
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] C’è questo Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo nonché Moda di Roma Capitale, che ultimamente si vede parecchio in giro. Di suo, porta in dote un outfit da direttore di filiale Tecnocasa di II Municipio (Parioli, Flaminio, Salario, Trieste), il che potrebbe farlo sembrare un discepolo di Calenda, di cui però gli manca la schietta arroganza, bastandogli un’assertività da corso motivazionale, di quelli per diventare coach aziendali e “leader di sé stessi”, se avete presente. Dalla scocca e dal look da piccolo Malagò, molto phonato, lo si direbbe un rampollo del generone (Il Foglio lo colloca nel giro Circolo Canottieri Aniene, ma abbiamo verificato: non ne è socio); invece, come ci tiene a dire nelle ospitate tv, lui è “nato e cresciuto a Ostia, non a Beverly Hills” (ma chi è nato a Beverly Hills? Will Smith? Mah), praticamente il Bronx di Roma.
[…] Politicamente è perfetto per cavalcare le “praterie per il centro” vagheggiate da quel blocco borghese già montiano, draghiano, lettiano, renziano, calendiano, cottarelliano, pisapiano, morattiano etc. che rappresenta l’élite centròmane, affetta da questa parafilia per i “moderati” e spaventatissima dall’avanzare di una allucinata sinistra. Non a caso Onorato, civico nella giunta Gualtieri, è stato veltroniano, poi dell’Udc, poi sostenitore di quell’Alfio Marchini (di cui sembra una miniatura) che nel 2013 arrivò quarto a Roma (vinse Marino) e nel 2016 ancora quarto, sostenuto da Storace e Berlusconi dopo la rottura con Meloni, pure lei in corsa, terza dopo Raggi e Giachetti; il passaggio marchiniano gli guadagnò il seggio in Campidoglio.
[…] La biografia di Onorato recita: “Laureato in Economia aziendale, imprenditore del settore food”, sissignore, con locali a Roma e a Milano Marittima (un giovane Oscar Farinetti). Le sue battaglie sono state: la ripresa, sancita da apposito decreto del ministro Lollobrigida, “delle corse del trotto e del galoppo all’ippodromo di Capannelle”, ferme da anni per debiti; il Rally di Roma, con passaggio dei bolidi a Piazza di Spagna, Eur e Colosseo (ci mancava, per fluidificare il traffico); il numero chiuso a Fontana di Trevi, con “tariffazione per l’accesso al catino”, cioè si paga quel che prima era gratis. Ma soprattutto, come recita una nota dell’Ansa, sotto la sua guida “nel 2024 il turismo ha generato nella nostra città una ricchezza pari a 13,3 miliardi di euro: nel 2022 erano 8,5 miliardi” (e qui pare la Santanché, buonanima, coi suoi “flussi turistici da record” e l’imbarazzante campagna Open to Meraviglia).
La mission di Onorato è in sostanza generare “enormi ricadute economiche e occupazionali” dai grandi eventi e produrre il famoso “ritorno di immagine” per Roma, che in effetti prima del suo arrivo era una città poco visitata e per nulla monetizzata; infatti si vanta di aver “ospitato” una sfilata di Dolce & Gabbana ai Fori imperiali. Arriva adesso: Renzi, da sindaco di Firenze, introdusse un “tariffario” dei monumenti, affittandoli per fare cassa a questo e quello: Ponte Vecchio alla Ferrari per una cena privata, Palazzo Vecchio alla società di consulenza McKinsey & Company, il Salone dei Cinquecento (le cui pareti fece trapanare perché convinto ci fosse un’inesistente Battaglia di Anghiari sotto un affresco del Vasari) a Gucci, il Forte di Belvedere per il matrimonio di Kim Kardashian e Kanye West, l’ex carcere delle Murate alla banca d’affari Morgan Stanley… Dobbiamo continuare?[…]
Ecco: Renzi è la chiave di volta per capire l’operazione Onorato. Tempo fa andava dicendo che voleva “costruire la quarta gamba (del Pd, ndr) con Salis-Manfredi-Onorato”, cioè, con Onorato, la sindaca di Genova e l’invisibile sindaco di Napoli. Doveva essere una mandrakata delle sue, ma poi qualcuno gli ha tolto il giocattolo dalle mani. Vuoi vedere che lo stratega Bettini ha arruolato il 41enne di Roma nord per tenere fuori Renzi dal campo largo, il che farebbe comodo anche a Conte in caso di primarie? E ciò perché, come dicono tutti, “il centrosinistra ha bisogno del centro per vincere”, come se il Pd non fosse già di suo un partito di centro. Onorato, a capo del “pragmatico e concreto” Progetto Civico Italia, si porta avanti: “Abbiamo 333mila immigrati irregolari”, dice in tv, “chi delinque devono tornare al loro Paese” (sic). Lo segue Marco Agnoletti, già spin doctor di Renzi e ora della Salis, il quale deve avergli detto: “Di’ che sei un uomo del fare e che risolvi i problemi della gente”. E infatti lui: “Siamo mille amministratori eletti con le preferenze, amministriamo le città con le loro problematiche”(sic: è l’antilingua “del fare”). Al Pd, mentre infuriano le guerre e ci impoveriamo sempre di più, serviva giusto uno che fino a ieri si è occupato di cavalli da trotto e ha favorito l’apertura di grandi catene alberghiere di lusso come Bulgari. Hai visto mai che si possa curare il renzismo col renzismo omeopatico.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I campi di battaglia di fine legislatura fra le destre e i progressisti saranno soprattutto due: la commissione sul Covid, anzi su Conte, e la legge elettorale. Due porcate da Guinness che potrebbero rivelarsi un autogol per i meloniani e un assist per il centrosinistra, se questo non avesse nessuno che ha fatto di peggio. Cioè se non avesse Renzi. Costui fu il primo a chiedere la commissione Covid […]
La domanda che si sono fatti migliaia di tedeschi sui loro nonni nazisti, è lecito poterla declinare anche da questa parte delle Alpi. Ma a che pro? e a chi gioverebbe di piu?

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Nel marzo 2026 gli US National Archives hanno messo online circa 12 milioni di schede e di oggetti digitali collegati all’iscrizione al NSDAP, il partito nazista. Si tratta di documenti che, subito dopo la caduta di Hitler, rischiarono di essere distrutti: una decisione presa a Monaco di Baviera nel 1945, appena finita la guerra, invece ne salvò – provvidenzialmente – l’esistenza. Per decenni quei materiali sono rimasti su microfilm, accessibili solo in sala di studio. Oggi invece basta digitare un nome per scoprire se qualcuno fra i tuoi parenti è da imputare dalla parte sbagliata della storia.
Inutile dire che da marzo scorso il sito è stato preso d’assalto: centinaia di migliaia di ricerche di figli, nipoti o pronipoti, curiosi e anche preoccupati o anche ansiosi di sapere, alla ricerca di eventuali malefatte dei propri antenati. L’onda lunga si è amplificata però quando Der Spiegel e Die Zeit – due fra i più popolari ed autorevoli settimanali tedeschi – hanno messo tutto online sui loro siti: basta inserire un nome e appare la scheda. Con una domanda diretta ed inequivocabile – Was Opa ein Nazi? / Tuo Nonno era un Nazista? – che hanno finito per trasformare una curiosità privata in una sorta di hype del momento: motivo di orgoglio o vergogna. A secondo di come lo si guarda.

