
(Fabrizio Russo – lafionda.org) – Ecco l’ennesimo paradosso della politica internazionale che manda in frantumi le certezze del clero politico-mediatico nostrano. L’indiscrezione su un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin relativo alle forniture di benzina e diesel offre un piccolo ma eloquente compendio della geopolitica contemporanea: un concentrato di pragmatismo americano, disinvoltura russa e, immancabilmente, miopia strategica europea. Proviamo a ricostruirne il significato, al di là delle rappresentazioni di comodo.
1. Il pallottoliere e la realtà: volumi modesti, significato politico rilevante
Dal punto di vista strettamente quantitativo, l’intesa annunciata sulle forniture di prodotti petroliferi raffinati russi verso gli Stati Uniti potrebbe apparire quasi irrilevante. Parliamo di volumi che, rapportati agli enormi consumi energetici dell’economia americana, rappresentano una goccia nel mare: una frazione trascurabile delle centinaia di milioni di galloni consumati quotidianamente negli Stati Uniti. Ma fermarsi al dato contabile significherebbe trascurare la dimensione propriamente politica della vicenda.
La portata dell’accordo è infatti essenzialmente politica e simbolica. Per la Casa Bianca, rappresenta un modo per segnalare che anche il regime sanzionatorio può essere subordinato alle esigenze dell’interesse nazionale e per inviare un messaggio ai mercati energetici. Per il Cremlino, costituisce invece l’occasione per mostrare i limiti del proprio isolamento internazionale e ribadire che persino l’Occidente a trazione trumpiana è disposto a negoziare quando il costo dell’energia rischia di tradursi in una perdita di consenso interno.
2. Il pragmatismo trumpiano e l’inettitudine dei mandarini di Bruxelles
Mentre Washington applica senza particolari scrupoli il principio fondamentale della Realpolitik — perseguire l’interesse nazionale, subordinare la retorica alle convenienze concrete, trattare persino con il “demonio” se questo può contribuire a ridurre di qualche centesimo il prezzo del carburante per gli automobilisti dell’Ohio —, l’Unione Europea resta a guardare, esclusa dai principali tavoli negoziali.
Le autorità europee confermano così tutti i limiti di un ceto burocratico privo di un’autonoma visione strategica, incapace di leggere le trasformazioni degli equilibri energetici mondiali e costretto a ricorrere al gas naturale liquefatto americano a prezzi elevatissimi, dopo aver sacrificato importanti settori dell’industria tedesca e italiana sull’altare di politiche sanzionatorie dagli effetti largamente autolesionistici. Trump negozia con l’avversario storico per alleggerire la pressione economica sui propri elettori; la Commissione europea continua invece a recitare la parte del vaso di terracotta, persuaso di poter competere ad armi pari con i vasi di ferro.
3. Il catechismo politico-mediatico e la manipolazione del consenso
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto i palazzi della burocrazia comunitaria. Investe anche il sistema politico-mediatico che, da anni, propone all’opinione pubblica europea, e in particolare a quella italiana, una rappresentazione della geopolitica fondata su contrapposizioni morali elementari: i “buoni” contro i “cattivi”, le “democrazie” contro le “autocrazie”, l’Ucraina “aggredita” la cui difesa giustificherebbe qualsiasi sacrificio economico e sociale, fino all’impoverimento delle famiglie e alla deindustrializzazione del Paese.
Mentre le grandi potenze continuano a negoziare, anche sottobanco, per tutelare i propri interessi strategici ed energetici, da noi si insiste nel rivendicare una presunta superiorità morale dell’Occidente, quasi che questa potesse dispensare dall’analisi dei rapporti di forza e dalla valutazione delle conseguenze concrete delle decisioni politiche.
È il risultato di un catechismo etico-politico che pretende di sostituire alla complessità delle relazioni internazionali le categorie proprie di un codice d’onore cavalleresco, quando non addirittura le regole di un’assemblea di condominio. Una rappresentazione semplificata e moralistica che finisce per oscurare gli interessi effettivamente in gioco, sottraendo al giudizio dei cittadini gli elementi necessari per valutare le scelte compiute in loro nome.
Conclusioni: la fabbrica del consenso e la circonvenzione dei cittadini
Di fronte a uno scenario in cui le grandi potenze continuano a contendersi e a spartirsi mercati, risorse e sfere d’influenza, emerge con particolare evidenza la responsabilità di classi dirigenti europee che, anziché rappresentare e tutelare gli interessi dei propri cittadini, sembrano soprattutto preoccupate di giustificare scelte delle quali sono proprio questi ultimi a sopportare le conseguenze.
Il problema non risiede, dunque, in una presunta incapacità degli elettori di comprendere la realtà, bensì nella sistematica deformazione dei termini del dibattito pubblico, attraverso una narrazione che sostituisce l’analisi politica con la contrapposizione morale, restringendo gli spazi di un confronto democratico realmente consapevole.
Più che di incapacità di intendere e di volere dei cittadini, si dovrebbe allora parlare di una sorta di circonvenzione politica ai loro danni: un meccanismo alimentato da classi dirigenti ciniche e da un sistema dell’informazione che continua a dispensare certezze morali mentre altrove si negoziano interessi e si contabilizzano profitti.
Resta da chiedersi se la narrazione politico-mediatica nostrana riuscirà a giustificare anche questa mossa sull’asse Washington-Mosca, o se assisteremo finalmente a un risveglio del realismo politico. Temo, ancora una volta, la comica finale…
Un nuovo libro analizza la questione che ha coinvolto il giornalista d’inchiesta e il meccanismo di delegittimazione di chi controlla il potere

(di Domenico Cannizzaro – ilfattoquotidiano.it) – “REPORT, SPORCARE LA VITTIMA – Sigfrido Ranucci e il potere che non sopporta di essere osservato”. È questo il titolo del nuovo libro di Marco Milioni e Gianluca Prestigiacomo, che come si ben percepisce dalla titolazione, affronta il caso Ranucci ma da un’altra prospettiva: la vittima che viene “sporcata“. Prendendo le mosse dall’attentato subìto da Ranucci e dagli sviluppi giudiziari e mediatici che hanno successivamente investito il giornalista e la trasmissione Report, fino alla decisione della Rai di sostituirlo alla conduzione del programma, i due autori si interrogano su un fenomeno che attraversa la storia italiana e investe direttamente la qualità della vita democratica: il processo attraverso il quale chi esercita una funzione di controllo sui poteri politici, economici e istituzionali può diventare a sua volta oggetto di una progressiva delegittimazione.
