La premier è stata contestata all’apertura dei Giochi del Mediterraneo: domani è attesa nella città del terremoto del 2016

(di Chiara Spagnolo – repubblica.it) – La città avvelenata dalle fabbriche e quella distrutta dal terremoto dieci anni fa. C’è un filo rosso che lega Taranto ad Amatrice e fa temere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di poter essere contestata domani nella cittadina laziale come è accaduto il 21 agosto nel capoluogo ionico, all’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Un coro di fischi nello stadio Iacovone, ripetuto per tre volte: quando la premier è stata salutata dai presentatori e quando è stata ringraziata dai presidenti del Comitato internazionale dei Giochi, Mehrez Boussayene, e del Comitato organizzatore Massimo Ferrarese. Tre momenti imbarazzanti, a cui hanno fatto da contraltare le ovazioni per il capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Alla contestazione, Meloni ha risposto, manifestando «comprensione per chi a Taranto esprime il proprio dissenso» e assicurando che «sull’ex Ilva il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere». E ieri la sindaca di Lecce e veterana della destra pura, Adriana Poli Bortone, ha invitato la città di Taranto a chiedere scusa. Accanto a lei molti esponenti del centrodestra, sul fronte opposto il centrosinistra a partire dal leader pentastellato, Giuseppe Conte, secondo il quale «i fischi dovrebbero spingere Meloni a prendere contatto con la realtà». Per il capogruppo Pd al Senato, Francesco Boccia, quella contestazione «segnala un disagio che esiste nel Paese e a Taranto si tocca con mano». Per Peppe De Cristofaro di Avs «il Paese reale fischia per le politiche fallimentari del Governo». Il “Comitato giustizia per Taranto” ha chiarito: «I Giochi non comprano il silenzio di nessuno. Lo stadio Iacovone ha parlato e lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa».
Il timore, adesso, è che parli anche Amatrice, dove la premier è stata invitata alla commemorazione a dieci anni dal terremoto, alla quale deciderà soltanto oggi se partecipare. Le vacanze per lei sembrano agli sgoccioli, probabilmente concluse in una masseria pugliese. Ma ritornare sulla scena politica domani con un’altra contestazione (di cui sembra avere avuto già notizia) potrebbe essere un passo falso. Del resto, che a Taranto potesse accadere qualcosa era nell’aria e lo stesso sembra possa accadere ad Amatrice, che ha più volte chiesto alla premier una presenza. Ma lei, dopo la visita del 2017 non si è più vista. Nell’agosto 2024 ha ricevuto il sindaco, Giorgio Cortellesi, a palazzo Chigi. Domani lui la aspetta nella sua città ancora ferita.
Secondo i sondaggi politici, il centrosinistra potrebbe vincere le prossime elezioni se si presenta unito. Con la fine dell’estate si avvicina l’inizio del confronto più acceso dentro il campo largo: bisogna decidere un programma comune e, cosa non da meno, chi sarà il leader o la leader della coalizione. Nella nuova rilevazione di Piepoli, Giuseppe Conte è davanti.

(di Luca Pons – fanpage.it) – L’autunno e l’inverno del 2026 per il campo largo saranno segnati dal dibattito per creare, una volta per tutte, una coalizione unitaria in vista delle elezioni politiche. E parte di quel dibattito sarà anche, inevitabilmente, la scelta del leader o della leader.
In queste settimane estive, Giuseppe Conte sembra essersi portato avanti in vista delle eventuali primarie, non facendo mancare partecipazioni a eventi e dichiarazioni forti, dall’Ucraina (per due volte) al Covid, fino all’ultimo intervento che ha aperto il dibattito sulla presunta cultura “woke”. Che sia questo o altro il motivo, fatto sta che nel nuovo sondaggio politico realizzato da Piepoli per In Onda su La7 il leader del Movimento 5 stelle è avanti nei consensi tra gli elettori.
Conte in testa, ma molto dipende da come si vota
Nella rilevazione, infatti, Giuseppe Conte raccoglie il 36% di gradimento. È un risultato che permette di staccare in modo piuttosto netto gli alleati-avversari, in vista di eventuali elezioni primarie.
Bisogna comunque fare alcune premesse. Il risultato potrebbe dipendere anche da come si svolgeranno le votazioni e, al momento, nulla è ancora stato deciso ufficialmente, anche se dei confronti tra i partiti ci sarebbero stati durante l’estate.
Non sappiamo ad esempio se le primarie – se si faranno – avranno un turno unico oppure un primo turno seguito da un ballottaggio. Così come non sappiamo esattamente chi potrà votare: chiunque? tesserati di partito? pre-iscritti che dovranno fare domanda e dichiararsi elettori di centrosinistra? Anche qui tutte le strade sono aperte.
E poi, materialmente, come si dovrebbe votare? Con dei banchetti organizzati oppure con una procedura online (cara al Movimento 5 stelle sia per ragioni storiche, sia per una maggiore semplicità nel mobilitare il suo elettorato)? Sono aspetti che potrebbero influenzare molto il risultato finale, anche al di là dei risultati nei sondaggi generali.
Salis davanti a Schlein, il Pd rischia di dividersi?
In ogni caso, Conte risulta parecchio avanti con il 36%. Al secondo posto non si piazza la segretaria del PD ma la sindaca di Genova Silvia Salis, che ottiene il 30%. Per il momento la figura di Salis resta ambigua, per quanto riguarda il campo largo.
La prima cittadina genovese ha ribadito più volte che non intende entrare nella competizione, nonostante il ‘corteggiamento’ arrivato soprattutto dagli ambienti più centristi della coalizione (da tempo Matteo Renzi la sostiene). Non si esclude, però, un suo ruolo se alla fine non si dovesse arrivare alle primarie, ma si scegliesse una leader unitaria con un ‘passo di lato’ di Schlein e Conte. Cosa che, va detto, ad oggi appare improbabile.
Ad appena un punto di distanza c’è proprio Elly Schlein, al 29% di gradimento. La segretaria del PD, che negli ultimi giorni ha avuto un botta e risposta a distanza con Giorgia Meloni, quest’estate è stata molto meno presente di Conte sui giornali e sui social. Resta da vedere se questo avrà un impatto anche sulle eventuali primarie, che comunque non dovrebbero avere luogo prima di un paio di mesi (anche le tempistiche, per ora, sono fumose).
Gli altri contendenti si piazzano a una certa distanza. Nicola Fratoianni raccoglie il 23%, di poco davanti al suo collega Angelo Bonelli con il 21%. Entrambi i leader di Alleanza Verdi-Sinistra hanno chiarito a più riprese che non vedono con entusiasmo l’idea delle primarie, ma che naturalmente il partito non si tirerà indietro se alla fine si dovessero fare.
Matteo Renzi si ferma al 17%. Per l’ex premier è improbabile una candidatura diretta alle eventuali primarie del campo largo, mentre sembra più plausibile che cerchi di organizzare le forze centriste a sostegno di un candidato o una candidata alternativi a Schlein e Conte. A chiudere la classifica è il segretario di +Europa Riccardo Magi (14%), che si è detto pronto a correre nonostante le polemiche interne al suo partito.
Il tempo dell’“impero americano” è finito, così come la sua influenza su vaste arie dal pianeta. Al suo posto arrivano nuovi attori che i nostri studenti dovrebbero imparare a conoscere

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia.
Al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda.
Ma oggi, in tempi caratterizzati dall’unione politica dei popoli in grandi blocchi, è necessario superare il gap che rende ancora non solo impossibile, bensì perfino impensabile la soluzione di un soggetto politico-istituzionale unitario che riguardi l’intero continente e consideri lo stesso Mediterraneo.
