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Ranucci, cinque ore di audizione sul caso Report davanti alla Commissione Rai: domande su fonti, inchieste e Lavitola


Il confronto con la Commissione per il Codice etico. Il giornalista: «Ho risposto su tutto»

Rai, cinque ore di audizione per Ranucci sul caso Report

(di Antonella Baccaro – corriere.it) – È durata ben cinque ore, ieri, davanti alla Commissione per il Codice etico della Rai, l’audizione del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Al centro dell’attenzione, alcune inchieste realizzate dalla trasmissione e il rapporto tenuto con le fonti. «Ho risposto a tutte le domande» ha fatto sapere il giornalista e vicedirettore dell’Approfondimento Rai.

L’audizione, iniziata presso gli uffici della tv pubblica intorno alle 14,30 è andata avanti fino a sera, toccando tutti i punti considerati dubbi sulla base del Codice etico della emittente pubblica. Ranucci, come si è detto, ha risposto a tutte le domande, in particolare quelle della responsabile dell’Internal audit, Delia Gandini, uno dei cinque dirigenti che fanno parte della commissione.

Il focus ha riguardato il rapporto con le fonti e la loro gestione nelle inchieste di Report. Particolare attenzione sarebbe stata riservata al legame del conduttore con Valter Lavitola, pregiudicato, «amico fraterno» del giornalista e, secondo la Procura, presunto mandante dell’attentato che nell’ottobre del 2025 ha danneggiato l’auto di Ranucci, parcheggiata di fronte alla sua abitazione.

L’ipotesi che la commissione intenderebbe verificare è quella secondo cui alcune delle inchieste di Report sarebbero state «ispirate» da interessi personali, in particolare quelli di Lavitola. Si parla di veri e propri business, come quello dell’energia eolica, e di piccole-grandi vendette. Come quelle che il faccendiere avrebbe diretto nei confronti di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, il partito che ha presentato al riguardo, contro di lui, un esposto in Procura.

Ranucci, da parte propria, avrebbe già portato con sé copiosa documentazione per respingere tutti gli addebiti che gli sono stati mossi in alcune ricostruzioni giornalistiche nelle ultime settimane e in particolare da quando Lavitola è finito sotto inchiesta come mandante dell’attentato contro il giornalista per cui quattro presunti esecutori sono tuttora in carcere.

Dopo la perquisizione subita da Lavitola per ordine della Procura di Roma è emersa la sua amicizia con il giornalista, una frequentazione che ha spesso avuto come location il ristorante del faccendiere. Secondo il giornalista, le deduzioni trascritte dalla stampa sarebbero del tutto «prive di fondamento» e in molti casi avrebbero solo l’intento di mettere in discussione la sua serietà. Insomma, una sorta di complotto a suo danno, cui la Rai non dovrebbe dare seguito, tutelando lui e Report come patrimonio del servizio pubblico.

Nessun altro giornalista della redazione sarebbe finora stato ascoltato, il che non esclude che ciò avvenga nei prossimi giorni, se l’intento della commissione è quello di ricostruire il modus operandi seguito nella scelta dei temi, nel vaglio delle fonti e del materiale da approfondire e nella modalità di esecuzione delle inchieste. La commissione potrebbe terminare i propri lavori prima della pausa di Ferragosto, ma sul punto in Rai preferiscono non fornire certezze, forse puntando sull’effetto-sorpresa.
Intanto prosegue l’indagine sull’attentato da parte della magistratura: la Procura potrebbe ascoltare Sigfrido Ranucci, come parte offesa, a settembre.

Nei prossimi giorni invece dovrebbe decidere se concedere alla Rai l’autorizzazione per avviare l’audit, così come richiesto preventivamente dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi, per evitare intralci.
Intanto si aspetta che torni dall’Africa Gomes Clelio Tavares, anche lui indagato per l’attentato a Ranucci. Raggiunto ieri sera dal TgUno, Tavares non ha dato certezze circa il suo rientro in Italia che, in base a sue precedenti dichiarazioni, sarebbe dovuto avvenire oggi. Circa eventuali rapporti diretti con Ranucci, ventilati in un’intervista da Lavitola, ha risposto: «Non posso dire niente. La realtà la sa solo la Procura».


Conte vede Schlein: un pranzo da tregua e risoluzione unitaria


Fronda. Il testo dice no al riarmo e ignora il Safe: la destra dem minaccia di non votarlo. Ipsos: progressisti vincenti solo candidando il leader 5S

Conte vede Schlein:  un pranzo da tregua  e risoluzione unitaria

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Il giorno dell’armistizio, per forza. In un martedì di afa desertica a Roma, Giuseppe Conte ed Elly Schlein cercano di ricomporre i cocci a tavola, mentre nei corridoi della Camera e su WhatsApp gli sherpa di Pd, M5S e Avs mettono assieme a colpi di cancellature una risoluzione unitaria, che si voterà oggi in occasione delle comunicazioni del ministro dell’Economia Giorgetti a Montecitorio. Con un punto principale, invocato da 5Stelle e rossoverdi: “Riteniamo necessario riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento, nonché attivarsi per superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali”. È il tema su cui i progressisti discutono per ore e che in serata viene sciolto con questa formula, su spinta innanzitutto del capogruppo del Movimento, Riccardo Ricciardi. D’altronde non si poteva andare oltre, nello scontro tra i fu giallorosa, come ha fatto capire ieri su Repubblica Dario Franceschini, in un’intervista in cui ha descritto come “inevitabili” le primarie per scegliere il candidato a Palazzo Chigi, come a disinnescare una delle principali micce dei sospetti reciproci. L’eternauta del Pd invita tutti a deporre le armi “perché si possono vincere le elezioni, e sarebbe colpevole rovinare tutto”.

Nel primo pomeriggio a materializzarsi alla Camera è il capogruppo del Senato, Francesco Boccia, vicinissimo a Schlein, ma con rapporti continui con Conte. Parla con la capogruppo alla Camera, Chiara Braga e con il responsabile Esteri, Peppe Provenzano che da giorni lavorano alla mediazione. Offre la soluzione possibile: dal testo deve scomparire ogni riferimento alla parola Safe, lo strumento di prestito per acquisto di armi, inviso a M5S e Avs. Si può fare, anche perché Giorgetti oggi dovrà riferire sullo scostamento di bilancio e non c’è alcun motivo di parlare della linea di prestito per l’acquisto di armi.

Poco prima, ecco il pranzo tra Conte e Schlein: secondo l’ex premier “concordato già la settimana scorsa”. È lui in serata a raccontare ai cronisti dell’incontro, gesto che i dem interpretano come “positivo”. E sempre Conte dichiara: “Sull’Ucraina in questi giorni ho ripetuto le stesse cose che io e il M5S diciamo da quattro anni, la nostra posizione è sempre la stessa. Ma rispetto le posizioni del Partito democratico”. In una dichiarazione conciliante, non manca l’accenno pepato alle varie “posizioni” tra i dem, rispetto a quella del Movimento.

[…]

Nel Pd c’è chi la racconta in maniera più colorita: “Sul fatto che chi vince le primarie deve decidere anche la linea sull’Ucraina, Conte ha detto a Schlein che gli è scappata la frizione. Ed Elly ha risposto di mettere il freno la prossima volta”. Che si sia parlato molto di gazebo, lo assicurano un po’ tutti. Ma la quadra non si è trovata: d’altra parte il leader del Movimento vorrebbe farle entro l’anno e Schlein a febbraio, proprio per ridurne l’impatto. Non è un mistero che la maggioranza dei dem non vorrebbe proprio farle. E tra i vicini a Schlein c’è chi sostiene perfino che tra i due non si sarebbe arrivati alla certezza sul fatto che si terranno. Sussurri a parte, i partiti lavorano alla risoluzione. Si arriva al punto di caduta, lasciando fuori la parola Safe. E poi con un chiaro no al riarmo. Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e gli altri esponenti della destra dem valutano di non votarlo. E in serata fanno sapere: “Apprendiamo dalle agenzie di stampa il testo della risoluzione del nostro partito assieme a Avs e M5S. Non sappiamo se sia questo il testo definitivo. Vedremo se la notte porterà consiglio perché quello che si legge non è un testo condivisibile”. E potrebbe essere un punto di non ritorno. Mentre il M5S manifesta “soddisfazione”: non a caso.