L’espressione “sporcare la vittima” è usata per indicare un meccanismo nel quale l’attenzione pubblica si sposta gradualmente dall’aggressione alla persona che l’ha subita. Le sue frequentazioni, le fragilità, le relazioni personali e le eventuali contraddizioni – ricordano gli autori – vengono isolate e ricomposte all’interno di una narrazione capace di modificarne la percezione pubblica, fino a rendere la vittima stessa destinataria di sospetti. Attraverso il confronto con vicende differenti della storia italiana, Milioni e Prestigiacomo analizzano le forme che tale processo può assumere, senza presupporre necessariamente l’esistenza di una “regia” comune o sovrapporre responsabilità e contesti storici diversi. La vicenda Ranucci acquista così un significato che supera il destino professionale del singolo giornalista. La questione investe il rapporto tra informazione e potere, tra testate e fruitori del sistema dell’informazione, in ragione delle pressioni esercitate sulle redazioni.
In altre parole, rimane drammaticamente aperto il problema dell’autonomia del servizio pubblico radiotelevisivo e del giornalismo in genere. Milioni e Prestigiacomo affrontano questi temi distinguendo la critica professionale dalla delegittimazione personale, nella convinzione che la difesa della libertà di stampa non possa tradursi nell’attribuzione di una presunta “infallibilità” di chi esercita il mestiere di giornalista. La verifica delle fonti, il rispetto della verità sostanziale dei fatti e la responsabilità per gli eventuali errori rimangono princìpi irrinunciabili.
Proprio lo stesso Ranucci, ieri, nel videomessaggio inviato al Rumore Festival, organizzato da Fanpage a Roma, ha detto: “Dobbiamo essere più partecipi nel difendere il nostro diritto a essere informati, nel tutelare la stampa accreditata, nel fare scelte consapevoli e non consentire a nessuno di farci essere infelici. Dal 2000 – ha ricordato Ranucci nel messaggio, registrato in una pausa delle prove del suo spettacolo Diario di un trapezista a Bologna e privo di riferimento alla sua vicenda e alla rimozione dalla conduzione di Report – l’informazione a livello mondiale è stata colonizzata dai social, dalle piattaforme“.
E ancora: “Qualche giorno fa l’istituto di ricerca della Reuters ha certificato che per la prima volta nella storia dell’umanità la maggior parte mondo si informa attraverso i social, il web, e questo è il punto di non ritorno: ci deve far preoccupare il fatto che venga scelto come punto centrale dell’informazione una sorta di bibliotecario ubriaco, perché spesso la notizia che sta più in alto non è quella vera, ma la più cliccabile“. Nel web “vedo una massa di contenuti che viene dalla Silicon Valley e non ha nulla a che vedere con il nostro mondo, ma parla di divieto di diritti alla parità di genere, di politiche contro l’immigrazione, di negazione del cambiamento climatico e punta a far implodere l’Europa”, ha sottolineato.
Al tempo stesso però gli autori sostengono che ogni contestazione deve essere sostenuta da elementi concreti e verificabili, evitando che il sospetto reputazionale possa sostituire l’accertamento di una responsabilità. Gli autori avanzano alcune proposte di riforma del sistema dell’informazione, tra le quali nuovi strumenti di sostegno al giornalismo indipendente e l’adozione di uno “Statuto di garanzia del giornalismo d’inchiesta” capace di tutelare l’autonomia editoriale, la continuità delle redazioni, la riservatezza delle fonti e la sicurezza professionale di chi svolge attività investigativa. Nella prefazione, il consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Gianluca Amadori evidenzia l’ampiezza della prospettiva adottata dai due autori: la vicenda di Report offre l’occasione per esaminare le molteplici forme di pressione che possono investire il giornalismo, senza rinunciare all’equilibrio necessario tra libertà di informazione, tutela della reputazione, garantismo e presunzione di innocenza.
Lerner: “Putin e Trump pacifisti? Una caricatura”. Il confronto sul Nove. Ospiti di Sommi, i due giornalisti commentano l’intesa tra Stati Uniti e Russia sulle forniture di gasolio, temporaneamente esentate dalle sanzioni americane

(ilfattoquotidiano.it) – “Per me è sempre una buona notizia quando le grandi potenze si parlano e non si sparano“. Marco Travaglio commenta così ad Accordi & Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi il sabato sul Nove, l’intesa tra Putin e Trump sulle forniture di gasolio, esentate dalle sanzioni statunitensi fino ad aprile per contenere i prezzi dell’energia. “Non so voi dove pensate di essere, ma io so di essere in mezzo tra due potenze atomiche che potrebbero scatenare la terza guerra mondiale. Il fatto che si parlino per me è rassicurante. E il fatto che si scambino energia trovo che sia il minimo indispensabile da fare in una situazione come questa”, continua il direttore del Fatto Quotidiano, che critica le scelte energetiche europee: “Continuiamo a far finta di rifiutare l’energia dalle autocrazie. Da chi la compriamo? Dall’Azerbaigian, un Paese che il Parlamento europeo ha definito artefice di una pulizia etnica ai danni di un popolo che ha subito un genocidio, cioè gli armeni”.
Di tutt’altro avviso Gad Lerner, che contesta la rappresentazione di Putin e Trump come “due pacifisti che si vedono in Alaska e che poi si telefonano e fanno accordi commerciali sul gasolio” contrapposti a “un’Europa guerrafondaia”. “Questa è una caricatura alla quale non mi adattavo un anno e mezzo fa, quando si sono visti in Alaska, e ancor meno mi adatto dopo che Trump ha fatto quello che ha fatto in Venezuela e ha scatenato una guerra contro l’Iran”, replica il giornalista. Che richiama anche il conflitto in Ucraina: “Putin continua imperterrito la sua guerra con l’Ucraina, che risponde anche sostenuta da armi occidentali? Non c’è dubbio, ma vorrei vedere chi al posto suo non risponderebbe”. E conclude: “Per cui questa idea dell’accordo di pace tra Putin e Trump, del quale noi avremmo dovuto beneficiare… Speravo che in questa sede fosse superata”.

