La vicenda del software spia nei pc di magistrati e personale di tribunali e procure inizia ad assumere i contorni di uno scandalo.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – La vicenda del software spia installato nei circa 40mila pc di magistrati e personale di tribunali e procure italiane inizia ad assumere i contorni di un vero e proprio scandalo. Dal quale il governo, come nel remake di un film già visto con la girandola di versioni puntualmente smentite dai fatti sul caso Almasri, sta cercando maldestramente di chiamarsi fuori. In un duello a distanza con Report, la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, che a colpi di clip – antipasto della puntata in onda domenica prossima su Rai3 – sta aggiungendo una tessera dopo l’altra al puzzle che smonta la versione e smentisce le repliche non solo del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ma anche quelle offerte direttamente da Palazzo Chigi.
Ma andiamo con ordine. Mercoledì Report anticipa la notizia del software ECM, installato nel 2019 (l’allora ministro Bonafede ha detto di non esserne stato messo a conoscenza), in grado di spiare all’insaputa dell’utente gli oltre 40mila Pc in dotazione agli uffici giudiziari italiani. Ad insorgere, però, è l’attuale Guardasigilli che, ammettendone l’esistenza, precisa che il programma “non consente sorveglianza dell’attività dei magistrati, non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni/webcam”. Non solo: “Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate” e in ogni caso “il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita: non potrebbe dunque avvenire a sua insaputa”. Affermazioni subito smontate da Report con la testimonianza del giudice del Tribunale di Alessandria, Aldo Tirone che, “venuto a conoscenza del software dalla confidenza di un tecnico informatico”, ha chiesto di fare una prova con un esperto. Risultato: “L’interlocutore – racconta Tirone alla squadra di Ranucci – mi chiedeva se vedevo qualcosa di strano sullo schermo del mio pc. E gli ho risposto ‘no’. E lui ha replicato: ‘sappia che la sto già vedendo’…”. Quindi, a differenza di quanto sostenuto da Nordio, è possibile entrare da remoto e rovistare nell’hard disk di un magistrato senza che il legittimo titolare del Pc se ne accorga.
Ma non è tutto. Sempre mercoledì, dopo le prime clip diffuse da Report, la Presidenza del Consiglio si era chiamata fuori con una nota sostenendo che la responsabilità delle infrastrutture digitali ricade sul ministero della Giustizia. Una versione messa a dura prova ieri dal dialogo, risalente al maggio 2024 e diffuso dal programma di Ranucci, tra Giuseppe Talerico, dirigente del ministero della Giustizia, responsabile del Coordinamento Interdistrettuale dei Sistemi informatici di Milano (braccio operativo del ministero nel Nord-Ovest), e un tecnico informatico. Talerico viene spedito a Torino per occuparsi della protesta, supportata dalla Procura, proprio a seguito della scoperta della presenza del software ECM sui pc degli uffici. “Se stiamo facendo ‘sta riunione, significa che siamo in difficoltà, perché siamo ancora fermi con un aggiornamento che però ci ha chiesto la Presidenza del Consiglio dei Ministri”, spiega Talerico. Che alle obiezioni del tecnico locale ribatte: “Ma dobbiamo avere la controllabilità di ‘sti computer attraverso ‘sto ECM”.
Già nel 2024, quindi, il governo sapeva del software (installato nel 2019) e – stando all’audio di Talerico svelato da Report – ne avrebbe “chiesto” il mantenimento sui Pc dei magistrati. Un fatto di una gravità tale che ha spinto le opposizioni a chiedere che la premier Meloni e il ministro Nordio si precipitino in Parlamento per chiarire la vicenda. E sufficiente a sollevare per lo meno un interrogativo: che riforma della Giustizia ci si può aspettare da un esecutivo che agisce così?
E promette “incredibili opportunità d’investimento”. A Davos, a margine della firma del Board of peace, il genero di Trump ha mostrato le mappe del progetto per il futuro della Striscia. Il costo? Trenta miliardi di dollari (che fanno gola al settore privato)

(lespresso.it) – Sarà per il suo passato da immobiliarista, ma nel progetto americano per la New Gaza presentato da Jared Kushner ci sono innanzitutto grattacieli avveniristici e alberghi per il turismo costiero, hub energetici e moderne infrastrutture. Un disegno futuristico in stile Dubai, ma costruito su cumuli di macerie e sul sangue di oltre 70 mila morti palestinesi.
No, non si tratta del video fatto con l’intelligenza artificiale pubblicato da Donald Trump in cui il tycoon presentava “Gaza riviera”, ma di un progetto concreto esposto a Davos, durante il World Economic Forum, a margine della firma del contestato Board of peace per Gaza. Il costo? Trenta miliardi di dollari. E “per il settore privato – ha promesso Kushner – ci saranno incredibili opportunità di investimento”.
Che il progetto abbia un’inclinazione innanzitutto immobiliare, in fondo, lo ha ammesso lo stesso Trump dopo che il genero – che, insieme all’altro ex immobiliarista Steve Witkoff è stato il regista della (fragile) tregua a Gaza – ha presentato le mappe e le diapositive del futuro della Striscia: “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, it’s all about location, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare, guardate questo splendido pezzo di proprietà, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone. Sarà davvero, davvero fantastico. Le persone che vivono così male vivranno così bene”.
Il tempo stimato per la realizzazione di questo nuovo polo futuristico è di “tre anni”. La “nuova Gaza – ha proseguito Kushner – potrebbe diventare un luogo di speranza, anche una destinazione, con una forte industria e opportunità concrete perché le persone prosperino e trovino una vera occupazione. Una volta che questo processo sarà avviato – ha aggiunto – riteniamo che potrà portare a una piena occupazione e a opportunità per chiunque viva lì”.
Al di là delle slide, restano tanti punti di domanda. Quando inizierà la fase due a Gaza? Da dove proverranno i fondi per la ricostruzione? Chi contribuirà alla forza di stabilizzazione internazionale, il cui dispiegamento è considerato cruciale per passare alla fase successiva? Per ora ci sono solo grattacieli e alberghi proiettati in mondovisione su alcune diapositive di un powerpoint.

