottolinea un comunicato diffuso dal Quirinale. “Si ricorda -per corretta e autentica informazione- che, da oltre undici anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il Presidente della Repubblica -puntualizza la nota- concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia”.
Il racket del bracciantato e il controllo mafioso dell’attività sono una realtà per nulla invisibile

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Li chiamiamo invisibili, come a giustificare la nostra indifferenza. Perché sono come polvere da mandare sotto al tappeto nelle zone buie dell’agro-industria nostro vanto. In realtà si vedono benissimo. Nelle piazze dei paesi quando è ancora buio. Dall’alba al tramonto sui campi, poi a gruppi alle stazioni di servizio, in attesa del minivan. O a piedi lungo il ciglio delle strade statali e provinciali. Qualcuno in bici, qualcun altro in monopattino. Più spesso a piedi. E quando li falciano, meritano meno di cinque righe in cronaca. Dagli allevamenti veneti, giù lungo lo stivale, per l’Emilia e poi più a Sud, nell’agro Pontino, fino ai campi di pomodoro campani, e nelle distese di serre e stalle, dalla Calabria alla Sicilia. Fanno notizia quando gli sparano, li picchiano fino a ucciderli, per abbandonarli in un fossato, nascondendone corpi e storie. Alla nostra vista e alla nostra indignazione.
Sono i braccianti venuti da lontano. Fatica e paga a giornata. Il contratto, quando c’è, ha clausole e un’infinità di però. Primo fra tutti il pizzo dovuto ai caporali. Che come ai tempi delle lotte contadine – delle Leghe e dei capi del sindacato a cui sono intestate una infinità di sigle che provano a rappresentarli – a loro volta sono al soldo dei padroni. Del territorio più che della terra. Sono le organizzazioni criminali che detengono il monopolio della forza lavoro. C’è sempre qualcuno che organizza i pulmini, decide chi sale e chi resta a terra, trattiene una quota del salario e una parte della paura. Incassa in percentuale e garantisce che a nessuno venga in mente di reclamare diritti. Esattamente quello che è accaduto ad Amendolara, Statale Ionica 106: la strada della morte la chiamano. Per via del numero di incidenti su una dorsale essenziale per muoversi in Calabria, che si incunea per chilometri tra i paesi, alla velocità di una strada ad alta percorrenza.
I quattro braccianti bruciati vivi da caporali migranti come loro non sono le vittime di una faida tra urla e lamenti in dialetti lontani. Sono morti di lavoro e di sfruttamento, di un sistema che tiene insieme i soprastanti capaci di parlargli – o quantomeno di impartirgli ordini essenziali – e di padroni, tutti localissimi, che delegano lo sfruttamento, mantenendone il controllo. Mafia: racket di manodopera nel mercato che per restare florido deve tenere bassi i salari. E reclutare senza andare troppo per il sottile. A questo serve l’intermediazione. Pagare una quota per avere produzioni economicamente sostenibili e alimentare i banchi della filiera italiana e l’export. Di loro, dei migranti, abbiamo un disperato bisogno in un Paese a denatalità crescente. Lo dicono gli indicatori economici, lo ribadiscono le associazioni degli imprenditori. Per mantenere in equilibrio il sistema abbiamo bisogno di nuovi cittadini. Che faticano a diventare tali anche quando il lavoro, sia pure con contratti capestro, riescono ad agguantarlo. Lo raccontano i dati (Rapporto “Ero straniero”) dei recenti decreti flussi, su cui ogni governo costruisce la propria politica dell’immigrazione: invece di accompagnare verso la legalità, spesso spingono verso l’illegalità. Con il decreto del 2024 meno di due su 10 sono riusciti ad arrivare fino a un permesso di soggiorno. Meno di uno su 10 con quello del 2025. Ora, possiamo chiamarli invisibili, ma diciamoci almeno con franchezza che in quella nuvola di fumo se ne va anche la nostra coscienza.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Tornano a crescere le disuguaglianze in Italia. Lo ha certificato l’ultimo studio della Banca d’Italia, secondo cui «la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza misurata dall’indice di Gini è lievemente aumentata rispetto al 2024 passando dal 71,5 del 2024 a 72,2 nel 2025». Più il valore cresce e più la ricchezza di un Paese risulta concentrata. D’altronde appena «il dieci per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento». La ricchezza netta, che tiene conto tra le altre cose degli immobili e delle attività finanziarie, esclusi i debiti, risulta in crescita rispetto al 2024.
Quello fotografato da Banca d’Italia è il ritratto di un Paese ricco ma disuguale, dove crescono le attività patrimoniali, concentrandosi però in poche mani. L’anno scorso la ricchezza totale delle famiglie era pari a 12.326 miliardi di euro. Scomponendo il dato per il numero di nuclei, Bankitalia afferma che «nel quarto trimestre del 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 453 mila euro per famiglia, in lieve aumento rispetto al 2024 (431 mila euro per famiglia)» e in crescita costante sul lungo periodo: nel 2010 era pari a 375mila euro. L’indicatore usato da Bankitalia tiene conto di tutta una serie di attività patrimoniali, reali e finanziarie. Si tratta dunque di terreni posseduti, immobili, concessioni, cui si aggiungono titoli finanziari e depositi bancari. La crescita reale della ricchezza, corretta per la variazione dei prezzi, è in parte contenuta dall’effetto dell’inflazione. Va poi sottolineato che si tratta di un valore medio, poco rappresentativo delle condizioni estreme. Arrivano così in soccorso altri indicatori, utili a quantificare il fenomeno nella sua interezza. «Il dieci per cento più ricco delle famiglie — scrive Bankitalia — detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento». 15 anni fa, il dieci per cento più ricco possedeva il 52 per cento del patrimonio totale.
Ancora più netta è la capacità di accumulazione del 5 per cento più benestante, che nel 2010 possedeva il 39,8 per cento della ricchezza e l’anno scorso ha sfondato il tetto del 50 per cento. L’elevata concentrazione della ricchezza è anche evidenziata dall’Indice di Gini, che oscilla tra due valori: 0 (condizione di totale uguaglianza) e 100 (condizione di massima disuguaglianza). Tra il 2025 e il 2024, il coefficiente è passato da 71,5 a 72,2. Nel 2010 era di “appena” 66,4.
