Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Gli Ultimi saranno i primi


Quando non solo la pigrizia ma anche il confronto con il passato creano il corto circuito perfetto. Confessione musicali di un aspirante Boomer.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Con atteggiamento fra lo snob e l’infastidito – in questo mi ritrovo perfettamente nel personaggio dei primi film di Nanni Moretti, Michele Apicella – ho ceduto al clic sul sito di Repubblica.it, che mostrava un video di 15 secondi in cui la visione dall’elicottero del concerto di Ultimo rivelava le sterminate legioni venute ad assistere al suo evento. Sabato 4 luglio, anno domini 2026. Credo che fosse dai tempi di Alexander di Oliver Stone, con le orde dei persiani di Dario, che non si vedevano così tante persone insieme nella stessa inquadratura. Sì, lo so: quella lì era una ricostruzione digitale al computer. Sabato scorso invece, a Tor Vergata, c’era gente vera, in carne e ossa. Una differenza non da poco. C’era così tanta gente proveniente da ogni angolo d’Italia che chiunque potrebbe dire di conoscere personalmente almeno uno che sia stato lì, per seguire questo evento che – dicono – ha avuto dell’incredibile.

Quasi come Woodstock, per gli aspiranti boomer come me; o, per trovare un esempio attuale, nelle mie corde, Glastonbury, nelle sue migliori edizioni, o Lollapalooza. E invece era qui, in una delle infinite campagne alle porte di Roma. Un posto così incredibilmente fuori dal mondo che – mi racconta la mia collega, anche lei in forza a questa novella Anabasi, la spedizione dei 250 mila – ha sfidato caldo, zecche e distanze fisiche, e finalmente, dopo esattamente due ore di marcia e circa nove chilometri dall’ultimo checkpoint, è approdata in una delle vasche di contenimento in cui venivano suddivise queste orde infinite di fan. Prima dell’attacco contro le truppe nemiche…

No. Me ne rendo ben conto. Non c’è da scherzare e tutto sommato nemmeno da fare gli spiritosi, oppure cedere in maniera sconsiderata a un bieco esercizio di sprezzante snobismo da quattro soldi. Francamente, se Ultimo – l’ultimo arrivato, almeno per me – riesce a radunare una folla così sterminata, allora non è più una cosa che si può passare sotto silenzio. Non sarebbe corretto verso i suoi fan, e nemmeno verso noi stessi: verso chi – in soldoni – ancora cerca di capire, in maniera un po’ indolente, un paio di cose: chi sia davvero questo Ultimo di cui sono piene le cronache. E che cosa abbia fatto per meritarsi tutto ciò.

Sì, perché quando si parla di nuovi miti in musica ho l’impressione che l’età giochi una variabile importante. Specialmente con il potere moltiplicatore dei social. Un fenomeno così, con personaggi che nascono e arrivano all’apice nel giro di uno o due vasche di Sanremo, non solo non può essere alimentato da un pubblico maturo, educato a gusti sopraffini, ma deve – necessariamente – pescare fra le menti più giovani e per questo più facilmente infiammabili. Dubito che fenomeni del genere possano davvero intercettare un pubblico che non sia adolescente o giù di lì. Ma anche lì mi devo mordere la lingua. E devo sospendere ogni tipo di giudizio, perché non conosco a fondo la fanbase di Ultimo, come si dice. Perché criticare l’offerta musicale, avere da ridire sulla qualità dei testi, sul messaggio veicolato, eccetera, significherebbe solo arrampicarmi su congetture, su racconti altrui e su cose che francamente non conosco.

Una cosa è certa: bisognerebbe avere rispetto per chi porta al proprio concerto 250 mila persone. Non uno stadio: ma, a occhio, cinque grandi stadi al completo. È davvero tanta, tanta roba. Così tanta che uno non può fare a meno di sbatterci contro, nonostante la mia indolente pigrizia verso le dinamiche musicali degli ultimi decenni. E questo, sia detto, indipendentemente dal punto di vista squisitamente artistico. Eppure mi rendo conto che per conoscere a fondo con chi stanno crescendo le nuove generazioni – quelle dei nostri figli o dei nostri nipoti – bisognerebbe almeno tentare di capire che cosa cantano, con chi si identificano, e che cosa cercano da questi nuovi miti.

La cosa che mi viene in mente è un paragone con il mio tempo, i miei beniamini, le mie passioni di un tempo. E questo mi fa capire che le logiche e i meccanismi, di decennio in decennio, non cambiano molto. Con tutte le differenze del mondo, certo: ma il bagaglio di sogni e paure degli adolescenti è dettato quasi sempre dalla stessa identica voglia di identificazione con un sogno – o con una parte del sogno che abbiamo dentro, magari senza sapere bene quale sia. Chi si strappava i capelli per i Fab Four non è forse molto lontano da chi è cresciuto con la rabbia dei Nirvana e da chi adesso venera Ultimo. Cambiano i tempi, ma l’attaccamento pare sempre dettato dalla stessa natura: cercare, nell’identificazione con un mito, la strada maestra per riconoscere le proprie fragilità – quelle risolte e quelle ancora da risolvere.

Può succedere a tutti, certo, indipendentemente dall’età o dall’arte a cui ci si ispira: il proprio mito può essere un cantante, un attore, ma anche – perché no – un calciatore o un tennista. In ogni caso, una persona che ce l’ha fatta e sulla quale riversiamo sogni, paure, gioie e delusioni. Non voglio fare lo psicologo, che non sono, né il sociologo, che non vorrei essere; ma, a spanne, le 250 mila persone che sono andate al concerto di Ultimo devono per forza intravedere in lui almeno un vate. O giù di lì. Un artista che non solo ce l’ha fatta, ma che propone qualcosa di unico, di veramente geniale. Altrimenti non si spiega davvero tutto questo coinvolgimento. Insomma è una bella responsabilità. Tanto che lo stesso Vasco Rossi – uno che, insomma, di questi argomenti c’ha campato una vita intera – si è sentito in dovere ieri di fare i complimenti, chissà quanto a buon viso e cattivo gioco, per essere stato scavalcato da Ultimo nel record che fino all’altro ieri era cosa sua, almeno in Italia.

Bene, ma detto questo: per poter parlare di Ultimo bisognerebbe sapere di più di Ultimo. Sì, perché – il vostro affezionatissimo qui – oggi è in vena di confidenze e ammette, vergognandosi come un ladro, non solo di non saper riconoscere una (che sia una) canzone di Ultimo, ma di non sapere nemmeno che faccia abbia. E certo non ne faccio motivo di vanto o di orgoglio. Giuro. Basti e sia rispettata la mia sincera ammissione: denoto una crassa ignoranza per le ultime generazioni di cantanti italiani. Alcuni amici mi dicono che alcuni di queste nuove realtà musicali sono da considerarsi cantautori, per quanto per me la parola “cantautore” abbia un senso ben preciso… che non mi azzarderei a utilizzare ad muzzum. Ed è proprio lì il punto: non so veramente se ne voglio sapere di più.

Ed è per questo che, con la stessa franchezza, non farò l’errore di tentare – non adesso per lo meno – un’analisi approfondita del fenomeno Ultimo. Che, scusatemi per la battuta, non è il primo ma non è nemmeno l’ultimo della serie. Perché per fare un’analisi bisognerebbe conoscere e almeno individuare le linee basilari, quelle che a me mancano. Quindi la mia vorrebbe essere una pre-analisi, senza rilasciare certezze né sentenze su ciò che non conosco. E ripeto: non voglio conoscere. Mi basta così.

L’unica cosa su cui sarei disposto a discutere è mettere le nuove generazioni a confronto con gli artisti dei miei tempi. Con Franco Battiato, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Francesco Guccini, lo stesso Zucchero Fornaciari… quelli cioè con cui sono cresciuto io e un po’ di generazioni mie coeve, e che hanno segnato la nostra giovinezza accompagnandoci fino alla maturità. Sarebbero pertanto valutazioni impietose da un lato, ma parziali dall’altro, perché basate solo sulla mia esperienza e sul mio periodo – e quindi senza alcun valore di oggettività, tanto meno di universalità.

