
(Dott. Paolo Caruso) – “Sic transit gloria mundi!” ( così passa la gloria del mondo). Un richiamo alla modestia per la nostra Premier. Alla Meloni non manca la solidarietà di tutti i politici italiani. Doppiamente sbeffeggiata da Trump e da Putin trova conforto a casa sua, nel suo Paese. Dal neo Zar le arrivano offese per mezzo dell’inqualificabile suo portavoce di regime. Si era fidata ingenuamente dei due Tycoon, l’americano e il russo, compari di merenda”, come Pinocchio si era fidato del gatto e della volpe”. È così che la Meloni ” first lady ” d’Europa, pontiera dei due continenti, si è ritrovata buggerata. Non è che avesse dato direttamente fiducia a Putin, ma, visto che i due mandrilli sono amici, caduta la fiducia dell’uno, era fatale la reazione dell’altro. Ma i partiti di tutto l’arco costituzionale, in Parlamento e fuori, hanno fatto quadrato a sua difesa. È giunto fatalmente anche per lei l’ora della verità, il “redde rationem” alle sue fughe solitarie oltre Oceano. L’ Europa a lei, come a tutti sovranisti (Orban in testa), era indigesta e, come sono soliti fare i figli adolescenti, anche lei aveva cercato, fuori casa, il calore della famiglia, che però altrove non poteva trovare. Trump è l’automa di se stesso. Inaffidabile egocentrico, incapace di un rapporto lineare e leale. Dà infatti solo risposte alle pulsioni del suo umore cangiante, come quando definiva pubblicamente la Meloni “bella”, con qualche imbarazzo istituzionale, o quando la chiamò “traditrice fascista”, dando la stura a Putin di sbeffeggiarla, mettendola così alla gogna mediatica. Lo sboccato conduttore televisivo russo, già noto per le sue intemperanze sessiste, dando sfogo alla sua consueta volgarità ha potuto esternare la rabbia del suo “padrone” nei confronti della Caciottara che nonostante il rapporto deteriorato con il suo amico Trump non riesce a trovare una giusta collocazione politica. L’ Europa guardinga ora la sta ad osservare. Il suo ridimensionamento e il rientro tra il gruppo dei cosiddetti Paesi volenterosi riesce a incattivire ancora di più Putin che forse sperava dalla amica di Orban maggiore vicinanza di interessi. Dico sommessamente alla Meloni che alle batoste della vita si può essere impreparati, ma non vanno eluse senza una fondamentale riflessione: bisogna restare sempre con la schiena dritta. Italia vuol dire Europa e viceversa. Nostro ambito culturale e vitale è il vecchio e caro Continente, dove si trova quel che altrove non c’è: la libertà e la democrazia nel rispetto inalienabile della Persona e dei suoi valori.
A quanto pare, nella prossima legge di bilancio rischiamo di non poter accedere al fondo Safe e avere miliardi da spendere per fronteggiare la crisi perché forse abbiamo sbagliato i conti.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Ok, lo ammetto: questa non l’abbiamo proprio capita.
Quindi rifacciamo i conti con voi, in diretta.
La prossima legge di bilancio è la più importante di tutte, per il governo. Perché è quella che arriva prima delle elezioni e dopo anni in cui non ha speso nulla, il governo la voleva utilizzare per essere generoso al momento giusto. Tanto più ora, con una crisi economica alle porte e un crollo di consensi che non accenna a frenare dopo la sconfitta al referendum.
Insomma, se c’è un anno in cui bisogna spendere, in cui è necessario spendere è proprio il prossimo.
Precondizione per farlo è l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, a cui il governo sta lavorando da inizio legislatura, e che non ha mai mancato di annoverare tra i suoi successi prossimi venturi. Con il deficit che torna sotto il 3% del PIL, infatti, si può accedere al fondo Safe per finanziare l’aumento della spesa militare a tassi ridicoli. In questo modo il vantaggio è triplice: si accontenta Trump senza spendere un soldo, si investe un po’ a beneficio della crescita e rimangono soldi – più o meno 6 miliardi in più, contati male – da mettere nelle tasche degli italiani poco prima del voto.
Bene. Il problema è che a quanto pare non si esce dalla procedura d’infrazione, perché qualcuno, segnatamente il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, ha fatto male i conti. Il nostro deficit infatti è pari al 3,05% del PIL, che arrotondato, fa 3,1%. Quindi, niente fondo Safe per armi e ciao ciao ai soldi in più da mettere in legge di bilancio.
Se vi sembra surreale già così, sappiate che parliamo di una cifra ridicola, che rischia di impedire al governo di spendere 6 miliardi in più per abbassare le tasse o per distribuire qualche incentivo o qualche sussidio in più. Oltre al fatto che uscire dalla procedura d’infrazione avrebbe effetti positivi pure sullo spread e quindi sugli interessi che pagheremo sul debito prossimo venturo.
Lo ammettiamo, pure qua: per settimane abbiamo pensato che alla fine i conti sarebbero tornati. Che si sarebbe trovato il modo di limare quei 23 milioni. E invece, a quanto pare, no: nonostante Giorgetti affermi di “credere ai miracoli”, nel Documento di Finanza Pubblica che presenterà oggi in Consiglio dei ministri, stando alle ultime, c’è scritto 3,1%.
Va detto, a onor del vero, che la Commissione Europea ha chiarito che la forbice fosse molto più ampia, che per uscire dalla procedura d’infrazione non fosse necessario arrivare al 3%, ma andare sotto, e che quindi mancasse circa un milardo e non poche decine di milioni. Però, in ogni caso, è come se, al momento di pagare, rinunciaste a una vacanza da mille euro perché ve ne uno, o una decina. Ed è inutile prendersela con l’agenzia di viaggi – la Commissione Europea, in questo caso – che non fa lo sconto e non deroga al patto di stabilità. I conti li abbiamo sbagliati noi.
Com’è possibile stia succedendo davvero? Chi ha sbagliato, in tutta questa storia? Davvero finirà così, col governo che rimane a secco all’ultimo giro di giostra e deve rimangiarsi tutte le promesse, ancora una volta, per aver sbagliato i conti di 23 milioni di euro?
Continuiamo a pensare che tutto questo non sia possibile, che siamo su Scherzi a Parte. Altrimenti, questa storia si candida a diventare la Gioconda di tutti gli atti di autolesionismo politico di questo governo. Che da qualche mese a questa parte sembra davvero mettercela tutta, per provare andare a casa.
Omnibus in un unico decreto truppe nato e sanità

