Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Elon Musk è l’uomo più ricco della Storia


Più di John D. Rockefeller, più di Marco Licinio Crasso. A prescindere da tempi e luoghi, in testa c’è sempre lui. Che, da solo, potrebbe pagare 558 mila lavoratori

Elon Musk (54 anni): ha un patrimonio di 800 miliardi di dollari. (Eric Lee/The New York Times)

(di Francesco Manacorda – repubblica.it) – Ottocento miliardi di dollari e spiccioli. L’ennesimo record di Elon Musk non è solo quello di uomo più ricco del mondo, ma forse di più ricco di tutti i tempi. Il professor Guido Alfani, insegna alla Bocconi e studia – per l’appunto – i ricchi nella storia. Ne ha scritto nel suo libro Come dei tra gli uomini (Laterza).

«Difficile rispondere a quest’ultima domanda, perché la ricchezza, in senso storico, va vista nei termini di ciò che effettivamente consente di fare ed è evidente che questo aspetto cambia nel tempo. Se però volessimo fare un esercizio di comparazione, la cosa più sensata sarebbe seguire Adam Smith, che nella Ricchezza delle nazioni sostiene che la ricchezza consente di acquistare lavoro. Possiamo quindi provare a trasformare il patrimonio di Musk in forza lavoro: con questo parametro si può affermare che probabilmente è l’uomo più ricco che sia mai esistito».

In che modo, esattamente? «Ho fatto qualche calcolo e, stimando il suo reddito annuale, Musk potrebbe pagare circa 558 mila lavoratori americani, presupponendo che ciascuno di essi “valga” i 90 mila dollari circa che sono il Pil pro-capite negli Usa. Per fare un paragone, un magnate come John D. Rockefeller poteva controllare “solo” il lavoro di 116 mila americani. Secoli prima, Marco Licinio Crasso (che Forbes ha definito la persona più ricca della storia romana ndr) controllava il lavoro di circa 32 mila uomini».

Nel corso dei secoli è cambiato anche il modo in cui si definisce la ricchezza? «Di certo è cambiata la sua composizione: nell’età classica e nel Medioevo, il principale elemento di un grande patrimonio, in grado di generare reddito, era la terra. Oggi la componente finanziaria è molto più importante».

Musk è finanza, ma anche industria: l’auto elettrica, i razzi, le telecomunicazioni… «Penso che, anche nel contesto dei super ricchi americani di oggi, la sua figura sia sostanzialmente eclettica. E differente sia dai grandi ricchi di fine Ottocento, che accumulavano fortune in un solo settore portandolo a scala nazionale, sia da molti attuali imprenditori del Big Tech».

Tra Ottocento e oggi c’è però un filo comune: la difficoltà di limitare grandi monopoli, che poi portano a grandi ricchezze. «Nell’America di due secoli fa il tema era molto sentito, tanto che è là che nasce la legislazione antitrust moderna con lo Sherman Act del 1890. Ma oggi le grandi società tecnologiche possono creare monopoli su scala globale, che a differenza di quelli nazionali non disturbano la politica del loro Paese d’origine».

Ma la concentrazione della ricchezza non cambia anche la politica? «Già Aristotele diceva che una disuguaglianza troppo elevata è incompatibile con la democrazia, perché qualcuno diventa “come un dio tra gli uomini”. Questa preoccupazione attraversa tutta la storia: dal Medioevo fino agli Stati Uniti del primo Novecento, quando si temeva che il money trust potesse controllare anche la politica. Da lì nasce una reazione forte: antitrust, tassazione progressiva, intervento pubblico».

E oggi? «Oggi vediamo qualcosa di nuovo nella forma, non nella sostanza. Non si era mai vista un’amministrazione americana con così tanti miliardari in ruoli di governo, incluso l’uomo più ricco del mondo. Questo farebbe inorridire i padri fondatori».

E il mito degli Usa come “terra delle opportunità” per tutti? «Qui sta il punto. Storicamente gli Stati Uniti erano davvero più egualitari, ma oggi sono tra i Paesi occidentali con maggiore concentrazione della ricchezza. E la mobilità sociale è bassa, comparabile a quella italiana. Però l’auto-percezione non è cambiata: si continua a credere che tutti abbiano una possibilità. E proprio questa distanza tra percezione e realtà aiuta a rendere socialmente accettabile una forte disuguaglianza».

Anche la percezione dei ricchi è cambiata nei secoli? «Certo. Nel Medioevo il super ricco non di nobili origini era guardato con forte sospetto, perché accumulare ricchezza senza usarla per aiutare i poveri era considerato un peccato di avarizia. Ma già dall’inizio del Quattrocento i mercanti costruiscono un’auto-percezione diversa: il bravo mercante dev’essere una persona pia, sobria, generosa. Lo stesso San Francesco, in fondo, è un mercante pentito. E Cosimo de’ Medici, banchiere preoccupato per la sua salvezza spirituale, risolve il problema acquistando una bolla di assoluzione dal papa. La grande ricchezza cerca da secoli una giustificazione morale e politica».

Oggi però quella giustificazione sembra quasi non servire più. «In parte è così. Ormai i super ricchi sono molto più tollerati, e in certi casi ammirati. Sono diventati modelli di successo, quasi di virtù economica».

Come si spiega questo rovesciamento? «Probabilmente è il risultato di una narrativa costruita nel tempo. Alcuni ricchi, soprattutto quelli che controllano i mezzi di comunicazione, hanno contribuito a promuovere un’immagine positiva della ricchezza. Una narrativa amplificata da chi è entrato in politica presentandosi come imprenditore di successo capace di creare lavoro e benessere per tutti».

Ogni riferimento a Silvio Berlusconi non appare casuale. E quindi, oggi, sebbene le disparità aumentino, la fascinazione prevale sul conflitto? «Fascinazione, sì, anche se resta un’ambivalenza. Nella cultura occidentale sopravvive un sospetto antico verso la ricchezza finanziaria, che riemerge soprattutto durante le crisi, quando ad esempio si torna a parlare di tassare maggiormente chi ha molto di più. Ma nel complesso oggi i super ricchi godono di una legittimazione molto più ampia di quanto accadesse in passato».

E guardando avanti? «I due scenari alternativi sono chiari: o la disuguaglianza continua ad aumentare fino a trasformare la democrazia in una plutocrazia, oppure le crisi rafforzano la domanda di una società meno diseguale e di un minor peso diretto dei grandi patrimoni. Finché si vota, le democrazie possono autoregolarsi. Ma la tensione è tutta tra questi due poli».


I guai della commissione antimafia: ora va sciolta


(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […] La presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, ha fatto filtrare sulla stampa la notizia che prenderà in considerazione l’eventualità di aprire un nuovo filone di inchiesta sulle infiltrazioni della mafia nella politica, dichiarandosi disponibile a raccogliere proposte di tutte le componenti della Commissione. Una serie di circostanze inducono a ritenere che lo scopo sia di tentare di salvare la faccia alla sua dante causa, Giorgia Meloni, dopo che i buoi sono fuggiti dalla stalla, facendo ammuina con un’inconcludente operosità di pura facciata, e che in realtà il miglior contributo sarebbe un autoscioglimento della Commissione, prendendo atto dell’assoluta inidoneità della sua maggioranza a trattare tale nevralgico tema.

