
(repubblica.it) – La nuova legge elettorale viene approvata in via definitiva (con 227 voti favorevoli, 164 contrari e nessun astenuto) con voto segreto dalla Camera tra gli applausi del centrodestra e le proteste delle opposizioni. Che mostrano in aula cartelli contro la riforma: “No all’Imbroglio”, “Legge Truffa”, “Con Meloni Gasolio a 3 euro”, “Con Meloni salari al palo”, “Con Meloni – sanità e + armi”. Prima in dichiarazione di voto si sono iscritti a parlare tutti i leader del centrosinistra, da Elly Schlein (Pd) a Giuseppe Conte (M5s), da Angelo Bonelli (Avs) a Riccardo Magi (+Eu). Ieri la Camera ha approvato la terza fiducia posta dal governo sui primi tre articoli della legge. Vigilia al Med9 in Croazia per la premier Giorgia Meloni. “Sono tranquilla come sempre”, assicura mentre le opposizioni continuano ad attaccare: “Avete paura della vostra stessa maggioranza e degli italiani” e chiedono il voto manuale con le palline per evitare che i deputati di maggioranza siano controllati.

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Appena due settimane fa, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivendicava gli sforzi del governo italiano nelle sedi europee per chiedere alle istituzioni comunitarie un intervento sugli extraprofitti dei colossi del petrolio. «Spero che anche il resto d’Europa si svegli», diceva, mentre Bruxelles puntualizzava all’Italia che avrebbe potuto intervenire autonomamente, sfruttando i propri strumenti nazionali. Dopo lo scaricabarile istituzionale, il governo ha svelato le carte: gli eurodeputati di Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato contro un emendamento alla relazione del Parlamento europeo sull’approccio dell’UE alle imposte societarie, che chiedeva alla Commissione di «presentare senza indugio una proposta per tassare gli extraprofitti consolidati delle grandi compagnie petrolifere e del gas», con l’obiettivo di sostenere le famiglie europee. L’emendamento è stato respinto. Se FDI e FI hanno votato contro, i deputati della Lega si sono astenuti. Intanto, Meloni torna a parlare di accise mobili, affermando che il governo è pronto a riattivare il meccanismo che aveva promesso sarebbe scattato giorni fa.
Il tema della tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere è arrivato sui tavoli comunitari lo scorso agosto. Verso la fine del mese ha iniziato a circolare una lettera firmata da sei Paesi dell’UE e indirizzata alla Commissione, nella quale veniva evidenziato il «bisogno di un approccio congiunto che garantisca che coloro che traggono profitto dalla crisi facciano la loro parte nel ridurre l’onere per il pubblico in generale». Il contenuto della richiesta è stato confermato sin da subito dalla vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli: «Bene la richiesta dei Paesi europei, tra cui l’Italia, di una tassazione comunitaria degli extraprofitti per permetterci di arginare i prezzi della benzina. Il governo Meloni è in prima fila per sostenere gli italiani anche su questo fronte e lo fa con ogni mezzo necessario».
In appena due giorni, i portavoce dell’esecutivo europeo hanno rispedito la richiesta al mittente, dando il via allo scaricabarile istituzionale: «Tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale», dichiaravano il 25 agosto. Il governo italiano non ha mai risposto a tali dichiarazioni. Nel frattempo, tuttavia, è tornato più volte sulla questione, presentando la presunta battaglia per l’introduzione della misura come una priorità. A farne un tema centrale è stato soprattutto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, esponente della Lega, partito che, messo davanti alla possibilità di intervenire sul tema, ha preferito astenersi. Di preciso, l’emendamento interveniva sulla relazione dell’Eurocamera relativa all’approccio dell’UE alla politica in materia di imposte societarie. Se approvato, avrebbe formalizzato una richiesta alla Commissione per l’introduzione di una misura di tassazione degli extraprofitti delle compagnie petrolifere.
Intanto Meloni torna a parlare di accise mobili: ieri, incalzata dai giornalisti, ha dichiarato che il governo sarebbe «pronto a intervenire di nuovo» per calmierare i prezzi del carburante, in particolare proprio «con il meccanismo delle accise mobili». Si tratta di un intervento che prevede l’utilizzo dell’extragettito fiscale derivante dall’IVA sui carburanti per ridurne il costo: detto in maniera semplice, quando aumenta il prezzo del carburante, aumenta anche l’IVA incassata dallo Stato, generando un gettito aggiuntivo che può essere utilizzato per ridurre il prezzo alla pompa. Meloni, tuttavia, non ha assicurato che la misura entrerà in vigore: «Al mese di settembre abbiamo circa 170 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo», ha spiegato. «Ci stiamo interrogando se sia più efficace spenderli in questo momento, in cui comunque ci sono misure di contenimento, o tenerli come provvista quando dovessero terminare quelle misure. Dipende anche dalla tenuta del cap», ossia il tetto sui prezzi introdotto dalle compagnie petrolifere.
Le stesse compagnie petrolifere intervenute con misure di contenimento dei prezzi hanno criticato gli indugi dell’esecutivo sulle accise mobili: a inizio settembre il governo aveva infatti dichiarato che la misura sarebbe dovuta scattare con la scadenza dei tagli sulle accise, il 6 ottobre. Nel frattempo sono arrivati i tetti su gasolio e benzina di Eni, Q8, Total e IP, mentre Meloni ha rinviato la decisione: nessun decreto è stato emanato per introdurre il meccanismo. Eni ha dichiarato di non avere intenzione di farsi carico del rialzo delle accise e ha ridotto il proprio sconto sui carburanti. Non si tratta, insomma, solo della tassa sugli extraprofitti: nei mesi scorsi il governo Meloni ha annunciato più volte interventi sul caro carburanti che non hanno poi trovato attuazione, dimostrandosi forte a parole, ma debole nei fatti. Nel frattempo, i prezzi alla pompa restano sopra i 2 euro al litro, aumentando il peso del caro carburanti sulle tasche degli italiani.
Perché la sinistra italiana sogna la Francia e governa la pace sociale

