
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Non so se riuscirò a racchiudere in queste poche parole la grandezza di Barbara Spinelli, che ieri è venuta a mancare alle sue due famiglie: quella propriamente detta e quella del Fatto. Uno dei luoghi dove nacque il nostro giornale ben prima di uscire è la casa al centro di Roma dove Barbara viveva con Tommaso Padoa-Schioppa, anche lui andato via troppo presto. Antonio Padellaro e io chiedevamo […]
Oggi che la base di Ghedi è diventata oggetto della puntata di “Presa Diretta” di domenica 4 ottobre, le cose sono però anche peggio

(Elisabetta Reguitti – ilfattoquotidiano.it) – Ne avevo scritto il 3 gennaio 2020 sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano e l’unico politico italiano a chiederne conto era stato Angelo Bonelli, che poneva a livello istituzionale e politico la questione sull’arrivo in Italia di armi a testate nucleari provenienti da altre basi. Sei anni dopo vorrei tornare alle dichiarazioni che mi aveva rilasciato l’allora sindaco di Ghedi, cittadina in provincia di Brescia che ospita oltre 10 chilometri di base militare che aderisce al “Nato Nuclear Sharing”.
Il primo cittadino era stato chiaro: “Al sindaco non è dato avere questo tipo di informazioni”. Peggio mi avevano detto – in via riservata – altri esponenti politici di ogni schieramento, ovvero che quello che succede dietro l’invalicabile recinzione custodita da filo spinato e vedette non è argomento di cui un sindaco può sapere. Tradotto: deve starne alla larga.
La base di Ghedi, a 25 chilometri da Brescia, si estende per oltre dieci chilometri quadrati. Non è una base Nato, ma in “adesione”: con un deposito di arsenale di almeno venti bombe atomiche americane con una potenza oscillante tra i cinquanta e i cento chilotoni ciascuna, date in controllo all’esercito italiano (per quanto mi risulta, le bombe atomiche le hanno sempre gestite gli americani). A Ghedi risiede il 6° Stormo, un reparto di interdizione militare che ha il compito di intercettare e distruggere i cacciabombardieri nemici in territorio nazionale. Hanno in dotazione i caccia multiruolo “Tornado” in tre varianti, sviluppati e fabbricati dalla Panavia Aircraft, multinazionale che unisce le aziende British Aereospace, MMB e Leonardo. La caratteristica che rende questi velivoli un’eccellenza tra i sistemi di aviazione bellica è la capacità di poter agganciare tutte le armi da guerra impiegabili, incluse bombe a grappolo e, ovviamente, le bombe atomiche.
Una nota stampa trasmessa sul canale ufficiale dell’Alleanza Atlantica dichiarava come i mezzi coinvolti nell’addestramento avvenuto nel 2023 avessero la funzione di trasporto delle testate nucleari, ma che lo scopo decennale del programma resta limitato alla formazione dei piloti per le operazioni di manovre aeree, senza quindi spingersi in veri test di volo con testate nucleari agganciate. Tutte notizie già riportate nel mio articolo del 2020.
Oggi che la base di Ghedi è diventata oggetto della puntata di “Presa Diretta” di domenica 4 ottobre, le cose sono però anche peggio. Soprattutto il silenzio sulla totale mancanza di trasparenza di informazioni su ciò che accade all’interno della base. Beppe Corioni del centro sociale “28 maggio” di Rovato non ha mai smesso di promuovere iniziative per sensibilizzare la cittadinanza; organizzatore di tavoli per richiamare l’attenzione a livello nazionale su Ghedi al fine che venisse messa al centro del confronto anche politico nazionale.
“È inaccettabile che l’Italia partecipi attivamente a questa simulazione senza che vi sia stato alcun dibattito parlamentare. Decisioni di tale portata politica, etica e strategica non possono essere sottratte al controllo democratico delle istituzioni e dell’opinione pubblica” incalza Corioni, riferendosi al fatto che dal 13 al 20 ottobre i Tornado del 6° stormo parteciperanno all’annuale operazione Nato “Steadfast Noon” che così come riporta il sito Quibrescia.it coinvolgerà 71 aerei di 14 diversi paesi. Saranno simulazioni delle procedure e operazioni connesse all’impiego di armi nucleari.
“Abbiamo ripetutamente chiesto alla alla Prefettura di Brescia di rendere pubblici i piani di emergenza come previsto dalla legge vigente – prosegue Corioni riportando l’attenzione sul tema della sicurezza per la cittadinanza di Ghedi; sono piani che dovrebbero essere rinnovati ogni tre anni ma la risposta del massimo organismo istituzionale bresciano – rivela – è che non esistono”.
Poi l’appello a partecipare al presidio di sabato 24 ottobre davanti alla base; iniziativa promossa dalla Rete Pace Franciacorta di concerto con diverse altre associazioni pacifiste che a differenza dei politici, non si sono mai rassegnate.
e.reguitti@ilfattoquotidiano.it

(Dott. Paolo Caruso) – Quel 7 ottobre 2023… su cui cominciano a diradarsi le fitte nebbie che lo hanno avvolto in questi tre anni, portano alla ribalta dubbi, e responsabilità da parte del governo israeliano. Fu a sorpresa o pianificato dallo stesso Netanyahu il massacro degli oltre mille Ebrei uccisi da Hamas? Da fonti dichiarate il capo di Israele, quarantotto ore prima, era stato informato telefonicamente dal presidente egiziano. E cosa ha fatto? Ha sguarnito la zona, spostando l’esercito in tutt’altra parte della Nazione. Qualche altro, servizi arabi inclusi, è sicuro che dell’attacco, Netanyahu era stato informato qualche settimana prima. Sperava nell’incidente, se non provocato almeno da lui favorito, per la sua politica espansionistica su tutto il territorio, scalzando gli autoctoni Palestinesi da Gaza. Così dinanzi al mondo poté scatenare l’altro inferno. Quello suo, senza pietà, indistintamente contro i Palestinesi, che, da quel giorno non hanno pace. Unica ideologia è la loro totale estinzione e i coloni ebrei sono pronti ad occupare la terra altrui. Bombardata Gaza, sono state tolte dignità e dimora a milioni di persone. I rastrellamenti hanno preceduto le deportazioni anche di inermi civili, come donne e bambini, quando non sono stati lasciati morire di fame o sotto le bombe. Le Flotillas parvero l’unico gesto pietoso di privati cittadini che dall’Europa hanno inteso favorire la popolazione stremata. Con qual esito? Sono stati perseguitati e umiliati dai militari israeliani e dal loro scervellato comandante e ministro di governo. Netanyahu si ritiene e agisce da messia davidico, con la missione di portare a soluzione l’identità d’Israele, quale dominatore dei popoli. Vuole attuare l’ideologia messianica e quella Terra deve appartenere esclusivamente a Israele, con gli stessi confini che furono del Regno di Davide tremila anni prima. “Dal mare mediterraneo al fiume Eufrate. L’ideologia è espressa dal simbolo della bandiera israeliana: fondo bianco con al centro la stella di David a sei punte e le due strisce azzurre. Da quando nel 1948 si costituì, Israele ha provato a cacciare i vicini che lo avevano ospitato. Da tre anni lo fanno in modo più violento perché cruento. Affamano per sradicare, e uccidono impunemente donne e bambini per tentarne la totale estinzione. Molti Paesi hanno gridato allo scandalo ma in maniera tiepida e molti altri tra cui quelli europei ipocritamente si sono girati da un’ altra parte. Papa Francesco ha preso fin dai primi giorni posizione ferma contro le violenze nella Striscia di Gaza e anche l’attuale pontefice Leone XIV, in continuo contatto con Gaza e l’eroico cardinale Pizzaballa, in prima linea, non intende abbassare la guardia. È tragico che non parlino coloro che potrebbero fermare i massacri, per ragioni di sudditanza nei confronti d’ Israele. Il Tycoon americano è con lui e non intende rinunciare agli affari che continuano a essere il punto di riferimento della sua politica. Sciacalli ! Chi in Europa intende dispiacere il Tycoon? o tantomeno Netanyahu? L’ Italia men che meno. Con Israele infatti fa affari “import & export”. Silenzio assordante da parte della Meloni e dei partiti di governo e nello stesso tempo ipocrite giustificazioni da parte dei cosiddetti riformisti del PD. A chi importa? I Palestinesi pagano lo scotto di avere accolto nel 1948 “l’Ebreo errante”, che, insediatosi nella Terra non più Santa, ringalluzzisce dettando i suoi diktat, e facendo patire agli altri le atrocità che hanno dimenticato di avere subito ad Auschwitz. È la sua “guerra santa”. Netanyahu non arretra sulla sua ideologia, sovrapponibile a quella che Hitler praticò per l’ estinzione del suo popolo. Infatti continua ad uccidere e affamare bambini con l’ idea criminale che dei Palestinesi non deve rimanere seme. Errore fatale perché si crea un solco profondo tra le nuove generazioni Palestinesi e Israeliane proiettando in un domani non tanto remoto formazioni terroristiche che perpetueranno odio e rancore non facilmente regredibili.