Per chi mastica un po’ di letteratura francese, l’incipit di un romanzo epistolare di Montesquieu, Lettres persanes, recitava, vado a memoria: “Come si può essere persiani ?”Ebbene quella stessa domanda, ma stavolta non in tono ironico quanto drammatico, potrebbe essere stata declinata consapevolmente all’indomani della seconda Guerra Mondiale. Quando, dopo anni di guerra terribile, la Germania iniziava a ricostruire da zero: tra macerie materiali e una ricostruzione morale gravata dallo stigma dell’Olocausto. Si può ancora essere tedeschi ? Ci si poteva chiedere man mano che le nefandezze di Hitler venivano fuori, a fronte di un’opinione pubblica sempre più sgomenta. Immagini e documenti inattaccabili che rivelavano al mondo i crimini vergognosi del regime nazista sui campi di concentramento dove avevano perso la vita 6 milioni di ebrei, di dissidenti politici e di omosessuali.
Fu in quel momento che la Germania, guardando dentro al proprio abisso, ebbe la forza di costruire pazientemente la pratica pubblica e politica della “cultura della memoria” – l’ Erinnerungskultur – che ha segnato la sua ineccepibile, va detto, ripresa civile. Intendiamoci, non fu un percorso né facile, né lineare. A differenza della sorella Austria che per decenni adottò la narrazione della cosiddetta “teoria della vittima” e permise – ricordiamo – il reinserimento di molti ex nazisti nella vita pubblica, ritardando un’autocritica diffusa.
Tuttavia, ancora oggi, parlare di nazismo in Germania, tra persone colte, progressiste e liberali, in relax, seduti a tavola, alle prese con un’amabile conversazione, resta un tema che mette a disagio e che spesso finisce per cambiare inerzia alla serata. Provare per credere.
Figuriamoci adesso che figli e nipoti hanno scoperto che il padre o il nonno, raccontato fino ad ora come “un irreprensibile socialdemocratico, fiero cattolico o oppositore del nazismo”, risultava invece membro formale del partito che ha organizzato una delle più infernali e consapevoli macchine di morte, mai documentate dalla storia. Ed è proprio in questo modo che molti hanno cominciato a dubitare dei propri parenti. Persone che – si legge nei reportages di Der Spiegel – raccontano così di essere stai ingannati e di come abbiano sempre ascoltato una versione edulcorata dei fatti legati a quei tempi bui, costruita magari per proteggere la famiglia. Spesso, se il parente non era presentato come vittima, almeno nei casi più eclatanti, si raccontava di come fosse stato “costretto”, da semplice soldato e senza responsabilità politiche. Gli storici chiamano questo fenomeno cultura del silenzio: nel dopoguerra certi temi divennero tabù e la narrazione alternativa prese il posto della realtà cruda. Per molte famiglie quella narrazione ha funzionato come ancora di salvezza mentre si ricostruiva a poco a poco la vita quotidiana. Potere della narrazione!
Oggi, non che non si sapesse già, ma i numeri in base a questo censimento storico del partito parlano che nel 1945 almeno 8,5 milioni di persone risultavano membri del NSDAP – verso la fine del regime – su circa 55 milioni di adulti. Molto di più di quelli abili e arruolabili del tempo. Il problema però, non è più quello storico. Una quota significativa di tedeschi sempre più oggi è convinta che i propri nonni fossero “dalla parte giusta”. Ed è proprio questo il punto nodale in tutta la sua disarmante plasticità.
A partire dall’aria distorta che si percepisce in ogni aspetto della vita pubblica, in questa ’Europa troppo spesso politicamente ormai votata all’estrema destra, spesso sull’onda del populista di turno. L’esempio più vivido arriva proprio dall’AfD – Alternative für Deutschland – partito tedesco, di ispirazione nazista che da tempo attacca la Erinnerungskultur, la cultura della memoria. Alcune dichiarazioni pubbliche in questi giorni, hanno contribuito ad aumentare la tensione: per dire, un certo Alexander Gauland – membro del partito – ha descritto il periodo nazista “solo una cacatina di uccello” nella storia tedesca; un altro membro, Björn Höcke, ha invece definito il memoriale dell’Olocausto a Berlino un “monumento della vergogna” e ha invocato una svolta radicale nella politica della memoria. Difficile trovare ambiguità in queste frasi e in queste posizioni così chiare e distinte.
Ed ecco la saldatura del passato con l’attualità. L’apertura di questi archivi arriva mentre l’AfD è sotto osservazione dei servizi interni – specialmente nei Lander orientali dell’ex DDR – e registra una crescita elettorale con vittorie regionali significative che stando agli ultimi sondaggi arrivano fino al 25 % su base nazionale.
Il risultato è una tensione interna politica molto forte. Da un lato, due Media autorevoli che rappresentano una parte viva e pulsante della società democratica e liberale, che spingono a guardare in faccia il passato familiare, dall’altro una forza politica che cerca di relativizzare e normalizzare – spesso abbracciandolo – quel passato indifendibile.
Ovviamente, senza mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, la questione si può simmetricamente ribaltare in ogni luogo, poiché riguarda il modo in cui ogni paese gestisce i propri fantasmi storici: il fascismo in Italia, il colonialismo in Francia e in Belgio, oppure l’epopea – quella più indietro nel tempo – del Far West per gli odierni Stati Uniti e cosi via.
Certo che però, immaginare un motore di ricerca analogo in Italia, per i registri del passato fascista produce un brivido. E non so decidere quanto possa essere utile e a vantaggio di chi, poter scavare in quel passato recente all’interno delle proprie famiglie. Non solo utile, nel senso utilitaristico del termine, mi si scusi il bisticcio di parole. Ma mi chiedo anche a chi potrebbe giovare certificare eventuali colpe di compromissione con il regime fascista dei propri avi, dal momento che le colpe dei padri non possono mai ricadere – né penalmente né moralmente – sui loro eredi.
In realtà un’idea ce l’avrei. Con l’aria che tira, è più probabile che alcuni si affretterebbero ad appendersi medaglie postume per avere avuto nel proprio pedigree avi arditi, di ceppo italico e di granitici principi fascisti. Chissà perché non si fa troppa fatica ad immaginarlo. Così come, al contrario, non si fa fatica ad immaginare lo scatenarsi dei linciaggi mediatici e la caccia al famigerato – ed incolpevole – nipote del fascista.
Certo, molti, sensibilmente, potrebbero finalmente assumersi una parte di responsabilità per le azioni dei propri avi, come atto di civiltà. Io, ad esempio, non avrei nessun problema a farlo, se si scoprissero compromissioni dei miei nonni con il regime fascista del tempo. Il problema è che qui da noi, a differenza della Germania che nel dopoguerra ha fatto della memoria un pilastro pubblico, non si è mai fatto davvero i conti con il passato violento e squadrista di una parte della nostra popolazione. E, a dire il vero, con questi chiari di luna, mi rendo conto che non è manco il tempo adatto a proporre una transizione del genere.
Per cui, siamo giunti al paradosso inquietante: certificare di avere avuto il nonno fascistone ripaga – sui social e quindi nella società – di più che battersi il petto chiedendo venia per i suoi crimini e le sue malefatte. Che tempi.

