Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Un uomo ucciso dalla polizia a Milano. Gli agenti: “Era armato”


Avrebbe puntato un’arma verso i poliziotti, secondo una prima verifica era a salve. Piantedosi: ‘Non diamo scudi immunitari a nessuno’. Salvini: ‘Sono dalla parte del poliziotto’

Ventenne ucciso da agenti in borghese a Milano,  'era armato ' - RIPRODUZIONE RISERVATA

(di Roberto Ritondale e Stefano Rottigni – ansa.it) – Un lunedì di sangue vicino al ‘bosco della droga’ di Milano.

Una pattuglia di agenti in divisa e in borghese sta svolgendo un servizio antidroga in via Impastato, nel quartiere Rogoredo, nota zona dello spaccio cittadino.

Poco prima delle 18, secondo la prima ricostruzione della polizia, un 28enne marocchino con precedenti per spaccio di droga e resistenza a pubblico ufficiale si avvicina mentre gli agenti stanno fermando un presunto spacciatore. L’uomo punta un’arma contro la pattuglia. Un poliziotto, dopo avere intimato l’alt, gli spara alla parte alta del corpo. La pistola del 28enne, si scoprirà solo in un secondo momento, però è a salve.

Il giovane cade a terra senza vita: i soccorritori del 118 che arrivano poco dopo possono solo constatarne il decesso. Arrivano anche il medico legale e gli uomini della Scientifica. Le indagini, condotte dalla Squadra mobile, sono coordinate dal pm di turno Giovanni Tarzia, che si è recato sul posto, e sono seguite direttamente anche dal procuratore Marcello Viola.

Tutti dovranno ricostruire nel dettaglio una vicenda di cronaca che farà inevitabilmente discutere, richiamando istintivamente alla mente quanto sta accadendo al di là dell’Oceano.

Ne è consapevole il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. “Le prime notizie ovviamente scontano un margine ancora di approssimazione” ha dichiarato il ministro. “Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno. Le autorità competenti adesso vaglieranno il caso – ha aggiunto Piantedosi – Chiedo solo di non fare presunzioni di colpevolezza. Da parte mia assicuro che non ci saranno scudi immunitari. Ci rimetteremo in maniera serena alla valutazione di quello che sarà stato lo svolgimento dei fatti”.

La morte del ventottenne infiamma inevitabilmente il dibattito politico, con la Lega che si è subito schierata, insieme al suo leader. “Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma” ha commentato il vicepremier Matteo Salvini. Ancora più esplicita la nota del suo partito: “Solidarietà alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno difendono i cittadini perbene. L’auspicio è che, davanti alla tragedia appena avvenuta a Milano, nessun agente finisca ingiustamente nel tritacarne. La Lega ribadisce la necessità del pacchetto sicurezza, anche per aiutare le forze dell’ordine a tutelare i cittadini con sempre maggior efficacia”.

Un riferimento alla sparatoria lo ha fatto anche il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano: “Dai furti e le aggressioni fino addirittura alle sparatorie in pieno giorno. Questo è quanto accade nella città del sindaco-assessore alla Sicurezza Sala, ancora una volta assente. Non si era mai visto negli ultimi anni che un sindaco decidesse di tenere per sé, per così tanti mesi, l’importante e strategica delega alla sicurezza”.

Caute le reazioni sul versante del centrosinistra. “Sul singolo episodio non entro” ha preferito dire il leader del M5s, Giuseppe Conte. “Però sul clima generale per la sicurezza il Governo ha detto che va tutto bene, nonostante i numeri aumentati per stupri, rapine, violenze varie”.

Lo scontro sulla sicurezza a Milano si riaccende proprio nel giorno in cui già si discuteva per la voce di agenti americani dell’Ice pronti a sbarcare a Milano in occasione delle Olimpiadi invernali. Secondo fonti dell’ambasciata Usa a Roma, “l’Homeland Security Investigations dell’Ice supporterà il Servizio di Sicurezza Diplomatica del Dipartimento di Stato americano”. Il rischio è che la tensione in città possa tornare alta come dopo la morte di Ramy Elgaml, il 19enne egiziano morto il 24 novembre dopo un inseguimento dei carabinieri.

L’agente che ha sparato è indagato, interrogato in Questura a Milano

Il poliziotto che ha sparato e ucciso a Milano un 28enne marocchino, che gli avrebbe puntato contro una pistola poi risultata a salve, viene interrogato in Questura a Milano nelle indagini per ricostruire l’accaduto. Da quanto si è saputo, l’agente viene ascoltato con l’assistenza di un avvocato e quindi risulterebbe indagato, un passaggio necessario per tutti gli accertamenti. Allo stato, però, non è nota l’ipotesi di reato contestata.


Cari siciliani, calabresi e sardi, vi stanno prendendo per il c…


MUSUMECI, PER CALABRIA, SICILIA E SARDEGNA EMERGENZA NAZIONALE E 100 MILIONI 

(ANSA) – “Il governo Meloni ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale nei territori della Sicilia, Sardegna e Calabria colpiti dal violento maltempo dei giorni scorsi”.

Lo annuncia in una nota dopo il Consiglio dei ministri il ministro per la Protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci, spiegando che “lo stato di emergenza può durare 12 mesi, prorogabile per altri 12, come prevede il Codice di Protezione civile. Per fare fronte ai primissimi interventi previsti dall’art. 25 lettere a,B,c del Codice di protezione civile, è stata deliberata la somma complessiva di 100 milioni di euro, a valere sul Fondo per le emergenze nazionali”.

MUSUMECI, PER CALABRIA, SICILIA E SARDEGNA EMERGENZA NAZIONALE E 100 MILIONI (2)

(ANSA) – “La proposta – spiega la nota – è stata avanzata e illustrata dal ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci nella seduta di oggi pomeriggio del Consiglio dei ministri, presenti anche i presidenti delle Regioni Sicilia, Sardegna e Calabria”.

MUSUMECI, ORA 100 MILIONI POI ALTRO STANZIAMENTO PER RICOSTRUZIONE

(ANSA) – “In questo momento sono 100 milioni per le tre regioni. Servono essenzialmente per fare fronte alle prime spese sostenute dai comuni, cioè la rimozione di detriti e il ripristino della funzionalità di alcuni servizi essenziali. Non appena dalle Regioni arriverà un quadro dettagliato dei danni potremo procedere all’ulteriore stanziamento che invece servirà alla ricostruzione”. Lo ha detto il ministro per la Protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci, lasciando Palazzo Chigi al termine del Cdm.

“Verrà adottato un provvedimento interministeriale perché su questo tema della ricostruzione interverranno più ministeri – ha aggiunto – E si potrà procedere in deroga alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate. Ove le opere fossero alcune particolarmente complesse, si attiverebbe la legge 40 che è lo stato di ricostruzione, quindi cessa lo stato di emergenza e si apre lo stato di ricostruzione per il quale il competente non sarà più il commissario delegato, cioè il presidente della Regione, ma un commissario straordinario, esattamente come abbiamo fatto nel centro Italia e in Emilia Romagna”.

MALTEMPO, SCHIFANI ‘GRAZIE A MELONI PER L’ATTENZIONE DIMOSTRATA’

(ANSA) – “In queste ore difficili per tanti siciliani colpiti dal cilone Harry, il Consiglio dei ministri, su richiesta del governo regionale, ha deliberato lo stato di emergenza nazionale, stanziando complessivamente 100 milioni di euro. Ho partecipato al Cdm con rango di ministro, come previsto dallo Statuto quando si trattano questioni che riguardano la Sicilia. Ringrazio il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per la sensibilità, l’attenzione e la rapidità dimostrate.

Alla nostra gente voglio dire che non è sola: tutte le strutture regionali sono al lavoro con il massimo impegno per intervenire subito e non lasciare indietro nessuno”. Lo dice il presidente della regione siciliana, Renato Schifani, che a Roma ha partecipato al Cdm.


Si muovono anche i vescovi contro la riforma Nordio! 


(ansa.it) – Il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, invita ad andare a votare al referendum sulla giustizia.

“La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali – ha detto Zuppi introducendo i lavori del Consiglio episcopale – per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco”.

“In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione”, ha detto Zuppi ribadendo l’importanza di andare a votare. “Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.

Per il presidente della Cei “l’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.

“Ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. Alla vigilia della Giornata della Memoria, la Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”., ha detto ancora Zuppi.