Per questo continuerò a fare orecchie da mercante, e – asino fra gli asini – raglierò insieme a quanti, toccati dalla sventura di essere cresciuti con un bagaglio musicale di un altro tempo – disposti, quello sì, a farsi nove chilometri sui ciottoli per i Radiohead, i Tool, gli Afterhours o i Verdena – non riuscirebbero mai, nemmeno per un attimo, a concepire lo stesso trasporto per chiunque non superi quella sacra soglia di galleggiamento. E con questo certifico – in via definitiva – la mia profonda e consapevole ignoranza del presente.

Alla fine lo so: quest’estate mi consolerò con un paio di concerti per noi aspiranti boomer… fra CSI, Litfiba e Subsonica, mi riterrò ancora una volta soddisfatto e non mi mancherà niente. Eh sì, lo so: me lo merito, Alberto Sordi!


Nato per leccare


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Ha un bel dire Crosetto che “i presidenti passano, il rapporto con gli Usa resta”: nei prossimi due anni e mezzo, salvo sorprese, gli Usa saranno ancora sinonimo di Trump, con cui chi governa dovrà continuare a fare i conti. Possibilmente facendo gl’interessi dell’Italia, anzi iniziando a farli, visto che finora ha fatto quelli degli Usa. Essendo impossibile cambiare Trump, bisognerebbe cercare […]


Con quale faccia Giorgia Meloni si presenterà domani al summit Nato di Ankara?


(dagospia.com) – Con quale faccia Giorgia Meloni si presenterà domani al summit Nato di Ankara nel quale si incontrerà per la prima volta con Trump? Che farà al cospetto del Trumpone che su Truth l’ha sbertucciata con un terribile “meme”, che è il livello più basso di perculamento social, cosa mai successa prima con altri leader di governo europei?

Quella foto della Meloni, l’unica leader europea a partecipare alla sua cerimonia di insediamento nel 2025, che lo guarda dal basso, incantata come una bambola, con la didascalia “Serve un ordine restrittivo”, lasciando intendere che la leader della destra italiana sia ossessionata da lui.

Un “meme” che vuole di dire “stai lontano da me”, “non sei più una mia fan”, quindi non ci provare ad avvicinarti per farti scattare una foto accanto al presidente degli Stati Uniti.

Per il Disturbato Mentale della Casa Bianca, “Gigiorgia” non è più la “bella donna” di cui l’omaggiava ieri, il suo cagnolino europeo preferito nella Sala Ovale, adesso sciò! o chiamo il Secret Service!

Secondo l’analisi del “Financial Time”, ‘’il meme diffuso sui social suggerisce come Trump avesse bisogno di una tutela legale contro una Meloni dai comportamenti predatori. Un riferimento indiretto alla sua affermazione secondo cui Meloni lo avrebbe “supplicato” di concederle una foto insieme durante il vertice del G7 del mese scorso in Francia, per rilanciare la sua popolarità in calo’’.

Quando Trump rivelò a un giornalista de La7 (“L’aria che tira”) che la premier italiana ‘’faceva pena” quando lo aveva “implorato” di farsi fotografare con lui al vertice del G7 in Francia, Meloni commise il primo fatale errore.

Anziché non reagire, evitando di scendere sullo stesso campo di idiozia dell’ottantenne affarista di New York, Meloni gli rispose da Regina di Coattonia. Precisato che “Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Io e l’Italia non imploriamo mai”, le partì l’embolo: “In ogni caso, la mia popolarità non la riguarda. Le suggerisco di concentrarsi sulla sua”.

Evidentemente Trump non ha mai digerito il “vaffa” dell’Underdog né l’uso che ha fatto di foto e video senza il preventivo placet della Casa Bianca, ed è partito il suo “fuck you” via pesantissimo ‘’meme’’.

Altro madornale errore fu quello di cancellare il viaggio a Miami previsto per il 21 e 22 giugno del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dove c’erano ad aspettarlo il segretario di Stato Marco Rubio e dozzine di imprenditori italiani e americani.

Ci saranno (in realtà già ci sono) conseguenze a vari livelli, e domani ad Ankara si attende una bombastica conferenza finale di Trump contro i paesi europei che non tirano fuori il 5% del loro Pil per la Nato, non facendo così arricchire le industrie di armamenti americani, né consentendo l’uso e abuso delle basi europee alle guerre a stelle e strisce.

Se nel breve lo scazzo con il Caligola potrebbe anche aiutarla nei sondaggi, sull’altro piatto della bilancia le cose stanno molto diversamente.

Intanto, a livello globale, l’Italia bastonata da Trump viene percepita in maniera così irrilevante che ci si può anche permettere questo bullismo social, con Meloni trasformata in punching-ball da palestra.

Secondo punto: Meloni, che aveva puntato tutto il suo mandato da premier sulla politica estera, immaginandosi “pontiera” tra Europa e Stati Uniti, è naufragata una volta che è stata costretta a prendere le difese di Papa Leone dagli insulti di Trump, a cui fatto seguito il suo no all’uso “cinetico” della base di Sigonella per la campagna di bombardamenti condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, per il semplice motivo che occorre autorizzazione del parlamento italiano.

A quel punto, senza Trump e la possibilità di appoggiarsi alle mosse anti-UE di Orban, la poverina si è trovata così isolata in politica estera che ha tentato di rabberciare, e qui davvero in maniera penosa, i rapporti con gli ex detestati “volenterosi” Merz e Macron.

Ecco: dal momento che Trump traduce il rapporto di amicizia in “tu fai quello che ti dico io”, da qui al voto, Meloni può permettersi mesi di insulti e polemiche con il Presidente degli Usa?


Attentato a Ranucci, indagato l’imprenditore Valter Lavitola. “È il presunto mandante”


Secondo gli elementi raccolti sarebbe il mandante dell’attentato.

Attentato a Sigfrido Ranucci, indagato Valter Lavitola: è il presunto mandante

(ilmattino.it) – L’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola è indagato nel procedimento sull’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto nell’ottobre scorso a Roma. In base a quanto si apprende, Lavitola è stato oggetto di una perquisizione da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati su mandato dei pm della Dda.

Secondo gli elementi raccolti, l’imprenditore – già in passato coinvolto in varie vicende giudiziarie – sarebbe il mandante dell’attentato. Nel corso della perquisizione gli inquirenti hanno acquisito il cellulare e il pc.

Sul movente è ancora in corso l’indagine. Martedì sono state arrestate quattro persone. Per il procuratore Francesco Lo Voi e i pm Carlo Villani (ora procuratore a Velletri) ed Edoardo De Santis la banda è l’autrice materiale dell’azione dinamitarda. A Lavitola e ai quattro è contestata in concorso la detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso.


Italia-Usa, l’amico di Trump George Lombardi: “Attacco a Meloni calcolato, la favorisce”


L’immobiliarista italiano emigrato negli Stati Uniti negli anni Settanta e amico di lunga data del tycoon, offre una lettura personale dell’ultimo affondo del presidente americano contro la premier

Meloni e Trump - (Afp)

(adnkronos.com) – Guido George Lombardi, immobiliarista italiano emigrato negli Stati Uniti negli anni Settanta e amico di lunga data di Donald Trump, offre una lettura personale dell’ultimo affondo del presidente americano contro Giorgia Meloni: il meme pubblicato su Truth in cui Trump scrive che alla premier italiana “serve un ordine restrittivo”.

Secondo Lombardi, a Trump “è arrivato tramite amici un messaggio preciso”: questa polemica con Meloni “ha fatto salire il gradimento di Giorgia“, racconta Lombardi all’Adnkronos. Negli ultimi giorni qualcuno avrebbe fatto notare a Trump che dinamiche simili si starebbero verificando anche a livello europeo: “Dato che tutta l’Europa dell’Ovest è abbastanza incazzata con Trump, la distanza, la mancanza di vicinanza con un leader come Giorgia Meloni – sempre vista, sia dai media europei sia da quelli statunitensi, come una leader ‘di destra’ – non fa che facilitare il suo indice di gradimento, sia in Italia sia nella Ue, che al momento sta attraversando una crisi profonda” spiega Lombardi. “Lo vediamo soprattutto nel fatto che la Commissione si sta appiattendo su posizioni del governo italiano”.