Sullo sfondo, il sondaggio di Ipsos Doxa: in caso di ballottaggio tra centrosinistra e centrodestra – con Vannacci fuori della coalizione di destra – i progressisti vincerebbero con il 51,2 per cento, se a guidarli fosse Conte. Ma se la candidata fosse Schlein, il risultato si invertirebbe, con il centrodestra al 51 per cento e il centrosinistra fermo al 49. Cifre che tra i progressisti semineranno altri dubbi.


Quel centro che fa comodo a Meloni


Non è un mistero che la proposta/imposta del Melonellum incorpora più di una trappola pensata al fine di mettere in difficoltà lo schieramento alternativo. Tra queste, un meccanismo di soglie e di raccolta firme che costringono le forze moderate e centriste del campo progressista a una forzosa unità

(Franco Monaco – editorialedomani.it) – È attribuita a De Gasperi la metafora di un centro che muove verso sinistra. Anche se egli, causa la guerra fredda, sbarcò i comunisti dal governo. E tuttavia, dal centro, il leader trentino fece una politica non priva di afflato riformatore. Non è un mistero che la proposta/imposta del Melonellum incorpora più di una trappola pensata al fine di mettere in difficoltà lo schieramento alternativo. Tra queste, un meccanismo di soglie e di raccolta firme che costringono le forze moderate e centriste del campo progressista a una forzosa unità. Si tratta, per via politica, di fare di necessità virtù, di risolvere una costrizione in una opportunità, di contrastare i particolarismi.

Non è facile. Paradossalmente – la storia Dc insegna – ai particolarismi sono più inclini i piccoli che non i grandi.

Quello meglio messo tra loro, non fosse altro che perché non ha bisogno di raccogliere firme, è Renzi. Lo sappiamo: non gli riesce facile rinunciare al protagonismo. Umiltà e sobrietà non sono il suo forte. Così come si può comprendere la diffusa diffidenza per la sua disinvoltura e la indole corsara della sua politica. Ciononostante, è saggio ispirarsi a una massima inclusiva del vecchio Ulivo: “È escluso solo chi si esclude”.

Tutti utili anche gli altri apporti: Ernesto Ruffini con la sua sensibilità per un programma partecipato come fu appunto quello dell’Ulivo; quello di Più Europa portatore della cultura liberale ed europeista del Partito radicale versione Bonino e dei socialisti che non tradiscono la loro ascendenza di sinistra; quello di varie realtà associative di ispirazione cristiana convenute di recente a Roma nel solco delle Settimane sociali con la loro idea-forza di una democrazia pluralistica e partecipata opposta alla “capocrazia” della destra; quello di Onorato di una rete di amministratori con il loro pragmatismo civico che solo dovrebbero allontanare da sé l’ombra di una eterodirezione (e dunque di un connotato artificioso da laboratorio) da parte di loquaci strateghi romani.

Giusto richiamare la matrice pluralistica dello stesso Pd, ma anche prendere atto del tramonto della velleitaria autosufficienza di esso a suo tempo coltivata da Veltroni prima e da Renzi poi. Facendo rivivere la vocazione coalizionale e pluralistica che fu di Prodi e smarrita dal primo Pd.

Tutt’altro caso quello di Azione. Non mi spingo al punto da mettere in dubbio che Calenda sarà di parola andando a elezioni in autonomia, né di qua né di là. Tuttavia il suo posizionamento, politicamente, sempre più si qualifica come all’insegna di una terzietà non strettamente equidistante. Anche preterintenzionalmente. Lo si evince da dettagli che dettagli non sono, insisto, politicamente.

Egli oggi sta all’opposizione e, dal punto di vista della destra al governo, è già un risultato che non partecipi al cantiere dell’alternativa. La sola con ambizioni e chance di governo. Non è un mistero che, per tale ragione, Meloni sia disponibile a fargli ponti d’oro. Lo ha segnalato Il Foglio. Vera o falsa che sia è filtrata l’ipotesi di un sostegno della destra della candidatura della ex dem Elisabetta Gualmini a sindaco di Bologna.

Del resto, anche nel confezionare la proposta/imposta di legge elettorale un occhio di riguardo – soglie e firme – lo si è riservato ad Azione. In questa luce, l’approdo di ex Pd ad Azione, cioè a una formazione comunque altra rispetto al campo dell’alternativa e non a un soggetto diverso dal Pd ma interno al centrosinistra, attesta come effettivamente costoro fossero fuori posto in un partito che, per missione, è proteso a fare da perno dell’alternativa alle destre al governo.

E quanto spesso fossero strumentali o almeno forzati i loro quotidiani distinguo espressi sui media della destra e di quelli falsamente indipendenti generosissimi nel dare loro visibilità. Vedi la caricatura polemica della Picerno, ex Pd e neo-azionista, che ora bolla il Campo largo in cui stava sino a ieri come Campo-Lavrov. Francamente troppo e di cattivo gusto.

Altro piccolo indizio: la toccata e fuga in Azione delle due vestali del berlusconismo Carfagna e Gelmini, evidentemente mai sfiorate dall’idea di concorrere a una reale alternativa alle destre. Non a caso prestissimo rientrate non in FI che comprensibilmente non gradiva riprendersele, ma in Noi Moderati, che sempre più si configura come una sottomarca di FdI. Con La Russa che candida Lupi a sindaco di Milano.

Sarebbe ingeneroso definire Azione un centro che guarda a destra, ma non è fuori luogo osservare che si tratta di un centro che fa comodo alla destra.


Trump e Netanyahu sono due figli di scelte passate


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Affermare che Trump e Netanyahu non sono un’anomalia nella storia degli Stati Uniti e di Israele, ma il risultato di dinamiche presenti nei due Paesi e dei semi di violenza insiti nella governance precedente, non significa essere antiamericani oppure antisemiti. Allo stesso modo, stigmatizzare l’Ue, facendo risalire l’autoritarismo, il neoliberismo e il filo-atlantismo a un sistema istituzionale perfezionatosi con i Trattati di Maastricht, non implica il rifiuto dell’ideale sovranazionale europeo. La grande confusione che regna è costruita ad hoc dalla manipolazione mediatica.

[…] Le crepe che si sono aperte nel sistema di dominio del capitalismo finanziario e che permettono di far penetrare alcuni raggi di luce, sono individuabili nella transizione che ha portato Trump, Netanyahu e Von der Leyen a rendere palese la violenza del sistema imperialistico. I partiti e i movimenti del cosiddetto dissenso dovrebbero inserirsi in queste fragilità, ribadendo la sostanziale continuità storica, senza farsi manipolare dalla destra tecnocratica, impersonata dai Dem Usa, dai socialisti europei e dal Pd, tendente a salvare il passato del liberal order basato sulle regole” e a trasformare Trump e Netanyahu in capri espiatori affinché “tutto cambi perché nulla cambi”.

Gli Usa di Trump hanno mostrato anche ai ciechi e ai sordi, la violazione del diritto internazionale. La retorica liberal è rimasta impotente di fronte al genocidio di Gaza, alle minacce di annientamento dell’Iran, al sequestro della leadership di Caracas per gestire le risorse petrolifere. Ugualmente l’assedio di Cuba e l’ipotesi che l’attuale Segretario di Stato Rubio, eletto coi voti della diaspora, potrebbe essere il nuovo presidente dell’isola, ha fatto strabiliare l’elettore moderato filoatlantico. Persino Panebianco ha avuto un sussulto. La politica attuale in Medioriente e in America latina dei neoconservatori non era sostanzialmente diversa in passato. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, il sostegno ai regimi liberticidi latinoamericani e i colpi di Stato lo dimostrano. Allo stesso modo, il genocidio del popolo palestinese e l’attacco ai paesi vicini, la critica all’Onu materializzatasi con Netanyahu erano insiti nel progetto del Grande Israele, sigillato nello Statuto del Likud alla sua nascita.

[…]

Questo significa fare di ogni erba un fascio? Non direi. Le differenze, anche solo di forma, sono importanti se riusciamo ad avere chiaro il quadro nel suo complesso. Altrimenti ci facciamo divorare dai partiti egemonici della falsa sinistra come il Pd, che vorrebbero perpetrare antiche violenze (per esempio l’insediamento dei coloni in Cisgiordania, continuato anche con la sinistra israeliana, oppure la politica delle esecuzioni extragiudiziali di Obama) monopolizzando le condanne di Netanyahu e di Trump in versione difensiva dello stesso sistema che li ha generati. La guerra di attrito contro l’Iran si è nuovamente fermata, ma l’escalation è sempre in agguato. La lobby di Israele non si arrende e la politica bipartisan del Congresso ne è fortemente influenzata. Le monarchie del Golfo, che soffrono i danni maggiori delle rappresaglie di Teheran, hanno grazie ai petrodollari, una leva non indifferente. L’Europa mediterranea, con la sola eccezione della Spagna, è complice di una situazione incandescente di cui patisce i maggiori danni. L’Italia con 400 soldati in Arabia Saudita, le basi di attacco della Nato e la fornitura di armi (riassunta da Orsini su questa testata) è cobelligerante e quindi legittimo obiettivo di un attacco iraniano. Gli ignari cittadini dormono sotto l’ombrellone.