27 Gennaio 1945, l’ orrore si apre al mondo intero


(Dott. Paolo Caruso) – Sono trascorsi 81 anni da quel 27 gennaio del 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa irruppero all’interno dei campi di Auschwitz e Birkenau mettendo in luce le nefandezze di una umanità perduta. Quello che apparve ai loro occhi fu come essere stati catapultati nel profondo degli inferi. I celebri versi d’apertura dell’iscrizione sulla porta d’ingresso dell’inferno Dantesco “Qui si va nella città dolente, qui si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente” ritornano ancora oggi a riecheggiare in quei luoghi di profonda sofferenza. Sembra quasi di sentire le urla di pietà delle tante vittime di questa immane tragedia che si confondono con quelle dannate degli aguzzini. Auschwitz è il luogo della miseria umana che dovrebbe farci riflettere per non ricadere in questa pagina buia della storia novecentesca. La storia è maestra di vita, purtroppo sono gli allievi i cattivi interlocutori. Infatti anche la nostra Ministra della famiglia, Eugenia Roccella, spogliandosi della sua fede ideologica forse avrebbe tanto da imparare così da riconsiderare non una gita ma un vero pellegrinaggio la visita di quei luoghi da parte delle scolaresche. Lì non si pensa al nazi-fascismo per odiare, ma si piange sulle sciagure umane. Massacri perpetrati da una Umanità alla deriva che anche oggi dovrebbero farci rifiutare qualsiasi forma di violenza, ma invano. La ricorrenza del 27 gennaio, il giorno della Memoria, il giorno del ricordo, per non dimenticare quel 27 gennaio 1945, quando fu a tutti chiara la criminalità dell’Uomo così da poterla raccontare al mondo intero. L’ Armata Rossa si trovò di fronte ad una scena raccapricciante, scheletri ambulanti, veri zombi di una umanità perduta che vagavano in quell’inferno, la cui aria era ancora ammorbata di sangue. Ciocche di capelli ammassate nel tempo, mucchi di scarpe di ogni misura, montature di occhiali di forme diverse, vestiti, valige e borse in quantità industriali, furono le tracce del passaggio dei tanti “dannati” che affollarono quello che fu definito il più grande cimitero del mondo senza corpi. Corpi inceneriti dai forni crematori ancora fumanti. Oggi, in un mondo sempre più soffocato dalla violenza, dalle guerre, dove il capovolgimento della storia fa si che i figli della “Stella di David” venuti fuori dall’inferno di Auschwitz sono diventati gli aguzzini sterminatori del popolo palestinese, e nel silenzio più totale delle coscienze si torna a ripetere gli orrori del passato. Israele a Gaza, la Russia in Ucraina, i Talebani in Afghanistan, gli Ayatollah in Iran, e chissà quanti altri dittatori in tante altre parti del mondo perpetuano gli stessi misfatti dei nazisti ad Auschwitz. L’Uomo spesso dimentica, ma la sua disumanità si ritorce nel tempo contro se stesso. Quante sono le ferite ancora da cicatrizzare? “Homo homini lupus”, l’uomo è un lupo per l’altro uomo, una frase di Plauto che trova riscontro ancora oggi in certa ideologia contemporanea. Paesi come l’insospettabile America Trumpiana che ogni giorno con l’ ICE, la milizia presidenziale, vessa e uccide la sua gente, e poi ancora altri i cui governi autocratici calpestano i diritti civili e soffocano ogni anelito di libertà. L’orrore che si prova ad Auschwitz/Birkenau, la sensazione viscida di una umanità completamente perduta, l’oscurità delle coscienze, fanno si che riappaiono ai nostri occhi i fantasmi del passato, di un passato che si pensava non tornasse più a bussare alle nostre coscienze. Orrori simili a quelli di oggi sui quali si era giurato “non accadessero MAI PIU’ ” e invece….. Cosa dunque commemorare? Se tutto è ancora tragicamente attuale. Se il mondo pare impazzito vale comunque e soprattutto per le nuove generazioni riprendere le parole di Primo Levi “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perchè ciò che è accaduto può ritornare”. Allora cosa si aspetta?


L’umanità alle soglie della pensione


(di Marcello Veneziani) – Entro il corrente anno l’umanità andrà in pensionamento anticipato. Non verrà abolito l’uomo ma verrà pensionato e demansionato, verrà considerato di fatto, prima che de iure, un ente superfluo e bisognoso di assistenza, un reperto o un residuo bellico del passato che verrà gradualmente sostituito. Al posto dell’uomo verrà Optimus, erroneamente presentato come robot umanoide, in realtà erede universale dell’umano a tutti gli effetti, su tutte le ruote. Ad annunciarlo non è un pazzo qualunque, come tanti ce ne sono stati nella storia, ma un ingegnoso e famoso pazzoide che a differenza dei precursori mattoidi dispone di mezzi economici, tecnologici e in un certo senso politici, per trasformare la sua mente visionaria in piani d’architettura del mondo nuovo, dotato di ordine nuovo e abitato dall’uomo nuovo. Ossia quel sogno che agli inizi del secolo scorso era affidato ancora alla rivoluzione politica e alla mitologia del comunismo, del fascismo e dell’americanismo, oggi si trasferisce armi e bagagli nella tecnologia. Sto parlando di Elon Musk, uno che non si accontenta di una qualunque Groenlandia come il più modesto amico Donald Trump, dalle piccole pretese, ma vuole conquistare il mondo a partire dallo spazio e i pianeti; qualche prova pratica del suo talento innovatore l’ha data. E la sede da cui ha consegnato al pianeta il suo annuncio dell’avvento del Dopouomo, è il vertice di Davos, vale a dire la cupola del mondo e dei poteri che lo sovrastano.

Musk già vede nel nostro futuro, a partire dal 2027, dunque l’anno prossimo, la discesa in campo di milioni di umanoidi che avranno però, almeno inizialmente, mansioni umanitarie: dovranno infatti accudire vecchi e bambini e sostituire gli operai nelle fabbriche e gli impiegati negli uffici. Insomma cominceranno con l’assistere, supportare e supplire all’umano per prendere poi definitivamente il suo posto. Prima lo affianca, poi gli subentra. Sarà lui, Optimus, il primo motore mobile dell’universo, e per gli uomini si aprirà un radioso destino di soprammobili, di ninnoli ornamentali, gadget decorativi, dalle vite inutili e sfiziose.

Abbiamo sentito così tanti annunci di questo switch-off o passaggio dell’umanità al dopoumano che non ci facciamo più caso; del resto, l’uso stesso dell’ironia, prima che un esorcismo, è un esercizio di incredulità, la convinzione che certe cose si dicono ma poi non si fanno. Però tra tanti falsi annunci, altrettanti drastici cambiamenti sono in corso e in veloce espansione: e se solo paragonate il cammino degli ultimi anni da Siri, Alexa, Chat Gpt, Pro, da Open Ai a XAI e a Grok 4, fino agli ultimi prodotti e alle ultime più sofisticate tappe dell’Intelligenza Artificiale vi rendete conto che si può scherzare fino a un certo punto.

L’incredulità e l’ironia non ci permettono di affrontare il problema in tutta la sua importanza e gravità: siamo consapevoli di quel che sta avvenendo e del pensionamento graduale ma veloce dell’umanità (obsolescenza rapida)? Non stiamo forse prendendo sottogamba, distrattamente, un processo che ci coinvolge in modo totale e radicale? E chi, al contrario, si limita a gridare all’orrore di questo passaggio e a usare espressioni ben più apocalittiche del nostro pensionamento dell’umanità, parlando esplicitamente di abolizione dell’uomo, cosa fa in concreto per governare, contenere, guidare questo processo? Se ne chiama fuori, resta nella retorica dello sgomento e così lo lascia accadere senza alcuna reale incidenza.

Alla fine quel che sembra prevalere, in cui si sommano tanto gli increduli, gli ironici, gli apocalittici che gli euforici, gli integrati, gli entusiasti, è una sola visione: il fatalismo tecnologico. Se fino a ieri pensavamo al fatalismo come a una forma si superstizione delle società arcaiche, ora dobbiamo ricrederci: c’è un fatalismo legato al nuovo e alla tecnica che è perfino più cieco e totale di quello del passato, perché nasce dall’automatismo. Succederà, non possiamo farci niente, non possiamo sottrarci, e se freniamo rallentiamo la corsa di un paese, di un sistema ma non di un processo globale, planetario; i recalcitranti saranno solo ritardati, anche nel senso mentale dell’espressione, cioè acquisiranno in ritardo, con fatica, quel che le menti più sveglie e più rapide accoglieranno subito. Ma in tutto questo l’idea di riportare la tecnologia nell’ambito dei mezzi umani, il proposito di assumere la sovranità dell’uomo sui processi tecnici e di indirizzare le trasformazioni in una direzione espansiva dell’umanità e non sostitutiva dell’uomo, non la sostiene nessuno. La politica si balocca, bamboleggia con i sondaggi e con le posizioni che danno rendite immediate, cavalca l’onda del momento e non sa fare altro. La cultura si chiude nel suo obitorio di pensieri o esce a mani alzate e si arrende alla tecnologia; la religione resta inerme a mani giunte o lancia messaggi, anche nobili, ma ininfluenti sul destino della tecnica e sui manager e tecnoscienziati che vi lavorano. L’economia cerca di mettere a profitto le mutazioni della tecnologia, non si occupa del pianeta ma dei fatturati. Insomma chi si occupa concretamente di tutto questo, chi cerca di dare una risposta concreta, realista, adeguata all’arrivo imminente di Optimus e dei suoi fratelli? E allora torno a dire che il vero angoscioso problema del nostro presente non è l’avanzata impetuosa di Optimus, ma la ritirata pietosa di Pessimus, vale a dire l’ultimo uomo. Che anziché dotarsi di anticorpi, di solidi contrappesi culturali e sociali, umani e intellettuali, li sbaracca in vista dell’arrivo del Dopouomo. E davanti all’espansione dell’Intelligenza Artificiale liquida l’Intelligenza critica, e il mondo in cui respira come intralci reliquie del passato: la civiltà, la storia, la tradizione, il pensiero. Peraltro è in gioco pure la presunta neutralità della tecnologia e la reale subordinazione dei mezzi alla legge del più forte, impresario pubblico o privato che sia. Torneremo presto sull’argomento perché è IL tema di oggi, e non un tema.