Nella lettura dell’imprenditore, però, c’è anche un fondo di verità più strategico. Trump vorrebbe arrivare al vertice Nato con un messaggio chiaro ai partner atlantici: “Voi della Nato dovete spendere soldi e mettervi in riga, oppure me ne vado per i cavoli miei”. Un atteggiamento che, spiega Lombardi, il presidente americano sa bene non danneggiare Meloni: “Lui sa che finché sei sulle prime pagine dei giornali va tutto bene, anche le storie negative gli piacciono”. E ritiene che questo meccanismo funzioni allo stesso modo anche per alleati come la Meloni – “ma non è proprio così da noi”, chiosa Lombardi.

Alla domanda se si tratti, in fondo, di una sorta di favore fatto a Meloni, Lombardi non ha dubbi: “Assolutamente sì, soprattutto in preparazione del vertice Nato”. L’immobiliarista ricorre a una metafora scacchistica per spiegare la strategia di Trump: “Metti in pericolo l’alfiere ma sai che riesci a fare scacco matto a tutti gli altri. È tutto preparato. Quindi non mi preoccupo più di tanto”.

Guardando avanti, in vista del vertice di Ankara, Lombardi anticipa la prossima mossa del presidente Usa: userà i paesi dell’ex blocco dell’Est europeo – Polonia e Ungheria, ma anche la Turchia – per mettere pressione sui “quattro grandi”: Inghilterra, Francia, Italia e Spagna.


Come s’agita Salvini per inseguire Vannacci


MIGRANTI: EMENDAMENTO LEGA, PERMESSO SOGGIORNO OVER 14 A PUNTI 

(Agi) – “Ad ogni ingresso nel territorio nazionale, allo straniero sono fornite informazioni sui doveri e sui diritti ad esso conferiti con il permesso di soggiorno, al fine di garantire ed avviare un processo di integrazione finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri e l’impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della societa’ nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione italiana. A tal fine, ogni straniero di eta’ superiore ai quattordici anni, al momento della presentazione della domanda di rilascio del permesso di soggiorno, sottoscrive un ‘Accordo di integrazione’, articolato per crediti”.

Con questo emendamento al decreto recante misure urgenti in materia di giustizia e per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024 in esame al Senato (il fascicolo degli emendamenti e’ stato pubblicato oggi), la Lega rilancia il ‘permesso di soggiorno a punti’, la proposta avanzata con forza dal segretario Matteo Salvini, soprattutto a seguito di episodi di cronaca come quelli avvenuti a Modena.

“La stipula dell’Accordo di integrazione rappresenta condizione necessaria per il rilascio del permesso di soggiorno – si legge nell’emendamento presentato – Contestualmente lo straniero sottoscrive e si impegna a rispettare i valori della Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione di cui al decreto del Ministero dell’Interno del 23 Aprile 2007 per tutto il periodo della permanenza sul territorio nazionale”.

“L’Accordo – si legge ancora – ha la medesima durata del permesso di soggiorno ed e’ articolato per crediti, con l’impegno a sottoscrivere e raggiungere specifici crediti e obiettivi di integrazione, da conseguire nel periodo di validita’ del permesso di soggiorno medesimo”. “Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”, con decreto al Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca e il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, “sono stabiliti i criteri e le modalita’ per la sottoscrizione di tale Accordo, con l’indicazione della soglia dei crediti e obiettivi da raggiungere a seconda della tipologia e della durata del permesso di soggiorno”.

“Con l’Accordo di integrazione lo straniero si impegna ad acquisire una adeguata conoscenza della lingua italiana e dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica e dell’organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche, nonche’ della vita civile in Italia. A tal fine lo straniero si impegna a frequentare una sessione di formazione civica e linguistica entro tre mesi dalla sottoscrizione dell’Accordo”, si legge ancora.

“La verifica dei crediti – si sottolinea – avviene con cadenza annuale, mediante la produzione di idonea documentazione e della certificazione di partecipazione alla sessione di formazione civica e di conoscenza della lingua italiana, che lo straniero consegna allo sportello unico per l’immigrazione presso la prefettura-ufficio territoriale del Governo, e con modalita’ di interoperabilita’”.

Ed ancora: “La produzione da parte dello straniero della documentazione per il riconoscimento dei crediti e la verifica del raggiungimento della soglia dei crediti finali costituisce adempimento necessario per poter procedere al rinnovo o alla conversione del permesso di soggiorno nonche’ per l’acquisto o concessione della cittadinanza italiana”.

In tali casi “il mancato raggiungimento dei crediti richiesti costituisce causa ostativa per l’ottenimento o conversione del permesso di soggiorno e per l’acquisto o concessione della cittadinanza italiana”. E dunque “la perdita integrale dei crediti determina la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, eseguita dal questore”. 

MIGRANTI: EMENDAMENTO LEGA A DL, STRETTA A PROTEZIONE SPECIALE 

(Agi) – Inserire ulteriori restrizioni sul riconoscimento della protezione speciale per motivi di integrazione dello straniero. E’ quanto prevede un emendamento della Lega al decreto recante misure urgenti in materia di giustizia e per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024 in esame al Senato (il fascicolo degli emendamenti e’ stato pubblicato oggi).

Per quanto riguarda l’esame delle domande di protezione internazionale con le procedure previste dal Regolamento Ue, si propone la modifica della valutazione dei requisiti che – si sottolinea nell’emendamento – devono essere raggiunti in presenza di tutte le seguenti condizioni: “periodo di soggiorno regolare di almeno cinque anni; conoscenza certificata della lingua italiana non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue; disponibilita’ di un alloggio conforme ai vigenti requisiti igienico-sanitari o comunque idoneo alle finalita’ abitative; percezione, nell’ultimo triennio, del reddito di cui all’articolo 29, comma 3, lettera b), del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. 2”. “L’onere della prova incombe sull’interessato”, si legge.

La domanda di protezione e’ rigettata – si legge ancora nella proposta di modifica – “nel caso in cui lo straniero, secondo un canone di proporzionalita’, e’ considerato una minaccia: per l’ordine e la sicurezza pubblica, in quanto e’ stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per la sicurezza dello Stato o di uno dei Paesi con i quali l’Italia ha sottoscritto accordi per la soppressione”.

Tra gli emendamenti della Lega al dl anche uno riguardante le norme in materia di patrocinio a spese dello Stato: “Non e’ ammessa la dichiarazione sostitutiva di certificazione, salvo il caso in cui il richiedente dimostri di essersi utilmente e tempestivamente attivato per ottenere le previste certificazioni allegando una dichiarazione dei competenti uffici consolari che attesti l’impossibilita’ di aderire alla sua richiesta a causa della mancanza nel Paese di origine di un’anagrafe della popolazione analoga a quella esistente in Italia o della mancanza di un ufficio con funzioni di anagrafe tributaria che possa produrre tale certificazione e dalla quale si possa evincere quanto richiesto. Fino alla risposta dell’autorita’ consolare, l’istanza del richiedente e’ senza effetto”. 

La Lega propone anche un inasprimento sulla lotta contro la contraffazione: al momento e’ prevista una sanzione amministrativa pecuniaria di 154 euro “per chi utilizza abusivamente, duplica o riproduce materiali protetti, oppure acquista o noleggia supporti non conformi, a condizione che il fatto non costituisca reato”: il gruppo del partito di via Bellerio a palazzo Madama propone di aumentarla a 500 euro.

Inoltre previsti cambiamenti anche riguardanti la Legge 7 aprile 2017, n. 47 (nota anche come “Legge Zampa”) che disciplina e rafforza le misure di protezione e accoglienza per i minori stranieri non accompagnati: a decidere non deve essere il tribunale per i minorenni competente ma il prefetto del luogo dove si trova il minore, previa autorizzazione del tribunale per i minorenni competente.


