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Conte per il No al referendum giustizia: “È la fine del principio che la legge è uguale per tutti”


L’intervento del leader del M5s all’iniziativa promossa dal comitato del No al referendum giustizia

(ilfattoquotidiano.it) – “Dovremo far capire che i cittadini diventeranno tutti di serie B rispetto invece ai ‘privilegiati’ della giustizia, che sono politici, colletti bianchi e imprenditori amici. Per noi vale il principio ‘la legge è uguale per tutti’“. Sono le parole pronunciate dal leader del M5s Giuseppe Conte, intervenendo all’iniziativa del comitato per il No al referendum sulla giustizia. Un attacco frontale alla riforma Nordio, che Conte definisce un passaggio decisivo di un disegno politico più ampio, capace di mettere in discussione l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.

Conte chiarisce subito di parlare non a titolo personale, ma come rappresentante del M5s, una forza politica che “sin dall’inizio si batte anche in Parlamento” contro quella che considera una riforma pericolosa. Nel mirino c’è “una politica di destra che è vecchia”, accusata di voler “restituire il primato alla politica”, scardinando il sistema costituzionale e il principio dei contrappesi. “Se hai un’investitura popolare, non puoi fare quello che ti aggrada – afferma, rivolgendosi a Giorgia Meloni e rivendicando il rispetto dei fondamenti dello Stato di diritto – Anche io che sono stato presidente del Consiglio devo rispettare la legge. La legge è uguale per tutti”.

L’ex premier collega il tema della giustizia a un quadro internazionale che definisce allarmante. A suo giudizio, il governo guidato da Giorgia Meloni contribuisce a “distruggere il principio di legalità internazionale”. Conte cita il caso Almasri, definito “emblematico” per il modo in cui l’Italia affronta il diritto internazionale, accusando l’esecutivo di aver sottratto un criminale di guerra a un mandato di arresto con “giustificazioni risibili e contraddittorie”. Sul genocidio a Gaza, il leader M5s denuncia un atteggiamento di silenzio e ambiguità che frantuma ulteriormente le regole comuni. E richiama anche il blitz della Delta Force americana in Venezuela, giudicato legittimo dal governo italiano: un esempio di “rovesciamento del diritto internazionale”, che finisce per coincidere con la legge del più forte.
In questo contesto Conte inserisce la riforma Nordio sulla separazione delle carriere, coerente con una volontà definita pretestuosa: i passaggi di carriera, ricorda l’ex premier, sono circa lo 0,3% del totale. “Non serve ai cittadini per migliorare il servizio giustizia”, sostiene, elencando ciò che davvero manca per i cittadini: investimenti, personale, dotazioni informatiche, processi più rapidi.

L’obiettivo reale, secondo Conte, emerge dalle parole della stessa presidente del Consiglio, quando afferma che governo e giudici devono lavorare “nella stessa direzione”. Un’affermazione che, per il leader M5s, equivale a negare il ruolo di contropotere della magistratura, chiamata invece a tutelare i diritti fondamentali. “Così volete il potere sottomesso al potere”, accusa, ricordando un post di Meloni dell’ottobre scorso in cui la riforma viene presentata come risposta alle presunte ingerenze della magistratura nella politica.
Conte allarga poi l’analisi ad altre scelte dell’esecutivo: il Decreto Sicurezza, che inasprisce le pene e colpisce proteste e dissenso; la cancellazione del reato di abuso d’ufficioil ridimensionamento del traffico di influenzeil depotenziamento delle intercettazioni. Tutti strumenti che, a suo dire, “danno fastidio ai politici e ai colletti bianchi”. Anche la custodia cautelare diventa un bersaglio: una misura che “rompe il giocattolo” perché impedisce di guadagnare tempo tra gradi di giudizio e prescrizione.

Infine, l’allarme sul nuovo assetto del Csm e sull’allontanamento dei pubblici ministeri, che rischiano di finire in un limbo risolto poi dal potere politico, destinato ad avere un’egemonia nelle nomine. Il quadro che Conte dipinge è quello del “ritorno della casta dei politici” e degli “intoccabili”, decisi ad avere le mani libere e a non rispondere a nessun contropotere, dalla magistratura alla Corte dei Conti, fino alle autorità indipendenti.
La conclusione è un appello alla mobilitazione per il No al referendum e contro l’intero impianto della riforma. L’alternativa, avverte Conte, è una giustizia a doppio binario, in cui i cittadini comuni pagano e i potenti si salvano. Un esito che, per il M5s, resta inaccettabile perché in contrasto con un principio che considera non negoziabile: “la legge è uguale per tutti”.


Il Paese che non c’è…


(Dott. Paolo Caruso) – Con forte intonazione nasale, la cadenza popolar romanesca del ” volemose bene ” la Meloni ha risposto ai quesiti dei giornalisti, cercando di soggiogarli alle sue congetture, non mancando l’impronta ideologica dal suo punto inossidabile. Qualche concessione a quel che non va, l’ha pure fatta, ma rigorosamente colpa della contingenza e dei governi che l’hanno preceduta. È apparsa, come sempre, sicura di dare risposte folgoranti da prima della classe. Ma davvero l’Italia da lei dipinta è quella reale? Sembrava che difendesse il Paese di un altro pianeta. Sotto ogni profilo. “L’Italia prima di tutto”, a copiare il mantra di Trump “gli USA, prima di tutto”. D’altronde i due sono speculari. Ha parlato di Europa, di Ucraina, ipotizzando un possibile dialogo con Putin. Ma è soprattutto la sua Riforma, quella sulla Giustizia che va difesa e approvata dal popolo italiano, visto che in Parlamento è stata approvata a maggioranza cieca, senza accettare nulla dalle Opposizioni. L’attacco ai magistrati, che intervengono a gamba tesa sulla politica, è ciò che la turba. La vorrebbe addomesticata alla politica, con giudici sorteggiati e… (in)”dipendenti” . Il modello pare assomigliare parecchio a quello ungherese dell’amico Orban, dove il giudizio è emesso in base alla appartenenza di governo. Il caso della deputata europea Ilaria Salis “docet”. Andremo al Referendum, concesso, parrebbe senza convinzione, ma soprattutto con la dichiarazione esplicita che, in caso di vittoria del No e la bocciatura della sua riforma, sia chiaro: “essa non si dimetterà dal governo”. La barca va… lasciala andare. Urge distrarre la gente dai problemi interni, come la casa, gli stipendi, le pensioni, il lavoro precario, la sanità. Ci si riesce perché i talk-show ammanniscono temi che riguardano la sicurezza, ma quella mondiale, in Iran e in Venezuela. Ora anche il caso doloroso dei quaranta ragazzi che in Svizzera hanno trovato la morte nella sciagurata gabbia di fuoco. Dunque? La barca va….. ? Con la Meloni al timone c’è da non crederci.


Referendum Giustizia, Palazzo Chigi chiede ai 360 parlamentari di destra di autotassarsi


Mille euro. A testa. Chiesti a tutti i 360 parlamentari di centrodestra per finanziare il comitato del “Sì” alla riforma sulla separazione delle carriere coordinato da Palazzo Chigi e guidato dall’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti e dall’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon. Obiettivo: racimolare mezzo milione di euro per pareggiare la campagna dell’Anm. È questa la principale preoccupazione che in queste ore circola tra gli eletti di maggioranza di centrodestra: nessuno vuole versare la quota da mille euro una tantum per la campagna referendaria, che si aggiunge a quella che ogni mese gli eletti versano ai rispettivi gruppi parlamentari (mille Fratelli d’Italia, 1.845 la Lega e 900 di Forza Italia). Il “no” ufficioso è già arrivato da Forza Italia: i parlamentari azzurri non hanno intenzione di autotassarsi per finanziare un comitato sostanzialmente guidato da Fratelli d’Italia che punta a evitare esponenti politici ed escludere gli alleati dalle scelte del comitato.

Meloni farà un comizio. Governo. Chigi chiede ai 360 parlamentari di destra di autotassarsi. “No” secco degli azzurri, si cercano i privati. Campagna in ritardo

(L’articolo completo a cura di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Mille euro. A testa. Chiesti a tutti i 360 parlamentari di centrodestra per finanziare il comitato del “Sì” alla riforma sulla separazione delle carriere coordinato da Palazzo Chigi e guidato dall’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti e dall’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon. Obiettivo: racimolare mezzo milione di euro per pareggiare la campagna dell’Anm. È questa la principale preoccupazione che in queste ore circola tra gli eletti di maggioranza di centrodestra: nessuno vuole versare la quota da mille euro una tantum per la campagna referendaria, che si aggiunge a quella che ogni mese gli eletti versano ai rispettivi gruppi parlamentari (mille Fratelli d’Italia, 1.845 la Lega e 900 di Forza Italia). Il “no” ufficioso è già arrivato da Forza Italia: i parlamentari azzurri non hanno intenzione di autotassarsi per finanziare un comitato sostanzialmente guidato da Fratelli d’Italia che punta a evitare esponenti politici ed escludere gli alleati dalle scelte del comitato.