(Tommaso Merlo) – Altro che combattere contro Mosca, i giovani francesi combattono contro Parigi che li ha abbandonati tra ratti e latrine maleodoranti di ingiustizia sociale. La repressione ha solo scaldato gli animi e la speranza è che la protesta dilaghi in tutto l’Occidente visto che la solfa è la stessa ovunque. I governanti trovano sempre i soldi per abbassare le tasse ai ricchi e per produrre armi, ma li trovano massacrando lo stato sociale e tagliando diritti ai cittadini comuni di cui si ricordano solo in campagna elettorale per raccattare voti. Governi sempre più mediocri che vivacchiano a rimorchio di mercati e lobby della guerra mentre la qualità della vita precipita. Un andazzo che dura da anni, una festa elitaria rovinata dalla crisi energetica frutto delle due guerre che l’Occidente sta contemporaneamente perdendo in Ucraina ed Iran. La novità non sono certo le sconfitte militari di cui politicamente non risponde mai nessuno, sono le conseguenze economiche che colpiscono direttamente i cittadini occidentali e che stanno alimentando proteste ovunque. Le élite occidentali sognavano di marciare impettite davanti al Cremlino e di servirsi a piacere di gas e petrolio nella steppa e sognavano di danzare satolle con gli sceriffi del Golfo ed invece si ritrovano all’asciutto e coi loro cittadini impoveriti e imbestialiti per una crisi gravissima e senza neanche un motivo se non i deliri guerrafondai di qualche lobby senza volto né cuore. Il bello delle rivolte in Francia è che sono ragazzi giovanissimi, esponenti della nuova variopinta società civile che invece di dividersi si unisce e non per combattere contro qualcuno ma a favore di qualcosa, a favore di diritti e valori che riguardano tutti indistintamente. Piazze in cui non prevalgono odio e paura come quelle di estrema destra, ma sana indignazione e ansia di cambiamento. Ragazzi scesi per strada supportati da genitori ed inseganti e altre vittime dello stesso delirante sistema che ha depredato casse statali già malconce per produrre armamenti e fatto schizzare i prezzi alle stelle. Risorse pubbliche che dal cittadino sono finite nelle tasche delle élite politiche e finanziarie e dell’immenso indotto della morte e della distruzione che ha messo nel mirino l’ennesimo nemico immaginario. Non una crisi temporanea ma di sistema con servizi pubblici in sfacelo, carovita, salari bassi e politicanti sempre più mediocri che delirano di terza guerra mondiale tra le macerie sociali. In Francia come in tutto l’Occidente. Un vero e proprio sistema incentrato sul mercato e quindi sulla legge del più forte e sull’ ingiustizia sociale con immense risorse che finiscono nelle tasche di élite oligarchiche sempre più ristrette mentre per i comuni cittadini i diritti sono sempre più scarsi e a pagamento. Se hai soldi per pagarti scuole ed ospedali privati non hai nessun problema né in Francia né altrove, se non ne hai ti devi invece accontentare perchè le élite hanno cose più importanti a cui pensare tipo allungare le loro carriere e servire chi comanda davvero dietro le quinte. Un sistema per cui l’educazione è marginale perché meno i cittadini sanno, meno pretendono e più sono manipolabili. Un sistema in cui la sanità o la povertà sono marginali perché più cittadini hanno cose più importanti a cui pensare tipo sopravvivere, più le élite si godono serenamente l’alta società. Ma senza mai superare il limite come invece sta accedendo per le ripercussioni economiche delle sconfitte strategiche in Ucraina ed Iran. L’indice di gradimento di Macron è crollato ma in tutto l’Occidente imperversano leader detestati dalle maggioranze popolari e dilaga disaffezione o voto di protesta. Non un problema politico, ma democratico. Una crisi di sistema con popoli che non si sentono più rappresentati da una politica sempre più ridotta a marketing elettorale e carrierismo. I popoli vogliono una politica sensibile e genuina che si occupi dei loro problemi concreti e che accresca diritti e qualità della vita per tutti invece di peggiorarli in nome di una crescita sempre più iniqua e fine a se stessa. I popoli vogliono la pace e non l’autodistruzione bellica ed ambientale, vogliono una politica all’altezza delle loro nuove consapevolezze e che persegua uno sviluppo intelligente. Le rivolte in Francia sono un sintomo di un male profondo e la speranza è che dilaghino in tutto l’Occidente in modo da rivoluzionare un sistema politico ed economico fallimentare fin che siamo in tempo.
La Procura di Napoli sta facendo luce su «un’ipotesi di corruzione tra privati tra il gruppo guidato da Fabio Domenico Vaccarono e dall’ad Francesco Durante, e i vertici editoriali e giornalistici di quasi tutte le principali testate nazionali».

(fnsi.it) – Indagine della Procura di Napoli su alcuni dei principali gruppi editoriali italiani nell’ambito dell’inchiesta su Fabio Domenico Vaccarono, presidente del gruppo UniPegaso-Multiversity.