Non serve un AntiMusk luddista che fa saltare in aria Optimus e i suoi prototipi; serve chi si pone il problema della sovranità del mondo, della facoltà di decidere e dirigere, davanti alla marcia inarrestabile del Dopoumano. Leggi, uomini, culture, diversificazione dei processi tecnologici, capacità di dotarsi per ogni mansione assegnata a Optimus di una tecnologia inversa che possa all’occorrenza temperare, frenare, orientare il suo corso. Lassù, c’è qualcuno che può darci una mano?


Carabinieri italiani messi in ginocchio, minacciati con un mitra e interrogati da un colono in Cisgiordania


Tajani convoca l’ambasciatore israeliano. I due militari si trovavano nel territorio dell’Anp per un sopralluogo, quando sono stati bloccati da un uomo in abiti civili. Il consolato italiano ha già presentato una nota verbale che coinvolge varie amministrazioni di Tel Aviv

(lespresso.it) – In ginocchio, minacciati con un mitra e interrogati. Due carabinieri del consolato italiano di Tel Aviv sono stati “bloccati” da un presunto colono israeliano in Cisgiordania e fatti inginocchiare “sotto la minaccia di un fucile mitragliatore”. A riferirlo è il ministero degli Esteri, che conferma le indiscrezioni delle scorse ore riguardanti l’episodio avvenuto ieri – 25 gennaio – nei pressi di Ramallah.

In seguito dell’episodio, l’ambasciata italiana in Israele ha indirizzato una “nota verbale” di protesta formale al governo di Benjamin Netanyahu. L’uomo era “presumibilmente un colono”, riporta la Farnesina, e adesso sarebbero diverse le proteste presentate alle varie amministrazioni di Tel Aviv. Tanto da portare all’intervento diretto di Antonio Tajani, che ha deciso di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia. 

I due militari minacciati si trovavano nel territorio dell’Anp per un sopralluogo in vista di una missione degli ambasciatori dell’Unione europea. L’uomo che li ha minacciati era in abiti civili: un motivo in più per portare il ministero degli Esteri a ipotizzare che si trattasse di un colono. Il quale, dopo averli interrogati, avrebbe passato loro una persona al telefono, che li ha invitati ad abbandonare quella presunta “area militare”.

Stando a quanto verificato dal Cogat (comando israeliano per i territori palestinesi occupati), da quelle parti non esiste nessuna zona militare. Nonostante i due carabinieri siano rientrati incolumi, l’ambasciatore italiano a Tel Aviv ha presentato una nota verbale che coinvolge il ministero degli Affari Esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi).


Il governo Meloni e il ponte immaginario tra Ue e Usa


A mo’ di preambolo

(Salvatore Bianco – lafionda.org) – Vi è un racconto leggendario che si è intrecciato, fra l’altro, con la vicenda umana e la parabola politica di Masaniello (1620-1647). Le cronache del ‘600 narrano di un ponte – da costruire – che per la sua smisurata lunghezza avrebbe collegato il periferico e martoriato vicereame di Napoli direttamente con i magnanimi regnanti spagnoli sul suolo iberico. Quel ponte per intuibili ragioni non vedrà mai la luce…

L’Italia in orbita Trump

«Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza»: questo il laconico comunicato ufficiale fatto uscire da Palazzo Chigi dopo l’attacco militare proditorio statunitense del 3 gennaio 2026. Quell’attacco, è bene tenerlo a mente, ha portato al sequestro di un capo di Stato, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e alla sua deportazione coatta negli Usa. Con quella nota emanata nelle ore immediatamente successive all’impresa in stile coloniale, è definitivamente caduta l’ultima patetica bugia di poter erigere un ponte tra la Ue e l’America di Trump e, soprattutto, di essere propriamente la Meloni quel ponte.

Non poteva non accadere. Troppo facile infatti ipotizzare per l’Italia una traiettoria politico-strategica sempre più in un’orbita trumpiana. Del resto, è da tempo che siamo il più grande dei piccoli paesi europei piuttosto che il più piccolo dei grandi. È accaduto con la nuova suddivisione internazionale del lavoro conseguenza della tumultuosa globalizzazione a trazione statunitense varata all’indomani del collasso del sistema sovietico. E nell’attuale quadro di un crescente asservimento alle esigenze politiche dell’egemone a stelle e strisce, l’alternativa possibile non sembrerebbe realisticamente più appetibile: quella di recitare un ruolo di comparsa sul nostro continente, segnato dalla preponderanza quasi irresistibile di Inghilterra, Germania e, a distanza, Francia.

Un’amicizia pericolosa

Senonché, è sempre bene ricordare quanto andava ripetendo Kissinger: «che essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso. Essere loro amici è letale». Ora, vero è che la Meloni ha ribadito a più riprese ai cosiddetti «volenterosi» l’indisponibilità ad inviare a Kiev truppe italiane di «rassicurazione». Pur tuttavia, si osa forse dubitare che la premier e di conseguenza il nostro Paese impiegherebbero meno di un nano secondo a corrispondere ad un comando in tal senso, se provenisse direttamente dalla Casa Bianca? Il nostro Paese dagli anni Novanta è stretto, come un cappio al collo, dal doppio «vincolo esterno» rappresentato da Bruxelles e da Washington che ha materialmente via via soppiantato quello interno rappresentato dalla nostra Costituzione. Come aggravante, l’attuale governo ha piegato la riconfermata austerità europea alle esigenze dell’industria bellica americana da cui attingeremo per realizzare un piano di riarmo senza precedenti (a regime varrà il 5% del Pil). Anche il drenaggio del risparmio privato in favore delle Big Three (BlackRock, Vaguard e State Street) risulterà incentivato da alcune misure contenute in finanziaria sulla previdenza complementare e in generale sulle polizze assicurative. Il disegno piuttosto esplicito è quello di funzionalizzare e subordinare il vincolo europeo alle necessità di Washington e dei colossi di Wall Street. Per paradossale che possa apparire, nonostante le ripetute giaculatorie del governo sul valore della «nazione», l’attuale compagine governativa, per la sua estraneità storica al patto costituzionale, offre le più ampie garanzie di tenuta di quello schema eteronomo, a fronte di una Carta che per ovvie ragioni non si avverte come propria. L’avvio dell’ennesima stagione di riforme costituzionali, a partire dalla demolizione dell’indipendenza della magistratura, segnala una irrefrenabile volontà liquidatoria dei principi costituzionali. A valle di questo percorso è lecito ipotizzare un Paese più smarrito e ancora più vulnerabile alle incursioni da fuori. Altrimenti detto, una volta archiviata la Costituzione e il principio di autodeterminazione in essa contenuto, l’asservimento ai disegni di dominio altrui sarà pressoché totale. Per converso, le forze politiche e sociali che intendono contrastare questo disegno occorre che facciano tesoro della lezione realistica di Machiavelli, che nel libro III de I Discorsi ribadisce che «a volere che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio». Dunque, una possibile via di fuga efficace richiederebbe non l’ennesima nichilistica «tabula rasa» ma un ritorno alla sostanza dei «principi» repubblicani. Ma chi potrebbe assolvere a questo compito? Servirebbe come il pane una soggettività politica pienamente consapevole da costruire ex novo oppure frutto di una radicale conversione di una formazione già esistente. In grado di rintracciare nel discrimine capitale/subordinati e capitale/ambiente le contraddizioni determinate per definire un perimetro, soggettivandolo in nome di interessi collettivi materiali concreti. Capace per questo di tenere assieme e tessere le tante differenze, magari costituendosi per questa via in «blocco sociale». Sul piano antropologico si tratterebbe di un fronte composito ma vasto, accomunato sociologicamente dall’essere in un rapporto di subordinazione funzionale rispetto al processo di illimitata «appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto».

