
(di Marcello Veneziani) – Cosa possiamo fare noi europei, noi italiani, davanti alla guerra che infiamma il Medio Oriente dopo l’attacco e la decapitazione dell’Iran? Poco, pochissimo, quasi niente. Poco da europei, pochissimo da italiani, quasi niente da singoli cittadini. Ma non possiamo restare inerti, indifferenti, proni e consenzienti davanti a uno scenario terribile, ben più pericoloso di quello che c’era fino a pochi giorni fa e che per decenni ha retto, bene o male, tra tante ulcerazioni.
Prima di inoltrarvi in questo articolo devo fare un’avvertenza preliminare: molti di voi lettori, non so quanti, non si riconosceranno nelle opinioni che esprimerò, e che non rappresentano naturalmente la Verità, ma solo la mia personale opinione. Se non vi va di sentire opinioni discordanti dalle vostre, non leggetemi, saltate quest’articolo. Evitate però insulti e insinuazioni: non sono passato a sinistra, non sono impazzito o scimunito, non faccio il gioco di nessuno, non mi sono venduto a chissachi. Se sbaglio, sbaglio in proprio, con la mia testa e con la mia coscienza. Dico quel che penso da quando ero ragazzo, e quel che dirò è coerente con quel che penso da una vita, le mie opinioni in materia le espressi quando avevo la metà dei miei anni odierni in Processo all’Occidente.
Dai tempi della guerra del Golfo, per non andare ancora più indietro, gli interventi eurooccidentali in Medio Oriente sono stati un disastro, hanno peggiorato le cose: abbiamo abbattuto dittatori come Saddam Hussein, Gheddafi, Assad (più il Libano, l’Afghanistan, ecc.) ma dopo è stato peggio. Caos e migliaia di morti, città distrutte, popoli ridotti alla fame, paesi dilaniati da fazioni e tribù, regimi integralisti e sette fanatiche, terrorismo antioccidentale (quasi tutti sunniti, non sciiti come gli iraniani), paesi ingovernabili, petrolio alle stelle, instabilità internazionale, odio verso l’Occidente. Questo non vuol dire che tifavo per quei dittatori, ma faccio paragoni, sono realista, capisco che il male può diventare peggio. E lo sceriffo del mondo è una iattura per il mondo. Ci piaceva all’inizio Trump perché diceva, come dice ancora mezzo Maga, niente più guerre, ci occuperemo solo dell’America, non più del mondo. E invece vedete che sta combinando…
Con l’Iran tutto questo è più in grande; è un paese di antica civiltà, con un popolo fiero. Ci era stato detto che togliendo di mezzo i vertici, il popolo sarebbe insorto e avrebbe rovesciato il regime. Invece il contrario. Il dissenso non è solo diviso, ma sembra essere minoritario rispetto alla maggioranza degli iraniani, tra i quali ci sono sia i sostenitori del regime sia tanti che non sono con il regime ma non vogliono farsi comandare da Usa e Israele, che li stanno bombardando. Il dissenso è naturalmente più vistoso all’estero, ma quelli che stanno fuori in gran parte sono andati via proprio per questo.
C’è bisogno che dica, a questo punto, che il regime degli Ayatollah spargeva odio ideologico verso gli Usa, Israele e l’Occidente? C’è bisogno che dica che la repressione sanguinosa del dissenso, indipendentemente dai numeri effettivi di numeri e dalle manipolazioni esterne che il regime denunciava, ci fa ribrezzo? Si, c’è bisogno, perché se non dici bianco o nero a chi ha poca materia grigia in testa, ti considerano dalla parte dei dittatori.
Torno allora alla domanda di partenza: che possiamo fare noi europei, noi italiani di fronte a questo scenario? Vediamo prima cosa dicono, cosa fanno, gli stati europei oggi. Si limitano ad applaudire, in gradi e misure diverse, all’abbattimento del regime, non dicono una parola di condanna sull’attacco Usa-Israele, mostrano preoccupazione per il popolo iraniano, si limitano come mamme in apprensione, a far rientrare i loro figli, cioè i concittadini a casa e ad assicurare il loro impegno materno. Qualcuno si azzarda a prevedere un intervento europeo, a partire dagli inglesi; qualche altro si azzarda a dire, in Italia, che siamo pronti a vendere armi ai nemici dell’Iran. Nessuno che reagisca alle minacce del leader della potenza americana “li massacreremo” e si dissoci. Certo, l’Europa e l’Italia, fanno quel che possono; l’Italia è un piccolo paese sotto schiaffo dal ‘45, da decenni al rimorchio e all’ombra degli Stati Uniti, magari con qualche episodio di autonomia, proprio in Medio Oriente, al tempo di Craxi e Andreotti (e forse Moro), che pagò caro. Ma che possiamo fare? Una cosa almeno: sottrarci alla partita Occidente contro Resto del Mondo, non sposare la guerra come soluzione dei problemi, non accettare il principio e il fatto che gli Stati Uniti siano gli arbitri armati del pianeta e che Israele possa fare tutto senza limiti. Dobbiamo dire al mondo che l’Europa, e nell’Europa l’Italia, ha un ruolo internazionale forte – lo abbiamo detto tante volte – come luogo centrale tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del pianeta. Il Mediterraneo è il tavolo naturale del pianeta attorno a cui sedersi e trattare. L’Europa deve far valere e pesare questa centralità geopolitica mediterranea, senza schiacciarsi sull’Atlantico, trattando con tutti i paesi del mondo a partire dai più vicini, come la Russia. Nel mondo ci sono più autocrazie che democrazie e non possiamo pensare di abbattere tutte le dittature del mondo o le finte democrazie (come era considerato il Venezuela). Dobbiamo con realismo assumere un ruolo autonomo e indipendente dagli Stati Uniti. Questo è l’unico sovranismo europeo possibile. Non è la guerra, non sono i muscoli, la nostra forza; ma la nostra centralità, il nostro equilibrio tra mondi opposti, il nostro antico prestigio universale. Facciamoli valere.
Detto questo, bisogna essere onesti e realisti fino in fondo. Se la situazione innescata dovesse precipitare, se si svegliano le grandi potenze asiatiche e i Brics, se la Turchia si sfila dall’adesione al piano israelo-americano, noi da che parte stiamo? Potremmo mai in caso di conflitto tra “Occidente” (o la sua protesi) e Cina, Russia e altri, schierarci dalla parte opposta se stiamo fisicamente, geograficamente da questo versante? In quel caso estremo non potremmo essere dalla parte di chi ci colpisce. Ma proprio per non arrivare a quel punto, l’unica nostra salvezza è quella di sottrarci oggi all’Occidente che stanno disegnando Trump-Netanyahu e che brutalizza una linea da sempre sotto-traccia negli Usa, e proporci come luogo autonomo, indipendente, nella prospettiva di un mondo policentrico. Non abbiamo altra scelta; l’alternativa sarebbe diventare ausiliari, ascari, del fantoccio Nato e di Usa-Israele.
Quel che ho detto è ”di destra” o “di sinistra”? Non mi interessa stabilirlo ma è coerente con tutto quello che ho detto finora. A differenza di chi tace in queste situazioni mi sono esposto e ho dato spunti, riflessioni, argomentazioni in questo senso. Ora finire con gli insulti e i linciaggi non mi va. Ho detto quel che penso, e che avevo anticipato sui miei social, ma sono pronto a trarre le conclusioni. Se ritenete che queste riflessioni non siano compatibili o degne di essere pubblicate, consideratemi dimissionario. Se invece ritenete che pur nel dissenso, parziale o totale, queste opinioni – che nascono da tutto quel che ho scritto e pensato finora, e sono espresse solo per amor del vero (fallibile, certo) e amor patrio e nessuno altro scopo nascosto – meritino comunque rispetto e ascolto, salvo manifestare argomentate divergenze (non insulti e insinuazioni), allora andiamo avanti nella dissonanza. Non ho cambiato le mie idee quando ero giovane e avevo una vita davanti, figuriamoci se le cambio adesso…
EVENTO SPECIALE, esclusivamente 17/18 marzo ore 21
Errore 404. Ripeti per favore.
Di: Alessandra Silipo
Regia di: Alessandra Silipo, Susanna Lauletta.
Con: Giulia De Luca, Susanna Lauletta, Alessio Sapienza, Alessandra Silipo
e con la partecipazione di Antonio Starrantino.