(dagospia.com) – Tutto era nato con la Rivoluzione francese e Napoleone.
Le insurrezioni popolari dell’Ottocento avevano dato vita alle nazioni, esito della Storia hegeliana e delle civiltà che la muovevano: basta sudditi, siamo cittadini e, progressivamente, tutti al voto.
Inghilterra e Francia dominarono il mondo fino a quando cedettero alla decolonizzazione (al loro posto arrivarono Bokassa, Amin Dada e vari cruenti dittatori locali) e gli Stati Uniti, un Paese senza storia e con quella che c’è (genocidio dei nativi e razzismo) da cancellare, presero il posto delle due nazioni europee con la forza dell’industria e della democrazia.
Democrazia voleva dire politica, inizialmente massoneria contro classi popolari e anarchici; poi, nel Novecento, si impone la formula Destra vs Sinistra, sino all’arrivo della globalizzazione, dove il potere passa dalle idee ai soldi e alle multinazionali, dalle norme alla forza economica.
Poteva essere l’avvento di quella “Pace perpetua” indicata da Kant. Nella “Fine della Storia” del 1989, il politologo Francis Fukuyama sostenne che la diffusione delle democrazie liberali e del capitalismo avrebbero concluso lo sviluppo socioculturale dell’umanità: tutti uguali, con un governo del mondo.
Anche la tarantella della politica italiana, una sorta di commedia dell’Arte, sarebbe finita… ma non per il ritorno alla clava.
No, questo non era stato previsto da nessuno, tantomeno da Colle Oppio o da Botteghe oscure, da Macron o da Le Pen.
Tantomeno dagli intellettuali organici o inorganici, figure sparite sin dai tempi di Foucault (che inneggiava ai giovani rivoluzionari iraniani nel ’79, che oggi, invecchiati, uccidono altri giovani nelle stesse strade di Teheran).
La Russia, da sempre imperiale, invade ciò che vuole: prima l’Afghanistan, e gli va male, poi la Cecenia e gli va bene. Seguono l’Ossezia, la Georgia, la Crimea e l’Ucraina. La Cina ha preso il Tibet e aspetta di papparsi Taiwan. Per controllare Gaza devi pagare una fee dice Trump, che vorrebbe trasformare la Striscia in una Rimini misto Miami.
L’Arabia Saudita attacca lo Yemen e contrasta gli Emirati come parte del programma Saudi Vision…
Tutti ce l’hanno con tutti: c’è chi ti taglia a fette in ambasciata, chi ti uccide con il polonio, qualcuno ammazza la moglie e la seppellisce nel giardino, qualcuno un ferroviere che sta lavorando, c’è chi fa il maranza sabato e domenica e chi va a scuola col coltello, perché sui social c’è una foto della fidanzatina manco maggiorenne…
In compenso, di sera, accendi la tv, e se schivi Garlasco vedi la Montaruli contro la Picierno, Hoara Borselli che discetta di geopolitica, poi entrano in scena i dioscuri di Avs, la Carfagna, ci colleghiamo con Massimo Cacciari e alla fine arriva Vespa con il plastico di Palazzo Chigi. E buonanotte.
Non è la prima volta che cambia un epistema… E’ la “Teoria delle catastrofi” di René Thom: vai avanti, vai avanti e non ti accorgi che la prossima goccia farà tracimare il vaso. Il puzzone è arrivato. E le conseguenze sono devastanti.
La fine delle categorie politiche di Destra e Sinistra sarebbe pure una cosa buona se ci fosse l’alba di una nuova democrazia plurale, attiva.
Invece la morte di quella banale politica che ci tranquillizzava (tipo Meloni contro Schlein a dibattere di facezie in uno studio tv) lascia campo alle invasioni barbariche: tu prendi l’Ucraina, io tolgo Maduro dal Venezuela, prendo la Groenlandia e un terzo continente a scelta, neanche fossimo sulla plancia di Risiko.
La Siria? Vediamo. Peggio per te, Europa, che non mi hai dato un Nobel. Un Nobel che, poi, non conta ormai nemmeno tanto: abbiamo visto che l’hanno assegnato a Montale perché l’anno prima l’avevano dato per amichettismo a degli amici svedesi.
Che poi in questo marasma di “disruption” politica, non solo Destra e Sinistra perdono di significato, ma anche le tradizionali convergenze tra nazionalismi sfumano.
Agli occhi della tecno-destra americana (il potere oligarchico dei Big-tech unito all’industria satellitar-elettrica di Musk e alle cyber-visioni di Peter Thiel), le destre europee sono come i dinosauri. Vecchie, lente, sull’orlo dell’estinzione.
Dinanzi alla velocità dirompente del nuovo mondo, in cui la democrazie cede il passo alla “Repubblica Tecnologica” di cui parla Alex Karp, ceo di Palantir, l’Europa sembra una casa di riposo per burocrati. Il “terremoto Trump”, con le sue mire espansionistiche, fa traballare anche quelle frange sovraniste che in lui avevano visto un condottiero.
Quando la Casa bianca ha esplicitato la pretesa di annettere la Groenlandia, in Francia il lepenista Bardella si è schierato contro Trump e al fianco del suo avversario Macron; in Gran Bretagna, il brexiter Farage ha fatto lo stesso con il laburista Starmer; e persino Giorgia Meloni, pur timidamente, ha dovuto ammettere che il tycoon stava sbagliando.
D’altronde con Trump non c’è possibilità di dialogo, solo sudditanza: o gli “baci il culo”, come ebbe a vantarsi con eleganza parlando dei leader che lo chiamavano per i dazi, o soccombi. Lo ha ben compreso il Segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, che non perde occasione di mostrare la sua piaggeria con il “paparino” Donald.
Se sei utile agli interessi della famiglia Trump, benvenuto. Altrimenti, “you’re fired”, sei licenziato (come amava dire ai tempi del reality “The Apprentice”).
Roma, febbraio 2025: quando la strategia passa senza fare rumore

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La firma dell’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, il 24 febbraio 2025 a Roma, viene raccontata come una normale tappa delle buone relazioni bilaterali. In realtà è qualcosa di più: è una scelta politica precisa, che scivola via senza dibattito pubblico e senza che nessuno senta il bisogno di spiegare davvero dove porta. Il 20 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri avvia l’iter di ratifica parlamentare: segno che l’intesa non era una fotografia per i comunicati, ma un ingranaggio pensato per entrare in funzione.
Il messaggio, non detto ma chiarissimo, è che Italia ed Emirati non vogliono più limitarsi a scambi commerciali e investimenti. Parlano di sicurezza. E quando la sicurezza entra nei rapporti bilaterali, le relazioni smettono di essere leggere e diventano vincolanti.
Un accordo “onnicomprensivo”: quando tutto è previsto e niente è discusso
Scambi di delegazioni, formazione militare, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale, ricerca, trasferimento tecnologico, supporto logistico. L’elenco è lungo e rassicurante, proprio perché è vago. Ogni singolo punto è presentato come ordinario, quasi neutro. Ma messi insieme disegnano un quadro diverso: integrazione progressiva di apparati militari, dottrine operative e interessi industriali.
Il cuore dell’accordo è il Comitato congiunto incaricato di definire programmi annuali e monitorarne l’attuazione. È qui che la cooperazione smette di dipendere dall’umore dei governi e diventa struttura. Un meccanismo permanente, protetto dalle solite formule rituali – sovranità, reciprocità, rispetto degli impegni internazionali – che servono soprattutto a tranquillizzare. Traduzione pratica: l’intesa diventa difficile da smontare, anche se il contesto cambia.
Difesa e investimenti: il doppio fondo della relazione
L’accordo militare arriva dopo l’annuncio di investimenti emiratini in Italia per decine di miliardi di dollari in energia, infrastrutture e tecnologia. Coincidenza? Difficile crederlo. La difesa entra come garante politico di una relazione economica già molto sbilanciata in termini di capitali. Non è una novità: prima arrivano gli investimenti, poi arriva la cornice strategica che li protegge.
In questo schema la difesa diventa leva geoeconomica. Rafforza la fiducia politica e crea opportunità industriali ad alto valore aggiunto. Non a caso, pochi mesi dopo, Leonardo annuncia una joint venture con un’azienda della difesa emiratina. È il punto in cui politica estera, industria e sicurezza smettono di essere compartimenti stagni e diventano un unico ecosistema. Chi entra, entra a lungo. Chi esce, paga un prezzo.
L’Italia nel Golfo: più peso o più esposizione?
Dal punto di vista geopolitico, l’accordo racconta una scelta italiana: giocare una partita più esplicita nel Golfo, non solo come esportatore di tecnologia o destinatario di investimenti, ma come partner di sicurezza. È una promozione? Forse. Ma ogni promozione ha un rovescio. Più accesso a mercati e capitali significa anche più esposizione a un’area instabile, attraversata da rivalità regionali, conflitti indiretti e dossier imbarazzanti.
Per gli Emirati il calcolo è lineare: diversificare i partner europei, ridurre la dipendenza da un solo ombrello strategico, legarsi a un Paese industrialmente avanzato e politicamente prevedibile. Non per affinità di valori, ma per utilità. È una strategia coerente, portata avanti con freddezza. Più discutibile è l’idea italiana di presentare questa scelta come neutra o meramente tecnica.
Il Parlamento come passaggio obbligato (ma non decisivo)
Ora l’accordo passa al Parlamento. Formalmente è il momento del controllo democratico. Nella pratica, spesso è un passaggio notarile. La vera domanda non è se l’accordo verrà ratificato, ma se qualcuno chiederà conto dei suoi effetti concreti: quali programmi comuni, quali tecnologie sensibili, quali limiti all’export, quali vincoli politici impliciti. Perché la cooperazione militare non è mai solo cooperazione: crea aspettative, richieste, pressioni a “non tirarsi indietro” quando il partner chiede sostegno.
Il punto finale: alleanze che si pagano nel tempo
L’accordo Italia–Emirati sulla difesa non è un episodio isolato, ma un tassello di una strategia più ampia in cui la sicurezza diventa linguaggio comune, l’industria il veicolo e la geopolitica lo sfondo. Roma e Abu Dhabi scelgono di legarsi con meccanismi che rendono la separazione costosa. È così che oggi si costruiscono le alleanze che contano.
Il problema non è che l’Italia faccia scelte strategiche. Il problema è farle senza dirlo chiaramente, presentandole come atti tecnici e inevitabili. Perché gli accordi di difesa non sono mai neutri. Producono benefici, certo. Ma producono anche responsabilità. E quelle, a differenza dei comunicati stampa, non si possono archiviare.