(Adnkronos) – Il presidente degli Usa Donald Trump si attende che “tutti gli alleati” della Nato si mettano “sulla via” di spendere il 5% del Pil nella difesa e nella sicurezza, come concordato all’Aja l’anno scorso, ma “alcuni” alleati sono “in ritardo”.
Lo sottolinea l’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, durante un briefing on line a pochi giorni dal summit di Ankara. Il vertice, spiega, “sarà un metro di misura dei progressi rispetto agli impegni di difesa dell’Aja. Prenderemo in considerazione anche, e soprattutto, le capacità, perché non si tratta solo di spendere soldi”.
In definitiva, aggiunge, “si tratta delle capacità che vengono acquisite con quella spesa: il trasferimento di oneri che sta avvenendo qui in Europa. All’Aja, gli alleati si sono impegnati a spendere quasi centoventi miliardi di dollari in spese per la difesa, metà dei quali destinati ad attrezzature e armamenti di fabbricazione americana: solo gli Stati Uniti possono produrre su quella scala. Ed è un buon inizio”.
Per il diplomatico, “il primo anno dall’Aja è stato un inizio importante per quello che è un piano a lungo termine”. Certo, nota, “alcuni alleati stanno facendo più di altri: abbiamo Paesi come la Polonia, i Paesi nordici, i Baltici e la Germania che fanno da apripista. Alcuni sono già al cinque percento, altri hanno percorsi molto credibili per raggiungere il cinque percento a breve termine”.
Per contro, nota, “abbiamo alcuni che sono in ritardo, perché o non spendono abbastanza in questo momento, o non hanno un percorso credibile per raggiungere l’impegno di difesa dell’Aja. Il presidente Trump – sottolinea – si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del cinque percento, e che lo facciano con urgenza”.
Per gli Usa, “potenziare l’industria della difesa e l’innovazione su entrambe le sponde dell’Atlantico è fondamentale, anche per rendere operativo il 5%.
Questo include l’ampliamento rapido sia dei sistemi di difesa tradizionali che dei sistemi innovativi non convenzionali. Quindi mi aspetto pienamente che tutti gli alleati dimostrino traiettorie di crescita significative, quantitativamente e qualitativamente, nella spesa per la difesa, che si tradurranno in una più equa ripartizione degli oneri. L’obiettivo è chiaro – conclude – continuare a trasferire l’onere della difesa convenzionale dell’Europa ai nostri alleati della Nato”.
USA, ‘CERTI ALLEATI IN RITARDO SUL 5%, ANCHE ALTRI FACCIANO PRESSIONI’
Ambasciatore Whitaker presso la Nato: ‘Trump si aspetta subito aumenti’
(ANSA) – BRUXELLES, 01 LUG – Alcuni alleati della Nato – Polonia, Paesi nordici, Paesi baltici, Germania – sono “all’avanguardia”, con alcuni che hanno già raggiunto il 5% del Pil in Difesa o che dispongono di “piani credibili” per raggiungerlo a breve mentre altri alleati “sono in ritardo”.
Lo ha detto l’ambasciatore Usa presso la Nato Matthew Whitaker nel corso di un briefing con la stampa. I principali alleati devono assumere “ruoli di guida” ed esercitare una “pressione tra pari” per incoraggiare i paesi in ritardo ad aumentare la propria spesa per la difesa, ha aggiunto. “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi”.
“Riteniamo – ha aggiunto – che chi s’impegna di più debba trarne dei vantaggi, che si tratti di dedicare più tempo ai leader o di garantire priorità negli acquisti e negli appalti, ci sono molti modi in cui ciò può avvenire”. Whitaker è poi tornato sulla questione dei disaccordi sulla guerra in Iran, con le restrizioni alle forze Usa e il grande disappunto di Trump. Gli Usa, ha ricordato, hanno responsabilità globali, “terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”.
“Avremo inoltre colloqui con i nostri alleati in merito all’accesso, alla dislocazione delle basi e al sorvolo, per assicurarci di essere d’accordo su come le basi possano essere utilizzate: penso che cercheremo altre opportunità per promuovere discussioni bilaterali su alcune altre questioni che dovranno essere definite con tali alleati. Ma, sapete, in definitiva si tratta di una revisione militare. Sarà condotta dal Pentagono con il contributo dell’Eucom”.
NATO: AMB. USA, MISURE CONTRO CHI NON SI IMPEGNA SU DIFESA
(AGI) – L’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, Matthew Whitaker, ha annunciato che “ci saranno delle misure da parte degli Usa” contro gli Stati che non mantengono l’impegno per raggiungere il 5% del Pil alla difesa ma non ha voluto fornire dettagli su quali misure. “Vorrei solo ricordare a tutti che sono stati 32 alleati della Nato a firmare all’unanimita’ l’Impegno di difesa dell’Aia, e ci aspettiamo che tutti mantengano le loro promesse”, ha evidenziato. Il diplomatico esclude tuttavia che il summit di Ankara si trasformi in un momento di resa dei conti.
NATO: AMBASCIATORE USA, TRUMP SI ASPETTA TUTTI PAESI A 5%
(AGI) – “Il presidente Trump si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5% del Pil per la difesa e lo facciano con urgenza, potenziando l’industria della difesa e l’innovazione su entrambe le sponde dell’Atlantico anche per rendere operativo il 5%”. Lo ha dichiarato l’ambasciatore americano alla Nato, Matthew Whitaker, in un briefing con i giornalisti.
“L’accordo dell’Aia e’ stato un inizio davvero importante per quello che e’ un piano a lungo termine. Alcuni alleati stanno facendo piu’ di altri, e sappiamo che paesi come la Polonia, i paesi nordici, i paesi baltici e la Germania stanno aprendo la strada, alcuni gia’ al 5%, altri con percorsi molto credibili per raggiungere il 5% a breve termine. Abbiamo alcuni che sono in ritardo perche’ o non stanno spendendo abbastanza in questo momento o non hanno un percorso credibile per raggiungere l’impegno di difesa dell’Aia”, ha spiegato.

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Arriva puntuale come l’afa, il rapporto Istat di inizio estate: se per caso al caldo mancasse un motivo in più per sentirsi soffocare, ci pensa la statistica a fornirlo, con quella sollecitudine tutta italiana per cui i dati più deprimenti si pubblicano sempre a ridosso delle vacanze, quasi a ricordarci che l’ascensore sociale resta rotto anche mentre quello del condominio, almeno quello, funziona (a meno di blackout dovuti al sovraccarico energetico per i condizionatori sparati a palla).
Il Rapporto annuale Istat 2026 certifica con tutto il rigore statistico possibile una cosa che chiunque abbia messo piede fuori da un consiglio di amministrazione sapeva già da sé: in Italia si nasce, non si diventa. La mobilità assoluta sembra migliorata — il 73,6% dei nati tra il 1980 e il 1994 svolge un lavoro diverso da quello dei genitori, contro il 70,8% dei nati prima del 1950 — ma è un’illusione ottica prodotta dalla terziarizzazione dell’economia: si è semplicemente svuotata l’agricoltura e riempito il terziario, non la scala sociale. Quando si guarda alla mobilità relativa, cioè al vantaggio di classe rispetto agli altri e non rispetto al passato della propria famiglia, la fotografia diventa impietosa: i figli dei grandi imprenditori e degli alti dirigenti hanno una probabilità di mantenere la propria posizione al vertice tra le 4 e le 13 volte superiore rispetto a chi parte dal basso, mentre i figli degli operai non qualificati restano intrappolati nella stessa condizione con una probabilità stabile intorno al 5,5 attraverso quattro generazioni, senza oscillazioni significative. Tra i nati fra il 1980 e il 1994, per la prima volta nella storia repubblicana, la mobilità discendente ha superato quella ascendente.
La rigidità disegna, nei dati Istat, una curva a U: la stabilità è massima ai due poli opposti della piramide sociale e si allenta soltanto nelle fasce intermedie, dove le professioni impiegatizie e il basso terziario restano gli unici varchi permeabili. Il titolo di studio dei genitori resta il predittore più solido del destino dei figli: nelle famiglie in cui il titolo dei genitori si ferma alla licenza media, il 35,1% dei figli non riesce nemmeno a conseguire il diploma superiore, e appena il 12,8% raggiunge la laurea; dove invece in casa c’è almeno un laureato, la quota di figli che ottiene il titolo universitario sale al 64,7%. La povertà assoluta colpisce 5,7 milioni di individui, il 9,8% della popolazione, con un picco del 13,4% nelle Isole; l’incidenza sale al 15,6% tra le famiglie di operai e lavoratori assimilati, contro un 2,3% tra i nuclei guidati da un laureato. E il Mezzogiorno, con appena il 4,1% delle forze di lavoro specializzate in professioni scientifiche e ingegneristiche, perde nette 16mila unità l’anno di forza lavoro qualificata verso il Centro-Nord — 22mila partenze contro 6mila rientri, il saldo secco del brain drain.
Ecco, tutto questo per dire che il Merito — quella parola che i governi di ogni colore infilano nei nomi dei ministeri come fosse un profumo per coprire l’odore della naftalina — e che torna buono per ogni campagna elettorale di qualsiasi schieramento, anche dei nuovissimi arrivati (si fa per dire), come la sceneggiata della Ravetto alla prima assemblea di Futuro Nazionale ha dimostrato, è in realtà l’unica cosa in Italia che si eredita con perfetta regolarità genetica, insieme alla casa al mare e al cognome giusto sul citofono. È buffo che si chiami “ascensore sociale” un dispositivo che, a leggere i numeri Istat, non sale mai: al massimo trema un po’, come quelli vecchi dei palazzi nobiliari, giusto per dare l’impressione del movimento a chi ci sta dentro da generazioni. Il Merito, in questa versione italiana, non è la misura di quanto uno vale, ma la certificazione notarile di quanto uno era già messo bene in partenza: un marchio DOP che si applica sulla culla, non sul curriculum. E infatti la statistica, con la freddezza contabile che le è propria, non fa che confermare quello che la retorica meritocratica si ostina a negare: si dice ai penultimi che basta impegnarsi, sapendo benissimo che il tappeto sotto i loro piedi è stato tolto due generazioni prima che nascessero.
Il vero paradosso è che più il Paese invoca il merito, più i suoi stessi numeri lo smentiscono: se il vantaggio relativo di chi nasce in alto resta stabile per settant’anni, allora quello che chiamiamo “merito” non misura lo sforzo individuale ma semplicemente la distanza di partenza dal traguardo. È come premiare il corridore che parte già a metà pista e poi scrivere sul podio “ha vinto perché ha corso di più”.
Accademia e governo concordano sulla necessità di un fuel mix, ma tempi, scelte sugli impianti, gestione delle scorie e riserve dei Comuni sono ancora un campo