[…]

Quale credibilità può attribuirsi a una Commissione antimafia composta da una presidente e da una maggioranza di componenti che si sono impegnati in prima persona nella recente campagna referendaria per l’approvazione di una riforma costituzionale il cui scopo era di ristabilire il controllo della politica sulla magistratura, come dichiarato da tanti autorevoli esponenti della compagine governativa e dai vertici dei partiti di governo, incapaci di tenere a freno la lingua? Di una politica – si badi bene – impersonata da un’interminabile sfilza di personaggi simbolo delle collusioni tra politica e mafia e della corruzione, condannati con sentenze definitive e, tuttavia, rappresentati come vittime di un uso politico della giustizia da parte della magistratura e portati in palmo di mano da tanti esponenti della maggioranza, loro sodali, amici e compagni di merende. Quale credibilità può avere una Commissione antimafia la cui maggioranza sin dal suo insediamento si è pervicacemente opposta a qualsiasi indagine conoscitiva su tutti i gravi depistaggi protratti nel tempo sino a epoca recente, che hanno compromesso l’esito delle indagini sui mandanti e complici a volto coperto delle stragi del 1992 e del 1993? Che si oppone a qualsiasi indagine sulla comprovata partecipazione di soggetti esterni alle fasi esecutive delle stragi? Che eroizza come vittime di un uso politico della giustizia personaggi a tutt’oggi indagati per quelle stragi dalla Procura della Repubblica di Firenze? E tutto ciò allo scopo di approfittare degli attuali rapporti di forza per esorcizzare la verità storica che la campagna stragista dei primi anni Novanta fu levatrice dell’attuale ordine politico, di cui i partiti della maggioranza sono gli utilizzatori finali? Per blindare come verità di Stato che si trattò solo di stragi di mafiosi con la coppola storta, i soliti noti “brutti sporchi e cattivi”, per vecchie storie di appalti della Prima Repubblica, una stagione ormai archiviata dalla storia? Che credibilità può avere una Commissione antimafia espressione della stessa maggioranza che dall’inizio della magistratura si è incessantemente impegnata per disattivare i principali anticorpi dell’ordinamento contro la proliferazione incontrollata di comitati di affari, di occulti matrimoni di interessi tra colletti bianchi e aristocrazie mafiose imborghesite? Che ha aperto vaste praterie alla mafio-corruzione, alle massomafie, a una malapolitica che si autoriproduce grazie a un consenso drogato dal voto di scambio, di cui le mafie sono specialiste?

[…]

Ecco di seguito un telegrafico inventario: 1) innalzamento della soglia economica per appalti con affidamenti diretti senza gara e per quelli con un numero limitato di operatori economici scelti, con il risultato che nel 2024, il 93% dei contratti pubblici è stato assegnato senza gara aperta, una lievitazione anomala segnalata dall’Anac come una fuga dalla concorrenza e un rischio per il sistema Paese; 2) liberalizzazione dei subappalti a cascata, notorio varco per le infiltrazioni mafiose; 3) abrogazione del reato di abuso di ufficio, strumento principe della gestione clientelare e paramafiosa del potere pubblico, e conseguente normalizzazione del conflitto di interessi; 4) devitalizzazione del reato di traffico di influenze illecite, vera e propria cassetta degli attrezzi di lobbisti e colletti bianchi delle mafie; 5) limitazione dei poteri di intercettazione della magistratura; 6) castrazione dei poteri di controllo e sanzionatori della corte dei Conti sulla mala gestio del denaro pubblico da parte di politici e pubblici amministratori; 7) compromissione dell’autonomia e indipendenza dei pubblici ministeri della magistratura contabile mediante la loro subordinazione gerarchica a un super procuratore gradito ai vertici politici (lo stesso progetto coltivato, mutatis mutandis, per la magistratura ordinaria in caso di vittoria referendaria del si), e molto altro ancora. Un frenetico attivismo che, non a caso, si coniuga con l’inerzia catatonica di questa maggioranza a fronte delle ripetute sollecitazioni ad approvare leggi che sarebbero indispensabili come quelle sulla regolazione delle attività delle lobby e sul conflitto di interessi, e che, invece, continuano a giacere in profondi cassetti.

[…] Signora presidente, il miglior contributo che lei e la sua maggioranza potete dare è di stare fermi da qui sino alla fine della legislatura, evitando così di continuare ad aggravare i gravi danni già provocati alla credibilità della politica e dello Stato, gabellando per lotta alla mafia passerelle tutte “chiacchiere e distintivo”, l’esibizione della faccia feroce solo nei confronti dei mafiosi con la coppola storta, mentre si va a braccetto con quelli dei piani superiori.


Trump: “Vinciamo sempre noi. La Cina non osi mandare armi all’Iran”


Dopo un insolito silenzio il presidente Usa ha commentato l’andamento dei colloqui a Islamabad e ha lanciato una stoccata contro Pechino

US President Donald Trump gestures after stepping off Marine One at Joint Base Andrews, Maryland on April 10, 2026. President Trump is flying to Charlottesville, Virginia to attend a MAGA inc. meeting and dinner at Trump Winery. (Photo by Jim WATSON / AFP)

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – New York – «Vinciamo noi, comunque vada a finire». I negoziati a Islamabad erano ancora in corso, e in una fase assai complicata, quando ieri pomeriggio il presidente Trump ha interrotto un raro silenzio di poche ore, per tornare a rivendicare il successo nella guerra contro l’Iran che non tutti esperti del settore intravedono.

Il presidente è uscito dalla sua residenza poco prima delle cinque, e interrogato sulla prospettiva di sbloccare i beni congelati dell’Iran allo scopo di far avanzare la trattativa ha detto: «Vinciamo noi, a prescindere. Li abbiamo sconfitti militarmente. Hanno sganciato un paio di mine in acqua, ma abbiamo sconfitto anche tutte le loro imbarcazioni». Riferendosi al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo chiave nella trattativa, ha spiegato: «Probabilmente hanno piazzato un paio di mine in acqua, ma abbiamo delle dragamine in zona e stanno bonificando lo Stretto». Si riferiva alla notizia che ieri, per la prima volta dell’inizio della guerra, alcune navi americane hanno iniziato a navigare attraverso Hormuz, sfidando così le difese iraniane.

Trump ha giustificato così il suo trionfalismo: «Abbiamo sconfitto la loro Marina, abbiamo sconfitto la loro Aviazione, abbiamo sconfitto le loro difese antiaeree, abbiamo sconfitto i loro radar. Abbiamo sconfitto i loro leader, sono tutti morti». Quindi ha promesso: «Apriremo lo Stretto, anche se noi non lo utilizziamo, perché ci sono molti altri Paesi al mondo che invece ne fanno uso, e che sono o impauriti o deboli». Quindi ha lanciato un avvertimento alla Repubblica popolare, che secondo la Cnn si prepara a fornire armi per la difesa aerea a Teheran, proprio alla vigilia della visita a Pechino del capo della Casa Bianca prevista e metà maggio: «Se la Cina farà questo, avrà grossi problemi».

Sullo stato dei colloqui guidati dal vice Vance, si è mostrato quasi indifferente: «Forse ci sarà un accordo, forse no. In ogni caso, non fa nessuna differenza per me. Vedremo cosa succederà, siamo in trattative molto avanzate con l’Iran». Ma «a prescindere da ciò che accadrà, vinceremo».

Gli analisti del settore hanno meno certezze. Secondo il Wall Street Journal, l’intelligence americana stima che Teheran abbia conservato ancora alcune migliaia di missili. Quindi se le trattative fallissero, la Repubblica islamica avrebbe ancora la capacità di continuare la sua guerra asimmetrica, colpendo i paesi vicini del Golfo Persico e Israele, e proseguendo il blocco di Hormuz. A quel punto Trump dovrebbe decidere se dare seguito alla minaccia di “uccidere la civiltà” iraniana, prendendo di mira le infrastrutture elettriche e civili, anche se farlo significherebbe commettere un crimine di guerra.


Il nuovo porcellum e il silenzio di Meloni


(di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] Con un comizio da campagna elettorale Meloni si autocelebra in Parlamento, dando spazio tra le riforme solo alla giustizia (tema ineludibile dopo il referendum). Scompare invece la riforma elettorale. Come ho già scritto, è essenziale per la destra. Ma i dubbi di costituzionalità sull’AC 2822 sono corposi. Almeno tre i punti principali.

Il primo. L’eccessiva disproporzionalità tra voti ottenuti e seggi assegnati a vincenti e perdenti lede il “ragionevole” bilanciamento tra governabilità e rappresentatività richiesto dalla Consulta.

Il secondo. Con il no ai collegi uninominali e alle preferenze il diritto di voto è totalmente trasformato in un diritto non a scegliere il candidato, ma a (ri)conoscerlo se inserito in una lista breve.

Il terzo. La base regionale richiesta per il Senato non si applica – lo nota in specie il senatore Parrini – al premio, che viene invece distribuito in base al risultato nazionale di liste e coalizioni.