(Giuseppe Libutti e Angelica Cavone – lafionda.org) – Ogni volta che la Francia torna a riempire le proprie piazze, una parte della sinistra italiana volge lo sguardo oltralpe e si domanda perché qui nulla di simile accada. Le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni, i porti e le raffinerie fermi, l’intersindacale compatta di fronte all’Eliseo. Da noi la Fornero, il Jobs Act, l’austerità e ora la questione abitativa sono trascorsi senza una risposta di pari intensità.
La domanda è legittima, ma poggia su un equivoco. La piazza non è un evento, è l’esito ultimo di un processo. Il malcontento si fa organizzazione, l’organizzazione elabora una rivendicazione, la rivendicazione diventa sciopero e mobilitazione, e soltanto allora pressione politica. In Francia questa catena ha tenuto. In Italia si è spezzata. E chi oggi rimpiange le piazze francesi ha concorso prima a spezzarla, poi a impedire che venisse ricomposta.
La tenuta francese ha ragioni anzitutto strutturali. Lo Stato è accentrato e le decisioni hanno un titolare riconoscibile. I gilet gialli nacquero da un’accisa sul carburante e trovarono subito il proprio interlocutore nel governo che l’aveva voluta. I sindacati, esigui nel numero, conservano una vocazione conflittuale che, quando si fa unitaria, arresta il Paese.
La frattura italiana viene da lontano. Dopo la sconfitta alla FIAT del 1980 il sindacato ha progressivamente spostato il proprio baricentro dal conflitto alla concertazione, tutelando chi già godeva di garanzie mentre ai margini cresceva un lavoro frammentato che non vi si riconosceva. La sinistra di governo, con il pacchetto Treu del 1997, ha contribuito a generare proprio le figure più refrattarie all’organizzazione, e ha assunto il vincolo esterno come orizzonte, sottraendo le scelte economiche alla contestazione in nome della necessità. Ma il passaggio decisivo è stato la dissoluzione, dal PCI al PD, di quella trama di sezioni, Case del popolo, cooperative e associazioni che Gramsci avrebbe chiamato casematte, e che per decenni aveva trasformato il disagio in organizzazione.
Con il declino della fabbrica, il conflitto ha cambiato terreno. Disperso nella logistica e nella catena degli appalti, il lavoro ha smesso di essere il luogo in cui ci si riconosce e ci si organizza, e le contraddizioni si sono spostate là dove la vita materiale si concentra, cioè nelle città. La casa, gli affitti, il verde, gli spazi pubblici, il diritto stesso a restare in un quartiere sono diventati le nuove linee di frattura. Era qui che le casematte superstiti avrebbero potuto ricomporre ciò che la fabbrica non teneva più insieme. Ma tante città sono anche il luogo in cui il centrosinistra governa, e quella trama, anziché farsi strumento di organizzazione del conflitto, è diventata strumento di governo del consenso.
Il modello urbano adottato negli ultimi vent’anni lo ha reso quasi inevitabile. Turismo, grandi eventi, rigenerazione affidata ai capitali privati. Una città pensata anzitutto per attrarre investimenti tende ad avere bisogno di quiete, e la quiete si governa oggi non soltanto attraverso la repressione, ma sempre più attraverso l’inclusione. I patti di collaborazione stabiliscono chi può agire su uno spazio e a quali condizioni, concedendo legittimità a chi si assume gratuitamente l’onere della cura. Poli civici, laboratori di quartiere, consulte e tavoli accolgono le istanze, le registrano, le differiscono. Una partecipazione ampia nelle forme ed esile negli effetti. L’assetto regge perché una parte consistente dei movimenti e della società civile organizzata vi ha trovato collocazione. Spazi sociali regolarizzati, associazioni che vivono di bandi, cooperative con servizi esternalizzati, attivisti approdati nelle liste e negli staff delle giunte. Talvolta è integrazione compiuta, più spesso timore delle conseguenze. Un rapporto conflittuale può costare uno spazio, un finanziamento, una convenzione, un posto ai tavoli che contano, talvolta una denuncia. La prudenza reiterata si sedimenta in abitudine, nessuno rinuncia al conflitto, ma ogni volta esiste una ragione plausibile per rinviarlo.
A esporsi restano i comitati spontanei e i cittadini privi di appartenenze, trattati proprio per questo come una questione di ordine pubblico. A Bologna il presidio del Parco Don Bosco è stato sgomberato all’alba del 3 aprile 2024 per abbattere gli alberi destinati alle nuove scuole Besta, e al Pilastro quelli del parco Mitilini-Moneta sono caduti per il Museo Futura sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine. A Reggio Emilia il Bosco Ospizio, cresciuto spontaneamente in un quartiere popolare, cede il passo a un supermercato Conad in forza di una convenzione con il Comune, e i cittadini che hanno tentato di fermare i lavori sono stati denunciati. Un’amministrazione progressista e una grande cooperativa sorte nel medesimo alveo politico, e in mezzo un quartiere che non ha trovato ascolto. È quanto rimane delle casematte quando cessano di organizzare e cominciano ad amministrare.
A Roma le proporzioni crescono. L’inceneritore di Santa Palomba è stato deciso con i poteri commissariali del Giubileo, e il cantiere è partito nel maggio 2026 dopo che il TAR ha respinto i ricorsi dei comitati. Lo stadio di Pietralata segue la stessa logica. Agli ex Mercati Generali di Ostiense la convenzione con il fondo statunitense Hines, che prevede fra l’altro uno studentato privato da duemila posti, è stata firmata nel novembre 2025, i tavoli con residenti e comitati inaugurati a gennaio. Il confronto è giunto a decisione presa. E il Rialto Sant’Ambrogio, spazio sociale chiuso nel 2015 da una giunta di centrosinistra, è stato concesso in pieno genocidio a Gaza, gratuitamente e senza bando, per trent’anni rinnovabili per altri venti, a un liceo paritario privato i cui lavori saranno finanziati anche da capitali sui quali Roma Capitale non ha effettuato un’istruttoria. Lo spazio che ospitava il conflitto è stato prima svuotato, poi riassegnato in silenzio.
In ognuno di questi casi è mancata una rete organizzata disposta a stare con i comitati anche contro un’amministrazione affine. Quella rete esiste ancora, ma è troppo intrecciata con chi governa per concedersi una simile libertà.
Ne risente il lessico della mobilitazione. L’antifascismo, sottratto al terreno della casa, del salario, del diritto a restare nella propria città, rischia di ridursi a contrassegno di appartenenza. L’opposizione al liberismo smarrisce credibilità in bocca a chi governa con project financing, partenariati pubblico-privato, fondi immobiliari e valorizzazione del patrimonio pubblico. Le parole conservano la loro verità, ma non muovono chi ne ha visto praticare il contrario.
Il malcontento, intanto, ha cambiato corso. Una parte si è ritirata nell’astensione, un’altra ha trovato nel voto antisistema lo sbocco che un tempo avrebbe trovato nell’organizzazione. Un’altra ancora vive in conflitti reali ma dispersi, come le vertenze della logistica, costruite dal basso da lavoratori, anche in gran parte stranieri, fuori dai sindacati confederali e spesso contro di essi. Un anno fa gli scioperi e le manifestazioni per Gaza hanno mostrato che la disponibilità a mobilitarsi sussiste quando una causa giunge priva di mediazioni. Ma senza una rete radicata e autonoma, l’onda si ritira lasciando ben poco.
La domanda andrebbe dunque rovesciata. Non perché l’Italia non conosca le piazze francesi, ma perché le si desideri senza volerne ricostruire le premesse. Un’organizzazione radicata dove la vita materiale si è fatta più ardua, capace di parlare a chi lavora fuori dai perimetri tutelati, autonoma dalle istituzioni anche quando si dichiarano amiche, disposta a pagare il prezzo del conflitto. Finché partiti, sindacati, movimenti e società civile organizzata inseguiranno la mobilitazione di massa preservando la propria posizione nel sistema che la rende improbabile, la Francia resterà uno spettacolo da contemplare, non un esempio da seguire.
L’ex parlamentare, secondo Libero, avrebbe inoltrato al faccendiere uno scambio di mail relativo a un’inchiesta del 2021 sulla centrale di Presenzano. Il giornalista: “Fatto grave se è vero”. La replica: “Mai cercato di condizionare nessuno”