La pubblicazione del rapporto ha riacceso il dibattito politico relativo alle disuguaglianze, sulle cui cause e possibili soluzioni avevamo scritto un focus pochi giorni fa. Se Forza Italia ha rilanciato la sua posizione storica contro le «stangate fiscali sui patrimoni», le opposizioni si sono divise: il Partito Democratico ha aperto alla possibilità di aumentare la tassazione per super-ricchi e grandi patrimoni, mentre il Movimento 5 Stelle ha frenato, trovando un’inedita convergenza con i renziani di Italia Viva.
Una vita da gregario non è più sufficiente. Il mediano, col tempo, è diventato un raccattapalle mediocre. Per questo conviene avvicinarsi al territorio di John McEnroe.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – C’era una canzone di fine anni Novanta che Luciano Ligabue dedicò alla vita del mediano. Quello che sgobba in mezzo al campo, che fa il lavoro oscuro, non segna mai, non fa assist memorabili e inevitabilmente non finisce sulle prime pagine dei giornali sportivi. Per lui la questione non è quasi mai di lana caprina: o è il pallone o è la gamba dell’avversario. Lavoro di gomito, di posizione, di interdizione: lui non deve creare, perché a quello ci pensano gli altri. Corre e si sbatte come un pendolino finché c’è benzina. Ed esiste perché esistano gli altri. Perché qualcuno deve pur fare il lavoro sporco. A ben guardare, da questa veloce sintesi, il mondo sembra fatto quasi interamente di mediani. Ma questa medianità – pur non essendo tratto negativo in sé – potrebbe non bastare più in un mondo che corre con la fretta di chi non ha più tempo da perdere.
Da grande appassionato di tennis, riflettevo – in questi giorni di Roland Garros, orfani per diversi motivi dei campioni più rappresentativi – che sono rimaste in gara le seconde linee. Ognuna delle quali, in maniera più o meno spiccata, riconducibile alla categoria dei mediani di cui parlava il cantante. Nel tennis, sport individuale per eccellenza, dove non è possibile brillare di luce riflessa, la medianità si intuisce meglio. Il campione senza talento non esiste, eppure esiste eccome il giocatore che vince senza esserlo. Quello che non ti toglie il respiro con nessun colpo, ma che è lì, sempre lì, a ribattere ogni palla con la pazienza di un monaco tibetano, che si butta su qualsiasi palla pur di tenerla in gioco, che non ha un rovescio angelico ma aspetta che il fuoriclasse dall’altra parte della rete commetta un errore. Senza guizzi. Senza emozioni visibili o “circoletti rossi”. Spesso anche con poca empatia e molti muscoli. Una macchina da guerra travestita da uomo qualunque. Viene in mente la faccia incredula, quasi surreale, da tennista per caso di Casper Ruud: un onesto gregario che fa tutto in maniera discreta ma che non eccelle in nulla. Solo per fare un esempio calzante.
È scomodo da ammettere, ma funziona. La filosofia lo aveva intuito fin dai suoi albori. In medio stat virtus, recita la sentenza latina che della filosofia aristotelica vuole essere sintesi. Piaccia o non piaccia, in questo mondo la virtù ha spesso e volentieri abitato il centro, equidistante dagli eccessi. Lontana sia dal troppo quanto dal niente, dall’utile spinto all’eccesso quanto dall’inutile totale. Il centro insomma – per diversi motivi pratici – non è stato associato alla medianità calante e rassegnata come la intendiamo spesso noi, ma come equilibrio, fonte di successo.
Eppure, nella lingua italiana esiste un termine che nasce proprio dalla radice “media” ma che ci riconduce naturalmente a un’idea di medianità diversa, ossia: mediocre. Fin dal voto a scuola ci siamo abituati a usare “mediocre” come non sufficiente. Mediocre è sinonimo di fallimento soft, di ambizione mai decollata, di talento mai sbocciato. Una lettura che si è accentuata nella lingua parlata nel corso del Novecento.
Ed è qui il punto. L’elogio del mediano finora delineato potrebbe sempre più tingersi delle venature di mediocrità di cui abbiamo detto sopra. Quel mediano, come figura machiavellica nel senso più tecnico del termine, che compensa l’assenza di talento con un arsenale di qualità meno nobili ma altrettanto efficaci: resistenza, testardaggine, tenacia, capacità di leggere le debolezze altrui e trasformarle in leva. Che sa aspettare. Sa fingere. Sa addirittura far credere agli altri anche quello che non è. Lavora di narrazione, di posizionamento, di calcolo. Supplisce al genio con la furbizia e arriva spesso agli stessi risultati. Quel mediano sembra non ci sia ormai più. O che non basti più. E il sospetto è che, quando la medianità si trasforma in mediocrità, quando cadono cioè tutti i veli, si cominciano a delineare allora le magagne dell’uomo di oggi.
Al contrario: esporsi presenta un costo. A volte troppo alto per chi non può e non vuole permetterselo. Chi si mette in mostra offre agli altri una superficie da attaccare, mostra il tallone d’Achille, si presta al pubblico ludibrio e all’etichetta del “si crede qualcosa“. A Catania si dice: “chiddu avi i bummi n’testa”. Ha le bombe nella testa. Perfetta metafora per denigrare qualcuno che mostra di saperla lunga. La critica arriva sempre – puntuale – ogni volta che qualcuno osa percorrere sentieri laterali o descrivere e descriversi in maniera peculiare.
Ecco perché rimanere nell’ombra in molteplici contesti è più di una scelta strategica, quasi di opportunismo. E nella nostra retro cultura, l’equilibrista che non cade non è meno bravo del funambolo che vola, anzi è più furbo. Quanti, ad esempio, preferiscono che siano gli altri a definirli, senza mai intervenire nei dibattiti, sui social, piuttosto che accettare la fatica di scavarsi da soli il proprio percorso? Di lurkers è pieno il web.
La storia dell’uomo è fondamentalmente una storia di sopravvissuti mediani. L’evoluzione ha premiato sempre chi ha saputo interpretare al meglio il ruolo che il contesto richiedeva in un dato momento. Chi si è adattato senza fare troppo rumore. Chi – anche nelle stagioni più buie, nelle dittature, nei totalitarismi – ha capito come mimetizzarsi senza perdere del tutto sé stesso. Non furono i più dotati culturalmente o i più intelligenti a sopravvivere al nazismo o al fascismo, spesso. Furono quelli che avevano imparato l’arte sottile dello Zeitgeist inteso come grammatica di sopravvivenza. C’è un detto dalle mie parti che riassume bene il concetto nella lingua sicula: “vicinu al re è bonu cu c’è.” Spesso, per essere mediano, bisogna volerlo essere.