[…]

Provvederà la Consulta? Forse. Ma c’è uno scenario, anche confermato dal silenzio di Meloni, in cui la maggioranza non forza il passo e galleggia fino all’approvazione della legge di Bilancio. Solo dopo va a chiudere sulla riforma elettorale, e poi subito allo scioglimento anticipato. I tempi sono stretti per una decisione della Consulta sulla costituzionalità prima delle urne, e si vota. Domanda: e se una pronuncia viene poi? Qui è il trucco. Il Parlamento già eletto rimane in vita con pienezza di poteri. Lo dice la stessa Corte nella sentenza 1/2014. Si dichiara illegittimo il Porcellum, ma il Parlamento eletto nel 2013 rimane regolarmente in carica fino al 2018.

Ecco una possibile strategia della destra per puntare a un’altra legislatura in cui “rivoltare il paese come un calzino” (Meloni dixit). Nel caso, i costituzionalisti rimarrebbero inascoltati. Quale strategia per chi si oppone?


Ministri tra viaggi e hotel, quei 2,5 milioni di rimborsi


Meloni per le varie trasferte ha chiesto 1,3 milioni di euro in due anni e mezzo, ben 800mila nel 2024. Lollobrigida è il ministro che chiede più fondi per coprire le spese, Valditara va su e giù da Roma a Milano 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Stazioni, voli, pasti e hotel. La vita dei ministri è in movimento, anzi in missione come viene definita dal punto di vista tecnico, per portare avanti il proprio mandato. E la spesa ammonta a circa 2,5 milioni e mezzo dall’inizio della legislatura. Ci sono i pendolari, come Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione, che va su e giù da Roma, sede di lavoro, alla sua Milano.

Oltre ovviamente alle destinazioni per eventi e incontri. E, come si sa, per questi impegni è possibile chiedere il rimborso con i fondi pubblici. Lo hanno fatto tutti i governi, come previsto dalla legge. E non è da meno il governo Meloni.

Giusto per fare un esempio solo nel mese di giugno 2024 Valditara ha dovuto spendere più di 1.500 euro di biglietti (rimborsati). Di viaggio in viaggio, e di alloggio in alloggio, il ministro dell’Istruzione in tre anni ha fatto ricorso a circa 85mila euro per coprire le spese. Inclusi gli spostamenti fuori dai confini nazionali.

Agricoltura di viaggio

La promozione della sovranità alimentare è invece una delle priorità del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. E per raggiungere l’obiettivo, la sua attività non conosce pause: le trasferte non mancano e con loro le spese. Al Masaf è sostanzioso il conto saldato fino a febbraio del 2026 per le missioni sia nazionali che estere: in totale il conteggio è superiore a 140mila euro. Solo nel 2024 sono stati utilizzati 62mila euro di fondi pubblici per i rimborsi.

Ognuno ha la propria necessità, dunque. E il conto dei rimborsi per il governo Meloni, dall’insediamento nell’ottobre 2022, ammonta come accennato a circa 2,5 milioni di euro, sottosegretari esclusi. La geografia è variegata tra chi è più spesso in viaggio e chi no. Per esempio il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, ha firmato la rinuncia ai rimborsi (anche come vicepremier). Chiaramente un principio che non si applica ai collaboratori e diplomatici che lo seguono.

Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non ha firmato rinunce formali, ma fa ricorso con il contagocce ai rimborsi. Finora ha usato poche migliaia di euro, spesso e volentieri nella casella dei fondi impiegati per quel fine è segnato il numero zero.

Domani ha dunque fatto i conti in tasca al governo in materia di rimborsi. La spesa maggiore arriva da Palazzo Chigi. Giorgia Meloni gira in lungo e in largo il globo terracqueo. Stando ai documenti ufficiali Palazzo Chigi ha chiesto all’incirca 1,4 milioni di euro di fondi in due anni e mezzo.

Trenta giorni

Gli aggiornamenti a nome della premier si fermano infatti ad aprile 2025. Nella cifra, ovviamente, vengono conteggiate tutte le delegazioni (talvolta comprensive di altri ministri). I costi sono suddivisi tra quelli destinati al viaggio, le spese per il pernottamento e per i pasti (il capitolo più esoso), a cui si sommano le eventuali indennità previste per i collaboratori che viaggiano con le delegazioni governative.

Meloni ha iniziato con il botto il mandato: a novembre 2022, appena approdata a palazzo Chigi, ha svolto varie missioni, con maxi delegazioni al seguito. In un solo mese il conto complessivo è stato di 200mila euro, solo di pasti 116mila euro. Un paragone aiuta: quando a palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, erano stati spesi 285mila euro in nove mesi. La leader di FdI lo ha quasi raggiunto, ma in trenta giorni.

Il boom c’è stato però nel 2024 con una spesa di 800mila euro. Fino ad arrivare ai numeri di aprile scorso, che attestano la spesa sopra il milione e 300mila. Con una media di circa 60mila euro al mese solo per Meloni e relative delegazioni. Se il trend si è mantenuto questo, nell’ultimo anno i fondi utilizzati potrebbero essere di almeno altri 700mila euro (portando la spesa sopra i 3 milioni).

Per l’ufficialità bisogna attendere i dati del governo.

Un altro ministro spesso in missione è Gilberto Pichetto Fratin, titolare dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che da San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento (per un incontro sulle realtà territoriali nell’ambito delle rinnovabili), a New York, è chiamato a svolgere varie funzioni istituzionali. Inevitabilmente i costi lievitano e i rimborsi sono stati di circa 100mila euro con l’ambizione di un ipotetico podio.

Daniela Santanchè, da ministra del Turismo, a sua volta ha viaggiato spesso. Quasi un dovere nel suo caso. Il conteggio finale è quello di una spesa superiore ai 60mila euro, ovviamente staff escluso. Altrimenti la somma lievita sopra quota 100mila euro. Ora il contatore si azzera e si vedrà come andrà con Gianmarco Mazzi.

Il guardasigilli Carlo Nordio, mese dopo mese ha speso una significativa somma per missioni, non meglio specificate (rispetto ad altri colleghi, perché indica il numero di impegni, ma non le destinazioni): totale circa 75mila euro. Sulle stesse quantità di rimborsi si aggirano altri ministri, come quella dell’Università, Anna Maria Bernini, soprattutto per le trasferte internazionali, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci.

Leggermente inferiore il dato per il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha fatto ricorso a circa 60mila euro di fondi per le spese. Quasi una sorpresa, vista la portata della sua delega che lo porta a consueti spostamenti. Ancora inferiore l’esborso (intorno ai 55mila euro) per la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone.

Un caso è piuttosto curioso e spiega il modo di interpretare il mandato dei singoli ministri. Raffaele Fitto, da ministro del Pnrr, aveva già uno standing europeo, pregustando il trasloco a Bruxelles, poi concretizzatosi con l’incarico di vicepresidente della Commissione europea. Durante il suo mandato governativo ha speso più di 50mila euro per le missioni. Il suo erede, Tommaso Foti, si dimostra molto più stanziale: ha richiesto poche migliaia di euro su questo capitolo

I parsimoniosi

La palma di Mr. Parsimonia va senz’altro al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, gran consigliere di Meloni. Così sta portando avanti, quasi al termine, il proprio mandato avendo chiesto poche centinaia di euro come rimborso. Avvantaggiato dal fatto che per lo più resta a Roma per seguire da vicino i dossier più delicati, anche quando Meloni è fuori per altri impegni. Il vicepremier Matteo Salvini, divide invece l’uso dei fondi a disposizione tra Palazzo Chigi (19mila euro) e il ministero delle Infrastrutture (30mila euro). Una quota totale comunque inferiore ai 50mila euro.

Spende addirittura meno Guido Crosetto, che da ministro della Difesa è chiamato a presenziare a numerosi vertici internazionali. Ciononostante la somma richiesta per le spese è bassa: 33mila euro complessivi. Meno di un terzo del “suo” sottosegretario Matteo Perego di Cremnago, che invece ha pesato per oltre 100mila euro di rimborsi. Tutti legittimi. Ma non proprio all’insegna della spending review.


