I più giovani hanno provato in tutti i modi a dire la loro: al referendum sulla giustizia, all’esame di Stato, nelle proteste pro Palestina, sui social, nelle loro aule ma non è bastato. Nessuno li ha presi sul serio

(Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Si chiama schizofrenia sociale ed è il risultato di un governo di Destra che dal 2022 risponde ad ogni problema con la punizione, la forza, la disciplina, l’arroganza del potere. Ciò che è accaduto in questi giorni a Milano altro non è che la prevedibile risposta a chi da quattro anni prova a zittire tutti. Ve lo ricordate il contrasto ai rave party? E il Decreto Caivano? Le norme più stringenti contro le occupazioni abusive? I metal detector nelle scuole? Il voto in condotta? L’introduzione del reato di “blocco stradale”? L’inasprimento delle pene per la criminalità minorile? Il divieto dell’uso degli smartphone in classe fino alla terza media? L’esame orale obbligatorio alla maturità? L’articolo undici ter del codice di comportamento disciplinare per i dipendenti dello Stato che impedisce di pubblicare sui social contenuti, commenti o espressioni che possano ledere il prestigio, il decoro o l’immagine dell’amministrazione di appartenenza? Le ispezioni di Valditara?
L’elenco è lungo e a questa lista va aggiunto l’aumento delle disuguaglianze economiche oltre al fatto che alcuni studi universitari basati sulle metriche Istat hanno isolato una categoria sociale in forte aumento in Italia: i “cittadini scontenti” (disgruntled). Si tratta di italiani che, a differenza del passato, partecipano attivamente alla vita sociale (votano, fanno volontariato, si informa), ma nutrono una profonda e radicata sfiducia negli altri e nello Stato.
Questo contrasto genera un atteggiamento cinico. Proprio i più giovani hanno provato in tutti i modi a dire la loro: al referendum sulla giustizia, all’esame di Stato, in occasione delle proteste sulla guerra tra Israele e Palestina, sui social, nelle loro aule ma non è bastato. Nessuno li ha presi davvero sul serio. Risultato? Il cortocircuito di un Paese: giovani (pacifici) contro altri giovani (violenti); adulti contro i ragazzi; adolescenti migranti contro compagni italiani e viceversa; politici che si accusano a vicenda; insegnanti contro i poliziotti; poliziotti contro i ragazzini e quest’ultimi in guerra con i primi.
Non è un caso nemmeno che il tutto sia avvenuto a Milano: una città edonista dove si respira l’individualismo e dove si toccano con mano le differenze sociali solo camminando per la strada. Inutile ora cercare di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Troppo tardi. Scriveva Sartre: “Che cosa vi aspettavate quando si sciolse il bavaglio che aveva reso mute le loro bocche? Che cantassero le vostre lodi’”.
Dopo oltre dieci giorni di mobilitazione, presidi alleggeriti davanti ai caselli. A Canosa un dirigente scolastico minaccia ricadute sul voto di condotta per chi ha scioperato

(di Andrea Gisoldi – ilfattoquotidiano.it) – La pioggia lava l’asfalto, ma non la rabbia. Davanti ai caselli autostradali del Foggiano, dove la protesta contro il caro carburante e il costo della vita è partita tra le prime in Italia, dopo oltre dieci giorni il fronte comincia a mostrare le prime crepe. I presidi di Candela, Poggio Imperiale, Foggia e Cerignola si alleggeriscono, qualcuno viene smontato, altri restano pronti a riaccendersi. Ma la domanda, tra camionisti e agricoltori, è sempre la stessa: quanto si può resistere senza lavorare e senza rimetterci anche i soldi per tornare a farlo? Nicandro Vigilante, portavoce degli autotrasportatori del presidio del Gargano, al casello di Poggio Imperiale, rivendica la scelta di abbassare momentaneamente i toni: “Noi vogliamo dare un segnale tangibile al ministro Salvini, perché abbiamo apprezzato il suo sforzo a riceverci. Ci ha garantito che ci sarà un altro tavolo tecnico il giorno 27 e, come segno di collaborazione, abbiamo pensato di rimuovere i presidi. Ci sono un po’ di focolai che non sono coordinati con noi, ma la maggior parte ha rimosso i presidi”.
Una linea che non convince Vincenzo Pinnelli, portavoce del presidio di Cerignola Est, dove la protesta continua, seppure con un alleggerimento. “Se oggi non si vedono presidi è solo perché piove, ma nessuno sta andando a lavorare. Magari non li vedi in piazza adesso, non li vedi al casello, li vedi più tardi. La gente, pure se non è al presidio, non va comunque a lavorare, bloccando le forniture”. Pinnelli che solo qualche giorno fa aveva contestato anche Gianni Alemanno, non usa giri di parole: “Non è che possiamo andare a lavorare in queste condizioni, non abbiamo i soldi per poterlo fare. Come lo devo spiegare? Per andare a lavorare devo scaricare il gasolio agricolo che oggi è venduto a 1,45 euro. E l’autotrasportatore deve mettere il gasolio a 2,40 euro. È cambiato qualcosa da ieri a oggi? Io non li vedo tutti questi cambiamenti e quindi resto a casa”. Il calendario, adesso, ha una data cerchiata in rosso: il 27 ottobre, quando è atteso un nuovo confronto con il governo.
“I presidi magicamente possono apparire anche da domani. Il caos non è dato dal presidio, ma quando manca il prodotto negli scaffali. Fra un po’ ne mancheranno tanti”, avverte Pinnelli, che invita a “restare uniti e manifestare pacificamente e civilmente per tutelare i nostri diritti”. E aggiunge: “Nel rispetto delle leggi, il diritto a manifestare resta sacrosanto e non intendiamo indietreggiare di un solo millimetro”. Sul versante agricolo, intanto, la mobilitazione rallenta senza spegnersi. Al presidio di Candela, Mauro Di Santo guarda all’incontro previsto per giovedì alle 15.30 al Masaf, con il sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra. “Vogliamo certezze sulle tempistiche del gasolio agricolo e sui fertilizzanti, date certe che garantiscano la semina. Altrimenti andassero loro a seminare e il grano se lo possono tranquillamente comprare dal Canada e dalla Turchia, tanto sono già abituati, perché lo fanno ogni anno. Basta vedere i documenti doganali”.
E mentre camionisti e agricoltori cercano di capire se il governo passerà dalle parole ai fatti, la protesta ha coinvolto anche gli studenti. In Puglia ragazzi sono scesi in piazza accanto a trattori e tir, rivendicando il diritto a un futuro meno precario. Ma a Canosa, al liceo di Scienze umane e Scientifico “Fermi-Einaudi”, l’assenza collettiva del 17 ottobre ha avuto un seguito inatteso: una comunicazione del dirigente scolastico pubblicata nella bacheca virtuale, con un richiamo alla frequenza e alle responsabilità educative. La lettera richiama espressamente “le possibili ricadute sul voto di comportamento”, ricordando che la valutazione incide sul percorso scolastico e, nel triennio, sull’attribuzione del credito. Una conseguenza che ha fatto infuriare alcune famiglie. “E cosa insegnano a fare educazione civica a scuola se poi negano i diritti costituzionali? È un enorme controsenso. Ma poi perché continuare a minacciare i ragazzi che rivendicano il loro futuro?”, protesta una mamma. Intanto il ministro Matteo Salvini ha annunciato l’avvio dei pagamenti a 32mila aziende di autotrasporto, duemila al giorno, mentre ha condannato gli atti intimidatori contro i camion.
CARBURANTI: URSO, ‘PROTESTE SOSPESE, VIMINALE PROCEDE CON IDENTIFICAZIONI’
(Adnkronos) – “Le misure predisposte ieri sono state giudicate favorevolmente dalle associazioni e ogni forma di protesta è stata sospesa. Rimangono sul campo dei presidi o blocchi sporadici dei quali le stesse associazioni degli autotrasportatori hanno richiesto ufficialmente la rimozione, ritenendo ingiustificabile continuare a bloccare il paese dopo la riapertura del dialogo considerata positiva”.
Lo dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo URSO, rispondendo in question time. “Il Viminale – aggiunge – riferisce che si sta procedendo alle identificazioni anche ai fini di rimuovere i presidi. Impedire il passaggio dei soli camion lasciando transitare le auto configura infatti un blocco stradale con conseguenze penali anche detentive”.
POLIZIA IDENTIFICA MANIFESTANTI, NEL CASERTANO, VERSO RIMOZIONE PRESIDI
(ANSA) – E’ in corso nei punti del Casertano dove sono i presidi degli autotrasportatori un’operazione della Polizia di Stato tesa all’identificazione dei manifestanti in vista della graduale liberazione delle aree. Al momento sarebbero stati rimossi i presidi posti nei pressi delle autostrade, mentre all’interno, in particolare nelle aree industriali e nelle zone interportuali, i presidi permangono. Difficoltà ci sono perchè diversi camion hanno le ruote bucate, per cui non possono muoversi; circostanze che vedono alcuni autotrasportatori come vittime, costretti a restare ai presidi pur volendo riprendere la marcia.
Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori, conferma «che sono stati liberati i presidi di Caserta e Salerno (Mercato San Severino), per permettere il ripristino della normale circolazione sulle autostrade. Ma camion insieme ai trattori si sono spostati allo svincolo di Pontecagnano (autostrada Salerno-Reggio Calabria)».
FRANCESCO LOLLOBRIDIGA: “CI SONO EVIDENTI INFILTRAZIONI CRIMINALI NEI BLOCCHI DEI TIR”
(di Alfonso Raimo – huffingtonpost.it) – “I blocchi sono illegali perché violano le norme in vigore e danneggiano consumatori e imprese. Abbiamo evidenze che alcuni dei protagonisti hanno precedenti penali. Il rischio di infiltrazioni criminali è reale”. Il ministro delle politiche agricole Francesco Lollobrigida auspica la rimozione in tempi brevi dei blocchi stradali da parte degli autotrasportatori.