E poi ci sono i mediani che diventano eroi senza volerlo. Il padre e la madre che lavorano a testa bassa per una vita intera per dare un futuro ai figli non hanno scelto la medianità come strategia: l’hanno vissuta come necessità, come forma d’amore. Ecco il mediano elevato a eroe. Non perché abbia vinto, ma perché non ha mai smesso di tenere in piedi qualcosa che valeva la pena tenere in piedi.
Eppure. Dal mediano non sono nati la ruota, la corrente elettrica, la radio, la penicillina, la relatività. Non è il gregario che ha cambiato il corso della storia: sono stati i visionari, i sognatori, quelli che hanno creduto nelle proprie intuizioni contro il parere di tutti, quelli che si sono esposti con tutto il rischio che questo comporta. Certo, il genio ha anche dato il via al male assoluto, ha piegato la forza del progresso verso la guerra, la distruzione, il terrore. Ma quella deviazione dolorosa è quasi una condizione strutturale del salto in avanti. Un prezzo che la storia presenta sempre, e che va messo in conto.
Oggi quella sfida si chiama intelligenza artificiale. E non è solo una questione tecnologica: è una questione antropologica. Le macchine non stanno imparando a fare il lavoro del mediano, quello lo sapevano fare già. Stanno imparando a fare il lavoro del genio: sintetizzare, creare, decidere. Le Big Tech non stanno lanciando solo prodotti commerciali. Stanno ridisegnando i confini della libertà cognitiva, della capacità di giudizio, del senso stesso di autonomia individuale. In un mondo così, rassegnarsi alla medianità come destino accettabile non è saggezza aristotelica. È resa incondizionata alla mediocrità.
Certo, il mediano è servito e serve ancora. È necessario. È persino nobile, nella misura in cui tiene in piedi il sistema. Ma non può essere l’orizzonte, non può essere la risposta a un tempo che chiede invece la fatica di stare in piedi da soli, di pensare con la propria testa, di non lasciarsi inglobare dalla vulgata della comfort zone della mediocrità come virtù.
Tornando al tennis, da cui è nata questa riflessione: Mats Wilander, Ivan Lendl, lo stesso Bjorn Borg – che da genio giocava da mediano – e poi il più grande “regolare” di tutti, Rafa Nadal, hanno dominato per intere stagioni, per interi periodi, ciascuno a modo suo ma tutti riconducibili a una logica di medianità elevata, di continuità sistematica, di solidità quasi ossessiva. Poi, ogni tanto, a ricordare che il mondo appartiene anche ai geni, spuntava fuori un John McEnroe, uno Stefan Edberg, un Roger Federer, a scompigliare tutto, a far sembrare il tennis un’altra cosa, uno sport quasi tutto da inventare. Dove le regole sembravano riscritte da capo e il gusto della vita tornava ad avere un sapore diverso.
E voi, da che parte del tabellone state? Siete con i gregari o con i visionari? Anche senza esserlo, geni, è bello provare ad abitare da quelle parti. Non costa nulla. Fidatevi.
La sedia vuota di Bruxelles

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – A Bruxelles esiste una funzione di cui tutti parlano e che nessuno, in realtà, può esercitare: quella di un eventuale inviato europeo incaricato di negoziare con la Russia. Il problema non è trovare un diplomatico esperto, un ex capo di Stato o una personalità capace di parlare con Mosca. Il problema è più profondo: il mandato è già svuotato in partenza.
L’Unione Europea afferma di voler pesare nella fase diplomatica del conflitto ucraino, ma ha costruito essa stessa le condizioni che rendono questa ambizione quasi impossibile. Quando l’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, dichiara che l’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina perché è dalla parte di Kiev e difende i propri interessi di sicurezza, dice una verità politica. Ma quella verità distrugge, nello stesso momento, la possibilità di una mediazione europea.
Un mediatore non è un avvocato. Un negoziatore credibile agli occhi di Mosca non può essere percepito come la semplice proiezione diplomatica del campo avverso. Eppure è esattamente così che la Russia vedrebbe qualsiasi inviato europeo: non come un’alternativa al canale americano, ma come una versione più ideologica, più rigida e meno pragmatica della posizione occidentale.
Il vuoto americano e l’incapacità europea
Il paradosso è che lo spazio diplomatico esiste. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno ridotto il loro investimento diretto nella gestione politica del conflitto ucraino. Mosca desidera un processo più stabile, con gruppi di lavoro, incontri regolari e una catena diplomatica strutturata. La Russia non vuole soltanto visite intermittenti di emissari presidenziali, ma un negoziato continuo, con interlocutori capaci di decidere.
L’Europa avrebbe dunque, in teoria, una finestra d’azione. Ma non possiede la credibilità necessaria. Dall’inizio della guerra, ha scelto di essere non solo un sostegno politico di Kiev, ma anche una retrovia militare, finanziaria, industriale e narrativa dell’Ucraina. Questa scelta può essere difesa sul piano morale o strategico, ma ha un costo: impedisce all’Europa di presentarsi come potenza mediatrice.
Non si può, nello stesso tempo, armare una parte, finanziare la sua resistenza, addestrare i suoi soldati, produrre droni per suo conto, usare il proprio territorio come profondità strategica e poi pretendere di incarnare una neutralità negoziale.
La Germania, dal freno all’acceleratore
Il caso tedesco riassume questa trasformazione. Nel febbraio 2024 Olaf Scholz si opponeva alla consegna dei missili da crociera Taurus all’Ucraina. La sua posizione poggiava su una logica chiara: queste armi, capaci di raggiungere circa 500 chilometri, ponevano un problema maggiore di individuazione degli obiettivi, assistenza tecnica e dunque coinvolgimento diretto della Germania nella guerra.
Scholz comprendeva che una consegna di missili così sensibili non poteva essere ridotta a un gesto di solidarietà. Implicava una catena di intelligence, pianificazione, identificazione degli obiettivi e controllo operativo. In altri termini, rischiava di trasformare Berlino in parte funzionale del conflitto.
Il suo successore Friedrich Merz ha rovesciato questa prudenza senza assumerne pienamente le conseguenze politiche. Affermando che non esistono più limiti di gittata per le armi occidentali consegnate all’Ucraina, ha superato una soglia. Anche se la consegna dei Taurus resta presentata come un’opzione e non come una decisione definitiva, il messaggio inviato a Mosca è chiaro: la Germania non vuole più soltanto contenere la guerra, accetta di ampliarne la profondità operativa.