Ci siamo persi anche il sottosegretario!


(dagospia.com) – Nei primi due anni e mezzo del governo Meloni il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è stato silente.

Poche dichiarazioni, zero polemiche, basso profilo. D’altronde l’ex magistrato, oltre a ricoprire il ruolo cruciale di collegamento tra  Palazzo Chigi e il Vaticano, il Quirinale e gli apparati del Deep State (Corte dei Conti, Magistratura, Consulta, Ragioneria Generale, etc.), aveva ricevuto una delega pesantissima da parte di Giorgia Meloni: autorità delegata ai servizi segreti.

La cautela di Mantovano è via via evaporata, fino alle dichiarazioni di sabato con cui ha addirittura minimizzato la portata del viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa. L’ex esponente di AN ha detto che “le parole del Papa si ascoltano, non si commentano”, salvo poi far notare che “l’attenzione dell’Europa sull’isola fu attirata da Giorgia Meloni”, con un riferimento alla visita del 2023 della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accompagnata dalla premier.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi voluto rivendicare: “al 4 luglio del 2023 sulle coste italiane erano sbarcati circa 66 mila migranti, oggi sono poco più di 14 mila, con tante morti e sofferenze in meno”. Ergo: Papa Leone deve solo ringraziare la Statista della Sgarbatella.

Come mai dunque il solitamente cauto fino al mutismo Mantovano ha ritrovato la favella perduta?

E’ successo che l’ex magistrato, poco abituato alle battaglie in prima linea,  una volta che si è ritrovato sul banco degli accusati per gli innumerevolii disastri che hanno minato la credibilità e la spinta propulsiva del Governo Meloni, ha perso l’antico aplomb.

All’inizio fu il caso Almasri: era il gennaio 2025, e il torturatore libico fu rimpatriato in fretta e furia con un volo di Stato italiano. Mantovano, insieme a Giorgia Meloni, Carlo Nordio e la sua ex zarina Giusi Bartolozzi, e Matteo Piantedosi, fu indagato per concorso in favoreggiamento, abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio dalla Procura di Roma. Un procedimento che si risolse formalmente qualche mese dopo con il no della Camera all’autorizzazione a procedere.

Lo strascico politico, però, si è protratto per mesi, e la già traballante postura di Mantovano ha ricevuto una nuova e pesantissima legnata con la sconfitta del Governo nel referendum sulla giustizia, del 22-23 marzo.

Se a metterci la faccia della campagna per il “Sì” è stato il ministro della Giustizia, lo spritzzante Carlo Nordio, il grande architetto della riforma, che prevedeva la modifica di ben sette articoli della Costituzione, portava le impronte di Mantovano.

La sconfitta nel referendum, prima e vera grande batosta dell’Armata Branca-Meloni di cui non si è più ripresa, ha inevitabilmente scatenato a Palazzo Chigi la caccia al caprone espiatorio.

Che in molti hanno trovato proprio in Mantovano. La ragione di queste accuse non è pretestuosa. Al sottosegretario si rimprovera più di un errore. Da personalità unificante, di mediazione e di dialogo con gli apparati, Mantovano ha avuto invece scontri e conflitti proprio con quelli che avrebbe dovuto dialogare eammansire e infine trovare un sano compromesso .

Il primo grande terreno di scontro porta dritti al Vaticano. Mantovano, cattolico praticante ultra conservatore, non aveva un buon rapporto con Papa Francesco, considerato troppo progressista e “di sinistra”.

Dalla padella alla brace con l’elezione di Leone XIV. La vicinanza del sottosegretario ad ambienti tradizionalisti dell’Opus Dei non lo rendono un interlocutore amato, oltretevere, men che meno ora che Prevost si trova in guerra proprio con i turbo-conservatori radicali dei lefebvriani.

Mantovano non è riuscito a costruire un canale di comunicazione fruttuoso nemmeno con il Quirinale. Avrebbe dovuto essere il “ponte” tra l’underdog Meloni e Sergio Mattarella, ha creato solo grattacapi e attriti tra Palazzo Chigi e il Colle supremo.

Il suo scontro con la magistratura, a partire dalla tensione con la Corte dei Conti per la riforma che ha depotenziato il ruolo cruciale dei giudici contabili, ha portato a uno scazzo frontale e inedito con il presidente della Corte, il tosto siciliano Guido Carlino.

Mantovano avrebbe dovuto ergersi come pompiere tra Colle e Governo, e invece abbiamo assistito a una guerriglia continua, culminata con gli attacchi di Nordio al sistema “para-mafioso” del Csm (un organo presieduto da Sergio Mattarella).

La più rognosa bega in cui Mantovano ha mostrato una certa imperizia è stata la gestione del dossier servizi. Il suo primo fallimento  è stato la tanto evocata riforma per la creazione di un’agenzia unica degli 007, con la fusione tra Aisi e Aise, subito finita nel cestino tra un veto incrociato e l’altro.

Molti problemi (eufemismo) ha innescato la gestione dei casi delle intercettazioni illegali con lo spyware israeliano Paragon (di cui non abbiamo ancora uno straccio di verità), delle migliaia di accessi abusivi del finanziere Pasquale Striano delegato all’Anti-Mafia, per non parlare poi degli spioni milanesi di Equalize e quelli romani della Squadra Fiore, in cui è finito indagato il numero due dell’Aisi e del Dis, Giuseppe Del Deo.

Diventato un peso a dir poco ingombrante per il governo Meloni, Mantovano ha architettato l’uscita dell’ex potentissimo spione in maniera mai vista prima negli annali della Repubblica: mandato in pensione a 51 anni attraverso un decreto ad hoc, con assegno di 12mila euro al mese, più l’indennità di cui godono i direttori dei servizi chiamata “cravatta” e come extra-bonus la possibilità il giorno dopo il pensionamento di andare a fare il presidente della Cerved, società di Andrea Pignataro che gestisce dati sensibili delle imprese italiane. Malgrado tutta ‘sta cuccagna, Del Deo rappresenta tuttora una mina vagane per Palazzo Chigi.

Visto il suo caratterino poco conciliante, Mantovano è entrato in rotta di collisione anche con molti ministri del suo stesso Governo. Celebri i suoi scazzi con Crosetto, Salvini, Abodi, Lollobrigida e Piantedosi, a cui ha tolto le deleghe della gestione dell’immigrazione.

Anche con Alessandro Giuli, dopo l’iniziale ottimo rapparto, il feeling è finito quando il ministro della Cultura ha deciso alcune nomine senza previo benestare di Mantovano.

Non ci sono però soltanto i conflitti con i ministri: Mantovano è anche in gara perenne con il suo collega Giovanbattista Fazzolari, per chi è più nel cuore di Giorgia Meloni (a tale proposito chiedere info alla segretaria e amica fedelissima della Ducetta, Patrizia Scurti). Ebbene, dall’alto di tutti questi pasticci, Mantovano cova sotto sotto l’ambizione (sbagliata) di possedere i titolo per essere eletto al Quirinale al posto di Sergio Mattarella…


M5S, Saiello: “Sopralluogo all’ospedale Maresca di Torre del Greco. Al lavoro per rafforzare la sanità pubblica”


“L’ospedale Maresca rappresenta un presidio fondamentale per Torre del Greco e per l’intera area vesuviana. Per questo abbiamo ritenuto importante avviare un confronto diretto con la dirigenza sanitaria, per fare il punto sulle prospettive di sviluppo, sulle criticità ancora aperte e sulle proposte da mettere in campo nei prossimi mesi”. Lo dichiara Gennaro Saiello, capogruppo del Movimento 5 Stelle e componente della Commissione Sanità in Consiglio regionale della Campania, a margine del sopralluogo effettuato questa mattina presso l’ospedale Maresca di Torre del Greco insieme al deputato Alessandro Caramiello, al senatore Orfeo Mazzella, all’assessora comunale Laura Vitiello e al consigliere comunale Mirko Gallo.