(di Lorenzo Giarelli e Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Il decreto Sicurezza ha meritato il cartellino giallo del Quirinale. Ma è solo l’ultima norma che il governo è costretto a rivedere, tra retromarce imbarazzanti, stroncature degli organismi di controllo e liti interne.
Retromarce banche, sisma&c.
Agosto 2023. La premier si intesta la tassa sugli extra-profitti delle banche, ma basta l’altolà di Marina Berlusconi per la retromarcia: il governo presenta un emendamento che consente alle banche di non pagare, scegliendo in alternativa di accantonare una somma pari due volte e mezza quanto dovuto.
Marzo 2024. Meloni chiude i rubinetti del Superbonus, ma non si accorge di averli chiusi anche ai cantieri post sisma. Risultato: un correttivo per mantenere in Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio il 110%.
Dicembre 2024. Il nuovo Codice della strada punisce la positività ai test per rilevare le sostanze stupefacenti senza porsi il problema di chi usa la cannabis a scopo terapeutico. Per rimediare serve una circolare alle prefetture.
Aprile 2025. Il governo deve fare marcia indietro per sterilizzare il pasticcio derivante dalla riorganizzazione degli scaglioni Irpef a causa del quale 28 milioni di cittadini sarebbero tenuti a pagare un acconto non dovuto, rimborsabile solo nel 2026.
Ottobre 2025. Retromarcia sull’emendamento al dl Concorrenza che prevedeva rincari automatici delle tariffe telefoniche.
Dicembre 2025. Il governo pensa a un’assurda regola che allunga fino a 33 mesi l’addio al lavoro per chi ha riscattato la laurea. Meloni è costretta ad ammettere l’errore. Sempre in manovra, il governo introduce la tassa sui pacchi provenienti da fuori l’Ue, ma poi ci ripensa.
Aprile 2026. Retromarcia sul dl Fiscale con il governo costretto a ripristinare gli incentivi tolti alle imprese e le regole di Transizione 5.0.
Cinque giorni fa. Dietrofront sui coltelli del dl Sicurezza: ridotto il divieto assoluto di porto, che avrebbe punito anche i boyscout.
Obbrobri benzina&c.
Dicembre 2022. Basta il titolo: “Decreto potenziamento Nato, servizio sanitario Calabria e commissione Aifa”. Un “mappazzone”.
Febbraio 2024. L’obbligo di esporre i prezzi medi dei carburanti viene bocciato da Antitrust e Consiglio di Stato per inutilità manifesta.
Ottobre 2024. Inizia il flop dei centri in Albania. Chi fa richiesta di asilo ha il diritto di attendere nel Paese in cui è arrivato, cioè l’Italia. In più, il governo pasticcia coi “Paesi sicuri”. Decine di migranti tornano in Italia.
Aprile 2025. La Consulta boccia il dl Priolo che aveva attribuito al Tribunale di Roma la competenza per l’appello sui sequestri riguardanti aziende di interesse strategico nazionale.
Luglio 2025. La Consulta boccia il decreto Caivano nella parte in cui esclude il reato di spaccio di lieve entità dalla messa alla prova, facendo esplodere il numero di minori reclusi.
Ottobre 2025. Una storia emblematica: a Venezia i borseggiatori devono essere avvisati dell’interrogatorio, grazie alle norme Cartabia-Nordio. Loro spariscono e tanti saluti agli inquirenti.
Quirinale balneari&c.
Febbraio 2023. Via libera al Milleproroghe, ma il Colle segnala “evidenti incompatibilità” col diritto Ue sulle concessioni balneari e critica “l’eccessiva disomogeneità” del testo.
Gennaio 2024. Mattarella promulga il dl Concorrenza, ma scrive a Camere e Meloni: troppo facili e troppo lunghi i rinnovi di alcune concessioni.
Aprile 2025. Uno dei tanti pacchetti Sicurezza arriva in Cdm dopo discussione col Colle. Spariscono varie norme, tra cui una sul carcere per le madri con bambini piccoli e una stretta sulla vendita di Sim ai migranti.
Aprile 2025. Mattarella dà l’ok ai ristori alle famiglie di vittime di crolli stradali, ma invia una lettera alle Camere: non si può discriminare i figli delle vittime in base allo stato civile dei genitori.
Ottobre 2025. Neanche l’istituzione di San Francesco (4 ottobre) come festa nazionale fila liscia. Il testo è scritto male, non è chiaro, perché lo stesso giorno c’è una festività civile per Santa Caterina da Siena.
Gennaio 2026. Dopo moral suasion del Colle, il governo stralcia dal decreto Pnrr lo scudo agli imprenditori che sottopagano i lavoratori.
Le parole della portavoce del Cremlino dopo gli insulti del conduttore tv alla presidente del Consiglio e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore. Solovyov: “Condividendo le idee di Mussolini, voi aderite a tutti i crimini dell’Italia fascista e dovreste condividerne la responsabilità

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – Dopo gli attacchi del conduttore russo Vladimir Solovyov a Giorgia Meloni e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore Alexey Paramonov, ora è il turno della portavoce del Cremlino, Maria Zakharova. Secondo cui l’Italia è stata “confusa dalla sua stessa propaganda per anni” e dovrebbe chiedersi “da che parte della storia si trova”.
“Per anni sono stati confusi dalla loro stessa propaganda. Hanno permesso ai media occidentali, concentrati su Washington e Londra, di prenderli in giro” ha affermato Zakharova, citata dall’agenzia di stampa Ria Novosti, aggiungendo che la situazione legata alla convocazione del diplomatico russo “non è più solo una questione di doppi standard, ma di mancanza di standard e, la cosa peggiore, di mancanza di coscienza”.
“Quando insultano il nostro Paese a livello governativo, dal loro punto di vista non solo è normale, ma noi non abbiamo alcun diritto di lamentarci”, ha proseguito Zakharova. “Ma quando sono giornalisti, non funzionari o diplomatici, a esprimere il loro disappunto per il fatto che l’Italia fornisca denaro, armi e sostenga il regime di Kiev in ogni modo possibile, portando all’uccisione e al ferimento di bambini e alla morte di tanti civili, questo diventa motivo per convocare l’ambasciatore russo”, ha aggiunto la portavoce, ribadendo che Mosca auspica comunque “un dialogo basato sul reciproco rispetto”.
Alla presidente del Consiglio – che ha incassato la solidarietà di Sergio Mattarella e di tutto l’arco parlamentare, opposizioni comprese – ha replicato oggi lo stesso Solovyov, con parole altrettanto dure rispetto a quelle pronunciate ieri durante il suo programma televisivo: “Signora Meloni, le parlo come uomo e ebreo che è stato nuovamente perseguitato dalle autorità italiane. Questo è accaduto più di una volta nella storia italiana. Non sono un propagandista, ma un ebreo e un antifascista, che si rivolge a voi, seguaci del fascista Mussolini, che ha combattuto nella guerra contro il popolo sovietico e che, come Hitler, porta la responsabilità personale della morte di 27 milioni di cittadini sovietici, del genocidio del popolo sovietico e dell’Olocausto contro gli ebrei” – scrive il propagandista su Telegram -. Condividendo le idee di Mussolini, voi aderite a tutti i crimini dell’Italia fascista e, logicamente, dovreste condividerne la responsabilità“, aggiunge Solovyov.
“In ogni caso, dimostrate simpatia per questi crimini sostenendo lo Stato nazista ucraino, che compie attacchi terroristici sul territorio russo e non ha fatto mistero dei suoi ripetuti complotti per assassinare qualcuno, incluso il mio stesso obiettivo dichiarato. E quando mi rispondete personalmente, tenete sempre presente questo”, conclude.
L’annuncio della società malese che fornisce marchi come Durex e Trojan. Il conflitto sta facendo lievitare i costi delle materie prime usate del 25/30%: “Non abbiamo altra scelta che trasferire queste spese ai clienti in questo momento”