(Alessandro Longo – lespresso.it) – Uno choc dopo l’altro. Guerre vicine, rincari energetici in bolletta, mentre i salari reali degli italiani sono fermi da trent’anni. Con la prospettiva, per l’Italia, di scivolare ancora più in basso, in questa fase in cui il mondo corre verso l’intelligenza artificiale. Tutti elementi che hanno un solo grande indiziato in comune: il costo dell’energia, che in Italia è troppo alto, perché ne produciamo troppo poca.
Così, il governo adesso osa ripescare un dossier tra i più impopolari: il ritorno al nucleare. Il tema è in sé “materiale radioattivo”. Tanto che i governi precedenti hanno avuto paura ad avvicinarsi. Il governo Meloni no. Già questo è notevole – sfidare la pancia dell’elettorato – per una maggioranza che ha vinto le elezioni con slancio populista. C’è quindi una legge delega per costruire nuove centrali, ora all’esame del Parlamento. «L’obiettivo è completarne l’iter entro l’estate, per procedere all’adozione dei decreti attuativi entro la fine dell’anno», dice a L’Espresso il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase, che ha proposto la legge), Gilberto Pichetto Fratin. «Le imprese hanno bisogno di approvvigionamenti energetici sicuri, continui e meno esposti alle tensioni geopolitiche e alle oscillazioni dei mercati«, aggiunge il ministro.
Concorda Marco Ricotti, ordinario di Impianti nucleari al Politecnico di Milano: «Il nucleare serve sia alla decarbonizzazione sia a liberarci dalla dipendenza strategica che abbiamo sul fronte energia, di cui ci siamo tutti resi conto dopo l’invasione dell’Ucraina e nella guerra in Iran. Dipendenza – aggiunge – che, oltre a gonfiare le bollette, frena le nostre aziende e sempre più lo farà nell’era dell’intelligenza artificiale, che richiede infrastrutture molto energivore, i datacenter». Secondo stime del Politecnico di Milano, la potenza installata in Italia per i datacenter aumenterà di 4-6 volte entro il 2035. «Per di più, a proposito di indipendenza: la filiera del nucleare è tutta in Italia, eccetto la materia prima, che però possiamo prendere da Paesi amici, Canada e Australia. A differenza delle rinnovabili, che poggiano su tecnologie cinesi», continua Ricotti.
In concreto, «miriamo a ottenere tra l’11 e il 22 per cento di energia dal nucleare, nel 2050», spiega Nicola Ippolito, direttore della divisione nucleare al Mase. Stime calcolate in base a studi che il Mase ha fatto con sette gruppi di lavoro dal mondo dell’accademia (Politecnico di Milano, di Torino, università Sapienza di Roma, tra gli altri) e delle imprese (come Eni, Enel, Ansaldo). In Italia ora circa il 20 per cento di consumi complessivi viene da rinnovabili; il resto, da fonte fossile. Certo, il progetto della maggioranza poggia su fondamenti scientifici condivisi tra gli accademici che si occupano di nucleare e ha alle spalle una robusta filiera industriale. Punti che lo rendono il tentativo più credibile, esperito dall’Italia, per tornare al nucleare.
I dubbi sono sulle modalità concrete di realizzazione. Qui si concentrano le critiche. Ci sono quelle, prevedibili, provenienti da parte politica (Pd) e di movimenti ambientalisti; ma anche quelle del mondo accademico. «Non siamo contro il nucleare in sé», dice infatti Alberto Pandolfo, capogruppo Pd in commissione Attività produttive alla Camera, a conferma che l’idea del ritorno, almeno in principio, ha acquisito supporto bipartisan; ma «adesso non è la priorità: dovremmo piuttosto aumentare la quota di rinnovabile, su cui questo governo fa poco. Prima, inoltre, dobbiamo risolvere gli annosi problemi lasciati in sospeso, come identificare i siti per il deposito di scorie nucleari«, aggiunge. Il Pd ha votato quindi contro la legge delega (passata in prima lettura alla Camera il 4 giugno con 155 voti a favore, 86 contro e otto astenuti). «L’Italia può e deve investire di più nelle rinnovabili, come la Spagna», concorda Rosario Cerra, del Centro economia digitale, think tank indipendente e apartitico. «Un Paese che non abbia energia abbondante, a basse emissioni e a costo competitivo non ospiterà le infrastrutture della nuova economia: le vedrà migrare dove l’energia c’è», continua. Allarme su cui insistono anche le considerazioni conclusive della Banca d’Italia, a maggio.
«Questo governo ha investito più degli altri nelle rinnovabili, ma serve un giusto mix di fonti, quindi anche il nucleare», ribatte Enzo Amich (Fdi, alla Camera). È d’accordo uno degli scienziati più noti nel settore, Giuseppe Zollino, ordinario di Tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari all’università di Padova: «Va bene aumentare le rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, che possiamo anche raddoppiare rispetto alla quota attuale. Ma gli studi del mio gruppo di ricerca e del Politecnico di Milano parlano chiaro: è controproducente andare oltre al 50 per cento di energia ottenuta da rinnovabili. Il resto, va fatto con il nucleare». Il problema delle rinnovabili è noto: producono energia in luoghi e tempi scollegati dalle esigenze della domanda. «Già ora parte dell’energia del fotovoltaico in Puglia si butta d’estate; servirebbe averne di più in Lombardia e Veneto, vicino ai distretti produttivi, dove però i terreni usabili sono pochi e molto costosi – continua. Una centrale nucleare, a parità di spazio occupato, produce dieci volte più energia rispetto al fotovoltaico. Abbiamo calcolato che sono sufficienti 150 miliardi di euro per avere il 50 per cento di energia dal nucleare, che con le nuove leggi europee, dal 2023, può essere esentato da norme sugli aiuti di Stato, al pari delle rinnovabili». Il Mase prevede (per il target 11-12 per cento), una spesa di 6 miliardi, di cui quattro dai privati e il resto dallo Stato.
Ma anche Zollino ha da ridire sulle modalità concrete scelte dal governo: ossia di usare una tecnologia sperimentale. Reattori nucleari piccoli, modulari, ancora non disponibili sul mercato. Arriveranno solo nel prossimo decennio, come ha spiegato lo stesso Mase. «Non ha senso: già ci vogliono dieci anni per fare una centrale, perché perdere altro tempo, per di più su una tecnologia incerta? Sfruttiamo invece le attuali tecnologie – aggiunge – I grandi impianti danno più certezze, sì, ma costano di più; inoltre la nostra rete non è stata progettata per supportarli», ribatte Ippolito.
Zollino a questo punto diventa caustico. «n realtà, la maggioranza non ha il coraggio di sfidare fino in fondo la pancia del proprio elettorato, che ha paura immotivata dei reattori. Così, vuole cavarsela proponendo impianti più piccoli». Altro tema impopolare: quali comuni ospiteranno i depositi per le scorie, «che però come i reattori sono a prova di terremoto e schianto aereo. Molto più sicuri di un normale impianto industriale«, dice Zollino. «Dal 2015 l’Italia ha uno schema di legge sui depositi; nessuno governo precedente ha dato seguito. Eppure, al mondo non c’è mai stato nemmeno un morto a causa della gestione delle scorie», conferma Ippolito. La nuova legge prova a superare le resistenze investendo in campagne di comunicazione e per il coinvolgimento dei territori nelle scelte. Sul piatto anche fondi per migliorare la viabilità nelle aree interessate. «È vero, c’è una resistenza da parte di alcuni movimenti popolari – dice Amich – ma questo governo ha già dimostrato di avere il coraggio di prendere decisioni utili al futuro, anche se non piacciono a chi non conosce la materia». Gli scienziati insistono: l’Italia ha bisogno sia di potenziare le rinnovabili sia del nucleare. Possibile solo se avrà la forza di superare opposti populismi, radicati da decenni. È questa, probabilmente, la sfida più difficile.
Accademia e governo concordano sulla necessità di un fuel mix, ma tempi, scelte sugli impianti, gestione delle scorie e riserve dei Comuni sono ancora un campo
Financial Times, Bloomberg, Politico ed Euronews: per la stampa estera la legge elettorale di Meloni blinda in anticipo il voto.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – A definire “autoritaria” la riforma della legge elettorale di Giorgia Meloni è il Financial Times, il quotidiano della City di Londra, una testata che nessuno sospetterebbe di simpatie per i centri sociali. Nell’articolo del 26 giugno 2026, a firma di Amy Kazmin, il giornale parla di un “tentativo autoritario” e dà conto dell’allarme delle opposizioni, che hanno ribattezzato il testo “Melonellum”: cambiare le regole del voto rischia di erodere la democrazia. Kazmin descrive un premio di maggioranza che può valere fino al 17,5% dei seggi e nota che l’obbligo di indicare in anticipo il candidato premier è l’eco del premierato, il progetto di elezione diretta del capo del governo che la stessa Meloni aveva poi accantonato.
Conta proprio la firma. Quando a parlare di svolta autoritaria è il foglio della finanza globale, l’accusa pesa il doppio. E il Financial Times non è solo. Bloomberg descrive la stessa riforma senza eufemismi: un intervento congegnato per migliorare le chance della premier al voto del 2027 e per garantire al vincitore una maggioranza comoda in Parlamento. L’Irish Times, sullo stesso filo dell’agenzia, riprende la denuncia di un piano per blindare la prossima legislatura, e gli analisti citati dai giornali esteri leggono la mossa come un sintomo d’ansia per le urne. La lettura dei mercati coincide con quella delle piazze.
Politico rilancia da mesi le accuse di election rigging, di brogli scritti dentro la legge. La squadra di fact-checking di Euronews, The Cube, era arrivata alla stessa conclusione già a marzo: un tentativo di manipolare il voto del 2027. Il filo che lega le testate è uno solo: una premier che, davanti a un’opposizione finalmente capace di allearsi, riscrive il sistema con cui si conteranno i seggi. Le voci dell’opposizione italiana, che i giornali stranieri amplificano, vanno nella stessa direzione. Angelo Bonelli (Avs) parla di un disegno per pilotare le elezioni; Riccardo Magi (Più Europa) di una legge cucita sulle misure della maggioranza per restare al potere.
Il politologo Lorenzo Castellani, della Luiss, lo ripete agli stessi giornali stranieri: cambiare la legge elettorale è sempre un segnale di debolezza, perché chi è sicuro di vincere le regole non le tocca. È la chiave con cui la stampa internazionale legge la fretta del governo, deciso a incassare il primo via libera entro l’estate con oltre un anno di anticipo sul voto. Nel 2022 il centrodestra aveva travolto un’opposizione divisa; oggi che Elly Schlein (Pd) e Giuseppe Conte (M5S) provano a correre insieme, la maggioranza preferisce cambiare lo schema prima del fischio d’inizio.
A far scattare l’allarme è la sostanza. La riforma cancella i collegi uninominali del Rosatellum e introduce un proporzionale con premio: chi supera il 42% in entrambe le Camere incassa 70 seggi in più a Montecitorio e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati, con liste bloccate e candidato premier indicato in anticipo. Il modello è il “Porcellum” del 2005, la legge di Silvio Berlusconi che la Corte costituzionale annullò nel 2013. C’è poi la clausola che il Financial Times riassume nell’obbligo, per i piccoli partiti, di raccogliere 500.000 firme: una norma letta come un argine a Roberto Vannacci e al suo Futuro Nazionale, il movimento che erode voti a destra. Oltre cento costituzionalisti hanno già segnalato profili di illegittimità.
Meloni difende il testo come argine all’instabilità e ripete che «chi prende più voti governa». Schlein lo bolla come «chiaramente incostituzionale» e promette battaglia. Sullo sfondo resta una posta che i costituzionalisti segnalano da subito: indicare il premier già al deposito delle liste comprime il margine del Quirinale nella nomina del capo del governo. Stavolta, però, la parola più dura porta la firma della City.