(di Marcello Veneziani) – Poi d’improvviso, come d’incanto, spariscono le rivolte e le repressioni a Caracas e a Teheran. E resta solo la scia di discussioni e di litigi nostrani, coi maestri cantori dell’Occidente libero, moderno e democratico che ti chiedono: ma tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia, dicono? No, che non ci vivrei, perché dovrei andarci? E non vivrei nemmeno in Cina, in Corea, in Nigeria, in Groenlandia. Non sono il mio mondo, la mia vita, la mia storia, la mia gente. Perché mai dovrei lasciare il mio paese, la mia civiltà? Il problema è opposto: noi che viviamo qui (e che non vivremmo mai lì) non possiamo decidere cosa è meglio per chi abita lì. Noi che nemmeno siamo in grado di capire cosa è successo e come mai ora sembra tutto rientrato. Tocca a loro deciderlo, noi possiamo solo augurarci e anche impegnarci con i mezzi ragionevoli della diplomazia e della pressione internazionale che decidano il più possibile in modo libero e incruento. Ma non possiamo sostituirci a loro, decidere al posto loro e perfino intervenire con le armi per imporre quel che a noi sembra la soluzione migliore (che magari è quella più utile ai nostri affari o più vicina solo al nostro punto di vista). Anche perché quei popoli non sono come ce li raccontano media e intelligence, contrari per intero ai loro regimi, ma sono divisi, tra favorevoli e contrari, tra sostenitori e nemici giurati del regime; tanti preferiscono il male minore o il male già conosciuto al male sconosciuto. Non credo che la maggioranza degli iraniani preferirebbe lo scià al posto dell’ayatollah; se devono cercare un ricambio lo faranno in Iran, non con pacchi Amazon catapultati dagli Usa o comunque da fuori…
C’è chi preferisce i tiranni di casa propria ai padroni di fuori e c’è chi nel nome della liberazione è pronto a schierarsi anche coi nemici di fuori pur di cacciare i tiranni di dentro. Sappiamo pure che le sanzioni di solito stringono i popoli ai loro regimi, anziché allontanarli; accadde in Iraq e in altri tempi anche da noi… Insomma, il quadro è variegato; e se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno, dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano. La vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio.
Penso che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di occidente. Il nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati e rinnegati da tempo. E accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della modernità, dei diritti umani e individuali. Ma nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera essenza dell’Occidente… gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con un’identità occidentale tendenzialmente americana”. Lo scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, Hauke Ritz, in un libro intrigante, “Perché l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.
L’Europa, lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa; ma arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa, senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in cui si spartirono le aree di influenza del mondo. Ma la paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare. In effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria; ma agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa, magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa (oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. Nel nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione anti-Putin. Ora, per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia. Lo spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più scemo”.
L’Occidente diviso intorno a un freezer…
La strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario, con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica. Il problema non è essere ostili a entrambi ma cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti, padroni in casa nostra.
Nel delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione, Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”. La preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi: tornare all’Europa, ritrovare la sovranità, riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la trascendenza in modo laico”. Verbi che indicano tutti un ritorno. Non si tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale cristiano secolarizzato”. Insomma il cristianesimo come religione civile e ordo civilis.
Non possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome “degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente. Per lo stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio degli ebrei europei avvenuto in passato”.
Si tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai di ripetere. E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente. Ma soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo. Ad avercela, un’Europa così.
“L’Europa pagherà molto, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria”

(Alessandro Di Battista) – “Diplomazia, adulazione e F-35: così Rutte ha convinto Trump a fare retromarcia sulla Groenlandia”. Così titola il Corriere della Sera l’accordo tra il numero 1 della Nato e Trump, ovvero il suo padrone.
La Repubblica invece titola così: “Difesa dell’Artico alla Nato e minerali agli USA”. Questo sarebbe in sintesi l’accordo Trump-Rutte.
I distratti, coloro che leggono senza approfondire (o senza che nessuno consenta loro di farlo) penseranno: wow, che bello, hanno trovato l’accordo, niente più guerra in Groenlandia, niente attacco, niente invasione USA.
Viviamo in una realtà distopica ormai, dove moltitudini di persone non comprendono più la realtà proprio a causa della disinformazione, dei bombardamenti mediatici e di una stampa di regime che francamente non credo sia meno pilotata dal potere rispetto a quella russa o cinese. La sola differenza è che la propaganda cinese o russa è più visibile di quella “occidentale”, dove i propagandisti si mascherano da sinceri democratici.
Allora facciamo un esercizio insieme per capire la realtà.
Gli USA hanno già una base in Groenlandia, si chiama Pituffik Space Base ed è la base militare statunitense più a nord al mondo. Non solo: le navi statunitensi solcano i mari che bagnano l’isola (la Groenlandia è l’isola più grande del pianeta) come e quando vogliono. In pratica gli Stati Uniti hanno già il controllo militare del territorio e per aprire nuove basi (ammesso che lo facciano) gli basta trovare un accordo con il governo danese. Un gioco da ragazzi.
E allora perché tutto questo clamore? Per ottenere altro, evidentemente. Sfruttamento delle risorse e soliti acquisti di armamenti statunitensi da parte dei servi europei.
La stampa questo non lo dice, anzi, cerca di far passare Rutte, il più grande leccaculo di Trump al mondo, come un reale attore del negoziato. Ma sono balle!
Trump, ancora una volta, da un’Europa di servi ha ottenuto quel che poteva ottenere. Non solo le risorse della Groenlandia, ma nuovi acquisti di F-35, i cacciabombardieri costosissimi sui quali il Pentagono ha di fatto l’assoluto controllo (semplificando potremmo dire che agli USA basta spingere un pulsante per far sì che non si alzino in volo). Rammento a tutti che gli F-35 sono prodotti dalla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armi al mondo, di fatto controllata dal potere finanziario USA.
Ecco i primi 5 azionisti di Lockheed Martin:
State Street Corporation, Vanguard Group e BlackRock sono fondi finanziari (BlackRock è il più grande al mondo e gestisce un patrimonio da oltre 9.000 miliardi di dollari, più del PIL di Italia, Germania e Francia messe assieme). Charles Schwab Investment Management è una multinazionale di servizi finanziari con sede in Texas e Morgan Stanley è una banca d’affari con sede a New York.
Ecco a voi i padroni del mondo. Guadagnano loro grazie al riarmo, grazie a Trump e grazie alle guerre. Guadagneranno ancora loro se nei prossimi giorni Trump, con la scusa di voler sostenere i manifestanti persiani, bombarderà l’Iran.
Questa è la realtà e noi dobbiamo sorbirci politici nani (o schiavi) o giornali che di fatto sostengono tali finte narrazioni al posto di chiamare le cose con il loro nome, per esempio Rutte, servo di Trump.
Panico sovranista: Trump non è più guida (e collante). Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Attacco alla Groenlandia e pioggia di dazi hanno scosso il mondo del populismo sovranista. Per molti di loro si tratta di un brusco risveglio, dovendo scegliere tra la fedeltà ossequiosa a Trump e il tradizionale riferimento nazionalista. Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale. In alcuni casi risuona in maniera più chiara l’impulso nazionalista, tanto da portare, addirittura, a una difesa dell’Unione europea: a leggere le dichiarazioni del presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, c’è da rimanere sbalorditi.
Testualmente: «Le minacce di Donald Trump alla sovranità di uno stato, e soprattutto di uno europeo, sono inaccettabili. Allo stesso tempo, il ricatto commerciale non è tollerabile. Invitiamo l’Ue a sospendere l’accordo di luglio sui dazi che non offre garanzie ai nostri interessi». Se si confrontano queste parole con i sussurri imbarazzati di Giorgia Meloni si comprende quanto la nostra premier sia succube al presidente americano, definito amorevolmente «un amico che sbaglia» (come i camerati di un tempo?).