Come Bezrukov ha affermato, la nuova guerra contro la Russia approvata da Trump, escalate to deescalate, caratterizzata dagli attacchi terroristici ucraini con droni in territorio russo, potrebbe durare anni. Andrey Lukyanov, esperto del Valdai Club, afferma che i droni ucraini sono il risultato di tre anni di finanziamento occidentale, oggi guidato dalla Germania. La deterrenza russa si ristabilirebbe attaccando le fabbriche in Ucraina e in Europa. Il progetto neoconservatore statunitense di demilitarizzazione, deindustrializzazione della Russia non ha subito scosse. È oggi portato avanti dalla maggioranza Ursula, con il piano di riarmo di 800 miliardi anche a debito (Safe, sostenuto dai socialisti europei e dal Pd) mentre la Germania con i 400 miliardi di riarmo nazionale ha in programma di divenire primo esercito mondiale entro il 2039. Il conflitto con la Russia entro la fine della decade è considerato un’ipotesi genuina dall’élite tedesca. La politica estera occidentale (come ho tentato di illustrare in Approdo per noi Naufraghi) è conseguenza della crisi del capitalismo finanziario ed è intrecciata con la cancellazione dello Stato sociale, della Costituzione e dei diritti di libera espressione.


Migranti, sciacalli e l’esempio Sánchez


Sulla vicenda di Ceuta il governo Meloni insegue l’ex generale invece di schierarsi con Madrid, ultimo baluardo di umanità e integrità contro l’asservimento imperante

Migranti, sciacalli e l’esempio Sánchez

(estr. di Francesca Albanese – ilfattoquotidiano.it) – […] In un’Italia che soffoca in un caldo a tratti distopico, lo sbaraglio della politica si manifesta nella scelta erratica della Presidente del Consiglio di invocare, di fatto, la chiusura dello spazio Schengen, il 31 luglio, ufficialmente per “l’emergenza migratoria a Ceuta” – letta da più parti come un’operazione anzitutto politica contro il governo spagnolo.

[…] Emergenza migratoria pura non era, come si è intuito fin dalle prime ore, ma piuttosto quella che sembra una punizione a Sánchez, alla Spagna e all’Europa che lui incarna: quella che non tradisce le promesse di uguaglianza e solidarietà tra i popoli in nome della difesa delle banche e dell’industria bellica, proprio nel tempo di uno dei genocidi più sadici che la storia ricorderà se ci saranno ancora menti libere a raccontarla. Scodinzolante al servizio del padrone statunitense, e con un nutrito manipolo di leader europei al suo seguito (sebbene stavolta almeno Macron si è defilato), Giorgia Meloni volta le spalle all’Europa e ai suoi valori fondamentali, e ci prepara a un peggio che potrebbe nemmeno essere lei a governare. In Italia c’è chi ha visto in questa mossa scomposta un’operazione di sciacallaggio dettata dalla “psicosi Vannacci” che spinge il governo italiano. Non è un dettaglio: è la fotografia di un esecutivo che insegue l’agenda dei suoi concorrenti a destra invece di governare i fatti. “L’integrità dello spazio Schengen è assolutamente garantita. Basta con la confusione interessata”, ha commentato il solitamente misurato ministro degli Esteri spagnolo Albares. Il governo di Sánchez rappresenta oggi il baluardo contro la marea delle nuove destre: Vox in Spagna, AfD in Germania, Le Pen e il Rassemblement National in Francia, e ora Vannacci in Italia; che rischiano di far impallidire persino le destre attualmente al governo. Il momento attuale è marcato da un servilismo imbarazzante verso un turbocapitalismo a guida statunitense che nei nostri spazi europei ha grandi succursali locali, ed è bene osservare con attenzione cosa accadrà ai nostri stessi equilibri politici. Guardiamo allora da vicino l’essenza di questi fenomeni, che in sé sono il tradimento autoctono delle promesse fatte all’indomani di quella che appariva, in superficie, la sconfitta del nazifascismo che aveva appena seminato decine di milioni di morti in tutto il continente. Più che di Vannacci come fenomeno personale, dovremmo parlare allora di vannaccismo: un autoritarismo sovreccitato che dilaga in un paese confuso, sofferente e sempre più malconcio. Basta ascoltare cosa si apprende dai suoi comizi e dalle sue interviste, ripresi ovunque e dunque impossibili da ignorare. È curioso che chi si professa uomo d’ordine costruisca un intero progetto politico sulla sistematica insofferenza verso le regole che un ordine costituzionale presuppone. Questo mi porta a dire che il vannaccismo sta al diritto costituzionale come la caserma sta al Parlamento: un luogo dove si obbedisce, non dove si delibera. Sovversivo, anzitutto, perché non crede ai limiti. Forse chi ha portato la vita militare a modello di società ha imparato a considerare il dissenso un problema di disciplina, non una funzione fisiologica della democrazia. La libertà di parola invocata per sé si accompagna, sistematicamente, all’insofferenza verso chi la esercita in senso opposto. Non è un dettaglio: è un disprezzo di fondo per il pluralismo che la Costituzione, negli articoli 21, 3 e 6, protegge proprio perché scomodo, non perché sia ovvio o spontaneo. Autoritario, poi, perché la retorica della “remigrazione forzata” e della gerarchia tra “italiani veri” e altri, capovolge il principio di uguaglianza formale e sostanziale sancito dall’articolo 3. Una mentalità ispirata alla Costituzione non giudica le persone per appartenenza ma per condotta: è la differenza fra Stato di diritto e Stato etnico, ed è una differenza non negoziabile. Un partito-milizia? Non si sa bene cosa intendere per “sporca dozzina”, ma il linguaggio militare applicato alla politica civile tradisce un’idea di comando verticale incompatibile con l’articolo 49, che affida ai partiti (non ai reggimenti!) il compito di concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale. Il fascino del comandante unico sta catturando un’Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo col suo fascismo passato. Trasformare il consenso elettorale personale in un partito costruito attorno a un solo nome è infatti una tentazione antica: la personalizzazione del potere è il primo sintomo dell’erosione della rappresentanza. Che il modello dichiarato di riferimento sia quello trumpiano non rassicura chi ha visto, negli Stati Uniti, cosa accade quando l’esecutivo tratta la magistratura e la stampa come nemici anziché come contropoteri. Il “Difendere posizioni controcorrente senza censure ideologiche” parrebbe formula seducente, se si ignora che etichettare ogni critica giornalistica o giudiziaria come censura è l’ennesimo affronto plurimo alla Costituzione. Questa all’articolo 21 tutela la libertà di espressione di tutti, compresi i critici, mentre l’articolo 101 sottrae i giudici a ogni condizionamento politico. Chi confonde il controllo di legittimità con la persecuzione personale non difende la libertà: la usa come scudo per sottrarsi al controllo. Da Berlusconi a Trump i precedenti sono significativi. Sul rimpatrio forzato di “presenze indesiderate”, al netto della fattibilità amministrativa enorme, e mai seriamente affrontata, resta la questione critica, ancora una volta ispirata dalla nostra carta costituzionale: il diritto d’asilo (art. 10) e il divieto di trattamenti disumani (art. 27, e la Convenzione di Ginevra del 1951) non sono opzioni politiche revocabili per via di sondaggio, ma limiti che neppure una maggioranza parlamentare può cancellare senza intaccare l’architettura sovranazionale a cui l’Italia ha aderito. Governare e riformare sono compiti lunghi, complessi e gravi. Richiedono rispetto per la legge, rispetto per i contropoteri, rispetto per chi non la pensa come noi. Su questo anche la sedicente sinistra – come la fallimentare parentesi renziana ci ricorda – è caduta senza sapersi rialzare. Questi anni ci hanno insegnato una lezione tanto dura quanto preziosa: che le libertà non sono un dato acquisito, ma un equilibrio fragile, smontabile in pochi mesi quando il turbocapitalismo trova nell’ideologia suprematista il suo braccio politico e nella guerra il suo mercato più redditizio. Abbiamo visto la legge internazionale piegarsi all’interesse privato, i tribunali invocati e disattesi nello stesso respiro, la parola “mai più” svuotata fino a diventare formula vuota mentre altrove si consumava, sotto i nostri occhi, ciò che quella formula avrebbe dovuto impedire. […] Non c’è scorciatoia populista che possa ricostruire ciò che questa complicità ha eroso. C’è solo, come sempre, la via più difficile: il rispetto della legge che sta fuori di noi, la Costituzione, il diritto internazionale, le convenzioni che abbiamo scritto proprio perché la memoria delle atrocità non bastava a prevenirle, e insieme il rispetto della legge che sta dentro di noi, quella che Kant chiamava morale, e che qui possiamo chiamare più semplicemente integrità: la capacità di non vendersi, di non voltarsi altrove, di restare incorruttibili quando l’incorruttibilità costa. Le istituzioni tengono se qualcuno, dentro di esse, si rifiuta di cedere. È lì, non altrove, che si gioca la differenza tra una democrazia che sopravvive e una che si consegna. Quindi su, Italia: riprenditi, riconciliati con te stessa, con le tue parti umanissime e solidali, e trova la tua dignità in questo nuovo millennio, che ha bisogno di cura e non di ricette vecchie come il cucco, con avanzi che sanno di ricino, già trite e ritrite, destinate a portare ancora più dolore e distruzione senza curare nessuna delle troppe ferite del nostro Paese.


