Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Usigrai contro Bruno Vespa


“Sabrina Brizzola apostrofata e interrotta più volte in modo aggressivo. Ci piacerebbe che questo piglio venisse riservato anche ai potenti”. Durante Porta a Porta il conduttore ha invitato Sabrina Brizzola dell’Unione degli universitari a “studiare” e “documentarsi” prima di intervenire. Il sindacato dei giornalisti Rai accusa Vespa di averla interrotta più volte con un atteggiamento “aggressivo e paternalistico”

“Sabrina Brizzola apostrofata e interrotta più volte in modo aggressivo. Ci piacerebbe che questo piglio venisse riservato anche ai potenti”: Usigrai contro Bruno Vespa

(di Giuseppe Candela – ilfattoquotidiano.it) – Il filmato in poche ore viene rilanciato sui social, a finire nel mirino è ancora una volta Bruno Vespa: “Quando parlate voi giovani, per favore, documentatevi prima. Questo lavoro è fatto anche di studio, capisce? Quindi quando venite qui, venite preparati, dovete studiare, sennò dite delle sciocchezze che non vi giovano“, ha detto il conduttore rivolgendosi a Sabrina Brizzola, 24enne coordinatrice dell’Unione degli universitari, mentre quest’ultima nel corso della sua ospitata a “Porta a Porta” stava parlando del tasso di abbandono scolastico “molto alto in Italia”.

“Visto che lei è informata, la prego di vedersi le statistiche”, ha aggiunto il padrone di casa dopo aver più volte chiesto a Brizzola – visibilmente innervosito – di non essere interrotto: “C’è il massimo recupero storico di abbandono scolastico. Noi siamo con un anno di anticipo rispetto ai target dell’Unione europea”. “Posso rispondere? L’Italia è l’unico paese in Europa che non copre tutte le borse di studio degli studenti universitari. Questo è un dato che se qualcuno vuole confutarmi sono contenta di ascoltare. Le borse di studio non vengono coperte, le università vengono definanziate“, ha aggiunto la coordinatrice dell’Unione degli universitari.

Alla pioggia di critiche social, si è aggiunta nelle scorse ore una nota dell’Usigrai, sindacato che rappresenta i giornalisti dell’azienda pubblica: “Ancora una edificante pagina di Servizio Pubblico da parte del conduttore con contratto da artista Bruno Vespa. Ci chiediamo se sia ulteriormente tollerabile che in uno studio della Rai si assista ad un comportamento tra l’aggressivo e il paternalistico (pensavamo di non essere più nell’epoca dei romanzi di Jane Austen!) come quello tenuto nei confronti di Sabrina Brizzola coordinatrice dell’Udu, Unione degli Universitari, che nella puntata del 20 ottobre non ha potuto terminare il proprio ragionamento apostrofata e interrotta più volte in modo aggressivo da Vespa. Ci piacerebbe che un tale piglio da grande mattatore televisivo venisse riservato anche ai potenti di turno nei confronti dei quali invece Vespa mostra solitamente un’invidiabile pacatezza”. Da segnalare, inoltre, che l’account X di Bruno Vespa risulta sospeso. Non è chiaro se la sospensione sia legata a quanto accaduto o se avvenuta in precedenza.


ENI triplica i guadagni, +202%


Il governo non sa ancora se alzare le tasse al settore energetico in Manovra. Nel 2026, ENI ha registrato finora un utile netto da 7,6 miliardi: un aumento del 202% rispetto allo stesso periodo del 2025. Uno dei motivi principali è il caro energia. Il governo, alle prese con la Manovra, ora valuta di prolungare l’aumento dell’IRAP per altri due anni.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Il gruppo ENI, finora nel 2026, ha guadagnato 7,6 miliardi di euro. Si tratta di un aumento del 202% rispetto allo stesso periodo del 2025. È uno dei segnali della fase che attraversano le aziende del settore energetico quest’anno: il caro carburanti e il caro bollette, nel complesso, pesano sulle famiglie e aumentano gli incassi delle imprese.

Anche per questo il governo Meloni, che deve stendere la sua ultima legge di bilancio in una situazione in cui i fondi scarseggiano, sta valutando di prolungare l’aumento dell’IRAP deciso lo scorso anno: si tratterebbe di alzare l’imposta del 2% anche negli anni 2028 e 2029, oppure aumentarla ulteriormente nel 2026 e 2027, quando c’è già un incremento del 2% in vigore. Le aziende energetiche, però, hanno già alzato la voce per opporsi.

Il bilancio di ENI finora nel 2026
Secondo quanto comunicato da ENI, nel terzo trimestre del 2026 l’utile netto adjusted – ovvero i guadagni al netto di tutte le spese e anche delle spese e delle entrate una tantum straordinarie – è stato di 2,8 miliardi di euro. L’anno scorso, negli stessi mesi, fu di 1,2 miliardi di euro. Un incremento del 125%. Non solo: l’utile netto (questa volta tenendo conto anche di spese e entrate una tantum) per il 2026 finora è stato di 7,6 miliardi; contro i 2,5 miliardi del 2025, è un aumento del 202%. L’importo, insomma, è più che triplicato.

Il debito è ai “minimi storici”, si legge nel comunicato, e le prospettive per il 2026 “migliorano ulteriormente”. Per questo, gli azionisti saranno ricompensati a dicembre con un dividendo straordinario (cioè una distribuzione dei guadagni realizzati) che varrà 46 centesimi ad azione, per una somma complessiva da 1,3 miliardi di euro. Inoltre, ci sarà un aumento del programma di buyback (l’operazione con cui un’azienda si ricompra una parte delle sue azione, pagando quindi chi le possiede al momento) portandolo a 3,8 miliardi di euro in tutto.

L’amministratore delegato, Claudio Descalzi, ha commentato: “Gli eccellenti risultati conseguiti nel terzo trimestre derivano dalla forza del nostro modello operativo e dai selettivi investimenti nel nostro portafoglio ampiamente diversificato di asset competitivi”, dicendo che l’azienda continuerà ad assicurare ai clienti “forniture energetiche sostenibili, sicure e sempre più decarbonizzate”, per quanto la scoperta e l’estrazione di idrocarburi sia aumentata.