Ministro, i blocchi verranno rimossi?
Non è competenza mia. Io mi limito a segnalare quali sono i danni al sistema economico. Voglio dire in primis che non c’è nessuna saldatura tra autotrasportatori e agricoltori. Le sigle dell’autotrasporto sono contro i blocchi. Gli agricoltori dicono all’unanimità che gli agricoltori sono danneggiati.
Eppure i blocchi continuano. Ci sono segnalazioni da molte zone del sud di carenze di beni nei supermercati.
Riepiloghiamo: le sigle rappresentative del trasporto chiedono l’interruzione dei blocchi stradali. Tutte le associazioni agricole chiedono di mettere fine ai blocchi. Federalimentari chiede l’interruzione.
Il motivo lo capisce chiunque e noi siamo vicini agli operatori. C’è il rischio che ci sia oltre alla carenza dei beni, il rialzo dei prezzi e anche un cambio di fornitori, perchè se non arrivano beni dal sud Italia, al nord li faranno arrivare da altre parti, magari dalla Francia o dalla Spagna.
Torniamo ai blocchi. Cosa si fa?
Siamo in presenza di blocchi irregolari illegittimi in contrasto con le norme vigenti che già non si potrebbero fare e che in più danneggiano altri operatori economici. Ma per fortuna mi risulta che si stia sbloccando la gran parte della Calabria, della Puglia e della Sicilia. Ora bisogna mettere in sicurezza la A1. Perché l’Italia è una nazione stretta, c’è imbuto della A1. Se c’è un blocco su quella non passano le merci.
Avete timori di infiltrazioni criminali?
Non è un timore, ci sono dei casi evidenti, visibili. Questo signore qui – il ministro mostra una schermata di un appello a tutta pagina perché gli autotrasportatori si uniscano alla lotta, ndr – questo signore qui compra un’intera pagina di giornale, in Calabria. Quella famiglia nel vibese è la prima famiglia e non perché ha tanti figli…
Oppure l’agricoltore che sui social piangeva. Basta vedere il curriculum vitae di questo signore: arrestato il 9 febbraio del 2000 dai carabinieri. Deferito per truffa e danneggiamento, per truffa e ricettazione nel 2018 misure cautelari nel 2019, ancora ricettazione. Non abbiamo timori di infiltrazioni. C’è sicuramente un rischio di infiltrazione criminale. Dopo di che, noi ascolteremo le istanze di tutti ma ci sono le associazioni di rappresentanza con le quali ciascuno può parlare. Quel che sappiamo è che ad oggi i blocchi illegali stanno danneggiando agricoltori e consumatori.
GOVERNO: “LE MONDE”, MELONI HA COSTRUITO PROPRIA LEGGENDA POLITICA ATTRAVERSO RACCONTO PERSONALE

(Agenzia_Nova) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha messo il proprio “racconto personale al servizio di un’ascesa politica senza precedenti”. Lo scrive il quotidiano francese “Le Monde”, che analizza la “mitologia” costruita attorno alla figura della premier italiana, alla vigilia del quarto anniversario del suo insediamento al governo.
Secondo il giornale, Meloni e’ “l’unica esponente politica italiana ad aver scritto, come Silvio Berlusconi prima di lei, la propria leggenda: un racconto intessuto di battaglie, simboli ed episodi esemplari, in cui un’eroina svantaggiata ha affrontato venti contrari”.
Il quotidiano sottolinea come la presidente del Consiglio abbia “saputo tracciare la propria strada”, facendo della narrazione della propria esperienza personale un elemento centrale della sua ascesa politica.
GIORGIA MELONI, UNA STORIA PERSONALE AL SERVIZIO DI UN’ASCESA POLITICA SENZA PRECEDENTI.
(di Allan Kaval – Le Monde) – Roma, 1982. Due sorelle si inventano delle storie. Costruiscono una capanna nella loro cameretta e la riempiono di giocattoli e bambole. «Ci vuole la luce», si dicono. La maggiore, 7 anni, trova — non si sa dove — una candela; la minore, 5 anni, la accende. Ma si stancano presto e preferiscono andare in salotto a guardare i cartoni animati.
All’improvviso si sente un boato enorme. La fiamma lasciata incustodita incendia la capanna, la cameretta e, ben presto, devasta l’intero appartamento. Nel giro di pochi minuti, le due bambine si ritrovano in strada, con la madre single e una borsa riempita in fretta. Il padre — un comunista — le ha abbandonate da anni per andare a godersi la bella vita alle Canarie. Sono sole, di fronte alla città. Bisogna ricominciare tutto da capo.
Giorgia Meloni ha raccontato spesso l’incendio nel corso della carriera che l’ha portata alla guida del governo italiano, portando al potere per la prima volta la famiglia postfascista. Ancora più spesso lo ha ripetuto Arianna, la sorella maggiore, sua vice nel partito di estrema destra Fratelli d’Italia.
Una storia incoerente e inverosimile, smontata dai giornalisti dei quotidiani Domani e La Repubblica, che hanno intervistato i vicini e raccontato che la madre delle sorelle Meloni aveva venduto l’appartamento nel 1984, realizzando una forte plusvalenza.
La storia delle sorelle piromani destinate a prendere in mano il Paese fa comunque parte della mitologia di Giorgia Meloni. Unica presidente del Consiglio ad aver raggiunto una tale longevità — giovedì 22 ottobre celebrerà il quarto anniversario del suo arrivo al potere —, è anche l’unica leader politica italiana ad aver scritto, come Silvio Berlusconi prima di lei, la propria leggenda: un racconto intessuto di battaglie, simboli e fatti esemplari, in cui un’eroina svantaggiata si è trovata ad affrontare venti contrari.
Questa passione per la narrazione forse le viene dalla famiglia. Accanto ai suoi affari immobiliari — di cui Giorgia Meloni non parla mai —, la madre ha scritto decine di romanzi rosa. Quanto al ramo paterno — che non evoca mai —, è popolato da attori, costumisti e scenografi… Giorgia Meloni ha quindi dato corpo alla sua saga personale con l’autobiografia *Io sono Giorgia*, pubblicata nel 2021 (Rizzoli). Venduto in 170.000 copie, il libro ha accompagnato la sua ascesa al potere. Il racconto dell’incendio ne costituisce il primo episodio. Il secondo — ancora più decisivo — si svolge dieci anni dopo.
Nel 1992 l’incendio si è propagato in tutta Italia. Il mondo politico è devastato da uno scandalo di corruzione tentacolare. La mafia conduce una guerriglia contro lo Stato, assassina giudici, piazza bombe. A Roma, Giorgia Meloni vuole impegnarsi per il suo Paese e si rivolge all’unico partito risparmiato dalle fiamme: il Movimento sociale italiano (MSI), fondato nel 1946 dai sopravvissuti all’ultima e sanguinosa incarnazione del fascismo, la Repubblica di Salò (1943-1945), uno Stato fantoccio sotto il dominio nazista.
La scena fondativa è ambientata davanti alla ormai celebre «porta blindata della sezione del Fronte della gioventù [nel quartiere] della Garbatella», dove una fragile Giorgia Meloni, quindicenne, bussa e trova presto una «seconda famiglia», più maschile. Fabio Rampelli lo assicura dal suo ufficio di vicepresidente della Camera dei deputati, dove ci accoglie con cordialità e, a tratti, nostalgia: «Non è finzione. È andata davvero così».
Possiamo credergli. Fabio Rampelli, di diciassette anni più grande di lei, è stato infatti l’incontro più importante della carriera di Giorgia Meloni. Nel 1992 anima una delle sezioni romane del Fronte della gioventù, quella di Colle Oppio, che ha sede nei pressi del Colosseo e dove lei formerà la guardia pretoriana che oggi le sta intorno, di cui la sorella Arianna è una colonna portante.
Anche qui i luoghi raccontano favole. Scavato nella roccia umida, il quartier generale del clan dei Gabbiani — così si erano ribattezzati Giorgia Meloni e i suoi compagni di militanza — sorge sulle rovine della Domus Aurea, un tempo dimora di Nerone, l’imperatore piromane a cui la scrittrice francese Hélène Frappat ha dato il nome della protagonista di un romanzo percorso dalle fiamme e ispirato a Giorgia Meloni (*Nerona*, Actes Sud, 2025). Dopo la guerra il locale era servito anche da rifugio per gli italiani sfollati dall’attuale Croazia, cacciati dai partigiani comunisti di Tito: una memoria dolorosa, coltivata dai neofascisti.
Secondo la leggenda, Colle Oppio sarebbe stata la prima sezione romana dei neofascisti dell’MSI, nel 1946. Ma «quando sono arrivato, nel 1980, la sezione era considerata maledetta. Era stata quella di Stefano Recchioni, uno dei nostri 23 militanti uccisi dall’estrema sinistra negli anni Settanta», racconta Fabio Rampelli, che ne fece il trampolino di lancio per un progetto politico singolare.
A Colle Oppio si suona il corno per rendere omaggio ai martiri. Ma, senza dimenticarla, si vuole voltare pagina rispetto a quel decennio violento, segnato da scontri politici armati, manovre opache e attentati mortali. Si festeggia e soprattutto si legge, in particolare letteratura fantastica, con “Il Signore degli Anelli” (1954) del britannico J. R. R. Tolkien come opera di riferimento, il libro prediletto di Giorgia Meloni.
Il testo offre una fonte d’ispirazione militante senza pari: la potenza epica di una lotta contro il male assoluto, condotta da un piccolo gruppo di combattenti eterogeneo ma unito, una comunità in cui si riconoscono i Gabbiani di Fabio Rampelli, chiamati così in omaggio a un altro romanzo, “Il gabbiano Jonathan Livingston” (1970), dell’americano Richard Bach.