(di Andrea Ossino – repubblica.it) – Valter Lavitola era il “pescivendolo di fiducia”. Così Italo Bocchino aveva definito l’ex faccendiere finito in carcere con l’accusa di aver fatto piazzare una bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci. Ma tra i due, oggi, emerge un rapporto che va al di là di orate, dentici e calamari. Lavitola leggeva le mail personali di Bocchino. Le riceveva e le inoltrava. O almeno questo è accaduto in un caso. Riguarda un’inchiesta di Report: “Se è vero Bocchino tentava di condizionare Report attraverso il condizionamento di Lavitola”, scrive adesso sui social Ranucci. È il nuovo capitolo di una storia nella quale le persone si incrociano, i rapporti si sovrappongono e le versioni finiscono per entrare in conflitto.
Il punto di partenza è un articolo pubblicato ieri da Libero, il quotidiano edito dal parlamentare della Lega Antonio Angelucci. La vicenda risale al novembre 2021, quando Report, allora condotto da Ranucci, si occupa della centrale turbogas di Presenzano. La redazione cerca di intervistare Alfonso Gallo, titolare della Geko spa di Roma, società attiva nella filiera energetica.
Gallo, preoccupato per l’intervista, si rivolge a Bocchino. I due si conoscono da trent’anni. Bocchino gli consiglia di non rilasciare l’intervista e inoltra la richiesta ricevuta dalla società a una giornalista, addetta stampa, perché possa assistere l’imprenditore. Il passaggio che cambia la storia arriva qualche mese dopo.
Secondo la ricostruzione di Libero, Bocchino avrebbe infatti inviato a Lavitola lo scambio di mail tra la redazione di Report e Gallo. È questo il dettaglio sul quale si concentra oggi Ranucci. Perché Lavitola, sostiene il conduttore, non sarebbe rimasto estraneo alla vicenda.
“Il Direttore Editoriale del Secolo d’Italia, organo di stampa di FdI, secondo Libero avrebbe cercato di condizionare un’inchiesta di Report”, scrive Ranucci. E aggiunge: “Fatto grave se è vero. Cioè Bocchino tentava di condizionare Report attraverso il condizionamento di Lavitola”.
È un ribaltamento della storia che da mesi ruota attorno a Lavitola e Ranucci. Finora il conduttore di Report veniva accusato di subire il “fascino” di Lavitola, intenzionato a condizionare la trasmissione. Adesso Ranucci indica un possibile passaggio precedente: Bocchino avrebbe fornito a Lavitola il materiale necessario per intervenire sulla vicenda.
Bocchino respinge tutto. “Non ho mai cercato di condizionare nessuno – dice a Repubblica –. Le parole di Ranucci denotano una scarsa serenità”.
Restano però due elementi sui quali la ricostruzione consente, almeno per ora, di fare chiarezza.
Il primo riguarda la mail. Lavitola non la inoltra a Ranucci. La invia a una persona che nel suo telefono è registrata con il nome “Magotony”. Il secondo riguarda l’intervista: Gallo alla fine non verrà ascoltato da Report.
La spiegazione è che nel frattempo erano emersi altri elementi. Nuove prove che, secondo Report, non confermavano le ipotesi giornalistiche iniziali sul ruolo della Geko nella vicenda della centrale di Presenzano. Come dire: “Aveva perso rilevanza”.
È qui che la storia torna al punto di partenza, ai tavoli del ristorante Cefalù di Lavitola, dove sia Bocchino che Ranucci sedevano, certe volte allo stesso tavolo. E il faccendiere “stava alla cassa, serviva ai tavoli, salutava”, come ha ricordato Bocchino.
Pranzo alla Camera per il capo del M5s con Fratoianni e Bonelli. Sul tavolo la scelta del candidato premier e i tempi per i gazebo

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Tavoli separati a Montecitorio. Quello sul programma latita, ancora non si sa se si farà e quando, in compenso i leader del cosiddetto campo largo continuano a incontrarsi, ma a gruppi di due, mai tutti insieme appassionatamente come quel primo giorno in trattoria. Era il 16 giugno, a un tiro di schioppo da Campo de’ Fiori: sono trascorsi quattro mesi, e da allora le condizioni atmosferiche nell’alleanza anziché migliorare segnalano bufera. Complice un dibattito sulle primarie — sì, no, forse — che sta surriscaldando il clima.
La settimana scorsa è toccato a Elly Schlein e Giuseppe Conte ritrovarsi in un luogo segreto per decidere di affidare ai gazebo la scelta del candidato premier — anche se qui le versioni divergono — senza però indicare né le regole né la data, su cui restano parecchie discordanze. Ieri ad attovagliarsi al ristorante della Camera sono stati il medesimo Conte e i due leader di Avs: prima il capo cinquestelle si è intrattenuto a lungo su un divanetto con Angelo Bonelli, poi insieme sono andati a pranzo e hanno invitato Nicola Fratoianni a unirsi al loro desco. Non la segretaria del Pd che nel frattempo, scortata dalla capogruppo Chiara Braga, aveva quasi finito ed è subito scappata via, inseguita da un principio di influenza — spiega lo staff — che la tormenta da un po’.
Nel menù, oltre ai piatti stampati su cartoncino color latte, le difficoltà di una coalizione che non riesce a fare progressi, rimasta impantanata nella lotta per la leadership. A dispetto delle smentite di rito: «Non abbiamo parlato di politica», chiarisce l’ex premier. Si è trattato solo di «un proficuo scambio di vedute», confermano gli altri due commensali. «Nulla di programmato, ci siamo incrociati, siamo andati a mangiare e abbiamo discusso di legge elettorale», precisa Bonelli.
Per tanti, un’improbabile excusatio. È noto che proprio i rossoverdi siano i più ostili alle primarie: le considerano «divisive», rischiano di seminare «scorie difficili da smaltire», perciò da evitare a ogni costo. Conoscono il malumore strisciante in un pezzo di Pd: «Se Elly non le vincesse, per il nostro partito sarebbe un disastro», gli ha confessato più d’un collega. Hanno apprezzato l’offerta di Conte alla segretaria dem — «Facciamo entrambi un passo indietro e individuiamo una figura terza, di garanzia, che vada bene a tutta la coalizione» — respinta però con perdite. Ecco perché non intendono mollare. Convinti che l’intervento anti-gazebo dell’avvocato possa ancora fare breccia al Nazareno.
Sempre che sia vero quanto raccontato. A sentire Schlein non si direbbe. Ai suoi lo ha confidato, un po’ spazientita: «Non è andata come riferisce Giuseppe, lui mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie e io ho risposto di sì, non ha mai ipotizzato un nostro passo indietro né un terzo nome». Due argomenti che non sarebbero stati neppure sfiorati. Per poi ritrovarseli spiattellati su Repubblica, lasciando un retrogusto davvero amaro.
Di certo c’è che tra le fila democratiche l’attivismo del capo del Movimento non è passato inosservato: «Si è messo in testa di fare il regista, vuol dare le carte», sibila un deputato di lungo corso, «non ha capito il messaggio “uno non vale uno” recapitato da Elly in direzione». I più maliziosi vedono nel pranzo a tre una saldatura 5S-Avs per spingere Conte alle primarie, se si faranno. Ma «non sarà il gioco delle sedie a dotarci di un programma convincente e di un profilo di governo», attacca il senatore Filippo Sensi: «Diamoci una mossa». Non al tavolo di un ristorante, ma a quello di coalizione, che ancora non c’è.

«L’apertura delle domande per il nuovo contributo abitativo destinato ai genitori separati o divorziati rappresenta un’opportunità concreta per tante famiglie che affrontano difficoltà economiche.
Il sostegno, che può raggiungere i 500 euro mensili, interviene su una delle spese più pesanti per chi, dopo una separazione, deve sostenere il costo di una nuova abitazione.
È importante che questa opportunità sia conosciuta anche nei piccoli comuni del Sannio e della Valle Caudina.
Invitiamo gli enti locali e gli sportelli di assistenza ai cittadini a favorire la massima diffusione delle informazioni, affinché nessuno perda la possibilità di presentare domanda semplicemente perché non è venuto a conoscenza della misura.
Le politiche a sostegno delle famiglie diventano realmente efficaci quando raggiungono chi ne ha bisogno, senza lasciare indietro i territori più piccoli.»
Meloni: «L’Ue dia più flessibilità». Giorgetti all’Ecofin per ribadire le richieste già avanzate. Il conto degli annunci è già di almeno 45 miliardi: andranno sacrificate le misure bandiera irrealizzabili

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Taglio dell’Irpef per il ceto medio, conferma dello stop al bollo auto, un intervento per favorire il pensionamento anticipato e il potenziamento della cedolare secca. Per realizzare gli annunci dei partiti della maggioranza, servirebbe una manovra da circa 45 miliardi di euro. E questo al netto dei 14 miliardi di euro all’anno per energia e armi che godono della flessibilità prevista dall’Ue (proprio nelle prossime ore è atteso il via libera della Commissione europea alla richiesta formale del governo italiano).