Il governo valuta un aumento delle imposte con la Manovra 2027
Non è una sorpresa che le aziende energetiche vedano un forte aumento degli utili, visti i rincari causati dallo scoppio della guerra in Iran. Anche per questo il governo Meloni, che nella prossima legge di bilancio dovrà affrontare il caro energia con delle risorse molto limitate (al netto delle trattative in corso con l’Europa), sta valutando un aumento delle tasse.

L’ipotesi in lavorazione sarebbe quella di prolungare un aumento dell’IRAP del 2% (dal 3,9% al 5,9%) anche per il 2028 e il 2029. La mossa arriva anche perché il contributo dalle banche, su cui l’esecutivo punta parecchio, si sta rivelando più complicato del previsto. Carlo Messina, di Intesa Sanpaolo, ha dichiarato pubblicamente di essere sorpreso e ha spinto, appunto, ad allargare eventualmente la misura a tutte le grandi aziende “con un dibattito trasparente”. Rinunciare a quei fondi, al momento, non è un’opzione per il governo: la legge di bilancio ha già poche risorse a disposizione.

Le aziende contrarie, Bonelli (Avs): “Serve una tassa straordinaria”
Elettricità Futura, l’associazione aderente a Confindustria che riunisce produttori, distributori e fornitori di energia ha già contestato la possibile misura, però, Ieri il presidente Salvatore Pinto ha dichiarato: “Siamo preoccupati, se si confermasse tale scelta si colpirebbe il maggior investitore industriale del Paese”. E ha concluso: “Ricordiamo che il nostro settore è pronto a investire nei prossimi dieci anni 200 miliardi con evidenti benefici per famiglie e imprese, ma a patto che ce ne siano le giuste condizioni. E nuove tasse non sono condizioni favorevoli agli investimenti”.

Dalla politica, però, la spinta arriva. Anche dalle opposizioni. Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi-Sinistra, ha sottolineato la situazione di ENI: “Questi profitti nascono dalla crisi energetica e dall’aumento del prezzo del petrolio. Sono soldi usciti dalle tasche degli italiani alla pompa di benzina e in bolletta. Mentre l’Italia diventa più povera, il governo Meloni consente l’arricchimento delle società energetiche ai danni degli italiani”. E ha chiesto: “Va introdotta una tassa straordinaria sui profitti delle società energetiche, con i proventi destinati a ridurre le bollette delle famiglie con redditi bassi e medi e i costi energetici delle piccole imprese, e a finanziare la transizione verso l’elettrico e le rinnovabili”. Il governo Meloni, ha concluso Bonelli, “è responsabile della crisi sociale perché ha scelto di stare dalla parte dei petrolieri invece che da quella degli italiani: ha usato i soldi pubblici per tamponare l’emergenza, invece di far pagare chi si è arricchito, e continua a tenere il Paese legato a gas e petrolio, che sono la causa del caro energia”.


In tutta Italia ci sono oltre cento scuole e università occupate


(Alberto Biondi – lindipendente.online) – Nelle ultime tre settimane gli studenti italiani hanno dato vita alla più estesa ondata di occupazioni scolastiche e universitarie degli ultimi anni. Da Torino a Palermo, passando per Roma, Firenze, Bologna e Napoli, licei, istituti tecnici e sedi universitarie sono stati presi in mano da chi li frequenta, per chiedere edifici sicuri, più fondi all’istruzione e meno alle armi, e per opporsi al tetto agli alunni stranieri voluto dal governo. Un fenomeno che sui grandi media trova spazio soprattutto quando un corteo degenera in scontri, mentre la sua reale dimensione resta in ombra.

Un conteggio esatto non esiste. Tuttavia, sommando i casi documentati dalla stampa nelle principali città si superano già le 60 scuole, a cui vanno aggiunti gli atenei e gli istituti dei centri minori, per un totale che con ogni probabilità supera il centinaio. Il punto di partenza è stato Torino, dove il 5 ottobre sono stati occupati il liceo Regina Margherita e l’istituto Carlo Ignazio Giulio. Nel giro di dieci giorni le scuole superiori occupate in città erano diventate una ventina, con altri istituti in agitazione nella cintura, da Moncalieri a Chieri. A Roma, dopo il Cavour e il Newton, solo tra il 19 e il 20 ottobre sono stati occupati otto istituti, dal Plinio al Morgagni, dal Montessori al Rossellini, il cui collettivo denuncia aule allagate e bagni inagibili e una scuola «diventata una caserma dove arrivare con un ritardo di cinque minuti a scuola può provocare sanzionamenti, così come l’alzare la testa portando il dissenso tra le mura scolastiche». A Firenze gli istituti occupati sono arrivati a 14 tra città e area metropolitana, con studenti che promettono: «Andremo avanti finché non ci ascolterete».

La mappa non si ferma alle grandi città del Centro-Nord. A Napoli, dopo il liceo Tito Lucrezio Caro, occupato anche contro il progetto di un CPR (i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, dove vengono trattenuti i migranti in attesa di espulsione) a Castel Volturno, sono stati occupati l’Umberto, il Mercalli, il Sannazaro e il Genovesi e la protesta ha raggiunto l’università, con Palazzo Giusso dell’Orientale e due sedi della Federico II occupate contro il carovita. A Bologna dopo il liceo Laura Bassi è toccato al liceo scientifico Copernico, mentre il Rosa Luxemburg è stato occupato e il Minghetti bloccato. A Milano il corteo del 16 ottobre si è concluso con l’occupazione dell’ex obitorio di via Francesco Sforza, edificio vuoto destinato all’Università Statale, mentre a Genova le scuole occupate sono state tre. In Sicilia, a Palermo gli studenti dei licei Umberto I e Vittorio Emanuele II dormono a scuola e resteranno fino a venerdì, mentre altri cinque istituti sono in stato di agitazione. A Catania gli studenti del liceo Boggio Lera hanno avviato l’autogestione, cioè la gestione diretta delle attività didattiche, per spezzare quello che chiamano un «immobilismo storico giunto al limite».