L’elenco dei gruppi editoriali, delle testate e delle relative concessionarie di pubblicità citato nel decreto di perquisizione, come riporta il Fatto Quotidiano sul suo sito web mercoledì 7 ottobre 2026, «è lunghissimo e comprende praticamente la maggiori società dell’informazione in edicola e sul web: Gedi (Repubblica, La Stampa), Rcs (Corriere della Sera), Editoriale Domani (Domani), Ciao people (Fanpage.it), l’agenzia Italpress, Il Foglio, Piemme spa in qualità di concessionari pubblicitari delle testate edite dal gruppo Caltagirone (Il Mattino, il Messaggero, il Gazzettino e Leggo), la società editrice di Libero del gruppo Angelucci e de ‘Il Sole 24Ore’, CityNews quale società editrice della rete di testate locali comprendente “Napoli Today”, Seif, società editrice de ‘Il Fatto quotidiano’ e la sua concessionaria di pubblicità Sport Network». Tra gli indagati risultano esserci, «oltre a una serie di amministratori, anche alcuni direttori di testata: Mario Orfeo, in qualità di direttore di Repubblica fino a luglio scorso; Francesco Cancellato, direttore di Fanpage; Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa, Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio».
Vaccarono è accusato, come riporta il Fatto Quotidiano, «di aver fatto pressioni, tramite Luigi Bisignani, sulla ministra dell’Università Anna Maria Bernini per prorogare la disciplina “eccezionale” che regolamentava gli esami a distanza». L’articolo specifica che la Procura di Napoli indaga anche su «un’ipotesi di corruzione tra privati tra il gruppo UniPegaso-Multiversity guidato da Vaccarono e dall’ad Francesco Durante, e i vertici editoriali e giornalistici di quasi tutte le principali testate nazionali, tra cui la nostra: l’ad di Seif Cinzia Monteverdi e il direttore de ilfattoquotidiano.it e condirettore de Il Fatto Peter Gomez sono indagati per concorso in corruzione tra privati. Nelle scorse ore sono partite le notifiche degli avvisi di garanzia: in totale 22 gli indagati. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, Vaccarono, Durante, Andrea Ferrante e Gianpiero Mazza in qualità di referenti apicali del fondo Cvc Italia proprietario del gruppo, Gianluca Comin e Gianluca Giansante, in qualità rispettivamente di presidente e socio operativo della ‘Comin Partners’, e Andrea Buonomo, in Pegaso già durante la gestione di Iervolino e poi cooptato da Vaccarono nella nuova gestione, avrebbero formato un’associazione a delinquere con lo scopo di commettere “una serie indeterminata di corruzioni tra privati, di istigazioni alla corruzione e, ove necessario, di estorsione”, per avere in cambio, in sostanza, articoli che non ledessero l’immagine del gruppo».
Come riporta l’articolo firmato da Vincenzo Iurrillo «i vertici di Multiversity-UniPegaso sarebbero riusciti ad ottenere buona stampa, si legge nell’avviso firmato dagli aggiunti Sergio Ferrigno e Sergio Amato e dai pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesca Paola Colonna Romano attraverso “una rete di rapporti con gruppi editoriali, concessionarie pubblicitarie, direttori di testate e agenzie di stampa” costruita nel tempo. Sarebbe stata utilizzata la leva della “promessa, erogazione, riattivazione e incremento di investimenti pubblicitari”, tramite la quale “condizionare, silenziare, attenuare, ritardare la pubblicazione di notizie riguardanti le indagini in relazione all’Università Telematica Pegaso e al gruppo Multiversity in modo da ridurne l’impatto economico e reputazionale”».
Figlia del padre fondatore dell’Ue Altiero Spinelli, dal 2016 collaborava con Il Fatto Quotidiano. M5s: “Ha tenuto alti i valori della pace, della giustizia sociale e dell’integrazione europea”. Pd: “Oggi è un giorno triste”. Europa Verde: “Oggi perdiamo un’intellettuale libera”. Cordoglio di Metsola

(ilfattoquotidiano.it) – È morta a Roma la giornalista, da anni collaboratrice de il Fatto quotidiano, e politica Barbara Spinelli. Aveva 80 anni. A darne notizia è stata la famiglia con una nota rivolta a chi le è stato a fianco negli ultimi giorni: “Un sentito ringraziamento”, si legge, “al professor Cortesi, al suo staff e a tutto il personale della clinica Villa del Rosario per le amorevoli cure e la grande serietà. La famiglia ringrazia tutti quelli che l’hanno amata e stimata”. I funerali si terranno in forma strettamente privata.
Nata nel 1946 a Roma, era figlia di Altiero Spinelli, padre fondatore dell’Unione europea, e di Ursula Hirschmann, politica antifascista tedesca anche lei sostenitrice del federalismo europeo. Ha iniziato la carriera da cronista nella redazione del Globo, per poi passare a La Repubblica nei giorni della sua fondazione. A metà degli anni ’80 si è trasferita a Parigi ed è diventata corrispondente per il Corriere della Sera e poi per La Stampa. Dopo un altro passaggio a La Repubblica, nel 2016 è arrivata al Fatto Quotidiano come collaboratrice.
L’ultimo articolo per il nostro giornale è del 10 marzo scorso, dal titolo “Pure questa guerra si poteva evitare”, sul conflitto tra Usa e Iran. Negli anni ha scritto analisi sulla guerra in Ucraina, critiche sull’atlantismo europeo, sulla complicità internazionale (compresa l’Italia) di fronte allo “sterminio di Israele a Gaza”. Nel 2025, quando Giorgia Meloni ha letto in Aula il Manifesto di Ventotene (tra i cui autori c’è Altiero Spinelli) dicendo “questa non è la mia Europa”, Spinelli ha provocatoriamente ringraziato la presidente del Consiglio perché con la sua citazione “in molti lo hanno scoperto”. Tante le sue riflessioni anche sulla politica, su quello che chiamava “il populismo delle élité” e i progetti di riforma della destra contro la Costituzione.
Al lavoro nelle redazioni ha affiancato l’impegno politico, sempre ispirato all’antifascismo e al pacifismo. Nel 2014, in occasione delle elezioni Europee, è stata tra i promotori principali della coalizione L’Altra Europa con Tsipras, con l’obiettivo di portare l’ex primo ministro greco Alexīs Tsipras alla presidenza della Commissione europea. È stata la prima degli eletti nella circoscrizione Italia centrale e in quella meridionale. Circa un anno dopo, l’11 maggio 2015 ha abbandonato la formazione politica, definendola “un progetto fallito”, rimanendo nelle istituzioni europee come membro indipendente.
Tra i primi a ricordare l’ex eurodeputata sono stati gli esponenti del M5s a Bruxelles: “Per noi”, si legge, “è stata una amica e una collega che in moltissime occasioni, prima da parlamentare europea e poi da editorialista e intellettuale, ci ha guidato e consigliato. Con la sua voce, spesso critica e sempre riconoscibile, Barbara Spinelli ha mantenuto alta l’attenzione ai valori della pace, della giustizia sociale e dell’integrazione europea. Barbara ci mancherà tantissimo“, chiudono. Poco dopo ha parlato anche il leader M5s Giuseppe Conte: “Apprendo con dolore la notizia. Spinelli si è prodigata con grande passione alla causa europeista e della giustizia sociale, senza trascurare mai i valori della pace e dei diritti”. Gli eurodeputati dem in una nota hanno ricordato che Spinelli “lascia un vuoto nel mondo della cultura, dell’informazione e della politica europea“: “Oggi è un giorno triste”, hanno dichiarato”. Per Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, “oggi perdiamo una grande giornalista, un’intellettuale libera e rigorosa e una voce autorevole dell’Europa della pace e dei diritti”.