La Roma degli anni Novanta, divisa in quartieri di destra e di sinistra, è la loro Terra di Mezzo. Nel 1993 vi affiggono i manifesti della campagna del loro leader, Fabio Rampelli, candidato alle elezioni comunali, con lo slogan «La rabbia e l’amore». «Sono stato il primo a parlare d’amore in politica», sostiene. All’epoca la giovane Giorgia Meloni è un’ammiratrice dichiarata di Benito Mussolini. Ma Fabio Rampelli si propone di trasformare «l’antropologia del militante italiano di destra».
Alludendo alla sua testa calva e al fisico atletico, Fabio Rampelli scherza: «Se mi dai del fascista, ci metto due ore a convincerti del contrario. Se dai della fascista a una giovane donna come Giorgia, ti rendi ridicolo da solo. Mettere una come lei alla guida del nostro partito avrebbe cambiato tutto. Nessuno aveva mai visto niente del genere. Così ho puntato tutto su di lei».
Già nel 1998 Giorgia Meloni viene eletta, a 21 anni, nel consiglio della provincia di Roma. Nel 2004, insieme ai Gabbiani, assume il controllo del movimento giovanile del partito e attira l’attenzione del presidente Gianfranco Fini, che nel 1995 ha sciolto l’MSI per fondare Alleanza nazionale e vuole allontanarsi dal passato neofascista per confluire nella destra tradizionale. Ventidue anni dopo anche lui ricorda con precisione Giorgia Meloni. «Mi sono fatto portare la registrazione del suo discorso del 2004. Era notevole», racconta, ancora ammirato, al bar di un grande albergo vicino alla Camera dei deputati. Poi aggiunge: «Giorgia era la prima della classe. Lavorava moltissimo, ma aveva sempre paura di non essere all’altezza. Demagogia, propaganda… sì. Ma conosceva i dossier».
È così che già nel 2006 Gianfranco Fini, ex delfino del gerarca fascista Giorgio Almirante, nomina la sua pupilla vicepresidente della Camera dei deputati, nella speranza di scavalcare i suoi luogotenenti troppo ambiziosi.
Chi avrebbe avuto il coraggio di contestare il suo posto a una donna di 29 anni, appena diventata la più giovane deputata nella storia della Repubblica italiana, senza rendersi ridicolo? Due anni dopo, a capo del ministero della Gioventù nel governo di Silvio Berlusconi, batterà il record di precocità per un ministro.
Pur riconoscente, Giorgia Meloni saprà comunque tracciare la propria strada. Constatata la «differenza antropologica» che la separa dai sostenitori dell’uomo d’affari Silvio Berlusconi, i quali si annettono e dominano senza spartirla la sua famiglia politica, l’erede dei «martiri» neofascisti degli anni Settanta e dell’epopea dei Gabbiani rompe nel 2012 con l’MSI di un tempo. Fonda così il suo partito, Fratelli d’Italia.
Saranno solo una manciata, sotto la galleria Alberto Sordi, vicino alla colonna Traiana, nel freddo romano di un 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, ad annunciarne la nascita. Alle elezioni del 2013 il partito otterrà appena il 2% dei voti. Ma il suo logo ha riacceso la fiamma tricolore, il simbolo dell’MSI che Gianfranco Fini aveva bandito nel 1995 e a cui si è ispirato, in Francia, il Front national, diventato Rassemblement national.
I portici sotto i quali Giorgia Meloni ha aperto questo nuovo capitolo si trovano a pochi passi da Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio. Le ci vorranno meno di dieci anni per varcarne il portone, il 23 ottobre 2022. La sera della vittoria, la sorella Arianna scriverà su Facebook: «Ti accompagnerò sul Monte Fato per gettare quell’anello nel fuoco, come Sam con Frodo, sapendo che non sarà la mia storia a essere raccontata, ma la tua, com’è giusto che sia». La fiamma, sempre.
L’annuncio del ministro durante una risposta al Question Time alla Camera: “Significativo che le associazioni chiedano di far rimuovere i blocchi”

“Il Viminale riferisce che si sta procedendo alle identificazioni, anche ai fini di rimuovere i presidi”. Così il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato davanti alla Camera, durante un question time, sulla mossa del ministero dell’Interno che intende passare alla linea dura, evidentemente, contro gli autotrasportatori che stanno bloccando le grandi arterie di diverse regioni del Sud.
“Impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”, ha ricordato il ministro facendo riferimento alle nuove norme di legge introdotte in uno dei sette decreti Sicurezza varati dal governo. “È importante, credo che sia significativo e emblematico, che le stesse associazioni dei trasportatori ci chiedono, chiedono al ministero degli Interni, di far rimuovere i blocchi”.
Il governo ha già trovato la soluzione. L’ennesimo e inutile decreto sicurezza. Reprimere il dissenso anziché comprenderne le ragioni

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Il popolo è contrario? E che sarà mai signora mia! D’altra parte, per citare il ministro della Difesa Crosetto, al governo sanno perfettamente che “la maggioranza dell’opinione pubblica” – “influenzata anche dall’esterno” – “è contro gli aiuti all’Ucraina”. Ma dopo 12 pacchetti di aiuti, assicura ai microfoni della Bbc infilandosi l’elmetto, “entro la fine dell’anno, probabilmente, riusciremo a farne un altro”. Anche perché, chiude la questione Crosetto caricando il moschetto, “non si può cedere all’opinione pubblica quando tu pensi che l’opinione pubblica stia sbagliando”.
Ma non finisce qui. In piena trance da riarmo per respingere l’imminente invasione russa, il ministro estrae la pistola fumante. La prova definitiva che demolisce le convinzioni di oltre l’80% del popolo (bue) italiano contrario agli aiuti militari all’Ucraina (Ixè, settembre 2026). “I fatti di Milano e di altre parti del Paese sono una cosa profondamente diversa da ciò che abbiamo vissuto in altre epoche – sentenzia Crosetto -. Il frutto, il punto di arrivo di una guerra ibrida che qualcuno (chi?) sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, come quello dei social, TikTok o YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca”.
E quel “qualcuno” di cui parla il ministro sembra tanto il solito Putin. E noi cretini, che pensavamo che dietro le proteste studentesche e degli autotrasportatori degli ultimi giorni ci fossero trent’anni di neoliberismo sfrenato, a base di privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge, che ha ingigantito le diseguaglianze. Concentrando un potere sconfinato nelle mani di una ristretta cerchia di oligarchi con la complicità di classi politiche talmente cieche da restarne esse stesse schiacciate e subordinate.
Ma niente paura. Trovato il colpevole, incastrato da Crosetto, il governo Meloni ha già trovato la soluzione. L’ennesimo e inutile decreto sicurezza. Reprimere il dissenso, del resto, è più facile che comprenderne le ragioni. Intanto Putin se la ride.

(Tommaso Merlo) – La sicurezza non si ottiene con la repressione, si ottiene con una società sana e una politica all’altezza. I deboli e gli incapaci ricorrono alla forza, i forti ricorrono all’intelligenza. La sicurezza di un paese si ottiene con la giustizia sociale, quando nessuno rimane indietro. Quando tutti vivono decentemente e non esiste eccessiva disparità. E dato come siamo messi oggi, prima o poi i disordini dovevano iniziare. Oggi con gli stipendi dei poveri cristi ci compri a malapena un paio di scarpe per ricchi mentre con le pensioni nemmeno i calzini. Col balzo dell’inflazione per colpa delle guerre suicide, l’ingiustizia sociale ha raggiunto livelli tragici. Milioni di cittadini sono sprofondati nella povertà nera, la classe media deve risparmiare per sopravvivere e una cerchia sempre più ristretta vive nel lusso e nello spreco. Frustrazione economica con persone che dopo una vita di sacrifici non riescono nemmeno a vivere sereni e sono preoccupati per figli e nipoti messi ancora peggio di loro. Frustrazione economica che è anche politica perché a furia di sprechi, di inetti al governo e suicidi di massa come quelli bellici, nazioni come quella italiana o anche francese sono talmente malmesse che hanno cominciato ad intaccare i diritti fondamentali per fare cassa. Tagliando perfino educazione e sanità ma contemporaneamente indebitandosi per produrre marchingegni di sterminio per ingrassare la lobby della guerra che ci vuole trascinare verso la terza guerra mondiale. Uno schifo che resterà nei libri di storia e che segnerà per sempre queste classi dirigenti. È stata questa la miccia delle sacrosante proteste di queste settimane in tutta Europa. Frustrazione politica che è anche sociale. Oramai siamo al punto che i ricchi si possono curare mentre i poveri si lasciano morire in casa. Che i ricchi accedono a formazione e percorsi professionali di qualità mentre i poveri finiscono schiavizzati mentre le periferie delle città sono sempre più ridotte a ghetti esistenziali. Una frustrazione anche psicologica perché viviamo nell’era consumistica in cui le nuove generazioni vengono perseguitate dalla pubblicità fin dalla tenera età. Fin da bambini imparano i nomi delle marche e vengono spronati a desiderare oggetti nell’illusione che da essi dipenda il loro benessere e perfino la loro identità con di piu’ che e’ sinonimo di meglio. Schemi mentali che molti si portano dietro per tutta la vita e che sono un boomerang politico in tempi di crisi come questa. Perché il sistema pompa le masse ad accumulare ma solo una minima parte ci riesce e il resto rimanendo deluso s’imbestialisce. Paesi ridotti ad aziende, società ridotte a mercato e cittadini ridotti a consumatori spronati ad inseguire miraggi materiali. Una corsa verso il nulla che delude sia i presunti perdenti che spaccano le vetrine sia i presunti vincenti che entrano dalla porta con la carta di credito del paparino. E questo dato che il vero benessere non si compra da nessuna parte e quindi di sera si ritrovano entrambi sullo stesso marciapiedi a fumarsi porcherie per farsela passare. Ma se le masse capissero il grande inganno consumistico, crollerebbe l’intero sistema che si fonda sul profitto come panacea di ogni male anche esistenziale e sulla crescita economica infinita anche a costo di sterminarci a vicenda e bruciare il pianeta. Deliri che in paesi come l’Italia raggiungono livelli tragicomici, siamo un paese sempre più povero ma specializzato nel produrre beni extralusso utili giusto a trastullare il narcisismo patologico di una minuscola nicchia di ricconi mentre gran parte del pianeta è alla fame e gli italici faticano a sbarcare il lunario. Il famoso genio italiano che ha venduto l’anima al diavolo iper capitalista. Frustrazione economica, sociale e psicologica che la politica dovrebbe prima capire e poi affrontare con serietà. È del resto questo il lavoro per cui è profumatamente pagata, sporcarsi le mani per risolvere i problemi dei poveri cristi e migliorarne la qualità della vita. E nel caso si rivelasse incapace, sarebbe buona igiene democratica che si levasse dai piedi. Ed invece una volta impoltroniti non li smuovi più e anche per questo siamo alle rivolte di massa, perché il mondo corre mentre nei palazzi del potere si respira la solita aria stantia che sa di ipocrisie partitiche, egoismo carrieristico e muffa ideologica. Già, la sicurezza di un paese nasce nei palazzi del potere e non per le strade. Nasce da una politica all’altezza che capendo le problematiche del suo tempo prova umilmente a risolverle, nasce da una politica credibile e rispettata e quindi seguita. Una politica che non specula sulle divisioni ma serve la comunità nazionale nel suo insieme. Una politica non faziosa, non miope e non autoreferenziale che ha come orizzonte una visione comune di lungo periodo e non la prossima poltronata. Altro che violenza, il malessere va curato e non represso. I deboli e gli incapaci ricorrono alla forza, i forti ricorrono all’intelligenza perché la sicurezza si ottiene con una società sana e una politica all’altezza.