La vera posta in gioco nella contesa Ue/Usa

Ora, si dà il caso che l’immane impero di debiti, quali propriamente sono diventati gli Stati Uniti, è alle prese forse con la più grande minaccia al suo dominio globale: la Cina. Ha individuato nel mezzo bellico ancora debordante l’arma disperata per rimescolare le carte e monopolizzare il mercato del petrolio. In ciò sperando di rilanciare un dollaro destinato a divenire altrimenti carta straccia.

Dal canto suo, La Ue accarezza l’idea di ripristinare il sogno infranto dell’antico unipolarismo perduto, che in effetti rappresentava una formidabile rendita di posizione per i principali attori del vecchio continente. La divergenza con il gigante statunitense in questa nuova fase della storia del mondo non è tanto sui «nemici» che sono gli stessi – Russia e soprattutto Cina – per entrambe le sponde dell’atlantico. La divergenza si gioca sulla natura della loro relazione interna. Il disegno complessivo, per Trump, sono le «sfere di influenza» da contrattare o contendere con le altre due/tre principali potenze mondiali. L’Europa in questo schema non riveste più il ruolo, sia pure tra mille virgolette, di alleato strategico ma quello di vassallo, da depredare ed eventualmente utilizzare in blocco come proxy, sul modello ucraino, nelle più aspre contese con i competitori strategici dell’impero americano. Dunque, la Ue vorrebbe mantenere il vecchio schema della spartizione sia pure fortemente sperequata dei bottini di guerra sui diversi scacchieri internazionali. Trump non è dello stesso avviso, reputa lo stesso spazio europeo un bottino di guerra da spolpare a partire dall’ingente risparmio su cui per il momento può ancora contare. Ad un’analisi meno di superficie, si coglie insomma che il motivo del contendere con Trump, da parte della Ue, non è quello di rivendicare un ruolo più autonomo piuttosto quello di essere considerati «soci di minoranza» di un comitato di affari unificato. Si è dentro la medesima logica predatoria, come dimostra l’accettazione senza batter ciglio dell’esorbitante aumento delle spese militari, sottraendo ulteriori risorse al morente stato sociale. Ma non si vorrebbe essere trattati e considerati, dalla parte degli europei, alla stregua di un proxy qualunque. La riprova è data dalla posizione appena più risoluta espressa sulla Groenlandia. Ma anche in questo frangente, non casualmente, questa linea è contrastata dall’eccentricità del nostro governo. In buona sostanza nel dare credito e corda a Trump, da parte della Meloni e del suo fido Crosetto, alle preoccupazioni di presunte mire russe o cinesi sull’Artico, si spalanca di fatto il vaso di pandora ad ogni pretesa acquisitiva da parte di Trump.

Dalla padella alla brace

I nostri attuali governanti, con la complicità di larga parte della classe politica, preso atto del ruolo di dominus degli Usa nei confronti della Ue, si sono limitati ad un’adesione solo retorica rispetto alle posizioni assunte da quest’ultima. Ma purtroppo lo scenario è molto più pericoloso ed inquietante da quello percepito dalle «anime belle» di chi ci governa e dei finti oppositori. Resta infatti da capire se questo rapporto sempre più stretto con una potenza imperiale di dimensioni globali ci ponga al riparo da pericoli o viceversa ci esponga a rischi addirittura superiori. La questione si pone in termini piuttosto stringenti e ultimativi in quanto l’amministrazione statunitense negli ultimi tempi pare determinata a giocarsi la carta delle operazioni militari a catena. Ora, i «volenterosi» costituiscono l’estremo patetico tentativo di tenere assieme le sempre più divaricate sponde dell’atlantico. La nostra presenza ad intermittenza ci sottrae allo schema atlantista tradizionale che si vorrebbe in extremis ripristinare, ma ci consegna ad un pericolo altrettanto letale, come ammoniva Kissinger. Vale a dire quello di essere assimilati ai governi fedelissimi di Trump. La qual cosa non ci deve lusingare ma massimamente preoccupare. Un rapporto bilaterale stretto ci consegna integralmente a dei rapporti di forza così sbilanciati che sarebbe semplicemente un continuo obbedire al comando dispotico di un padrone. Per la verità qualche significativo sporadico segnale di coinvolgimento diretto lo si è già avuto con l’invio di ben due navi, un cacciatorpediniere e una fregata, nel Mar Rosso per contrastare gli Houthi al largo dello Yemen. All’orizzonte potrebbero materializzarsi a breve ben altri scenari con coinvolgimenti massivi di uomini e mezzi. Prodromico in tal senso è l’annunciato coinvolgimento dell’Italia nel Board of Peace per Gaza.

Possibili vie di fuga: l’Unione mediterranea

L’operazione da tentare sarebbe invece verosimilmente un’altra. Per smarcarsi dalla morsa a due, a cui siamo allegramente destinati, si tratterebbe di provare a disarticolare il terzetto rappresentato da Starmer, Merz e Macron. E lavorare con la Francia strategicamente ad una «costituente mediterranea» con Spagna, Portogallo, Grecia e i Paesi dell’Africa settentrionale, con una proiezione pacifica e cooperativa verso il Sud e il Centro America. La prospettiva non è per nulla peregrina ed è risalente. Il primo a lanciarne l’idea fu il filosofo e diplomatico francese Alexandre Kojève (1902-1968) che, tra le sue memorabili lezioni sulla Fenomenologia dello Spirito hegeliane e le missioni all’estero, trovò il tempo di presentare al presidente Charles de Gaulle un progetto di «impero latino mediterraneo». Da noi ha avuto una gestazione lenta ma continua, si occuperanno direttamente del dossier negli anni Settanta sia Moro che Berlinguer. Negli ultimi anni il progetto è stato rilanciato dal filosofo Giorgio Agamben nel 2013, dopo la crisi dei subprime, e costantemente vi allude lo storico Luciano Canfora. Più di recente ne ha parlato l’ambasciatore Alberto Bradanini con buoni argomenti: «l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. In una proiezione di pace, stabilità e prosperità per i popoli». Ciò presuppone il superamento del modello funzionalistico che sottende all’attuale Ue e l’approdo ad un paradigma geo-storico, che tenga assieme politica, storia e spazio geografico. Quella di una «lega» dei Paesi mediterranei che tasti il terreno per una futura potenziale unione politica tra simili, per mentalità e ambiente naturale, fornita di un’adeguata consistenza demografica (circa duecento milioni di abitanti), appare in effetti una prospettiva realistica e soprattutto massimamente auspicabile.

Anche qui: https://fuoricollana.it/il-governo-meloni-il-ponte-immaginario/


L’1% della spesa militare globale basterebbe a sconfiggere la fame nel mondo


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Nel mondo si spendono ogni anno somme record per la difesa: miliardi destinati a armi, basi e operazioni che superano la soglia dei trilioni di dollari. Contestualmente, statistiche alla mano, studi internazionali e agenzie umanitarie sostengono che una frazione minima di quei bilanci — anche solo l’1% della spesa militare mondiale — sarebbe sufficiente per finanziare programmi alimentari e di protezione sociale in grado di cancellare fame e malnutrizione su scala globale. La questione, sollevata dall’ONU, non è solo aritmetica, ma istituzionale e morale, e svela le grandi contraddizioni che stanno segnando l’azione politico-economica delle grandi potenze del mondo e dei loro alleati.

I dati parlano chiaro: nel 2024 le persone che hanno sofferto di fame acuta erano 295 milioni, ben 14 milioni in più rispetto ai 12 mesi precedenti. Il Programma alimentare mondiale (WFP) dell’Onu stima che, nell’arco del 2026, le persone che soffriranno la fame saranno 318 milioni, il doppio rispetto a quanto registrato nel 2019. Come evidenzia il nuovo rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), a crescere fortemente è anche la spesa militare mondiale, che ha ormai raggiunto livelli record: nel 2024, ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari, registrando un aumento rispetto all’anno precedente del 9,4%, il più consistente dal lontano 1988. Il valore risulta in crescita per il decimo anno consecutivo, con un peso della spesa militare sul PIL globale salito al 2,5%, mentre la spesa pro capite ha raggiunto i 334 dollari, la quota più alta da 35 anni a questa parte.

L’1% di questi importi si traduce in decine di miliardi l’anno: risorse che, se reindirizzate verso programmi alimentari, sistemi di protezione sociale e agricoltura sostenibile, avrebbero un impatto immediato su milioni di persone affamate o vulnerabili. Ad attestarlo sono direttamente le stime dell’Onu. L’organizzazione afferma infatti che mettere fine alla fame entro la fine del decennio avrebbe un costo di 93 miliardi di dollari all’anno. Una quota addirittura inferiore all’1% dei 21,9 trilioni di dollari che negli ultimi 10 anni sono stati riversati nel riarmo. «Il WFP offre un’ancora vitale fondamentale alle persone in prima linea di conflitti e disastri meteorologici, così come a chi è costretto a lasciare le proprie case, e stiamo trasformando il nostro modo di investire in soluzioni a lungo termine per affrontare l’insicurezza alimentare», ha dichiarato la Direttrice Esecutiva del WFP Cindy McCain, aggiungendo che «il mondo sta affrontando carestie simultanee a Gaza e in alcune parti del Sudan», una situazione «completamente inaccettabile nel ventunesimo secolo».