Meloni non parla di posizioni «inaccettabili» come Bardella: le considera alla stregua di un semplice malinteso, facilmente rimediabile. Se poi aggiungiamo l’entusiasmo filoamericano di Matteo Salvini, la curvatura trumpiana del governo italiano si accentua ancora di più. Una curvatura non raddrizzata dai pigolii di Forza Italia e del ministro degli Esteri. Ancora una volta il governo Meloni si trova affiancato dal solo Orbán nel formare la guardia pretoriana del tycoon in Europa.
Nemmeno i tedeschi dell’Afd, né i populisti del N-VA, alleati di Meloni in Ue e oggi al governo del Belgio, hanno mostrato compiacenza nei confronti del presidente americano, pur con sfumature diverse tra loro. Durissimo il premier belga. Più articolate le considerazioni dell’AfD, diviso tra rivendicazione di orgoglio nazionale e consonanza antieuropea di marca trumpiana. Anche l’araldo della Brexit, Nigel Farage, che era corso da Trump per ricevere la sua benedizione, si è allineato, obtorto collo, con il suo primo ministro; salvo poi ricordare che ci sono altre questioni di dissenso, come lo statuto dell’isoletta Diego Garcia nell’oceano indiano.
Il momento è decisivo non solo per i 27 governi ma anche per le forze euroscettiche e sovraniste di destra. Possono agire da quinte colonne del presidente americano per infragilire la compattezza dell’ Ue e provocare un situazione di crisi complessiva, interna e internazionale: un humus fertile per attori estremisti. In questo modo, però, perdono una delle loro ragion d’essere, ovvero la difesa su ogni piano della sovranità nazionale.

E, ancor peggio per loro, se difendono i rispettivi interessi nazionali, oggi si trovano ad allinearsi su posizioni europeiste, perché i due contesti sono strettamente legati; di conseguenza entrano in contraddizione con tutto il loro armamentario politico-ideologico. Certo, della coerenza non se ne sono mai curati: pensiamo alle mille piroette di Giorgia Meloni.
Anche i francesi del Rassemblement National hanno compiuto una virata di 180° gradi, dall’uscita dall’euro avanzata da Marine Le Pen fino a poco tempo fa, alle parole di orgoglio europeo di Bardella. Forse sono espressioni strumentali, dettate dal progetto di “de-diabolizzare” il partito in vista della sfida presidenziale.
Tuttavia, l’elettorato della destra, antiestablishment e protestatario, naturalmente attratto dall’irritualità e dall’esibizione di forza di Trump, dovrebbe d’un colpo riposizionarsi su un versante più filo-europeo e, implicitamente, espressione dell’establishment. Un corto circuito che può provocare incrinature nel consenso di queste forze.
Zelensky, ‘raggiunto un accordo con Trump sulle garanzie di sicurezza’