Impressiona vedere botte con la polizia in nome non della libertà ma della caccia alle Adidas (sempre meglio comunque che scendere in piazza per Hamas). Ma farsi terrorizzare della guerra civile infantile anche no, grazie

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Vago ricordo di Trainspotting, un film di trent’anni fa appena restaurato e riciclato, eroina, individualismo, consumi, gioco, violenza, Irvine Welsh, e se è per questo non ricordo quasi più niente di Arancia meccanica, più indietro di mezzo secolo, tranne Kubrick, Burgess, ovvio, gioco violenza giovanile grottesco colto eccetera. Società liquida, esiti infantili. Nel quadrilatero della moda è stato un balletto, alla ricerca della scarpa perduta. Finché non si affermerà la verità fantozziana che la bella scarpa, la scarpa sportiva, la superscarpa aerodinamica è una boiata pazzesca, bè, non se ne esce. La vetrina che luccica è un invito ai casseurs.
Meglio le Mephisto, le scarpe dell’operaio tedesco di quinto livello, roba solida. Comunque il municipio di Limoges, sopravvissuto a due guerre nel Novecento, è bruciato in due ore, un lavoro da professionisti, roba molto ben organizzata, a nove chilometri c’è un supercentrosociale, una Zad, zone à défendre, zona da difendere, quelle comunità rurali di sinistra radicale dove l’ozio, che è il padre dei vizi, sa suggerire modi incendiari per passare il tempo, e non solo agli adolescenti.
Comunque da noi il solo Langone invoca (qui, ieri) il manganello sulla cagnara dei bambini, in Francia, per parlare della grande crisi europea che tanto interessa Cacciari, si sono spaventati e hanno proceduto a un paio di centinaia di incarcerazioni, e i commentatori delle all news sottolineano stupiti che “non sono fermi di una notte, sono proprio ammanettamenti, sentenze dopo processi per direttissima, e mesi e mesi di galera, sovraffollatissima per di più”, a carico di maggiorenni beccati a scassare e saccheggiare tutto lo scassabile e il saccheggiabile, reazione penale durissima per la prima volta, altro che quadrilatero della moda con fila in questura, in Fatebenefratelli, dei genitori al ritiro dei pupi, “gli spaccherei io la testa a quel deficiente”. Com’era quella storia della tragedia e della farsa? Io non mi preoccuperei più di tanto.
Esplosivi sì, quei ragazzini, ma consumatori forti, coperti dalle assicurazioni, in una città, Milano, terrorizzata dalla guerra civile infantile, ma quando sei sempre alla ricerca di eventi, quando proclami davanti al Covid che non ti fermi mai, quando ti comporti da bauscia, ecco che gli eventi ti vengono gentilmente a cercare e arriva un poco di movida. Solo, non tirate in ballo il carovita, se non volete far ridere. Non mandate i carri armati e i soldati, se non volete peggiorare le cose. Compiacetevi del fatto che finalmente una serie di manifestazioni violente sono fatte per indossare, per farsi vedere su Tik Tok (e il Cav. aggiungeva genialmente Tak), non per la Palestina immaginaria, non al seguito delle bandiere di Hamas, viva la faccia del quadrilatero, un valore commerciale e morale più serio e meno esposto alla vergogna dell’antisemitismo, almeno si spera.
Certo fa impressione, tanti anni dopo il Sessantotto, che invece di fare a botte con la polizia, magari per la libertà e la vita delle iraniane e degli iraniani, tutto si risolva con la caccia all’Adidas. Nostalgia di Capanna? Questo no, per carità. Ma non bombardate il bosco verticale. Lasciate che il quadrilatero, se necessario, chiuda bottega per qualche ora, finché i genitori si saranno andati a ripigliare i bambini, soggetti inediti in cagnara, come ha ricordato Mattarella. Statevene un po’ tranquilli, la situazione sarà anche grave, ma.
Mentre al sud continuano i blocchi stradali a Roma la Cia protesta da giorni davanti a Montecitorio. “La Grande Distribuzione Organizzata e l’industria scaricano i costi sull’anello più debole, costringendo gli agricoltori a lavorare sottocosto”. Intervista a Cristiano Fini Presidente nazionale di Cia – Agricoltori Italiani.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Un chilo di carote pagato 28 centesimi nei campi viene rivenduto in media a 1,46 euro al supermercato; l’uva da tavola passa da 58 centesimi a circa tre euro al chilo, con ricarichi che superano il 400%. Le zucchine, pagate ai contadini 1,05 euro al chilo, vengono rivendute a 2,82 euro (+168%) e la lattuga romana passa da 1,68 a 3,48 euro (+107%). Sono i dati che la Cia-Agricoltori Italiani sta portando da una settimana a questa parte nelle proteste davanti al Parlamento con la mobilitazione nazionale “I conti non tornano”. Mentre nel sud Italia montano le contestazioni e i trattori sono arrivati a bloccare le strade, la Cia ha scelto di optare per un presidio a Montecitorio: una via istituzionale per non danneggiare con lo stop dei tir le merci deperibili degli stessi produttori e chiamare la politica e la Grande Distribuzione Organizzata alle proprie responsabilità.
Il principale bersaglio della mobilitazione romana sono le distorsioni commerciali e il peso contrattuale della GDO. Nel meccanismo attuale, la grande distribuzione tutela le proprie rese facendo pagare il prezzo più alto all’anello più debole della catena, l’agricoltore, costretto a subire prezzi di vendita in picchiata a fronte di spese vive raddoppiate, a partire dal gasolio agricolo. Il risultato è che chi fa la spesa pensa che il caro-vita arricchisca chi coltiva la terra, ignorando che nei campi i listini crollano fino al 50%. Fanpage.it ne ha parlato con il presidente della Cia, Cristiano Fini.
Presidente Fini, partiamo dalle proteste al Sud. Molti agricoltori stanno bloccando strade e caselli contro il caro gasolio. La Cia sostiene queste mobilitazioni?

Condividiamo in pieno i problemi alla base della protesta, perché le difficoltà di chi attua i blocchi sono le medesime dei nostri agricoltori. Tuttavia, bloccare l’entrata e l’uscita delle merci deperibili crea un danno enorme anzitutto proprio ai produttori: sui camion fermi ci sono i prodotti del nostro lavoro. Per questo la Cia ha scelto di manifestare a Montecitorio: vogliamo sensibilizzare le istituzioni e chiamare al confronto la Grande Distribuzione e l’industria di trasformazione per trovare soluzioni. Riteniamo più opportune mobilitazioni che evitino disagi a chi lavora la terra. Auspichiamo che la situazione rientri con risposte certe: l’agricoltura è l’unico comparto che vede calare i prezzi dei propri prodotti, mentre gli altri settori, davanti ai rincari energetici, hanno alzato i listini. È una situazione insostenibile che capirebbe anche un bambino.
C’è la percezione che le proteste tradizionali siano inascoltate e che serva alzare lo scontro.
Ma non dovrebbe funzionare così. Manifestazioni e proteste dovrebbero servire a sensibilizzare e a ottenere risposte, cosa che per ora non avviene. Altri hanno scelto strade differenti, manifestando senza bandiere; noi andremo avanti con la nostra mobilitazione lungo la via che reputiamo più seria e opportuna.
I dati che avete portato a Montecitorio mostrano rincari impressionanti dal produttore al carrello della spesa: le carote passano da 0,28 a 1,46 euro al chilo (+421%), l’uva da tavola da 0,58 a 2,99 euro (+416%), le melanzane registrano un +344%. Chi trattiene questi margini se sia chi raccoglie la terra sia chi fa la spesa ci sta rimettendo?