(Gianluca Modolo – repubblica.it) – PECHINO – La guerra in Iran renderà più costosi anche i preservativi. L’azienda malese Karex, la più grande al mondo per produzione di profilattici – produce un condom su cinque a livello mondiale – si appresta ad aumentare i prezzi fino al 30%, visto che il protrarsi del conflitto sta destabilizzando le catene di approvvigionamento e facendo lievitare i costi delle materie prime.
L’aumento del prezzo dei preservativi avverrà nei prossimi mesi, ha affermato l’amministratore delegato, Goh Miah Kiat, in un’intervista a Bloomberg. “L’azienda fa ricorso a una serie di prodotti di origine petrolchimica — come l’ammoniaca utilizzata per conservare il lattice, l’etanolo per l’imballaggio e la stampa, e l’olio di silicone per lubrificare ogni preservativo”, ha spiegato Goh. Dall’inizio della guerra, il costo dell’olio di silicone è aumentato di circa il 30% e i prezzi del lattice nitrilico sono raddoppiati. Secondo Goh, i costi di produzione per l’azienda sono aumentati di circa il 25-30% nel complesso dall’inizio della guerra. “Non abbiamo altra scelta che trasferire i costi ai clienti in questo momento”, ha raccontato in un’altra intervista, all’agenzia di stampa Reuters.
Per ora Goh non prevede che l’aumento dei prezzi inciderà sulla domanda, “poiché il mercato dei preservativi è praticamente immune all’inflazione. Nei periodi difficili, l’uso dei preservativi è ancora maggiore perché si è incerti sul proprio futuro”, ha affermato nell’intervista. Karex sta inoltre registrando un’impennata della domanda di preservativi, poiché, ha spiegato l’amministratore delegato dell’azienda, l’aumento dei costi di trasporto e i ritardi nelle spedizioni hanno lasciato molti dei suoi clienti con scorte inferiori al normale. “La domanda di preservativi è aumentata di circa il 30% nel 2026, e le difficoltà nelle spedizioni hanno ulteriormente aggravato la carenza”.
Fondata nel 1988, l’azienda malese produce circa cinque miliardi di preservativi all’anno per marchi come ad esempio Durex; ha propri brand come ONE Condoms e Carex; è proprietaria della società Pasante Healthcare, che fornisce preservativi al Servizio sanitario nazionale britannico; collabora con programmi di aiuto internazionali gestiti dalle Nazioni Unite.
EUROSTAT STIMA DEFICIT/PIL ITALIA AL 3,1% NEL 2025, RESTA PROCEDURA

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat stima il rapporto deficit/Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025, dal 3,4% del 2024. Con questo valore sembra escludersi una uscita del Paese dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, all’esame dalla Commissione Ue a inizio giugno nell’ambito del Semestre europeo.
EUROSTAT, DEBITO DELL’ITALIA PIÙ ALTO DOPO LA GRECIA
(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat vede il debito dell’Italia in salita al 137,1% del Pil nel 2025, rispetto al 134,7% del 2024. Resta il secondo debito rispetto al Pil nella Ue alle spalle della Grecia, che si attesta in calo al 146,1% del Pil (dal 154,2%). Sotto i valori dell’Italia il debito della Francia, in aumento al 115,6 del Pil (dal 112,6%).

(Giuseppe Conte) – Da italiano la notizia di poco fa mi preoccupa molto e mi spinge a trovare soluzioni.
Il governo tutto tagli e austerità di Giorgia Meloni ha fallito e non ha centrato nemmeno l’obiettivo del 3% deficit/Pil su cui avevano puntato tutto, con 4 manovre lacrime e sangue. Ora siamo totalmente chiusi nella gabbia dei vincoli del Patto di stabilità che questo stesso Governo ha sottoscritto a Bruxelles, condannando l’Italia a tagliare su sanità, scuola, imprese, energia.
Meloni ha dimostrato di non essere il timoniere giusto in mezzo a questa fase storica: ha fallito le scelte di politica estera ed economica. È stato l’unico governo a trovare sul tavolo, senza merito, 209 miliardi da investire, conquistati da noi in Europa: invece di puntare tutto sulla crescita accompagnando quegli investimenti per ridurre il rapporto deficit/Pil hanno depresso le forze economiche del Paese, aumentato le tasse, raggiunto una pressione fiscale record e assistito inerti a 3 anni di crollo della produzione industriale.
Mentre famiglie e imprese sono sempre più in difficoltà ilGoverno ha aumentato di 12 miliardi l’anno le spese militari e lasciato che banche e industrie energetiche accumulassero ingenti profitti. Gli italiani piangono, ma le industrie delle armi (soprattutto straniere) e le banche festeggiano.
Cosa farei ora?
Ricostruirei. Perché l’Italia è forte. Ora, vista l’emergenza, bisogna subito andare a sospendere gli accordi sul riarmo in sede Nato e a Bruxelles. Bisogna rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità che ci strangola. Prendiamo le risorse dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi. Usiamo questi fondi per rimettere l’Italia in piedi.
Non è il momento di galleggiare dopo 4 anni di errori e fallimenti.
Una relazione della Corte dei conti mette insieme i numeri sul programma per i caccia. L’impatto sull’occupazione è al minimo sindacale, i costi una tantum sono quadruplicati

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un ritardo di almeno 10 anni sulla tabella di marcia, una spesa certificata di quasi 12 miliardi. E un ulteriore incremento dei costi una tantum, difficile da stimare, che per alcune voci sono già quadruplicati.
Il tutto con un impatto sull’occupazione inferiore rispetto alle ottimistiche stime iniziali. Il programma per i caccia F35, realizzati da un consorzio guidato da Lockheed Martin, presenta una serie di criticità, con un futuro che resta ancora carico di incognite.

A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata. Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.
In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa. Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.
Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.

Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.
A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».
Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatti muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.
Le spese una tantum sono le più preoccupanti. Riguardano attrezzature, reingegnerizzazione di parti, sviluppo, continuo aggiornamento e industrializzazione del supporto logistico. E sono allocate nel bilancio ordinario della Difesa alla voce «investimento per l’ammodernamento delle Forze armate».
I numeri confermano la traiettoria imprevedibile. «La contribuzione italiana per i costi shared è, allo stato, di 3 miliardi e 276 milioni di dollari nel periodo 2007-2051», sottolinea la delibera, registrando già un aumento di 440 milioni di euro rispetto al tetto massimo previsto – dopo una prima revisione – di 2,8 miliardi di dollari. Ma la dotazione iniziale ammontava a 904 milioni di euro. I motivi del balzo sono vari, come «la necessità di dover introdurre nuove tecnologie», oltre «all’andamento inflattivo» che si è verificato negli anni.

Resta la considerazione di «una crescita esponenziale» che deve tuttavia fare i conti con «il successivo aggiornamento (non ancora concordato) che rivede la stima in aumento». C’è un ulteriore fattore fissato: la guida incontestabile degli Stati Uniti, che costringe gli altri partner, Italia inclusa, a un ruolo ancillare.
Gli svantaggi sono anche industriali. «La qualità di mero partner dell’Italia nel programma F35, la cui leadership è in capo solamente agli Usa, ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how acquisito fra il Paese leader e i partner, carente trasparenza sui processi di costo inerenti alle attività progettuali e assenza di un’effettiva condivisione delle intellectual properties», scrive la Corte dei conti.
Perciò, «essendo la governance del programma sotto il controllo degli Usa, ne deriva l’impossibilità dei partner, a prescindere dal livello di trasparenza delle procedure di costo, di poter incidere sulle dinamiche decisionali, specie sulle componenti di costo condivise».
Nonostante lo sforzo già compiuto e quello da prevedere per il futuro, l’impatto sull’occupazione non è stato da urlo. L’effettiva occupazione, al 2024, è di 3.861 unità e sono così ripartiti: «2.304 nel contesto di Leonardo», circa un migliaio «nelle aziende fornitrici di Lm e/o P&W e 557 nell’approntamento dei siti operativi». Il dato complessivo, comunque, si colloca sulla parte più bassa della forchetta della stima, che partiva da 3.500 fino a un massimo di 6.400. Una valutazione che era stata già rivista al ribasso in confronto ai 10mila inizialmente formulate. Un progetto che non sembra un affare.