Per le istituzioni ha espresso il suo cordoglio la presidente del Parlamento Ue Roberta Metsola: “Sulle orme del padre Altiero Spinelli”, ha scritto in italiano su X, “ha dedicato il suo percorso alla riflessione sul futuro del progetto europeo. Le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia e a tutti coloro che ne hanno conosciuto e apprezzato il lavoro e l’impegno”.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – È impossibile tradurre in qualunque lingua diversa dall’italiano quel che è appena successo ai vertici del nostro calcio, dove il presidente Giovanni Malagò è stato sostituito dal commissario Giovanni Malagò, il quale avrà il gravoso compito di indire al più presto l’elezione del nuovo presidente Giovanni Malagò. Il passaggio di consegne tra il Malagò passato-futuro e quello presente (avvenuto, immagino, nel Salone degli Specchi) dev’essere stato rapidissimo. Il tempo di una stretta di mano: la sinistra di Malagò avrà preso la destra di Malagò e insieme si saranno unite in un bell’applauso al genio italico.
Quando vuoi far fuori qualcuno, in Italia ti appigli al primo cavillo che passa. Ma poiché da noi i cavilli trottano sempre in coppia, se ne trova sempre un secondo in grado di bloccarne la corsa. In estrema sintesi: i nemici di Malagò, alcuni dei quali erano suoi amici, hanno agitato un vizietto di forma per invalidarne la nomina a presidente. Poi, preoccupati per le conseguenze e le possibili ritorsioni, si sono inventati una contromossa affinché tutto rimanesse com’era. D’altronde siamo la patria di Machiavelli e di Conte, che è riuscito a fare il premier con la Lega e subito dopo con il Pd senza toccare terra tra un’acrobazia e l’altra. Il Malagò uno e trino risponde persino a una logica di buon senso. All’italiana, s’intende. Aveva ragione Flaiano: in questo Paese la linea più breve tra due punti rimane l’arabesco.
Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni

(ANNA FOA – lastampa.it) – Tre anni dal 7 ottobre, la data che ha segnato una cesura radicale nella storia del conflitto israelo-palestinese e che ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza, alla quasi totale distruzione della Striscia, all’aggressione crescente di esercito e coloni in Cisgiordania, volta a sbarazzarsi cacciandoli dei suoi abitanti palestinesi. Cosa è oggi Israele, come è oggi il Paese che celebra questo ricordo?
Diciamo, a scanso di equivoci, che l’attentato terroristico del 7 ottobre è stato subito – e così doveva essere – condannato universalmente, tranne che da frange marginali di estremisti, non ha trovato giustificazioni né sostegno.
È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita proprio per scatenare la peggiore reazione degli israeliani, e non un, in qualche modo legittimo, atto di resistenza alla realtà dell’occupazione e dell’oppressione esercitata sui palestinesi da Israele.
Ma ben presto la solidarietà e la simpatia verso Israele, vittima del 7 ottobre, si è trasformata in una critica sempre più dura alla sua reazione contro Gaza, fino a diventare aperta ostilità man mano che cresceva a Gaza il numero dei morti sotto le macerie provocate da Israele. Le modalità di questa guerra asimmetrica ben si colgono nelle testimonianze dei soldati e degli ufficiali del film Naza.
Così come si coglie lo stato d’animo di chi organizza e mette in atto il massacro di civili innocenti, i “danni collaterali”: senso di essere nel giusto, di stare vendicando le vittime del 7 ottobre, di uccidere esseri inferiori. L’idea che l’unica legge sia quella del più forte, che Israele sia un’eccezione per cui non vale la legge internazionale, né quella della morale universale. Ma anche rimorso, risveglio doloroso dopo l’ubriacatura di sangue.
Per il governo israeliano, il peggiore in assoluto della sua storia, comunque sia andata la questione degli avvertimenti ricevuti, quello che è successo in questi tre anni è stato volto a impedire la nascita dello Stato palestinese, a creare la grande Israele voluta da Dio, a cambiare lo scacchiere mediorientale a suo favore. Per l’esercito, sotto la guida dei peggiori comandanti della sua storia, è stato realizzare la vendetta dei morti assassinati del 7 ottobre. E Hamas? Scompare quasi nell’identificazione con tutti i palestinesi, nella formula che “non ci sono innocenti a Gaza”.
Oggi coloro che hanno consentito, consapevolmente o meno, il 7 ottobre sono sui palchi delle commemorazioni a esaltare Israele e la sua guerra. Haaretz ce li descrive, tutti vicini, premier e ministri, compresa Sara Netanyahu, tutti colpevoli. Tra chi li ascolta si levano voci discordi, il padre di un ragazzo assassinato il 7 ottobre che accusa Bibi, il distacco dei famigliari degli ostaggi, che faranno una commemorazione da soli, senza il governo. L’isolamento del mondo, il boicottaggio, l’affiorare nella diaspora dell’antisemitismo. Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi, sulla volontà di estendere le guerre sempre di più.
E fra venti giorni questa Israele distrutta dal dolore, dalla paura e dalla colpa voterà. Ritroverà il lume della ragione, seguendo le strade più razionali della politica? È un Paese, come lo è – e lo era – Gaza, dove ci sono innocenti. Hanno il coraggio di opporsi, di gridare “Non in mio nome”, di essere protettive presenze contro coloni ed esercito in Cisgiordania, senza armi. Piangono anche loro i morti del 7 ottobre, e ne ricordano la terribile violenza, anche se il governo li considera sostenitori di Hamas.
E noi? Riusciremo a far sì che l’orrore del 7 ottobre non offuschi o addirittura cancelli quello, tanto più vasto, di Gaza? Lo ha detto bene David Grossman qualche mese fa in un’intervista, quando ha fatto sua l’etichetta di “genocidio”. È stato attaccato in Israele e i suoi libri sono stati dati alle fiamme. Eppure, sappiamo che è l’unica strada percorribile, che l’ingiustizia non cancella l’ingiustizia ma la moltiplica, che la vendetta è inutile e porta solo colpa e altre vendette. Ecco, sono passati tre anni.
Il trattato del 1990, con la preclusione alla spinta a Est nell’ex blocco sovietico, è all’origine della conflittualità che si è sviluppata nei decenni successivi, fino alla guerra in Ucraina

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel mio nuovo libro, affronto le principali questioni relative all’espansione della Nato verso la Russia, coniugando la storia e la sociologia.
I primi due capitoli sono dedicati a Gorbaciov ; il terzo e il quarto sono a Eltsin; il quinto e il sesto a Putin. Ogni capitolo espone i fatti, affronta i nodi storiografici e presenta una tesi. La tesi che espongo nei primi due capitoli è che il punto di origine dei contrasti tra Mosca e la Nato, culminati in Ucraina il 24 febbraio 2022, risieda nella contraddizione tra il verbale allegato al Trattato sullo stato finale della Germania e l’articolo 5, paragrafo 3.