È tuttavia evidente che le premesse storiche per tutto ciò vi sarebbero: mentre la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più. Oggi la stessa parola “Occidente” appare abusata e ambigua. Già addirittura un secolo fa Oswald Spengler ne preconizzava il “Tramonto”: ma quello di cui egli parlava era allora un altro “Occidente”, coincidente con la storia dell’Europa e dalla quale erano ancora esclusi gli Stati Uniti d’America, ch’erano pur ormai i padroni di gran parte del continente americano ed egemoni nell’Oceano Pacifico.
La realtà del nostro XXI secolo è ben diversa. Il tempo dell’“impero americano”, apparenze residuali a parte, è trascorso: gli resta ancora fedele solo la cosiddetta “anglosfera” (Gran Bretagna, Canada, Australia: escluso ormai il Sudafrica), oltre al Giappone, a una parte del mondo arabo e musulmano – l’alleanza saudita-turco-pakistana – e ad alcuni Paesi latino-americani. Quello è il “nuovo Occidente” isterizzato e aggressivo, tra il quale e i paesi del Brics adesso proprio un’Europa politicamente unita potrebbe collocarsi come elemento equilibratore.
Ma il comprendere le radici profonde dell’esigenza di una soluzione europeistica unitaria ci appare arduo perché – al di là di tristi vicende politiche – noi ignoriamo la nostra stessa storia: ed è qui che la scuola deve insistere.
[…]
Le forti premesse antropologico-culturali della nostra unità esistono da secoli. Essa si avviò fino dal VI secolo, nella frammentata area già appartenuta alla pars occidentis dell’impero romano, con la grande avventura latino-celto-germanica del monachesimo benedettino e celtoibernico poi allargato a parte del mondo slavo fino all’Europa delle Università, delle cattedrali gotiche e delle istituzioni mercantili-creditizie medievali che fece tesoro anche delle esperienze ebraiche e musulmane, quindi all’Europa della cultura umanistica e cristiana di Nicola Cusano, di Pio II Piccolomini e di Erasmo da Rotterdam e al continente dello ius publicum europaeum dal quale sorse la migliore cultura illuministica prima che le ventate rivoluzionarie e la febbre contagiosa dei nazionalismi non ci portasse, attraverso due guerre mondiali e i loro disastrosi postumi, alla perdita del primato continentale che l’Europa aveva raggiunto e allo sfacelo attuale.
Pure, come dice il vecchio proverbio arabo, è nel buio della notte che si deve credere nell’alba. Un’alba che passi attraverso una rinnovata coscienza unitaria nella quale ormai tutte le genti del pianeta debbono potersi riconoscere: che ci consenta infine scorgere la verità secondo la quale la nostra unica identità definitiva della quale è necessario esser fieri è quella di una sola civiltà umana che, anche quando la terra era troppo vasta per gli uomini, si caratterizzava attraverso molteplici spesso misteriose vie di comunicazione le quali tuttavia, dopo la svolta cinquecentesca ch’ebbe l’Occidente europeo come protagonista, impararono lentamente e faticosamente a riconoscersi ciascuna come parte di una sola polifonica civiltà i cui vari popoli si sono passati nei secoli il testimone.
Quello che oggi è possibile e necessario, anche e soprattutto partendo dalla scuola, non è il rispolverare la vecchia accademica histoire universelle ottocentesca che pure ha segnato a sua volta una gloriosa generazione di studi e di ricerche (ricordate i volumetti della Feltrinelli-Fischer degli Anni Cinquanta-Sessanta, ancor oggi ripubblicati?), bensì una nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra e delle differenti egemonie culturali che si sono succedute fra loro (l’ultima, fra XVI e XXI secolo, è la nostra, l’“occidentale”: sei secoli appena su sei millenni di storia delle differenti civiltà “superiori: vale a dire, lungi da qualunque allusione razzistica, in grado di proporre un panorama articolato dei loro assetti sociali e dei loro saperi). Tale storia, dotata di una solida base geoantropologica, potrà essere studiata e conosciuta, quindi amata, da tutte le genti della terra: con le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue glorie religiose, artistiche e intellettuali. A tale scopo esistono ormai i nuovi strumenti tecnici e anche didattici: le risorse infotelematiche e l’Intelligenza Artificiale.
[…]
Il fatto è che bisogna uscire dall’universo di conoscenze storiche ormai limitate al “nostro Occidente” o in rarissimi casi poco più, inadatte ormai alla nostra stessa esperienza esistenziale. È impensabile che in un mondo come l’attuale non si sappia globalmente quasi nulla di civiltà altissime come la cinese, l’indiana, la persiana, quella americo-precolombiana, quella dell’Africa nera, cioè appartenenti a giovani che si apprestano a guidare il genere umano nei decenni futuri o lo stanno già facendo; del resto, noi italiani pochino sappiamo della stessa storia degli altri Paesi europei – specie della parte orientale e meridionale del continente – o di quella dei ceti subalterni del nostro stesso Paese. È giunto il momento di affrontare questa situazione e di cambiarla: e si tratterà di porre in atto una sorta di rivoluzione antropologico-didattica non solo per quel che concerne i contenuti quantitativi e la loro disposizione, bensì anche i metodi.
E forniamo subito, sinteticamente, un esempio e un modello concreti a tale riguardo. Se volete cominciare con il prendere in considerazione appunto un semplice ed efficace “caso manualistico” adatto alle scuole europee, ecco qua: The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529, euro 24). Che poi corrisponde al vecchio motto illuministico, Rien que la terre; o alla vecchia canzone anarchica che mio nonno m’insegnò quand’ero piccolo e nella quale, ora che sono un vecchio cattolico reazionario, ancora più fortemente credo: “La nostra patria è il mondo intero”.

(dagospia.com) – C’era una volta l’estate spericolata. Una “svaccanza” che squadernava una girandola di personaggi megalomani, divi sciamannati, vip incurabili, star barcollanti sull’orlo del burino. Ogni giorno, la stessa canzone: sfoghi di tette, scarichi di sederoni, esagerazioni peniche, volgarità fumettona, demenze di teste coronate, sciocchezze da discoteca, sconcezze da vespasiano.
Colpiti da priapismo mediatico, la Società dei Famosi e il Palazzo del Potere sputavano l’anima (e la decenza) per farci vivere un solleone indimenticabile, un ferragosto fremebondo di ciance, roba da “dimmi tutto, sarò una tromba!”. Qui l’Avanti Natica di Belen, là Ilary Blasi a mollo, di fianco le peripezie di Stefano De Martino, a destra gli amorazzi intercambiabili dei “morti di fama” dei reality show.
Acqua passata. Vacanza antica. Basta un pigro sguardo di fine agosto per avvertire l’espropriazione del mese più incontinente dell’anno, parafulmine di tutti gli eccessi, pensatoio di tutte le scemenze, zona-cult di tutti i picchiatelli: l’estate 2026 appartiene alle disavventure ai confini della realtà della strana coppia Lavitola-Ranucci.
Fino a ieri era impossibile sotto l’ombrellone immaginare attentati come “bombe d’amore”, ristoranti come ‘’laboratorio politico’’, sondaggi alle vongole sgusciate, ristoratori pregiudicati e giornalisti spregiudicati, rivelazioni di stagionati arrapamenti e fregnacce da prendere sempre sul serio, magari anche in quel posto.
Su tale fremebonda Via Trucis alle vongole, “la Rai non può limitarsi a dire che ‘’Ranucci è Ranucci’’, scrive Aldo Torchiaro su “il Riformista”, ”perché Ranucci, quando conduce Report, è Rai. Ed è questa la vera bomba: non quella esplosa sotto casa del giornalista, ma quella reputazionale che rischia di esplodere nel servizio pubblico. Viale Mazzini deve disinnescarla”.
Detto, fatto: è attesa per martedì prossimo la fine del primo tempo: a ottobre, quando ritornerà in onda “Report”, Sigfrido Ranucci non sarà più alla conduzione.