Comandi vocali gridati nel vuoto seminano il caos nella galassia. Tra glitch sintattici, bug grammaticali, emoji solitarie e vocali strascicate, tre assistenti vocali avanzano verso il loro ultimo aggiornamento alla ricerca di un baluardo di logica, prima che il senso delle parole scompaia per sempre. Ultimo logo vocale: 27.03.2193. L’umanità ha dimenticato come si parla. E nessuno ha aggiornato il firmware. Che la comprensione sia con voi.
Una commedia tech-filosofica futuristica che alterna tensione visiva, ironia e suggestioni da space opera contemporanea. Una riflessione lucida e comica sulla disumanizzazione, l’obsolescenza del linguaggio, l’illusione del controllo tecnologico per raccontare la paura di essere sostituiti e l’ansia di essere necessari. La solitudine mascherata da efficienza.
Una battaglia ipergalattica contro il collasso del linguaggio dove anche gli aggiornamenti più assurdi risultano inefficaci. Tre assistenti vocali, eroine improbabili, nate per rispondere, si trovano incapaci di comprendere la domanda, diventando specchio della fragilità umana. Su tutto aleggia il Sistema. È il creatore-programmatore, autorità inappellabile che osserva, gestisce, risolve – o forse no. È l’uomo stesso.
La regia intreccia tensione e rottura, trauma e comicità portando il pubblico, spettatore e “utente” a riconoscersi nei comandi senza senso, nei bisogni travestiti da funzioni, nel vuoto che cerca una risposta. Con un ritmo sincopato, fatto di improvvise accelerazioni, silenzi, sospensioni, dialoghi serrati, interferenze sonore e atmosfere rarefatte, si mette in scena la crisi esistenziale digitale.
Errore 404 non è solo un guasto tecnico, è la condizione dell’uomo moderno.
Un errore sistemico che rivela il nostro bisogno inascoltato di contatto autentico e invita alla domanda: cosa ci rende effettivamente esseri umani?
Curiosità: scene e costumi
La scenografia minimalista evoca una zona di interferenza, spazio astratto di transizione, a metà tra il cuore di un server e una navicella spaziale, dove le azioni riflettono con amara ironia il collasso di senso e la lotta per l’efficienza. I costumi, uniformi di un futuro prossimo, così come gli elementi scenici creano un contrasto netto tra minimalismo quotidiano e monumentalità futuristica. Un’estetica high-tech che trasforma il corpo in interfaccia: non semplici personaggi, ma dispositivi viventi, identità algoritmiche, entità ibride tra umano e macchina.
PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: 13.00+2 di tessera associativa
Tutte le sere ore 21
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

(Tommaso Merlo) – L’aggressione illegale all’Iran potrebbe rappresentare la fine dell’impero americano e del sionismo. O perlomeno è questa la speranza del mondo intero. Girare pagina dopo decenni di guerre assurde e il ritorno al diritto internazionale e alla pace. Perfino i militari americani sono contro l’aggressione all’Iran, la definiscono una guerra per conto di Israele e sono imbestialiti perché avevano votato Trump proprio per non ripetere certi tragici errori. Ma si sa, il sistema è marcio. I politicanti promettono a vanvera per raccattare poltrone e poi ubbidiscono a chi comanda davvero dietro le quinte. Vale per la politica come per il compianto giornalismo. I media mainstream fanno propaganda per conto dei loro padroni, ma in rete gli esperti militari anche americani ritengono che la guerra all’Iran sia già persa. Perché la Casa Bianca non ha una strategia, mentre l’Iran prepara la sua minuziosamente da vent’anni. Perché gli americani combattono controvoglia per conto altrui, mentre per l’Iran è una questione di vita o di morte. Perché gli americani sono a corto di munizioni e di soldi mentre l’Iran ha un arsenale low cost infinito e la Cina alle sue spalle. Perché siamo nell’era del videogioco e l’Iran ha sviluppato missili balistici ed ipersonici che gli invasori si sognano. Perché con la chiusura dello Stretto di Hormuz la crisi diventerà globale come le pressioni su Trump per tagliar corto. Perché Teheran ha alle spalle il suo popolo, mentre Washington solo la lobby sionista. Ma la guerra è persa in partenza soprattutto perché il “cambio di regime” è una bufala epocale. Quello attraverso bombe dal cielo non esiste, mentre quello via terra è una illusione. Per arrivare a Teheran gli americani dovrebbero sconfiggere milioni di iraniani tra le loro montagne e anche se avessero la meglio, non risolverebbero nulla. Gli americani sono entrati a Baghdad ed hanno ammazzato Saddam ma dal giorno dopo gli iracheni hanno cominciato a ribellarsi fino a costringerli a scappare a gambe levate. E che dire dell’Afghanistan dove americani e servi europei al seguito sono scappati come ladri dopo vent’anni di occupazione rilasciando Kabul in mano ai Talebani. Puoi sottomettere uno stato con la forza, ma non un popolo che prima o poi torna sempre padrone a casa sua. E a maggior ragione un paese vasto, potente e dalla complessa cultura come quella persiana. E se gli americani corrompessero i Kurdi o chi per essi per fare il lavoro sporco, sarebbe ancora peggio. Il cambio di regime è una bufala, un’arma di distrazione di massa con cui hanno infinocchiato per decenni i telespettatori occidentali. Il vero obiettivo in Iran non è la fine del regime degli Ayatollah, ma la distruzione di quel paese. Devastare le sue infrastrutture, rovinare la sua economia e destabilizzare la sua società in modo da renderlo debole e quindi innocuo e quindi succube al dominio americano globale e a quello sionista nella regione. Punto. Se la Repubblica Islamica dell’Iran fosse una serva della Casa Bianca e disposta a chiudere occhi ed orecchi davanti alla pulizia etnica palestinese, l’Ayatollah sarebbe ricevuto a Washington coi tappeti rossi come fanno con tutti gli sceicchi corrotti e liberticidi degli emirati arabi. E non finisce qui. Perché perfino la distruzione di un paese è una bufala epocale. Paesi come il Libano sono massacrati dai sionisti da decenni, non solo li hanno invasi e bombardati infinite volte ma alle spalle li hanno ridotti sul lastrico finanziariamente e infiltrati politicamente. Eppure sono ancora lì che combattono in queste ore. E che dire dei palestinesi perseguitati e tenuti sotto assedio da decenni. Non solo non hanno ceduto di un millimetro, ma la loro resilienza si è rafforzata. Nemmeno un genocidio li ha piegati ed anzi, non sono mai stati politicamente così forti perché la loro causa si è diffusa nel mondo intero mentre Israele è considerato uno stato canaglia. È così. Decenni di operazioni occulte dello stato profondo, decenni di violenze e di crimini impuniti in tutto il Medioriente, hanno solo favorito il sorgere di una resistenza sempre più estremista allontanando l’unico modo per risolvere i problemi che è ragionare tra persone ben intenzionate e di buonsenso. La novità storica di questi mesi è che dopo decenni di dominio militare assoluto, americani e sionisti si trovano difronte una potenza militare come l’Iran che si sta preparando da decenni a questo conflitto specifico e che per ironia della sorte ha i popoli del mondo dalla sua parte ed alleati potentissimi alle sue spalle. Mentre la sostanza è sempre la solita, quella di una guerra invincibile dato che il cambio di regime ma anche la distruzione altrui sono delle bufale epocali. L’aggressione illegale all’Iran non la vogliono nemmeno gli americani e gli esperti la considerano una guerra già persa mentre il mondo intero spera nella fine dell’impero americano e del sionismo. In modo da ricominciare ad investire risorse ed energie per costruire un mondo migliore invece che per distruggerlo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq. E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”. Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.
Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla.
Un riferimento forse già oggi nella risoluzione in Parlamento. Droni in volo da Sigonella. Sostegno a Iraq, Emirati e Kuwait

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – C’è almeno un punto fermo, al termine di una giornata drammatica che si chiude con l’incontro tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Ed è questo: l’Italia è pronta a concedere l’utilizzo delle basi americane nella penisola, se la richiesta degli Stati Uniti dovesse limitarsi al supporto logistico. Un’opzione, così almeno sostengono fonti di governo, che trarrebbe forza dall’accordo bilaterale del 1954 tra i due Paesi. Altro discorso, invece, se l’obiettivo della Casa Bianca fosse quello di far partire da Sigonella e Aviano raid contro l’Iran: in quel caso, difficilmente arriverebbe il semaforo verde di Roma. Troppo scivoloso, rispetto a un’opinione pubblica ostile al tycoon e alla sua guerra.