L’appello alla prudenza di Giancarlo Giorgetti non ha fatto breccia. Al contrario, calcolatrice alla mano, le stime delle prime misure “desiderate” richiedono una spesa alta. Quindi o Giorgia Meloni apre i cordoni della borsa e accetta di scontrarsi con l’Ue sul deficit oppure, come è più probabile, le anticipazioni sono semplicemente un “libro dei sogni”.
Promesse da lanciare nel dibattito politico in ottica elettorale. Meloni ha riferito di aver sentito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sul tema della maggiore flessibilità. «Si deve tenere in considerazione che nei nostri bilanci ci saranno miliardi e miliardi in più da spendere senza averlo deciso», ha detto la premier. E ha aggiunto: «Non stiamo chiedendo una spesa libera perché vogliamo essere allegri». Sullo sfondo resta il tema degli aumenti del carburante. «Siamo disponibili a intervenire con il meccanismo delle accise mobili», ha detto Meloni.

Il ministro dell’Economia Giorgetti arriva all’Ecofin con un pacchetto di richieste per avere un maggiore margine. Garantendo attenzione alla spesa.
Ma sarà difficile tenere a bada gli appetiti dei partiti. In cima alla lista c’è il tema delle pensioni. L’adeguamento al costo della vita, legato alla crescita dell’inflazione, vale almeno 10 miliardi di euro. Un macigno come base della manovra. La Lega vuole andare pure oltre. Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha rilanciato la riforma per andare in pensione a 64 anni. Operazione esosa: le prime valutazioni parlano di almeno 5 miliardi di euro. Solo di previdenza, in caso di via libera al progetto di Matteo Salvini, servono circa 15 miliardi.
C’è poi la voce delle spese annunciate ai quattro venti. Una delle misure date per certe nella prossima legge di Bilancio è il taglio dell’aliquota Irpef, dal 43 al 33 per cento, per i redditi tra 50mila e 60mila euro. Secondo una stima del Mef, il costo è di almeno 2,7 miliardi di euro per una platea di oltre 3 milioni di contribuenti. Bisogna prevedere almeno 3 miliardi di euro.
La manovra è un banco di prova per la madre di tutte le misure elettorali di questo fine legislatura: la cancellazione del bollo per auto e moto fino a 80 chilowattora, che per ora è valida solo per un anno, il 2027. Per finanziare l’intervento, il decreto ha messo a disposizione 2,3 miliardi di euro. Una buona fetta, 1,5 miliardi, è arrivata da somme del Pnrr. Si tratta di una copertura una tantum. Il governo, o meglio il Mef di Giorgetti, deve reperire almeno altri 3 miliardi di euro (calcolando i veicoli a cui scade l’esenzione attualmente prevista) per rendere strutturale l’eliminazione del bollo e rifondere le regioni sul mancato gettito. Sempre Salvini vuole 8 miliardi di euro per evitare il blocco dei cantieri, affrontando con queste risorse i rincari dei materiali.
E siamo solo all’inizio. A Meloni piace l’idea del leader di Forza Italia, Antonio Tajani, della detassazione delle tredicesime. L’intervento sarebbe un boost per le tredicesime di dicembre 2026, realizzando la seconda grande misura elettorale: un beneficio immediato nelle tasche dei lavoratori.

La detassazione totale avrebbe un costo compreso tra 3 e 5 miliardi di euro, secondo un’anticipazione di Milano Finanza. Lo sconto potrebbe essere “ridotto”, non al 100 per cento. In ogni caso servono 3 miliardi di euro. Il contatore è già sopra i 30 miliardi.
Il capitolo della spesa sanitaria è un altro convitato di pietra. Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica scenderà al 6,3 per cento rispetto al Pil nel 2027. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, non vuole chiudere così il mandato. Vuole mettere sul tavolo un ulteriore finanziamento per la sanità di 4-5 miliardi di euro. Noi Moderati di Maurizio Lupi ha proposto l’abbassamento dell’aliquota della cedolare secca al 5 per cento per gli affitti a lungo termine. Stime prudenziali, per una platea ridotta, indicano un costo di mezzo milione di euro.

Conti alla mano, un intervento più incisivo richiede il doppio, forza anche il triplo. E ancora: Giorgetti ha chiesto la flat tax al 5 per cento per l’aumento ai lavoratori under 35. Costo da stimare, ma sempre nell’ordine del mezzo milione di euro di mancati introiti. La voce sostegno alla demografia conta il probabile rinnovo del bonus bebè per il 2027, che nel 2026 ha richiesto uno stanziamento di 360 milioni di euro. Per questo settore si stima almeno un miliardo di spesa.
C’è infine tutto il capitolo delle richieste di Confindustria. Una parte delle risorse può arrivare dalla flessibilità sulle spese energetiche con il rafforzamento dell’ecobonus dall’attuale 50 al 65 per cento. Ma restano da finanziare il potenziamento delle Zes e degli investimenti: servono 4-5 miliardi. E per la manovra dei sogni della destra servirebbe un mezzo Pnrr.

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – Il Fatto di qualche giorno fa torna a occuparsi, per la firma di Antonio Patrono, del problema mai risolto delle correnti all’interno del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Ineccepibili sono le osservazioni di Patrono. L’appartenenza a una corrente, scrive, segnala inevitabilmente l’ideologia del magistrato e quindi il suo riferimento, sia pur in qualche modo mascherato, a un partito, in qualsivoglia decisione voglia prendere, come l’indicazione, per l’appunto, di quale magistrato debba entrare nel Csm.
Il Csm è attualmente composto da 33 membri e comprende alcuni membri di diritto, fra cui il capo dello Stato che lo presiede e altri magistrati ordinari che in itinere sono entrati nel Csm. Questi sono i cosiddetti ‘togati’.
Poi ci sono dieci membri eletti dal Parlamento, fra i professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitano la professione da almeno quindici anni, i cosiddetti ‘laici’.
I nostri Padri costituenti, poiché uscivamo dal fascismo, vollero una magistratura assolutamente indipendente dal potere legislativo e soprattutto da quello esecutivo, perché volevano sì una magistratura indipendente, ma non totalmente staccata dalla società civile.
E qui sta la falla del sistema: poiché è il Parlamento a decidere quali membri laici debbano entrare nel Csm, vi mandano dei politici di loro fiducia, camuffati da ‘laici’. Quindi può capitare, e capita, che un avvocato che certamente non è digiuno di diritto, ma che nella sua vita ha fatto sempre il politico, entri in magistratura. Ciò è ovviamente lecito, meno lecito, anzi molto sospetto, invece è che attraverso la trafila delle designazioni arrivi a ricoprire ruoli importanti all’interno del Csm.
Poi c’è il sistema delle cosiddette ‘porte girevoli’. È il caso di Maria Elisabetta Casellati che, prima politica in Forza Italia, il partito di Berlusconi che aveva tutto l’interesse, per i noti motivi, a inquinare la magistratura, è stata indicata dalla stessa Forza Italia per ricoprire incarichi importanti all’interno del Csm.
Ma il problema non riguarda solo il Csm, bensì tutti i magistrati. Un tempo i magistrati si esprimevano solo per ‘atti e documenti’, oggi rilasciano interviste, partecipano al dibattito pubblico, per cui è facile capire da che parte stiano. Paradossalmente, ma non troppo, una magistratura veramente indipendente ci fu durante il fascismo, tanto che dovette inventarsi dei ‘Tribunali speciali’ per piegare la magistratura quando il contenzioso riguardava reati politici. Erano i tempi del Codice di Alfredo Rocco che sarà stato sì fascista, ma era un grande giurista da cui ancora oggi, soprattutto oggi, avremmo molto da imparare.
Ho detto prima che, per la loro partecipazione al dibattito pubblico, è difficile che oggi si possa individuare un magistrato, anche che non faccia parte dei ‘laici’, che non sia legato in modo surrettizio, se non a un partito, a un’ideologia. È ovviamente possibile poi che il magistrato onesto decida, spogliandosi delle proprie propensioni ideologiche. Pensare il contrario è un cattolico processo alle intenzioni.
Ma il magistrato, figura decisiva in una democrazia proprio per le sue delicate funzioni, non solo deve essere onesto ma, come la moglie di Cesare, anche apparire onesto.
Il testo della Lectio Magistralis del cantante all’Università di Salerno