Ponendo gli articoli del Trattato “in dialogo” tra loro, mostro che il testo firmato a Mosca il 12 settembre 1990 spingeva la Nato in due direzioni opposte: una spinta a est, verso la Russia, rappresentata dal verbale allegato, e una controspinta a ovest, lontano dalla Russia, rappresentata dall’articolo 5. Questa contraddizione nel Trattato era tenuta sotto controllo dalla struttura bipolare della Guerra Fredda, ma poi è stata “liberata” dalla dissoluzione dell’Urss e dal passaggio a un mondo unipolare.
Scomparso il blocco sovietico, la Nato mise da parte le preoccupazioni per gli interessi di sicurezza del Cremlino, che aveva ostentato durante le trattative per la riunificazione della Germania, ponendo le condizioni necessarie, ancorché insufficienti, per lo scoppio di una guerra sul territorio europeo tra i successori dei difensori dell’articolo 5 e i successori dei sostenitori del verbale allegato. Non attribuisco una contraddizione letterale al Trattato sullo stato finale della Germania, bensì una contraddizione geopolitica che emerge dalla lettura congiunta delle sue disposizioni. Individuo un preciso punto di origine documentale e una specifica contraddizione interna al quadro giuridico concordato dai sovietici e dagli occidentali nel Trattato sullo stato finale della Germania.
Il compromesso raggiunto nella sera dell’11 settembre 1990 tra Genscher e Shevardnadze per superare la crisi diplomatica che impediva agli occidentali di firmare il Trattato non fu semplicemente ambiguo; fu costruito su due “concessioni” strategiche in conflitto tra loro. La prima concessione, favorevole alla delegazione sovietica, fu inclusa nell’articolo 5, con l’intenzione di precludere alla Nato l’opzione di espandersi a est. La seconda concessione, favorevole alla delegazione americana, fu inclusa nel verbale allegato, con l’intenzione di neutralizzare ogni preclusione legale all’espansione della Nato, nel caso in cui la Casa Bianca avesse deciso di allargare l’Alleanza Atlantica in Europa dell’Est.
[…]
Non sostengo che il Trattato sullo stato finale della Germania del 1990 sia la causa della guerra in Ucraina del 2022. Sostengo una tesi circoscritta: che lì si trovi l’origine di una dinamica conflittuale successivamente sviluppatasi. Non affermo che il Trattato è stato interpretato male dai contendenti, ma che il Trattato stesso conteneva due volontà politiche nemiche e inconciliabili. Il primo e il secondo capitolo affrontano anche la questione della promessa a Gorbaciov sulla non espansione della Nato a est: un tema strettamente connesso alla questione del verbale allegato.
La mia tesi è che Gorbaciov ricevette la chiara promessa che la Nato non si sarebbe espansa nei Paesi dell’Europa dell’Est. Per dimostrarlo, ricorro a due vie.
La prima è la via storica: compulsando i documenti desecretati dai governi coinvolti nelle trattative, mostro che la promessa riguardò non soltanto la Germania Est, ma tutta l’Europa dell’Est. Come mostro nel primo capitolo, Genscher, vicecancelliere e ministro degli Esteri della Germania Ovest, parlando con James Baker, il 2 febbraio 1990, e poi con Douglas Hurd, ministro degli Esteri britannico, il 6 febbraio 1990, precisò che le sue rassicurazioni diplomatiche sulla non espansione della Nato riguardavano tutti i Paesi dell’Europa dell’Est e non soltanto il territorio della Germania Est.
La seconda è la via sociologica: usando il concetto di “logica diplomatica”, mostro che era logico che la promessa a Gorbaciov riguardasse tutta l’Europa dell’Est. Definisco la logica diplomatica come l’insieme delle regole informali, delle aspettative, dei criteri di comportamento e dei presupposti strategici attraverso cui gli Stati interpretano gli interessi, le minacce, gli obblighi e i margini di azione nelle trattative internazionali in una determinata fase storica. Concepisco il linguaggio diplomatico come un comportamento osservabile che permette di inferire qualcosa sulla logica sottostante.
Nella mia impostazione, la logica diplomatica definisce:
1. i comportamenti verbali considerati “normali”;
2. gli interessi ritenuti prioritari;
3. le linee rosse dei governi;
4. le minacce percepite come gravi o esistenziali;
5. gli strumenti diplomatici ritenuti legittimi;
6. i compromessi considerati accettabili;
7. le dichiarazioni interpretate come segnali di amicizia o ostilità;
8. le alleanze considerate plausibili;
9. i rapporti di forza ritenuti insuperabili;
10. il calcolo costi/benefici associati alle dichiarazioni diplomatiche.
[…]
Ricorrendo a Durkheim, affermo che la logica diplomatica è un “fatto sociale”, vale a dire l’insieme dei modi di pensare, di agire e di sentire, esterni e coercitivi, diffusi nella comunità diplomatica internazionale. Collocando le rassicurazioni a Gorbaciov nella logica diplomatica del febbraio 1990, rendo evidente che non era un fatto logicamente “normale” assicurare al Cremlino che la Nato si sentiva libera di espandersi ovunque in Europa dell’Est, fatta eccezione per la sola Germania Est. Le relazioni internazionali tra l’Occidente e l’Unione Sovietica nel febbraio-maggio 1990 rendevano una rassicurazione così limitata “non-logica”. Chiarisco la mia tesi sulla promessa a Gorbaciov ricorrendo a un’ipotesi di scuola in chiave controfattuale basata sulla teoria delle azioni non-logiche di Vilfredo Pareto. Nel primo e nel secondo capitolo, usando soprattutto i verbali degli incontri diplomatici desecretati, mostro che, nei mesi delle trattative per la riunificazione della Germania, la possibilità che i Paesi dell’Europa dell’Est aderissero alla Nato fu oggetto di tensioni. Gorbaciov ha sostenuto che la questione non fu toccata da nessuno. In realtà, egli fu il primo a occuparsene, manifestando la sua preoccupazione alla controparte occidentale, ad esempio, nel suo incontro con Mitterrand del 25 maggio 1990 al Cremlino. Il primo e il secondo capitolo trattano dieci questioni principali sotto Gorbaciov; il terzo e il quarto affrontano otto questioni fondamentali sotto Eltsin; il quinto e il sesto si occupano di 14 questioni decisive sotto Putin. Nelle conclusioni, tocco quattro temi: 1) il Memorandum di Budapest del 1994 e le cause che hanno reso quel trattato obsoleto; 2) le promesse degli Stati nelle relazioni internazionali; 3) il senso di responsabilità dell’Unione europea nella decisione di espandere la Nato verso la Russia, con riferimento alla teoria del leader politico di Max Weber; 4) la capacità della Nato e dell’Ucraina di perseguire i propri fini con l’allargamento a est.
Da Poggiolini ad Armao, antologia di trent’anni e più di “soprassoldo” da inguattare

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] “Peggio di un politico sconfitto c’è solo un politico al verde”. La fantasia al potere giunse con questo epigramma per merito di Paul Taylor Powell, deputato democratico dell’Illinois, che conobbe negli anni 60 una stagione politica di alto livello, fu anche speaker della Camera, e conquistò una notorietà mondiale per l’attività di deposito e catalogazione delle tangenti. Le custodiva in scatole di scarpe e documentava il pragmatismo, l’efficienza del tangentista non perditempo.