Quando sulla capitale cala il buio, Guido Crosetto lascia il Colle dopo il colloquio con Mattarella (nel quale, secondo fonti di maggioranza, ci sarebbe stato anche un passaggio dedicato al viaggio a Dubai). Il ministro ha in mano la bozza definitiva della risoluzione che porterà oggi in Parlamento. Il richiamo all’accordo del 1954 entra ed esce dal testo, perché è materia incandescente su cui l’opposizione potrebbe infiammarsi. Eppure, è proprio questa la leva su cui Palazzo Chigi intende appoggiarsi per non deludere le aspettative di Trump: esiste quel patto, è la linea, complesso sottrarsi. È ormai chiaro, d’altra parte, che gli americani domanderanno presto di poter sfruttare le basi nell’ambito della crisi con l’Iran. E lo faranno rivolgendosi anche ad altre capitali Ue, tra cui il Portogallo, con cui Roma intende coordinarsi.
L’utilizzo sarebbe limitato all’aspetto logistico, si diceva. Cosa significa? Appoggiarsi a Sigonella e Aviano come scali tecnici, ma soprattutto per la manutenzione della flotta impiegata in Medio Oriente. È infatti troppo rischioso, in questa fase, sottoporla a revisione nei Paesi del Golfo, risucchiati dal conflitto. La distinzione non è banale. Secondo quanto si apprende, sarebbe stata accennata ieri durante la riunione del Copasir dal direttore dell’Aise Giovanni Caravelli. Gli domandano delle basi, il capo dei servizi esterni risponde premettendo che si tratta di una decisione politica, salvo poi aggiungere: in linea di principio, una richiesta Nato dovrebbe essere accolta, mentre una statunitense sarebbe oggetto di valutazione. E potrebbe avere un peso, nella scelta, la natura prevalentemente offensiva o difensiva dell’azione. Semplificando: un conto è contrastare una minaccia o garantire la logistica, altro pianificare un raid.
A dire il vero, non è neanche così certo che le basi non siano state in qualche modo già reclamate informalmente, né addirittura utilizzate con discrezione. L’esecutivo, infatti, si è limitato a negare che gli Stati Uniti abbiano inoltrato formale domanda. E d’altra parte, Aviano e Sigonella sono avamposti cruciali nel Mediterraneo. La struttura militare in Sicilia è considerata un hub fondamentale per la guerra dei droni. Uno, il Triton – utilizzato per azioni di ricognizione – sarebbe partito ieri mattina proprio da Sigonella con una rotta che puntava sul Golfo, secondo quanto riferiscono su X alcuni analisti. E il caso non sarebbe isolato.
Al Colle, Meloni e Mattarella – e poco prima il ministro della Difesa – discutono anche degli aiuti che l’esecutivo intende fornire ai Paesi esposti alle ritorsioni iraniane. C’è l’opzione di una fregata con sistemi anti-drone da posizionare di fronte alle coste di Cipro. E c’è l’idea di assicurare difesa anti-aerea agli alleati del Golfo. Sono progetti di cui il presidente non era stato messo a conoscenza nel dettaglio, o comunque non a sufficienza. L’obiettivo del governo è destinare un Samp-T a uno dei partner dell’area. Agli Emirati arabi (non a caso ieri la premier ha ricevuto il ministro degli Esteri emiratino a Palazzo Chigi), oppure a Kuwait e Iraq. Roma deve decidere a chi dare priorità, visto che proprio in questi ultimi due Paesi si trovano basi con diverse centinaia di soldati italiani. La strategia è dunque quella di promettere, oltre ai Samp-T, supporto antiaereo, in particolare quello contro i droni.
Il ministro e la premier incontrano Mattarella: “La crisi è grave”. Punto sugli aiuti militari e l’esigenza di coinvolgere le Camere. La situazione è drammatica. Il conflitto in Medio-Oriente rischia di allargarsi con conseguenze imprevedibili. Così di buon mattino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riunisce i suoi ministri a Palazzo Chigi e decide che serve un passaggio parlamentare […]

(estr. di Valeria Pacelli e Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] La situazione è drammatica. Il conflitto in Medio-Oriente rischia di allargarsi con conseguenze imprevedibili. Così di buon mattino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riunisce i suoi ministri a Palazzo Chigi e decide che serve un passaggio parlamentare. Se l’Italia vuole inviare aiuti militari ai Paesi del Golfo, come nel 2022 per l’Ucraina, le Camere devono essere coinvolte. Oggi, dunque, i ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani saranno in Parlamento. Ed è per aggiornare il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che poco prima di cena il ministro della Difesa e la premier salgono al Quirinale.
[…] Due faccia a faccia separati con Mattarella che è anche il capo delle forze armate: Crosetto alle 19 (come anticipato dal sito del Fatto), Meloni alle 19.45 dopo aver partecipato a un convegno sull’Africa a Banca d’Italia e aver incontrato il ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed. I colloqui sono stati riservati, senza consiglieri, e né Palazzo Chigi né il Quirinale hanno fatto comunicati ufficiali sul vertice.
Il ministro della Difesa è salito al Colle per fare il punto della situazione e per leggere al presidente della Repubblica l’impegno che il governo prenderà questa mattina in aula. Cioè quello di una “ampia agibilità” all’esecutivo e fornendo supporto agli alleati, a partire dai Paesi del Golfo Emirati Arabi, Kuwait e Qatar. Nella risoluzione non ci saranno riferimenti diretti all’utilizzo delle basi americane perché finora, come spiega il sottosegretario Alfredo Mantovano, Washington non ce le ha chieste. Ma la cornice permetterà di autorizzarle seppur “a scopo difensivo” senza passare nuovamente dal Parlamento. In serata il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sentito il segretario di Stato americano Marco Rubio anche se, assicurano fonti a conoscenza del colloquio, non si sarebbe parlato delle basi. Nella riunione della mattina a Palazzo Chigi, però, si fa espressamente riferimento alla possibilità che vengano coinvolte presto le basi di Aviano, Sigonella e Camp Darby. Tra le armi che l’Italia invierà ai Paesi del Golfo, invece, ci sarà un sistema di difesa anti-aerea Samp-T e per intercettare i missili iraniani Shahed di cui i Paesi del Golfo sono sempre più sguarniti. Il ministro della Difesa avrebbe presentato la risoluzione e gli aiuti militari e fatto presente che la situazione è “grave”, la più “difficile degli ultimi decenni”.
[…]
Mattarella e Crosetto, invece, non avrebbero parlato del viaggio che il ministro della Difesa ha fatto a Dubai che lo ha costretto a rimanere bloccato per qualche ora quando è scoppiata la guerra.
Anche Meloni ha parlato espressamente di “giorni difficili” e durante il colloquio riservato con Mattarella avrebbe fatto il punto generale sulla situazione internazionale. Il Capo dello Stato, secondo fonti parlamentari, avrebbe fatto notare l’importanza che le Camere vengano coinvolte costantemente e il prima possibile anche dalla premier. Ma, per il momento, non è previsto che Meloni vada in Parlamento prima del 18 marzo, quando si terranno le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo che sarà tutto incentrato sull’Iran. Questa mattina alle 8 la premier interverrà in radio.
Durante i colloqui riservati con Mattarella gli esponenti di governo si sono soffermati anche sull’imprevedibilità di Donald Trump e sulle ricadute economiche del conflitto. Poche ore prima, al Copasir, il capo dell’Aise (servizi segreti per l’Estero) Giovanni Caravelli aveva ipotizzato che la guerra non durerà più di 4-5 settimane. […]
Meglio tacere che parlare per giustificare l’ingiustificabile. Come ha provato a fare Giorgia Meloni sui raid di Usa e Israele contro l’Iran

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – A volte è meglio tacere. Soprattutto se, per la necessità di parlare, si finisce per giustificare l’ingiustificabile sfidando la logica, riscrivendo la storia e travisando la realtà. Come se i fatti fossero un’opinione da piegare alla narrazione di un governo che, a parte i disastri economici certificati dagli ultimi dati Istat, dalla pressione fiscale al debito alla crescita, in politica estera non smette di stupire per le continue dimostrazioni di totale asservimento agli alleati-padroni statunitensi e israeliani.