(ANSA-AFP) – Volodymyr Zelensky ha detto di aver raggiunto un accordo con Donald Trump sulle garanzie di sicurezza. Resta invece “ancora irrisolta” la questione dei territori dell’est dell’Ucraina, ha aggiunto parlando ai giornalisti a Davos dopo l’incontro con il presidente americano.
“Le garanzie di sicurezza sono pronte”, ha dichiarato il leader ucraino, aggiungendo che “il documento deve essere firmato dalle parti, dai presidenti, e poi passerà ai parlamenti nazionali”.
Adesso “tutto ruota attorno alla parte orientale del nostro Paese. Tutto ruota attorno ai territori. Questo è il problema che non abbiamo ancora risolto”, ha detto Zelensky in conferenza stampa a margine del Forum economico di Davos.
Zelensky, con Trump incontro produttivo, parlato anche di difesa aerea
(ANSA) – “Un buon incontro con il Presidente Trump, produttivo e significativo. Abbiamo discusso del lavoro delle squadre e, in realtà, ogni giorno ci sono incontri o conversazioni. I documenti sono ancora più preparati. Oggi abbiamo anche parlato della difesa aerea per l’Ucraina – l’incontro precedente con il Presidente Trump ha aiutato a proteggere il cielo. E spero che anche questa volta ci rafforzeremo”. Così Volodymyr Zelensky su Telegram dopo l’incontro con il presidente Usa.
“Ho ringraziato per il precedente pacchetto di missili per la difesa aerea e ho chiesto uno aggiuntivo. La protezione delle vite, la nostra resilienza, il lavoro diplomatico congiunto. Grazie!”, conclude il leader ucraino.
Zelensky, abbiamo detto più volte ai partner europei ‘agite ora’
(ANSA) – “Abbiamo detto più volte ai nostri partner europei: agite ora”. Nel suo intervento a Davos, Volodymyr Zelensky critica l’Europa e la spinge a decidere.
Riferendosi alle proteste in Iran, il leader ucraino ha affermato: “Quando ti rifiuti di aiutare le persone che lottano per la libertà, le conseguenze si ripetono e sono sempre negative”.
E sulla Bielorussia, il leader ucraino prosegue: “La Bielorussia del 2020 ne è un esempio. Nessuno ha aiutato il proprio popolo e ora i missili russi Oreshnik sono schierati in Bielorussia, a portata della maggior parte delle capitali europee. Questo non sarebbe successo se il popolo bielorusso avesse vinto nel 2020. E abbiamo detto più volte ai nostri partner europei: agite ora, agite ora contro quei missili in Bielorussia. I missili non sono mai solo una decorazione, ma l’Europa rimane ancora in modalità Groenlandia. Forse un giorno qualcuno farà qualcosa”.
Quanto alle titubanze rispetto agli Usa, il leader ucraino evidenzia che “l’America sta cambiando la sua posizione” ma “nessuno sa esattamente come. Le cose si muovono più velocemente, come può l’Europa stargli dietro?”. Le sfide che ci troviamo ad affrontare “sono sfide allo stile di vita europeo”, aggiunge.
Zelensky, ‘Maduro è in tribunale a Ny, Putin ha successo sugli asset’
(ANSA) – “Trump ha condotto un’operazione in Venezuela e Maduro è stato arrestato. Ci sono state opinioni diverse al riguardo. Ma il fatto rimane: Maduro è in tribunale a New York, mi dispiace, ma Putin no. E questo è il quarto anno della più grande guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”: così Volodymyr Zelensky nel suo sferzante intervento verso l’Europa.
Putin non solo non è stato fermato, aggiunge, ma ha addirittura “ottenuto un certo successo” nella questione degli asset russi, poiché è riuscito a “fermare l’Europa”, che si è rifiutata di confiscare le proprietà russe a favore dell’Ucraina.
Zelensky, ‘i leader aspettano che gli Usa si calmino sulla Groenlandia’
(ANSA) – Il leader ucraino Volodymyr Zelensky, nel suo intervento a Davos, ha sostenuto che la comunità globale ha rivolto ora la sua attenzione alla Groenlandia, aggiungendo che “è chiaro” che la maggior parte dei leader non è ancora sicura su cosa fare. Sembra che tutti stiano “aspettando che l’America si calmi su questo argomento, aspettando che passi”.
Zelensky, ‘l’Europa ha bisogno di forze armate unite’
(ANSA) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo discorso a Davos afferma che l’Europa dipende troppo dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. “L’Europa ha bisogno di forze armate unite, forze che possano davvero difendere l’Europa oggi”, ha spronato. “L’Europa si affida solo alla convinzione che, se dovesse presentarsi un pericolo, la Nato agirà, ma nessuno ha mai visto l’alleanza in azione”, ha osservato.
“Al momento la Nato – sostiene il leader ucraino – esiste grazie alla convinzione che gli Stati Uniti agiranno, che non resteranno in disparte e che aiuteranno. E se non fosse così? Credetemi, questa domanda è onnipresente nella mente di ogni leader europeo.”
Orban, ‘Zelensky un disperato, ucraini possono contare su di noi’
(ANSA) – Durissima replica del primo ministro ungherese Viktor Orban al discorso pronunciato dal presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky a Davos. “Caro presidente Zelensky – ha scritto su X – mi sembra che non riusciremo a trovare un accordo. Io sono un uomo libero al servizio del popolo ungherese. Lei è un uomo in una posizione disperata che, ormai da quattro anni, non è in grado o non è disposto a porre fine a una guerra, nonostante il presidente degli Stati Uniti le abbia fornito ogni possibile aiuto per farlo”.
“Pertanto – ha aggiunto – per quanto mi lusinghi, non possiamo sostenere i suoi sforzi bellici. Il popolo ucraino, naturalmente, nonostante i suoi insulti accuratamente scelti, può ancora contare su di noi per continuare a fornire elettricità e carburante al suo Paese, e continueremo anche a sostenere i rifugiati che arrivano dall’Ucraina”.
“La vita stessa sistemerà il resto, e tutti avranno ciò che meritano” ha concluso, firmandosi polemicamente Viktor. Nel suo discorso a Davos, Zelensky aveva detto che “ogni ‘Viktor’ che vive di denaro europeo mentre svende gli interessi europei, merita una lezione”.

(Raffaele Pengue) – Ci sono momenti in cui una comunità ha bisogno di guardare avanti con coraggio, di immaginare un futuro diverso dal presente. Guardia Sanframondi vive uno di questi momenti. E la proposta “Gusta Guardia”, presentata domenica scorsa dall’ex sindaco Amedeo Ceniccola e condivisa dal movimento Rinascita Guardiese insieme alla Casa di Bacco, rappresenta esattamente questo: una visione chiara, ambiziosa e necessaria per il futuro del nostro borgo.
Non è retorica. È la risposta concreta a una domanda che tutti ci poniamo: Guardia può davvero invertire il declino demografico ed economico che minaccia i nostri paesi? La risposta è sì, ma solo se sapremo costruire un progetto condiviso, competente e duraturo. Un progetto che guarda lontano. “Gusta Guardia” ha il merito di non limitarsi alla superficie. Non parla solo di eventi o di promozione turistica occasionale, ma di una strategia integrata che tocca tutti i pilastri dello sviluppo territoriale: ospitalità, valorizzazione del patrimonio, economia locale, identità culturale.
Il potenziamento dell’enoturismo, ad esempio, risponde a una vocazione territoriale autentica. Guardia è terra di vigne, di cantine, di tradizioni enologiche tramandate da generazioni. Questa ricchezza non può restare frammentata e sottoutilizzata. Serve un’offerta coordinata, riconoscibile, capace di attrarre visitatori alla ricerca di qualità e autenticità. “Gusta Guardia” può diventare il contenitore di questa trasformazione, il marchio che identifica un territorio e la sua eccellenza.
C’è poi un aspetto che merita particolare attenzione: la continuità progettuale. Troppo spesso nel nostro territorio i progetti ambiziosi si sono arenati con il cambio di amministrazione, dispersi tra campanilismi e contrapposizioni politiche sterili. Questo è stato un errore grave, che ha frenato lo sviluppo di Guardia per anni. “Gusta Guardia” si propone esplicitamente come progetto di lungo periodo, di governo. È un approccio maturo, necessario. Perché la rinascita di un borgo non si costruisce in cinque anni, ma richiede decenni di lavoro paziente, coerente, condiviso.
La presenza di attori diversi – dall’ex sindaco Ceniccola all’associazione Rinascita Guardiese, dalla Casa di Bacco agli operatori economici del territorio – è già un segnale positivo. Indica la possibilità di costruire un fronte ampio, trasversale, fondato sulla competenza e sulla visione comune piuttosto che sulle divisioni ideologiche.
Guardia Sanframondi possiede tutto ciò che serve per competere nel panorama del turismo culturale ed enogastronomico italiano. Ha un centro storico di grande valore, un castello che domina il paesaggio, tradizioni artigianali vive, una spiritualità profonda che si manifesta nei Riti Settennali, una comunità coesa. Ha vigneti e cantine che producono vini di qualità. Ha paesaggi che incantano. Ciò che è mancato finora non sono le risorse culturali o naturali, ma la capacità di metterle a sistema, di trasformarle in un’offerta turistica strutturata e attrattiva. “Gusta Guardia” può colmare questo vuoto, diventando un calendario stabile di eventi, festival tematici, esperienze, percorsi che rendano Guardia una destinazione culturale attiva tutto l’anno, non solo durante i grandi appuntamenti. Il turista contemporaneo cerca esattamente questo: autenticità, lentezza, immersione in contesti dove cultura, paesaggio e tradizioni si intrecciano. Guardia può offrirlo. Ma serve un’organizzazione professionale, una comunicazione efficace, un’accoglienza di qualità.
Non è retorica: questo progetto può davvero cambiare il futuro di Guardia. Ma ha bisogno di tutti noi per realizzarsi. Mettere da parte le divisioni e lavorare insieme per il bene comune. Ha bisogno degli imprenditori locali – vignaioli, ristoratori, artigiani, operatori dell’ospitalità – che devono credere nel progetto e investire con coraggio. Ha bisogno delle associazioni culturali, sportive, religiose, che sono il tessuto vivo della nostra comunità. Ha bisogno dei giovani, che devono vedere in Guardia non un luogo da cui fuggire, ma un territorio dove costruire il proprio futuro.
E ha bisogno dei cittadini, di chi vive qui ogni giorno e conosce Guardia meglio di chiunque altro. Perché nessun progetto di rinascita può funzionare senza il sostegno, la partecipazione, le idee di chi il territorio lo abita.
L’invito lanciato da Ceniccola e Rinascita Guardiese è chiaro: chi condivide questa visione si faccia avanti. Non per applausi o consensi formali, ma per mettersi concretamente al lavoro. Con competenza, serietà, disponibilità a collaborare. Guardia può scegliere il proprio destino. Può decidere di restare ai margini, guardando con nostalgia a un passato che non tornerà. Oppure può scegliere di costruire un futuro nuovo, fondato sulle proprie radici ma aperto all’innovazione, capace di attrarre persone, investimenti, opportunità.
“Gusta Guardia” è più di un progetto. È la dimostrazione che questa seconda strada è possibile. Che visione, competenza e volontà reale possono trasformare un borgo in difficoltà in una comunità vitale e attrattiva.
La rinascita guardiese non è uno slogan. È un cantiere aperto. E ogni guardiese che crede nel futuro del proprio paese è chiamato a prenderne parte. Il momento di agire è adesso. Guardia non può più aspettare.
Pc dei magistrati spiati? Nordio nega e accusa Report. L’esperto: «Quei software possono fare tutto». Un programma stile trojan sarebbe stato installato su 40mila computer di magistrati. Il caso sollevato dai pm di Torino. Ranucci: «Il ministero dalla Giustizia sapeva e Chigi ha silenziato». Il guardasigilli: «Fake news». Ira delle opposizioni