L’80% degli italiani è in ansia per la crisi: metà sente già l’effetto sul portafogli


Inflazione e instabilità economica, la guerra smette di essere soltanto un pericolo lontano

L’80% degli italiani è in ansia per la crisi: metà sente già l’effetto sul portafogli

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – L’81,7% degli italiani si sente preoccupato per tutto quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Questa inquietudine non si definisce attraverso un colore politico specifico, perché è una reazione profondamente umana; tuttavia, più spesso si definisce attraverso ciò che ciascuno teme di perdere o di vedere distrutto. Di certo sono pochi ormai coloro che ricostruiscono le proprie paure attraverso un’esperienza personale; più facilmente questo senso di fragilità si costruisce attraverso la paura di perdere valori come la libertà, la sicurezza e l’identità.

Esiste tuttavia un ulteriore livello, più silenzioso e meno dichiarato, che attraversa questa inquietudine collettiva. In una società come la nostra, abituata a una relativa stabilità e a un benessere diffuso, la paura tende a tradursi in ciò che appare più concreto e immediato: la possibilità di un indebolimento economico, di una perdita di potere d’acquisto, di un futuro meno prevedibile. Non è necessariamente una paura cinica o materialista, ma il riflesso di una quotidianità in cui il benessere rappresenta una forma di sicurezza.

Il pensiero dei cittadini corre infatti velocemente sulle conseguenze economiche per il nostro Paese – e per il proprio portafoglio – che già si manifestano nell’aumento dei prezzi dei combustibili, delle materie prime e dei beni alimentari (47,6%). A queste preoccupazioni si affiancano i timori per le ripercussioni sulla vita quotidiana (12,5%) e sul proprio stile di vita (3,8%), segno di una fragilità percepita che tocca la dimensione concreta dell’esistenza. Accanto a questo piano, tuttavia, riemerge anche una paura più diretta. Un italiano su quattro (25,6%) si sente infatti più esposto rispetto a possibili sviluppi che coinvolgano direttamente il Paese: dall’eventualità dell’invio di militari italiani nei teatri di guerra (9,8%), al rischio di attentati e azioni terroristiche (8,4%), fino al timore di un allargamento del conflitto con il coinvolgimento di potenze come Russia e Cina (7,4%).

Da qui emerge un ulteriore elemento di inquietudine, più politico ma non per questo meno trasversale: il rapporto con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, percepito come un possibile fattore di rischio dal 54,3% degli italiani. Un dato che colpisce perché attraversa tutti gli schieramenti politici: oltre al dato maggioritario degli elettori dei partiti di opposizione, infatti, questa preoccupazione riguarda anche il 38,5% dei sostenitori di Forza Italia, il 33,3% di quelli della Lega e il 23,5% di Fratelli d’Italia. Allo stesso tempo, tra le file della maggioranza emerge un 32,4% che considera il rapporto con il leader americano un passaggio obbligato (32.4%). Del resto, quella tra Italia e Stati Uniti è storicamente un’amicizia consolidata, che trascende le singole presidenze.

Resta però un tema che chiama in causa non solo le scelte geopolitiche, ma anche lo stile comunicativo e decisionale della leadership. In un contesto già segnato da instabilità, una comunicazione percepita come imprevedibile da una parte o troppo assertiva dall’altra, può amplificare il senso di incertezza, rendendo più difficile per l’opinione pubblica costruire punti di riferimento stabili. La leadership, in questi casi, non è soltanto esercizio del potere, ma anche gestione delle percezioni: rassicurare, dare coerenza, offrire una direzione leggibile. In questo scenario si inserisce anche il ruolo dell’Europa, percepita da molti come poco incisiva. Non è una novità: già durante l’emergenza Covid era emersa l’immagine di un’Unione distante, fragile e poco reattiva. Oggi quella stessa percezione sembra riattivarsi. Il 39,9% degli italiani ritiene addirittura che l’Italia dovrebbe trattare direttamente e in autonomia con l’Iran per garantire il passaggio delle navi nel canale di Hormuz, una posizione che, pur non essendo realisticamente praticabile alla luce dei trattati e delle regole europee, segnala un bisogno forte di protezione e di rapidità decisionale. È un dato che va oltre la sua fattibilità concreta: racconta una domanda di sovranità percepita più che reale, una richiesta di presenza e di efficacia che i cittadini faticano a riconoscere nei livelli sovranazionali. Quando le istituzioni appaiono lente o distanti, la tentazione di immaginare soluzioni autonome cresce, anche se incompatibili con l’assetto politico ed economico esistente.

La distanza geografica dal conflitto contribuisce a questo slittamento tra livelli di paura: ciò che non viene vissuto direttamente sul piano fisico o esistenziale viene rielaborato attraverso categorie più vicine all’esperienza quotidiana. Così, la guerra smette di essere soltanto una minaccia militare e diventa un fattore di instabilità generale, capace di insinuarsi nelle scelte di vita, nelle aspettative e nella fiducia nel futuro. Questo non significa che siano scomparse paure più profonde o più “primarie”. Piuttosto, esse si manifestano in forme diverse, mediate dal contesto culturale e sociale. La paura, oggi, non è meno autentica: è semplicemente più indiretta, più filtrata, e forse proprio per questo più difficile da riconoscere e da nominare.


Colombe, falchi e altri uccellacci


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Una volta, non troppo tempo fa, c’erano i falchi e c’erano le colombe. O meglio, esistevano come genere giornalistico per aiutare i titolisti a semplificare (banalizzare) a uso dei lettori ciò che magari anche noi umili scrivani non avevamo ben compreso. Oggi, assistiamo a un’evidente selezione della specie nell’ornitologia applicata alle grandi e meno grandi questioni globali. Le colombe sembra si siano del tutto estinte mentre assistiamo a una riproduzione rigogliosa del falco e dei suoi derivati. Avrete fatto caso che nelle odierne cronache della giungla ogni volta che l’Idf con la stella di Davide annuncia di aver fatto fuori questo o quel pezzo grosso dei Pasdaran, la progressiva decapitazione dei vertici iraniani produce, così sostengono gli esperti, esemplari sempre più assatanati e intransigenti? Inutile dire che sul fronte opposto, quello dei Trump […] e dei Netanyahu, le colombe superstiti hanno probabilmente già familiarizzato con la brace a Mar-a-Lago e sulle sponde del Giordano. Mentre qualunque pennuto con un ramoscello d’olivo nel becco viene accusato di alto tradimento. Deve essere a causa di questa ormai totale occupazione del territorio se l’evoluzione del falco americano e di quello iraniano sembra procedere di pari passo segnalando evidenti affinità. L’evoluzione della specie ha prodotto, per esempio, l’esemplare detto del falco pragmatico, un incrocio tra violenza e opportunismo. Elementi rintracciabili nei profili del vicepresidente Usa, JD Vance e di Mohammed Ghalibaf, guida del Parlamento di Teheran, protagonisti, da ieri, dei colloqui di Islamabad. Nella progressiva evoluzione (involuzione) ambientale, il predatore in capo (dal caratteristico ciuffo arancione) appena nidifica alla Casa Bianca assume un costante atteggiamento prepotente e aggredisce gracchiando insulti irripetibili chiunque non voglia sottomettersi al suo dominio. […] Mentre il falco di Tel Aviv si dedica appassionatamente allo sterminio di tutte le specie circostanti, soprattutto se palestinesi. Uniti, pur se avversari, nella persecuzione delle colombe superstiti i falchi di ultima generazione non esitano a minacciare i più autorevoli messaggeri di pace. Come nel caso di Papa Leone XIV che il rapace dello Studio Ovale vorrebbe esiliare ad Avignone, come accadde a un suo lontano predecessore sul Trono di Pietro inviso al re di Francia. Non è raro, infine, che i falchi smettano di combattersi per unire i loro artigli contro gli organismi ritenuti più deboli. Come per esempio i Paesi dell’Unione europea a cui Trump e i mullah si dice vorrebbero di comune accordo imporre un salatissimo pizzo per consentire il transito delle loro petroliere nello Stretto di Hormuz.