La reazione russa era prevedibile: se Taurus tedeschi colpissero obiettivi russi, Mosca potrebbe considerare la Germania parte belligerante. Berlino ha scelto di non disinnescare frontalmente questa minaccia. Ha preferito ridurre la trasparenza sulle future forniture di armamenti. È un segnale pesante: meno l’opinione pubblica sa, più l’escalation diventa amministrativamente possibile.
Quando il nemico torna ufficiale
Il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, ha fornito la formula politica di questa evoluzione dichiarando che la Germania ricorda la propria storia, ma che la Russia è “di nuovo” il suo nemico. La frase è rivelatrice. Non descrive soltanto una minaccia. Ricostruisce un’identità strategica.
Ma uno Stato che designa pubblicamente un altro Stato come proprio nemico non può, nello stesso tempo, pretendere di essere il suo interlocutore di fiducia. La diplomazia non scompare tra nemici, ma diventa molto più difficile quando viene preceduta da una dichiarazione di ostilità strutturale.
La Germania passa così da una cultura della moderazione ereditata dal dopoguerra a una cultura del riarmo moralmente giustificato. Non dice di entrare in guerra, ma accetta progressivamente tutte le funzioni periferiche della guerra: armamento, addestramento, coordinamento, produzione, intelligence, sostegno strategico.
La guerra lunga come orizzonte europeo
La Conferenza di Monaco sulla sicurezza del febbraio 2026 ha cristallizzato questa visione. Friedrich Merz vi ha affermato che la Russia sarà pronta a parlare seriamente solo quando avrà esaurito le proprie risorse economiche e militari. Bisognerebbe dunque, secondo questa logica, fare tutto il necessario per condurre Mosca al proprio limite.
Non è una dottrina di offensiva diretta. È una dottrina dell’esaurimento. Ma pone un problema immenso: che cosa significa esaurire una potenza nucleare, dotata di un’industria di guerra in espansione, di una profondità strategica considerevole, di una popolazione abituata al sacrificio e di un apparato politico capace di sostenere un conflitto lungo?
L’Europa sembra credere di poter condurre la Russia al punto di rottura. Ma non dispone né dell’unità politica, né della profondità industriale, né della resilienza sociale necessarie per garantire questo risultato. Proclama una strategia di lungo termine senza aver valutato chiaramente il prezzo di quella durata.
La Svezia, l’Estonia e altri Paesi del fianco orientale hanno già interiorizzato questa logica: bisognerebbe preparare l’Europa a un isolamento duraturo della Russia. Anche l’ex segretario generale dell’Alleanza Atlantica Anders Fogh Rasmussen ha parlato del rischio di una guerra perpetua se l’Europa non aumenterà massicciamente la pressione su Mosca.
Si forma così un orizzonte singolare: nessuno dichiara di volere una guerra senza fine, ma quasi tutte le politiche messe in campo la rendono più probabile.
L’Europa come retrovia di Kiev
La questione diventa ancora più delicata quando si considera l’evoluzione operativa del conflitto. Alcuni territori europei servono ormai a produrre droni e materiale militare per l’Ucraina. Spazi aerei vicini alla Russia vengono utilizzati in configurazioni sempre più ambigue. Le industrie europee della difesa si adattano ai bisogni ucraini. Poiché le installazioni ucraine sono vulnerabili agli attacchi russi, una parte della profondità industriale del conflitto si sposta verso l’Unione Europea.
Questo significa che l’Europa non è più soltanto un fornitore esterno. Diventa una retrovia. E una retrovia non è mai neutrale.
In questo contesto, domandarsi chi potrebbe negoziare con Mosca diventa quasi assurdo. Si chiede a un sistema politico che ha fatto dell’esaurimento russo il proprio orizzonte strategico di produrre un mediatore accettabile per la potenza che vuole precisamente esaurire. La contraddizione non è marginale. È al centro della politica europea.
La deterrenza nucleare francese allargata
La situazione diventa ancora più esplosiva con le nuove iniziative intorno alla deterrenza francese. L’idea di una “deterrenza avanzata”, che assocerebbe diversi Paesi europei a esercitazioni con la componente nucleare aerea francese, segna un’evoluzione maggiore della sicurezza europea.
Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca potrebbero partecipare a esercitazioni che coinvolgono mezzi legati alla capacità nucleare francese. Il possibile dispiegamento temporaneo di Rafale a capacità nucleare su alcune basi europee invia un segnale strategico molto forte a Mosca.
Le esercitazioni franco-polacche, interpretate come orientate verso Kaliningrad e la Bielorussia, si inseriscono in questa dinamica. La Germania evoca un gruppo di coordinamento nucleare franco-tedesco. Il Regno Unito si mostra favorevole a una cooperazione più stretta con Parigi sull’impiego della deterrenza militare in Europa.
La Russia vi vede naturalmente una minaccia esistenziale supplementare. Ed è difficile sostenere che non comprenderà queste iniziative come un’estensione del perimetro strategico occidentale fino ai suoi confini.
Il paradosso nucleare europeo
Il paradosso è evidente. L’Europa discute di un inviato speciale per parlare con Mosca mentre allarga le forme di condivisione, coordinamento o esposizione nucleare intorno alla Russia. Parla di diplomazia mentre crea nuovi dispositivi di pressione militare. Evoca la pace mentre istituzionalizza una logica di confronto duraturo.
Una strategia del genere può avere un senso se l’obiettivo è la deterrenza. Ma diventa incoerente se l’obiettivo è la mediazione. Perché il negoziato presuppone almeno la possibilità di una fiducia minima, o quantomeno di un riconoscimento reciproco degli interessi di sicurezza. Invece l’Europa sembra dire a Mosca: vogliamo negoziare con voi, ma solo dopo avervi condotto sull’orlo dell’esaurimento.
In queste condizioni, il negoziatore europeo non sarebbe un mediatore. Sarebbe il portatore diplomatico di un rapporto di forza che non ha ancora raggiunto il proprio risultato.
La dimensione economica: il costo nascosto dell’escalation
Questa strategia ha anche un costo economico considerevole. Il riarmo europeo, l’aiuto militare all’Ucraina, l’aumento dei bilanci della difesa, la rilocalizzazione di industrie militari, la produzione di droni, missili, munizioni e sistemi antiaerei richiedono risorse enormi.