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – «Software di questo tipo possono essere utilizzati come dei veri e propri trojan. Se programmati in maniera silente, agiscono in maniera automatica e senza alcuna interazione con l’utente», spiega a Domani il tecnico informatico di una delle maggiori ditte di intercettazioni che opera in Italia e che preferisce mantenere l’anonimato, proprio per la delicatezza del ruolo che ricopre.
«Si tratta di strumenti leciti e legittimi, utilizzati per i sistemi informatici dei supermercati e dei centri commerciali. Cosa possono fare? In sintesi, tutto: capire quali documenti hai modificato, scaricarli, anche distruggerli e cancellarli per sempre».
Il servizio giornalistico firmato da Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale, in onda durante la prossima puntata di Report su Raitre, dimostrerebbe proprio questo: il programma informatico Ecm/Sccm, prodotto di Microsoft per gestire in modo centralizzato i dispositivi digitali, è stato installato su circa 40mila computer.
Il contratto del 2019 tra il dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia del ministero di via Arenula e la multinazionale del settore informatico avrebbe dunque messo a rischio procure e tribunali, magistrati e giudici che potrebbero essere stati spiati senza accorgersene, grazie al software capace di non lasciare tracce.

«Accuse surreali, nessun Grande fratello come ha detto una delle pattumiere delle fake news. Sigfrido Ranucci ha certamente un fine: suscitare allarme sociale per orientare l’opinione pubblica», ribatte il Guardasigilli Carlo Nordio subito dopo l’anticipazione della notizia.
«L’infrastruttura usata negli uffici giudiziari dal 2019 non consente sorveglianza dell’attività dei magistrati, non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni/webcam. Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate. In ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita: non potrebbe avvenire a sua insaputa. Ogni intervento sarebbe comunque tracciato nei sistemi», dice ancora Nordio attraverso una nota.
Nota che, in base a quanto appreso, sarebbe molto simile alla risposta che il ministero, due anni fa, aveva dato alla procura di Torino, che a sua volta aveva sollevato il caso davanti ai dirigenti di via Arenula. All’epoca nulla sarebbe stato fatto. Anzi. Secondo le testimonianze raccolte da Report, nel 2024 l’ordine di mettere a tacere la questione sarebbe arrivato da palazzo Chigi. Di certo dopo le interlocuzioni tra la procura di Torino e il dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia, l’allora dirigente ministeriale aveva lasciato il suo incarico. Era ottobre 2024.

Nel servizio della prossima domenica c’è anche la testimonianza del giudice di Alessandria Aldo Tirone che, venuto a conoscenza del software, ha chiesto a un tecnico di fare un esperimento. L’ultimo, dello scorso dicembre, avrebbe dimostrato che Ecm può entrare nei pc dei magistrati senza che questi ultimi se ne accorgano. Una “prova” che dimostrerebbe come qualsiasi tecnico con il ruolo di amministratore di sistema potrebbe configurare a suo piacimento il programma.
«L’amministratore di sistema – spiega ancora l’esperto informatico a Domani – è un interno del dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia. È lui ad avere l’accesso al tool per poter inviare aggiornamenti. Attività che a volte può essere appaltata o subappaltata a qualche ditta». Di conseguenza, gli scenari che si aprono sono diversi: chi è stato effettivamente spiato?
Domande che si pongono le opposizioni. Dal Pd, passando per l’M5s, fino ad Avs. «Dopo lo scandalo Paragon e i giornalisti spiati, ora tocca ai magistrati? È un salto di qualità gravissimo, da democrazia illiberale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni venga in Parlamento a spiegare. La giustizia non può essere sorvegliata dal potere esecutivo: l’inizio del governo degli spioni», dice il deputato Angelo Bonelli. Gli fa eco la dem Debora Serracchiani a sua volta attaccata dal ministro.
A intervenire, alla fine, è lo stesso Ranucci, attaccato dal centrodestra dopo il caso Bellavia e quello sul Garante della Privacy. Ora sulla nuova denuncia verte anche l’interrogazione del deputato meloniano Emanuele Pozzolo. «Il ministro Nordio – dice Ranucci – ha negato che si possa fare l’aggiornamento dei sistemi senza autorizzazione, noi lo smentiamo con i dati. Delle due l’una – conclude – o il ministro non lo sa, o non dice la verità: in entrambi i casi è una cosa grave».
Una vicenda su cui il Csm potrebbe aprire una pratica. E su cui in tanti attendono risposte: il dipartimento coinvolto del ministero della Giustizia è quello deputato alla realizzazione dell’archivio digitale degli atti giudiziari. Dipartimento che ha rinnovato le licenze Microsoft Enterprise Agreement, l’azienda che, contattata da Report, avrebbe confermato quanto lamentato dai tecnici di Torino.
Aperta la Call internazionale per partecipare.