Utenti profilati e algoritmi: così Meta ha interferito nelle elezioni del 2022


Privacy. Il colosso ha raccolto dati in modo improprio e sviluppato anche un filtro pro-destra, ma ha evitato la stangata del Garante

Utenti profilati  e algoritmi: così Meta ha interferito nelle elezioni del 2022

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Quanto sono americane le “ombre russe” sul voto in Italia, quelle che agitavano timori per la “tenuta democratica” in Europa. Nell’agosto 2022, a poche settimane dalle elezioni, mentre l’attenzione era tutta su Mosca, sugli smartphone di milioni di italiani si stava apparecchiando una silenziosa profilazione di massa. Non da parte di hacker del Cremlino, ma del colosso americano Meta. È il punto più clamoroso della nuova inchiesta di Report sul Garante della Privacy che andrà in onda stasera. La trasmissione ricostruisce come, alla vigilia del voto, la multinazionale di Mark Zuckerberg stesse raccogliendo e trattando dati degli utenti italiani legati alle interazioni con contenuti elettorali. E come, una volta venuta a galla, membri del Garante si adoperarono per sventare una mega-multa che avrebbe anche portato alla luce un sistema surrettizio di influenza sul voto. Peraltro a senso unico, grazie alla successiva rimozione selettiva e asimmetrica di un algoritmo che limitava la visibilità dei contenuti politici, che avrebbe favorito la destra.

[…]

Nel 2022, in vista delle elezioni politiche Meta lancia su Facebook la funzione EDI (Election Day Information) e su Instagram dei colorati sticker a tema. L’iniziativa si presenta come un comodo servizio civico per reindirizzare gli elettori al sito del ministero dell’Interno, che ne era a conoscenza. L’inchiesta di Report svela che dietro l’apparenza informativa si attiva un trattamento più ampio: età, genere, posizione geografica, dispositivo e interazioni vengono raccolti, conservati e aggregati. La stessa Meta ammette la possibilità di condividere dati aggregati con terze parti, inclusi “partner governativi o comitati elettorali”. Oltre 6 milioni e mezzo di utenti vengono coinvolti. La partecipazione al voto si trasforma in un’opinione politica monetizzabile, in quello che una fonte evoca come un secondo “caso Cambridge Analytica”. […]

Di fronte a questa attività, il dipartimento tecnico del Garante guidato da Riccardo Acciai chiede un blocco urgente. È qui che si consuma uno scontro ai vertici documentato dai verbali ufficiali: i membri del collegio Guido Scorza e Agostino Ghiglia frenano, chiedendo di attendere le autorità europee. I due peraltro sono indagati per corruzione anche per la vicenda degli occhiali Meta Smart glasses. La resistenza culmina in una mail svelata da Report, in cui Scorza il 24 settembre 2022 blocca i tecnici sostenendo che non ci fosse il necessario fumus. Nelle stesse ore, Mattei ordina ad Acciai di soprassedere.

A metà 2023 si ripropone il problema con le elezioni regionali e i tecnici riescono a far emanare un provvedimento d’urgenza che impedisce a Meta di condividere i dati con terzi. E propongono una multa da 75 milioni. L’anomalia più clamorosa avviene qui. Dai documenti raccolti da Report emerge l’irritazione di Agostino Ghiglia, che il 29 febbraio 2024 definisce la sanzione “ridicola”, aggiungendo che andava “smontata”. Alla fine, la multa viene drasticamente abbassata a 25 milioni, un importo pari ad appena lo 0,02% del fatturato mondiale annuo della società. Eppure, nonostante lo sconto, del 70% sia Scorza che Ghiglia votano contro il provvedimento. Report svela che la Procura ha acquisito i documenti relativi alla vicenda.

[…]

Poi l’inchiesta si spinge oltre, toccando il tema dell’influenza algoritmica. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la visibilità dei contenuti politici, dichiarando di averlo rimosso per tutti nel 2025. Un’analisi condotta da un gruppo interno di tecnici del Pd smentisce però questa versione: il filtro sembrerebbe essere stato disattivato in gran segreto già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump negli Usa. I grafici mostrati a Report evidenziano che la rimozione ha favorito esclusivamente le posizioni della destra antieuropeista, mentre i contenuti del centrosinistra sono rimasti, per usare le parole del dem Sandro Ruotolo, “sottoterra”. Meta nega formalmente ogni accusa, sostenendo di non raccogliere dati politici e di non aver operato rimozioni asimmetriche. Ma Ruotolo sintetizza: “Sono i signori delle piattaforme che decidono il carattere politico che deve avere un Paese”.


Le fatiche del liberalismo


(di Michele Serra – repubblica.it) – Un eventuale spostamento di Forza Italia su sponde liberali — dopo anni di cordialissima unione con la destra illiberale — sarebbe di qualche conforto per la povera democrazia italiana. Non va dimenticato che questo governo, senza il placet della famiglia Berlusconi, semplicemente non sarebbe mai esistito. Circostanza che rende un poco meno limpida l’eventuale svolta liberale ed europeista di un partito che è a tutt’oggi il pilastro del governo meno liberale ed europeista della storia repubblicana.

Resterebbe poi da spiegare ai più giovani — e non è semplice — come sia possibile che un partito politico (almeno sulla carta quanto di più pubblico esista, a parte gli apparati dello Stato) sia proprietà di una famiglia. Un pezzo del patrimonio di casa, uno dei tanti asset del mazzo, anche se sicuramente una voce in passivo. Bisognerebbe spiegare chi fu Berlusconi, perché poté unire indisturbato il doppio status di oligarca dei media e di capo del governo, come riuscì a sdoganare politicamente, per farne suoi scudieri, il neofascismo e il leghismo, per ragioni diverse entrambi ostili alla Repubblica. Forse per abitudine, è ora il berlusconismo declinante che fa da scudiero a Meloni e Salvini.

Diciamo che, come segno di una vera svolta storica, i Berlusconi farebbero un gesto molto apprezzabile lasciando che il partito si emancipi dalla famiglia. I tanti avvocati dell’entourage saprebbero sicuramente trovare le forme e i modi per farlo. Un robusto finanziamento (una tantum, e alla luce del sole) darebbe poi ossigeno e spinta al nuovo partito, non più “di Berlusconi” e dunque, con piena legittimità, liberale. L’unico dubbio è se gli attuali apparati di Forza Italia accetterebbero di campare senza l’ombrello di Cologno Monzese che li protegge.


La sfida cristiana tra il Papa e il presidente


La sfida cristiana tra il Papa e il presidente

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Gesù Cristo ha fondato l’America e Donald Trump è il suo vicario. Al fondo del nazionalismo cristiano che muove un’influente corrente di pensiero allineata con il padrone della Casa Bianca c’è il sogno di elevare gli Stati Uniti a Terra promessa. Di identificarne i bianchi cristiani anglosassoni e germanici quale popolo eletto. Per ricostruirne le istituzioni sulla base di una lettura fondamentalista della Bibbia. La foto di Trump in candida veste papale diffusa dal presidente durante la sede vacante tra Francesco e Leone era l’immagine di questa idea. Così come la bandiera “Appello al Cielo” esposta in questi anni da esponenti di spicco delle istituzioni americane — fra cui lo speaker della Camera dei rappresentanti Mike Johnson e il giudice della Corte Suprema Samuel Alito — è il vessillo degli avversari della separazione fra Stato e Chiesa, tra cui alcuni assalitori della Casa Bianca nel tentato golpe del 6 gennaio 2021.

Questa la radice dello scontro fra Washington e Santa Sede culminato lo scorso gennaio nella convocazione al Pentagono dell’allora nunzio apostolico, cardinale Christophe Pierre. Evento senza precedenti. Il sottosegretario Elbridge Colby e alcuni esponenti del ministero della Guerra hanno contestato le critiche sempre meno implicite rivolte da papa Prevost all’amministrazione americana. Soprattutto all’ambita annessione di terre altrui e alla pretesa di combattere guerre “giuste” in nome e con la benedizione di Dio. Poi culminate nel proposito di distruggere “in una notte” l’Iran, chiaro riferimento alla bomba atomica. Denunciato da Leone con tono fermo quanto pacato: “Veramente inaccettabile”. Nel corso della poco diplomatica conversazione un alto funzionario del Pentagono ha ricordato al messo papale l’esilio di Avignone (1309-1377) durante il quale sette papi furono posti sotto il controllo del re di Francia. Per marcare la drammaticità del caso, ha esibito un’arma dell’epoca.