Eppure l’Europa entra in questa fase con una crescita debole, un’industria sotto pressione, una dipendenza energetica ricomposta ma costosa, finanze pubbliche fragili e società già attraversate da inflazione, parziale deindustrializzazione e tensioni sociali.
La guerra lunga contro la Russia non è dunque soltanto una postura strategica. È una riorganizzazione economica. Implica scelte tra spesa sociale e spesa militare, tra transizione industriale ed economia di guerra, tra stabilità di bilancio e imperativo securitario.
L’Europa vuole esaurire la Russia. Ma la vera domanda è chi, nella durata, sopporterà meglio il costo politico dell’esaurimento.
La dimensione geopolitica: l’Europa senza vera autonomia
Il relativo arretramento degli Stati Uniti crea un’illusione: quella di un’autonomia europea. In realtà, l’Unione Europea non riesce a trasformare il proprio peso economico in autorità strategica. Dipende ancora dall’Alleanza Atlantica, dalle capacità americane di intelligence, logistica, comando, trasporto, difesa aerea e deterrenza allargata.
Vuole svolgere un ruolo politico nella guerra, ma non può ancora garantire da sola l’equilibrio militare. Vuole pesare nel negoziato, ma ha rinunciato alla postura del mediatore. Vuole ridurre la propria dipendenza da Washington, ma spera spesso che l’escalation europea finisca per riportare gli Stati Uniti al centro del gioco.
È questo il cuore del problema: l’Europa non dispone né della neutralità necessaria per negoziare, né della potenza necessaria per imporre da sola. Occupa una posizione intermedia: abbastanza coinvolta da essere giudicata ostile da Mosca, non abbastanza autonoma per decidere da sola l’esito della guerra.
Il negoziatore introvabile
Ciò che manca all’Europa non è dunque un nome. Ciò che manca è una dottrina coerente. Un inviato speciale può funzionare solo se incarna una linea politica credibile. Ma la linea europea attuale è contraddittoria: vuole il negoziato, ma prepara l’esaurimento; vuole la pace, ma aumenta l’integrazione militare nel conflitto; vuole l’autonomia, ma resta dipendente dall’architettura atlantica; vuole parlare con Mosca, ma definisce Mosca come un nemico esistenziale.
La diplomazia non si riduce a una sedia, a un titolo o a un mandato. Richiede una possibilità politica. Oggi questa possibilità è assente.
Un vero negoziatore europeo dovrebbe poter dire a Kiev ciò che Kiev non vuole sentire, a Mosca ciò che Mosca rifiuta di ammettere, e a Washington ciò che Washington preferisce delegare. Ma nessun responsabile europeo dispone oggi di uno spazio simile. Ogni concessione sarebbe denunciata come debolezza. Ogni prudenza sarebbe accusata di compiacenza. Ogni tentativo di equilibrio sarebbe trattato come tradimento.
La forza come ultimo linguaggio
L’Europa ha scelto l’escalation lenta pensando di costruire una posizione di forza. Ma rischia di costruire un mondo nel quale la forza diventa l’unico linguaggio disponibile. A ogni consegna di armi a più lunga gittata, a ogni estensione del perimetro nucleare, a ogni dichiarazione sull’esaurimento russo, lo spazio del negoziato si restringe.
Il dramma è che questa dinamica può presentarsi come razionale. Ognuno afferma di voler evitare la sconfitta, proteggere la sicurezza europea, difendere l’Ucraina, contenere la Russia, impedire una guerra più ampia. Ma la somma di tutte queste prudenze produce un’escalation strutturale.
L’Europa cerca un negoziatore perché sente confusamente che la guerra non può essere risolta solo con le armi. Ma non può trovarlo perché ha costruito tutta la propria politica sull’idea che solo la pressione militare ed economica costringerà Mosca.
Questa è la contraddizione fondamentale. Non si crea un mediatore con una dottrina di guerra lunga. Non si costruisce una pace dichiarando che l’interlocutore parlerà solo quando sarà esaurito. Non si prepara un negoziato credibile trasformando il proprio territorio in retrovia del conflitto.
La sedia brucia, dunque, perché non è vuota per caso. È vuota perché nessuno può sedervisi senza rivelare l’incoerenza dell’intera strategia europea.

(economist.com) – L’indice di approvazione netta di Donald Trump questa settimana ha toccato un nuovo minimo di -25, secondo il rilevatore di sondaggi di The Economist basato su rilevazioni condotte da YouGov. Questo lo rende il presidente più impopolare da quando la nostra indagine è iniziata nel 2009. La guerra in Iran ha danneggiato il consenso di Trump: più della metà degli americani ritiene col senno di poi che il conflitto sia stato una «decisione sbagliata».
Ma è soprattutto la sua gestione dell’economia a trascinarlo verso il basso. Tre quarti degli americani giudicano le condizioni dell’economia «discrete» o «cattive», e il 59% ritiene che stiano peggiorando. Se la situazione non cambierà, ciò danneggerà il Partito Repubblicano nelle elezioni di metà mandato di novembre. Il nostro modello di previsione indica che i Democratici hanno nove probabilità su dieci di conquistare il controllo della Camera dei Rappresentanti. Il Senato è invece in bilico.
Per il momento, Trump continua a collezionare vittorie nelle primarie del partito in vista delle elezioni di novembre. Grazie al suo sostegno, Ken Paxton, il procuratore generale del Texas travolto dagli scandali, ha nettamente sconfitto un senatore uscente in carica da quattro mandati, diventando il candidato repubblicano per un seggio al Senato.
Altri politici che hanno osato opporsi al presidente sono stati similmente estromessi, tra cui Bill Cassidy, senatore della Louisiana, e Thomas Massie, deputato del Kentucky. La fedeltà può garantire la vittoria in una primaria di partito, ma, vista l’impopolarità di Trump, può anche portare alla sconfitta nella successiva elezione.
L’indice di approvazione netta di Trump per la sua gestione dell’inflazione e dei prezzi è pari a -43, il livello più basso di questo mandato. Non sorprende. Prima dell’inizio della guerra in Iran, il prezzo medio di un gallone di benzina era inferiore a 3 dollari. Ora è di 4,48 dollari. Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ha promesso che «gli aiuti stanno arrivando». Considerate le dichiarazioni contraddittorie dell’amministrazione sulla guerra, gli americani possono essere perdonati se si mostrano scettici.