In seguito alle verifiche interne (“audit) sul rispetto del codice etico dell’emittente di Stato, e in attesa delle decisioni degli inquirenti e dei magistrati sul garbuglio-Lavitola, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi comunicherà a Ranucci il cambio di conduzione – sostituzione che è nel pieno diritto delle procedure aziendali.
Quindi, a dispetto di quanto più volte scritto, il dipendente Rai Ranucci Sigfrido non verrà assolutamente “sospeso” dal ruolo di vice-direttore di Rai3, il suo stipendio correrà tranquillo come ogni mese, ma verrà spostato dal responsabile dei programmi di approfondimento, Paolo Corsini, ad altri incarichi che non demansioneranno il suo ruolo….
L’inchiesta sull’ex ministra, indagata per bancarotta e truffa aggravata: ci sono 11 operazioni segnalate dai tecnici di Palazzo Koch tra il 2022 e il 2024

(di Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – Nella nuova inchiesta della Procura di Milano che coinvolge l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè, indagata per bancarotta e truffa aggravata, c’è anche un’ipotesi di riciclaggio. Nessuna accusa, la parlamentare di FdI non è indagata per questo reato. Nessuna contestazione penale. Il riciclaggio in questo fascicolo compare come “sospetto” perché tali vengono definite, “sospette” appunto, alcune operazioni bancarie che la riguardano assieme al compagno Dimitri Kunz e che sono state segnalate ai pm dall’Unità di informazione finanziaria (Uif) presso la Banca d’Italia.
I documenti risultano depositati agli atti dell’ultima chiusura indagini dello scorso luglio. E mettono nel mirino nove operazioni per complessivi 213 mila euro rubricati dagli esperti di Palazzo Koch sotto la categoria “riciclaggio” con valutazione di “rischio medio”. A questa segnalazione sui flussi di denaro del 2024, si affiancano altre due segnalazioni. La prima, del 2023, riguarda un bonifico da mezzo milione da Ki Group Holding, amministrata da Santanchè fino al 2019, alla Bbf capital all’epoca secondo gli inquirenti “collegata al gruppo di moda Burani” non indagato. L’operazione è del 2022, quando l’ex ministra non era più nel board societario.
Vi è poi, sempre nel 2022, l’acquisto da parte di Ki Group Holding dell’8,4% in Illa spa, società che produce pentole e padelle. Nel 2024 “il sospetto” segnalato dalla Uif è dato dal fatto che, in quell’anno, socio di maggioranza di Illa spa (non indagata) è la Global Growth Holding Limited, controllata dal fondo emiratino Negma già finanziatore di Visibilia con due prestiti obbligazionari convertibili (Poc).
Le nove operazioni sospette per un flusso totale in entrata e in uscita di 213 mila euro vanno dal 21 febbraio al 3 aprile 2024 e sono state effettuate attraverso due conti, uno intestato all’ex ministra e un altro intestato con il compagno Dimitri Kunz. “I motivi del sospetto – annotano i tecnici di Banca d’Italia – sono legati all’operatività sui citati conti, caratterizzata da trasferimenti da e verso società collegate ai segnalati”. Così il 21 febbraio sul “conto cointestato” arrivano 50 mila euro bonificati dalla Thor srl di Kunz e nello stesso giorno “si rilevano due bonifici in addebito per 30 mila euro a favore della Immobiliare Dani con causale finanziamento socio”. Il 15 marzo poi c’è un “bonifico in accredito” di 53 mila euro dalla Villegiardini Real Estate con “causale prelevamento soci” e cioè “Santanchè e Kunz”. Nella stessa data dal conto cointestato parte un bonifico da 50 mila euro alla Thor. Villegiardini, in quel 2024, annota la Uif, è partecipata per il 35% dall’allora ministro del Turismo. “L’operatività rilevata sui citati rapporti – conclude la Sos – si caratterizza per la presenza di trasferimenti fra entità collegate ai soggetti quali Immobiliare Dani, Visibilia Concessionaria, Thor e la Villegiardini Real Estate, con causali generiche spesso riferite a finanziamenti soci e aumenti di capitale”.
Nel 2023 viene poi segnalata l’operazione tra la Ki Holding e la Bbf Capital legata allora, secondo la Gdf, “al gruppo Burani” (non indagato). Si tratta di mezzo milione che la società già amministrata da Santanchè bonifica alla Bbf dopo la sottoscrizione di una lettera d’intenti non vincolante che prevede l’ingresso di Ki Group in Bbf Capital e l’aumento di capitale di quest’ultima nella società monegasca Société Monégasque de Salaisons. Cosa che, per quel risulta agli inquirenti, non avviene. Ciò che si registra invece è un bonifico del 22 agosto 2022 da mezzo milione da Ki Group a Bbf. “Provvista che in pari data è stata utilizzata da Bbf per disporre un bonifico a favore della società di diritto monegasco”. Alla base del sospetto vi sono secondo la Uif “bonifici per un futuro aumento di capitale sui conti di una holding che non ha ancora effettuato alcuna variazione di capitale sociale. I fondi provengono da una società quotata, collegata a un nominativo oggetto di indagini e a una persona politicamente esposta”. Il mezzo milione girato alla Bbf, arriva sul conto di Ki Group da Negma, la stessa società che ha finanziato Visibilia e che ha fatto partire l’alert di Banca d’Italia sul controllo di Illa da parte del fondo emiratino. Come “anomalo” è definito dai pm l’investimento di Ki Group in Illa spa.
Ma la leader di FdI vuole andare avanti sulla nuova legge elettorale. Il piano B: accordi dopo il voto con Vannacci o Calenda

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – C’è una percentuale che spaventa palazzo Chigi: 15%. È un numero che potrebbe condizionare l’iter della legge elettorale, attesa per fine agosto al Senato. Il cerchio magico meloniano considera questa soglia un autentico spartiacque: se la somma dei voti di Forza Italia e Lega non supererà il 15% – questa almeno è la stima su cui ragiona Giorgia Meloni, il centrodestra quasi certamente non riuscirà a raggiungere quota 42%, che è l’asticella da oltrepassare per chi punta al premio di maggioranza. In uno scenario ottimistico, infatti, Fratelli d’Italia pensa di poter raggiungere il 26%: mancherebbe il 16% all’obiettivo (l’1% dovrebbe essere garantito da Noi moderati). Il problema è che le ultime rilevazioni indicano azzurri e leghisti in calo. Una tendenza che rischia di mandare in frantumi ogni possibile compromesso tra alleati già nelle prossime settimane.
Fermiamoci un attimo su questo numero e analizziamolo alla luce della super media dei sondaggi elaborata periodicamente da Youtrend. L’ultima risale a fine luglio e attesta FI all’8% e il Carroccio al 5,9%. Totale: 13,9%, in discesa. Nessuno può ovviamente sapere se un ulteriore arretramento nel consenso possa essere compensato da un incremento dei Fratelli. Ma di certo, nella stessa rilevazione ai meloniani viene attribuito il 26,7%: anche con il contributo di Maurizio Lupi la coalizione si fermerebbe sotto il 42%.
Eppure, palazzo Chigi sembra voler andare comunque avanti. La ragione? Ai vertici del governo autorevoli fonti la spiegano così: se anche Meloni fallisse quota 42%, la crescita delle forze esterne ai due poli potrebbe frenare anche la corsa del centrosinistra, negando al Campo Largo il bonus di maggioranza. In altri termini: non solo Roberto Vannacci a destra, ma anche Carlo Calenda al centro e Potere al popolo a sinistra dovrebbero danneggiare i progressisti. Con un’incognita in più: la potenziale nascita di un soggetto concorrente rispetto al Movimento, guidato da Alessandro Di Battista. Lui avrebbe lasciato intendere ad alcuni interlocutori che ci starebbe pensando, ma fonti 5S scommettono che alla fine rinuncerà. In ogni caso, e sempre dando retta alla super media, l’alleanza tra Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa si attesterebbe al 44,5%.