Vengono trattenuti da tutti gli attori della filiera, tranne consumatori e produttori agricoli. Sebbene industria e grande distribuzione organizzata (GDO) debbano far quadrare i bilanci, non è accettabile che gli unici a non poter fare bilancio siano gli agricoltori. La GDO pensa a sé e l’industria scarica sull’agricoltura, che non può rivalersi su nessuno e subisce costi alle stelle e prezzi in picchiata. È un’anomalia mai vista prima: l’olio extravergine è al -50% rispetto a un anno fa, il latte al -24%, l’ortofrutta perde tra il 15% e il 30%, fino al tracollo di riso e cereali. L’agricoltura è vitale per produrre cibo, tutelare l’ambiente e presidiare le aree rurali. Non può essere abbandonata: pretendiamo accordi di filiera equi, che garantiscano soddisfazione economica anche a noi.
Spesso però l’opinione pubblica associa i rincari al supermercato a chi coltiva i campi.
È un errore diffuso: quando salgono i prezzi allo scaffale, la gente dà la colpa agli agricoltori. In pochi sanno che la realtà è opposta e che a chi produce viene pagato molto meno il prezzo del proprio prodotto.
L’agricoltura sembra l’unico settore che non attira i giovani. Come si inverte la rotta?
Un giovane sceglie l’agricoltura solo se intravede una prospettiva di reddito; se manca il guadagno, cerca legittimamente altre strade. Ma questo è un allarme per tutti: senza giovani non c’è futuro economico per il comparto e si abbandonano i territori. La mancata coltivazione genera dissesto idrogeologico e spopolamento delle aree interne e più fragili del Paese. È un problema che tocca il futuro della società.
Sul fronte energetico, l’impennata del gasolio agricolo si è arrestata?
No, il gasolio agricolo si mantiene tra 1,50 e 1,60 euro al litro, esattamente il doppio rispetto a un anno fa. Alcune Regioni sono intervenute, ma molte no. Serve un intervento nazionale: chiediamo il credito d’imposta del 20% sul gasolio per uniformare il sistema Paese. Misure regionali a macchia di leopardo sono poco lungimiranti di fronte a una crisi prolungata. Il credito d’imposta è una misura temporanea necessaria nell’immediato, ma serve una politica energetica strutturale vicina a imprese e cittadini.
Dal Governo avete ricevuto rassicurazioni in tal senso?
Ad oggi nessuna rassicurazione. Continueremo a lavorare e a manifestare affinché questo avvenga, perché è un sostegno indispensabile per la sopravvivenza delle aziende.
Si parla di congelare la Pac post-2027 a meno di 300 miliardi. Può spiegare cos’è e cosa rischia l’Europa?
La Pac è la Politica Agricola Comune, la più antica varata a livello europeo, ed è nata proprio per garantire la sicurezza alimentare al continente, dare stabilità ai mercati evitando oscillazioni dei prezzi e compensare gli agricoltori per i compensi che venivano, e vengono tuttora, corrisposti troppo bassi. Per queste ragioni deve continuare a esistere più forte di prima, ed è evidente che non possiamo accettare la proposta della Commissione di luglio dello scorso anno, ribadita dall’ultima negoziazione della presidenza irlandese, che da un lato taglia il 20% delle risorse e dall’altro la butta dentro a un fondo unico insieme a tante altre politiche, togliendole quella specificità che l’ha sempre caratterizzata. Noi continueremo a combattere a livello europeo perché le promesse di Ursula von der Leyen, rimaste purtroppo solo a parole e mai scritte, vengano davvero messe nero su bianco, anche perché oggi c’è la grave responsabilità dei Paesi cosiddetti frugali che hanno preteso di rivedere il bilancio comunitario 2028-2035 per destinare più risorse a difesa, armamenti e intelligenza artificiale, tagliando su comparti tradizionali come l’agricoltura e i fondi di coesione. Andremo avanti con la nostra battaglia finché agli agricoltori non torneranno le risorse di prima, e con tanto di adeguamento all’inflazione.
Questo fondo unico prefigura una rinazionalizzazione degli aiuti?
È evidente che inserire tutto dentro a un fondo unico vada proprio verso la rinazionalizzazione, ed è esattamente per questo che la contestiamo e la combattiamo. Non possiamo certo parlare di Europa unita se poi non siamo conseguenti e diamo ai singoli Stati la libertà di scegliere e decidere dove e come allocare le risorse, perché la Pac nasce proprio come politica di indirizzo per guidare il settore a livello europeo. Se lasciamo che ogni governo faccia per conto proprio si innesca inevitabilmente una competizione interna e una concorrenza sleale tra gli agricoltori degli stessi Paesi membri, cosa che non possiamo assolutamente accettare. La competizione l’Unione Europea deve farla e averla verso l’esterno, confrontandosi con gli altri continenti e con le altre realtà globali, non certo al proprio interno.

(Alberto Biondi – lindipendente.online) – Nessuno stanziamento nuovo, solo il via libera a fondi che lo Stato aveva già messo a bilancio e che, secondo il governo, erano rimasti fermi per ritardi e cavilli burocratici. È quanto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha offerto ieri, 20 ottobre, nella prefettura di Milano, agli autotrasportatori che da settimane bloccano strade, caselli e porti del Mezzogiorno contro il caro gasolio. L’esito ha spaccato il movimento: il Comitato Trasportatori Siciliani ha revocato il fermo, mentre la maggior parte delle altre sigle, in Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Molise, rimane sul piede di guerra e promette di andare avanti almeno fino al 27 ottobre, data del prossimo incontro al ministero.
Salvini ha visto prima le associazioni nazionali di categoria, poi i gruppi autonomi nati sui territori. Il viceministro Edoardo Rixi ha parlato di «circa un miliardo» sbloccato, di cui «480 milioni per quanto riguarda tutte le domande» presentate fino ad agosto per il credito d’imposta sul gasolio, cioè lo sconto sulle tasse con cui lo Stato rimborsa alle imprese parte della spesa per il carburante. Salvini, ha invece citato «i 430 milioni» che «già ci sono», senza che la differenza venisse chiarita. Il resto della cifra è fatto in buona parte di arretrati e intenzioni: circa 104 milioni di contributi non ancora pagati per il Sea Modal Shift, l’incentivo a chi carica i camion sulle navi invece di farli viaggiare su strada, e una trattativa con Bruxelles su oltre mezzo miliardo per rinnovare i mezzi. «Non pretendo di avere la bacchetta magica» ha detto il ministro, chiedendo di rimuovere tutti i blocchi e ricordando che, con il decreto sicurezza, chi occupa le strade rischia il carcere.
A fermarsi, tuttavia, è stato solo il Comitato Trasportatori Siciliani, che teneva bloccati i porti dell’isola. «Vogliamo tornare a lavorare e non penalizzare ulteriormente il territorio» ha spiegato il coordinatore Salvatore Bella, avvertendo però che la revoca «non è una cambiale in bianco». Di tutt’altro tenore la reazione di Fedralog, la federazione di imprese di autotrasporto che guida la protesta in Calabria: «Hanno sbloccato dei pagamenti riferiti all’anno scorso, al 2025» ha detto il coordinatore regionale, Mario Pansini, definendo «briciole» le poche decine di milioni aggiunte per settembre e ottobre. «Sempre promesse che poi non verranno mantenute. Adesso basta, continuiamo con questo fermo». Anche gli agricoltori del Ragusano, scesi in strada accanto ai camionisti, hanno liquidato l’incontro così: «La montagna ha partorito il topolino».
La mobilitazione era partita a inizio ottobre con presidi spontanei in Calabria e si è allargata a tutto il Sud , complice anche la fine, il 6 ottobre, dello sconto sulle accise del gasolio. I blocchi hanno toccato autostrade come l’A2 e l’A30 e il porto di Napoli, ai camionisti si sono uniti agricoltori e fornai, e in diverse Regioni si sono visti scaffali semivuoti e distributori a secco. Il 27 ottobre si capirà se il governo ha qualcosa di nuovo da offrire.

(Simone Fossella – lafionda.org) – La radicalità di una protesta non si misura necessariamente dal clamore che suscita o dalla durezza delle sue manifestazioni esteriori, ma anche dalla sua capacità di incidere concretamente sui rapporti di forza economici e sociali. È da questa distinzione, tra spettacolarizzazione del conflitto ed efficacia della sua azione materiale, che occorre partire per comprendere il significato delle recenti mobilitazioni dell’autotrasporto nel Mezzogiorno.
L’asimmetria della visibilità è uno dei principali dispositivi attraverso cui il sistema dell’informazione seleziona, classifica e, in questo modo, contribuisce a neutralizzare le diverse forme del dissenso. Nelle cronache di questo autunno, l’attenzione dei media si concentra ossessivamente sulle coreografie del conflitto metropolitano lungo la direttrice settentrionale, dove la devastazione materiale, la ritualità dello scontro con le forze dell’ordine e la distruzione degli arredi urbani vengono assunte come unici indicatori dell’antagonismo generazionale. Questa forma di conflittualità rischia di risolversi nell’immediatezza di una performance social, esaurendo la propria spinta nella produzione di un’immagine consumabile: un feticcio estetico in cui la negazione viene assorbita e trasformata in merce culturale. Il rischio è che il consumatore reale diventi consumatore di illusioni [1] e che, al tempo stesso, si offrano nuovi pretesti a interventi securitari e repressivi. Per contro, un silenzio pressoché totale ha a lungo avvolto una frattura ben più profonda, che ha recentemente interrotto il flusso reale del profitto: il blocco silenzioso, ordinato e composto dell’autotrasporto lungo i nodi logistici del Mezzogiorno. Un’azione che ha scelto una grammatica del disordine ferma e rigorosa, capace di sottrarsi alla spettacolarizzazione del conflitto senza offrire facili pretesti alla repressione.