(Tommaso Merlo) – Trump ha incolpato Zelensky perché scarseggia il diesel, ma dovrebbe guardarsi allo specchio se ancora vi riesce. Il lunapark occidentale è rimasto a secco perché i sionisti hanno spinto Trump ad aggradire illegalmente l’Iran. Ed invece di trionfare, se lo sono preso in quel posto. E non riescendo ad ammetterlo, siamo piombati in un baratro tale che Trump è passato dalle sanzioni alla Russia ad elemosinare qualche barile a Putin. Esempio cristallino della superiore civiltà occidentale, i propri sporchi interessi senza nessun ritegno. Ma del resto la strategia iraniana sta funzionando alla grande checché ne dica il circo mainstream, a venire strangolato economicamente questa volta è il panciuto sceriffo americano e i suoi sguatteri europei. Col risultato che Trump alle elezioni di medio termine rischia di fare la fine di un immigrato clandestino, deportato a malo modo in un campo di concentramento ecuadoregno e fatto marcire in una gabbia. Atro che scarica barile, i droni ucraini che colpiscono le raffinerie russe servono giusto a fare foto per la propaganda della Nato e sfogare la bile della banda Zelensky oramai alla canna del gas. Pare che a Kiev non si possa andare neanche più di corpo serenamente perché sono esplose anche le fogne e il sindaco della città ha suggerito ai suoi cittadini che non l’hanno ancora capito da soli che è ora di fare armi e bagagli dato che la vittoria è rinviata a data da destinarsi. La vera ragione della crisi energetica è lo Stretto di Hormuz da cui non esce una goccia di oro nero senza il permesso dei nuovi padroni dell’Asia Occidentale che risiedono a Teheran e che stanno anche riscuotendo lauti dazi con cui sbarcano il lunario in attesa di una escalation che danno per scontata. Il picco della crisi energetica era stato finora rinviato con le manipolazioni del mercato della banda Trump, attingendo alle riserve strategiche e grazie all’Arabia Saudita di Bin Salam con le sue condotte verso il Mar Rosso che aggirano lo Stretto. Condotte poi avvolte da colonne di denso fumo nero come raffinerie e perfino aeroporti per opera degli Houthi dello Yemen, gli stessi che Trump si vantava di aver gloriosamente sconfitto. La loro colpa è la solita, essere alleati con l’Iran e pro Palestina e a massacrarli per conto terzi ci stava pensando da anni Bin Salam ma si sa, coi soldi compri armi e mercenari ma non certo una buona ragione per morire. Davvero tempi duri per la Coalizione Epstein, di questo passo Bin Salam rischia di venire trattato come lui ha sempre trattato i suoi oppositori, fatto a pezzi. Ma la vita è così, coi soldi puoi comprare roba ma non certo qualità umane e Bin Salam è un rinomato idiota con un ego tossico disposto a tutto per il potere. Cosa ci faccia un contingente italiano in quel regime oscurantista in mano a quel personaggio squallido, è uno dei misteri della malapolitica italiota. Pare che Bin Salam sia addirittura al verde e se decidesse di vendere i titoli di stato americani prima che diventino del tutto spazzatura, potrebbe allargare le voragini borsistiche. Ed è anche per questo che Trump potrebbe decidere d’intervenire in soccorso del sodale saudita con cui condivide da sempre la passione per soldi, potere e soprattutto per le ragazzine. Del resto se crolla il Salam, crolla un pilastro del colonialismo petrolifero e gassoso nonché del doppiogiochismo politico a fini sionisti nel Golfo. Ed è per questo che molti analisti danno per scontata una nuova escalation ed hanno già registrato movimenti anomali di cacciabombardieri tra le basi superstiti della regione. Esigenze energetiche ma anche elettorali, Ad essere in difficoltà non sono solo Trump e il Salam ma anche il loro padrone, quell’orco latitante del premier israeliano che rischia di venire linciato dal suo stesso popolo e vorrebbe una escalation per rilanciarsi come l’Erode più sanguinario in modo da recuperare nei sondaggi o perfino rinviare le elezioni. Trump ha detto che se ne parla eventualmente dopo il voto, ma quello che gli esce dalla bocca oramai vale meno di quello che gli esce dal fondoschiena e dato che la Coalizione Epstein deve rimanere unita con le buone e con le cattive, tutto è possibile. L’intenzione sarebbe quella di dar fondo agli arsenali colpendo obiettivi civili iraniani, ormai un classico della superiore civiltà occidentale e magari pure Pickaxe Mountain con una bomba nucleare tattica un po’ come colpo di scena finale utile a far finta di aver vinto e un po’ nella pia illusone che i Pasdaran calino le braghe dalla paura. Ma se davvero osassero, l’Iran coglierebbe l’occasione per provare anche preventivamente a finire il lavoro, cacciando definitivamente il morente impero americano dal Golfo Persico, consolidando il controllo su Hormuz ed imponendo ad un nuovo assetto regionale che includa la fine dei conflitti in Palestina e Libano. La soluzione più intelligente per tutti sarebbe la resa occidentale e l’accettazione del nuovo status quo, ma con certa gentaglia al potere e con la morsa sionista su Washington, il timore è che a meno di catastrofi economiche, l’unica soluzione sia sul campo di battaglia con rischi nel tempo di escalation mondiale.
RANUCCI, ‘CONTINUERÒ A BATTERMI, MI SENTO GIOVANE PER LA PENSIONE’

(ANSA) – BOLOGNA, 10 OTT – “Se non ci sarà proprio la possibilità di fare il giornalista, qualche altra cosa, ma sempre per l’impegno civile, sempre a difesa dei più fragili e dei più deboli, me la inventerò. Mi sento giovane per la pensione”. Lo ha detto Sigfrido Ranucci, rispondendo a una domanda sulla possibilità di lavorare fuori dalla Rai, a margine del suo spettacolo “Diario di un trapezista” al teatro Duse di Bologna.
“Ho sempre fatto il mio lavoro credendo in quello che faccio, mi sento un giornalista nella pelle”, ha sottolineato. Un impegno per il quale, ha aggiunto, ha fatto soffrire anche le persone vicine e i familiari, sottraendo “energie, risorse, libertà”. “Continuerò a battermi per questo”, ha assicurato.