(di Alessandro Robecchi – ilfattoquotidiano.it) – Nel momento in cui scrivo, non si sa bene che fine farà il nuovo decreto Sicurezza, cioè quell’insieme di norme che il governo Meloni ha presentato (caratteristiche di urgenza, ecc. ecc. la solita solfa) per rafforzare la repressione del dissenso nel Paese. Come si sa, il nodo venuto al pettine del Quirinale è l’articolo 30 bis del decreto, che in soldoni (e il caso di dire) riconosce un pagamento all’avvocato del migrante (625 euro) se il migrante accetta di andarsene dall’Italia. Traduco: la Repubblica garantisce a tutti il diritto alla difesa, ma se il difeso è un migrante o un richiedente asilo l’avvocato viene pagato per farlo perdere e per caricarlo su un volo che lo riporta nel posto da cui è scappato. Ci vuole del genio: pagare un avvocato a seconda dell’esito della causa è un calcio in faccia alla Costituzione italiana (diritto alla difesa, articolo 24), e forse proprio per questo gradito a chi considera la Costituzione una discreta rottura di palle (quelli del Sì al referendum, per dire). Il decreto va tramutato in legge entro il 25 aprile (il calendario è beffarolo), sennò nisba, e questo agita gli agit-prop securitari del governo, povere stelle. […]
A proposito di schifezze, lo stesso decreto introduce una specie di scudo penale per le forze dell’ordine, libere di menare senza pensieri, e addirittura il fermo preventivo, cioè possono rinchiuderti prima che tu abbia fatto qualcosa perché c’è il sospetto che tu possa farlo (non si applica ai femminicidi per scongiurare retate di mariti).
[…]
I barbatrucchi del governo Meloni per evitare di fare l’ormai tradizionale figura da peracottaro sono a questo punto degni di Fantozzi: non modificare il decreto e fare subito al volo un altro decreto che smentisce l’articolo 30 bis del decreto (una legge con allegata legge che smentisce la legge, c’è del genio), far finta di niente e aspettare che la Corte costituzionale faccia a pezzi tutto quanto, oppure far passare il decreto e poi dimenticarsi dei decreti attuativi, in modo che la legge resti scritta, ma risulti inapplicabile. Tutti trucchetti da magliari.
[…] Sui decreti Sicurezza e porcate consimili, comunque, si dovrebbe studiare l’abbonamento mensile, rinnovabile automaticamente, come sui siti web, perché il governo Meloni li fa spesso, aggiornati e fantasiosi. Aveva cominciato dichiarando guerra ai rave party (decreto 162/2022), che erano chiaramente un’emergenza nazionale. Poi fece il decreto Cutro (20/2023), quello per cui Giorgia disse che avrebbe rincorso gli scafisti per tutto il globo terracqueo, facendo ridere tutto il globo terracqueo. Poi fu la volta del decreto Caivano, per contrastare la povertà educativa e le baby gang, che prevedeva addirittura l’arresto per chi non manda i figli a scuola (a meno che non vivano in un bosco con le caprette e possano essere usati per la propaganda). Poi arrivò il decreto Sicurezza del 2025, e ora questo pasticcio immangiabile del decreto Sicurezza 2026, che pretende (tra le altre cose) di pagare gli avvocati solo se fanno condannare l’imputato. Manca ancora un anno alla fine di questa parentesi sgangheratamente neo-fascista del governo italiano e sarebbe divertente prevedere quali altre mattane securitarie si potranno inventare i patrioti che siedono a Palazzo Chigi. Intanto, c’è una chiara indicazione per un prossimo ipotetico governo progressista: una legge di una riga, chiara e semplice. Articolo uno: “Sono aboliti tutti i decreti in materia di sicurezza del governo precedente, per manifesta stupidità”.

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Tutte le volte che ultimamente leggo le cronache di Forza Italia, mi viene in mente Il Padrino, con il Cupo Capo (in questo caso una signora) che parla da un fondale oscuro, a dirne il mistero e insieme la minaccia, e i bravi ragazzi che si passano nervosamente gli ordini, che hanno calibri differenti per ogni circostanza: vanno dall’avvertimento al funerale. […]
Immagino, in quella tetra oscurità, la figlia Marina, bianca come cera, nera vestita, accomodata nel bunker paterno che convoca gli affiliati per gettar loro in pasto il suo capriccio. È appena accaduto al povero Tajani che ha lasciato i pennacchi alla Farnesina, è arrivato di corsa al bunker, si è fatto annunciare dalle guardie armate, è entrato tremando al cospetto della signora infernale. Ha atteso. Mentre lei, impassibilmente, gli ha ordinato cosa fare e disfare dei poveri pupi di Forza Italia. Al suo cenno due capigruppo di Camera e Senato, sono saltati per aria. Spariti. A un altro cenno ha ordinato di frenare sulla legge con cui si raccolgono i voti nel Paese, mantenendo il più possibile il criterio proporzionale per non perdere le piazze migliori dello spaccio politico. A seguire ha ordinato di moderare l’alleanza con la banda Meloni, troppo succube della famiglia newyorkese dei Trump. E con quella dei barbari d’Oltrepò che ancora indossano le corna, detestano gli omosessuali, trattano la manodopera nera e bianca come fosse selvaggia e non una risorsa in grado di aprire un conto agli sportelli Mediolanum e contribuire al bene della Banda. Compreso quello di ripianare l’odioso debito di 90 milioni che gli affiliati hanno contratto con gli allibratori del padre fondatore.
[…]
Dopo il diktat, Marina si è dileguata nel suo rinnovato mistero. Ha fatto dire ai suoi avvocati che non ha intenzione di scendere in politica, né di parlare in pubblico. Lo spiegheranno i suoi autori di Ciao Darwin, che di quando in quando compongono lunghissime interviste a suo nome per un grande giornale milanese. Che addirittura le pubblica.
Fisico teorico, saggista e divulgatore, rilegge la Storia attraverso l’approdo (tragico) della fisica del Novecento alla bomba. E ora? «Stiamo marciando come sonnambuli verso il dirupo nucleare»