È proprio in questa divaricazione della percezione pubblica, abilmente alimentata, che si consuma il sorprendente ribaltamento di uno stigma antico: quello che vuole il lavoratore della strada, per giunta meridionale, ridotto a figura caricaturale e folkloristica, talvolta persino «arretrata», certamente incapace di elaborazione politica matura o di coscienza collettiva [2]. La realtà dei presidi che paralizzano le arterie autostradali dimostra l’esatto contrario, rovesciando le gerarchie culturali consolidate. Il corpo lavorativo che si sottrae al flusso della circolazione non agisce per impulsi irrazionali né dà vita a un’effimera jacquerie stradale, ma esprime una lucida consapevolezza della propria essenzialità materiale all’interno del ciclo economico globale. La maturità di questa forma di conflitto non risiede tanto nella sua compostezza, quanto nella capacità di individuare il punto in cui la forza del lavoro può tradursi in un’effettiva interruzione dei meccanismi di accumulazione. Non si tratta, dunque, di moderazione, timidezza o ripiegamento, bensì della consapevolezza che la propria forza collettiva risiede nella capacità di interrompere la circolazione delle merci e congelare la catena logistica. È in questa presa di coscienza del proprio ruolo nei rapporti di produzione che può maturare una più compiuta coscienza di classe. Spegnere i motori, incrociare le braccia, dialogare con fermezza ed educazione con cittadini e forze dell’ordine significa affermare la forza dell’assenza: fermare l’ingranaggio produttivo senza cedere alla tentazione della spettacolarizzazione.
Un arresto reale, non astratto: concreto, commisurato alla natura del conflitto. Una risposta obbligata, dettata dalle condizioni stesse della sopravvivenza individuale e collettiva. La progressiva insufficienza delle misure di contenimento del costo dei carburanti ha agito da detonatore, rivelando l’incapacità degli strumenti tampone di risollevare corpi e macchine ormai allo stremo, dissanguati dal prezzo del gasolio. Quest’ultimo ha raggiunto livelli particolarmente elevati, avvicinandosi ai 2,30 euro al litro sulla rete autostradale [3]. Quando un singolo pieno può costare tra gli 800 e i 900 euro e l’aumento delle spese vive di gestione erode progressivamente i margini di guadagno, proseguire l’attività rischia di perdere ogni razionalità economica. «Fare economia» dovrebbe significare amministrare risorse e denaro evitando gli sprechi; in questo caso, invece, il significato stesso dell’espressione si rovescia. L’attività lavorativa si trasforma in un processo di perdita continua, in un ricatto che costringe il lavoratore a finanziare di tasca propria l’usura del mezzo e della propria salute per conto terzi.
Le rivendicazioni di Trasportounito per l’applicazione di una maggiorazione del 15% sulle tariffe dell’autotrasporto, insieme alla richiesta di rendere automatico e vincolante l’adeguamento al costo del gasolio [4] e allo sblocco immediato delle risorse, appaiono dunque ben lontane da qualsiasi egoismo di settore: esprimono, piuttosto, una forma di autodifesa materiale, quasi biologica, di chi intende sottrarsi alla reificazione e al consumo integrale della propria esistenza.
La «celerità» con cui l’esecutivo è stato costretto a intervenire, anticipando la convocazione con le rappresentanze dell’autotrasporto dal 27 al 20 ottobre, mostra l’efficacia di questa strategia della sottrazione. Il blocco dei flussi agroalimentari e le fermate produttive dello stabilimento Stellantis di Atessa, determinate dal mancato arrivo della componentistica, hanno esercitato una pressione ben più incisiva di qualunque scontro di piazza o vetrina infranta. In questa prospettiva, anche i 590 milioni di euro destinati al rinnovo del parco veicolare nel periodo 2027-2031 appaiono una risposta insufficiente all’emergenza immediata, mentre lo sblocco annunciato di circa 480 milioni di euro per i ristori relativi al caro gasolio testimonia la necessità di intervenire sulle condizioni economiche di esercizio dell’attività.
L’isolamento prolungato nella cabina del TIR, la frammentazione del tempo personale ed emotivo, subordinato alle scadenze imposte dagli algoritmi della logistica predittiva, e l’angoscia cronica legata alla sussistenza non sono semplici deficit psicologici individuali né fragilità biochimiche personali. Sono gli effetti dell’interiorizzazione di una violenza strutturalmente inscritta nei rapporti di produzione. Quando il trasportatore incrocia le braccia, il suo gesto assume anche un significato quasi terapeutico: sottraendosi all’ingranaggio produttivo, trasforma una sofferenza fino ad allora vissuta individualmente in una forma di azione collettiva e organizzata. Il disagio cessa così di apparire come una fragilità esclusivamente personale e può essere riconosciuto nella sua dimensione sociale, come espressione di rapporti di produzione che logorano il corpo e la mente [5]. Il realismo capitalista opera infatti isolando il malessere attraverso la privatizzazione dello stress, inducendo l’individuo a interpretare la propria usura mentale come il prodotto di fragilità personali, endogene, da curare o alle quali adattarsi. L’educazione e il rigore espressi nella protesta del Sud scardinano questo dispositivo di colpevolizzazione [6]. I lavoratori smettono di percepirsi come monadi difettose e si riscoprono corpo politico cosciente, capace di ricondurre la responsabilità della propria condizione dal singolo al sistema.
La mobilitazione dei lavoratori del Mezzogiorno rende visibile una contraddizione che travalica i confini della singola vertenza e rimanda alle dinamiche geopolitiche globali. La violenza subita sotto forma di rincari non costituisce infatti un fenomeno esclusivamente locale né una semplice disfunzione temporanea, ma risente di rapporti di forza e processi economici che si determinano su scala internazionale. L’assurdità per cui l’accesso ai beni di prima necessità, la stabilità del salario e persino la presenza del pane e dell’insalata sulla tavola dipendano da intese transnazionali tra grandi potenze economiche e da accordi «strategici» di riassetto energetico globale cessa così di essere un’astrazione riservata agli analisti. Diventa un dato materiale, sperimentato sulla propria pelle da chi guida. Sui piazzali dei blocchi emerge, nella sua concretezza, il nesso tra le grandi manovre sulle rotte energetiche globali e le condizioni quotidiane di sussistenza dei lavoratori [7].
Di fronte alla spettacolarizzazione della cronaca, il rischio è smarrire la coscienza di questa radice comune. Fermarsi ai dettagli o lasciarsi trascinare dalla rabbia immediata significa perdere di vista il nesso tra le privazioni quotidiane e il funzionamento di un sistema che, quantomeno nella forma in cui lo conosciamo, non è più in grado di garantire condizioni dignitose di esistenza. Mentre una parte del dissenso rimane impigliata nella reazione contro i simboli più superficiali del potere, la periferia logistica colpisce l’infrastruttura reale dei flussi, mostrando quanto profondamente si sia logorata la funzione di protezione sociale dell’attuale modello economico e quanto radicale debba essere il suo ripensamento.
La lezione che giunge dalla spina dorsale autostradale del Sud è tanto semplice quanto dirompente: siamo passati dall’essere tutti allenatori di calcio o esperti di diritto internazionale all’essere tutti terroni camionisti. La vera radicalità risiede nella capacità, lucida, educata e rigorosa, di spegnere il motore dell’ingranaggio globale per riprendere a respirare.
[1] G. Debord, La società dello spettacolo, Buchet-Chastel, Paris, 1967.
[2] P. Volponi, Le mosche del capitale, Einaudi, Torino, 1989.
[3] Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Decreto direttoriale 28 agosto 2026, n. 301, Modalità di attuazione ristoro credito d’imposta gasolio; Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio sui prezzi dei carburanti, dati del 19 ottobre 2026, riportati da ANSA, «Prezzi dei carburanti stabili, gasolio a 2,257 euro al litro», 19 ottobre 2026.
[4] «Crisi autotrasporto, Stoppa (Trasportounito): “Subito il 15% in più sulle tariffe”», Informazioni Marittime, 19 ottobre 2026, https://www.informazionimarittime.com/post/crisi-autotrasporto-stoppa-trasportounito-subito-il-15-in-piu-sulle-tariffe. Si veda anche «Trasportounito, autotrasporto rischia di sbandare e finire fuori controllo», ANSA, 14 ottobre 2026.
[5] F. Fanon, Decolonizzare la follia. Scritti sulla psichiatria e il colonialismo (1953-1960), Ombre Corte, Verona, 2011.
[6] M. Fisher, Realismo capitalista, Nero Edizioni, Roma, 2018.
[7] D. Harvey, Il nuovo imperialismo, Editori Riuniti, Roma, 2004.
(ANSA) – ROMA, 20 OTT – Estensione del fermo preventivo anche ai luoghi affollati, minori subito imputabili, 500 militari in più per Milano e, soprattutto, l’introduzione di un nuovo reato, quello di ‘Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche’. Arriva la stretta del governo dopo i saccheggi di Milano e i disordini di piazza in varie città. Il consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto legge sulla sicurezza. Otto gli articoli contenuti nel provvedimento.
Il nuovo reato punisce chi – durante le proteste – utilizza bastoni, mazze o lancia oggetti mettendo a rischio l’incolumità delle persone. In questi casi si rischia una reclusione da due a cinque anni e una multa fino a 20mila euro. La pena aumenta se le violenze sono commesse a volto coperto e se si danneggiano infrastrutture o servizi di pubblica utilità. Chiunque, poi, anche “mediante strumenti informatici o telematici”, organizza o promuove la formazione di gruppi per dar vita a manifestazioni violente rischia la reclusione da quattro a dodici anni.