Giovedì mattina il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha riunito i colleghi di partito, a partire dai responsabili dei comitati azzurri Giorgio Mulè, Enrico Costa e Pierantonio Zanettin, ed è stata ipotizzato un contributo di 500 euro ma solo per sostenere il comitato azzurro che ha tra le principali testimonial Francesca Scopelliti, già compagna di Enzo Tortora. I forzisti organizzeranno anche cene ed eventi di autofinanziamento e un sostegno economico per la campagna referendaria arriverà anche dal partito, senza escludere un contributo della famiglia Berlusconi (magari anticipato rispetto ai 500 mila euro che arrivano ogni anno dai figli prima dell’estate). Di certo, però, gli azzurri non sosterranno economicamente il “comitatone” governativo.

Anche nella Lega in queste ore non hanno apprezzato la richiesta – per il momento ufficiosa – che è arrivata dai vertici di Fratelli d’Italia. I leghisti possono contare sulla consigliera del Csm Claudia Eccher (già avvocata di Matteo Salvini) che è una delle testimonial principali del “Sì”, ma si sono visti bocciare alcuni nomi che avrebbero voluto tra i “costituenti” del comitato. Maretta che in queste ore sta crescendo anche dentro Fratelli d’Italia anche se alla fine nessun meloniano si ribellerà alle richieste della “capa”. La rivolta dei parlamentari di maggioranza quindi farà sì che la richiesta di autotassarsi sarà solo “volontaria”, cioè chi vuole darà una somma.

Ed è proprio la questione dei soldi che sta frenando in queste ore il comitato del “Sì” governativo alla riforma sulla separazione delle carriere. Per gli spot, i manifesti e gli eventi della campagna referendaria servono i finanziamenti e senza il contributo dei parlamentari i promotori sono alla ricerca di contributi di privati, a partire da imprenditori vicini al governo e al fronte del “Sì” alla riforma.

Una questione non secondaria perché la decisione di anticipare la data al 22-23 marzo – annunciata venerdì in conferenza stampa dalla premier Giorgia Meloni e che sarà ufficializzata domani in Consiglio dei ministri – ha creato un paradosso: i comitati dovranno accelerare la campagna referendaria che si svolgerà tutta tra inizio febbraio e inizio marzo rispettando le regole della par condicio (che scatterà dall’indizione dei comizi referendari da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). Dunque i maggiori investimenti per eventi, spot e manifesti dovrà essere fatta a inizio febbraio per permettere al comitato del “Sì” di far partire la comunicazione referendaria. Finora, invece, tutto è stato fatto a costo zero con post e video di propaganda gestiti da Fratelli d’Italia.

Sallusti, Zanon e le consigliere del Csm si dovrebbero vedere all’inizio della prossima settimana insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano per fare l’elenco delle principali iniziative. La strategia sarà quella di puntare tutta sul Nord con un primo evento a Milano a inizio febbraio. A ridosso del voto anche la premier Meloni ha dato la disponibilità a partecipare a un comizio prima del voto.


Trump minaccia ancora Cuba: “Accettino un accordo. Stop a petrolio e denaro dal Venezuela”


L’attacco del presidente all’isola: “Forniva servizi di sicurezza agli ultimi due dittatori venezuelani in cambio di soldi e greggio, non accadrà più”

Trump minaccia ancora Cuba: “Accettino un accordo. Stop a petrolio e denaro dal Venezuela”

(repubblica.it) – MILANO – Donald Trump torna a minacciare Cuba. A pochi giorni dalla cattura del presidente Nicolas Maduro il presidente degli Stati Uniti lancia un nuovo avvertimento all’isola, con un messaggio pubblicato su Truth. “Per molti anni Cuba ha vissuto grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba forniva “servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più! La maggior parte di quei cubani è morta nell’attacco degli Stati Uniti della scorsa settimana, e il Venezuela non ha più bisogno di protezione da parte di delinquenti ed estorsori che lo hanno tenuto in ostaggio per così tanti anni. ‘Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d’America, il più potente esercito del mondo (di gran lunga!), a proteggerlo, e lo proteggeremo’. Non ci sarà né petrolio né denaro destinato a Cuba. Suggerisco vivamente che facciano un accordo, prima che sia tropo tardi”.

Secondo i dati della compagnia petrolifera nazionale PDVSA citati da Reuters, l’export di petrolio e carburanti del Venezuela verso Cuba ha raggiunto lo scorso settembre i 52 mila barili al giorno, ai livelli più alti degli ultimi anni.

Così Trump sta vincendo la sua guerra cognitiva

(di Simona Ruffino – ilfattoquotidiano.it) – La tentazione di trattarlo da fenomeno folkloristico è stata irresistibile. Donald Trump ha fatto comodo a molti anche così: come carnevale, come eccezione, come sgambetto imprevisto alla democrazia. Lo si è raccontato per mesi come un disturbo temporaneo, un cortocircuito, una devianza. È stato l’errore che ha permesso a interi sistemi politici, soprattutto quelli progressisti, di sentirsi ancora sani. Mentre la casa andava a fuoco, si rideva dell’incendio.

Trump, a differenza di quello che credono in molti, non ha stravolto il linguaggio della politica. Ha usato quello che c’era già e lo ha portato al punto di rottura. Frasi secche, ripetitive, impermeabili al confronto. Attacchi continui, gesti plateali, personalizzazione assoluta del conflitto. Nessuna sovrastruttura ideologica, ma un campo da gioco preciso: io contro tutti. La retorica, più che uno strumento, è diventata un’arma. Il dibattito, un ring.

Questo approccio funziona perché si appoggia su un terreno già preparato: cittadini stanchi, istituzioni deboli, media che inseguono l’attenzione più della verità. Ma soprattutto, funziona perché le alternative hanno smesso di parlare al cuore delle persone. Le sinistre, in America come in Italia, si sono rifugiate nella correttezza, nella tecnocrazia, nella gestione. Hanno pensato che bastasse essere “meglio” per essere credibili. Non hanno visto la frattura crescere sotto i loro piedi. L’hanno sottovalutata e hanno smesso di poter essere una soluzione: sono diventate, così facendo, parte del problema.

Mentre Trump sbraitava, loro sussurravano. Mentre lui offriva certezze brutali, loro distribuivano cautele. La distanza tra politica e vita reale si è fatta voragine. E lui l’ha attraversata tutto intero, trasformando la rabbia in capitale politico. Non è un fenomeno solo americano, che sia chiaro: in Italia sta succedendo la stessa cosa, con la complicità di una sinistra che ha aperto la porta, ha steso il tappeto e ha detto: prego, accomodatevi.

Le promesse elettorali, ormai si sa, non hanno bisogno di coerenza: devono solo innescare la reazione. E mentre nei talk-show si contavano le contraddizioni di mister Trump, lui guardava agli effetti. Il suo racconto non ha mai ambito alla credibilità: è progettato per essere totale. In una manciata di mesi ha trasformato gli alleati in soggetti sotto ricatto, la comunicazione è stata un’arma e la tecnica neuropsicologica cesellata.

Oggi Trump fa paura e non è di certo sorprendente. È il sintomo diventato sistema. L’anomalia si è trasformata in regola. Il metodo, in governo. Il peggio è stato normalizzato. E la colpa non è solo sua. Le sinistre – in America, in Europa, in Italia – hanno scelto troppo spesso di sentirsi superiori invece che farsi capire. Hanno guardato Trump come si guarda un virus, mai come un segnale. E così hanno mancato il punto. L’illusione di poterlo ridicolizzare ha sostituito l’urgenza di contrastarne il modello.

Nel frattempo, il diritto internazionale ha smesso di valere persino fino ad un certo punto. In Italia siamo conniventi, complici e compiacenti. Spendiamo soldi in armamenti, proviamo a delegittimare la magistratura, stiamo prendendo esempio da tutto ciò che, apparentemente, ci disgusta.

Quello a cui stiamo assistendo si chiama “guerra cognitiva”: sembra più innocua delle bombe, ma in realtà sta facendo saltare in aria ottant’anni di pace, di diritti, di buon senso. Vengono sganciati bias, piovono dal cielo della propaganda narrazioni ad alto carico di menzogna, la complessità è stata sovvertita al partito della semplificazione, la rabbia è diventata carattere e ci stanno nutrendo con flebo di dopamina e binarismo. La cosa che appare davvero paradossale che, almeno dalle nostre parti, all’opposizione non si sia ancora compreso che gli uffici stampa non siano il perno della comunicazione di un partito. E gli effetti si vedono tutti.