“Il Maresca è una struttura strategica per un territorio vasto e densamente popolato. I lavori in corso per la realizzazione di 46 nuovi posti letto rappresentano un segnale importante, ma occorre continuare a seguire con attenzione ogni fase del percorso, affinché gli interventi programmati si traducano in servizi concreti e pienamente operativi per la comunità”.

“L’incontro di oggi – continua Saiello – nasce dall’esigenza di aprire un focus stabile sul futuro del presidio: personale, reparti, servizi, tempi di attuazione degli interventi, organizzazione dell’assistenza e integrazione con la rete sanitaria territoriale. Su questi temi continueremo a confrontarci con la direzione sanitaria e con tutti i livelli istituzionali coinvolti, in un’ottica di collaborazione e responsabilità istituzionale”.

“Come Movimento 5 Stelle, intendiamo accompagnare con determinazione ogni azione utile a rafforzare la sanità pubblica. Il nostro impegno non si fermerà al Maresca: nelle prossime settimane proseguiremo con ulteriori incontri anche negli altri presidi ospedalieri, perché il diritto alla salute va garantito ovunque”.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


60 anni del WWF: la mostra fotografica “Il Panda siamo Noi” arriva alla Reggia di Caserta


Dal 17 luglio al 31 agosto l’esposizione sarà aperta al pubblico e compresa nel biglietto per la visita alla Reggia

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese.  

L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori. 

Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione. 

Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani. 

La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino. 

Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte.   

Il percorso espositivo

La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali. La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali. La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.  L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO

Dr. Renato Perillo 

Presidente WWF Caserta OA ETS


Agricoltura, Campagnuolo (Avanti Insieme): “Sui giovani si gioca il futuro delle aree interne”


«I nuovi bandi regionali SRE01 e SRD03, con una dotazione di oltre 31 milioni di euro, rappresentano una concreta opportunità per rilanciare l’agricoltura campana. Ora, però, è fondamentale fare in modo che queste risorse arrivino davvero a chi ogni giorno sceglie di investire nella terra.»

Lo dichiara Evangelista Campagnuolo, Presidente di Avanti Insieme.

«L’agricoltura ha bisogno di giovani, di innovazione e di imprese capaci di guardare al futuro. Ogni ragazzo che decide di restare nelle aree interne e aprire un’azienda agricola è una risposta allo spopolamento, all’abbandono delle campagne e alla crisi economica dei nostri territori.»

Campagnuolo sottolinea anche l’importanza del sostegno alle fattorie didattiche.

«Le fattorie didattiche non sono soltanto aziende agricole: sono luoghi di formazione, educazione ambientale e valorizzazione delle nostre tradizioni. Rafforzare queste realtà significa costruire un legame sempre più forte tra scuola, territorio e mondo agricolo. Adesso serve uno sforzo in più. Le istituzioni devono accompagnare gli imprenditori agricoli nella presentazione delle domande, semplificare le procedure burocratiche e garantire tempi rapidi nell’erogazione dei contributi. Troppo spesso risorse importanti rischiano di rimanere inutilizzate proprio a causa della complessità amministrativa.

L’agricoltura non chiede assistenzialismo, ma opportunità. Ogni euro investito nel settore primario significa creare occupazione, difendere il territorio, valorizzare il Made in Italy e dare una prospettiva concreta ai nostri giovani. Come Avanti Insieme continueremo a sostenere tutte le iniziative che favoriscono il ricambio generazionale e il rilancio delle aree interne. Perché il futuro della Campania passa anche, e soprattutto, dai suoi agricoltori.»


La dottrina Bessent come guerra economica dichiarata


Dall’estrattismo economico alla sovranità selettiva

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il discorso di Scott Bessent segna il passaggio da una globalizzazione presentata come spazio neutrale a una globalizzazione amministrata come campo di battaglia. Alla luce della scuola francese di guerra economica, non siamo davanti a una semplice correzione protezionistica, ma alla formalizzazione di una dottrina di potenza: l’economia diventa strumento di sovranità, pressione, influenza e dominio.

Per decenni gli Stati Uniti hanno favorito un modello di estrattismo economico mondiale. Hanno spinto la liberalizzazione dei mercati, la mobilità dei capitali, la delocalizzazione industriale e la subordinazione delle economie periferiche o alleate a catene del valore controllate dalle grandi imprese, dalla finanza e dalla tecnologia americana. Il valore veniva estratto dai territori produttivi, dai lavoratori, dalle risorse naturali, dai dati, dalle infrastrutture digitali, dai brevetti e dai sistemi di pagamento.

Ora Washington sembra riconoscere che quell’estrattismo, utile per arricchire la finanza e le grandi imprese, ha però indebolito la base materiale della potenza nazionale: industria, filiere, lavoro qualificato, autonomia tecnologica. Da qui nasce la svolta: non il rifiuto dell’estrattismo, ma la sua riorganizzazione in chiave nazionale. Gli Stati Uniti non vogliono uscire dalla mondializzazione. Vogliono controllarne i punti decisivi.

Intelligence economica: sapere prima per colpire meglio

Nella scuola di guerra economica di Parigi, l’intelligence economica non è semplice raccolta di informazioni. È capacità di individuare vulnerabilità, dipendenze, catene di approvvigionamento, settori critici, nodi finanziari, tecnologie sensibili, concorrenti strategici e margini di pressione.

Il discorso di Bessent si muove esattamente in questa logica. Quando individua semiconduttori, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, minerali critici e farmaceutica come settori prioritari, non fa solo politica industriale. Disegna una mappa del potere. Stabilisce quali comparti devono essere protetti, quali filiere devono essere riportate sotto controllo, quali dipendenze devono essere ridotte e quali concorrenti devono essere contenuti.

L’intelligence economica serve a trasformare l’informazione in decisione strategica. Sapere dove una filiera è fragile significa sapere dove intervenire. Sapere quali imprese dominano una tecnologia significa sapere quali proteggere, finanziare o usare come leva geopolitica. Sapere quali Paesi dipendono dal dollaro, dai sistemi di pagamento, dai brevetti o dalle piattaforme americane significa conoscere il punto esatto in cui esercitare pressione.

In questa prospettiva, la dottrina Bessent non è un discorso economico. È un documento di intelligence strategica reso pubblico.

Guerra economica: il mercato come teatro di conflitto

La scuola francese di guerra economica insiste su un punto essenziale: la competizione economica non è mai puramente commerciale. È conflitto tra potenze, imprese, Stati, norme, sistemi giuridici, piattaforme informative e modelli di sovranità.

La reciprocità condizionata evocata da Bessent è un tipico strumento di guerra economica. Gli Stati Uniti dicono agli altri Paesi: potete regolare i vostri mercati, ma saremo noi a decidere quando la vostra regolazione diventa discriminatoria contro le nostre imprese. È qui che la norma diventa arma. La legge, la fiscalità, la protezione dei dati, le regole sulla concorrenza, gli standard tecnologici e le politiche industriali vengono trasformati in strumenti di pressione.

L’Europa è il bersaglio più vulnerabile di questa logica. Ha un grande mercato, ma non una potenza politica equivalente. Produce regole, ma spesso non dispone degli strumenti coercitivi per imporle. Parla di sovranità digitale, ma dipende da piattaforme, nuvole informatiche, sistemi operativi, semiconduttori, capitali e infrastrutture finanziarie esterne.

Washington lo sa. E proprio perché lo sa, può usare il linguaggio della reciprocità come leva negoziale. Non si tratta di libero scambio. Si tratta di rapporto di forza.

Il dollaro come arma geoeconomica

Il quarto principio del discorso, quello sulla leadership finanziaria, è il più vicino al cuore della guerra economica americana. Il dollaro non è soltanto una moneta. È un’infrastruttura di comando. Attraverso il dollaro passano pagamenti, riserve, debito, sanzioni, accesso ai mercati, assicurazioni, investimenti e transazioni energetiche.

Quando gli Stati Uniti sanzionano un Paese, non usano soltanto il diritto. Usano la posizione centrale del proprio sistema finanziario. Chi controlla la moneta di riferimento mondiale controlla anche una parte della libertà d’azione degli altri.