(VASCO ROSSI – lastampa.it) – Pubblichiamo di seguito il testo della Lectio Magistralis tenuta da Vasco Rossi in occasione del conferimento al rocker di Zocca del Dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione da parte dell’Università degli Studi di Salerno.
Un Dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione… per me?!? Questa proprio non me l’aspettavo. “Dottorato” significa che potrei anche insegnare… Ma tranquillizzo subito i miei affezionati detrattori: continuerò a fare concerti. Sono davvero felice di essere qui, a Salerno: una città a cui mi legano tanti ricordi e momenti importanti della mia vita. La prima volta che arrivai a Salerno avevo 25 anni: mi ci aveva mandato una cartolina, ma non era una vacanza. Era quella del militare. Al Nord era già inverno; qui c’era un’aria tiepida e un golfo meraviglioso. Entrai in caserma, mi misero a dormire vicino a una finestra che non aveva nemmeno tutti i vetri però si stava bene lo stesso. Qualche anno dopo tornai per un concerto e, in una notte decisamente più interessante del servizio militare, qui fu concepito il mio primogenito. Non era in programma: diciamo che la Provvidenza, con l’aiuto di una ragazza salernitana, mi aveva organizzato una bella sorpresa. E quello mi ha cambiato la vita.
Ma non voglio qui parlarvi dei miei meravigliosi figli. Voglio parlarvi di questo riconoscimento. Sono davvero onorato ed estasiato di questo titolo accademico! A volte mi chiedono: «Che cosa significa, in fondo, essere Vasco Rossi?» Bella domanda. La risposta breve è: una grande responsabilità. E io che pensavo bastassero un microfono, una chitarra e qualcuno che sapesse dove avevo lasciato gli occhiali. Per me significa restare me stesso, senza tradire quello che SONO per piacere a qualcuno. Prendere dubbi, fragilità, rabbia, sogni – e qualche sana incazzatura -e trasformarli in canzoni. Poi le canzoni escono di casa, fanno più strada di me e diventano anche vostre. A quel punto la responsabilità aumenta. E non posso più dire: «Era solo un ritornello!».
Oggi dovrei parlarvi di «politica e comunicazione». Ma io Non le ho studiate sui libri (all’università ho fatto economia e commercio…). Le ho vissute, Le ho subite e qualche volta, lo ammetto, provocate. Ho scritto canzoni. Dopo quasi cinquant’anni scopro che possono diventare perfino una tesi di laurea. Una canzone non è soltanto una canzone. È un messaggio che viaggia senza ufficio stampa. Entra nelle case, nelle automobili, nelle cuffie, nelle piazze. Arriva a chi magari non leggerebbe un editoriale né seguirebbe un dibattito politico, ma riconosce una frase perché, quella frase, parla proprio di lui.
La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica: non si limita a informare. Muove emozioni, ricordi e domande. Questo non significa trasformare una canzone in un comizio. Non ho mai pensato di avere la verità in tasca, anche perché le tasche dei miei jeans sono già piene di cose inutili. Una canzone non dà istruzioni per vivere e non sostituisce la politica. Però può aprire uno spazio in cui le persone si riconoscono, discutono e si sentono meno sole. Può dare voce a un disagio prima ancora che quel disagio trovi le parole per diventare una richiesta collettiva. La politica non è soltanto quella dei palazzi, delle elezioni e dei programmi. È anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini. È il rapporto, sempre difficile, tra la libertà individuale e la responsabilità verso gli altri. Quando una canzone parla di solitudine, esclusione, ribellione o libertà, entra già in questo territorio. Non offre necessariamente una soluzione, ma mette in discussione ciò che sembra normale, inevitabile, già deciso.
La parola, per me, è importante. È un’arma potente: può manipolare, semplificare la realtà, creare nemici e vendere paure. Ma può anche dare voce a chi non riesce a farsi sentire, contrastare l’arroganza, difendere la tolleranza e l’inclusione. E qualche volta può essere una grande consolazione. Per questo chi comunica pubblicamente ha una responsabilità. Deve sapere che ogni parola costruisce un clima. Può alimentare cinismo o fiducia, odio o confronto, rassegnazione o voglia di reagire. Anche il silenzio comunica. E anche una battuta può avere conseguenze, soprattutto quando arriva a molte persone.
Essere ascoltati non significa avere sempre ragione. Significa sapere che ciò che diciamo può essere ripreso, interpretato e trasformato. Una frase nata in una stanza può diventare il pensiero di qualcuno, il titolo di un giornale, uno slogan, una risposta data a un amico. Quando una canzone entra nella vita degli altri, non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta. Questa è la sua forza. E anche il suo rischio. Per questo cerco la parola giusta: quella che dice una cosa vera senza mettersi in posa. Comunicare non significa soltanto farsi capire: significa assumersi il peso di ciò che si mette nel mondo. Se esiste una «poetica di Vasco Rossi», forse è tutta qui: dire le cose come le sento, senza trasformare la fragilità in una vergogna e senza confondere la libertà con il diritto di fregarsene degli altri.
La ribellione non è solo dire di no. È rifiutare le parole già confezionate, le identità imposte, le risposte facili. È cercare un modo personale per stare nella realtà e, quando serve, provare a cambiarla. Una canzone non risolve i problemi del mondo. Può cambiare l’umore di una giornata. Può aprire una crepa nel muro dell’indifferenza. Far nascere una domanda. Restituire dignità a un sentimento. Mettere in contatto persone che non si conoscono. Non sostituisce l’impegno politico, il lavoro civile o le decisioni concrete. Però può preparare il terreno. Può far capire che un problema esiste e che non siamo obbligati ad accettarlo in silenzio.A volte basta una frase per sentirsi meno soli. E se poi la cantano in sessantamila la solitudine diventa appartenenza.La vera responsabilità è fare in modo che, dopo aver cantato insieme, resti qualcosa: una consapevolezza, una domanda, magari il coraggio di guardare gli altri con un po’ più di attenzione. Nelle mie canzoni non metto parole in più! Le distillo, tolgo il superfluo. Cerco la sintesi. Meno parole uso, più peso ha ciascuna di loro e più spazio lascio all’immaginazione di chi ascolta. È così che una canzone può arrivare al cuore. E diventare una forma di resistenza attiva, contro il conformismo, la banalità e le menzogne. Oggi comunichiamo dappertutto, a tutte le ore: sui social, in TV, attraverso gli algoritmi. Siamo tutti con il microfono acceso. Ma prima di parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare. Abbiamo tutti una voce, ed è una grande libertà. Ma avere più microfoni non significa avere più chiarezza…
Sul mio conto ne sono state dette tante, compresa la leggenda secondo cui avrei offeso il sud. Voi avete scelto di guardare oltre etichette e pregiudizi. Questa unanimità è, per me, la prova concreta che lo studio e la conoscenza aprono le menti e rendono davvero liberi dall’ignoranza e dai pregiudizi. Una cosa, però, l’ho imparata: Non puoi discuterci con l’ignoranza… ma con le menzogne inventate per infamare, si querela. Chi ascolta le mie canzoni sa da che parte sto. E di che pasta sono fatto. Vedervi qui, tutti in toga, e ricevere questo riconoscimento in quest’Aula Magna mi emoziona davvero. In questa Università ho sentito un’aria di pluralità, inclusione, libertà, vi ringrazio di cuore, uno per uno. E grazie, cari colleghi professori… da oggi sono un prof anch’io! Tranquilli: non darò voti. Al massimo chiederò il bis.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Dice e scrive l’americana Jill Lepore, storica del presente, che la ristretta cerchia che possiede e governa l’intelligenza artificiale ha tutte le caratteristiche di una setta religiosa. Perfino nell’abbigliamento. E progetta, messianicamente, l’avvento di uno Stato Artificiale che si sostituirà alla democrazia e governerà il mondo. Con Ia nelle vesti di Dio. E noi tutti proni e devoti — tranne i ribelli, peccato non avere più vent’anni…
È una lettura non incredibile dello stato delle cose: di incredibile, del resto, è rimasto molto poco. Probabile che non esista un vero e proprio patto costitutivo di questa Tecno-chiesa. Ma almeno due caratteristiche evidenti (il fanatismo estatico con il quale i sacerdoti-tycoon predicano la loro fede, e il fatto che siano tutti inesorabilmente maschi) non lasciano presagire niente di buono, e soprattutto niente di nuovo. Una ennesima religione patriarcale, con tutti maschi sotto i riflettori, e le femmine dietro le quinte che come massima ambizione puntano a spillare qualche miliardo per il divorzio? Che noia: già visto, già sentito. Una nuova Terra promessa, il digitale? Che noia, e che mancanza di rispetto per il mondo così com’è. Con tutti i suoi difetti ma anche la sua meravigliosa imperfezione.
Musk con i suoi quattordici figli, il suo superomismo spaccone, il suo fascismo politico, è il frontman indiscusso della compagnia. Ed è anche la certificazione di quanto di vecchio, anzi di decrepito, tutto questo “nuovo” porti in seno. Il solito vecchio potere, nel nome del quale ci si scanna da prima ancora che scoprissimo la ruota.