Eppure qualcosa accade: in America oltre 7 milioni di persone sono scese in piazza, ma i telegiornali non lo dicono, si parla dello sbigottimento, ma non della resistenza. “Se non vinciamo le elezioni di medio termine, subirò l’impeachment”: lo ha detto Donald Trump parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center. Ecco, a salvarci, possono essere solo gli Americani, non i governi: le persone. E a noi non resta che aspettare e avere fede che ciò che ci rende umani ci renda ancora liberi dalla banalità del male.


Sprint legge elettorale, la destra: ddl a febbraio


L’accelerazione dopo l’ok di Meloni alla trattativa con la minoranza. Cauta la leader pd: vediamo il testo. M5S: noi per il proporzionale

La premier Giorgia Meloni (L) con Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione FdI

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Roma – Durante la conferenza stampa di inizio anno, tutti — a destra come a sinistra — hanno tratto la stessa impressione. Il cambio della legge elettorale è imminente, Giorgia Meloni ha dato il via libera ufficiale alla trattativa con le opposizioni, corredata da un’avvertenza che restituisce il senso dell’urgenza: «Se c’è chiusura, deciderà il Parlamento a maggioranza».

Chiaro il messaggio: nessuna tattica dilatoria verrà tollerata, le prossime politiche si giocheranno con regole nuove e nessuno si sogni di protestare. Anche perché «esiste un precedente e l’hanno creato loro», fa notare un alto esponente di FdI: «Nel 2015 Renzi fece approvare l’Italicum coi soli voti del centrosinistra».

Dunque si va dritti. Senza cercare lo scontro, ma neppure consentire lungaggini sull’introduzione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza: avrà il 55% dei seggi chi ottiene almeno il 40% dei consensi, fino al 60 se la coalizione raggiungerà il 45%. Sul punto nel centrodestra l’accordo c’è. Tant’è che si sta già mettendo a punto la strategia per provare a creare una convergenza la più larga possibile. Probabilmente sarà la stessa premier a fare la prima mossa, chiamando tutti i leader della minoranza per sondarli: una telefonata che ricalcherà la convocazione a palazzo Chigi nell’agosto del ‘23 sul salario minimo. Allora non andò benissimo, ma non si può mai dire. Poi toccherà ai parlamentari “governativi” presentare un testo organico entro febbraio, da sottoporre ai colleghi di opposizione. Il tempo che serve per sciogliere alcuni nodi politici che ancora permangono all’interno: dalle preferenze care ai meloniani ma indigeste alla Lega, fino al nome del candidato premier sulla scheda, voluto dai Fratelli ma osteggiato da Forza Italia. Oltre ad altre questioni tecniche relative sia all’entità del premio, sia alla soglia di sbarramento. Se infatti la vittoria di uno schieramento risultasse più ampia del previsto, con il 15% dei seggi in più si potrebbe sfiorare o addirittura superare il 60%, una maggioranza «abnorme, troppo vicina al quorum di garanzia per eleggere il presidente della Repubblica e i giudici costituzionali», spiega Alessandro Alfieri, responsabile Riforme del Pd. E pure fissare lo sbarramento al 3% (ora è all’8 per chi corre da solo) rischierebbe di invogliare i piccoli, a iniziare da Azione di Calenda, a far da sé. Trovata che pare studiata apposta per creare problemi al campo progressista.

Sarà anche per questo se i leader del centrosinistra sono cauti. Attendisti. «Non ci è stata ancora presentata alcuna proposta formale, quando arriverà la valuteremo», taglia corto Elly Schlein. Tuttavia poco ottimista: «Non ci sembra una buona premessa voler cambiare la legge elettorale perché hanno capito che con le opposizioni unite perderebbero e come antipasto del premierato, che noi contestiamo perché esautora il Parlamento e indebolisce le prerogative del capo dello Stato», conclude la segretaria del Pd. Un po’ più aperturista Giuseppe Conte: «Di quale legge elettorale si parla? Nessuno lo sa. Io non ho detto di essere favorevole al proporzionale, ho detto che tradizionalmente il M5S è favorevole. Poi dipende da come viene confezionato questo principio proporzionale nell’ambito di un’operazione più complessiva». Chi vivrà vedrà. Febbraio si avvicina.


L’Europa ricominci da tre


(di Marcello Veneziani) – Per l’anno che verrà le preoccupazioni maggiori non ce le dà l’Italia, che appare stabile e un po’ stagnante, ma l’Europa. La psicosi della guerra con la Russia, la ventata di bellicismo e gli sforzi finanziari per armarsi e per sostenere l’Ucraina, con la pretesa di sostituirsi agli Stati Uniti, stanno portando l’Europa sull’orlo di una catastrofe tra enormi rischi. E poi la questione Venezuela e Groenlandia con gli Stati Uniti. La marginalità dell’Europa nello scenario mondiale, la sua evanescenza nella crisi palestinese e nel processo di pace in Ucraina, i giudizi sferzanti di Trump e di Putin, confermano il suo declino verticale.

Per risollevarsi e ritrovare un suo ruolo esterno e un suo riequilibrio interno, l’Europa a mio parere ha tre cose grandi e necessarie da fare, che dirò in estrema brevità. Per cominciare, l’Europa dovrebbe rifondarsi rovesciando come un guanto l’attuale assetto: ritrovarsi unita all’esterno e libera al suo interno, ovvero coesa rispetto al mondo e differenziata nelle sue realtà interne, locali e nazionali.

Finora l’Europa è stata il contrario: impositiva, coercitiva, livellatrice per gli stati, i popoli, i cittadini europei, soffocati da norme, vincoli e direttive senza considerare le differenze geografiche, culturali, storiche. E inerme all’esterno, incapace di darsi una linea strategica unitaria, una direzione politica sovrana, omogenea e coerente nei rapporti col mondo: politica estera, sicurezza, flussi migratori, concorrenza commerciale, sfida tecnologica. Si tratta di rimetterla in piedi e con i piedi per terra, capace di considerare le diversità tra popoli e nazioni, tra nord e sud, tra mediterranei e baltici, tra cattolici e protestanti, tra risorse agricole e risorse industriali. Trovando invece l’unità rispetto all’esterno.

La seconda, ma non secondaria, bensì essenziale svolta dovrebbe nascere dalla consapevolezza geopolitica del suo ruolo, nel quadro multipolare che si impone ormai a livello planetario. L’Europa non può rimanere schiacciata dentro il modulo occidentale, e giocare la sua partita contro il resto del mondo. Il suo tradizionale alleato e badante, gli Stati Uniti, tende con Trump a dissociarsi dall’Europa e a giocare per conto suo. L’Europa deve prendere atto che è folle armarsi contro la Russia e pensarsi come l’Ovest e il Nord del pianeta rispetto all’Infinito Sud e all’immenso Oriente. La forza dell’Europa, che deriva dalla sua storia, dalla sua geografia e dalla sua civiltà, è quella di essere terra di mezzo, cioè letteralmente mediterranea: ovvero di essere al crocevia tra oriente e occidente, nord e sud del pianeta. Non possiamo schierarci da una parte, siamo naturaliter luogo di sintesi e di mediazione; nella sua centralità rispetto ai quattro punti cardinali del pianeta, l’Europa può esercitare un ruolo arbitrale. Quella è l’unica vera “primazia” dell’Europa, la sua vera forza: non super partes ma inter partes. Un ruolo che le assegna la geopolitica, non le armi e l’apparato militare; a cui si unisce l’eredità di una civiltà fondata su tre modelli universali: la matrice greca, che ha insegnato al mondo il pensiero e la polis, la matrice romana che ha insegnato il senso dello stato e del diritto, la matrice cristiana che ha insegnato la carità e l’amore per tutti gli uomini e il creato. Il rimedio ai venti di guerra non è rifugiarsi nella retorica del pacifismo che non ha mai fermato una guerra, ma il realismo che non situa l’Europa da un versante contro un altro, ma riscoprendo la nostra posizione centrale che ci predispone a ospitare negoziati e accordi.

La terza priorità riguarda invece il suo interno, la sua politica sociale ed economica. Davanti alla pericolosa aria di turbo-liberismo armato che soffia sull’Europa, soprattutto a causa dei venti sassoni (anglo-tedeschi, in primis) e in parte baltici, e allo strapotere di colossi e concentrazioni transnazionali, l’Europa dovrebbe riscoprire il suo modello di sviluppo sociale ed economico che è stato la sua fortuna e la sua conquista: lo Stato sociale. Se ci pensiamo bene, lo Stato sociale è l’eredità comune, diversamente declinata, di esperienze politiche e sociali trasversali, conservatrici e progressiste, moderate e laburiste, cristiane e socialiste, nazionaliste e internazionaliste. Lo Stato sociale nasce in Gran Bretagna con lord Beveridge, da cui trarranno spunto i laburisti per fondare il Welfare state, ma si realizza anche nella Prussia di Bismarck, il conservatore, anche per arginare l’avanzata socialista.