La vicenda sta suscitando un putiferio negli Stati Uniti e un terremoto nell’amministrazione Trump, i cui numeri due e tre — vicepresidente Vance e segretario di Stato Rubio — sono cattolici. Il primo, di recente conversione, aveva fatto sapere per vie carsiche la sua ostilità all’aggressione all’Iran sicché il principale lo ha spedito in Pakistan per trattare con il nemico da debellare. Se riuscirà nel miracolo di un cessate il fuoco diventerà il favorito nella successione al “Messia” Trump. Ragione di più per il presidente di pregare e operare per il fallimento della “missione impossibile”. Quanto a Rubio, che cattolico romano è nato, si è abilmente schierato con il capo della sua Chiesa contro il capo del suo Stato. Un video suo postato il 10 aprile e intitolato “Le radici cattoliche dell’America” inscrive il cattolicesimo nell’albero genealogico della potenza antipapista per definizione, citando il papa, di cui in più occasioni si è confermato fedele.

Avere di fronte un papa americano che non perde occasione di condannare la guerra all’Iran e di invocare la “pace disarmante e disarmata” irrita i nervi del presidente, accusato di “delirio di onnipotenza”. Trump è salito alla Casa Bianca grazie al voto della maggioranza (59%) dei cattolici americani, specie ispanici. Sondaggi segnalano il calo del sostegno cattolico al Partito repubblicano e la montante sfiducia nel presidente, che sta firmando con successo un cambio di regime. A casa sua. Il suo tasso di approvazione è nettamente inferiore al +34 assegnato a Prevost dalla Nbc News. A Leone si rivolgono alcune voci democratiche che implorano il papa di scomunicare Vance per aver accennato all’impiego di “strumenti nella nostra cassetta degli attrezzi”, leggasi bomba. In questo tempo di guerra c’è uno spettro assai inquietante che agita Trump e il suo singolare ministro della Guerra, Pete Hegseth: l’ammutinamento di soldati americani chiamati a eseguire un ordine incompatibile con l’etica cristiana (la rivolta sulla portaerei Ford è caso clamoroso fra altri segnali di insofferenza fra i soldati). Nelle parole dell’ordinario militare, arcivescovo Timothy Broglio, non un teologo della liberazione: “Sarebbe moralmente accettabile disobbedire un tale ordine”. La buona novella è che nel protocollo di lancio dell’arma nucleare si passerebbe per alcuni incorreggibili papisti.


Piantedosi è solo la punta dell’iceberg Claudia Conte


Meloni e la “carcassa”. Dal caso Claudia Conte al film su Regeni. La corsa a sbranare. Le polemiche e le dimissioni nella commissione Cinema, la Rai. E poi i cv (con le referenze millantate) di Conte. Il crepuscolo del governo scatena i pentiti

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Sentono l’odore di carcassa e strappano l’ultimo pezzo di carne. Meloni arriverà alla fine ma arriverà con loro: gli sciacalletti della coscienza. I film bocciati dalla commissione Cinema non sono una novità e i giornalisti che si imbucavano ci sono sempre stati. Perché ora? Odore di carcassa. Il documentario su Giulio Regeni aveva ricevuto una prima bocciatura da Massimo Galimberti, il membro che si è dimesso in polemica. Galimberti era coordinatore generale nella sessione che ha negato la prima volta il contributo al documentario ma allora lo ha fatto senza indignazione o obiezione. Perché ora? La carcassa. Claudia Conte, la giornalista innamorata di Matteo Piantedosi, la Carmen in prefettura, perché non viene difesa dalle femministe, malgrado quella frase orribile, violenta, ripresa dal Fatto Quotidiano, “ce la siamo …”? Perché? La carcassa. La giornalista Conte ha bussato al Mur e ha spedito un file che andrebbe esposto nel museo della carcassa, nella sezione Italia nostra. Se Conte dovesse parlare, siete certi che solo Piantedosi viene sporcato? In quel file si portano come referenze millantate i Cassese, gli ex ragionieri di stato, i vicedirettori di quotidiani, procuratori nazionali antimafia: tutti titoli carcassa… 

Questi sono passaggi presenti nel file di presentazione spedito da Claudia Conte. Ecco come la Carmen in prefettura illustrava le attività che organizzava
: “Agli eventi hanno partecipato illustri personalità come il ministro Matteo Piantedosi, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il prefetto Francesco Messina, l’onorevole Caterina Chinnici, magistrata ed europarlamentare, figlia del magistrato Rocco Chinnici, l’onorevole Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta (…) il vicedirettore del Corriere della Sera, l’ex Ragioniere di Stato, Andrea Monorchio”. Che significa? Che solo l’odore di carcassa consente di prendere le distanze da una collega giornalista che mezza Italia conosce. La carcassa.

Passiamo al cinema, una comunità di mezze tacche che si credono Fellini, che si vestono come Wim Wenders: in inverno con la sciarpa bianca, e in estate con lino con le tarme. E’ quella famiglia che ora sente odore di carcassa, che si riunisce per salvare il cinema ma che in passato taceva perché la regola è sempre stata: oggi te ne boccio uno, domani te ne promuovo due. Questo articolo lo potrebbero scrivere serenamente altri giornalisti, solo che non si sa mai, magari, un giorno, e a cena, si sa… Veniamo alle commissioni. La Commissione cinema, nominata da Franceschini, che ha saputo governare la Cultura, aveva in precedenza bocciato un film su Nicola Calipari, “Il Nibbio”, un documentario sull’ambasciatore Attanasio, un film di Salvatores su un soggetto di Fellini (poi recuperato). Esiste forse un botteghino delle morti: Regeni, Calipari, Attanasio? Ce n’è una che vale più dell’altra? Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, in una chat con cinquecento persone, addetti ai lavori (non si capisce quale dei tanti) ha commentato indignato i giudizi di quella commissione. Stessa cosa ha fatto Emanuele Rauco, altro esperto di cinema che seleziona film a Venezia. Se Barbera e Rauco si indignano per le scelte della commissione, i registi che invece l’hanno spuntata, cosa devono pensare? Penseranno che aver ricevuto il finanziamento della commissione sarà il viatico per essere bocciati a Venezia.

Prima della carcassa, Indigo Film, con le prime due finestre, si è vista finanziare progetti fino a 4,4 milioni di euro. Si è vista bocciare un progetto di Bertolucci e oggi si indigna. Perché? Carcassa. Fandango, che protesta per la bocciatura di Regeni (documentario acquistato dalla Rai), ha ricevuto finanziamenti per due documentari e un film. Fino ad allora niente polemica. Non c’era ancora la carcassa. Meglio tacere. In Rai, un altro fondaco di vanità, uno come Milo Infante si sarebbe mai permesso di sfidare Vespa e dire al suo pubblico di non cambiare canale, di non passare su Rai 1, da Vespa? Prima nessuno sfidava Vespa e anche l’ad Giampaolo Rossi doveva tacere perché Vespa parlava direttamente con Meloni. Solo che ora c’è la carcassa. Massimo Giletti che era rimasto senza lavoro, prima di ritornare in Rai, un anno fa, avrebbe mai alzato la voce contro il suo direttore degli Approfondimenti, Corsini, per il taglio di alcune puntate? Carcassa. Meloni arriverà alla fine, ma con l’alito di chi prima del referendum si inginocchiava per avere un incontro. Bastava vedere la Camera. Si cercava Schlein come tre anni fa si cercava Meloni e la si riempiva di complimenti: “Ma come sei stata brava”, “ma che vestito bellissimo che hai”. Il potere fa diventare grassi e la carcassa coraggiosi. Meloni arriverà alla fine, ma con l’alito dei soliti Pietro che iniziano a dire: “Io non c’ero”.


Netanyahu tiene per le palle Trump


LIBANO: 3 MORTI IN RAID IDF, CHIESTO STOP ATTACCHI A ISRAELE

(AGI) – I media libanesi riferiscono di tre morti in un raid aereo israeliano nel sud del Libano. Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e’ stato colpito un edificio residenziale nella città di Mayfadoun, nel distretto di Nabatieh, causando tre vittime e la distruzione del palazzo.