Gli alberi sono i veri condizionatori


Per gli ambienti urbani gli alberi sono (in genere) una benedizione. Tuttavia, non sempre

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Noi sapiens confidavamo in un futuro tranquillo, fra le braccia accoglienti delle nostre città. Cosa ci manca, infatti, nelle nostre case, negli uffici e nei negozi? E nelle strade, nelle piazze, nei locali e fra i nostri bei monumenti? Oltre la metà della popolazione terrestre vive nelle aree urbane, dove ormai si raggiungono densità da incubo, e abbiamo capito che venire via dalle campagne non ha avuto solo aspetti positivi. Ma era difficile immaginare la faccia feroce delle ondate di calore che uccidono le persone e trasformano le città rendendole i luoghi più invivibili del pianeta. Ciò vale soprattutto per le aree urbane in cui abbondano coperture asfaltate e cemento, in pratica tutte le città più importanti del mondo. Asfalto e cemento rendono roventi le superfici cittadine e non le fanno respirare, mentre i mezzi di trasporto a combustione arroventano l’aria. Inoltre le rendono impermeabili, trasformando ogni pioggia in una potenziale alluvione, visto che oggi in un’ora cade l’acqua che un tempo cadeva in sei mesi. Ma almeno le costruzioni di un tempo erano naturalmente innalzate secondo criteri che facilitavano l’evacuazione del calore e il mantenimento del fresco: mura in pietra molto spesse, finestre grandi a seconda dell’esposizione, camere a canne nei solai, ingegnosi sistemi per generare correnti d’aria. Ma la crisi climatica arroventa anche questi edifici e la scarsa copertura vegetale nelle città fa il resto.

Gli alberi in città, se opportunamente ubicati e curati, abbattono la necessità di raffrescamento fra il 10 e il 30 %, ma se le ombreggiature sono continue e ottimali si arriva a oltre il 50%. Insieme ai rampicanti che crescono direttamente sui muri, permettono di ricorrere meno ai climatizzatori. Purtroppo però la vegetazione urbana sembra non essere una priorità per i nostri architetti, che non riescono a capire come ci sia bisogno di boschi orizzontali, invece che verticali, nelle aree urbane.

La piazza dell’hotel de la Ville a Parigi mostra inequivocabilmente di che tipo di interventi ci sarebbe bisogno, se si volesse davvero passare ai fatti e non considerare il verde urbano solo un orpello. Invece, nelle condizioni attuali, gli edifici diventano trappole bollenti e nelle città l’effetto isola urbane calda, per cui le temperature sono più alte anche di 5°C rispetto al territorio circostante, si incrementa. I grandi volumi di aria calda espettorati dai climatizzatori sono il risultato dello spostamento del calore dall’interno verso l’esterno. Ciò fa impennare la temperatura dell’aria cittadina fino a +2°C, soprattutto di notte. Così in città registriamo decine di giorni all’anno di temperature superiori ai 32°C di giorno e a molte più notti tropicali del passato, a causa dei motori di quelle macchine che costellano i cosiddetti canyon urbani, le vie più strette che incanalano e imprigionano il calore fra i palazzi. Oggi i climatizzatori sono indispensabili, ma generano un circolo vizioso difficile da spezzare: incrementano il calore per cui non ne possiamo più fare a meno, con il relativo corredo di consumi (il 10% dell’elettricità globale) e emissioni climalteranti, nonostante l’efficienza sia migliorata rispetto al passato (e ovviamente nonostante non se ne possa fare a meno in ospedali e luoghi di lavoro). Per non dire dei gas che hanno sostituito i dannosi CFC del passato (che laceravano lo strato di ozono): gli attuali HFC che incrementano, invece, il riscaldamento globale. Fra un albero e un climatizzatore non c’è partita: il primo elimina il calore eccessivo, il secondo lo sposta soltanto. Alberi, dunque, e verde urbano, edifici che non abbiano bisogno di eccessivo raffrescamento e conseguente energia (edifici passivi, che non consumano), eliminazioni di quante più superfici moltiplicatrici di calore possibili attraverso quei processi di depaving (depavimentazione) ormai ampiamente in corso in tutta Europa e ipotizzati anche nelle nostre città (Genova in testa). Liberare il suolo urbano tutela la ricchezza della vita, riduce le alluvioni, permette la ricarica delle falde e raffresca le città. Non male.


Trattateci da adulti


(di Michele Serra – repubblica.it) – «Dalle nostre parti prima viene la politica. Poi viene il leader. E il leader non è un “capo”. È il responsabile di un progetto politico condiviso da una squadra di governo e dai cittadini che lo hanno votato». Mi scuso per l’autocitazione, sempre di dubbio gusto: ma era il 15 aprile scorso ed ero solo uno dei tanti a chiedere, sulla prima pagina di questo giornale, dopo il referendum che aveva sonoramente bocciato le riforme meloniste, che l’opposizione di centrosinistra si dotasse di un programma comune. Che vuol dire: obiettivi comuni. Senza i quali è contro la logica proporsi agli italiani come coalizione di governo.

Chiunque poi vincesse eventuali primarie sarebbe vincolato a quel programma: non potrebbe governare solo per conto del suo partito, ma per conto di una coalizione di partiti alleati. A distanza di quasi quattro mesi da quei giorni di speranza, va detto che niente di confortante è accaduto. Siamo ancora, sia pure nella riduzione mediatica di una questione ben più grande, al “Conte versus Schlein”, derivazione locale di “Putin versus Europa”.

E alla luce del tempo trascorso, e malgrado i pranzi di riconciliazione, viene da pensare che il programma comune sia l’ingenua utopia di molti elettori; e chi avrebbe dovuto e voluto lavorarci non è riuscito a farlo per una ragione al tempo stesso banale e drammatica: perché non è possibile farlo. Troppo distanti, specie in politica estera, le posizioni dei due principali contraenti, Pd e Cinquestelle.

A questo punto: ce lo dicano, per cortesia, che il progetto “campo largo” non può reggere. Siamo adulti, chi più chi meno, e ce ne faremo una ragione. Ma ci parlino come persone all’altezza del problema: ce lo meritiamo. Ci dicano: scusateci ma non ce la facciamo proprio, a fare un programma comune di governo. Ne prenderemo atto.