Nel Novecento lo Stato sociale si nutre della dottrina sociale della Chiesa e diventa il perno su cui si fonda lo sviluppo nei paesi a guida democratico-cristiana, fino alla nascita dell’economia sociale di mercato (modello renano); ma lo Stato sociale si ritrova pure nelle esperienze latine nazionali e sociali, come quella fascista, dalla Carta del Lavoro alla politiche sociali, e naturalmente nelle esperienze europee socialdemocratiche, in Germania e in Scandinavia. Pure il gollismo in Francia si differenzia dalla destra tecno-liberale per una più spiccata sensibilità popolare, nazionale ed europea. L’Europa sociale è l’eredità trasversale maggiore del nostro passato, che offre garanzie sul lavoro, l’assistenza ai bisognosi e la salute pubblica; si tratta naturalmente di ripensarla nella nostra epoca, coi mezzi di oggi e nel mutato scenario mondiale.

Se esistesse una vera guida dell’Europa, capace, autorevole e lungimirante, piuttosto che imporre norme soffocanti al suo interno, corse alle armi e avventate politiche estere che ci destinano alla marginalità e ci espongono al rischio di una guerra, dovrebbe ricominciare puntando su quei tre bastioni.


L’Europa incapace di difendere lo stato di diritto si arrende agli Usa


L’Europa incapace di difendere lo stato di diritto si arrende agli Usa

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Nemmeno nelle scienze della natura possiamo arguire dagli eventi presenti quelli futuri. La credenza in nessi causali assolutamente determinati è superstizione. Così illustri filosofi. E questo dà speranza, poiché se dovessimo trarre previsioni da ciò che vanno combinando le leadership del nostro Occidente potremmo trarre un solo auspicio: l’imminenza di una nuova catastrofe globale. Iniziamo da quella complicata macchina che è l’Europa. Certo, chi ne conosceva la storia non attraverso apologie di maniera sapeva bene come il suo assalto al mondo abbia tenuto in affanno il genere umano per qualche secolo. E tuttavia era realistico pensare che dopo aver regalato, frutto del proprio unico seno, all’umanità due guerre mondiali, l’Europa politicamente unita si sarebbe “convertita” definitivamente a svolgere una missione di intesa, di dialogo, di pace. Che avrebbe concepito come propria impresa quella di costruire una nuova dimensione di diritto internazionale, dando quella concretezza che mai avevano prima avuto principi di diritti umani e giustizia nella relazione tra gli Stati. Che avrebbe difeso e promosso tutti gli organismi e istituti in qualche modo impegnati in tale impresa. Ma soprattutto che avrebbe almeno dato prova di modesta lungimiranza per evitare al proprio interno altri sanguinosi conflitti, altre guerre civili. E della ancora più modesta intelligenza atta a capire che l’Europa può assumere un ruolo politico globale, essere competitiva sul piano economico e tecnologico con i grandi Imperi, soltanto risolvendo il secolare scontro con il proprio Oriente, e convincendo, da autentica alleata e non da vassallo, gli Stati Uniti che questa strategia non intende affatto porre in crisi un’amicizia consacrata col sangue di due immani catastrofi, ma all’opposto rilanciare l’immagine e il ruolo dell’intero Occidente all’interno di un mondo multipolare, dove il diritto internazionale si incarni in patti e trattati assunti nel corpo del diritto positivo dei diversi Stati.

Che fine abbiano fatto queste prospettive dopo la fine della guerra fredda è di tale violenta evidenza che solo per vergogna potremmo nascondercelo. Il dramma è che l’incapacità europea di procedere nell’unica direzione coerente con i suoi stessi interessi materiali sta mettendo a nudo contraddizioni di portata strategica interne al sistema delle alleanze occidentali, contraddizioni sempre rimosse, mai francamente affrontate – e che queste, se esplodessero, porterebbero il mondo davvero a un grado tale di entropia da dover pensare che soltanto attraverso un radicale mutamento di stato un nuovo equilibrio possa essere raggiunto. Era inevitabile – e non si tratta del senno del giorno dopo – che l’impotenza europea a prevenire i conflitti al proprio interno, e che una minima coscienza storica lasciava prevedere, e ad affrontarli con mezzi politici e diplomatici una volta scoppiati, avrebbe spostato tutta l’asse dell’alleanza occidentale sulla iniziativa e sulla volontà dell’America. La crescita quantitativa dell’Europa è stata inversamente proporzionale alla diminuzione non solo del suo peso politico, ma anche della sua quota nella produzione della ricchezza globale. Dopo la caduta del Muro la resa culturale delle leadership europee all’egemonia americana è stata pressoché incondizionata. Ma non si è trattato affatto di una buona notizia per gli Stati Uniti. Ciò ha condotto prima a guerre come l’invasione dell’Iraq e conseguente tracollo di ogni influenza politica europea nelle tragedie medio-orientali, poi a condizionamenti sempre più pesanti sulle stesse strategie dell’Unione in materia economica e commerciale, infine agli strappi recenti e nient’affatto ricuciti su tariffe e dazi. Quando in un’alleanza neppure si finge una certa equipollenza tra le parti, è inevitabile che alla lunga il prevalere esorbitante di una finisca col metterla tutta in crisi.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo. E gli Stati Uniti potrebbero essere i primi a subirne il contraccolpo. Più si indebolisce l’Europa, più l’America si rafforza nei suoi confrontima insieme più sarà sola nell’affrontare le grandi sfide globali con Stati, civiltà e culture che non affondano le loro radici nell’avventura grandiosa e tragica del nostro Occidente. O America “great again” significa una nuova politica internazionale dell’intero Occidente, o lo slogan finirà col funzionare contro la stessa America. In questa fase della storia mondiale, che ha rivoluzionato i rapporti di potenza usciti dalla seconda grande guerra, l’America avrebbe vitale bisogno di un alleato che l’aiuti a superare l’attuale confusissimo mix di tendenze imperialistiche e protezionisticheL’alleato che l’Europa non è – capace oggi soltanto di patetici balbettii sull’incredibile vicenda venezuelana o sulle pretese riguardo alle Verdi Terre artiche. Come non si sapesse dall’epoca di Jefferson che gli Stati Uniti considerano loro “spazio vitale” l’intero emisfero e hanno ritenuto sempre “normale” l’intervento per garantire al suo interno la “pax americana” (poche, negli Stati Uniti, e solo di qualche intellettuale le voci di dissenso a proposito). L’America latina è la nostra India, diceva un senatore un secolo e mezzo fa, “in concorrenza” con l’ancora formidabile impero britannico. Chi potrebbe spingere a rivedere queste tendenze politiche secolari, sulla base di una realistica valutazione delle forze economiche e militari che oggi competono sulla scena globale? L’Europa che ha assistito alle tragedie balcaniche e ora pensa di risolvere quella ucraina con sanzioni (che colpiscono lei stessa in primis) e l’invio di qualche soldato? L’Europa governata, nelle sue capitali franco-carolingie, da coalizioni debolissime e, per reggere, sempre più “volenterose” di virare a destra, abbandonando tutte le politiche sociali che l’avevano caratterizzata fino all’ultima generazione?

Ancora meno lo sarà l’Europa incapace di affrontare la crisi che sconvolge il suo pilastro etico-culturale: lo Stato di diritto. In fondo, democrazia significa questo: un sistema in grado di difendere i diritti della persona, nella sua individualità, nei confronti della potenza o prepotenza degli esecutivi e dell’apparato tecnico-economico operante oltre ogni confine statuale e capace di auto-regolarsi in base alla propria unica “legge”, che è quella del profitto. Il diritto oggi minaccia di soffocare, come ha scritto Natalino Irti nel suo ultimo libroSguardi nel sottosuolo, tra una moltitudine indifesa, controllata e manipolata e un sistema economico-politico-militare che gli intima di tacere affermando: i limiti della mia morale sono quelli della mia potenza. Reagire a questa deriva non è anelito da anime belle, ma voler salvare, per l’Europa e l’Occidente, il proprio ruolo, il proprio avvenire e la propria stessa unità. Le parti di qualsiasi organismo si disfano e vanno in rovina ognuna per conto proprio se a esso manca un’anima.


Russia-Ucraina, la voce divisa dell’Europa


L’Ue non è dotata della qualità necessaria per sedere a un tavolo negoziale: la sovranità

Parigi, 6 gennaio: i leader al vertice dei volenterosi

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Giorgia Meloni vorrebbe che l’Unione Europea parlasse alla Russia «con una voce sola», quella di un suo «inviato speciale». Questo proposito svela una novità e un’impossibilità. Nuova è l’intenzione di dialogare con Putin. Impossibile è farlo con una voce sola a nome dei Ventisette. Infine, e decisivo, al Cremlino non interessa affatto discutere con l’Ue.

Quanto all’intenzione. Il fatto di affermarla dopo che con la Federazione Russa parlano da tempo tutti, a cominciare dai suoi nemici, dal suo massimo competitore strategico, gli Stati Uniti d’America, e prima di chiunque altro dagli ucraini stessi, marca l’irrilevanza di coloro che dovrebbero essere più interessati alla pace: gli europei. E tra gli europei noi italiani, che insieme a tedeschi e francesi ci siamo per decenni distinti nell’apertura verso Mosca, nutrita di scambi commerciali di valore strategico.