Fonti locali riportano inoltre di altri attacchi israeliani contro le città di Haris e Toul, sempre nel sud del Libano. Due bombardamenti sono stati segnalati anche ad Al-Kafour, nella provincia di Nabatieh.

In territorio israeliano sono invece scattate le sirene antiaeree che avvertono di un sospetto attacco con droni di Hezbollah contro le comunità vicine al confine con il Libano. Gli allarmi sono stati uditi nella città settentrionale di Kiryat Shmona e nelle comunità circostanti.

Al contempo, secondo quanto riportato da Axios, Beirut e Washington avrebbero chiesto una sospensione temporanea degli attacchi contro Hezbollah. Axios ha citato due fonti secondo le quali Beirut e Washington si sarebbe rivolte a Israele per chiedere di sospendere temporaneamente gli attacchi contro Hezbollah in vista di colloqui diretti Iran-Usa di oggi in Pakistan, come riportato anche dall’agenzia stampa Tasnim.

ISRAELE, ‘NESSUNA TRATTATIVA PER CESSATE FUOCO CON HEZBOLLAH’

(AGI) – Israele ha accettato di avviare colloqui di pace formali con il Libano martedì prossimo a Washington, ma Hezbollah non prenderà parte alla trattativa. Lo ha detto l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti.

“Israele si è rifiutato di discutere un cessate il fuoco con l’organizzazione terroristica Hezbollah, che continua ad attaccare Israele ed è il principale ostacolo alla pace tra i due Paesi”, ha dichiarato l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Leiter. Stando a una dichiarazione dell’ufficio del presidente libanese, i colloqui previsti per martedi’, mediati dagli Stati Uniti, dovrebbero vertere su un cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e Libano.

LIBANO: HEZBOLLAH CONTINUA A COLPIRE LE FORZE ISRAELIANE CON MISSILI E DRONI

 (LaPresse) – Hezbollah ha dichiarato che i suoi combattenti hanno preso di mira un assembramento di truppe israeliane nell’insediamento di Kiryat Shmona, nel nord di Israele, con missili e droni. Il gruppo, riporta Al Jazeera, ha anche annunciato che i suoi combattenti hanno colpito la caserma di Ya’ara con una salva di razzi.

LIBANO: MEDIA, USA E BEIRUT CHIEDONO PAUSA ATTACCHI A ISRAELE PRIMA DEI COLLOQUI

 (LaPresse) – Stati Uniti e governo libanese hanno chiesto a Israele una “pausa” negli attacchi contro Hezbollah prima dell’avvio di negoziati diretti tra Israele e Libano, previsti martedì a Washington sotto l’egida del Dipartimento di Stato. Lo riporta Axios.

 La richiesta, avanzata tramite mediatori Usa, punta a favorire una de-escalation e a creare le condizioni per un possibile cessate il fuoco. Beirut propone di tornare alle intese del novembre 2024, limitando le operazioni israeliane alle sole minacce imminenti. Washington sostiene questa linea e sta facendo pressione su Israele perché accetti.

Il premier Benjamin Netanyahu sta valutando la proposta, mentre fonti israeliane sottolineano che al momento “non c’è alcun cessate il fuoco”, pur non escludendo una breve pausa tattica nei raid.

Israele si dice disponibile a negoziare un accordo con il Libano, ma rifiuta l’ipotesi di discutere un cessate il fuoco con Hezbollah. I primi colloqui saranno guidati dagli ambasciatori dei due Paesi negli Stati Uniti e dovrebbero essere seguiti da negoziati più approfonditi.

L’offensiva israeliana in Libano resta intanto un punto di tensione nei colloqui tra Stati Uniti e Iran, che accusa Israele di violare il cessate il fuoco, accusa respinta da Washington. In questo contesto, Usa, Israele e Libano mirano a evitare che Teheran influenzi gli sviluppi sul terreno a favore di Hezbollah. Il primo ministro libanese Nawaf Salam è atteso la prossima settimana a Washington per incontrare il segretario di Stato Marco Rubio, nella prima visita bilaterale di alto livello dall’insediamento dell’amministrazione Trump.


Cingolani non voleva fa’ l’americano


(dagospia.com) – È stata la mano dello zio Sam? O quella dello Zio “Fazzo”? Sulla defenestrazione di Roberto Cingolani dal vertice di Leonardo, “Domani” pubblica una interessante ricostruzione sulle pressioni americane, in particolare di Alexander Alden, consigliere di Palantir e rappresentante militar-trumpiano in Europa. 

Ma come scrive Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”, la “pista americana” non spiega tutto: “‘Colpa degli americani’, hanno ripetuto per settimane a Palazzo Chigi, cercando di trovare una motivazione nobile a una scelta che invece era dettata da banali logiche politiche.

Cingolani, questa era la tesi, s’era lanciato con troppo entusiasmo, e senza chiedere le adeguate autorizzazioni al governo, su progetti di difesa comune europea che avrebbero indisposto il Pentagono, la Casa Bianca, la CIA, la NASA, il Ku Klux Klan o chissà chi. La verità era più banale di così: altro che Trump, Cingolani aveva indisposto Fazzolari, e tanto basta, in questa stagione del melonismo paranoico, a decretare la condanna per un manager pubblico. 

Cingolani non è mai entrato in sintonia con i palazzi della politica romana, e coverebbe molto rancore. Sempre secondo Valentini, si sarebbe sfogato con i suoi confidenti così “Io avevo capito che volessero una big tech world class. Ma evidentemente Leonardo deve essere una municipalizzata del Grande Raccordo Anulare per gli affarucci romani…”

Meloni, generali e trumpiani: così Cingolani è stato silurato

Al suo posto è tornato Mariani. Il manager ha pagato lo scarso feeling con i vertici militari. Ma contro l’ad uscente ha pesato il giudizio di Alden, emanazione trumpiana e di Palantir

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – I mercati hanno accolto con preoccupazione il cambio al vertice di Leonardo, dove è arrivato Lorenzo Mariani come amministratore delegato al posto di Roberto Cingolani. Il titolo in Borsa è affondato, finendo per perdere oltre il 5 per cento alla fine delle contrattazioni a Piazza Affari. Le nomine, ufficializzate delle liste depositate giovedì sera (e in attesa di ratifica degli organi sociali) hanno confermato la sostituzione al vertice del colosso degli armamenti.

Alla presidenza, così come previsto, approderà Francesco Macrì, in quota Fratelli d’Italia, molto apprezzato per il lavoro di mediazione tra ad è consiglio fatto nel consiglio di amministrazione negli ultimi tre anni. La sua nomina porta il marchio di Guido Crosetto in asse con Francesco Lollobrigida. Non solo i mercati hanno osservato la vicenda. «Il cambio andrebbe spiegato», ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi.

I militari e la governance

Ora Domani ha scoperto che ci sono ragioni multiple per il defenestramento. Deciso in persona da Giorgia Meloni, su suggerimento di alcuni soggetti chiave. In primis, chi ha soffiato contro Cingolani sono stati alcuni generali a tre e quattro stelle. In questo triennio, l’ex ministro della Transizione ecologica si è fatto troppi nemici tra i militari. Non ha costruito un dialogo con le forze armate, tranne che con Luciano Portolano, capo di stato maggiore della Difesa.

Era uno dei pochi, se non l’unico, interlocutore nell’ambiente. Cingolani non aveva buoni rapporti nemmeno con il capo di stato maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, ultimamente molto stimato dalla premier. Lo ha incontrato di recente ed è stata positivamente colpita. Nemmeno l’inchiesta sulla società Tekne, che comunque non riguarda Masiello (solo sentito dalla procura ma non indagato), ha messo in discussione la stima.

Cingolani, per conto suo, aveva seguito a Leonardo la linea di rottura concordata proprio con Meloni al momento della nomina, affidandosi meno alla relazione con i vertici delle forze armate e alle società a loro vicine. In secondo luogo, Meloni non ha apprezzato la gestione di alcune risorse interne.