(di Greta Privitera – corriere.it) – Nel finale del suo La cattiva coscienza dei fisici (Solferino), Carlo Rovelli fa una mossa coraggiosa: si volta verso la storia e chiede conto a sé stesso e ai suoi colleghi della responsabilità morale del sapere. La fisica del Novecento ha consegnato all’umanità un «regalo avvelenato», la bomba atomica, e molti scienziati hanno scelto di rinchiudersi nella quiete asettica dei laboratori, come se quell’invenzione apocalittica non riguardasse il mondo reale, non avesse a che fare con la paura e con i morti polverizzati.
La costruzione del progetto Manhattan, racconta il fisico, nasce da un colossale malinteso: il timore che la Germania nazista sia vicina a produrre la bomba spinge gli scienziati americani a convincere Washington della necessità di dotarsi di un’arma simile. Ma è con l’atomica sovietica del 1949 che si entra nell’era della Mad, la Mutua Distruzione Assicurata, un equilibrio precario fondato sulla deterrenza e sulla minaccia della ritorsione immediata.
Rovelli ricorda però che il mondo è ancora in piedi grazie a un’umanità che ha preferito, più volte, disobbedire alla macchina, come quando l’ammiraglio russo Vasily Arkhipov, durante la crisi dei missili a Cuba, non schiaccia nessun bottone e scongiura un falso allarme. Dice Rovelli: la vera minaccia non è l’altro, ma la paura dell’altro. Lo dice mentre c’è una «nuova» guerra in Medio Oriente in nome di quella bomba da neutralizzare, in nome di quel terrore del nemico da annientare, in una sfida che non è solo militare, ma soprattutto morale.
Perché questo libro oggi?
«La probabilità oggettiva di una completa catastrofe nucleare non è mai stata alta come in questo momento. La politica non ne sta tenendo conto. La fisica ha portato molti doni all’umanità, ma fra questi uno era avvelenato: le bombe atomiche».
È più colpa dei fisici o dei politici, quindi?
«Non serve parlare di colpe nel passato: serve parlare di responsabilità e delle decisioni da prendere in questo momento. Credo che le leadership dei nostri Paesi, che noi abbiamo eletto, tutte prese dai problemi a breve termine, stiano marciando come sonnambuli verso una catastrofe. Ma questa volta la catastrofe è nucleare. È una responsabilità grave. Tutti i cittadini devono contribuire a fermare questo marciare da sonnambuli verso il baratro».
Lei scrive che le decisioni prese sull’atomica sono state spesso frutto di errori di calcolo. Quanto è possibile, anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, che un errore di calcolo possa far lanciare una nuova atomica?
«Estremamente possibile. Se c’è una cosa che il passato insegna è che le decisioni dei politici si sono poi rivelate sbagliate. Per questo è essenziale un dibattito pubblico, serio ed esteso, su questioni gravi come gli armamenti, la guerra e le armi atomiche. In Italia non lo stiamo facendo».
Ha visto il film di Kathryn Bigelow, A house of dynamite, su un missile atomico verso gli Stati Uniti?
«Ho preferito non guardarlo. Ma conosco i dati oggettivi. Un’escalation che porta a un conflitto atomico significa che in 15 minuti decine di milioni di persone, tra cui certamente gli abitanti del Nord Italia, dove ci sono basi atomiche, quindi i primi obiettivi, muoiono bruciati vivi. Sono quelli fortunati».
Nel libro afferma che c’è una contraddizione nel fatto che l’Italia non abbia centrali atomiche (per scelta popolare) ma ospiti testate atomiche americane (non dichiarate).
«Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo. Non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità, perché l’Italia aderisce al trattato di non proliferazione come Paese non nucleare, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani».
Cosa succederebbe se l’America uscisse dalla Nato? L’apparato militare e nucleare resterebbe in mano agli Stati Uniti e dislocato nei nostri Paesi, Italia inclusa?
«Certo, mica ce li regalerebbero. Sarebbe ora che ci svincolassimo da questa sudditanza. Ce l’abbiamo perché abbiamo perso la guerra, ma sono passati ottant’anni. È ovvio a tutti in Europa che gli Stati Uniti non fanno i nostri interessi. Non sarebbe il momento di uscire da questo vassallaggio degradante?».
Con chi ci dovremmo alleare?
«Alleiamoci con i Paesi che spingono per la legalità internazionale, per rafforzare le Nazioni Unite e le istituzioni internazionali. I Paesi che spingono per occuparsi di crisi ecologica, ineguaglianze economiche, fame nel mondo, diminuzione della conflittualità, legalità internazionale. Questi Paesi sono tanti e rappresentano la grande maggioranza dei cittadini del mondo. Perché l’Italia non è con loro?».
E se l’arma atomica fosse nata in tempo di pace?
«Sarebbe stato tutto diverso. Gli uomini sanno anche essere ragionevoli. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nei decenni scorsi hanno negoziato una drastica riduzione bilanciata delle testate nucleari e si sono messi sotto controllo reciproco, in modo da evitare catastrofi. La ricerca connessa alle armi biologiche e a quelle chimiche è sotto stretto controllo internazionale. Se la tecnologia atomica si fosse sviluppata in tempo di pace, forse avremmo potuto egualmente metterla sotto un controllo ragionevole».
Un controllo ragionevole come può diminuire «la paura esagerata e immotivata che sviluppiamo gli uni degli altri»? Smettere di avere paura, scrive, non è impossibile. Ma come?
«L’Europa ha paura della Russia, la Russia ha paura dell’Europa, l’America ha paura della Cina, la Cina ha paura dell’America, Israele ha paura dell’Iran, l’Iran ha paura di Israele, e così via. Ciascuno vede le malefatte del suo nemico, ciascuno si riempie di armi, tutti parlano di guerra. In passato simili periodi hanno sempre portato a grandi guerre catastrofiche. Come tornare indietro? Basta seguire quello che implorano molte persone ragionevoli, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, al Papa, a molti leader di grandi Paesi. Non purtroppo quelli che abbiamo eletto nelle nostre democrazie. Basta ricominciare a seguire la legalità internazionale. Ricordiamo che siamo stati anche noi italiani i primi a violarla, partecipando per piaggeria a una serie di guerre di aggressione illegali».
Truman era convinto che l’uso manifesto della bomba avrebbe messo il suo Paese nella posizione di diventare la sola potenza nucleare, e in questo modo la sola superpotenza mondiale. Quanto assomiglia questo modo di pensare al modo di pensare di Trump?
«Credo che una parte importante degli Stati Uniti, non solo Trump, sopravvaluti fortemente la propria capacità di dominare il mondo».
Trump, nelle vesti del dottor Stranamore, mette a rischio il mondo. Abbiamo mai raggiunto un livello di pericolosità così alto?
«In realtà Trump sta seguendo la stessa politica internazionale dei suoi predecessori: guerre di aggressione continue contro chiunque non si inchini al dominio americano. La differenza oggi è per noi: prima pensavamo che il potere americano ci proteggesse, ora l’Europa ha capito che l’America domina da sola e ci tratta da sottoposti».
Ma alla fine, incredibilmente, la bomba è stata usata “solo” due volte. Perché?
«Perché i massimi politici sovietici e statunitensi sono stati all’altezza della situazione, nonostante i loro consiglieri abbiano spesso spinto in altre direzioni. I Kennedy e Krusciov hanno avuto il coraggio di fermarsi un passo prima del baratro, durante la crisi di Cuba. Reagan e Gorbaciov, anche grazie alla pressione degli scienziati che mostravano i rischi reali, hanno negoziato trattati di controllo delle armi nucleari che hanno permesso, anche se talvolta per un pelo, di evitare la catastrofe».
Che cosa pensa del conflitto in Iran, nato per un accordo sul nucleare saltato?
«Credo in realtà che sia l’ennesima guerra di dominio scatenata dagli Stati Uniti per attaccare chiunque non si sottometta. Dal dopoguerra, gli Stati Uniti, mai attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi».
Ha senso attaccare l’Iran per impedirgli di avere l’atomica?
«Se l’Iran avesse armi atomiche non le userebbe di certo, perché usarle sarebbe un ovvio suicidio. Se le usasse, sarebbe spazzato via dalle atomiche di altri Paesi. Ma averle rappresenterebbe una garanzia contro attacchi come quello attuale, quindi potrebbe permettersi un po’ di più di non piegare la testa all’impero, e questo gli Stati Uniti non lo digeriscono».
Israele non ha mai confermato di avere la bomba, ma in molti pensano che sia altamente probabile che ce l’abbia. Quanto è pericoloso che il pulsante sia nelle mani di Netanyahu?
«Pochissimo, credo. Non penso proprio che sia così pazzo da usarla. Oltre al fatto che non è ovvio che Israele ce l’abbia, potrebbe anche essere un bluff. Perché mai non dichiararla? Il problema delle armi atomiche non riguarda le piccole potenze, è che le possono usare le grandi potenze. Per le piccole potenze, come Israele o la Corea del Nord, sono solo un’assicurazione sulla vita».
Torniamo al libro: perché la bomba non è stata realizzata in Germania, la nazione scientificamente più avanzata dell’epoca?
«La Germania ha fatto una scelta razionale: non era possibile costruire la bomba prima della fine della guerra in Europa, e quindi era meglio non sprecare risorse».
Perché gli Stati Uniti hanno usato l’atomica in Giappone a guerra praticamente vinta?
«Per evitare una resa negoziata del Giappone, volevano scongiurare che i russi arrivassero a Tokyo prima di loro, e che si imponessero come potenza dominante mondiale nell’immediato dopoguerra».
Alcuni scienziati, tra cui Oppenheimer, ebbero molti dubbi sull’opportunità di costruire la bomba. Avrebbero dovuto fermarsi?
«Penso che se avessero continuato a parlare con i colleghi tedeschi, con cui erano amici, e se molti non fossero caduti nel panico della bomba di Hitler (che era lontanissimo dall’avere), il mondo sarebbe potuto essere migliore. Non lo dico per criticare nessuno di loro, assolutamente. Erano momenti difficili. Lo dico per cercare di evitare di commettere gli stessi errori oggi».
Quanto sono utili ancora i trattati di non proliferazione?
«Tantissimo. Purtroppo gli Stati Uniti e la Russia li stanno tutti abbandonando e questo aumenta il pericolo».
Quanto è diventata instabile oggi la logica della deterrenza, cioè il fragile equilibrio del terrore?
«È completamente instabile per molti motivi. Tra questi il più rilevante è il progresso tecnologico, che sta facendo saltare la deterrenza e apre la porta alla guerra atomica».
Ha senso non dotarsi dell’atomica, quando ce l’hanno americani, francesi, inglesi?
«Non ha senso pensare in termini di paura e di difesa. Ha senso pensare di contribuire a costruire una coalizione globale fra tutti i Paesi della Terra. L’Italia è uno dei dieci Paesi più ricchi del pianeta, perché invece di stare a rimorchio di chi fa le guerre non usa la sua influenza per spingere alla collaborazione globale? Altri lo stanno facendo».
Che tipo di collaborazione immagina? E chi la sta facendo?
«La maggior parte dei Paesi del mondo spinge per rafforzare le Nazioni Unite e la legalità internazionale. Lo dichiarano ovviamente i Paesi deboli, ma anche, insistentemente, Paesi potenti come la Cina».
La Cina, però, non è un Paese democratico.
«L’Italia preferisce accodarsi, per miope convenienza, a un Paese come gli Stati Uniti che non solo pratica ma anche dichiara nei suoi documenti ufficiali di non tollerare la legalità internazionale e le istituzioni sovranazionali».
Nonostante i cupi presagi, nel suo libro c’è speranza e fiducia nell’umanità. Che cosa spera per il futuro?
«Che gli esseri umani riconoscano che abbiamo tutti un destino, interessi e problemi comuni. E che invece di sostenere chi è più potente, pensino a come collaborare. L’Italia sarebbe in condizione di dare il buon esempio e trascinare altri, invece non è parte della soluzione, ma del problema».
La carriera
Carlo Rovelli, nato a Verona il 3 maggio 1956 e creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica, è fra i fisici teorici più attenti alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica. Membro dell’Istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze, dirige il gruppo di ricerca in gravità quantistica dell’Università di Aix-Marsiglia
I libri
Il nuovo libro, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino, nasce dalla serie di video del Corriere della Sera — da un’idea e con la supervisione del vicedirettore Giampaolo Tucci — che Rovelli ha realizzato sulla storia delle armi atomiche e sull’attualità della minaccia nucleare. Fra i libri precedenti: Sette brevi lezioni di fisica (2014), L’ordine del tempo (2017), Helgoland (2020), Buchi bianchi (2023), Sull’uguaglianza di tutte le cose (2025), tutti Adelphi. Con Solferino ha pubblicato Ci sono luoghi al mondo dove più delle regole è importante la gentilezza (ultima edizione 2020) e Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao (2023)