Il giornalista ha ribadito il rispetto per la decisione del Tribunale di Roma che ha respinto la sua istanza di reintegro alla guida di Report. “Rispettare la legalità, rispettare i magistrati non è come indossare una maglietta e togliertela quando fa comodo, quindi uno deve rispettarli sempre”, ha affermato, ricordando di essersi battuto per la loro indipendenza anche durante il referendum. Quanto ai tre incarichi alternativi, prospettatigli dai vertici di viale Mazzini, la vicedirezione di Rainews o Rai3 o il ruolo di corrispondente dal Cairo, Ranucci ha spiegato: “Abbiamo tempo fino a lunedì, mi consulto anche con i legali e vedremo quali saranno le strade più opportune”.
RANUCCI, ‘I COLLEGHI DI REPORT POTEVANO MANDARE UN MESSAGGIO UN PO’ PRIMA’
(ANSA) – BOLOGNA, 10 OTT – “Magari potevano mandare un messaggio un po’ prima, in maniera anche forte”. Così Sigfrido Ranucci, a margine del suo spettacolo “Diario di un trapezista” al teatro Duse di Bologna, ha commentato la nota con cui oggi la squadra di Report ha dichiarato di non averlo mai sfiduciato né di averne chiesto la rimozione.
La presa di posizione arriva all’indomani dell’ordinanza del Tribunale di Roma che ha respinto l’istanza del giornalista per il reintegro alla guida del programma. Ranucci ha sottolineato come i giornalisti che guidava fino a qualche mese fa abbiano preso posizione “oggi perché si sono resi conto che nell’ordinanza il giudice aveva rigettato il ricorso, motivandolo, attingendo a una serie di dichiarazioni degli amici. Perché non ho avuto solo Lavitola come amico, ho avuto pure Santoro che ha detto che avrei dovuto abbandonare Report, Formigli, anche Saviano.
Devo dire però che sono state tutte dichiarazioni drogate da un fatto – ha proseguito – : ci sono stati 3.500 articoli falsi che hanno condizionato le opinioni delle persone, il cosiddetto rumore mediatico, che è stato poi alla base anche della decisione del giudice”. Per Ranucci “è passato il concetto che si può rimuovere un giornalista in base al rumore mediatico, poco importa se sia vero o falso, io credo che non sia giusto questo”, ha concluso.
TRUMP, SONO POPOLARE, HO VINTO TRE ELEZIONI

(ANSA) – NEW YORK, 10 OTT – “Sono popolare. Cnn ha appena fatto un sondgagio che rivela che ho il 99% delle preferenze nel partito repubblicano. Ho vinto tre elezioni”. Lo ha detto Donald Trump a Clarksville, in Tennessee, insistendo sul fatto di aver vinto anche nel 2020, ma i democratici hanno “imbrogliato”. Definendosi popolare, il presidente Usa risponde ai sondaggi che lo vedono in calo.
TRUMP ATTACCA IL CANDIDATO DEM EL-SAYED, È UN JIHADISTA, NON LO VOGLIO AL CONGRESSO
(ANSA) – NEW YORK, 10 OTT – Il presidente Usa, Donald Trump, attacca il candidato democratico al Senato in Michigan Abdul El-Sayed. “E’ un jihaidista, non lo voglio al Congresso”, ha detto durante un comizio a Clarksville, in Tennessee.
TRUMP, DOPO IL GOLFO E IL LAGO D’AMERICA CI SERVE UN OCEANO, DOVREMMO PRENDERCELO
(ANSA) – NEW YORK, 10 OTT – “Abbiamo il Golfo d’America, il lago d’America, ora qualcuno dice che abbiamo bisogno di un fiume o di un oceano. Possiamo guardare al Pacifico o all’Atlantico, potremmo chiamarlo oceano Trump o oceano d’America. Dovremmo farlo prima della fine del mandato”. Lo ha detto Donald Trump nel corso di un comizio a Clarksville, in Tennessee.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Prima dare una forma politica alla coalizione, poi pensare alla leadership. Lo ha ripetuto anche D’Alema a Genova, suggello di un vecchio capo a un’opinione largamente prevalente negli elettori del centrosinistra, ripetuta e scritta inutilmente centinaia di volte. E l’avverbio “inutilmente” lascia intendere che i canali di ascolto tra i gruppi dirigenti e il grosso del loro elettorato sono parecchio occlusi.
Mesi e mesi — dal tonfo del governo al referendum di marzo in poi — passati a ripetere un mantra evidentemente inutile, “prima il programma”, perché è la questione della leadership, invece, che ha occupato quasi per intero la scena. E la sola questione politica che ha avuto grande rilievo sui giornali e nei talk è stata il riarmo dell’Ucraina, forse l’unico punto rilevante di dissenso. Con l’aggravante che sullo stesso argomento (il rapporto tra Europa e Russia) nel presente governo le distanze sono molto maggiori.
Puntare sul programma sarebbe servito, tra le altre cose, anche a rendere visibili e familiari all’opinione pubblica i punti di accordo, che sono tanti e strutturali: la questione ucraina passa, prima o poi; fisco, scuola e sanità pubblica rimangono per generazioni. Si vede che Schlein e Conte li danno per scontati, i punti del programma. Magari ne hanno già discusso tra loro (ipotesi fausta) oppure aspettano di discuterne quando, dopo le primarie, si saprà chi dei due è il più forte (ipotesi infausta).
Infine. Tanta vibrante opposizione al Melonellum, che si fonda sulla “capocrazia” come scioglimento di tutti i nodi. E poi è proprio attorno alla figura del capo che l’opposizione spende ogni sua energia?

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Lo Stato di Israele è in stato di emergenza da quando è nato, il 14 maggio 1948. Da allora si considera in guerra permanente, latente o effettiva, contro i nemici prossimi (arabi) o distanti (iraniani). Costituzione materiale dello Stato ebraico, che ne fa un caso unico. L’emergenza è esistenziale dall’8 ottobre 2023, quando Netanyahu, con il sostegno di quasi tutti i connazionali, scelse di trattare il massacro di Hamas attorno a Gaza quale minaccia alla vita stessa dello Stato ebraico. Precisamente quanto Sinwar si prefiggeva, dopo essere sopravvissuto armato fino ai denti grazie ai finanziamenti garantitigli da Bibi, che molto se ne vantava. Eccesso di “astuzia”, fesseria o crimine?