L’invasione russa del 24 febbraio 2022 colse totalmente di sorpresa Roma e Berlino perché nel loro economicismo senza se e senza ma consideravano l’importazione di greggio russo via tubo un dato di natura. Irreversibile garanzia di pace. Abituati a raccontarci che il commercio vaccina contro la guerra non potevamo concepire che scambiare valori e merci non azzerasse le rivalità geopolitiche.

L’impossibilità consegue dal fatto che l’Unione Europea non è uno Stato né un qualsiasi altro soggetto dotato della qualità necessaria per sedere a un tavolo negoziale: la sovranità. L’abilitazione a trattare passa per la verifica dei poteri. L’ingresso in sala negoziati prevede la certificazione, da tutti omologata, di aver titolo per scambiare qualcosa con qualcuno. Come puoi se non sei padrone di te stesso?

Ma siamo ottimisti e immaginiamo che la storia della diplomazia conosca una felice eccezione. Nel caso, che la signora Kaja Kallas, alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, già premier estone, sia in quanto tale incaricata del dialogo con la Russia. Quale plenipotenziaria dotata di mandato dei Ventisette. Già, quale mandato? Per quali obiettivi comuni?

Difficile comporre gli interessi degli europei. C’è chi ama talmente la Russia da sognarne qualche dozzina (per esempio baltici, scandinavi, polacchi), chi non vede l’ora di mettere tra parentesi l’aggressione russa all’Ucraina (ungheresi, austriaci, slovacchi, cechi) e chi, ciascuno a suo modo, si dispone a qualche soluzione intermedia. All’italiana (infatti in quel gruppo vantiamo un seggio permanente ad honorem).

Infine, riesce arduo immaginare Putin, teoricamente intoccabile dai negoziatori europei perché oggetto di mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale, invitare Kallas ad accomodarsi al polo opposto del suo ipertavolo laccato bianco lungo sei metri, fabbricato nel 1995 dalla ditta Oak di Cantù. (Nota bene: quel mobile è stato ordinato da Putin ben prima della pandemia, quindi non per ragioni sanitarie ma in quanto espressione della sua idea di sé stesso e del mondo). Amaro in fondo: l’ex premier estone è ricercata dalla giustizia russa per «atti ostili», quali la rimozione di monumenti ai liberatori/occupanti sovietici.

Se il nostro governo intende discutere con quello russo conviene lo faccia direttamente. Quando il presidente francese sostiene di voler riparlare con il suo omologo russo — mentre promette di inviare seimila soldati in Ucraina a vegliare sulla futura tregua — lo fa da capo della Francia. Quindi degli europei. Più precisamente del famiglione dei “volenterosi” di cui si vuole guida. Ed è per questo che Putin si dichiara disposto a riceverlo.

L’Unione Europea è stata inventata per surrogare la debolezza degli europei. Nobile intento per chi, essendosi suicidato in due guerre continentali assurte a mondiali, soffre il declassamento che dal 1945 ne ha fatto un soggetto men che sovrano nell’impero europeo dell’America, al quale dobbiamo otto decenni di pace (o quasi: la Jugoslavia l’abbiamo messa da tempo tra parentesi). La tragedia ucraina potrebbe forse aiutarci a scoprire che non è cambiandoci d’abito, per indossarne uno di taglia sproporzionata a noi stessi, che cambiamo di peso.


Meloni e lo stato delle cose


(di Michele Serra – repubblica.it) – Mentre il mondo intero osserva con il fiato sospeso lo spettacolo, in effetti spaventevole, di Trump che sfascia a pugni il mappamondo (compresi gli Stati Uniti) per poi rimodellarlo a sua misura, il rischio è dimenticarsi di tutto il resto, che pure non è poco.

In tempi normali, per esempio, in Italia sarebbe stata doverosamente in primo piano la discussione sui dati di Eurostat (ufficio statistico dell’Unione Europea) secondo i quali negli ultimi vent’anni Italia e Grecia sono i soli due Paesi membri nei quali il reddito pro capite è diminuito; mentre nel resto dell’Unione aumentava del 22 per cento.

Parliamo degli ultimi vent’anni e dunque il governo Meloni non è che l’ultimo della fila, la triste coda del declino strutturale di un Paese vecchio, demoralizzato e con i giovani in fuga all’estero. Nessun governo è stato in grado di progettare, e tanto meno mettere in atto, una politica di rinascita economica e psicologica di questo Paese. Non che fosse facile; forse, anzi, era talmente difficile che non è nemmeno una colpa.

Quello che dispiace, a conti fatti, è che mentre alcuni dei predecessori di Meloni (non tutti) fecero il loro dovere mettendo l’accento sulle difficoltà, e dunque dicendo la verità agli italiani, questo governo indugia in un trionfalismo non richiesto.

Ogni discorso di un presidente del Consiglio cosciente della situazione, chiunque sia, dovrebbe cominciare con una presa d’atto: siamo in forte difficoltà, forse possiamo farcela rimboccandoci le maniche, ma garantire il successo non sarebbe serio. Questo governo non solo non lo dice, ma si gingilla con il suo patriottismo puerile, distonico rispetto allo stato delle cose. E questo, ben al di là delle beghe sulla sua natura politica così poco liberale, è il suo vero problema, oltre che il suo più grave torto.


Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!)


(Alberto Bradanini – lafionda.org) – 1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, sia tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti “devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola – così strategica per la difesa del territorio nordamericano! – cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!

La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.

M. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.

Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.

2. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbe potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.

La storia offre dunque un’occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.


[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere – tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation – furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.


Tycoon che abbaiava ora morde


Le uscite sull’annessione della Groenlandia erano state liquidate come spacconate. Invece Trump fa sul serio. “Se gli Usa attaccano la Nato, è l’inizio della Terza guerra mondiale”

(Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – Il presidente agita la sciabola contro la Groenlandia ed è estremamente allarmante. Se gli Stati Uniti attaccassero davvero la Nato, in base all’articolo 5 del Patto Atlantico, non avrebbe altra scelta se non quella di intervenire. Di fatto, sarebbe l’inizio della Terza guerra mondiale». Le parole di Claire Finkelstein, rodata esperta di diritto internazionale, non sono un’iperbole accademica, ma un avvertimento condiviso da molti altri osservatori. Con Donald Trump, la politica estera americana rispolvera il lessico dell’impero e mette in soffitta i trattati.

Se all’indomani della vittoria elettorale del 2024 le uscite sull’annessione della Groenlandia o sull’inglobamento del Canada come cinquantunesimo Stato, erano state liquidate come spacconate del tycoon, oggi la macchina comunicativa che lo incorona conquistatore delle Americhe e padrone del “suo” emisfero, non fa più sorridere. L’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, nell’operazione dell’unità speciale Delta Force del 3 gennaio a Caracas, è stato un messaggio al mondo interno: se la sovranità può essere sospesa senza conseguenze in America Latina, può esserlo ovunque. Anche nell’Artico. Trump sostiene che agli Stati Uniti la Groenlandia serva per la propria sicurezza nazionale, citando le crescenti attività di Russia e Cina nella regione. E insiste sul fatto che incorporare l’isola dei ghiacci danese e i suoi 57mila abitanti rafforzerebbe la posizione americana grazie alla collocazione strategica e a risorse minerarie chiave per l’alta tecnologia. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che l’amministrazione sta valutando «una gamma di opzioni», senza escludere l’ipotesi di ricorrere alle forze armate. Checché ne dica il documento congiunto firmato da sette Paesi europei, Italia inclusa, che richiama una sicurezza artica costruita collettivamente tra alleati Nato, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite, della sovranità e dell’inviolabilità dei confini.

«Non è che un’ulteriore escalation della tendenza americana a ignorare i vincoli del diritto internazionale e a sentirsi legittimati a imporre condizioni asimmetriche sulla scena globale», denuncia a L’Espresso Claire Finkelstein, che all’Università della Pennsylvania insegna diritto e filosofia. Per lei, le mire espansionistiche del nuovo «imperatore d’Occidente» sono un pericolo reale. «Durante il primo mandato ci eravamo convinti che Trump fosse un cane che abbaia ma non morde: parlava molto, ma spesso non dava seguito alle minacce. Questo perché era circondato da figure che fungevano da argini e lo trattenevano negli impulsi peggiori», spiega. «Oggi non è più così. Ha scelto con maggiore attenzione ministri e consiglieri, persone disposte a seguirlo anche nelle direzioni più estreme». Il riferimento è al cerchio magico che detta la linea: il vice J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro della Difesa Pete Hegseth e il vicecapo di gabinetto Stephen Miller. A rendere il quadro ancora più inquietante, un altro elemento decisivo: «La Corte Suprema gli ha riconosciuto l’immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni ufficiali. È come se fosse stato liberato da ogni vincolo».