Qui la guerra economica diventa quasi militare. Le sanzioni non distruggono ponti, ma possono paralizzare banche. Non bombardano industrie, ma possono impedirne il finanziamento. Non occupano territori, ma possono costringere governi e imprese a cambiare comportamento.

Il limite di questa strategia è evidente: più il dollaro viene militarizzato, più gli altri attori cercano alternative. Cina, Russia, India, Paesi del Golfo e parte del Sud globale non possono sostituire rapidamente il dollaro, ma possono ridurre gradualmente la loro esposizione. È una lenta guerra di logoramento contro il privilegio monetario americano.

La battaglia degli standard e della conoscenza

La parte sulle tecnologie emergenti, sugli strumenti digitali e sulla tokenizzazione mostra un altro concetto centrale della scuola di Parigi: la guerra economica è anche guerra normativa e cognitiva.

Chi scrive gli standard controlla il mercato futuro. Chi stabilisce le regole dell’intelligenza artificiale, della moneta digitale, della sicurezza informatica, dei dati sanitari, della certificazione industriale e delle infrastrutture digitali non regola soltanto un settore: decide chi può entrare, chi resta fuori, chi paga il costo dell’adattamento e chi gode del vantaggio iniziale.

Gli Stati Uniti vogliono scrivere le regole della prossima economia da una posizione di forza. L’Europa, invece, rischia di limitarsi a regolamentare tecnologie prodotte altrove. È la differenza tra potenza normativa e potenza reale. La prima stabilisce principi; la seconda controlla infrastrutture, capitali, piattaforme, brevetti, reti e capacità coercitiva.

Il nuovo protezionismo imperiale

La dottrina Bessent non è isolazionismo. È protezionismo imperiale. Gli Stati Uniti proteggono il proprio centro, ma continuano a pretendere apertura dagli altri. Chiedono resilienza nazionale, ma vogliono mantenere il primato globale. Parlano di lavoratori americani, ma difendono anche il dominio delle grandi imprese tecnologiche e finanziarie statunitensi.

Questo è il punto decisivo: la sovranità economica americana non coincide con la sovranità economica degli altri. Washington rivendica per sé il diritto di usare industria, moneta, tecnologia, norme e sanzioni come strumenti di potenza. Ma quando altri Paesi tentano di fare lo stesso, vengono accusati di protezionismo, ostilità o concorrenza sleale.

Alla luce della scuola di guerra economica di Parigi, il discorso di Bessent rivela dunque una verità essenziale: gli Stati Uniti non stanno abbandonando l’ordine economico mondiale. Stanno cercando di rifondarlo su basi più esplicitamente gerarchiche.

La lezione per l’Europa e per l’Italia

Per l’Europa e per l’Italia il messaggio è brutale. La competizione economica non è più una questione di efficienza, ma di sopravvivenza strategica. Dipendere da altri per energia, tecnologie, dati, pagamenti, materie prime, farmaci e piattaforme significa consegnare pezzi di sovranità.

L’Italia, in particolare, possiede ancora industria, manifattura, competenze e capacità esportatrice. Ma senza una vera intelligence economica nazionale rischia di non vedere per tempo le minacce: acquisizioni straniere nei settori strategici, dipendenza tecnologica, vulnerabilità delle filiere, perdita di brevetti, subordinazione finanziaria, fuga di competenze, colonizzazione digitale.

La scuola di guerra economica insegna che non basta produrre. Bisogna proteggere, anticipare, influenzare, disinformare meno e informarsi meglio, costruire reti, difendere gli interessi nazionali senza ingenuità. La neutralità del mercato è una favola utile a chi ha già il potere.

Il discorso di Bessent ha almeno il merito di togliere la maschera: l’economia è tornata a essere uno degli strumenti principali della potenza. Gli Stati Uniti lo dichiarano. La Cina lo pratica. La Russia lo subisce e lo usa. L’Europa continua spesso a discuterne come se fosse un seminario universitario. Ma nella guerra economica, chi arriva tardi non perde soltanto quote di mercato. Perde sovranità.


Commissione Covid, lettera di Conte al presidente Lisei (FdI): “Ditemi la data della mia audizione, basta false accuse”


Il leader 5 Stelle torna a chiedere di essere ascoltato dall’organo: “Hanno costruito un plotone di esecuzione, ma non troveranno mai nulla. Sono finti leoni”

Commissione Covid, lettera di Conte al presidente Lisei (FdI): “Ditemi la data della mia audizione, basta false accuse”

(ilfattoquotidiano.it) – “Sono qui a chiederle nuovamente di poter conoscere la data della mia audizione, considerato che, a tutt’oggi, non ho ricevuto né da lei, né dall’ufficio di segreteria della Commissione alcun riscontro, invitandola con la presente ad astenersi dal fornire alla stampa false informazioni sul mio conto“. Giuseppe Conte torna a chiedere di essere ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia di Covid, dove da mesi sta andando in scena un processo politico nei suoi confronti. Dopo aver scritto nei giorni scorsi ai presidenti di Camera e SenatoLorenzo Fontana e Ignazio La Russa, il leader del Movimento 5 stelle stavolta si rivolge direttamente a Marco Lisei, il senatore di Fratelli d’Italia che presiede la sua commissione e ha assunto il ruolo mediatico di grande accusatore dell’ex premier. Nella lettera – inviata per conoscenza anche a Fontana e La Russa – Conte ricorda di aver dato disponibilità a essere ascoltato “già dall’ottobre 2024”, ma di non aver mai ricevuto risposta. Per questo, spiega, “ho chiesto ai presidenti delle Camere di intercedere perché fosse concordata al più presto la data della mia audizione, anche per spazzare via le false accuse che lei per primo, insieme agli altri componenti della Commissione del suo partito, mi state pubblicamente rivolgendo”. E ribadisce, “al fine di semplificare il passaggio procedurale”, la disponibilità a dimettersi temporaneamente da componente dell’organo una volta concordata la data.

“Sono due anni che ho dato la mia disponibilità con richiesta formale. Ho scritto un’altra lettera formale, ho interloquito con i presidenti di Camera e Senato per concordare la data della mia audizione. È evidente che loro non hanno nessun interesse ad audirmi”, accusa Conte a SkyTg24. “È evidente che hanno costruito un plotone di esecuzione, tra l’altro strumentalizzando anche per finalità politiche una commissione parlamentare d’inchiesta che poteva essere molto utile per capire perché ci siamo trovati impreparati rispetto a una pandemia così travolgente, così tragica. La verità è che pensano di colpire me, ma io sono stato in tutti i tribunali che mi hanno chiamato, non troveranno mai nulla, non ho paura di nulla”, afferma. “Piuttosto”, aggiunge, “stanno emergendo questioni e dettagli inquietanti. Abbiamo chiesto sei milioni per lo screening dei tumori al seno, hanno trovato un solo milione. Questi sono dei finti patrioti, durante il Covid io me li ricordo bene, molti italiani lo ricordano. Sono stati disertori quando c’era da impegnarsi con le forze sane del Paese per salvarlo. Oggi pensano di fare i leoni, ma sono finti leoni”, attacca l’ex presidente del Consiglio.


Sindaci, vince Funaro: sul podio Fioravanti e Manfredi, più Sud nell’alta classifica


La prima cittadina di Firenze in testa nel Governance Poll 2026, seguita dai colleghi di Ascoli e Napoli. Exploit di Basile a Messina (quinto). Bene Sala a Milano e Gualtieri a Roma. Ultimo Giacomo Tranchida a Trapani

Sara Funaro, Sindaco di Firenze  (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

(di Gianni Trovati – ilsole24ore.com) – Il protagonismo femminile che da qualche anno connota la politica da destra a sinistra investe anche i Comuni. E con un balzo di 11 punti rispetto alla rilevazione del 2025 proietta Sara Funaro, la sindaca di Firenze, in vetta alla nuova edizione del Governance Poll, il censimento annuale sul consenso ai sindaci da parte dei propri cittadini realizzato da Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore.