(Guendalina Middei – lindipendente.online) – Basta accendere la televisione, scorrere i social o assistere a uno spettacolo per accorgersi di una cosa: non si è mai scherzato così tanto e, allo stesso tempo, non si è mai fatto così poca satira. Si ride continuamente, ma di che cosa? Delle relazioni sentimentali, dei tic quotidiani, delle differenze tra uomini e donne, tra chi vive al Nord e chi è del Sud. Si ride di tutto, purché non si rida davvero del potere. O meglio: è sopravvissuta la caricatura, lo sfottò, il meme. Ma la satira nel suo significato più profondo sembra essere scomparsa.
Dove sono finite le caricature dei burocrati che parlano per ore senza dire nulla, dei leader occidentali che parlano di pace mentre aumentano le spese militari, dei guru dell’economia che da trent’anni promettono prosperità e producono precarietà? Dov’è la satira che mette alla berlina il culto dell’esperto infallibile? O i giganti della Silicon Valley che predicano inclusione e democrazia mentre accumulano una quantità di dati e di potere che nessun sovrano del passato avrebbe mai potuto sognare? E ancora: dove sono gli autori capaci di prendere in giro il nuovo linguaggio del bellicismo elegante, quello che trasforma l’aumento delle spese militari in «difesa dei valori» e le armi in «strumenti di pace»?
Non appena il bersaglio diventa il potere vero, la grande politica europea, le lobby economiche, la retorica della guerra, il conformismo mediatico, improvvisamente la voglia di fare satira si raffredda. Abbiamo una classe dirigente che comunica attraverso slogan, guerre raccontate come operazioni chirurgiche, crisi economiche ribattezzate opportunità, e se la satira fosse ancora viva, avrebbe davanti a sé un banchetto sterminato. E invece troppo spesso preferisce rifugiarsi nelle disavventure sentimentali e nelle nevrosi individuali. Tutto legittimo, per carità. Ma allora sorge spontanea la domanda: perché oggi quasi nessun artista vuole più fare satira? Che cos’è successo a uno dei linguaggi più antichi della democrazia?
Per capire la posta in gioco bisogna innanzitutto liberarsi di un equivoco. Oggi tendiamo a confondere la satira con la comicità o con l’insulto. Ma la satira non nasce per far ridere, anche se spesso provoca il riso. E non consiste nemmeno nell’essere politicamente scorretti. La sua funzione è molto più antica e molto più importante. Le prime grandi opere satiriche nascono nella Grecia Antica. Le commedie di Aristofane non erano semplici spettacoli. Erano interventi politici a tutti gli effetti. Ne I Cavalieri demoliva la figura di Cleone, uno degli uomini più potenti di Atene; nella Lisistrata ridicolizzava la guerra mostrando le donne che, stanche dell’eterna follia degli uomini, decidevano di scioperare e non fare più l’amore pur di costringerli a deporre le armi. Ogni epoca, in effetti, continuò a produrre i propri autori satirici. Nel Medioevo vi era ad esempio la figura del buffone di corte. A prima vista potrebbe sembrare soltanto un intrattenitore. In realtà il buffone svolgeva una funzione delicatissima. Era spesso l’unico autorizzato a dire al re ciò che nessun ministro, consigliere o generale avrebbe mai osato pronunciare. Poteva prendere in giro il sovrano, ridicolizzarne i difetti, metterne in luce le contraddizioni. Il riso diventava così uno spazio di libertà all’interno di una società rigidamente gerarchica.
Chi tra voi non ricorda il celebre libro di Aristotele sul riso che muove la trama del Nome della Rosa di Umberto Eco? Per impedire che questo libro venga ritrovato, si mente, si uccide, si commettono una serie di raccapriccianti omicidi uno dietro l’altro. Perché tanto zelo, perché tanta ferocia? Perché la risata non è soltanto terapeutica, la risata è sovversiva: fa crollare i sistemi, abbatte gli idoli, se ne frega dei dogmi e delle istituzioni. Chi ride non s’inchina a nulla, non teme nessuno. Quando Montaigne scrive che per quanto sia alto il trono su cui siede un re, si siede sempre sul proprio culo, vi sta dicendo che nessun uomo, per quanto alto sia il suo grado, deve essere preso troppo sul serio.
«Una vera letteratura» scriveva Evgenij Zamjatin, il precursore russo di Orwell, «ci può essere soltanto laddove la fanno non dei funzionari diligenti e benpensanti, ma dei folli, degli asceti, dei ribelli, degli scettici. E se lo scrittore deve essere assennato, se deve essere cattolicamente ortodosso, se deve essere utile, se non può fustigare tutti se non può sorridere di tutto, allora non è letteratura ma intrattenimento che oggi si legge e domani servirà per avvolgere il sapone del bucato».
La satira cioè nasce per compiere un’operazione precisa: spogliare il potere della sua aura di sacralità. Ogni forma di potere, religioso, politico, economico o culturale, ha infatti bisogno di apparire autorevole. Vive di simboli, di linguaggi solenni, di formule che ne rafforzano continuamente il prestigio. Governare non significa soltanto amministrare, significa anche convincere gli altri che quella determinata autorità meriti rispetto, obbedienza, perfino ammirazione. La satira interviene esattamente in questo punto. Non confuta il potere. Fa qualcosa d’infinitamente più pericoloso: lo ridicolizza. Perché il potere può sopportare le manifestazioni, gli articoli indignati, perfino le critiche. Ciò che non sopporta davvero è il ridicolo. Nel momento in cui diventa una caricatura, perde una parte della propria forza. Una volta che l’autorità viene spogliata della sua solennità e mostrata nella sua nudità, è molto difficile restituirle quell’aura di invincibilità che aveva prima.
Non è un caso che la storia della satira coincide quasi perfettamente con la storia del potere stesso. Ogni volta che è esistita un’autorità sufficientemente forte da pretendere obbedienza, è comparso qualcuno disposto a metterne in ridicolo le contraddizioni. È questo il motivo per cui la satira ha sempre rappresentato uno degli strumenti più efficaci di controllo democratico. La satira non è soltanto una forma d’arte. È anche, e forse prima ancora, una forma di giornalismo. Non nel senso tradizionale del termine. Il giornalismo racconta i fatti; la satira racconta il significato dei fatti. Il primo informa, la seconda interpreta. È per questo che la satira arriva prima. Non perché inventi notizie, ma perché coglie quei meccanismi di potere che le versioni ufficiali cercano disperatamente di rendere invisibili.
E forse è proprio qui che bisogna cercare la ragione della sua progressiva scomparsa. Perché se la satira svolge una funzione così preziosa, oggi è diventata tanto rara? Dove sono finiti quei comici che trasformavano il palco in una tribuna civile? Gli ultimi grandi interpreti italiani di questa tradizione, penso a Paolo Rossi, o al Beppe Grillo della stagione teatrale, quando ancora non aveva scelto la politica, avevano tutti una caratteristica comune: utilizzavano la risata come uno strumento d’indagine. Il bersaglio non era il personaggio eccentrico o il tormentone del momento, ma il potere. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui oggi una satira di quel tipo è diventata sempre più difficile da trovare.