Le rivendicazioni sono omogenee da un capo all’altro del Paese. Al primo posto c’è l’edilizia scolastica, con infiltrazioni, riscaldamento guasto e piani interi dichiarati inagibili. Subito dopo la richiesta di spostare risorse dalla spesa militare alla scuola, riassunta nello slogan «più soldi per la scuola e meno per le armi» che a Firenze diventa la proposta concreta di trasferire 10 miliardi all’istruzione pubblica. Ovunque si contesta il decreto del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che rende vincolante il limite del 30% di alunni che non parlano bene l’italiano in ogni classe, con il trasferimento degli altri in scuole vicine. Poi il carovita, la cosiddetta «scuola-caserma», cioè regolamenti disciplinari sempre più rigidi e il nuovo voto in condotta che può costare la bocciatura, lo stop ai percorsi di formazione scuola-lavoro e l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva in classe. Tra gli universitari, l’Unione degli Universitari ha piantato le tende davanti a una decina di atenei chiedendo, tra l’altro, 4 miliardi per alloggi pubblici, in un Paese in cui mancano 236.000 posti letto per studenti.

Le occupazioni sono la parte più visibile di una mobilitazione più ampia, che si ispira apertamente alla rivolta delle scuole francesi («facciamo come in Francia» è lo slogan più diffuso) e si inserisce in un’ondata di proteste giovanili che sta attraversando molti Paesi del mondo. Il 16 ottobre lo sciopero studentesco convocato da OSA, Cambiare Rotta, Rete degli Studenti Medi e Fridays for Future ha portato in piazza migliaia di giovani in decine di città, da Roma – dove la questura ha contato 5.000 persone e gli organizzatori 20.000 – a Bari e Cagliari, mentre OSA rivendica 400.000 partecipanti in tutta Italia. La risposta delle istituzioni si è concentrata sull’ordine pubblico e sulla repressione. A Milano, dopo gli scontri del 17 ottobre, i fermati sono stati oltre 200, quasi tutti minorenni. Gli studenti, intanto, guardano avanti: per questo sabato 24 ottobre sono previsti cortei in almeno otto città, mentre il 30 ottobre aderiranno allo sciopero generale proclamato dall’USB e il 20 novembre torneranno in piazza per lo sciopero studentesco europeo contro la guerra, lo stesso giorno in cui la CGIL ha convocato il proprio sciopero generale.


Le infiltrazioni d’ignoranza


(Stefano Rossi) – Sui disordini nelle manifestazioni a Milano.

Il ministro della Difesa Crosetto al Defense Procurement Forum a Roma: “I fatti di Milano e di altre parti d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca”.

Sui disordini dovuti allo sciopero dei trasportatori.

Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida: “I blocchi sono illegali perché violano le norme in vigore e danneggiano consumatori e imprese. Abbiamo evidenze che alcuni dei protagonisti hanno precedenti penali. Il rischio di infiltrazioni criminali è reale”.

Dichiarazioni avulse dalla realtà e dal disagio che opprimono molte categorie di lavoratori e studenti. Facile tirare in ballo Russia, Cina e criminalità senza uno straccio di prove!

Sono poi quelli che, in Consiglio dei ministri, hanno votato alcune norme del tutto inutili e fuorvianti come quelle che, se un minore danneggia dei beni altrui, pagheranno i genitori. Pazzesco ricordare che, almeno dal 1942, ci sono già norme che prevedono questo!

Sono poi quelli che avrebbero deciso di estendere, in favore dei militari, le funzioni della polizia giudiziaria. Dimenticando, o meglio, senza sapere che, quelle funzioni sono gradate nei ruoli di agente e ufficiale di polizia giudiziaria per polizia, carabinieri, finanza e polizie municipali e vengono svolte solo dopo aver superato mesi di corsi e studi.

In questi uffici ci sono funzionari, dirigenti e ufficiali che sono, o sono stati, ufficiali di P.G., i quali, alla bisogna, possono sempre dare consigli e ordini proprio nello svolgimento di quelle funzioni ai sottoposti.

Ora, immaginiamo un caporal maggiore con quelle funzioni che dovrebbe procedere ad una perquisizione nell’ipotesi di sospettare di trovare arnesi da scasso dentro una macchina. Può procedere preventivamente o deve attendere l’ordine del procuratore? In caso di dubbio non potrà avere consigli dal suo capitano o maggiore, i quali, per definizione, non hanno mai svolto quelle funzioni.

Senza contare la follia di un esercito senza le funzioni di polizia giudiziaria, ma con 500 militari, di basso grado che, invece, godono di quelle funzioni.

L’idea malsana, guarda caso, era di Matteo Salvini. E ho detto tutto.

Ancora una volta, è dovuto intervenire Mattarella a ricordare, a questi cialtroni, che non era il caso di estendere le funzioni di P.G. ai militari.

Chiude questa mesta rassegna di incompetenza, il compito che si è voluto dare un certo Bruno Vespa. Dall’alto dei suoi 82 anni, ha pensato bene di chiamare nella sua trasmissione la 24enne,  Sabrina Brizzola, che dorme in una tenda a Piazza del Popolo a Roma. Lei è la rappresentante dell’Unione degli Universitari che svolge un ruolo che da fastidio a questo governo e Vespa non poteva perdere questa occasione.

Mentre lei parlava di un diritto allo studio negato per le alte tasse universitarie e altro, lui è intervenuto duro: “La prego di vedersi le statistiche, c’è il massimo recupero storico di abbandono scolastico. Abbiamo un anno di anticipo rispetto ai target dell’Unione Europea. Quando parlate, voi giovani, documentatevi prima”.

Tutto vero, ma che c’entra con il diritto allo studio di chi non abbandona le scuole, anzi, vuole iscriversi all’università?

Vedo un mondo di boomer del tutto arroccati nei loro palazzi sempre in difesa, pronti ad attaccare al minimo segnale di stress senza voler capire, comprendere, senza alcun confronto con i giovani.


Guardia Sanframondi: Premio Bacco 2026 a Luciano Pignataro


 E’ in nome di Bacco che domenica 27 settembre u.s. in occasione della 4° edizione di “GustaGuardia” svoltasi in piazza Castello  è stato premiato il famoso giornalista e Wine&food Blog Luciano Pignataro a cui è stato conferito il “Premio Bacco”  (rappresentato da un’opera in ceramica realizzata ad hoc dal maestro d’arte Pietro Marcuccio)  per  “l’impegno profuso in questi anni nella  diffusione della cultura enoica”.

Il premio è stato ideato 10 anni orsono dalla “Casa di Bacco” per promuovere la cultura del vino (intesa come bere responsabile) e come antidoto in contrapposizione alla cultura dominante (specie fra i giovani) dei cocktail,  dei superalcolici e della droga che appaiono sempre più diffusi e rappresentano la vera causa di tanti fenomeni di devianza sociale.