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Dobbiamo a Barbara Spinelli se alla vigilia dell’uscita del Fatto Quotidiano, nell’estate del 2009, la nostra avventura decollò con quel viatico di allegra temerarietà che lei ci seppe infondere. Mentre ci inseguivano come ombre del malaugurio dubbi e timori (oltre ai sorrisetti di chi tra i cari colleghi vaticinava il nostro inevitabile disastro). Verso sera, con Marco Travaglio varcammo la soglia di un appartamento, in via della Chiesa Nuova, non lontano da Piazza Navona, dimora di una coppia riservatissima, eppure accompagnata dal fascino dell’intelligenza messa al servizio del Paese e del rigore morale. Lui, Tommaso Padoa-Schioppa, autorevole economista e fino a pochi mesi prima ministro dell’Economia e delle Finanze, reso famoso da quella frase, davvero audace in una nazione di evasori seriali, sulle tasse “una cosa bellissima”. Voleva dire che sono un modo civilissimo per finanziare beni indispensabili e servizi collettivi, salutata non a caso dai lazzi del becerume berlusconiano. Lei ci accolse con un sorriso complice e molta curiosità. E a quei due giornalisti che avevano deciso di rischiare l’osso del collo con l’idea (abbastanza stravagante, diciamolo) di fondare un giornale libero da padrinati e finanziamenti pubblici, disse semplicemente: andrà benissimo, che aspettate a cominciare? Visto che il momento sembrava propizio, Marco provò a chiederle se voleva scrivere per noi. Promise che ci avrebbe pensato.
Infatti, qualche anno dopo, i suoi scritti densi e coraggiosi impreziosirono il nostro giornale. Da quell’incontro, da quell’energia morale e intellettuale mi restano impresse due parole: coraggio e amicizia.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Non so se riuscirò a racchiudere in queste poche parole la grandezza di Barbara Spinelli, che ieri è venuta a mancare alle sue due famiglie: quella propriamente detta e quella del Fatto. Uno dei luoghi dove nacque il nostro giornale ben prima di uscire è la casa al centro di Roma dove Barbara viveva con Tommaso Padoa-Schioppa, anche lui andato via troppo presto. Antonio Padellaro e io chiedevamo consigli, pieni di timori. Barbara e Tommaso ci incoraggiavano pieni di entusiasmi. Da allora la corteggiai per sette anni per strapparla alla Stampa, anche andandola a trovare nel suo ufficetto al Parlamento europeo dov’era stata eletta nella lista da lei cofondata L’Altra Europa con Tsipras. E nel 2016 ci riuscii. Ci eravamo conosciuti a Parigi, dove viveva gran parte dell’anno, a un incontro con Antonio Tabucchi sul berlusconismo. Poi a una manifestazione sullo stesso tema in piazza Navona. Poi in mille occasioni. Lei fragile e minuta, ma tenace come il fil di ferro e coraggiosa come una leonessa. Non tirava mai indietro la gamba. È rimasta al Fatto dieci anni e per noi è stato un meraviglioso privilegio, anche se fingeva che lo fosse per lei: “Finalmente non devo più litigare per far uscire i miei articoli come li ho scritti”. Con quella famiglia (era figlia di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann, già moglie di Eugenio Colorni, l’altro padre del Manifesto di Ventotene), quei rapporti politici e quella carriera giornalistica tra Repubblica, Corriere e Stampa, avrebbe potuto campare al calduccio dell’establishment. Ma non apparteneva a nessuno fuorché a se stessa: infatti, ormai apolide nella sinistra perduta, non si fece scrupoli a rompere i rapporti che le impedivano di restare libera con le sue idee.
[…]
Nel 2013 mandò a quel paese Eugenio Scalfari, che l’aveva cazziata su Rep per le sue aperture di credito ai 5Stelle e le sue critiche all’amico di famiglia Giorgio Napolitano, il presidente meno imparziale della storia, per i suoi attacchi a Luigi De Magistris e ai pm di Palermo che osavano indagare sulla trattativa Stato-mafia, ma anche per gli ostacoli frapposti al governo Prodi-2 nell’ansia delle solite larghe intese con B. (mi mostrò i diari di Padoa-Schioppa, che di quel governo era ministro, perché ne parlassi nel mio libro Viva il Re). Manco fosse il suo tutore, Scalfari le aveva intimato di “ricordare sempre che sei la figlia di Altiero Spinelli”. Lei rispose “stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona”.
E aggiunse: “Violento è infatti l’uso che fa di Altiero Spinelli, del quale nessuno di noi può appropriarsi: chi può dire come reagirebbe oggi, di fronte alle rovine d’Italia e dell’Europa da lui pensata nel carcere dove il fascismo l’aveva rinchiuso, e difesa sino all’ultimo nel Parlamento europeo? Non ne sono eredi né Scalfari, né il Presidente della Repubblica, e neppure io. Il miglior modo di rispettare i morti è non divorarli… non adoperarli per propri scopi politici o personali. Mi dispiace che Scalfari abbia derogato a questa regola aurea”. Ecco, questa era Barbara. Quando la Russia invase l’Ucraina, chiamai due persone per consigliarmi sulla linea da tenere: il generale Fabio Mini, che mi predisse come sarebbe finita, cioè come sta finendo; e lei, convinta che la guerra avesse molti padri e fosse stata provocata dalla Nato. I soliti idioti iscrissero anche lei nella lista dei “putiniani”: ne ridemmo fino alle lacrime.
[…]
Ogni suo articolo era un capolavoro: metteva in fila i fatti e le dichiarazioni, poi ne traeva le conclusioni con nitore cartesiano, smontando con logica stringente quelle che chiamava “menzogne” e “imposture”. Tipo i paragoni a capocchia fra Putin e Hitler, fra chi vuole negoziati con la Russia e la conferenza di Monaco del 1938, fra le armi agli ucraini che fuggono dal fronte, dalla leva e dal Paese e la nostra Resistenza partigiana. Il pezzo era sempre accompagnato da una nota di umiltà: “L’hai letto? Pensi che possa funzionare?”. Le sue battaglie contro l’Ue – nulla a che fare con l’Europa che aveva nel sangue – che strangola la Grecia, che bada solo alla finanza e poi alle armi, le ubriacature post-blairiane del macronismo e della loro parodia renziana, il draghismo, la russofobia, il riarmo, il doppiopesismo sull’Ucraina e su Gaza, sono pura e lucida lungimiranza. Come l’ammissione di avere sbagliato nel 1999 a schierarsi per la guerra della Nato alla Serbia. Quando, per sostenere il riarmo, Rep arruolò post mortem Altiero Spinelli e il Manifesto di Ventotene in una marcetta, sulle prime non volle replicare. Poi intervenne sul palco dei 5Stelle per la pace ai Fori Imperiali. Infine non ci vide più e scrisse “Chi usa il Manifesto e chi ne abusa”. Finiva così: “Nel 1941 parlare di rivoluzione era d’obbligo: c’era il fascismo. Ma anche oggi le conseguenze logiche del Manifesto (Stato federale, Stato sociale per tutti, Casa Comune con la Russia, disarmo) implicherebbero una rivoluzione delle menti e della politica. Nessuno si sente di farla”. Il suo ultimo articolo, sull’attacco di Usa e Israele all’Iran, è del 10 marzo, come sempre profetico. Poi Barbara ha chiuso il Pc, ma è rimasta con noi. A giugno mi ha scritto: “Sto seguendo la sordida storia della Minetti: ho avuto seriamente paura per il processo contro il nostro giornale. Stiamo tranquilli?”. Io provavo a strapparle altri articoli, ma lei si schermiva con la soave discrezione che era la sua cifra: “La mia situazione medica non cambia, ma anzi va peggiorando. Avrai capito da tempo, penso, che sono radicalmente contraria al cosiddetto ‘outing’, che è l’ansia, molto diffusa specie tra le donne, di condividere e render pubblica la propria così interessante esperienza… Ti abbraccio con grandissimo affetto e ancora centomila grazie”. Grazie a te, Barbara. Già ci manchi.
Oggi che la base di Ghedi è diventata oggetto della puntata di “Presa Diretta” di domenica 4 ottobre, le cose sono però anche peggio