Putajani


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Tajani, uno dei politici più svegli che abbiamo, debuttò a Mosca nel 2009 da commissario europeo ai Trasporti, in pellegrinaggio da Putin col cappello in mano per parlare di affari. Le guerre in Cecenia e in Georgia c’erano già state e Anna Politkovskaya era già stata assassinata. Lo rivide nel 2013 alla fiera di Hannover da vicepresidente Ue: c’era già stata pure la guerra in Siria, ma lui parlò di investimenti in Russia e agevolazioni ai turisti russi. Nel 2014, dopo la cacciata del presidente ucraino Yanukovich a furor di piazza, il nuovo regime filo-Nato scatenò la guerra civile contro i russofoni, Putin annesse la Crimea e aiutò i secessionisti del Donbass. Ma Tajani chiese di “tenere in considerazione le istanze di buona parte dell’Ucraina, che è russofona… Putin ha sbagliato, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiudere la porta al dialogo con la Russia, visto il fabbisogno energetico delle nostre imprese”. A inizio 2022 Biden&Nato annunciavano la sicura invasione russa dell’Ucraina per propiziarla e Macron e Scholz si dannavano per scongiurarla: Tajani invocò “soluzioni diplomatiche per evitare lo scontro” e lodò Draghi perché “ha chiamato Putin”. A marzo, dopo l’invasione, propose Merkel e B. come mediatori e assicurò che B. “sta lavorando per la pace con tutti i suoi contatti internazionali: è già stato capace di mettere a un tavolo Putin e Bush, avvicinando la Russia alla Nato e all’Occidente, ma poi non s’è fatto più niente”. E cazziò Biden per aver dato del criminale a Putin: “Io avrei usato un altro linguaggio. Se sia criminale dovrà dirlo il tribunale dell’Aja, ma ora dobbiamo raggiungere la pace”.

[…]

Quindi sì alle armi a Kiev, ma “non per colpire il territorio russo”. E bravo Zelensky, pronto a rinunciare alla Crimea e subito zittito da Stoltenberg: “Un messaggio di apertura, speriamo ne arrivino altri”. E poi “Putin ha commesso moltissimi errori, ma anche l’Occidente isolando la Russia e spingendola nelle braccia della Cina”. Insomma “serve un incontro tra Putin e Zelensky e urge abbassare i toni, anziché puntare a un isolamento forte di Putin”. Poi divenne ministro degli Esteri e suggerì a Zelensky di “puntare sul cessate il fuoco quando c’è la sicurezza che Mosca non vuole continuare l’invasione”. Intanto B. ripeteva che “Putin voleva solo sostituire il governo Zelensky con persone perbene”. Ma ora Tajani ha rimosso tutto. E, tomo tomo cacchio cacchio, dà del putiniano a Conte che chiede molto meno di lui e di B.. Intanto FI chiede alla Schlein: “Elly, da che parte sta? Con Putin e Conte? O col popolo ucraino?”. Ieri Tajani ha compiuto gli anni, meritandosi la risposta di Alberto Sordi allo spettatore in prima fila che gli fa il pernacchione: “Ormai hai 73 anni, è tempo che tu sappia di chi sei figlio”. […]


Guerra e armi, il copione è sempre lo stesso


(Giancarlo Selmi) – Quando si parla di guerra e armi, ormai il copione è sempre lo stesso: il problema non è la guerra, non è l’escalation, non è il riarmo, non è nemmeno il fallimento totale della politica. No. Il problema, a sentire Quartapelle e l’immancabile Guerini, entrambi del PD – e neppure questo è un caso – sarebbe Giuseppe Conte, colpevole di parlare di pace. Peggio ancora: di negoziato. E qui la domanda è inevitabile: chi si professa progressista, chi si definisce di sinistra, può davvero considerare un problema l’unica posizione razionale e umana, cioè sostenere che il negoziato sia l’unica strada per arrivare alla pace? Perché questo è il punto. Non il tifo per Putin, accusa ridicola buona solo per zittire chi non si allinea. Nessuno fa il tifo per Putin. Ma senza Putin un tavolo negoziale non esiste, e continuare a fingere il contrario significa solo prendere in giro la realtà.

E allora viene naturale chiedersi anche un’altra cosa: che fine ha fatto Elly Schlein? Dov’è finita la Schlein che in campagna elettorale, per farsi eleggere segretaria del PD, diceva le stesse cose che dice Conte oggi, presentandosi come la variante di sinistra di un partito che con la sinistra ha smesso di avere a che fare da almeno vent’anni? Perché oggi abbraccia senza battere ciglio le tesi di Guerini, Quartapelle, Sensi? Quelle metastasi di destra, filosioniste e guerrafondaie, che hanno infettato un partito che affondava le sue radici nel pacifismo e nel multilateralismo e che, non a caso, proprio a quelle radici deve ancora una parte importante dei suoi voti?

Diciamolo chiaramente: la favola secondo cui per arrivare alla pace bisognerebbe continuare ad armare Zelensky e prolungare la guerra non regge più. Serve solo a tenere in piedi un meccanismo che arricchisce altri: i costruttori di morte, le industrie belliche e, dietro di loro, la grande finanza internazionale. A partire da BlackRock, che non casualmente è tra i principali azionisti di molte di quelle aziende. Altro che difesa dei valori: qui si difendono interessi enormi, economici e geopolitici. Le reazioni scomposte di certa stampa e di certa politica alle parole di Conte fanno pensare una cosa molto semplice: c’è chi ha paura della pace. E chi ha paura della pace, evidentemente, sulla guerra ha costruito convenienze, rendite, narrazioni e interessi. Anche economici, certo. Le lobby non si difendono gratis.

Del resto, la contraddizione è ormai grottesca: gli stessi che un giorno ci dicono che la Russia sarebbe allo stremo e starebbe perdendo, il giorno dopo la descrivono come una minaccia imminente per tutta l’Europa, così da giustificare altro riarmo, altra spesa militare, altra propaganda. Una costruzione talmente sfacciata da non reggere più nemmeno sul piano logico. Il riarmo è questo: una gigantesca operazione di transumanza di denaro pubblico. Soldi tolti ai bisogni reali delle persone, al welfare, alla sanità, alla scuola, al lavoro, e trasferiti nelle casse dell’industria delle armi e della finanza che le controlla. Dalle tasche di tutti a quelle di BlackRock e compagnia. Mentre intanto la grancassa mediatica lavora senza sosta. Basta leggere quello che scrive Nathalie Tocci, che arriva ad augurarsi l’invio di gente sul campo, dunque soldati mandati a morire, oltre ad augurarsi il convincimento della gente sull’ineluttabilità della guerra.

Un’idea che dovrebbe far rabbrividire chiunque abbia ancora un briciolo di senso umano, ma che evidentemente torna utile a chi ha interesse a trasformare la guerra in normalità, ad abituare l’opinione pubblica all’idea che la guerra sia inevitabile. Io comincerei da una proposta semplice: far firmare a Tocci, a Guerini, a Calenda, ai politici affini e a tutte le penne e le gole impegnate in questo battage pubblicitario sulla guerra, un impegno di arruolamento per loro e per tutti i loro parenti, nessuno escluso. E poi vedere, subito dopo, quanto resterebbe di tutto questo furore guerrafondaio. Perché è sempre facile invocare il massacro quando a morire devono essere gli altri.

Così quanto sia facile strafottersene di 6 milioni di poveri assoluti e invocare l’acquisto di armi, con la pancia piena, privilegi, 15.000 euro al mese e, forse, qualche lobby a cui presti servizio. E poi dire che sei “a sinistra”. Sì a sinistra di questa reverenda cippa.


Cara Giorgia solo ipocrisia e sciacallaggio su Ceuta


(Dott. Paolo Caruso) – Cara Giorgia ti scrivo per un amico. La sospensione di Schengen con la Spagna è semplicemente un atto politico contro il socialista Pedro Sanchez reo ai tuoi occhi di serva sciocca di Trump di essersi opposto alle richieste statunitensi dell’ utilizzo delle basi militari e precedentemente di non avere accettato l’ incremento delle spese in armamenti. L’ ipocrisia che si nasconde dietro la cosiddetta “difesa dei confini” è un prosieguo del tuo cammino politico che in questo caso sconfina nello sciacallaggio molto in uso nella tua fazione politica. Tu infatti sai bene che quei poveri disperati fatti uscire appositamente dal Marocco per questioni geopolitiche (Algeria Marocco e USA Spagna) non avrebbero potuto lasciare facilmente Ceuta se non a prezzo della vita. E infatti si contano circa novanta morti per annegamento. Migliaia di marocchini sono stati rimandati indietro, oltre i confini. Difficilmente avrebbero potuto raggiungere l’ Europa e meno che mai i sacri confini italici. La Patria meloniana è salva…. Restano sempre aperti i confini marittimi con la Libia e la Tunisia da dove migliaia di migranti in mano alle mafie locali affrontano su vere e proprie carrette il rischio della traversata verso le coste siciliane. Altro che perseguire gli scafisti su tutto il globo terracqueo! Non hai risolto il tuo problema sui migranti e metti il naso sulla situazione spagnola che tra l’altro si è ricomposta quasi del tutto. Non hai pianto per i morti di Cutro, in Calabria, preferendo partecipare al Karaoke di Salvini, figuriamoci per questi di Ceuta su cui ci costruisci una campagna politica spietata contro il Premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, inviso al tuo padrone a stelle e strisce, Donald Trump. Uno sciacallaggio politico sulla pelle di questi poveri disgraziati. Giorgia, madre, patriota, cristiana , ti resta solo una stanca e vuota enunciazione di valori. Non sei una Statista come credi di essere bensì una pupa in mano al puparo d’ oltreoceano. Cerchi con questa tua rappresentazione di sviare i veri problemi degli italiani, riducendoli alla fame per impreziosire sempre più i forzieri dei mercanti di armi. Non puoi nascondere la tua appartenenza politica, quale erede di Almirante, e neppure puoi rinnegare quei valori di legalità di cui Paolo Borsellino era fedele servitore. Come si cambia… Allora smettila di ciarlare e prendere in giro gli italiani. Il tempo te ne chiederà ragione. Questo non è governare, questo è sciacallaggio.