Il senso del premio sta proprio nel mix di impegno appassionato e convinto per il cosiddetto nettare degli dei e carriere importanti. Merito e riconoscimento. Un modo per esaltare le eccellenze del Paese impegnate nel difendere un’identità non solo territoriale ma anche culturale.

Inoltre, la  cerimonia di premiazione è stata arricchita dal convegno “Viticoltura tra clima e mercato. Carbon Farming, redditività e futuro del vigneto sannita” che ha visto la partecipazione del sindaco di Guardia Sanframondi, Raffaele Di Lonardo e di Fiorenza Ceniccola, vicesindaca ed amministratrice della Casa di Bacco. Con loro, oltre a Luciano Pignataro anche il giornalista e divulgatore  della cultura vitivinicola sannita Pasquale Carlo.     

Infine, la serata è stata deliziata dalla “braciata” gentilmente offerta da “Macellerie Maddaloni” che ha messo in funzione, per la prima volta, l’originale braciere ideato dalla Casa di Bacco; è stata allietata dalla musica di “Antonio”  e resa indimenticabile da “Magic Victor” che ha incantato il folto pubblico presente con le sue performance magiche.

Il prossimo appuntamento di GustaGuardia è fissato per sabato 31 ottobre p.v. e sarà caratterizzato dalla presentazione del libro:

“La Scuola Filosofica Sannita” di Giancristiano Desiderio.

La Casa di Bacco


Stronzate costruite a tavolino


(Andrea Zhok) – La narrazione del Fronte Eurobellicista e degli organi di stampa a gettone sulle proteste in corso è la seguente:

1) Questa sarebbe la “rivolta dei maranza”.

Anche se la maggior parte di chi protesta sono Italiani in Italia, Francesi in Francia, Greci in Grecia, Albanesi in Albania, Spagnoli in Spagna, ecc. le uniche foto che circolano sono quelle dei maranza che saccheggiano i negozi. Per trovare dichiarazioni politiche, contestazioni del carovita, richieste di sostegno al welfare, ecc. bisogna setacciare il web. L’immagine che si vuole imporre è quella della rivolta degli ingrati del sistema, ospitati per puro spirito di carità, ed ora incapaci di accettare le leggi di chi li ospita.

2) Questo sarebbe un momento dello “scontro di civiltà”.

I maranza sono l’avanguardia degli islamici per la conquista del potere in Europa. Qui si fa appello alle (sacrosante) istanze di autopreservazione della popolazione locale rispetto a movimenti migratori incontrollati, incidentalmente, movimenti VOLUTI DAGLI STESSI CHE PROMUOVONO LA GUERRA.

Il quadretto è:

“Invasione della barbarie islamica fancazzista” VS “Cittadini virtuosi che alzano la serranda ogni mattino e sopportano eroicamente i sacrifici che la patria richiede”.

3) Abbiamo le mani legate, lasciateci mettere ordine.

L’apparato repressivo messo in campo negli ultimi anni sul piano giuridico, per limitare il diritto di sciopero, il diritto di manifestazione, il diritto di protestare in qualunque forma, viene ora presentato come un sistema timido, che soffre dei troppi lacci e lacciuoli, e non consente di tornare ai bei tempi in cui il generale Bava Beccaris usava l’artiglieria pesante su chi protestava contro il carovita (allora si trattava del prezzo del pane).

Qui qualche inflitrato strategico serve a giustificare la repressione.

Una semplice conclusione

Chi si beve questa pila di stronzate costruite a tavolino merita di restare in catene per tutta l’eternità.

E se ciò non accadrà, non accadrà solo grazie a quelli che, al posto loro, hanno disturbato il manovratore.


Trump insiste: “Dopo golfo e lago ci servono un fiume e un oceano”


IRONIA TRUMP, ‘PENSO DI AVER IL DIRITTO DI CORRERE DI NUOVO PER LA PRESIDENZA’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “Penso, ma non sono sicuro al 100%, di non poter correre di nuovo. Ma ci hanno ingannato la seconda volta e quindi penso di avere il diritto di correre di nuovo. Abbiamo vinto tre volte”. Lo ha detto scherzando Donald Trump nel corso di un comizio in Iowa riferendosi alla sua vittoria nel 2020. La costituzione americana prevede che un presidente non possa effettuare più di due mandati.

TRUMP, ‘ANDATE A VOTARE E I PROSSIMI DUE ANNI SARANNO MIGLIORI’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “L’età dell’oro è arrivata, ma dovete andare a votare per rendere i prossimi due anni migliori”. Lo ha detto Donald Trump lodando il movimento Maga. “E’ senza precedenti, nessuno ha mai visto una cosa del genere”, ha messo in evidenza.

TRUMP INSISTE, ‘DOPO GOLFO E LAGO CI SERVONO UN FIUME E UN OCEANO’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “Abbiamo un golfo e un lago. Stiamo cercando un fiume, mi piacerebbe l’Hudson ma non penso di farcela. Ci serve anche un oceano: pensate se l’Atlantico diventasse l’Oceano dell’America. Ho anche chiamato al riguardo l’amministratore delegato di Google”. Lo ha detto Donald Trump nel corso di un comizio in Iowa.


Al governo Meloni è rimasta solo la repressione


(Francesco Cancellato) – Quando non hai più niente da offrire, rimangono solo paura e repressione.

Un bel decreto sicurezza, l’ottavo, e gli ennesimi nuovi reati. E poi l’esercito, i lince, i droni nelle piazze. E ancora il carcere, la precettazione,i blocchi da smobilitare. Eccola qua, la risposta del governo Meloni alle istanze poste dai giovani e dagli autotrasportatori. Ma anche a chi chiede una casa a prezzi normali, o banalmente di trovare benzina ai distributori e cibo nei supermercati. In una parola: repressione.

È questo l’esito, nei fatti, di una settimana di proteste. Non si è mai parlato di scuola e di fondi all’istruzione, come chiedevano gli studenti. Non c’è stata nessuna risposta sul tema della casa, come chiedevano gli universitari accampati nelle tende. E per gli autotrasportatori, invece, sono stati stanziati 175 milioni, anzi no 105, dopo aver promesso un miliardo tre giorni fa e 400 milioni l’altro ieri. Praticamente, il nulla del nulla.