Storia dirà se la scelta di reagire con un rilancio potenzialmente infinito — se non con la liquidazione degli “animali” palestinesi, sempre che una pace sia possibile con gli altri ben più potenti nemici — fu per gli israeliani cosa buona e giusta. O invece la discesa senza soste lungo un piano inclinato. A oggi constatiamo che il grado di odio nei confronti di Israele — spesso esteso agli ebrei in diaspora — non ha paragoni nella storia contemporanea. Se non forse nella germanofobia diffusa dopo la seconda guerra mondiale, moltiplicata dalla lenta presa di coscienza dell’enormità dei crimini hitleriani, su tutti l’Olocausto. Sinistro paradosso: lo Stato che doveva proteggere gli ebrei per proteggere sé stesso mette ovunque in questione sicurezza e benessere degli ebrei.
Non l’unico paradosso. Che cosa di più contraddittorio di uno Stato — dal latino stare=essere fermi in un luogo — dai confini volutamente indeterminati, in guerra permanente (cinetica nel gergo militare) su tutti i fronti? La strutturale instabilità della maggiore potenza mediorientale — unica nucleare — è inscritta nella sua cifra geopolitica: “villa nella giungla”. Miracolo di relativa democrazia e libertà in un contesto di regimi più o meno oligarchici privi di base identitaria.
Oggi all’orizzonte non si intravvede alcuna prospettiva di pace. Semmai la minaccia di una guerra con la Turchia. Quella sì decisamente esistenziale. Mai una potenza vera si era stabilita a ridosso dello Stato ebraico, come oggi i turchi in Siria, domani forse a Gaza. A Gerusalemme come ad Ankara lo scontro che potrebbe riscrivere la mappa del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale è considerato solo questione di tempo. Con epicentro fra Siria, Cipro ed Egeo. Israele vi si prepara stringendo accordi militari con Grecia e Cipro, alle cui spalle si staglia la Francia. La Turchia vi oppone un vago allineamento con Pakistan e Arabia Saudita, che quanto a statualità non sono certo meglio serviti di Israele, ma possono portare la Bomba in dote a Erdoğan. Con l’America nel caos, la prospettiva di Israele non potrebbe apparire più critica.
A prima vista, l’escalazione infinita del conflitto perseguita dal premier israeliano sembra inspiegabile, se non pura follia. Peggio: la netta maggioranza degli israeliani, molti critici di Bibi compresi, rifiuta l’idea di fermare la guerra a Gaza, oltre che impedirla in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Per tacere dell’Iran e degli altri fronti, dal Libano allo Yemen degli Houthi, dalla Siria all’Iraq. Nessuna analisi è però completa se non ci si mette nei panni dei contendenti, amici o nemici. Provando a vestirsi dei colori di Israele ci si rende conto della logica sottostante all’irrazionalità della sua non-strategia: Israele combatte fuori di sé (in tutti i sensi) per non morire dissanguato dai conflitti interni. La guerra esterna antidoto contro la guerra civile. Al bordo della quale lo Stato ebraico si trovava quando Sinwar scatenò l’inferno. Israele è troppo polarizzato fra troppe tribù — sionisti e antisionisti (haredim, arabi), laici, religiosi e fanatici. Su tutti, i coloni.
La minaccia immediata viene infatti dai coloni armati. Lo scontro fra Israele e gli estremisti che lo tengono in scacco per impadronirsi delle terre palestinesi e cacciarne gli abitanti può svelarsi fatale per lo Stato ebraico. La prima emergenza per qualsiasi governo esca il 27 ottobre dalle urne sarà questa. Nessuno Stato può permettersi di soggiacere al ricatto di una minoranza violenta. Israele meno di tutti.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Come primo atto della campagna elettorale per il 2027 Giorgia Meloni ha intrapreso una dura polemica sul termine “ciociara” con un consigliere comunale del Pd di Pontedera. Costui, di nome Floriano Della Bella, aveva definito la premier “veramente una ciociara nella maniera più dispregiativa”. Subito in un post, Meloni ha dichiarato: “Insultano in un colpo solo mezzo milione di italiani, per me essere definita ciociara è un orgoglio”. Replica (penosissima) dei dem di Pontedera: “Un lapsus, voleva dire caciarona”. Pronta la controreplica di Giorgia che ha elencato una serie di insulti di cui è stata bersaglio in questi anni: “Borgatara, pesciarola, ortolana, regina di Coattonia, vacca, rana dalla bocca larga, stronza”.
[…] All’eventuale lettore che si dicesse stupito per la cura con la quale abbiamo dato conto di una vicenda, tutto sommato, volgare e insignificante risponderemo che, con una certa probabilità, la propaganda elettorale dei prossimi mesi sarà di natura prettamente volgare e insignificante. Non è difficile intuirlo sulla base di ciò che avvenne la volta scorsa, prima delle elezioni del 2022. La allora leader di Fratelli d’Italia impostò una strategia del consenso battendo a tappeto i mercati rionali. Mescolata alle massaie che soppesavano mazzi di cicoria e patate novelle, e assai festeggiata dalle pesciarole e ortolane, la futura presidente del Consiglio riusciva a creare una reale empatia con quel popolo di donne provviste di carrelli della spesa e timori per il futuro. Tanto che dopo una visita alle bancarelle della Garbatella (il suo quartiere), il commento più diffuso tra quel pubblico femminile coinvolto era: “È tanto caruccia”. Parola, “caruccia”, che a Roma equivale a un convinto endorsement. […]
Dubitiamo che dopo quasi cinque anni a Palazzo Chigi, con quasi tutti gli indicatori economici in rosso, a cominciare da un’inflazione che da sola si mangia merluzzi e fettine, lei possa attendersi gli applausi dei consumatori, sempre più scoraggiati. Pure se eviterà di confrontarsi direttamente con le cittadine e i cittadini, ormai abituata a muoversi nella comfort zone dei consessi internazionali e degli studi televisivi amichevoli, difficilmente rinuncerà al pezzo forte sperimentato con il povero pidino di Pontedera, formato da due parole: orgoglio e vittimismo. Ci aspettiamo che riesumi il profilo dell’underdog che si è fatta da sola, protagonista della scena mondiale ma rimasta pur sempre la ragazza “verace” della Garbatella che si lascia scappare qualche estroverso e simpatico “e annamo, e daje”. Ma, soprattutto, salterà (anzi, zomperà) sulle ingiurie degli avversari, non importa se scagliate da qualche consesso paesano. L’importante per lei sarà misurare la distanza con la sinistra della Ztl. Quella che si compiace della propria superiorità morale e intellettuale. Quella che la disprezza e la insulta, scavandosi la fossa.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] La giudice del lavoro che, secondo i giornali di destra era pronta a dare ragione a Ranucci perché archiviò Conte e Speranza sul Covid e voleva processare Nordio, Piantedosi e Mantovano su Almasri, ha dato torto a Ranucci. Almeno sul ricorso d’urgenza: un altro giudice si occuperà, in tempi più lunghi, del merito. Ranucci ha detto giustamente che rispetta la sentenza. Il che però non esclude la critica. E qui purtroppo va detto che il rigetto del ricorso ignora o travisa alcuni fatti e violenta la logica al punto che, se non sarà ribaltata, autorizzerà nuove epurazioni.