Oggi gli artisti dipendono dalle televisioni, dagli sponsor, dalle piattaforme La satira però vive di conflitto. E il conflitto costa. Costa follower, contratti. Costa visibilità. La satira, quella vera, disturba. Fa perdere simpatie, contratti, inviti televisivi, consenso. È molto più semplice e redditizio prendere in giro il cittadino qualunque o il vicino di casa anziché colpire davvero chi detiene il potere.
E forse è proprio questo il segno più inquietante del nostro tempo. Perché una società che smette di ridicolizzare il potere è una società che, lentamente, ricomincia ad averne paura. La satira invece ci ricorda tutti gli esseri umani possono, e soprattutto devono, essere messi in discussione. Una società senza satira non è semplicemente una società meno divertente. È una società che perde uno dei suoi strumenti di autocorrezione.
Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, ha risposto in modo sarcastico al commento del presidente del Senato Ignazio La Russa sulla crisi climatica. Parlando con i giornalisti, Parisi ha commentato: “Ci si può abituare al caldo? Sì, se uno sta al camposanto, sotto un metro di terra, non sente tanto caldo”. La realtà, ha detto, che per il caldo si muore eccome, e i numeri sono in crescita ogni anno.

(di Luca Pons – fanpage.it) – “Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo”. Con queste parole, nel fine settimana, il presidente del Senato Ignazio La Russa aveva sminuito i rischi della crisi climatica. Proprio in un periodo in cui l’Italia sta affrontando un’ondata di caldo che ha già causato delle vittime. Morti che si sono già visti anche in altri Paesi europei, e che inevitabilmente con l’andare del tempo diventeranno sempre più frequenti. Oggi è arrivata la risposta di Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica, che ha smentito il presidente del Senato: “Non si muore di caldo? Certo che si muore”.
Parisi ha risposto alle domande dei giornalisti a margine dell’evento “Energia, Democrazia, Pace” di Alleanza Verdi-Sinistra, dove ha partecipato come relatore parlando delle prospettive scientifiche delle energie rinnovabili nei prossimi anni. Nel corso del suo discorso, è stato proprio il fisico a fare un riferimento a La Russa.
“Da una parte c’è un ministro ci dice che il nucleare serve a consumare meno gas ed evitare il cambiamento climatico. Dall’altra, nella stessa destra, c’è chi dice che il cambiamento climatico non esiste o che ci si può tranquillamente adattare, come ha detto il presidente del Senato”, ha detto. Ai microfoni dei cronisti, poi, è arrivata una richiesta di ulteriore commento.
La questione posta al fisico è stata: quindi, si muore di caldo? “Certo che si muore di caldo. Magari”, ha aggiunto ironicamente Parisi, “non il presidente del Senato, che immagino abbia l’aria condizionata”. Il punto, ha sottolineato Parisi, è che con l’aumento costante delle temperature causato dall’attività umana, gli eventi climatici estremi – come l’attuale ondata di caldo – diventano sempre più frequenti. Ma la soluzione non può essere abituarcisi, perché c’è chi ne paga le conseguenze. E sono “i più vulnerabili”, ad esempio le persone più anziane e quelle che non hanno accesso a luoghi freschi.
“Non serve fare delle indagini approfondite per scoprirlo”, ha insistito lo scienziato, premio Nobel per la Fisica nel 2021. “Basta confrontare il numero di morti di anno in anno”. Un bilancio che, appunto, è già molto grave in altri Paesi europei e non potrà che peggiorare nel tempo, anche se il presidente del Senato sceglie di scherzarci sopra.
L’ultimo intervento di Parisi è arrivato in risposta a una domanda secca, che riprendeva ancora una volta le parole di La Russa: “Dunque a questo caldo non ci si può abituare? È impossibile abituarcisi?”. Lo scienziato ha scelto ancora una volta il sarcasmo, amaro: “Guardi, se uno sta al camposanto, sotto un metro di terra, non sente tanto caldo. Quindi, alla fine lì ci si abitua”.
Attentato a Ranucci, dalla camorra l’indizio via mail: “Ecco chi ha fatto quel casino”. Il messaggio ricevuto dagli inquirenti con l’oggetto: “Regalo di Pasqua”. All’interno i dettagli per risalire ai responsabili

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – «Vi do una mano a prendere quel deficiente che ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci». La mail arriva sulla scrivania del pubblico ministero Giovanni Villani alle 00.28 del 6 aprile. È anonima. L’oggetto è «Regalo di Pasqua». Diciannove minuti prima era stata creata una casella di posta elettronica usa e getta. Dentro ci sono tutti gli elementi per identificare Antonio Passariello e gli altri componenti del commando. Ma soprattutto c’è un messaggio che gli investigatori considerano decisivo. «Ranucci a noi non ha fatto niente e questi sono guai che non vogliamo», si legge nell’ordinanza. E ancora: «Me lo vendo perché ha lavorato per il clan Moccia senza avvisare i compagni». Chi scrive consegna gli esecutori materiali e, allo stesso tempo, prova a prendere nettamente le distanze dall’attentato. La vera svolta arriva poco dopo. Quella casella di posta viene ricondotta a Davide Netti, appena uscito dal carcere, non un camorrista ma secondo gli inquirenti con ottimi collegamenti. Quella mail è un messaggio della camorra. Come leggerlo si capirà.
Ecco perché gli arresti chiudono solo il primo livello dell’inchiesta, quello degli esecutori materiali. Ma il vero obiettivo della Direzione distrettuale antimafia è adesso capire chi abbia deciso l’attentato e chi abbia messo a disposizione uomini, denaro e coperture. Secondo fonti investigative le piste aperte sono tre. Una riguarda la criminalità organizzata campana, ma allo stato non ha trovato riscontri investigativi decisivi. Restano altre due direttrici, entrambe ritenute concrete e riconducibili a gruppi criminali di livello inferiore rispetto alla grande camorra, ma non per questo meno pericolosi. Anche perché, osserva il gip, il metodo utilizzato è comunque quello mafioso: un ordigno collocato davanti all’abitazione di un giornalista per intimidirlo, una struttura in grado di reperire l’esplosivo, organizzare il commando e predisporre una rete di protezione. È su questo livello che oggi si concentra la parte più delicata dell’indagine.
Le prove più pesanti arrivano dalle intercettazioni. Il 24 marzo Antonio Passariello invita Davide Netti a cercare su Google «il fatto di Ranucci». Quando Netti gli chiede se quella fosse «una cosa sua», Passariello risponde di no. Interviene allora Luca Amato: «Un piacere». E Passariello conclude con una frase che gli investigatori ritengono centrale: «Una mano lava l’altra e due lavano la faccia». Poco dopo precisa di non fare mai «regali», perché quei lavori vengono eseguiti su commissione. Per gli investigatori è il passaggio che conferma come l’attentato non sia nato all’interno del gruppo, ma sia stato eseguito per conto di qualcun altro. È proprio dopo quella conversazione che parte la mail anonima indirizzata al pm Villani.
Per il gip il gruppo non nasce con la bomba davanti all’abitazione di Ranucci. Le intercettazioni raccontano una disponibilità stabile di esplosivi e una familiarità con la cosiddetta «gelatina da cava». Elementi che, secondo il giudice, dimostrano l’esistenza di una struttura già operativa, capace di reperire ordigni e pronta a utilizzarli ben prima dell’attentato di Pomezia. L’ultimo tassello riguarda quello che sarebbe dovuto accadere dopo la bomba. Le intercettazioni raccontano che il gruppo stava già preparando la fuga all’estero, contando sulle garanzie offerte da chi aveva ordinato l’attentato. Il gip parla dell’«intenso interesse» dei mandanti ad allontanare gli esecutori dal territorio italiano, mettendo loro a disposizione denaro, coperture e una versione concordata dei fatti per evitare che venissero identificati. Passariello preferisce la Spagna: «Ti danno i soldi e ti vai a divertire… dieci-quindici giorni… poi torni». Non hanno fatto in tempo a partire.
Il cantiere della nuova legge elettorale ribolle di paure incrociate e della neanche tanto sottaciuta speranza di un pareggio che liberi molti protagonisti da abbracci forzati e alleanze tanto obbligate quanto indigeste