In compenso, criminalizzazione del dissenso come se piovesse, nella miglior tradizione della destra italiana. Fiumi di parole e inchiostro sugli undicenni da trattare come fossero adulti, sulla polizia che ha usato la mano troppo leggera e, giusto ieri, sulle carceri minorili da ampliare in vista di massicci arresti. I

l tutto condito dalla solita mano di paranoia da complotto internazionale, da accuse a casaccio a centri sociali e pro Pal, E razzismo, ovviamente, che sui giornali e nei talk show della destra si è acuito, anziché attenuarsi, quando si è scoperto che la stragrande maggioranza dei ragazzini fermati era di cittadinanza italiana: perché il problema non è l’integrazione, per loro, ma il colore del sangue. Se hai un nonno straniero, sei comunque straniero. Anche se sei italiano.

Va detto che anche se volesse fare altrimenti, il governo non potrebbe. Perché, banalmente, non ha i soldi per occuparsi di scuola, o di case, o di welfare giovanile, o di lotta al disagio delle periferie urbane, o di inflazione e di costo carburante. La legge di bilancio è la più povera di sempre e i soldi ci sono solo per comprare armi e investire nelle rinnovabili. E anche volessimo sfidare i mercati, beh, sono i mercati per ora che stanno sfidando noi: ieri lo spread ha toccato quota 125 e la Borsa di Milano è colata a picco.

Avete presente quelle mappe dove a un certo punto c’è una freccina con la frase “voi siete qui”? Ecco: noi siamo qui.


Tutte le omissioni di Giorgia: come il governo ha aiutato l’inflazione a tagliare i salari


Il disastro per il lavoro dipendente

Tutte le omissioni di Giorgia:  come il governo ha aiutato  l’inflazione a tagliare i salari

(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – Il no al salario minimo, la spinta al rinnovo dei contratti arrivata in ritardo e ancora inefficace, gli aumenti per i dipendenti pubblici sotto l’inflazione e una rincorsa al taglio del cuneo fiscale che comunque non ha compensato le perdite. I trasportatori e gli agricoltori stanno bloccando il Sud Italia, colpiti dai prezzi di benzina e gasolio, ma in questi anni il governo Meloni non è riuscito a proteggere neppure il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, penalizzati in quasi tutte le categorie.

Ogni dato a disposizione dice che in Italia i salari reali, lordi e netti, sono scesi. L’Istat l’ha mostrato il 12 ottobre: rispetto al 2021, le retribuzioni sono più basse del 9,3%. Sono cresciute in valore assoluto, ma più lentamente dei prezzi. La fiammata non è colpa del governo, dipende da fattori internazionali; la scarsa capacità di alleviarne gli effetti, invece, dipende anche dalla politica.

La risposta del governo ha avuto due fasi. Nel primo triennio l’unico strumento per aumentare gli stipendi è stato il fisco: decontribuzioni e sconti Irpef per far crescere il netto in busta, anche con una fiacca dinamica dei rinnovi contrattuali. Risultato: le buste paga effettive sono salite comunque meno dell’inflazione per buona parte dei lavoratori. Lo ha stabilito l’Inps analizzando i percentili di reddito di chi lavora full time tutto l’anno. Tra il 2019 e il 2025, l’indice dei prezzi al consumo (Ipca) è cresciuto del 20,5%: nel decimo percentile, i redditi da 23.780 euro lordi, la crescita delle retribuzioni nette è pari al 16,9%, vari punti sotto l’inflazione; nel ventesimo percentile, a quota 26.540 euro, la salita è stata del 16,8%. Malgrado buona parte delle risorse per il taglio al cuneo fiscale siano andate ai redditi medio-bassi, questo ha compensato solo parte delle perdite dovute al carovita.

C’è poi la beffa segnalata dall’Ufficio parlamentare di bilancio: l’aver impiegato tante risorse pubbliche per innalzare direttamente gli stipendi può aver indebolito i rinnovi contrattuali. In sostanza, visto che ci pensava lo Stato, le imprese hanno subito meno pressione nel far salire i salari con le proprie risorse.

Anche lo Stato, peraltro, è un datore di lavoro che non ha permesso ai suoi dipendenti di recuperare l’inflazione: nel triennio 2022-24 agli statali sono stati concessi aumenti del 6% a fronte di un aumento dei prezzi vicino al 17%. Nel triennio 2025-2027, il rinnovo ha portato in busta il 7,6% in più, percentuale che sembrava poco sopra l’inflazione prevista, ma ora rischia di non bastare per i nuovi rialzi. L’effetto combinato nel doppio rinnovo è comunque molto inferiore al carovita dei sei anni. Il privato si è adeguato. A parte metalmeccanici e bancari, tutti i grandi contratti del terziario sono stati rinnovati con aumenti sotto l’inflazione; il turismo ha perso più del 10% di salario reale, il commercio poco meno.

A fronte di questo disastro, le uniche norme per aiutare i rinnovi contrattuali sono arrivate negli ultimi mesi. Una è nel decreto sul “salario giusto” e impone alle imprese di adeguare gli stipendi solo dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti, con aumenti pari al 50% dell’inflazione (la norma non vale per settori stagionali e sanità privata). Un’altra norma è la detassazione degli aumenti derivanti dai contratti firmati tra il 2024 e il 2026: il ministero del Lavoro spiega che nella prima metà dell’anno ne hanno beneficiato 3,8 milioni di lavoratori e ora si lavora per estenderla ai contratti rinnovati nel 2027. Forse velocizzerà le trattative, ma rischia di tenere bassi gli aumenti lordi.


Medici e infermieri, le carte riservate: cosa serve per fermare la fuga dagli ospedali


Medici e infermieri, le carte riservate: cosa serve per fermare la fuga dagli ospedali

(di Simona Ravizza – corriere.it) – Fermare la fuga di medici e infermieri dagli ospedali pubblici è un problema che non può più essere rimandato. La gravità della situazione stavolta viene denunciata, attraverso documenti che Dataroom ha recuperato, proprio da chi ha la responsabilità di governare la Sanità: Regioni (unite in modo bipartisan) e Ministero della Salute. Il quadro che emerge, in vista della Legge di bilancio 2027, è drammatico.

Il problema lo conosciamo a memoria: gli ospedali pubblici faticano ad assumere medici e infermieri. Ma ora devono affrontarne un altro: trattenere chi già ci lavora. Quando qualcuno se ne va, le mansioni ricadono sui colleghi, i turni diventano più pesanti, si fa più fatica a garantire visite e interventi chirurgici e le liste d’attesa rischiano di allungarsi. Se ne vanno persone esperte, e i reparti perdono competenze che non si sostituiscono in poco tempo. Cerchiamo, allora, di capire che cosa serve per fermare questa fuga.