Meloni, comunque, sembra muoversi ipotizzando che il centrosinistra non raggiunga quella soglia. Per l’attuale legge, in assenza di una coalizione capace di accaparrarsi il 42%, scatta un proporzionale puro. Ed è qui che ci si imbatte nel piano B della premier, almeno ad ascoltare le stesse fonti. È la teoria del “doppio forno”, un’alleanza post elettorale con chi è rimasto fuori dalle alleanze. Non il massimo per chi ha promesso coerenza e niente accordi all’indomani delle elezioni, ma neanche uno schema da larghe intese classiche. Fosse per la presidente del Consiglio, la strada migliore condurrebbe a un patto con Calenda. Non è detto, però, che i numeri di Azione bastino allo scopo. E dunque, potrebbe aprirsi una delicatissima trattativa con Futuro nazionale.
Non sono percorsi agevoli, né scenari a cui affidarsi a cuor leggero. E infatti in questa fase tutti si tormentano attorno al “pericolo 15%”. Di nuovo: conviene a Meloni lanciarsi in una riforma che al momento non sembra garantirle neanche di poter competere per il bonus? Senza trascurare il dilemma che assilla berlusconiani e leghisti prima del decisivo passaggio in Senato: è ragionevole per gli alleati di FdI consegnarsi a una riforma che rischia di renderli irrilevanti? È lo spettro d’agosto, a via Bellerio come tra i forzisti. Fin dal primo momento, Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno tentato di rassicurare le truppe, preoccupate dall’addio ai collegi e dall’introduzione delle preferenze, promettendo: saremo “ricompensati” con numerosi seggi nel listone previsto per il premio. Un modo per bilanciare lo strapotere di FdI, hanno spiegato ai gruppi parlamentari in allarme. Anche perché, come già raccontato da questo giornale, il 5-6% assegnerebbe al Carroccio, in assenza del bonus per i vincitori, soltanto 30-35 eletti (un terzo degli attuali). È per questo che soprattutto l’ala lombarda chiede a Salvini garanzie prima del voto di settembre a Palazzo Madama: pretende potere sulle liste e potrebbe non fidarsi delle promesse del capo, affossando la legge. E lo stesso vale per FI, dove non si placano i dubbi di Marina Berlusconi per un sistema di voto che, con le preferenze, consegna a Tajani il controllo degli eletti visto che tutti i ras del consenso sono dalla sua parte.
Nonostante i dubbi, Meloni dovrebbe andare avanti. Convinta che il voto palese al Senato favorisca l’ok alla legge. Altro discorso è la conta finale a Montecitorio, dove potrebbero invece sfogarsi i franchi tiratori. Con effetti ovviamente devastanti. La premier, attraverso i due vicepremier, ha già fatto sapere che aprirebbe la crisi per tornare al voto entro febbraio. La minaccia è anche “previdenziale”: con urne immediate, niente pensioni per i parlamentari. Il diritto si matura infatti con elezioni ad aprile. Una pensione o una ribellione immediata per evitare una riforma che complica la ricandidatura? Ecco il dilemma.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo aver appreso dell’ennesima retata di fedelissimi di Zelensky, colti con le mani nelle tangenti dall’Anticorruzione ucraina (“contanti in sacchi e scatole”), ho chiesto a un amico informato sui fatti, di cui scrive da anni, se per caso dovessi sentirmi turlupinato come contribuente che versa all’erario fino all’ultimo centesimo. Per caso, ho detto, in quella montagna di mazzette che gli amici degli amici di Kiev si spartiscono allegramente da quando è iniziata la guerra con Mosca, non è che ci sono anche i miei soldi? Non è che contribuisco alla dolce vita di quei signori che, mentre la meglio gioventù ucraina viene spazzata via dalla guerra (come del resto quella russa), non fanno altro che rubare a man bassa? Acquistando panfili e villoni, anche qui da noi, in Versilia, all’Argentario o sulla Costa Smeralda? Esiste una qualche relazione tra i fondi dilapidati e l’inerme armamentario ucraino che, malgrado i costanti rifornimenti da parte dei cosiddetti Volenterosi, non riesce a impedire il costante massacro della popolazione civile sotto il tallone della potenza di fuoco russa? Dimmi che non è così, preferisco che i miei soldi finiscano per finanziare un qualche inutile ponte sullo Stretto ma non nelle fauci di criminali che fanno baldoria con il sangue dei loro fratelli. Certo non potrai dirmi che si tratta di calunnie alimentate dalla propaganda tossica di Putin, ma cerca almeno di rassicurarmi sull’entità di questi furti, diciamo così, a mano armata. […] Il mio amico informato sui fatti, soprattutto quando si tratta di smontare i miei pochi punti fermi, ha snocciolato quanto segue. Che l’Ucraina è, da anni, il 2° Stato più povero d’Europa dopo la Moldavia. E uno dei più corrotti. Nel 2021 Trasparency lo metteva in fondo alla classifica dei meno corrotti: 122° su 180 (fra Leshoto e Gabon: la Russia è 136°). Che prima della guerra il fabbisogno ucraino ammontava a circa 50 miliardi di euro l’anno. Che, scoppiata la guerra, per tenere in piedi il Paese e la struttura militare occorrono dai 15 ai 20 miliardi di euro al mese. Anche perché le conseguenze del conflitto hanno quasi azzerato il contributo all’economia nazionale delle due voci principali: l’esportazione di cereali e l’industria metallurgica. Ragion per cui, in quattro anni e mezzo di sostegno a Zelensky, l’Italia ha immesso nelle vene di Kiev qualcosina come 19 miliardi di euro, sotto forma di fondi diretti o attivati dalla Ue. Dunque, mi ha consigliato, mettiti l’animo in pace: indubbiamente anche tu come milioni di italiani hai contribuito a finanziare quella parte della nomenklatura che si riempie le tasche di quattrini, nella speranza che la pacchia continui. “Finché c’è guerra c’è speranza”, potrebbero ben dire questi forchettoni matricolati citando il titolo di un famoso film di Alberto Sordi mercante d’armi. Alla mia obiezione: però, almeno, da quelle parti c’è un’Anticorruzione che funziona mentre chi prospera sulla guerra all’ombra del Cremlino dorme sonni tranquilli. Vero, ha risposto, ma il problema è che non riescono a processare i ladri. Senza contare che Zelensky aveva tentato di mettere sotto il controllo del governo proprio le due autorità indipendenti anticorruzione che indagano sulle ruberie, stoppato fortunatamente da una rivolta di piazza. […] Se a ciò si aggiunge l’allegro girotondo dei rimpasti con i quali il presidente fa ruotare la sua famelica corte, in modo che nessuno resti escluso dalla tavola imbandita, ecco che il sistema è imbullonato quanto basta per perpetuarne il potere. E che i ladri di Stato non siano le solite poche mele marce è documentato dalla interminabile lista di ladroni ucraini con il cesso d’oro che il “Fatto” è costretto ad aggiornare continuamente. Quando poi l’amico informato sui fatti ha cominciato a spiegarmi dove finiscono molte delle armi che noi paghiamo lautamente per la difesa del popolo ucraino (rivendute al mercato nero, per poi magari vedercele puntare contro in qualche conflitto locale), mi sono arreso. E mi chiedo come sia possibile che nell’eterna, stucchevole discussione tra pacifisti e non, mai nessuno invochi un minimo di trasparenza sui nostri soldi versati con tanta opaca generosità. Quando perfino l’ex ministro degli Esteri ucraino Kuleba afferma che la corruzione “non è solo un problema morale, ma un problema politico e di sopravvivenza nazionale” (“Corriere della Sera”).