Lo sterminio palestinese e la nuova Gerusalemme


(Tommaso Merlo) – Il progetto coloniale israeliano come lo abbiamo conosciuto, ha perso il diritto di esistere. L’umanità non può permettersi l’esistenza di ideologie fanatiche al punto da massacrare innocenti e violare leggi in continuazione. Israele è diventata una macchina di distruzione e morte finita fuori controllo. In queste ore i sionisti stanno bombardando i superstiti del genocidio di Gaza ridotti allo stremo, stanno ammazzando e rubando in Cisgiordania ed occupando un sud del Libano devastato dalle bombe mentre quei fessi degli americani assediano l’Iran per conto loro. Il mondo intero è in subbuglio perché la minoritaria e marginale ideologia sionista ha conquistato un potere abnorme infiltrando la decadente superpotenza americana e di conseguenza noi meschini servi europei. Depredandola di soldi ed armi, aizzandola contro i loro nemici e di fatto bloccando una comunità internazionale inerme mentre i sionisti calpestano ogni suo valore fondante. Per colpa di politicanti complici ed incapaci, siamo tutti arretrati civilmente di decenni. Politicanti che non hanno mosso un dito per fermare lo sterminio del secolo e che oggi straparlano d’altro mentre continua il bagno sangue. Ma la storia procede e sarebbe ora di ipotizzare qualche soluzione. I politicanti passano ed i popoli restano e prima o poi le loro nuove consapevolezze diventano realtà. Uno stato sionista che spadroneggia in una terra considerata santa per le tre religioni monoteiste e storicamente e culturalmente rilevante per l’intera umanità, è una idea malsana che ha dimostrato al mondo il suo fallimento totale col genocidio a Gaza. Uno spartiacque storico che ha fatto emergere la verità su quasi ottant’anni di criminale persecuzione del popolo palestinese e di manipolazione propagandistica globale. Se tale sistema non è ancora crollato, è perché la piovra politica e mediatica sionista è ancora attiva nei palazzi del potere occidentali, ma è solo questione di tempo. Sconvolgente quello che sta succedendo nella politica americana coi candidati che rifiutano i soldi della lobby sionista e ne fanno la bandiera della loro campagna elettorale tra gli applausi dei presenti, mentre quelli che ancora si vendono vengono sommersi di letame. Mamdani è stato solo il primo caso clamoroso e di questo passo la Casa Bianca sarà pro palestinese o perlomeno pro pace, legalità e buonsenso. Succederà anche in Europa, quando i politicanti complici del genocidio cercheranno di riciclarsi come se nulla fosse ma nelle urne si recheranno tutti coloro che hanno manifestato per mesi contro lo sterminio e la loro vergognosa inerzia. Più difficile disinfestare la stampa essendo di proprietà delle lobby sioniste, ma grazie a internet la verità sta già dilagando ovunque. Presto crollerà un sistema che ha manipolato l’Occidente permettendo all’ideologia sionista di spacciare il suo indecente progetto coloniale come avamposto democratico e di civiltà. Davvero una spaventosa lezione da non dimenticare mai, quella del controllo della narrazione pubblica, arma micidiale in ogni conflitto. Perché non conta la realtà, ma quello che le masse si mettono in testa. Che quella terra martoriata torni ad essere santa forse è troppo, ma che diventi perlomeno decentemente umana, è lecito pretenderlo. Lo stato ebraico ha la sua natura di apartheid nel nome, un progetto suprematista fuori dalla storia, un progetto nato male e gestito ancora peggio perché il fanatismo ideologico gli ha impedito di fare aggiustamenti in corsa e trovare compromessi nonostante decenni di una violenza che è in fondo sempre autolesionistica. Quella terra martoriata deve appartenere all’umanità intera e venire custodita da tutti coloro che la abitano nessuno escluso. Non musulmani, cristiani o ebrei e nemmeno palestinesi e israeliani. Ma persone, esseri umani con gli stessi diritti e doveri a prescindere da ogni muro che alla fine è solo mentale. Niente di stratosferico, ordinaria democrazia e civiltà. Basta sangue, basta crimini contro l’umanità, basta ipocrisie e propaganda, basta interferenze straniere, basta deliri ideologici e religiosi. In nome di chissà quale libro sacro e profeta, hanno ridotto quella terra intrisa di divino, in un diabolico inferno in cui l’umanità dà il peggio di sé sfogando odio viscerale e macchiandosi di crimini immondi. Ma la storia procede e sarebbe ora di ipotizzare qualche soluzione. Gerusalemme deve diventare capitale di uno stato laico unitario e davvero democratico con un ruolo importante in una rediviva comunità internazionale. Gerusalemme deve diventare capitale della tolleranza e non dell’odio reciproco, capitale della pace e non del terrorismo, capitale dell’inclusione e non della discriminazione, capitale del dialogo e non dell’ottusa faziosità. Niente di stratosferico, standard politici e sociali e anche culturali da semplice paese civile. Senza la complicità occidentale col sionismo, non saremmo mai arrivati a questo drammatico punto, ma i politicanti passano ed i popoli restano e prima o poi le loro nuove consapevolezze diventano realtà.


Tutti contro Conte. Diciamoci la verità: con sondaggi favorevoli a Schlein, vedremmo reazioni diverse


La colpa di Conte? Aver osato dire una cosa banalissima: “se vincessi io le primarie, farei…”. Le intenzioni di voto lo danno possibile leader ed ecco che tutti rivedono le proprie posizioni

Tutti contro Giuseppe Conte. Diciamoci la verità: con sondaggi favorevoli a Schlein, vedremmo reazioni diverse

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – L’attesa logora tutto. In politica, poi, l’attesa logora in primo luogo un elettorato rimasto appeso per mesi a dichiarazioni, smentite, precisazioni e chiacchiere. Già a partire dal post referendum assistiamo a un teatrino infinito in cui si rinvia continuamente ogni scelta strategica, mentre si lascia che media e analisti ricamino su ipotetici candidati o rispolverino figure impresentabili.

Proprio da questo blog, poche settimane fa, invitavo gli astensionisti ad andare a votare, un atto che ritengo indispensabile per una questione di rappresentanza e di conteggio politico: contarsi serve a mostrare il peso reale delle diverse sensibilità, segnalando ai leader con chi conviene davvero interloquire e in quale direzione spostare il baricentro programmatico nelle tornate successive. Eppure, di fronte allo spettacolo di questi mesi, comincia a farsi strada in me una crescente empatia nei confronti di chi decide di astenersi. Rimango della mia idea, ma con una maggior comprensione delle ragioni di chi rinuncia.

La responsabilità principale di questa disaffezione sta in un’opposizione incapace di comprendere quanto sia disastrosa e inefficace la propria comunicazione. In primis, appunto, l’attesa: a giugno hanno detto “a fine settembre ci troveremo per parlare di programma”. A fine settembre? Un capolavoro di lentezza, pigrizia o noncuranza? Non saprei: il dato certo è che sarebbero capaci di perdere un treno che viaggia con 6 ore di ritardo (ogni riferimento al Ministro dei Trasporti è puramente casuale). Ma il punto di caduta più nocivo riguarda le primarie. La questione del programma prima delle primarie o delle primarie prima del programma è tutt’altro che neutra ed è, al momento, un disastro concettuale, ben rappresentato da quanto accaduto ieri (3 agosto) a reti e giornali unificati: il solito rituale del dito puntato contro Giuseppe Conte. La sua colpa? Aver osato dire una cosa banalissima: “se vincessi io le primarie, farei…”. Non importa nemmeno cosa ci fosse dopo quel “farei”, perché tutti sono balzati in cattedra, indignati: “no eh, prima si fa il programma e poi le primarie!”.