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Torino, maggio 2025: la procura generale chiude definitivamente il primo processo penale in Italia che vedeva sul banco degli imputati l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e gli ex sindaci Piero Fassino e Chiara Appendino, accusati di inquinamento ambientale colposo per non aver fatto tutto il possibile per evitare il «deterioramento dell’aria della città di Torino». Per i giudici «il fatto non sussiste»: l’unica arma certa che possiedono gli amministratori locali per abbattere il deterioramento dell’aria sarebbe quella di fermare tutte le auto a combustione ma questo contrasterebbe «con altri interessi», come «la libertà di circolazione delle persone».
Il problema però resta. In Italia i trasporti sono responsabili di oltre un quarto del gas serra e molte città superano i limiti di polveri e sostanze nocive. Se si guarda al 2030, quando entreranno in vigore i nuovi e più stringenti limiti sulla qualità dell’aria, il nostro Paese resta ancora lontano dai parametri richiesti: applicandoli oggi, sarebbe fuorilegge il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per il biossido di azoto (Legambiente su dati Arpa). Il problema è di tutti: Istituto Superiore di Sanità e l’Agenzia per l’Ambiente stimano che ogni anno lo smog uccida 63mila italiani – 43mila morti premature per polveri sottili; 11mila per l’ozono e 9mila per biossido di azoto. È il dato peggiore d’Europa.
Con le tecnologie attualmente sul mercato (e in attesa di capire quale sarà il futuro del motore a idrogeno), annullare le emissioni significa una cosa sola: viaggiare su auto elettriche. I produttori guardano al 2035, quando si potranno immatricolare quasi soltanto veicoli nuovi a ricarica. Oggi in Italia l’elettrico rappresenta appena il 6,2% dell’immatricolato nel 2025 a fronte del 19% della Germania e del 20% della Francia. Anche perché, nel frattempo, lo Stato continua a garantire miliardi in sostegni per le vetture che bruciano diesel o benzina. Vediamo come.
Nonostante il miglioramento delle tecnologie, secondo l’Ispra il trasporto è l’unico settore che inquina più oggi rispetto al 1990: +10,2% di emissioni. Con una mobilità pubblica molto sotto la media europea, solo il 7,4% degli spostamenti avviene su bus, treni o metrò. Il risultato è che, quando usciamo di casa, due volte su tre scegliamo di farlo in automobile: non solo siamo il Paese con più veicoli dopo la Germania (47 milioni, che significa 701 vetture ogni mille abitanti a fronte delle 578 della media Ue), ma questi veicoli sono pure tra i più vecchi e per l’80% le montano motori endotermici a benzina o diesel. L’elettrico rappresenta solo lo 0,9% delle auto che si vedono sulle strade (dati Unrae).
Per gli operatori del settore, ma anche secondo la Commissione Ue, la spinta decisiva per un trasporto «sostenibile» deve passare dal rinnovo del parco auto delle imprese. Per due motivi: 1) quelle aziendali sono quasi la metà delle auto vendute che, percorrendo molta più strada, producono il 61% delle emissioni di anidride carbonica; 2) le aziende cambiano auto ogni 3-5 anni, e quindi – attraverso il mercato dell’usato – indirizzano le scelte dei cittadini. Ma le imprese italiane cosa scelgono? Poco l’elettrico (6,3% dell’immatricolato 2025), ancora parecchio i «vecchi» diesel e benzina (36,5%), e moltissimo l’ibrido (54%), con gli acquisti di veicoli plug-in che in un anno sono passati dal 5 al 10,4%.
Le ibride inquinano meno delle vetture a motore endotermico. Le più diffuse hanno batterie piccole e un’autonomia elettrica limitata: si ricaricano frenando e quindi la maggiore riduzione delle emissioni avviene solo se ci si sposta in città. Le plug-in invece sono ricaricabili direttamente e, a seconda delle situazioni, si muovono in elettrico oppure a combustione. Sulla carta sembra un buon compromesso, ma purtroppo non coincide con i fatti: gli studi (qui) resi pubblici dalla Commissione europea mostrano che le plug-in inquinano da 3 a 5 volte il dichiarato. Stando ai test di laboratorio dovrebbero viaggiare in elettrico per il 70-85% del percorso, nella realtà le auto private lo fanno al 45-49%, quelle aziendali all’11-15% anche perché, spiega la Corte dei conti europea, le aziende spesso rimborsano al dipendente le spese del carburante ma non quelle di ricarica, e se lo fanno – ha chiarito l’Agenzia delle entrate – i rimborsi vanno tassati.
Quella ibrida non è l’unica tecnologia che si vorrebbe definire green. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Picheto Fratin spinge perché l’Europa allarghi il ventaglio delle alternative: «Non c’è solo l’elettrico – dice – è fondamentale introdurre anche una categoria di veicoli alimentati con biocarburanti e carburanti sostenibili». Nicola Armaroli del Cnr: «Cambiare combustibili non sposta nulla a livello di enorme spreco energetico e ambientale: i biocarburanti rilasciano molte sostanze inquinanti. Inoltre, c’è un grande impatto connesso alla produzione, lavorazione e trasporto della materia prima vegetale da cui si ricavano. Tutto considerato, l’inquinamento prodotto da un’auto a biocarburante non si discosta molto da quello di un’auto a motore endotermico».
In un report del 2025, confrontando le emissioni dei motori più diffusi, è il ministero dei Trasporti a dire che «l’uso delle migliori tecnologie disponibili e l’eventuale riduzione della cilindrata media di tutti i veicoli porterebbero a ulteriori riduzioni delle emissioni ma non riuscirebbero comunque a garantire un significativo abbattimento delle emissioni di anidride carbonica». E questo rende «evidente la logica della strategia europea di lungo termine verso l’elettrificazione».
In Italia per spingere l’elettrico è prevista l’esenzione dal bollo per almeno cinque anni e uno sconto sulle imposte provinciali per l’immatricolazione, oltre agli incentivi-spot degli enti locali, come i 2000 euro di contributo della Provincia di Bolzano. Il Governo ha lanciato il piano automotive 2026-2030 da 1,6 miliardi di euro, ma vanno quasi tutti alle industrie, e – dopo quelli del 2025 – non si prevedono nuovi ecobonus per tutti i cittadini. C’è invece il contributo ai privati per le colonnine, considerato che pure sul fronte della diffusione dei punti di ricarica pubblici siamo quelli messi peggio in Europa.
Se andiamo a vedere i sussidi indiretti e i vantaggi fiscali, si scopre che lo Stato sta sostenendo le aziende affinché continuino ad acquistare e utilizzare veicoli ibridi o con motore endotermico. I conti (qui lo studio) li ha fatti Transport & Environment (T&E), la principale organizzazione per la decarbonizzazione dei trasporti: sull’acquisto di nuovi mezzi ibridi o a motore endotermico, ci sono 609 milioni di euro ogni anno per l’ammortamento della spesa e 360 milioni di detrazioni Iva. Per le agevolazioni fiscali sui carburanti 4,38 miliardi. Soprattutto: 8,95 miliardi di euro per le auto ibride, benzina e diesel date ai dipendenti in fringe benefit, per le quali è prevista una tassazione favorevole. In tutto 14,3 miliardi l’anno, a fronte dei 7,1 della Francia, 6,1 miliardi della Polonia, appena 800 milioni della Spagna. Perfino più che in Germania (13,7 miliardi di sussidi indiretti), dove l’industria dell’auto è potentissima anche perché crea molti più posti di lavoro che da noi.
Spingere sulle vetture a emissioni-zero, non significa solo salvaguardare la salute di milioni di italiani. «Ogni euro speso per l’aria pulita genera benefici almeno quattro volte più elevati» spiega la commissaria europea per l’Ambiente, Jessika Roswall.
Di certo c’è che lo scorso anno l’Europa ha speso 67 miliardi per importare circa un miliardo di barili di petrolio per auto: nello stesso periodo gli 8 milioni di veicoli elettrici che già circolano sulle strade europee hanno permesso di risparmiare 46 milioni di barili, per un valore di 2,9 miliardi di euro. Dopo lo scoppio del conflitto in Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz, con il prezzo dell’«oro nero» schizzato fin sopra i 100 dollari al barile (e accade ciclicamente, a ogni shock petrolifero), secondo le stime T&E, aggiornate a marzo 2026, percorrere 100 chilometri con un’auto a benzina costa mediamente 14,2 euro, mentre con un veicolo elettrico – anche conteggiando l’aumento dei prezzi dell’elettricità a causa del gas più caro – il costo medio scende a 6,5 euro. Sulle tasche degli automobilisti, il rincaro è stato 5 volte più alto per chi viaggia con motori endotermici. C’è un ostacolo a monte da considerare: il prezzo d’acquisto dell’auto elettrica è ancora troppo caro per molte tasche. A eccezione dei marchi cinesi, che stanno conquistando posizioni sul mercato europeo. Comunque per cambiare direzione da qualche parte bisognerà pur cominciare.
L’esperienza del Belgio mostra che per accelerare la transizione la leva fiscale può essere quella giusta: nel 2021 ha deciso che le aziende, a partire dal 2026 potranno ammortizzare solo il costo delle auto a zero emissioni, nessuna deducibilità fiscale per le altre, ibride comprese. Risultato: le elettriche sono passate dal 9 al 54%. Pochi giorni fa, a un convegno dell’associazione dei concessionari, il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha promesso nuovi eco-incentivi, a cominciare dai veicoli commerciali. Resta da capire cosa intenda per «eco».