Utilizzando i dati di YouGov, The Economist ha elaborato una proiezione dell’indice di approvazione di Trump Stato per Stato. Come ci si potrebbe aspettare, l’approvazione di Trump è più bassa negli Stati che tendono a votare per i Democratici e più alta in quelli che tendono a votare per i Repubblicani.
Gli elettori di Trump continuano in larga maggioranza ad approvare il suo operato come presidente. Ma la proiezione mostra anche come il malcontento nei confronti di Trump sia diffuso persino negli Stati che hanno votato per lui nel 2024. Questi numeri rappresentano una lettura preoccupante per i Repubblicani impegnati in competizioni elettorali equilibrate nelle elezioni di metà mandato di quest’anno.
Come per altri politici repubblicani prima di lui, gli elettori bianchi e di sesso maschile sono tra i più propensi ad approvare il lavoro svolto da Trump, mentre gli elettori più giovani e i membri delle minoranze etniche figurano tra i più fortemente contrari. Le persone con il livello di istruzione più elevato — laureati e possessori di titoli post-laurea — sono le meno inclini a sostenere Trump. Anche gli elettori in età pensionabile, normalmente un blocco solidamente repubblicano, mostrano un sostegno sorprendentemente tiepido nei confronti del presidente.
Alcune questioni politiche interessano in misura sproporzionata i sostenitori dei diversi schieramenti. L’immigrazione è un tema centrale per la base repubblicana di Trump, così come le tasse e la spesa pubblica. I Democratici sono invece più preoccupati per l’assistenza sanitaria e il cambiamento climatico. Il grafico sopra mostra le questioni più importanti per gli adulti americani e per gli iscritti a ciascun partito.
Karl Marx disse che gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno come vogliono. Questo vale per Trump quanto per chiunque altro. Durante il primo mandato di Trump, l’opinione pubblica finì per essere dominata dalle preoccupazioni relative all’assistenza sanitaria, soprattutto dopo lo scoppio della pandemia di covid-19.
Gli effetti economici della pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 hanno fatto dell’inflazione il tema dominante della presidenza di Biden. Il grafico sopra mostra quali siano state le questioni più importanti per gli adulti americani dal 2017, sulla base dei dati settimanali dei sondaggi YouGov.
Alla festa per gli 80 anni della Repubblica, il monologo della Cortellesi omette la presidente del Consiglio che si infastidisce. Ma il copione è del Quirinale: la Rai esegue, la politica dà la colpa alla Rai

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – C’è ancora domani ma oggi c’è l’ira di Meloni. La regista Paola Cortellesi non la cita nel suo discorso sugli ottant’anni della repubblica e la premier si infastidisce. E’ la prima donna presidente del Consiglio, di fatto è entrata nella storia del paese, ma non entra nel copione della Cortellesi, la regista premiata di “C’è ancora domani”. Volete vedere che daranno la colpa alla Rai? Al governo la stanno già dando.
La scena. Martedì sera si festeggia la repubblica, i suoi ottant’anni, al Quirinale, con Sergio Mattarella, insieme al popolo e agli artisti, da Roberto Bolle a Carlo Verdone passando per Meloni e i ministri. È una festa diversa ed è una richiesta personale di Mattarella. Per una volta niente ricevimento classico ma il desiderio di aprire agli italiani e in piazza. È un mega evento trasmesso dalla tv pubblica, prodotto da Rai Cultura, dalla Siae, che fa da sponsor tecnico e mette a riparo da possibili interferenze terze. Gli artisti si esibiscono gratuitamente e la Rai si limita alla messa in onda, come accade con il Primo Maggio e i David di Donatello. È quasi a costo zero. Chi cura i testi, chi legge il copione degli artisti? Passa tutto dalla scrivania, come è ovvio che sia, di Giovanni Grasso, il portavoce-scrittore di Mattarella, e dal giallista Maurizio De Giovanni, che lo aiuta, perché l’evento è gestito dal Colle. Per dire quanto la Rai si limita a fare da service, da supporto, è sufficiente notare che viene distaccato l’autore Massimo Martinelli e il regista di Bellamà, il programma di Diaco. Chi ha il coraggio, da parte della Rai, di chiedere a Grasso (e perché dovrebbe?) il copione? E anche se si dovesse chiedere, chi ha il coraggio di far notare a Grasso che il testo della Cortellesi è sbilanciato o che si potrebbe praticare qualche aggiunta, correzione o allargare? Lo potrebbe fare un grande autore ma manca questo grande autore Rai capace di suggerire che, con tutto il rispetto, il testo si può migliorare e inoltre chi è cosi autorevole da contrariare il Colle?
Il monologo della Cortellesi è un carosello di donne, madri costituenti che hanno fatto grande l’Italia, da Nilde Iotti a Teresa Mattei, e c’è una parte che viene ritenuta eccessivamente severa anche per chi lo ascolta, almeno quando parla “di promesse fatte a donne coraggiose non ancora mantenute”. Meloni, che è la prima donna premier, si infastidisce per non essere annoverata. Tutta la maggioranza prova fastidio e torna a casa scontenta (e digiuna). La serata è un successo in termini di ascolto (il 16 per cento) ben superiore alle attese. Il paradosso è un altro: la Rai non lo può rivendicare, perché non è piaciuto a Meloni, e non può neppure dire: “Noi non c’entriamo nulla”. La Rai ha Stefano De Martino, ma il Quirinale ha Grasso, che vale due De Martino, l’Antonello Falqui della Carta Costituzionale.
Il premier israeliano prova a minimizzare lo scontro con Trump e trova un nuovo bersaglio: “Stiamo proteggendo anche voi”

(Anna Lombardi – repubblica.it) – TEL AVIV – L’Europa non ha il coraggio di schierarsi dalla parte giusta e salvare la nostra civiltà dai barbari». A due giorni dalla telefonata con Trump che ne ha frenato in corner l’intenzione di colpire Beirut, il premier israeliano Netanyahu ha fatto ieri la mossa più facile per impressionare il suo elettorato sconcertato dal dietrofront in Libano: se l’è presa con l’Europa. Attaccandone i leader e, su tutti, il presidente francese Macron, che tre giorni fa ha chiesto una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza Onu per discutere di Libano e ha mandato l’inviato speciale Le Drian a Beirut a discutere col governo la questione del disarmo dei miliziani sciiti e la fase post-Unifil.