Questa contraddizione investe direttamente anche il nostro Paese. Secondo i dati raccolti da Milex (Osservatorio indipendente sulle spese militari italiane), la spesa militare italiana continua a segnare record storici, con le risorse destinate agli armamenti che nel 2026 sfioreranno i 34 miliardi di euro. L’incremento è di circa un miliardo rispetto all’anno in corso. Le statistiche riguardano specificamente la «spesa militare “pura”, cioè riferita esclusivamente alle forze armate» e mostrano un consolidamento della crescita che ha portato i fondi per i militari ad aumentare di oltre il 45% nell’ultimo decennio. La cifra stimata da Milex non include le uscite per la sicurezza nazionale in senso più ampio, la quota complementare che la NATO inserisce nel target complessivo del 5% del PIL. Proprio per questo, alcune possibili fonti aggiuntive (tra cui cybersicurezza, sicurezza infrastrutturale e mobilità militare) restano complesse da contabilizzare.


Trump e New Gaza, lettera a un fantasma: la “destra sociale”


(Alessio Mannino – lafionda.org) – Caro amico di destra,

se per caso non fai parte della vasta schiera di cultori acritici dell’equivalenza Vita=Mercato (e quindi: Individuo=Capitale Umano, Felicità=Successo economico, Cittadino=Imprenditore di sé, Stato=Azienda, ecc ecc) significa che in cuor tuo, in buona fede, credi a valori che in genere vengono riassunti nel trinomio Dio-Patria-Famiglia. Che questi siano inflazionatissimi, nella cosiddetta narrazione del tuo emisfero politico, dovrebbe già farti venire un dubbio circa la loro corrispondenza effettiva alla realtà: di solito, quanto più un valore è rivendicato, tanto più è facile che sia svalutato nei fatti. Converrai che non c’è periodo della Storia più di questo, in cui Domineddio, la Patria o la Famiglia siano meno determinanti nelle decisioni che contano. Non in tutte: in quelle che contano, quelle che investono la gerarchia sociale e la condizione del popolo. Esempio: in Italia il governo Meloni ne ha presa una giusta, anni fa, dichiarando illegale la maternità surrogata (e ci sta anche l’universalità del reato: altrimenti, basterebbe oggi affittare un utero, che so, in California, come fece il compagnuccio Nichi Vendola prima della legge vigente, per aggirarla e fare i furbi). In nome di cosa, sora Meloni ha voluto mettere tale paletto? Sulla base di una considerazione etica: la vita umana non è riducibile a merce, a un oggetto collocabile nelle transazioni di mercato. Bene.

Anzi male, perché poi, su tutto il resto, il criterio etico va a farsi benedire. Ci si erge a tutori della sacralità dell’esistenza al concepimento, ma sull’esistenza intesa come normale quotidianità, fatta di sperequazioni economiche e disparità sociali che minano alle basi il diritto a viverne una, la sola a disposizione, “libera e dignitosa” (art. 36 Costituzione), le preoccupazioni morali evaporano. Concesso qualche niet, magari corretto nel merito ma dalla valenza simbolica di bandierina, la politica finanziaria ed estera persegue l’indirizzo neoliberale di sempre, sintetizzabile in un’altra triade: Ue-Usa-Israele. Unione Europea: bilancio vincolato e spesa sociale a vantaggio dei più ricchi. Stati Uniti d’America: vassallaggio materiale e culturale alla potenza egemone nel campo atlantico (Nato o non Nato). Israele: il totem e tabù per eccellenza, in ragione della sedicente “democrazia”, per la retorica l’“unica” in Medioriente, da difendere come falsa coscienza ideologica generalizzata. Ovvero a copertura di inevitabili logiche di nuda e cruda potenza ovunque, mica solo per la Palestina genocidata.

Cosa vuol dire, in concreto per noi comuni mortali, “neo-liberale”? Servitù volontaria e complice di masse acquiescenti, anche se sempre più disilluse, verso una libertà scambiata come consumo di prodotti e servizi, per altro sempre più standardizzati e obbligati (tecno-capitalismo di monopolio).  La sottomissione del politico all’economico, col giochino binario Destra contro Sinistra che concede il lusso di non coltivare il pensiero critico. Il principio di giustizia subordinato all’efficienza tecnica, cioè fine a sé stessa. La balla epocale del lavoro come sacrificio in vista del profitto, a fronte di un mercato dominato dalla rendita di pochi signori della finanza. Se vogliamo usare, invertendola, un’antica formula di certa destra, quella più radicale, potremmo dire, caro il nostro amico di destra, che l’oro ha lottato e vinto sul sangue. Il sangue, beninteso, qui nel senso di vite compresse, negate, schiacciate dall’auri sacra fames, dall’ingordigia di denaro che vuole ed esige più denaro, e più denaro, e più denaro ancora. La crescita infinita, tumore dell’umanità.

Volete una prova provata fresca di giornata? Le 38 pagine del ”New Gaza”, il piano made in Usa di ricostruzione della Striscia presentato in quel raduno di psicopatici che è il World Economic Forum di Davos. Un caso di “catastrophic success”, l’ha definito Jared Kushner, genero del presidente americano e responsabile del dossier. Una storia, cioè, di futuro successo fondato su un territorio completamente distrutto, come lo avessero spianato con l’atomica. Dirai tu: è il cinismo spudorato, ma almeno onesto, che ha sostituito l’imperante ipocrisia dell’era pre-Trump. Troppo facile, cavarsela così. Sottostante a quelle slide traboccanti cattivo gusto, tra selve di grattacieli e resort di lusso, c’è l’ideologia diffusa e vincente al suo stato alchemico puro: il business. Il semplice, quantitativo, contabilizzabile business. Totalmente scevro dalla famosa etica di cui sopra. “Vogliamo portare una mentalità imprenditoriale a Gaza perché le persone possano prosperare”: testuali parole di Kushner. Traduciamo: non ci frega niente di quanti cadaveri hanno concimato quei terreni, di quante famiglie (ah, la famiglia…) piangono i loro morti, feriti, menomati e traumatizzati, di quante vittime innocenti, ripetiamo innocenti, sono state mietute per colpire Hamas in una rappresaglia in perfetta continuità con decenni di apartheid (ah la sovranità popolare, ah la patria…), di quanto orrore è stato compiuto in forme barbaramente gratuite, nonostante ci diciamo cristiani (ah, il buon Dio…).

A noi, civiltà superiore perché abbiamo inventato il diritto (che oggi scarichiamo nel cesso, dopo averne abusato) e, soprattutto, le peggio diavolerie tecnologiche (bella, questa intelligenza artificiale che ci depaupera di quella naturale, gran genialata), a noi interiormente americani, fedeli a Dio, Patria e Quattrino, l’unica cosa che ci garba e ci entusiasma è la prosperità, è il benessere, l’arricchimento, il godere del bottino, meglio se facile e assicurato. Questo è il nostro vero credo, la religione autentica, una volta grattata la superficie dei nostri ideali o idoli compensativi. Perciò, caro amico di destra a cui scrivo questa letterina che so già inutile, quando mi vieni a sbandierare i Tuoi sacri valori, la tua religiosità, il tuo patriottismo, la sana adesione agli affetti primari, sei ipocrita tanto quanto il tuo dirimpettaio di sinistra, che crede a favole della buonanotte tipo la “democrazia”, i “diritti occidentali”, lo “sviluppo” scambiato per progresso. A ben guardare, fra parentesi, tutti birignao che sottoscrivi pure tu, nella sostanza, quando manifesti per il “popolo iraniano” (che ti immagini omologato a noi), fai la ola per Maduro trattato come un criminale comune (e di quel che rimane del socialismo bolivariano, cioè patriottico, non hai neppure il vago concetto), o approvi l’assurda continuazione della guerra in Ucraina (che vedevi bene nella Nato, o no?).

Hai venduto il sangue per l’oro, caro lontano epigono di una “destra sociale” che, salvo nella lugubre Salò, non ha mai inciso un tubo. E sospettiamo non solo il sangue. Ma tu continua pure a tifare Donald, che quando mai sbaraccasse Nato o Ue sarà soltanto per sottoporci a un diverso tributo e differente stato di soggezione. Sull’altare del business – suo unico Dio, sua sola Patria, sua esclusiva Famiglia.