[…]
1) Ranucci non deve più condurre Report perché il “clamore mediatico” sul suo caso avrebbe leso l’“indipendenza editoriale e l’imparzialità” del programma. Il suo caso nasce dalla bomba sotto casa sua (due auto e il cancello distrutti e niente morti per puro miracolo); e dalla scoperta che il mandante era Lavitola, che lui credeva suo amico. E il “clamore mediatico” non l’ha portato la cicogna. I 3.500 articoli usciti da luglio sono una campagna di stampa orchestrata da testate di editori filo-governativi in conflitto di interessi: quelle di Angelucci, deputato della Lega, editore e ras delle cliniche private, e quelle che ne seguono il copione (inclusi i conduttori della Rai meloniana che ne difendono i vertici perché tengono più famiglia che share). Ergo il “clamore mediatico” dopo l’attentato e la cacciata ha reso Ranucci tre volte vittima e non può diventare una colpa che giustifica il sopruso subìto.
2) C’è una “profonda frattura” fra lui e la “quasi totalità della redazione”. Intanto non è vero: la quasi totalità della redazione contestò la sua cacciata e molti minacciarono di andarsene, salvo qualche furbetto che sperava di prendere il suo posto. E poi si confonde la causa con l’effetto: è la guerra della Rai a Ranucci che ha aperto la frattura, illudendo qualcuno di potersi salvare da solo.
3) È “accertata l’impropria pressione” di leader governativi come La Russa, Salvini, Fazzolari, Urso&C. contro Ranucci, ma non è “prova sufficiente” di una “effettiva e determinante interferenza”. Oh bella: alte cariche dello Stato, del governo e del partito della premier che ha nominato i vertici Rai chiedono l’epurazione di Ranucci; i vertici Rai messi lì da loro lo epurano; e quale potrebbe essere una prova più sufficiente del nesso causale fra il diktat e la sua esecuzione? Un ordine scritto su carta intestata di Palazzo Chigi?
4) La giudice dubita seriamente che la Rai abbia obbedito al governo perché Ranucci è stato criticato anche da personaggi non governativi come Saviano, Santoro e Formigli. E da quando Saviano, Santoro e Formigli fanno giurisprudenza? E se un giornalista non piace né al governo né a quei tre, che deve fare: suicidarsi?

(repubblica.it) – Il presidente americano Donald Trump ha auspicato un cambio ai vertici dell’Ucraina, guidata da Volodymyr Zelensky. “E’ arrivato il momento che abbia un nuovo presidente”, ha detto ai cronisti prima di partire per un’iniziativa in Tennessee. “Suggerisco che abbiano un nuovo leader che stringa un’intesa”, ha aggiunto, “per non so quale ragione Zelensky non fa mai accordi”. Secondo Trump “avrebbe avuto molte occasioni, ma vuole creare problemi” anche agli agricoltori americani “colpendo le raffinerie”.
L’attacco di Donald Trump a Volodymyr Zelensky, con la richiesta di un nuovo presidente per l’Ucrain, ha raccolto il plauso immediato di Mosca. “Il presidente Trump si unisce ai molti che credono che l’Ucraina abbia bisogno di una leadership realmente focalizzata sulla pace, non sull’avventurismo bellico di Zelensky”, ha scritto su X Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per la cooperazione economica. “Iconico e storico”, ha aggiunto Dmitriev che nelle scorse settimane era stato a Washington per incontrare esponenti dell’amministrazione Trump. E forse in quell’occasione è maturato l’accordo annunciato ieri di una sospensione delle sanzioni Usa sul diesel in cambio di massicce forniture di gasolio al mercato americano. “La diplomazia del diesel ha tolto la maschera a Zelensky”, ha non a caso commentato ancora l’inviato del Cremlino
SCHLEIN, HANNO PROVATO A COMMISSARIARMI O FARMI FUORI MA SIAMO QUI

(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Da quando sono qua io come segretaria del Pd hanno sempre provato a commissariarmi, a federarmi o farmi fuori eppure siamo ancora qui”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa del Foglio a Firenze.
“Non credo che sia il momento di farci spiegare, come è stato per tanti anni nel centrosinistra, come fare a vincere, perché ci diranno sempre la stessa cosa. Che si vince al centro e quindi sarebbe meglio un candidato più disponibile alle larghe intese, più moderato o più rassicurante. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare”.
PD: SCHLEIN, NON MI SONO MAI PREOCCUPATA DEI SONDAGGI
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “I sondaggi delle ultime primarie che ho fatto mi davano sotto di 20 punti e le abbiamo vinte, quindi non mi preoccupo dei sondaggi: non mi sono mai preoccupata neanche di quelli delle Europee che davano il Pd al 18% e poi abbiamo fatto il 24%.
Noi crediamo di dover costruire un’alternativa perché in questi quattro anni di governo Meloni, con i numeri che avevano in Parlamento, potevano davvero trasformare e migliorare la vita degli italiani e non abbiamo visto questo. Non lo dice il Pd: lo dicono gli italiani stessi”. Lo ha dichiarato la segretaria del Pd Elly Schlein, a margine della festa del Foglio in corso a Palazzo Vecchio a Firenze, rispondendo ai giornalisti sulle primarie del centrosinistra.
Schlein ha poi detto: “noi siamo sempre stati molto chiari. O” si fa “l’accordo sul partito che prende un voto in più oppure le primarie, a cui io mi sono sempre detta disponibile. La cosa in comune di questi due criteri è semplice: è la democrazia. Un partito che porta democratico nel nome non può che essere fedele a se stesso: per tenere insieme questa alleanza usiamo il criterio democratico”.