«Leader come Macron sanno bene che Israele protegge anche loro. Quando combattiamo l’Iran e i suoi alleati, non combattiamo solo la nostra guerra, ma anche la vostra, quella dell’Europa», ha detto nel corso di un’intervista rilasciata a Cnbc. «Il modo in cui l’Europa asseconda le minoranze islamiche radicali nei loro Paesi è vergognoso. Non hanno il coraggio di difendere ciò che è giusto», ha insistito. «Ci troviamo di fronte a un nemico che vuole distruggerci, abbattere le democrazie e diffondere il terrorismo a livello globale».
Insomma, un disperato tentativo di liberarsi dall’immagine di leader che esegue solo gli ordini dell’alleato più forte – gli Stati Uniti – che tanto ha scandalizzato Israele: con l’intero arco politico a criticare duramente il suo “obbedisco” a Trump, dagli alleati di governo agli avversari che mirano a sfilargli la poltrona. Ora Netanyahu prova a cucirsi addosso l’aura di chi fa il bene di Israele anche quando fa gli interessi altrui, in questo caso quelli americani. A non comprenderlo sono gli europei, mica Donald Trump. Con lui, certo, a volte ha «divergenze tattiche», come le ha definite nell’intervista: «Ma ragioniamo in maniera simile e come accade in tutte le famiglie, alla fine le risolviamo sempre tutte. Sulla questione libanese siamo allineati».

Ovvio che a motivarlo è il fatto che, anche se la data delle elezioni non è stata ancora decisa, il voto incombe sulla sua leadership e sulla sua storia personale. Perché se dovesse perdere, chiuderebbe malamente il suo ciclo di potere: svendendo la sua eredità politica tanto accuratamente costruita, col rischio perfino di finire in prigione.
Anche per questo, ieri, se l’è presa pure coi media europei: «Alcune tv e piattaforme social raccontano su Israele menzogne terribili, ingiuste e fraudolente. Ci odiano perché ci difendiamo. In passato le diffamazioni sugli ebrei culminarono con l’Olocausto. Chiaro che non possiamo smettere, dobbiamo combattere». Ok, gli ha chiesto la giornalista. Ma la guerra come finirà? «La questione è aperta. Di sicuro, preferisco ricevere un editoriale negativo piuttosto che un necrologio positivo», ha concluso, citando una famosa frase di Golda Meir, la prima e unica premier donna d’Israele, che guidò il Paese nei difficili anni Settanta.
“Avrà avuto pure un ‘colpo di mona’. Ma la cultura vive solo nel confronto”

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Professor Cacciari, qual è la sua opinione sull’affaire De Luca?
Ha detto parole che non condivido e trovo molto imprecise. Non vedo alcun rapporto tra il sionismo storico – cioè il movimento che rivendicava il ritorno degli ebrei nella loro terra – e le politiche atroci del governo Netanyahu. Confondere i due piani è un errore, non so se per ignoranza o mala fede.
Ha anche negato il genocidio a Gaza.
Ma lì può essere anche una questione tecnico-giuridica. Ricorderei che nemmeno al processo di Norimberga fu contestato formalmente il reato di genocidio ai nazisti. Si parlò di crimini contro l’umanità. Questo però non cambia nulla dal punto di vista morale. Genocidio o crimini contro l’umanità, ciò che Israele sta compiendo in Palestina non può essere giustificato in alcun modo. La discussione sul termine è una questione tecnica, non etica.
Quelle dichiarazioni hanno indotto Salerno Letteratura a togliere a De Luca il discorso inaugurale. È d’accordo?
Assolutamente no. De Luca può anche aver avuto quello che noi veneti chiamiamo un colpo di mona, ma togliere la parola a qualcuno è un errore. Sempre.
Anche se ha idee che possono ferire gli altri?
Sempre. Nel momento in cui impedisci a qualcuno di esprimersi passi automaticamente dalla parte del torto. Se non condividi le sue idee, lo fai parlare e poi rispondi. Organizzi un confronto, inviti qualcuno che sostenga una posizione opposta, apri una discussione. Questa è la risposta naturale di una manifestazione culturale.
Gli organizzatori sostengono che la prolusione rappresenta l’identità e la linea del festival.
Anche questo mi lascia perplesso. Trovo piuttosto bizzarra l’idea che un festival letterario debba avere una linea politica che non contempli la presenza di una voce discordante. Ma pure se fosse, la soluzione resterebbe la stessa: si fa intervenire De Luca e poi si replica alle sue argomentazioni. Peraltro la posizione di De Luca sul genocidio è sostanzialmente la stessa sostenuta da gran parte dei quotidiani e media italiani. Se escludono uno scrittore, pensano poi di porsi con la stessa intransigenza con tutti coloro che sostengono la stessa tesi?
C’è chi nega il genocidio, come dice lei, dal punto di vista giuridico, e chi lo nega per rifiutare la realtà di un massacro sistematico.
È così. Io non credo che abbia molto senso addentrarsi nelle definizioni giuridiche davanti a tragedie di questa portata. Se i Mieli e i Molinari preferiscono sentir parlare di crimini contro l’umanità anziché di genocidio, facciano pure. Contenti loro.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Bisogna riconoscere che capitano tutte a lui. L’onorevole Emanuele Pozzolo sembra disegnato apposta per attirare gli sberleffi dei benpensanti e farli passare per snob. Ma non cadremo nella trappola: siamo qui per tessere il suo elogio. A chiunque di noi potrebbe succedere quel che è appena successo a lui, e cioè di mettersi al volante sotto la pioggia dopo una bevuta in compagnia, surfare sulle onde dell’asfalto allagato e finire fuori strada con l’alcol-test alle stelle. Chi è senza bottiglia scagli il primo tappo. Tanto a raccoglierlo ci penserà l’onorevole, che in un’intervista ebbe a dire: «Il botto che preferisco è quello dello champagne».
Gli stavano chiedendo della famosa sparatoria di Capodanno, perché quest’uomo si muove impavido tra pistole e cicchetti come un cowboy nel saloon. Ma anche lì, siamo sinceri: chi non ha mai santificato le feste sparando accidentalmente al compagno della figlia del caposcorta di un sottosegretario? Che poi, a dirla tutta, non era neanche una pistola, la sua, ma un banalissimo revolver, per di più mini.
Quanto alla presunta incoerenza politica di Pozzolo, che da deputato di Meloni solidarizzava con Zelensky mentre da deputato di Vannacci srotola striscioni «Basta soldi a Zekensky» vorrei proprio vedere chi di noi avrebbe il coraggio di urlare in faccia al Generalissimo «andate al diavolo, tu e il tuo amico Putin» potendo contare soltanto su un mini-revolver e su un’automobile che va fuori strada per due gocce d’acqua e quattro di grignolino.