(Elisabetta Reguitti – ilfattoquotidiano.it) – Ne avevo scritto il 3 gennaio 2020 sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano e l’unico politico italiano a chiederne conto era stato Angelo Bonelli, che poneva a livello istituzionale e politico la questione sull’arrivo in Italia di armi a testate nucleari provenienti da altre basi. Sei anni dopo vorrei tornare alle dichiarazioni che mi aveva rilasciato l’allora sindaco di Ghedi, cittadina in provincia di Brescia che ospita oltre 10 chilometri di base militare che aderisce al “Nato Nuclear Sharing”.
Il primo cittadino era stato chiaro: “Al sindaco non è dato avere questo tipo di informazioni”. Peggio mi avevano detto – in via riservata – altri esponenti politici di ogni schieramento, ovvero che quello che succede dietro l’invalicabile recinzione custodita da filo spinato e vedette non è argomento di cui un sindaco può sapere. Tradotto: deve starne alla larga.
La base di Ghedi, a 25 chilometri da Brescia, si estende per oltre dieci chilometri quadrati. Non è una base Nato, ma in “adesione”: con un deposito di arsenale di almeno venti bombe atomiche americane con una potenza oscillante tra i cinquanta e i cento chilotoni ciascuna, date in controllo all’esercito italiano (per quanto mi risulta, le bombe atomiche le hanno sempre gestite gli americani). A Ghedi risiede il 6° Stormo, un reparto di interdizione militare che ha il compito di intercettare e distruggere i cacciabombardieri nemici in territorio nazionale. Hanno in dotazione i caccia multiruolo “Tornado” in tre varianti, sviluppati e fabbricati dalla Panavia Aircraft, multinazionale che unisce le aziende British Aereospace, MMB e Leonardo. La caratteristica che rende questi velivoli un’eccellenza tra i sistemi di aviazione bellica è la capacità di poter agganciare tutte le armi da guerra impiegabili, incluse bombe a grappolo e, ovviamente, le bombe atomiche.
Una nota stampa trasmessa sul canale ufficiale dell’Alleanza Atlantica dichiarava come i mezzi coinvolti nell’addestramento avvenuto nel 2023 avessero la funzione di trasporto delle testate nucleari, ma che lo scopo decennale del programma resta limitato alla formazione dei piloti per le operazioni di manovre aeree, senza quindi spingersi in veri test di volo con testate nucleari agganciate. Tutte notizie già riportate nel mio articolo del 2020.
Oggi che la base di Ghedi è diventata oggetto della puntata di “Presa Diretta” di domenica 4 ottobre, le cose sono però anche peggio. Soprattutto il silenzio sulla totale mancanza di trasparenza di informazioni su ciò che accade all’interno della base. Beppe Corioni del centro sociale “28 maggio” di Rovato non ha mai smesso di promuovere iniziative per sensibilizzare la cittadinanza; organizzatore di tavoli per richiamare l’attenzione a livello nazionale su Ghedi al fine che venisse messa al centro del confronto anche politico nazionale.
“È inaccettabile che l’Italia partecipi attivamente a questa simulazione senza che vi sia stato alcun dibattito parlamentare. Decisioni di tale portata politica, etica e strategica non possono essere sottratte al controllo democratico delle istituzioni e dell’opinione pubblica” incalza Corioni, riferendosi al fatto che dal 13 al 20 ottobre i Tornado del 6° stormo parteciperanno all’annuale operazione Nato “Steadfast Noon” che così come riporta il sito Quibrescia.it coinvolgerà 71 aerei di 14 diversi paesi. Saranno simulazioni delle procedure e operazioni connesse all’impiego di armi nucleari.
“Abbiamo ripetutamente chiesto alla alla Prefettura di Brescia di rendere pubblici i piani di emergenza come previsto dalla legge vigente – prosegue Corioni riportando l’attenzione sul tema della sicurezza per la cittadinanza di Ghedi; sono piani che dovrebbero essere rinnovati ogni tre anni ma la risposta del massimo organismo istituzionale bresciano – rivela – è che non esistono”.
Poi l’appello a partecipare al presidio di sabato 24 ottobre davanti alla base; iniziativa promossa dalla Rete Pace Franciacorta di concerto con diverse altre associazioni pacifiste che a differenza dei politici, non si sono mai rassegnate.
e.reguitti@ilfattoquotidiano.it