Un copione che si è ripetuto l’altra sera, davanti alle telecamere del Tg5, quando Giorgia Meloni ha deciso di rompere il silenzio sulla crisi scatenata dai raid contro l’Iran ordinati dall’aspirante Nobel per la pace Trump e il ricercato internazionale Netanyahu. Secondo la premier la “crisi del diritto internazionale” sarebbe “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (la Russia, ndr) ha deliberatamente attaccato un suo vicino”. Ergo: “Era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.
Come se, nel 1999, un altro membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu (gli Stati Uniti) non ci avesse trascinato nei 78 giorni di bombardamenti illegali sulla Serbia. Per poi ripetere il copione in Afghanistan (con il pretesto della caccia ad Osama bin Laden che però era saudita), in Iraq (con false prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam) e in Libia. Tutti precedenti, semmai, forniti su un piatto d’argento a Putin per fare altrettanto in Ucraina (al netto delle ingerenze americane su Kiev per provocare l’invasione). Ma non finisce qui.
L’opera di mistificazione dei fatti e della loro cronologia è proseguita senza freni. “L’obiettivo è ovviamente che la crisi non dilaghi – ha assicurato Meloni – ma penso che nulla possa andare meglio se l’Iran non ferma i suoi attacchi nei confronti dei paesi del Golfo, che sono totalmente ingiustificati”. Ad essere ingiustificati, secondo la premier, non sono gli attacchi Usa-Israele ad uno Stato sovrano, ma la risposta militare di un Paese aggredito che risponde all’attacco militare dell’aggressore.
Quindi, secondo il ragionamento della premier, è l’Iran che dovrebbe fermarsi, lasciandosi bombardare senza reagire. Mica americani e israeliani che hanno premuto per primi il grilletto. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Come pure della figuraccia mondiale rimediata dal ministro Crosetto rimasto bloccato a Dubai a bombardamenti iniziati e rientrato dopo aver fornito quattro versioni diverse sulla sua presenza negli Emirati. Una vicenda che andrebbe chiarita ma che la premier si è guardata bene dal commentare.
Una cosa per ora è certa. Che la guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran qualche vantaggio, ai diretti interessati, lo ha portato. Dirottare l’attenzione dallo scandalo degli Epstein Files che per Trump sono diventati come la criptonite per Superman. Allungare la vita (politica) a Netanyahu su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale. A Meloni e all’Italia, come al solito, arriverà invece il conto dell’ultima bravata dei suoi alleati preferiti. Tra bollette e carburanti alle stelle in un Paese in cui, ormai, solo la corsa al riarmo non conosce crisi.

(Giancarlo Selmi) – Tajani è un fenomeno. Non c’è nulla da fare. Sconfigge le nostre certezze sulla materia e sul nulla, perché lui è perfettamente in grado di essere le due cose. Un paio di giorni fa ho scritto che l’unica scienza in grado di dare una spiegazione sulla nomina del nulla a ministro degli esteri, è la fisica quantistica. È così: lui è un miracolo vivente, è il nulla cosmico, però si può toccare, c’è, vive e, probabilmente, fa pure la pupù, quindi produce cose fisicamente tangibili.
Non so cosa ne pensino i teorici della fisica quantistica, però chest’è. In attesa di ciò che diranno sul fenomeno, è Inutile attendere che lui dica qualcosa d’importante. Non d’intelligente, perché entreremmo nel campo della magia, del miracolo o, più semplicemente, delle cose impossibili. È per questo che non capisco, a meno che tutti quelli che si ostinano a farlo lavorino per Crozza, perché continuino a intervistarlo. Cosa pensano che possa accadere? Che il cammello passi attraverso la cruna di un ago e lui, miracolosamente, dica qualcosa?
Quando dice è un disastro: le 12 Stelle della bandiera d’Europa che vengono dalle 12 tribù d’Israele; Il diritto internazionale valido fino a un certo punto; Il ponte sullo stretto opera strategica in caso di attacchi da sud; Il consiglio di non stare alla finestra in presenza di droni; gli stessi droni che vanno sempre in garage, sono solo alcune delle sue perle. E, Ve lo assicuro, ha detto di peggio. I silenzi sul genocidio, anche quelli arricchiscono il suo curriculum. Il meglio di sé, però, lo dà quando rischia e risponde alle domande. Resterà alla storia la sua confessione sul non sapere nulla del viaggio di Crosetto.
E poi l’apoteosi: gli hanno chiesto sul silenzio del nostro governo sull’attacco all’Iran. Ha candidamente risposto, “TUTTA L’EUROPA NON HA PRESO UNA POSIZIONE POLITICA”. Incalzato a dire cosa ne pensasse l’Italia, dopo averci perfino pensato un attimo, il nulla che lo pervade ha preso il sopravvento: “ALLORA NON CI SIAMO CAPITI. LA POSIZIONE CHE ABBIAMO È QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA. IERI C’È STATO UN CONSIGLIO AFFARI ESTERI DELL’UNIONE EUROPEA. QUINDI ABBIAMO PRESO LA POSIZIONE DELL’UNIONE EUROPEA.
Insomma: l’Europa ha preso una posizione o no? Ma in ogni caso: qual è la posizione dell’Italia? Il nulla diventa materia. Fisica quantistica. Ha dimenticato quello che aveva detto dieci secondi prima e lo ha ribaltato. Le mie preghiere in suo favore alla Madonna di Lourdes dovranno necessariamente essere intensificate. Vai Taja’! Ti voglio bene.

(Dott. Paolo Caruso) – Oggi avrebbe compiuto 83 anni Lucio Dalla, essendo nato il 4 marzo 1943. Ce lo ricorda con la sua canzone, la sua nascita narrata come una favola, al festival di Sanremo del 1971, che ebbe un grande e meritato successo. Era la sua storia, forse come quella di tanti altri, e ancora oggi non si finisce di ascoltare. Lo si ricorda per la sua grande verve di compositore, musicista raffinato polistrumentista di formazione jazz, considerato uno dei maggiori cantautori italiani. Bolognese di nascita, il poeta menestrello ci regalerà altri gioielli. Nelle festività natalizie, torna a riecheggiare, immancabile, la sua Lettera “Caro Amico, ti scrivo…”. Non c’è casa o piazza d’ Italia e forse del mondo, in cui non la si canta. Piena di speranze e di tante illusioni. Vi si trattano tutti i temi dolenti che affliggono l’umanità. Questa fu infatti la cifra di Lucio, non cantò mai per se stesso. Volle attenzionare il mondo “al lupo” sempre pronto a ghermire la preda. Ieri Putin, oggi Trump e Netanyahu. Dall’ Ucraina a Gaza e infine all’ Iran, le prede su cui si accaniscono ” i lupi “. “Noi siamo impotenti”, e l’ Europa che ha secoli di storia del pensiero, maturato con benpensanti per spingere l’umanità verso il trascendente, alla somiglianza divina. Oggi gli oligarchi vogliono far precipitare l’umanità nel baratro di una nuova schiavitù, della forza e della prepotenza. I potenti d’Europa hanno ripreso a trattare di armi e di investimenti, investimenti che non saranno più per la sanità e la scuola (ossia per la vita), ma per la guerra e quindi per la morte. “Caro Amico, ti scrivo… come è profondo il mare… Ma tu, attento al lupo” fu la sua ultima profezia. Quel bambino prodigio piovuto dall’infinito il 4 marzo del ’43, su una spiaggia, fu meteora, ma il suo tragitto fu di luce, e, da “profeta/menestrello”, continua a illuminare.

(Andrea Zhok) – Dopo due anni di macellazione della Palestina, ecco i bombardamenti a tappeto sull’Iran.
Che l’Iran possa difendersi e infliggere danni agli aggressori è forse una consolazione psicologica, ma non cambia la sostanza.
E questa sostanza è che l’Occidente, la Western Corporation, capeggiata / ricattata dagli Stati Uniti di Israele per l’ennesima volta sta sterminando in modo vigliacco gente innocente, sta infrangendo ogni legge morale ed ogni diritto formale, lo sta facendo in modo sfacciato, esibendo come unica giustificazione la propria capacità di esercitare violenza.
Solo dei perfetti imbecilli, o degli ipocriti a libro paga, possono credere alle scuse di volta in volta accampate per queste stragi continue di interi popoli.