Dal 27 aprile al 3 maggio 2026, Morcone ospiterà la Tammaro Rural Design Week 2026, una settimana di esposizione diffusa sul territorio con un palinsesto di eventi collaterali che include installazioni, incontri pubblici, proiezioni, laboratori ed escursioni per esplorare approcci alla progettazione che mettono al centro relazioni e interconnessioni tra le parti di un sistema, piuttosto che intervenire sui singoli elementi.
La manifestazione è realizzata nell’ambito del progetto TAM – La cultura è un fiume, finanziato dal PNRR – Attrattività dei borghi, Ministero della Cultura, NextGenerationEU, ed è un’azione a cura di Ru.De.Ri ETS – Rural Design per la Rigenerazione dei Territori -, in collaborazione con il Comune di Morcone, soggetto attuatore del finanziamento.
Il tema dell’edizione 2026 è “Metabolismo rurale” inteso come chiave interpretativa e orientamento progettuale dei processi di rigenerazione degli ecosistemi territoriali che mantengono e sostengono le funzioni vitali delle aree rurali e montane, e rispondono ai bisogni delle diverse popolazioni – umane e non umane – che abitano i territori, integrando componenti ambientali e sociali in una logica non estrattiva ma collaborativa.
Per una settimana, Morcone diventerà un laboratorio diffuso di confronto e sperimentazione progettuale. Un’occasione unica per il territorio: non solo un evento culturale, ma un dispositivo di attivazione che mette in relazione abitanti, progettisti, ricercatori, imprese, artigiani e amministrazioni, contribuendo a ricollocare le aree interne al centro del dibattito contemporaneo processi produttivi ispirati ai principi dell’economia circolare e più in generale su sviluppo sostenibile e qualità della vita.
In occasione della Design Week è stata lanciata una Call internazionale, rivolta ad artisti, designer e ricercatori, singoli o gruppi, di qualunque nazionalità purchè maggiorenni. Potranno essere candidati progetti e percorsi virtuosi già realizzati o da realizzarsi volti, ad esempio, alla gestione efficiente delle risorse, alla rigenerazione dei manufatti, allo sviluppo di nuovi materiali e prodotti o all’innesto di nuove tecnologie compatibili con i sistemi locali, e concorrere a una (o più) delle tre categorie: Categoria A- Prodotti (Oggetti di rural design /design sistemico); Categoria B – Materiali (Nuovi materiali a base naturale); Categoria C – Processi (Progetti o pratiche ispirate ai principi dell’economia circolare).
La call prevede un premio da 1.500 € per ciascuna categoria e una menzione speciale per condurre una residenza progettuale nella Valle del Tammaro (entro fine giugno 2026), che include un premio di 1.000 €, la copertura dei materiali e la messa a disposizione di un alloggio e di uno spazio di produzione per il periodo della residenza.
La scadenza per l’invio delle candidature è fissata al 28 febbraio 2026.Il bando completo e le modalità di partecipazione sono disponibili su tam-morcone.it/rdwopencall.
Per informazioni stampa e dettagli: info@tam-morcone.it – http://www.tam-morcone.it
Ufficio Stampa TAM

Seguo con grande attenzione l’evoluzione dell’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il Mercosur, un’intesa di portata storica che può aprire nuovi mercati ma che deve essere affrontata con equilibrio, responsabilità e visione strategica.
Le notizie emerse nelle ultime ore, con il Parlamento europeo che ha chiesto un parere alla Corte di giustizia dell’Unione Europea sulla conformità dell’accordo ai Trattati, confermano che il tema è complesso e merita un confronto serio e approfondito. È giusto prendersi il tempo necessario per valutare ogni aspetto, soprattutto quelli che riguardano i settori più sensibili.
Per quanto mi riguarda, un punto resta fermo: l’agricoltura italiana e le produzioni locali non possono essere sacrificate in nome di una liberalizzazione senza adeguate garanzie. I nostri prodotti dop, igp e a denominazione di origine rappresentano un patrimonio economico, culturale e identitario che va difeso e valorizzato.
L’accordo con il Mercosur può diventare un’opportunità solo se accompagnato da clausole di salvaguardia efficaci, dal rispetto rigoroso degli standard europei in materia sanitaria, ambientale e di tutela del lavoro, e da strumenti concreti contro la concorrenza sleale e le importazioni a basso costo.
Credo in un’Europa che sappia aprirsi ai mercati internazionali, ma che allo stesso tempo difenda il lavoro dei nostri agricoltori, la qualità delle produzioni e la sostenibilità delle filiere locali. Su questi temi continuerò a mantenere una posizione chiara e coerente, perché lo sviluppo economico non può prescindere dalla tutela delle nostre eccellenze.

(Andrea Zhok) – Ci fu un tempo in cui l’Europa Unita venne presentata come
1) baluardo competitivo rispetto agli USA;
2) costituzione di un organismo sovranazionale dotato di una massa critica capace di imporsi sul piano internazionale.
Tutto ciò si è dimostrato una farsa.
Perché?
A) Il modello ideologico
Quando si confezionò il trattato di Maastricht l’Occidente era dominato dalla leggenda del trionfo neoliberale sull’orso sovietico, e dunque l’impianto neoliberale definì tutti i principali meccanismi legali, il ruolo dell’industria pubblica, i rapporti con la finanza, secondo quel modello ideologico.
Tale modello assume che la libertà di scambio sia un surrogato idealmente compiuto della democrazia (di fatto un miglioramento rispetto al rozzo meccanismo delle elezioni democratiche) e privilegia il ruolo dinamico del grande capitale, rispetto a cui la politica deve svolgere un ruolo ancillare, di facilitatore.
B) La sovranità dell’economia finanziaria.
Teorie oltraggiosamente astratte come il modello di Nozick sulla nascita dello Stato dal libero scambio autointeressato costituirono il nerbo di un modello inedito, in cui si immaginava che una compagine politica (una unione politica, uno stato federale, ecc.) potesse emergere come risultato di un’intensa interazione di mercato. Il modello europeo diviene dunque il primo esperimento storico (e visti gli esiti, anche l’ultimo) in cui si pensava che un mercato comune (cioè un apparato di mutua competizione tra stati in una cornice che costringeva alla massima competitività) sarebbe stato il prodromo di un’unione politica.
Ovviamente ciò che avvenne di fatto fu quello che sempre succede in condizioni di mercato ad alta competitività senza filtri politici (senza barriere doganali, senza aggiustamenti della valuta, ecc.): ci furono vincenti e perdenti, ci furono paesi che ottennero dei vantaggi e paesi le cui risorse vennero vampirizzate (l’Italia rientra tra questi ultimi).
L’obsoleta idea di governi democratici responsabili verso gli elettori venne sostituita dall’idea di una “governance” come sistema di regole per la gestione economica, che condusse all’idea di una politica gestita da un “pilota automatico”.
C) Winner takes all policy.
I sistemi finanziari sono impersonali, acefali, e sovranazionali, ma questo non significa che non abbiano centri di gravità. Il centro di gravità primario del sistema finanziario occidentale è rappresentato dall’asse New York – Londra, laddove il suo braccio politico primario è da sempre il governo americano (qualunque governo americano).
L’Europa di Maastricht che si è messa a giocare sul piano internazionale secondo regole neoliberali è fatalmente caduta nell’orbita gravitazionale dei principali gestori di fondi finanziari, incarnati dalla politica americana. Negli USA le politiche di supremazia nazionale e di profitto finanziario sono indistinguibili: sono la medesima cosa con minime varianti stilistiche. L’Europa di Maastricht è dunque ritornata integralmente sotto l’ala egemonica degli USA proprio nella fase storica in cui lo sviluppo economico del dopo guerra avrebbe consentito un’autonomizzazione.
L’egemonia USA dagli anni ‘90 è stata finanziaria, militare ma soprattutto culturale, demolendo gradatamente tutte le capacità di resistenza interna europea. Sul piano culturale gli ultimi 30 anni hanno rappresentato l’americanizzazione ideologica integrale dell’Europa, dove sono stati importati non soltanto prodotti cinematografici e stili musicali, ma soprattutto modelli istituzionali, modelli di gestione della scuola, dell’università, dei servizi pubblici, ecc.
D) Il suicidio geopolitico
L’egemonia culturale ha facilitato una crescita dell’egemonia politico-militare statunitense, che invece di ritrarsi rispetto agli esiti della seconda guerra mondiale, si è imposta in una nuova dimensione geopolitica.
L’Europa (UE) ha iniziato a spalleggiare sistematicamente tutte le iniziative di riassetto geopolitico americano, dall’Afghanistan, all’Iraq, alla Jugoslavia, alla Libia. La cornice ideologica – la leggenda progressista del sistema internazionale basato sulle regole e sul rispetto dei diritti umani – ha consentito alle politiche USA di essere fatte passare senza resistenze presso l’opinione pubblica europea. La cittadinanza europea ha trangugiato come oche all’ingrasso per due decenni tutte le fiabe americane di “emancipazione dei popoli oppressi”, “interventi umanitari”, “polizia internazionale”.
Intanto, mentre i nostri giornali si scambiavano vicendevolmente medaglie intorno a quanto eravamo civili e illuminati, gli Stati Uniti hanno rescisso tutte le catene di approvvigionamento vitali per l’Europa. Hanno destabilizzato tutti quei produttori di petrolio dell’area medioorientale che non fossero già vassalli degli USA (Arabia Saudita, EAU, ecc.). Così Iraq e Libia sono stati trasformati da fornitori indipendenti a cumuli di rovine dove solo la forza militare conta. Con la favola per gonzi dei diritti umani, l’Iran è stato messo sotto sanzioni e isolato anch’esso dalla possibilità di commerciare le proprie risorse con l’Europa. Infine le provocazioni reiterate sul confine ucraino sono riuscite a produrre la guerra ancora in corso, che ha rescisso il principale polmone di approvvigionamento energetico per l’industria europea, la Russia.
Tolti di mezzo Medio Oriente e Russia, i geni della politica europea si sono appoggiati mani e piedi al GNL americano, facendo drammaticamente perdere di competitività all’industria europea. E arrivati a questo punto, ovviamente, il potere contrattuale europeo nei confronti degli USA è esattamente zero. Se Trump vuole la Groenlandia gli daremo la Groenlandia, se vuole lo ius primae noctis gli daremo lo ius primae noctis (gli basta staccare la spina del GNL per mettere in ginocchio il continente).
E) Che fare?
Una situazione così compromessa è davvero difficile da recuperare. Di fatto l’Unione Europea neoliberale e le sue istituzioni hanno sancito il più grave collasso storico che l’Europa abbia subito nella sua storia, peggiore persino della seconda guerra mondiale, dal punto di vista del potere comparativo.
La soluzione teorica da percorrere è semplice in teoria (molto meno in pratica).
L’UE deve chiudere i battenti, mettere fuori il cartello di chiuso per fallimento, rimanere una pagina oscura nei libri di storia. (Resta il problema tecnico di cosa fare dell’euro.)
Al posto dell’UE devono nascere immediatamente alleanze strategiche tra stati europei con interessi affini.
Immediatamente devono essere riaperti tutti i canali diplomatici ed economici con tutti i paesi che il soft power americano ci ha presentato come mostri inguardabili: Russia, Cina, Iran.
Solo per questa via l’assedio americano all’Europa (e al resto del mondo) può essere rotto.
Solo in questo modo l’Europa può riaprire un futuro per le prossime generazioni.
Ovviamente, nella temperie culturale coltivata da decenni, una prospettiva del genere non può che trovare una resistenza strenua. E se così sarà, una volta di più l’Europa si sarà immolata per delle idee (stupide).
Ma diversamente dalla canzone di Georges Brassens, questa volta moriremo per delle idee, ma non di morte lenta.