Limatola, grande partecipazione per la manifestazione di proclamazione dei minisindaci


Si chiamano Lorena Maria Dolores Saiano, Valentino D’Onofrio, Francesca Ricciuto ed Ettore Del Prete e sono i Minisindaci, rispettivamente, dei Comuni di Limatola, Dugenta, Frasso Telesino e Melizzano. Nella giornata odierna, la sempre suggestiva location del Castello di Limatola ha fatto da cornice – su iniziativa dell’Amministrazione comunale di Limatola guidata dal sindaco Domenico Parisi – alla cerimonia di proclamazione e di insediamento delle piccole fasce tricolori.

Un momento che si inserisce nel contesto dell’iniziativa “Coloriamo il nostro futuro – Minisindaci dei Parchi d’Italia”, progetto nazionale giunto alla 26ª edizione finalizzato a stimolare la partecipazione dei più giovani alla vita istituzionale attiva.

Presenti i sindaci dei quattro Comuni afferenti all’Istituto Comprensivo “Leonardo Da Vinci”, insieme alla Dirigente scolastica dottoressa Rosalia Manasseri, e, in particolare, oltre al sindaco di Limatola Parisi, il sindaco di Dugenta Di Cerbo, il sindaco di Melizzano Galietta e il sindaco di Frasso Telesino Viscusi. La giornata ha visto la significativa partecipazione del Direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della Campania, dottoressa Monica Matano, di Michele Zarrillo, consigliere giuridico del Ministro dell’Istruzione e del Merito; presente anche Sebastiano Pesce, ispettore dell’USR Campania. Dopo i saluti della professoressa Patrizia Duraccio, è intervenuta la Dirigente scolastica Rosalia Manasseri del locale Istituto Comprensivo, che ha sottolineato come quello odierno sia stato un momento di festa per la scuola e per la comunità sociale e di grande arricchimento reciproco.

La Dirigente ha inoltre ringraziato il sindaco Parisi per aver voluto che la cerimonia si svolgesse in una location di grande valore storico e simbolico, esprimendo gratitudine anche alla famiglia Sgueglia per la costante disponibilità dimostrata nei confronti delle scuole del territorio.

A seguire, l’intervento del sindaco di Limatola Domenico Parisi, che ha evidenziato l’importanza dell’iniziativa, ricordando come già nel 2018 l’Amministrazione comunale avesse promosso la figura del sindaco junior e sottolineando come l’estensione del progetto ai quattro Comuni conferisca oggi un valore ancora più significativo al percorso intrapreso. Il primo cittadino ha inoltre ringraziato la dottoressa Matano, alla sua prima uscita ufficiale nel nuovo incarico, e l’avvocato Zarrillo per la loro presenza, definita motivo di grande orgoglio per la comunità. Dopo la consegna delle fasce tricolori ai Minisindaci, in un clima di forte partecipazione ed entusiasmo, la cerimonia si è avviata alla conclusione con gli interventi di Michele Zarrillo e della dottoressa Monica Matano.

Nel suo intervento conclusivo, il Direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della Campania ha rivolto un caloroso saluto agli studenti e ai docenti, sottolineando come il progetto rappresenti un importante percorso di crescita basato su ascolto, dialogo e attenzione verso le esigenze degli altri. Un’occasione concreta di democrazia partecipata, cittadinanza attiva e di approfondimento dei valori sanciti dalla Costituzione.

La dottoressa Matano ha infine ribadito come sia fondamentale diffondere tra le giovani generazioni la cultura del rispetto delle regole, di se stessi e degli altri, anche in linea con le nuove linee guida sull’insegnamento dell’Educazione civica nelle scuole.


Perché il caso Barbero dimostra che il fact checking sui social non serve a nulla


Sui social media non serve assolutamente a nulla per il semplice motivo che si basa su una promessa irrealistica: quella di poter raggiungere una presunta assoluta neutralità

(Federico Sbandi, Digital strategist – ilfattoquotidiano.it) – Alessandro Barbero è stato oscurato da Meta e questa storia è la dimostrazione definitiva che il fact checking sui social media non serve assolutamente a nulla. Il famoso esperto di storia, divulgatore in grado di rendere appassionanti anche temi complessi o lontani nel tempo, aveva di recente pubblicato un video in cui condivideva le ragioni per cui, a suo avviso, gli italiani dovranno votare No al prossimo referendum sulla giustizia.

Il video era stato pubblicato sui canali social del comitato per il No e aveva preso una traiettoria di viralità, raggiungendo numeriche significative. Meta ha dunque deciso di oscurare il video di Barbero perché nella sua riflessione, che durava 4 minuti e 16 secondi, ha riportato un’imprecisione tecnica, confondendo Governo e Parlamento in un passaggio. Meta ha ritenuto sufficiente questa imprecisione per etichettare il video con la dicitura Falso.

Il motivo per cui mi permetto di dire che il fact checking sui social media non serve assolutamente a nulla è perché in un’epoca fortemente polarizzata come quella moderna le persone sui social non cercano la verità delle cose, bensì conferme alle proprie tesi di base. Sono le cosiddette echo chamber, stanze digitali in cui gli utenti vengono coccolati dagli algoritmi dei social media ricevendo contenuti mediamente in linea alla propria visione delle cose. Nessuno apre davvero il feed di Facebook, Instagram o TikTok per accedere alla verità ultima del mondo, diciamocelo.

L’oscuramento del video di Alessandro Barbero ha infatti avuto due conseguenze prevedibili. Da un lato, ha portato coloro che erano d’accordo con Barbero a gridare alla censura di governo, fiutando nell’aria una qualche manovra diretta o indiretta che avrebbe portato a rimuovere un contenuto che stava diventando troppo popolare, dunque scomodo. Dall’altro, ha portato chi era contrario al video di Barbero a definire lo storico un distributore di bugie, un incompetente, in quanto etichettato dalla giuria di Meta come falsario.

Risultato finale, il video di Barbero ora è diventato un simbolo di rivoluzione, di pensiero critico, di libertà d’espressione in tempi apparentemente bui. E dato che nulla davvero sparisce sul web, ora il video viene ricondiviso con ancora maggiore vigore sia su Meta che su tutti gli altri canali social da giornalisti, fan di Barbero e simpatizzanti per il No che ritengono ingiusta e faziosa la decisione di Meta.

È importante ricordare che a livello storico il fact checking sui social media non nasce davvero per cercare la verità dell’informazione. Mark Zuckerberg ha fondato Facebook per facilitare il dating tra i ragazzi nei college americani, quindi il suo percorso imprenditoriale non è germogliato sulla base di ideali particolarmente nobili. Il fact checking dei social media nasce per ridurre il rischio per le piattaforme, stop. Aziende come Meta hanno infatti sempre timore che contenuti troppo controversi e troppo virali possano compromettere dal punto di vista legale o reputazionale l’immagine che i loro social media hanno agli occhi degli inserzionisti e dei politici.

Senza andare inoltre troppo in là con la memoria, l’opinione pubblica di tutto il mondo ricorderà che durante la pandemia è emerso che il governo degli Stati Uniti dialogasse costantemente con le piattaforme social per segnalare contenuti problematici rispetto alla narrativa del governo. Dunque già all’epoca, in realtà pochi anni fa, il mondo ha avuto un assaggio di quanto il fact checking, quando manovrato, possa diventare esso stesso strumento di propaganda.

La morale è che il fact checking serve, sì, ma in ambito giornalistico per smascherare in tempo reale i politici quando dicono qualcosa di fattualmente sbagliato. Sui social media non serve assolutamente a nulla per il semplice motivo che si basa su una promessa irrealistica: quella di poter raggiungere una presunta assoluta neutralità nel modo in cui viene formulato il pensiero critico delle persone.

Tale neutralità, sui social media, non esiste perché ogni fact-checker vive in un una cultura, ha un sistema di valori e legge il mondo con le sue lenti, dunque non potrà mai fornire un giudizio puro. Inoltre, in quanto persona umana e fallibile, potrà sempre essere soggetta all’influenza politica. Nel caso specifico di Barbero, la revisione del contenuto è stata affidata a Open, quotidiano posseduto al 99% da Enrico Mentana che lo ha definito più volte “un giornale completamente indipendente, senza una linea editoriale politica”. Ci fidiamo?


La guerra del ponte!


MAGISTRATI CORTE CONTI, FORTE PREOCCUPAZIONE PER IL DL SUL PONTE

(ANSA) – ROMA, 26 GEN – “L’Associazione Magistrati della Corte dei conti esprime forte preoccupazione per lo schema di decreto-legge sulle cosiddette Grandi opere, attualmente in preparazione, che punta a sbloccare il progetto del Ponte sullo Stretto aggirando i rilievi di illegittimità già sollevati dalla Corte”. Lo afferma in una nota l’Associazione Magistrati della Corte dei conti.

“Il provvedimento, se approvato, prevederebbe l’emanazione di una nuova delibera Cipess ma svuoterebbe di contenuti il controllo di legittimità della Corte dei conti” e “introdurrebbe un ulteriore scudo per escludere la responsabilità per colpa grave anche in caso di danni alle finanze pubbliche”.