Ecco, il nemico stava proprio or ora per aggredirci in modo fatale (tipo le fialette di Powell).
Ohibò, la difesa dei diritti umani è in gioco (meglio una bambina morta che con il velo).
Ehi, stiamo soccorrendo un popolo oppresso che ha bisogno del nostro aiuto (Iraq, Libia, Afghanistan, ecc. fanno la fila per ringraziarci).
Credere di nuovo, per la millesima volta, a queste idiozie non rientra più tra le legittime possibilità di essere ingannati da una stampa cialtrona. Per credere, o sforzarsi di credere, a queste menzogne conclamate, bisogna essere degli esseri umani di scarto, bisogna essere brutta gente, bisogna essere razzisti che pensano che le vite degli “altri” valgono di meno, o non valgono niente, bisogna essere vigliacchi che temono di alzare la testa verso qualunque potere, anche infimo, perché chi non si espone viene promosso.
Quando Starmer, Merz e Macron, all’indomani dell’attacco Israeloamericano fanno una dichiarazione congiunta così: “Riaffermiamo il nostro impegno per la stabilità regionale e la protezione dei civili”, senza nominare neanche l’aggressore, e poche ore dopo accusano l’Iran di aver attaccato immotivatamente le basi americane nel Golfo, non c’è nessuna possibilità di richiamarsi a una giustificazione intelligibile.
E’ semplicemente una vergogna, l’ennesima vergogna.
Come quando durante la macellazione umana di Gaza accusavano Hamas e mai, letteralmente mai, che avessero puntato il dito contro il macellaio.
Come durante la pubblicazione degli Epstein files fischiettavano distratti, troppo occupati ad aprire fascicoli su “commenti antisemiti” o “famiglie nel bosco”.
L’Occidente è uno stupratore seriale che accusa le vittime di averle provocate con i propri cattivi costumi, le violenta, e se poi non accolgono di buon grado lo stupro, le uccide.
Pensare di essere nella posizione di fare le pulci agli Ayatollah o a chiunque altro è patetico. Qualunque tradizione spirituale, fosse pure il culto della dea Kalì, è meno spregevole di quella all’interno della quale ci è capitato di vivere.

(Alberto Bradanini – lafionda.org) – Fanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.
Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.
La rassegna delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.
La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.
Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.
La loro sensibilità alle atrocità della guerra farebbe un significativo salto di qualità se a morire non fossero solo gli altri, vale a dire se potessero anch’essi apprezzare l’amorevole carezza di una bomba che colpisce i figli che giocano in salotto, mentre teneri progenitori preparano la colazione in cucina.
Dopo appena 24 ore dall’inizio della guerra, prendendo a modello Gaza – un massacro disumano che la propaganda Usa-centrica, ma non la storia, tende già a oscurare – le bombe unite di Usa-Israele hanno colpito deliberatamente la scuola di Shajareh Tayyebeh (a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan), uccidendo 174 (sì, cento settantaquattro!) bambine tra i 7 e i 14 anni. Queste bombe liberatorie non puntavano solo a uccidere, ma a spaventare, terrorizzare, sbriciolare la resistenza morale di un popolo intero, colpendone la parte debole e indifesa. Non possiamo vederlo, ma siamo certi che sul cuore di pietra dei colpevoli, se ne hanno uno, è scritto a caratteri cubitali “obbedisco a un ordine disumano perché non sono umano. Sono invece un povero stolto che per guadagnare due soldi mi sono arruolato in un esercito di assassini”.
Israeliani e americani hanno anche ucciso con disinvoltura la Guida Suprema (Rahbar), massima carica politica ma anche religiosa, la seconda autorità più autorevole dell’islam sciita, dopo il Grande Ayatollah Ali al Sistani (che vive a Najaf, Iraq dal 1951). Si tratta di un’indicibile efferatezza, come se fosse stato ucciso il Papa per i cattolici, l’arcivescovo di Canterbury per gli anglicani e via dicendo, nel silenzio dei servi – più o meno cristiani – del padrone atlantico.
Secondo le dichiarazioni iniziali di Trump, l’aggressione all’Iran mira al cambio di regime, mentre in un successivo delirio discorsivo, lo stesso aveva affermato che l’intervento aveva lo scopo di sostenere il popolo iraniano in lotta per la libertà, come lui chiama il fallito colpo di stato del gennaio scorso. Solo chi ha passato l’infanzia su Giove ascoltando la CNN, infatti, crede ancora alla favola dei 30/40.000 manifestanti per la libertà uccisi dalla polizia iraniana: che le pacifiche manifestazioni contro carovita e le difficili condizioni economiche fossero infiltrate per fini eversivi da teppisti al soldo del Mossad (e dunque Cia e Mi6), lo hanno candidamente riconosciuto persino il Jerusalem Post[1] e Mike Pompeo[2] (ex segretario di Stato e direttore della Cia).
Entrando in altri dettagli, il condottiero dal ciuffo biondo-pallido ha poi dichiarato che gli Stati Uniti bombardano l’Iran perché minaccia la sicurezza degli Stati Uniti d’America, alla luce della circostanza che, lo capirebbe anche un asino, Teheran e Washington distano tra loro appena 10.370 km. L’argomento ossessivamente ripetuto dai musicanti della Casa Blanca che l’Iran costituisce una straordinaria minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti è ormai utilizzato per rallegrare le feste di compleanno nelle scuole Montessori.
Poche ore fa, invece, Marco il Rubio (di professione Segretario di Stato), smentendo il suo boss, dichiara che l’obiettivo della guerra sarebbe l’eliminazione della forza missilistica iraniana: questo è il nome che il fuoruscito cubano (prima della rivoluzione castrista!) attribuisce al diritto dell’Iran di difendersi dalle bombe sioniste-statunitensi che cadrebbero come fiocchi di neve il giorno in cui Teheran accettasse tale candida capitolazione.
Le ragioni addotte per giustificare una guerra dissennata riflettono invero il disordine cognitivo dei padroni di Washington e dei loro lustrascarpe europei, una fitta nebbia che avvolge menzogne, odio messianico, narcisismo vanaglorioso dei due psicolabili, e dunque un imperialistico nulla strategico che sta portando il mondo sull’orlo del baratro.
La prima conseguenza che emerge all’orizzonte, in apparenza ignorata dai decisori politici, è la possibile escalation nucleare: a possedere l’arma atomica sono infatti diversi attori, Stati Uniti, Israele, Pakistan, Russia e Cina, alcuni direttamente coinvolti, altri in azione dietro le quinte, ma non per questo rassegnati a farsi sopraffare oltre misura. E questa misura non la conosce nessuno. Una seconda paradossale conseguenza è la possibile acquisizione della Bomba da parte iraniana, ciò che, quale apparente paradosso, porrebbe fine alle ostilità. Nessuno infatti minaccia la Corea del Nord, mentre Saddam Hussein, Mohamed Gheddafi e Ali Khamenei rimpiangono dai Campi Elisi di non essere stati più prudenti.
In verità, è sufficiente aprire gli occhi per accorgersi che la guerra è stata pianificata da Israele (lo stesso Marco il Biondo ha ammesso gli Stati Uniti sono intervenuti dopo che Israele aveva iniziato a bombardare[3]) e che gli obiettivi sono i seguenti: a) frantumare il paese, farlo tornare all’età della pietra, come i sionisti hanno fatto a Gaza e stanno facendo in Cisgiordania a beneficio di Israele; b) e) distrarre il mondo in una guerra regionale per consentire a Israele di sbarazzarsi una volta per tutte dei palestinesi, a beneficio dell’espansionismo sionista; c) depredare le immense risorse energetiche iraniane, sottrarle alla Cina, indebolire il Sud Globale; d) produrre e vendere armi, sostenere il corso del petrodollaro, a beneficio dell’Impero; e) continuare a dominare il mondo in rappresentanza di quello 0,1%, per conto del 4,2% della popolazione statunitense rispetto a quella mondiale: una bilanciata distribuzione di ricchezza e potere su cui il resto del pianeta non ha nulla da obiettare, ci mancherebbe!
A proposito, entro un paio di giorni – lo stesso tempo che gli è stato sufficiente per mettere fine alla guerra ucraina – il citato presidente dal ciuffo color Crodino rivelerà al mondo le ragioni per le quali a Israele è consentito accumulare oltre 200 testate nucleari, mentre l’Iran non può disporre nemmeno di una decorosa difesa missilistica e di energia nucleare civile (sotto controllo internazionale, l’Aiea[4]).