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Alla fine dell’estate manca un mese, ma possiamo già anticipare che, dopo anni di primati incontrastati, Salvini ha perso la gara del Cazzaro da Spiaggia. Distratto dall’estinzione della Lega, dalla fronda nordista e dalle arance da portare a Roggero mentre treni, aerei e qualunque cosa si muove (si fa per dire) non partono o non arrivano, appare svogliato e rinunciatario. A parte l’annuncio con due giorni d’anticipo della scomparsa di Baresi e il “Grazie Lega!” per “il primo 14enne arrestato col decreto anti-maranza” (che purtroppo è un disegno di legge mai approvato), la sua estate è una cocente delusione. Nulla al confronto del recordman stagionale Tajani, che alimenta il suo primato con impegno quotidiano. Dal tutorial salva-vita per italiani nel Golfo (“Se vedete un drone, non affacciatevi alla finestra e non uscite sul balcone o in strada”) alla fatwa anti-Iran (“Basta droni, basta missili a lungo raggio, basta atomiche!”) alla proposta di “ridurre l’aliquota Irpef del 35 al 33%” (purtroppo già abolita dal suo governo a gennaio), Antonio La Trippa si era portato così avanti da rendersi irraggiungibile. Poi ha voluto strafare, spiegando la idea di cittadinanza per gli stranieri: “Chi ha almeno un genitore o un nonno nato in Italia, sarà cittadino dalla nascita, quindi significa che… tu oggi devi essere figlio o nipote o pronipote di un italiano che, nel momento dell’Unità nazionale, cioè nel 1861, era vivente come cittadino italiano. Quindi può essere pure qualcuno nato nel 1700… alla fine del 1700: uno nato nel 1780 avrebbe avuto 81 anni nel 1861”. Procedura piuttosto agevole, posto che chi nasceva nel 1780, all’81° anno di età figliava come un coniglio.
[…]
Mentre straparlava, Tajani aveva l’aria fiera di chi si sente la vittoria in pugno. Ma proprio sul filo di lana s’è infilato un concorrente insidioso, ancorché ultimamente un po’ sulle sue: Lollobrigida. Che, com’è noto, è un esperto di vini e Sacre Scritture, rigorosamente in quest’ordine. A riprova del fatto che sbronzarsi fa bene, in passato aveva citato il celebre miracolo evangelico della moltiplicazione dei vini (una crasi personale fra la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana e la moltiplicazione dei pani e dei pesci). E l’altroieri ha rincarato: “Non voglio entrare in materia sanitaria, do solo un dato: l’Italia è la prima nazione per longevità in Europa, seconda solo al Giappone. Il vino non è un veleno, questo è oggettivo, altrimenti non avremmo questo record”. Se ne deduce che: a) Giappone e Italia hanno il tasso alcolico più alto del mondo, mentre il resto del pianeta va ad acqua e gazzosa; b) più vino bevi e più campi (se non ti schianti con la macchina). Però Lollo non vuole “entrare in materia sanitaria”. Sennò arriva l’ambulanza.

(Dante Valitutti – lafionda.org) – Hanno creato scompiglio le dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, sull’ineluttabilità per la sinistra di accantonare il movimento Woke, con i suoi stilemi e le sue battaglie. Per Conte, infatti, questo fenomeno — nato in America anni fa sull’onda delle proteste contro le discriminazioni razziali della polizia — se da un lato ha avuto il merito di porre l’attenzione sulle questioni di genere e sulle relative diseguaglianze, dall’altro ha finito per far dimenticare ciò che da sempre caratterizza il cuore ideologico della sinistra: la lotta per i diritti sociali e per il lavoro.
Quest’ultimo è stato via via accantonato, se non svilito, sia nel dibattito pubblico sia nelle politiche istituzionali, tanto a destra (cosa, se vogliamo, naturale) quanto a sinistra. Ed è un paradosso: guardando in casa nostra, il lavoro costituisce il cuore assiologico della Costituzione, il perno valoriale su cui si regge l’intera Carta. Non solo: è stato proprio il tema del lavoro a permettere, nell’Italia del dopoguerra, ai partiti comunisti e socialisti di convergere su una piattaforma comune insieme alle forze della tradizione liberale, conservatrice e cattolica.
Questa è storia: è successo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi. Come è possibile, allora, che tutto questo sia stato di colpo dimenticato? In verità, più che di una dimenticanza, nel corso degli anni si è verificato un vero e proprio mutamento antropologico, prima ancora che ideologico, di una parte della sinistra italiana e internazionale. Si è assistito a uno slittamento che ha condotto le forze progressiste (in particolare quelle più orientate al neoliberalismo) a disinteressarsi progressivamente della loro stessa ragione d’esistenza: la battaglia al fianco degli ultimi per la giustizia sociale e per l’eguaglianza sostanziale, così come cristallizzata nel testo costituzionale.
Se questo processo rappresenti o meno un tradimento non spetta a noi ribadirlo — la letteratura in merito è talmente sterminata da essere già stata ampiamente discussa. Tuttavia, emergono segnali che inducono all’ottimismo. Conte in Italia, ma anche parte dello stesso Partito Democratico (così come negli Stati Uniti), sembrano aver compreso che una sinistra competitiva non può che ripartire dai temi centrali: il lavoro che manca, i salari stagnanti, la precarietà cronica e la crisi demografica che colpisce i giovani.
Non c’è sinistra senza la lotta per i diritti sociali; non c’è Costituzione senza politiche tese all’affermazione di una precisa costituzione economica. Per la sinistra si tratta, in fondo, di ritrovare il proprio senso nel mondo e la propria identità politico-esistenziale. Un’equazione che, per funzionare, non può fare a meno del suo fattore determinante: sinistra = lavoro.
Fischi a Meloni ai Giochi del Mediterraneo, la sindaca Poli Bortone: “A Taranto chiedano scusa”. La reazione della sindaca di Lecce dopo i fischi a Giorgia Meloni durante l’inaugurazione allo stadio Iacovone. La stessa premier aveva subito commentato subito l’accaduto: “Sull’ex Ilva garantisco che il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere”

(di Chiara Spagnolo – bari.repubblica.it) – Taranto chieda scusa alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: è dura la presa di posizione della sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, dopo i fischi che per tre volte sono stati indirizzati alla premier durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, tenuta la sera del 21 agosto allo stadio Iacovone. Alle ripetute ovazioni per il presidente della repubblica, Sergio Mattarella, hanno fatto da contraltare i fischi e i buu per Meloni, quando è stata inquadrata dalle telecamere Rai all’inizio della cerimonia e quando le sono stati rivolti i saluti dal presidente del Comitato internazionale dei Giochi, Mehrez Boussayene e dal presidente del Comitato organizzatore Massimo Ferrarese.
Per la prima cittadina di Lecce (presente alla serata) si è trattato di “un episodio davvero sgradevole, che non rende giustizia alla città di Taranto e alla sua accoglienza”. Ieri sera era stata la stessa premier Giorgia Meloni a commentare immediatamente l’accaduto: “L’ex Ilva è una questione complessa che si trascina da decenni, e tutti noi siamo consapevoli di quanto sia difficile individuare una soluzione. Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso, e garantisco che il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere”.
“Si è trattato di una manifestazione di ingratitudine nei confronti di una presidente del Consiglio che si è attivata con grande determinazione per portare a compimento questa importante iniziativa – continua Poli Bortone – Non va dimenticato che sono stati investiti centinaia di milioni di euro per consentire a Taranto di ospitare i Giochi del Mediterraneo. Una scelta precisa, che ha puntato su Taranto e sul suo territorio, invece che su altre città”.
L’aiuto fornito dal Governo all’organizzazione dei Giochi era stato evidenziato da Ferrarese durante il discorso di apertura, nel quale è stato ricordato l’investimento di oltre 200 milioni, per ristrutturare alcuni impianti sportivi e realizzarne nuovi. In totale sono state realizzate 41 opere in 21 comuni delle province di Taranto, Brindisi, Lecce.