Tra queste l’ascesa di Helga Cossu, ex giornalista di Sky da pochissimo promossa capo della comunicazione dell’azienda, e diventata direttrice generale della fondazione Leonardo. Cossu è entrata in rotta di collisione con Luciano Violante, direttore della fondazione fino al 2024, che ha deciso di non rinnovare il mandato. Tensioni che hanno attirato l’attenzione di Palazzo Chigi, soprattutto del sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, che è in ottimi rapporti con Violante, nonostante la diversa estrazione culturale.

La voce trumpiana

Ma il turning point è arrivato solo qualche settimana fa, quando gli statunitensi, o meglio i trumpiani, hanno spiegato al governo i loro dubbi sul manager. Un ruolo centrale è stato ricoperto da Alexander Alden, rappresentante del mondo trumpiano in Europa, allievo del politologo Edward Luttwak, e consigliere di Palantir, il colosso che fa capo al controverso Peter Thiel. La società – come svelato da Domani – fornisce già delle tecnologie della difesa all’Italia.

Alden vanta un ottimo feeling con Meloni (è tra i pochi che scrive e parla direttamente con la premier) ed è stato protagonista di una cena – secondo quanto apprende questo giornale da fonti di governo – in cui avrebbe manifestato delle perplessità sulla governance di Leonardo davanti a rappresentanti delle forze dell’ordine, vertici istituzionali e politici, alcuni di questi molto ascoltati dalla presidente del Consiglio. Le lamentele dell’uomo di Palantir non riguardavano tanto il Michelangelo Dome, ma un’impermeabilità di Cingolani ai business dei colossi americani. Rimostranze sull’eccesso di “europeismo” nella gestione di Leonardo da parte di Cingolani (l’affare Rheinmetall, quello con i droni in Turchia, lo scudo spaziale europeo) sono state quindi avanzate dai trumpiani a Meloni.

Per ordine di importanza, si mormora a Palazzo Chigi, la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è stato il venir meno della fiducia personale di Meloni verso Cingolani. Il motivo risiederebbe in alcune conversazioni fatte dal manager con altre persone, in cui avrebbe riferito il contenuto di alcuni suoi confronti con la premier. Per le regole del club Meloni, uno sgarbo inaccettabile. Cingolani è comunque furioso. Crede che i motivi opposti siano fuorvianti e ingenerosi. Il manager ha commesso certamente un errore: non si è voluto piegare in questi anni ai riti bizantini della politica romana, che ha sempre detestato, anche durante l’esperienza ministeriale nel governo Draghi.

Secondo chi lo conosce, Cingolani è rimasto sé stesso, concentrato sul lavoro e puntando ai risultati sul mercato. Restando autonomo (forse troppo, essendo Leonardo una partecipata) dalle dinamiche politiche. Alla fine ha pagato dazio. L’amministratore uscente di Leonardo ora potrebbe finire a Hitachi, multinazionale giapponese che lo aveva già cercato prima della nomina del 2023 al vertice del colosso degli armamenti.

Per quanto riguarda la partita delle altre nomine, non ci sono stati intoppi. Giuseppina Di Foggia lascerà Terna per il ruolo di presidente di Eni. Nel cda del cane a sei zampe resta anche Cristina Sgubin, manager rampante ex stretta collaboratrice dell’avvocato Piero Amara, sponsorizzata dall’asse Giancarlo Giorgetti e Gianni Letta.


L’orso bruno non dorme più: l’allarme che arriva dagli Appennini


(Michele Agagliate – lafionda.org) – Il tempo delle tane blindate e dei lunghi sonni sotto la neve sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Oggi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’orso bruno (Ursus arctos) deve fare i conti con un nemico più insidioso dei bracconieri: il termometro. Con temperature che non accennano a scendere e l’assenza cronica di manti nevosi, il letargo – pilastro biologico per la sopravvivenza della specie – sta diventando un optional pericoloso.

I numeri parlano chiaro: sono rimasti circa sessanta esemplari. Un equilibrio fragilissimo che il riscaldamento globale sta facendo saltare. Se in passato era il freddo a “chiudere” gli orsi bruni nelle tane, oggi la scarsità di neve spinge molti individui a restare attivi. “Il periodo di ibernazione si è ridotto drasticamente e in alcuni casi è del tutto assente”, spiega Stefano Orlandini, presidente dell’associazione Salviamo l’Orso. Il caso limite? Una femmina con tre cuccioli che quest’anno non è mai andata in letargo.

È un dettaglio fondamentale: per le femmine, partorire fuori dalla protezione della tana o interrompere il riposo significa bruciare riserve energetiche vitali. Il rischio concreto è che i piccoli non superino l’inverno o che il successo riproduttivo della specie crolli verticalmente.

Altro fattore importante: quando l’orso bruno non dorme, cerca cibo. E se i frutti selvatici scarseggiano a causa della siccità appenninica, l’animale si sposta verso valle, attirato dagli odori dei centri abitati. È qui che la biologia incrocia la cronaca. La “confidenza” con l’essere umano, spesso forzata dalla fame, trasforma l’orso bruno in un frequentatore di cassonetti, aumentando il rischio di incidenti, investimenti o conflitti sociali.

Valeria Barbi, naturalista e responsabile comunicazione dell’associazione, conferma la tendenza: il letargo è ormai un “termometro” della crisi ecologica. Se gli orsi americani (bruni e neri) stanno già modificando i ritmi stagionali da anni, il Marsicano – isolato geneticamente da millenni – è ancora più vulnerabile a questi sbalzi.

La partita per salvare il più grande mammifero italiano si gioca ormai fuori dai confini protetti, nei cosiddetti “corridoi d’espansione” che arrivano fino al Terminillo e alle Marche. Qui, l’attivismo civile prova a tappare i buchi della gestione pubblica. Tra l’installazione di recinti elettrici per proteggere gli apiari e la sostituzione dei cassonetti tradizionali con modelli “a prova d’orso” (già 49 quelli posizionati), l’obiettivo è uno solo: rendere possibile la convivenza.

Resta però il nodo delle risorse idriche. Il progetto Drop by Drop punta i riflettori sulla sete dell’Appennino: senza acqua pulita e accessibile in quota, l’orso bruno è condannato a scendere tra le case.

In ultima analisi, la mancata latenza invernale altera l’omeostasi della sottospecie: il passaggio da un regime di ipometabolismo a uno di attività costante in assenza di trofismo naturale espone gli esemplari a un deficit calorico che ne compromette la fitness riproduttiva. La persistenza di questo trend climatico rischia di trasformare l’Appennino in un sink ecologico, dove la sopravvivenza dei sessanta individui rimasti dipenderà esclusivamente dalla capacità di minimizzare il dispendio energetico legato alle interferenze antropiche.

Fonte: https://www.repubblica.it/green-and-blue/2026/04/07/news/orso_marsicano_letargo-425259887/


Il karma della sinistra


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Silvia Salis ha detto che è disposta a sfidare Giorgia Meloni, se glielo chiedono, però non vuole fare le primarie. Anche Giuseppe Conte aveva detto che è disposto a sfidare Giorgia Meloni, se glielo chiedono, perciò vuole fare le primarie. E pure Elly Schlein, primarie o non primarie, continua a dire che è disposta a sfidare Giorgia Meloni, però non riesce a capire perché non glielo chiedono, o comunque non tutti e non abbastanza.

Il karma del centrosinistra è implacabile. Quando si presenta diviso, perde. Ma se si compatta, lo fa vergognandosi di affidare la guida della coalizione al leader del partito più votato, come avviene in tutte le altre democrazie dell’universo. Così costui, o costei, dal giorno dopo le elezioni eventualmente vittoriose comincerà a fare la guerra a chi considera un usurpatore che governa con i suoi voti. Non è uno schemino tanto difficile da capire, eppure si ripete da decenni con millimetrica precisione. 

Come spezzare la ruota delle morti e delle rinascite del centrosinistra? Una soluzione rivoluzionaria consisterebbe nell’osservare i potenziali elettori. Quelli che negli ultimi tempi hanno riempito le piazze in difesa di Gaza e le urne in difesa della Costituzione. Non sono andati dietro a un nome, e tantomeno a una faccia, ma a un’idea. Forse, prima di scannarsi per decidere a chi tocchi ritirare lo scontrino per Palazzo Chigi, ai politici di centrosinistra converrebbe mettersi d’accordo su qualche idea. Sempre che ne abbiano.