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Dal cosiddetto campo largo e in particolare dal Pd si ripete che per fare il programma occorre ripartire dai territori e dalla società civile. Buona idea in linea di principio, che tuttavia è anche una implicita confessione di aver perso il legame con la società che vorrebbe rappresentare, di non aver più gli strumenti che un tempo gli consentivano di avere il polso non solo degli umori, ma anche delle aspirazioni, difficoltà, cambiamenti. Probabilmente anche nel periodo d’oro del legame tra il Pd e il suo elettorato una parte dell’apparato politico viveva in una sorta di mondo separato e per molti versi auto-referenziale – un mondo di alieni, come ha scritto autoriflessivamente anni fa Laura Balbo, acuta sociologa prestata per un breve tempo alla politica negli anni Novanta, scomparsa proprio in questi giorni. Ma questa autoreferenzialità è aumentata sempre più specularmente al venir meno di una capacità, e disposizione, a conoscere contesti, pratiche, a instaurare relazioni e cercare alleanze non puramente strumentali.
La grande mobilitazione dell’Ulivo, ricordata su questo giornale da Prodi, probabilmente irripetibile non solo nella sua intensità, ma anche nei modi (ad esempio i molti comitati spontanei), che avrebbe forse potuto dare forma a nuove forme di partecipazione non legate esclusivamente ad una campagna elettorale, per altro fu affossata rapidamente dall’occupazione della scena da parte dei conflitti interni alla coalizione che aveva portato al governo. L’interlocuzione con la società civile, sempre più erratica e legata ai cicli elettorali, ha assunto sempre più spesso la forma di passerella ad inviti, in cui si chiamano gli ospiti più vari a dire la loro in cinque-dieci minuti, senza preoccupazione non dico per l’organicità, ma almeno per il principio di non contraddizione e comunque senza confronto, discussione, essa in comune di idee, punti di vista, esperienze.
L’apparente, anche ben intenzionata, apertura ad una molteplicità di idee e sguardi si risolve così vuoi in una lista, lunghissima e perciò ingestibile, di temi, vuoi in una cacofonia, non in un lavoro comune, tanto meno in effettiva partecipazione. Penso all’iniziativa “Piazza grande” di Zingaretti, o all’ “Agorà” di Letta ed ora agli incontri che il PD organizza in alcune grandi città. Anche le Leopolde di Renzi, pur organizzate in tavoli di lavoro, quindi con un minimo di confronto su singoli temi, erano forme di partecipazione (ad invito) per lo spazio di qualche giorno, non modalità di coinvolgimento sistematico e al di fuori dalla cerchia degli esperti e dei testimonials.
Queste formule possono forse gratificare gli e le invitate per la possibilità di avere una vetrina, se ne sentono il desiderio, ma la partecipazione alla definizione e costruzione di un progetto di società è un’altra cosa.
Temo che questa modalità di intendere l’ascolto e il coinvolgimento dei cittadini nasca non solo da una immagine superficiale di che cosa comporti davvero farlo sul serio, ma anche, se non soprattutto, dal fatto che manca un’idea strutturata della direzione che si vorrebbe prendere e in che modo. Anche lasciando da parte le questioni dei rapporti internazionali, che dividono non solo i partiti del possibile campo largo, ma anche il PD al proprio interno, in questi anni di opposizione non si è capito quali siano le proposte positive, strutturali, e da attuare con quali mezzi, per affrontare le sfide demografiche, economiche, tecnologiche, che ci stanno davanti. Salario minimo, congedo paritario, rafforzamento della sanità sono importanti, ma entro quale cornice complessiva? Va bene ascoltare le proposte che vengono “dai territori e dalla società civile”, ma a partire da quale proposta propria, eventualmente aggiustabile e modificabile nel confronto? Quale è la logica, la prospettiva di insieme, i punti fermi, in cui si valutano le idee e proposte che si raccolgono?
Anche per onestà verso i propri interlocutori i punti essenziali di questa cornice vanno chiariti. Ed invece di organizzare passerelle, suggerirei di andare a discutere questi punti e la cornice che li contiene in luoghi, con interlocutori che su quei punti hanno cose da dire e con il tempo necessario. Per gli intellettuali e gli esperti sarebbero utili incontri seminariali. Ma sarebbe anche utile farsi ospitare, non solo nelle grandi città, da case di quartiere, portinerie di comunità e simili, centri famiglia, sedi sindacali, associazioni, biblioteche – luoghi dove sia possibile incontrare cittadini nei loro contesti di vita e dove spesso si attuano sviluppano conoscenze e pratiche sociali interessanti e innovative, anche se pressoché invisibili alla politica (e agli intellettuali).
L’insistenza normativa avvalora l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul suo perno politico: la sicurezza