A far scattare la reazione contro la premier da parte delle migliaia di persone presenti allo Iacovone, potrebbe essere stato anche il rifiuto a convocare un tavolo sull’Ilva – in concomitanza con l’inaugurazione dei Giochi – che era stato proposto al Governo, come atto simbolico nel giorno della sua presenza a Taranto.
Senza trascurare il fatto che, in passato, l’associazione Genitori tarantini ha più volte scritto alla presidente del Consiglio per denunciare la violazione della Costituzione e delle normative europee nell’ambito della gestione dell’Ilva. Poli Bortone, dal canto suo, ha fatto riferimento al “rispetto istituzionale” e alla “gratitudine per un investimento così importante dovrebbero venire prima delle appartenenze”. “Taranto – conclude – merita di essere ricordata per la sua capacità di accogliere e non per una contestazione che ha finito per offuscare una giornata importante. Auspico, dunque, un gesto di scuse nei confronti della presidente Meloni”.
Si dissocia dall’accaduto l’Aigi, l’associazione di categoria a Taranto che rappresenta decine di aziende e migliaia di lavoratori dell’indotto ex Ilva. L’associazione esprime “pubblicamente la propria ferma dissociazione da quanto accaduto e ne condanna la sostanza e il metodo”. Per Aigi si è trattato di “un gesto indecoroso”, perché rivolto a un’autorità nazionale durante una manifestazione internazionale e perché “ingeneroso e irriconoscente verso lo sforzo che il Governo Meloni ha profuso per consentire che i Giochi del Mediterraneo si svolgessero a Taranto con la dignità e l’efficienza che l’evento richiedeva”.
“Ilva is killer” è, invece, la scritta composta da alcuni attivisti che ieri sera hanno occupato gli spalti dello Iacovone indossando una maglietta bianca con impressa una lettera fino a formare la frase contro la grande fabbrica simbolo di Taranto e richiamare così l’attenzione sul nodo salute-lavoro. “Taranto senza verità non sarà libera” scrive oggi il comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti sulla sua pagina Facebook.
Seguono reazioni dal mondo della politica. “I fischi a Meloni arrivano dopo quattro anni di immobilismo – è il commento di Mariolina Castellone, senatrice del M5S e vicepresidente del Senato – serve subito un Consiglio dei ministri straordinario per le urgenze del Paese”. Mentre per il senatore di Fratelli d’Italia, Dario Iaia le proteste sono state messe in atto da “una sparuta minoranza che ha rovinato l’immagine di Taranto con i fischi. Contestare è legittimo – prosegue – Farlo per pregiudizio politico e per partito preso è invece un’altra cosa”.
“Chi deve chiedere scusa a chi?”. È la domanda posta da Giustizia per Taranto. “Ieri sera – sottolinea il movimento – lo stadio Iacovone ha parlato. E lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa”. Giustizia per Taranto critica le dichiarazioni della sindaca di Lecce: “Da quando manifestare dissenso verso un Governo democraticamente eletto è diventato qualcosa per cui scusarsi?” replica l’associazione.

(di Giuliano Federico – gay.it) – Sigrido Ranucci poche ora fa ha ironizzato sulla macchina del fango che lo vede oggetto di narrazioni multiple e contraddittorie e ha rilanciato con amaro sarcasmo il rumor non confermato di una sua presunta relazione gay (non confermata) con Valter Lavitola pubblicato da Il Giornale d’Italia, media il cui editore è COMCAST Italia srl, con sede a Milano, la cui raccolta pubblicitaria tabellare è affidata, secondo quanto indicato nella pagina contatti del sito, a 24 ORE System del Gruppo Il Sole 24 Ore”.
La notizia dell’omosessualità di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci è priva di qualsiasi prova e costituisce un tentativo di “outing”, per altro non confermato da alcuna fonte certa, ma attribuito a “rumor”, termine inglese traducibile con “voci”, “pettegolezzi”. Chi scrive, insieme a tutta la redazione di Gay.it, esprime solidarietà a Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola per l’outing ricevuto.
[…]
Il Giornale d’Italia ha pubblicato un articolo in cui, citando fonti anonime non confermate né dagli inquirenti né da fonti istituzionali, fonti definite dallo stesso media “rumors del deepstate”, ipotizza una relazione sentimentale gay tra il giornalista-conduttore di Report Sigfrido Ranucci e il faccendiere Valter Lavitola, coinvolto nell’inchiesta sull’attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha colpito l’abitazione dello stesso Ranucci.
Secondo l’articolo, il presunto legame spiegherebbe perché Ranucci sarebbe stato “manipolabile” da Lavitola fino a conoscere in anticipo il piano dell’attentato: una ricostruzione che il gip, come si legge nello stesso articolo, non avrebbe però trovato riscontrata da prove concrete.
Sigfrido Ranucci non è infatti indagato ed è stato definito finora dalle indagini non a conoscenza del piano di Lavitola. Con il quale tuttavia, secondo la ricostruzione senza fonti de Il Giornale d’Italia, Ranucci avrebbe intrattenuto una relazione sentimentale. Qualcosa scricchiola in questo outing.
Il testo accosta alle indiscrezioni sull’orientamento sessuale di Lavitola e Ranucci anche dettagli tratti dal libro autobiografico del giornalista di Report su relazioni etero avute in passato, presentandoli come premessa alla successiva ipotesi di omosessualità. Il Giornale d’Italia parla anche di altre presunte e non confermate relazioni omosessuali di Ranucci “con altri uomini. Tra loro figura (omissis Gay.it) noto attore toscano a sua volta ex partner di lunga data di un altro celebre attore, figlio d’arte di un regista di origine (omissis Gay.it).”
In questi giorni Ranucci è stato criticato e attaccato da multiple fronti proprio sulle sue condotte sentimentali con le donne. Ma oggi spunta anche l’outing: Ranucci sarebbe gay e avrebbe una relazione affettiva con Valter Lavitola. Su questa premessa, Il Giornale d’Italia aggiunge così ulteriore fumo intorno alla già nebbiosa vicenda che ha assunto i contorni di un mistero che, secondo l’angolo di narrazione, può essere tutto, e immediatamente dopo il suo contrario.
L’outing è la rivelazione pubblica, senza consenso, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di una persona. Si distingue dal “coming out”, scelta volontaria dell’interessato. È stato usato a fini politici in diversi casi storici: negli USA il “outing” di politici omofobi ma segretamente gay divenne strumento di attivisti.
In Italia casi celebri riguardano politici e uomini di potere “svelati” per delegittimarli o ricattarli, spesso in chiave scandalistica, più che di denuncia dell’ipocrisia. L’orientamento sessuale viene usato come arma di discredito o pressione, non come informazione di interesse pubblico.
Per questo l’outing è generalmente considerato una violazione della privacy, salvo rari casi di manifesta ipocrisia politica (es. un politico che vota leggi omofobe pur essendo gay).
Ranucci ha reagito pubblicando sui social uno screenshot dell’articolo, commentando con ironia la contraddizione delle narrazioni costruite nei suoi confronti: dipinto la mattina come uomo etero “predatore” nei rapporti con colleghe, la sera accusato di una relazione omosessuale clandestina. Il giornalista ha scritto: “La mattina omofobo e predatore, il pomeriggio gay….“
Nel febbraio 2026 lo stesso Ranucci era stato al centro di rivelazioni di alcune presunte chat nelle quali lo stesso giornalista, parlando con Maria Rosaria Boccia, avrebbe parlato di un “giro gay, pericolosissimo”.
Il 9 febbraio Massimo Giletti, a “Lo stato delle cose”, aveva letto in diretta quelle presunte chat tra Ranucci e Boccia (pubblicate da Il Giornale) in cui Ranucci avrebbe parlato di un “giro gay” citando anche il nome di Giletti.