In quanti se ne vanno

Nel 2025, per la prima volta, le dimissioni dei medici ospedalieri hanno superato i pensionamenti: 3.767 contro 2.876 (qui). Significa che gli ospedali devono sostituire non soltanto chi va in pensione, ma anche chi decide di andarsene prima. La carenza si concentra soprattutto in alcune specialità. Nei Pronto soccorso ne mancano 3.500, il 38% del fabbisogno stimato, e il 35% delle borse di specializzazione resta vuoto. Gli anatomopatologi, in cinque anni, sono scesi da 1.500 a 1.100 e il 13% delle borse è vuoto (qui)
Lo stesso accade tra gli infermieri. Nel 2025 le dimissioni anticipate sono state circa 6 mila (qui pag. 59). In Lombardia 1.605; circa 800 in Toscana e altrettante in Veneto; circa 600 in Emilia-Romagna e in Piemonte; 345 in Campania. Circa 200 ciascuna in Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia e Sardegna; 80 in Umbria, 85 a Bolzano, 51 in Abruzzo, 29 in Valle d’Aosta e 16 in Basilicata. E in Italia mancano già oltre 80 mila infermieri: ne abbiamo 6,86 ogni mille abitanti, contro una media europea di 8,26. Anche se nessuno se ne andasse più, saremmo comunque sotto.

Quanto vanno aumentati gli stipendi

Come si ferma la fuga? Il governo Meloni dovrà decidere quanto destinare alla Sanità nella legge di Bilancio 2027. Un primo problema sono gli stipendi. Nel 2026 la busta paga di un medico del Servizio sanitario nazionale è di 70.489 euro lordi l’anno, 44.287 netti. È una cifra calcolata sui minimi contrattuali (comprese le indennità), non la retribuzione di tutti: anzianità e incarichi cambiano gli importi. Ma rispetto al 2019 un medico perde 584 euro netti annui di potere d’acquisto, anche tenendo conto delle riforme fiscali dei governi Draghi e Meloni. Vuol dire che con il suo stipendio compra meno. I conti sono stati eseguiti dagli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’ Università di Ferrara.

Recuperare questi 584 euro, però, non basta a colmare il divario con l’Europa. In Germania, Francia, Austria e Olanda, nel 2025, le buste paga si aggirano tra 5 mila e oltre 6 mila euro netti al mese (qui). Un divario che rende più difficile trattenere chi può lavorare all’estero.
Per gli infermieri, nel 2026, il minimo contrattuale è di 31.917 euro lordi l’anno (indennità comprese), 25.044 netti. Anche loro hanno perso potere d’acquisto: 864 euro netti annui rispetto al 2019.

Una proposta su quanto aumentare le retribuzioni arriva, dunque, dalla Commissione Salute delle Regioni, sia di centrodestra sia di centrosinistra.

Per i quasi 110 mila medici del Ssn le Regioni chiedono un aumento di 10.122 euro lordi l’anno. Stanziamento richiesto per il 2027: 474 milioni di euro. Per due specialità particolarmente in difficoltà le Regioni chiedono di più: 15.183 euro lordi annui ai medici dei Pronto soccorso (costo 114 milioni l’anno) e agli anatomopatologi (23 milioni). C’è da tenere in considerazione, però, che dal 2026 i 10 mila medici di Pronto soccorso hanno a disposizione circa 6.500 euro lordi annui in più. Questo importo, secondo i conti dell’Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (Aran) è il risultato di stanziamenti progressivi avvenuti dal 2023 in poi con il governo Meloni.
Per 277.138 infermieri l’aumento chiesto è di 8.778 euro lordi l’anno. Stanziamento: 1 miliardo e 111 milioni (Commissione Salute delle Regioni, proposta per la legge di Bilancio 2027, pp. 3-4). Dal 2026 anche i 20 mila infermieri di Pronto soccorso hanno a disposizione circa 7.500 euro lordi annui in più.

Quante assunzioni servono

Ma stipendi più alti, da soli, non riducono i carichi di lavoro: servono più colleghi. Un documento interno del ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci, propone per il 2027 mille assunzioni di medici nelle specialità più carenti e 6 mila infermieri, per 450 milioni di euro l’anno. Le priorità sono l’assistenza sul territorio e le liste d’attesa.
C’è però un ostacolo alle assunzioni: il tetto alla spesa per il personale. Per anni il limite è stato la spesa del 2004, ridotta dell’1,4%, al netto dei rinnovi contrattuali. Dal 2019 è più flessibile: considera anche la spesa del 2018 e consente alcuni aumenti. Ma resta legato ai conti di molti anni fa, non soltanto al personale che serve oggi. Le Regioni chiedono di superare questi vincoli storici e stabilire gli organici in base alle cure da garantire, rispettando gli equilibri di bilancio. Prima si conta chi serve, poi si pianifica come pagarlo.

Quanti soldi servono

Quanto costerebbe? Per il 2027, 474 milioni per gli aumenti ai medici, 1 miliardo e 111 milioni per quelli agli infermieri e 450 milioni per le assunzioni. Totale: 2 miliardi e 35 milioni di euro. Aggiungendo i 114 milioni per i Pronto soccorso e i 23 per gli anatomopatologi, si arriva a 2 miliardi e 172 milioni. Gli aumenti di stipendio non sono una spesa una tantum: serviranno finanziamenti anche nel 2028 e nel 2029.

Il ministero dell’Economia indica 3,4 miliardi di euro in più per la Sanità nel 2027, tra risorse già programmate e quelle riportate nel Documento programmatico di bilancio del 15 ottobre 2026. Secondo le Regioni e il ministero della Salute quei soldi servono solo a garantire le attività attuali, diventate più costose per l’inflazione. I soldi per bollette e forniture rincarate non sono soldi disponibili per nuovi stipendi e assunzioni. Che, quindi, restano da finanziare. E per trattenere medici e infermieri bisogna poi riconoscere davvero anche competenze ed esperienza.