Qui di seguito, in ordine sparso, i rei confessi di una tragedia che ha tutte le caratteristiche per diventare una catastrofe colma di incognite: D. Trump e P. Hegseth, quest’ultimo Segretario alla Guerra (si chiama proprio così, da non credere!), la banda occulta dei documenti Epstein (quelli più compromettenti per la cricca al potere non vengono rivelati), pilotati dalle lobby israeliane (Aipac[5] etc.) e dal Mossad con l’assistenza degli evangelici Usa (una setta cristiana che la scienza medica tiene sotto osservazione per la particolarità che hanno i suoi adepti di vivere senza valvole cerebrali); il partito repubblicano e quello democratico, due gocce d’acqua avvelenate; l’ossessione per la guerra di coloro che combattono sdraiati sui divani; i produttori di armi; gli alimentatori di esilaranti dibattiti teleserali; i think tank incaricati di redigere sofisticate enciclopedie belliciste; il complesso militare-industriale-tecnologico-hollywoodiano etc., col fucile puntato contro chi insiste a pensare con la propria testa; la cosiddetta intelligence (Cia, Mi6, Mossad etc.) e infine, in cima alla piramide, la hybris imperiale americana, un regime spietato che i semicolti si ostinano a chiamare democrazia.
Ora, se la guerra ucciderà migliaia di esseri umani, infliggendo enormi sofferenze ai sopravvissuti, a quelle anime inaridite dal vento cosmico non potrebbe importare di meno, mentre il popolo sovrano risulta tragicamente non pervenuto.
Affinché non vi fossero dubbi che il diritto internazionale è davvero morto, basta il ricordo di un ambasciatore israeliano, tale Gilad Erdan, che aveva fatto a pezzi la Carta delle Nazioni Unite durante una riunione dell’Assemblea Generale dell’ONU[6] senza essere preso a pedate dagli inservienti. Del resto, le stesse costituzioni delle cosiddette democrazie vengono ormai utilizzate per incartare il pane.
Tralasciando quelle dei valvassori e valvassini europei, ombre di ombre, la nostra – notoriamente la più bella del mondo, un esempio così che viene in mente a caso – … dovrebbe “ripudiare la guerra (art. 11[7]) come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e via dicendo, mentre per misteriose ragioni (si fa per dire) il nostro governo è diventato cobelligerante dalla parte dell’Ucraina, senza che i nostri confini siano minacciati da qualcuno[8].
Giungono voci che anche la Costituzione degli Stati Uniti venga ora stampata in cartaceo pieghevole per impacchettare il pesce nei supermercati Walmart. Sebbene infatti in quel nobile documento sia statuito che è il Congresso, come si addice a ogni democrazia, a decidere sulle questioni che contano, il Caligola della Casa Bianca ha avocato a sé la prerogativa di imporre dazi a tutti i pianeti del sistema solare o dichiarare guerra persino agli abitanti della faccia nascosta della Luna.
Tra una partita a golf a Mar-a-Lago e un’altra nelle sue tenute scozzesi, tale anziano signore fintochiomato in crepuscolo cognitivo trova il tempo di bombardare 6/7 paesi, aggredire barchini di presunti narco-terroristi, sequestrare legittimi presidenti (N. Maduro), aggredire nazioni sconosciute al 99,9 % dei suoi cittadini (Yemen, Iran, Nigeria …), reclamare sovranità su paesi o porzioni di paesi cosiddetti alleati (Canada, Panama, Groenlandia), affamare Cuba, assistere Israele a trasformare Gaza in un immenso cimitero per costruirvi sopra una prigione distopica per i superstiti, sviluppare tecnologie per sorvegliare americani e stranieri, abbracciare ex terroristi tagliagole (al-Jolani), tutto per la maggior gloria dell’America e in vista di un meritato premio Nobel per la pace.
Davanti a tali raffinatezze politiche, giuridiche, etiche ed umane, i coraggiosi governi europei, in compagnia delle cosiddette istituzioni Ue, non si tirano certo indietro. L’emissione di balbettii corali costituisce un toccasana contro i conati di vomito che altrimenti ci soffocherebbero. Resta un mistero insoluto che donne e uomini di tale spessore siano alla guida di nazioni che – a parte violenze, aggressioni, guerre di ogni genere, colonizzazione e via dicendo, che è sempre bene ricordare! – hanno comunque lasciato qualche traccia positiva nella storia dell’umanità. Tralasciando valori oggi introvabili quali etica, giustizia sociale, empatia, pace tra i popoli (ci mancherebbe altro!), i menzionati signori sono genuinamente persuasi di possedere caratteristiche umane, del tipo ragione, intelletto, sensibilità, seppure con qualche inevitabile lacuna.
Per concludere, sotto l’ombrello protettivo dello Stato Canaglia più pericoloso del pianeta, oggi al guinzaglio dello Stato Ebraico, massacratore del popolo palestinese – lo Stato di Diritto, interno e internazionale, viene sostituito dalla Legge della Giungla, quella del più forte, di chi bombarda, uccide, massacra, tortura, distrugge, perché non trova nessuno sulla strada che dica … adesso basta! Ci sia a questo punto consentito di esprimere un dimesso desiderio, vedere lorsignori (si fa per dire) incrociare nel Mato Grosso brasiliano un gruppo di pugilatori occulti praticanti lo sport di prendere a sberle fino allo sfinimento tutti i primati di razza bianca capi di stato avanti con gli anni e un po’ sovrappeso. Che sogno ragazzi! Magra soddisfazione, si dirà, davanti a tante tragedie. Ci sono volte, tuttavia, che si vive anche di questo.
[1] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733
[2] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748
[3] https://www.theguardian.com/us-news/2026/mar/02/rubio-us-attack-israel-iran
[4] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica
[5] American Israeli Public Affairs Committee
[6] Il 10 maggio 2024, il citato ambasciatore israeliano ha distrutto con un tritacarte una copia della Carta delle Nazioni Unite per protestare contro la risoluzione (passata con 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astenuti) che riconosceva la Palestina qualificata a diventare membro a pieno titolo delle N.U.
[7] “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
[8] Si tenga a mente in proposito che se mai Kiev entrasse nella cosiddetta Unione, l’art. 42/7 del Trattato Ue costringerebbe anche l’Italia a entrare in guerra senza fiatare.
Lo studio dei metalmeccanici della Cgil racconta le fragilità dell’industria, tra posti di lavoro persi e cassa integrazione. De Palma: “In atto un processo di perdita di sovranità industriale”

(di Andrea Tundo – ilfattoquotidiano.it) – I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, è finita nelle mani della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da investitori stranieri. Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors.
Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale, anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita dimensionale”.
Anche perché la tendenza appare chiara dal report: dal 2008, ultimo anno in cui si contavano oltre 2 milioni di occupati nei comparti della metalmeccanica, si sono persi 103.775 posti di lavoro. Avrebbero potuto essere molti di più se solo nel 2025 non fossero state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione. Uno strumento che, secondo i calcoli della Cgil, ha sostanzialmente salvato 148mila lavoratori negli ultimi 12 mesi. “E la situazione geopolitica di questi giorni rischia di assestare un altro colpo: i costi dell’energia potrebbero avere un effetto domino, da un lato mettendo in difficoltà le imprese e dall’altro innescando una spirale inflattiva che colpirebbe doppiamente i lavoratori. Lo scenario da evitare è quello di una deindustrializzazione rapida”, ragiona De Palma. Anche perché, come dimostra il rapporto tra investimenti su macchinari e Pil, calato di 6 punti negli ultimi due decenni, le risorse pubbliche messe a disposizione dal Pnrr non hanno arrestato la discesa: “E ora non ci saranno più acceleratori”, sottolinea De Palma.