[…]
Soluzioni perfette ma non fantastiche. L’eccellenza nella virtù del nascondimento la dobbiamo a Duilio Poggiolini, il satrapo della sanità italiana, rapace accentratore di ogni forma tangentizia. Elevò il pouf, quel sedile molle, quella presenza avvolgente in salotto come il contenitore prediletto per ospitare cct, titoli di Stato, tesori di varia natura. I finanzieri, giunti in casa del potente direttore del ministero della Sanità al tempo di Tangentopoli, scucirono, nel senso proprio del termine, questa poltrona mobile, imbottita di ogni forma di provvidenza terrena.
Il soldo, il soprassoldo, la tangente in oro o in banconote, o anche il monile. Il gioiello, l’orologio. Le forme della corruzione, quelle più veniali e le altre più interessanti e curiose (l’immobile di pregio in comodato d’uso, lo yacht, il giro lungo con le escort o al ristorante di grido per un’abbuffata senza fine) sono il principio e il destino del cosiddetto magna magna.
La cronaca di queste ore ci fa sapere che l’ex vicepresidente della Regione Siciliana e assessore all’economia, marito di Giusi Bartolozzi, fino a poco tempo zarina del ministero di Giustizia, conservava il soprassoldo in un orologio a pendolo. Così dicono le microspie degli inquirenti. Il pendolo, un po’ di qua e un po’ di là (Armao fu candidato a governatore della Sicilia da Calenda e Renzi, quando i due erano politicamente fifty fifty).
Riteniamo però che in questa speciale classifica della tangente nascosta meriti una citazione il sindaco di Sorrento Massimo Coppola che ripose ben 15mila euro nel panettone natalizio.
[…]
E la strenna, composta e riposta appassionatamente al fianco dei torroncini e delle altre leccornie natalizie, rappresenta la felicità dei percettori (una trentina) dei bonus che partivano dagli appaltatori dei grandi lavori per la linea ferroviaria ad alta capacità Napoli-Bari. Un precursore di tangentopoli, il geometra Adriano Zampini, preferiva distribuirli in scatole di cioccolatini. Dobbiamo alla felice intuizione di Lidia Pagani, compagna di Fabio Risi, al tempo consigliere regionale leghista in Lombardia, se le banconote finirono nel congelatore, accanto al pesce spada e alla fracosta di vitello. Gli inquirenti lasciarono il bottino al sole prima di iniziare la conta.
Ci vuole talento nei piani di accumulo così come in quelli di distruzione. Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità e capofila dei politici di Tangentopoli, bollì in un pentolone tutti i documenti che illustravano il cammino delle tangenti. Mario Chiesa, il papà di Mani pulite, propose la tangente subacquea: plastica impermeabile intorno alla mazzetta e poi lo sciacquone a vista del bagno.
Nulla di sporco, intendiamoci.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Nello scintillio dei bitcoin, delle stock option, dei bond, dei Ceo, dei cento altri anglismi della nuova economia, la parola salario suona antica e quasi anacronistica. Viene dal latino salarium, in origine indicava la somma che si dava ai soldati per comperare il sale (allora prezioso), poi per esteso la paga in genere. Appare, ultimamente, in quasi ogni dibattito politico e nei titoli di giornale, e fa l’effetto di una permanenza otto-novecentesca che stride con il linguaggio dinamico e smart della nuova economia e delle nuove tecnologie.
Eppure nel mondo i salariati sono quasi tre miliardi, e in Italia diciannove milioni: la massa sterminata di lavoratori dipendenti la cui salute sociale dipende soprattutto da una busta paga. Di vario calibro e di difforme fortuna, i salariati sono saldamente nostri contemporanei.
La sensazione è che per parecchi anni se ne sia parlato abbastanza poco, di salari e salariati, e forse è per questo che tornare a parlarne con frequenza dà quasi l’idea di una ingombrante intrusione di un passato che non passa: e invece è una irruzione del presente. Di un presente messo da parte, omesso, che reclama la sua centralità non sulla base di un’ideologia, ma della realtà materiale.
Le tasse, i salari, i prezzi dei prodotti, il costo della vita, il potere d’acquisto, il rapporto capitale/lavoro, i modi e i luoghi della contrattazione: alla fine la politica sta tornando a parlarne come se quella fosse la sua lingua madre dimenticata. Non è una categoria otto-novecentesca, il salario. È ancora la misura principale (oggi gravemente sottodimensionata) del lavoro umano. Augurando a se stesso che i robot non sviluppino coscienza sindacale (chissà…), il capitale deve continuare a fare i conti, in tutti i sensi, con gli esseri umani.
La nuova riforma nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà. E dalla frustrazione

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Non è un voto, è un’ordalia. Un giudizio di Dio sul bene e sul male, che si proietta sul destino della legislatura, sulla futura carriera della premier, infine (e forse soprattutto) sulla pensione dei parlamentari. Sfumerebbe, se giovedì la Camera rifiutasse di timbrare la sesta legge elettorale degli ultimi trent’anni. Giacché a quel punto il finale è già stato scritto, anzi minacciato: dimissioni, crisi di governo, scioglimento anticipato delle assemblee legislative.
Ecco, c’è anzitutto un vizio di metodo in questa vicenda normativa. C’è un esercizio muscolare, c’è una forzatura, c’è un sopruso. Non solo verso l’opposizione, le cui ragioni sono rimaste inascoltate, mentre le regole del gioco andrebbero viceversa scritte di concerto fra tutti i giocatori. Anche nei confronti della stessa maggioranza, prima bacchettata («vigliacchetti e irresponsabili», quando a luglio venne respinto l’emendamento sulle preferenze), poi blindata con i voti di fiducia (che si esprimono a scrutinio palese, quindi chi sgarra va dietro la lavagna). «Sta’ attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. In questo caso il governo Meloni l’ha chiesta per tre volte.
Insomma, una marcia a passo dell’oca, che tuttavia si veste d’amorosi sensi. «Mi ami, mi vuoi bene?» domanda il governo alle sue truppe cammellate. «Dimmelo di nuovo, dimmelo una volta, due, tre». Ma questa richiesta deriva da un moto di sfiducia verso la stessa maggioranza, altrimenti non avrebbe senso.
Difatti la questione di fiducia è un espediente tecnico per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, di cui stavolta non c’è traccia. Oppure serve per serrare i ranghi d’una maggioranza risicata, mentre il gabinetto Meloni ha numeri larghi in Parlamento. Eppure esordì alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia nei suoi primi 18 mesi — un record. Evidentemente questo governo s’affida alla fiducia perché non ha uomini fidati.
Dopo di che il (cattivo) metodo si riflette anche sul merito della nuova legge elettorale. Perché anzitutto mette un bavaglio a noi elettori, ci impedisce d’esprimere una scelta consapevole. Restano, e anzi si moltiplicano, i listini bloccati. Restano le pluricandidature (cinque). E in molti casi non è possibile nemmeno conoscere in anticipo i nomi degli eleggibili, giacché i candidati in posizioni inferiori nel listino — che in teoria verrebbero selezionati con le preferenze — entreranno in Parlamento sulla base di calcoli complessi, legati ai resti e alle percentuali finali dei partiti.