Tra le altre novità, l’estensione del fermo preventivo anche per “chi turba la sicurezza in luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone”: una misura che varrà anche per i minorenni, ma solo se hanno compiuto 16 anni. Prevista, inoltre, l’estensione dell’arresto in flagranza differita. Confluisce poi da un precedente ddl la presunzione di capacità di intendere e di volere del minore ultraquattordicenne, rendendolo così subito imputabile senza subordinarlo all’accertamento della capacità d’intendere e di volere al momento del fatto.
In arrivo, inoltre, multe da 500 a 1.000 euro, raddoppiabili in caso di reiterazione, per i genitori di minorenni – anche non imputabili – che commettano violenze durante manifestazioni. Tra le misure, la possibilità del questore di disporre il divieto di radunarsi ai minorenni quando cinque o più persone, anche in forma di gruppo, in luogo pubblico o aperto al pubblico, tengono comportamenti intimidatori.
Una misura di prevenzione che può interessare anche determinate fasce orarie predeterminate a persone che abbiano commesso, nei cinque anni precedenti o che vengano colte nel compimento di alcuni comportamenti lesivi contro persone e cose o che siano stati già, nei cinque anni precedenti, autori di fatti per i quali sono stati colpiti da provvedimenti di carattere preventivo.
All’articolo 8, infine, l’invio da subito di 500 militari a Milano fino al 31 dicembre, con una spesa di 4,7 milioni di euro. “Il contingente verrà messo a disposizione delle autorità di pubblica sicurezza per concorrere ai servizi che dovranno essere svolti nella città per il controllo del territorio e la sicurezza pubblica della città” ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, aggiungendo che in occasione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza che presiederà domani a Milano “ci sarà un piano di azione”.
“E’ quello il contesto in cui si vedrà la modalità d’impiego di queste risorse e si valuterà se possano essere dotate di qualche funzione innovativa rispetto all’impiego tradizionale, che possa essere una maggiore dinamicità” ha annunciato.
Dai rave ai cortei, continua la stretta securitaria con scarsi risultati. Appena 265 fermi e in sole due occasioni. E di questi, ben 174, proprio sabato scorso a Milano

(di Alessandra Ziniti – repubblica.it) – Da quando sono stati istituiti, a febbraio scorso, i fermi preventivi operati dalle forze dell’ordine prima di manifestazioni ritenute a rischio sono stati appena 265 e in sole due occasioni. E di questi, ben 174, proprio sabato scorso a Milano prima del corteo degenerato in violenze e devastazioni. Beffa e prova dell’inutilità di una misura annunciata come strategica per tenere lontani dalle piazze i cosiddetti professionisti del disordine e che l’ultimo decreto sicurezza appena approvato a Palazzo Chigi estende ora anche ai minorenni.
Sette decreti o disegni di legge sicurezza in quattro anni sono la certificazione del fallimento delle misure, tutte improntate alla stretta securitaria, adottate per altro quasi tutte in fretta sull’onda emotiva di violenze, disordini, fatti di cronaca che hanno messo a nudo l’inadeguatezza della gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza da parte del governo che ha sempre risposto istituendo nuovi reati, aumentando le pene, con continui giri di vite sugli immigrati e, negli ultimi mesi, con norme che avrebbero dovuto rimettere sotto controllo la violenza giovanile.
Già l’esordio, ad ottobre 2022, annunciava la strada. Un decreto anti-rave, non certo una priorità tra le emergenze relative alla sicurezza in Italia, un paese in cui le partecipazioni a questo tipo di raduni si contano sulle dita di una mano. Eppure, ad inizio legislatura, il governo ha istituito il reato di organizzazione e partecipazione ad un rave-party, punibile con pene fino a sei anni di reclusione e la E la confisca dei mezzi usati dagli organizzatori.
La violenza giovanile diventa una priorità nell’agenda del governo a settembre 2023 quando viene varato il cosiddetto decreto Caivano: avviso orale del questore esteso ai 14enni, divieto dell’uso di cellulare e pc ai giovani tra i 14 e i 18 anni responsabili di violenze, ma in caso di condotte più gravi anche per quelli tra i 12 e i 14; ampliamento della platea dei reati per i quali può essere disposta la custodia cautelare.
A novembre del 2022, questa volta con disegno di legge, il governo interviene ancora sulla sicurezza istituendo una raffica di nuovi reati: dalle truffe agli anziani alle rivolte nelle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio, dalle aggressioni alle forze dell’ordine ai blocchi stradali, al borseggio. L’effetto è praticamente nullo tanto che a giugno dell’anno scorso Palazzo Chigi porta al Quirinale la necessità di un nuovo decreto. Che questa volta interviene aggravando le pene per le occupazioni abusive delle case e ancora con una stretta al diritto di manifestare. Nasce il reato di blocco stradale, si aggravano le pene per violenza o minaccia a un pubblico ufficiale se commessa per impedire la realizzazione di un’opera pubblica strategica e se le violenze sono commesse vicino a stazioni ferroviarie o metro.
A febbraio scorso, sull’onda dei gravi disordini alla manifestazione in sostegno del centro sociale Askatasuna di Torino, con il grave ferimento di alcuni agenti, arrivano due provvedimenti destinati a mettere in sicurezza i cortei. Si introduce per decreto il fermo preventivo di 12 ore durante lo svolgimento di una manifestazione per le persone ritenute pericolose e si prova a incidere sulla dilagante violenza giovanile con le norme definite “anti-maranza” (come vengono indicati dalla maggioranza gli immigrati di seconda generazione)
Dopo diverse sconvolgenti aggressioni e persino un omicidio nelle scuole, il governo vara il divieto di vendere coltelli ai minori, anche su web e piattaforme elettroniche. Per tutti c’è il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile. Chi lo viola, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Se i fatti sono commessi da un minorenne, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a mille euro a carico dei genitori. Prevista poi l’estensione del Daspo urbano anche ai minori che finiscono anche nel mirino di eventuali indagini di competenza della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo che ora può esercitare i propri poteri anche nei procedimenti a carico di imputati minorenni.
Risultato: si riempiono come non mai gli istituti minorili ma la violenza non si ferma. Gli ultimi mesi sono una lunga teoria di inchieste delle procure dei minori su ragazzini radicalizzati, potenziali terroristi affascinati dell’islam alla teoria suprematista o accelerazionista. I coltelli continuano a colpire nelle scuole, ancora ieri a Castelvolturno, e le piazze raccontano di un disagio minorile senza precedenti.
Ci avete lasciato precarietà, stipendi da fame e l’ansia costante di non essere mai abbastanza. Guardando le vostre istituzioni, ecco quello che fa paura [di Giulia Benedetta Arienzo]

(di Giulia Benedetta Arienzo – ilfattoquotidiano.it) – A chi governa, a chi decide, a chi giudica, e a chi continua a fingere di non vedere.
Non vi scrivo per rabbia. La rabbia è una fiammata che si spegne in fretta. Vi scrivo con la lucidità di chi è sfinito, ma ha l’ostinata pretesa di non rimanere in silenzio. Sono un’umile ragazza di Salerno. Una ragazza ITALIANA. Lavoro, faccio i miei sacrifici e, nel tempo che mi resta, faccio la volontaria al canile della mia zona. Nonostante il mio piccolo stipendio e la fatica ad arrivare a fine mese, se serve qualcosa per i cani corro a prenderlo. Lo faccio perché conosco il valore della cura e dell’empatia. Ma mi chiedo: com’è possibile che chi ha poco offra tutto ciò che ha, mentre chi possiede il potere e la ricchezza sembra del tutto privo di umanità?
Vi riempite la bocca con la parola “merito”, ma in questa Italia il merito è un’illusione per consolare chi parte svantaggiato. Andare avanti non dipende da quanto studi o ti spacchi la schiena: dipende dai soldi della famiglia, dalle conoscenze e dai privilegi. Vedo i “figli di papà” con la strada spianata, mentre a noi restano solo precarietà, stipendi da fame e l’ansia costante di non essere mai abbastanza. Guardando le vostre istituzioni, ecco quello che fa davvero paura:
– Il teatrino della politica e le figure autorevoli: La delusione non riguarda un singolo partito, ma una classe politica intera. Dall’incompetenza e dalla gestione improvvisata del governo Meloni, fino alle sparate retrograde di personaggi come Vannacci; dalle giravolte della sinistra che ha dimenticato i lavoratori, fino agli scandali di corruzione che da decenni travolgono ministri, amministratori e parlamentari di ogni colore. Cambiano i governi, ma i privilegi restano gli stessi… Vi siete mai chiesti cosa resterà del vostro potere quando l’intera società sarà crollata sotto il peso dei vostri egoismi?
– Le caste e i vitalizi sulla pelle del popolo: Che sia la casta politica (spesso atea nei fatti) o quella religiosa (la Chiesa), entrambe sostengono a parole di lavorare per il popolo e per i fedeli. La verità è che nessuna delle due si priva mai dei propri immensi privilegi a favore di chi dovrebbe proteggere, accumulando ricchezze e garantendosi persino vitalizi a vita, mentre spremono il cittadino fino all’ultimo centesimo. Come potete guardare negli occhi un padre di famiglia che non sa come sfamare i propri figli mentre continuate a riscuotere i vostri privilegi senza provare la minima vergogna?
– La perdita della speranza e della fede: a parer mio, è solo ed esclusivamente colpa vostra se noi giovani ci siamo allontanati sia dalla politica, sia dalla religione. Avete distrutto ogni senso di comunità e fiducia, mostrandoci che le istituzioni (civili o spirituali) pensano solo ad autoconservarsi. Quando avrete spento l’ultima fiammella di fede e di speranza nei giovani, con quale coraggio vi sorprenderete se questo Paese diventerà un deserto arido e senza futuro?