Le imprese metalmeccaniche in Italia, fa notare la Fiom, hanno una dimensione minore rispetto a quasi tutti i competitor europei, a iniziare dalla Germania. “Questo aspetto dà maggiore solidità alle aziende tedesche – spiega Gaddi – Anche se, come si nota dai dati, in Italia le imprese sono più fragili ma riescono comunque a macinare utili. Tra il 2014 e il 2023, il valore aggiunto generato si è riversato per il +74% nei profitti e solo in minima parte sulle retribuzioni”. E gli investimenti sono rimasti stagnanti”. A influire sullo scenario fosco dipinto dalle tute blu della Cgil influisce anche la crisi dell’Ilva: dal 2011, anno in cui è deflagrato lo scandalo ambientale, l’Italia ha perso il 34% di tonnellate di acciaio prodotto passando da 27 a 18 milioni. Una decrescita che crea dipendenze in tutte le filiere: oggi il 50% dell’acciaio utilizzato dalle aziende italiane ha origine straniera. I prodotti piani vengono importati in larga parte da Paesi extra Ue, ma anche da Germania e Francia; mentre i prodotti lunghi arrivano quasi esclusivamente da altri Stati europei.
Nel frattempo, rimarca lo studio, si producono sempre meno elettrodomestici e automobili, con Stellantis in fuga dall’Italia. Due settori cruciali, un tempo volano dell’industria: “Ma il governo continua a incentivare gli acquisti con i bonus che non spostano di un centimetro i problemi occupazionali, finendo in larga parte nelle tasche delle proprietà estere”. Per De Palma, invece, rendere autonoma la struttura industriale oggi vuol dire tutt’altro: “Significa intervenire sull’energia, a maggior ragione con la guerra in Iran, disaccoppiando il costo delle rinnovabili e delle non rinnovabili. Così si proteggono famiglie e imprese in una fase di instabilità – dice – Il governo metta in campo aiuti pubblici legati agli investimenti e al mantenimento dei posti di lavoro”.

(di Martin Wolf per il Financial Times) – “Sic semper tyrannis” (“così sempre ai tiranni”). Questa celebre espressione evoca il destino che spetta ai despoti.
Che Ali Khamenei fosse un tiranno e che il suo regime teocratico fosse tirannico non può essere messo in dubbio.
Vi sono pochi dubbi anche sul fatto che abbia ucciso migliaia di manifestanti all’inizio di gennaio. Le persone perbene dovrebbero accogliere con favore la decapitazione del regime. Tuttavia, prima di farlo, bisognerebbe anche chiedersi: che cosa verrà dopo?
I mercati, come sempre, hanno cercato di rispondere a questa domanda dalla prospettiva ristretta — ma comunque importante — di investitori e trader. Finora la reazione è stata contenuta. Al 3 marzo, il prezzo del Brent era salito a 80 dollari, il 9 per cento sopra il livello registrato poco prima del lancio dell’“Operation Epic Fury” il 27 febbraio.
Né il livello né la variazione sono particolarmente notevoli se confrontati con gli shock storici dei prezzi del petrolio: in termini reali, il petrolio era solo del 6 per cento sopra la sua media dal 1972 e molto al di sotto dei livelli raggiunti durante i maggiori shock petroliferi.
L’aumento dei prezzi del gas è stato molto più marcato: i prezzi spot del gas TTF olandese sono balzati del 40 per cento […]. I mercati hanno effettivamente mostrato preoccupazione per il futuro dell’inflazione, con il prezzo dell’oro in aumento e quello delle obbligazioni in calo. Ma nulla di tutto questo è sorprendente o drammatico. L’assunto implicito è che la furia sarà breve, con poche — se non nessuna — conseguenze di lungo periodo. […]
Eppure ciò che sta accadendo è esattamente lo scenario più dirompente che avevo immaginato quando la guerra di Gaza è iniziata nel 2023, cioè un conflitto che coinvolge l’intero Golfo Persico.
Questa regione è di gran lunga il più importante fornitore energetico del mondo. Secondo la Statistical Review of World Energy 2025, contiene il 48 per cento delle riserve petrolifere provate globali e ha prodotto il 31 per cento del petrolio mondiale nel 2024.
Contiene inoltre il 40 per cento delle riserve globali di gas naturale e ha fornito il 24 per cento di tutte le esportazioni di GNL nel 2024. Inoltre, secondo la U.S. Energy Information Administration, un quinto della fornitura mondiale di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz.
Questo è il vero collo di bottiglia delle forniture energetiche mondiali. Una guerra prolungata che interrompesse le esportazioni dal Golfo o, peggio, ne danneggiasse la capacità produttiva potrebbe avere costi enormi.
L’amministrazione statunitense deve esserne consapevole. Forse non sapremo mai perché abbia iniziato la guerra. Ma quando insiste sul fatto di volerne una breve, potrebbe dire la verità. Che questo sia davvero l’esito è un’altra questione: gli Stati Uniti non avevano certo pianificato di combattere una guerra di vent’anni in Afghanistan, che poi hanno perso in modo così umiliante.
[…] per Donald Trump esiste una proposta molto più allettante e plausibile: “l’opzione venezuelana” — entrare, raggiungere un accordo, uscire.
Purtroppo, vi sono poche probabilità di una rapida transizione alla democrazia. Oggi esistono poche delle condizioni necessarie. I petro-stati non sono quasi mai democrazie, perché le loro entrate derivano dalle rendite delle risorse naturali e non dagli sforzi economici della popolazione.
L’Iran è stato — e probabilmente rimarrà — un’eccezione a questa triste regola.
Inoltre, Trump non nutre alcun interesse per la democrazia. Un collasso nel caos è possibile. Ma è ancora più probabile che emergano nuovi “uomini forti” con radici nei Guardiani della Rivoluzione.
Trump potrebbe allora cercare un accordo: noi vi lasciamo al potere se smettete di minacciare i vostri vicini e ci permettete di condividere il petrolio. L’Iran possiede il 9 per cento delle riserve petrolifere globali ma produce solo il 5 per cento del petrolio mondiale: il potenziale di crescita è evidente.
[…] Se un simile accordo venisse raggiunto, il Golfo potrebbe tornare alla stabilità, anzi a una stabilità ben maggiore rispetto ai decenni successivi alla rivoluzione iraniana. Inoltre, un simile esito potrebbe ridurre anche la possibilità più pericolosa di tutte: un collasso dello Stato, di cui il politologo Stephen Holmes mette in guardia su Project Syndicate — con il materiale nucleare dell’Iran, i suoi scienziati e ingegneri nucleari lasciati liberi nel mondo. Un Iran stabile e non in guerra con i vicini sarebbe certamente preferibile.
Inoltre, questo esito potrebbe avere altri benefici per gli Stati Uniti: la loro posizione nel Golfo verrebbe rafforzata a scapito di Cina e Unione Europea, le due grandi potenze economiche più dipendenti da quella regione; i prezzi del petrolio tornerebbero alla normalità; e l’economia mondiale si stabilizzerebbe dopo una breve fase di turbolenza.
Sto suggerendo che qualcosa di così coerente fosse nella mente di Trump quando ha deciso di andare avanti? No. Sto suggerendo che ciò accadrà sicuramente? Ancora no. È possibile che l’Iran rimanga altamente instabile per molto tempo. Oppure la guerra potrebbe semplicemente continuare […] .
Eppure, quando si considera questa amministrazione, la scommessa migliore è la più cinica. Che Trump l’abbia pianificato o meno, potrebbe aver creato le condizioni per un accordo con chi controlla le leve del potere in Iran. Un simile accordo sarebbe accettabile per i suoi vicini, che non desiderano un Iran democratico.
La potenza americana sarebbe stata dimostrata. Europa e Cina sarebbero state messe in difficoltà. I governanti iraniani (e la famiglia Trump) sarebbero più ricchi. Cosa ci sarebbe di sgradevole in tutto questo, almeno dal punto di vista di Trump?
La nave cisterna si è inabissata al largo di Malta, in salvo l’equipaggio. Nella notte droni ucraini anche verso la Russia
(ilsole24ore.com) – Mentre i negoziati sono in stallo, la guerra tra Ucraina e Russia continua sul campo e il confronto si espande anche nel Mediterraneo. Ieri sera una nave russa che trasportava gas naturale liquefatto è stata colpita ed è affondata tra la Libia e Malta. Il ministero dei Trasporti di Mosca ha accusato Kiev, che avrebbe attaccato la nave con droni marini partiti dalla Libia. Il Cremlino condanna l’episodio come «un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima».
L’autorità portuale e marittima libica ha riferito di una richiesta di soccorso della “Arctic Metagaz”, nave cisterna russa sotto sanzioni dal 2024, in seguito a esplosioni che hanno provocato un vasto incendio, a causa del quale la nave si è inabissata.