SCHLEIN, SCELTA LEADER NON IN UNA STANZA CHIUSA, PRIMARIE O CHI HA UN VOTO IN PIÙ
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Ho sempre detto che o si fa l’accordo a chi prende un voto in più come si fa negli altri paesi europei: o si fanno delle primarie a cui mi sono detta da subito disponibile proprio per il bene della coalizione”, e “che cosa hanno in comune questi due criteri? La democrazia, che si passa per il coinvolgimento della nostra gente, non crediamo che questo vada risolto con una manovra di palazzo o una stanza chiusa che decide, o tanto meno andando incontro a interessi che ci sono sempre stati”.
Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa dell’ottimismo del Foglio in corso a Firenze rispondendo a Claudio Cerasa che le chiede se sia vero che Giuseppe Conte le ha proposto di trovare un nome terzo per guidare il campo progressista alle prossime elezioni.
SCHLEIN, LAVORIAMO PER PROGRAMMA UNITARIO ENTRO FINE DELL’ANNO
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Noi lavoriamo perché il programma comune che parte dalle proposte unitarie ci sia entro la fine dell’anno, visto che è prioritario”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
SCHLEIN, PD E M5S STORIE DIVERSE MA DIFFICILE PIÙ DIVISI CHE A DESTRA
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Pd e M5s hanno storie completamente diverse, per questo è impegnativo costruire basi per l’alternativa progressista insieme, ma è difficile essere più divisi di quanti siano a destra”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
SCHLEIN, PRIMARIE? SAREMO PRONTI E UNITI IN QUALUNQUE MOMENTO
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – Primarie due-tre mesi prima del voto? “Di questo discuteremo con gli alleati, sicuramente ci faremo trovare pronti in qualsiasi momento, capiamo intanto se si vota in primavera o ottobre dell’anno prossimo. Ci organizzeremo con i nostri tempi, è chiaro che saremo uniti, lo abbiamo promesso agli elettori”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa dell’ottimismo del Foglio a Firenze.
Al direttore Claudio Cesara che le chiede se le primarie ci saranno a prescindere da una eventuale bocciatura della nuova legge elettorale da parte della Corte costituzionale, Schlein risponde che “noi dobbiamo fare il nostro percorso e questo a prescindere da quello che accadrà”.
SCHLEIN, INCREDIBILE CHE MELONI NON DICA QUANDO SI VA A VOTARE
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Penso che prima si va a votare e meglio è per il paese visto il risultato di questi quattro anni del governo Meloni. E’ incredibile che Meloni non dica quando si vada a votare perché anche questo è oggetto di litigio e divisioni nella sua maggioranza, con Salvini e Tajani che vorrebbero proseguire fino ad ottobre e lei che probabilmente preferirebbe la primavera. Per il paese prima si va a votare e meglio è”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
FI, ‘NO A PRIMARIE A MILANO, SE LEGA VUOLE VADA DA SOLA’

(ANSA) – MILANO, 10 OTT – “Se dovessimo fare le primarie a Milano, è chiaro che a quel punto si fanno dappertutto. Non può essere un metodo a macchia di leopardo. Detto questo, se non si dovesse trovare la quadra e la Lega volesse correre da sola, si andrebbe un po’ a rifare il vecchio Polo della libertà che nel primo governo Albertini a Milano vinse anche senza la Lega. Non sarebbe una tragedia”. Così il segretario lombardo di Forza Italia, il deputato Alessandro Sorte, replicando a margine di un evento di partito a Milano alla proposta di Matteo Salvini di fare le primarie per Milano.
“Non tifo per questa soluzione, ma in via del tutto eccezionale, solo su Milano, non la troverei così drammatica” osserva Sorte. “Probabilmente – spiega il deputato azzurro – Forza Italia, in una condizione del genere, riuscirebbe ulteriormente a essere attrattiva per tutto un elettorato in fuoriuscita, scontento della giunta Sala”.
“Per noi – commenta Sorte – Matteo Perego è il candidato più forte, gli altri sono assolutamente rispettabili. Aggiungo che oggi noi abbiamo bisogno di prendere un elettorato che normalmente vota Terzo polo o Pd per vincere Milano. Con scelte troppo identitarie mi sembra molto complicato”. Nel caso di una giunta senza la Lega, Fratelli d’Italia appoggerebbe Perego? “È tutto nella mia risposta” conclude Sorte.
LEGA, ‘SPIACE PER PAROLE FI SU MILANO, NOI PER CENTRODESTRA UNITO’
(ANSA) – MILANO, 10 OTT – “Dispiace sinceramente leggere le dichiarazioni dell’amico Alessandro Sorte su possibili corse in solitaria a Milano o rievocazioni del passato che rischiano solo di fare il gioco della sinistra. Per la Lega il valore dell’unità del centrodestra non è negoziabile: la nostra coalizione vince, convince e governa bene quando si presenta compatta, determinata e con un progetto chiaro e condiviso per la città”. Lo dichiara in una nota Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega a Milano e consigliere comunale, replicando al coordinatore lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte.
“Mentre i milanesi sono esasperati da 15 anni targati sinistra e Beppe Sala, segnati da fallimenti, degrado e insicurezza, il centrodestra non può permettersi divisioni, calcoli di parte o tentazioni solitarie. L’obiettivo primario deve essere liberare Milano dal centrosinistra, allargando e rafforzando la nostra coalizione, non frammentandola”, aggiunge Piscina.
“Proprio per questo motivo – prosegue – se al tavolo della coalizione c’è un momento di stallo e non si trova la quadra sul candidato ideale, non dobbiamo avere timore della democrazia: lasciamo scegliere direttamente ai milanesi attraverso le primarie. Coinvolgere i cittadini, aprirsi alla base e ridare voce a chi vive ogni giorno i quartieri e le periferie non deve spaventare nessuno, anzi, è il modo più forte e trasparente per incoronare un candidato vincente e creare entusiasmo attorno a una squadra unita. Chi ha paura del giudizio dei cittadini? Lavoriamo insieme per un centrodestra compatto e vincente, mettendo al centro Milano e il suo futuro”.
LA RUSSA, GUAI AL MURO CONTRO MURO, SINTESI PER MILANO CON O SENZA PRIMARIE
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Sarebbe sbagliato chiudere subito, come al solito il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie, non escludo niente, guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano come la Lega le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa interpellato a margine della Festa del Foglio a Firenze sulla presa di posizione di Forza Italia.