Funaro, prima donna a salire sul gradino più alto del Governance Poll, condivide il podio con due habitué del consenso: il sindaco di Ascoli Piceno Marco Fioravanti, vincitore lo scorso anno, e quello di Napoli Gaetano Manfredi. I due convivono anche ai vertici dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani, di cui Manfredi è presidente mentre Fioravanti guida il consiglio nazionale.

Da Roma a Genova

Quella di Funaro appare come una crescita netta e tutta giocata sul terreno concreto dell’amministrazione locale, evidentemente riconosciuto in pieno dopo due anni di mandato dai cittadini che nel 2025, a 12 mesi dal voto, avevano invece mostrato qualche freddezza in più. La spinta indicata dal Governance Poll a Firenze è molto più netta rispetto a quella che a Genova registra Silvia Salis; pur trovandosi da mesi al centro del dibattito nazionale su un suo possibile ruolo di leadership all’interno del centrosinistra, la sua crescita di consensi (nel confronto con il dato delle urne) è più modesta, e la colloca al 33esimo posto con il 55%. Ma Salis ha appena concluso il primo anno di mandato, e anche per lei potrebbe servire più tempo per consolidare il favore dei cittadini.

Cresce il Sud

Appena dietro al podio, in ogni caso, la classifica si muove molto, e propone parecchie novità. Il salto dal 55% dell’anno scorso al 66% che ha messo la medaglia d’oro al collo della sindaca di Firenze è molto alto. Ma non è l’exploit più plateale. L’accelerata più intensa è quella vissuta da Federico Basile, sindaco di Messina, che passando dal 50% del 2025 al 62% della nuova rilevazione guadagna 12 punti e 68 posizioni in classifica, inerpicandosi dal 73esimo al quinto posto. Sulla performance pesano anche vicende locali; perché a inizio 2026 Basile si era dimesso con un anno di anticipo rispetto alla conclusione naturale del mandato perché aveva perso l’appoggio della maggioranza dei consiglieri comunali, ma si è ripresentato al voto di maggio centrando l’elezione al primo turno con il 58,4% dei voti. A Messina si registra insomma una sorta di “luna di miele bis”, classica delle settimane immediatamente successive a una campagna elettorale vittoriosa.

Ma questo contesto particolare non cancella l’eccezionalità del caso, con un sindaco del profondo Sud, per di più fuori dai grandi schieramenti nazionali essendo espressione di «Sud chiama Nord» di Cateno De Luca, collocato nelle posizioni di testa del consenso nazionale.

Undici punti in più arrivano anche al sindaco di Palermo Roberto Lagalla, che si tiene così lontano dall’ultimo posto occupato lo scorso anno e restituito ora al collega di Trapani Giacomo Tranchida, maglia nera anche nel 2024.

Rispetto al passato, però, oltre a Manfredi e Basile, nella parte alta della graduatoria c’è molto più Mezzogiorno. Appena sopra il sindaco di Messina, al quarto posto, si incontra per esempio Massimo Zedda. Al suo terzo mandato alla guida di Cagliari, dove dopo la parentesi di leader dell’opposizione nel consiglio regionale della Sardegna è tornato a occupare la stessa casella già ricoperta fra 2011 e 2019, Zedda guadagna otto punti rispetto allo scorso anno ottenendo il «sì» di 63 cagliaritani su 100. E la rappresentanza centromeridionale in alta classifica contempla anche il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, al sesto posto con un 61% che consolida la performance già ottima dello scorso anno, l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella a Benevento, alla replica dell’exploit del 2025, e Vincenzo Voce a Crotone.

E le elezioni?

A meno di un anno da un turno amministrativo pesante, che vedrà al voto quasi tutte le principali città italiane, è chiaro che la classifica del Governance Poll sarà spulciata da partiti e coalizioni che proprio in queste settimane stanno iniziando a giocare sul serio la partita delle candidature.

Accanto a Gaetano Manfredi, che dal sondaggio annuale riceve tradizionalmente numeri incoraggianti, fra i sindaci arrivati all’ultimo anno del primo mandato c’è Roberto Gualtieri. Anche per lui le notizie sono buone, perché il 54% attribuitogli dall’edizione di quest’anno indica una netta ripresa rispetto al 2025, con una risalita di otto punti percentuali e addirittura 48 posizioni. Simile, a Torino, la condizione di Stefano Lo Russo, che con il 55% dei consensi occupa il 33esimo posto con Silvia Salis e il sindaco di Ancona Daniele Silvetti guadagnando 4,5 punti rispetto allo scorso anno. Meno brillante il risultato di Matteo Lepore a Bologna, che si mantiene per un punto sopra la soglia del 50% ma scende al 64esimo posto perdendo 2,5 punti nel confronto con l’edizione 2025. A Milano invece Beppe Sala arriva alla chiusura del secondo mandato al decimo posto, con un 59,5% che conferma un consenso solido; nonostante le traversie giudiziarie sull’edilizia che hanno coinvolto l’amministrazione, producendo peraltro fin qui una serie di assoluzioni.

Il consenso scivola

Ma il Governance Poll, ovviamente, non è una simulazione di voto, per la semplice ragione che per esempio mancano i concorrenti. La sua funzione è piuttosto quella di misurare il rapporto fra il sindaco e i propri concittadini, influenzato da un’infinità di fattori che mescolano scelte amministrative, capacità di comunicazione ma anche le condizioni economiche e sociali della città. Da questo punto di vista, il carotaggio mostra qualche smottamento nel consenso generale dei sindaci: a raggiungere il 50% sono 74 amministratori su 92, cioè l’80%, mentre l’anno scorso la stessa condizione riguardava l’85% degli “esaminati”.

Difficile trarre un’indicazione univoca da questi dati. Ma è chiaro che i sindaci spesso si trovano a giocare lo scomodo ruolo di parafulmine anche su temi su cui hanno competenze solo indirette, a partire dalla sicurezza: che a ogni fatto di cronaca vede il sindaco finire sul banco degli imputati senza troppo sottilizzare sul ruolo dello Stato e sulle possibilità effettive di intervento del Comune.


Siamo nelle mani di un pazzo


(askanews) – I leader europei hanno iniziato a discutere in modo sempre più esplicito come ridurre la dipendenza dagli Stati uniti, dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa bianca e una serie di crisi che hanno incrinato il rapporto transatlantico. Lo scrive il Wall Street Journal, ricostruendo riunioni riservate tra capi di governo, ministri e alti funzionari europei.

Secondo il quotidiano, uno dei momenti chiave è stata una riunione d’emergenza del Consiglio europeo a Bruxelles, convocata a gennaio dopo le minacce di Trump sulla Groenlandia. L’incontro, durato ore e descritto da alcuni partecipanti come una “therapy night”, aveva un tema di fondo: come gestire un possibile distacco dall’America.

“Stiamo tirando qui la linea”, avrebbe detto il presidente francese Emmanuel Macron, sostenendo che l’eccessiva dipendenza europea dagli Stati uniti fosse ormai un rischio per la sicurezza.

Secondo il Wsj, in quel momento soldati francesi erano in Groenlandia accanto alle forze speciali danesi, in un contesto di tensione con Washington. Nel confronto, diversi leader avrebbero accusato l’amministrazione Trump di essere più interessata ad accordi su miniere ed energia che al ruolo tradizionale degli Stati uniti nella sicurezza occidentale.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe inizialmente dissentito, sostenendo che Trump, pur non piacendo a molti leader europei, potesse ancora essere convinto con il dialogo.

Ma dopo gli attacchi americani contro l’Iran e il conseguente rialzo dei prezzi energetici, anche Meloni avrebbe rivisto il suo giudizio, affermando che Trump “non è ragionevole”. Il Wsj scrive che le discussioni riservate indicano l’avvio di un esperimento senza precedenti di “de-americanizzazione”.

Autorità di Paesi come Francia e Paesi bassi starebbero rimuovendo in modo discreto tecnologie statunitensi dai propri sistemi, adottando software open source europei e invitando i funzionari pubblici a non usare più Microsoft Teams o Office.