Le cose come stanno


(di Michele Serra – repubblica.it) – Non smette di sbalordire la tenacia con la quale i governanti in carica negano questo o quell’aspetto della crisi italiana. Crisi economica, crisi anagrafica, crisi sociale, forse crisi di sistema. A che vale negarla? Che utilità ha, se non la puerile comodità di chiamarsi fuori? Perché non si riesce a udire, dal governo, una sola parola che sia analitica, non assolutoria, non dilatoria?

Non credo che l’opinione pubblica accoglierebbe con diffidenza o con riprovazione un governo che dicesse: «Abbiamo problemi gravi, ce li abbiamo da qualche decennio, si deve lavorare per risolverli ma senza illuderci che sia semplice. Potremmo scaricare la colpa su chi ci ha preceduti ma sarebbe una fuga dalle nostre responsabilità. Rimbocchiamoci le maniche».

Adulti che parlano ad adulti, sarebbe un passo in avanti e soprattutto un cambio di tonalità rispetto alla misera fanfara della propaganda, al «siamo bravi», «siamo i migliori» che entra da un orecchio ed esce dall’altro. Sarà il marketing d’accatto, sarà il livello mediocre dei protagonisti, è sempre più raro udire discorsi politici che catturino l’attenzione, e siano credibili, perché non hanno per solo scopo elogiare se stessi e infamare l’avversario (vale anche per l’opposizione).

Lo si è scritto infinite volte e dispiace davvero ripeterlo, ma il tono del discorso pubblico si è alzato, e il volume si è abbassato, soprattutto quando la politica è stata commissariata dai cosiddetti governi tecnici. Di Draghi e Monti, e delle loro squadre, si ricordano soprattutto l’assenza di quella retorica querula, e di quella aggressività inutile, che ammorbano la politica italiana. Non parlavano per accusare o assolvere, parlavano per dire come — secondo loro — stavano le cose.


Ragazzini e camionisti: una scintilla di ribellione che potrebbe coinvolgere anche l’Italia sul divano


Le analisi. Saraceno, della porta, barbera e niola. Ma ricolfi: “costruzione dei media”

Ragazzini e camionisti:  una scintilla di ribellione che potrebbe coinvolgere anche l’Italia sul divano

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – ]…] Chiara Saraceno vede avvicinarsi “la soglia”, il raggiungimento cioè del livello di sopportazione oltre il quale anche l’altra Italia, quella che sembra ancora seduta sul sofà di casa, inizierà a farsi sentire. Con Donatella Della Porta, studiosa dei movimenti sociali, arriviamo a prospettare il punto di rottura: un evento, un fatto, una scintilla. “Anche la ribellione fanciullesca senza arte né parte politica di queste ore può innescare la fiammata, essere la miccia per un autunno di proteste portate in piazza dal vento della crisi che spira ovunque”. Nessuno li ha visti arrivare i ragazzini delle periferie milanesi e lontano dal cuore delle lotte operaie sono i blocchi stradali degli autotrasportatori meridionali. Dalle parti di Luca Ricolfi, il sociologo che dà voce a quella porzione di società liberale e benpensante, il Paese è silente appunto perché sazio, e alla piazza preferisce ancora la poltrona di casa. Dice Ricolfi: “A me non pare che l’Italia si dica ‘ferita e in crisi’, questa sensazione è largamente costruita dai media. A mio parere non riguarda più del 20% dell’elettorato. Il resto è società ‘signorile di massa’, che tutto sommato – per ora – se la cava abbastanza bene e già pensa alle prossime vacanze. Eravamo un popolo di lavoratori, stiamo diventando – come il resto dell’Occidente – un popolo di turisti”.

[…]

È “il solito punto di vista di Ricolfi” per Chiara Saraceno. “Lui la chiama società signorile di massa, ma questa società vive una condizione di diseguaglianza così enorme, e la forbice così ampia che neanche ci si accorge più che un pezzo di essa si è inabissato. È talmente povero e scheletrico che ha paura di farsi vedere in piazza perché ha paura, la criminalizzazione è sistematica. A ogni protesta si reagisce con un decreto Sicurezza. Nessuno sforzo per capire le ragioni. L’indice puntato, la denuncia pronta. Ricordate cosa è stato fatto ai giovani ambientalisti che per avere spazio e visibilità denunciavano, attraverso modalità piuttosto estreme (sporcavano con una pittura biodegradabile luoghi e monumenti assai noti, ndr) la nostra indifferenza al clima che ci rovescia addosso un caldo insopportabile? Sono spariti alla nostra vista”. È il fatturato lordo della “politica securitaria”, segna con la penna rossa Donatella Della Porta, che alla Normale insegna e indaga queste pieghe della società. Nelle piazze, oltre alle devastazioni dei ragazzini di Milano, resistono le tende degli studenti. Della Porta: “In Francia la protesta rende di più, spilla soldi ai governi, fa cambiare i progetti di legge, le linee di finanziamento. La tenacia si paga in termini di coesione, ma viene ben remunerata”. In Italia “sembra che non succeda nulla, protesti e nulla cambia”, annota invece, delusa, Saraceno. Ma le piazze si gonfieranno di corpi e di cuori quando verrà erosa quella che l’economista torinese Filippo Barbera chiama “la riserva morale”. “Siamo un popolo di individualisti, un po’ anarchici e ci alleiamo solo quando non sarà possibile restare inermi”. Soglia o scintilla o riserva morale oppure, per dirla con l’antropologo Marino Niola, “apnea”. “L’Italia è in apnea, trascorre sott’acqua, nella bolla familiare in cui nuota, gran parte del proprio tempo. Gli italiani sono fatalisti ma realisti”, spiega Niola.

[…]

“Trovo parecchia negatività e un pessimismo non sempre al suo posto. Solo pochi mesi fa ci siamo destati da una giornata superba, la vittoria del No al referendum sulla giustizia”, ricorda Saraceno avvertendo: “Non vorrei che le cose straordinarie venissero subito rimosse. Gli italiani, giovani e vecchi, sanno quando scendere in piazza”. “Per la Costituzione, la magistratura, la legge: la novità di quel largo popolo ha dimostrato che la società nel profondo vive un sentimento di riscossa, non rinuncia a battersi. È successo con Gaza, ricorda?”. Esistono bisogni che rallentano l’indignazione. “Chi sta male in arnese, il portafoglio con pochi spiccioli in tasca, non scende in piazza anche perché lo sciopero è un costo che non può sopportare. Non ha la forza economica di protestare”, spiega Barbera. È l’Italia con la testa in giù, quella inabissata, quella che, secondo Saraceno, “ha smesso di protestare: penso a chi è senza casa. Non hanno più speranze e non hanno più futuro”. La protesta per adesso non si fa popolo e il popolo non si ritrova. Ecco Marino Niola: “Non c’è più una bandiera, uno slogan, qualcosa che accomuni, leghi, faccia sentire popolo come una volta. Si diceva compagni per definire una comunità di scopo. Compagno ha la sua radice in cum panis, ‘dividere il pane’”. Nell’attesa, la domanda resta: l’Italia è un Paese che soffre.