“Speriamo di vincere questa volta, io – ha sottolineato La Russa – sono molto fiducioso anche a Milano, è una strada in salita ma l’Italia ha una tradizione di scalatori da Coppi in poi che riescono a vincere anche in salita”. Gli avversari del centrosinistra “hanno da 15 anni la guida della città, l’hanno saputa abbastanza controllare, non governare. Quindi è una strada in salita ma in salita si vince bene”.

Il Lions Club Benevento Host esprime le più vive congratulazioni a Fausto Lamparelli per la nomina a Questore di Napoli, rivolgendo al dirigente della Polizia di Stato, originario di Benevento, i migliori auguri di buon lavoro per il nuovo e prestigioso incarico.
A formulare gli auguri sono la presidente Angela De Nisco, a nome di tutti i soci del Club, e Gianfranco Ucci, Primo Vice Governatore del Distretto Lions 108 Ya, che si uniscono nell’esprimere soddisfazione per un nuovo importante traguardo professionale raggiunto da un rappresentante del territorio sannita.
La nomina assume un significato particolare per il Lions Club Benevento Host, al quale Lamparelli è legato da un rapporto di stima e vicinanza che risale al 14 dicembre 2018, quando, durante la presidenza di Nicola Lauro, gli venne conferito il prestigioso Premio Arco d’Argento, riconoscimento assegnato dal Club alle personalità originarie del Sannio che, attraverso il proprio impegno e la propria attività professionale, contribuiscono a dare lustro e prestigio al territorio.
In quell’occasione, il riconoscimento fu attribuito a Lamparelli per gli importanti meriti acquisiti nella sua carriera investigativa e per l’impegno profuso nel contrasto alla criminalità organizzata, testimoniando l’attenzione del Lions Club Benevento Host verso le personalità sannite distintesi al servizio delle istituzioni e della collettività.
Nel corso della sua carriera, Lamparelli ha ricoperto incarichi di particolare responsabilità nella Polizia di Stato, dalla direzione di diverse Squadre Mobili, tra cui quella di Napoli, alla guida del Servizio Polizia Scientifica e del Servizio Centrale Operativo, fino agli incarichi di Questore di Perugia e Firenze.
Il ritorno a Napoli, questa volta alla guida della Questura, rappresenta un ulteriore e significativo passaggio di un percorso professionale caratterizzato dall’impegno nella tutela della legalità e della sicurezza dei cittadini.
La presidente Angela De Nisco, il Primo Vice Governatore Gianfranco Ucci e tutti i soci del Lions Club Benevento Host rinnovano a Fausto Lamparelli le più sincere congratulazioni, accompagnate dall’augurio di un proficuo lavoro al servizio della città di Napoli e delle istituzioni.
+++
Salvatore Esposito

Dalla rappresentanza delle nuove generazioni alla sfida di una politica sociale fondata su lavoro, libertà e opportunità: doppio riconoscimento per Fiorenza Ceniccola, selezionata da PoliticaMag tra i 60 Under 30 che stanno cambiando il Paese e premiata da Sondaggi BiDiMedia nell’ambito del Liberi Network Award, dedicato ai comunicatori politici emergenti.
Un riconoscimento che arriva per il secondo anno consecutivo e che valorizza un percorso politico e istituzionale caratterizzato dall’impegno sui territori e dall’attenzione ai temi che riguardano il futuro delle nuove generazioni.
Il Liberi Network Award, assegnato a una selezione di protagonisti dell’iniziativa 60 Under 30 di PoliticaMag, ha individuato in Ceniccola una figura capace di accendere i riflettori su questioni spesso trascurate dal dibattito pubblico, come lo spopolamento del Mezzogiorno, la fuga dei giovani e la coesione territoriale.
Un riconoscimento che si inserisce in un percorso che l’ha vista diventare la prima donna a ricoprire il ruolo di vicesindaco di Guardia Sanframondi, dopo essere stata l’unica donna eletta in Consiglio comunale, e assumere un incarico nella Segreteria Regionale di Forza Italia in Campania a 28 anni.
«Essere tra i 60 Under 30 che stanno cambiando il Paese per il secondo anno consecutivo è un riconoscimento che accolgo con gratitudine, ma soprattutto uno stimolo a proseguire il lavoro iniziato. Dopo sei anni all’estero, ho scelto di tornare in Italia e investire nel territorio in cui sono cresciuta, perché credo che la politica debba offrire alle persone non soltanto speranza, ma possibilità concrete di costruire qui il proprio futuro», dichiara Ceniccola.
Guardando ai prossimi anni, la sfida che indica è quella di consolidare una politica sociale di centrodestra che metta al centro la libertà delle persone, la dignità del lavoro e la capacità di creare opportunità durature.
«Non possiamo continuare a rispondere a problemi strutturali con politiche ad effetto. Se un giovane non trova lavoro, non può permettersi una casa e non riesce a costruire un progetto di vita, non basta introdurre un nuovo sussidio. Servono politiche capaci di creare occupazione, favorire le assunzioni, sostenere chi vuole fare impresa e lasciare a chi lavora un reddito adeguato a vivere con dignità».
Una visione che, secondo Ceniccola, deve tradursi in interventi concreti anche per il mondo agricolo e per i piccoli Comuni. Per gli agricoltori, sottolinea la necessità di rafforzare il potere contrattuale di chi produce, rendere più trasparente la formazione dei prezzi e garantire rapporti di filiera più equi. Per le aree interne, invece, occorre superare la logica degli interventi sporadici attraverso una strategia nazionale capace di integrare casa, lavoro, imprese, servizi, accesso al credito e infrastrutture.
«Il sostegno pubblico può essere fondamentale nelle situazioni di emergenza, ma non può diventare una risposta permanente a problemi che richiedono soluzioni strutturali. La vera politica sociale è quella che mette le persone nelle condizioni di essere autonome, lavorare, fare impresa e scegliere liberamente il proprio futuro».
Infine, il tema della rappresentanza delle nuove generazioni e delle donne nelle istituzioni: «Vedere più giovani e più donne nei luoghi decisionali non deve più rappresentare un’eccezione, ma diventare la normalità. Il cambiamento non va soltanto invocato, il senso più vero di questo premio è riconoscere che è già in corso e creare le condizioni perché possa continuare». Dal riconoscimento del percorso compiuto alla costruzione di nuove opportunità, il messaggio di Fiorenza Ceniccola è chiaro: il futuro del Paese si costruisce oggi, investendo sulle persone, sul lavoro e sui territori.