Ranucci aveva poi definito quei messaggi manipolati. Giletti aveva chiarito di non ritenere offensivo il riferimento all’omosessualità, ma di considerare grave l’accostamento a una “lobby” di potere, esprimendo delusione personale verso il collega di Report. Successivamente Maurizio Gasparri (senatore Forza Italia) aveva accusato Ranucci di omofobia, accuse respinte da PD e M5S come strumentali.
È il copione di sempre. L’omosessualità, quando serve, diventa prova a carico. Quando non serve più, torna a essere ciò che dovrebbe essere sempre stata: un fatto privato, irrilevante, che non riguarda nessun lettore. Basta che cambi il bersaglio e cambia anche il valore della notizia. Oggi l’arma è Ranucci, ieri era un altro nome, domani sarà chiunque risulti scomodo: e dopodomani?
Quell’eco stanca di uso strumentale arriva su di noi, che quella parola gay la portiamo addosso ogni giorno senza sconti, Nessuno ci ha chiesto se ci va bene diventare accessorio di un’inchiesta giudiziaria, gancio narrativo di un pezzo su un attentato, sospetto da sventolare per spiegare un “controllo psicologico”. L’orientamento sessuale non è mai stato una prova. È solo, ancora una volta, un randello comodo da impugnare quando tutto il resto scarseggia.
La commedia alle vongole di Ranucci e Lavitola è la nostra industria. Dal giorno in cui il nome del faccendiere è entrato nell’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report sono stati scritti qualcosa come millecinquecento pezzi giornalistici (compreso questo) e appena una breve sul diesel che sta per toccare quota 3 euro al litro. Un popolo sceglie sempre la notizia che gli somiglia

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Con questi ingredienti – un piatto di spaghetti alle vongole, un sondaggio e un giornalista d’inchiesta – bisognerebbe rivolgere un pensiero di comprensione per il corrispondente straniero malcapitato nel Bel Paese, il nostro. Ebbene sì, proprio quell’uomo paziente e ormai fatalista che ha consumato gli anni migliori sui nostri congiuntivi, sulle nostre correnti, sui nostri codicilli, e che adesso – ad Amburgo, a Boston o a Osaka – deve raccontare una faccenda in cui, nell’ordine, si discute (a) di vongole sgusciate, (b) del sondaggio elettorale pagato a rate, quindi di (c) un faccendiere di Monteverde già introdotto nelle stanze di Berlusconi, di (d) un famoso giornalista destinato a Palazzo Chigi che pensa di essere Napoleone o, nei momenti di rara sincerità, Renato Rascel nell’imitazione di Bonaparte e, infine, di (e) una bomba fatta esplodere davanti casa sua per proteggerlo. Ad Amburgo, a Boston o a Osaka penseranno a un guasto della linea. E’ invece il Bel Paese che funziona così, per fortuna. Si dovrebbe riconoscere, prima o poi, che il pittoresco non è una debolezza nazionale ma una specializzazione produttiva, l’unica nella quale conserviamo un vantaggio competitivo incolmabile. Dal giorno in cui il nome di Valter Lavitola è entrato nell’inchiesta, cioè in quarantacinque giorni, sono stati scritti qualcosa come millecinquecento pezzi giornalistici, con punte di cento articoli al giorno – anzi, millecinquecentouno, contando questo – con appena una breve sul Diesel che sta per toccare quota 3 euro al litro. La televisione se l’è cavata con cinquanta o sessanta ore, contando i telegiornali che aprono con la notizia e le all news che la rimacinano dall’alba a notte. Per avere un’idea, l’intero Anello del Nibelungo dura quindici ore e pretende un teatro, un’orchestra, quattro serate consecutive e una discreta resistenza fisica del pubblico. Noi, per una bomba d’amore fatta esplodere davanti a un cancello di Pomezia, ne abbiamo prodotte cinque volte tanto, con due opinionisti e un collegamento da un marciapiede. Nello stesso periodo la guerra in Ucraina ha occupato all’incirca trenta ore di televisione che è press’a poco quanto abbiamo dedicato al solo interrogatorio di Lavitola. Del resto è ovvio perché sia andata così. Trump che minaccia e disdice ogni settimana il bombardamento decisivo sull’Iran non fa ridere. L’Ucraina che si dissangua contro la Russia non fa ridere per niente. L’automobile cinese che sorpassa quella europea è un’umiliazione senza battuta, roba da batterie allo stato solido.
La vicenda di Ranucci e Lavitola, Totò e Peppino, invece ha tutto quello che serve, l’amico fraterno, il ristorante di pesce, il servizio segreto israeliano evocato come si evoca il malocchio, e soprattutto un movente che nessuno sceneggiatore avrebbe osato, cioè l’affetto. Un popolo sceglie sempre la notizia che gli somiglia, e noi ci siamo riconosciuti immediatamente. I nostri più grandi attori sono stati tutti dei comici, Totò, De Sica, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Troisi, e anche i pochi che avevano vocazione tragica hanno dovuto passare per la commedia per essere davvero amati. La forma più alta del nostro genio nazionale non è la tragedia, è la commedia. Lo diceva già Petronio Arbitro, nostro illustre antenato. Deve essere un difetto di famiglia.
La commedia è il nostro sistema immunitario. Ha respinto invasori, ideologie, riforme costituzionali e piani quinquennali con la stessa indolente efficacia con cui il corpo respinge un trapianto. Il sistema immunitario che ti salva dal totalitarismo ti salva anche dalla manutenzione delle strade e da qualunque pensiero che duri più di una stagione televisiva. E’ il prezzo, ed è un prezzo che paghiamo volentieri, in comode rate. Non abbiamo una politica industriale, ma abbiamo un’opinione sull’aglio. Non sappiamo dove prenderemo il gas fra due inverni, ma sappiamo con esattezza notarile chi ha parlato con chi al ristorante Cefalù. E’ così che sopravviveremo a tutto, anche alla deindustrializzazione e all’invasione dell’automobile elettrica cinese, che tra poco percorrerà in regime di monopolio le nostre strade dissestate producendo, invece del borbottio della Fiat 500, quel silenzio omologato nel quale si sentirà finalmente distinto, nitido, imperituro, il rumore di due italiani che litigano sulle vongole. Per ritrovarsi a pagare – zitti, zitti – il Diesel a 3 euro al litro.
(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – “La pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”. Lo ha detto Leone XIV parlando al Meeting di Cl. “Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità”, ha aggiunto il Pontefice.
“Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo”, ha sottolineato il Papa sottolineando che Cl non ha fatto del Meeting “una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia”.
PAPA:A FALSO REALISMO CHE RIARMA MENTI OPPONIAMO MISERICORDIA
(AGI) – Rimini, 22 ago. – “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verita’”.
Cosi’ Papa leone nel suo discorso ai partecipanti del Meeting a Rimini. “Il peccato esiste, certo, ma piu’ forte e’ l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto cio’ che la cultura della potenza ha inquinato”, ha sottolineato.
IL PAPA A CL, SMASCHERIAMO I RAPPORTI DI POTERE INGIUSTI
(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – Il Papa lancia un appello al Meeting affinché affinché si costruisca un nuovo modello di società: “Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. èè”Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti”.
IL PAPA AL POPOLO DI CL, ‘È L’ORA DELLE RESPONSABILITÀ’
(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – Il Papa sprona il popolo di Comunione e Liberazione a nove sfide: “Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura.
Le diverse edizioni del Meeting, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano”, ha detto il Pontefice.
IL PAPA, NON CI SIA SOLO CHI SOFFIA SUL FUOCO DELLA STANCHEZZA
(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – Il Papa, nel discorso al Meeting, invita alla speranza. “Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia”.
Poi, citando la sua enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ha aggiunto: “In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo”.
Il Pontefice ha quindi rivolto un appello particolare ai giovani: “Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’ – ha detto Leone citando il titolo di questa edizione del Meeting – sospinge ancora alla speranza”.
“Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!”, l’appello di Leone ai ciellini.