L’invidia delle pene


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Siccome non sa neppure cosa sia la sicurezza – cioè la certezza delle pene, che però non conviene a lorsignori – lo sgoverno continua a sfornare nuovi reati: 57 in quattro anni, più 60 aggravanti, in ben 8 decreti Sicurezza. E l’unica sicurezza che ha aumentato è quella del caos. Eppure nel centrosinistra c’è qualche genio (la spensierata Madia) che vorrebbe votare con questi dementi una legge “bipartisan” per vietare i social ai ragazzi sotto i 14 anni: ennesima grida manzoniana a effetto zero, salvo piantonarli e pedinarli a uno a uno per controllare che non usino i social di parenti o amici più grandi. Senza contare che solo un sadomasochista può associarsi in Parlamento a chi ha appena tentato di trasformare l’Italia in una succursale del Cile di Pinochet dando poteri d’indagine e di arresto ai militari e, col Guardagingilli Carletto Mezzolitro, promette “più carceri per minorenni” dopo i fiaschi collezionati su quelle per maggiorenni. Per fortuna siamo sempre a metà strada fra la tragedia e la farsa, fra l’horror e il cinepanettone. Basti pensare che l’ultimo reato della premiata ditta, punito fino a 5 anni di carcere, è la “partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche”, come se finora spaccare tutto in piazza fosse consentito o addirittura consigliato. Invece è già punito dalla notte dei tempi dall’art. 419 del Codice penale, e molto più severamente: fino a 15 anni per gli “atti di devastazione e saccheggio”, con aggravanti fino a 20 per le “pubbliche manifestazioni”. Quindi conviene il nuovo reato, non quello vecchio. E sorvoliamo su paradossi giuridici come il “fermo preventivo” (prima che tu faccia il reato già sanno che lo farai) e l’arresto in “flagranza differita” (ti prendono dopo, ma è come se fosse durante), perché sono materia psichiatrica. […]

Poi ci sono i vecchi reati spacchettati per farli sembrare nuovi. Tipo l’omicidio: nel menu à la carte sono entrati il femminicidio, l’omicidio colposo stradale, quello sul lavoro e quello nautico (ove mai qualcuno pensasse che in luoghi bagnati o umidi sia consentito). Quello stradale lo inventò Renzi, con pena massima di 18 anni: quasi quella dell’omicidio volontario. Così, se la vittima è ancora viva sull’asfalto, al pirata della strada conviene ammazzarla ripassandole sopra due volte per evitare che lo identifichi e lo denunci. Idem per la violenza sessuale: le pene massime sono così simili a quelle dell’omicidio che a qualche stupratore verrà il trip di ammazzare la donna per non esserne denunciato. Non male anche l’aggravante per tutti i reati se commessi in metropolitana, in stazione “o nelle immediate vicinanze”: così, nel caso, lo stupratore trascina la vittima a debita distanza. È l’ultimo modello della pena di morte: quella che i delinquenti li fa morire dal ridere.


Ma quando è successo che siamo diventati così?


(Gianvito Pipitone) – Allora: blocco dei tir rientrato e, da domani, sembra che si riparta con la consegna delle merci. Ok. Oggettivamente, pare una buona notizia, giusto? Eppure, perché mi sembra invece che non lo sia per niente

Non so cosa abbiano promesso alla categoria dei trasportatori che hanno – a ragione, infiltrazioni o meno – bloccato da una decina di giorni il flusso delle merci da e verso il Meridione. Mi auguro almeno qualcosa di serio e di strutturale; non la solita “mangiata di pasta” con cui spesso si è imparato a domare le folle disperate.

Spero poi che questi provvedimenti ad hoc per la categoria – sotto forma di ristori, crediti d’imposta, pagamenti forfettari e compagnia cantante – significhino anche una minore incidenza dei costi delle merci che finiscono a scaffale. Sennò, a spanne: non mi pare si sia risolto una beata mazza.

E che forse è arrivato – una buona volta – il momentum di andare/tornare in piazza. Ma stavolta tutti. Studenti, padri e madri di famiglia, operai e pensionati. E, sia detto per inciso: in maniera civile! Senza fare i furbetti e assaltare Foot Locker per divertimento …

Onestamente, non mi pare di aver visto in questi giorni grandi folle in piazza al Sud. A parte qualche liceo cittadino. Ma forse ero distratto io … In compenso, però, ho sentito molti, moltissimi, lamentarsi del blocco dei camion e degli scaffali vuoti. Il panico, signora mia …

Eppure, non mi pare che le famiglie se la passino un granché bene. Le città e i paesi sono piene di disperati che non arrivano alla terza settimana, che fanno la cernita delle bollette da pagare, che risparmiano sulle cose essenziali. Perfino sull’immondizia… Forse per questo alcuni la abbandonano agli angoli delle strade. Non vi risulta?

Ecco, se davvero è così invece, e nessuno – con l’eccezione di una piccola parte – è sceso a manifestare in piazza in questi giorni, a parte i trasportatori, significa che probabilmente si è persa un’occasione per far valere il proprio diritto alla dignità di cittadini.

L’impressione, in realtà, è che quaggiù da noi, non si protesta più perché, se protesti, sembri un poveraccio. Diciamolo … o, per parafrasare Fiorello: dicetevelo.

Protestare a Roma o Milano, o magari anche a Torino e Bologna è una cosa … ma nelle periferie dell’impero, dai! non è figo, non è cool. Anzi, diminuisce l’hype e, soprattutto, non è instagrammabile.

A meno che – attenzione! – non si scenda in piazza per spaccare tutto. Allora sì… Ma questo – che c’entra – è un altro paio di maniche. E poi non si dice! al limite si fa … meglio se incappucciati e a favore di camera.

Ma quando diavolo è successo che siamo diventati così?