Se c’entreranno, dato che soltanto i partiti maggiori potranno eleggere candidati oltre al capolista. Quanti? Bene che vada, il 10 per cento della rappresentanza. Mentre il Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — pur con tutti i suoi difetti assegna il 37 per cento dei seggi nei collegi uninominali, dove l’elettore sceglie una persona, oltre al simbolo d’un partito. Un arretramento, ma del resto al peggio non c’è fine.
In secondo luogo, si profila uno sbarramento — anzi, una montagna da scalare — per le forze politiche che intendano affacciarsi per la prima volta in Parlamento. E questo è forse il punto di più evidente incostituzionalità della nuova disciplina. Che moltiplica per quattro le sottoscrizioni necessarie a presentare la lista: da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio.
Significa, su base nazionale, l’obbligo di raccogliere 450mila firme. E oltretutto senza la sottoscrizione online, ammessa invece per i referendum. Da qui un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che vieta le discriminazioni irragionevoli. Nonché con l’articolo 49, che attribuisce a tutti i cittadini il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.
C’è allora, in vista, già il secondo tempo di questa partita. Si giocherà davanti alla Consulta, mentre intanto si preparano i ricorsi, le carte bollate. Su vari fronti, non solo rispetto alle sottoscrizioni. È legittimo un premio di maggioranza che trasforma il 42 per cento dei consensi nel 55 per cento dei seggi?
Qual è la soglia oltre la quale in nome della governabilità si strangola il valore della rappresentanza? Ed è legittimo assegnare il premio su scala nazionale anche al Senato, che andrebbe viceversa eletto — dichiara l’articolo 57 della Costituzione — «a base regionale»? È infine legittima l’indicazione preventiva e obbligatoria del futuro premier da parte di ciascuna coalizione? O invece non lede — sia pure con una formuletta ipocrita — le prerogative del capo dello Stato?
Sì, l’ipocrisia. Non sarà incostituzionale, però è immorale. Difatti lo sappiamo tutti: la nuova legge elettorale nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà sulla scelta del leader e abrogando i collegi uninominali, dove la volta scorsa il centrodestra vinse a mani basse, ma solo perché dall’altro lato i partiti si presentarono divisi. E nasce dalla frustrazione per il naufragio del premierato, «la madre di tutte le riforme». Sicché entra in scena la zia: un premierato in maschera, con l’abito della legge elettorale.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Siccome la “guerra ibrida” esige qualche straccio di prova (per ora mai visto) per dichiarare la terza guerra mondiale, il nuovo ordine di scuderia è chiamarla “guerra ombra”. Che, essendo ombra, non si vede e non richiede neppure la fatica di dimostrarla. Rutte, il portaombrelli di Trump fresco di premio Pace di Vestfalia dalle mani di Merz, spiega come fare in caso di incidenti di matrice ignota: “Avete sentito il Comandante supremo alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’, come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo”. Tipo quando i lituani lanciarono l’allarme droni russi, i caccia Nato si alzarono per abbatterli, poi si scoprì che erano uccelli. O quando Zelensky disse che due missili caduti in Polonia erano russi e invocò l’articolo 5 Nato, cioè la guerra mondiale, peccato che fossero ucraini. O quando il polacco Tusk accusò i droni russi di aver distrutto il tetto di una casa a Lublino, ma era stato un missile polacco. Uno si alza, grida “al russo al russo”, la notizia diventa “quasi sicura”, si dichiara guerra a Putin e poi, se qualcuno sopravvive, scopre che non era vero niente.
[…]
Ogni giorno questi pazzi criminali ci mettono alla prova, per vedere fin dove arriva la nostra creduloneria e può spingersi la loro propaganda. Ora è la vecchina ucraina che “disattiva un drone russo a mani nude” (forse parente di quella che nel 2022 abbatté un drone russo lanciando un barattolo di cetrioli o di pomodori dal balcone). Ora è il copilota jihadista dell’aereo FlyDubai che accoltella il comandante, ma viene prontamente ammanettato coi cavi degli auricolari (di acciaio inox o filo spinato, si presume) di un eroico passeggero. Ora sono i russi che in Ucraina combattono con le pale del 1869, le dita al posto delle baionette e gli homeless jacuti ubriachi a dorso di mulo, però ora invadono l’Europa almeno fino a Lisbona. E poi c’è Putin, che è contemporaneamente astutissimo perché trucca tutte le elezioni dell’orbe terracqueo vinte dai filo-russi e perse dagli anti-riarmisti; ma anche stupidissimo, perché ogni giorno semina attacchi ibridi, anzi “ombra” in tutta l’Ue portando acqua al mulino dei riarmisti russofobi. Ora, per dire, pianifica attacchi a Italia, Francia, Spagna in piena campagna elettorale, danneggiando i partiti che negano la minaccia russa; e intanto si danna l’anima per manipolare le elezioni a loro favore. E persino le primarie del Campo largo. I suoi hacker sono già pronti a votare in massa Conte, ma al Cremlino prende piede la corrente riformista che preferirebbe un trionfo di Gori o Ruffini o Maraio, così poi tutti si chiederebbero chi minchia siano Gori, Ruffini e Maraio. E nessuno ci capirebbe più niente. È il bello della “guerra ombra”: vale tutto.

(Giancarlo Selmi) – La nuova giovinezza e centralità politica di Renzi, è uno dei grandi misteri italiani, insieme ai cantieri eterni e al motivo per cui nei talk show ci siano sempre le stesse dodici persone. Per i suoi amici rimasti nel PD, solo casualmente la parte peggiore del partito, per Schlein, per le leggendarie “stanze dei bottoni”, per molti scribacchini inspiegabilmente classificati a sinistra e per quasi tutto il palinsesto de La7, Renzi sembra essere tornato il cuore pulsante dell’alternativa a Meloni. Questo dopo aver contribuito all’elezione di La Russa alla presidenza del Senato e aver votato con la statista della Garbatella un centinaio di volte, incluso l’altro ieri.
Ma la coerenza, si sa, è populismo: la contraddizione, invece, se spiegata bene in televisione, diventa strategia. Visto che non riusciamo a togliercelo dalle palle, proverò almeno a togliermi la soddisfazione di prenderlo per il culo. Ho deciso quindi di scrivere una parodia de I promessi sposi, con protagonista Renzio Travagliato. Chiedo scusa a Manzoni in anticipo. In principio Renzio è un giovane ambizioso con un talento raro: dà del vecchio a chiunque sia nato prima di lui e del traditore a chiunque non gli abbia ancora dato ragione. Da bambino non giocava con la fionda: organizzava le primarie per decidere chi dovesse tenerla. Se vinceva un altro, gliela sottraeva in nome del rinnovamento. Dopo diventerà uno a cui non bisogna mai dare la spalla. O altra cosa.