“I programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto” Milena Gabanelli, giornalista e prima conduttrice di Report

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – È un esplicito altolà quello lanciato alla Rai dall’avvocato Roberto De Vita, difensore del giornalista e conduttore televisivo Sigfrido Ranucci, per ribadire che – secondo la magistratura – il suo assistito è una “vittima inconsapevole” dell’attentato ordito dal faccendiere Lavitola, in carcere come mandante. Ed è anche, da parte del penalista, un’intimazione o una diffida a non prendere alcuna decisione contro Ranucci e contro la trasmissione Report, perché “sarebbe inquinata dalle falsità alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda”. È facile immaginare che una tale iniziativa, oltre a “santificare” il conduttore come un martire della libertà di stampa, porterebbe con ogni probabilità a una vertenza giudiziaria disastrosa per la medesima Rai, con relativo risarcimento danni e magari reintegro nel posto di lavoro, come avvenne già per Santoro ai tempi del cosiddetto “editto bulgaro” di berlusconiana memoria.
Ha fatto bene perciò l’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, a chiedere un supplemento d’indagine al comitato etico, il “tribunale” interno chiamato a giudicare l’operato di Ranucci al di là delle sue discutibili frequentazioni personali. Se questo “plotone di esecuzione”, composto interamente da funzionari Rai, dovesse individuare presunti danni d’immagine per l’azienda, i suoi stessi componenti rischierebbero di risponderne anche sul piano civile. Ma, soprattutto, si potrebbe aprire di conseguenza un maxiprocesso a carico di tutti coloro – conduttori, artisti e dirigenti – che hanno reiteratamente compromesso la neutralità e la credibilità del servizio pubblico, in termini di pluralismo dell’informazione. Ha fatto bene anche Milena Gabanelli, prima conduttrice di Report, a declinare subito l’invito a tornare alla guida della trasmissione. Altrettanto bene farebbero i colleghi che hanno ricevuto o riceveranno proposte analoghe, per evitare di essere coinvolti nell’Operazione Sigfrido. Non perché Ranucci e la sua redazione siano “intoccabili”. Bensì per il fatto che un eventuale smantellamento o “normalizzazione” di Report equivarrebbe a delegittimare il giornalismo d’inchiesta all’interno del servizio pubblico.
Tra le numerose “falsità” a cui allude De Vita spiccano quelle sui “compensi faraonici” che sarebbero riconosciuti ai redattori di Report, pubblicati dal quotidiano Il Tempo, che fa capo al parlamentare leghista Antonio Angelucci, per screditare una trasmissione sgradita. In primo luogo, non si tratta esattamente di retribuzioni, perché non tutti i componenti della squadra sono assunti in pianta stabile dalla Rai, ma figurano per la maggior parte come collaboratori a partita Iva. E poi, i rispettivi importi corrispondono ai costi complessivi dei servizi, compresi quelli di trasferta, montaggio e produzione. Non ha fatto bene, invece, il presidente del Senato a intervenire sul caso come fosse parte in causa e non la seconda autorità dello Stato. Al pari di qualsiasi cittadino, La Russa ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione e onorabilità in merito all’inchiesta televisiva sulla sua famiglia. Ma, in virtù della carica che ricopre, avrebbe fatto meglio ad astenersi dall’esprimere giudizi su una trasmissione del servizio pubblico, augurandosi che Report “va cambiato” e che “non arrivi uno peggio di Ranucci”: è un’interferenza indebita che travalica il suo ruolo istituzionale. Né tanto meno è giustificabile la sortita del ministro e vicepremier Salvini che s’è spinto fino a chiedere la rimozione del conduttore. Ma è nota la sua pericolosa inclinazione alla giustizia sommaria.
La Russa, Fontana&C. voli blu dalle vacanze: ressa nei cieli di Puglia

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Alla fine il presidente del Senato, Ignazio La Russa, è rimasto per aria, e ad accogliere al castello Aragonese di Taranto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, c’erano solo il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e quello della Camera, Lorenzo Fontana.
Hanno affollato i cieli della città dei due mari, ieri, gli aerei blu al servizio delle massime autorità convenute per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Incluso il premier algerino Sefi Gharib, arrivato in tarda mattinata, e l’omologo libanese Joseph Aoun, che nell’occasione ha incontrato Meloni per discutere dell’andamento dei negoziati con Israele e degli scenari connessi al graduale ritiro di Unifil, previsto nel corso del 2027.
Le grandi manovre volanti sono iniziate ieri mattina verso le 8 quando dall’aeroporto di Ciampino è decollato un primo Gulfstream VC-650A dell’Aeronautica militare diretto a Bolzano. Lì dove Mattarella era stato accompagnato l’8 agosto per un periodo di vacanza con la figlia a Siusi, in Alto Adige, e dovrebbe trattenersi per un’altra settimana. Di ritorno dalle incombenze tarantine.
Prelevato il viaggiatore presidenziale il jet è rientrato a Ciampino alle 11.34, da dove Mattarella è ripartito per Taranto, 5 ore più tardi, con un secondo aereo blu, un Airbus A319.
Nel frattempo, però, erano già partiti, sempre da Ciampino, altri due Gulfstream con i numeri di volo riservati alla seconda e terza carica della Stato.
Il primo aveva a bordo il presidente della Camera, il frugale veronese Fontana, già rientrato dalle vacanze nella Capitale, e atterrato a Taranto 31 minuti dopo, alle 16.40, con 40 minuti di anticipo su Mattarella. Il secondo, invece, soltanto i membri dell’equipaggio, che hanno subito impostato la rotta per Catania, dove ad attenderli c’era il presidente del Senato, La Russa, solito trascorrere un periodo di riposo agostano nella terra dei suoi avi, sull’Etna. Quindi ripartenza e dritti a Taranto.
A complicare i piani di volo ci si è messo il sopraggiungere, quasi in contemporanea, dell’Airbus quirinalizio. Per questo l’ “air force La Russa”, risalito in meno di mezz’ora lungo la costa ionica calabrese e lucana, ha tirato dritto ed è rimasto a volteggiare sui trulli, tra Ceglie Messapica e Martina Franca, per un’altra mezz’oretta. In attesa di avere la pista libera dopo l’atterraggio di Mattarella. Con la spiacevole conseguenza che ad accogliere il Presidente in città lui non c’era. Uno strappo al cerimoniale che non è passato inosservato agli addetti ai lavori.
A evitare l’en plein dei voli di Stato presidenziali è stata la sola Meloni, in Puglia già da qualche giorno per il suo tradizionale soggiorno in masseria con la famiglia. Gli altri ministri presenti poi, come quello dello Sport, Andrea Abodi quello degli Affari europei Tommaso Foti, e quello del turismo Gianmarco Mazzi, hanno scelto di utilizzare voli di linea e auto di servizio. Altrimenti con la spesa per il jet fuel per raggiungere la cerimonia d’inaugurazione dei giochi tarantini ci si sarebbe potuto ristrutturare un altro palazzetto dello sport.
“Soltanto nella città di Taranto abbiamo investito circa 200 milioni di euro per realizzare e riqualificare impianti importanti come stadi, piscine, centro tennis”. Ha ricordato il presidente del Comitato Organizzatore dei XX Giochi del Mediterraneo di Taranto, Massimo Ferrarese, a margine della cerimonia d’apertura. “Ora le amministrazioni dovranno lavorare per mantenere al meglio questa eredità per le future generazioni”.
Intanto nei cieli, dopo la battaglia tra jet di Stato e gabbiani, decine di droni raffiguravano le discipline dei giochi e poi andavano a comporre la scritta “Taranto 2026” con i tre cerchi, simbolo dei Giochi del Mediterraneo. Dopodiché è iniziata la parata di tutte le delegazioni partecipanti. Mentre agli aerei blu si preparavano alla ripartenza per un altro scampolo di meritate vacanze presidenziali.