– L’ombra della malagiustizia e le prove svanite: Assistiamo a un sistema giudiziario forte con i deboli e debole con i potenti. Vediamo troppi casi oscuri mai chiariti, come la tragica morte di David Rossi, archiviata troppo in fretta tra perizie ignorate e ombre mai dissipate. Vediamo i dubbi atroci su vicende come la strage di Erba, o la storia di innocenti finiti in carcere per anni solo perché chi doveva indagare ha preferito la fretta, l’arroganza o la propria carriera alla ricerca della verità. Quando la giustizia sbaglia o si piega agli interessi, chi paga non è mai chi ha sbagliato, ma l’anello più debole. Riuscite davvero a dormire la notte sapendo che dietro i vostri errori archiviati ci sono vite spezzate, innocenti in gabbia e verità sotterrate per comodità?
– La sanità a due velocità: Quando un potente o una figura istituzionale ha un problema di salute, si muovono reparti interi in pochi minuti. Per la gente comune ci sono liste d’attesa di mesi o anni, ed è pieno di cittadini che muoiono nell’attesa di un esame. Le nostre vite e la nostra salute valgono davvero meno della vostra solo perché non abbiamo un titolo, una tessera di partito o un conto in banca a proteggerci?
Avete calpestato la nostra legge fondamentale. L’Articolo 3 della Costituzione Italiana recita che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza”. Voi questi ostacoli li state aumentando ogni giorno. Ma il prezzo più alto di tutto questo è psicologico. L’angoscia per il domani non è una debolezza individuale: è il sintomo di uno Stato fallito. Quando un ragazzo della mia età sceglie di togliersi la vita perché travolto dal terrore di non farcela, schiacciato da un sistema spietato e lasciato solo dalle istituzioni, quello non è un dramma privato: è la sconfitta di una Nazione. Non sono così ingenua da credere che una lettera possa cambiare l’Italia. Ma se questa mia voce servirà anche solo a muovere un piccolo sassolino, non sarà stata vana.
A chi legge sui social: Sappiate che non siete soli nella paura del futuro.
Ai quotidiani e alle redazioni: pubblicatela. Abbiate il coraggio di dare spazio alla realtà di noi giovani.
A chi siede in Parlamento: smettetela di usarci per la propaganda. Il nostro futuro non è un dibattito televisivo: è la mia vita… è la NOSTRA vita.
Vorrei sapere se un giorno ce la faremo. Desidero un Paese in cui non si debba solo scappare o disperarsi, ma in cui valga la pena restare, lottare e vivere con dignità.
Le prefetture di Napoli e Salerno predispongono interventi a tutela della distribuzione di farmaci e altri beni essenziali. L’Enav: “Aeroporti di Crotone e Reggio senza carburante”. Il ministro Salvini: “Si danneggiano milioni di altri lavoratori”

(di Tiziana Cozzi – repubblica.it) – Si inasprisce la protesta degli autotrasportatori in Campania. Chiusi il nodo tra l’A1 e l’A30 Caserta-Salerno dalle 7 circa per chi proviene da Roma, lo svincolo di Nocera Pagani in uscita da entrambe le provenienze e il nodo tra l’A1 e la Sp1 Casoria per chi proviene da Roma ed è diretto verso la Ss7 Appia. Si registrano 3 chilometri di coda verso Napoli e 2 chilometri verso Roma.
A presidiare le aree interessate dai disagi ci sono gli agenti della polizia stradale e il personale di Autostrade per l’Italia, società che consiglia agli automobilisti percorsi alternativi attraverso la viabilità ordinaria, con uscite e rientri in autostrada in altre località a seconda della provenienza e della destinazione. Le associazioni di autotrasporto: “Il governo intervenga per fermare i blocchi”.
“Siamo vicini a tutti quelli che lavorano, capiamo la loro sofferenza, ma altra cosa sono i blocchi illegali, altra cosa è danneggiare milioni di altri lavoratori, produttori, agricoltori, pescatori, pendolari ecc” ha detto il ministro dei Traporti, Matteo Salvini a Radio anch’io.
Forti disagi per gli automobilisti, ripercussioni anche sulla Tangenziale di Napoli con lunghe code. Prosegue il blocco dei rifornimento, supermercati vuoti e distributori a secco. Decine di camion bloccano l’ingresso all’interporto di Marcianise a Maddaloni, impedendo l’uscita dei mezzi di rifornimento. Centinaia di automezzi sono fermi tra Nola, Caserta Nord, Avellino, Capua e Caianello.
Gli autotrasportatori in molti casi sono affiancati dagli agricoltori. Pesanti i disagi per la viabilità, complice anche il maltempo, nel Napoletano e nel Casertano. Restano a rischio i trasporti via mare verso Ischia e Procida. Tagli alle corse in vista anche per Air Campania.
Dopo i presidi ai caselli autostradali di Frosinone e Ferentino, la mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro carburanti si estende anche al sud della provincia di Frosinone, al confine con la Campania.
Dalla scorsa notte una decina di tir sono fermi nei pressi del casello autostradale di San Vittore del Lazio, dove il presidio sta progressivamente attirando altri mezzi pesanti. La protesta sta avendo ripercussioni anche sulla viabilità ordinaria, con una coda in formazione lungo la strada statale Casilina, nel tratto al confine tra Lazio e Campania. Sul posto sono presenti le forze dell’ordine, impegnate a monitorare la situazione e a garantire la sicurezza della circolazione. Al momento, secondo le informazioni disponibili, la manifestazione si svolge pacificamente.
Le associazioni degli autotrasportatori dell’Albo dopo l’incontro di ieri a Milano con il Ministro Salvini chiedono con urgenza un intervento deciso e immediato del ministro Piantedosi “per rimuovere i presidi che da giorni stanno bloccando il Sud con impatti ormai non più sostenibili sia per il comparto stesso, sia per il sistema degli approvvigionamenti all’intera collettività, penalizzando gravemente cittadini e imprese”.
“Continuare a bloccare il Paese non è più giustificabile dopo che il Governo ha riaperto il dialogo con la categoria e ha assunto impegni importanti in continuità con l’intesa di Palazzo Chigi per riconoscere liquidità immediata alle imprese di autotrasporto e individuare le misure necessarie per fronteggiare l’attuale situazione”, affermano Anita, Cna/Fita, Confartigianato trasporti, Fai, Fedit, Fiap, Sna casartigiani, Confcooperative lavoro e servizi, Legacoop produzione e servizi, Unatras, Assotir
L’Enav, ente nazionale di assistenza al volo, ha diffuso una nota nel quale avverte le compagnie aeree che, a causa della protesta degli autotrasportatori, gli scali di Crotone e Reggio Calabria sono rimasti a secco di carburante per rifornire i velivoli in transito. Nessun problema, precisa l’Enav per l’aeroporto internazionale di Lamezia Terme.
Nel nota inoltrata dall’ente nazionale dell’aviazione alle compagnie aeree si avvisa che “dalle ore 22 del 20 ottobre 2026 alle ore 22 del 23 ottobre 2026 presso l’aeroporto di Crotone (Libc) il carburante Jet A1 non è disponibile. I piloti devono quindi pianificare il rifornimento presso l’aeroporto di partenza o precedente, in quantità sufficiente per le tratte successive”. Situazione analoga per lo scalo di Reggio Calabria.
Il bollettino tecnico obbliga dunque tutti i comandanti a imbarcare quantitativi di carburante adeguati già sulle piste di decollo originarie, calcolando con la massima attenzione i consumi previsti.
Ieri il Comitato trasportatori siciliani (Cts) ha disposto la revoca del fermo dei servizi per sbloccare la situazione logistica in Sicilia e dare un segnale di apertura al governo. La decisione è giunta dopo il confronto con il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, “durante il quale sono state accolte- informa una nota del Cts – la quasi totalità delle richieste della piattaforma rivendicativa”. Il prossimi incontro è per il 27 ottobre.
L’associazione precisa, tuttavia, che le aziende rimarranno in stato di agitazione fino alla completa risoluzione degli ultimi nodi aperti. “Vogliamo tornare a lavorare e non penalizzare ulteriormente il territorio ma la revoca del fermo non è una cambiale in bianco. Monitoreremo con estrema attenzione il rispetto delle tempistiche e l’istituzione del tavolo per il Sud”, dice il Cts.
Alcuni autotrasportatori ‘padroncini’ hanno annunciato l’intenzione di continuare con l’agitazione. Ci saranno due tavoli distinti per affrontare la crisi dell’autotrasporto, con un confronto specifico dedicato alle piccole imprese e a quelle escluse dal credito d’imposta, ha annunciato il viceministro delle infrastrutture e dei trasporti Edoardo Rixi, al termine dell’incontro a Milano con i rappresentanti dei sindacati autonomi degli autotrasportatori del sud, parlando dei prossimi appuntamenti del 27 ottobre.
Eav, holding regionale dei trasporti, ha annunciato possibili riduzioni e sospensioni dei servizi automobilistici a partire da oggi e, in assenza del ripristino delle forniture di carburante, di alcuni servizi ferroviari dal 24 ottobre.
Soffre anche il trasporto marittimo e, in particolare i traghetti diretti a Ischia e Procida. Caremar lancia l’allarme e annuncia cancellazioni di corse con una nota.
In Prefettura a Salerno è stato istituito un tavolo per monitorare la protesta in provincia e le criticità relative all’approvvigionamento di carburanti, beni e servizi essenziali. In campo anche la Prefettura di Napoli, che ha attivato un servizio di raccolta delle segnalazioni per monitorare le difficoltà e predisporre interventi a tutela della distribuzione di farmaci e altri beni essenziali. Dello stop, risentono anche i mercati ortofrutticoli.
In molti supermercati campani, dal week end scorso, è corsa alle scorte. Vengono segnalate carenze di prodotti freschi sugli scaffali e nei frigoriferi per le difficoltà nei rifornimenti.