Ma che idea di rappresentanza hanno queste persone? E che idea di rappresentanza abbiamo anche noi, se ci facciamo scivolare addosso questo stravolgimento? Affermare che un candidato non possa dire “se vinco io le primarie, faccio X”, significa svuotare tutto.

Capiamoci bene: davvero siamo arrivati a pensare che il programma debba essere blindato prima, a porte chiuse e poi gli elettori vanno solo a scegliere la comparsa?
Scherziamo, sì? Se vinci le primarie (che siano di partito o di coalizione), hai il mandato politico di chi ti ha votato per portare avanti la tua visione: ovviamente con i compromessi e i ‘contentini’ del caso, ma il leader che vince non può essere il mero passacarte di qualsiasi desiderata a scapito della maggioranza dell’elettorato d’area che gli ha assegnato la leadership. Le primarie, per definizione, servono a dare una linea. Se la linea è già stabilita, non si fanno: si sceglie qualcuno, chiunque, non importa chi… tanto deve solo seguire il copione.

Domandiamoci perché a giorni alterni si parla di Silvia Salis e, ultimamente, addirittura si rispolvera il nome di Mario Draghi: i sondaggi danno Conte in vantaggio come possibile leader, ed ecco che tutti iniziano improvvisamente a rivedere le proprie posizioni: chi mettendo in dubbio l’opportunità stessa di farle, queste primarie, chi provando a snaturarle per fare in modo che sia la linea stabilita a tavolino a guidare il leader, e non il leader eletto a dettare la linea. Diciamoci la verità: a parti invertite, con sondaggi stabilmente favorevoli a Schlein, avremmo reazioni del tutto diverse e gioiose celebrazioni della democrazia dal basso.

Invertire l’ordine dei fattori serve ai soliti noti e fa crescere la disaffezione. Non sorprende il fatto che molti preferiscano starsene a casa: senza contendibilità non c’è rappresentanza, resta solo la messinscena.


È guerra totale tra magistrati e governo


(di Irene Famà – lastampa.it) – La riforma del governo sulla Corte dei Conti presenta aspetti di «una deriva autoritaria». Tra i magistrati contabili lo pensano in tanti e le toghe continuano a manifestare forte preoccupazione.

Oggi il Consiglio dei ministri si prepara a dare il via libera al decreto attuativo della legge approvata lo scorso 27 dicembre e le toghe tentano una carta disperata. L’Associazione magistrati Corte dei conti, proprio nelle ore della discussione in Aula, convoca una conferenza nella sede della stampa estera, a Roma, per ribadire timori e perplessità e soprattutto per chiedere alla premier Giorgia Meloni uno spazio di dialogo.

Ultimo terreno di scontro sono le nomine per dieci posti vacanti di presidenti di sezione della Corte (tre di queste riguardano giudici che hanno sollevato perplessità sul progetto del Ponte sullo Stretto), bloccate da oltre cinque mesi e contestate dall’esecutivo che ha avanzato «richieste di chiarimenti».

I magistrati contabili parlano di «ingerenza indebita.

Per la prima volta – dicono – il governo si è arrogato un diritto che non ha da Costituzione e lo ha fatto con un atto di prepotenza, creando un precedente».

[…]

La questione delle nomine è strettamente collegata alla riforma Foti che, tra i vari aspetti, prevede una riorganizzazione delle procure contabili e una riduzione dei posti da presidente. Il governo la presenta come «una razionalizzazione delle figure apicali», per le toghe è un «attacco all’indipendenza dei magistrati che svolgono indagini su sperperi e malaffare». Non solo questione di numeri, dunque.

E quando il sottosegretario Alfredo Mantovano ha scritto al presidente della Corte dei Conti Guido Carlino chiedendo se la «giustizia contabile avesse bilanciato l’interesse alla copertura dei posti vacanti con l’opportunità di non ostacolare l’obiettivo» della legge Foti, ha ricevuto come risposta frasi che ricordano «le prerogative della magistratura contabile», la normativa vigente e l’indipendenza del Consiglio di presidenza.

«Le norme attuative della legge Foti sono destinare a minare l’indipendenza della magistratura contabile», sostengono dal Movimento 5 Stelle. «Il copione è noto: fare passare in silenzio provvedimenti che riguardano i controlli sulla spesa pubblica». La Cgil ritiene la riforma «sbagliata e pericolosa» e chiede al governo «di fermarsi e di aprire un confronto».

Numerosi gli aspetti che preoccupano la magistratura contabile al centro della delega oggi in discussione: i cambiamenti in materia di danno erariale, il procuratore generale della Corte dei Conti avrà poteri decisivi di indirizzo delle attività delle procure regionali e potrà avocare a sé i fascicoli aperti in difformità alle sue linee, i procuratori regionali perdono la qualifica di presidente e si delinea un nuovo percorso per il disciplinare.

La norma, poi, prevede che i giudici contabili non possano esigere, come risarcimento del danno dal funzionario che ha sprecato denaro pubblico, più del 30%. «Le procure della Corte dei conti sono un presidio di legalità posto a difesa dei cittadini e della corretta spesa pubblica – e se si indeboliscono, come fa l’ultima riforma, si fa un danno ai cittadini», tuona, dal palco del premio Mimosa d’oro a Favara (Agrigento), la magistrata Paola Briguori.

Il braccio di ferro tra il governo e la Corte dei conti va avanti da un anno. E le toghe, con amara ironia, sottolineano la scelta delle date, che ricade sempre in prossimità delle ferie: «La riforma è stata approvata addirittura il 27 dicembre, adesso l’esame del decreto è previsto il 4 agosto. A pensar male..».


Il governo Meloni vuole aprire dei centri migranti in Africa: come quelli in Albania, ma pagati dall’UE


Oggi si riuniscono i ministri dell’Interno dei 27 Paesi europei per una riunione straordinaria dopo l’emergenza di Ceuta. L’Italia chiederà di accelerare per realizzare, già nel 2027, dei centri migranti sul ‘modello Albania’ in alcuni Stati africani. Questa volta, però, dovrebbero essere finanziati con fondi europei.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Il governo Meloni cerca di sfruttare l’attenzione mediatica e politica sulla vicenda di Ceuta – rafforzata soprattutto dagli attacchi dell’estrema destra europea e internazionale alla Spagna – per spingere avanti una nuova proposta sull’immigrazione. L’idea non è del tutto nuova e a sostenerla non è solo l’Italia, ma adesso si cerca un’accelerazione: costruire dei centri per il rimpatrio di migranti in alcuni Stati africani. In testa nell’agenda italiana, secondo diversi retroscena, ci sarebbero Ruanda, Uganda e Ghana.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo ha chiesto nel vertice straordinario dei suoi omologhi europei, convocato oggi proprio per parlare di Ceuta. Il ‘modello’ da seguire sarebbe simile, anche se non identico, a quello dei centri costruiti in Albania. Strutture che però oggi sono sostanzialmente inutili, numeri alla mano, e rischiano di essere stroncate dalla Corte di giustizia europea con due sentenze attese a settembre. Così, anche per evitare figuracce a pochi mesi dalle elezioni, il governo Meloni spinge in Europa.

Una differenza non da poco è che i centri costruiti in Paesi africani sarebbero finanziati con fondi europei. Uno dei problemi che Meloni deve affrontare, però, sono le tempistiche. Le decisioni vere e proprie potranno arrivare solo al Consiglio europeo (che riunisce i capi di Stato e di governo dell’Ue) in programma a ottobre. Servono risultati da rivendicare, quando alle elezioni manca probabilmente meno di un anno.

La proposta dell’Italia per i centri migranti da costruire in Africa
Stando alle anticipazioni diffuse dal governo Meloni, la linea portata oggi dal ministro Piantedosi al vertice europeo comprenderà diversi punti. Il rafforzamento dei controlli ai confini e dei rimpatri, ma anche una rapida attuazione per la dichiarazione di Chisinau, con cui il Consiglio d’Europa (un organismo separato dall’Ue) ha già chiesto di limitare i poteri delle Corti per i diritti umani per favorire i rimpatri.