Accanto a lui ci sarà Lucietta, promessa sposa di buon cuore e straordinaria capacità di sopportazione. Lo ha scelto tra un mugnaio con l’alito al pecorino, un notaio settantenne con tre denti e lui. Una scelta per esclusione: in amore, come in politica, l’inizio di quasi tutte le catastrofi. Incontreremo il Conte Innominato, uomo attento al bene comune e quindi naturale nemico di Renzio. Da questi tormentato, rovesciato e infine accusato di aver rovesciato sé stesso. Ci sarà Fra’ Cristoforo del Fatto, che predica contro il potere e viene odiato da Renzio con quella serenità che normalmente si riserva agli editoriali non concordati.
Ci sarà Enrichetto il Sereno, come Renzi di sinistra quanto lo possa essere il piede destro, ma preda ideale, e qui non c’è bisogno di aggiungere altro. Non mancheranno Don Salvinio, i Bravi della comunicazione, le monache dei talk show, gli Azzeccagarbugli pseudo-costituzionalisti e una processione di ministri, governatori, rottamati, responsabili e irresponsabili. Al posto della peste avremo il Covid, con quelli dell'”aprite tutto” al mattino e del “chiudete tutto” dopo il collegamento serale. Al posto del lazzaretto, i salotti televisivi. Al posto della Provvidenza, un nuovo partito personale dato al 2%, ma presentato come “l’unico vero centro del futuro”.
Sarà la storia degli ultimi quindici anni: governi nati per durare e caduti per responsabilità; alleanze impossibili diventate inevitabili con l’avvento di qualche dragone o prima delle elezioni; scissioni annunciate come atti d’amore; sconfitte elettorali celebrate come formidabili ripartenze. Il titolo ancora non c’è. Terrà però conto del fatto che il matrimonio fra la politica e i bisogni dei cittadini non s’ha da fare: è populismo. Di un accordo tecnico con tutti dentro, un Dragone a capo e il consueto inchino ai vecchi e nuovi padroni delle ferriere, invece, si può sempre discutere. E si deve fare. L’Italia s’ha da distruggere. E regalare divisa in lotti.
Vuole “riprendersi Itaca”. Che ganzo. Facile la previsione: oggi con Ulisse e Penelope… domani dalla parte dei Proci? Attendo prenotazioni e opinioni. Anche contrarie: Renzio ha già pronto un partitino per accoglierle.

(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Per quasi tutte le religioni e le tradizioni spirituali, avere fede significa confidare che ciò che accade sia rivolto a un bene superiore e imperscrutabile. I cristiani credono che nel dolore l’essere umano viva il sacrificio di Cristo sulla croce; per la Kabbalah, il Creatore sa cos’è giusto per noi, e le nostre vicende sono il frutto di scelte che abbiamo fatto prima di nascere; l’Islam considera il dolore uno strumento di purificazione spirituale; il buddismo, specie nelle versioni radicali dello Zen, si fonda sul principio che tutto è illusione e vacuità. Si può avere anche una fede laica: pensare che la vita, la morte e la malattia siano espressioni casuali e democratiche dell’essere al mondo.
La vicenda di Alessandro Di Battista, ex parlamentare del M5S, nostro amico e autore per il Fatto e PaperFirst, ha colpito tutte le persone perbene perché interroga la coscienza intorno al concetto più alto di giustizia: perché, in virtù di quale legge divina o biologica, un giovane uomo sano, onesto e generoso viene colpito da un grave malore, mentre anziani despoti che compiono stragi e genocidi vivono benissimo e senza neanche un raffreddore? Da qui deriva la rabbia che proviamo, insieme a una grande apprensione, dal 28 agosto scorso, giorno in cui Di Battista è stato ricoverato a Cuba, dove si trovava per documentare le dure condizioni di vita della popolazione a causa dell’embargo statunitense, sanzione che ha peggiorato anche la condizione degli ospedali (talvolta la sorte sa essere ferocemente precisa). Peraltro tutto è successo prima che Alessandro sciogliesse la riserva sull’ipotesi di rientrare in politica con la sua associazione Schierarsi, impedendogli di afferrare il kairós dei greci, il momento giusto, l’attimo opportuno. Tutto questo ha commosso chiunque abbia un’anima integra, quindi non le canaglie da tastiera, alcune delle quali – giornalisti filo-Nato, politici malvissuti, vippume vario – prima hanno accusato Alessandro di voler rientrare col volo di Stato (“Hai capito l’anti-casta?”), poi, siccome l’ha rifiutato, hanno insinuato che avesse inscenato il malore d’accordo con le cellule putinian-venezuelan-cubane per tornare in Italia da eroe e candidarsi alle elezioni (sono gli stessi che insultano i “grillini” dando loro dei complottisti e seguaci della teoria delle scie chimiche). È il noto atteggiamento razzista e classista dei media padronali nei confronti dei 5 Stelle (ricordate gli insulti alla Taverna perché non veniva dai Parioli?), che Alessandro ha subito anche dopo essere uscito dal M5S, rinunciando a ogni privilegio e senza chiedere niente in cambio, in seguito al sostegno di Grillo al governo Draghi. Non importa cosa dicesse e quanto avesse studiato le questioni geopolitiche: lui era “il Che Guevara di Roma nord”, lo “scappato di casa” colpevole di fare politica senza autorizzazioni dall’alto, come peraltro la Costituzione consente di fare a “tutti i cittadini”, non solo ai “migliori”. I quali migliori, poi, erano e sono i fossili di Pd e FI, i liberali draghiani (competenti per osmosi), i furbi, gli squali, i Renzi e i Calenda che sfornano libri pieni di patetiche autocelebrazioni e pensierini di desolante povertà politica. Di Battista, documentandosi con umiltà, ha dedicato gli anni recenti a denunciare con coraggio lo sterminio a Gaza e le violenze in Cisgiordania contro i palestinesi per mano di Israele; se aggiungiamo che è anche contro il riarmo e la folle non-soluzione di continuare a inviare armi all’Ucraina distrutta, si capisce perché con lui è lecito, ai piani alti di questa società corrotta, non avere pietà.
Ciò nondimeno, noi proviamo nei suoi confronti non pietà, ma una sconfinata ammirazione. Alla domanda di Giovanni Floris se intendesse “combattere” il tumore che l’ha colpito, Alessandro ha risposto nel più nobile e “politico” dei modi: non c’è niente da combattere, lui “sta lì” e si curerà, affidandosi a chi sa cosa fare. Ha rifiutato, quando avrebbe potuto cavalcare la sua vicenda facendo l’eroe, la logica del competitivismo, quella cultura della performance spietatamente darwiniana che pervade la società occidentale fin negli spazi più intimi del vivere: la malattia come debolezza, la prevalenza dell’ego, la trasformazione in intrattenimento social dello sgomento di ritrovarsi soli in un letto di terapia intensiva; ha scansato con delicato umorismo la retorica che ci vuole “guerrieri” negli infortuni, da cui uscire vincitori per volontà e determinazione, a dispetto di quelli che “non ce la fanno”; tra questi, milioni di incolpevoli bambini. Proprio ai bambini, soprattutto quelli palestinesi trucidati da Netanyahu, Alessandro ha dedicato libri, spettacoli teatrali e ogni suo pensiero, persino da Cuba, mentre apprendeva la sua diagnosi. Confidiamo che torni presto a lottare per una società più giusta e a sorridere come lui solo sa fare.