L’attacco all’Arctic Metagaz sarebbe stato lanciato dalla costa libica utilizzando motoscafi senza pilota di proprietà ucraina, ha sostenuto il ministero dei Trasporti russo in una nota. I 30 membri dell’equipaggio, tutti russi, sono stati tratti in salvo grazie al coordinamento dei servizi di salvataggio maltesi e russi, secondo quando comunicato dal ministero.
Sul fronte russo, il ministero della Difesa di Mosca ha comunicato l’abbattimento di 32 droni ucraini durante la notte. Secondo quanto riporta l’agenzia Tass, l’attacco era diretto verso regioni al confine con l’Ucraina e anche in profondità in territorio russo. «Durante la notte, tra le 23:00 ora di Mosca del 3 marzo e le 7:00 ora di Mosca del 4 marzo (21:00 del 3 marzo – 5:00 del 4 marzo ora italiana, ndr), le forze di difesa aerea hanno intercettato e distrutto 32 droni ucraini ad ala fissa: 21 sulla regione di Volgograd, quattro ciascuna sulle regioni di Rostov e Belgorod, due sulla regione di Astrakhan e uno sulla regione di Kursk», ha affermato il ministero.
In una nota inviata a Presidente della Regione Campania e al sindaco di Napoli, il WWF chiede quale sarà il futuro dell’area dopo l’evento

La Coppa America a Napoli è il cavallo di Troia con cui realizzare a Bagnoli un porto turistico che era sempre stato escluso dalle pianificazioni precedenti. Un processo speculativo che toglie a Napoli la speranza della restituzione di un tratto di mare aperto alla pubblica fruizione balneare, rinunciando alla bonifica integrale dell’area. Il tutto senza trasparenza su alcune delle scelte future che vengono strumentalmente nascoste dal dibattito intorno alla Coppa America, la cui preparazione procede con modalità di necessità e urgenza come si trattasse di una calamità naturale.
Il WWF riconosce certamente l’importanza dell’evento per la città di Napoli, non nega l’opportunità economica e promozionale per il territorio, né il fascino e la bellezza della manifestazione, ma afferma che andava gestita in modo tale da non mettere in discussione i termini e gli obiettivi dell’intervento di bonifica a Bagnoli, frutto di studi approfonditi, dibattiti e confronti partecipati, di scelte ponderate. Per questo il WWF, a firma del Presidente del WWF Italia Luciano di Tizio e del Delegato WWF per la Campania Raffaele Lauria, ha inviato una nota puntuale al Presidente della Regione Roberto Fico e al Sindaco di Napoli, nonché Commissario per gli interventi a Bagnoli. Nella nota, in particolare, il WWF chiede di conoscere quale sarà il futuro dell’area dopo la Coppa America e di sapere cosa si intenda mantenere dello spirito della vecchia progettazione, animato dall’interesse pubblico prevalente che vedeva una pianificazione integrata dell’area con puntualiripristini ambientali e naturalistici, sia per la parte a mare, che per la costa e la pianura in connessione coi nuclei abitati. “Un evento di prestigio non si può tradurre in un pretesto per imporre infrastrutture permanenti estranee alla pianificazione pubblica condivisa- afferma il Delegato WWF per la Campania Raffaele Lauria, che aggiunge: sollecitiamo un impegno formale per garantire che Bagnoli riceva una bonifica integrale e torni a essere un bene collettivo, tutelando il diritto dei cittadini a un litorale risanato e sottratto a logiche di esclusività.”
Il WWF in passato è stato protagonista di una raccolta firme per chiedere e sostenere il ripristino delle spiagge di Bagnoli. La petizione intitolata “È meglio un porto per pochi o una spiaggia per tutti?” raccolse diverse migliaia di adesioni che chiedevano “di risarcire la Città di Napoli” attraverso la realizzazione di un “piano particolareggiato di tutta l’area” che potesse rendere a Bagnoli le “caratteristiche di pianura costiera (…) restituendo quel mare alla Città”. La petizione specificava con chiarezza che la presenza del “porto non avrebbe consentito la restituzione del mare ai napoletani tranne a quelli che potranno permettersi il posto barca”.
La spiaggia pubblica e la “restituzione” del mare di Bagnoli alla città di Napoli ha costituito l’elemento caratterizzante della pianificazione sin prima della Coppa America, ha inoltre costituito il simbolo tangibile e innegabile della bonifica integrale sia a terra che a mare. Nella nota inviata al Presidente della Regione e al Sindaco di Napoli, il WWF ricorda che nel 2020 venne indetto il bando internazionale UrbaNAture, curato da INVITALIA, per progettare l’assetto dell’area di Bagnoli. Nessuno dei progetti primi classificati nel 2021 prevedeva il porto tra i due pontili che con la Coppa America si intende realizzare, e in modo diverso tutti ridisegnano il cosiddetto waterfront per garantirne la pubblica fruizione anche ai f ini della balneabilità In particolare, il progetto primo classificato prevedeva la realizzazione di tre ambiti strettamente connessi tra loro: “Il parco naturale che univa il mare alla collina in una logica di rete ecologica, il bosco produttivo con specie autoctone, il parco urbano a ridosso del quartiere”. Il WWF sottolinea poi come INVITALIA nel “Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana” redatto nell’aprile 2019 prevedeva “il parco urbano con la spiaggia pubblica ed il lungo waterfront di circa 2 chilometri unitamente a tutti gli spazi verdi” che costituivano “circa l’80% delle aree d’intervento”.
Le elaborazioni progettuali si basavano su puntuali studi di ISPRA e della Stazione Zoologica Anton Dohrn, che individuavano i quantitativi di materiale da rimuovere sia a terra che a mare. La possibilità della bonifica integrale non era mai stata esclusa, anzi addirittura quantificata nei volumi e nei costi. Il cambio di rotta è avvenuto con il decreto legge 60/2024 che ha disposto la soppressione dell’obbligo di ripristino della linea naturale di costa eha “anestetizzato” la procedura di valutazione ambientale strategica che garantiva la visione d’insieme dell’area di Bagnoli all’interno della Valutazione d’Impatto Ambientale per gli interventi di messa in sicurezza funzionali allo svolgimento della Coppa America. Il tutto accompagnato da un cambio radicale di strategia rispetto al danno ambientale certificato da innumerevoli analisi fatte dagli Enti preposti o disposte dalla Magistratura: con buona pace del principio di “chi inquina paga” di cui all’art. 191 del Trattato dell’Unione Europea. Il risanamento di Bagnoli sarà a carico pubblico senza possibilità di esercitare alcuna azione di danno nei confronti dei responsabili del disastro ambientale causato.
Oggi il Commissario Straordinario autorizza opere sostanzialmente irreversibili, quali la realizzazione di scogliere a mare perimetrali o l’approfondimento dei fondali antistanti la colmata. Il WWF dà atto che sempre con decreti del Commissario Straordinario sono state predisposte misure di controllo e monitoraggio ambientale dei lavori, ma questi in quanto tali sono giustificati per un evento momentaneo e transitorio e non altrimenti si sarebbe potuto fare per la realizzazione di un porto diportistico permanente.
Com’è noto c’è differenza tra la bonifica integrale, inizialmente prevista per Bagnoli, e una messa in sicurezza, cioè l’intervento che oggi si sta realizzando. Se infatti la bonifica integrale elimina definitivamente la contaminazione, la messa in sicurezza la circoscrive al fine di prevenire rischi immediati, rischi rispetto all’uso che si vuole fare dell’area soggetta all’intervento. Quando nel 2012 si iniziò a ragionare per la prima volta della Coppa America a Napoli, l’area di Bagnoli fu esclusa proprio in ragione dell’esigenza di una bonifica integrale che era incompatibile con i tempi dell’evento. Gli inquinanti e i rischi per la salute non sono certo oggi cambiati; rimane quindi oggettivo il fatto che per cui una destinazione dell’area ad una fruizione continuativa (qualunque essa sia) vede certamente preferibile un intervento di bonifica integrale più che non una messa in sicurezza.
In modo estremamente diretto, dunque, il WWF chiede di dire con chiarezza che cosa si voglia fare di Bagnoli dopo la Coppa America e quale si creda debba essere il percorso autorizzativo per realizzarlo; è di tutta evidenza, infatti, che le autorizzazioni e i pareri rilasciati per la Coppa America non possano essere automaticamente traslati per il mantenimento di un porto diportistico, la cui realizzazione imporrà inevitabilmente crescenti necessità di infrastrutture, servizi e viabilità.