(di Ferruccio de Bortoli – corriere.it) – Il cantiere della nuova legge elettorale ribolle di paure incrociate e della neanche tanto sottaciuta speranza di un pareggio che liberi molti protagonisti da abbracci forzati e alleanze tanto obbligate quanto indigeste. Sia da una parte sia dall’altra. Se non dovesse scattare il premio di maggioranza i partiti si ritroverebbero in un sistema proporzionale puro che favorirebbe inevitabilmente le componenti più moderate dei due schieramenti. Mani più libere per coalizioni in grado, forse, di tagliare le estreme.
Sarebbe, tra l’altro, una sconfitta storica del bipolarismo che nel nostro Paese è apparso, in molte occasioni, alla stregua di un vestito politico troppo stretto e scomodo. Necessario da indossare in campagna elettorale e sovente insopportabile e insostenibile quando poi si trattava di governare. Soprattutto se si dovesse rinunciare ai collegi uninominali resterebbe ancora più aperta la questione di come far partecipare di più gli elettori alle scelte degli eletti, cercando in qualche modo di combattere l’astensionismo.
«Le liste bloccate, soprattutto se dovessero essere particolarmente lunghe – è l’opinione di Giulio Enea Vigevani, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Milano Bicocca – sono il peggior disincentivo alla partecipazione elettorale. Danno l’idea che tutto è deciso dalle segreterie, che conta la fedeltà al capo, non la competenza. Oltre all’assenza di un confronto aperto e personale, come avviene nei collegi uninominali, non vi è nemmeno una competizione interna agli stessi partiti». Pierferdinando Casini, favorevole alla reintroduzione delle preferenze, sostiene che è assai triste che i cittadini non sappiano più rispondere alla domanda: «Chi è il tuo deputato o il tuo senatore?».
Ovviamente le preferenze, cadute con le consultazioni referendarie di inizio anni Novanta, sono legate anche agli eccessi della Prima Repubblica. «Non c’è dubbio – proseguire Vigevani – che vi furono anomalie e degenerazioni, specialmente al Sud dove le preferenze si scrivevano molto più che al Nord, attraverso voti di scambio, ma il peso dei potentati locali è persino maggiore con le liste bloccate. E poi per i partiti più piccoli si finirebbe per votare solo il capolista. Certo, ci vorrebbero regole più strette sui limiti di spesa nella campagna elettorale non facilissimi da introdurre e, soprattutto, da controllare e verificare».

(di Nanni Delbecchi – ilfattoquotidiano.it) – Saremo anche fuori dai Mondiali, ma abbiamo guadagnato i programmi più esilaranti della stagione. Peccato che non ci siano i mondiali della televisione: vinceremmo alla grande nella categoria varietà comico. Gli strateghi di Rai Sport hanno fatto come Pier Capponi: voi trasmettete le vostre partite? E noi trasmetteremo i nostri speciali! Ed ecco il palinsesto di Rai1 privato perfino della camicia bianca di De Martino e parato a festa dalle 20:30 a notte fonda. Di calcio vero, novanta minuti; in compenso, doppia razione di poltrone e sofà, prima con il giardinetto di Paola Ferrari che circonda col filo spinato la partita, poi via libera alle Notti mondiali condotte da Alessandro Antinelli, dove si scongelano le partite che su Dazn sono passate nella notte precedente; invece sulle partite in corso o da lì a poco in diretta sempre su Dazn, bocche cucite, non risultano, tutti fanno gli gnorri. E vabbè ci saranno anche i Mondiali, ma la banda Antinelli cerca disperatamente appigli caserecci, le ultime sul calciomercato, come si rafforzerà il Sassuolo, mandiamo una cartolina a Collina, peccato Montella poteva fare di più, lo sapevate che Pochettino ama la bagna càuda… e poi Carlo, Carletto non sbaglia un colpo come il barone Liedholm, meno male che Carlo c’è.
Nella categoria varietà comico avremmo vinto i Mondiali; peccato però che i mondiali della televisione non ci siano. E visto che ci sono i Mondiali di calcio, la questione si fa ontologica: perché un appassionato dovrebbe sintonizzarsi su codesti speciali stile Capitan Findus? Per sentire i commenti di Brasile-Giappone mentre si sta giocando Germania-Paraguay? Per non sentire la mancanza di Paola Ferrari e Simona Rolandi? Per sapere che giacca indossa Ciccio Graziani? Per vedere Chef Hiro che prepara il sushi invece di Canale che tira il rigore? Per Paulo Roberto Falcao chiamato a raccogliere l’eredità di Altafini (un brasiliano ci vuole sempre) l’ex ottavo re di Roma in completo celeste da controllore del tram? Perché tutto questo? Lo dice il ragionamento stesso: queste presentazioni servono solo a presentare i presentatori.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Fare il colonnello leghista dev’essere una vitaccia. In generale, ma soprattutto da quando impazza il Generale. Bisogna batterlo sul suo campo e soprattutto sul tempo, urlando alla remigrazione un attimo prima che lo faccia lui. Così, appena esce la tragica notizia del pizzaiolo di Reggio Emilia accoltellato da un cliente che pretendeva di mangiare gratis, il capogruppo della Lega emiliana Tommaso Fiazza pensa a una cosa sola: che cosa starà pensando Vannacci? Afferra il telefono con la rapidità di un pistolero e digita sulla tastiera parole definitive: «Serve una riflessione seria e senza ipocrisie. Siamo di fronte a una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere». La chiusura, in perfetto Vannacci Style, è un accorato appello a favore della remigrazione. L’identità del colpevole è ancora ignota agli inquirenti, ma non al capogruppo leghista: chi, infatti, se non un immigrato, potrebbe mai uccidere un italiano per una pizza?
Al colonnello Fiazza sarebbe bastato aspettare due ore (meno del ritardo medio di un treno di Salvini) per scoprire che si trattava di un omicidio a chilometro zero: l’autore è Andrea Pellati, italiano di ennesima generazione e residente a due passi dalla pizzeria. Ma a questo punto «serve una riflessione seria e senza ipocrisie»: due ore sono obiettivamente troppe. Oltretutto per conoscere qualcosa che non interessa più a nessuno, la realtà. Con tutti i pregiudizi facili da indossare e già pronti all’uso che ci sono in giro.