Il costo ecologico di queste Olimpiadi invernali sarà un gioco al massacro


Cadrà sempre troppo tardi il giorno in cui prenderanno tutti coscienza dello scempio olimpico

(Paolo Martini, Giornalista, fondatore di dramaholic.it – ilfattoquotidiano.it) – Ci manca giusto Greg Bovino, il capo della famigerata Ice trumpiana, con quella sua aria da post-nazista da serie tv L’uomo nell’alto castello, a Milano Cortina 2026, magari alla cerimonia inaugurale bi-locata il 6 febbraio, tra il demolendo San Siro e i nuovi scempi ‘sportivi’ nella fu Perla delle Dolomiti.

Sono state soltanto un tocco in più, le voci non confermate su una presenza Ice in Italia al seguito degli atleti americani: in realtà gli statunitensi dovrebbero essere protetti principalmente dal Secret Service e dal Dss (Diplomatic Security Service), a cui collaborano anche agenti dell’anti-immigrazione.

Resta il problema di fondo dell’immagine di queste Olimpiadi di Milo e Tina, le mascotte presentate come ‘due simpatici ermellini che incarnano lo Spirito Italiano – si noti la maiuscola sovranista, nda – che li ispira: naturalmente curiosi, amano lo sport e la vita all’aria aperta, ma anche divertirsi. Rappresentano l’energia contemporanea, vibrante e dinamica del nostro Paese’. Sic!

In perfetta linea ‘assurdista’ Milo e Tina fanno pur sempre meno ridere delle due bandiere della sostenibilità sventolate fin dall’annuncio della sventurata impresa politico-economica. Ora, delle Olimpiadi che dovevano essere a costo zero si conoscono già abbastanza gli oneri mostruosi (5 miliardi di euro) a carico dei cittadini italiani, documentati puntualmente dal Fatto e anche dal pamphlet di Paper First Una montagna di soldi di Giuseppe Pietrobelli.

E’ il tema del costo ecologico che, pur evidente, rimane sempre un po’ meno in luce. Qualche provvidenziale nevicata d’inizio febbraio, per esempio, copre opportunamente l’enormità d’energia e di acqua sprecate finora anche solo per preparare i vari terreni di gioco, compresa l’agghiacciante nuova pista per il bob.

I giornaloni e le televisioni fanno poi di tutto per esaltare casomai i record di affluenza turistica delle due Regioni principalmente coinvolte. L’ultima notizia strombazzata riguarda il tetto dei 53 milioni di presenze registrate in Lombardia nel 2024, il 65% di stranieri; il Veneto ha toccato quasi quota 73 milioni e 500mila, di cui 67,5% da fuori Italia (c’era proprio bisogno anche di un evento olimpico per due Regioni già così ricche, anche di visitatori?!?).

Cala il silenzio selettivo, invece, sulle prime notizie circa l’impatto olimpico, documentato in prima battuta da un report pubblicato il 19 gennaio da Scientists for Global Responsibility, un’organizzazione indipendente con sede a Lancaster, nata nel 1992 come associazione di scienziati pacifisti per il contrasto agli armamenti atomici e poi allargatasi all’ambientalismo con centinaia di ricercatori associati e il collettivo New Weather Institute.

Le conclusioni non lasciano spazio ai dubbi: ‘sulla base dei soli dati ufficiali – escludendo le emissioni relative agli accordi di sponsorizzazione – questo rapporto SGR stima che le Olimpiadi invernali del 2026 causeranno emissioni di gas serra di circa 930mila tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), con il maggior contributo – circa 410mila tCO2e – dovuto ai viaggi degli spettatori. Il che si tradurrà nei prossimi anni in una perdita di circa 2,3 chilometri quadrati di copertura nevosa e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale, impatti importanti sull’ambiente necessario per sostenere gli sport invernali’.

Il rapporto SGR ha provato a fare una stima anche del costo ecologico ‘degli accordi di sponsorizzazione tra le Olimpiadi invernali e tre grandi società altamente inquinanti – Eni, Stellantis e ITA Airways – , che indurranno ulteriori emissioni di gas serra di circa 1,3 milioni di tCO2e – circa il 40% in più rispetto al resto dell’impronta di carbonio stimata dell’evento – comprese le emissioni dovute alla preparazione, alla costruzione di infrastrutture, all’hosting e al viaggio degli spettatori.

Queste emissioni extra porteranno a ulteriori perdite future di 3,2 km² di copertura nevosa e oltre 20 tonnellate di ghiaccio glaciale. Ciò pone l’impatto totale per i Giochi e questi tre accordi di sponsorizzazione a 5,5 km² di perdita di copertura nevosa e oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale’.

E’ un gioco al massacro, dunque, per il terreno tradizionale degli stessi sport intorno a cui si costruisce il gigantesco affare. E che le Alpi non avessero proprio bisogno di un tale trattamento olimpico lo indica anche solo il fatto che negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso per il riscaldamento climatico la bellezza di 265 stazioni sciistiche, e i nostri cugini francesi – che si sono aggiudicati i Giochi del 2030 – hanno fatto il funerale ad altre 180 località con impianti di risalita per lo sci e contorno. Chiusure che peraltro lasciano nell’ambiente montano ferite vistose e alquanto costose da provare a rimarginare.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala si è mostrato alquanto piccato quando una voce autorevole del Partito democratico milanese ha osato evocare per il futuro un qualche possibile segnale di discontinuità rispetto alle scelte dell’amministrazione. L’allusione era relativa alle note questioni legate all’edilizia e al modello di città per soli ricchi.

Peccato che cadrà sempre troppo tardi il giorno in cui prenderanno tutti coscienza dello scempio olimpicocon il patto politico-istituzionale sottostante contratto con la Lega e le forze di destra: come dicono gli scienziati, tutto quel che doveva essere evitato per garantire la sostenibilità all’insostenibile circo bianco dei Giochi (ovvero nuove sedi e infrastrutture, incentivo ai viaggi aerei degli spettatori, sponsorizzazioni inquinanti), è stato platealmente fatto.


Caro carburanti, prezzi in forte aumento: benzina verso i 2 euro e gasolio in rialzo


Tornano a salire i prezzi dei carburanti: gasolio e metano in aumento, benzina servita vicina ai 2 euro al litro, soprattutto in autostrada.

Caro carburanti, prezzi in forte aumento: benzina verso i 2 euro e gasolio in rialzo

(di Franco Pigna – lanotiziagiornale.it) – Il caro carburanti torna a far paura agli italiani. Come previsto nelle ultime settimane, i prezzi alla pompa hanno ripreso a salire con decisione, trascinati soprattutto dal gasolio, che registra gli aumenti più marcati, e dal metano, anch’esso in netto rialzo. Un trend che pesa sui bilanci delle famiglie e che si fa sentire in modo ancora più evidente lungo la rete autostradale, dove la benzina servita è tornata a sfiorare la soglia psicologica dei due euro al litro.

Secondo la consueta rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha ritoccato verso l’alto di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e diesel, confermando una dinamica ormai generalizzata. I dati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy, elaborati su circa 20mila impianti, mostrano un aumento diffuso sia in modalità self service sia nel servito.

Caro carburanti, prezzi in forte aumento: benzina verso i 2 euro e gasolio in rialzo

Nel dettaglio, la benzina self service si attesta in media a 1,644 euro al litro, mentre il gasolio raggiunge 1,682 euro. Ancora più salati i prezzi al servito, con la benzina a 1,786 euro e il diesel a 1,823 euro al litro. In controtendenza il Gpl, che resta sostanzialmente stabile, mentre il metano sale fino a una media di 1,404 euro al chilo. In lieve calo, invece, il Gnl.

Sulle autostrade il quadro è ancora più critico. La benzina servita tocca nuovamente i 2 euro al litro, con il gasolio che supera quota 2,04 euro. Numeri che riaccendono il dibattito sul peso dei carburanti in una fase già segnata dall’aumento dei costi della vita e che rischiano di avere ripercussioni anche sui prezzi dei trasporti e dei beni di consumo nelle prossime settimane.


Donald Trump non è Adolf Hitler, ma il suo discorso a Davos è praticamente uguale


(di Will Saletan – thebulwark.com) – A Davos, Donald Trump ha chiesto un pezzo di terra. «Sto cercando negoziati immediati per tornare a discutere l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti», ha detto mercoledì al World Economic Forum.

Trump ha sostenuto che la sua richiesta fosse ben fondata nella storia, perché «molte delle nazioni europee» avevano a loro volta acquisito territori stranieri.

Una nazione europea, in particolare, ha acquisito moltissimo territorio circa ottantacinque anni fa.

Pochi minuti prima di parlare della possibilità di prendersi la Groenlandia, Trump ha ricordato che durante la Seconda guerra mondiale la Danimarca, che aveva la sovranità sulla Groenlandia, «cadde sotto la Germania dopo appena sei ore di combattimenti».