Parallelamente, i governi europei starebbero studiando dove conservare i dati, come processare i pagamenti in caso di nuove tensioni con Washington e quanto le armi prodotte negli Stati uniti possano funzionare senza autorizzazione americana. L’obiettivo è ridurre la dipendenza da tecnologia, infrastrutture digitali e potenza militare statunitensi senza provocare una rottura aperta con Washington.

Un ruolo centrale, secondo il giornale, è stato assunto dal primo ministro canadese Mark Carney, che avrebbe avvertito diversi leader europei che “la vecchia America non tornerà”. Carney avrebbe spinto gli alleati a considerare la dipendenza dagli Stati uniti non come un problema temporaneo legato a Trump, ma come una vulnerabilità strutturale.

La linea di Carney si contrappone a quella del segretario generale della Nato Mark Rutte, impegnato a preservare l’Alleanza mantenendo Trump coinvolto attraverso una strategia di elogi pubblici e concessioni politiche. Il Wsj parla di “flattery diplomacy”, una diplomazia dell’adulazione usata per dare a Trump una vittoria visibile, in particolare sull’aumento della spesa militare europea. Rutte avrebbe insistito con i leader Nato sulla necessità di accettare il nuovo obiettivo del 5% del Pil per la difesa entro il 2035, spiegando che il numero era la vittoria di cui Trump aveva bisogno.

Dopo resistenze di vari Paesi, tra cui Belgio, Slovacchia e soprattutto Spagna, il vertice dell’Aja aveva consentito a Trump di rivendicare un risultato politico: l’Alleanza, aveva detto il presidente, non era più una fregatura per gli Stati uniti. Ma secondo il Wsj, la strategia degli elogi ha mostrato limiti crescenti.

Dopo il vertice tra Trump e Vladimir Putin in Alaska, ad agosto, i leader europei si sono allarmati per l’apertura del presidente americano a un piano russo per l’Ucraina più vicino alle posizioni di Mosca che a quelle europee. Macron avrebbe quindi spinto, in una chat criptata con altri leader, per una missione comune a Washington a sostegno di Volodymyr Zelensky. Sei tra presidenti e primi ministri europei, insieme a Rutte e alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, si sono recati alla Casa bianca per cercare di influenzare Trump.

Ma, scrive il quotidiano, l’intervento avrebbe prodotto solo una tregua temporanea. Nel giro di poche settimane, Trump sarebbe tornato a esprimere dubbi sulle possibilità ucraine e a considerare un piano russo che includeva opportunità per imprese statunitensi. Per alcuni partecipanti, l’esperienza avrebbe mostrato quanto poco peso abbiano ormai gli alleati più stretti degli Stati uniti sull’amministrazione americana, anche quando si presentano insieme.

Secondo una valutazione dell’MI6 citata dal Wsj, la diplomazia dell’adulazione sarebbe ormai soggetta alla “legge dei rendimenti decrescenti” dell’economista David Ricardo, secondo la quale in un sistema produttivo generico, a ogni apporto di un fattore qualsiasi – l’adulazione, in questo caso – non corrisponde un incremento di produzione proporzionalmente crescente.


L’Ayatollah, la verità e la fratellanza a prescindere


(Tommaso Merlo) – In milioni hanno partecipato ai funerali dell’Ayatollah e della sua famiglia massacrati da un attacco terroristico americano e sionista. Il primo atto dell’ennesima aggressione illegale ad un paese la cui vera colpa è non accettare l’annientamento del popolo palestinese e nemmeno il proprio. Anche quando creperà Trump scenderanno in piazza milioni di persone ma per festeggiare la fine di un drammatico delirio narcisistico. Più che un presidente, l’incarnazione dei mali occidentali, di quel nemico dentro di noi che dobbiamo sconfiggere prima che sia troppo tardi. Quanto a quel mostro sanguinario di Netanyahu ed ai suoi complici, meritano di sopravvivere a lungo ma marcendo in carcere tormentati dall’angoscia per le immonde atrocità commesse. Altro che fregnacce sioniste, l’Iran saluta l’amata guida suprema più determinato che mai a non arrendersi ad un Occidente che si riempie la bocca di valori e diritti umani e poi insanguina il mondo senza pietà. Si deve ripartire da qui, dalla verità storica assumendoci le nostre responsabilità. In decenni di guerra abbiamo causato milioni di morti, distrutto interi paesi, alimentato migrazioni di massa e perfino sostenuto il genocidio del secolo. Il tutto aggravando i problemi invece che risolverli. Gli Stati Uniti in testa e noi servi europei al guinzaglio e senza che nessuno abbia mai risposto di nulla. Guerre per il petrolio, per svuotare gli arsenali e poi riempirli, per qualche prurito politico e soprattutto perché vittime dello stato profondo e della mafia lobbistica in cui spicca il clan sionista che controllando la Casa Bianca controlla anche noi. Un vero e proprio sistema politico e mediatico corrotto che ci manipola da decenni parteggiando per il progetto coloniale israeliano. Proteggendolo politicamente, sostenendolo economicamente e garantendogli impunità girando la faccia davanti ad ogni suo crimine. Un vero e proprio sistema che per decenni ha convinto le masse occidentali che i Palestinesi fossero sanguinari terroristi con cui era impossibile negoziare e siglare la pace mentre gli israeliani dei democratici modello, delle vittime costrette a difendersi. Esattamente il contrario della verità. Sono i sionisti che non vogliono e non hanno mai voluto la pace e tantomeno trovare un compromesso e perseguitano da quasi ottant’anni il popolo palestinese. Pretendono la pulizia etnica in modo da realizzare i loro deliri ideologici. Ma la manipolazione di massa si è estesa ben oltre la Palestina. L’intero mondo islamico è stato infangato come una banda di selvaggi che vogliono distruggere l’Occidente ed i suoi valori cristiani. In Medioriente come a casa nostra. Peccato che Gesù è uno dei profeti più importanti ed amati dell’Islam e nel Corano è molto citata ed adorata perfino Maria. Quello che pensano invece i sionisti dei cristiani lo dimostrano gli sputi sui religiosi tra le strade di Gerusalemme o la profanazione delle statue nelle chiese del sud del Libano. Goyim, utili idioti da spolpare e sfruttare per raggiungere deliri espansionistici più grandi di loro. E se i cristiani in Terra Santa faticano a restare, sono benvoluti e rispettai in gran parte dei paesi arabi. Certo, negli ultimi decenni vi è stata una ondata di estremismo islamico con anche gruppi terroristici che hanno colpito in Europa. Ma nessuno si è mai chiesto l’origine di quei deprecabili fenomeni e il sistema occidentale ha fatto di ogni erba un fascio imbrattando a fini politici due miliardi di musulmani. Di terrorismo ne abbiamo prodotto di ogni stampo anche noi in passato e alcuni jihadisti sono stati sponsorizzati dall’Occidente quando facevano comodo con la chicca dei tagliatori di teste piazzati a Damasco con una cravatta al collo. E poi la patente di terrorismo oramai e una barzelletta. Cosa sono le bombe Nato sui matrimoni nei villaggi montani dell’Afghanistan se non terrorismo. Cos’è il genocidio a Gaza se non tre anni di ininterrotto terrorismo. Cos’è il massacro di 170 studentesse iraniane tra i banchi di scuola o quello dell’Ayatollah con tutta la sua famiglia nella sua residenza se non terrorismo. L’Occidente ha sempre imbrattato i suoi nemici come terroristi anche quando la loro era solo guerra dei poveri oppure movimenti armati di liberazione di cui anche la nostra storia è piena. Ed ha sempre evitato di guardarsi allo specchio. La verità è che la violenza va sempre condannata e la guerra è per sua natura terroristica chiunque la faccia. E si deve ripartire da qui, dalla verità storica assumendoci le nostre responsabilità. Solo così riusciremo a sconfiggere il nostro vero nemico dentro di noi prima che sia troppo tardi. Solo così potremo disinfestare la democrazia da un sistema corrotto dallo stato profondo e dalla mafia lobbistica e solo così potremo creare un futuro più intelligente saldamente fondato sul buonsenso, sui diritti umani per tutti e sulla fratellanza a prescindere.