(Adnkronos) – “Tutti vogliono far parte” del Board of peace per Gaza, ha affermato il presidente Usa Donald Trump nonostante diversi Paesi abbiano declinato l’inviato a partecipare. Ma cos’è questo Consiglio di pace? E chi ha aderito?
Sono 20 al momento i Paesi che hanno accettato di entrare nel Board of peace, secondo una lista diffusa dai media americani: Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Egitto, Emirati arabi uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan e Vietnam.
Non entrano per il momento quasi tutti i Paesi dell’Ue, dall’Italia, alla Germania, alla Francia, e poi anche Norvegia e Regno Unito restano fuori.
Il Board of peace è un organismo internazionale, presieduto dal presidente degli Stati Uniti Trump, creato per supervisionare il cessate il fuoco tra Israele e Hamas e la ricostruzione a Gaza. E’ stato proposto per la prima volta a settembre scorso, quando il presidente americano ha annunciato il suo piano per porre fine alla guerra. E’ stato poi avallato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite.
Lo statuto del Consiglio di pace prevederebbe che il suo presidente, lo stesso Trump, abbia ampi poteri esecutivi, compresa la possibilità di porre il veto sulle decisioni e di rimuovere i membri, fatte salve alcune limitazioni. Lo statuto prevede inoltre che i membri abbiano un mandato limitato a tre anni, a meno che non versino 1 miliardo di dollari ciascuno per finanziare le attività del Consiglio e ottenere la qualifica di membri permanenti.
La Casa Bianca ha nominato il segretario di Stato americano Marco Rubio, l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff, l’ex primo ministro britannico Tony Blair e il genero di Trump, Jared Kushner, come membri del Consiglio esecutivo fondatore dell’iniziativa.
A prendere le decisioni sarà la maggioranza degli Stati membri, ma l’ultima parola anche sull’agenda spetterà al presidente. Il mandato del Consiglio – avallato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite – può essere esteso per affrontare altri conflitti in tutto il mondo.
Newsom ironico a Davos, esaurite le ‘ginocchiere’ per inchinarsi a Trump

(ANSA) – Una ginocchiera firmata Trump come gadget del tycoon perché i seguaci possano inchinarsi al sovrano. L’ha presentata, ironicamente, il governatore della California Gavin Newsom durante il suo intervento a Davos, accolto da risate e applausi.
“E’ la nuova ginocchiera firmata da Trump e sono disponibili online, le ultime erano esaurite comunque queste sono disponibili, anche in stock”, ha detto Newsom fra risate ed applausi di una buona parte del panel del Forum cui partecipava.
Esaurite perchè si “stanno vendendosi i nostri studi legali. Molte università americane si stanno vendendo. E sì, anche molti leader aziendali si stanno vendendo a questa amministrazione. Vendono i nostri valori, vendono il nostro futuro. Vendono ciò che rende grande l’America, e questo mi spezza il cuore”, ha detto Newsom.
“Le persone devono reagire – ha proseguito il governatore che potrebbe correre alle presidenziali americane del 2028 -. Devono trovare il coraggio delle proprie convinzioni. Quest’anno ricorre il 250simo anniversario degli Stati Uniti d’America.
Duecentocinquanta anni. Il meglio della Repubblica romana, della democrazia greca, dei poteri dello Stato sullo stesso piano, dello Stato di diritto, della sovranità popolare. Ditemi se questo rispecchia l’America di cui leggete oggi”.
Newsom a Davos, ‘Donald Trump è una specie invasiva’
(ANSA) – “Donald Trump è una specie invasiva”. Lo ha detto il governatore della California Gavin Newsom nel suo intervento al World Economic Forum a Davos spiegando che Trump ha colonizzato il partito repubblicano e lo ha reso irriconoscibile. Newsom ha inoltre raccontato che ieri sera avrebbe dovuto parlare a un evento alla Usa House “ma si sono assicurati che io non parlassi. Hanno fatto in modo che l’evento venisse cancellato. Ed è questo che sta accadendo negli Stati Uniti d’America. Libertà di espressione, libertà di riunione, libertà di parola: un’America al contrario”.