Il punto che attira più l’attenzione, però, è proprio quello dei centri da costruire dei cosiddetti return hub in alcuni Paesi africani. Offrendo in cambio, agli Stati ospiti, degli accordi commerciali più vantaggiosi. Una proposta che incontra il sostegno soprattutto di Danimarca, Austria e Paesi Bassi.

Sulla lista dei Paesi ‘ospiti’ ci sono diverse ricostruzioni. I tre su cui l’Italia vorrebbe puntare sarebbero Ruanda, Uganda e Ghana. Difficile dimenticare che anche il Regno Unito con Boris Johnson aveva tentato di trasferire dei migranti irregolari in Ruanda, una proposta poi bocciata dalla Corte suprema e naufragata con l’elezione di Keir Starmer. Liste più ampie, circolate nelle ultime ore, includono anche Senegal, Mauritania, Etiopia e, fuori dal continente africano, Uzbekistan e Montenegro.

Le differenze con i centri in Albania sarebbero nel funzionamento (i return hub non sono identici ai centri albanesi, modificati più volte dal governo Meloni a seguito degli interventi della magistratura) e soprattutto nel finanziamento. I centri migranti in Stati africani sarebbero gestiti da almeno due Stati e, soprattutto, sarebbero pagati con soldi europei. La Commissione europea ha chiarito che potrebbe valutare “proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica”.

Un modo per compensare il flop dei centri in Albania
È piuttosto chiaro il motivo per cui ora il governo Meloni chiede di accelerare su questa proposta, sperando di arrivare a costruire i centri già nel 2027: è l’anno in cui si svolgeranno le elezioni. E finora, per quanto riguarda le strutture in Albania, l’esecutivo ha registrato un clamoroso (per quanto annunciato) fallimento in termini di numeri.

Il governo Meloni rivendica che le strutture albanesi – un Cpr e un centro per richiedenti asilo a Gjader, un hotspot a Shengjin – sono un “modello” e spera di poterle far funzionare entro la fine dell’anno. Finora però, tra sentenze e problemi logistici, sono state ospitate poche centinaia di persone in quasi due anni, contro le 36mila all’anno promesse inizialmente.

Presto si chiarirà se i centri albanesi abbiano un futuro, almeno sul piano legale, o se siano destinati a restare di fatto inutilizzati. Il Patto Ue su migrazione e asilo approvato quest’anno, insieme al regolamento rimpatri, ha aperto la strada a strutture in cui trattenere le persone in attesa di essere rimpatriate. A settembre una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea potrebbe stroncare definitivamente, oppure salvare, i centri.

I giudici europei dovranno stabilire se l’accordo Italia-Albania su cui si reggono i centri di Gjader e Shengjin rispetta il diritto europeo oppure no, e se le strutture sono in linea con le norme comunitarie. È evidente che se le strutture venissero bocciate ancora una volta, questa volta in modo definitivo, dalle corti europee, il progetto naufragherebbe. Un modo per compensare sul piano politico e di narrazione elettorale, però, sarebbe proprio rivendicare di aver ‘guidato’ l’Europa alla costruzione di centri simili in Africa. E così il governo spinge in Ue.


Sull’Ucraina il Pd vota come le destre, ma il problema sarebbe Conte che vuole mettere fine alla carneficina


Sull’Ucraina Conte ha posto un problema sulla politica estera comune del fronte progressista. Ma finisce sotto attacco

Sull’Ucraina il Pd vota come le destre, ma il problema sarebbe Conte che vuole mettere fine alla carneficina

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Tutti a stracciarsi le vesti perché, udite udite, il leader M5S Giuseppe Conte ha ribadito in una recente intervista ciò che, sulla guerra tra Russia e Ucraina, va ripetendo da anni.

Ma cosa ha detto l’ex premier di così scandaloso da seminare cotanto sgomento nel nascituro campo progressista oltre che tra le mejo penne der bigonzo? “Se dovessi vincere le primarie, il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale che tuteli gli interessi dell’Ucraina, che è il Paese aggredito”, ha chiarito Conte in un’intervista pubblicata ieri da La Stampa. E se dovesse tornare premier? “Chiamerei Zelensky, lo incontrerei per rassicurarlo: lui è l’aggredito. Ma un attimo dopo chiamerei Putin per imprimere una svolta negoziale. Putin non vuole il negoziato? Andiamoci a sedere, andiamo a vedere”. Apriti cielo!

Tra Lavrov e azov

Carlo Calenda, che ha fatto ormai della caccia ai filoputiniani – cioè chiunque la pensi diversamente da lui – la ragione della sua esistenza politica, coglie la palla al balzo per infilzare Elly Schlein: “Se il Pd esistesse ancora politicamente, dovrebbe sancire oggi la fine del campo largo o costringere questo populista opportunista a fare retromarcia. Ma faranno finta di nulla. Come sempre”.

Ma chi dovrebbe sedersi intorno a un tavolo per negoziare una pace, se non le parti in causa? Non è dato saperlo, nel vocabolario (di guerra) di Calenda la parola negoziato è stata definitivamente bandita al grido: “Fino all’ultimo ucraino”. Contro “il campo Lavrov”, pure Pina Picierno, teorica dell’armatevi e partite dalle retrovie del “campo Azov”, si indigna al solo evocare di qualsiasi ipotesi di trattativa.

“Le posizioni espresse da Conte sono evidentemente filoputiniane”, sentenzia facendo eco a Calenda prima dell’accorato appello: “Cari Renzi, Magi, Maraio avete due strade: mollare Conte, prendere atto che nessun democratico e progressista europeo può accettare queste tesi e ricostruire il centrosinistra italiano, oppure nascondere le macerie e le vittime delle città ucraine insieme all’antieuropeismo dei 5 stelle sotto il tappeto di un’alleanza elettorale che volete a tutti i costi, fingendo che nulla sia accaduto”. Le macerie e le vittime palestinesi, invece…

Scalpitano i riformisti dem

Intanto nel plotone riformista del Pd scalpitano. “Si prenda atto che c’è chi vuole rompere la coalizione, su una materia per noi del Pd del più alto valore, cioè il futuro dell’Europa e la sicurezza del nostro continente”, spara la prima fucilata la colonnella Lia Quartapelle. Poi tocca all’artiglieria pesante. Filippo Sensi punta al bersaglio grosso: “Il Vannacci del campo largo” alias Giuseppe Conte, che con la sua “agenda filorussa” giocherebbe “allo sfascio”. E avverte: “Non ci riuscirà. Dovrà fare pippa (sic)”.

Poi, in serata, Schlein smette di fingersi morta e risponde al leader M5S ai microfoni del Tg3: “Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. Ma continuando a scorrere l’intervista di Conte l’occhio cade su un’altra domanda: se vincesse Schlein, si adeguerebbe a continuare ad armare Kiev? Risposta: “Diciamo che, prima delle primarie, definiremo alcuni punti non negoziabili. Chiariremo delle questioni dirimenti, in modo che ci sia una linea condivisa chiunque sarà chiamato a guidare la coalizione”. Cioè esattamente la stessa posizione espressa da Schlein.

Renzi mediatore

Un’affermazione perfino ovvia. Lo dice pure Matteo Renzi: “In tutto il mondo ci sono due sinistre, con idee diverse sull’economia, la politica estera, l’energia. Ci sono da sempre gli Obama e i Sanders, i Biden e le Ocasio-Cortez – ricorda l’Italovivo dai sondaggi morenti -. E le primarie servono a decidere candidato e sensibilità programmatiche…”.

Un assist interessato a Conte: senza la scialuppa di salvataggio del campo progressista rischia il seggio in parlamento.

Linea comune

Adesso la palla passa al Pd. Il partito che fatica a trovare una posizione unitaria al suo interno, ma accusa Conte di spaccare una coalizione che allo stato non si sa neppure da chi sia composta. Lo stesso partito che, in tutte le votazioni cruciali, in Italia come in Europa, ha votato a più riprese – quando non si è spaccato – in linea con le destre sul riarmo, le spese militari e la guerra che da oltre quattro anni sta devastando l’Ucraina.

Ma il problema sarebbe il leader M5S che propone un’alternativa alle bombe per far cessare la carneficina chiedendo agli alleati il minimo sindacale: una linea comune di politica estera in una coalizione che ambisce a governare il Paese. In attesa che anche Schlein chiarisca la posizione del Pd.