(Dott. Paolo Caruso) – Quel 7 ottobre 2023… su cui cominciano a diradarsi le fitte nebbie che lo hanno avvolto in questi tre anni, portano alla ribalta dubbi, e responsabilità da parte del governo israeliano. Fu a sorpresa o pianificato dallo stesso Netanyahu il massacro degli oltre mille Ebrei uccisi da Hamas? Da fonti dichiarate il capo di Israele, quarantotto ore prima, era stato informato telefonicamente dal presidente egiziano. E cosa ha fatto? Ha sguarnito la zona, spostando l’esercito in tutt’altra parte della Nazione. Qualche altro, servizi arabi inclusi, è sicuro che dell’attacco, Netanyahu era stato informato qualche settimana prima. Sperava nell’incidente, se non provocato almeno da lui favorito, per la sua politica espansionistica su tutto il territorio, scalzando gli autoctoni Palestinesi da Gaza. Così dinanzi al mondo poté scatenare l’altro inferno. Quello suo, senza pietà, indistintamente contro i Palestinesi, che, da quel giorno non hanno pace. Unica ideologia è la loro totale estinzione e i coloni ebrei sono pronti ad occupare la terra altrui. Bombardata Gaza, sono state tolte dignità e dimora a milioni di persone. I rastrellamenti hanno preceduto le deportazioni anche di inermi civili, come donne e bambini, quando non sono stati lasciati morire di fame o sotto le bombe. Le Flotillas parvero l’unico gesto pietoso di privati cittadini che dall’Europa hanno inteso favorire la popolazione stremata. Con qual esito? Sono stati perseguitati e umiliati dai militari israeliani e dal loro scervellato comandante e ministro di governo. Netanyahu si ritiene e agisce da messia davidico, con la missione di portare a soluzione l’identità d’Israele, quale dominatore dei popoli. Vuole attuare l’ideologia messianica e quella Terra deve appartenere esclusivamente a Israele, con gli stessi confini che furono del Regno di Davide tremila anni prima. “Dal mare mediterraneo al fiume Eufrate. L’ideologia è espressa dal simbolo della bandiera israeliana: fondo bianco con al centro la stella di David a sei punte e le due strisce azzurre. Da quando nel 1948 si costituì, Israele ha provato a cacciare i vicini che lo avevano ospitato. Da tre anni lo fanno in modo più violento perché cruento. Affamano per sradicare, e uccidono impunemente donne e bambini per tentarne la totale estinzione. Molti Paesi hanno gridato allo scandalo ma in maniera tiepida e molti altri tra cui quelli europei ipocritamente si sono girati da un’ altra parte. Papa Francesco ha preso fin dai primi giorni posizione ferma contro le violenze nella Striscia di Gaza e anche l’attuale pontefice Leone XIV, in continuo contatto con Gaza e l’eroico cardinale Pizzaballa, in prima linea, non intende abbassare la guardia. È tragico che non parlino coloro che potrebbero fermare i massacri, per ragioni di sudditanza nei confronti d’ Israele. Il Tycoon americano è con lui e non intende rinunciare agli affari che continuano a essere il punto di riferimento della sua politica. Sciacalli ! Chi in Europa intende dispiacere il Tycoon? o tantomeno Netanyahu? L’ Italia men che meno. Con Israele infatti fa affari “import & export”. Silenzio assordante da parte della Meloni e dei partiti di governo e nello stesso tempo ipocrite giustificazioni da parte dei cosiddetti riformisti del PD. A chi importa? I Palestinesi pagano lo scotto di avere accolto nel 1948 “l’Ebreo errante”, che, insediatosi nella Terra non più Santa, ringalluzzisce dettando i suoi diktat, e facendo patire agli altri le atrocità che hanno dimenticato di avere subito ad Auschwitz. È la sua “guerra santa”. Netanyahu non arretra sulla sua ideologia, sovrapponibile a quella che Hitler praticò per l’ estinzione del suo popolo. Infatti continua ad uccidere e affamare bambini con l’ idea criminale che dei Palestinesi non deve rimanere seme. Errore fatale perché si crea un solco profondo tra le nuove generazioni Palestinesi e Israeliane proiettando in un domani non tanto remoto formazioni terroristiche che perpetueranno odio e rancore non facilmente regredibili.

(Tommaso Merlo) – Altro che combattere contro Mosca, i giovani francesi combattono contro Parigi che li ha abbandonati tra ratti e latrine maleodoranti di ingiustizia sociale. La repressione ha solo scaldato gli animi e la speranza è che la protesta dilaghi in tutto l’Occidente visto che la solfa è la stessa ovunque. I governanti trovano sempre i soldi per abbassare le tasse ai ricchi e per produrre armi, ma li trovano massacrando lo stato sociale e tagliando diritti ai cittadini comuni di cui si ricordano solo in campagna elettorale per raccattare voti. Governi sempre più mediocri che vivacchiano a rimorchio di mercati e lobby della guerra mentre la qualità della vita precipita. Un andazzo che dura da anni, una festa elitaria rovinata dalla crisi energetica frutto delle due guerre che l’Occidente sta contemporaneamente perdendo in Ucraina ed Iran. La novità non sono certo le sconfitte militari di cui politicamente non risponde mai nessuno, sono le conseguenze economiche che colpiscono direttamente i cittadini occidentali e che stanno alimentando proteste ovunque. Le élite occidentali sognavano di marciare impettite davanti al Cremlino e di servirsi a piacere di gas e petrolio nella steppa e sognavano di danzare satolle con gli sceriffi del Golfo ed invece si ritrovano all’asciutto e coi loro cittadini impoveriti e imbestialiti per una crisi gravissima e senza neanche un motivo se non i deliri guerrafondai di qualche lobby senza volto né cuore. Il bello delle rivolte in Francia è che sono ragazzi giovanissimi, esponenti della nuova variopinta società civile che invece di dividersi si unisce e non per combattere contro qualcuno ma a favore di qualcosa, a favore di diritti e valori che riguardano tutti indistintamente. Piazze in cui non prevalgono odio e paura come quelle di estrema destra, ma sana indignazione e ansia di cambiamento. Ragazzi scesi per strada supportati da genitori ed inseganti e altre vittime dello stesso delirante sistema che ha depredato casse statali già malconce per produrre armamenti e fatto schizzare i prezzi alle stelle. Risorse pubbliche che dal cittadino sono finite nelle tasche delle élite politiche e finanziarie e dell’immenso indotto della morte e della distruzione che ha messo nel mirino l’ennesimo nemico immaginario. Non una crisi temporanea ma di sistema con servizi pubblici in sfacelo, carovita, salari bassi e politicanti sempre più mediocri che delirano di terza guerra mondiale tra le macerie sociali. In Francia come in tutto l’Occidente. Un vero e proprio sistema incentrato sul mercato e quindi sulla legge del più forte e sull’ ingiustizia sociale con immense risorse che finiscono nelle tasche di élite oligarchiche sempre più ristrette mentre per i comuni cittadini i diritti sono sempre più scarsi e a pagamento. Se hai soldi per pagarti scuole ed ospedali privati non hai nessun problema né in Francia né altrove, se non ne hai ti devi invece accontentare perchè le élite hanno cose più importanti a cui pensare tipo allungare le loro carriere e servire chi comanda davvero dietro le quinte. Un sistema per cui l’educazione è marginale perché meno i cittadini sanno, meno pretendono e più sono manipolabili. Un sistema in cui la sanità o la povertà sono marginali perché più cittadini hanno cose più importanti a cui pensare tipo sopravvivere, più le élite si godono serenamente l’alta società. Ma senza mai superare il limite come invece sta accedendo per le ripercussioni economiche delle sconfitte strategiche in Ucraina ed Iran. L’indice di gradimento di Macron è crollato ma in tutto l’Occidente imperversano leader detestati dalle maggioranze popolari e dilaga disaffezione o voto di protesta. Non un problema politico, ma democratico. Una crisi di sistema con popoli che non si sentono più rappresentati da una politica sempre più ridotta a marketing elettorale e carrierismo. I popoli vogliono una politica sensibile e genuina che si occupi dei loro problemi concreti e che accresca diritti e qualità della vita per tutti invece di peggiorarli in nome di una crescita sempre più iniqua e fine a se stessa. I popoli vogliono la pace e non l’autodistruzione bellica ed ambientale, vogliono una politica all’altezza delle loro nuove consapevolezze e che persegua uno sviluppo intelligente. Le rivolte in Francia sono un sintomo di un male profondo e la speranza è che dilaghino in tutto l’Occidente in modo da rivoluzionare un sistema politico ed economico fallimentare fin che siamo in tempo.