Compresi quelli della legge, come dimostra quanto accaduto in Venezuela, dove i dubbi sulla legittimità dell’operazione, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, sono ormai ridotti al minimo. «L’articolo 2, paragrafo 4, consente l’uso della forza solo in caso di autodifesa, di legittima difesa di un altro Stato o su esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. In questo caso non è avvenuto nulla di tutto ciò». Non esiste autodifesa, perché «non c’è alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti derivante dal narcotraffico venezuelano». Il traffico è riferito alla cocaina, mentre «il vero rischio per gli Stati Uniti è il fentanyl, che non compare tra le accuse contro Maduro». In sintesi, né sul piano del diritto internazionale né su quello interno esiste una giustificazione per l’uso della forza. Se non la soddisfazione della sete di potere e di petrolio, visto che Trump ha già annunciato che le autorità venezuelane della presidente ad interim Delcy Rodríguez consegneranno agli Stati Uniti tra 30 e 50 milioni di barili.

Il nodo giuridico resta aperto. «Dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush valutò di trattare la guerra al terrorismo come un’operazione di polizia. Poi scelse un’altra strada, dichiarò di essere in guerra contro talebani e Al-Qaeda e avviò un conflitto armato, prima in Afghanistan e poi in Iraq. Era fondamentale definirla una guerra, perché si voleva usare la forza militare. Qui accade l’opposto, si parla di operazione di polizia, ma si impiega la forza militare». Una contraddizione destinata a pesare, visto che nella prima udienza del processo Maduro si è definito prigioniero di guerra.

I piani di Trump, intanto, non incontrano contraccolpi. «I giuristi militari che avevano espresso riserve sono stati emarginati o rimossi», dice la professoressa. «Se il Congresso o la comunità internazionale non riuscissero a fermare il presidente, quanto accaduto in Venezuela diventerebbe il primo di una catena di eventi in cui il mondo ha fallito nel contenere un leader autoritario che si appropria del territorio sovrano di altre nazioni».

E difatti l’orizzonte si allarga. Oltre alla faccenda Groenlandia, il repubblicano non ha escluso iniziative contro Colombia, Messico e altri Paesi dell’America Latina. E poi c’è Cuba (32 cubani sono morti nell’azione di Caracas). Trump e Rubio lo hanno detto senza giri di parole, il collasso del regime potrebbe essere non solo un effetto collaterale della caduta di Maduro ma un obiettivo politico. In questa stagione imperialista, Trump continua a brandire la vecchia dottrina Monroe del 1823, ribattezzata Donroe. «Non ha senso nel mondo diplomatico di oggi. Afferma, in sostanza, che gli Stati Uniti controllano la propria sfera di influenza, cioè tutto ciò che accade nel loro “cortile di casa”, nelle Americhe. Qualsiasi altro Paese tenti di esercitare potere in questa area sarebbe soggetto a un diritto di interferenza da parte Usa. Ma non è così che funziona il diritto internazionale, dove tutti gli Stati sovrani sono uguali», sottolinea Finkelstein. Il precedente, però, è ormai esplosivo. Cosa accadrebbe se Vladimir Putin applicasse una sua versione della dottrina per riaffermare il controllo dell’ex impero sovietico? Il rischio, avverte la professoressa, è immediato: «Potremmo ritrovarci con la Cina che invade lo stretto di Taiwan, giustificando l’azione con un proprio equivalente Monroe. Mi sembra una catastrofe politica, oltre che una situazione profondamente problematica dal punto di vista giuridico».

Sul fronte interno, però, l’idea del nuovo impero non scalda. Un sondaggio Reuters-Ipsos rileva che solo un americano su tre approva l’operazione Maduro, mentre sette su dieci temono di restare impantanati nella palude venezuelana. Per i democratici, come pure per una parte dei conservatori, i repubblicani avrebbero tradito la promessa “America First”, ovvero quella di occuparsi prima dei problemi di casa. Trump, dal suo canto, è già in piena modalità campagna elettorale, con le midterm di novembre da vincere a ogni costo. Ma questa sterzata gli complica il percorso, perché sposta l’attenzione dai dossier carovita e sicurezza domestica estremamente cari alla sua base. Un’incognita che pesa e che difficilmente aiuterà, mentre il popolo Maga guarda al portafogli più che alle mappe geopolitiche.


Mercosur, grande opportunità o enorme fregatura?


(Valentina Brini – ANSA) – Aprirà un mercato di libero scambio da 700 milioni di consumatori, promette di ridisegnare l’import-export tra le sponde dell’Atlantico e si propone come arma per arginare la guerra dei dazi di Donald Trump. A oltre un quarto di secolo dal suo concepimento – dopo un lungo rosario di rinvii e veti incrociati – il maxi-accordo commerciale tra l’Ue e il Mercosur è a una firma dal traguardo: la maggioranza dei Paesi membri ha dato il via libera, aprendo la strada al sigillo finale di Ursula von der Leyen, atteso il 17 gennaio in Paraguay.

Un passaggio che, nelle rivendicazioni della numero uno di Palazzo Berlaymont, consacra l’Europa come “partner affidabile”, capace di “tracciare la propria rotta”. A sbloccare l’impasse è arrivato il sì dell’Italia che, incassate le ultime garanzie, ha sciolto le riserve e messo il proprio peso sul piatto, consentendo di raggiungere la soglia decisiva per un’intesa sostenuta a gran voce da Berlino e Madrid.

La svolta italiana, ha evidenziato la premier Giorgia Meloni, è stata possibile “alla luce delle garanzie ottenute per i nostri agricoltori” che rendono l’equilibrio ora “sostenibile”. Ma nella maggioranza si è consumata la spaccatura, con la Lega che ha ribadito la propria “storica contrarietà” mentre la protesta agricola si allargava anche a Milano, raccogliendo le “forti perplessità” delle principali organizzazioni di settore – Confagricoltura, Coldiretti e Cia – preoccupate dal rischio di concorrenza sleale.

Riuniti in mattinata, gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno trovato “l’ampio sostegno” necessario a chiudere l’intesa sui suoi due testi: l’accordo commerciale ad interim (iTA) e quello di partenariato (Empa) con il Mercosur. Cinque i governi contrari – Francia, Polonia, Austria, Ungheria, Irlanda -, mentre il Belgio si è astenuto.

Uno strappo che per Parigi, ancora assediata dai trattori, ha aperto immediati riflessi interni: secondo fonti governative citate dall’AFP, l’esecutivo transalpino valuta lo scenario di elezioni anticipate qualora dovesse cadere su una mozione di sfiducia minacciata dalle opposizioni estreme – il Rassemblement National (Rn) e La France Insoumise (Lfi) -, che potrebbe portare allo scioglimento dell’Assemblea nazionale.

La limatura decisiva per convincere l’Italia e trascinare il placet europeo è arrivata sul terreno delle salvaguardie: la soglia che fa scattare le indagini sui prodotti agricoli sensibili in caso di turbamenti di mercato scende dall’8% al 5%. Un aggiustamento tecnico chiave: il governo non avrebbe potuto dare il via libera “a scapito delle eccellenze delle nostre produzioni”, è stata la sottolineatura di Meloni nel ribadire di non aver mai avuto “una preclusione ideologica”.

A rassicurare Roma, anche le concessioni incassate nelle ultime settimane: un fondo di compensazione da 6,3 miliardi di euro, il rafforzamento dei controlli fitosanitari, l’impegno a non aumentare i prezzi dei fertilizzanti e la possibilità di destinare altri 45 miliardi di euro del prossimo bilancio Ue alla Pac. Condizioni salutate con favore anche dal vicepremier Antonio Tajani e dal ministro Francesco Lollobrigida che, tuttavia, non hanno convinto il Carroccio. “Mi piacerebbe poter condividere l’ottimismo di Lollobrigida ma temo che i rischi siano ancora superiori ai benefici”, ha gelato gli entusiasmi il senatore leghista Claudio Borghi.

Messo a segno il punto decisivo pur tra le resistenze transalpine e l’annuncio di Varsavia di voler ricorrere alla Corte di giustizia Ue, von der Leyen si prepara a volare ad Asunción il 17 gennaio, forte della sponda di Berlino. Da dove il cancelliere Friedrich Merz ha salutato l’intesa come “una pietra miliare della politica commerciale europea”, capace di offrire “un segnale di sovranità strategica”, pur ammonendo che “venticinque anni di negoziati sono troppi” ed esortando l’Europa a essere “più rapida in futuro”. Il plauso sudamericano è stato invece pieno, a partire dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo anni di frustrazione, per i partner terremotati dalla dottrina Trump l’aggettivo che domina il racconto dell’accordo è uno soltanto: “storico”.