Il riferimento di Trump alla Germania della Seconda guerra mondiale solleva una domanda imbarazzante. Una delle prime conquiste territoriali della Germania in quel periodo iniziò con una richiesta.

Il 26 settembre 1938 Adolf Hitler pronunciò un discorso allo Sportpalast di Berlino, invitando Inghilterra, Francia e le altre potenze europee a concedergli i Sudeti, una regione di quella che allora era la Cecoslovacchia.

Trump non è Hitler, ovviamente, e qualsiasi tentativo di paragonare Hitler a una figura politica attuale può sembrare ridicolo o oltraggioso. Trump è un fascista in fieri; Hitler era un dittatore totalitario a tutti gli effetti.

Trump ama fare causa, incriminare e umiliare le persone; Hitler orchestrò il peggior massacro di massa della storia.

Mettiamo quindi subito in chiaro che, in qualsiasi analogia con il nazismo, le differenze superano di gran lunga le somiglianze.

Ma, detto tutto questo: è inquietante quanto il discorso di Trump assomigli a quello di Hitler.

Hitler disse di aver bisogno dei Sudeti per proteggere la Germania da una minaccia alla sicurezza nazionale. Sosteneva che questa minaccia provenisse dal «bolscevismo» in Cecoslovacchia. Era un’allusione alla Russia, la fonte del bolscevismo.

Trump ha evocato una minaccia simile. Da mesi sostiene di aver bisogno della Groenlandia per proteggere gli Stati Uniti dalla Russia e dalla Cina comunista. Ovviamente il mondo è cambiato dal 1938: la Russia non è più ufficialmente comunista e la Cina non rientrava nei pensieri di Hitler. Ma Trump sta tentando la stessa tattica usata allora dalla Germania: amplificare una minaccia comunista per giustificare la propria aggressione.

In secondo luogo, nel discorso allo Sportpalast, Hitler sostenne che, in base alla sua cultura e alla sua geografia, i Sudeti appartenevano a una visione più ampia della Germania.

Trump, in modo analogo, ha sostenuto nel suo discorso a Davos che la Groenlandia faceva «parte del Nord America, sulla frontiera settentrionale dell’emisfero occidentale. È il nostro territorio. È dunque un interesse fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America».

L’argomento di Trump è diverso sotto due aspetti. I Sudeti erano adiacenti alla Germania, mentre la Groenlandia non è adiacente agli Stati Uniti. E mentre la maggior parte degli abitanti dei Sudeti aveva legami etnici con la Germania, la maggior parte degli abitanti della Groenlandia non ha alcun legame etnico con gli Stati Uniti. Queste differenze rendono l’argomento di Trump ancora più fragile di quello di Hitler.

Terzo, Hitler pretendeva il controllo politico sui Sudeti, oltre alla «titolarità legale» del territorio. Trump, nel suo discorso a Davos, ha usato quasi la stessa espressione: «Tutto quello che chiediamo è ottenere la Groenlandia, inclusi diritto, titolo e proprietà».

Quarto, Hitler contestava la sovranità della Cecoslovacchia sui Sudeti, sostenendo che i cechi avevano «semplicemente preso» quella terra e la sua popolazione.

Trump, in modo simile, contesta la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia. Una «barca danese ci è andata cinquecento anni fa e poi se n’è andata», ha sogghignato il presidente lunedì. «Questo non ti dà il titolo di proprietà».

Quinto, Hitler si vantava di aver costruito un esercito così potente che nessuno avrebbe potuto fermarlo. «Ho dato ordini per riarmare la Wehrmacht tedesca e portarla al livello più alto possibile», dichiarò.

«Ci siamo riarmati a un livello che il mondo non aveva mai visto prima». Disse che il suo esercito disponeva «delle armi più nuove e moderne che esistano» ed era una forza «che il mondo rispetterà ogni volta che verrà schierata».

Alla luce di questa immensa potenza, Hitler sostenne di aver «mostrato grande moderazione» scegliendo di non impadronirsi dei Sudeti. «Quando qualcuno dimostra una pazienza così infinita come quella che abbiamo dimostrato noi», disse, «non lo si può accusare di essere un guerrafondaio».

Trump incornicia il proprio potere e la propria moderazione quasi nello stesso modo. «Probabilmente non la otterremo», ha detto riferendosi alla Groenlandia davanti al pubblico di Davos, «a meno che io non decida di usare una forza eccessiva, una forza alla quale, francamente, sarebbe impossibile opporsi. Ma non lo farò, ok? … Non userò la forza». Ha poi aggiunto:

«Tutto ciò che gli Stati Uniti stanno chiedendo è un posto chiamato Groenlandia. … Siamo una forza molto più potente ora, dopo che ho ricostruito l’esercito nel mio primo mandato e continuo a farlo oggi.

Abbiamo un bilancio di 1.500 miliardi di dollari. Stiamo riportando in servizio corazzate [che sono] cento volte più potenti delle grandi corazzate che avete visto nella Seconda guerra mondiale».

Nel caso qualcuno dubitasse della disponibilità di Trump a usare quell’arsenale, ha citato l’attacco contro il Venezuela di tre settimane prima. «Una volta finito l’attacco», ha osservato, i leader venezuelani «hanno detto: “Facciamo un accordo”. Più persone dovrebbero farlo».

Suonava un po’ come l’elogio di Hitler, nel discorso sui Sudeti, ai Paesi che avevano scelto di «negoziare» con la Germania invece di rischiare la guerra. È un modo non troppo sottile di agitare una minaccia.

Guardando a questo elenco di parallelismi, è perfettamente ragionevole pensare: certo, Trump è un aggressore, ma non è Hitler. Ancora una volta, ribadiamolo: è vero. Nessuno dovrebbe sminuire l’unicità e l’enormità dei crimini di Hitler.

Ma dovrebbe preoccuparci — e dovrebbe preoccupare l’Europa — il fatto che Trump stia assumendo sempre più comportamenti che definiscono un fascista.

Ha sottratto poteri al Congresso, ha ordinato procedimenti giudiziari contro i suoi critici, ha guidato un colpo di Stato violento per restare al potere e ha costruito una forza paramilitare che uccide civili con «immunità assoluta».

A un ricevimento a Davos ha suggerito di non essere davvero un dittatore. Ma poi ha aggiunto: «A volte serve un dittatore».

Trump si sta anche immergendo nel pantano che ha portato alle atrocità nei Paesi fascisti: l’uso del potere statale per imporre i pregiudizi del leader.

Nel discorso sui Sudeti, Hitler liquidò l’idea del pluralismo etnico — «Non esiste una nazione cecoslovacca», sogghignò — e accusò altri leader europei di non comprendere le «questioni völkisch». Sostenne di parlare a nome del suo popolo, «il Volk tedesco», e consigliò agli altri politici di allinearsi. «Alcuni altri statisti farebbero bene a considerare se questo sia il caso anche dei loro popoli», avvertì.

Trump non usa la parola Volk. Usa la parola riconoscibile. «I luoghi da cui provenite potrebbero stare molto meglio seguendo ciò che stiamo facendo» in America, ha detto alle élite europee a Davos.

«Certi luoghi in Europa, francamente, non sono nemmeno più riconoscibili. Non sono riconoscibili». Ha descritto ciò che le persone del suo giro sociale dicono dell’Europa: «Amici tornano da posti diversi … e dicono: “Non la riconosco”».

Man mano che Trump proseguiva, il suo significato diventava chiaro. Si è lamentato del fatto che le «capitali europee» abbiano permesso una «migrazione di massa incontrollata» e stiano «importando nuove e completamente diverse popolazioni da terre lontane».

E ha sostenuto che le frodi ai danni del welfare da parte di alcuni immigrati somali negli Stati Uniti dimostrino che «l’Occidente non può importare in massa culture straniere che non sono mai riuscite a costruire una società di successo».

Per eliminare questa infestazione, Trump ha raccomandato una soluzione che sostiene di stare sperimentando in America: la «migrazione inversa». Ha indicato i somali come primo obiettivo. «Dovrebbero andarsene tutti al diavolo», ha dichiarato martedì dal podio della Casa Bianca. «Sono un danno per il nostro Paese».

Ci si può dire che tutto questo va bene perché Trump non ha chiesto di mettere i somali — o, come li definisce lui, «spazzatura» — nei campi. Ci si può dire che non userà la forza in Groenlandia perché lo ha promesso a Davos, subito prima di avvertire Groenlandia e Danimarca che, se avessero respinto le sue richieste, «ce ne ricorderemo». Ci si può dire che quando ha chiamato il suo obiettivo quattro volte «Islanda» si è trattato solo di un lapsus.

E ci si può dire ciò che l’Europa si disse nel 1938: diamogli solo questo pezzo di terra, e avremo la pace per il nostro tempo.