La celebrazioni al Quirinale hanno sancito la distanza dai valori fondativi. Ma ora che Meloni è al governo non è più possibile rimandare la scelta

(Flavia Perina – lastampa.it) – La serata del 2 giugno nella piazza del Quirinale trasformata in teatro ha messo la destra davanti a uno scomodo specchio: decenni e decenni vissuti da esuli in patria mentre la storia del Paese andava avanti in direzione opposta e contraria. La rinascita dopo la guerra, i grandi scioperi, il Sessantotto, l’onda delle riforme sociali e civili, i grandi cambiamenti del costume, la musica, il cinema, ogni passaggio della festa ha scandito l’estraneità del vecchio mondo degli “sconfitti” al racconto della Repubblica avviato dal referendum istituzionale, anche se a quel referendum gli sconfitti avevano partecipato, anche se ne avevano determinato il risultato voltando le spalle alla monarchia.
Passano sul maxi-schermo le immagini della Costituente, e la destra non c’era. Passano i grandi raduni per il divorzio, e la destra stava dall’altra parte. La scala mobile, l’obiezione di coscienza, l’abolizione del reato di aborto, le minigonne e la fantasia al potere. Persino “C’era un ragazzo” di Gianni Morandi e l’indimenticata Caruso di Lucio Dalla arrivano da una sensibilità diversa, la guerra del Vietnam per cui la destra tifò in odio ai capelloni di Berkeley, l’emigrazione italiana in America a cui la destra fu vicina salvo dimenticarsene quando immigrati arrivarono da noi, con le loro abitudini strane. E poi Elsa Morante, Alda Merini, Paola Cortellesi col suo monologo e la giovane partigiana Mimma: una immaginaria terrazza dove la destra non ha trovato mai posto, un po’ per sua scelta, un po’ per lo sbarramento degli avversari. E tuttavia quella storia esiste e la pedagogia inclusiva della festa la squaderna con un messaggio chiaro. La storia, oggi, in Italia, siete anche voi. È la rappresentazione del bivio che la destra dovrà affrontare nell’immediato futuro, perché adesso che è al governo con buone chance di restarci, adesso che la vittoria non è più un episodio ma un dato consolidato da cinque anni di stabilità e ottimi sondaggi, dovrà decidere se e come riconciliare il suo elettorato con il percorso e le scelte che hanno formato la Repubblica, oppure se andare da un’altra parte in nome di una diversa identità originaria.
Il video che Giorgia Meloni ha commissionato e diffuso per il 2 giugno, riallacciando la sua nomina a premier con il sogno delle donne chiamate finalmente alle urne, sembra muoversi nella prima direzione. Ma la scena complessiva in cui la destra agisce dice altro. Dice di una nuova star, il generale Roberto Vannacci, che accarezza sentimenti reazionari d’antan con il suo racconto antifemminista (“le fattucchiere”), omofobo, ai limiti del razzismo. Dice di un vice-premier, Matteo Salvini, che si sottrae alle cerimonie dell’anniversario e non nasconde le sue simpatie per l’autocrazia putiniana. Dice di relazioni privilegiate con il mondo trumpiano e dell’uso dei temi etici – lo spettro della cancel culture, della gender theory, dell’ideologia woke – per giustificare un fronte comune con l’universo Maga e i suoi broligarchi che altrimenti non potrebbe più essere spiegato. Dice, anche, della percezione opportunista di tutto ciò: funziona, porta voti, quindi teniamocelo.
La trasformazione della Repubblica è in corso da un pezzo, e poco c’entrano le riforme costituzionali (al momento archiviate dal voto referendario sulla giustizia). È una generale modifica del senso comune che ha creato una nuova e più larga platea di esuli in patria, animati da sentimenti di esclusione e di rabbia. Lo tsunami del Movimento Cinque Stelle ha dimostrato quanto sia vasta quest’area, e quanto sia difficile contenerla per i vecchi custodi della storia repubblicana. Cavalcare quel tipo di emozione per la destra è stato facile, conosceva quello stato d’animo, quella disordinata ostilità per il potere incarnato dalle istituzioni della democrazia. Ma adesso nella storia della democrazia italiana c’è anche lei, e dovrà decidere come gestirla, se in nome di una riconciliazione di valori e percorsi o continuando a coltivare il “noi e loro”.

Pina Picierno lascia il Pd. Mesi di insofferenza e di frizioni con la segreteria Schlein hanno portato l’eurodeputata campana, dal 2024 vicepresidente dell’Eurocamera, a decidere di abbandonare i dem.“Questo non è più il mio partito, non lo riconosco più”, è la frase ripetuta a più riprese in questi giorni. Prima destinazione il gruppo di Renew Europe e l’adesione al Partito democratico europeo di Sandro Gozi. Per l’eurodeputato di Renew, Picierno “ha avuto il merito di affermare una verità che molti vedono e pochi hanno il coraggio di dire. Non si può essere europeisti a giorni alterni, atlantisti a convenienza o riformisti solo a parole”.

La deputata ha maturato la sua scelta, come ha raccontato alle persone a lei più vicine, alla luce di una sostanziale indifferenza mostrata dalla segretaria Schlein rispetto alle critiche che erano state mosse nei confronti della linea politica del partito. Ultima goccia: il via libera alla candidatura del capogruppo Nicola Zingaretti nella corsa alla vicepresidenza del Parlamento europeo che andrà al rinnovo nella seconda metà della legislatura. Al posto della stessa Picierno, appunto.
Nelle ultime settimane l’europarlamentare è stata parecchio corteggiata da Carlo Calenda. Picierno al momento nega un passaggio immediato nel piccolo partito di Azione. Ma l’indiscrezione è insistente. Complice, non ultima, la campagna per il sì al recente referendum per la giustizia. Dal leader centrista sono arrivate parole di apprezzamento per la scelta di Picierno che “ha avuto il coraggio di lasciare il Partito democratico per non rinunciare ai propri valori. In questo momento della storia l’europeismo non può essere un tratto retorico così come la politica estera – Ucraina in primis – non può essere oggetto di negoziati con i populisti filorussi”. “Spero che potremo lavorare insieme per costruire un’alternativa europeista, liberale e riformatrice al bipopulismo”, ha aggiunto Calenda.