L’Italia è un paese immobile, nonostante la propaganda meloniana dica il contrario


Meloni gioca con i numeri dell’economia, ma la verità è che il paese è fermo. Dalle stime del Pil ai dati sull’occupazione e sui salari, fino alle crisi aziendali e alle operazioni sul settore bancario. Nella conferenza stampa la premier non può negare l’evidenza ma legge i dati a modo suo, scarica la responsabilità su chi l’ha preceduta e, quando non riesce a fare di meglio, fa finta di essere una semplice spettatrice

(Vittorio Malagutti – editorialedomani.it) – L’economia italiana viaggia al rallentatore e perde terreno nei confronti dell’Europa? Giorgia Meloni non può negare l’evidenza, ma prova a giocare con i numeri. «L’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del Pil nel 2023 e questo potrebbe avvenire anche per il 2024 e il 2025», ha detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa. Insomma, in mancanza di risultati positivi, Meloni spera, non si sa bene su quali basi, nella revisione dei dati, una sorta di vittoria a tavolino.

Crescita

Intanto, la stima del Pil per il 2025 non va oltre un +0,5 per cento, la metà rispetto all’un per cento del 2023 e allo 0,7 per cento del 2024, i primi due anni di governo del centrodestra. Ma la frenata è anche l’effetto «del rallentamento della Germania», ha aggiunto la premier, che però ha omesso di ricordare che, senza le risorse del Pnrr, l’Italia sarebbe in recessione o quantomeno ferma.

In attesa di una prossima ripartenza di Berlino, e con tutte le incognite legate alla fine del paracadute Pnrr, Meloni ha però assicurato che la crescita sarà uno dei due focus dell’azione di governo per il 2026, insieme alla sicurezza.

Salari e potere d’acquisto

I salari però restano bassi rispetto agli altri paesi europei e rispetto al 2021 fanno segnare una diminuzione dell’8 per cento. Anche in questo caso la presidente del Consiglio ha preferito buttare la palla in tribuna. I dati dell’Istat riguardano le retribuzioni lorde, ma i nostri interventi hanno fatto crescere gli stipendi netti, ha replicato Meloni alla domanda sul tema, ricordando che il problema dell’erosione dei salari «è molto antico» e intestando al suo governo il merito di aver fatto aumentare di 20 miliardi il potere d’acquisto degli italiani.

Un dato, quest’ultimo, che riguarda il periodo ottobre 2024-settembre 2025 a confronto con ottobre 2023-settembre 2025. Lo dice l’Istat, ma la stessa Istat ha anche più volte segnalato che i consumi degli italiani ristagnano o crescono pochissimo. Significa che le famiglie, temendo per il futuro, preferiscono accantonare denaro piuttosto che spenderlo.

Occupazione e giovani

Anche sull’occupazione, tradizionale cavallo di battaglia della propaganda di governo, Meloni si è intestata i risultati in crescita, che però, come dimostrano le statistiche più recenti, ha riguardato nella quasi totalità gli ultracinquantenni.

Il dato sui giovani resta al palo mentre aumentano gli inattivi, cioè chi rinuncia a cercare un’occupazione. Del resto, la produttività in Italia resta su livelli molto modesti rispetto ai grandi paesi europei («ma è un problema storico», si è giustificata Meloni) e sul fronte industriale restano aperte gravi situazioni di crisi.

Ilva e Stellantis

Prima tra tutte l’Ilva e qui la presidente del Consiglio ha dato l’impressione di prendere le distanze rispetto all’offerta del miliardario inglese Michael Flacks, emersa nei giorni scorsi e confermata dal diretto interessato a mezzo stampa.

«Si è aperta una fase di negoziazione con operatori economici che si sono dichiarati interessati», ha detto Meloni. Aggiungendo che però il governo non avallerà nessuna «proposta di carattere predatorio». In effetti sarebbe sorprendente il contrario. Il problema, però, per Palazzo Chigi, è che al momento le offerte scarseggiano, per usare un eufemismo, mentre la situazione dell’acciaieria si fa sempre più difficile.

Anche sul fronte dell’automotive, che in Italia significa Stellantis, il governo che due anni prometteva il rilancio della produzione sul suolo nazionale fino a un milione di auto è costretto a prendere atto che nel 2025 dalle fabbriche di Stellantis sono uscite 213 mila auto, il 24 per cento in meno dell’anno prima. Colpa del Geen Deal europeo, ha ribadito Meloni come già molte altre volte in passato, anche se sembra davvero difficile pensare che un crollo di simili dimensioni possa essere interamente da attribuire alle regole dell’Unione europea, dove altre case automobilistiche hanno fatto segnare risultati, a volte in calo, ma comunque molto migliori di quelli di Stellantis.

Banche

Il messaggio però è chiaro: il governo non c’entra, le responsabilità vanno cercate altrove. E del resto, stando a quanto detto in conferenza stampa, Palazzo Chigi avrebbe fatto da spettatore anche sulla partita delle scalate bancarie.

«La procura ha detto che nelle azioni del governo non c’è niente di illegittimo», ha voluto sottolineare Meloni ha proposito dell’inchiesta penale sulla scalata di Mps a Mediobanca. Sorvolando, però, sull’uso del golden power che è servito a bloccare l’offerta di Unicredit a Banco Bpm. Un uso così disinvolto che dopo i rilievi critici della Commissione europea,la maggioranza di governo non ha potuto fare a meno di cambiare la legge in materia.

La presidente del Consiglio ha addirittura affermato che «noi non abbiamo voce in capitolo sul terzo polo bancario». Davvero? Provate a chiedere un’opinione sul tema ad Andrea Orcel, l’amministratore delegato di Unicredit.


La tv è ferma a Garlasco


(di Marcello Veneziani) – Appena sento la parola Garlasco cambio canale. Per mesi interi la tv si è avvitata su un tema e un delitto e su tutte le sue sfumature, indizi, pieghe, chiacchiere e distinguo, come se fosse la chiave di tutti gli avvenimenti e i misteri, della vita e della morte, della giustizia e della miseria umana.

Naturalmente Garlasco è solo un esempio di cronaca diventata cronica, perché si ripete all’infinito. Lo stesso successe per anni con Avetrana o con Cogne, solo per citare un paio di precedenti geo-maniacali. La tregua di questi ultimi giorni è dovuta all’irrompere di altri tragici fatti di cronaca, come la strage di Crans-Montana. Ci sono paesi, a volte sconosciuti, che nel loro piccolo diventano capitali dell’orrore, macabre località rituali dove si ritiene che il Demonio faccia il sindaco. Ci sono poveri diavoli che vengono elevati a rappresentazione cosmica del Male, e invece sono solo dei poveracci, anche se assassini, meritevoli di carcere e di oblio. A volte compiono quaranta, cinquant’anni alcuni delitti che riaffiorano ciclicamente come se fossero tappe storiche: Emanuela Orlandi o Simonetta Cesaroni, immagini che rivediamo da quando eravamo ragazzi. Si aspettano gli anniversari di certi fatti di cronaca per riparlarne ancora e si pescano per la ricorrenza nuovi particolari per montare il solito teatrino annunciando svolte e colpi di scena nelle indagini. Ci campano programmi tv, si eccitano visibilmente alcuni conduttori o quantomeno fingono per eccitare a loro volta i loro narco-spettatori; arrivano i soliti psico-esperti, sfilano i testimoni e gli avvocati, fanno tappezzeria i guardoni a tempo indeterminato. Ma c’è gente che li vede quei polpettoni riscaldati, che ancora vede e rivede quelle ossessioni monomaniacali di cronaca, che non ha di meglio da fare, da vedere, da sentire che piccole variazioni intorno allo stesso tema? Evidentemente si, altrimenti non si farebbero. Dai, dicono i normalizzatori, succedeva pure con i cantastorie nelle piazze d’una volta, non è una novità, raccontavano sempre gli stessi delitti e la gente accorreva. Sarà. Quei programmi li vede passivamente, assiste come si assiste a una messa, un rito collettivo e consuetudinario, salvo una minoranza più accanita e morbosa; c’è chi ama la ripetizione, dà sicurezza e la sensazione di essere già informati sull’argomento; c’è familiarità con la routine criminale. Eppure ogni giorno la vita sforna nuovi mostri e nuovi delitti, freschi di sangue, ma solo pochissimi diventano saghe, cerimonie rituali, tormentoni, gli altri no, passano inosservati; ce ne sarebbero a centinaia, di cruenti e ben contorti, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta e la varietà fantasiosa delle tipologie criminali. Perché questi corsi intensivi solo su uno, due, tre casi? Cosa li rende Racconto Collettivo, pantomima nazionale, cos’hanno di più e di peggio di tanti altri efferati assassini, a volte spettacolari, con retroscena romanzeschi e intrecci ben più gustosi?