(Flavia Perina – lastampa.it) – «Tiri fuori gli attributi». Eccolo Roberto Vannacci in purezza, il generale che ha il sergente Hartman nel cuore e parla a Giorgia Meloni come se dovesse mettere in riga un soldato di leva, tantoché non si capisce cosa aspetti la destra, il centrodestra, ogni suo singolo esponente, a smettere di blandirlo e a trattarlo come un vero sabotatore e avversario, mettendo in guardia i suoi elettori dall’accodarsi a un personaggio che ha scelto il ruolo di agente del caos nel campo della maggioranza e sulla scena del Paese.
«Tiri fuori gli attributi», dice il generale alla premier, chiedendole di imporre a Lega e Fi l’inserimento delle preferenze nella riforma elettorale perché «non costano un euro, non le osteggiano le toghe rosse e non le blocca la sua amica Frau von der Leyen». Detto poche ore prima di un vertice di maggioranza convocato per sciogliere il complicatissimo nodo, è una evidente dichiarazione di guerra politica. Detto così, con quella frase da caserma (sottotesto: è una donna, all’Italia serve un maschio alfa) e con quel riferimento all’amica Frau von der Leyen (sottotesto: Meloni ancella di forze antinazionali) è una innegabile sfida personale. Un salto di qualità nella polemica che segnala al mondo meloniano la necessità urgente di un cambio di strategia nel confronto col fondatore di Futuro Nazionale e nella valutazione delle sue posizioni.
Per settimane Vannacci ha costruito lo scontro tra la sua cosiddetta “vera destra” e la maggioranza ricevendo soltanto repliche di maniera, tantoché l’elettore medio poteva farsi l’idea che le posizioni fossero le stesse, differenziate soltanto da un diverso grado di assertività. Nessuno tra i big gli ha contestato le scemenze sul femminicidio che non esiste, la richiesta di cancellare il decreto flussi indispensabile alle imprese, le mozioni contro il sostegno all’Ucraina in nome dell’appeasement con Vladimir Putin. La stessa questione della remigrazione, cavallo di battaglia del generale che sta per dedicargli il suo terzo libro, è stata trattata come una versione hard del piano per i rimpatri già messo a terra dal Viminale. Vannacci finora aveva ricambiato preservando Giorgia Meloni dalle espressioni più irritanti, facendo intendere che le divergenze con lei fossero più di metodo che di merito e che comunque potessero essere ricondotte a una linea comune.
Ora anche quella linea rossa è stata varcata. Dire «Vannacci smetta di votarci contro e potremo parlare» non basta più a contenere il conflitto aperto da Futuro Nazionale. Quando il generale accusa direttamente la leader del centrodestra di voltafaccia sul blocco navale, sull’abolizione delle accise, sui rapporti con l’Europa, sulla legge elettorale, è evidente che la destra è a un bivio: o risponde nel merito o si sottomette al suo racconto. Il solo modo per difendere il fortino è reclamare la differenza in nome delle responsabilità di chi governa, dei doveri legati a una decente tenuta sociale, dell’equilibrio dei conti, dei patti stipulati col resto del mondo, degli equilibri di coalizione, e – perché no? – della Costituzione. Minimizzare quella distanza, appendere il dissidio con Fn a qualche irrilevante No d’aula, non solo è una strategia perdente, come dimostra ogni sondaggio, ma un incoraggiamento ad alzare il tiro, a spararla sempre più grossa.
E tuttavia al momento la destra appare paralizzata sulla trincea del voto utile, sulla frase «Vannacci avvantaggia la sinistra» che tutti ripetono a pappagallo, e persino le accuse di tradimento avanzate inizialmente contro il generale sono state silenziate in nome di un generico «vediamo che succede». Si intravede la paura di rivendicare apertamente il silenzioso passaggio compiuto in questi quattro anni alla guida delle istituzioni, come se gli elettori non fossero in grado di capirlo e di apprezzarlo. Sì, c’è un abisso tra chi ha scelto di stare con l’Europa e chi vuole stare con la Russia di Putin. C’è un abisso tra una destra di governo che si dichiara conservatrice e repubblicana e un gruppo di avventurieri all’inseguimento del facile consenso. C’è un abisso tra chi aspira – come Meloni ha detto apertamente – ad eleggere il futuro presidente della Repubblica e chi si vanta di guidare un drappello di delinquenti (la sporca dozzina non era forse questo? ). È arrivato il momento di valorizzare questa distanza, se quel percorso è stato consapevole, se quelle definizioni sono autentiche, se quelle ambizioni sono vere.
Le opposizioni provano a organizzare il fronte largo contro la legge elettorale. Ma il M5s ha dubbi sul ruolo dell’ex premier. Il rischio della golden share di Iv

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Dell’alleanza di centrosinistra si può anche non parlare – e infatti nella kermesse sulla legge elettorale organizzata ieri da Gianni Cuperlo e dalla Fondazione Demos in un teatro del centro di Roma, tutti si sono ben guardati dal parlarne, tranne poche parole sottovoce fra Schlein e Conte, prima del punto stampa – però un tema c’è. Anzi, rischia di essere il tormentone politico dell’estate. Il tema ha un un titolo: Matteo Renzi. C’è da scommettere che dopo le due date di piazza del «blocco» (copy Francesco Boccia) Pd-M5s-Avs – a Padova e Napoli, l’8 e il 15 luglio – di nuovo, come dopo il selfie dei quattro leader, l’ex premier si noterà per l’assenza, come Nanni Moretti in Ecce Bombo. In teoria lo stesso vale per gli altri cespugli centristi: Progetto civico, +Europa, Psi, Più uno, Primavera. Tutti assenti uguali, ma uno è più uguale degli altri: lui.
Il fatto è che, a differenza degli altri, l’alleanza con lui non è data scontata da tutti. La linea ufficiale di Giuseppe Conte, per esempio, a ora è: prima il programma, poi i nomi. Sabato sera, sul palco di Cavallino (Lecce), a domanda «metterà un veto su Renzi?», la risposta è stata: «Io lavorerò, con la mia comunità per contribuire a costruire un progetto vincente che realizzi la promessa di democrazia scritta nella Costituzione», bene, «adesso però dobbiamo lavorare al programma», benissimo, «ci porremo più avanti questo tema». Ahia. Il resto del ragionamento: «Io non faccio politica con metodo personalistico, ma questo non significa che io e la mia comunità siamo disponibili a sottoscrivere qualsiasi sommatoria». Nel Movimento c’è chi è più esplicito, come l’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino, che dice a voce alta quello che gli altri dirigenti pensano e non dicono, e cioè che Renzi «è un traditore, i voti non li fa guadagnare ma perdere». Le colombe pentastellate invitate alle feste dell’Unità, quando si parla di Renzi, avvertono con più compostezza: «Serve affidabilità». Ma significa: davvero ci si può fidare di Renzi?

La domanda è rivolta a Elly Schlein, che da «testardamente unitaria» e leader del partito maggiore è la garante dell’alleanza più larga possibile, come ha assicurato all’ultima direzione Pd. Dopo anni di gelo, è stata la prima a riaprire i rapporti con “l’infìdo”. Che in cambio la omaggia: in caso di primarie a doppio turno, annuncia, fra lei e Conte sceglierà lei. Ma i Cinque stelle che in questi giorni parlano dai palchi hanno anche un altro obiettivo: rendere consapevole la segretaria dem che anche il popolo Pd è insofferente a Iv. E così a Empoli al nome dell’ex segretario, alla parola «Renzi» la platea ha mormorato con disapprovazione. A Lecce invece, platea mista perché c’erano anche Massimo D’Alema e Antonio Decaro, Renzi è stato nominato tre volte dal palco e ogni volta è partito il coro dei «No». Così netto che D’Alema ha sentito il dovere dissociarsi, e con preoccupazione.
Per il Movimento questa è l’ora della moral suasion. Conte legge i consigli di Marco Travaglio, direttore del Fatto, un pressing anti Renzi. Sente che molti dei suoi non voterebbero M5s se si alleasse con il «nemico». Ma, certo, sente anche le parole dell’amico Goffredo Bettini, che ha favorito la nascita del Progetto civico dell’assessore romano Alessandro Onorato, ma ha scandito: «Per me Renzi sta nel centro sinistra».

Perché l’operazione Onorato, nella filosofia del dirigente Pd, più che essere alternativa alla Casa riformista di Renzi ne dovrebbe ridimensionare il peso. In Transatlantico, fonti parlamentari di Avs snocciolano un ragionamento numerico intorno alla nuova legge elettorale: «Con il premio di maggioranza, alla Camera la coalizione vincente potrà avere al massimo 220 deputati, per non raggiungere le soglie di garanzia. L’effetto collaterale è che se Iv supera la ventina di eletti, diventa determinante. E, se vuole, ci farà ballare su ogni provvedimento». Dunque meglio sarebbe che il Progetto civico riuscisse a erodere qualche virgola della percentuale di Iv. «Sei-sette deputati non fanno male a nessuno», concedono: purché tutta la legislatura non stia in mano a una forza di minoranza ma indispensabile per la maggioranza.
Renzi ha capito il gioco e alterna minacce a carezze. In questa fase, più le prime. Con cadenza quotidiana avverte che «se chi ha accolto i voti di Iv-Casa riformista per Fico e Tridico nel 2025», leggasi Conte, «vorrà rifiutarli alle primarie del 2026 o alle politiche nel 2027, si assumerà la responsabilità di far perdere il centrosinistra e consegnare il Quirinale a Meloni e Vannacci». Invia un «in bocca al lupo» a Onorato e compagni: se mai preferissero una corsa solitaria, dovranno raccogliere le firme.
Il rossoverde Angelo Bonelli avverte: «Non vogliamo trovarci dopo un anno a cambiare governo», allusione all’abbattimento del governo Conte II da parte dell’ex premier, «quindi patti chiari, amicizia lunga». Bene. Ma senza quei patti c’è il rischio che Renzi trasformi la campagna elettorale in un inferno di fuoco amico. Perché è sicuro di avere il potere di far vincere i progressisti. Ma come il Jep Gambardella di Paolo Sorrentino anche quello, in caso di mancati accordi, di far fallire la festa.