(Flavia Perina – lastampa.it) – Ma l’idea di una eterna emergenza sicurezza da affrontare pugnal tra i denti può pagare ancora a destra? È la domanda che la maggioranza dovrebbe porsi dopo l’esito surreale del quinto decreto sicurezza, che oggi vedrà il governo impegnato a cancellare con una mano ciò che aveva scritto pochi giorni fa con l’altra. Si può dire (e la destra lo dice): solo un incidente di percorso. Ma il provvedimento arrivato in queste ore al capolinea ha annaspato troppo tempo nelle difficoltà per chiudere la questione così.
Per mesi la maggioranza si è incagliata su ogni singolo dettaglio del testo, in una girandola di proposte avanzate e ritirate perché in conflitto con altre norme, o al limite della costituzionalità, o affondate da fatti di cronaca come l’omicidio di Rogoredo. Il testo è arrivato nell’aula del Senato senza relatore perché si è fatto e disfatto su ogni dettaglio del pacchetto: sul fermo preventivo senza limiti, sullo scudo legale assoluto per gli agenti, sulle cauzioni a carico di chi organizza manifestazioni, sull’uso dell’esercito in funzioni di ordine pubblico.
La difficoltà, evidente, è stata quella di produrre nuovi segnali di intransigenza e fermezza dopo aver esplorato con i quattro precedenti decreti sicurezza ogni angolo dell’universo securitario, dai rave (primo decreto sicurezza) alla caccia planetaria agli scafisti (decreto Cutro), dalle baby gang (decreto Caivano) ai quattordici nuovi reati introdotti dal decreto del 2025.
Restare nel canone della Costituzione alzando per la quinta volta il tiro era oggettivamente difficile, e infatti non ci si è riusciti: il provvedimento più significativo, introdotto all’ultimo minuto con un emendamento a prima firma FdI, si è scontrato non solo con le osservazioni del capo dello Stato ma soprattutto con le contestazioni indignate di chi avrebbe dovuto beneficiarne, gli avvocati e ogni loro rappresentanza.
Il problema tecnico sarà risolto, il problema politico rimane. Per il suo ipotetico weekend della riscossa il centrodestra aveva immaginato una coppia di iniziative ad alto impatto, concepite per segnare la ripartenza dopo lo choc referendario. La prima era la visita in Albania di una delegazione FdI di altissimo livello, che avrebbe dovuto “ribaltare la narrazione” sull’inefficienza del centro di Gjader. La seconda era appunto affidata al bonus di Stato agli avvocati che si spendono per il rimpatrio assistito dei loro clienti anziché brigare con le richieste d’asilo. Era, forse, anche un modo di assecondare l’input dato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio 2026 («Dovrà essere l’anno del cambio di passo sulla sicurezza») poi ribadito nell’ultimo intervento in Parlamento («Non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza»). Entrambe le idee hanno fatto cilecca, la seconda si è trasformata in un atto di autolesionismo difficile da riparare.
E dunque la domanda iniziale ha un suo senso: questa eterna emergenza sicurezza, valorizzata in ogni intervento, ogni trasmissione televisiva, ogni impegno parlamentare, può essere davvero la risposta giusta per la gestione dell’ultimo anno di legislatura? O è soltanto la comfort zone dove il centrodestra trova riparo in un momento di confusione e incertezza? Dopo quattro anni di governo, è immaginabile che gli elettori della maggioranza siano storditi da una escalation interventista che dà la sensazione di un esecutivo alla perenne e continua rincorsa di eventi che non riesce a controllare. Sistemate le baby gang ci sono i maranza, sistemato il piccolo spaccio ci sono i coltelli, sistemate le occupazioni delle prime case ci sono quelle delle case al mare, fatti gli accordi per i rimpatri ci sono quelli che non li assecondano, raddoppiata la vigilanza nelle stazioni ci sono i ragazzini che aggrediscono i professori.
Il rischio piuttosto evidente è che l’impegno sulla sicurezza e l’infinita serie di norme-bandiera prodotte per confermarlo si trasformino in boomerang e avvalorino l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul caposaldo politico della sua proposta, quello che nel 2022 ha contribuito a segnarne la vittoria. E il vero paradosso è che, a guardare i dati, l’emergenza non esiste o è molto minore di come la raccontano: tutti i reati di pericolo sociale sono in diminuzione da anni e pure l’immigrazione, ci dice l’Istat, sta registrando cali. Prenderne atto e valorizzare i risultati ottenuti piuttosto che i problemi ancora aperti forse sarebbe una migliore strategia. Di certo più convincente dell’allarmismo quotidiano, visti anche i risultati parlamentari che produce.

(di Michele Serra – repubblica.it) – In vista del 25 aprile, e delle ricorrenti e annose dichiarazioni sulla pari dignità dei morti (ultima in ordine di tempo, e certo non imprevedibile, quella del presidente del Senato La Russa), va detto che la pietà umana è un sentimento universale, e astenersi dal compiangere chi muore a vent’anni è segno di aridità e grettezza. Tutt’altra cosa è il giudizio sulle ragioni e gli ideali per i quali si muore — per esempio: la libertà, la fine di una dittatura, la fine della spaventosa guerra conseguente alla dittatura. È a quel giudizio, e a nient’altro, che deve attenersi una comunità cosciente di se stessa. Con le sue istituzioni, i suoi simboli, la sua ritualità pubblica. Per questo si commemorano i partigiani e non i repubblichini.
Perché gli uni morirono per la libertà e per una democrazia che non videro, ma seppero sognare. Gli altri morirono per molto dubbie questioni di “onore patriottico” e di lealtà all’ex alleato nazista. O più banalmente per ostinata fedeltà al regime fascista, totalitario e razzista fin dalle origini, ben prima di sprofondare nel nero della guerra.
Qualche pensiero a quei ragazzi inchiodati “dalla parte sbagliata” può spenderlo chiunque, anche chi è del tutto estraneo a quella ideologia necrofila (il «viva la muerte» falangista ne è il sunto perfetto). Ma non è neppure in discussione l’univocità del 25 aprile, il suo essere Festa della liberazione dal nazifascismo: e nient’altro.
Si capisce che questa univocità possa avere, per qualcuno, qualcosa di escludente. Ma se c’è una occasione nella quale gli esclusi possono farsene una ragione, e gli inclusi non dolersene, è proprio il 25 aprile.