La politica annoia, e vi capisco; ma se il rimedio è Garlasco o roba simile, siete messi male, scendete perfino al di sotto del teatrino politico. Ma tuffatevi in un bel programma storico, per esempio, non dico culturale che è per pochi e neanche ce ne sono; vedete i documentari sugli animali o sui luoghi esotici, a volte persino gli insetti sono più avvincenti del solito copione di cronaca nera. Andate sui film o sullo sport. Meglio sarebbe decidere di spegnere la tv e leggere qualcosa, ascoltare, vedere altro; e quando è possibile uscire, incontrare, visitare qualcuno, ultimare quel lavoretto a lungo rinviato, fare esercizi ginnici, cucire. Giocate col cane, o col gatto. Se tutto questo vi è impossibile, almeno variate il menù, cercate la novità e non ingarlaschitevi pure voi. Altra iattura sono i programmi di cucina che ingrassano le menti senza deliziare i palati; troppi teorici di gastronomia, pochi pratici. Ci sono poi programmi all’insaputa del pubblico che fanno meno ascolti delle pecorelle degli intervalli tv di un tempo, che almeno avevano una funzione rilassante, se non lassativa. Quei programmi sarebbero da studiare per capire il segreto del loro insuccesso. Andrebbero visti per una missione umanitaria, curarsi dei programmi più sfortunati, soccorrere evangelicamente la pecorella smarrita, scappata dai vecchi intervalli…

Vedere la tv per me significa esercitare l’arte rapida dello slalom: cambio canale appena appare quel cerchio di persone intorno ai pacchi che agita le mani e vive una convulsione collettiva; o quando sento la sigla mortifera di alcuni programmi ormai insopportabili per lungodegenza; o quando appaiono quelle facce da divano per spot ripetitivi; autentici stalker del sofà, che andrebbero denunciati per molestie reiterate, come altri onnipresenti spot. Poi ci sono le facce ormai insopportabili da talk show, gli ospiti fissi, le compagnie di giro, sai già sai cosa diranno e come, le conduttrici che portano sempre lì, allo stesso punto, parli dello Yeti o del terremoto nelle Filippine e loro riconducono la colpa a Giorgia Meloni… Ormai non solo le loro labbra sono finte, anche le parole che vi escono non hanno alcuna attinenza con la realtà. Sgomma via…

La tv suscita un virtuoso esercizio di fuga, slalom e zapping continuo; l’unica salvezza è un film, a patto che non ci siano i soliti quattro ingredienti woke – migranti e neri, donne abusate e femministe, omosex e omofobi, e se film storici, i soliti cattivi, i turpi nazifascisti. Dopo alcuni tentativi di fuga, di solito mi arrendo ma non nel senso che accetto quel che passa il pessimo convento ma cambio stanza se sono in compagnia o spengo la tv; passo a leggere, a pensare, ad ascoltare, a fare altro. E sono grato alla tv perché stimola il desiderio di evaderla, aguzza l’ingegno di trovare alternative migliori; più è ripetitiva, molesta, miserabile e più suscita reazioni virtuose e perfino creative, ci rende più laboriosi, mossi dall’ardente desiderio di sfuggire al castigo televisivo. Questa è la vera funzione culturale, catartica, educativa, pedagogica della tv: a vederla ti spinge a fare altro; attiva facoltà altrimenti atrofizzate, ti fa riscoprire relazioni e mansioni altrimenti dimenticate. Naturalmente devi avere dentro di te un residuo spirito critico, una minima capacità reattiva e intellettiva, altrimenti vieni fagocitato o ipnotizzato da qualunque tele-minchiata.

Un tempo la tv era considerata il focolare domestico, oggi più semplicemente è la brace dell’istupidimento collettivo; fa pendant con la padella, che è l’i-pad, o lo smartphone, che si contende con la tv il ruolo di fabbrica per il peggioramento della specie umana. Ma anche quella, a saperla usare, sarebbe perfino preziosa…Un tempo Pasolini esortava a spegnere la tv, ma oggi se lo fai vuol dire che ti consegni definitivamente al concorrente tascabile, all’i-phone. Non suggerisco, perciò, di spegnere nulla ma di “assumere” tutto per poco e ben filtrato, selezionando il menu in una dieta bilanciata, valorizzando le alternative. Parola d’ordine: non Garlasco più.


Sul potere emancipativo delle rivoluzioni colorate


(Andrea Zhok) – Sui giornali italiani l’opposizione armata in Iran di solito viene nominata col termine “dimostranti” o “manifestanti”.

Sono gli stessi giornali che quando qualche esagitato brucia un cassonetto in Italia chiamano la Digos e l’Antiterrorismo.

Ora, per essere chiari, le proteste in Iran sono partite da una situazione interna oggettivamente difficile dovuta prima alla lunga siccità che ha creato gravi problemi di approvvigionamento idrico e poi alla crisi economica, innescata dalle sanzioni internazionali e culminata in una svalutazione monetaria pesante.

Rispetto a queste proteste il governo iraniano si è attivato non solo consentendo piena libertà di manifestazione (vogliamo ricordare come sono finite le ultime manifestazioni filopalestinesi in Inghilterra e Germania?), ma si è anche assunto la responsabilità dell’accaduto, pur essendo tale responsabilità solo parziale (e così deve fare un governo: ma non credo di aver mai sentito in Italia un governo ammettere una qualunque responsabilità per un qualunque problema; è sempre colpa del governo precedente o degli italiani scansafatiche o degli astri).

Su queste proteste inizialmente pacifiche si è innestata una frangia radicale armata (ci sono filmati di pattuglie di questi soggetti che ingaggiano le forze dell’ordine armati di AK-47), che ha messo letteralmente a ferro e fuoco alcune città del paese, devastato luoghi di culto, attaccato ospedali, bruciato automobili, ucciso numerosi membri della sicurezza interna, abbattuto statue. Simultaneamente Trump ha detto che se ci dovesse essere una repressione armata dei “manifestanti” lui si vedrà costretto ad intervenire (aspettiamoci l’ennesimo bombardamento umanitario).

Ora, che questo sia l’ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata” fomentata da USA (e Israele) per ottenere un cambio di regime è del tutto evidente. Israele ha una fortissima capacità di infiltrazione in territorio iraniano, anche in ragione della forte tolleranza confessionale esistente in Iran, dove esiste la seconda maggiore comunità ebraica del Medio Oriente, dopo Israele.

Che questo tentativo di regime change non sia fatto nell’interesse del popolo iraniano è ovvio a chiunque non sia del tutto rimbecillito.

Esiste tuttavia in Occidente una folta rappresentanza di illuminati che reputano che un rovesciamento violento del regime, sostenuto dall’esterno, sia un bene in quanto l’Iran sarebbe una teocrazia misogina ed arretrata.

Ora, sarebbe facile mostrare come le sole forme di maturazione sociale duratura e solida sono quelle che procedono per sviluppo interno, mentre quando sono prodotte da interventi esterni generano sistematicamente ibridi culturali deformi e fragili.

Ma voglio soffermarmi su un altro aspetto, che ha a che fare con il nostro atteggiamento nei confronti delle civiltà che consideriamo sotto questo o quell’aspetto “arretrate”.

Come ricordava un amico siciliano di nascita, la situazione di costume nella Sicilia del secondo dopo guerra era certamente più “arretrata” per la condizione femminile dell’odierno Iran, dove le donne hanno mediamente elevati titoli di studio e occupano posizioni di responsabilità in tutti i settori dello stato. Se giriamo lo sguardo un istante con un minimo di prospettiva storica vediamo che quando nascevo io (anni ’60) negli USA esisteva ancora l’apartheid e in Svizzera le donne non avevano ancora il diritto di voto. Le “leggi contro la sodomia” esistevano in molti stati americani fino al 2003. L’altro ieri.

Nelle narrazioni progressiste sembra sempre che la storia sia una gara di corsa in cui si deve arrivare il più presto possibile ad una predeterminata meta emancipativa.

E questa meta è predeterminata da chi si autodefinisce “avanzato” rispetto a chi lui medesimo definisce “arretrato”.

Si dimentica con indecente presunzione che quella eventuale meta, laddove si sia anche convinti della sua ottimalità, è sempre solo un prodotto di ricerca interna ad una cultura: non è qualcosa di ovvio, di dato in natura, che semplicemente aspetta di essere raggiunto ed afferrato.

La storia non è una gara di corsa a chi arriva prima al progresso. Non c’è nessun premio per chi arriva primo e non è mai facile distinguere davvero cosa sia “progresso”, se non proiettando i proprio pregiudizi.

A parte ciò, noi dimentichiamo con troppa rapidità quello che eravamo noi stessi ieri o l’altro ieri e ci slanciamo, con lo zelo del neofita, del neoconvertito, ad ammaestrare gli altri, violentandoli per il loro bene, alle nostre incerte e confuse “conquiste”.

Tanto era dovuto a quelli che di fronte ai regime change eterodiretti pensano in buona fede di assistere ad un evento emancipativo.

Poi naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente che vincano i cowboy, che rambo spazzi via i musi gialli e che le moschee siano rimpiazzate dai megastore, perché quello è il progresso. E per quelli non esiste alcun argomento.